DE.IT.PRESS
Notiziario Religioso della comunità italiana in
Germania - redazione: T. Bassanelli
- Webmaster: A. Caponegro IMPRESSUM
Notiziario
religioso, giugno 2026
Il Rinnovamento carismatico. “Dobbiamo evangelizzare insieme”
Si svolgerà sabato 30 maggio in Aula Paolo VI il primo
incontro di Leone XIV con il Rcc. All’appuntamento prenderanno parte migliaia
di fedeli, responsabili, sacerdoti, religiosi e laici provenienti da circa 40
Paesi dei cinque Continenti – di Gigliola Alfaro
“L’udienza con il Santo Padre rappresenta un momento di
profonda comunione ecclesiale, di preghiera e di rinnovato slancio missionario
per tutta la corrente di grazia che è il Rinnovamento carismatico cattolico,
chiamato a vivere e testimoniare l’unità nella diversità dei carismi, al
servizio della Chiesa e dell’evangelizzazione”: così il Charis descrive i
sentimenti che animano il Rinnovamento carismatico cattolico per l’udienza che
Leone XIV concederà sabato 30 maggio in Aula Paolo VI. In vista dell’incontro
abbiamo parlato con il moderatore di Charis, Pino Scafuro, che in occasione
dell’udienza porterà al Papa il saluto del movimento.
L’incontro con Leone XIV cosa rappresenta questo momento
per il Rinnovamento carismatico cattolico e per Charis?
Per l’intera corrente di grazia del Rinnovamento
carismatico cattolico nel mondo, questa udienza rappresenta un’esperienza
speciale di comunione ecclesiale.
Sin dagli inizi, tutti i Papi hanno accolto il Rcc, ogni
loro parola a noi rivolta è stata feconda e noi l’abbiamo assecondata con
attenzione. Siamo certi che questo incontro si svolgerà in un’atmosfera
familiare di gioia, fede e attenzione alle parole paterne che Papa Leone avrà
per noi.
Questo appuntamento ha un valore particolare anche in
vista del 60° anniversario del Rinnovamento carismatico cattolico?
Sì, gli anniversari, soprattutto quelli a cifra tonda,
sono solitamente propizi per fare un bilancio di quanto vissuto fino a quel
momento. Come dice il Vangelo, Dio ci ha dato diversi talenti e ci chiede conto
di essi. Cosa abbiamo fatto? Cosa avremmo potuto fare meglio? Davanti alle
necessità attuali e ai segni dei tempi: cosa dobbiamo fare?
Che aspettative avete da questa udienza con il Papa?
Che le sue parole, ispirate dallo Spirito Santo che lo
assiste come Pontefice, ci aiutino a servire meglio.
Che cosa può aspettarsi da voi Leone XIV?
In primo luogo, la nostra preghiera costante per le sue
intenzioni.
Crediamo fermamente nel potere dell’intercessione.
L’incontro di sabato con Papa Leone XIV viene preceduto
da un tempo di consultazione, riflessione e preghiera. Ci porremo tre domande
fondamentali cui cercheremo di rispondere alla luce del 60° anniversario: cosa
si aspetta Dio dal Rcc? Cosa si aspetta la Chiesa dal Rcc? Alle soglie del
Secondo Millennio della Redenzione, cosa si aspetta il mondo dai cristiani? In
altre parole, ci prepareremo a servire la Chiesa – in generale – e Papa Leone –
in particolare – di fronte alle sfide di questo tempo. Ci disporremo in
preghiera, per essere sensibili alle ispirazioni dello Spirito Santo e ci
prepareremo a portarle avanti, per il bene di tutta la Chiesa.
E quale contributo il Rinnovamento carismatico cattolico
può offrire oggi alla Chiesa, in particolare sul fronte dell’unità e
dell’evangelizzazione?
Il Rcc è un’esperienza spirituale che ha suscitato una
grande varietà di espressioni nella corrente di grazia. In altre parole,
viviamo l’unità nella diversità. Con l’istituzione di Charis, il Servizio
internazionale per il Rinnovamento carismatico cattolico, Papa Francesco
insistette su tre missioni fondamentali: condividere con tutti nella Chiesa la
ricchezza del battesimo nello Spirito; servire i poveri in ogni loro necessità,
fisica e spirituale; lavorare per l’unità dei cristiani. Il Rcc svolge da sempre
un apostolato creativo ed efficace sul Kerygma, il che comprende l’annuncio in
molteplici contesti: chiese, scuole, circoli, fabbriche, carceri, il mondo
digitale e persino nei centri commerciali. Forse grazie agli inizi ecumenici
del Rcc, abbiamo sempre avuto una certa predisposizione e facilità nel lavorare
per l’unità dei cristiani. Non intendiamo entrare in discussioni teologiche
(seppur necessarie, ma che lasciamo agli esperti), ma pregare insieme e
condividere esperienze. Vivere insieme, cioè, un ecumenismo spirituale.
Quali sono le finalità di Charis?
Charis è il Servizio internazionale per il Rinnovamento
carismatico cattolico. Quindi la sua funzione è quella di servire l’intera
corrente di grazia in tutto il mondo.
Offre diversi livelli di formazione, organizza eventi
internazionali in tutti i continenti, incontri speciali secondo le aree di
apostolato, come l’ecumenismo, il servizio ai poveri, ai giovani, alle comunità
e risponde ad interrogativi di ogni genere. Charis dispone di una rete
internazionale di intercessione con ampia copertura in quasi ogni Paese del
mondo. Il Servizio internazionale di Comunione di Charis è composto da persone
che rappresentano tutti i continenti, culture diverse ed una varietà di realtà
carismatiche. Il primo assistente ecclesiastico fu il card. Raniero
Cantalamessa. Nel 2023 fu nominato dal Dicastero il vescovo Peter Leslie Smith.
Quali sono le sfide che oggi attendono il Rinnovamento
carismatico cattolico e Charis?
Come per tutta la Chiesa, non dobbiamo restare seduti in
chiesa ad aspettare che la gente venga. Dobbiamo invocare la creatività dello
Spirito Santo per favorire l’incontro con Gesù in luoghi inaspettati. Il mondo
ha bisogno di ascoltare l’Annuncio, anche se a volte ignora questa necessità.
Osservando come il numero di giovani vari a seconda dei continenti, vedendo il
più basso in Europa e quello più alto in Africa, per esempio, sappiamo di dover
lavorare sull’avvicendamento generazionale. La sfida maggiore è quella di poter
evangelizzare insieme. A questo proposito, Charis, insieme ad altre
associazioni e chiese cristiane, ha promosso un’iniziativa chiamata 2033
Agenda, incentrata sulla diffusione dei valori del Vangelo in tutti i settori
della società. Ci proponiamo di lavorare in questi 7 anni che abbiamo davanti
per giungere al 2033 con ancor più motivi per celebrare la Redenzione. Crediamo
fermamente che i valori del Vangelo sono un dono di Dio, non solo per i
cristiani, ma per tutti coloro che vorranno accoglierli.
Crediamo che annunciare e mettere in pratica il Vangelo…
possa davvero cambiare il mondo. Sir 29
Cei: approvate le linee pastorali per il prossimo quinquennio
Riconnettere vita e Vangelo, rinnovare la vita
comunitaria, promuovere la corresponsabilità dei laici e rivedere le strutture
per la trasmissione della fede: sono i quattro assi del documento “Radicati e
costruiti in Cristo”, approvato a larga maggioranza dall’82ª Assemblea generale
della Cei come linee di orientamento per l’attuazione del Cammino sinodale
nelle Chiese d’Italia nel prossimo quinquennio. Il testo prende atto che “la
fede e la sua trasmissione non possono più essere date per scontate” e che “in
un contesto segnato dall’individualismo la vita comunitaria diventa una
testimonianza concreta della fede”. La Presidenza della Cei procederà alle
integrazioni richieste dagli emendamenti; il documento definitivo sarà
pubblicato nei prossimi giorni. I vescovi hanno anche condiviso la necessità di
garantire trasparenza e rendicontazione per l’intera gestione economica,
mettendo in luce l’utilità del bilancio di missione come strumento per
comunicare in modo chiaro la vita e le scelte della comunità. L’Assemblea ha
lanciato un appello unanime per la pace in Medio Oriente, in Ucraina e in tutte
le aree colpite da conflitti. Con le parole del card. Matteo Zuppi, è stato
ribadito che “la Chiesa riceve la pace per diventare artigiana creativa di
pace; riceve il perdono per diventare luogo di riconciliazione; riceve lo
Spirito per non vivere più prigioniera della paura”. I vescovi hanno confermato
l’impegno a promuovere percorsi di riconciliazione e dialogo, richiamando
l’invito del Papa a lavorare per una pace “disarmata e disarmante”. L’83ª
Assemblea generale si terrà dal 23 al 26 novembre ad Assisi.
I vescovi italiani hanno espresso all’unanimità parere
favorevole alla richiesta di elevare il beato Rosario Livatino a patrono dei
magistrati italiani. Lo si legge nel comunicato finale dell’82ª Assemblea
generale della Cei, svoltasi in Vaticano dal 25 al 28 maggio. Dopo il placet
dell’Assemblea, la richiesta sarà presentata al competente Dicastero vaticano
per la conferma. Tra le altre comunicazioni, l’Assemblea ha condiviso alcuni
aspetti organizzativi del XXVIII Congresso eucaristico nazionale, che si terrà
dal 23 al 26 settembre 2027 a Orvieto: “Non sarà un grande evento, ma una
statio, un momento intenso di riflessione e preghiera delle comunità attorno
all’Eucaristia”. È stato inoltre presentato il percorso di preparazione alla
Giornata mondiale della gioventù di Seul, in Corea dal 3 all’8 agosto 2027, sul
tema “Coraggio, io ho vinto il mondo”, che accompagnerà giovani ed educatori
attraverso tappe formative, momenti liturgici e iniziative comunitarie. Il
Consiglio episcopale permanente ha provveduto a diverse nomine, tra cui don
Alberto Zanetti (Treviso) come direttore dell’Ufficio catechistico nazionale e
don Enzo Bottacini (Verona) come direttore dell’Ufficio nazionale per la
pastorale della famiglia.
È pari a 1.086.752.778,01 euro la somma relativa
all’8xmille dell’Irpef assegnata alla Chiesa cattolica per il 2026, come
comunicato dal Ministero dell’economia e delle finanze. Lo ha reso noto l’82ª
Assemblea generale della Cei, che ha approvato la ripartizione delle somme. La
cifra è determinata da 1.063.069.466,83 euro a titolo di anticipo per l’anno in
corso e da un conguaglio di 23.683.311,18 euro sulle somme riferite all’anno
2023. La percentuale delle scelte a favore della Chiesa cattolica è stata pari
al 67,28%, in calo del 2,23% rispetto all’anno precedente. Le risorse sono
ripartite in tre grandi voci: esigenze di culto e pastorale (408.208.000 euro),
interventi caritativi (284.544.000 euro) e sostentamento del clero (394.000.000
euro). Tra le destinazioni principali: 158 milioni alle diocesi per culto e
pastorale, 129 milioni per l’edilizia di culto – di cui 25 milioni per la
tutela dei beni culturali ecclesiastici -, 150 milioni alle diocesi per la
carità e 80 milioni per lo sviluppo dei popoli. R.B. Sir 28
Papa alla Cei: “abbiate il coraggio dell’essenziale”
Incontrando i vescovi al termine della loro Assemblea
generale, il Papa ha tracciato un ritratto delle nostre comunità esortando i
presuli a partire dall'ascolto. "La priorità è il Vangelo".
"L'organizzazione della Conferenza episcopale va modellata alla luce delle
esigenze della missione e delle mutate condizioni storiche", l'indicazione
per la riforma – di M.Michela Nicolais
“La logica della piccolezza è la vera forza della
Chiesa”, che “non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti
della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o
dalla rilevanza sociale”. Lo ha detto Leone XIV, incontrando i vescovi italiani
al termine dell’82ª Assemblea generale della Cei. “Abbiamo il coraggio
dell’essenziale!”, l’invito del Papa : “Il coraggio di comunità meno
preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio
di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla
vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le
famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di
organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza
addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri.
Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione
missionaria delle Chiese in Italia”
In un tempo come il nostro, “segnato dalla complessità”,
”molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine”, ha
esordito Leone XIV: “Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la
fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove
generazioni”. “Fare nostro lo sguardo del Signore”, il “primo compito” affidato
ai vescovi: “Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci
semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il
raccolto che Dio stesso ci prepara”.
“La priorità è il Vangelo”, la prima indicazione
pastorale: “ce lo dice San Francesco d’Assisi, a ottocento anni dal suo
transito al Cielo; ce lo ricordano la Evangelii nuntiandi di San
Paolo VI e la Evangelii gaudium di Papa Francesco.
“Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo,
morto e risorto, presente nella sua Chiesa!”, ha spiegato Leone. “Oggi, nel
contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive
di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il
dono che dà entusiasmo alla nostra vita di escovi e l’urgenza che ci spinge”,
ha garantito Leone XIV. Poi le domande esigenti affidate alla Chiesa italiana:
“quale volto di Dio lasciamo trasparire nella predicazione, nella catechesi,
nella liturgia, nella carità, nella vita delle nostre comunità? In che modo
favoriamo l’incontro con Cristo e che cosa significa oggi, per noi e per le
nostre Chiese, iniziare altri alla vita cristiana?
Sono domande che, come pastori, dobbiamo sempre porci,
senza mai darle per scontate”.
L’iniziazione cristiana “non può essere pensata solo come
preparazione ai sacramenti”, il monito sul vissuto concreto delle nostre
comunità. “Non è possibile comprendere pienamente il battesimo se non
all’interno dell’iniziazione cristiana”, ha affermato il Pontefice, secondo il
quale ”è una sottolineatura molto importante, questa della più recente
Assemblea del Sinodo dei Vescovi, perché colloca il cammino che si apre con il
battesimo all’interno di una Chiesa che crede, celebra, accompagna, genera. Una
Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è
poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale”.
“La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità
vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare”, ha detto il Papa tracciando
una sorta di profilo ideale delle comunità cristiane: “comunità nelle quali la
Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è
davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un
servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani
sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono
lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore
con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella
politica, nella cultura”.
“Ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il popolo di Dio,
e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in
discussione le nostre abitudini pastorali”, la missione affidata ai vescovi: “È
questo il senso del Cammino sinodale che avete portato a compimento e che, come
avete sottolineato, ora deve diventare stile permanente”. Una Chiesa
sinodale, come insegna il Concilio, “è quella in cui ciascuno, secondo la
propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione
comune”. In quest’ottica, “la partecipazione non è una concessione: è
un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo,
responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e
nel rispetto del compito proprio del vescovo”. Il Documento di sintesi del
Cammino sinodale delle Chiese in Italia “richiama il valore degli organismi di
partecipazione”: per il Papa, tuttavia, “non basta che questi strumenti
esistano, occorre verificare che funzionino davvero”.
“Le varie strutture della Cei sono chiamate a continuare
a svolgere il loro servizio di comunione, coordinamento, discernimento e
sostegno alle Chiese che sono in Italia”,
le indicazioni per la riforma. “Proprio perché ha questo
ruolo, l’organizzazione della Conferenza Episcopale va modellata alla luce
delle esigenze della missione e delle mutate condizioni storiche”: “Non si
tratta di imitare schemi organizzativi esterni, né di ridurre tutto a
efficienza amministrativa, ma di domandarsi quale fisionomia aiuti oggi i
pastori e le chiese locali ad annunciare meglio il Vangelo, a camminare
insieme, a rendere possibile una partecipazione effettiva, ordinata e feconda.
Quando è vissuta nello Spirito, questa verifica non indebolisce la comunione ma
la purifica”. Sir 28
Papa Leone XIV: Liturgia, "equilibrio tra la grande tradizione
liturgica del passato e il futuro"
L'udienza generale del mercoledì. Parlando della
Costituzione Sacrosanctum Concilium, cita san Giovanni Paolo II e papa
Benedetto XVI - Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano. Ormai a Roma è tenuta. Caldo e sole
accompagnano la papamobile che fa il giro della piazza. Il luogo è conosciuto,
anche il giorno: mercoledì, giorno dell'udienza generale del papa; il luogo la
magnifica piazza San Pietro. E' festa quando passa il papa, è festa con canti e
braccia alzate al cielo, quasi per abbracciare il pontefice: questo pontefice è
amato dal popolo. E il pontefice ricambia con grande entusiasmo. Con sorrisi e
piccole soste per benedire soprattutto i bambini che gli vengono presentati. Un
fedele lancia una maglietta e il pontefice è subito pronto ad afferrarla: un
papà sportivo, non c'è che dire.
Nel suo discorso in lingua italiana, continuando il ciclo
di catechesi su “I Documenti del Concilio Vaticano II”, Leone XIV incentra la
sua meditazione sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium, La riforma della
liturgia: tradizione e sviluppo. Il suo discorso è ampio, tocca diversi temi,
partendo da una riflessione sulla Enciclica “Mediator Dei” del venerabile papa
Pio XII. La cita sottolineando - parole dell'Enciclica - “la Chiesa è un
organismo vivente, e perciò, anche per quel che riguarda la sacra liturgia,
fermando restando l'integrità del suo insegnamento, cresce e si sviluppa,
adattandosi e conformandosi alle circostanze e alle esigenze che si verificano
nel corso del tempo”. Papa Leone XIV, allora, entra nel vivo della sua
meditazione, passando a parlare della Costituzione "Sacrosanctum
Concilium" che aveva come dovere quello di “interessarsi in modo speciale
anche della riforma e della promozione della liturgia” : ancora una volta cita
il documento parola per parola. Ma non solo. Perché assieme a ciò l'assise
conciliare era stata riunita, infatti, con lo scopo di far crescere sempre più
la vita cristiana tra i fedeli e «di meglio adattare alle esigenze del nostro
tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti, di favorire tutto ciò
che può contribuire all'unione di tutti i credenti in Cristo e di rinvigorire
ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa».
Ricorda come il periodo storico vissuto dal Concilio
Vaticano II avvertisse “fortemente la necessità di un rinnovamento delle forme
rituali, mediante le quali da secoli la Chiesa aveva realizzato la
glorificazione di Dio e la santificazione del popolo cristiano”. In questo
contestualizza l'azione del Movimento liturgico: e, in merito, ricorda san San
Giovanni Paolo II. Cita anche lui quando disse che esiste un legame
strettissimo e organico tra il “rinnovamento della liturgia e il
rinnovamento di tutta la vita della Chiesa”.
Ma quale direzione seguire per questa azione? Prende
spunto sempre dalla Costituzione oggetto dell'udienza: “conservare la sana
tradizione e aprire un legittimo progresso”, questa la direzione, la strada da
percorrere. Ricorda il pensiero di papa Benedetto XVI che - secondo il
pontefice - aveva “colto in questa dichiarazione d'intenti il ??programma di
riforma dei Padri conciliari: un equilibrio tra la grande tradizione liturgica
del passato e il futuro. Ed era stato sempre Benedetto XVI - nel suo Discorso ai
partecipanti al Convegno nel 50° anniversario di fondazione del Pontificio
Istituto Liturgico Sant'Anselmo del 6 maggio 2011 - a notare come “non poche
volte si contrappone in modo maldestro tradizione e progresso”, mentre, “in
realtà, i due concetti si integrano: la tradizione include essa stessa in
qualche modo il progresso”.
Il papa, su questo tema, è assai preciso, diretto: “Il
Concilio afferma la legittimità di tale progresso radicato nell'autentica
Tradizione, distinguendo all'interno della liturgia una parte immutabile,
perché di istituzione divina, da parti suscettibili di cambiamento, che nel
corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero
insinuati elementi meno rispondenti all'intima natura della stessa liturgia, o
si fossero resi meno opportuni”. I mutamenti di questo genere, in fondo, ricorda
papa Leone XIV “sono avvenuti costantemente lungo i secoli al fine di
consentire ai fedeli una fruttuosa partecipazione, per mezzo delle azioni
rituali, al mistero pasquale di Cristo, fondamento della fede cristiana
E continua: "Il culto della Chiesa si è dunque
"incarnato" nelle forme culturali di ciascuna epoca ed è stato capace
di contribuire su di esse e addirittura di trasformarle. La liturgia è stata
così, per secoli, un motore di evangelizzazione". E oggi? Cosa fare? Papa
Leone XIV risponde: “Oggi occorre rinnovare questa energia in continuità con
l'autentica e viva tradizione cattolica, cioè secondo una dinamica volta a
introdurre i credenti alla pienezza della verità”.
Per il bene di tutta la Chiesa, ogni riforma dev'essere
sempre “preceduta da un'accurata ricerca teologica, storica e pastorale”,
ricorda papa Leone XIV. E il Magistero conciliare - continua -” invita a
evitare il disorientamento dei fedeli, dissuadendo chiunque dall'aggiungere o
togliere o modificare qualcosa, in materia liturgica, di propria iniziativa”.
In conclusione, “il progresso evocato dalla Costituzione conciliare non
compromette affatto la comunione ecclesiale: intende piuttosto confermarla e favorirla”.
E a conclusione dell'udienza, prima della benedizione
apostolica, papa Leone XIV tiene a fare alcuni appelli: “Seguo con
preoccupazione la guerra in Ucraina, che conosce in questi giorni una forte
accelerazione”. E ancora: “Desidero esprimere la mia vicinanza a
quanto soffrono a causa dei recenti attacchi compiuti anche contro i civili. La
guerra non risolve i problemi ma li aggrava, non costruisce sicurezza ma
moltiplica la sofferenza e l’odio. Dove cadono missili e droni cadono anche le
speranze, si distruggono case e luoghi di preghiera, si spezzano vite
innocenti. Affido tutti popoli feriti dalla guerra alla protezione della
Vergine Maria, regina della pace”. aci 27
Magnifica Humanitas. L’accoglienza della Chiesa in Germania
Con una conferenza stampa immediatamente dopo la
presentazione di Magnifica Humanitas in Vaticano, la Conferenza episcopale
tedesca a Bonn ha accolto la prima enciclica di Leone XIV nelle parole del
presidente della DBK, vescovo Heiner Wilmer e della professoressa Ursula
Nothelle-Wildfeuer, docente a Friburgo di Dottrina sociale cristiana.
Nel suo intervento, il vescovo Heiner Wilmer sottolinea
che la domanda decisiva è „quanto sapremo rimanere umani noi“ non tanto quanto
diventeranno intelligenti le macchine. Magnifica humanitas è per il presidente
della DBK un testo significativo per capire come orientarci nell’epoca
dell’intelligenza artificiale e papa Leone XIV ci ricorda una verità
fondamentale: la tecnologia non è mai neutrale, e per questo il punto di
riferimento deve rimanere sempre la persona umana, con la sua dignità e la sua
libertà. Cinque sono i punti che Wilmer ha messo in evidenza di MH: la dignità
umana, l’essere umano non può essere ridotto a un insieme di dati o a un
profilo algoritmico; il valore delle relazioni perché nessuna macchina potrà
mai sostituire la profondità dell’incontro umano. Il terzo riguarda la pace,
infatti il Papa condanna con forza le armi autonome basate sull’IA e invita a
privilegiare sempre il dialogo e la diplomazia. Il quarto tocca la giustizia e
l’etica: l’IA va regolata, “disarmata”, affinché non diventi uno strumento di
dominio. Infine, Wilmer ha richiamato l’importanza della verità e della vita
democratica, ossia l’IA deve sostenere il pensiero critico, la partecipazione e
condizioni di lavoro eque, non indebolirle.
***
Per Ursula Nothelle-Wildfeuer, docente di dottrina
sociale cristiana, l’enciclica di papa Leone XIV rappresenta la prima risposta
organica della Chiesa cattolica alle sfide poste dall’intelligenza artificiale.
Al centro pone la dignità della persona umana nella comprensione che la
rivoluzione digitale è una nuova svolta epocale, paragonabile a quella che
portò Rerum novarum di Leone XIII.
Il Papa, ha proseguito Nothelle-Wildfeuer mette in
guardia da una mentalità tecnocratica che assolutizza ciò che è misurabile e
riafferma il primato del discernimento umano: le macchine selezionano, ma solo
gli esseri umani possono decidere in modo responsabile. Tre sono gli ambiti
particolarmente vulnerabili:
* Verità perché la disinformazione e le distorsioni
algoritmiche minano le basi democratiche.
* Lavoro: l’IA non deve degradare, sorvegliare o
sostituire le persone; la ricchezza generata va distribuita equamente.
* Libertà perché le dipendenze digitali e i meccanismi
invisibili di influenza minacciano l’autonomia personale.
Anche Nothelle-Wildfeuer rileva che l’enciclica condanna
con fermezza le armi autonome basate sull’IA e invita invece a norme
internazionali, dialogo e alla costruzione di una “civiltà dell’amore”. Nessun
algoritmo può giustificare moralmente la guerra.
Infine conclude con la sottolineatura che MH si chiude
con un’autocritica rivolta alla Chiesa stessa: ogni forma di schiavitù è
incompatibile con il Vangelo e i principi della dottrina sociale devono valere
anche all’interno delle strutture ecclesiali. Del.mci 27
CEI: Busca vicepresidente. Lorefice Presidente di Migrantes e Ambarus di
Caritas Italiana
Pioggia di nomine in questa 82/ma Assemblea Generale
della Conferenza Episcopale Italiana che si concluderà domani in Vaticano con
l'intervento di Papa Leone XIV - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. Pioggia di nomine in questa 82/ma
Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana che si concluderà
domani in Vaticano con l'intervento di Papa Leone XIV.
Il Vescovo di Mantova, Monsignor Gianmarco Busca, è stato
eletto Vicepresidente della CEI per l'Area Nord. Succede a Monsignor Erio
Castellucci, Arcivescovo di Modena e Vescovo di Carpi. Monsignor Busca, 60
anni, è Vescovo di Mantova dal 2016 e finora in ambito CEI ricopriva l'incarico
di Presidente della Commissione Episcopale per la Liturgia.
Alla guida della Commissione per la Liturgia va invece
Monsignor Claudio Maniago, Arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace.
Quello di Monsignor Maniago – in passato vescovo ausiliare di Firenze e poi
Vescovo di Castellaneta - è in realtà un ritorno, avendo presieduto la medesima
commissione fino al 2020 e lavorando in prima persona alla nuova edizione del
Messale italiano, adottato a partire dalla Prima Domenica di Avvento del 2020.
E' invece il Vescovo di Vittorio Veneto, Monsignor
Riccardo Battocchio, a diventare Presidente della Commissione Episcopale per la
dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi. Già presidente
dell'Associazione teologica italiana e Rettore dell'Almo Collegio Capranica,
Battocchio, uomo di fiducia di Papa Francesco, ha partecipato nel biennio
2023-24 al Sinodo sulla sinodalità, ricoprendo la funzione di segretario
speciale. E' stato uno degli ultimi vescovi ad essere scelti da
Francesco: la sua nomina risale infatti al 24 febbraio 2025.
Un altro nome molto legato a Papa Francesco è quello di
Monsignor Benoni Ambarus, Arcivescovo di Matera-Irsina e Vescovo di Tricarico,
che diventa Presidente della Commissione Episcopale per il servizio della
carità e la salute. Già direttore della Caritas di Roma e successivamente
Vescovo ausiliare di Roma, in quanto nuovo presidente della Commissione per la
carità, per statuto Ambarus diventa anche Presidente di Caritas Italiana.
Succede all'Arcivescovo Carlo Roberto Maria Redaelli, Arcivescovo emerito di
Gorizia e attuale Segretario del Dicastero per il Clero.
Anche la Commissione Episcopale per le migrazioni sarà
presieduta da un altro vescovo molto in scia di Papa Francesco: si tratta di
Monsignor Corrado Lorefice, Arcivescovo metropolita di Palermo e che
contestualmente diventa per statuto anche Presidente della Fondazione
Migrantes. Monsignor Lorefice subentra a Monsignor Gian Carlo Perego,
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio.
Il quadro delle nomine è così completato: Presidente
della Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata, Monsignor
Francesco Beneduce, Vescovo ausiliare di Napoli; Presidente della Commissione
Episcopale per il laicato, Monsignor Pierantonio Tremolada, Vescovo di Brescia;
Presidente della Commissione Episcopale per la famiglia, i giovani e la vita,
Monsignor Bernardino Giordano, Vescovo di Grosseto e di
Pitigliano-Sovana-Orbetello; Presidente della Commissione Episcopale per
l'evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese, Monsignor Marco
Prastaro, Vescovo di Asti; Presidente della Commissione Episcopale per
l'ecumenismo e il dialogo, Monsignor Gaetano Castello, Vescovo ausiliare di
Napoli; Presidente della Commissione Episcopale per l'educazione cattolica, la
scuola e l'università, Monsignor Daniele Gianotti, Vescovo di Crema; Presidente
della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e
la pace, Monsignor Michele Tomasi, Vescovo di Treviso; Presidente della
Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, Monsignor
Domenico Beneventi, Vescovo di San Marino-Montefeltro.
Inoltre sono stati eletti i membri del Consiglio per gli
Affari Economici che sarà così composto: Monsignor Vincenzo Calvosa, Vescovo di
Vallo della Lucania; Monsignor Fabio Dal Cin, Arcivescovo-Prelato di Loreto;
Monsignor Maurizio Gervasoni, Vescovo di Vigevano e Monsignor Mauro
Parmeggiani, Vescovo di Tivoli e di Palestrina.
L’anno prossimo scadrà invece il mandato quinquennale del
presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Tra i possibili successori del
Cardinale Matteo Maria Zuppi al momento figurano sia il Cardinale Roberto
Repole, Arcivescovo metropolita di Torino e Vescovo di Susa, e il Cardinale
Augusto Paolo Lojudice, Arcivescovo metropolita di Siena-Colle Valle
d’Elsa-Montalcino e Vescovo di Montepulciano-Chiusi-Pienza.
Nel corso della conferenza stampa tenuta alla vigilia
della conclusione dei lavori dell’Assemblea Generale, il Cardinale Zuppi è
tornato intanto a parlare di questioni di stretta attualità, sugli stessi temi
affrontati ieri sera dal Papa, mentre lasciava Castel Gandolfo per rientrare in
Vaticano.
“Tutte le volte che i diritti vengono calpestati e
umiliati – ha osservato l’Arcivescovo di Bologna - è preoccupante. Se sono poi
sono le istituzioni, è ancora più preoccupante. Tutte le volte che i diritti
umani vengono violati non possiamo non preoccuparci. Il Cardinale Pizzaballa ci
ha parlato tante volte e in tanti modi di come tutto questo diventi elettrico e
si faccia fatica a riannodare i fili del dialogo e della comprensione”.
Poi un riferimento all’80° anniversario della Repubblica
Italiana, il prossimo 2 giugno. Questa celebrazione – ha chiosato il Cardinale
Zuppi - è “un’opportunità anche per capire la grandezza delle indicazioni che
la Costituente ci ha dato come metodo”. Aci 27
Magnifica Humanitas, la prima enciclica di papa Leone
XIV, rimette al centro la dimensione dell’esistenza e della dignità umana,
umanesimo integrale fondato sul Vangelo, di fronte alla sfida delle potenti
macchine tecnologiche, l’Intelligenza Artificiale. È la dottrina sociale della
Chiesa nell’era della più potente tecnologia, veloce, pervasiva, perfettibile.
È un’Enciclica che ci dice chi siamo, noi esseri umani, e che cosa è
l’Intelligenza Artificiale. La potenza della tecnologia non viene demonizzata
ma viene rimessa al suo posto: non sostituisce l’umano né la coscienza umana.
Il discorso di papa Leone è a più livelli: c’è livello
che riguarda l’uso, la fruizione del potente strumento, quindi che cos’è la IA
e che cosa comporta il suo uso, e il livello di chi ha in mano la tecnologia,
la perfezione, la gestisce, e la vende, quindi il piano che concerne la
collettività e il sociale; qui l’enciclica Magnifica Humanitas asserisce il
principio di sussidiarietà, di giustizia sociale con la necessità di mettere a
disposizione la tecnologia per il bene comune.
Centrale le due immagini bibliche prese a riferimento.
Vogliamo erigere la torre di Babele, che vuole raggiungere Dio, dove gli uomini
che la stanno costruendo non si comprendono più perché non parlano la stessa
lingua? Oppure vogliamo fare come Neemia che si è adoperato insieme ad altri
per la ricostruzione di Gerusalemme?
Neemia è la chiave per leggere Magnifica Humanitas.
Al punto 1 di Magnifica Humanitas si legge infatti:
1. La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di
fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare
la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in
eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia
come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia
promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di
costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo
di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che
si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova
vera luce il mistero dell’uomo». [1] Questa magnifica umanità in Gesù
Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la
strada per crescere verso la pienezza.
Da tempo la IA era nell’agenda del Vaticano. Già papa
Francesco colse la necessità di affrontare il tema nel messaggio per la
Giornata mondiale delle comunicazioni sociali di inizio 2024.
Con Magnifica Humanitas papa Leone XIV si è posto sulla
scia del suo omonimo predecessore Leone XIII che 135 anni prima con Rerum
Novarum aveva scritto la dottrina sociale della Chiesa nell’epoca
dell’industrializzazione.
Papa Leone XIV oggi, (ha firmato la sua Enciclica
appositamente il 15 maggio) aggiorna la dottrina sociale della Chiesa alla luce
della quarta rivoluzione, quella appunto tecnologica digitale che stiamo
vivendo. Nello stesso tempo l’umanesimo integrale di Magnifica Humanitas è
nello stesso orizzonte di senso evangelico dell’ecologia integrale di Laudato
si‘ di Francesco.
Molto interessante la presenza come relatore, ieri
durante la presentazione, di Christopher Olah, il co-fondatore di Anthropic. Un
segno di reciproca consapevolezza del dialogo fra Chiesa e scienza-tecnologia,
la prima per essere nella storia e per l’umanità, la seconda perché senza una
direzione etica la tecnologia e la scienza diventano distruttive. Qualcuno ha
parlato „di momento Oppenheimer“, perché abbiamo fra le mani uno strumento
potentissimo, la IA, come lo era la bomba atomica di Oppenheimer, e dipende
come la usiamo.
La IA non sostituisce le nostre coscienze, il nostro
senso critico, non è un’amica o confidente, non è dio. Ma dipende da come la
usa chi ha nelle mani la „scatola nera“ della IA, come Olah di Anthropic,
dipende dai governi e da quali correttivi mettono in atto affinché gli
strumenti tecnologici, come la IA siano al servizio dell’umanità, dipende
infine e non ultimo, dipende anche dalla nostra consapevolezza di fruitori
essere vigili e fare pressione democratica affinché chi ha la responsabilità
agisca per il bene comune. (pc) del.mci 26
Il Vaticano, la cultura occidentale e il progresso della civiltà umana
Nel corso della storia il Vaticano ha rappresentato molto
più di un centro religioso. È stato uno dei principali pilastri della cultura
occidentale, un luogo in cui si sono custoditi il sapere, la memoria storica,
l’arte e la riflessione morale dell’Europa. Senza il contributo della Chiesa
cattolica sarebbe difficile comprendere la nascita e lo sviluppo di gran parte
della civiltà occidentale così come la conosciamo oggi.
Per secoli monasteri, biblioteche e università legate al
mondo ecclesiastico hanno conservato opere dell’antichità classica che
altrimenti sarebbero andate perdute. I monaci amanuensi copiarono testi greci e
latini, mantenendo viva la tradizione culturale del Mediterraneo. La lingua
latina, strumento di comunicazione internazionale per secoli, venne custodita e
trasmessa proprio attraverso la Chiesa.
Anche le arti trovarono nel Vaticano e nel cristianesimo
una delle loro più grandi fonti di ispirazione. Pittura, scultura, architettura
e musica sacra raggiunsero livelli straordinari grazie al sostegno della Chiesa
cattolica. Le grandi cattedrali europee, gli affreschi del Rinascimento e le
opere musicali liturgiche sono ancora oggi simboli universali di bellezza e
spiritualità.
Ma il contributo della Chiesa non si è limitato alla
cultura artistica. Molti dei grandi progressi morali della civiltà occidentale
si sono sviluppati anche attraverso il pensiero cristiano. Uno degli esempi più
significativi riguarda il lento superamento della schiavitù.
Nel mondo antico la schiavitù era considerata normale in
quasi tutte le civiltà. Il cristianesimo introdusse invece un principio
rivoluzionario: ogni uomo possiede la stessa dignità davanti a Dio. Questo
concetto contribuì lentamente a modificare la coscienza morale dell’Occidente.
Pur tra limiti storici e contraddizioni, numerosi religiosi, missionari e
pontefici si opposero nel tempo alla riduzione dell’essere umano a merce.
Già nel XVI secolo Papa Paolo III affermò che gli
indigeni delle Americhe erano uomini liberi e dotati di piena dignità. Nei
secoli successivi la condanna della tratta degli schiavi divenne sempre più
esplicita fino a influenzare profondamente il pensiero europeo moderno sui
diritti umani.
Accanto a ciò la Chiesa contribuì alla nascita di
ospedali, scuole, università e opere assistenziali. L’idea della cura dei
poveri, dei malati e degli emarginati come dovere morale si diffuse ampiamente
attraverso la tradizione cristiana. Molte strutture sociali ancora oggi
esistenti affondano le loro radici in questa visione della solidarietà umana.
Naturalmente la storia della Chiesa, come quella di ogni
grande istituzione, contiene anche errori e momenti controversi. Tuttavia non
si può ignorare il ruolo centrale che il Vaticano e il cristianesimo hanno
avuto nella costruzione dell’identità culturale e morale dell’Occidente.
Oggi il mondo attraversa una fase di profonda
trasformazione. La velocità tecnologica, il relativismo culturale e le tensioni
internazionali rischiano spesso di indebolire il senso della memoria storica e
dei valori condivisi. In questo contesto il Vaticano potrebbe tornare a
svolgere con maggiore coscienza il proprio ruolo di guida culturale e morale.
Non come potere dominante, ma come punto di riferimento
per il dialogo, la dignità della persona, la pace e la tutela del patrimonio
umano e spirituale. Il Vaticano possiede ancora una straordinaria autorità
simbolica e culturale, capace di unire tradizione e futuro, fede e ragione,
memoria storica e responsabilità contemporanea.
La cultura occidentale non nasce soltanto dall’economia o
dalla tecnica, ma anche da una lunga ricerca spirituale e filosofica sul
significato dell’uomo. Difendere questa eredità significa proteggere non solo
monumenti e libri, ma anche quei valori di umanità, solidarietà e dignità che
hanno contribuito a costruire la civiltà moderna.
Forse oggi più che mai il Vaticano è chiamato a ricordare
all’Occidente le sue radici profonde e il valore universale della cultura come
strumento di pace, crescita morale e speranza per il futuro. Giuseppe Tizza,
de.it.press 28
Leone XIV e il ritorno della Verità di Cristo
Con una forte ispirazione a Giovanni Paolo II e Paolo V,
il Papa rilegge la Dottrina Sociale della Chiesa per un primo approccio a chi
non la conosce - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. “Restiamo fedeli alla verità! Vivendo
immersi in flussi incessanti di informazioni, opinioni, immagini, sappiamo
quanto sia facile orientare decisioni e preferenze attraverso algoritmi sempre
più raffinati. In questo scenario è importante custodire un cuore che ama la
verità, che desidera ciò che è giusto più dei contenuti di maggiore richiamo,
che cerca la sapienza più dell’impatto immediato. La verità che non dobbiamo
perdere è quella su Dio e sull’essere umano, così come Cristo ce li ha
rivelati”.
Forse è questa la frase che meglio segna il significato
della prima enciclica di Papa Leone XIV. Un inviato ai lontani, ai giovani che
non ricordano il Magistero precedente, in particolare direi quello di Giovanni
Paolo II con quid riferimenti nel lungo testo di Leone, alla Misericordia e al
limite dell’uomo e del male.
Un ottimo manuale di dottrina sociale della Chiesa
applicata al mondo di oggi.
Con quelle due immagini bibliche della torre di Babele e
delle Mura di Gerusalemme. Non per chiudere qualcosa, ma per fondare una realtà
che è la Chiesa e per far capire che “un’opera concepita senza riferimento a
Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità” va sostituita con la
comunione che non è omologazione.
Ecco perché Leone scrive che “la Dottrina sociale diventa
una teologia della comunione nella storia; un luogo in cui la Parola,
divenuta carne, continua a farsi dialogo, memoria e profezia”.
E pone la stessa questione di Giovanni Paolo II
aggiornata: “l’IA «rende la vita umana sulla terra, in ogni suo aspetto,
“più umana”? La rende più “degna dell’uomo”?». Se la risposta è “sì”,
allora possiamo riconoscervi una possibilità buona da abitare con
responsabilità, in un cammino di ricostruzione paziente e condivisa, sul
modello della rinascita di Gerusalemme narrata nel libro di Neemia. Se
invece la potenza cresce mentre il cuore si inaridisce e i legami si
spezzano, allora siamo davanti a una nuova forma di Babele: una costruzione
grandiosa, ma disumana”.
La conclusione del testo è il vero cuore del messaggio
del Papa che nelle tante (forse troppe?) pagine del testo crea un ottimo
riassunto con una lettura dalla Dottrina Sociale della Chiesa, dinamica e non
statica, da Leone XIII ad oggi.
Tanti argomenti affrontati con la semplicità di un
articolo di giornale che possono aiutare chi non ha mai affrontato certi temi.
Una pragmaticità che non indulge in particolari, ma indica un cammino che è
semplice: Cristo.
E partendo da Cristo anche per la Chiesa i principii
della Dottrina sociale sono un vero esame di coscienza. Il Papa ricorda cose
antiche e nuove, rilegge alcuni momenti della vita della Chiesa alla luce di
una rinnovata civiltà dell’amore come insegnava Papa Paolo VI. Una civiltà che
non coltiva contrapposizioni, ma dialogo e comunione. Non Babele, ma
Gerusalemme. Le due città, di Dio e dell’Uomo come scriveva Sant’ Agostino.
Il testo si legge come un bel saggio, un po’ alla volta
per non dimenticare quello che ha detto e fatto nei secoli anche riconoscendo
gli errori, ma con la certezza che senza Dio non c’è futuro per l’uomo. Aci 25
Una dottrina sociale per disarmare l’IA. “Magnifica Humanitas”, la prima
Enciclica di Leone XIV
La prima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas,
offre una cornice morale e teologica per leggere le grandi trasformazioni del
nostro tempo. Il testo dell’enciclica richiama più volte la necessità di
custodire «la vera dignità e grandezza dell’uomo» – come ebbe a scrivere Leone
XIII nella Rerum novarum (15 maggio 1891, n. 20) – dalle antiche e nuove
pretese di «abusarne come di cosa a scopo di guadagno» (n. 16).
Dopo 135 anni, la Magnifica Humanitas di Leone XIV pone
al centro della riflessione e dell’azione il compito affidato a ogni
generazione «di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come
luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e
la fraternità resa possibile» (n. 1). Nell’epoca della Quarta rivoluzione
industriale – dell’Industria 4.0 e, soprattutto, della Intelligenza artificiale
(IA) – ciò si traduce anche nella necessità di «adottare strumenti normativi adeguati,
capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del
potere tecnologico» (n. 5).
Perché, come il Pontefice espone con forza, «non possiamo
considerare l’IA moralmente neutra. […] Per questo, il discernimento etico non
può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o
cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di
persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano”
(n. 104). Pertanto, siccome «l’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere
con cui dobbiamo fare i conti […] non basta regolarla: va disarmata e resa
ospitale» (n.110).
In questo ampio quadro, «spezzare le catene delle nuove
schiavitù» (n. 173) e «costruire la pace nella giustizia» (n. 213) sono appelli
che ricorrono nel testo come orientamenti etici per affrontare le crescenti
contraddizioni del nostro tempo.
Migrazioni, dignità e responsabilità comune
«In questa prospettiva, la giustizia sociale chiede di
guardare alle persone e ai popoli a partire da chi è più vulnerabile: poveri,
migranti, rifugiati, sfollati interni, vittime di violenza, persone che vivono
in periferie urbane o esistenziali» (n. 78). Le migrazioni, in particolare,
intrecciano sempre più saldamente ferite e speranze dei singoli e di interi
popoli (n. 42), dignità umana, sogni, conflitti, povertà ed emergenza
ambientale alle numerose responsabilità politiche e pastorali.
Nel volgere lo sguardo alla «magnifica umanità creata da
Dio», l’enciclica di Leone XIV evidenzia come ogni persona sia immagine di Dio
e possegga una dignità inviolabile. Da qui, l’affermazione dell’«altissimo
valore dei diritti umani» (n. 54) e la necessità di giungere a politiche che li
rispettino e tutelino. Applicato alla mobilità umana, questo principio implica
che i migranti non siano trattati come meri fattori economici, problemi
amministrativi o elementi di turbamento della sicurezza pubblica, ma come
soggetti titolari di diritti fondamentali e di una dignità che richiede
protezione e accoglienza.
Guerre, violenza e spostamenti forzati
Magnifica Humanitas denuncia il crescente numero di
«conflitti di una ferocia impressionante, che hanno spesso coinvolto in modo
massiccio le popolazioni civili, causando vittime innocenti, ondate di
profughi, destabilizzazione sociale e ferite di lunga durata» (n. 189). Risuona
con forza la responsabilità di disarmare le parole, pratiche e sempre più
spesso tecnologie che alimentano i conflitti.
Se le guerre si confermano tra le cause principali delle
migrazioni forzate, l’enciclica invita a promuovere ad ogni livello «fedeltà
piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione» (n. 213). Un
orizzonte che richiede politiche di prevenzione, protezione dei civili e
percorsi di reintegrazione per chi fugge. Poiché molte migrazioni sono effetto
di conflitti, la promozione del dialogo e della pace nella «crisi del sistema
multilaterale» (n. 201) si conferma un’azione imprescindibile.
Povertà, sviluppo e destinazione universale dei beni
Richiamando il principio della destinazione universale
dei beni e lo sviluppo umano integrale (n. 14), il testo sottolinea che le
disuguaglianze economiche e l’ingiustizia distributiva spingono molte persone a
lasciare le proprie terre di origine. L’approccio ad un fenomeno tanto umano e
storico non può rinchiudersi nel solo ambito securitario: occorre «una
corresponsabilità coraggiosa» che valorizzi «la cooperazione tra generazioni,
tra popoli, tra discipline e culture come via maestra per far crescere stabilità,
prosperità e pace» (n. 13); servono investimenti nella cooperazione
internazionale, nella creazione di opportunità locali e in politiche che
riducano le cause strutturali delle migrazioni forzate.
Solidarietà nel bene comune
In questo senso, la dottrina sociale proposta nella
Magnifica humanitas insiste sul principio della solidarietà come criterio per
orientare le scelte personali, sociali e politiche. Per le migrazioni ciò
significa promuovere percorsi di accoglienza, partecipazione e condivisione
delle responsabilità tra Stati e comunità. La promozione umana si delinea come
priorità etica: l’enciclica invita a soffermarsi sul ruolo di ogni persona come
portatrice di valore. Le comunità cristiane e le istituzioni civili sono chiamate
a tradurre questa visione in pratiche concrete di accompagnamento e difesa
della persona contro mercificazione e sfruttamento.
Di fronte all’emergere di nuove tecnologie che danno
l’illusione di travalicare la dimensione umana, «la lotta contro le nuove
schiavitù è un banco di prova decisivo per il discernimento etico dell’IA e
della trasformazione digitale» (n. 174). Le persone migranti sono
particolarmente vulnerabili a traffici, abusi e sfruttamento lavorativo:
salvaguardare la «dignità inalienabile di ogni essere umano e il bene comune»
(ibid.) significa contrastare queste dinamiche a vantaggio di tutti.
Tessitori di speranza lungo le rotte dell’uomo
L’enciclica Magnifica Humanitas non offre soluzioni
tecniche immediate, ma propone un orizzonte etico e teologico che rende
inaccettabile ogni risposta che ignori la dignità della persona, anche
migrante. Custodire l’umano significa impegnarsi concretamente
nell’edificazione di politiche e culture che vedano nello spostamento di
uomini, donne e minori non soltanto una sfida da gestire, ma un’occasione per
esercitare la fraternità, la giustizia e la responsabilità condivisa.
«In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere
collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di
processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità» (n. 233).
Come recita il testo, la storia è il luogo in cui il Vangelo interpella e
accompagna l’esperienza umana (n. 2): rispondere alle migrazioni con umanità è
dunque parte integrante della testimonianza cristiana nel mondo contemporaneo.
È ciò che ci rende «tessitori di speranza nel nostro mondo» (n. 245). (Simone
Varisco) Migr. 25
Magnifica Humanitas. Papa Leone: l’umanità preservi la propria bellezza
nell’epoca dell’IA
I primi due capitoli dell'enciclica ripercorrono il
cammino della Dottrina Sociale della Chiesa - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. È stata pubblicata la prima enciclica
di Papa Leone XIV: “Magnifica Humanitas”. Una lettera enciclica, divisa in
cinque capitoli con introduzione e conclusione, che rivede la Dottrina sociale
della Chiesa ai tempi dell’intelligenza artificiale, ma soprattutto una
enciclica sulla “custodia della persona umana nel tempo dell’IA”. Un appello
affinché l’intelligenza artificiale serva l’umanità e non il potere di pochi.
L’enciclica di Papa Leone XIV è stata firmata e
pubblicata nel 135° anniversario della “Rerum novarum”, “Delle cose nuove"
di Papa Leone XIII. Un filo conduttore particolare con il predecessore che
viveva forti cambiamenti durante la sua epoca e ora quella “magnifica umanità
abitata da Dio” deve promuovere verità, dignità del lavoro, giustizia sociale e
pace ai tempi di una nuova sfida: l’intelligenza artificiale.
Nell’Introduzione il Papa è chiaro: all’alba delle nuove
tecnologie “vogliamo individuare nuove strade per il bene comune e la
promozione di una vita dignitosa per tutti”. Anche nell’Introduzione il Papa
parte da Leone XIII che “ha dato impulso”, con la Rerum Novarum, ad una
riflessione “sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo
“Dottrina sociale della Chiesa”.
Come per Leone XIII anche per il Pontefice la Dottrina
sociale della Chiesa è essenziale per il magistero e per i popoli. “Sono
trascorse molte decadi da allora, e il Magistero, i pastori, i teologi e i
fedeli hanno continuato a riflettere sulle questioni sociali alla luce del
Vangelo. Oggi la Dottrina sociale della Chiesa è un patrimonio di saggezza, ove
troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti
concreti per agire. Essa si fonda sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione e,
in dialogo con le scienze, ci aiuta a leggere con lucidità le sfide del
presente, individuando percorsi adeguati per vivere una testimonianza cristiana
limpida, con gioia e al servizio del mondo”, si legge nell’Introduzione di
Magnifica Humanitas.
Ma quali sono le res novae del nostro tempo? “Se a suo
tempo Leone XIII parlava di nuove questioni (rerum novarum), oggi non possiamo
semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio
la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in
particolare i progressi della tecnica. Negli ultimi anni è divenuto sempre più
evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza
artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. Lo sviluppo
tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle
condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha
mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando
non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione
nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si
innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e
incidono in profondità sull’immaginario collettivo”, si legge ancora
nell’Introduzione della prima enciclica di Magnifica Humanitas.
E noi popolo di Dio davanti alle res novae? Nel punto 5
dell’Introduzione il Papa spiega: “Ora tocca a noi assumere con lucidità e
responsabilità le sfide del nostro tempo. È necessario adottare strumenti
normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti
distorsivi del potere tecnologico. Ma la questione non si esaurisce nella
regolamentazione. Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare
l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori
privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento
superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto
inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da
discernere, governare e orientare al bene comune”.
Dunque i tempi sono cambiati. Ed “occorre avviare un
discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali
delle trasformazioni in atto” perché “la maggior parte delle persone rimane in
attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio”.
Il Papa utilizza due icone bibliche per rappresentare
questo momento: la costruzione della torre di Babele e la ricostruzione delle
mura di Gerusalemme. Perché “la tecnologia può curare, connettere, educare,
custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove
ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi
dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale,
perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo
la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare
Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il
cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per
rialzare le mura della convivenza fraterna”, scrive ancora Papa Leone XIV.
“Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la
dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione,
abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore
quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in
Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero
progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, a un’intelligenza
disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò
che separa”, è chiaro il Pontefice nell’Introduzione di Magnifica Humanitas.
Il primo Capitolo della enciclica si chiama “Un pensiero
dinamico fedele al Vangelo” e si riferisce al cammino attraverso il quale la
Dottrina sociale della Chiesa ha preso forma nel Magistero recente dei Papi e
del Concilio Vaticano II.
Nel primo capitolo vengono più volte nominati San
Giovanni Paolo II e Papa Francesco perché entrambi ribadiscono che “non conta
anzitutto occupare spazi di potere o presidiare roccaforti culturali, ma
avviare processi di bene e lasciarli maturare; così la verità del Vangelo non
si impone dall’alto, ma cresce nel tempo, dentro l’intreccio concreto delle
vite, delle comunità e delle culture”.
Papa Leone ricorda che l’espressione “Dottrina sociale
della Chiesa” fu impiegata per la prima volta da Pio XII nel 1950, ma il
contenuto che essa racchiude, inteso come corpus organico di insegnamenti
sociali, ha cominciato a delinearsi con l’Enciclica Rerum novarum di Leone
XIII. Come riportato nel paragrafo 30 del primo capitolo “l’Enciclica Rerum
novarum di Leone XIII costituisce una pietra miliare nell’evoluzione del
Magistero sociale”.
“Sebbene molte condizioni storiche descritte da Leone
XIII siano mutate, restano di grande attualità almeno due acquisizioni: il
primato del lavoro umano su ogni logica puramente produttiva o finanziaria, con
la conseguente attenzione alle persone e alle famiglie maggiormente esposte
allo sfruttamento, e il nesso inscindibile tra annuncio evangelico e ricerca di
un ordine sociale più giusto. Così Rerum novarum continua a ricordarci che non
c’è autentica evangelizzazione che non tocchi anche le strutture della
convivenza umana”, scrive ancora Papa Leone XIV nel primo capitolo della sua
enciclica.
Poi viene nominata anche l’Enciclica “Quadragesimo anno”
di Pio XI del 1931, scritta nel pieno della grande crisi economica mondiale.
Essa “denuncia la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi;
critica sia la concorrenza senza limiti sia quei progetti collettivistici che
annullano la libertà e la responsabilità delle persone; richiama con forza il
diritto di associazione dei lavoratori e ribadisce l’esigenza che il salario
sia proporzionato non solo alla prestazione, ma alle necessità del lavoratore e
della sua famiglia”. Molto di allora c’è nei tempi di oggi.
Infatti il Papa sottolinea sempre nel primo capitolo:
“Per il nostro tempo restano particolarmente attuali almeno tre intuizioni del
suo insegnamento sociale: la consapevolezza che le ingiustizie non riguardano
solo i comportamenti individuali ma anche le strutture economiche e
istituzionali; il valore del principio di sussidiarietà, che invita a
rafforzare il tessuto associativo e comunitario, evitando nuove concentrazioni
di potere; e il legame tra dignità del lavoro, giusta retribuzione e
possibilità reale per le famiglie di condurre una vita umana decorosa”.
Nel paragrafo 33 il Papa accenna a “Mater et magistra” e
“Pacem in terris” di San Giovanni XXIII. “Collega in modo organico la dignità
della persona al riconoscimento di diritti e doveri fondamentali e propone un
ordine della convivenza – anche sul piano internazionale – fondato su verità,
giustizia, amore e libertà”, cita Papa Leone XIV.
Arriviamo a Paolo VI. Con la “Octogesima adveniens”. “Per
la Dottrina sociale della Chiesa, il lascito più esigente di Paolo VI è proprio
questo: finché nel mondo vi saranno popoli esclusi da uno sviluppo degno
dell’essere umano, la comunità cristiana non potrà accontentarsi di proclamare
la pace in astratto, ma dovrà lasciare che il Vangelo giudichi, a partire da
chi ne resta ai margini, quelle strutture economiche e politiche che, come
avrebbe ricordato Giovanni Paolo II, possono diventare vere e proprie «strutture
di peccato» perché nessuna persona e nessun popolo sia trattato come
sacrificabile nei processi di sviluppo”, scrive il Pontefice in Magnifica
Humanitas.
Successivamente il Papa affronta anche “il cammino della
Dottrina sociale della Chiesa” compiuto nel Magistero recente. E nel paragrafo
39 cita la Centesimus annus di Giovanni Paolo II. “Per la Dottrina sociale
della Chiesa rimane così un’eredità particolarmente attuale: l’affermazione del
legame tra dignità del lavoro, solidarietà tra i popoli e valutazione critica
di democrazia ed economia di mercato continua a offrire criteri per giudicare
le nuove forme di sfruttamento, di esclusione e di crisi della rappresentanza
politica”, si legge sempre nel Primo Capitolo.
Poi si passa a Benedetto XIV dove nella enciclica sociale
“Caritas in veritate” pone al centro la carità. “La novità del suo
contributo sta nel mostrare che sviluppo, giustizia, istituzioni e mercato non
sono realtà neutre, ma luoghi in cui la carità nella verità deve prendere forma
storica. Per l’oggi, segnato da disuguaglianze crescenti, pressione dei mercati
finanziari, crisi ambientale e sfiducia nella politica, questo insegnamento
resta attuale perché chiede di giudicare ogni modello di sviluppo sulla sua
capacità di essere inclusivo e sostenibile, di ricomporre il rapporto tra
economia e politica attorno al bene comune e di riconoscere alla carità un
ruolo critico e generativo nella vita pubblica”, scrive Papa Leone sempre nel
primo capitolo.
In ultimo Papa Francesco. “Di fronte alla disgregazione
del tessuto sociale, alla “guerra mondiale a pezzi”, alla globalizzazione
individualista e alle conseguenze della pandemia sui legami comunitari,
Francesco rilancia in Fratelli tutti il sogno di un’umanità che sappia
scegliere l’amicizia sociale e la fraternità universale”, ricorda Papa Leone
XIV.
Il secondo capitolo dell’enciclica Magnifica Humanitas è
sostanzialmente un ripasso dei fondamenti e dei principi della Dottrina Sociale
della Chiesa: l’uguale dignità di tutti gli esseri umani, l’altissimo valore
dei diritti umani, il principio del bene comune, il principio di sussidiarietà,
quello della solidarietà e della giustizia sociale.
“Nel proporre queste riflessioni, desidero
anzitutto aiutare i fedeli laici e tutte le donne e gli uomini di buona volontà
a riscoprire il proprio compito di portare nel quotidiano, nei rapporti
familiari, nel lavoro e nella partecipazione sociale, i principi che mi accingo
a richiamare, lasciandosi animare dall’intento di incarnare l’amore di Dio
nella trama concreta della storia. Allo stesso tempo, vorrei incoraggiare
accademie e università a ridare slancio a tali principi, ripensandoli in modo aderente
all’oggi ed efficace nel fronteggiare la rivoluzione digitale”, spiega il
Pontefice nel secondo capitolo.
Per Papa Leone “la Dottrina sociale non è soltanto una
parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la Chiesa, casa
e scuola di comunione, sempre chiamata a verificare che i principi esposti in
questo capitolo siano vissuti anzitutto al suo interno. Il bene comune, in
ambito ecclesiale, prende il volto di uno stile sinodale per la missione a
servizio del Regno”
L’appello forte del Papa nell’Introduzione che sintetizza
il fine stesso dell’enciclica: “A tutti i fedeli cattolici, a tutti i
cristiani, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà rivolgo un accorato
appello: non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo. Come
Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza,
rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle
nostre scelte. crollare. E, con animo di pastore e di padre, chiedo a tutti di
fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unire le forze per edificare nel
bene, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa
riconoscere ancora una volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio
desidera abitare”. Aci 25
Una dottrina sociale per disarmare l’IA. “Magnifica Humanitas”, la prima
Enciclica di Leone XIV
La prima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas,
offre una cornice morale e teologica per leggere le grandi trasformazioni del
nostro tempo. Il testo dell’enciclica richiama più volte la necessità di
custodire «la vera dignità e grandezza dell’uomo» – come ebbe a scrivere Leone
XIII nella Rerum novarum (15 maggio 1891, n. 20) – dalle antiche e nuove
pretese di «abusarne come di cosa a scopo di guadagno» (n. 16).
Dopo 135 anni, la Magnifica humanitas di Leone XIV pone
al centro della riflessione e dell’azione il compito affidato a ogni
generazione «di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come
luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e
la fraternità resa possibile» (n. 1). Nell’epoca della Quarta rivoluzione
industriale – dell’Industria 4.0 e, soprattutto, della Intelligenza artificiale
(IA) – ciò si traduce anche nella necessità di «adottare strumenti normativi adeguati,
capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del
potere tecnologico» (n. 5).
Perché, come il Pontefice espone con forza, «non possiamo
considerare l’IA moralmente neutra. […] Per questo, il discernimento etico non
può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o
cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di
persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano”
(n. 104). Pertanto, siccome «l’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere
con cui dobbiamo fare i conti […] non basta regolarla: va disarmata e resa
ospitale» (n.110).
In questo ampio quadro, «spezzare le catene delle nuove
schiavitù» (n. 173) e «costruire la pace nella giustizia» (n. 213) sono appelli
che ricorrono nel testo come orientamenti etici per affrontare le crescenti
contraddizioni del nostro tempo.
Migrazioni, dignità e responsabilità comune
«In questa prospettiva, la giustizia sociale chiede di
guardare alle persone e ai popoli a partire da chi è più vulnerabile: poveri,
migranti, rifugiati, sfollati interni, vittime di violenza, persone che vivono
in periferie urbane o esistenziali» (n. 78). Le migrazioni, in particolare,
intrecciano sempre più saldamente ferite e speranze dei singoli e di interi
popoli (n. 42), dignità umana, sogni, conflitti, povertà ed emergenza
ambientale alle numerose responsabilità politiche e pastorali.
Nel volgere lo sguardo alla «magnifica umanità creata da
Dio», l’enciclica di Leone XIV evidenzia come ogni persona sia immagine di Dio
e possegga una dignità inviolabile. Da qui, l’affermazione dell’«altissimo
valore dei diritti umani» (n. 54) e la necessità di giungere a politiche che li
rispettino e tutelino. Applicato alla mobilità umana, questo principio implica
che i migranti non siano trattati come meri fattori economici, problemi
amministrativi o elementi di turbamento della sicurezza pubblica, ma come
soggetti titolari di diritti fondamentali e di una dignità che richiede
protezione e accoglienza.
Guerre, violenza e spostamenti forzati
Magnifica humanitas denuncia il crescente numero di
«conflitti di una ferocia impressionante, che hanno spesso coinvolto in modo
massiccio le popolazioni civili, causando vittime innocenti, ondate di
profughi, destabilizzazione sociale e ferite di lunga durata» (n. 189). Risuona
con forza la responsabilità di disarmare le parole, pratiche e sempre più
spesso tecnologie che alimentano i conflitti.
Se le guerre si confermano tra le cause principali delle
migrazioni forzate, l’enciclica invita a promuovere ad ogni livello «fedeltà
piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione» (n. 213). Un
orizzonte che richiede politiche di prevenzione, protezione dei civili e
percorsi di reintegrazione per chi fugge. Poiché molte migrazioni sono effetto
di conflitti, la promozione del dialogo e della pace nella «crisi del sistema
multilaterale» (n. 201) si conferma un’azione imprescindibile.
Povertà, sviluppo e destinazione universale dei beni
Richiamando il principio della destinazione universale
dei beni e lo sviluppo umano integrale (n. 14), il testo sottolinea che le
disuguaglianze economiche e l’ingiustizia distributiva spingono molte persone a
lasciare le proprie terre di origine. L’approccio ad un fenomeno tanto umano e
storico non può rinchiudersi nel solo ambito securitario: occorre «una
corresponsabilità coraggiosa» che valorizzi «la cooperazione tra generazioni,
tra popoli, tra discipline e culture come via maestra per far crescere stabilità,
prosperità e pace» (n. 13); servono investimenti nella cooperazione
internazionale, nella creazione di opportunità locali e in politiche che
riducano le cause strutturali delle migrazioni forzate.
Solidarietà nel bene comune
In questo senso, la dottrina sociale proposta nella
Magnifica humanitas insiste sul principio della solidarietà come criterio per
orientare le scelte personali, sociali e politiche. Per le migrazioni ciò
significa promuovere percorsi di accoglienza, partecipazione e condivisione
delle responsabilità tra Stati e comunità. La promozione umana si delinea come
priorità etica: l’enciclica invita a soffermarsi sul ruolo di ogni persona come
portatrice di valore. Le comunità cristiane e le istituzioni civili sono chiamate
a tradurre questa visione in pratiche concrete di accompagnamento e difesa
della persona contro mercificazione e sfruttamento.
Di fronte all’emergere di nuove tecnologie che danno
l’illusione di travalicare la dimensione umana, «la lotta contro le nuove
schiavitù è un banco di prova decisivo per il discernimento etico dell’IA e
della trasformazione digitale» (n. 174). Le persone migranti sono particolarmente
vulnerabili a traffici, abusi e sfruttamento lavorativo: salvaguardare la
«dignità inalienabile di ogni essere umano e il bene comune» (ibid.) significa
contrastare queste dinamiche a vantaggio di tutti.
Tessitori di speranza lungo le rotte dell’uomo
L’enciclica Magnifica humanitas non offre soluzioni
tecniche immediate, ma propone un orizzonte etico e teologico che rende
inaccettabile ogni risposta che ignori la dignità della persona, anche
migrante. Custodire l’umano significa impegnarsi concretamente
nell’edificazione di politiche e culture che vedano nello spostamento di
uomini, donne e minori non soltanto una sfida da gestire, ma un’occasione per
esercitare la fraternità, la giustizia e la responsabilità condivisa.
«In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere
collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di
processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità» (n. 233).
Come recita il testo, la storia è il luogo in cui il Vangelo interpella e
accompagna l’esperienza umana (n. 2): rispondere alle migrazioni con umanità è
dunque parte integrante della testimonianza cristiana nel mondo contemporaneo.
È ciò che ci rende «tessitori di speranza nel nostro mondo» (n. 245). (Simone
Varisco) migr. 25
Con la presentazione dell'Enciclica di papa Leone comincia il dibattito
sull'IA
Una presentazione stamane, nell'aula del Sinodo in
Vaticano, che ha coinvolto diverse voci: dai cardinali alle menti dell'IA - Di
Antonio Tarallo
Città del Vaticano. Evento singolare, se non unico,
quello di stamane nell'aula del Sinodo in Vaticano: la presentazione
dell'Enciclica di papa Leone XIV, documento atteso, in cui il pontefice ha
voluto concentrare l'attenzione della Chiesa su un tema ormai sulla bocca di
tutti, l'IA, ossia l'intelligenza artificiale. Una presentazione alla quale lo
stesso papa Leone XIV ha voluto partecipare con un intervento. Già nella prima
mattina, tanti gli editoriali e le parole su questo documento che reca la firma
del pontefice, la sua prima Enciclica. Desta attenzione mediatica, e per gli
esperti delle “cose” vaticane.
Una presentazione ricca di interventi che si sono
alternati attorno alle pagine del documento pontificio. Sono stati tre, i
cardinali, che hanno “illustrato” le parole del papa: il cardinale segretario
di Stato, Pietro Parolin, per primo; poi i cardinali Michael Czerny, prefetto
del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, e Víctor Manuel
Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. Parolin nel ruolo
di moderatore di questo evento che potrebbe considerarsi “a tutti gli effetti”
una tavola rotonda. Ma prima di questa, lo stesso porporato si è soffermato
inevitabilmente sulla “transizione digitale”, nella quale “come in un prisma”
convergono diversi temi del nostro oggi come la dignità della persona, il
lavoro, la libertà, la qualità dei legami sociali, la pace, la giustizia, la
responsabilità verso la casa comune. Una relazione, quella di Parolin, che ha
sottolineato l'importanza dell'attenzione della Chiesa sui temi che l'Enciclica
ha presentato. Si sta evolvendo e sta vendendo una sua “rinascita” la Dottrina
sociale della Chiesa.
Su tre parole si è snodato, invece, l'intervento del
cardinale Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano
integrale: “Ingegno, coscienza e cura”. L'IA “è un cantiere”, ha detto il
porporato e questa “può sostenere la cura della nostra casa comune e servire lo
sviluppo dei popoli”. Ma, allo stesso tempo, “può concentrare il potere,
esacerbare le disuguaglianze e lasciare indietro coloro che si trovano già ai
margini”. Bisogna, dunque, stare attenti da queste possibili nocive direzioni.
Una lettura sul presente è stata invece presentata dal
cardinale Fernández: guarda all'umanità ferita da guerre e odii. Ha parlato di
nuove forme di schiavitù, da cinismo e crudeltà. A questa crudeltà - dice il
prefetto del Dicastero per la Cultura - è necessario rispondere anche con la
bellezza, come la stessa enciclica ricorda. Come alcuni nomi che hanno fatto la
santità: si pensi solamente a quello di madre Teresa di Calcutta, fra tutte. Ma
non solo: altri nomi, quelli di Dorothy Day, Marie Curie, Elisabeth Elliot. E
tanti altri. Assieme ai loro nomi che hanno umanizzato l'umanità ci sono quelli
“ignoti”, quelli che affrontano la vita ogni giorno con tenacia e perseveranza,
con amore: sono le persone “comuni” che si adoperano per il bene della civiltà.
E poi, gli esperti del campo. Tutti nomi autorevoli del
mondo delle nuove tecnologie sono intervenuti stamane alla presentazione della
prima enciclica di Leone XIV. Nomi che hanno dietro le spalle un passato di
studio e sul campo delle nuove tecnologie: un apporto interessante che ha reso
la mattinata un vero e proprio convegno non solo sulla stessa enciclica ma sul
vasto ventaglio di proposte che l'IA serba per il futuro.
I nomi, dunque, portatori di esperienze: Christopher
Olah, cofondatore di "Anthropic" e responsabile della ricerca
sull'interpretabilità dell'IA; Anna Rowlands, professoressa di Teologia
politica, Dottrina sociale della Chiesa ed Etica teologica delle migrazioni
umane presso il Dipartimento di Teologia e Religione della Durham University,
in Inghilterra; Leocadie Lushombo, professoressa di Teologia politica e
Pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology della Santa
Clara University, in California.
Christopher Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile
della ricerca sull'interpretabilità dell'IA sull'IA: "E' un po' come dare
vita a un personaggio di fantasia. E ora stiamo entrando in un mondo
straordinario in cui questi personaggi di fantasia ci parlano, sono attivi,
hanno un lavoro". La Lushombo invita soprattutto a non perdere i propri
valori umani a causa dell'IA, che rende l'apprendimento transazionale. Questo è
uno dei passaggi sottolineati proprio dall'enciclica. La professoressa Rowlands
loda l'attività della Chiesa sul tema dell'IA perché è proprio compito della
comunità ecclesiale quello di “accompagnare l'umanità mentre si affanna per
raggiungere il suo vero bene e di promuovere l'unità”.
Voci, volti, esperienze. Tutto in un dibattito, quello di
stamane, che sembra divenire preludio di un dibattito ancora più vasto.
Capiremo nei prossimi giorni, nei prossimi mesi, nei prossimi anni, cosa
avverrà. Aci 25
Papa Leone XIV: lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra
La Messa di Pentecoste nella basilica di San Pietro in
Vaticano - Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano. Pentecoste, solennità importante per
tutta la Chiesa. La basilica di San Pietro in Vaticano è colma di gente. Soffia
il vento dello Spirito Santo, e la luce filtra, luminosa dalla bellissima
vetrata variopinta con i colori del "fuoco", rosso e giallo, posta
dietro il Trono di Pietro, capolavoro del Barocco.
L'omelia di papa Leone XIV comincia dal commento del
Vangelo di oggi (il Vangelo di Giovanni, capitolo 20) che "ci porta
nuovamente al primo giorno della settimana, cioè a quel giorno nuovo nel quale
Gesù risorto appare ai discepoli mostrando loro le mani e il fianco. Il Signore
rivela il suo corpo glorioso, precisamente le sue piaghe, le ferite della
crocifissione. Questi segni della passione, più eloquenti di qualsiasi
discorso, sono trasfigurati: Colui che era morto vive per sempre" così il
pontefice.
Si sofferma sulla reazione dei discepoli che “tornano a
vivere”. Gli stessi discepoli che “si erano sepolti nel cenacolo pieni di
paura, ma Gesù vi ??entra nonostante le porte chiuse e li riempie di gioia”.
Questo passaggio è simbolo di qualcosa di ancor più grande: “Passa attraverso
la nostra morte, apre il sepolcro e lo spalanca dove per noi non c'era più via
d'uscita” precisa il pontefice.
Il cenacolo, simbolo per eccellenza di questa solennità
di oggi: il cenacolo con la Vergine Maria ei discepoli di Cristo. In quel
cenacolo - dice papa Leone XIV - Gesù “ha istituito l'alleanza nuova ed eterna,
Gesù effonde lo Spirito: il luogo della cena e del tradimento si trasforma e,
da sepolcro degli Apostoli, diventa per tutta la Chiesa grembo di
risurrezione”. E, continua: “Perciò la Pentecoste è festa pasquale e festa del
corpo di Cristo, che per grazia siamo noi”.
E poi si sofferma su tre aspetti: il primo, lo Spirito
del Risorto è lo Spirito della pace . Sottolinea, per questo tema che “nella
sua Pasqua Cristo fa pace tra Dio e l'umanità, e lo Spirito Santo la infonde
nei cuori e la diffusione nel mondo”. Una pace che “viene dal perdono e ci
porta al perdono: inizia col perdono donato da Gesù stesso, che è stato da noi
tradito, condannato, crocifisso”.
Un secondo aspetto, lo Spirito del Risorto è lo Spirito
della missione . A riguardo ricorda le parole del Vangelo, ancora una volta:
“Come il Padre ha mandato me anche io mando voi”. E' espressione che anche noi
veniamo coinvolti nella missione di Cristo. E in questa missione possiamo
contare proprio sullo Spirito Santo che “è la vivente carità di Cristo che ci
pervade, ci sprona, ci sostiene nella missione”. Ed è sempre con la forza dello
Spirito che "il nostro annuncio diventa colmo di gioia e di speranza,
perché noi, proprio noi siamo la novità del mondo, la luce e il sale della
terra. Non certo per nostro merito, né per privilegio, ma per la parola del
Signore, che santifica il peccatore, risana il lebbroso, fa di chi lo ha
rinnegato un apostolo". E, un passaggio, importante per comprendere bene
il "fulcro"-"fuoco" dello Spirito: "Lo Spirito Santo
illumina le menti e suscita nei cuori nuove energie di vita. È così che
trasfigura la storia aprendola alla salvezza, cioè al dono che l’unico Signore
condivide con tutti. La missione della Chiesa attesta tale condivisione,
trasformando la confusione del mondo in comunione con Dio e tra di noi".
L'ultimo aspetto, lo Spirito del Risorto è lo Spirito
della verità . Papa Leone XIV ricorda che è il Signore stesso che "ce l'ha
promesso, chiedendo unità per la sua Chiesa, un'unità fondata sull'amore di
Dio, sorgente del nostro amore. Lo Spirito, che ha parlato per mezzo dei
profeti, promuove sempre l'unità nella verità, suscita perché in noi
comprensione, concordia e coerenza di vita". E, in merito, cita
sant'Agostino: “Lo Spirito Santo volle che questo fosse il segno della sua
presenza”. E' lo Spirito Santo - aggiunge - che "ci difende
allora da tutto ciò che ostacola questa intesa: dalle faziosità, dalle
ipocrisie, dalle mode che annebbiano la luce del Vangelo. La verità che Dio ci
dona resta così parola liberante per tutti i popoli, messaggio che trasforma
dall'interno ogni cultura". Lo Spirito del Risorto non viene “effuso una
volta e poi basta, ma costantemente”: un rinnovo continuo, costante,
quotidiano. Così come l'Eucaristia stessa, “presenza viva di Cristo, che sempre
ci nutre, così lo Spirito Santo imprime in noi il suo carattere nel Battesimo,
che ci fa cristiani”.
Ma non manca il riferimento al mondo presente, allo
scenario internazionale. Questo pensiero di papa Leone XIV diviene, allora,
preghiera: "Preghiamo oggi che lo Spirito del Risorto ci salvi dal
male della guerra, che viene vinta non da una superpotenza, ma
dall'Onnipotenza dell'amore. Preghiamo che liberi l'umanità dalla miseria, che
viene riscattata non da una ricchezza incalcolabile, ma da un dono
inesauribile. Preghiamolo di guarirci dalla piaga del peccato, per la
redenzione annunciata a tutti i popoli nel nome di Gesù. È questa la grazia che
infonde coraggio agli Apostoli: lo infonda anche a noi, oggi e sempre, per
intercessione di Maria, Madre della Chiesa”.
E nelle labbra dei fedeli, sommessamente, internamente,
vibra un “Amen”. E' il loro Amen. Il nostro Amen. L'Amen della Chiesa tutta.
Aci 24
Papa Leone XIV è arrivato nella "Terra dei
fuochi". "Non più fuoco che distrugge, ma fuoco che ravviva" -
Di Veronica Giacometti
Acerra. Papa Leone XIV è arrivato nella Terra dei fuochi.
È il primo Papa nella storia ad incontrare quella popolazione che da anni lotta
contro lo smaltimento dei rifiuti in maniera illegale che provoca “fuochi”,
ovvero roghi tossici che inquinano pesantemente l’ambiente e le persone. Anche
se a questa terra non piace essere chiamata “Terra dei Fuochi”.
Ad Acerra il Papa arriva intorno alle ore 8.45, atterra
nel campo sportivo “ Arcoleo” ed è subito accolto dal Vescovo di Acerra, Mons.
Antonio Di Donna. Ci sono anche l’On. Alfredo Mantovano, Sottosegretario
di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e anche l’On. Roberto Fico,
Presidente della Regione Campania. Ci sono anche Tito d’Errico, Sindaco di
Acerra.
Tante dunque le autorità politiche locali, proprio a
sottolineare l’attenzione verso questa terra spesso dimenticata. Sono tante le
emergenze che affliggono questa aerea vicino Napoli, come quella della
criminalità, della povertà e da qualche decennio anche l’emergenza
dell’inquinamento.
Papa Leone XIV è qui anche per festeggiare un
anniversario importante, quello dell'11° anniversario della pubblicazione
dell'enciclica "Laudato si'" di Papa Francesco. Come ha
ricordato anche il Vescovo di Acerra ad ACI stampa / EWTN News, qui sarebbe
dovuto venire proprio Papa Francesco per il 5 anniversario dell’enciclica, ma
la pandemia ha bloccato tutto. Ma oggi Papa Leone XIV è qui, a dare
supporto a questi popoli che ogni giorno lottano contro l’indifferenza di
tanti.
Papa Leone XIV dal campo sportivo si trasferisce subito
in auto alla Cattedrale di Santa Maria Assunta di Acerra, dove incontra i
Vescovi, il Clero, i Religiosi e le famiglie delle vittime di inquinamento
ambientale. Sono circa 12mila i fedeli presenti oggi.
“Oggi vogliamo realizzare il desiderio di Papa Francesco,
riconoscendo il grande dono che l’Enciclica Laudato si’ ha rappresentato per la
missione della Chiesa in questa terra. Infatti, il grido della creazione e dei
poveri tra voi è stato avvertito più drammaticamente, a causa di un concentrato
mortale di oscuri interessi e indifferenza al bene comune, che ha avvelenato
l’ambiente naturale e sociale. È un grido che chiede conversione!”, dice subito
il Papa nella cattedrale di Acerra.
Perché sono tante le criticità che sono emerse in questi
anni per lo smaltimento illegale dei rifiuti tossici, perché la mancata
rimozione dei rifiuti e degli inquinanti, sia tombati che sversati in
superficie, “ha determinato un inquinamento delle matrici ambientali con
ricadute sulla salute dei cittadini, senza che venisse mai effettuata una reale
valutazione dell’impatto sanitario e senza che fosse predisposto un sistema per
salvaguardare in maniera precoce la salute delle persone o offrire strumenti
adeguati per curarsi”, così spiega l’Avvocato Valentina Centonze ad ACI
stampa / EWTN News spiegando perché è cosi complicato vivere qui.
“Benvenuto Santità, la saluto a nome degli acerrani e di
tutta la popolazione di questo territorio. La saluto anche a nome dei vescovi
della Campania, dei sacerdoti, dei diaconi, dei consacrati e delle consacrate,
qui presenti. Vostra Santità viene nella vigilia dell’11° anniversario
dell’Enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune. Vostra Santità viene
ad incontrare la popolazione della cosiddetta “Terra dei fuochi”. Si tratta di
un territorio, compreso tra Napoli e Caserta, di circa 11mila kmq, che include
90 comuni con circa 3 milioni di abitanti. Santità, sarebbe troppo lungo
raccontare quello che è successo alla nostra terra. Ma, pur nei limiti di tempo
imposti da questo saluto, non posso evitare di farlo; e intendo farlo anche per
chiedere perdono al Signore per il male che le abbiamo provocato e perché
quello che è accaduto non accada mai più”, Monsignor Antonio Di Donna saluta e
accoglie calorosamente il Papa nella Cattedrale di Acerra.
È il Vescovo stesso a raccontare la storia di questa
terra martoriata al Vescovo che lo ascolta con attenzione. “Il dramma
ambientale è incominciato negli anni ’80, quando alcuni industriali del Nord
avevano necessità di smaltire grosse quantità di rifiuti tossici. Nell’arco di
circa trent’anni sono giunte da molte industrie dell’Italia Settentrionale
centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici sversati in una parte di
questo territorio. Questo ha assicurato grandi risparmi agli industriali corrotti
e profitti altissimi alla criminalità organizzata. A questo si è unita la
pratica di abbandono di rifiuti da parte di alcuni imprenditori di piccole
aziende che lavorano in nero e smaltiscono in modo illegale i loro rifiuti,
bruciandoli nelle nostre campagne. Così nasce la locuzione “Terra dei fuochi”,
che poi è diventata un marchio infamante per il nostro territorio, provocando
il crollo dell’economia agricola perché i contadini hanno trovato molte
difficoltà per vendere i prodotti della terra. Per questa sommatoria di fattori
inquinanti Acerra è diventata città simbolo delle tante periferie, sacrificate
per il benessere di altri”, continua il Vescovo di Acerra nel suo discorso.
Ed è il Vescovo stesso a confermare che questo
inquinamento ha provocato malattie e morti premature, in particolare di ragazzi
e di giovani, le “vere vittime dell’inquinamento ambientale”. “Noi crediamo
infatti che c’è un rapporto tra inquinamento ambientale e l’insorgere di
patologie tumorali. Per diversi anni molti lo hanno negato; ma l’Istituto
Superiore di Sanità ha portato avanti un monitoraggio commissionato dalla
Procura di Napoli Nord sui bambini morti di tumore e ha riconosciuto che c’è un
nesso di causalità tra l’inquinamento e l’alto tasso di mortalità infantile”,
dice il Vescovo.
Negli ultimi 30 anni, come confermato dal Vescovo, solo
ad Acerra sono morti circa 150 tra ragazzi e giovani, senza contare gli adulti
e i morti delle altre zone del territorio. Il Vescovo li nomina uno ad uno. “A
queste famiglie noi dobbiamo verità”, dice il Vescovo commosso.
“Sono venuto anzitutto a raccogliere le lacrime di chi ha
perso persone care, uccise dall’inquinamento ambientale procurato da persone e
organizzazioni senza scrupoli, che per troppo tempo hanno potuto agire
impunemente. Sono qui, però, anche per ringraziare chi ha risposto al male col
bene, specialmente una Chiesa che ha saputo osare la denuncia e la profezia,
per radunare il popolo nella speranza. Così, sapendo di visitarvi alla vigilia
di Pentecoste, ho cercato nelle Sacre Scritture una pagina che potesse
interpretare e ispirare il vostro cammino. L’ho trovata in una grandiosa
visione del profeta Ezechiele, portato dal Signore a fare un’esperienza che per
il popolo in esilio dovrà diventare un forte messaggio di risurrezione.
Ezechiele racconta: «La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò
fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece
passare accanto a esse da ogni parte. Vidi che erano in grandissima quantità
nella distesa della valle e tutte inaridite”, dice subito il Pontefice nella
Cattedrale salutando quelle famiglie che hanno vissuto lutti e giovani perdite.
ACI stampa aveva incontrato un padre, Angelo Venturato,
che ha perso sua figlia a 24 anni a causa di un tumore prima alla gamba, poi ai
polmoni.
“Soffriamo per la devastazione che ha compromesso un
meraviglioso ecosistema, luoghi, storie e memorie. Di fronte a questa realtà ci
possono essere due atteggiamenti: l’indifferenza o la responsabilità. Voi avete
scelto la responsabilità e, con l’aiuto di Dio, avete iniziato un cammino di
impegno e di ricerca della giustizia. Sorelle e fratelli, tutto questo è molto
concreto: è una promessa che già diventa realtà. Papa Francesco, nell’Enciclica
Laudato si’, pur denunciando un paradigma di morte, ha chiaramente annunciato
il silenzioso irrompere della vita nuova”, continua ancora il Papa nel suo
discorso nella Cattedrale di Santa Maria Assunta.
“Potranno queste terre rivivere? Siate voi stessi la
risposta: una comunità unita, nelle fede e nell’impegno. La vita allora si
moltiplicherà”, questo domanda il Papa ai presenti.
La Chiesa ha fatto e fa molto per la popolazione della
Terra dei fuochi. E’ vicino alla gente, l’Episcopio di Monsignor Di Donna
è sempre aperto a tutti.
“Fratelli e sorelle, lo Spirito Santo vi conceda di
vedere un “esercito” di pace che si alza in piedi e guarisce le ferite di
questa terra e delle sue comunità. Non più fuoco che distrugge, ma fuoco che
ravviva e riscalda, il fuoco dello Spirito che accende i cuori e le menti di
migliaia e migliaia di uomini e donne, di bambini e di anziani e ispira cura,
consolazione, attenzione, amore vero. In particolare voi, famiglie che la morte
ha colpito, generate vita nuova trasmettendo a figli e figlie, a nipoti e vicini
quel senso di responsabilità che troppe volte sin qui è mancato. Lasciate
morire il risentimento, praticate per primi la giustizia che chiedete,
testimoniate la vita, educate alla cura”, questo il forte appello del Papa ad
Acerra, in un giorno che sicuramente gli acerrani non dimenticheranno mai.
Perché si è fatto moltissimo, ma molto c’è ancora da
fare, perché il cammino sarà ancora lungo, come dichiara il Vescovo di Acerra.
Aci 23
"Possiamo essere tra quelli che osserveranno la
nuova alba", dice il Papa agli acerrani - Di Veronica Giacometti
Acerra. Il secondo appuntamento di Papa Leone XIV ad
Acerra è quello con i fedeli. Dopo “un momento ecclesiale” in
Cattedrale, in piazza Calipari lo attendono famiglie, ragazzi, bambini e
la popolazione della Terra dei Fuochi che aspettavano da tempo questo momento.
Il Papa saluta gli abitanti di Acerra in papamobile, fermandosi a salutare i
presenti. Sono presenti in piazza 15.000 fedeli, secondo le autorità locali.
“Sono contento di trascorrere fra voi questo sabato
mattina, per visitare nuovamente una regione di cui nessuna ingiustizia può
cancellare la bellezza. Nella vita comprendiamo che più una bellezza è fragile,
più chiede cura e responsabilità. Questo, carissimi, è il senso principale
della mia presenza oggi ad Acerra: confermare e incoraggiare quel sussulto di
dignità e responsabilità che ogni cuore onesto avverte quando la vita germoglia
e subito è minacciata dalla morte”, dice subito il Papa nel suo discorso ai
presenti che da stamattina alle 7 affollano una delle piazze di Acerra, città a
pochi chilometri da Napoli tristemente nota come la “Terra dei fuochi”, a causa
dei roghi tossici.
Ed è proprio il Pontefice a ripeterlo davanti al popolo
della Terra dei Fuochi. “Poco fa, nel Duomo, ho incontrato alcuni familiari
delle vittime dell’inquinamento che, negli ultimi decenni, ha reso tristemente
nota quest’area come “Terra dei fuochi”: un’espressione che non fa giustizia al
bene che c’è e che resiste, ma che ha certamente facilitato una presa di
coscienza diffusa della gravità del malaffare e dell’indifferenza che ha
lasciato spazio ai crimini. Ho desiderato ringraziare vescovi, preti, diaconi,
religiose, religiosi e laici che hanno accolto prontamente il messaggio
dell’Enciclica Laudato si’ e il costante invito di Papa Francesco a essere
Chiesa in uscita, missionaria, sinodale. Camminare insieme, vincere
l’autoreferenzialità, osare la profezia nonostante le resistenze e le minacce è
ciò che il Signore ci chiede e il suo Spirito ispira”, continua il Papa.
L’appello del Papa per il popolo della Terra dei fuochi è
forte: “La vita c’è e contrasta la morte; la giustizia esiste e si affermerà.
Occorre, certo, scegliere la vita e liberarsi dai legami di morte. C’è sempre
una sottile convenienza nella rassegnazione, nei compromessi, nel rimandare le
decisioni necessarie e coraggiose. Il fatalismo, il lamento, lo scaricare la
colpa sugli altri sono il terreno di coltura dell’illegalità e un principio di
desertificazione delle coscienze. Per questo vorrei dire a tutti voi:
assumiamoci ognuno le proprie responsabilità, scegliamo la giustizia, serviamo
la vita! Il bene comune viene prima degli affari di pochi, degli interessi di
parte, piccoli o grandi che siano. Questa terra ha pagato un tributo alto, ha
sepolto tanti suoi figli, ha assistito alla sofferenza di bambini e innocenti.
Il valore e il peso di quel dolore impongono di provare insieme a essere
testimoni di un nuovo patto. Siete in cammino verso il tempo della rinascita,
che non è tempo di rimozione, ma di azione etica e di memoria operosa”.
“Secondo alcuni, lasciare un mondo migliore ai nostri
figli è diventata un’ambizione molto grande. Non lo deve essere, però, la
missione di lasciare al mondo figli e figlie migliori. L’impegno educativo è
alla nostra portata ed è prioritario. Educazione dei giovani, certo, ma anche
degli adulti; dei bambini, ma anche degli anziani; dei cittadini e dei loro
governanti; dei lavoratori e dei datori di lavoro; dei fedeli e dei pastori:
tutti abbiamo da imparare ancora. Ognuno ha qualcosa da donare, ma prima deve
imparare a ricevere. Non è facile ammetterlo, tuttavia è questo l’inizio del
futuro: è come una porta che si apre su ciò che fin qui non abbiamo pensato, né
creduto, né amato abbastanza. Imparare ancora: ecco che cosa ci rende comunità.
Per i cristiani, è “fare strada” con Gesù: diventare, ad ogni età, sempre più e
meglio suoi discepoli”, dice ancora il Pontefice in piazza Callipari.
I bambini presenti hanno preparato molti canti per Papa
Leone XIV, tra cui il famoso canto “Laudato sì” di San Francesco, proprio a
sottolineare la voglia di curare la nostra “Casa Comune”.
Il Pontefice richiama ai cittadini di Acerra la necessità
di prendersi cura del Creato. “Qui vorrei ringraziare quei “pionieri” che, col
loro impegno coraggioso, hanno per primi denunciato i mali di questa terra e
hanno portato l’attenzione sulla realtà oscurata e negata del suo
avvelenamento: penso in particolari ai membri delle associazioni ambientaliste.
Ora tutti sappiamo che occorre vigilare sulla salute del creato come si vigila
sulla porta di casa, respingere tentazioni di potere e di arricchimento legate
alle pratiche che inquinano la terra, l’acqua, l’aria e la convivenza”,
continua Papa Leone XIV.
“Riuscire a correggere la rotta, agire ogni giorno su
abitudini e pregiudizi in cui ci siamo accomodati, vedere oltre il nostro
recinto significa davvero incontrarci. È talvolta un sentiero in salita e poco
tracciato. Un esempio concreto: il nome “terra dei fuochi” rinvia ai roghi
accesi ai margini delle città, talvolta da minoranze respinte ed emarginate di
fratelli e sorelle di cui pochi hanno conoscenza e stima. L’emarginazione
produce sempre insicurezza: la via in salita è contrastare l’emarginazione, non
gli emarginati, è rompere l’intera catena, non colpire solo l’ultimo anello.
Voi lo sapete bene! I problemi di questa casa sono i nostri problemi; la sua
bellezza è la nostra bellezza. Abbiamo il compito di vigilare come sentinelle
nella notte. Possiamo essere tra quelli che osserveranno la nuova alba”,
conclude infine il Papa.
Anche il Sindaco di Acerra ringrazia il Papa per la sua
presenza. “La Sua visita pastorale giunge in una data dal forte valore
simbolico: l'undicesimo anniversario della promulgazione dell'Enciclica Laudato
si’ di Papa Francesco, un appello rivolto a tutti gli uomini di buona volontà
per la difesa del creato e dei più deboli. L'ecologia integrale non è
un’etichetta, è un modello sociale ed economico che mette al centro la dignità
della persona”.
“Santità, grazie per queste parole di speranza, le quali
ci dicono che “non tutto è perduto”, che il Creatore non ci abbandona, che c’è
sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta”, queste invece le
parole del Vescovo Di Donna che ha accompagnato il Papa in queste ore intense.
Mai più “Terra dei fuochi”! Chiede così il Vescovo che si
auspica anche che i riflettori, dopo la visita del Papa, non si spengano. Al
Papa viene anche presentata "una dichiarazione di impegno", ciascuno
nel suo ruolo ad Acerra.
Al Papa è stata fatta anche ascoltare una canzone di Don
Mimmo Iervolino per la Giornata Mondiale del Creato 2025. "Si sta
terra" in napoletano, cantata con una chitarra dallo stesso Don Mimmo.
"Si sta terra potesse parlà alluccano dicesse ca nun ce la fa
chiù..." Tutti in silenzio ascoltano commossi.
Infine anche la recita della Preghiera del Creato guidata
dal Papa.
Al termine delle parole di ringraziamento di Mons.
Antonio Di Donna il Papa si trasferisce in auto al campo sportivo “Arcoleo”,
dove si congeda dalle Autorità che lo hanno accolto al suo arrivo. Alle ore
12.00, il Pontefice parte in elicottero per far rientro in Vaticano.
L’atterraggio all’eliporto del Vaticano è previsto alle ore 12.45.
Termina qui questa giornata memorabile per Acerra e per
la sua gente che aspetta carezze, sorriso, attenzione, impegno per un mondo e
una terra migliore. Che è anche la nostra.
Il Vescovo di Acerra ha donato al Santo Padre due
preziosi ricordi legati a S. Alfonso Maria de Liguori, patrono della diocesi:
una statua del santo e una lettera olografa. Aci 23
La Chiesa e i battezzati adulti
Sta suscitando interesse, negli ambienti più diversi, il
fenomeno di uomini e donne, in maggioranza giovani, che si fanno battezzare da
adulti, in paesi nei quali, tradizionalmente tutti, o quasi tutti, sono
cristiani battezzati da bambini. Che il fatto faccia notizia non stupisce.
I media e l’opinione pubblica affrontano il fenomeno,
quasi sempre, domandandosi cosa questo significhi in ordine al ruolo che la
Chiesa esercita nella società, quale guadagno il mondo ne tragga, secondo
alcuni, o da quali pericoli, secondo altri, sia necessario mettersi in guardia.
Si cerca di comprendere che cosa accada alla società in
questo frangente piuttosto che di che cosa accada alla Chiesa. Ci si interroga
cosa produca di nuovo nell’assetto sociale questa crescita del peso che essa
esercita sul suo ambiente.
Senza dire che, tante volte, lo si fa in maniera
strabica, ignorando la sproporzione tra il fenomeno, numericamente
limitatissimo, dei nuovi accessi alla Chiesa, rispetto a quello, numericamente
imponente, degli abbandoni della fede da parte di molti battezzati e della
progressiva diminuzione del battesimo dei bambini.
Di cosa sia sintomo e quali effetti possa produrre
nell’assetto sociale l’aumento numerico del battesimo degli adulti è una
prospettiva legittima della riflessione e, per chi osserva i fenomeni
dell’esterno della Chiesa, per certi aspetti, anche ovvia. Sarebbe, però, un
grave errore, se anche all’interno della Chiesa, fra pastori e fedeli che
vivono dall’interno l’esperienza ecclesiale, l’interesse dominante restasse su
questo piano.
La Chiesa non è un partito politico
La missione della Chiesa non è, o se si vuole essere più
realisti, non deve essere, impostata come un’opera di proselitismo. Non le deve
interessare di diventare più numerosa e più potente. Non deve coltivare la sua
gloria. Quando lo fa, tradisce il Battista, per il quale «Lui deve crescere;
io, invece, diminuire» (Gv 3,30) e tradisce l’Apostolo che ci tiene con forza a
dichiarare: «Non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore» (2Cor 4,5).
Per un partito politico è ovvio e legittimo fare opera di
proselitismo, perché è sua vocazione cercare di ottenere nella società il
massimo dei consensi da parte dei cittadini, in modo da poter conquistare ed
esercitare legittimamente il potere, nel quadro previsto dalla Costituzione, e
costruire una società conforme ai suoi ideali.
Anche la Chiesa intende operare perché nella società si
possano affermare i suoi ideali, ma, paradossalmente, il suo ideale non è
quello di affermare sé stessa, acquistare il potere e così poter determinante
lo sviluppo della società, bensì l’affermarsi di Cristo nel mondo.
Gesù stesso, inoltre, sfidato da Pilato sulla sua
presunta pretesa di essere un potente di questo mondo, precisava le sue
aspirazioni: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di
questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato
ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù» (Gv 18,36). Si impone, comunque,
alla Chiesa, proprio in quanto la sua missione è di fare di Cristo l’ideale
dell’uomo, di spostarsi ai margini della scena, lasciando a lui il centro.
La sua natura è quella di una società estroversa,
chiamata a realizzare sé stessa fuori di sé stessa. Non è suo successo, cui
dover aspirare, rendersi più grande e importante nel mondo, ma rendere la
persona e il messaggio di Gesù sempre più influenti nel mondo.
In un contesto mutato
In questa prospettiva, quindi, dovrebbe muoversi la
riflessione della comunità cristiana su cosa la Chiesa dovrebbe fare, su quali
cambiamenti dovrebbe attuare nel suo costume e su quali riforme andrebbero
apportate alle sue istituzioni, per rispondere in maniera adeguata a questo
fenomeno, relativamente nuovo, delle conversioni di adulti alla fede.
Gli uomini e le donne, che oggi si fanno cristiani e
desiderano entrare nella Chiesa, non sono uguali a coloro che ne fanno parte
fin dall’infanzia, in quanto battezzati da bambini. Questi ultimi hanno una
personalità plasmata, in maniera più o meno decisiva, dal loro essere stati
cresciuti nel quadro di una vita cristiana.
Può anche accadere che ai nuovi arrivati la proposta
della fede sia giunta deformata, quasi fosse l’offerta di un rifugio nello
smarrimento di questo mondo. Ma se, come è normale accada, l’offerta della fede
è stata loro proposta come un’investitura a una missione, coinvolgimento
nell’impresa di trasformare questo mondo, essi non si nutrono di nostalgie, ma
si accendono di desideri, non sono attaccati al passato ma proiettati verso il
futuro. Persone in tal modo determinate apportano prospettive ed energie nuove
e innovatrici alla Chiesa, che deve mettersi in condizione di accoglierle.
Per riattivarsi, infine, nell’opera di evangelizzazione
dei non credenti e dei non cristiani ma, non di meno, degli ex cristiani,
sarebbe utile cercare di mettere a fuoco, considerando la loro esperienza, i
motivi che, nella situazione odierna, in questo o quel paese del mondo, possono
accendere in una persona il bisogno di fare un salto di qualità nella propria
esistenza, di uscire dalla condizione di superficialità e di occasionalità
delle proprie scelte, in cui non di rado si vive, dando alla propria vita un
senso e una direzione ben determinata.
La gioia di trasmettere la fede
Bisognerebbe individuare quali siano gli aspetti della
vita cristiana che oggi rivelano la capacità di attirare l’attenzione delle
persone non religiose, o di altra religione, in modo tale da far germogliare in
loro il desiderio della fede in Gesù Cristo.
Nulla di più dell’esperienza vissuta da uomini e donne
che, in età adulta, cercano nella Chiesa, nella condivisione della sua fede e
nella celebrazione del battesimo, la risposta alla loro ricerca di senso,
potrebbe meglio determinare gli orientamenti di vita di una Chiesa che voglia,
oggi, nei paesi di antica tradizione cristiana, essere, all’altezza della sua
missione.
Per un intero millennio vescovi e preti hanno esercitato
il loro ministero nella cura pastorale di comunità antiche, con alle spalle
secoli di vita, mentre non a loro, ma ai missionari che vanno nei paesi dove
non ci sono, o sono pochi i cristiani, si affidava l’opera
dell’evangelizzazione.
Oggi, che anche nei paesi di tradizione cristiana molti
sono gli uomini di altra religione, donne e uomini non religiosi, cristiani che
hanno abbandonato la fede, alla Chiesa si impone di reimparare a proporre a chi
non conosce Gesù, o non crede alla sua risurrezione, la fede in lui. Non è più
pensabile, inoltre, che questo sia compito dei ministri ordinati invece che di
ogni cristiano.
Godere della grazia della fede rende ogni credente
debitore della ricchezza di cui gode a chi non gode nella vita della
consolazione e della gioia che viene dalla speranza di un futuro sul quale solo
la fede apre l’anima. Severino Dianich, SettNews 23
Papa Leone XIV: "Le organizzazioni internazionali rimangono strumenti
indispensabili"
Il Papa ha ricevuto un gruppo di nuovi ambasciatori
presso la Santa Sede - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. Papa Leone XIV ha ricevuto stamane in
udienza i nuovi ambasciatori presso la Santa Sede di Sierra Leone, Bangladesh,
Yemen, Ruanda, Namibia, Mauritius, Ciad e Sri Lanka, in occasione della
presentazione delle Lettere credenziali.
In diplomazia - ha detto il Papa - "relazioni
costruttive tra le nazioni possono fiorire grazie a una sincera apertura, alla
promozione del rispetto reciproco e a un senso condiviso di responsabilità. In
un tempo in cui la pace viene cercata attraverso le armi come condizione per
affermare il proprio dominio, vi è un urgente bisogno di ritornare a una
diplomazia che promuova il dialogo e cerchi il consenso a tutti i livelli —
bilaterale, regionale e multilaterale".
Il dialogo - ha aggiunto - "deve essere accompagnato
da una più profonda conversione del cuore: la disponibilità a mettere da parte
gli interessi particolari per il bene comune. Nessuna nazione, nessuna società
e nessun ordine internazionale possono dirsi giusti e umani se misurano il
proprio successo soltanto in base al potere o alla prosperità, trascurando
coloro che vivono ai margini. Infatti, l’amore di Cristo per i più piccoli e i
dimenticati ci spinge a rifiutare ogni forma di egoismo che renda invisibili i
poveri e i vulnerabili".
"È proprio questo spirito di solidarietà e di dono
di sé - ha proseguito il Papa - che deve animare il servizio dei diplomatici e
rafforzare le organizzazioni internazionali, affinché si creino spazi di
incontro e di mediazione. Tali istituzioni rimangono strumenti indispensabili
per risolvere le controversie e promuovere la cooperazione. In un momento in
cui le tensioni geopolitiche continuano a frammentare ulteriormente il nostro
mondo, è necessario renderle più rappresentative, più efficaci e maggiormente
orientate all’unità della famiglia umana".
"Possa la vostra missione - ha concluso Leone XIV -
rafforzare il dialogo, approfondire la comprensione reciproca e contribuire
alla pace di cui il nostro mondo ha tanto bisogno". Aci 21
Udienza. Leone XIV: “Preghiamo per la pace in Libano e in Medio Oriente”
Il patriarca Aram I ha partecipato all'udienza di oggi
sul sagrato, seduto accanto al Papa. che ha iniziato oggi un ciclo di catechesi
sulla Sacrosanctum Concilium. Durante il giro tra i fedeli, a sorpresa è sceso
dalla papamobile per salutare un gruppo di ragazzi. Di M. Michela Nicolais
“Preghiamo per la pace”. Alla vigilia della Pentecoste,
Leone XIV, citando il Libano e il Medio Oriente travolti ancora una volta dalla
guerra, ha rivolto questo appello durante l’udienza di oggi, alla quale a
sorpresa ha assistito, seduto a fianco a lui sul sagrato, anche il patriarca
Aram I, Catholikos della Chiesa apostolica armena di Cilicia.
“In attesa della Pentecoste, chiediamo allo Spirito di
Dio di risvegliare le coscienze umane con i suoi doni, di distoglierle
dall’ingiustizia, dalla violenza e dalla guerra e di rinnovare il volto della
terra”, l’appello del Papa durante il saluto ai fedeli polacchi. L’appuntamento
del mercoledì era cominciato con un altro fuori programma: dopo aver iniziato
il giro tra i fedeli nei settori della piazza, Leone XIV a sorpresa è sceso
dalla jeep bianca scoperta per salutare un gruppo di ragazzi, muniti di cappellini
gialli, che lo acclamavano festosamente a gran voce dalle transenne più
esterne, quelle che si affacciano su piazza Pio XII. Il Pontefice ha stretto
mani e ha scambiato qualche parola con i giovani, per poi risalire a bordo
della papamobile e proseguire, sorridente e rilassato, il suo abituale tragitto
verso la postazione al centro del sagrato. In una piazza San Pietro gremita,
ancora una volta, di fedeli, ha poi iniziato un nuovo ciclo di catechesi,
dedicato alla Sacrosanctum Concilium, il primo documento promulgato dal
Concilio Vaticano II e dedicato alla liturgia. “Non solo intraprendere
una riforma dei riti, ma condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire
quel legame vivo che la costituisce ed unisce: il mistero di Cristo”, l’obiettivo
dei padri conciliari.
“La liturgia tocca il cuore stesso di questo mistero”, ha
esordito Leone XIV: “essa è insieme lo spazio, il tempo e il contesto in cui la
Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita”. Nella liturgia infatti, “si
attua l’opera della nostra redenzione, che fa di noi una stirpe eletta, un
sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che Dio si è acquistato”.
Il mistero in questione, ha puntualizzato il Pontefice, “non designa una
realtà oscura, ma il disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato
in Cristo, secondo l’affermazione di San Paolo. Ecco, dunque, il mistero
cristiano: l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la
risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è
reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo
all’assemblea riunita nel suo nome siamo immersi in questo mistero”.
“Cristo stesso è il principio interiore del mistero della
Chiesa, popolo santo di Dio, nato dal suo fianco trafitto sulla croce”, ha
ricordato il Papa. “Nella santa liturgia, con la potenza del suo Spirito, egli
continua ad agire”, ha spiegato: “Santifica e associa la Chiesa, sua sposa,
alla sua offerta al Padre. Esercita il suo sacerdozio assolutamente unico, lui
che è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che
celebrano, nella comunità radunata e, in sommo grado, nell’Eucaristia. È così
che, secondo Sant’Agostino, celebrando l’Eucaristia la Chiesa ‘riceve il Corpo
del Signore e diventa ciò che riceve’: diventa il Corpo di Cristo, ‘dimora di
Dio per mezzo dello Spirito’. Questa è l’opera della nostra redenzione, che ci
configura a Cristo e ci edifica nella comunione”. “La ritualità della Chiesa
esprime la sua fede – secondo il celebre detto lex orandi, lex credendi –, e al
tempo stesso plasma l’identità ecclesiale”, ha osservato il Pontefice: “la
Parola proclamata, la celebrazione del Sacramento, i gesti, i silenzi, lo
spazio, tutto questo rappresenta e dà forma al popolo convocato dal Padre,
Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo. Ogni celebrazione diventa così una
vera epifania della Chiesa in preghiera, come ha ricordato san Giovanni Paolo
II”.
“L’ azione della Chiesa non si limita alla sola liturgia,
tuttavia ogni sua attività – la predicazione, il servizio dei poveri,
l’accompagnamento delle realtà umane – converge verso questo culmine”, ha
sottolineato Leone: “Nel senso inverso, la liturgia sostiene i fedeli
immergendoli sempre e di nuovo nella Pasqua del Signore e, perciò, attraverso
la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera
comune, essi sono ristorati, incoraggiati e rinnovati nel loro impegno di fede
e nella loro missione”, ha proseguito. In altre parole, “la partecipazione dei
fedeli all’azione liturgica è al tempo stesso interiore ed esteriore”, ed è
chiamata “a dispiegarsi concretamente lungo tutta la vita quotidiana, in una
dinamica etica e spirituale, cosicché la liturgia celebrata si traduce in vita
e domanda un’esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato
vissuto nella celebrazione”. In questo modo, per il Papa,
la liturgia “forma una comunità aperta e accogliente
verso tutti”: “Essa è infatti abitata dallo Spirito Santo, ci introduce nella
vita del Cristo, ci rende suo Corpo e, in tutte le sue dimensioni, rappresenta
un segno dell’unità di tutto il genere umano in Cristo”. “Lasciamoci plasmare
interiormente dai riti, dai simboli, dai gesti e soprattutto dalla viva
presenza di Cristo nella liturgia”, l’’invito finale. Sir 20
Verso l'Assemblea ecclesiale di ottobre 2028
Pubblicate le indicazioni per il cammino di attuazione
del Sinodo sulla Sinodalità
Quattro tappe — Fare memoria, Interpretare, Orientare,
Celebrare — accompagneranno le Chiese locali, le Conferenze Episcopali e i
raggruppamenti continentali fino all'Assemblea ecclesiale dell'ottobre 2028 in
Vaticano. Due documenti al termine di ogni assemblea. Una domanda comune che
orienta l'intero processo.
Per sostenere la fase di attuazione del Sinodo, la
Segreteria Generale del Sinodo pubblica oggi il documento: Verso le Assemblee
2027-2028: tappe, criteri, strumenti in vista delle Assemblee del 2027-2028. Il
testo precisa il calendario, la metodologia e i criteri con cui le Chiese
locali di tutto il mondo, i loro raggruppamenti nazionali e continentali sono
chiamati a condividere i frutti del cammino avviato dopo il Documento finale
del Sinodo 2021-2024, fino alla celebrazione dell'Assemblea ecclesiale dell'ottobre
2028.
Le quattro tappe del cammino
Il percorso, che porterà alla celebrazione in ogni tappa
di un’assemblea, si articola in quattro momenti progressivi, scanditi da
verbi-chiave che ne mettono in luce la finalità ecclesiale e spirituale:
* Fare memoria — primo semestre 2027. Assemblee di
valutazione nelle Diocesi ed Eparchie, chiamate a rileggere l'esperienza di
attuazione del Documento finale attraverso un resoconto narrativo e una lettera
alle altre Chiese.
* Interpretare — secondo semestre 2027. Assemblee delle
Conferenze Episcopali (nazionali o regionali), che elaboreranno una relazione
teologico-pastorale e una lettera alle altre Chiese locali.
* Orientare — primo quadrimestre 2028. Assemblee
continentali, dalle quali emergerà un rapporto di prospettiva capace di
individuare priorità e orientamenti condivisi.
* Celebrare — ottobre 2028. Assemblea ecclesiale della
Chiesa tutta, in Vaticano, insieme al Santo Padre: il cammino compiuto sarà
ricondotto a unità e consegnato al discernimento dell'intera Chiesa.
Ad ogni livello, l’Assemblea non costituisce il momento
finale del processo, bensì un momento celebrativo, di valutazione, di sintesi
e, soprattutto, di rilancio della conversione sinodale della Chiesa.
Una domanda comune
A custodire l'unità del processo è una domanda comune,
che ciascuna tappa è invitata a declinare nel proprio contesto:
Alla luce del percorso compiuto dopo la conclusione del
Sinodo 2021-2024, e in vista di offrirne i frutti in dono alle altre Chiese e
al Santo Padre: quale volto concreto di Chiesa sinodale missionaria e quali
nuovi cammini di sinodalità stanno emergendo nella vostra comunità?
I frutti di ogni tappa: lo scambio di doni tra le Chiese
Il documento precisa che non si tratta di ripetere la
consultazione del Sinodo, né di aggiungere compiti ulteriori alla vita delle
comunità, ma di rileggere quanto già vissuto, riconoscerne i frutti e le
difficoltà, e mettere a disposizione l'esperienza maturata in una logica di
scambio di doni tra le Chiese.
Le prime due Assemblee (quelle a livello locale e
nazionale) elaborano due testi complementari: un documento di rilettura — il
resoconto narrativo per le Diocesi ed Eparchie, la relazione
teologico-pastorale per le Conferenze Episcopali — e una lettera alle altre
Chiese locali, redatta durante l'Assemblea stessa. È quest'ultima lo strumento
concreto dello scambio di doni: ogni comunità offre quanto ha maturato e si
dispone ad accogliere quanto le altre Chiese le offrono. Le Assemblee
continentali, invece, elaboreranno un rapporto di prospettiva che servirà per
l’elaborazione dell’Instrumentum laboris (documento di lavoro) dell’Assemblea
ecclesiale 2028.
Tutti i materiali saranno trasmessi alla Segreteria
Generale del Sinodo secondo un calendario preciso: entro il 30 giugno 2027 per
la tappa diocesana ed eparchiale, entro il 31 dicembre 2027 per quella delle
Conferenze Episcopali, entro il 30 aprile 2028 per la tappa continentale, in
preparazione dell'Assemblea ecclesiale dell'ottobre 2028.
Le parole del Cardinale Grech
«Quello che proponiamo alle Chiese locali — afferma il
Cardinale Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo — non è un compito
aggiuntivo, ma un tempo di discernimento condiviso e di rendimento di grazie,
in cui rileggere insieme ciò che lo Spirito sta facendo crescere nella Chiesa e
riconoscere i passi che siamo chiamati a compiere. Le Assemblee non coincidono
infatti con una consultazione sociologica né con una dinamica deliberativa, né
sono una verifica tecnica, ma piuttosto una forte esperienza ecclesiale e
spirituale di discernimento: un momento di sintesi e di rilancio del cammino,
perché lo scambio di doni tra le Chiese diventi esperienza concreta e la
sinodalità si traduca sempre più in stile ordinario della vita ecclesiale al
servizio della missione».
Composizione delle Assemblee, responsabilità e
metodologia
Il documento sottolinea che la composizione delle
Assemblee deve essere coerente con il loro scopo. Nella selezione dei
partecipanti andrà assicurata un'adeguata attenzione al rapporto tra uomini e
donne e tra le diverse generazioni, alla diversità culturale ed ecclesiale —
includendo presbiteri, diaconi, consacrate e consacrati, membri di
associazioni, movimenti e nuove comunità, fedeli non inseriti in strutture
organizzate — e alla presenza di persone che vivono situazioni di fragilità o
marginalità. Una cura particolare è riservata al coinvolgimento dei parroci.
Dove opportuno, potranno partecipare anche rappresentanti di altre Chiese e
Comunioni cristiane o di altre religioni. Essenziale, invece, è che le persone
scelte siano disponibili a sostenere il processo anche oltre il 2028,
contribuendo a garantirne la continuità.
La responsabilità del processo spetta al vescovo
diocesano o eparchiale per le Assemblee locali, al presidente della Conferenza
Episcopale per quelle nazionali o regionali, e ai responsabili delle istanze
continentali per quel livello. Le équipe sinodali, attivate a tutti i livelli,
ne curano organizzazione e coordinamento.
Quanto alla metodologia, il documento invita a mantenere
la conversazione nello Spirito, ormai largamente diffusa e adoperata, quale
riferimento metodologico privilegiato.
Strumenti e accompagnamento
Il documento si colloca nella fase attuativa del Sinodo,
terzo momento del processo delineato dalla costituzione apostolica Episcopalis
communio, dopo la consultazione del Popolo di Dio (2021-2023) e la fase
celebrativa, culminata nelle due sessioni della XVI Assemblea Generale
Ordinaria del Sinodo dei Vescovi dell'ottobre 2023 e dell'ottobre 2024. Aperta
da Papa Francesco con la consegna del Documento finale, questa fase è stata
confermata e promossa da Papa Leone XIV. Il testo odierno dà forma più concreta
a quanto già anticipato nelle Tracce per la fase attuativa del Sinodo (29
giugno 2025).
Insieme al Documento finale e alle Tracce, accompagnano
il percorso anche i Rapporti finali dei Gruppi di Studio istituiti da Papa
Francesco dopo la prima Sessione dell'Assemblea, pubblicati progressivamente
sul sito www.synod.va. La Segreteria Generale del Sinodo metterà inoltre a
disposizione ulteriori materiali di lavoro e organizzerà incontri formativi
online a sostegno dei responsabili del processo nelle Chiese locali. Dip 20
Magnifica Humanitas. Il Papa, l’algoritmo e le cose nuove
Lunedì 25 maggio, nell’Aula nuova del Sinodo, Leone XIV
presenterà la prima Enciclica papale dedicata alla sfida dell'intelligenza
artificiale. Accanto a lui anche un cofondatore di Anthropic. Una data, una
firma, un nome: tre coordinate per capire dove stiamo andando.
Roma, 19 maggio 2026 - Un comunicato di poche righe
proveniente dalla Sala stampa della Santa Sede ha annunciato ieri che la prima
enciclica di Leone XIV si chiamerà Magnifica Humanitas e che verrà presentata
lunedì 25 maggio, alle undici e trenta, nell’Aula nuova del Sinodo. Il Papa ha
firmato il documento il 15 maggio: 135 anni esatti dopo che un altro Leone, il
tredicesimo, aveva apposto la sua firma alla Rerum Novarum. La coincidenza è
troppo precisa per essere casuale. Anzi, non è una coincidenza affatto: è una
citazione. Il sottotitolo dell’enciclica, Sulla custodia della persona umana
nel tempo dell’intelligenza artificiale, dichiara con sobrietà il perimetro del
testo. Ma è il parterre dei relatori, il giorno della presentazione, a rivelare
di quale tipo di documento si tratti. Con i cardinali Víctor Manuel Fernández e
Michael Czerny - prefetti della Dottrina della Fede e dello Sviluppo Umano
Integrale - siederanno Anna Rowlands, teologa politica della Durham University;
Leocadie Lushombo, teologa congolese alla Jesuit School of Theology di Santa
Clara; e Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, responsabile della ricerca
sull’interpretabilità dei modelli di intelligenza artificiale. Concluderanno il
cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e lo stesso Leone XIV, che terrà
personalmente l’intervento finale: una presenza che, nelle abituali coreografie
curiali della presentazione di un’enciclica, è infrequente al punto da
diventare, di per sé, un messaggio.
C’è un dettaglio che vale la pena fissare. Olah non
rappresenta uno qualsiasi degli «architetti dell’intelligenza artificiale» -
espressione che il Time ha usato di recente per i fondatori delle aziende del
settore. Rappresenta l’unica big tech americana che, lo scorso febbraio, ha
rifiutato al Pentagono un accesso senza vincoli ai propri modelli, finendo per
essere designata dall’amministrazione Trump come «rischio per la catena di
approvvigionamento»: etichetta storicamente riservata ad avversari stranieri.
Il Vaticano, lunedì, lo farà sedere accanto al Papa. Non per sfidare Washington
- Leone XIV è troppo disciplinato per farlo - ma per indicare, con un solo
gesto visibile, che nella Silicon Valley esistono interlocutori disposti a
dialogare e costruire un percorso comune con la Chiesa.
Quello che fu la Rerum Novarum
Per capire bene il contesto occorre tornare indietro di
135 anni, al 15 maggio 1891. Quel giorno Leone XIII firmò un testo che si
apriva con due parole - Rerum Novarum, «delle cose nuove» - e che cambiò la
collocazione storica della Chiesa cattolica. L’Europa industriale era una
distesa di periferie operaie, di turni di dodici ore, di bambini nelle
fabbriche, di salari da fame. Da una parte il capitale, dall’altra il
socialismo che predicava la rivoluzione. In mezzo, una Chiesa che fino a quel
momento aveva parlato soprattutto di anime e di principi, e che con la Rerum
Novarum - quasi per la prima volta - accettò di parlare anche di salari, di
orari, di proprietà, di associazioni sindacali. Riconobbe la dignità del
lavoro, condannò la concentrazione della ricchezza, sostenne il diritto degli
operai a unirsi. Fondò ciò che chiamiamo «dottrina sociale». Non fu un
manifesto rivoluzionario: fu il rifiuto, da parte del cattolicesimo, di
lasciare alla sola modernità il monopolio della parola sulle cose nuove.
È questa la mossa che Robert Francis Prevost sta
replicando - non per imitazione, ma per omologia di situazione. Anche oggi le
cose nuove sono cose grandi: la potenza di calcolo si concentra in pochissime
aziende, il lavoro intellettuale rischia di essere ridisegnato dall’esterno, i
bambini crescono con interlocutori statistici che parlano con voce umana. La
domanda è la stessa di un secolo e trentacinque anni fa, soltanto rivolta a un
altro materiale: chi appartiene a chi? La tecnologia all’uomo, o l’uomo alla
tecnologia?
Che la prima enciclica di Leone XIV sarebbe stata su
questi temi, il Papa stesso, in modo quasi didascalico, lo aveva lasciato
intendere fin dai giorni dell’elezione. Subito dopo la sua scelta del nome - un
Leone che dichiarava, senza ambiguità, la genealogia - aveva spiegato che la
Chiesa doveva offrire «la sua dottrina sociale in risposta agli sviluppi nel
campo dell’intelligenza artificiale, che pongono nuove sfide per la difesa
della dignità umana e del lavoro». Da allora, l’argomento è tornato in gran parte
dei suoi interventi pubblici. Nel messaggio del 17 giugno 2025 alla Conferenza
di Roma su intelligenza artificiale, etica e governance, Leone scriveva che
l’AI «è innanzitutto uno strumento», e che «gli strumenti rimandano
all’intelligenza umana che li ha prodotti e traggono molta della loro forza
etica dalle intenzioni delle persone che li impugnano». Una proposizione di
apparente semplicità, ma con un bordo affilato: chi impugna lo strumento ne è
responsabile. Il 5 dicembre 2025, ricevendo nella Sala del Concistoro i membri
della Fondazione Centesimus Annus e della Strategic Alliance of Catholic
Research Universities, ha posto la domanda nel modo più nudo possibile: «Come
possiamo garantire che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale serva veramente
per il bene comune, e non solo per concentrare ricchezza e potere nelle mani di
pochi?». E ha aggiunto: «La merce più preziosa nei mercati oggi è proprio nel
settore dell’intelligenza artificiale». Tradotto: il problema è materiale più
che metafisico. Nel discorso del 29 ottobre, pronunciato nel sessantesimo
anniversario di Nostra Aetate, ha tracciato il confine teologico: l’AI, «se
concepita come un’alternativa agli esseri umani, può ledere gravemente la loro
dignità infinita e neutralizzare le loro responsabilità fondamentali». Una
macchina, per quanto sofisticata, non è un’anima. Non sarà mai imago Dei. È -
secondo le sue parole al Builders AI Forum del 7 novembre - «una forma di
partecipazione all’atto creativo divino», ma non un atto di creazione. Distinzione
sottile, conseguenze enormi. Nel messaggio per la sessantesima Giornata
Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Custodire voci e volti umani, Leone si è
spinto a un tema che attraverserà certamente l’enciclica: la dimensione
antropologica della sfida. «Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici,
definiti in anticipo». Il volto e la voce, scrive il Papa, sono sacri perché
irripetibili; e l’AI, simulandoli, simulando empatia e amicizia, «invade il
livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone
umane». La sfida, insomma, «è antropologica».
La preparazione, e il debito verso Francesco
Non sarebbe corretto però affermare che Leone XIV parte
da zero. Il terreno è stato infatti dissodato da Francesco: era stato il suo
predecessore a parlare al G7 di intelligenza artificiale, nel giugno 2024, in
Puglia. Era stato Francesco a volere la costituzione di un gruppo di lavoro
interno. Ed era stato lo stesso papa argentino, attraverso il Dicastero per la
Dottrina della Fede e quello per la Cultura e l’Educazione, a far pubblicare
nel gennaio 2025 Antiqua et Nova, la nota dottrinale in 117 paragrafi che ha
fissato per la prima volta il quadro: distinzione netta fra intelligenza umana
e simulazione computazionale, primato della persona, denuncia delle armi
autonome letali, principio di sussidiarietà nella governance. La nota è la
fondazione su cui adesso si erge l’edificio del magistero pontificio pieno.
Papa Francesco aveva parlato di algoretica, di rischio di disinformazione, di
concentrazione del potere tecnologico, di nuove disuguaglianze generate dagli
algoritmi. Aveva denunciato l’illusione di una neutralità tecnica e richiamato
la necessità di un’etica condivisa. Leone XIV raccoglie questa eredità e la
porta a maturazione. Dove Francesco aveva indicato i rischi, Leone XIV
costruisce una visione più strutturata, radicata nella dottrina sociale della
Chiesa e orientata alla governance globale. Il passaggio è netto:
l’intelligenza artificiale non è solo una questione morale individuale, ma una
questione strutturale, che riguarda le istituzioni, il lavoro, la democrazia,
la pace. Non basta chiedersi se un uso dell’AI sia lecito o illecito: occorre
domandarsi che tipo di società stiamo costruendo.
E c’è un secondo gesto, di pari peso, che accompagna
l’enciclica. Il giorno successivo alla firma, il 16 maggio, il Papa ha emanato
un Rescriptum ex Audientia che istituisce una Commissione interdicasteriale
permanente sull’intelligenza artificiale: sette istituzioni vaticane,
coordinamento annuale a rotazione, vocabolario del mandato che riprende
esplicitamente quello sinodale - «dialogo, comunione e partecipazione».
L’enciclica fissa la dottrina; la commissione la mette in marcia. Si tratta di
una rete, in altri termini. La forma istituzionale somiglia, curiosamente,
all’oggetto che è chiamata a governare.
Il Papa matematico
C’è un dettaglio biografico che, nei giorni
dell’elezione, la stampa ha trattato come simpatica curiosità - buona, al
massimo, per qualche meme circolato sui social. Robert Francis Prevost si è
laureato in matematica nel 1977 alla Villanova University, in Pennsylvania,
prima ancora del Master of Divinity alla Catholic Theological Union di Chicago,
prima del dottorato in diritto canonico alla Pontificia Università San Tommaso
d’Aquino, prima dei vent’anni di pastorale tra i poveri di Chiclayo. Una laurea
vera, Bachelor of Science, non un titolo onorifico - con tutto quel che il
curriculum scientifico americano comportava negli anni Settanta: analisi,
algebra, logica formale e statistica. Negli anni successivi ha insegnato
matematica e fisica a Chicago mentre completava gli studi teologici. Ha persino
scritto un testo accademico, Probability and Theistic Explanation, in cui
esamina l’uso dell’inferenza bayesiana applicata alla probabilità teistica:
terreno di confine in cui il calcolo delle probabilità incontra la filosofia
della religione. Roba da specialisti, di un certo specialista. Sono dettagli
che sembrano marginali ma non lo sono. Anne Bouverot, una delle massime esperte
mondiali di intelligenza artificiale e già inviata speciale dell’Eliseo per il
summit di Parigi del febbraio 2025, è stata fra le prime a coglierne la
portata: «Matematico di formazione, Leone XIV non è né tecnofobo né tecnofilo.
Sostiene un approccio basato sul discernimento: prendersi il tempo per capire
prima di giudicare e umanizzare il dibattito piuttosto che contribuire alla sua
polarizzazione». La frase è asciutta, ma indica una postura difficile da tenere
oggi sulla questione AI: né apocalittica né integrata. Una postura che, per
stare in piedi, ha bisogno di una certa familiarità con la materia. Quella
familiarità c’è.
La forma mentis matematica, in questo passaggio storico,
non è un vezzo ma, verrebbe da dire, l’attrezzo giusto per il mestiere. Le
sfide poste dall’intelligenza artificiale richiedono di tenere insieme,
simultaneamente, il dettaglio tecnico e l’orizzonte di lungo periodo, il dato
locale e il principio generale, la singolarità del caso e l’invariante della
legge. È esattamente quel doppio movimento - dall’esempio all’astrazione, e
ritorno - su cui si forma la mente del matematico. Permette di smontare la promessa
miracolistica che circonda i grandi modelli linguistici senza farsi prendere
dalla nausea esoterica del «pensano davvero?»; e di smontare la paura senza
farsi sedurre dall’entusiasmo. Un Papa così non si lascia abbagliare dalla demo
del prossimo modello, ma neppure si rifugia in una nostalgia teologica. Il
cardinale Giuseppe Versaldi, che lo conosce da anni, lo ha spiegato in modo
chiaro al Wall Street Journal: «Leone XIV vuole che il mondo della scienza e
quello della politica affrontino immediatamente questo problema, senza
permettere che il progresso scientifico avanzi con arroganza, danneggiando
coloro che devono sottostare al suo potere». E ha aggiunto la domanda che
separa una pia esortazione da un programma di governo: «Chi li regolerà? Non è
credibile che siano regolati da chi li produce. Deve esserci un’autorità
superiore».
C’è poi una conseguenza meno visibile, ma forse più
importante. Una formazione di questo tipo cambia il modo in cui si tratta
l’incertezza. Per un matematico, una probabilità non è un’opinione travestita:
è un numero che ha proprietà precise, che si combina secondo regole non
negoziabili, che ammette ignoranza ma non la confonde con la convinzione.
Applicata all’AI, questa attitudine ha conseguenze immediate. Significa
rifiutare in egual misura il tecno-trionfalismo («presto la singolarità») e il
tecno-catastrofismo («presto l’estinzione»), perché entrambi confondono lo
scenario possibile con lo scenario probabile. Significa, soprattutto, accettare
che il futuro non sia un destino già scritto ma una distribuzione di esiti su
cui le scelte umane - politiche, etiche, regolative - hanno ancora potere di
intervento. Questo, in fondo, è il presupposto su cui un’enciclica può essere
scritta. Senza l’idea che si possa ancora decidere, non c’è nulla da decidere.
In questo paesaggio, una figura ha fatto da ponte fra il
pontificato precedente e quello attuale: Paolo Benanti. Frate francescano,
docente di etica delle tecnologie alla Pontificia Università Gregoriana, già
consigliere di Francesco sulle questioni morali legate all’intelligenza
artificiale, Benanti ha contribuito a costruire l’infrastruttura intellettuale
di Antiqua et Nova e - secondo molti osservatori - buona parte del retroterra
che ha permesso a Leone XIV di muoversi con sicurezza fin dai primi giorni. Il
suo libro più recente, La nuova logica del dominio: potere computazionale,
democrazia e condizione umana, fissa con precisione il quadro concettuale entro
cui Magnifica Humanitas andrà letta. L’antitesi attorno a cui ruota il libro è
quella, di derivazione classica, fra Kratos - il potere nudo, la forza, il
controllo - ed ethos, la consuetudine condivisa, il costume civile, ciò che
tiene insieme una comunità senza bisogno di costrizione. La rivoluzione
computazionale, sostiene Benanti, sta riscrivendo questo equilibrio: «in un’era
definita dal potere computazionale, la tecnologia sta trasformando ogni aspetto
della nostra esistenza, ridefinendo il lavoro, la conoscenza e la comunicazione
[…] in che modo questa forza può coesistere con i valori fondamentali di
giustizia sociale e democrazia?».
In una conversazione con il politologo Ian Bremmer,
ripresa di recente dalla stampa italiana, Benanti ha condensato il problema con
una formula che è già diventata oggetto di citazione: «L’IA è l’oracolo
perfetto, o meglio: il dio perfetto sulla Terra. Abbiamo molti dei per molte
funzioni. Al posto del monte Olimpo, lo schermo dello smartphone. Non abbiamo
più il dio dell’amore: abbiamo Tinder. Non il dio del commercio: abbiamo
Amazon». La provocazione è esplicita, ma il punto teologico è serio: una macchina
che si presenta come depositaria della verità, e che genera nei suoi utenti un
riflesso oracolare, occupa uno spazio che nella storia europea era stato
riservato al divino. Anche per questo - aggiunge Benanti - la priorità non è
ancora l’apocalisse: «mi spaventa più la fine della classe media che la fine
dell’umanità». L’AI, oggi, automatizza più facilmente le funzioni cognitive
elevate che le azioni meccaniche semplici. Una calcolatrice solare capace di
operazioni complesse costa meno di un dollaro; un braccio robotico che apre una
porta ne costa duecentocinquantamila. Il problema, dunque, non è ancora la
fantascienza: è il mestiere, lo stipendio, la dignità di chi vede il proprio
lavoro trasformato - e spesso eroso - dalla più efficiente delle simulazioni.
Su queste basi si capisce meglio la geografia di lunedì
prossimo. Christopher Olah accanto al Papa non è soltanto il dirigente di una
grande azienda americana. È il responsabile di una linea di ricerca -
l’interpretabilità dei modelli - che si propone di aprire la «scatola nera»
dell’AI, di rendere leggibili le sue decisioni, di mostrare quali circuiti
interni della rete si attivino quando il modello produce questa o quella
risposta. È, in un certo senso, il tentativo tecnico di restituire al Kratos
algoritmico una forma di ethos, una trasparenza costruita dall’interno.
Difficile pensare a un interlocutore più coerente con la visione che Benanti
aiuta a tradurre in linguaggio teologico, e che Leone XIV consegnerà - con la
pazienza del matematico e l’autorità del successore di Pietro - al magistero
ordinario della Chiesa.
Lunedì 25 maggio, nell’Aula del Sinodo
Il calendario, ancora una volta, parla: la pubblicazione
cade nel Memorial Day americano, festa in cui gli Stati Uniti commemorano i
propri caduti. Il giornalista cattolico Christopher Hale nel suo blog “Letters
from Leo” ha annotato in tono un po’ scherzoso, che Leone XIV «sembra deciso a
far lavorare i commentatori cattolici americani durante ogni festività degli
Stati Uniti, come punizione per le nostre cattive interpretazioni». La battuta
dice qualcosa di vero: il Papa americano sta facendo le sue mosse senza
scendere a compromessi con la geopolitica simbolica del proprio Paese di
origine.
Ciò che si saprà lunedì non è ancora pubblico. Ma le
coordinate del documento, dopo dodici mesi di interventi, sono leggibili: la
persona umana al centro; il lavoro come questione cruciale; i giovani come zona
di massima vigilanza; l’oligopolio tecnologico come problema politico; la
dignità come criterio non negoziabile; la tecnologia come strumento, non come
destino. E, in primo luogo, l’idea che l’AI non sia una tecnologia come tante
altre - non lo è, perché non costruisce un oggetto fra gli oggetti, ma riscrive
la cornice dentro cui si decide cosa sia, oggi, un essere umano.
Il giorno della firma, il 15 maggio, è caduto in un
giovedì qualsiasi. A Lima, dove Prevost ha trascorso buona parte della propria
vita pastorale, era pomeriggio; a Roma, sera; in California, nei data center di
Anthropic e altrove, un altro qualunque turno di lavoro alimentava le macchine
che apprendono. È in questo ordinario, in questa simultaneità di fusi orari e
di flussi, che la Chiesa ha deciso di prendere la parola. Lunedì, davanti al
Papa e a un costruttore di reti neurali, Magnifica Humanitas sarà letta ad alta
voce per la prima volta. Sarà un documento, sarà, soprattutto, un punto fermo:
cento e trentacinque anni dopo, qualcuno ricomincia a dire le cose nuove con
parole vecchie. Per vedere se reggono e se, soprattutto, possono reggere noi.
Sebastiano Catte, com.unica 19 maggio 2026
Note bibliografiche e link
Libri. Paolo Benanti, La nuova logica del dominio: Potere
computazionale, democrazia e condizione umana, Laterza 2026
Paolo Benanti, Sebastiano Maffettone, Noi e la macchina.
Un'etica per l'era digitale, LUISS, 2024.
Luciano Floridi, La differenza fondamentale. Artificial
Agency: una nuova filosofia dell'intelligenza artificiale, Mondadori 2025.
Brent Waters, Christian Moral
Theology in the Emerging Technoculture, Ashgate, 2014.
Riferimenti ad articoli citati nel testo
Antiqua et Nova, Nota dei Dicasteri per la Dottrina della
Fede e per la Cultura e l'Educazione sul rapporto tra intelligenza artificiale
e intelligenza umana (28 gennaio 2025)
Messaggio di Leone XIV per la 60ª Giornata Mondiale delle
Comunicazioni Sociali, Custodire voci e volti umani (firmato il 24 gennaio
2026, pubblicato per il 17 maggio 2026)
Discorso di Leone XIV ai partecipanti della Conferenza
"Artificial Intelligence and Care of Our Common Home"
Messaggio di Leone XIV per la Giornata internazionale
della matematica (firmato dal cardinale Parolin, 13 marzo 2026)
Rescriptum ex Audientia Sanctissimi del 16 maggio 2026 —
istituzione della Commissione interdicasteriale permanente sull'intelligenza
artificiale
National Catholic Reporter —
"Pope Leo to present his encyclical on AI alongside Anthropic
co-founder" (18 maggio 2026)
PBS News — "Pope Leo XIV to
launch his first encyclical… with Anthropic's co-founder" (maggio 2026)
Carlo Alberto Carnevale Maffè, Leone XIV, la teoria dei
giochi e la pazienza del matematico, Il Foglio, 11 maggio 2026
Anne Bouverot, The Vatican's
Voice of Reason on AI, Project Syndicate, 23 ottobre 2025
Margherita Stancati, Drew
Hinshaw, Keach Hagey, Emily Glazer, Pope Leo Takes On AI as a Potential Threat
to Humanity, Wall Street Journal, 17 giugno 2025
Giuseppe De Ruvo, Rerum Novissimarum? Leone e l'AI, Limes
— l'analisi geopolitica sul ridisegno del potere pastorale nell'epoca dell'AI
Christopher Hale, Confronting
Silicon Valley, Pope Leo XIV Drops His AI Encyclical on Memorial Day With
Anthropic Onstage - Letters From Leo
Sebastiano Catte, com.unica/Aci 20.5.
Investimenti etici, la Cei aggiorna le Linee Guida: no a criptovalute, armi
e aborto
Non investire in commercio di armi o in criptovalute.
Sostenere le imprese che permettono una migliore conciliazione tra lavoro e
famiglia. Sono alcuni suggerimenti della Chiesa italiana per rilanciare una
finanza al servizio del bene comune – di M.Michela Nicolais
“La Chiesa riconosce il ruolo positivo che la finanza può
svolgere nella promozione di un’economia giusta e solidale, a condizione che
essa sia animata da un autentico desiderio di contribuire al bene comune”.
E’ il presupposto delle “Linee Guida in materia di investimenti etici e
sostenibili”, diffuse oggi. Approvato dal Consiglio Episcopale Permanente il 24
marzo scorso, rivedono le indicazioni proposte nel 2020 per rilanciare una
finanza al servizio del bene comune. “Insieme al Vademecum per la gestione dei
fondi 8xmille, questo documento segna un ulteriore passo della Conferenza
Episcopale Italiana nel promuovere trasparenza, responsabilità e coerenza
evangelica nella gestione delle risorse, orientata al servizio del bene comune
e a una visione etica e sostenibile, in attuazione concreta delle indicazioni
del Cammino sinodale delle Chiese in Italia”, spiega don Claudio Francesconi,
economo della Cei. Le Linee Guida saranno presentate a Milano presso Borsa
Italiana (Piazza degli Affari, 6) il 9 giugno, dalle 11 alle 12.30:
interverranno il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei, e Stefano Caselli,
Dean della SDA Bocconi School of Management. Modera Marco Ferrando,
vicedirettore di Avvenire.
“Nelle strutture economiche odierne il risparmio è sempre
investimento e questo vuol dire sia occupazione sia produzione di beni”, si
legge nel testo, in cui partendo dai principi della dottrina sociale della
Chiesa – la destinazione universale dei beni, il giusto profitto e l’impegno
per un’economia inclusiva – si fa presente che “la ricchezza investita è
già in qual che modo resa disponibile per i bisogni della società, dei
disoccupati, dei poveri, a condizione di conoscere la destinazione finale
dell’investimento e senza necessariamente scegliere l’investimento più
remunerativo, perché, come sottolinea Papa Francesco, ‘in questo momento gli
investimenti che danno più reddito sono la fabbrica di armi e gli
anticoncezionali: uno distrugge la vita, l’altro impedisce la vita’, bensì
quello più conforme alle esigenze cristiane”. Prudenza e competenza, quindi,
sono i criteri a cui ispirare una gestione finanziaria professionale,
trasparente e responsabile.
“Sebbene non immorali intrinsecamente, nate anzi
per favorire l’innovazione tecnologica in ambito finanziario”, le
cripto-attività “registrano la mancanza di un quadro normativo di riferimento
completo”, il monito su una tipologia di investimenti molto recente, definita
non opportuna poiché “caratterizzata da un elevato grado di volatilità e
opacità” e spesso finalizzata a finanziare attività illecite, come il
riciclaggio del denaro o il finanziamento al terrorismo.
“Nella realizzazione delle proprie decisioni di
investimento, anche, e soprattutto, la Chiesa e gli enti religiosi sono
chiamati a porsi interrogativi ben precisi in relazione agli obiettivi che si
intendono perseguire”, l’appello della Cei, sulla scorta del concetto di
“ecologia integrale” richiamato da Papa Francesco e ribadito da Papa Leone. Nel
testo, si dà ampio spazio anche al tema della comunicazione, mettendo in
guardia dal fenomeno del “ green washing” o “social washing”, ossia la
tendenza tipica della strategia di comunicazione e marketing di certe imprese,
organizzazioni o istituzioni “finalizzata a costruire un’immagine di sé
ingannevolmente positiva, sotto il profilo dell’impatto ambientale, sociale o
di governance”.
Nella parte finale delle Linee- guida, si dà spazio le
linee operative: “Favorire imprese che si assumono la responsabilità per le
condizioni di lavoro vigenti nei propri ambienti e nelle aziende terze;
sostenere eque politiche salariali e assistenziali, in concomitanza di precise
linee guida sulla sicurezza dei lavoratori; esercitare un sostegno attivo
alle risoluzioni degli azionisti finalizzate a proteggere e promuovere i
diritti umani; scegliere le imprese che attuano la formazione continua
dei loro dipendenti; selezionare imprese che favoriscano la maternità e
la paternità, attuando scelte di sostegno diretto alle famiglie, e indiretto
attraverso interventi infrastrutturali”. “Selezionare imprese che si adoperano
per la riduzione del consumo di materie prime, acqua, energia e delle emissioni
di sostanze inquinanti”, e che sviluppano e promuovono l’utilizzo di fonti di
energia rinnovabile.
“Sostenere le imprese che permettono una migliore
conciliazione tra lavoro e famiglia, diffondere politiche aziendali sulla
parità salariale, le opportunità di promozione per le donne e l’adeguamento
alle legittime esigenze familiari, sostenere la partecipazione attiva delle
donne nella vita dell’azienda, in particolare in termini di politica e processo
decisionale e inclusione nelle posizioni di leadership”.
Aborto, contraccettivi, ricerca su cellule staminali
embrionali, eutanasia, commercio di armi, pedopornografia, corruzione, pena di
morte sono invece i settori di attività in cui la Cei consiglia di non
investire.
“La dottrina sociale della Chiesa condanna qualsiasi
forma di corsa agli armamenti, di tipo convenzionale e non, e si oppone alle
gravi distorsioni derivanti da spese militari eccessive e sproporzionate, anche
se, all’oggetto d’arma in sé è riconosciuto anche un uso funzionale di difesa,
quale ad esempio pio quello delle forze di polizia per garantire l’ordine
pubblico”. Inoltre, per la Cei, “non si deve investire in società o paesi che
applicano atteggiamenti discriminatori per etnia, cultura, religione, genere, o
in società che hanno avuto gravi controversie per atteggiamenti
discriminatori”.
Non è raccomandato investire neanche “in società
coinvolte direttamente o indirettamente nella produzione e distribuzione di
materiale pedopornografico”, o con controversie legate alla corruzione: “non
saranno effettuati investimenti nei paesi che applicano la pena di morte” o in
cui vigono regimi totalitari o dittature militari. Sir 19
Benedizioni delle coppie omosessuali in Germania, una bussola per
orientarsi
Dalla nascita del Cammino sinodale fino all’ultima
bocciatura del Dicastero per la Dottrina della fede del vademecum della Chiesa
tedesca per le benedizioni - Di Giacomo König
Francoforte. Facciamo un po’ di chiarezza, ricostruendo
lo sfondo di quanto accaduto recentemente tra il Dicastero per la dottrina
della fede e la Chiesa tedesca, a proposito delle benedizioni delle coppie
omosessuali.
Nell’autunno del 2019, su iniziativa della Conferenza
Episcopale Tedesca e il Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi, nasce il
Cammino sinodale. È la risposta della Chiesa tedesca ad uno studio sugli abusi
sessuali su minori ad opera di religiosi pubblicato nel settembre del 2018 e
intitolato “Abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti cattolici, diaconi e
religiosi di sesso maschile nell'ambito della Conferenza Episcopale Tedesca”.
Il Cammino si prefigge di intraprendere un processo di riforma della Chiesa, e
a questo scopo, si configura in quattro indirizzi tematici. “Potere e divisione
dei poteri nella Chiesa – partecipazione comune e corresponsabilità
missionaria”; “La vita sacerdotale oggi”; “Il ruolo e i ministeri delle donne
nella Chiesa”. L’ultimo indirizzo è dedicato proprio ai temi della morale
sessuale e si intitola “Vita relazionale, amore e sessualità”.
Nel marzo del 2023 il Cammino sinodale approva un
documento intitolato “Cerimonie di benedizione per coppie che si amano”, con il
quale intende uniformare le benedizioni da parte dei sacerdoti a persone
risposate, coppie dello stesso sesso e coppie unite in unione civile.
Il 18 dicembre 2023 il Dicastero per la Dottrina della
Fede pubblica la dichiarazione Fiducia supplicans, approvata da Papa Francesco.
Il testo sostiene la possibilità di impartire benedizioni pastorali e spontanee
a coppie in situazioni “irregolari” - incluse le coppie omosessuali - purché la
benedizione non lasci adito ad essere interpretata come una simulazione di un
matrimonio sacramentale. A questo fine, chiarisce che la benedizione riguarda
gli individui che chiedono l’aiuto di Dio e non va confusa con una
“validazione” della relazione nel senso del matrimonio. La dichiarazione
specifica che, proprio per questo, la benedizione deve essere di brevissima
durata e non deve assumere una forma liturgica specifica, ma mantenere
caratteristiche di spontaneità, senza essere strutturalmente inserita in riti
liturgici della Chiesa.
Il 18 novembre 2024 il Dicastero per la Dottrina della
fede indirizza una lettera a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Treviri e
presidente della Commissione per la Liturgia della Conferenza Episcopale
Tedesca, nella quale il prefetto, il cardinale Victor Manuel Fernández, annota
alcune “osservazioni” sul sussidio “Benedizioni alle coppie che si amano” (del
2023). Esso prevede “acclamazioni” al termine delle benedizioni: un gesto
normalmente previsto proprio dal rituale matrimoniale. Questo prestito dalla
celebrazione del matrimonio legittima di fatto lo stato delle coppie, in
contrasto con quanto affermato dalla Fiducia supplicans. Un secondo punto di
contrasto con il documento del Dicastero, è il fatto che il sussidio del
Cammino sinodale tedesco (chiamato nella lettera Vademecum) offre un
“formulario prefissato” e una “specie di liturgia o paraliturgia” per la
realizzazione delle benedizioni, con ciò contravvenendo al carattere di
“spontaneità e libertà” che lo stesso Vademecum gli attribuisce.
Nell’aprile del 2025, Conferenza Episcopale Tedesca e
Comitato Centrale dei Cattolici tedeschi pubblicano congiuntamente un sussidio
pastorale intitolato “La benedizione dà forza all'amore - Benedizioni per le
coppie che si amano”. Le benedizioni vengono incoraggiate come un rafforzamento
di un accompagnamento pastorale, ma non come equiparazione al matrimonio
sacramentale. Il documento ribadisce – affermando di seguire le indicazioni
della Fiducia supplicans - che esse non devono ingenerare confusione col matrimonio
cattolico e devono mantenere un carattere di spontaneità, evitando ogni schema
rituale che potrebbe creare confusione con la celebrazione di un matrimonio
cattolico. Nel sussidio si legge: “Per le benedizioni non sono previste
celebrazioni liturgiche e preghiere approvate”. ”Le benedizioni – prosegue il
testo - devono essere organizzate in modo tale da non creare confusione con la
celebrazione liturgica del sacramento del matrimonio“.
Nel settembre del 2025 Leone XIV concede la prima
intervista del suo pontificato alla vaticanista statunitense Elisa Ann Allen,
autrice della sua prima biografia autorizzata. Il Pontefice ribadisce in questa
occasione la contrarietà della Chiesa alla benedizione solenne delle coppie
omosessuali introdotta in Germania e in altri paesi europei. Afferma inoltre
che le cerimonie di benedizione ecclesiastica introdotte in alcuni paesi
violano “chiaramente il documento Fiducia Supplicans, approvato da Papa Francesco”.
Durante l’incontro in Vaticano con i vescovi tedeschi del
12 novembre 2025, il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede,
cardinale Fernández, chiarisce al vescovo Ackermann, che la lettera del
Dicastero del 18 novembre del 2024, pubblicata solo recentemente sul sito della
Congregazione, costituisce “l’unica e l’ultima risposta” anche al più recente
sussidio “La benedizione dà forza all'amore - Benedizioni per le coppie che si
amano”, dell’aprile 2025, che pertanto “non ha l’approvazione del Dicastero per
la Dottrina della Fede”. Ecco la motivazione per la bocciatura: anche se il
testo definitivo contiene modifiche rispetto alla bozza, esso in realtà non
accoglie nella sostanza quanto scritto nella lettera del 2024 perché - benché
parli di spontaneità e libertà circa le benedizioni per coppie
extramatrimoniali – propone poi una specie di liturgia espressamente esclusa
dalla Fiducia supplicans.
Tornando dal suo viaggio apostolico in Africa, sul volo
di ritorno dalla Guinea Equatoriale all’Italia, lo scorso 23 aprile 2026, il
Papa risponde ad una domanda sulla proposta di formalizzare la benedizione
delle coppie omosessuali in Germania. Il Pontefice spiega che “la Santa Sede ha
già parlato con i vescovi tedeschi. La Santa Sede ha chiarito che non siamo
d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie, in questo caso delle
coppie omosessuali o delle coppie in situazioni irregolari, al di là di quanto
fosse specificamente, se così si può dire, consentito da Papa Francesco”. Aci
19
Ravasi, Papa Leone XIV è aperto a tutto quanto fa cultura
Parla il presidente emerito del Pontificio Consiglio per
la Cultura ad un anno dall'inizio del pontificato
Città del Vaticano. “Come afferma Sant’Agostino: «La
Chiesa consta di tutti coloro che sono in concordia con i fratelli e che amano
il prossimo»”. La citazione di Agostino è di Papa Leone XIV. E’ nella sua
omelia del 18 maggio 2025, messa di inizio del Pontificato.
La cifra agostiniana è anche la cifra di un rapporto
speciale con la cultura. Per questo EWTN ha incontrato il Cardinale Gianfranco
Ravasi per anni presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura che fu
istituito da Giovanni Paolo II e poi accorpato al Dicastero della Educazione
per volontà di Papa Francesco.
Ma la cultura ha un ruolo particolare nel pontificato di
Leone XIV. Allora come la cultura ha recitato un ruolo e in che maniera,
soprattutto, è stata divulgata dopo questi primi dodici mesi?
Dobbiamo innanzitutto però ricordare soprattutto che il
concetto di cultura attuale non è più, come si intendeva in passato, la parte
alta, cerebrale quasi, cioè l'intelligenza, la filosofia, la teologia soltanto.
Ora è un fenomeno, si dice, antropologico, orizzontale.
Anche la cultura industriale esiste, la cultura agricola. Per questo motivo io
penso che Papa Leone abbia introdotto proprio, abbia seguito questo nuovo
concetto di cultura.
È vero, incontra anche gli intellettuali ma soprattutto
la sua è un'attenzione a questa orizzontalità della cultura, cioè a tutto
quanto riguarda la vita della città, la vita di un popolo, la vita di una
società e l'elaborazione che deve fare perché questa società sia diversa, più
giusta, più nobile e in questa luce si spiega anche il suo magistero.
Da un punto di vista pratico, in che modo Papa Leone
attraverso i media, anche i nuovi media, può realmente incidere dal punto di
vista culturale?
Abbiamo visto anche i nostri giorni con episodi qualche
volta anche un po' problematici. Quanto sia però incisiva e decisiva la sua
voce, se è vero che suscita reazioni scomposte anche, sgangherate persino, che
vuol dire che la sua è una presenza ed è una presenza significativa perché egli
ha scelto come strada, come percorso, quello di ritornare ancora alla categoria
etico-sociale fondamentale del cristianesimo che è l'amore, che è la relazione
con l'altro, il rispetto della persona, della dignità delle vittime ed è in
questa luce che la sua è una vera e propria proposta culturale cristiana.
E in che modo la Chiesa può cercare di dialogare con una
società evidentemente sempre più secolarizzata dal punto di vista culturale
senza però perdere la propria identità?
Il problema principale è sempre quello dell'essere capaci
di stare sulla frontiera, è quello che diceva un filosofo giudeo Alessandrino
il quale parlava dell'uomo sapiente come colui che sta sulla frontiera ed è in
questa luce che io credo che debba essere la nostra capacità. Dobbiamo avere i
piedi piantati nel nostro territorio, cioè conoscere bene la propria fede sotto
un cielo che è un cielo illuminato dalla trascendenza, cioè dal mistero di Dio,
dal messaggio, dalla rivelazione, però al tempo stesso non rinchiusi in noi
stessi, guardando ciò che sta al di là, quello che noi incontriamo
nell'orizzonte che è cosiddetto non credente.
La Chiesa quindi deve essere testimone?
Non deve innanzitutto rinchiudersi in se stessa, nel suo
proprio orizzonte, guardandosi solo all'interno. Deve anche avere il coraggio,
come ha fatto Cristo, peraltro, che è uscito sempre per le strade, per le
piazze, essere capace anche di stare su quella che io direi un po' la frontiera
e cioè lo sguardo deve essere rivolto oltre a questo mondo che è nella piazza,
nella vita quotidiana, con i commerci, con le miserie, con le gioie, gli
splendori, anche il riso e le lacrime, ma dall'altra parte deve essere capace
di custodire i piedi ben piantati nel suo orizzonte, che è l'orizzonte del
messaggio cristiano.
Che valore possiamo dare, anche da un punto di vista
culturale, soprattutto per il futuro di questo pontificato, il fatto che il
Santo Padre si sia arrecato alle radici della sua vocazione agostiniana?
Dobbiamo anche, prima di tutto, direi, dare uno sguardo a
quell'orizzonte in cui lui è entrato. È vero, c'è un grande santuario ad
Annabà, l'antica Ippona, la sede di Sant'Agostino, però tutto quel territorio è
ormai un territorio o desertico oppure soltanto segnato da un'altra religione,
pur nobile, come l'Islam.
Una volta noi pensiamo che quel territorio, quando
Agostino lo viveva, l'immenso Agostino, era un territorio tutto cristiano, una
serie di diocesi cristiane c'erano. C'erano autori come Tertuliano, Cipriano,
Cirillo, Agostino, quindi era tutto un mondo. E allora la presenza del Papa è
quella di ricordare che anche nell'interno della nostra cristianità occidentale
c'è il rischio che questa desertificazione avvenga, ed è la malattia, io credo,
non tanto dell'ateismo aggressivo, ma è la malattia dell'indifferenza, cioè
della superficialità, della banalità, che incrina e che rende perciò certi
cristiani irrilevanti proprio perché non hanno più la loro grande carica
religiosa. Aci 18
Cristo continua ancora oggi a vivere nella storia. Ascensione del Signore
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. Il testo degli Atti degli Apostoli ci racconta che
i discepoli, dopo che Gesù fu assunto al cielo se ne “tornarono a
Gerusalemme con grande gioia”. Una gioia che, a prima vista, appare immotivata:
quella era, infatti, l’ultima volta che vedevano il Signore. Da dove nasce,
allora, questa gioia sovrabbondante?
Uno dei motivi della loro contentezza era certamente dato
dalla presenza della Vergine Maria in mezzo a loro. I discepoli sapevano che,
una volta tornati a Gerusalemme, avrebbero goduto della compagnia della Madre
di Gesù, che sotto la Croce era divenuta anche Madre di ciascuno di loro.
Sapevano, quindi, di potere contare sul suo consiglio spirituale, sulla sua
preghiera, sul suo aiuto. A lei, che aveva avuto il privilegio di coltivare una
relazione profonda, intima e personale con Gesù, potevano rivolgersi per essere
aiutati ad approfondire il mistero del suo Figlio. A Lei, che era stata avvolta
dalla potenza di Dio, potevano guardare per imparare a vivere nella fede, nella
speranza e nella carità. Inoltre, Maria, che aveva concepito il Figlio di Dio
per opera dello Spirito Santo, era anche la donna più preparata ad accompagnare
l’attesa del dono promesso da Cristo: lo Spirito Santo.
L’Ascensione del Signore, però, non è soltanto sorgente
di gioia: è anche il giorno della responsabilità per ogni cristiano. Oggi il
Signore sembra dire a ciascuno di noi: “Adesso tocca a te! Ma a fare che cosa?
Ad essere testimoni di Cristo nel mondo. Il cristiano, qualunque sia la sua
vocazione nella Chiesa, è chiamato a portare Gesù agli altri, perché tutti
possano conoscerlo ed amarlo. Tutto il resto passa in second’ordine. E in
questa missione non siamo soli. Il Signore continua ad accompagnarci. Egli ha
detto: “Io vado, e poi ritornerò da voi” (Gv 14,18). Questo suo ritorno è
avvenuto quando, dopo la sua morte, si è manifestato vivo ai discepoli; è
proseguito nei quaranta giorni successivi e ha raggiunto il suo compimento
nella Pentecoste, quando Cristo, insieme al Padre ha effuso lo Spirito Santo
sulla Chiesa, inaugurando un modo nuovo della sua presenza nel mondo.
Cristo, che si è manifestato agli uomini duemila anni fa,
continua ancora oggi a vivere nella storia - in maniera reale, seppure
misteriosa - nel sacramento dell’Eucarestia, dove si dona a noi come cibo.
Nutrendoci di Lui anche la nostra umanità viene trasformata, viene divinizzata
e noi siamo rigenerati a immagine e somiglianza del Signore Gesù. Ma c’è di
più: donandosi nell’Eucarestia, Cristo si crea un nuovo corpo, la Chiesa. Per
questo il Signore si rende presente anche nella comunità cristiana, alla quale
Gesù ha affidato la missione di annunciare la Sua Parola per fare “discepoli
tutti i popoli”. Non chiede anzitutto di organizzare strutture o di elaborare
strategie umane, ma di testimoniare la forza salvifica della sua Parola. È
questa la missione della Chiesa. È questa la nostra missione. Portare Cristo al
mondo, perché il mondo possa ritrovare in Lui la speranza, la verità e la vita.
In questo mese di maggio, tradizionalmente dedicato alla
Vergine Maria, anche noi siamo invitati a tornare spiritualmente nel Cenacolo,
accanto agli Apostoli, per imparare dalla Madre del Signore ad accogliere il
dono dello Spirito Santo e testimoniare con amore e coraggio il Signore Gesù,
il Salvatore del mondo.
Aci 17
Intelligenza artificiale, Papa Leone XIV istituisce una Commissione
Interdicasteriale
La decisione del Papa è stata assunta considerando lo
sviluppo negli ultimi decenni del fenomeno dell’Intelligenza Artificiale e le
più recenti accelerazioni nel suo generale utilizzo - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. Papa Leone XIV ha approvato
l’istituzione della Commissione Interdicasteriale sull’Intelligenza
Artificiale. Ne ha dato notizia la Sala Stampa della Santa Sede. La decisione
al termine dell’udienza del 3 maggio scorso, concessa al Cardinale Michael
Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.
La decisione del Papa è stata assunta considerando lo
sviluppo negli ultimi decenni del fenomeno dell’Intelligenza Artificiale e le
più recenti accelerazioni nel suo generale utilizzo; i suoi potenziali effetti
sull’essere umano e sull’umanità nel suo insieme; la preoccupazione della
Chiesa per la dignità di ogni essere umano, soprattutto in relazione al suo
sviluppo integrale,
Viene stabilito che tale Commissione sarà composta dai
rappresentanti del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale,
del Dicastero per la Dottrina della Fede, del Dicastero per la Cultura e
l’Educazione, del Dicastero per la Comunicazione, della Pontificia Accademia
per la Vita, della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia
Accademia delle Scienze Sociali. Eventuali modifiche alla composizione della
Commissione saranno sottoposte all’approvazione del Santo Padre.
Inoltre il Capo Ente di ogni Istituzione elencata delega
un rappresentante per la Commissione ed il coordinamento della Commissione
è affidato, per un anno, eventualmente rinnovabile, al Dicastero per il
Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. In seguito, il Romano Pontefice
affiderà il coordinamento a una delle Istituzioni partecipanti, sempre per il
periodo di un anno.
Infine spetterà all’Istituzione coordinatrice di
facilitare la collaborazione e lo scambio tra i membri del gruppo delle
informazioni riguardanti le attività e i progetti concernenti l’Intelligenza
Artificiale, comprese le politiche del suo utilizzo all’interno della Santa
Sede, promuovendo dialogo, comunione e partecipazione.
Papa Leone XIV ha fin dall’inizio del suo pontificato
ricordato l’importanza delle sfide globali lanciate dall’intelligenza
artificiale. Spiegando la decisione circa la scelta del nome assunto come Papa,
Leone XIV disse infatti il 10 maggio 2025 parlando al collegio cardinalizio:
“oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per
rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza
artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della
giustizia e del lavoro”. Aci 16
Papa Leone: "Anche a livello finanziario al centro bisogna sempre
mettere la persona"
Questa mattina l'incontro con un gruppo di dirigenti e
dipendenti di diversi Istituti Bancari Italiani - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. “Le vostre istituzioni finanziarie
hanno favorito, in modi diversi, una giusta condivisione e ridistribuzione di
ricchezza tra individui, imprese e istituzioni, rendendone la fruizione più
accessibile a tutti e valorizzando il contributo di ciascuno. È questa una
funzione sociale che ben si inscrive nella missione affidata da Dio all’uomo di
essere custode del creato”. Lo ha detto il Papa, stamane, ricevendo un gruppo
di dirigenti e dipendenti di diversi Istituti Bancari Italiani.
“La concentrazione di capitali e la disponibilità di
qualificate competenze” hanno fornito il sistema bancario “di mezzi economici
ingenti, con la conseguente duplice possibilità – ha osservato Leone XIV - di
farsi promotore di equa condivisione per il benessere generale o, in negativo,
fautore di accumuli egoistici, fonte di sperequazione e miseria”.
“La vostra storia testimonia – ha rilevato il Papa - come
chi si occupa del mercato finanziario non solo può fare del bene agendo in modo
retto, ma anche informando e formando le persone e gli ambienti in cui opera ad
un uso oculato e moralmente appropriato delle risorse, in cui si coniughino
sensibilità, intelligenza, onestà e carità, e facendosi promotore di parametri
umanizzanti in cui guadagno e solidarietà non sono più antagonisti”.
“In banca – ha sottolineato ancora il Pontefice - non
entrano in prima analisi capitali, ma persone, e che dietro i numeri ci sono
donne e uomini, famiglie che hanno bisogno di aiuto. Per questo, in un contesto
in cui l’alta informatizzazione degli strumenti impone mediazioni sempre più
elaborate e artificiali nelle relazioni interpersonali voi, eredi di una grande
tradizione di attenzione umana, siete chiamati a fare in modo che chi accede ai
vostri servizi non si senta abbandonato alla freddezza di sistemi algoritmici –
per quanto efficienti e matematicamente precisi – ma che dietro gli strumenti
tecnici percepisca, oggi come in passato, la presenza di persone pronte
all’ascolto e desiderose di bene”.
“Anche a livello finanziario – ha concluso Papa Leone -
al centro bisogna sempre mettere la persona. Il vostro impegno in questo senso
è vivo e attuale, come testimoniano i numerosi progetti umanitari e culturali
di cui siete promotori. Vi incoraggio a continuare ad operare in questo modo,
tenendo viva la vostra vocazione di enti di mutuo sostegno e orientando sempre
il vostro impegno verso un’etica della solidarietà. È il seme da cui siete nati
e la radice solida e profonda, per quanto spesso nascosta, grazie alla quale
l’albero delle vostre realtà continua a crescere e a svilupparsi. Fedeli alle
vostre origini, non dimenticate mai la carità, anzi fatene sempre più il
criterio guida delle vostre scelte programmatiche”.
Aci 16
Lotta alle droghe: l’educazione è la chiave della prevenzione
Oggi, l'udienza ai Partecipanti alla Conferenza
Interparlamentare sulla lotta alla Criminalità Organizzata nella Regione OSCE
Città del Vaticano. “Grave e urgente” così la definisce,
papa Leone XIV, la “lotta contro il flagello delle droghe illecite”. E lo fa
parlando ai Rappresentanti degli Stati partecipanti dell’Organizzazione per la
Sicurezza e la Cooperazione in Europa riuniti per la Seconda Conferenza
Internazionale sulla Lotta contro la Droga e la Criminalità Organizzata nella
Regione OSCE: una regione che si estende da Vancouver a Vladivostok, e
che “testimonia la volontà collettiva di affrontare un fenomeno che alimenta
le reti criminali e mette in pericolo il futuro stesso delle nostre società”.
“La Santa Sede - continua nel suo discorso in lingua
inglese il papa - è fermamente convinta che lo Stato di diritto, la prevenzione
del crimine e la giustizia penale debbano avanzare insieme, in unità. Infatti,
l’autentica attuazione dello Stato di diritto rimane indispensabile per uno
sviluppo umano integrale”. E continua: “Nessuna società veramente giusta può
durare se non quando la legge — e non la volontà arbitraria degli individui —
rimane sovrana mentre nessuna persona o gruppo, indipendentemente dal proprio
potere o status, può mai rivendicare il diritto di violare la dignità e i
diritti degli altri o delle loro comunità”.
Parla di diritti umani, il pontefice. E per garantirli,
sono necessari non solo gli “sforzi delle autorità preposte all’applicazione
della legge, ma anche l’impegno della società nel suo insieme, sia a livello
nazionale sia internazionale”. La Santa Sede - afferma il pontefice - è vicina
a ogni iniziativa che “cerchi di istituire un sistema di giustizia penale
efficace, giusto, umano e credibile, capace di prevenire e contrastare la
produzione e il traffico di droghe illecite”.
E, in merito alle pene è altrettanto importante
“includere approcci improntati alla perseveranza e alla misericordia, orientati
alla rieducazione e al pieno reinserimento dei colpevoli nel tessuto della
società”. Una riabilitazione, dunque, auspica papa Leone XIV, pensando anche a
un “approccio multidisciplinare” che “deve considerare la persona umana nella
sua totalità, andando oltre sia le misure puramente repressive sia le soluzioni
permissive, entrambe incapaci di liberare gli individui dalle catene della
dipendenza. In questo modo, essi potranno riscoprire e vivere nuovamente la
pienezza della loro dignità donata da Dio”.
“Prevenire e contrastare la criminalità organizzata è
essenziale per costruire società sicure, giuste e stabili. Da questa
prospettiva, desidero rendere omaggio a tutti gli agenti delle forze
dell’ordine e ai membri della magistratura che hanno sacrificato la propria
vita o subito ferite nel coraggioso adempimento del loro dovere. La loro
testimonianza dovrebbe suscitare in noi sentimenti di gratitudine,
responsabilità e rinnovata determinazione. La Chiesa Cattolica, attraverso le
sue numerose istituzioni nel mondo e attingendo alla sua lunga esperienza
nell’accompagnare coloro che soffrono per la dipendenza, è pronta a rafforzare
ulteriormente il suo legame di fruttuosa cooperazione con la società civile.
Insieme, in uno spirito di reciproco rispetto e responsabilità condivisa,
possiamo promuovere politiche che servano veramente il bene comune e
l’inalienabile dignità di ogni essere umano” così conclude papa Leone XIV . aci
15
‘Custodire voci e volti umani’
Intervistiamo il professor Andrea Tomasi, docente di
Ingegneria dell’Informazione all’Università di Pisa e consigliere nazionale
dell’associazione ‘WeCa’ (WebCattolici) - Di Simone Baroncia
Roma. “Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi,
di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento
costitutivo di ogni incontro… Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da
Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la
Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i
secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi”:
così inizia il messaggio di papa Leone XIV, ‘Custodire voci e volti umani’,
scritto in occasione per la XL Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali,
che si svolgerà domenica 17 maggio.
Partendo da questo paragrafo iniziale abbiamo chiesto al
professor Andrea Tomasi, docente di Ingegneria dell’Informazione
all’Università di Pisa e consigliere nazionale dell’associazione ‘WeCa’
(WebCattolici), al quale chiediamo di spiegarci il motivo per cui il papa
invita a 'custodire voci e volti umani': “Voci e volti è un’espressione che il
Papa usa frequentemente. Lo spiega all’inizio del messaggio: ‘Il volto e la
voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria
irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro’.
Così definisce nell’omelia in occasione della consegna
del pallio nello scorso 29 giugno, la comunione ‘armonia di voci e volti’, e
così parla della ‘pace di Cristo risorto che continua ad attraversare porte e
barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni’ nel messaggio per la
Giornata della Pace di questo anno.
La novità pervasiva delle tecnologie digitali e dell’
Intelligenza Artificiale, che viene presentata come motore di una evoluzione
della specie umana, può alterare e nascondere le voci e i volti delle persone.
Per questo occorre ‘custodire’ le persone, l’essere umano, mettendolo al centro
dell’attenzione e dell’azione di governo. Voci e volti da custodire, perché
‘sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e
somiglianza’, ha scritto il papa nel messaggio per la Giornata delle Comunicazioni
Sociali di quest’anno. L’Intelligenza Artificiale non può essere fermata, ma va
‘guidata, consapevoli del suo carattere ambivalente’. Va compresa e
governata, non semplicemente usata e regolata, potremmo dire riecheggiando
l’insegnamento di Romano Guardini. L’ ‘ecologia integrale’, che coinvolge la
persona, l’ambiente naturale, quello economico e quello culturale, come
affermato da papa Francesco nell’enciclica ‘Laudato sì’, vede aggiungersi oggi
anche l’elemento dell’ambiente tecnologico”.
‘La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione
può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche
ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società’: per quale
motivo papa Leone XIV insiste molto sulla 'sfida' dell'Intelligenza
Artificiale'?
“Molti oggi parlano della sfida tecnologica in atto nella
competizione tra Stati Uniti e Cina, o nell’approccio europeo, con l’attenzione
a cogliere le opportunità ed evitare i rischi nell’usare le piattaforme
digitali. Papa Leone XIV mette in evidenza un aspetto più radicale: l’
Intelligenza Artificiale rappresenta una sfida antropologica. che tocca la
stessa identità dell’essere umano. L’Intelligenza Artificiale è il perno e
l’asse portante di una riorganizzazione del lavoro e delle professioni, che ridisegna
attività essenziali della persona umana e influisce sul modo di pensare, di
fare memoria, di agire, di entrare in relazione. La formazione universitaria e
l’esperienza di vita di papa Leone, che conosce bene l’ambiente americano delle
aziende produttrici di tecnologie digitali e, come Agostino e Pascal, ha
sviluppato una profonda riflessione sulla natura umana, lo rende oggi
particolarmente attento e preparato a raccogliere la ‘sfida’ dell’Intelligenza
Artificiale e di tutto ciò che si muove intorno alle piattaforme digitali”.
‘E’ importante educare ed educarsi ad usare
l’Intelligenza Artificiale in modo intenzionale, e in questo contesto
proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria
voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e
comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano
la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso’: quale
alfabetizzazione ai media oggi ci è richiesta?
“Oggi è necessaria soprattutto una forte azione
educativa, non solo per l’apprendimento delle abilità specifiche per l’uso
delle tecnologie digitali ma anche, se non più, per lo sviluppo di attitudini
umanistiche e morali, come l’attenzione alla qualità delle informazioni, la
ricerca e il rispetto della verità, l’uso di un linguaggio non aggressivo e
ostile. Anche quando si ricorre alle piattaforme di I.A. non va abbandonato lo
spirito critico e l’esercizio della propria intelligenza, con una accurata
impostazione delle domande e una attenta verifica della qualità delle risposte
ottenute”.
Come si rapportano i ragazzi con i new media?
“Secondo i rapporti pubblicati annualmente da importanti
istituzioni ed enti di ricerca, i ragazzi accedono precocemente ad un ambiente
iperconnesso, che diventa la loro principale fonte di informazione e di
socializzazione. L’apparente disponibilità di molteplici contatti rischia però
di mascherare una sorta di solitudine digitale, in cui la socialità viene
sostituita da sollecitazioni emotive o relazioni superficiali”.
Quali sono le finalità di ‘WeCa’?
“L’ Associazione si propone di essere luogo di confronto
tra chi, a vario titolo, svolge un compito di comunicazione digitale
nell’ambito delle realtà ecclesiali. Il sito e i canali social di WeCa mettono
in circolazione notizi e buone pratiche e diffondono webinar e tutorial
sull’uso e sugli effetti delle tecnologie digitali”.
In questa realtà multimediale a quale compito sono
chiamati i missionari digitali?
“A dare ‘voci e volti’ alla missione delineata nel
Messaggio: esercitare responsabilità, cooperazione ed educazione per
comprendere e governare le tecnologie digitali e l’Intelligenza Artificiale, in
modo da indirizzarle verso la realizzazione piena della persona umana e lo
sviluppo dell’intera umanità e non essere invece strumento di dominio di pochi
tecnocrati o mezzo per manipolazioni e condizionamenti. Una missione da
svolgere con realismo e competenza, perché la posta in gioco è, veramente, il
futuro dell’umanità”. Aci 15
Papa alla Sapienza: “mondo storpiato dalle guerre, non si chiami difesa il
riarmo”
Visitando il più grande ateneo laico d'Europa, il Papa ha
chiesto agli studenti di essere "artigiani di pace vera" e ai docenti
di "parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro
cognizioni". "Diventare tutti costruttori di pace nel mondo", il
congedo finale a braccio – di M.Michela Nicolais
“La mia visita vuole essere segno di una nuova alleanza
educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa Università, che
proprio in seno alla Chiesa è nata e cresciuta”. Entrando, per la prima volta
da Pontefice, nell’ateneo laico più grande d’Europa, Leone XIV – nel suo
discorso pronunciato nell’Aula Magna dell’Università “Sapienza” di Roma,
costellato dagli applausi – ha tracciato un approfondito affresco del mondo
giovanile, partendo dai due volti dell’inquietudine ed esortando gli studenti ad
essere “artigiani della pace vera”, e ha rivolto precise indicazioni di rotta
ai docenti, chiamati a credere nei propri studenti, perché “insegnare è una
forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero
per la strada, una coscienza disperata”.
“Sì alla vita, sì alla vita innocente, sì alla vita
giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia”, gli imperativi
controcorrente in un mondo “storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra”,
dove il grido “mai la guerra” che ha segnato il dramma del Novecento non va mai
dimenticato. “Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori
palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto
fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento”, il grido d’allarme
del Pontefice. “I viali della città universitaria, che ho percorso per arrivare
qui, sono attraversati quotidianamente da tanti giovani, abitati da sentimenti
contrastanti”, l’immagine scelta dal Papa per descrivere gli studenti, che lo
hanno applaudito al suo ingresso e durante i suoi spostamenti all’interno della
città universitaria. “Vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra
stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili
ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che
nessuno ve lo può rubare”, ha proseguito Leone XIV: “Quando il desiderio di
verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di
un mondo nuovo”. “Sapete che sono legato spiritualmente a Sant’Agostino, che fu
un giovane inquieto”, l’esempio additato dal Pontefice: “fece anche gravi
errori, ma nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la
sapienza”.
“Non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male”,
il “volto triste” dell’inquietudine. “Per tutti ci sono stagioni difficili”,
alimentate soprattutto “dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle
prestazioni”: “È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le
persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali
d’ansia”. “Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che
non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata
di un cosmo muto”, il monito sulla “speciale dignità” di ogni essere umano:
“Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!”. “Chi sei?”, la domanda da porsi
sulla “speciale dignità” di ogni persona, alla quale non si può rispondere da
soli.
“Che mondo stiamo lasciando?”. “Un mondo purtroppo
storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra”, la domanda e la risposta
offerta ai docenti. “Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano
geopolitico invade ogni relazione sociale”, l’analisi del Papa, secondo il
quale “la semplificazione che costruisce nemici va corretta, specie in
università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della
memoria”. In particolare, “il dramma del Novecento non va dimenticato”: “Il
grido ‘mai più la guerra!’ dei miei predecessori, così consonante al ripudio
della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza
spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la
loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali”.
“Non si chiami difesa un riarmo che aumenta tensioni e
insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce
fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”,
il riferimento al tragico scenario geopolitico, che vede crescere in maniera
enorme la spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa. Occorre,
inoltre, “vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze
artificiali in ambito militare e civile, affinché non deresponsabilizzino le scelte
umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti”.
Oltre alla pace e alla difesa della vita, un secondo
fronte d’impegno comune riguarda l’ecologia. “Siamo in presenza di un
preoccupante riscaldamento del sistema climatico”, denunciava Papa Francesco
nella Laudato si’: da allora, in oltre un decennio, “la situazione non sembra
essere migliorata”. “Non cedere alla rassegnazione”, la consegna ai giovani:
“Oggi, proprio l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico libera il
campo al nuovo che già germoglia: studiate, coltivate, custodite la giustizia!”.
“Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate
artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante,
lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra”, la chiamata
all’azione: “così poco considerati da una società con sempre meno figli,
testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con
sapienza”.
Ai docenti, il Papa ha chiesto di credere nei loro
studenti: “Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le
possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro
cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura
per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è
dire la verità”, perché il sapere “non serve solo a raggiungere scopi
lavorativi, ma a discernere chi si è”. “Collaboriamo insieme, siamo tutti costruttori
di pace nel mondo”, il congedo finale a braccio. Sir 14
Leone XIV ai giovani siate sempre cercatori di verità perché siamo un
desidero non un algoritmo
La visita pastorale del Papa alla Università la Sapienza
di Roma - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. Era gennaio del 2007 quando Benedetto
XVI decise di spegnere una folle polemica di alcuni “professori” che
contestavano la sua visita a La Sapienza per l’apertura dell’Anno accademico
703 in un ateneo che stato fondato secoli prima proprio da un Pontefice. Una
contestazione insensata di 67 docenti universitari che non gradiscono la
visita e criticano un testo del 15 marzo del ’90 dell’allora prefetto della
Congregazione per la dottrina della fede, Ratzinger, sul processo a Galileo Galilei.
Erano una minoranza, ma sapevano manipolare i media e Benedetto XVI decise di
non cadere nel tranello. Ma il testo venne pubblicato. Di quei professori
nessuno ricorda nemmeno il nome.
Oggi in una atmosfera del tutto diversa Leone XIV arriva
nell’ Ateneo fondato da Bonifacio VIII nel 1303. Tanto che il Papa visita anche
la esposizione dell’archivio dei rapporti tra il Papato e l’Università La
Sapienza.
Anche perché a partire dal 2009 è iniziato un processo di
riordino che ha portato all’adozione nel 2010 del nuovo Statuto, ulteriormente
revisionato nel 2015.
Un saluto il Papa lo fa sullo scalone del Rettorato
appena restaurato e firmato nel 1935 dall’architetto che rifece anche via della
Conciliazione, Marcello Piacentini.
Ma la prima piccola riflessione è per i giovani riuniti
nella cappella “perché la mia è una vista pastorale” dice il Papa per conoscere
voi e condividere la fede chi cerca la verità alla fine cerca Dio e incontrerà
Dio nella bella della creazione. É Dio che ci ha data la meravigliosa creazione
a tutti noi. Che il vostro studio sia un incontro con Dio e la bellezza della
vita.
“Questo è un laboratorio dei cuori umani con 125 mila
studenti provenienti da tutto il mondo, che faranno il mondo di domani. Qui si
vuole vivere la fede con un approccio razionale all'altezza del XXI secolo”
come dice don Gabriele Vecchione, il cappellano.
La chiesa, dedicata alla Sapienza, è parte del complesso
dell’Ateneo così come lo conosciamo oggi, dopo tanta storia e il trasferimento
definitivo dalla sede di Sant’Ivo alla Sapienza oggi sede dell’Archivio di
Stato italiano.
La vita dell’Università è segnata nei secoli dai drammi
della nazione e della città, con la violenza del ’68, con gli incidenti, con
gli eventi che oggi hanno portato ad una struttura che ricalca il modello
internazionale di Campus. Ogni epoca ha la sua moda.
L’attuale Magnifico Rettore è una donna Antonella
Polimeni e tra poco ci saranno le elezioni per il rinnovo della carica.
Ma quello che oggi dice il Papa mette al centro la verità
e la inquietudine: “Quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra
audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo”.
La ricerca sulle orme di Sant’Agostino. C’è quella triste
nata dalle stagioni difficili quando qualcuno “può avere l’impressione che non
finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e
dalla pressione delle prestazioni” che nasce dalla “menzogna pervasiva di un
sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e
abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti
giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia
casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un
algoritmo!”.
Il Papa pone domande: chi siamo e che mondo stiamo
lasciando?
Alla prima “possiamo rispondere solo noi, per noi stessi,
ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli”. Mentre alla seconda in “un
mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra” e quindi
“la semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in
università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della
memoria”. E con il ripudio della guerra.
Il Papa aveva salutato i giovani islamici di Gaza
arrivati a La Sapienza grazie ad un corridoio umanitario per completare gli
studi e la sua riflessione si allarga al tema del commercio delle armi:
“Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze
artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le
scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti” e lo studio, la
ricerca, gli investimenti devono essere “un radicale “sì” alla vita! Sì alla
vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace
e giustizia!”.
Allora senza rassegnarsi, mentre “l’implosione di un
paradigma possessivo e consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia:
studiate, coltivate, custodite la giustizia!”
E ai docenti il Papa ricorda che “insegnare è una forma
di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la
strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita
umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza
puntare solo alle loro cognizioni”. Anche perché il sapere, “non serve solo a
raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è”.
E lo scopo della visita per il Papa è chiaro: “vuole
essere segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la
vostra prestigiosa Università, che proprio in seno alla Chiesa è nata e
cresciuta”. Lungo, anche troppo, il discorso del Rettore, Antonella Polimeni
che ha parlato di storia, valori condivisi, responsabilità sociale e pace. Lo
scambio dei doni, un codice dalla Biblioteca Vaticana e una riproduzione di una
iscrizione della Terra Santa.
Sul libro d'Onore il Papa lascia scritto: "scrivo
questo breve messaggio, ricordando l’importanza della ricerca della verità, e
del grande valore dello studio per trovare ciò che Dio ha voluto dare a tutti -
nella creazione dell’uomo e della donna, nella sua somiglianza.”
Non sono in molti gli studenti presenti, il Papa in
visita pastorale certo non crea polemiche come un professore di Teologia, ma ci
sono i ragazzi che sanno cosa significa cercare la verità come dice loro Leone
XIV e a loro il Papa uscendo dal Rettorato ricorda che siamo tutto costruttori
di pace nel mondo e di avere e sempre speranza nella possibilità di costruire
un mondo nuovo. Aci 14
Il Papa: “Nella Vergine Maria viene a specchiarsi anche il mistero della
Chiesa”
"Chiediamo alla Vergine di ottenerci questo dono:
che cresca in tutti noi l’amore per la Santa Madre Chiesa" - Di Veronica
Giacometti
Città del Vaticano. Il Papa, riprendendo il ciclo di
catechesi su “I Documenti del Concilio Vaticano II”, incentra la meditazione di
oggi sul tema della Costituzione dogmatica Lumen gentium e in particolare si
sofferma sulla Vergine Maria, modello della Chiesa.
Per Papa Leone XIV in Maria si può riconoscere “sia il
modello, che il membro eccellente e la madre dell’intera comunità ecclesiale”.
“Maria è modello perfetto di ciò che la Chiesa tutta è
chiamata ad essere, creatura della Parola del Signore e madre dei figli di Dio
generati nella docilità all’azione dello Spirito Santo. In quanto, poi, è la
credente per antonomasia, in cui ci è offerta la forma perfetta
dell’incondizionata apertura al mistero divino nella comunione del popolo santo
di Dio, Maria è membro eccellente della comunità ecclesiale. In quanto, infine,
genera figli nel Figlio, amati nell’eterno Amato venuto fra noi, Maria è madre
della Chiesa tutta, che a Lei può rivolgersi con confidenza filiale, nella
certezza di essere ascoltata, custodita e amata”, spiega ancora Papa Leone XIV.
“Si potrebbe esprimere l’insieme di queste
caratteristiche della Vergine Maria parlando di Lei come della donna icona del
Mistero. Con il termine donna si evidenzia la concretezza storica di questa
giovane figlia d’Israele, cui è stato dato di vivere la straordinaria
esperienza di diventare la madre del Messia. Con l’espressione icona si
sottolinea che in Lei si realizza il duplice movimento di discesa e di ascesa:
in Lei risplendono tanto l’elezione gratuita da parte di Dio, quanto il libero
consenso della fede in Lui. Maria è pertanto la donna icona del Mistero, cioè
del disegno divino di salvezza, celato un tempo e rivelato in pienezza in Gesù
Cristo”, aggiunge ancora Papa Leone XIV.
“Nella Vergine Maria viene a specchiarsi anche il mistero
della Chiesa: in Lei il popolo di Dio trova rappresentati la sua origine, il
suo modello e la sua patria. Nella Madre del Signore la Chiesa contempla il
proprio mistero, non solo perché vi ritrova il modello della fede verginale,
della carità materna e dell’alleanza sponsale, cui è chiamata, ma anche e
soprattutto perché riconosce in lei il proprio archetipo, la figura ideale di
ciò che è chiamata ad essere. Come si può vedere, le riflessioni sulla Vergine
Madre raccolte nella Lumen gentium ci insegnano ad amare la Chiesa e a servire
in essa il compimento del Regno di Dio che viene e che pienamente si realizzerà
nella gloria”, queste le parole del Pontefice in Piazza San Pietro durante la
catechesi.
Il Papa congeda i presenti con alcune domande: “Vivo con
fede umile e attiva la mia appartenenza alla Chiesa? Vi riconosco la comunità
dell’alleanza che Dio mi ha donato per corrispondere al suo amore infinito? Mi
sento parte viva della Chiesa, in obbedienza ai pastori dati da Dio? Guardo a
Maria come modello, membro eccellente e madre della Chiesa, e chiedo a Lei di
aiutarmi a essere discepolo fedele del suo Figlio? E, dopo aver approfondito la
Costituzione Lumen gentium, chiediamo alla Vergine di ottenerci questo dono:
che cresca in tutti noi l’amore per la Santa Madre Chiesa.”.
Prima di recarsi sul sagrato per dare inizio all’Udienza
Generale durante il giro in Papamobile, Papa Leone XIV si è fermato in
preghiera silenziosa davanti alla targa incastonata tra i sampietrini di Piazza
San Pietro che ricorda il luogo preciso dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II
il 13 maggio 1981. Giovanni Paolo II successivamente ha attribuito alla Madonna
di Fatima il miracolo della sua salvezza da quell'attentato, "la Madonna
ha deviato il proiettile", avrebbe detto.
Nei saluti in lingua portoghese il Papa ha ricordato la
Madonna di Fatima. "Oggi, festa liturgica della Beata Vergine Maria di
Fatima, volgiamo lo sguardo al Santuario, dove la Madonna ha consegnato ai tre
Pastorelli un messaggio di pace. In quel luogo, così caro alla cristianità, si
ritrovano oggi, provenienti dai cinque Continenti, numerosi pellegrini: la loro
presenza è segno del bisogno di consolazione, di unità e di speranza degli
uomini del nostro tempo. Affidiamo al Cuore Immacolato di Maria il grido di
pace e di concordia che sale da ogni parte del mondo, specialmente dai popoli
afflitti dalla guerra. A tutti la mia benedizione!". Aci 13
Papa Leone XIV per il dialogo interreligioso
L'udienza in Vaticano ai partecipanti dell'incontro tra
musulmani e cristiani. Il Messaggio del Dicastero per il dialogo interreligioso
ai buddisti - Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano. Il dialogo interreligioso al centro
della vita, oggi, in Vaticano, tra l'udienza del pontefice ai partecipanti al
Colloquio promosso dal Dicastero stesso e il Royal Institute for Inter-Faith
Studies e il Messaggio del Dicastero per il Dialogo Interreligioso ai Buddisti
in occasione della Festa di Vesak 2026. Prospettive, idee, visioni per un
futuro di pace da costruire grazie proprio al dialogo tra le fedi.
Papa Leone XIV lo ha detto chiaramente nell'udienza di
stamane: "La tradizione musulmana associa la compassione alla misericordia
come dono concesso da Dio nei cuori dei credenti, e uno dei nomi divini,
al-Ra'uf, ci ricorda che la compassione ha sempre la sua origine in Dio stesso.
Allo stesso modo, nella tradizione cristiana, la Sacra rivela un Dio che non
rimane indifferente alla sofferenza, ma dice Mosè a: «Ho visto la miseria del
mio popolo... Ho udito il suo grido»". Il destino, dunque, del dialogo si
gioca sulla compassione, sulla misericordia, sull'amore. E mette al
centro la figura di Cristo nel quale "questa compassione divina diventa
visibile e tangibile" perché "Dio va oltre il vedere e l'udire -
continua il pontefice - assumendo la nostra natura umana per diventare
l'incarnazione vivente della compassione. Seguendo l'esempio di Gesù, la
compassione cristiana diventa una condivisione o un «soffrire con» gli altri,
in particolare con i più svantaggiati". E, infine, cita papa Leone XIII
che “ha insegnato che i poveri e gli emarginati meritano un'attenzione e un
aiuto particolari da parte della società e dello Stato” sottolinea il
pontefice. Per papa Leone XIV il dialogo è possibile, una via per poter porre
freno anche alle differenze sociali: "Cristiani e musulmani, attingendo
alla ricchezza delle rispettive tradizioni, sono chiamati a una missione
comune: ravvivare l'umanità là dove si è raffreddata, dare voce a chi soffre e
trasformare l'indifferenza in solidarietà. La compassione e l'empatia possono
essere i nostri strumenti, poiché hanno il potere di ripristinare dignità
all'altro".
E sempre di umanità, di compassione si parla nel
Messaggio del Dicastero per il Dialogo Interreligioso ai Buddisti in occasione
della Festa di Vesak 2026 che commemora la nascita, l'illuminazione e il
transito del Buddha: “La pace non è semplicemente l'assenza della guerra, ma un
dono che cerca di dimorare nel cuore umano: una presenza silenziosa eppure
potente, che illumina e trasforma”. Si fa riferimento a “una pace non armata e
disarmante, che non si affida alla forza, ma sgorga dalla verità, dalla compassione
e dalla fiducia reciproca”. E davanti allo scenario che il mondo sta
attraversando l'unica strada percorribile è quella della bontà, "davvero
disarmante: spezza il ciclo del sospetto e apre sentieri dove sembrava non ce
ne fossero. Nelle loro espressioni più autentiche, le nostre tradizioni ci
invitano a purificare i nostri cuori dall'ostilità, a trascendere i confini ea
riconoscerci come membri di un'unica famiglia umana". Un cammino che -
sottolinea il Messaggio - “richiede più che semplici parole; esige una
conversione degli atteggiamenti e un impegno in azioni concrete”. A questo
percorso sono invitati tutti i responsabili religiosi che insieme a tutti i
credenti, possono diventare “artigiani di pace” e “non osservatori passivi, ma
testimoni coraggiosi capaci di favorire l'incontro, sanare le ferite e
ricostruire la fiducia”. Aci 11
Lo Spirito Santo rende attuale la presenza del Signore. VI Domenica di
Pasqua
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. In questa VI domenica di Pasqua la liturgia ci
offre un primo, prezioso insegnamento sulla terza Persona della Santissima
Trinità, lo Spirito Santo, tratto dai “discorsi di addio” di Gesù, che abbiamo
iniziato a meditare già domenica scorsa. Le letture proposte ci guidano ad
entrare più profondamente nel mistero pasquale di Cristo, che non si esaurisce
nella Sua passione, morte e resurrezione nel suo vero corpo, ma si apre ad
altri due straordinari eventi: la sua Ascensione al cielo e la Pentecoste, ovvero
l’invio dello Spirito Santo.
Ci soffermiamo sulle parole di Gesù: “Non vi lascerò
orfani: verrò da voi” (Gv.14.18). In esse è racchiusa una promessa di
straordinaria consolazione. Gesù annuncia una nuova modalità di presenza fra i
suoi. La Sua presenza fisica, legata alla condizione terrena, è necessariamente
passeggera; quella nello Spirito, che Egli inaugurerà, invece, si prolunga fino
al consumarsi dei secoli. Con il dono dello Spirito Santo si compiono
pienamente le parole che Cristo ha lasciato ai suoi discepoli: “Ecco io sono
con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 27.20). E’ lo Spirito
Santo che rende attuale e continua la presenza del Signore, assicurando così
alla comunità cristiana una vicinanza e una guida costanti.
Alla luce di questo insegnamento, diventano più
comprensibili anche le parole, apparentemente sorprendenti, di Gesù: “E’ meglio
per voi che io me ne vada”. Il Figlio di Dio, che duemila anni fa si è fatto
carne per salvarci dal peccato, continua oggi ad essere presente tra noi
mediante il suo Spirito, i sacramenti e la sua parola. In virtù di tutti questi
doni la gioia della presenza di Cristo non è limitata al piccolo gruppo degli
apostoli e dei discepoli della prima ora, ma si estende, attraverso la missione
della Chiesa, a tutte le generazioni e a tutti i popoli. Anche noi, che non
abbiamo condiviso fisicamente la vita con Gesù, possiamo gioire della sua
amicizia ed essere introdotti, in modo misterioso, ma reale nella sua
intimità.
Questa presenza di Cristo in noi si manifesta nell’amore.
Gesù infatti afferma: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv
14,15). Nel linguaggio di Giovanni, i “comandamenti” non indicano un
insieme di precetti esteriori, ma l’adesione viva alla parola di Gesù, che
trova il suo centro nel duplice comandamento dell’amore: verso Dio e verso i
fratelli. Il discepolo dimostra che Cristo vive in lui quando ama Dio con tutto
il cuore, tutta l’anima, tutta la mente e tutte le forze, e il prossimo come se
stesso. Se mi amate. Quel “se”, così semplice nella forma, rivela in realtà
qualcosa di essenziale. Non introduce una condizione fredda o un requisito da
soddisfare, ma richiama la libertà dell’uomo. Gesù non impone la sua presenza,
non costringe a seguirlo, pur potendolo fare; si affida alla libertà, anche a
rischio del rifiuto. Ma quando questo “se” viene accolto, quando l’uomo
risponde liberamente all’amore ricevuto, la sua vita si apre a un cammino
nuovo, che è cammino di santità, frutto della presenza di Cristo in lui.
La tradizione della Chiesa chiama lo Spirito Santo il
“dolce ospite dell’anima” che silenziosamente lavora per rendere il nostro
cuore una dimora idonea ad accogliere Cristo. Preghiamo, allora, con cuore
sincero: Vieni, Spirito Santo. Vieni come luce nelle nostre oscurità, come pace
nelle nostre inquietudini, come forza nelle nostre debolezze. Vieni a preparare
in noi la dimora di Cristo.
E così, poco alla volta, quasi senza accorgercene,
scopriremo, con gioia grande che non siamo più soli, perchè Cristo abita in
noi. Aci 10
La Festa della Mamma a Kempten
Kempten. Numerosi i connazionali che sono intervenuti il
9 Maggio scorso alla Festa della Mamma, che ha avuto luogo nella sala
parrocchiale di St. Anton. Durante questo lieto incontro –come ormai da
tradizione– sono state consegnate le tessere ACLI 2026 ai soci del Circolo ACLI
di Kempten, alcuni dei quali fanno parte del Consiglio Pastorale della Missione
Cattolica Italiana di Kempten.
La tradizionale festa –organizzata dalla Missione– è
iniziata alle 17:00 con la S. Messa prefestiva, concelebrata nella chiesa di
St. Anton dal Rettore delle Missioni Cattoliche Italiane di Augsburg e
Kempten, Padre Bruno Zuchowski con l'attuale Rettore della Missione Cattolica
Italiana di Ulm / Neu-Ulm, Padre Aro. Il sacro Rito è stato –come di
consueto– allietato dai bei canti intonati all'occasione, accompagnati
magistralmente alla chitarra dal Presidente del Consiglio Pastorale della Missione
nonché Segretario per le Risorse del locale Circolo ACLI, Signor Giampiero
Trovato, assistito dalla Consorte, Signora Gisella e dal Figlio Ruben.
Significativa la prima Lettura presa dagli Atti degli
Apostoli (At 8, 5-8. 14-17) in cui si parla della predicazione di Filippo e dei
suoi prodigi in Samaria e così pure la seconda, tratta dalla prima lettera di
S. Pietro (1 Pt 3, 15-18), in cui l'Apostolo annuncia tra l'altro: "È
meglio soffrire operando il bene che facendo il male". Letture eseguite
dai Lettori della nostra Comunità, che si alternano nel servizio divino ogni
settimana. E soprattutto importante il brano evangelico di S.
Giovanni (Gv 14, 15-21), in cui Gesù dice ai suoi discepoli: «Se mi amate,
osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un
altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che
il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete
perché egli rimane presso di voi e sarà in voi".
Anche questa volta particolarmente appropriata l'Omelia
di padre Zuchowski, che è seguita a commento delle Letture e del Brano
Evangelico, proclamato da Padre Aro. Il Celebrante ha anche
ricordato di pregare affinché sempre più giovani sentano il richiamo per la
vita consacrata; e non ha mancato di rivolgere un caloroso augurio alle Mamme e
alle Donne presenti, a quelle che non sono più con noi, e un pensiero
speciale ai nostri cari defunti, ricordandone alcuni in particolare.
Splendido l'angolo con l'effigie della Madre del Signore,
posta a destra dell'Altare. E magnifico il canto al termine della
Funzione, veramente appropriato in questo mese di Maggio in cui si venera
particolarmente la Vergine Maria. Al termine del sacro Rito, Padre Bruno
–scusandosi per la sua assenza a causa di altri impegni alla Missione di
Augsburg e all'imminente Pellegrinaggio a Lourdes a capo di un buon numero di
fedeli– ha invitato i convenuti a recarsi nella sala parrocchiale –sita a pochi
metri dalla chiesa– per proseguire il lieto incontro.
La festa, moderata dalla Segretaria della Missione,
Signora Pina Baiano, nonché Segretaria per l'Organizzazione del Circolo ACLI di
Kempten, coadiuvata fattivamente dai Coniugi Gisella e Giampiero Trovato,
Presidente del Consiglio Pastorale e Segretario per le Risorse del Circolo
ACLI, e da altri membri del Consiglio –tra cui i Signori Scarvaglieri e Romano
– e da altri volenterosi membri della Comunità, si è aperta –come già
scritto– nella sala parrocchiale, impeccabilmente preparata precedentemente
dalle Signore Trovato e Baiano.
Aprendo la serata, la Segretaria Baiano, dopo aver
salutato e ringraziato gli intervenuti, non ha mancato di esprimere i suoi più
calorosi ringraziamenti al Rettore, Padre Zuchowski, ai Coniugi Trovato, alle
Signore e Signori della Comunità, che l'aiutano e supportano nel suo lavoro e
al Dr. Fernando A Grasso per la preziosa collaborazione e la presenza della
Missione nei media e per i suoi frequenti lavori di traduzione per la
Diocesi. Poi ha continuato il suo intervento parlando a grandi linee delle prossime
attività, tra cui i Pellegrinaggi dell'anno; e annunciando anche la lettura di
un suo monologo in apertura di alcune spiritose esibizioni da parte del Gruppo
Giovani della Missione.
Quindi è stata la volta del Presidente Trovato che,
completando, quanto appena esposto da Baiano, ha presentato le esibizioni
Giovani della Missione; spiritose barzellette, anche sul tema rapporto
genitori–figli, che hanno fatto sbellicare dalle risa i presenti.
Durante la Festa ha preso la parola anche
il Dr. Grasso, nelle vesti di: Presidente del Circolo ACLI di Kempten,
Vicepresidente delle ACLI Baviera, Membro della Presidenza delle ACLI Germania
e del Consiglio Pastorale della MCI di Kempten, nonché Corrispondente Consolare
per il Circondario di Kempten.
Grasso, dopo aver salutato anche lui le Mamme e i
presenti intervenuti anche a nome del nuovo Console Generale di Monaco di
Baviera, Dr. Fausto Panebianco –con cui egli si incontrerà prossimamente– e del
Presidente delle ACLI Baviera, Comm. Carmine Macaluso, dopo aver ringraziato il
Rettore, la Missione, il Consiglio Pastorale, per la proficua collaborazione
con il Circolo ACLI, in favore della Comunità di Kempten e dintorni, ha
dato alcune comunicazioni inerenti il disbrigo delle pratiche consolari; e delle
pratiche pensionistiche, in collaborazione con il Patronato ACLI di Monaco,
che, per favorire i collegamenti telefonici, hanno predisposto degli orari
appositi; orari che possono essere letti agevolmente nella prima pagina del
sito delle ACLI Baviera e in quello multifunzionale.
A questo proposito Grasso si è soffermato sulle nuove
modalità di rilascio dei documenti, su alcuni problemi tecnici, legati ai
collegamenti telematici e alla corsia preferenziale per gli ultra settantenni e
i neonati, data l'attesa non sempre brevissima alla quale si devono sobbarcare
i connazionali prima di ricevere un appuntamento, a causa anche della ressa
dovuta all'enorme richiesta della carta d'identità elettronica, dato che dal 3
Agosto 2026 la carta d'identità cartacea non potrà più essere utilizzata.
E ha comunicato inoltre che dal prossimo 1° Giugno, anche gli iscritti
all'AIRE, potranno ricevere la carta d'identità elettronica in un qualsiasi
comune italiano. In ogni caso è bene informarsi prima –magari telematicamente–
perché non è detto che tutti i comuni siano pronti a recepire questa nuova
disposizione.
Grasso, come più volte in passato, non ha tralasciato di
specificare che i Servizi Consolari e quelli di Patronato nel Circondario
di Kempten vengono offerti da lui nell'Ufficio multifunzionale, sito
nella Freudental 5b, nei locali del Movimento Cattolico Tedesco (KAB) –in forma
assolutamente gratuita e a titolo onorario– almeno per cinque volte al mese; in
presenza, ma, in realtà, durante tutto l'arco della giornata, grazie ai
collegamenti telematici e alla deviazione delle chiamate telefoniche in arrivo all'ufficio
a una delle sue linee private; anche di domenica e nei giorni festivi.
Grasso ha comunicato anche che, nel periodo delle vacanze
estive –indicativamente da metà Giugno a metà Luglio– il suo ufficio
rimarrà chiuso, ma che egli –per casi urgenti– potrà essere
sempre raggiunto telematicamente consultando il link apposito nel suo sito
principale. Subito dopo le vacanze estive Grasso, ha aggiunto anche che
non potrà più usufruire dell'ufficio multifunzionale, dato che i locali del KAB
nella Freudental 5b, in cui attualmente si trova, appunto, l'ufficio, perché
questi ambienti saranno spostati fuori Kempten. In casi urgenti, in cui sarà
assolutamente necessario un incontro personale, Grasso –dietro prenotazione–
riceverà i connazionali al suo indirizzo privato: Heidengässele 14 /
Gerberstrasse 46 - 87435 Kempten. Il resto delle pratiche potrà essere sbrigato
–come sinora– telematicamente.
Grasso continuando infine il suo intervento in qualità di
Presidente del Circolo ACLI di Kempten, ha annunciato le imminenti elezioni per
il rinnovo delle cariche in seno al Circolo ACLI di Kempten, a cui seguiranno
il Congresso delle ACLI Baviera e il Congresso delle ACLI Germania, che avranno
luogo entro quest'anno. Terminando, Grasso ha annunciato infine che durante
l'incontro avrebbe provveduto a ricevere, insieme alla Vicepresidente Emma
Grenci e al Segretario per le Risorse, Trovato, le conferme e le nuove
adesioni alle ACLI. Quindi ha iniziato a distribuire le tessere ACLI 2026,
cominciando –dato che la tessera a Padre Bruno, Consigliere Spirituale delle
ACLI Baviera, nonché del Circolo ACLI di Kempten, l'aveva consegnato
prima della sua partenza per Augsburg– con il Presidente del Consiglio
Pastorale, Giampiero Trovato, e con la Segretaria Pina Baiano, coadiuvato
attivamente dalla Vicepresidente, Signora Emma Grenci.
Molti dei presenti non hanno mancato di dare un'offerta
alla Missione e anche il Circolo ACLI –come di consueto– ha contribuito alle
spese per l'affitto della sala parrocchiale. Le Mamme –come negli anni
passati– hanno ricevuto un simpaticissimo dono preparato amorevolmente
dall'instancabile Signora Trovato, coadiuvata da una cara amica.
La festa è proseguita quindi con tanti altri momenti di
gioia, e con la degustazione di svariati, deliziosi manicaretti. Molto
lusinghieri i commenti degli intervenuti e per la bella riuscita
della festa, e per la magnifica preparazione dei tavoli, e per le decorazioni
della sala, e per gli squisiti manicaretti, e –soprattutto– per la
cordialissima conduzione del pomeriggio da parte degli instancabili:
Coniugi Trovato e Signora Baiano e dei validi collaboratori e
collaboratrici che, in diversi momenti –oltre a salutare personalmente i
presenti– si sono occupati in modo veramente familiare del coordinamento della
serata, supportati da diversi altri volontari, tra cui i Signori Scarvaglieri e
Romano, anche loro Membri del Consiglio e soci ACLI.
Tra gli intervenuti, ricordiamo alcuni Membri del Circolo
ACLI di Kempten: il Vicepresidente del Consiglio Pastorale, Signor Sabino
Scarvaglieri e Signora, il Signor Mastrostefano e Signora, Il Signor
Emanuele (il primo connazionale conosciuto da Grasso a Kempten nel lontano
1965!) e Signora, i Coniugi Campagna, le Famiglie: Lo Re, Romano,
Chiantello, Maenza, Basta, Alongi, Montagna, Tritto, le Signore: Mangano,
Gaggiano, Inoltre i giovani Salvatore Manfredi, Désirée Trovato e un
altro gruppetto di cui non conosco il nome. E non per ultimi la Delegazione
venuta da Neu-Ulm, Padre Aro e l'Operatrice delle ACLI e Segretaria della
Missione di Neu-Ulm, Signora Gianna Di Marco con la Famiglia al completo. La
festa è terminata alle 22:00 circa.
Fernando A. Grasso, de.it.press 10
Un anno con Leone XIV, la forza disarmante della mitezza
Dodici mesi dopo l’Habemus Papam, il pontificato di
Robert Francis Prevost si è imposto al mondo come una leadership morale che
parla a bassa voce e tiene la postura del Vangelo.
La risposta a Trump nei cieli sopra l’Algeria, il
pellegrinaggio alle rovine di Ippona, la denuncia dei “tiranni” in Africa: gli
orditi di un pontificato che non alza mai il tono e che, proprio per questo,
comincia a farsi sentire ovunque
Era il crepuscolo dell’8 maggio 2025 quando un uomo dai
capelli bianchi e dall’aria mite si affacciò dalla Loggia centrale di San
Pietro. La piazza, in quell’ora di luce viola, sembrava trattenere il respiro.
Robert Francis Prevost, primo americano sul Soglio di Pietro, primo agostiniano
nella storia bimillenaria della Chiesa, pronunciò allora una frase che è subito
diventata la cifra del suo magistero: «La pace sia con tutti voi… Questa è
la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e
perseverante». Una formula quasi geometrica, costruita per sottrazione,
che da quella sera ha cominciato a viaggiare nei discorsi, nelle udienze, negli
aeroporti, nelle cattedrali sparse per il mondo. Calcolano i vaticanisti che la
parola “pace” ricorra più di quattrocento volte nei suoi interventi del primo
anno.
A sentirlo, quella sera, si era capito subito che il
nuovo Papa – eletto al quarto scrutinio, dopo un conclave breve come una notte
d’estate – non avrebbe alzato la voce. Lo dissero gli occhi, le mani che
reggevano un foglietto fitto di appunti, il sorriso quieto. Lo confermarono i
giorni successivi: il ritorno della mozzetta rossa, l’anello del Pescatore
consegnato dal cardinale Tagle, la casula di Giovanni Paolo II indossata per la
Messa di inaugurazione davanti a duecentomila fedeli. Erano segni di una continuità
ragionata, che molti hanno frainteso come restaurazione e che invece, oggi, a
un anno di distanza, appare per ciò che è: un linguaggio diverso per affermare
idee e concetti cari anche al suo predecessore Francesco. Pochi giorni dopo,
davanti ai cardinali, Prevost avrebbe citato la frase più umile mai scritta da
Agostino, quella che da allora torna come una filigrana nei suoi gesti: «Ciò
che sono per voi mi atterrisce; ciò che sono con voi mi conforta».
La calma viene da lontano
Il tratto più riconoscibile del pontificato è una qualità
che precede ogni scelta pubblica: una calma profonda, mai ostentata, che nasce
da un lungo apprendistato. Le origini a Dolton, periferia sud di Chicago,
raccontano già molto. Una famiglia cattolica osservante, una casa modesta, una
vita scandita dalla scuola, dalla preghiera e dal gioco di strada. I fratelli
ricordano un ragazzo sereno, già capace di mediare. Circola un piccolo apologo
biografico: una baby gang affrontata con le parole, un potenziale scontro
trasformato in amicizia. Robert Francis sapeva, fin da allora, leggere le
situazioni e disinnescarle senza umiliare nessuno.
A Villanova(unica università agostiniana degli Stati
Uniti) quel temperamento ha trovato una struttura. Laurea in matematica, poi
teologia alla Catholic Theological Union di Chicago, infine il dottorato in
Diritto canonico all’Angelicum di Roma, con una tesi dedicata alla figura del
priore: l’autorità intesa come servizio alla comunione fraterna, il “farsi
piccoli” come metodo di governo. Da priore generale degli Agostiniani per due
mandati, dal 2001 al 2013, ha girato il mondo e ascoltato. Quando, anni dopo, è
diventato vescovo a Chiclayo, in Perù, ha indossato gli stivali di gomma
durante un’alluvione e poi ha celebrato la Messa in cattedrale con la stessa
cura: i fedeli lo descrivevano come ascoltatore paziente, capace di parlare con
chiunque ma di evitare i discorsi a sproposito. Lo dicevano centrato, sobrio,
fermo quando serve.
Cresciuto così, è diventato il “manager tranquillo”
descritto dai vaticanisti Christopher White e Marco Politi: un Papa che
preferisce passare il microfono, condividere la parola, evitare di governare da
solo. Il rifiuto del leader solitario è in lui un’ascesi più che una strategia.
Sono figlio di Sant’Agostino
«Sono un agostiniano, figlio di Sant’Agostino». Quel
verso, pronunciato dalla Loggia, è la chiave più segreta del pontificato.
Prevost porta sul petto due croci che custodiscono reliquie di Agostino, di sua
madre Monica e di Leone Magno: tre nomi, tre tempi, una sola appartenenza. Il
motto papale – In Illo uno unum, «In Lui che è uno, siamo uno» – è un
verso del Vescovo di Ippona. Da Agostino prende anche la categoria che meglio
descrive il suo modo di stare al mondo: l’inquietudine. Quella sete che torna a
bussare, quel pungolo che impedisce di adagiarsi. «Custodire l’inquietudine»,
ha detto ai giovani di Yaoundé, «perché è lì che passa la voce di Dio».
Il pellegrinaggio nelle terre algerine, nell’aprile 2026,
ha mostrato che l’agostinianità di Leone non è ornamento biografico ma
grammatica di governo. Le rovine di Ippona (oggi Annaba), sulla costa algerina,
hanno offerto al mondo una di quelle immagini che restano. Il Papa che cammina
tra le pietre della basilica dove Agostino predicava sedici secoli fa. Si
ferma. Tace. È il primo Pontefice a recarsi in Algeria, e arriva nel Paese
musulmano portando con sé la memoria dei diciannove martiri cristiani del “decennio
nero”, tra cui due religiose della stessa famiglia agostiniana del Papa.
Sceglie il continente africano per il suo terzo viaggio internazionale: undici
giorni, diciotto voli, diciottomila chilometri, venticinque discorsi, quattro
Paesi: Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale.
La risposta che ha riconfigurato un anno
Gli ultimi mesi hanno cambiato la temperatura. Da gennaio
2026 – il discorso al corpo diplomatico, la convocazione del nunzio al
Pentagono, la lettera dei tre cardinali americani sulle politiche migratorie, e
poi le derive neocoloniali dell’Amministrazione Trump dal Venezuela a Cuba, da
Gaza all’Iran – un crescendo che il Papa, fino a quel momento incline a tenersi
fuori dalla mischia personale, ha capito di dover affrontare. Lo storico delle
religioni Massimo Faggioli l’ha sintetizzato così: Leone è stato spinto dalla
storia a non ignorare la sfida.
Lo scorso aprile, alla vigilia del viaggio africano, il
presidente americano lo ha attaccato pubblicamente sul proprio social,
accusandolo di essere “debole sulla criminalità” e “al servizio della Sinistra
radicale”. La risposta è arrivata sull’aereo per Algeri, davanti ai
giornalisti, in poche righe: «Non ho paura,né dell’amministrazione Trump, né di
parlare apertamente del messaggio del Vangelo. Ed è quello che credo di essere
chiamato a fare qui». E ancora: «Io non guardo al mio ruolo come a un politico.
Il mio messaggio è il Vangelo». Una sola riga, un solo aggettivo ironico
riservato al nome della piattaforma Truth, e la conversazione era chiusa.
Silenzio, nei giorni successivi: era già tutto detto. In quella manciata di
parole c’è il cuore politico del pontificato. Leone ha scelto di non opporsi a
Trump come avversario politico – la sua è un’altra postura: quella
dell’autorità che parla nel nome del Vangelo. È, in fondo, Agostino davanti
all’Impero. Nella Città di Dio il Vescovo di Ippona aveva insegnato
che la Chiesa convive con i poteri secolari, ma fa sentire la voce quando i
valori del Vangelo vengono calpestati: a partire dai diritti dei più
vulnerabili. Da quel momento, le cancellerie hanno cominciato a registrare un
nuovo soggetto morale sulla scena globale. Il Washington Post ha
scritto di un Papa “trasformato”, il Leone che “ha trovato il suo ruggito”.
La denuncia profetica
L’Africa è stata in un certo senso l’attuazione di quella
postura. A Luanda, davanti al presidente angolano, Leone ha denunciato il
neocolonialismo economico: «Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi
sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica!». A Yaoundé,
davanti a Paul Biya, al potere da oltre quarant’anni, ha chiesto un esame di
coscienza sulla corruzione e sui diritti calpestati. A Bamenda, capoluogo della
martoriata regione anglofona del Camerun, ha pronunciato la frase che ha
sigillato l’intero viaggio: «Beati gli operatori di pace! Ma guai a chi
manipola la religione e il nome stesso di Dio per i propri interessi militari,
economici e politici, trascinando ciò che è sacro nelle tenebre e nel fango».
Una denuncia che, applicata al presente, traduce lo schema agostiniano dei due
amori — amor sui contro amor Dei — nella geografia politica
del nostro tempo: la libido dominandi delle “manciate di tiranni”
contro la responsabilità verso gli ultimi.
A Bata, in Guinea Equatoriale, Leone è entrato per la
prima volta da Pontefice in un carcere – seicentocinquanta detenuti, condizioni
durissime denunciate da Amnesty International – sotto un acquazzone tropicale
che non ha spento i canti. «Nessuno è escluso dall’amore di Dio», ha
improvvisato, prima di chiedere ai giudici e ai ministri «una giustizia che non
punisca soltanto, ma aiuti a ricostruire le vite». Lasciando il piazzale,
scortato dalla sicurezza, ha sentito alle proprie spalle il coro dei detenuti:
«Libertà, libertà».
Disarmare le parole
C’è una formula in cui il Papa ha condensato il proprio
metodo: «Disarmare le parole è il primo passo per disarmare la Terra». Lo
slogan è diventato programma. La sua geopolitica non è quella dei blocchi ma
delle responsabilità: pace, sì, ma pace giusta; dialogo, sì, ma senza
neutralità morale; mediazione, sì, ma senza equidistanze fittizie. Sull’Ucraina
ha chiamato l’invasione russa con il suo nome – aggressione, imperialismo – e a
Castel Gandolfo, lo scorso 9 dicembre, ricevendo Volodymyr Zelensky, ha aperto
le porte a un negoziato che non sia un congelamento dell’ingiustizia. Su Gaza,
la sua parola è grave senza mai essere evasiva: si è posto dalla parte delle
vittime, come a restituire volto a ciò che la geopolitica riduce a numero.
C’è poi l’altra grande sfida, intrecciata al nome che il
Papa ha scelto: l’intelligenza artificiale come questione antropologica. Da qui
la Rerum Digitalium – circolata in Curia come ipotesi di enciclica –
che ricalca il gesto del suo predecessore Leone XIII di fronte alla rivoluzione
industriale. Un Papa matematico, primo nella storia con una laurea in
matematica, che chiede algoritmi capaci di conservare “volto, voce e
responsabilità umana”. E che davanti ai movimenti popolari delle periferie,
citando il titolo dell’enciclica leonina, ha ripetuto un’idea agostiniana
semplice e tagliente: senza giustizia, lo Stato non è uno Stato.
La forza è la mitezza
Resta il sorriso che molti hanno descritto come
“rasserenante”, la voce bassa che si sceglie i suoi silenzi. Tv2000 ha
intitolato La forza della mitezza il documentario sui dodici mesi del
pontificato, e l’aggettivo non è retorico. Mitezza, garbo, gentilezza,
sobrietà: parole vecchie che, nel rumore digitale del nostro tempo, suonano
controcorrente. Leone ha rifiutato esplicitamente la “comunicazione forte e
muscolare”. Predilige una grammatica capace, come ha detto ai giornalisti, di
“riparare le reti” anziché di romperle. Ha la pazienza dei missionari che ha
imparato a cavallo nelle valli peruviane di Lambayeque per raggiungere comunità
isolate.
A un anno dall’Habemus Papam, il bilancio è di quelli che
chiedono cautela. Quel che è già visibile, però, somiglia molto all’immagine
offerta dal Papa stesso la sera dell’8 maggio: una pace che disarma il
linguaggio prima di disarmare le mani. Una mitezza che non equivale a
debolezza, ma che alla prova dei fatti diventa leva morale. Un fiore selvatico
tra le crepe del cemento — l’ha citato a Natale dal poeta Yehuda Amichai. Il
campo, ha aggiunto Leone, ne ha bisogno.
Sebastiano Catte, de.it.press 8
"Liberi sotto la Grazia", il libro del papa agostiniano
Il volume edito dalla Libreria Editrice Vaticana che
raccoglie discorsi, omelie, messaggi e lettere dell'allora padre Robert Francis
Prevost, priore generale dell'Ordine di Sant'Agostino. Di Caterina Maniaci
Roma. Dall'Italia all'Australia, dalla Spagna alle
Filippine, dagli Usa al Perù incontro al mondo, alla gente, nel nome del
Vangelo e nel suo annuncio continuo, instancabile, e allora anche gli eventi
più tragici non offuscano la bellezza e la forza della fede e della preghiera,
della comunione con i fratelli. Si rivelano in tutta la loro ampiezza e
articolazioni il pensiero e la spiritualità di Robert Francis Prevost nelle
pagine offerte alla lettura nel volume “Liberi sotto la grazia” pubblicato
dalla Libreria Editrice Vaticana (Lev) e presentato il 6 maggio presso il
Pontificio Istituto Patristico Augustinianum. Una raccolta di omelie, discorsi,
lettere, messaggi risalenti agli anni in cui l'attuale Pontefice era priore
generale dell'Ordine di Sant'Agostino. A illustrarne i contenuti, gli
interventi del cardinale segretario di Stato Pietro, Pietro Parolin, e della
scrittrice e poetessa Maria Grazia Calandrone, moderati dal direttore
editoriale dei media vaticani, Andrea Tornielli. Ad aprire l'evento Joseph L.
Farrell, attuale priore dell'Ordine, e Paolo Ruffini, prefetto del dicastero
per la Comunicazione.
Dodici anni intensi, quelli in cui Prevost è stato priore
generale (dal 2001 al 2013), sia dal punto di vista personale che da quello
della storia mondiale, solo per citare quelli salienti come l'attentato alle
Torri Gemelle, la rinuncia di Benedetto XVI e l'elezione di Francesco. Emergono
limpidamente i tratti agostiniani di Prevost, la ricerca di Dio e l'anelito del
cuore verso “il rapporto originario” tra uomo e Dio. La scrittura,
l'espressione dell'allora priore sono concise, aderenti alla realtà che descrivono,
testimoniando la sua capacità di sintesi e di organizzazione, ma allo stesso
tempo una profondità meditativa e preghiera, ricca di riferimenti alle Sacre
Scritture e alle vite dei santi; una ironia lieve e bonaria, l'incontro con
tante persone e l'attenzione per le loro storie, le loro speranze. Colpiscono,
tra i tanti, quelli con le suore agostiniane, di cui il futuro Papa sottolinea
l'importanza del cuore della nostra civiltà, la loro forza e il senso di
accoglienza.
Il segretario di Stato ha sottolineato soprattutto la
«spiccata apertura internazionale di Prevost: sono 20 i Paesi visitati
dall’allora priore. Spesso, quando gli si parla di un certo Paese, il Papa
risponde: “Ci sono già stato”. Un’esperienza interessante insieme a quella
missionaria». La raccolta di testi, curata dagli agostiniani Rocco Ronzani,
Miguel Ángel Martín Juárez e Michael Di Gregorio, rappresenta davvero
l’occasione per «avvicinarsi al pensiero più originario e alla spiritualità più
propria di Prevost», ha aggiunto Parolin. Il segretario di Stato ha messo in
evidenza, poi, «una consonanza di pensiero con Joseph Ratzinger»; d’altronde
Prevost ha pronunciato su di lui «parole di grande stima come teologo e di
piena adesione come Pontefice». Rimangono nella memoria le parole pronunciate
da Prevost pochi giorni dopo il gran polverone sollevato dal “discorso di
Ratisbona”. Ecco cosa ha detto e scritto: “Il punto centrale del discorso di
Benedetto XVI e in pochi lo hanno compreso è che l'Occidente, se non recupera
una visione di Dio, non può avviare un dialogo fecondo con le grandi culture
del mondo che possiedono una convinzione religiosa profonda circa la realtà.
Tra queste culture vi è naturalmente anche l'Islam. L'intero intervento ruota
attorno a questa visione”. Poi viene ricordato quanto Benedetto stesso Il
Papa in un'intervista rilasciata poco prima del viaggio in Baviera: "Nel
mondo occidentale oggi viviamo un'ondata di nuovo drastico illuminismo o
laicismo, comunque lo si voglia chiamare. Credere è diventato più difficile,
poiché il mondo in cui ci troviamo è fatto completamente da noi stessi e in
esso Dio, per così dire, non compare più direttamente. Non si beve alla fonte,
ma da ciò che, già imbottigliato, ci viene offerto. Gli uomini si sono
ricostruiti il mondo loro stessi, e trovare Lui dietro a questo mondo è
diventato difficile". Dunque, secondo Robert Prevost, “trovare Dio
nel mondo che ci circonda è realmente una delle nostre grandi sfide. Ed è anche
uno dei servizi che la Chiesa ci chiede, come Agostiniani, di offrire:
attraverso i nostri ministeri, ma ancor più attraverso la nostra vita di
preghiera e di comunione”.
Interessante, ancora secondo Parolin, la correlazione tra
l’evangelizzazione e il «modo con cui i cristiani», in particolare i religiosi,
«si rapportano con la dimensione economica». Prevost ha approfondito il tema in
diverse occasioni, denunciando «l’ingiusta povertà del mondo di oggi, come
anche lo scandalo dell’accumulo sempre maggiore dei beni e la mancanza di
solidarietà dei cristiani».
In occasione della presentazione la cronaca non poteva
non fare irruzione. “Credo che il Papa faccia quello che deve fare: il Papa fa
il Papa”, ha risposto infatti il ??cardinale Parolin alle domande pressanti
sulle dichiarazioni del presidente Usa Donald Trump e la posizione del
Pontefice e della Santa Sede, anche alla luce dell'incontro del segretario di
Stato Usa Marco Rubio con papa Leone XIV. Parolin ha quindi ribadito la
necessità di buoni rapporti con gli Stati Uniti: «Come si fa a prescindere dagli
Stati Uniti? Non si può. Nonostante qualche difficoltà, loro rimangono un
interlocutore per la Santa Sede, anche perché hanno un ruolo in quasi tutte le
situazioni che stiamo vivendo». Quanto a un possibile colloquio diretto tra
Trump e Papa Leone, il cardinale ha concluso con una cauta apertura: per ora «è
prematuro» ma «il Santo Padre è aperto a tutte le opzioni, non si è mai tirato
indietro di fronte a nessuno. Quindi se ci fosse l'offerta o la richiesta di un
dialogo diretto con il presidente Trump, immagino che non avrebbe nessuna
difficoltà ad accettarlo». Aci 9
Lavoro e spopolamento, questioni aperte anche per la Chiesa in Italia
Il Progetto Policoro e la questione delle Aree interne -
Di Cesare Bolla
Roma. Il tema dello spopolamento delle aree interne è
sempre al centro di dibattiti e proposte sia politiche che del mondo sociale e
ecclesiale. Oggi a Roma un convegno sul tema “Aree interne: percorsi di
speranza. Comunità nel segno dell’ecologia integrale”. Si tratta del 22°
Seminario di studio sulla Custodia del Creato e che si svolgerà presso la
Pontificia Università Antonianum.
“La sfida che abbiamo davanti è capovolgere le logiche
culturali. Le aree interne da problema possono diventare modello di un nuovo
modo di abitare i territori: comunità vive, ambiente sano, lavoro sostenibile,
stili di vita sobri. La speranza abita già qui”, spiega don Bruno Bignami,
direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei
che promuove l’iniziativa insieme all’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il
dialogo interreligioso. “Il Seminario - aggiunge - concentrerà l’attenzione
sulla comunità, che permette di rigenerare i luoghi e di scrivere geografie
umane, sociali ed economiche. Dai margini e dalle periferie può arrivare aria
fresca al centro”.
“Le aree interne sono un’opportunità straordinaria,
perché offrono alla dimensione dialogica dell’esistenza l’occasione di un
confronto e di un ascolto che incidono sia a livello personale che sulla
dimensione sociale e politica del territorio”, sottolinea don Giuliano Savina,
direttore dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso,
evidenziando che “il rispetto e l’accoglienza delle culture rappresentano una
risorsa straordinaria che permette alle aree interne di ritrovare se stesse oltre
che la capacità di un vissuto importante per il contesto italiano e quale
risposta alla delicata situazione geopolitica attuale”.
Il tema dello spopolamento richiama quella della mancanza
di lavoro e di strutture. Una risposta al tema del lavoro è il Progetto
Policoro della Chiesa italiana che pone al centro della propria attenzione
pastorale il tema “Giovani, Vangelo e Lavoro”. Nel lontano 1995 don Mario
Operti, ideatore del Progetto, convinto che la Chiesa dovesse stare dentro il
problema della disoccupazione giovanile con sollecitudine e amore, invitò i
direttori nazionali e quelli delle diocesi del Sud degli uffici di Pastorale
sociale e del lavoro, di Pastorale giovanile e
della Caritas a Policoro, città in provincia di Matera. Un progetto
che si è diffuso anche in diocesi del Centro e del Nord dell’Italia e oggi
coinvolge 3.000 giovani occupati e circa 500 realtà attive. Solo
nell’ultimo anno sono nate altre 30 iniziative. La Cei solo lo scorso anno ha
destinato circa 4 milioni di euro dell’8xmille allo sviluppo di progetti legati
al lavoro.
Gli animatori del Progetto Policoro si ritroveranno a
Ciampino dal 13 al 17 maggio per il Corso di Formazione Nazionale sul tema
“Ascolta, Accogli, Agisci”. Tra i temi che saranno affrontati: il
paradigma dell’economia civile, il business model canvas, la sostenibilità
delle organizzazioni e il fundraising, la cura, il processo e le facilitazioni
all’interno delle comunità. E ancora l’accompagnamento, il lavorare in rete, la
progettazione di comunità, il microcredito e la testimonianza di giovani. Ieri
a Viterbo il convegno “Comunità a lavoro” promosso dalla Pastorale sociale e
del lavoro e dal Progetto Policoro della diocesi a margine della festa
del lavoratore.
Il filo rosso che unisce questi appuntamenti è chiaro: le
aree interne non sono territori da abbandonare, ma luoghi da cui ripartire.
Dove la comunità diventa risorsa, il lavoro genera futuro e l’ecologia
integrale offre una visione capace di tenere insieme persone, ambiente ed
economia. È da qui — dai margini — che può nascere un nuovo modello di sviluppo
per il Paese. Aci 9
Papa a Pompei: “non possiamo rassegnarci alle immagini di morte”
Da Pompei, il Papa ha confermato le radici mariane del
suo pontificato e recitato la Supplica alla Vergine del Rosario, composta da
San Bartolo Longo, insieme a 20mila fedeli. Maria "tocchi i cuori, plachi
i rancori e gli odi fratricidi, illumini quanti hanno responsabilità di
governo". "Niente potrà fermarci nel compiere il bene e la speranza
in un futuro di pace" – di M.Michela Nicolais
“Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il
ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla
Vergine del Santo Rosario di Pompei. Dovevo dunque venire qui, a porre il mio
servizio sotto la protezione della Vergine Santa”. Così Leone XIV, nell’omelia
della messa presieduta all’esterno del Santuario di Pompei, davanti a 20mila
persone, ha spiegato il senso della sua visita pastorale nella città mariana,
prima parte del primo viaggio apostolico in Italia, che proseguirà questo
pomeriggio a Napoli. “L’aver poi scelto il nome di Leone, mi pone sulle orme di
Leone XIII, che ebbe, tra gli altri meriti, anche quello di aver sviluppato un
ampio magistero sul Santo Rosario”, ha proseguito il Papa: “A tutto ciò si
aggiunge la recente canonizzazione di san Bartolo Longo, apostolo del Rosario”.
“Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni
giorno le cronache ci propongono”, l’appello finale, riferito al tragico
scenario internazionale. “Quando san Giovanni Paolo II indisse l’Anno del
Rosario – l’anno prossimo si compirà un quarto di secolo –, lo volle porre in
modo speciale sotto lo sguardo della Vergine di Pompei”, ha osservato Leone: “I
tempi da allora non sono migliorati. Le guerre che ancora si combattono in
tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e
politico, ma anche spirituale e religioso”, perché “la pace nasce dentro il
cuore”.
Giovanni Paolo II, nell’ottobre 1986, aveva radunato ad
Assisi i leader delle principali religioni, invitando tutti a pregare per la
pace, ha ricordato inoltre il Pontefice: “In diverse occasioni anche recenti,
sia Papa Francesco che io abbiamo chiesto ai fedeli di tutto il mondo di
pregare per questa intenzione”. “Da questo Santuario, la cui facciata san
Bartolo Longo concepì come un monumento alla pace, oggi eleviamo con fede la
nostra Supplica”, il riferimento alla conclusione della messa, in cui la voce
del Santo Padre si è unita ai fedeli di Pompei e a quelli di tutto il mondo:
“Gesù ci ha detto che tutto può ottenere la preghiera fatta con fede. E san
Bartolo Longo, pensando alla fede di Maria, la definisce ‘onnipotente per
grazia’. Per sua intercessione, venga dal Dio della pace un’effusione
sovrabbondante di misericordia, che tocchi i cuori, plachi i rancori e gli odi
fratricidi, illumini quanti hanno speciali responsabilità di governo. Nessuna
potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, che
Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato”.
“Oggi come ai tempi dell’antica Pompei, è necessario
annunciare Cristo a una società che si va allontanando dai valori cristiani e
ne smarrisce persino la memoria”, l’esordio dell’omelia, in cui il Papa ha
preso in prestito le parole pronunciate da Giovanni Paolo II in questo stesso
luogo il 7 ottobre 2003, a conclusione dell’Anno del Rosario, rilanciando per
il Terzo Millennio la prospettiva della nuova evangelizzazione.
“Centocinquant’anni fa, ponendo la prima pietra di questo Santuario, nel luogo
in cui l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo aveva sepolto sotto la cenere
i segni di una grande civiltà proteggendoli per secoli, san Bartolo Longo,
insieme alla moglie contessa Marianna Farnararo De Fusco, gettava le basi non
solo di un tempio, ma di una intera città mariana”, il riferimento alle origini
della nuova Pompei, città-santuario fondata da un apostolo del Rosario e della
carità. E proprio con l’incontro con il “Tempio della carità”, adiacente al
Santuario, è cominciata la visita pastorale a Pompei, perché il “Tempio della
fede” e quello della carità si sostengono a vicenda: “Niente potrà fermarci nel
compiere il bene e la speranza in un futuro di pace”.
Al centro dell’omelia, il Vangelo dell’Annunciazione, che
spiega come dal grembo di Maria “si irradia la Luce che dà il senso pieno alla
storia e al mondo”. “L’Ave Maria è un invito alla gioia”, ha spiegato il Papa:
“dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra umanità
provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni, sopraffazioni e
guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della misericordia, che prende
in Gesù un volto umano”. Maria, così, diventa Madre della misericordia: dal suo
“Eccomi” nasce non soltanto Gesù, ma anche la Chiesa, e Maria diventa insieme
Madre di Dio – Theotòkos – e Madre della Chiesa. La preghiera del Rosario,
“sorta e sviluppatasi progressivamente nel secondo Millennio, affonda le radici
nella storia della salvezza, e proprio nel Saluto dell’Angelo alla Vergine ha
come il suo preludio”. “L’Ave Maria che si ripete nel Santo Rosario è un atto
di amore”, ha detto Leone: “Il Rosario ha una fisionomia mariana, ma un cuore
cristologico ed eucaristico. Se la Liturgia delle Ore scandisce i tempi della
lode della Chiesa, il Rosario scandisce il ritmo della nostra vita riportandola
continuamente a Gesù e all’Eucaristia. Generazioni di credenti sono state
plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo
stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia
cristiana”.
Il Rosario è “un compendio del Vangelo, che san Giovanni
Paolo II ha voluto integrare con i Misteri della luce”: “spinge lo sguardo
verso i bisogni del mondo”, e in particolare verso “due intenzioni che
rimangono di pressante attualità: la famiglia, che risente dell’indebolimento
del legame coniugale, e la pace, messa a repentaglio dalle tensioni
internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al
rispetto della vita umana”. Sir 8
Il Papa a Pompei: "Nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo
la potenza divina dell’amore"
A Pompei, dove ha celebrato la Messa e recitato la
Supplica alla Madonna, il Papa ha ricordato il primo anniversario della sua
elezione - Di Marco Mancini
Pompei. E’ la celebrazione eucaristica all’esterno del
Santuario della Madonna del Rosario, in piazza Bartolo Longo a Pompei, il
momento centrale della visita pastorale di oggi di Papa Leone XIV.
Di fronte a circa 20mila fedeli convenuti non solo da
Pompei, ma anche da Napoli e da tutta la Campania, il Papa ha ricordato
l’anniversario della sua elezione a Romano Pontefice.
“Esattamente un anno fa – ha detto Papa Leone
nell’omelia, tra gli applausi scroscianti dei fedeli raccolti per ascoltarlo -
quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la
giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei. Dovevo dunque
venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa.
L’aver poi scelto il nome di Leone, mi pone sulle orme di Leone XIII, che ebbe,
tra gli altri meriti, anche quello di aver sviluppato un ampio Magistero sul
Santo Rosario. A tutto ciò si aggiunge la recente canonizzazione di San Bartolo
Longo, apostolo del Rosario”.
“L’Ave Maria – ha spiegato Papa Leone XIV - è un invito
alla gioia: dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra
umanità provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni,
sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della
misericordia, che prende in Gesù un volto umano. Maria diventa così Madre della
misericordia. Discepola della Parola e strumento della sua incarnazione, si
rivela davvero la piena di grazia. Tutto in lei è grazia”.
“Nell’Eccomi di Maria – ha aggiunto - nasce non soltanto
Gesù, ma anche la Chiesa, e Maria diventa insieme Madre di Dio – Theotòkos – e
Madre della Chiesa. Tutto avviene nella potenza dello Spirito Santo, che
adombra Maria e rende fecondo il suo grembo verginale. Questo momento della
storia ha una dolcezza e una potenza che attraggono il cuore e lo portano a
quell’altezza contemplativa in cui germoglia la preghiera del Santo Rosario.
Una preghiera che affonda le radici nella storia della salvezza, e proprio nel
Saluto dell’Angelo alla Vergine ha come il suo preludio”.
“Ave Maria! La ripetizione di questa preghiera nel
Rosario – ha osservato il Pontefice- è come l’eco del saluto di Gabriele,
un’eco che attraversa i secoli e guida lo sguardo del credente a Gesù, visto
con gli occhi e il cuore della Madre. L’Ave Maria che si ripete nel Santo
Rosario è un atto di amore. Generazioni di credenti sono state plasmate e
custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di
altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana”.
“Il Rosario – ha sottolineato Papa Leone - è stato
considerato un compendio del Vangelo, che San Giovanni Paolo II ha voluto
integrare con i Misteri della luce. Anche questa dimensione fu vivissima in San
Bartolo Longo, che offrì ai pellegrini profonde meditazioni per sottrarre il
Santo Rosario alla tentazione di una recita meccanica e assicurargli il respiro
biblico, cristologico e contemplativo che lo deve caratterizzare. Se il Rosario
è “pregato” e “celebrato” in questo modo, esso è anche, per naturale conseguenza,
sorgente di carità. Carità verso Dio, carità verso il prossimo”.
“Il Rosario – ha poi voluto rammentare il Papa - spinge
lo sguardo verso i bisogni del mondo, come la Lettera apostolica Rosarium
Virginis Mariae sottolineava, proponendo in particolare due intenzioni che
rimangono di pressante attualità: la famiglia, che risente dell’indebolimento
del legame coniugale, e la pace, messa a repentaglio dalle tensioni
internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al
rispetto della vita umana”.
“Quando San Giovanni Paolo II – è ancora il ricordo di
Leone XIV - indisse l’Anno del Rosario, lo volle porre in modo speciale sotto
lo sguardo della Vergine di Pompei. I tempi da allora non sono migliorati. Le
guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un
rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e
religioso. La pace nasce dentro il cuore. Non possiamo rassegnarci alle
immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono. San Bartolo Longo,
pensando alla fede di Maria, la definisce “onnipotente per grazia”. Per sua
intercessione, venga dal Dio della pace un’effusione sovrabbondante di
misericordia, che tocchi i cuori, plachi i rancori e gli odi fratricidi,
illumini quanti hanno speciali responsabilità di governo. Nessuna potenza
terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore”.
Al termine della Messa, Papa Leone ha recitato insieme ai
fedeli la tradizionale Supplica alla Madonna di Pompei.
La Supplica alla Regina del Santo Rosario di Pompei fu
scritta, nel 1883, da San Bartolo Longo. Viene recitata solennemente due volte
l’anno, alle ore 12 dell’8 maggio – oggi - e in occasione della prima domenica
d’ottobre. La Supplica fu composta come adesione all'invito che, nella sua
prima Enciclica sul Rosario dal titolo Supremi apostolatus officio, Papa Leone
XIII aveva fatto ai cattolici ad un impegno spirituale volto a fronteggiare i
mali della società.
Il Santuario ha donato a Papa Leone XIV un cammeo
raffigurante la venerata immagine della Madonna di Pompei, lavorato a mano su
Conchiglia Sardonica di 120 mm con la tecnica di incisione a bulino. L’opera è
stata commissionata a un maestro incisore di Torre del Greco, città nota per la
lavorazione del cammeo.
Aci 8
Un anno di Leone XIV, quali sono stati gli obiettivi della sua diplomazia?
Il Papa non ha cambiato i grandi temi della diplomazia
della Santa Sede. Ha portato il suo approccio. La “Città di Dio” di
Sant’Agostino come liea guida - Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano. Non c’è stata rivoluzione, né
restaurazione. E non sarebbe potuto essere altrimenti. Leone XIV non ha
cambiato i grandi temi della diplomazia della Santa Sede. Ma ha portato il suo
approccio, che ha come linea guida la città di Dio di Sant’Agostino (l’ha
citata in vari discorsi, specialmente in quello al corpo diplomatico
accreditato presso la Santa Sede dello scorso 9 gennaio e al mondo diplomatico
del Camerun il 15 aprile), come strumento di lavoro la proclamazione della
verità e come supporto imprescindibile la preghiera.
Leone XIV non vuole porsi come un leader politico. Al
presidente Trump che lo accusava di essere debole in politica estera, ha
risposto che lui non parla un linguaggio da politico, ma parla piuttosto il
linguaggio del Vangelo. Quando il presidente USA ha ribadito che il Papa vuole
che l’Iran abbia l’atomica – tra l’altro, un’affermazione abbastanza esagerata
– Leone XIV ha ribadito che lui ha parlato secondo la dottrina della Chiesa, e
che se si vuole rispondere si deve rispondere basandosi sulla verità di quello
che è stato detto.
Insomma, la diplomazia di Leone XIV parte, per
dichiarazione stessa del Papa, da una visione religiosa, dalla necessità di
predicare il Vangelo della pace. Non è un caso che, finora, la più grande
iniziativa diplomatica del Papa è stata il Rosario di preghiera per la pace
dell’11 aprile, annunciato all’Urbi et Orbi di Pasqua. In quell’occasione, il
Papa sottolineò che si doveva predicare la pace anche a costo di essere
disprezzati e non compresi.
La linea era stata comunque definita sin dal primo
discorso al corpo diplomatico, il 16 maggio 2025, quando Leone XIV rimise al
centro del discorso il tema della verità, sottolineando che la Chiesa avrebbe
parlato secondo la verità anche quando questa fosse stata scomoda.
In un anno di pontificato, la diplomazia del Papa non si
misura solo dalle dichiarazioni. Ci sono anche i gesti: dall’offerta del
Vaticano come luogo per i negoziati di pace tra Russia ed Ucraina, alle
telefonate ufficiali che hanno caratterizzato il pontificato, come quella con
il presidente israeliano Herzog in occasione delle festività pasquali.
Poi ci sono le dichiarazioni, da quelle estemporanee
all’uscita da Palazzo Barberini a Castel Gandolfo, agli appelli per la pace
dopo gli Angelus e le udienze generali, che hanno il tono dell’ufficialità e
l’equilibrio verbale necessario in diplomazia.
Nel suo primo messaggio urbi et orbi di Pasqua, Leone XIV
ha poi introdotto una piccola innovazione. Non ha, come succedeva sempre,
presentato una lista delle situazioni di crisi su cui si posa l’interesse della
Santa Sede, e questo anche perché una lista del genere è sempre suscettibile di
critica, c’è sempre qualcosa che manca. Il Papa, allora, ha parlato di
principi, ha lanciato un appello fortissimo a deporre le armi, e ha chiesto a
tutti i cattolici di impegnarsi.
La richiesta di un impegno personale si legge anche in
tutti i discorsi diplomatici dei viaggi papali. Durante i viaggi in Africa, il
Papa è arrivato a chiedere di rimuovere gli ostacoli allo sviluppo umano
integrale. In Turchia, ha chiesto di cambiare la traiettoria dello sviluppo, in
Libano ha chiesto di essere operatori di pace. Ha stabilito l’importanza
centrale del dialogo tra le religioni, ha messo in luce i grandi temi della
dottrina sociale della Chiesa – dalle questioni migratorie a quelle
della vita, passando per la cura della casa comune e per l’intelligenza
artificiale – ha predicato pace, a più riprese, senza mai stancarsi.
Non c’è stata una rivoluzione, ma di certo un cambio di
approccio. Leone XIV è meno estemporaneo nelle dichiarazioni, meno incline a
mettersi da una parte o dall’altra e, per questo, più equilibrato. Parlando al
Partito Popolare Europeo lo scorso 25 aprile, ha chiesto di fare una politica
cristiana, ma non confessionale, e soprattutto realista, lavorando in modo
popolare ma non populista. Ed è una raccomandazione che si applica molto bene
al mondo diplomatico, al modo in cui le questioni diplomatiche devono essere
affrontate.
I viaggi sono anche un modo di fare diplomazia. I vescovi
francesi hanno già fatto sapere che si prepara un viaggio in Francia, tra
Lourdes e Parigi, per il prossimo settembre, ed in quel viaggio il Papa
toccherà anche Strasburgo, per parlare al Parlamento Europeo. Il suo magistero
europeo si arricchirà così di un nuovo capitolo. E poi, ci sarà probabilmente
il Sud America (Perù, Uruguay e Argentina), in attesa di un ritorno negli Stati
Uniti, che non sarà quest’anno, per il 250esimo, per evitare un incrocio con le
elezioni mid-term. Anche qui, la prudenza diplomatica ha avuto il sopravvento.
Aci 8
Leone XIV: un anno e uno stile
La prossima enciclica – di pubblicazione ormai imminente
– arricchirà il quadro teologico e pastorale di riferimento del papato di Leone
XIV. L’anno trascorso dalla sua nomina (8 maggio 2025) ne illustra lo stile.
Non esibito, non clamoroso, non sopra le righe, ma semmai da riconoscere dentro
la tradizione: dal vestire all’abitare (appartamento alla terza loggia), dai
modi di governo alla gestione dell’immagine, dalla fedeltà al concilio alla
priorità dell’annuncio. E, pur nella tonalità diversa, si conferma la
continuità con Francesco.
Il conclave: si può tornare indietro
Per raccontare un evento cum clavis, cioè riservato, mi
giovo di alcuni elementi raccolti direttamente e di un affidabile racconto
proposto dal volume di Gerard O’Connell (irlandese, America) e di Elisabette
Piqué (argentina, La Nacion). Nell’edizione originale inglese il titolo è:
The Election of Pope Leo XIV. The last Surprise of Pope Francis (Orbis Books,
2026, 312 pp.; ne abbiamo parlato qui su SettimanaNews).
I 133 cardinali elettori da 71 paesi, di appartenenze
diverse, sono poco noti l’uno all’altro. Maggioranza prevista i due terzi, cioè
89 voti. Alcune premesse all’evento vanno ricordate: i funerali che mostrano la
popolarità di Francesco, il disagio della curia e la gestione diretta di
Francesco dell’apparato informativo con la segreteria dell’informazione ai
margini. Grave e confusa la situazione della diocesi romana. Paiono aggressive
le opposizioni conservatrici (dai cattolici americani agli episcopati dell’Est).
C’era stato chi, come Steve Bannon, diceva chiaramente
«faremo cadere papa Francesco» (citazione dagli Epstein files). Sempre
dall’area del conservatorismo americano girava un Report col profilo di una
quarantina di possibili candidati, esaminati sui temi sensibili come il
giudizio sull’omosessualità e la benedizione alle coppie, il celibato dei
preti, le donne diacono o preti, il vecchio rito ecc. In precedenza, c’era
stato un incontro a Budapest dell’area episcopale più conservatrice,
interpretata come spinta per una candidatura del card. Peter Erdö.
Nel volume si ricostruisce il primo scrutinio (7 maggio):
nell’arco di 20-30 voti si piazzano in ordine: Erdö in primis, Robert Prevost,
Pietro Parolin. Più distaccato Jean-Marc Aveline (Marsiglia) e pochi singoli
voti per Tagle, Turkson, Zuppi, Grech, Farrell e altri, come Pizzaballa. C’è,
quindi, un candidato relativamente forte dell’ala conservatrice e una
frantumazione del fronte «bergogliano» in cui si avverte la scarsa
percorribilità di Parolin (molto atteso) e le potenzialità di Robert Prevost.
L’8 maggio, al secondo scrutinio, Prevost passa in testa
grazie ai voti prima dispersi e Parolin non va oltre i voti già ricevuti.
L’indicazione salda il fronte “bergogliano”. Così, nel terzo scrutinio, i nomi
di maggior consenso sono Prevost, Parolin e Aveline. Nel pomeriggio, al quarto
scrutinio, Prevost riceve 108 voti, ben oltre gli 89 richiesti (con probabile
travaso dei voti Parolin e Aveline). Accetta e diventa papa Leone XIV.
Le ragioni della convergenza su Prevost possono essere
così elencate: pastore e curiale senza nemici; uomo del Sud ma nato negli USA;
carattere felice e pacato; timido e poco estroverso; in continuità con
Francesco (con cui aveva avuto divergenze al tempo dell’episcopato argentino di
Bergoglio che però lo aveva voluto al Dicastero dei vescovi); abituato
all’internazionalità da superiore generale degli agostiniani; di fama moderato
e riformista; con positiva prova al Dicastero; di buona salute; poliglotta; di
profonda spiritualità; nativo conciliare.
Americano, non trumpiano
Per i cardinali e le comunità cristiane la sua origine
americana non riveste un ruolo rilevante, anche perché sembra emotivamente più
legato alla popolazione peruviana che agli Stati Uniti. In una recente battuta,
ha detto che avrebbe tifato per il Perù in una eventuale partita fra i
sudamericani e gli statunitensi.
Il problema è sorto dal versante dell’amministrazione
americana. Dopo il prudente dissenso di Leone e della diplomazia vaticana
davanti all’intervento americano in Venezuela, il «no» alla richiesta
di entrare nel Board of Peace per la gestione del dopo-Gaza, il sostegno
agli emigranti e la netta distanza dalla guerra con l’Iran, Donald Trump l’ha
attaccato in termini sgarbati, sconclusionati e pretenziosi. L’ha definito
debole verso la criminalità, pessimo in politica estera, contrario alla sua
amministrazione. Fino alla stupidità di attribuire a sé l’elezione al soglio
pontificio. Una sgangherata esibizione avviata il 13 aprile e ripresa in toni
analoghi il 5 maggio, quando lo ha accusato di sostenere il progetto atomico
dell’Iran.
Difficile rispondere all’irrazionale. Nel viaggio
africano (12-23 aprile) papa Leone si è limitato ad affermare di non essere
interessato alla polemica. Nella realtà, ciò che divide la Santa Sede
dall’attuale amministrazione è il pieno consenso pontificio alle istituzioni
internazionali, alla diplomazia multilaterale, al disarmo.
Per quanto riguarda i cattolici statunitensi, l’intento
di papa Leone è di superare la contrapposizione che li attraversa. Operazione
già avviata con il consenso episcopale rispetto alla politica migratoria
disumana, alla sollecitazione a stimolare gli eletti per un cambio di
prospettiva, alla definizione di «guerra ingiusta» nell’intervento contro
l’Iran e all’iniziativa in proprio di cardinali, vescovi e istituzioni
ecclesiali in diverse emergenze sociali.
Una curia inefficiente non serve a nessuno
Nella riforma della curia tracciato dalla
costituzione Praedicate Evangelium di papa Francesco (2022) gli indirizzi
generali sono molto chiari e suggestivi. Se il Concilio Tridentino pone la
forza centrale sulla difesa della dottrina della fede (la Congregazione era
indicata come la «Suprema»), ora il nucleo portante è la dimensione
evangelizzante, con il Dicastero a questa dedicato che fa capo direttamente al
papa.
In secondo luogo, la curia è non solo internazionale,
come cattolico è il mondo cristiano, ma è soprattutto un mezzo e un aiuto al
pontefice, non un muro di distacco rispetto ai vescovi. Come struttura di
servizio la cui autorità viene dal papa è possibile che i non ordinati (laici e
laiche) abbiamo ruoli apicali. Infine, tutti i Dicasteri sono sullo stesso
piano con una penalizzazione per la Segreteria di Stato.
Il punto critico della riforma non è stato solo la
mancanza di statuti, ma dell’intera filiera di indicazioni che vanno dai
compiti dei minutanti a quelli dei capi ufficio a quelli dei prefetti. Inoltre,
alcuni accorpamenti sono risultati innaturali e alcune scelte di figure
femminili ai vertici (figure peraltro apprezzabili) non avevano il supporto del
diritto. Troppo spesso l’ordine diretto del papa saltava tutte le mediazioni
interne e l’impossibilità del ricorso alla Segreteria di Stato obbligava a rivolgersi
solo al papa.
Leone ha messo subito in chiaro che lui si fida dei suoi
collaboratori e ne intende rispettare ruoli e compiti. Ha di fatto trasferito
di nuovo molti ruoli alla Segreteria di Stato, come emerge dal discorso agli
officiali del 3 giugno 2025. Le nomine sembrano piuttosto lente, ma per
nulla banali o prive di coraggio: dal successore nel Dicastero dei Vescovi
(Filippo Iannone) alla Segretaria dei religiosi (Tiziana Merletti), alla
conferma in termini di legge della Governatrice (Raffaella Petrini) e della
Prefetta dei religiosi (Simona Brambilla). Al Dicastero dei Testi legislativi
ha nominato mons. Anthony Randazzo e come Segretario del Clero ha scelto
mons. Carlo Radaelli.
Quanto alla Segreteria di Stato, manca ancora l’eventuale
conferma per il card. Pietro Parolin, ma ha nominato assessore agli Affari
generali il nigeriano Anthony Onyemuche Ekpo, Sottosegretario alla Sezione dei
Rapporti con gli Stati il rumeno Mihaita Blai e, soprattutto, mons. Paolo
Rudelli come Sostituto. Nuovo Prefetto della Casa pontificia è Petar Raji?. Ha
chiarito che il servizio curiale è a tempo e che si avvarrà dei consigli del
concistoro dei cardinali (già celebrato il 7-8 gennaio e in programma per il
27-28 giugno).
Interessanti anche alcune nomine episcopali: per New York
(Ronald Hicks), Vienna (Josef Grünwidl), Londra (Richard Moth), Cracovia
(Grzegorz Rys), Praga (Stanislav Pribyl) come anche la nomina a Washington
(Robert McElroy).
La pace
Fra i contenuti della sua predicazione emergono alcuni
temi: la pace, i poveri, la spiritualità e la concordia ecclesiale. La pace di
Cristo risorto è stata la prima parola del papa alla loggia di san Pietro dopo
l’elezione:
«La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi,
questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il buon pastore che ha dato la
vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse
nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, a tutte le persone, ovunque
siano, a tutti i popoli, a tutta la terra. La pace sia con voi!».
Sulla pace è tornato con insistenza. Nel saluto al
corpo diplomatico del 16 maggio 2025: «La prima parola è pace. Troppe volte la
consideriamo una parola “negativa”, ossia come mera assenza di guerra e di
conflitto, poiché la contrapposizione è parte della natura umana e ci
accompagna sempre, spingendoci troppo spesso a vivere in un costante “stato di
conflitto”: in casa, al lavoro, nella società. La pace allora sembra una
semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra, poiché, per
quanto ci si sforzi, le tensioni sono sempre presenti, un po’ come la brace che
cova sotto la cenere, pronta a riaccendersi in ogni momento».
In un messaggio a monsignor Shirahama, vescovo di
Hiroshima, per l’ottantesimo anniversario del lancio della bomba atomica sulle
due città giapponesi, Leone XIV sottolinea che «la vera pace richiede il
coraggio di deporre le armi», specialmente «quelle che possiedono la capacità
di provocare catastrofi indicibili». Esorta pertanto a «forgiare un’etica
globale radicata nella giustizia, nella fraternità e nel bene comune» (14
agosto 2025).
Impegnativo il suo primo messaggio per la Giornata
mondiale della pace (1° gennaio 2026). Ricorda l’enorme peso delle spese
militari, la necessità urgente di una educazione alla pace:
«Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi
bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro
eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo, non si procedesse
ad un disarmo integrale; se, cioè, non si smontano anche gli spiriti,
adoperandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che
comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio
degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire
soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo
che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è
desideratissimo, ed è della più alta utilità».
E soprattutto il rischio di delegare alle macchine
decisioni riguardanti la vita di tutti. La pace è il compito prioritario delle
fedi: «È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere
all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in
armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come
il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici,
oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è
diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più
parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel
combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente
la violenza e la lotta armata».
Di pace ha parlato nel messaggio di Natale. Ha
ripreso il tema nel discorso al Corpo diplomatico il 9
gennaio. Vi ha insistito nel viaggio in Africa, denunciando i «signori
della guerra» e riconoscendo al continente un ruolo importante nel contesto dei
popoli. La tensione, per papa Leone, deriva dal fatto di essere erede
di una progressiva delegittimazione teologica della guerra (ius contra bellum),
mentre è ancora sul tavolo la strumentazione della «guerra giusta» (a cui si
appellano i vescovi americani contro Trump), mentre vi sono elementi del
cristianesimo ? come quello russo ? che giustificano apertamente l’aggressione
militare, mentre si registra l’esplosione della legittimazione della
violenza militare nella strategia dell’amministrazione americana.
I poveri
Ai poveri ha dedicato il primo importante scritto,
l’esortazione apostolica Dilexi te (4 ottobre 2025), di fatto scritta a quattro
mani con Francesco.
Non è solo una questione sociale è un punto nodale della
natura cristocentrica della dottrina cristiana (n. 84). Infatti «la scelta
preferenziale dei poveri da parte della Chiesa è inscritta nella fede
cristologica che ha portato Dio a farsi povero per noi, per arricchirci della
sua povertà» (n. 99). «La realtà è che i poveri per i cristiani non sono una
categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo» (n. 110). «Non siamo
nell’orizzonte della beneficenza, ma della rivelazione: il contatto con chi non
ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della
storia» (n. 5).
L’attenzione ai poveri è, inoltre, condizione di ogni
possibile riforma della Chiesa: «Sono convinto che la scelta prioritaria per i
poveri genera un rinnovamento straordinario sia nella Chiesa che nella società,
quando siamo capaci di liberarci dall’autoreferenzialità e riusciamo ad
ascoltare il loro grido» (n. 7).
Risuona con forza l’ammonimento a quelle sensibilità
religiose che pretendono di ignorare il servizio ai poveri: «Occorre ricordare
che la religione, specialmente quella cristiana, non può essere limitata
all’ambito privato, come se i fedeli non dovessero avere a cuore anche problemi
che riguardano la società civile e gli avvenimenti che interessano i cittadini»
(n. 112). Si tratta di vera mondanità dissimulata dalle pratiche religiose.
All’esortazione apostolica si possono aggiungere i due
discorsi ai movimenti popolari, attenzione imposta da papa Francesco. Leone li
ha incontrati il 30 maggio e il 25 ottobre 2025. Cito da quest’ultimo
incontro un passaggio dalle chiare assonanze bergogliane:
«Chiedere terra, casa e lavoro per gli esclusi è una
“cosa nuova”? Visto dai centri del potere mondiale, certamente no; chi ha
sicurezza finanziaria e una casa confortevole può considerare queste richieste
in qualche modo superate. Le cose veramente “nuove” sembrano essere i veicoli
autonomi, oggetti o vestiti all’ultima moda, i telefoni cellulari di fascia
alta, le criptovalute e altre cose di questo genere. Dalle periferie, però, le
cose appaiono diverse; lo striscione che sventolate è così attuale che merita
un intero capitolo nel pensiero sociale cristiano sugli esclusi nel mondo di
oggi. Questa è la prospettiva che desidero trasmettere: le cose nuove viste
dalla periferia e il vostro impegno che non si limita alla protesta, ma cerca
soluzioni. Le periferie spesso invocano giustizia e voi gridate non “per
disperazione”, ma “per desiderio”: il vostro è un grido per cercare soluzioni
in una società dominata da sistemi ingiusti. E non lo fate con microprocessori
o biotecnologie, ma dal livello più elementare, con la bellezza
dell’artigianato. E questa è poesia: voi siete “poeti sociali”».
La prossima enciclica rafforzerà queste indicazioni.
La spiritualità
Leone è erede della teologia e della spiritualità di
Agostino che tornano pervasivamente nei suoi interventi con l’accento sulla
ricerca e l’interiorità, sull’inquietudine del credente, sull’introspezione,
sulla centralità dell’amore nella vita cristiana.
Agostino ha ricercato intensamente Dio e, una volta
trovatolo, si è dedicato totalmente a lui in comunione con i fratelli. La
ricerca di Dio attraversa la vita cristiana. La realtà di Dio, infatti, è tanto
insondabile che mai si potrà arrivare al fondo della sua conoscenza. Più si
cerca Dio e lo si trova, più lo si ama; più lo si ama, maggiore diventa il
desiderio di cercarlo ancora. Trovare Dio è trovare la felicità perché «ci hai
fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».
Leone ha specificato nella presentazione del volume di
Lorenzo della Risurrezione, carmelitano francese del XVII secolo La pratica
della presenza di Dio, una sua particolare sensibilità. La via di Lorenzo è
semplice perché non richiede altro che di fare memoria costantemente di Dio,
con piccoli atti continui di lode, preghiera, supplica, adorazione, in ogni
azione e in ogni pensiero avendo come orizzonte e fine Lui solo. È l’esperienza
spirituale di una unione profonda, di incontri e colloqui, di nascondimenti e
sorprese, di abbandoni e scelte: tutti elementi tipici dei grandi mistici.
Il richiamo ad Agostino torna sovente. Ad esempio,
nel citato discorso ai diplomatici, dove la De civitate Dei serve come
cornice per comprendere il cambiamento d’epoca (cf. qui su SettimanaNews).
Concordia ecclesiale
Vi è uno sforzo evidente di raffreddare gli scontri che
si sono manifestati durante il pontificato precedente, di richiamare tutti alla
consapevolezza che ciò che unisce la Chiesa è assai maggiore di quanto può
dividerla. La comunione è necessaria in ordine all’efficacia dell’annuncio e
appartiene all’essenza del vangelo.
Per questo, papa Leone frequenterà il meno possibile i
territori più insidiosi e non lo troveremo sui confini della ricerca, anche se
non censurerà le sperimentazioni e le novità. È convinto che la comunione
ecclesiale sia anche la necessaria testimonianza in un mondo progressivamente e
paradossalmente diviso.
Lo ha ricordato nel discorso alla curia per gli auguri di
Natale 2025 (22 dicembre 2025):
«La comunione nella Chiesa rimane sempre una sfida che ci
chiama alla conversione. Talvolta, dietro un’apparente tranquillità, si agitano
i fantasmi della divisione. E questi ci fanno cadere nella tentazione di
oscillare tra due estremi opposti: uniformare tutto senza valorizzare le
differenze o, al contrario, esasperare le diversità e i punti di vista
piuttosto che cercare la comunione».
Nell’elenco delle udienze personali si trovano i
nomi dei vescovi e dei prelati più critici fra i conservatori. Su questo
versante, lo scoglio più scomodo è per ora la volontà manifestata dai
lefebvriani di ordinare nuovi vescovi. Dopo l’annuncio del 2 febbraio e il
successivo incontro con il prefetto, card. Víctor Manuel Fernández, è arrivato
il rifiuto a proseguire nel dialogo e la riaffermazione della decisione che
comporterà il rinnovo delle scomuniche per gli ordinati e gli ordinanti (cf.
qui su SettimanaNews).
Appunti sparsi
Il magistero pontificio spazia su molti altri aspetti. Mi
limito a indicarne alcuni.
* Ecumenismo
Il viaggio apostolico a Nicea e in Libano in occasione
del 1700 anniversario del concilio (27 novembre – 2 dicembre 2025) è un segnale
evidente della continuità dell’indirizzo conciliare pur in un tempo di forti
torsioni identitarie proprie a tutte le confessioni cristiane e drammaticamente
espresse dalla spaccatura ortodossa e dalla piegatura nazionalistica della
Chiesa russa. Aver affrontato e superato la questione del Filioque è indice
dell’aggiornamento del magistero rispetto alla riflessione teologica.
L’attuale è una stagione di grande fragilità ecumenica:
la crescente frattura intra-ortodossa ha isolato l’ortodossia russo-slava,
avvelenando tutte le relazioni intracristiane. Tutte le Chiese in Occidente
sono provate dalla secolarizzazione. Emerge la fragilità delle confessioni
protestanti storiche ed è esploso lo scisma fra le Chiese anglicane sulle
tematiche morali (cf. qui su SettimanaNews). Per gran parte, le comunità
neopentecostali in forte crescita non sono particolarmente interessate al dialogo
ecumenico.
Un contesto in cui mantenere fissa la direzione del
dialogo significa salvare il futuro del cristianesimo.
* Geopolitica
Già evocata nei confronti dell’amministrazione americana
essa si struttura attorno alla scelta delle istituzioni internazionali,
nonostante la loro grave crisi attuale, a partire dell’ONU. Il loro
smantellamento significa una giustificazione all’aggressività militare della
Russia, all’istinto di potenza degli USA e alla volontà egemonica della Cina,
nei confronti della quale il dialogo continua.
Un riferimento positivo è per l’Europa come emerge dal
discorso ai membri del partito popolare il 25 aprile 2026. Il pericolo che il
disordine internazionale si trasformi in guerre a detrimento dei popoli e dei
poveri è una consapevolezza che Leone non cessa di sottolineare.
* Bioetica e nuovi diritti
I temi che piacciono agli ambienti radicali
dell’Occidente (gender, cultura omosessuale, diritti riproduttivi, aborto ecc.)
non trovano spazio di consenso nel magistero di Leone se non nell’esigenza di
evitare discriminazioni e nel pieno riconoscimento del valore di ogni persona.
Sul tema dei «nuovi diritti» è illuminante una relazione
del neo sostituto, Paolo Rudelli, di cui abbiamo dato nota su questo sito (cf.
qui su SettimanaNews). Per Leone questioni come la giustizia,
l’uguaglianza, la libertà hanno la priorità rispetto alle discussioni relative
ai temi sopra accennati. Anche sulla ricerca propria agli ambienti «liberali»
della Chiesa occidentale (viri probati, ordinazione delle donne, diaconato
femminile, benedizione sulle coppie omosessuali e simili) non ci sarà censura,
ma certo non alimentazione.
Le sciabolate di Francesco («chi sono io per giudicare»)
non avranno seguito. Papa Leone ha mostrato di non ritenerle centrali o
urgenti. Condivide l’indirizzo di Francesco, ma avverte la sua potenziale
divisività sia dentro la Chiesa cattolica universale sia nel dialogo ecumenico.
* Lotta agli abusi
Parlando alla Commissione per la tutela dei minori (16
marzo 2026) ha detto: «La prevenzione degli abusi non è un compito facoltativo,
ma una dimensione costitutiva della missione della Chiesa» e ha sottolineato il
pieno inserimento del lavoro in merito dentro la curia e in particolare nel
Dicastero per la dottrina della fede.
Conosce la delicatezza e la potenza distruttiva dello
scandalo avendo dovuto gestire alcuni casi sia come superiore generale degli
agostiniani sia come vescovo a Chiclayo in Perù, dove il Sodalizio di Figari,
ora soppresso, ha sparso molti veleni (cf. qui su SettimanaNews). Una prova è
costituita dal caso Rupnik. Trovati i giudici si è in attesa delle conclusioni
del loro lavoro.
Domande e attese
Il tema abusi apre alle domande su elementi
potenzialmente critici. Ne ricordo tre: la discussione sul vecchio rito
liturgico, il tema della legge naturale con la possibile riemersione dei
principi non negoziabili e lo sviluppo della sinodalità.
* Il rito
La celebrazione secondo il vecchio rito all’altare di san
Pietro da parte del card. Burke, il 25 ottobre scorso, ha sorpreso quanti
ritenevano chiusa la lotta sulla liturgia. Lo stesso cardinale (e poi diversi
altri conservatori) è stato ricevuto in udienza da papa Leone.
Il pontefice ha espressamente manifestato la sua
intenzione di abbassare i conflitti interni, certo anche relativamente alla
liturgia. In un messaggio ai Vescovi francesi ha chiesto una maggiore
inclusione dei fedeli attratti della messa tridentina, pur nel rispetto del
Vaticano II.
Il problema, infatti, si pone qui: il ritorno al vecchio
rito è o non è la richiesta di archiviare il Vaticano II e il grimaldello
contro le possibili aperture papali? Leone non è certo disponibile ad azzerare
il Concilio; ma una tolleranza non sorvegliata potrebbe favorire derive
preoccupanti.
* Legge naturale
La questione della legge naturale o dei principi non
negoziabili è più raffinata. Essa è coerente con il progetto neo-cristiano che
lascia alla politica la responsabilità di legiferare ma invoca il confine non
superabile della legge naturale letta e interpretata dalla Chiesa. Al binomio
magistero-legge naturale papa Francesco ha sostituito quello di Vangelo-segni
dei tempi che permette di mantenere la fontalità del Vangelo e di aprirsi alle
nuove esigenze e alle pratiche diffuse. Senza perdere la dimensione critica.
Papa Leone ha più volte ripreso il riferimento alla legge
naturale proprio parlando ai governanti. Ad esempio, in occasione del
giubileo il 21 giugno scorso: «La legge naturale universalmente valida al di là
e al di sopra di altre convinzioni di carattere più opinabile, costituisce la
bussola con cui orientarsi nel legiferare e nell’agire in particolare su
delicate questioni etiche che oggi si pongono in maniera molto più cogente che
in passato, toccando la sfera dell’intimità personale».
Processi legislativi come la costituzionalizzazione del
«diritto» di aborto o la ricezione nelle leggi delle richieste più radicali
della cultura del gender potrebbero aprire contenziosi di significativo
spessore.
* La sinodalità
La sinodalità è il coerente sviluppo della coscienza
ecclesiale dei secoli recenti della Chiesa: dal principio petrino nel Vaticano
I al principio collegiale nel Vaticano II alla pienezza della sinodalità nella
sua ricezione.
La sinodalità è un principio teologico di fondo.
L’approccio di Leone sembra limitarlo a uno stile, ad un modo di comportamento,
a qualcosa che non attiene alla struttura di fondo della Chiesa. È
l’impressione di alcuni protagonisti del recente Sinodo, peraltro non ancora
concluso. Vedremo come si svilupperanno la dottrina e la prassi
ecclesiale.
Lorenzo Prezzi, SettNews 7
Denso di impegni il viaggio di Papa Leone in Spagna
Il programma del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in
Spagna, dal 6 al 12 giugno prossimi - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. Pubblicato stamane il programma del
viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Spagna, dal 6 al 12 giugno prossimi.
Il Papa arriverà a Madrid alle 10,30 del 6 giugno. Dopo
l'accoglienza e la cerimonia di benvenuto, il Papa incontrerà il Re e la Regina
di Spagna, le autorità, in serata la visita agli operatori e assistiti dal
Progetto sociale "Cedia 24 horas", infine la veglia di preghiera con
i giovani.
Domenica 7 giugno prevista la Santa Messa in Plaza de
Cibeles con la processione del Corpus Domini, poi l'incontro privato con i
confratelli agostiniani e successivamente l'incontro con il mondo della
cultura.
Lunedì 8 giugno, il Papa vedrà il Primo Ministro spagnolo
Sanchez e successivamete i membni del Parlamento al Congresso dei Deputati.
Seguirà l'incontro con la Conferenza Episcopale Spagnola. In serata la
preghiera e l'omaggio alla Vergine dell'Almudena e poi allo Stadio Bernabeu
l'incontro con la comunità diocesana.
Martedì 9 giugno, Leone XIV inizierà la giornata con
l'incontro con i volontari nel Padiglione 3 dell’IFEMA Madrid, poi la partenza
per Barcellona. Prevista la preghiera dell'ora media nella Cattedrale della
Santa Croce e Sant'Eulalia e poi la veglia di preghiera allo Stadio Olimpico
“Lluís Companys”.
Il 10 giugno il Papa visiterà il centro penitenziario
“Brians 1”, poi la recita del Rosario nell’Abbazia di Nostra Signora di
Montserrat e l'incontro con le realtà di carità e assistenza diocesanenella
Chiesa di San Agustì. Alle 19,30 la Messa nella Basilica della Sagrada Família
con la onaugurazione della torre di Gesù Cristo.
Giovedì 11 giugno la partenza per Las Palmas de Gran
Canaria, dove Leone XIV vedrà le realtà di accoglienza dei migranti nel porto
di Arguineguín, poi incontro con vescovi e clero locale nella Cattedrale di
Sant’Anna e la Santa Messa nello Stadio di Gran Canaria.
Venerdì 12 infine la partenza per Tenerife per l'incontro
con i migranti e le realtà di integrazione, infine la Santa Messa nel porto di
Santa Cruz de Tenerife e la successiva partenza per il rientro a Roma. Aci 6
Conferenza episcopale tedesca. Orientamento etico per la pianificazione
delle cure
Come aiutare persone anziane o gravemente malate a
chiarire, in anticipo e con l’aiuto di un accompagnamento professionale, quali
cure mediche, infermieristiche, psicologiche e spirituali desiderano nel caso
in cui non siano più in grado di esprimere il proprio consenso?
La Conferenza Episcopale Tedesca ha pubblicato un testo
orientativo ed etico di pianificazione anticipata delle cure, in sigla ACP
(Advance Care Planning) da attivare nelle strutture ecclesiali, ospedali, case
di cure, RSA. Il testo insiste sul fatto che ACP non è un semplice modulo da
compilare, ma un processo dialogico che mette al centro la persona nella sua
interezza.
Il testo è scaricabile gratuitamente dal sito della
Conferenza Episcopale Tedesca:
Ethische
Orientierungshilfe zur Ausgestaltung von ACP in kirchlichen Einrichtungen und
Diensten
Pensando all’ultima fase della vita, molte persone temono
infatti di essere sottoposte a trattamenti eccessivi o di perdere il controllo
sulle decisioni alla fine della vita. Si teme di cadere in una condizione in
cui non si è in grado di decidere autonomamente e di trovarsi esposti a un
sistema in cui l’intreccio tra interventi medici, tecnici, farmaceutici e
assistenziali diventa difficilmente comprensibile e non lascia più spazio alle
esigenze personali. A ciò si aggiungono, non da ultimo, anche aspetti di natura
economica.
Dal 2015, il quadro giuridico tedesco (§132g SGB V)
permette alle strutture residenziali e ai servizi per persone con disabilità di
offrire ACP con finanziamento pubblico. Tuttavia, la pratica è molto
disomogenea e spesso troppo focalizzata su aspetti medico‑legali,
trascurando la dimensione psicologica, relazionale e spirituale. I vescovi
richiamano quindi la necessità di recuperare il senso originario dell’ACP
quello di sostenere l’autodeterminazione.
Da molti anni inoltre le Chiese cristiane offrono la
Previdenza Cristiana del Paziente per aiutare le persone a riflettere sulle
proprie idee riguardo a questa fase della vita, discuterle con esperti e
persone vicine e fissarle in modo efficace per iscritto.
Ora la pubblicazione dell’Orientamento etico per
l’attuazione dell’ACP nelle strutture e nei servizi ecclesiali, della
Commissione per la Dottrina della Fede della Conferenza Episcopale Tedesca si
rivolge a tutte le persone interessate all’ACP – che si tratti dei diretti
interessati, familiari, operatori dell’assistenza o formatori. In esso
troveranno sostegno, stimoli e prospettive per una pratica di accompagnamento
nelle situazioni di vita difficili. La Commissione per la Dottrina della Fede
ha elaborato il testo con il supporto di numerosi esperti che è stato discusso
con professionisti competenti e infine, approvato dal Consiglio Permanente
della Conferenza Episcopale Tedesca.
L’ACP consiste nell’accompagnare persone anziane o
affette da gravi malattie attraverso un processo strutturato di colloqui
condotti da personale qualificato insieme ai loro familiari. Nel corso di
questo processo, esse devono poter chiarire come desiderano che siano
organizzate la loro assistenza e il loro trattamento medico, infermieristico,
psicosociale, ma anche pastorale e spirituale, in situazioni in cui non saranno
più in grado di esprimere consenso o dissenso. L’ACP è dunque una forma di
previdenza del paziente che si realizza nella relazione e nel processo. In esso
sono fondamentali tanto la professionalità degli operatori quanto una buona
comunicazione da persona a persona, insieme a un orientamento etico di fondo
che riconosca la dignità della persona umana e la tutela della vita.
Nella prefazione del documento, il vescovo Franz-Josef
Overbeck (Essen), presidente della Commissione per la Dottrina della Fede,
scrive: «Come per molte buone idee, anche nell’Advance Care Planning è decisivo
il modo in cui esso viene attuato nella pratica e nella quotidianità concreta
di una clinica, di una struttura assistenziale o di un servizio ambulatoriale.
La pratica dell’ACP tradirebbe completamente l’idea originaria se si trattasse
soltanto di arrivare il più rapidamente possibile a un modulo compilato e
firmato che fornisca indicazioni affidabili sul consenso al trattamento medico.
Non solo nelle strutture ecclesiali, ma soprattutto in esse, è imprescindibile
che in un simile processo si tenga conto della persona nella sua interezza, con
i suoi bisogni, le sue difficoltà, le sue preoccupazioni, ma anche con i suoi
desideri e le sue speranze e, non da ultimo, con la sua fede.» Del.mci 6
Paolo Naso: “C’è un dato oggettivo: con la sua pastorale
di una ‘pace disarmata e disarmante’, papa Leone propone un paradigma
geopolitico esattamente opposto a quello del presidente americano che invece ha
scelto la strada delle ‘guerre per la pace’, ad esclusivo interesse degli USA”.
– di M. Chiara Biagioni
“La voce del Papa,
forse anche al di là delle sue intenzioni, rimane la più autorevole espressione
di contrasto all’idea trumpiana della pace costruita con la guerra; a Gaza e in
Iran oggi. Domani forse a Cuba. E che ne sarà delle bellicose rivendicazioni
della Groenlandia e delle mire sul Canada?”. Abbiamo chiesto a Paolo Naso,
politologo e docente di storia moderna all’Università statale di Milano, di
commentare le esternazioni del presidente Usa Donald Trump e soprattutto la sua
insistenza nell’attaccare Papa Leone, alla vigilia del viaggio in Italia e in
Vaticano del segretario di Stato americano Marco Rubio. Paolo Naso,
protestante, è un grande conoscitore della storia Usa, in particolare delle
Chiese che la popolano. Ha dedicato un libro a questo argomento dal titolo “Dio
benedica l’America. Il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald
Trump”.
Professore, come si spiega l’accanimento di Donald Trump
nei confronti di Leone?
Al di là di elementi caratteriali che evidentemente
contribuiscono a profilare la figura di Donald Trump e che spiegano alcuni suoi
interventi decisamente sopra le righe, c’è un dato oggettivo: con la sua
pastorale di una “pace disarmata e disarmante”, papa Leone propone un paradigma
geopolitico esattamente opposto a quello del presidente americano che invece ha
scelto la strada delle “guerre per la pace”, e cioè di un interventismo teso a
stabilire un nuovo ordine interazionale centrato sull’esclusivo interesse degli
Usa. In sé non è una novità assoluta perché la difesa dei propri interessi
strategici ha spesso orientato la politica estera degli Usa ma l’interventismo
era sempre bilanciato e talora limitato dalla logica del multilateralismo, dai
vincoli delle alleanze – a iniziare dalla Nato – dall’autorevolezza dell’Onu e
di altri organismi sovranazionali, compresa l’Ue. Con Trump tutti questi
elementi di bilanciamento sono saltati.
Entrambi sono comunque figli della stessa terra,
l’America. Come si spiegano queste divergenze così profonde?
Tutti e due, Trump e Leone XIII sono espressione della
tradizione americana che, da sempre ha vissuto gravi polarizzazioni, già al
tempo delle colonie. Non erano tutte uguali: alcune erano più chiuse e
settarie, potremmo dire teocratiche; altre, altrettanto legate alla fede
cristiana ed evangelica, si distinguevano per il pluralismo e la capacità di
accogliere e integrare identità diverse.
Trump è l’apostolo del fondamentalismo nazionalista
americano, una religione politica che abusa di citazioni bibliche e simboli
cristiani.
Leone fa semplicemente il papa, e guarda oltre i confini
nazionali. Un papa che arriva anche nel Sud globale, come ha dimostrato il suo
recente viaggio in Africa.
Che rapporto ha l’immensa galassia protestante Usa nei
confronti di Trump?
Soprattutto nel secondo mandato, Trump ha utilizzato con
grande spregiudicatezza l’arma religiosa, brandendo la Bibbia per predicare il
suo nazionalismo cristiano e per colpire i suoi avversari: l’America liberal e
woke, quella dei diritti e della separazione tra lo Stato e le confessioni
religiose, codificata nel I emendamento della Costituzione. L’efficace
narrazione di cui lui ed altri dei suoi più stretti collaboratori si sono fatti
interpreti è quella di un’America decadente che può tornare grande soltanto
ritrovando la sua anima cristiana e recuperando il ruolo di unica ed indiscussa
superpotenza mondiale, aggressiva e temibile. Questa narrazione ha convinto
milioni di elettori, frustrati dalla political correctness degli intellettuali
e delle élites di Washington. In un’America decadente, Trump si propone come il
redentore in grado di ristabilire l’ordine e di garantire il benessere.
Ovviamente con l’aiuto di Dio. Questa comunicazione ha funzionato egregiamente
fino a qualche mese.
L’esito non proprio brillante della guerra contro l’Iran
potrebbe avere eroso il consenso di quello zoccolo duro composto da elettori
bianchi, del Sud e fondamentalisti che sono le vere schiere dell’esercito
trumpiano.
C’è un’America che resiste?
L’America liberal è in sofferenza e, nei mesi successivi
alle elezioni che hanno portato Trump alla Casa Bianca è rimasta attonita e
afasica. Vale anche per le chiese storiche del protestantesimo americano –
presbiteriani, luterani, metodisti, parte dei battisti, comunità afroamericane
– che hanno subito l’ondata del fondamentalismo evangelical più radicale. Ora
qualcosa si muove, riprendono alcune mobilitazioni contro la guerra, il
carattere autocratico di questa presidenza, i suoi tratti autoritari. Il movimento
NO KING interpreta bene il sentimento distanti american che vedono incrinarsi i
pilastri della stessa democrazia costituzionale.
L’incontro del Segretario di Stato Rubio in Vaticano
potrà favorire un riavvicinamento?
Ovvio. Rubio si mostrerà cattolico attento e devoto,
parlerà di incomprensioni e fraintendimenti. E’ il suo ruolo ed è la carta che
lo potrebbe portare alla Casa Bianca tra due anni e mezzo. Ma attenzione, la
sostanza politica non cambia, sono diverse le forme evi è coscienza della
misura e del protocollo. Potrei essere smentito ma preferisco pensare che, alla
fine, Rubio si presenterà con un ramoscello d’ulivo che papa Lone sarà contento
di ricevere”.
Fino alla prossima boutade del Presidente. Sir 6
Leone XIV: “Prendere posizione a favore di poveri, sfruttati, vittime della
violenza e della guerra”
All'udienza generale in piazza San Pietro, Leone XIV ha
proseguito il ciclo di catechesi sulla Lumen gentium soffermandosi sulla
dimensione escatologica della Chiesa. Il popolo di Dio cammina nella storia
orientato alla "patria celeste", "sacramento universale di
salvezza" che però non coincide con il Regno. Da qui la chiamata a
riconoscere la fragilità delle strutture ecclesiali – di Riccardo Benotti
“La Chiesa cammina
in questa storia terrena sempre orientata verso la meta finale, che è la patria
celeste”. È a questa dimensione, “spesso trascurata o minimizzata”, che Leone
XIV ha dedicato la catechesi dell’udienza generale di mercoledì 6 maggio,
davanti ai fedeli riuniti in piazza San Pietro. Proseguendo il ciclo sui
documenti del Concilio Vaticano II, il Papa ha meditato sul capitolo VII della
costituzione Lumen gentium, che affronta il carattere escatologico della
comunità cristiana. Una prospettiva, ha osservato il Pontefice, che rischia di
restare in ombra “perché siamo troppo concentrati su ciò che è immediatamente
visibile e sulle dinamiche più concrete della vita della comunità cristiana”.
Eppure, ha ricordato, è dalla promessa finale che la Chiesa attinge il senso
del proprio agire nel tempo.
Tra il “già” e il “non ancora” del Regno di Dio
Il popolo di Dio, ha spiegato il Papa, vive “al servizio
dell’avvento del Regno di Dio nel mondo”: ne annuncia la promessa, ne riceve
“una caparra” nei sacramenti, in particolare nell’eucaristia, ne sperimenta la
logica “nelle relazioni di amore e di servizio”. La Lumen gentium definisce la
Chiesa “sacramento universale di salvezza”, cioè “segno e strumento di quella
pienezza di vita e di pace promessa da Dio”. Ma proprio qui interviene una
distinzione decisiva: la comunità dei credenti “non si identifica perfettamente
con il Regno di Dio, ma ne è germe e inizio, perché il compimento verrà donato
all’umanità e al cosmo soltanto alla fine”. I cristiani, dunque, camminano in
una storia “segnata dalla maturazione del bene ma anche da ingiustizie e
sofferenze, senza essere né illusi né disperati”, sostenuti dalla parola di
“Colui che fa nuove tutte le cose”. La missione si snoda così “tra il ‘già’
dell’inizio del Regno di Dio in Gesù, e il ‘non ancora’ del compimento promesso
e atteso”, ha affermato il Pontefice, sottolineando come la Chiesa sia “custode
di una speranza che illumina il cammino”.
La denuncia del male e la riforma delle strutture
Da questa identità deriva anche un compito profetico. La
Chiesa, ha detto il Papa, è “investita della missione di pronunciare parole
chiare per rifiutare tutto ciò che mortifica la vita” e di “prendere posizione
a favore dei poveri, degli sfruttati, delle vittime della violenza e della
guerra e di tutti coloro che soffrono, nel corpo e nello spirito”. Annunciando
la salvezza in Cristo, “non annuncia sé stessa”. Da qui il richiamo, netto,
all’umiltà istituzionale: la Chiesa “è chiamata a riconoscere umilmente l’umana
fragilità e caducità delle proprie istituzioni, le quali, pur essendo al
servizio del Regno di Dio, portano la figura fugace di questo mondo”. “Nessuna
istituzione ecclesiale può essere assolutizzata”, ha insistito Leone XIV,
indicando “una continua conversione, al rinnovamento delle forme e alla riforma
delle strutture, alla continua rigenerazione delle relazioni”. Un appello che
ha trovato eco nei saluti ai pellegrini di lingua francese, ai quali il Papa si
è rivolto chiedendo che il tempo pasquale “ravvivi la nostra speranza affinché
non sprofondiamo nella disperazione di fronte alle ingiustizie e alle
sofferenze causate dalla violenza”. L’invito conclusivo, esteso a tutti i
fedeli, è stato a lasciarsi “guidare dalla promessa del Regno di Dio che ci
offre il Risorto”. Sir 6
Sinodo, "selezione dei candidati all’episcopato momento di autentico
discernimento"
Pubblicati i Rapporti finali del Gruppo di Studio n. 7 e
n. 9.
Città del Vaticano. “Questi due rapporti toccano il cuore
della vita ecclesiale. Il primo ci ricorda che scegliere un vescovo è un
momento di autentico discernimento della comunità cristiana: non esiste pastore
senza gregge, né gregge senza pastore. Il secondo ci offre strumenti concreti
per affrontare le questioni più difficili senza fuggire dalla complessità:
ascoltare le persone coinvolte, leggere la realtà, convocare insieme i saperi.
È il metodo sinodale applicato alle situazioni più esigenti”. E quanto afferma
il Cardinale Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo, dopo la pubblicazione
dei Rapporti finali del Gruppo di Studio n. 7 e n. 9.
La Prima Parte del Rapporto Finale del Gruppo di Studio
n. 7 – si legge nel comunicato della Segreteria Generale - tratta la selezione
dei candidati all’episcopato come momento di autentico discernimento
ecclesiale, guidato dallo Spirito Santo in un clima di preghiera e ascolto. I
soggetti coinvolti sono la Chiesa locale con il suo Vescovo, i Vescovi della
Provincia Ecclesiastica o della Conferenza Episcopale, e il Nunzio Apostolico —
che il Gruppo auspica possieda egli stesso un profilo sinodale e missionario,
per poterlo a sua volta ricercare in quanti vengono segnalati come possibili
Vescovi.
Il documento propone – si legge ancora - che ogni diocesi
attivi periodicamente processi di discernimento sul proprio stato e le proprie
necessità. In prossimità della successione episcopale, il Vescovo convoca il
Consiglio presbiterale e il Consiglio pastorale diocesano, i cui membri
esprimono collegialmente un parere sulle necessità della diocesi e trasmettono
al Vescovo — in busta chiusa — i nomi dei Presbiteri che ritengono idonei
all’episcopato. Laddove possibile, vengono consultati anche il Capitolo cattedrale,
il Consiglio per gli affari economici, la Consulta dei Laici, i rappresentanti
dei consacrati, dei giovani e dei poveri.
I candidati all’episcopato dovrebbero avere “competenze
sinodali: capacità di costruire comunione, esercizio del dialogo, conoscenza
profonda delle culture locali e disponibilità a integrarsi in esse in modo
costruttivo”.
Il Rapporto chiede inoltre che i Dicasteri della Curia
Romana rivedano le proprie procedure in senso più sinodale, e propone forme
periodiche di valutazione indipendente dei processi di selezione.
Per quanto riguarda il Rapporto Finale del Gruppo di
Studio n. 9, si propone un cambio di paradigma nel modo in cui la Chiesa
affronta le questioni dottrinali, pastorali ed etiche più difficili. Una prima
scelta significativa riguarda il linguaggio: il Gruppo ha preferito parlare di
questioni «emergenti» anziché «controverse», perché l’obiettivo non è risolvere
un problema ma costruire il bene comune attraverso la conversione relazionale,
l’apprendimento condiviso e la trasparenza.
Il documento poi introduce il «principio di pastoralità»:
non vi è annuncio del Vangelo senza farsi carico dell’interlocutore, nel quale
lo Spirito è già all’opera. Per affrontare concretamente le questioni
emergenti, il Gruppo propone tre passaggi metodologici: ascoltare noi stessi,
ascoltare la realtà, convocare i saperi. La conversazione nello Spirito rimane
lo strumento privilegiato per sviluppare una cultura ecclesiale della
sinodalità.
Infine nella terza parte del Rapporto, il Gruppo applica
concretamente questo metodo a due questioni oggi emergenti nella vita delle
Chiese locali, scelte proprio per la loro diversità: l'esperienza delle persone
omosessuali credenti e l'esperienza della non violenza attiva — testimoniata da
un movimento di giovani serbi che contribuì alla caduta pacifica di Miloševi?
ispirandosi ai cristiani delle origini. In entrambi i casi, il Gruppo non offre
pronunciamenti conclusivi ma — a partire dall’ascolto diretto di testimonianze
concrete — propone piste di discernimento etico-teologico e domande aperte,
perché ogni comunità possa arsi carico “dell’impegno a riconoscere e promuovere
il bene con cui Dio agisce nella storia e nell’esperienza delle persone”. Aci 5
Il perdono cambia la vita, ad ottocento anni dal Cantico delle Creature di
San Francesco
Una serie di riflessioni proposte dalla Parrocchia della
Abbadia di Fiastra - Di Simone Baroncia
Macerata. Il ‘Cantico delle Creature’ (Canticum o Laudes
Creaturarum) è un cantico di san Francesco d’Assisi composto intorno al 1224
fra san Damiano e il vescovado di Assisi. E’ il testo poetico più antico della
letteratura italiana di cui si conosca l’autore. Secondo una tradizione, la sua
stesura risalirebbe a due anni prima della sua morte, avvenuta nel 1226.
Per approfondire questo testo poetico, nell’ottocentesimo
anniversario ed a dieci anni dall’enciclica ‘Laudato sì’, la parrocchia ‘Santa
Maria Annunziata’ dell’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, in
collaborazione con il Sermirr di Recanati, il Sermit di Tolentino, Agesci,
Azione Cattolica Italiana, Acli, Movimento Laudato Sì, Movimento dei Focolari,
associazione ‘Città per la Fraternità’, ha attivato un percorso di
approfondimento, che si concluderà domenica 10 maggio con il giornalista e teologo
Diego Mecenero, che racconterà come si sconfigge il bullismo, partendo
dall’incontro del santo assisiate con il lupo di Gubbio: ‘San Francesco ed il
lupo insieme per sconfiggere il bullismo’.
Nell’incontro precedente l’incaricata nazionale al
settore ‘Giustizia, Pace e Nonviolenza’ dell’Agesci, Alessandra Cetro, ha
raccontato il verso ‘Laudato sii, mio Signore, per tutti quelli che perdonano
per amor Tuo’; “Essere ‘artigiani di pace’ significa agire nel quotidiano con
gesti concreti, coltivare il rispetto e la comprensione reciproca, promuovere
la giustizia e il bene comune. Come ‘artigiani di pace’ continuiamo a
immaginare e a sognare un mondo in pace non come utopia, ma come forte necessità
e anche promessa per gli uomini e le donne del nostro tempo e quindi ci
dedichiamo alla sua costruzione con tenacia, passione e dedizione, sicuri di
non essere soli in questo cammino, affidandoci alla guida e alla grazia di Dio
Padre”.
Quindi essere ‘artigiani di pace’ è connaturato al
perdono, come ha ‘cantato’ san Francesco d’Assisi, nel ‘Cantico delle
Creature’, lodando il Signore per coloro che perdonano: oggi è possibile
perdonare?
“E’ possibile perdonare a partire da uno sguardo nuovo
sul perdono, capendo che il perdono è un dono che facciamo principalmente a noi
stessi e poi lo facciamo all’universo, perché accogliamo quello che è accaduto
e non si può cambiare, ma scegliamo di non starci più male; scegliamo di aprire
alla vita e di continuare a vivere, facendo fiorire il bello. San Francesco
diceva ‘laudato sì mio Signore per quelli che perdonano per il tuo amore’;
quindi sia dall’ottica di figli di sentirsi amati dall’amore incondizionato di
Dio, che porta a perdonare e nell’ottica di essere tutti fratelli e sorelle,
quindi imperfetti ed amati, ma anche che perdonano per amore di Dio. Il perdono
come gesto nuovo e gratuito; come gesto che apre a qualcosa di nuovo e di
insolito nella storia, perché apre alla possibilità”.
Quindi il perdono è un dono per…?
“Esatto: è un dono per… un dono per sé stessi e un
dono per le persone che ci circondano ed anche per coloro che non vivono più
pieni di rabbia ed anche un dono per la società che vive accanto a noi, perché
talvolta la cambia. Penso alle famiglie che sono riuscite a perdonare ed a
porre fine alle vendette di sangue. Penso al processo di ‘verità e
riconciliazione’ avvenuto nel SudAfrica, dove Desmond Tutu affermava che non
c’è futuro senza perdono; penso ad Agnese Moro, che è riuscita a perdonare ed
avviare un dialogo con chi aveva ucciso suo padre. Penso al perdono di Giovanni
Bachelet, ma anche ai familiari delle vittime delle Torri Gemelle, che hanno
lavorato ad una risposta nonviolenta al terrorismo. Penso anche ai
componenti dei ‘Parents Circle’, che anche adesso vedono genitori israeliani e
palestinesi insieme contro la guerra. Genitori che si sono riconosciuti nel
dolore comune di aver perso un di figlio. Questi ed altri episodi fanno del
perdono un dono per…”.
Quindi il perdono è un’azione educativa?
“L’educazione è, per sua stessa natura, liberante e
contribuisce alla costruzione di un’umanità piena e realizzata e perciò
pacificata e pacifica. Sottolinea il valore del nostro metodo educativo, che ha
già di per sé un’impostazione nonviolenta e ribadisce la necessità e l’urgenza
dell’impegno educativo, cosciente e consapevole, in questa direzione. Basti
pensare allo sguardo che riconosce nell’altro una persona degna di fiducia e di
stima.
Per questo occorre, prima di tutto, rifiutare la logica
per cui si parla di pace solo quando scoppia una nuova guerra. Vogliamo formare
donne e uomini nonviolenti, che abbiano fiducia in sé e negli altri; che
sappiano intervenire in modo creativo e personale nella realtà che li circonda,
per accrescerne l’umanità; che si impegnino a risolvere attivamente i conflitti
senza violenza e prevaricazione, ma facendo leva sulle risorse costruttive già
presenti e sviluppandone altre”.
Ed a Rimini è sorta una ‘casa del perdono’: cosa è?
“A Rimini esiste la Casa Madre del Perdono, che insieme
ad altre strutture dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII permette ai
detenuti, che stanno vivendo gli ultimi anni della loro pena, di scontare
questo tempo in comunità, in cui insieme rileggono i propri sentimenti ed il
loro vissuto e possono ripartire. In parallelo a queste case di
accoglienza è nata anche un’università del perdono, dove si riflette su
questo tema, in cui persone della società civile condividono riflessioni e
parte della propria vita con i detenuti, in modo da restituire qualcosa che
hanno tolto alla società alla società stessa”. Aci 4
Le MCI di Kempten e Augsburg in gita a Norimberga
Kempten / Augsburg / Norimberga. IL 1° maggio scorso
diversi fedeli delle Missioni Cattoliche Italiane di Kempten e di
Augsburg –di buon mattino– sono partiti, rispettivamente, dalle
stazioni di Augsburg-Oberhausen e di Kempten alla volta di Norimberga, la
seconda città della Baviera per numero di abitanti, e il centro economico e
culturale della Franconia.
Giunti alla stazione centrale poco dopo le 9:00 i due
gruppi si sono incontrati poco dopo con una guida, che li attendeva a qualche
centinaio di metri, e che ha mostrato e illustrato loro in italiano, alcuni tra
i punti più significativi della città. Al termine del giro i due gruppi sono
andati a pranzare in un noto ristorante della città, insieme con la guida. In
modo più che soddisfacente, dato che ognuno ha potuto scegliere tra le tante
specialità della casa.
Dopo una breve pausa c'è stato il momento della
Celebrazione della Liturgia della Parola da parte del Rettore delle due
Missioni, Padre Bruno Zuchowski, in una chiesa vicina. Successivamente i
due gruppi sono ritornati alla stazione centrale per prendere la strada di
ritorno, il primo gruppo si è fermato ad Augsburg; l'altro, invece, ha
proseguito per Kempten, dove è giunto in prima serata.
Tra gli intervenuti, oltre alle persone già nominate: la
Signora Pina Baiano, Segretaria della MCI di Kempten, il Presidente
del Consiglio Pastorale della MCI di Kempten, Signor Giampiero Trovato e
Signora Gisella, con i Figli Ruben e Désirée, la Signora Leanza, i Coniugi:
Scarvaglieri, Tritto, Lo Re, l'Insegnante Patrizia Mariotti e il Marito e
Collega Wolfgang Raab (di Augsburg), la Signora Mangano con la Nipote
Elena, il Signor Romano con il Figlio Mattia, Salvatore Manfredi e tanti altri,
con i quali mi scuso, non essendo stato a Norimberga tra i partecipanti...
Fernando A. Grasso, dip 5
Custodire i minori oggi: la sfida educativa nell’era digitale
La tutela dei minori nell’era digitale richiede una
responsabilità educativa condivisa. Accanto agli abusi tradizionali emergono
cyberbullismo, sexting, deepfake e rischi legati all’intelligenza artificiale.
La Chiesa italiana richiama la necessità di adulti formati, capaci di
accompagnare i ragazzi online e offline, promuovendo rispetto, vigilanza e
alleanze educative – di Chiara Griffini
La Giornata nazionale contro la pedofilia e la
pedopornografia, istituita con la legge 4 maggio 2009, n. 41, non è solo un
momento di denuncia di uno dei crimini più odiosi che colpiscono l’infanzia. È,
prima di tutto, un’occasione civile ed etica per interrogarci su come, oggi,
stiamo realmente proteggendo i minori e, ancor più, su come stiamo promuovendo
il loro benessere, ponendo le basi per le future generazioni adulte.
I dati provenienti da istituzioni ed enti di ricerca sono
chiari: alle forme tradizionali di sfruttamento sessuale dei minori se ne
affiancano oggi di nuove, profondamente segnate dalla trasformazione digitale.
Il digitale non è più solo uno strumento, ma un ambiente vero e proprio, un
habitat antropologico che incide sulle relazioni, sui percorsi educativi e
sulla costruzione dell’identità personale.
Fenomeni come il cyberbullismo, il sexting, l’esposizione
precoce a contenuti inappropriati e le vulnerabilità emergenti legate
all’intelligenza artificiale mostrano come la fragilità possa manifestarsi
anche senza prossimità fisica. Spesso, anzi, il rischio si annida proprio
perché non vi è quella prossimità fisica educativa necessaria, per cui gli
adolescenti trovano in chatbot confidenti, ignari che quella empatia e quel
rispecchiamento nella conferma alle loro domande li espongono a rischi da cui
un dialogo, fatto di differenti posizioni, potrebbe proteggerli.
In questo scenario si colloca l’esperienza della Chiesa
italiana, che nelle proprie Linee guida sul safeguarding ha incluso fin da
subito la custodia e il presidio dell’ambiente digitale tra le buone prassi di
tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. Non si tratta di una scelta
settoriale, ma di una visione che riconosce come l’educazione digitale sia oggi
parte integrante della responsabilità educativa globale.
La formazione a un uso digitale responsabile, negli
ambienti ecclesiali, non riguarda esclusivamente operatori pastorali o figure
specialistiche. Essa ha una portata sociale molto più ampia, perché ogni adulto
è anche genitore, educatore, professionista, cittadino. Educare una comunità
significa, dunque, promuovere una cultura del rispetto che attraversi tutti gli
ambiti della vita.
Il rispetto in rete non è soltanto un dovere giuridico
volto a prevenire reati: è un imperativo etico. Al centro vi è la tutela della
persona, la cui vita e identità sono oggi inscindibilmente legate alla
circolazione delle immagini, alla memoria digitale, alla permanenza dei
contenuti online. È questione di impronte e di reputazioni, proprie e altrui.
In questa prospettiva, informare non basta: occorre rendere gli adulti
digitalmente educati, cioè consapevoli dei rischi e delle possibilità di
protezione, capaci di accompagnare i minori con credibilità e competenza.
L’urgenza è confermata anche dai dati più recenti. Il
dossier realizzato nel 2025 dall’Associazione Meter, in collaborazione con il
Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili,
restituisce uno scenario che interpella profondamente la società adulta. Su un
campione di 989 tra i 14 e i 17 anni, l’87,4% dichiara di aver visto o ricevuto
deepfake compromettenti da persone conosciute. Abusi che, lungi dall’essere
episodi isolati, si inseriscono in una continuità inquietante tra dinamiche
online e offline. Non sorprende, allora, che il 42,3% dei ragazzi dichiari un
malessere emotivo legato all’esposizione di deepnude.
In questo quadro, emerge con forza la centralità di una
figura spesso evocata ma non sempre sostenuta: l’adulto di riferimento. Un
adulto formato, presente, capace di ascolto e di dialogo aperto può fare la
differenza. Non solo nel prevenire la vittimizzazione, ma anche nel contrastare
il rischio che il minore, per inconsapevolezza o imitazione, diventi a sua
volta autore di abusi digitali.
Le nuove forme di sfruttamento online non richiedono, in
realtà, un paradigma di tutela del tutto nuovo. Richiedono piuttosto
l’estensione coerente dei principi fondamentali che già guidano la protezione
nella comunità reale: ascolto, formazione, responsabilità condivisa e
vigilanza. Come ha ricordato Papa Leone, lo scorso novembre: “È un passo
importante infatti stilare e far applicare codici etici, ma non sufficiente. È
necessario un lavoro educativo, quotidiano e costante, condotto da adulti a
loro volta formati e sostenuti da reti di alleanza educativa”.
La Giornata nazionale contro la pedofilia e la
pedopornografia, allora, non può esaurirsi in una ricorrenza simbolica. Deve
diventare un richiamo permanente alla responsabilità collettiva e al dialogo
educativo intergenerazionale, unitamente a urgenti e costanti potenziamenti
normativi corrispondenti alle evoluzioni digitali. Sir 4.5.
Nell'umanità di Cristo possiamo contemplare il volto di Dio. V Domenica di
Pasqua
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. Il brano del vangelo di questa V domenica di
Pasqua (Gv 14,1-12) fa parte dei cosiddetti “Discorsi di addio” (13-17)
pronunciati da Gesù nel Cenacolo il Giovedì santo poco prima della sua passione
e morte. In questo contesto così intenso, Gesù si presenta con parole
sorprendenti: “Io sono la via, la verità e la vita nessuno va al Padre se non
per mezzo di me”. Si tratta di un’affermazione unica nella storia, che
nessun altro ha mai osato pronunciare. Gesù dichiara apertamente che Lui è
“tutto” ed è l’unico che può dare un senso compiuto alla vita e alla storia. Il
significato di questo “tutto” è stato approfondito e testimoniato da grandi
Santi della Chiesa. Mi piace riportare quanto affermato da san Tommaso
d’Aquino: “Se ti chiedi dove andare, stringiti a Cristo, perché lui è la verità
cui desideriamo arrivare…Se ti domandi dove riposare, aderisci a Cristo, perché
egli è la vita…Aderisci, dunque a Cristo, se vuoi essere sicuro; non potrai
infatti deviare, essendo lui la via” (Commento al Vangelo di S.Giovanni/3,
Città Nuova 1992, 96).
Le parole di Gesù e i commenti di questi grandi dottori
della Chiesa ci portano a comprendere che il cristianesimo non è una
dottrina, una religione fra le tante, una morale e neppure una forma di
spiritualità. Il cristianesimo è l’adorabile persona di Cristo, il Dio fatto
Uomo, morto e risorto. La dottrina, la morale e la spiritualità nascono come
conseguenza dell’incontro personale con Lui e della scelta di vivere nella Sua
amicizia. Da questo rapporto scaturisce un modo nuovo di vedere Dio e il mondo,
di amare, di pensare la vita, di interpretare la storia.
Cristo è la via perché, incontrando Lui, si incontra Dio.
Nella Sua umanità possiamo contemplare il volto di Dio, ascoltare la Sua
parola, riconoscere il Suo amore e comprendere la Sua volontà. Non esistono
altre strade per arrivare al Padre: è attraverso Cristo che si apre questo
cammino.
Gesù è’ l’unica via perché è anche la verità. Gesù non
dice: “Io ho detto o dico la verità” e neppure: “le mie parole sono sempre
vere”, ma afferma: “Io sono la verità”. A un mondo che nega la possibilità
stessa della verità (eccetto quella che non esiste alcuna verità), Gesù ha la
pretesa di affermare che la verità su Dio e sull’uomo è Lui.
Gesù è la verità perché è la piena e definitiva
rivelazione di Dio nella storia. E’ ciò che la Chiesa ha sempre ribadisce:
in Cristo risplende la verità su Dio e sull’uomo, ed egli è insieme il
mediatore e la pienezza della rivelazione (cfr n. 2). In lui è racchiusa
ogni verità (cfr n. 24). A chi, come Pilato, si domanda “che cos’è la verità?”,
Gesù non offre una definizione astratta, ma dona se stesso. La verità, dunque,
non si riduce ad un puro rapporto logico o ad un’astratta conoscenza intellettuale,
ma nell’intima e personale relazione con Cristo, che è la Vita. Pertanto, il
cristiano più approfondisce questa amicizia, più diventa capace di discernere
ciò che è vero da ciò che è falso, riconoscendo la verità anche in mezzo agli
inganni del mondo.
Concludiamo questa nostra riflessione ascoltando le
parole di sant’Ilario di Poitier: “Non conduce fuori strada colui che è la via;
né può illudere con il falso colui che è la verità; né abbandona nell’errore di
morte colui che è la vita” (De Trin., 7,33). Aci 3
Papa Leone XIV: “In Dio ognuno è finalmente sé stesso”
In Piazza San Pietro anche questa domenica per recitare
il Regina Cæli - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. “Nel tempo pasquale, come la Chiesa
nascente, ritorniamo a parole di Gesù che sprigionano il loro pieno significato
alla luce della sua passione, morte e risurrezione. Quello che prima ai
discepoli sfuggiva o provocava turbamento, ora riaffiora alla memoria, scalda
il cuore e dona speranza”. Con queste parole il Papa accoglie i pellegrini
convenuti in Piazza San Pietro anche questa Domenica per recitare il Regina
Cæli.
“Il Vangelo proclamato questa domenica ci introduce nel
dialogo del Maestro con i suoi durante l’Ultima Cena. In particolare,
ascoltiamo una promessa che ci coinvolge fin da ora nel mistero della sua
risurrezione. Gesù dice: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto,
verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi». Gli
Apostoli scoprono così che in Dio c’è posto per ciascuno”, continua Papa Leone
XIV prima della preghiera mariana in questa domenica dalle temperature primaverili.
“Anche ora, davanti alla morte, Gesù parla di una casa,
questa volta molto grande: è la casa del Padre suo e Padre nostro, dove c’è
posto per tutti. Il Figlio si descrive come il servo che prepara le stanze,
perché ogni fratello e sorella, arrivando, trovi pronta la sua e si senta da
sempre atteso e finalmente ritrovato. Carissimi, nel mondo vecchio in cui
ancora siamo in cammino, ad attirare l’attenzione sono i luoghi esclusivi, le
esperienze alla portata di pochi, il privilegio di entrare dove nessun altro
può. Invece, nel mondo nuovo in cui il Risorto ci porta, ciò che vale di più è
alla portata di tutti. Ma non per questo perde attrattiva. Al contrario, ciò
che è aperto a tutti ora dà gioia: la gratitudine prende il posto della
competizione; l’accoglienza cancella l’esclusione; l’abbondanza non comporta
più diseguaglianza. Soprattutto, nessuno è confuso con qualcun altro, nessuno è
perduto. La morte minaccia di cancellare il nome e la memoria, ma in Dio ognuno
è finalmente sé stesso. In verità, è questo il posto che cerchiamo per tutta la
vita, talvolta disposti a tutto pur di avere un po’ di attenzione e di
riconoscimento”, sottolinea il Papa.
Per il Pontefice è la fede che “libera il nostro cuore
dall’ansia di avere e di ottenere, dall’inganno di rincorrere un posto di
prestigio per valere qualcosa. Ognuno ha già valore infinito nel mistero di
Dio, che è la vera realtà”. “È il comandamento nuovo: anticipiamo così il cielo
sulla terra, riveliamo a tutti che la fraternità e la pace sono il nostro
destino. Nell’amore, infatti, in mezzo a una moltitudine di fratelli ognuno
scopre di essere unico”, conclude il Papa prima di recitare il Regina Cæli.
Subito dopo la recita con i fedeli in piazza, il Papa
passa ai consueti appelli e saluti. Il Papa ricorda subito il mese di maggio
dedicato a Maria. “Si rinnova la gioia di ritrovarsi nel nome di Maria
specialmente a pregare il Rosario”. “Maria Santissima era in mezzo agli
apostoli e il suo cuore custodiva il fuoco. Le affido le mie intenzioni in
particolare la comunione nella Chiesa e la pace nel mondo”, dice il Pontefice.
“Oggi si celebra la Giornata mondiale della libertà di
stampa patrocinata dall’Unesco, questo diritto è spesso violato, a volte
nascosto, ricordiamo i giornalisti e i reporter vittime della violenza. Un
saluto anche all’Associazione Meter che difende i minori dalla piaga degli
abusi. Grazie per il vostro servizio!”, conclude così il Papa questa domenica.
Aci 3
Nelle Diocesi, il lavoro al centro della pastorale
Da Nord a Sud, veglie, Messe e incontri nelle aziende
hanno mostrato una comunità ecclesiale che sceglie di stare accanto ai
lavoratori - Di Cesare Bolla
Roma. Il Primo Maggio, che abbiamo festeggiato ieri, è
tornato a ricordarci che il lavoro non è soltanto una necessità economica, ma
il luogo in cui si intrecciano dignità, relazioni, responsabilità e pace. In un
tempo segnato da conflitti che sembrano erodere il tessuto stesso della
convivenza, la Chiesa italiana rilancia una visione alta e generativa del
lavoro: non semplice produzione, ma grammatica condivisa della società, spazio
in cui uomini e donne costruiscono futuro e riconciliazione.
Da Nord a Sud, veglie, Messe e incontri nelle aziende
hanno mostrato una comunità ecclesiale che sceglie di stare accanto ai
lavoratori, ascoltando la loro fatica quotidiana e benedicendo le mani che
trasformano il mondo. Un tema, quello del lavoro, che interpella profondamente.
In un messaggio diffuso per il 1° Maggio, i vescovi
italiani ricordano che “in un tempo come il nostro, caratterizzato dal
crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla
ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si
trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa”.
Il lavoro - evidenziano - è “la grammatica della società, il grande codice che
permette di comunicare anche senza conoscersi di persona. Non può perdere la
sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione
buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo,
e trasformiamo ‘gli aratri in lance’. Ma il lavoro continua a chiamarci alla
pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno.
In tutta Italia, ieri e nei giorni precedenti, si sono
svolte veglie, incontri e celebrazioni, accompagnati dai messaggi dei vescovi
diocesani. Il vescovo di Adria-Rovigo, Pierantonio Pavanello, celebrando
durante la visita pastorale a Bergantino, ha affermato: “Anche il lavoro e la
fatica di ogni giorno siano a servizio della pace!”. Ha poi sottolineato come
“uno degli aspetti più interessanti della visita pastorale sia l’incontro del
vescovo con titolari e dipendenti di alcune aziende del territorio: porto nel
cuore la cordialità e la disponibilità con cui sono stato accolto. È stata per
me un’occasione preziosa per accostare la concretezza della vita quotidiana di
uomini e donne. Spero sia stato anche un segno di vicinanza della Chiesa verso
chi, con il suo lavoro, contribuisce allo sviluppo della nostra società”. “Mi
sembra che l’augurio migliore al mondo del lavoro – ha aggiunto Pavanello – sia
proprio quello di poter fare di ogni azienda ‘un’azione collettiva generativa’,
una ‘forma di amore civile’ che contribuisca a costruire pace e giustizia”.
“Il lavoro continua a occupare gran parte della vita
della maggioranza delle persone. Tuttavia si lavora per vivere, non il
contrario. Il lavoro è al servizio della persona, non il contrario”, ha
evidenziato Johann Kiem, referente per i Problemi sociali e il lavoro della
diocesi di Bolzano-Bressanone, che ha pubblicato un apposito opuscolo.
Ieri, per la festa, nella nuova sala convegni
dell’azienda Saga Srl (ex complesso Amga) a Ravenna, si è celebrata la Messa
per il mondo del lavoro presieduta dall’arcivescovo di Ravenna-Cervia, Lorenzo
Ghizzoni. Prima della celebrazione, l’arcivescovo ha benedetto i locali
recentemente recuperati dall’azienda, leader nella manutenzione degli scambi
ferroviari.
Giovedì, nella sede della Capp Plast di Prato, si è
tenuta una veglia di preghiera per il mondo del lavoro promossa dalla Pastorale
sociale e del lavoro in vista del Primo Maggio. Ieri, inoltre, la Messa per i
lavoratori e, nel pomeriggio, la recita del rosario seguita dall’ostensione del
Sacro Cingolo e dalla Messa presieduta dal vicario generale, mons. Daniele
Scaccini.
Sempre giovedì, il Servizio di Pastorale sociale della
diocesi di Concordia-Pordenone ha promosso una veglia di preghiera per il
lavoro presieduta dal vescovo Giuseppe Pellegrini. Nella diocesi di Como, nello
stesso giorno, si è svolto il tradizionale momento di preghiera dedicato al
mondo del lavoro presso il complesso della Santa Casa Lauretana di Tresivio. La
veglia si è aperta con la preghiera in santuario guidata dal vescovo di Como,
il card. Oscar Cantoni.
A Trieste, sempre giovedì, si è celebrata la Messa per il
mondo del lavoro presieduta dal vescovo Enrico Trevisi. A Pisa, l’arcivescovo
Saverio Cannistrà ha presieduto la veglia “Artigiani di pace – Lavoro e pace
sulle orme di san Francesco e di Papa Leone XIII” presso la basilica di San
Piero a Grado. Aci 2
"Nella vita della Chiesa niente è piccolo se fatto con fede"
Papa Leone XIV riceve i dipendenti della Conferenza
episcopale italiana - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. "Nella vita della Chiesa niente
è piccolo se fatto con fede, con amore e con spirito di comunione". Questo
l'incoraggiamento di Papa Leone XIV ai dipendenti della Conferenza episcopale
italiana, ricevuti oggi in Vaticano.
Prima di tutto il ringraziamento. "Vi ringrazio per
il prezioso servizio che svolgete presso la Conferenza Episcopale Italiana e
gli Enti ad essa collegati. Saluto il Presidente, Sua Eminenza il
Cardinale Matteo Zuppi, il Segretario Generale, i Direttori degli Uffici e dei
Servizi, e ciascuno di voi".
"Grazie, dunque, per ciò che fate, a tutti i
livelli, da quelli più noti a quelli più nascosti e quotidiani. E qui vorrei
ricordare quanto è importante, per ogni istituzione, la fedeltà di ciascuno al
proprio compito, agli impegni più ordinari: una pratica seguita con attenzione,
una riunione preparata bene, la pazienza di un momento di ascolto prolungato,
la dedizione nel rispondere a una richiesta, l’ordine e la cura stessa degli
ambienti. Sono cose semplici, ma utili al bene di tutti e grandi davanti a Dio.
Nella vita della Chiesa niente è piccolo se fatto con fede, con amore e con
spirito di comunione", continua il Papa nel suo discorso.
Poi tre parole importanti: servizio, appartenenza,
missione.
Servizio. "I vari Uffici in cui operate non sono
strutture fini a sé stesse, ma strumenti con cui aiutate i Vescovi e le Chiese
che sono in Italia, perché i fili della comunione siano ben saldi e la trama
del tessuto ecclesiale sia compatta, ricca di Vangelo e feconda di gesti di
prossimità. È un compito di grande responsabilità: il vostro, infatti, è un
“servizio al servizio”, queste le parole del Papa.
Per quello che riguarda l’appartenenza il Pontefiche
spiega che la "Sposa di Cristo, infatti, non si può servire da
spettatori, ma solo con l’amore di chi sa di appartenerle, in un vincolo di
fede e di comunione che è prima di tutto dono di grazia, dono di Dio".
"Vorrei però aggiungere un’ultima riflessione,
perché servizio e appartenenza sono inscindibili da una terza dimensione
fondamentale della vita del popolo di Dio: la missione. La Chiesa esiste
per annunciare Cristo, costruendo ponti, instaurando legami, offrendo
accoglienza e aiuto a chiunque abbia bisogno di sostegno, di ascolto, d’amore,
e voi partecipate di questo mandato. Viviamo in un’epoca di cambiamenti
profondi, nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nella comunicazione, nella
partecipazione sociale, nella trasmissione della fede, anche in Italia. In
questo contesto, il Signore ci chiede di non chiuderci in noi stessi e di non
avere paura", conclude infine Papa Leone XIV. aci 2
Primo maggio, messaggio del card. Repole di Torino
„il nostro cuore in questo tempo di guerra è turbato e
deve vigilare per non abituarsi, deve restare inquieto“.
Così comincia il messaggio del card. Roberto Repole,
arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, per la Festa del Lavoro nella memoria
liturgica di San Giuseppe Artigiano, che riportiamo qui sotto integralmente.
Parole che lui rivolge alla sua chiesa locale ma che possiamo far nostre
affinché il tam tam su riarmo, difesa non ci renda sordi e ciechi, „quali
persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze?“ (pc)
Ai lavoratori, agli imprenditori e alle loro famiglie
Carissimi,
il nostro cuore in questo tempo di guerra è turbato e
deve vigilare per non abituarsi, deve restare inquieto.
Anche la Festa del Lavoro, che i cristiani vivono
guardando all’esempio mite di san Giuseppe Artigiano, contiene quest’anno
motivi di inquietudine: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che
le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte
rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture
militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione.
Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro,
purché sia lavoro?
Lo domando a me prima che ad altri perché siamo
corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la
città siamo noi, tutti insieme.
Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato
sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati
rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della
catena.
Però dobbiamo fermarci e riflettere se sia umano darci
tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi.
So che si preferisce parlare di industria della Difesa,
ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e
sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono
usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo
cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere
pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?
Carissimi, faccio mie le parole di Leone XIV al corpo
diplomatico: non basta parlare di pace, «occorre la volontà di smettere di
produrre strumenti di distruzione e di morte». La guerra ha radici nell’odio e
nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta
spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa
da parte di un Paese come l’Italia.
Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme
– istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie – domandiamoci
quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la
nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle
armi?
La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è
pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento.
Fonte: https://www.diocesi.torino.it/s-e-r-mons-roberto-repole/
del.mci 30.4.
San Giuseppe lavoratore. La dignità del lavoro nella dottrina sociale della
Chiesa
I documenti dei pontefici che hanno dato al santo sposo
un ruolo di rilievo per la tematica del lavoro - Di Antonio Tarallo
Roma. San Giuseppe, figura centrale nella tradizione
cristiana e, in modo particolare, nella dottrina sociale della Chiesa. Giuseppe
ossia il silenzio: ci viene presentato come modello di giustizia,
responsabilità, lavoro e servizio: tutto nel silenzio, quasi nell’ombra della
sposa Maria, nell’ombra di Gesù. La Chiesa lo presenta non soltanto come
custode della Sacra Famiglia, ma anche come esempio per tutti i lavoratori, i
padri di famiglia e coloro che sono chiamati a vivere il proprio ruolo sociale
con umiltà e dedizione.
Nei Vangeli, Giuseppe è descritto come “uomo giusto”.
Questa espressione racchiude il significato più profondo della sua personalità:
egli è un uomo che vive in ascolto di Dio, in completo affidamento della
Parola. Quando sa della Vergine Maria che aspetta un figlio, invece di
reagire con durezza o con egoismo, sceglie la via della misericordia.
Successivamente, accogliendo il messaggio dell’angelo, decide di assumersi
pienamente la responsabilità della famiglia affidata alle sue cure. San Giuseppe
non mette al centro sé stesso, ma protegge Maria e Gesù con spirito di
sacrificio, con amore. Completa dedizione.
Ed è così che la dottrina sociale della Chiesa
attribuisce un grande valore al lavoro umano, considerandolo non soltanto mezzo
di sostentamento economico, ma anche forma di partecipazione all’opera
creatrice di Dio: una collaborazione tra il Signore e l’uomo per costruire un
mondo giusto. E, allora, non si può che partire dalla professione di san
Giuseppe, falegname. Uomo del lavoro, dunque. Che conosce cosa voglia dire
lavorare per poter portare avanti la famiglia. Per questo motivo papa Pio XII,
nel 1955, istituì la festa di San Giuseppe lavoratore il 1° maggio, proprio per
offrire ai lavoratori cristiani un modello per il lavoro.
La Chiesa, nel corso della storia, ha più volte
richiamato la figura di san Giuseppe per riflettere sui temi sociali. Prima fra
tutti, da ricordare: la famosa enciclica sociale di papa Leone XIII, la
"Rerum novarum", documento del 1891: il lavoro non deve essere
considerato una merce, ma un’attività legata alla dignità della persona umana.
In questo contesto la figura di Giuseppe lavoratore diventa il simbolo di un
lavoro vissuto con responsabilità e rispetto. Ma, c’è un altro documento che molto
spesso non viene citato. è l’enciclica "Quamquam Pluries", sempre di
Leone XIII: “Brillò tra tutti per la più augusta dignità, poiché fu custode del
Figlio di Dio”. Custodire, alta missione. Il verbo lo impone. E poi, sempre
nella stessa enciclica, san Giuseppe viene presentato come patrono della Chiesa
universale e protettore delle famiglie e dei lavoratori. In tempi recenti,
abbiamo l’esortazione apostolica "Redemptoris Custos" di san Giovanni
Paolo II: in questo documento si sottolinea il valore del lavoro di Giuseppe e
il suo ruolo educativo. E prendendo spunto dalla sua figura il pontefice
polacco scrive che “il lavoro umano e, in particolare, il lavoro manuale
trovano nel Vangelo un accento speciale”. Più recentemente è stato papa
Francesco, nella lettera apostolica “Patris Corde”, che ha descritto Giuseppe
come “padre amato”, “padre coraggioso”.
Aci 1
Benedetta inquietudine. Dall’inquietudine del cuore alla
serenità della fede è il libro che ha scritto Matteo Laslau. Don Matteo è
missionario dal 2020 della comunità cattolica italiana di Francoforte Centro e
coordinatore delle missioni italiane della Germania centrale.
Di che cosa tratta il libro, a chi ha pensato scrivendo
il testo, glielo abbiamo chiesto in questa intervista. a cura di Paola Colombo
Il tuo 25° anniversario di ordinazione sacerdotale nel
2025 è stato l’impulso per scrivere questo libro?
Anzitutto desidero ringraziare te, Paola, e il Corriere
d’Italia per l’opportunità di parlare di questo libro. Più che un impulso, è
stato un tempo di discernimento. Il ministero sacerdotale, vissuto nel tempo,
educa a riconoscere le domande profonde che abitano le persone. In questi anni
ho incontrato situazioni molto diverse ma accomunate da una stessa ricerca,
spesso implicita: il desiderio di senso, di verità, di pienezza.
Il libro nasce da questo ascolto e si colloca dentro una
prospettiva ecclesiale: non come riflessione individuale, ma come
partecipazione a quella missione che la Chiesa riceve da Cristo, cioè
accompagnare l’uomo nel suo cammino verso Dio.
L’inquietudine come cifra dell’esistenza umana come si
riconosce?
L’inquietudine è una dimensione costitutiva dell’uomo,
perché l’uomo è aperto all’infinito. Non si tratta semplicemente di una
condizione psicologica, ma di una realtà antropologica e spirituale. Essa
emerge quando nessuna realtà finita riesce a colmare il desiderio del cuore
umano. In questo senso resta sempre attuale l’intuizione di Agostino d’Ippona:
il cuore dell’uomo è strutturalmente orientato a Dio. Per questo l’inquietudine
non è solo segno di mancanza, ma anche di trascendenza: indica che l’uomo non
si esaurisce in ciò che possiede o sperimenta, ma è chiamato a una relazione
più grande.
A chi ti rivolgi con questo libro?
Il libro si rivolge a ogni persona che desidera dare
ascolto alle proprie domande interiori. Non è destinato a un gruppo specifico,
ma a chi è in ricerca: credenti, persone in cammino, persone che si interrogano
o che vivono una distanza dalla fede. Dal punto di vista ecclesiale, potremmo
dire che si rivolge a quell'“uomo contemporaneo” al quale la Chiesa è inviata,
nella consapevolezza che l’annuncio del Vangelo non è rivolto a un’élite, ma a
tutti. Ovviamente, il mio è un piccolo contributo. Non è certamente esaurivo in
tutto. È piuttosto una condivisione.
Parli di “fede fai da te” e affermi che non c’è Cristo
senza la Chiesa. Che cosa significa? La Chiesa come ospedale da campo, diceva
papa Francesco. Chi è la Chiesa?
Oggi si diffonde una forma di religiosità individuale che
tende a separare l’esperienza di fede dalla dimensione ecclesiale.
È importante riconoscere che il desiderio spirituale che
emerge in queste forme è autentico. Tuttavia, dal punto di vista cristiano, la
fede non è mai puramente privata.
Dire che non c’è Cristo senza la Chiesa significa
riconoscere che Cristo si dona nella storia attraverso un corpo visibile, che è
la Chiesa. La Chiesa non è una realtà accessoria, ma appartiene al mistero
stesso di Cristo: è il suo Corpo, il luogo ordinario dell’annuncio della Parola
e della celebrazione dei sacramenti.
Quando Papa Francesco parlava della Chiesa come “ospedale
da campo”, richiamava una dimensione pastorale reale, ma questa immagine va
compresa dentro una visione più ampia: la Chiesa è insieme mistero di comunione
e strumento di salvezza. Non è una comunità di perfetti, ma il popolo di Dio in
cammino.
La Chiesa è oggi, i cristiani sono oggi nel mondo
secolarizzato una voce fra le altre, lo avevano detto insieme anche l’allora
cardinale Ratzinger in dialogo con il filosofo recentemente scomparso Habermas,
che tu citi nel tuo libro. Qual è allora l’opera dei cristiani nella società,
come entrano nel dibattito su questioni di interesse generale insieme ad altri
che la pensano diversamente?
Nel contesto attuale, segnato dal pluralismo, i cristiani
partecipano al dibattito pubblico come una presenza tra le altre. Questo è
stato messo in luce anche nel dialogo tra Joseph Ratzinger e Jürgen Habermas,
dove emerge la necessità di un confronto tra fede e ragione all’interno dello
spazio pubblico. Il compito dei cristiani non è esercitare un potere, ma
offrire una testimonianza. Ciò avviene attraverso la proposta di una
visione dell’uomo radicata nel Vangelo, ma espressa in modo argomentabile e
condivisibile.
In questo senso, la presenza cristiana nella società non
si configura come imposizione, ma come contributo al bene comune, nel rispetto
della libertà e della dignità di ogni persona.
La fede placa l’inquietudine oppure fa altro con essa?
La fede non elimina l’inquietudine nel senso di
annullarla. Piuttosto, la illumina e la orienta. Senza la fede, l’inquietudine
può diventare dispersione o chiusura. Con la fede, essa viene assunta dentro
una relazione: diventa cammino verso Dio.
Potremmo dire che la fede compie l’inquietudine, non la
sopprime.
Essa non riduce il desiderio umano, ma lo purifica e lo
conduce al suo compimento, che è l’incontro con Dio. In questo senso,
l’inquietudine non scompare, ma trova la sua verità: non è più una tensione
senza direzione, ma una apertura verso una presenza che la sostiene.
In una frase, che cosa desideri lasciare a lettori e
lettrici?
La Speranza! Che l’inquietudine del cuore non sia un
ostacolo alla fede, ma possa diventarne l’inizio. Auguro che questo mio
piccolissimo contributo serva affinché ognuno di noi sia se stesso
nell’infinito amore di Dio.
***
Matteo Laslau è stato vicario e parroco in Svizzera e
Italia, dove è stato anche consulente per la pastorale dello sport presso il
Centro Sportivo Italiano (CSI). Ha insegnato ecclesiologia e cristologia presso
il seminario arcivescovile «Ss. Angeli Custodi» dell’arcidiocesi di
Ravenna-Cervia e anche presso l’ISSR (Istituto superiore di scienze religiose)
di Ravenna e la facoltà teologica dell’Emilia Romagna.
Si è laureato in teologia dogmatica presso la Pontificia
università lateranense di Roma.
Il libro è acquistabile sulla piattaforma Amazon. Del-mci
KI-Expertin Miceli zur Enzyklika:
„Augenmerk auf Datenarbeiter wertvoll“
Die
Millionen von unsichtbaren Datenarbeitern, die die Grundlagen für die Systeme
von Künstlicher Intelligenz schaffen, stehen seit einem knappen Jahrzehnt im
Fokus der Forschung von Milagros Miceli. Die argentinische Wissenschaftlerin,
die von Times im Jahr 2025 unter den 100 einflussreichsten Menschen genannt
wurde, ist froh, dass Papst Leo diese unbekannte Seite der KI in seiner
Enzyklika ganz konkret benannt hat. Christine Seuss - Vatikanstadt
„In
meiner Forschung geht es um Datawork oder Datenarbeit. Das ist ein Begriff, den
ich vor einigen Jahren geprägt habe, um grundsätzlich die Aufgaben im
Zusammenhang mit KI zu konzeptualisieren“, erklärt uns Miceli, die als
Forschungsleiterin am DAIR Institute, Leiterin der Forschungsgruppe „Data,
Algorithmic Systems, and Ethics“ am Weizenbaum Institute und Dozentin an der TU
Berlin zuständig ist. „Erstens ist das die Generierung von Daten. Dann müssen
diese Daten, die generiert worden sind, gelabelt, interpretiert oder
aufgezeichnet werden. Drittens, wenn die Modelle schließlich trainiert sind,
dann validieren die Datenarbeiter und Datenarbeiterinnen algorithmische Outputs
und korrigieren auch Fehler. Und viertens gibt es auch Fälle, in denen Arbeiter
und Arbeiterinnen angewiesen werden, sich als eine KI auszugeben - das nennen
wir KI-Imitation.“
Für
die Anerkennung der Sichtbarkeit und von besseren Arbeitsbedingungen für diese
Arbeitnehmer im Schatten der KI kämpft Miceli schon seit Jahren. In diesem
Zusammenhang hat sie auch das Projekt „Data Workers’ Inquiry“ ins Leben
gerufen, ein Forum, in dem – oft unterbezahlte - Fachkräfte aus der
Datenbranche sich aktiv an der Forschung im Bereich der künstlichen Intelligenz
beteiligen können und dafür auch einen angemessenen Lohn erhalten, ob sie nun
in Kenia, Syrien, Brasilien, oder Deutschland sitzen.
Wichtiges
Signal
„Also
darum, um diese Menschen geht es schon seit fast einem Jahrzehnt meiner Arbeit
und meiner Forschung. Deshalb ist es wirklich so eine Freude zu sehen, dass
diese Menschen von Papst Leo XIV. so konkret benannt werden“, so Miceli, die
gemeinsam mit Betroffenen auch schon im Bundestag sowie im Europäischen
Parlament und vor politischen Institutionen weltweit über die Art und Weise
informiert hat, wie derartige KI-Systeme gebaut und entwickelt werden.
„Und
das waren sehr, sehr wichtige Schritte. Zu sehen, dass es auch aus der Politik
ein Signal gibt, dass das wichtig und relevant ist, weil die großen
Tech-Unternehmen dazu neigen, diese Arbeit letztlich zu verstecken.“
In
diesem Zusammenhang sieht Miceli es auch kritisch, dass nicht nur
Kurienvertreter und Wissenschaftler wie die kongolesische Theologin Léocadie
Lushombo bei der Vorstellung der Enzyklika „Magnifica humanitas“ von Papst Leo
XIV. dabei waren - Lushombo hatte auf dem Podium konkret vor den negativen
Auswirkungen gewarnt, die Künstliche Intelligenz vor allem in ärmeren
Weltregionen unter anderem für die damit beschäftigten Arbeitnehmer hat -
sondern auch der Mitgründer von Anthropic, Christopher Olah, auf dem Podest
sitzen konnte:
„Ich
hätte so gerne gesehen, dass die Arbeitenden, die Migranten und Geflüchteten,
von denen der Papst Leo in der Enzyklika schreibt, also auch die Opfer dieser
KI-getriebenen Waffen, dass sie alle mit dabei gewesen wären und nicht ein
Vertreter von einem Tech-Unternehmen, denn diese haben immer wieder die
Möglichkeit, in ein Mikrofon zu sprechen…Es ist wichtig, dass klar wird, dass
nicht nur die Tech-Größen eine Stimme haben, sondern auch die Arbeitenden, die
wie gesagt ganz gerne im Verborgenen gehalten werden“, meint Miceli - auch wenn
sie selbst hofft, dass der Dialog auf hoher Ebene langfristig an der Situation
der Arbeitnehmer konkret etwas ändern könnte.
Den
Nerv getroffen
Überzeugt
ist Miceli allerdings davon, dass der Papst mit seinem Schreiben definitiv
einen Nerv auch außerhalb des kirchlichen Umfeldes getroffen habe: „Ich sage es
mal so: Ich habe noch nie gesehen, dass sich so viele Menschen für eine
Enzyklika interessieren und damit beschäftigen. Ich selbst habe früher schon
Enzykliken gelesen, weil ich von der Kita bis zum Abitur eine katholische
Schule besucht habe. Aber so viel Interesse und so viele Meinungen dazu, so
viele Menschen, die sich mit diesen vielen Seiten beschäftigt haben und sie
tatsächlich auch durchgelesen haben, habe ich noch nie erlebt. Ich habe mich
riesig gefreut, dieses Interesse zu spüren. Die Enzyklika ist ein großartiges
Dokument, das auch Menschen außerhalb der katholischen Kirche erreichen kann.“
Es
gehe darin nämlich um Dinge, die viele Menschen in ihrem Alltag als reale
Probleme erlebten, so Miceli weiter. Und für diese Probleme gebe es genau
besehen auch einen recht einfachen Lösungsansatz in dem Schreiben: „Der Mensch
kommt zuerst. Das ist wohl etwas, woran viele einen Anschluss finden und das
viele wirklich als positiv ansehen können, egal ob sie gläubig sind oder
nicht.“
„Der
Mensch kommt zuerst“
Dabei
würden nicht nur die Entwickler, sondern auch die Nutzer der angesprochenen
Systeme in die Pflicht genommen. Insbesondere das Augenmerk auf die
ausgebeuteten Arbeiter der KI sei dabei besonders zu würdigen: „Ich glaube, es
ist sehr, sehr wichtig, dass die Nutzer erst einmal davon wissen, davon
erfahren. Und wie gesagt, ich finde Initiativen wie diese Enzyklika enorm
wichtig, was das betrifft. Das zweite ist auch, sich zu fragen, ob es sich
lohnt, solche Systeme, die auf Ausbeutung basieren, zu nutzen. Diese Systeme
gibt es ja erst einmal nur, weil die Nutzer sie auch gebrauchen.“
Denn,
so gibt Miceli weiter zu bedenken, ohne die Nutzer können die modernen
KI-Systeme und Technologien überhaupt nicht erst weiterentwickelt werden: „Und
wenn man - genauso wie Essen oder mit Klamotten – weiß, dass ein Produkt mit
Ausbeutung oder nicht ethisch hergestellt worden ist, dann hat man als Nutzer
beziehungsweise als Käufer immer auch die Wahl zu sagen: das will ich nicht
nutzen oder kaufen. Und genau so ist das mit KI. Man sollte auch schauen, ob es
Anwendungsfälle gibt, wo man wirklich lieber mit dem Nachbarn, mit dem Freund,
mit der Familie reden kann und nicht den Chatbot fragt. Ich glaube, es ist sehr
wichtig, zu hinterfragen, ob man sie im konkreten Fall tatsächlich braucht oder
nicht - und wofür!“ (vn 29)
Polvani zu „Magnifica humanitas“:
KI auch kulturell entwaffnen
„Künstliche
Intelligenz muss entwaffnet werden“, fordert Papst Leo XIV. in seiner ersten
Enzyklika „Magnifica humanitas". Der Sekretär des vatikanischen
Dikasteriums für Kultur und Bildung, Erzbischof Carlo Maria Polvani, analysiert
das Schreiben im Interview mit den Vatikan-Medien mit Fokus auf dem, was die
Kirche im Bereich Bildung und Kultur dafür tun kann - und sollte. Jean Charles
Putzolu und Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt
Im
Interview mit den vatikanischen Medien interpretiert Erzbischof Polvani das
päpstliche Schreiben als Stimme der Kirche zu Beginn einer neuen industriellen
Revolution. Er sagt zu „Magnifica humanitas“ und Künstlicher Intelligenz:
„Es
gibt ein neues Instrument, das die Menschheit verändern wird, und es ist eine
Chance für die Menschheit, sich zu humanisieren, sich zum Guten zu wandeln, und
zwar vollständig. Das ist es, was der Papst vorschlägt."
Die
Kirche spreche daher auch nicht schlecht von KI, sondern konzentriere sich auf
die Möglichkeiten, die sie im Hinblick auf das Gute bieten kann - benenne dabei
aber auch klar alle Risiken, so Erzbischof Polvani: „Die große Bedeutung der
katholischen Kirche liegt also darin, dass sie Orientierungspunkte geben kann,
damit dieses Instrument kein Risiko darstellt. Künstliche Intelligenz ist an
sich eine Macht. Diese Macht kann zum Wohl der Menschheit eingesetzt werden,
wenn sie in dem Sinne entwaffnet wird, dass sie nicht für gefährliche Zwecke
genutzt wird. Das Schlüsselwort für diese Unterscheidung ist, eine kulturelle
Entwaffnung, die die Kirche vorschlägt.“
Zum
Hören: Der Sekretär des vatikanischen Dikasteriums für Kultur und Bildung,
Erzbischof Carlo Maria Polvani, analysiert die Enzyklika „Magnifica
humanitas" von Papst Leo XIV. zum Thema KI mit Fokus auf dem Bereich
Bildung und Kultur (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)
„Künstliche
Intelligenz ist an sich eine Macht. Diese Macht kann zum Wohl der Menschheit
eingesetzt werden, wenn sie in dem Sinne entwaffnet wird, dass sie nicht für
gefährliche Zwecke genutzt wird. Das Schlüsselwort für diese Unterscheidung
ist, eine kulturelle Entwaffnung, die die Kirche vorschlägt“
Die
Rolle von Bildung und Kultur
Damit
schlägt der vatikanische Kultur- und Bildungsbeauftragte einen direkten Bogen
zum Papstschreiben„Magnifica humanitas von Papst Leo XIV., der im fünften und
letzten Kapitel von der Entwaffnung der Worte spricht und im dritten Kapitel
bereits eine Entwaffnung von KI fordert (110). Im vierten Kapitel hingegen
befasst sich Papst Leo XIV. genauer damit, wie es gelingen kann, das
Menschliche in Zeiten des Wandels zu bewahren, besonders mit Blick auf die
Themen Arbeit, Freiheit und Wahrheit.
„Die
Frage der Bildung betrifft insbesondere die Wahrheit, denn es geht darum, bei
den jungen Generationen, die sich bereits in der neuen Zeit befinden, ohne sich
dessen bewusst zu sein – da sie die Welt von früher nicht kennen –, einen
kritischen Geist zu entwickeln, aber einen konstruktiven. Nicht im negativen
Sinne, sondern im positiven Sinne dieses neuen Instruments. Die Bildung ist
einer der wichtigsten Orte, um diese Fähigkeit der jungen Generationen zu
fördern: die positiven und negativen Auswirkungen der künstlichen Intelligenz
verstehen.“
„Die
Frage der Bildung betrifft insbesondere die Wahrheit, denn es geht darum, bei
den jungen Generationen, die sich bereits in den der neuen Zeit befinden, ohne
sich dessen bewusst zu sein – da sie die Welt von früher nicht kennen –, einen
kritischen Geist zu entwickeln, aber einen konstruktiven“
KI
bringt Wandel der Kultur mit sich
Der
Sekretär des vatikanischen Dikasteriums für Kultur und Bildung betont, dass KI
keine Modeerscheinung sei, sondern einen Wandel der Zivilisation und Kultur mit
sich bringe. Was das für die Menschheit bedeute, habe Papst Leo XIV. durch die
Bibelstelle vom Turmbau zu Babel in der Einleitung seiner Enzyklika
verdeutlicht:
„Der
Turm zu Babel ist ein Ort, an dem der Stärkste gewinnt. So nutzt der Papst
dieses Bild: Der Schnellste, der Stärkste, der Leistungsfähigste wird sich
durchsetzen, und die künstliche Intelligenz wird ihm dies ermöglichen. Man
sieht es heute: Es gibt zwei oder drei Länder, die allen anderen deutlich
voraus sind..."
„Der
Turm zu Babel ist ein Ort, an dem der Stärkste gewinnt. Jeder setzt sich durch.
So nutzt der Papst dieses Bild: Der Schnellste, der Stärkste, der
Leistungsfähigste wird sich durchsetzen, und die künstliche Intelligenz wird
ihm dies ermöglichen“
In „Magnifica
humanitas“ werbe Papst Leo XIV. für die Vision einer anderen Welt:
„Die
Alternative zu diesem Wettlaufsystem, bei dem der Erste, der ankommt, alles
bekommt, ist eine Alternative derer, die vorne liegen und sich um den Zweiten
und die hinter ihnen kümmern. Und das bedeutet, wenn man technologisch voraus
ist und tatsächlich immer reicher wird, immer mehr verdient, man auch an
diejenigen denken muss, die zurückbleiben könnten, an diejenigen, die es nicht
schaffen werden, denn sie dürfen nicht ausgeschlossen werden.“
„Auch
an diejenigen denken, die zurückbleiben könnten, an diejenigen, die es nicht
schaffen werden, denn sie dürfen nicht ausgeschlossen werden“
Hintergründe
Papst
Leo XIV. hat am Pfingstmontag seine Enzyklika „Magnifica
humanitas“ persönlich im Vatikan vorgestellt. Sie befasst sich mit den
Herausforderungen, die die künstliche Intelligenz für die gesamte Menschheit
mit sich bringt. Das Dokument, das am 15. Mai 2026 vom Papst unterzeichnet
wurde, verkörpert das Wort der Kirche zu Beginn einer neuen industriellen
Revolution, 135 Jahre nach der Enzyklika „Rerum novarum" von Papst Leo
XIII. Wir haben mit Erzbischof Carlo Maria Polvani*, Sekretär des
Dikasteriums für Kultur und Bildung, über das Papstschreiben gesprochen.
*Zur
Person. Polvani, der 1998 von Kardinal Carlo Maria Martini in Mailand zum
Priester geweiht wurde, ist studierter Biochemiker, Jurist und forensischer
Psychologe und hat einen Doktor in Kirchenrecht. Ab 1999 wirkte er als Sekretär
in der Apostolischen Nuntiatur in Mexiko, wurde anschließend ins
Staatssekretariat berufen und 2007 mit der Leitung des Informations- und
Dokumentationsbüros in der Abteilung für allgemeine Angelegenheiten betraut.
2014 wirkte er im Komitee für die Reform der vatikanischen Medien mit. Papst
Franziskus ernannte ihn im Jahr 2025 zum Sekretär des Dikasteriums für Kultur
und Bildung. (vn 29)
Der
Papst stellt die Machtfrage zur Künstlichen Intelligenz – und wirkt dabei
klarer als viele europäische Regierungen. Von Marc Frings
Der
Papst hat die vielleicht wichtigste politische Frage zur Künstlichen
Intelligenz gestellt: Wer kontrolliert die digitale Ordnung der Zukunft – und
wem dient sie? Während europäische Regierungen die KI-Debatte meist
technokratisch oder wirtschaftspolitisch führen, formuliert Leo XIV. in seiner
ersten Enzyklika eine grundlegende Kritik an Machtkonzentration, Datenkontrolle
und digitaler Ungleichheit. Damit füllt er eine Leerstelle, die die
demokratische Politik bislang offenlässt.
Dass
Leo XIV. diese Rolle offensiv annimmt, haben bereits die letzten Wochen und
Monate gezeigt. Nach dem öffentlich ausgetragenen Konflikt mit US-Präsident
Donald Trump über den Iran-Krieg scheut der Papst nun auch nicht die
Konfrontation mit der Tech-Industrie. Mit seiner ersten Enzyklika Magnifica
Humanitas greift er nicht nur in die Debatte über Künstliche Intelligenz ein,
sondern stellt grundlegende Fragen nach Macht, Kontrolle und gesellschaftlicher
Verantwortung im digitalen Zeitalter.
Während
Brüssel und Berlin auf viele geopolitische und technologische Umbrüche
erstaunlich defensiv reagieren, stellt Leo XIV. die Machtfrage, ohne dabei die
der katholischen Kirche innewohnenden Werte aus dem Blick zu verlieren. Er
interessiert sich zunächst dafür, wem diese Technologie dient und wer sie
kontrolliert. Konsequent rückt er deshalb nicht die Technik, sondern den
Menschen in den Mittelpunkt seiner Überlegungen. Genau darin liegt eine
Leerstelle der deutschen Debatte, der es bislang nicht gelingt, die digitale
Veränderung ohne extreme Szenarien zu deuten.
Nicht
nur des Namens wegen erfolgte die Unterschrift unter die Enzyklika am 135.
Jahrestag des Lehrschreibens Rerum novarum, das Papst Leo XIII. am Ende des 19.
Jahrhunderts verfasste. Diese Enzyklika war eine zentrale sozialethische
Antwort auf die industrielle Revolution und ihre Folgen für Arbeit, Kapital,
Armut und gesellschaftlichen Zusammenhalt. Fabriken, Maschinen und industrielle
Produktionsweisen veränderten damals Gesellschaften grundlegend. Heute
übernehmen Daten, Plattformen und lernende Systeme eine vergleichbare
intervenierende Rolle. Leo XIV. knüpft bewusst an diese Tradition an. Er
überträgt zentrale Überzeugungen der katholischen Soziallehre auf die digitale
Gegenwart – und erweitert sie zugleich etwa um das Prinzip der sozialen
Gerechtigkeit. KI wird aus Sicht des Papstes zum Ausdruck sozialer und
politischer Macht.
Gerade
deshalb sollte die Enzyklika auch als Beitrag zur Verteidigung und Stärkung
demokratischer Prozesse und politischer Verantwortung gelesen werden. Früher
wurden große Infrastrukturen meist staatlich geplant oder zumindest sichtbar
politisch verantwortet. Heute verfügen Konzerne wie Google, Microsoft oder Meta
über Datenbestände, Rechenkapazitäten und finanzielle Ressourcen, die deutlich
über staatliche Möglichkeiten hinausgehen. Die KI-Debatte ist deshalb längst
keine reine Technologiefrage mehr. Sie ist eine Machtfrage.
Leo
XIV. formuliert das so: „Technologie kann heilen, verbinden, bilden und unser
gemeinsames Haus schützen, aber sie kann auch spalten, ausgrenzen und neue
Ungerechtigkeiten hervorbringen.“ Und weiter: „Abstrakt betrachtet ist sie per
se weder eine Lösung für die Probleme der Menschheit noch ein Übel. Konkret
betrachtet aber ist sie nicht neutral, weil sie die Züge derer annimmt, die sie
konzipieren, finanzieren, regulieren und nutzen.“ Darin steckt eine deutliche
Absage an die Vorstellung technologischer Neutralität. Gleichzeitig irritierte
bei der Vorstellung der Enzyklika am 25. Mai durchaus, dass mit Christopher
Olah ausgerechnet ein prominenter Vertreter der KI-Branche direkt neben dem
Papst saß. Ob darin bereits ein ernsthafter Dialog zwischen moralischer
Autorität und technologischer Macht sichtbar wird, bleibt offen. Olah
jedenfalls gab zu erkennen, dass er die Tech-Branche selbst für nicht in der
Lage hält, eine Moral der KI zu entwerfen. Dafür, so sagt er, brauche es die
Kompetenz anderer. Einig sind sich Papst und Olah zweifelsohne im kritischen
Blick auf die aktuelle US-Regierung, denn Olahs Konzern Anthropic lehnte – sehr
zum Missfallen von Präsident Trump – eine Zusammenarbeit zur Nutzung von KI bei
autonomen Waffensystemen ab.
Auffällig
ist, dass Leo XIV. keine technikfeindliche Schrift vorgelegt hat. Fortschritt
wird ausdrücklich positiv bewertet – allerdings unter einer Bedingung: Er muss
Menschenwürde, Freiheit und Gemeinwohl dienen. Gerade dadurch wird der Text
über das katholische Milieu hinaus interessant. Besonders deutlich wird das
beim Eigentumsbegriff. Leo XIV. schreibt: „Zu den Gütern, die universal für
alle bestimmt sind, müssen wir heute auch die neuen Formen des Eigentums
zählen: Patente, Algorithmen, digitale Plattformen, technologische
Infrastrukturen, Daten.“ Damit verschiebt sich die Debatte weg von
individuellen Nutzungsrisiken hin zu einer ordnungspolitischen Grundfrage: Wer
kontrolliert die digitalen Räume der Zukunft? Und welche Regeln gelten dort?
Der
Papst verbindet diese Fragen ausdrücklich mit einem christlichen Menschenbild.
Wer über Daten, Algorithmen und Kapital verfügt, beeinflusst gesellschaftliche
Möglichkeiten, öffentliche Kommunikation und letztlich auch menschliche
Entwicklung. Letztere ist Leo XIV. ausgesprochen wichtig, widmet er ihr doch
einen ganzen Abschnitt.
Deutschland
und Europa wirken im Umgang mit KI zuweilen orientierungslos. Wer KI
ausschließlich als Bedrohung für den eigenen Industriestandort betrachtet,
überlässt die gesellschaftliche Erzählung am Ende den großen
Technologiekonzernen selbst. Gerade deshalb ist es so wertvoll, dass Leo XIV.
Fragen stellt, die in politischen Debatten oft zu kurz kommen: Welche
Gesellschaft entsteht, wenn zentrale digitale Infrastrukturen von wenigen
privaten Akteuren kontrolliert werden? Welche demokratischen Gegenkräfte braucht
es, damit technologischer Fortschritt nicht nur ökonomischer Machtzuwachs
bleibt?
In
der Enzyklika heißt es: „Die Wahrheit ist ein Gemeingut und nicht das Eigentum
derer, die Macht oder Sichtbarkeit besitzen.“ Daraus leitet Leo XIV. die
Forderung nach einer „Ökologie der Kommunikation“ ab. Gemeint ist eine
öffentliche Ordnung, die Transparenz schafft, personenbezogene Daten schützt
und demokratische Vermittlungsinstanzen stärkt. Zu ihr zählt der Papst im
Folgenden beispielsweise starke intermediäre Körperschaften (zu denen sich
Parteien und Kirchen gleichermaßen zählen sollten!), seriösen Journalismus,
Bildungsarbeit in Familien und Schulen. Die Schule solle nicht versuchen, „der
Geschwindigkeit der digitalen Welt nachzujagen“, sondern Räume schaffen für
„gemeinsame Zeit für das Lernen und verlässliche Beziehungen“. Der Gedanke
wirkt deshalb so aktuell, weil gerade viele Demokratien an genau dieser
Beschleunigungserfahrung scheitern.
In
einer geopolitischen Lage, in der autoritäre Kräfte den Multilateralismus und
die regelbasierte Ordnung zunehmend herausfordern, gewinnt die moralische
Stimme des Papstes großes Gewicht. Leo XIV. tritt dabei nicht als Politiker
auf. Aber er formuliert politische Orientierung: „Wenn die Technik zum
absoluten Maßstab wird, läuft der Mensch Gefahr, als Rädchen in einer Maschine
oder als Ware behandelt zu werden“, schreibt er. Damit widerspricht er der
Vorstellung, technologischer Wandel sei alternativlos.
Genau
darin liegt die eigentliche Provokation dieser Enzyklika. Sie zeigt nicht nur,
dass die katholische Soziallehre auf die digitale Gegenwart angewandt werden
kann. Sie zeigt vor allem, wie groß die Leerstelle ist, die demokratische
Politik bislang lässt. Wenn ausgerechnet der Papst klarer als viele Regierungen
fragt, wem KI dient, wem sie gehört und wer sie kontrolliert, dann ist das
weniger ein kirchlicher Sonderfall als ein politisches Warnsignal. Die
Machtfrage der Digitalisierung wird nicht verschwinden, nur weil Politik sie
technokratisch verwaltet. IPG 29
Papst Leo an Italiens Bischöfe:
„Mut zum Wesentlichen“
Leo
XIV. rät der italienischen Kirche zu mutigen Reformen. Dabei solle sie sich auf
„das Wesentliche konzentrieren“, sagte er am Donnerstag bei einem Treffen mit
der Vollversammlung der italienischen Bischöfe im Vatikan.
„Lasst
uns den Mut zum Wesentlichen haben! Den Mut zu Gemeinschaften, denen es weniger
um die Bewahrung von allem geht, sondern die freier darin sind, Christus zu
verkünden… Den Mut zu einladenden und missionarischen Pfarreien, in denen
Familien zusammenkommen und durch das Lebenselixier des Evangeliums erneuert
werden. Den Mut zu lebendigen, partizipativen Gremien. Den Mut, den jungen
Menschen zuzuhören, ohne ihre Fragen zu dämpfen. Den Mut, uns von den Armen
evangelisieren zu lassen.”
Viele
Zeichen deuteten derzeit auch in der italienischen Kirche auf „Müdigkeit,
Zersplitterung und Einsamkeit“ hin, so der Papst. Den Verantwortlichen gelinge
es kaum, die neuen Generationen zu erreichen. „Doch das Evangelium rüttelt uns
auf. Jesus sieht, wenn er auf die Menschenmengen blickt, kein Problem, das es
zu lösen gilt; er sieht eine Ernte – er sieht Gottes Feld!“ Diesen Blick Jesu
sollten sich die Bischöfe zu eigen machen. Im Übrigen werde die Fruchtbarkeit
einer Ortskirche „nicht mit den Kriterien der Zahl, der Sichtbarkeit oder des
Einflusses gemessen“.
Das
Evangelium wieder in den Mittelpunkt stellen
Leo
XIV. appellierte an die Besucher in der vatikanischen Synodenaula, „das
Evangelium wieder in den Mittelpunkt“ zu stellen. „Wir sind aufgerufen, uns zu
fragen: Welches Antlitz Gottes lassen wir in unserer Predigt, unserer
Katechese, unserer Liturgie, unserer Caritas und im Leben unserer
Gemeinschaften aufleuchten? Auf welche Weise fördern wir die Begegnung mit
Christus, und was bedeutet es heute – für uns und für unsere Kirchen –, andere
in das christliche Leben einzuführen? Dies sind Fragen, die wir uns als Hirten
stets stellen müssen, ohne sie jemals als selbstverständlich vorauszusetzen.“
Teilhabe-Organismen
müssen auch funktionieren
Katholische
Pfarreien und Gemeinschaften sollten sich „nicht in sich selbst verschließen“,
sondern zu Orten geistlicher Unterscheidung und Mission werden. Voraussetzung
dafür sei eine Erneuerung. Die Kirche müsse synodal werden, so dass in ihr
jeder Glaubende, seiner je eigenen Berufung gemäß, etwas beitragen könne.
Teilhabe sei nicht etwas, das gnadenhalber gewährt werde, sondern ergebe sich
als Imperativ aus dem Willen zur Gemeinschaft und zum Evangelisieren.
Teilhabe-Organismen seien von hohem Wert: Es reiche allerdings nicht, dass es
sie gebe, man müsse auch dafür sorgen, dass sie funktionieren. Überhaupt
müssten alle Strukturen unter dem Gesichtspunkt, ob sie zum Erfordernis der
Mission und zu den veränderten historischen Rahmenbedingungen passen, neu
gedacht werden. Eine dementsprechende Prüfung schwäche nicht die Gemeinschaft,
sondern reinige sie.
„Der
Glaube wird weitergegeben und wächst dort, wo es lebendige und einladende
Gemeinschaften gibt – Gemeinschaften, die fähig sind zum Gebet und zum Zuhören;
Gemeinschaften, in denen das Wort Gottes nicht am Rande bleibt, sondern
Entscheidungen erhellt; wo die Eucharistie wahrhaft Quelle und Höhepunkt ist;
wo die Armen nicht bloß äußere Empfänger einer Dienstleistung sind, sondern
Brüder und Schwestern, durch die der Herr zu uns spricht; wo junge Menschen
Gesichter, Stimmen und Geschichten sind, mit denen man in den Dialog tritt; wo
Familien nicht allein gelassen werden und Wunden nicht verborgen, sondern in
Demut vor den Herrn gebracht werden; wo der Glaube zu konkretem Engagement in
Gesellschaft, Politik und Kultur wird.“
Die
italienische Bischofskonferenz ist die zahlenmäßig stärkste in Europa. Ihr
Vorsitzender – derzeit Kardinal Matteo Zuppi von Bologna – wird, anders als in
anderen Bischofskonferenzen, nicht gewählt, sondern vom Papst aus einer Rose
von Kandidaten ernannt. Nach seiner Ansprache ließ sich der Papst noch hinter
verschlossenen Türen auf ein Gespräch mit den Bischöfen ein. (vn 28)
Papst Leo: Evangelisierung bleibt
oberste Priorität
Die
Verbreitung des Evangeliums muss in der Kirche weiter an erster Stelle stehen.
Das hat Leo XIV. an diesem Donnerstag betont.
Bei
einer Audienz nahm der Papst damit den wichtigsten Impuls aus dem Pontifikat
seines Vorgängers Franziskus (2013-25) auf. Leo bezog sich in seiner Rede auch
ausdrücklich auf die Programmschrift „Evangelii gaudium“, in der Franziskus
2013 für eine „Kirche im Aufbruch“ warb und die der jetzige Papst als weiterhin
gültigen Routenplan ansieht.
„Die
Evangelisierung muss weiterhin die grundlegende Motivation für jedes Handeln
der Weltkirche wie auch der Ortsgemeinden sein; nur auf diese Weise wird der
Glaube selbst in seiner Schönheit immer wieder neu entdeckt und bringt seine
Glaubwürdigkeit am besten zum Ausdruck. Eine Verkündigung des Evangeliums, die
Hoffnung schenkt, ist kein utopischer Entwurf: Sie ist ein Zeugnis, das
anzieht, insofern es die Berufung zur Liebe und zur Wahrheit offenbart.“
Man
dürfe nicht ausblenden, dass „die Glaubenskrise vor allem in westlichen
Ländern, zusammen mit weiteren sozio-kulturellen Faktoren, zu einer weit
verbreiteten religiösen Gleichgültigkeit geführt hat“, so Papst Leo.
Der
Atemzug des Menschlichen
„Vielen
erscheint der Glaube für ihr Leben nicht mehr relevant. Die dahinterliegende
Gefahr – die nicht immer in ihrer vollen Tragweite wahrgenommen wird – besteht
darin, dass gerade jener Atemzug des zutiefst Menschlichen erstickt wird: die
Suche nach Sinn. Die großen existenziellen Fragen bleiben unbeantwortet,
während sich eine technologische Kultur ungebremst ausbreitet, die vorgibt,
jedes Bedürfnis stillen zu können.“
Doch
auch in einem solchen Kontext sei die Begegnung von Menschen mit Christus
weiterhin dazu angetan, dem Leben „Sinn und Wert zu geben“. Umso aktueller sei
der Missionsbefehl, den der auferstandene Christus seinen Jüngern erteilt habe.
Da gehe es um nicht weniger als „das Sichern der Fundamente für die Zukunft der
Menschheit“.
„Die
Evangelisierung gründet weder auf der Effizienz von Strukturen noch auf
gesellschaftlichem Ansehen“
Als
Hoffnungszeichen vermerkte Papst Leo bei der Audienz, die Mitarbeitern des
vatikanischen Dikasteriums für Evangelisierung galt, „die starke Sehnsucht nach
Spiritualität“ vor allem unter jungen Menschen.
„Die
neue Generation hegt keinerlei Vorurteile gegen das Evangelium; im Gegenteil:
Viele wünschen sich, es besser kennenzulernen, denn sie erkennen, dass in ihm
das Geheimnis des wahren Glücks verborgen liegt. Ich bin gewiss, dass Ihr
Dikasterium dieser Suche, die unsere Zeitgenossen mit stetig wachsender
Eindringlichkeit artikulieren, besondere Aufmerksamkeit widmet. Es ist eine
Suche, die eine glaubwürdige und stimmige Antwort erfordert. Die
Evangelisierung gründet weder auf der Effizienz von Strukturen noch auf
gesellschaftlichem Ansehen, ja nicht einmal auf jenem öffentlichen Zuspruch,
der sich womöglich zu einem bestimmten Zeitpunkt gewinnen lässt. Entscheidend
bleibt vielmehr, sein Vertrauen in die Führung des Heiligen Geistes zu setzen
und jenen Wegen zu folgen, die Er weist…“
„Sicherlich
lässt sich das Christentum nicht dadurch attraktiv machen, dass man seine
Inhalte verwässert“
Leo
räumte ein, dass die Evangelisierung heute auf vielerlei Hindernisse trifft.
Das kulturelle Klima in einer Konsumgesellschaft lade nicht gerade dazu ein,
sich auf einen „geduldigen und mühsamen Weg persönlicher Suche nach Wahrheit“
zu machen. Der Königsweg der Evangelisierung bestehe auch künftig in der
persönlichen Begegnung und in der Bildung glaubwürdiger Gemeinschaften.
„Sicherlich
lässt sich das Christentum nicht dadurch attraktiv machen, dass man seine
Inhalte verwässert und seine Forderungen abschwächt, sondern vielmehr dadurch,
dass man – mit Demut und Mut – Zeugnis ablegt für den Weg, die Wahrheit und das
Leben, das so viele Menschen zur Umkehr bewegt und geheiligt hat.“
Der
Papst bat darum, Menschen, die um die Taufe bitten, auch nach der erfolgten
Spendung des Sakraments weiter in der Gemeinschaft zu begleiten. Dasselbe gelte
für junge Menschen, die gefirmt werden. Mit Dankbarkeit blickte Leo auf das
vergangene Heilige Jahr 2025 zurück. Sein Thema „Pilger der Hoffnung“ habe
tatsächlich vielen Menschen weltweit neue Hoffnung eingeflößt. (vn 28)
Generalversammlung der Päpstlichen
Missionswerke tagt
Seit
diesem Mittwoch treffen sich rund 100 Nationaldirektoren des weltweiten
Netzwerks der Päpstlichen Missionswerke in Rom. Die aus allen fünf Kontinenten
stammenden Teilnehmer sprechen unter anderem über missionarische Erneuerung.
„Tatsächlich
sind die Päpstlichen Missionswerke das ,wichtigste Mittel', um bei allen
Getauften ein missionarisches Verantwortungsbewusstsein zu wecken und
kirchliche Gemeinschaften in Gebieten zu unterstützen, in denen die Kirche noch
jung ist“, hatte Papst Leo XIV. die Bedeutung der Päpstlichen
Missionswerke vor einem Jahr gewürdigt, als er am 22. Mai 2025 die
Nationaldirektoren der Päpstlichen Missionswerke anlässlich ihrer jährlichen
Generalversammlung im Vatikan empfing.
Jetziger
Papst war selbst Missionar in Peru
Robert
Prevost war, bevor er als Papst an die Spitze der katholischen Kirche gewählt
wurde, selbst lange Jahre als Missionar in Peru tätig. Daran hatte er im
vergangenen Jahr in seiner Ansprache an die Generalversammlung der Päpstlichen
Missionswerke erinnert: „Zunächst möchte ich Ihnen und Ihren Mitarbeitern für
Ihren engagierten Dienst danken, der für die Evangelisierungsmission der Kirche
unverzichtbar ist, wie ich persönlich aus meiner eigenen pastoralen Erfahrung
in den Jahren meines Dienstes in Peru bezeugen kann.“
Papstaudienz
am Montag
Zu
den Höhepunkten für die Teilnehmer zählt auch dieses Jahr die Audienz bei Papst
Leo XIV. Sie findet am kommenden Montag (1. Juni) statt. Die Arbeitssitzungen
der Versammlung sind im „Collegio Internazionale San Lorenzo di Brindisi“ der
Kapuzinerbrüder angesiedelt. Das Treffen dauert bis zum 3. Juni. Am
Sonntag, den 31. Mai, pilgern die Teilnehmer zur Wallfahrtskirche der Heiligen
Philomena und besuchen anschließend Neapel und den dortigen Dom, wo sie die
Reliquien des Heiligen Januarius verehren.
Während
der Arbeitssitzungen stellen die vier Generalsekretäre die Arbeit und Budgets
der einzelnen Missionswerke vor. Außerdem werden neue, zu fördernde Projekte
präsentiert und genehmigt. Eine separate Sitzung ist dem Thema Kommunikation
und Fundraising gewidmet. Am Dienstagnachmittag, dem 2. Juni, spricht
Erzbischof Samuele Sangalli, stellvertretender Sekretär für Verwaltung im
Dikasterium für die Evangelisierung. Das Programm der Versammlung schließt am
Mittwoch, dem 3. Juni, mit der Eucharistiefeier unter dem Vorsitz von
Erzbischof Fortunatus Nwachukwu, Sekretär des Missionsdikasteriums. (fides 27)
Papst: Liturgie als Motor der
Evangelisierung wiederentdecken
Die
Liturgie war über Jahrhunderte ein Motor der Evangelisierung – „heute müssen
wir diese Kraft erneuern“. Das hat Leo XIV. bei der Generalaudienz an diesem
Mittwoch gesagt. Geschehen müsse dies „in Kontinuität mit der authentischen und
lebendigen katholischen Tradition“, fügte der Papst hinzu. Stefanie Stahlhofen
- Vatikanstadt
Die
Konstitution „Sacrosanctum Concilium" des zweiten
Vatikanums wollte den Gläubigen den Zugang zu den „Gnaden der heiligen
Liturgie erleichtern", erklärte Papst Leo bei der Katechese auf dem
Petersplatz, anwesend waren rund 25.000 Menschen. Es gelte bei der Liturgie
„die gesunde Tradition glücklich zu bewahren und doch dem berechtigten
Fortschritt den Weg zu öffnen“. Leo zitierte auch den deutschen
Papst, Benedikt XVI., zu diesem „Reformprogramm“ der Konzilsväter.
„Papst
Benedikt XIV. bemerkte: ,Nicht selten werden Tradition und Fortschritt auf
ungeschickte Weise miteinander in Gegensatz gebracht. In Wirklichkeit ergänzen
die beiden Begriffe einander: Die Tradition ist eine lebendige Wirklichkeit und
schließt daher in sich das Prinzip der Entwicklung, des Fortschritts ein. Es
ist, als bringe der Fluß der Tradition immer seine Quelle mit sich und strebe
zu seiner Mündung.`“
„Nicht
selten werden Tradition und Fortschritt auf ungeschickte Weise miteinander in
Gegensatz gebracht. In Wirklichkeit ergänzen die beiden Begriffe einander“
Liturgische
Änderungen habe es im Lauf der Jahrhunderte immer wieder gegeben, führte Papst
Leo weiter aus. „Sie halfen den Gläubigen, durch die Riten fruchtbar am
Paschageheimnis Christi teilzunehmen. Dieses Geheimnis ist das Fundament des
christlichen Glaubens."
Reform
der Liturgie nur, wenn wirklich erforderlich
Papst
Leo betonte, dass die Konzilsväter bei der Überarbeitung der Riten empfahlen,
Reformen nur vorzunehmen, wenn „ein echter und gewisser Nutzen der Kirche es
erfordert“. Zudem betone die Konstitution „Sacrosanctum Concilium",
„dass die neuen Formen aus den schon bestehenden gewissermaßen organisch
herauswachsen“ sollten und zum Wohl der ganzen Kirche jeder Reform „eine
sorgfältige theologische, historische und pastorale Untersuchung"
vorausgehen müsse:
„Der
von der Konstitution geforderte Fortschritt gefährdet die kirchliche
Gemeinschaft keineswegs“
„Das
konziliare Lehramt lädt dazu ein, eine Verunsicherung der Gläubigen zu
vermeiden. Es hält jeden davon ab, in der Liturgie eigenmächtig etwas
hinzuzufügen, wegzulassen oder zu ändern. Der von der Konstitution geforderte
Fortschritt gefährdet die kirchliche Gemeinschaft keineswegs. Er will sie
vielmehr festigen und fördern."
Papst
Leo XIV. mahnte zudem alle, die Gottesdienste vorbereiten. Dies gelte besonders
für die Priester, die den liturgischen Vorsitz innehaben. „Sie sollen stets die
Texte und die Ordnungen der Liturgie achten. Dieser Respekt entspringt einer
inneren Haltung der Offenheit und des Vertrauens auf Gott. Er zeigt Demut vor
seiner Größe und aufrichtige Treue zur Gemeinschaft der Kirche."
„Stets
die Texte und die Ordnungen der Liturgie achten. Dieser Respekt entspringt
einer inneren Haltung der Offenheit und des Vertrauens auf Gott. Er zeigt Demut
vor seiner Größe und aufrichtige Treue zur Gemeinschaft der Kirche“
Hintergrund
Seit
Januar dieses Jahres lädt Papst Leo bei seiner Generalaudienz dazu ein, die
Dokumente des Zweiten Vatikanischen Konzils wiederzuentdecken. Die
1962 bis 1965 in Rom abgehaltene Bischofversammlung gilt als das bedeutendste
kirchliche Reformereignis des 20. Jahrhunderts. Aktuell geht Leo XIV. jeden
Mittwoch genauer auf die Konstitution „ Sacrosanctum Concilium" zur
Liturgie ein. (vn 27)
Ukraine-Appell des Papstes: Krieg
löst keine Probleme, im Gegenteil
Angesichts
einer dramatischen Intensivierung der Kampfhandlungen in der Ukraine hat Papst
Leo XIV. am Ende der Generalaudienz an diesem Mittwoch eine nachdrückliche
Friedensbotschaft verkündet. Vor zahlreichen Gläubigen auf dem Petersplatz
äußerte das Kirchenoberhaupt seine tiefe Sorge über den Ukraine-Krieg, der in
diesen Tagen eine starke Beschleunigung erfahre. Mario Galgano - Vatikanstadt
Der
Papst drückte all jenen seine Nähe aus, die unter den jüngsten Angriffen
leiden, welche zunehmend auch die Zivilbevölkerung treffen. Die Mahnungen des
Papstes folgen auf Berichte über verheerende militärische Entwicklungen. In der
Nacht zum Dienstag wurden in der Region Donezk sechs Todesopfer infolge
russischer Angriffe gemeldet. Bereits am vergangenen Wochenende erlebte die
Hauptstadt Kyiv einen der massivsten Angriffe seit Kriegsbeginn, bei dem nach
Angaben der ukrainischen Luftwaffe rund 600 Drohnen und 90 Raketen zum Einsatz
kamen. Mindestens vier Menschen kamen dabei ums Leben, über 50 wurden verletzt.
Gleichzeitig meldeten die Konfliktparteien schwere Gegenschläge, darunter einen
ukrainischen Drohnenangriff auf ein Studentenwohnheim im besetzten Starobilsk
in der Region Luhansk, der laut lokalen Angaben 21 Todesopfer forderte und von
der ukrainischen Armee als militärisches Ziel eingestuft wurde. Zudem geriet
zuletzt auch die Krim ins Visier neuer Angreiferwellen.
Krieg
verschlimmert die Probleme
Vor
diesem Hintergrund fand der Papst deutliche Worte für das anhaltende
Blutvergießen. Krieg löse die Probleme nicht, sondern verschlimmere sie nur,
warnte er eindringlich. Krieg baue keine Sicherheit auf, sondern vervielfache
das Leiden und den Hass. Wo Raketen und Drohnen fallen, da fallen nach den
Worten des Papstes auch die Hoffnungen, werden Häuser sowie Kirchen zerstört
und unschuldige Leben ausgelöscht. In seinem Gebet vertraute er alle vom Krieg
verwundeten Völker dem Schutz der Jungfrau Maria, der Königin des Friedens, an.
Das
schwere Drama im Libanon
Die
Sorge des Vatikans beschränkte sich an diesem Mittwoch jedoch nicht nur auf
Osteuropa. Bei den Grüßen an die französisch- und arabischsprachigen Gläubigen
wandte sich der Pontifex insbesondere an die Pilger aus dem Libanon, einem
weiteren Land, das schwer vom Drama des Krieges gezeichnet ist. In diesem
Kontext rief er auch dazu auf, den Heiligen Geist anzurufen, damit eine
liturgische Erneuerung im Geiste der authentischen Tradition die kirchliche
Gemeinschaft und die volle Teilhabe der Gläubigen stärke.
Zuletzt
richtete der Papst seinen Blick auf die polnischen Pilger und erinnerte an den
Muttertag, den die Menschen in Polen am Vortag gefeiert hatten. Er dankte allen
Müttern, die das Geschenk des Lebens großzügig weitergegeben haben und für ihre
Kinder sorgen, indem sie ihnen die Liebe zu Gott und den Mitmenschen
vermitteln. Verbunden mit der Bitte um die Fürsprache der Gottesmutter rief er
die polnischen Gläubigen dazu auf, das Leben jedes Menschen von der Empfängnis
bis zum natürlichen Tod im Heimatland zu schützen. (vn 27)
Bistümer steigern Frauenanteil in
Leitungspositionen
In
vielen Bistümern Deutschlands steigt der Anteil von Frauen in
Führungspositionen. Der Prozentsatz ist insgesamt von 13 auf 28 Prozent
gestiegen. Dies ergab eine Umfrage des Evangelischen Pressedienstes zu den 27
katholischen Diözesen im Land. Manche Bistümer fördern demnach Frauen gezielt,
etwa durch Mentoring-Programme. Verbesserungsbedarf herrsche weiterhin.
Mittlerweile
sind laut der Umfrage mehr als ein Drittel Frauen in Führungspositionen
vertreten. 21 Bistümer schickten verwertbare Zahlen für die Studie.
Konkret sind demnach in 16 Diözesen 30 Prozent der Frauen in leitenten
Funktionen. In manchen Bistümern lag der Anteil jedoch unter 30 Prozent.
Im
November 2018 hatten sich die katholischen Bischöfe auf Steigerung der
Frauenquote in höheren Führungspositionen, die Laien offenstehen, geeinigt.
Innerhalb von fünf Jahren sollten diese „auf ein Drittel und mehr“ gesteigert
werden. Der damalige Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal
Reinhard Marx, beschrieb es folgendermaßen: „Wir wären als Kirche verrückt,
wenn wir auf die Begabung von Frauen verzichten würden“. In Kooperation mit dem
Bonner Hildegardis-Verein wurden Mentoring Programme eingeführt, wodurch seit
2016 insgesamt 260 weibliche Nachwuchskräfte davon profitiert haben.
„Wir
wären als Kirche verrückt, wenn wir auf die Begabung von Frauen verzichten
würden“
Langsamer
Anstieg seit 2013
Die
jüngste Erhebung der deutschen Bischofskonferenz, die am 7. März 2025
veröffentlicht wurde, zeigte, dass mit 32,5 Prozent fast ein Drittel Frauen auf
der mittleren und oberen Leitungsebene tätig waren. Damals lag der Frauenanteil
auf der mittleren Leitungsebene bei 34,5 Prozent und auf der oberen
Leitungsebene bei 28 Prozent. Die (Erz-)Diözesen haben demnach die Steigerung
des Frauenanteils in diözesanen Führungspositionen der Generalvikariate und
Ordinariate durch gezielte Maßnahmen wie Mentoring-Programme, flexible
Arbeitszeitmodelle und eine verstärkte Sensibilisierung für Diversität
befördert.
Bis
2023 wurde ein Frauenanteil in den oberen Leitungsebenen von 28 Prozent
erreicht. Diese Ebene entspricht der Ebene unter dem Ortbischof und seinem
Stellvertreter, dem Generalvikar. Auf der mittleren Leitungsebene, in
Abteilungen und Referaten, betrug der Frauenanteil bereits 34 Prozent. Im Jahr
2013 waren es 13 Prozent in oberen Leitungsämtern ohne Ordinariat und 19
Prozent in der mittleren Ebene.
Zukunftsmöglichkeiten
Es
gibt verschiedene Bistümer, die bereits Möglichkeiten für die Zukunft zeigen.
So hat das Bistum Würzburg beispielsweise zwischen 2021 und 2026 den
Frauenanteil auf 47.5 Prozent verdoppelt. Dicht dahinter folgt das Bistum
Erfurt mit 47,4 Prozent. Im Vergleich dazu fällt im Bistum Eichstätt der
Frauenanteil mit 26 sehr niedrig aus. Dort sind lediglich 16 von 61
Leitungspositionen von Frauen besetzt, in der gesamten Belegschaft gibt es
einen Frauenanteil von 66 Prozent. Dies macht deutlich, dass Frauen besonders
in Führungspositionen weiterhin unterrepräsentiert sind.
„Wichtiges
Signal, dass Frauen auch die Hauptabteilung Seelsorge in einem Bistum leiten
oder in Kirchengemeinden administrative Leitungsfunktionen neben dem Pfarrer
übernehmen“
Das
Erzbistum München-Freising hat im Jahr 2020 die Stelle des Generalvikars
geteilt und die Position einer Amtschefin erschaffen. Ohne ein Weiheamt können
Frauen somit hohe Posten in der Verwaltung übernehmen. Das Weiheamt ist in der
katholischen Kirche ausschließlich Männer vorbehalten. Die Münchener
Amtschefin, Stephanie Herrmann, betont, dass die Kirche bei der Besetzung von
Führungspositionen mit gutem Beispiel vorangehe müsse. Es sei ein wichtiges
Signal, dass Frauen auch die Hauptabteilung Seelsorge in einem Bistum leiten
oder in Kirchengemeinden administrative Leitungsfunktionen neben dem Pfarrer
übernehmen. (epd/dbk 26)
KI-Enzyklika: „Leo fragt nicht nach
Technik, sondern nach Menschen“
Die
Enzyklika von Papst Leo „Magnifica humanitas“ greift nach Einschätzung der
Theologin Anna Rowlands eine zentrale Frage der Gegenwart auf, die allerdings
viele gerne von sich wegschieben: den Umgang mit KI. Die Auswirkungen der
Technologie träfen Arbeitswelt, Familien, Migranten, Politik und globale
Konflikte bereits jetzt. „Es gibt kein Morgen, an dem man erst anfangen könnte,
über diese Themen nachzudenken“, sagt Rowlands.
Die
katholische Sozialethikerin aus Großbritannien war unter den Fachleuten, die am
Montag gemeinsam mit Papst Leo dessen Sozialenzyklika der Öffentlichkeit
präsentierten. Viele Menschen fühlten sich unsicher im Umgang mit Fragen rund
um KI, sagte Rowlands gegenüber Vatican News. „Es gibt da eine gewisse
Hoffnung, und das sagt der Heilige Vater in dem Dokument auch selbst, dass
vielleicht jemand anderes über diese Dinge nachdenken wird. Aber wir müssen
darüber nachdenken, und wir müssen gemeinsam darüber nachdenken“, so die
Theologin.
Der
Papst richte den Blick dabei vor allem auf die Frage, wo diese Debatten geführt
werden. „Im Mittelpunkt des Dokuments steht der Gedanke: Wie können wir
vermeiden, dass diese Fragen in privaten Bereichen, die eher von Gewinnstreben
als von Menschenwürde bestimmt sind, außer Acht gelassen
werden?" Besonders wichtig seien gemeinsame Räume, in denen die
Stimmen jener zuerst Gehör finden, die unter einer „algorithmischen Ordnung“
und einer digitalen Welt am stärksten litten.
Für
die Theologin liegt die besondere Rolle des Papstes darin, moralische und
geistliche Grundfragen zu stellen. Leo XIV. frage nicht nach Technik, sondern
nach dem Menschen. „Was denken wir eigentlich, was menschliches Leben ist? Wer
sind wir als Menschen? Was ist die Vision und das Ziel, auf das wir im Blick
auf unsere Menschlichkeit und unser gemeinsames menschliches Leben
hinarbeiten?“ Der Papst verbinde diese Fragen mit einer analytisch scharfen
Bestandaufnahme über den Machtdiskurs, der sich an die Technik knüpft.
„Papst
Leo übt heftige Kritik an – wenn man so will – den falschen Erzählsträngen“
„Papst
Leo übt heftige Kritik an – wenn man so will – den falschen Erzählsträngen, den
falschen Narrativen darüber, was es bedeutet, Mensch zu sein, als auch
insbesondere an jenen, die Macht und Herrschaft über andere in den Vordergrund
stellen, sei es in der Politik, im Krieg, in Konflikten oder auch in der
Wirtschaft. Im Zentrum des Bildes stehen verzerrte und verkehrte Versionen der
Geschichte dessen, was es bedeutet, Mensch zu sein - Versionen, die uns
einschränken. Sie sehen aus wie Geschichten von Stärke, in denen wir uns
gewissermaßen aufblasen“, sagte Rowlands. „Aber in Wirklichkeit schrumpfen wir,
wir verengen diese Räume.“
Dem
stelle Leo XIV. die Idee einer „Zivilisation der Liebe“ entgegen. Der Papst
greife damit einen Begriff von Paul VI. aus dem Jahr 1970 auf. „Jetzt ist der
Moment, diese Sprache zurückzugewinnen“, sagt die britische Sozialethikerin.
Gemeinsam brauche die Menschheit „eine moralische Vorstellungskraft, eine
Weise, einander und die Welt zu sehen, die den Wert des Menschseins erkennt“.
Menschen dürften diesen Wert nicht auf KI-Werkzeuge übertragen und dadurch die
eigene Menschlichkeit herabsetzen.
„...
geschaffen für die Liebe, mit einer Sehnsucht nach Gerechtigkeit“
Die
Enzyklika beschreibe den Menschen zugleich als endliches Wesen, geschaffen für
das Große und Verbindende. „Gemeinsam müssen wir diese Zivilisation der Liebe
aufbauen“, sagt Rowlands. „Und das gelingt nur, wenn wir ganz aus dem
Bewusstsein leben, dass wir endliche Geschöpfe sind, geschaffen für die Liebe,
mit einer Sehnsucht nach Gerechtigkeit, und dass wir diese Welt gemeinsam durch
Teilhabe gestalten.“
Eine
unmittelbare und eine langfristige Wirkung
Rowlands
zieht Parallelen zur Sozialenzyklika „Rerum novarum“, die vor 135 Jahren
erschien; am genauen Jahrestag, dem 15. Mai, unterzeichnete Papst Leo XIV. sein
Lehrschreiben „Magnifica humanitas". „Rerum novarum“ habe Ende des 19.
Jahrhunderts unmittelbare Folgen für Arbeiterbewegungen, Gewerkschaften und
Kampagnen für gerechte Löhne gehabt, erinnerte Rowlands. Noch Jahrzehnte später
habe die erste Sozialenzyklika der Kirchengeschichte christlich-politische
Bewegungen geprägt, danach lasse sich sein Einfluss etwa bei dem Heiligen Óscar
Romero erkennen. Große Enzykliken hätten oft eine unmittelbare Wirkung und
zugleich eine langfristige Resonanz über Generationen hinweg.
Auch
„Magnifica humanitas“ könnte nach Einschätzung der Theologin eine solche
Wirkung entfalten. Die Enzyklika nehme zwar erstmals gezielt Künstliche
Intelligenz in den Blick. Gleichzeitig stehe sie in einer langen Tradition
kirchlicher Sozialverkündigung zu Industrialisierung, Kapitalismus und
Arbeitswelt.
„KI
ist nicht wie Magie“
Rowlands
betont, KI erscheine vielen Menschen abstrakt. Dabei handle es sich um eine
Industrie mit realen Auswirkungen. „KI ist nicht wie Magie. Das ist kein
magisches Denken“, sagt sie. „Es gibt reale Menschen mit realen Körpern, die
arbeiten und Rohstoffe aus der Erde gewinnen.“ Der Papst versuche deshalb zu
zeigen, dass KI nicht bloß eine Technologie sei, sondern eine Industrie – und
zugleich Teil der kreativen Natur des Menschen. „Aber es ist auch so, dass
moderne Wissenschaft und Technologie oft mit Vorstellungen von Herrschaft und
Beherrschung über die Erde einhergehen. Deshalb müssen wir sehr vorsichtig sein
mit den Machtnarrativen, die mit den Weltanschauungen verbunden sind, welche
diese Technologien begleiten.“
Anna
Rowlands, Vatikanberaterin
Anna
Rowlands ist Inhaberin des „St. Hilda Chair in Catholic Social Thought and
Practice“ an der Universität Durham in England. Für die Jahre der Weltsynode
über Synodalität 2023 bis 2025 stellte die Hochschule sie für die Arbeit als
Beraterin der Römischen Kurie frei. Vor wenigen Wochen ernannte Papst Leo XIV.
die Professorin zum Mitglied des Dikasteriums zur Förderung der ganzheitlichen
Entwicklung des Menschen. (vn 26)
Theologin Lushombo: Arbeit und
Kolonialisierung im KI-Zeitalter
Die
kongolesische Theologin Léocadie Lushombo hat bei der Vorstellung der Enzyklika
„Magnifica humanitas“ von Papst Leo XIV. vor negativen Folgen gewarnt, die
Künstliche Intelligenz in ärmeren Weltregionen hat – nicht wegen der
Digitaltechnologie an sich, sondern wegen des damit verbundenen Machtgefälles.
Radio Vatikan vertiefte mit ihr im Interview unter anderem die Themen Arbeit
und Bildung. Anne Preckel und Jean-Paul Kamba SJ
Seite
an Seite mit Leo XIV. stellte die afrikanische Theologin Léocadie Lushombo am
Pfingstmontag das erste umfassende Lehrschreiben des Papstes zum Thema
Künstliche Intelligenz vor. In „Magnifica humanitas“ warnt Leo XIV. unter
anderem davor, dass KI und Computersysteme globale Ungleichheiten verschärfen,
etwa im Bereich der Arbeit. Vor allem hybride Wirtschaftssysteme mit
„unterbezahlter menschlicher Arbeitskraft“ und „unvollständigen Technologien“
böten einen Nährboden für Prekarisierung, Instabilität und Zwangsmigration,
schreibt der Papst, der Politik, Wirtschaft, Wissenschaft und
Arbeitnehmerorganisationen in seinem Lehrschreiben dazu aufruft, „rasch
angemessene und einvernehmliche Regeln und Schutzmaßnahmen auszuarbeiten, auch
auf internationaler Ebene“, um diesen Ungerechtigkeiten die Stirn zu bieten
(vgl. Magnifica humanitas 153 und 155, siehe auch 148-181).
Arbeit
und Arbeitnehmer als zentraler Punkt der Enzyklika
Die
Frage der Arbeit und die Lage von Arbeitenden sei ein zentraler Punkt in Papst
Leos Enzyklika, so Lushombo, die unter anderem zu den Themen wirtschaftliche
Globalisierung und theologische Ethik in Afrika forscht.
„Bisherige
Forschungsergebnisse zeigen, dass die Entwicklung Künstlicher Intelligenz den
Zugang zu Beschäftigung erschwert. Tatsächlich hat sie den Zugang zu
Beschäftigung stärker eingeschränkt als neue Möglichkeiten geschaffen. Es
entstehen definitiv neue Jobs durch KI, doch die Zahl der abgebauten Stellen im
Vergleich zu den neu geschaffenen ist weitaus höher. Das beunruhigt alle, auch
die Kirche.“
„Es entstehen definitiv neue Jobs durch KI,
doch die Zahl der abgebauten Stellen im Vergleich zu den neu geschaffenen ist
weitaus höher. Das beunruhigt alle, auch die Kirche“
Das
Problem betrifft auch die industrialisierten, digitalisierten Länder. In Afrika
hat es aber weitaus dramatischere Auswirkungen.
„Wenn
Arbeiter ihre Jobs verlieren, weil traditionelle Tätigkeiten durch Maschinen
ersetzt werden, müssen sich Menschen anpassen und neue Fähigkeiten erlernen.
Wer kann da mithalten, wer kann aufholen? In Afrika, wo in vielen Regionen
selbst der Zugang zu Energie und sozialen Dienstleistungen nicht gewährleistet
ist, ist man ohne ständigen Energiezugang dann ausgeschlossen. Das gilt auch
für Ausbildungen im Bereich KI oder alle Berufe, die von manueller Arbeit auf
Automatisierung umgestellt werden müssen. So werden afrikanische Länder, die
noch auf diesem Niveau sind, darunter leiden, insbesondere die Arbeitenden. Sie
werden viel verlieren.“
„In
Afrika, wo in vielen Regionen selbst der Zugang zu Energie und sozialen
Dienstleistungen nicht gewährleistet ist, ist man ohne ständigen Energiezugang
ausgeschlossen“
Lernen
ist nicht nur Nehmen
Auch
im Bereich Bildung und Lernen im KI-Zeitalter sieht die in Kalifornien lehrende
Theologin große Herausforderungen. In seiner Enzyklika schlägt der Papst ein
Bildungsbündnis für das digitale Zeitalter vor und erinnert daran, dass
Bildungs- und Lernprozesse eine „Zeit der Reifung“, „eine Auseinandersetzung
mit der Wirklichkeit jenseits des äußeren Scheins“ und einen Beziehungskontext
braucht (vgl. Mh 140, siehe auch 139-147). Bereits die Art und Weise, wie und
was wir lernen, ebne den Weg für Kolonisierung, gibt Léocadie Lushombo zu
bedenken.
„Kolonisierung
geschieht durch Lernen - durch das, was und wie wir lernen. Deshalb erinnert
uns der Papst daran, dass Lernen, unser Wachstum, Beziehungen, aber auch eine
bestimmte Haltung erfordert. Es bedeutet, Phasen der Beobachtung zu
durchlaufen, Eltern und Vorfahren zu beobachten. Wir können aus Beispielen,
Fehlern anderer und unseren eigenen lernen - es geht nicht nur um Erfolge. Es
braucht Zeit zum Nachdenken und für Analyse und es braucht tiefgreifende
Erfahrungen – etwa die, dass wir in Afrika leben und unsere eigene historische,
wirtschaftliche, soziale und kulturelle Erfahrung machen, die sich von der
europäischen unterscheidet.“
Lushombo
warnt davor, den Reichtum des menschlichen Miteinanders und Lernens und all der
Werte, die damit verbunden sind, im Zuge von KI zu entwerten. Der Kontext sei
„sehr wichtig“ und nicht immer gleich, gibt die kongolesische Theologin zu
bedenken. Gegenseitigkeit und Beziehung spielen beim KI-Lernen keine große
Rolle, kultureller Kontext ist verflacht, abgeschnitten oder sogar deformiert,
wenn die gefütterten Daten die Wirklichkeit nicht wiedergeben. Ein
,Übernehmen von Wissen', ohne Anwendung, Aneignung und Überprüfung im
Lebenskontext, sei bereits eine Art Machtmechanismus, so die afrikanische
Denkerin.
Koloniale
Mechanismen
„Denn
dann befinden wir uns bereits in einer Dynamik des bloßen Lernens ohne
Nachdenken – und das ist bereits kolonial - weil man nicht authentisch ist; man
nimmt einfach nur. Die Kolonialisierung kommt über uns, sie zwingt uns Dinge
auf, unsere Freiheit und Denkfähigkeit wird unterdrückt. Und das kann
Künstliche Intelligenz mit uns machen, wenn wir ihr diese Macht geben. Wenn wir
sie nicht kontrollieren, lassen wir uns kolonisieren, indem wir alles
übernehmen, was damit einhergeht. Das wird uns wenig nützen und später
einholen.“
„Die
Kolonialisierung kommt über uns, sie zwingt uns Dinge auf, unsere Freiheit und
Denkfähigkeit wird unterdrückt. Und das kann Künstliche Intelligenz mit uns
machen, wenn wir ihr diese Macht geben. Wenn wir sie nicht kontrollieren,
lassen wir uns kolonisieren, indem wir alles übernehmen, was damit einhergeht.
Das wird uns wenig nützen und später einholen“
In
seiner Enzyklika warnt der Papst auch vor kultureller Homogenisierung, vor
neuen Formen digitaler Sklaverei und vor einem „digitalen Neokolonialismus“
durch globale Tech-Konzerne, die Macht konzentrieren und menschliche Daten als
„Ressourcen“ vermarkten.
Léocadie
Lushombo ist Mitglied des Dikasteriums für die ganzheitliche Entwicklung des
Menschen (seit 2026) und war 2024 Teil der Synoden-Studiengruppe „Den Schrei
der Armen und der Erde hören“.
Das
Interview mit Léocadie Lushombo führte Jean-Paul Kamba SJ, Vatican News.
Beitrag: Anne Preckel. (vn 26)
Erste Enzyklika von Leo XIV.: KI
muss der Menschheit dienen, nicht der Macht Weniger
In
seiner Enzyklika „Magnifica humanitas“ stellt Papst Leo XIV. die Soziallehre
der Kirche im Zeitalter der Künstlichen Intelligenz in den Mittelpunkt, genau
135 Jahre nach der ersten Sozialenzyklika „Rerum novarum“. Er appelliert dazu,
„eine großartige Menschheit, in der Gott gegenwärtig ist“, zu bewahren, und
Wahrheit, Würde der Arbeit, soziale Gerechtigkeit sowie Frieden zu fördern. Im
digitalen Zeitalter sei es notwendig, die Künstliche Intelligenz zu
„entwaffnen“. Eine Zusammenfassung von Isabella Piro – Vatikanstadt
„Die
von Gott geschaffene großartige Menschheit steht heute vor einer entscheidenden
Wahl: Entweder sie errichtet einen neuen Turm zu Babel oder sie erbaut die
Stadt, in der Gott und die Menschheit gemeinsam wohnen.“ Der erste Satz der
ersten Enzyklika von Leo XIV., Magnifica humanitas, „über die Bewahrung des
Menschen im Zeitalter der Künstlichen Intelligenz“ fasst die tieferliegenden
Gründe und die Absicht des Schreibens zusammen. Es wurde an diesem Montag, 25.
Mai, veröffentlicht und am 15. Mai unterzeichnet, am 135. Jahrestag der
Veröffentlichung von Rerum novarum von Leo XIII. (1878-1903). Der heutige Papst
hat das Erbe seines Vorgängers angenommen, indem er selbst eine Sozialenzyklika
vorlegt, die eine der zentralen Herausforderungen der heutigen Zeit aufgreift:
die Künstliche Intelligenz. Magnifica humanitas ist in fünf Kapitel unterteilt
und beginnt mit einem Grundgedanken: Die Technologie sei weder „eine
menschenfeindliche Kraft“ (4), noch „ein Übel“ (9). Dennoch „ist sie nicht
neutral, weil sie die Züge derer annimmt, die sie konzipieren, finanzieren,
regulieren und nutzen“. Darauf gründet der Aufruf des Papsts, „im Guten
aufzubauen“ und „menschlich zu bleiben“, indem man die Logik der mutigen
gemeinsamen Verantwortung und der Gemeinschaft verfolge.
Die
Soziallehre der Kirche
Das
erste Kapitel – Ein dynamisches Denken im Geiste des Evangeliums – zeichnet die
Soziallehre der Kirche (Anm. d. Red: im weiteren Verlauf abgekürzt mit KSL für
Katholische Soziallehre) im jüngeren Lehramt der Päpste und des Zweiten
Vatikanischen Konzils nach und hebt besonders deren „dynamischen Charakter“
(17) hervor. Die KSL sei weit davon entfernt, „ein Handbuch von anzuwendenden
Prinzipien und Normen“ zu sein; sie sei vielmehr eine „Theologie der
Gemeinschaft in der Geschichte“ (27), die die Lesart der Ereignisse am
Evangelium ausrichte. Im zweiten Kapitel zählt Leo XIV. die Grundlagen und
Prinzipien der Soziallehre der Kirche auf: Zu ersteren gehörten die Würde des
Menschen, nach Gottes Bild und Ebenbild geschaffen, die Unverletzlichkeit der
Menschenrechte, darunter die des Lebens „von der Empfängnis bis zu seinem
natürlichen Ende“, sowie die Anerkennung der Rechte von Minderheiten. Besondere
Aufmerksamkeit gilt den Frauen, damit sie wirklich wahrgenommen und
wertgeschätzt würden (57).
Eine
Nation zu unterwerfen ist inakzeptabel
Anschließend
benennt Leo XIV. fünf Prinzipien der KSL: Zunächst das Gemeinwohl, die
„gesellschaftliche Form der jedem Menschen zugestandenen Würde“ (59). In einem
Punkt ist der Papst besonders entschieden: „Die Förderung des Gemeinwohls kann
niemals losgelöst werden von der Achtung des Rechts der Völker, zu existieren,
ihre Identität zu bewahren und ihren je eigenen Beitrag für die Familie der
Nationen zu leisten.“ In der Konsequenz „ist jeder Versuch oder jedes Vorhaben,
eine Nation auszulöschen oder zu unterwerfen […] zutiefst unmoralisch und daher
inakzeptabel“ (64).
„Die
Technologien dürften sich nicht in der Hand weniger konzentrieren, da so die
Kluft zwischen Teilhabenden und von der digitalen Revolution Ausgeschlossenen
vergrößert werde“
Die
Technologie gehört nicht nur in die Hände weniger
Das
zweite Prinzip beschreibt die universale Bestimmung der Güter: Hier sowie an
anderen Stellen der Enzyklika betont Leo XIV. nachdrücklich, dass die
Technologien sich nicht in der Hand weniger konzentrieren dürften, da so die
Kluft zwischen Teilhabenden und von der digitalen Revolution Ausgeschlossenen
vergrößert werde (67). Daraus folgen das dritte und vierte Prinzip: die
Subsidiarität (68), also die Überwindung einer paternalistischen oder
wohlfahrtsstaatlichen Verwaltung des gesellschaftlichen Lebens zugunsten der
Mitverantwortung, und die Solidarität (73), „zugleich Prinzip und Tugend“ als
Gegensatz zur Gleichgültigkeit.
Soziale
Gerechtigkeit
Das
fünfte Prinzip der KSL sei das der sozialen Gerechtigkeit, betont Papst Leo: Im
digitalen Zeitalter müsse diese allen Menschen gleiche Zugangsmöglichkeiten
bieten, die Schwächsten schützen, Hass und Desinformation bekämpfen sowie den
Gebrauch der Technologien der öffentlichen Kontrolle unterstellen. Einen
„entscheidenden Prüfstein“ in diesem Bereich sieht Leo XIV. im Umgang mit
Migranten: Die Art und Weise, wie eine Gesellschaft mit ihnen umgehe, „zeigt,
ob ihr Gerechtigkeitsbegriff von Angst oder von Geschwisterlichkeit geleitet
ist“. Von hier geht der Appell aus, „das Recht auf Hoffnung“ derer zu wahren,
die zur Flucht gezwungen seien, indem ihnen sichere und legale Wege sowie
würdige Aufnahmebedingungen und echte Integrationsmöglichkeiten garantiert
würden. Ebenso sei das Recht eines jeden Einzelnen zu bewahren, in Frieden und
Sicherheit in seiner Heimat bleiben zu können, indem die „tiefgreifenden
Ursachen“ der Migration angegangen würden (81). Die genannten fünf Prinzipien
sieht der Papst auch für die Kirche verpflichtend. Sie sei zu einer
„Gewissenserforschung“ gerufen und dazu, „dass den Opfern von geistlichem,
wirtschaftlichem, institutionellem, sexuellem Missbrauch, von Machtmissbrauch
und Missbrauch des Gewissens Gehör geschenkt wird“, da dies „wesentlich zu
einem Weg der Gerechtigkeit“ gehöre; „dies umfasst auch eine Anerkennung des
Schadens, gerechte Wiedergutmachung und Prävention“ (89).
„Eine
moralischere KI nützt nichts, wenn diese Moral von wenigen bestimmt wird“
Ein
Ethikkodex für KI
Das
dritte Kapitel – Technik und Herrschaft. Die Größe der menschlichen Person
angesichts der Versprechen der KI – unterstreicht, dass man sich mit
Künstlicher Intelligenz auf wachsame Art und Weise auseinandersetzen müsse,
indem die Verantwortlichkeiten jederzeit klar seien (accountability); es
brauche außerdem eine angemessene Politik und rechtliche Rahmenbedingungen,
ebenso wie eine unabhängige Aufsicht und die Aufklärung der Nutzer. Vor allem
brauche es einen Ethikkodex, der den Kriterien sozialer Gerechtigkeit folgen
sollte, denn: „Eine moralischere KI nützt nichts, wenn diese Moral von wenigen
bestimmt wird“ (107). Auch der Einfluss der neuen Technologien auf die Umwelt
dürfe nicht außer Acht gelassen werden – denn diese erforderten den Einsatz
großer Mengen an Energie und Wasser und belasteten so die Schöpfung (101).
„Technischer
Fortschritt, der die menschliche Begrenztheit beseitige, bedeute daher eine
Verkümmerung des Herzens“
KI
entwaffnen
Man
müsse „die KI entwaffnen“, fährt Leo XIV. fort, um sie der Logik des
militärischen, wirtschaftlichen und kognitiven Wettbewerbs zu entziehen; um die
Auffassung aufzubrechen, dass technische Macht mit dem Recht zu herrschen
gleichzusetzen sei; um sie den Monopolen abzuringen und zu verhindern, dass sie
den Menschen beherrsche. Breiten Raum widmet die Enzyklika der Kritik des
Transhumanismus und des Posthumanismus, für die der Fortschritt darin bestehe,
über die menschliche Natur hinauszugehen. Begrenztheit sei dagegen kein
Defizit, das es zu beseitigen gelte, sondern eine grundlegende Dimension des
Menschen: denn gerade in der Verletzlichkeit und Endlichkeit reiften die
Beziehung und die Öffnung hin zu Gott und den Mitmenschen. Technischer
Fortschritt, der die menschliche Begrenztheit beseitige, bedeute daher eine
Verkümmerung des Herzens. Deshalb dürfe die großartige und verwundete
Menschheit „weder ersetzt noch überwunden werden“. Die Technologie könne Leid
lindern und neue Möglichkeiten eröffnen, aber dürfe die Menschheit in dem, was
sie ausmache, nicht verraten: „die Fähigkeit zu Beziehung und Liebe“ (126).
Angesichts von KI lägen die Alternativen nicht zwischen Begeisterung und Angst,
sondern zwischen den zwei Arten, Fortschritt zu schaffen: im Dienst des
Menschen und der Völker oder der Logik der Macht (129).
„Zentral
ist der Appell zu einem erneuerten Bildungsbündnis“
Eine
Ökologie der Kommunikation
Im
vierten Kapitel – Das Menschliche in Zeiten des Wandels bewahren. Wahrheit,
Arbeit, Freiheit – formuliert die Enzyklika den Wunsch nach einer auf der
Wahrheit basierenden „Ökologie der Kommunikation“. Der Papst fordert darin
unter anderem Transparenz in der Logik hinter der Auswahl und Verbreitung von
Inhalten, den Schutz personenbezogener Daten, einen seriösen Journalismus, der
auf Argumentation und Faktenprüfung beruht, ein neues Bewusstsein für eine
„korrekte und kritische“ Nutzung von KI sowie die Integration von Wissen. Eine
transparente und aufrichtige Kommunikation wird auch von der Kirche gefordert,
vor allem in Fällen von Ungerechtigkeit und Missbrauch. Zentral ist der Appell
zu einem erneuerten Bildungsbündnis, damit in den jungen Menschen der „Wunsch
nach dem Stellen von Fragen“ nicht aufgrund von perfekten Maschinen, die das
menschliche Denken nutzlos erscheinen lassen, erstickt werde (140). Leo XIV.
ruft auch dazu auf, die Schule als Ort zu fördern, an dem man lerne „die
Wahrheit zu suchen und zu lieben“ (143).
Die
Würde der Arbeit
Mitten
in der „vierten industriellen Revolution“ durch den digitalen Wandel hebt der
Papst hervor, wie wichtig es sei, die Würde der Arbeit zu schützen, indem
Systeme entwickelt würden, die den Menschen in den Mittelpunkt stellten und
nicht in erster Linie die Leistung. Die Technologie könne dem Menschen mühsame
oder repetitive Tätigkeiten abnehmen, dürfe aber nicht zu Arbeitslosigkeit
aufgrund von Kostenreduzierung und Gewinnsteigerung führen. In diesem Sinn hält
der Papst eine Erneuerung der gewerkschaftlichen Organisationen für
wünschenswert.
Frieden
und Entwicklung
Im
weiteren Verlauf des Schreibens zeigt Leo XIV. die Notwendigkeit auf, das
Bruttoinlandsprodukt nicht mehr als Parameter für den Entwicklungsgrad eines
Landes zu sehen, sondern stattdessen auf die Würde der Arbeit abzuzielen, den
gemeinsamen Wohlstand, den Abbau von Ungleichheiten und den Umweltschutz. Die
Finanzwirtschaft um der Finanzwirtschaft willen unterscheide sich vom
Finanzwesen im Dienste der Entwicklung (159-160). Auf den Spuren des heiligen
Pauls VI. wird die wechselseitige Abhängigkeit von Frieden und Entwicklung
hervorgehoben und eine internationale Zusammenarbeit erhofft, die in der Lage
sei, gemeinsame Strategien zu entwickeln, welche vor allem den am stärksten
benachteiligten Ländern und Bevölkerungsgruppen zu Gute kämen. Denn Wohlstand trage
nur dann zum Frieden bei „wenn er weit verbreitet, inklusiv und nachhaltig ist“
(163). Mit Nachdruck verweist Leo XIV. auf die Familie, gegründet auf der
beständigen Verbindung zwischen einem Mann und einer Frau: Sie sei „vorrangiges
soziales Gut“, „grundlegende und unersetzliche Zelle jeder gesellschaftlichen
Organisation“ (165), und müsse auch durch eine Arbeitsmarktpolitik unterstützt
werden, die Stabilität fördere und Lebensrhythmen achte, um so die
gesellschaftliche Fähigkeit zu schützen, „Zukunft zu gestalten“.
Die
„Architektur des Sichtbaren“
Schließlich
widmet sich Leo XIV. der Frage nach der Freiheit des Menschen. In einem
Zeitalter, in dem digitale Plattformen darauf ausgerichtet seien, die Zeit der
Nutzer zu binden und ihre Schwachstellen auszunutzen, müsse die innere Freiheit
des Einzelnen gestärkt werden – auch indem man das Risiko der sozialen
Kontrolle angehe, das aus der massiven Datenerhebung und dem Einsatz
algorithmischer Systeme erwachse. Ein Profil einer Person zu erstellen, deren
Verhalten vorherzusehen und zu beeinflussen sei „eine neue Macht“ (171), die
die Schwächsten zu diskriminieren drohe. Der Papst beklagt vor allem „die
Architektur des Sichtbaren“, denn „was verstärkt oder unsichtbar“ gemacht
werde, präge letztlich „Meinungen und Entscheidungen und führt zu Konformität
und Selbstzensur“.
Neue
Sklaverei und neue Kolonialismen
KI
schaffe auch neue Formen von Sklaverei, gibt der Pontifex zu bedenken: Körper
würden „verletzt, verstümmelt und verbraucht“, Kinder arbeiteten unter
gefährlichen Bedingungen um „Seltenerdmetalle“ zu gewinnen, die für die
Herstellung der Geräte und Mikroprozessoren benötigt werden, auf denen KI
basiert (173). Der Kampf gegen Sklaverei sei eine weitere „entscheidende
Bewährungsprobe für das ethische Urteilsvermögen“ im Hinblick auf die digitale
Transformation. Leo XIV. unterstreicht, dass die Kirche erneut „ihre
entschiedene Verurteilung aller Formen von Sklaverei, Menschenhandel und der
Kommerzialisierung von Menschen“ bekräftige. Zugleich bittet der Papst
„aufrichtig um Vergebung“ dafür, dass die Kirche in der Vergangenheit mit
Verzögerung „die Geißel der Sklaverei“ verurteilt habe (174-176). Die Enzyklika
verweist auch auf die „neuen ,seltenen Erden' der Macht“: lebenswichtige
Informationen wie Gesundheitsdaten oder demographische Daten, die für
Investitionsstrategien genutzt würden. Hier handle es sich um eine Form von
Kolonialismus, der das persönliche Leben in verwertbare Informationen verwandle
und so den digitalen Raum zu einem „Raum der Ausbeutung“ mache (178-179).
„Deshalb
müsse man – unbeschadet des Rechts auf legitime Verteidigung im engsten Sinn –
die Theorie des „gerechten Krieges“ überwinden“
Die
Theorie des „gerechten Kriegs“ überwinden
Im
fünften Kapitel – Die Kultur der Macht und die Zivilisation der Liebe – richtet
Leo XIV. den Blick auf den Krieg: „Die digitale Revolution verändert die
Grammatik von Konflikten“. Ohne eine ethische Grundlage würden die
Entscheidungen über Leben und Tod der Menschen immer unpersönlicher, der
Einsatz von Gewalt „zu einer unmittelbaren und gangbaren Option“ (182-183).
Grundlage sei eine „Kultur der Macht“, welche den Krieg normalisiere und als
„Instrument der internationalen Politik“ rehabilitiere, indem sie die
Aufrüstung unterstütze. Die öffentliche Meinung werde heute auch von einem
polarisierenden Narrativ in den Medien geprägt, ebenso wie durch „einen
besorgniserregenden Verlust an historischem Gedächtnis“, was den Weitblick für
langfristige Folgen nehme (191). In der Konsequenz erscheine Frieden heute
nicht als eine Aufgabe, der man sich stellen muss, sondern als Zeitspanne
zwischen Konflikten. Deshalb müsse man – unbeschadet des Rechts auf legitime
Verteidigung im engsten Sinn – die Theorie des „gerechten Krieges“ überwinden,
betont Leo XIV., der stattdessen den Einsatz für Dialog, Diplomatie und
Vergebung fordert (192).
„Es
existiert kein Algorithmus, der Krieg moralisch vertretbar machen könnte“
Kein
Algorithmus macht einen Krieg moralisch vertretbar
Der
Papst beklagt auch das Wachstum der Rüstungsindustrie, die Entwicklung der
Atomwaffenarsenale, das Auftreten neuer bewaffneter Akteure – darunter
dschihadistische Gruppen – die das Ziel verfolgten, Konflikte als Quelle für
Macht und Profit aufrechtzuerhalten. Deutlich warnt der Papst vor dem Gebrauch
von Waffen, die an KI gebunden sind, denn „es existiert kein Algorithmus, der
Krieg moralisch vertretbar machen könnte“. Es brauche strenge gemeinsame
internationale ethische Normen, die auf der persönlichen Verantwortung und auf
dem Schutz der Zivilbevölkerung basierten, denn „jede Technologie, die es
einfacher macht, anzugreifen, ohne das Gesicht des anderen zu sehen, senkt die
moralische Schwelle des Konflikts“ (199).
Die
Krise des Multilateralismus
Die
Kultur der Macht entspringe auch der Krise des Multilateralismus und dem
Auftreten eines „ungeordneten und konfliktreichen Multipolarismus“ (201). Die
Stärke des Völkerrechts werde durch das Recht des Stärkeren ersetzt; die
Logiken der Macht wirkten stärker als der Wunsch, Frieden zu schaffen, und die
Institutionen, die errichtet worden seien, um das gemeinsame Schicksal der
Völker zu bewahren, seien inzwischen geschwächt. Der Papst erhofft
diesbezüglich eine „tiefgreifende Reform“ der Vereinten Nationen, damit sie den
derzeitigen Wertekonflikt zugunsten des Gemeinwohls überwinden könnten (226).
„Es
gibt Konflikte, in denen es nicht richtig ist, neutral zu bleiben“
Die
Zivilisation der Liebe
Christen
seien dazu gerufen, auf die Kultur der Macht mit dem Aufbau der „Zivilisation
der Liebe“ zu antworten. Sie müssten entscheiden, ob sie die Logik der Gewalt
vorantreiben oder den Frieden bewahren wollten. Der Papst nennt fünf „Ansätze
für die Verantwortung im Alltag und öffentlichen Leben“: die Worte entwaffnen
und die Wahrheit sagen; Frieden in Gerechtigkeit aufbauen; die Perspektive der
Opfer einnehmen und Stellung beziehen, denn es gebe Konflikte, in denen es
„nicht richtig ist, neutral zu bleiben“; viertens „einen gesunden Realismus“
pflegen, welcher gangbare Wege des Friedens in Taten sucht, nicht nur mit
Worten. Schließlich müssten Dialog und Multilateralismus neu belebt werden,
indem man von einer Kultur der Macht zu einer „Kultur der Verhandlung“
übergehe. Entscheidend sei auch der Dialog zwischen den Religionen, die
Botschafter des Friedens seien: „Diejenigen, die den Namen Gottes benutzen, um
Terrorismus, Gewalt oder Krieg zu legitimieren, verraten sein Antlitz“, so die
Mahnung durch Leo XIV. (223).
Die
großartige Menschheit
Zum
Schluss des Lehrschreibens lädt der Papst alle Gläubigen dazu ein, die neuen
Technologien im Licht des Evangeliums anzuwenden. Sie sollten „einen nüchternen
und anspruchsvollen Weg christlichen Lebens“ verfolgen. Auch im Zeitalter der
Künstlichen Intelligenz sollten alle Zeugnis geben können „von der Schönheit
einer großartigen Menschheit, in der Gott gegenwärtig ist“. (vn 25)
Menschlich bleiben im Zeitalter der
Algorithmen
In
der Enzyklika „Magnifica humanitas“ fordert Papst Leo dazu auf, die Technik
weiterzuentwickeln, ohne das Herz zu vernachlässigen. Ein Leitartikel des
Chefredakteurs der vatikanischen Medien. Andrea Tornielli - Vatikanstadt
Im
Zeitalter der Künstlichen Intelligenz – in dem die Menschenwürde durch die
enormen, jeglicher Kontrolle entzogenen Konzentrationen technologischer Macht
und durch neue Formen der Entmenschlichung in den Hintergrund zu treten droht –
erinnert uns Papst Leo an die „dringende Pflicht“, zutiefst menschlich zu
bleiben. In einer von Polarisierung und Gewalt geprägten Zeit, in der sich eine
„Kultur der Macht“ ausbreitet und der Krieg als Instrument der internationalen
Politik wieder salonfähig wird, fordert uns der Nachfolger Petri auf, die
Technik weiterzuentwickeln, „ohne das Herz dabei verkümmern zu lassen“.
„,dringende
Pflicht`, zutiefst menschlich zu bleiben“
Er
lädt uns ein, die Begrenztheit und Schwäche des Menschen zu akzeptieren, ohne
sie – wie es die technokratische Ideologie tut – als Fehler zu betrachten, der
korrigiert werden müsste. Er ermahnt uns, die Welt nicht aus der Perspektive
der Mächtigen zu betrachten, sondern sie von unten her zu sehen, mit den Augen
der Leidenden, beginnend bei den Letzten. Mit den Augen eines Gottes, der
unsere Schwachheit auf sich genommen und sie in einen Ort der Erlösung
verwandelt hat, denn „auch wenn die Maschinen in ihrer Effizienz überragend
sind, bleibt das Zentrum der Geschichte ein menschliches Antlitz, das danach
verlangt, angesehen zu werden“.
„Auch
wenn die Maschinen in ihrer Effizienz überragend sind, bleibt das Zentrum der
Geschichte ein menschliches Antlitz, das danach verlangt, angesehen zu werden“
„Magnifica
humanitas“, die erste Enzyklika von Leo XIV., ist primär kein analytischer Text
über Künstliche Intelligenz, denn sie geht nicht auf die Details der sich
ständig weiterentwickelnden Prozesse ein. Es handelt sich vielmehr um eine
„Summa“, die die Grundsätze der Soziallehre auf unsere Zeit – das Zeitalter der
KI – anwendet und dabei die Schwerpunkte des Lehramts bekräftigt und
aktualisiert. Es ist ein Text, der auch dem Missverständnis ein Ende setzt, das
bei jenen herrscht, die auf die absolute Freiheit der Märkte und der neuen
Technologien vertrauen und dazu neigen, das päpstliche Lehramt als diskutable
Lehre abzutun, wenn es um Themen geht wie die Forderung nach einer gemeinsamen
Steuerung der KI durch den Menschen, die ganzheitliche Ökologie, die
Wirtschaftsstrukturen, die zu „Strukturen der Sünde“ werden, und das Nein zum
Krieg.
„Forderung
nach einer gemeinsamen Steuerung der KI durch den Menschen, die ganzheitliche
Ökologie, die Wirtschaftsstrukturen, die zu „Strukturen der Sünde“ werden, und
das Nein zum Krieg“
Jeder
ist gefragt
Der
Papst, der den Namen des Verfassers der Enzyklika „Rerum novarum“ angenommen
hat, fordert in Zeiten der digitalen Revolution einen jeden von uns auf, eine
aktive Rolle zu übernehmen, denn der Aufbau der „Zivilisation der Liebe“
vollzieht sich dank „der Summe kleiner und beharrlicher Taten der Treue“, die
in der Lage sind, als Bollwerk gegen die Entmenschlichung zu dienen. Eine
Aufgabe also, die uns alle betrifft – und zwar ganz unmittelbar.
Leo
erinnert uns daran, dass „Ungerechtigkeit nicht nur aus falschen Entscheidungen
einzelner Menschen entsteht, sondern auch aus Strukturen, Mechanismen sowie
wirtschaftlichen und kulturellen Gegebenheiten, die […] Ungleichheit
hervorbringen“, und dass „eine Entwicklung nicht menschlich [ist], die den
Konsum einiger erhöht, indem sie Kosten und Schäden auf andere abwälzt, oder
die ganze Regionen auf untergeordnete Rollen festlegt“, wie es heute leider
auch im Bereich der neuen Technologien und der von ihnen benötigten Ressourcen
geschieht. In der Enzyklika heißt es, dass die soziale Funktion des
Privateigentums „sichere Lehre“ der Kirche ist, und heute müssen wir zu den
Gütern, die universal für alle bestimmt sind, „auch die neuen Formen des
Eigentums zählen: Patente, Algorithmen, digitale Plattformen, technologische
Infrastrukturen, Daten“, um zu verhindern, dass neue Formen der Ausgrenzung und
Freiheitsberaubung entstehen oder sich verfestigen. Denn Technik ist kein
bloßes Werkzeug, und wenn sie selbst zum Maßstab wird, „bestimmt sie
letztendlich, was zählt und was aussortiert werden kann“, wodurch „Menschen zu
Rädchen in einem System erniedrigt [werden], das immer effizienter werden
muss“.
„Technik
ist kein bloßes Werkzeug, und wenn sie selbst zum Maßstab wird, „bestimmt sie
letztendlich, was zählt und was aussortiert werden kann“, wodurch „Menschen zu
Rädchen in einem System erniedrigt [werden], das immer effizienter werden muss“
Wer
hat die Kontrolle?
Heute
liegt die Kontrolle über Plattformen, Infrastrukturen, Daten und
Rechenkapazitäten „nicht in der Hand der Staaten, sondern von großen
wirtschaftlichen und technologischen Akteuren“, die die Zugangsbedingungen, die
Regeln der Sichtbarkeit und die Möglichkeiten der Teilhabe festlegen. Wenn sich
eine solche Macht in wenigen Händen konzentriert, „besteht die Gefahr, dass sie
undurchsichtig wird und sich der öffentlichen Kontrolle entzieht“, was das
Risiko einer verzerrten Entwicklung mit sich bringt, „die neue Abhängigkeiten,
Ausgrenzungen, Manipulationen und Ungerechtigkeit erzeugt“.
„Gefahr,
dass sie undurchsichtig wird und sich der öffentlichen Kontrolle entzieht, was
das Risiko einer verzerrten Entwicklung mit sich bringt, die neue
Abhängigkeiten, Ausgrenzungen, Manipulationen und Ungerechtigkeit erzeugt“
KI
und Kriege
Der
Papst bekräftigt, dass die Theorie des „gerechten Krieges“ überholt ist, und
fordert, dass der Einsatz Künstlicher Intelligenz im Krieg strengsten ethischen
Grenzen unterliegt, denn „es existiert kein Algorithmus, der Krieg moralisch
vertretbar machen könnte“. Darüber hinaus ist Künstliche Intelligenz zu einem
entscheidenden Faktor geworden, um die öffentliche Meinung durch die
Manipulation von Bildern und Inhalten zu steuern, wodurch es immer schwieriger
wird, Wahr und Falsch zu unterscheiden. Zahlreich sind zudem die
Unwägbarkeiten, die den Arbeitsmarkt betreffen. Die Enzyklika erinnert in
diesem Zusammenhang daran, dass es nicht mehr möglich ist, sich allein auf die
„unsichtbare Hand“ des Marktes zu verlassen: Es ist Aufgabe der Politik, die
wirtschaftlich-technologischen Dynamiken auf das Gemeinwohl auszurichten, indem
sie menschenwürdige Arbeit, soziale Inklusion und eine gerechte
Nutzenverteilung der Innovation fördert.
„Es
existiert kein Algorithmus, der Krieg moralisch vertretbar machen könnte“
Menschlich
bleiben
Menschlich
bleiben, Prozesse steuern und – auch in diesem Bereich – Monopole vermeiden,
die letztendlich die Macht einiger weniger stärken auf Kosten des Lebens
vieler: Der vom Papst aufgezeigte Weg errichtet keine Barrikaden und lehnt den
Einsatz von KI nicht von vornherein ab. Vielmehr verweist er auf die vielen
positiven Aspekte und die zahlreichen nützlichen Anwendungen, erklärt aber
gleichzeitig, dass es nicht ausreicht, sich die ethische Frage nach dem guten
oder schlechten Zweck zu stellen, für den KI eingesetzt wird. Denn es ist
unerlässlich, früher einzugreifen und sich auch zu fragen, wie ein System
konzipiert ist und welches Bild von Mensch und Gesellschaft in die Daten und
Modelle eingeschrieben ist, die es leiten.
„Der
vom Papst aufgezeigte Weg errichtet keine Barrikaden und lehnt den Einsatz von
KI nicht von vornherein ab“
Dafür
sind angemessene rechtliche Rahmenbedingungen, eine unabhängige Aufsicht, die
Aufklärung der Nutzer und vor allem, noch einmal, „eine Politik, die sich ihrer
Aufgabe nicht entzieht“ erforderlich. Andernfalls wird der Wandel nur von
technokratischen Logiken bestimmt und als „notwendig und unvermeidlich“
dargestellt, was letztendlich dazu führt, dass Regeln durchgesetzt werden, die
von denjenigen „diktiert“ werden, die über Daten, Infrastruktur und
Rechenkapazitäten verfügen.
[
Die KI „entwaffnen“ ]
Es
ist daher notwendig, die KI zu „entwaffnen“, das heißt „diese Gleichsetzung von
technischer Macht und dem Recht zu herrschen aufzubrechen“. Nicht, um auf die
Technologie zu verzichten, sondern um zu verhindern, dass sie den Menschen
beherrscht: Sie muss hinterfragbar, anfechtbar und damit lebensfreundlich
werden. Gerade um unsere Menschlichkeit nicht aufzugeben, die so verletzlich
und so „großartig“ ist. (vn 25)
Magnifica humanitas: Die Kernsätze
Hier
finden Sie die Kernsätze aus der ersten Enzyklika von Papst Leo XIV. „Magnifica
humanitas“, die an diesem Pfingstmontag veröffentlicht wurde.
Die
Zahlen in Klammern entsprechen dem jeweiligen Abschnitt der Enzyklika. Den
gesamten Wortlaut finden Sie auf vatican.va
Die
von Gott geschaffene GROSSARTIGE MENSCHHEIT steht heute vor einer
entscheidenden Wahl: Entweder sie errichtet einen neuen Turm zu Babel oder sie
erbaut die Stadt, in der Gott und die Menschheit gemeinsam wohnen. Jede
Generation erbt die Aufgabe, die eigene Zeit zu gestalten, damit die Geschichte
zu einem Ort reifen kann, an dem die Würde jedes Menschen gewahrt,
Gerechtigkeit gefördert und Geschwisterlichkeit ermöglicht wird. (1)
„Wir
möchten in Dialog mit allen Männern und Frauen unserer Zeit treten, mit denen
wir die Ereignisse, Fragen und Wünsche der Menschheit teilen. Wir wollen
gemeinsam mit ihnen neue Wege zur Verwirklichung des Gemeinwohls und zur
Förderung eines würdigen Lebens für alle finden. (2)“
Die
Soziallehre (der Kirche) ist kein statisches Begriffsgefüge, sondern ein
lebendiges Korpus an Wahrheiten, der die Berufung der Menschheit zu einem
erfüllten und gerechten Leben bewahrt und auslegt. (3)
Die
Technik ist an sich nicht als eine menschenfeindliche Kraft zu betrachten (…).
Heute sehen wir uns jedoch mit einer neuen Situation konfrontiert, in der die
Macht und Omnipräsenz neuer Technologien die Struktur des täglichen Lebens
durchwirken, Entscheidungsprozesse prägen und die kollektive Vorstellungswelt
tiefgreifend beeinflussen… (4)
Wir
durchleben eine rasante Übergangsphase, einen „Epochenwandel“, in dem – während
einige um die Zukunft der neuen Technologien wetteifern und andere sich
eingehend mit ihnen auseinandersetzen – die meisten Menschen in einer Art
Wartestellung verharren, aus der Ferne beobachten und einfach hoffen, dass
alles gut gehen wird. Genau aus diesem Grund stellen sich unserem Gewissen
entscheidende Fragen, denen wir uns nicht länger entziehen können: Wohin gehen
wir? Auf welches Ziel wollen wir uns ausrichten? Welche Richtung sollen wir als
Menschheit und als Völker einschlagen? (6)
„Technologie
kann heilen, verbinden, bilden und unser gemeinsames Haus schützen, aber sie
kann auch spalten, ausgrenzen und neue Ungerechtigkeiten hervorbringen.
Abstrakt betrachtet ist sie per se weder eine Lösung für die Probleme der
Menschheit noch ein Übel. Konkret betrachtet aber ist sie nicht neutral, weil
sie die Züge derer annimmt, die sie konzipieren, finanzieren, regulieren und
nutzen. (9)“
Vermeiden
wir (…) die Vergötterung des Profits, die die Schwachen opfert; die
Einförmigkeit, die Unterschiede nivelliert; den Anspruch einer einzigen – auch
digitalen – Sprache, die in der Lage ist, alles, sogar das Geheimnis der
Person, in Daten und Leistung zu übersetzen. Dies ist die Gefahr der
Entmenschlichung – bei der Gestaltung der Zukunft Gott auszuschließen und den
Anderen auf ein Mittel zu reduzieren – eine uralte und immer neue Versuchung,
die heute technische Gestalt annimmt. (10)
(Wir
sollten) die Begrenztheit und Schwäche des Menschen akzeptieren, ohne sie als
einen Fehler zu betrachten, der korrigiert werden müsste. (12)
In
der Zeit der Künstlichen Intelligenz, in der die Menschenwürde aufgrund neuer
Formen von Entmenschlichung in den Hintergrund zu treten droht, haben wir die
dringende Pflicht, zutiefst menschlich zu bleiben und liebevoll jenes
großartige Menschsein zu bewahren, das uns geschenkt ist und das in Christus in
seiner ganzen Fülle offenbar wurde, und das keine Maschine in seiner Pracht
jemals ersetzen kann. (15)
„An
alle katholischen Gläubigen, an alle Christen, an alle Männer und Frauen guten
Willens richte ich einen eindringlichen Appell: Scheuen wir uns nicht, uns auf
der Baustelle unserer Zeit die Hände schmutzig zu machen. (16)“
Die
Kirche betrachtet all jene, die aufrichtig nach Wahrheit, Güte und Schönheit«
suchen, als Weggefährten und als wertvolle Verbündete bei der Verteidigung der
Würde jedes Menschen und bei der Bewahrung der Schöpfung. (23)
Das
Verständnis von Wahrheit als Geschenk, das es miteinander zu teilen gilt, und
nicht als Besitz, den man für sich beansprucht, befreit die Kirche von der
Versuchung, Formen ihrer Präsenz nachzutrauern, die auf Macht beruhen. (25)
Die
Soziallehre der Kirche (zeigt sich) mit ihrem authentischsten Gesicht: nicht
als Handbuch von anzuwendenden Prinzipien und Normen, sondern als Weg
gemeinschaftlicher Unterscheidung. Sie entsteht aus der Begegnung zwischen der
ewigen Wahrheit des Evangeliums und den Fragen der Geschichte. Sie lässt sich
von den Zeichen der Zeit Fragen stellen. Sie nährt sich durch den Beitrag der
Wissenschaften, der Kulturen und der menschlichen Erfahrungen. (27)
Solange
es in der Welt Völker gibt, die von einer menschenwürdigen Entwicklung
ausgeschlossen sind, kann sich die christliche Gemeinschaft nicht damit
begnügen, abstrakt den Frieden zu verkünden; sie wird vielmehr zulassen müssen,
dass das Evangelium – ausgehend von denen, die am Rande stehen – jene
wirtschaftlichen und politischen Strukturen beurteilt, die – wie Johannes Paul
II. (…) sagen sollte – zu regelrechten »Strukturen der Sünde« werden können,
damit kein Mensch und kein Volk in den Entwicklungsprozessen als entbehrlich
behandelt wird. (36)
„Von
seinem Wesen her auf Beziehung ausgerichtet, ist jeder Mensch von Gott
daraufhin erdacht und gewollt, in Gemeinschaft mit ihm, mit den anderen und mit
der Schöpfung zu treten. Seine Würde hängt nicht von seinen Fähigkeiten, seinem
Reichtum oder der Position ab, die er einnimmt, noch von den richtigen oder
falschen Entscheidungen, die er trifft… (50)“
Der
Wert des Menschen hängt nicht davon ab, was er leistet oder produziert, und es
gibt Rechte, die allen allein aufgrund der Tatsache zustehen, dass sie Menschen
sind. Keine menschliche Macht kann diese rechtmäßig verweigern oder willkürlich
einschränken. (51)
Keine
Sünde, kein Versagen, keine Demütigung, kein Ausschluss kann den grundlegenden
Wert eines menschlichen Lebens schmälern, das Gott gewollt und ins Dasein
gerufen hat. Die grundlegende Würde jedes Menschen kann daher weder erworben
noch verdient werden und muss auch nicht erst bewiesen werden. (52, 53)
Die
Menschenrechte sind unantastbar, denn diese wohnen der menschlichen Person und
ihrer Würde inne. Folglich sind sie universal und unveräußerlich. (…) Das erste
dieser Menschenrechte ist das Recht auf Leben, von der Empfängnis bis zu seinem
natürlichen Ende, ohne das es unmöglich ist, irgendein anderes Recht auszuüben.
(55)
Es
reicht nicht aus, mit Worten zu bekräftigen, dass Männer und Frauen die gleiche
Würde und die gleichen Rechte haben; dies muss sich in konkreten Entscheidungen
niederschlagen, in den Gesetzen, im Zugang zu Arbeit, Bildung,
gesellschaftlichen und politischen Verantwortlichkeiten sowie in der Art, wie
die Gesellschaft den Beitrag der Frauen wahrnimmt und wertschätzt. (57)
(Das
Gemeinwohl) entspricht weder der Summe der Vorteile der Einzelnen noch der
Schnittmenge ihrer Partikularinteressen; es ist ein größeres Gut, das allen
gehört und das nur gemeinsam aufgebaut, vermehrt und bewahrt werden kann. (60)
„Es
ist eine Illusion zu glauben, dass es ausreiche, nach dem eigenen Fortschritt
zu streben, um zum Wohl aller beizutragen, ohne sich wirklich um andere kümmern
zu müssen. (61)“
Wenn
die Politik auf eine langfristige Perspektive verzichtet und sich auf
kurzfristige Kalküle oder sterile Polarisierungen beschränkt, dann verliert das
Sprechen über das Gemeinwohl an Glaubwürdigkeit und Ungleichheiten sowie
soziale Spaltungen nehmen zu. (63)
„Jeder
Versuch oder jedes Vorhaben, eine Nation auszulöschen oder zu unterwerfen, ist
zutiefst unmoralisch und daher inakzeptabel. (64)“
Zu
den Gütern, die universal für alle bestimmt sind, müssen wir heute auch die
neuen Formen des Eigentums zählen: Patente, Algorithmen, digitale Plattformen,
technologische Infrastrukturen, Daten. In einem Kontext, in dem der Reichtum
der Nationen immer mehr von Wissen und Technologien abhängt, entsteht ein neues
Ungleichgewicht, wenn diese Güter ohne angemessene Teilhabe und
Zugangsmöglichkeiten in den Händen weniger konzentriert bleiben… (67)
Bei
Entscheidungen, die Wirtschaftsströme und digitale Plattformen betreffen, wie
auch bei der Steuerung von Daten und Algorithmen darf man nicht zulassen, dass
wenige Akteure die Prozesse alleine lenken. (72)
Wir
sind einander nicht einfach nahe, sondern einander anvertraut, damit ein jeder,
soweit er kann, Verantwortung für das Leben und die Wunden des Bruders und der
Schwester übernimmt. Solidarität entsteht gerade dann, wenn wir beschließen,
dem, was unserem Nächsten widerfährt, nicht gleichgültig gegenüberzustehen…
(74)
Solidarität
verlangt, dass Entscheidungen in Bezug auf Daten, Algorithmen, Plattformen und
Künstliche Intelligenz nicht nur den unmittelbaren Vorteil einiger weniger
berücksichtigen, sondern auch die Auswirkungen auf die Gesamtheit der Völker
und auf künftige Generationen. (76)
Für
die christliche Gemeinschaft ist soziale Gerechtigkeit eine konkrete Form der
Nachfolge Jesu und der Treue zu seinem Evangelium (…), denn die Art, wie wir
uns den Geringsten nähern und mit ihnen umgehen, wird konkret zum Maßstab für
unsere Beziehung zu Gott und zu unseren Brüdern und Schwestern. (77)
„Soziale
Gerechtigkeit erkennt man an der Fähigkeit einer gesellschaftlichen,
wirtschaftlichen und politischen Ordnung, allen – und insbesondere den
Schwächsten – ein wahrhaft menschenwürdiges Leben zu ermöglichen, ohne dass
jemand zurückgelassen wird. (77)“
Eine
gerechte soziale Ordnung im digitalen Zeitalter ist eine, die allen einen
gleichberechtigten Zugang zu Chancen garantiert, die Jüngsten und die
Fragilsten schützt, Hass und Desinformation bekämpft und die Nutzung von Daten
und Technologien einer öffentlichen Kontrolle unterwirft, damit nicht der bloße
Profit zum Maßstab wird, sondern die Würde eines jeden Menschen und das Wohl
der Völker. (80)
Entwicklung
ist menschlich, wenn sie den Menschen und nicht die Anhäufung von Gütern in den
Mittelpunkt stellt und wenn sie auch die Völker betrifft, nicht bloß
Einzelpersonen. Gerechtigkeit verlangt die Anerkennung der sozialen Rechte und
der Rechte der Völker und schließt die Verantwortung gegenüber denen ein, die
nach uns kommen werden. Daher ist eine Entwicklung nicht menschlich, die den
Konsum einiger erhöht, indem sie Kosten und Schäden auf andere abwälzt, oder
die ganze Regionen auf untergeordnete Rollen festlegt und sie daran hindert,
ihr Potenzial zu entfalten. (83)
Es
ist kein wahrer Fortschritt, wenn der Wohlstand einiger weniger gesteigert
wird, während Ökosysteme zerstört, Kosten auf die schwächsten Gemeinschaften
abgewälzt oder die Lebensbedingungen derer beeinträchtigt werden, die nach uns
kommen. (84)
„Technologische
Innovationen – einschließlich der Künstlichen Intelligenz – sind nicht neutral:
Sie können Teilhabe und Gerechtigkeit fördern oder Ungleichheiten, Kontrolle
und Ausgrenzung verstärken. Deshalb müssen sie anhand einer entscheidenden
Frage bewertet werden: Tragen sie wirklich dazu bei, dass Menschen und Völker
an Menschlichkeit und Geschwisterlichkeit wachsen, im Respekt vor unserem
gemeinsamen Haus und den künftigen Generationen? (85)“
Gerechtigkeit
bedeutet im Inneren der Kirche, die Beziehungen und Strukturen von jenen
Verzerrungen zu befreien, die Ungleichheit, Undurchsichtigkeit und
Machtmissbrauch hervorrufen. In dieser Hinsicht gehört es wesentlich zu einem
Weg der Gerechtigkeit, dass den Opfern von geistlichem, wirtschaftlichem,
institutionellem, sexuellem Missbrauch, von Machtmissbrauch und Missbrauch des
Gewissens Gehör geschenkt wird; dies umfasst auch eine Anerkennung des
Schadens, gerechte Wiedergutmachung und Prävention. (89)
Wenn
technologische Entwicklung ohne eine angemessene ethische und soziale Reifung
voranschreitet, kann es geschehen, dass die Mittel mehr werden, ohne dass die
Menschlichkeit in gleichem Maße mitwächst. Das führt zu einem „Mehr-Haben“,
aber nicht zu einem „Mehr-Sein“… (94)
Sogenannte
Künstliche Intelligenzen machen keine Erfahrungen, besitzen keinen Leib,
empfinden weder Freude noch Schmerz, reifen nicht in Beziehungen, wissen nicht
von ihrem Inneren her, was Liebe, Arbeit, Freundschaft und Verantwortung
bedeutet. Sie haben auch kein moralisches Gewissen… (99)
Damit
KI die Menschenwürde achtet und wirklich dem Gemeinwohl dient, müssen die
Verantwortlichkeiten jederzeit klar sein: angefangen bei jenen, die die Systeme
entwerfen und trainieren, bis hin zu jenen, die sie nutzen und ihnen konkrete
Entscheidungen anvertrauen. (105)
„Wenn
man zur Vorsicht, zu strengen Kontrollen und manchmal auch zu einer
Verlangsamung bei der Einführung der KI aufruft, bedeutet das nicht, gegen den
Fortschritt zu sein, sondern eine verantwortungsvolle Sorge um die
Menschheitsfamilie zu zeigen. (106)“
Eine
moralischere KI nützt nichts, wenn diese Moral von wenigen bestimmt wird. Was
wir brauchen, ist eine Politik, die präsenter ist, die in der Lage ist, dort zu
bremsen, wo alles immer schneller wird, und die Räume zu schützen, in denen
Gemeinschaften noch mitwirken und Fragen stellen können. (107)
Wie
es bei jeder großen technologischen Wende der Fall ist, so neigt auch die KI
dazu, vor allem die Macht derjenigen zu stärken, die bereits über
wirtschaftliche Ressourcen, Kompetenzen und Zugang zu Daten verfügen. Unter dem
Gesichtspunkt des Gemeinwohls und der allgemeinen Bestimmung der Güter wirft
dieses Phänomen ernsthafte Bedenken auf: Kleine, sehr einflussreiche Gruppen
können Informationen und Konsum lenken, demokratische Prozesse konditionieren
und die wirtschaftliche Dynamik zu ihrem eigenen Vorteil beeinflussen. Dies
steht im Widerspruch zur sozialen Gerechtigkeit und Solidarität unter den
Völkern. (108)
KI
zu entwaffnen bedeutet, sie der Logik des bewaffneten Wettbewerbs zu entziehen,
der heute nicht mehr nur militärischer, sondern auch wirtschaftlicher und
kognitiver Natur ist. Bei diesem Wettrennen geht es um den leistungsfähigsten
Algorithmus und die größte Datenbank, um einen geopolitischen oder
kommerziellen Vorsprung gegenüber allen anderen zu festigen. Entwaffnen
bedeutet, diese Gleichsetzung von technischer Macht und dem Recht zu herrschen
aufzubrechen. Entwaffnen bedeutet nicht, auf die Technologie zu verzichten,
sondern zu verhindern, dass sie den Menschen zu beherrscht. (110)
„Technologische
Innovationen – einschließlich der Künstlichen Intelligenz – sind nicht neutral:
Sie können Teilhabe und Gerechtigkeit fördern oder Ungleichheiten, Kontrolle
und Ausgrenzung verstärken. Deshalb müssen sie anhand einer entscheidenden
Frage bewertet werden: Tragen sie wirklich dazu bei, dass Menschen und Völker
an Menschlichkeit und Geschwisterlichkeit wachsen, im Respekt vor unserem
gemeinsamen Haus und den künftigen Generationen? (85)“
Für
einen Algorithmus ist ein Fehler etwas, das korrigiert werden muss; für einen
Menschen kann er der Beginn einer tiefgreifenden Veränderung sein. Die Zukunft
eines Menschen ist nicht berechenbar. Sie ist seiner Freiheit anvertraut, die
durch die unerschöpfliche Gnade Gottes erhoben wird, sowie den Beziehungen, die
er pflegt. (128)
Die
schöpferische Vernunft des Menschen ist eine Gabe, die Leiden lindern und neue
Möglichkeiten eröffnen kann. Allerdings muss sie auf das Gemeinwohl, auf
Gerechtigkeit, auf die Sorge für die Schwachen und für die Schöpfung
ausgerichtet bleiben. In diesem Sinne besteht die wahre Alternative nicht
zwischen Begeisterung und Angst, sondern zwischen zwei Arten etwas aufzubauen:
zwischen einem Fortschritt, der den Menschen und den Völkern dient, oder einem
Fortschritt, der sie einer Logik der Macht unterwirft. (129)
Desinformation
hat nicht erst mit der KI begonnen, findet in ihr jedoch einen wirkungsvollen
Verstärker. Die Möglichkeit, Inhalte, Bilder und Videos zu manipulieren, setzt
die Bürger einseitigen oder irreführenden Sichtweisen aus. (132)
Diejenigen,
die über gewaltige technische und wirtschaftliche Ressourcen verfügen – und
damit auch über viele personelle Ressourcen, mit denen sie sich einbringen
können –, verfügen über eine beträchtliche Fähigkeit, kulturelle Veränderungen
herbeizuführen und letztlich eine bedeutende Zahl von Menschen zu beeinflussen:
hinsichtlich der Frage, was wahr ist in Bezug auf den Menschen und die Welt,
den Sinn des Lebens, die Familie und sogar Gott. Dies ist reine Macht ohne
Wahrheit, die anderen auf subtile oder offene Weise aufzwingt, was sie als wahr
ansehen sollen. (133)
Die
Suche nach der Wahrheit ist ein wesentlicher Bestandteil der Demokratie (…).
Wenn die Frage nach dem, was wahr ist, ihre Bedeutung verliert und an ihre
Stelle ein Pragmatismus tritt, der sich mit dem begnügt, was nützlich oder
wirksam zu sein scheint, wird das demokratische Leben schwächer. (134)
„Die
Wahrheit ist ein Gemeingut und nicht das Eigentum derer, die Macht oder
Sichtbarkeit besitzen. (137)“
Mit
Scham haben wir miterlebt, wie schmerzhafte Wahrheiten auch über Mitglieder der
Kirche und über kirchliche Wirklichkeiten ans Licht kamen. Insbesondere einige
Journalisten, denen die Wahrheit am Herzen liegt, haben eine wesentliche Rolle
dabei gespielt, Ungerechtigkeit und Missbrauch ans Licht zu bringen. (…)
Wachsamkeit und Transparenz sind jedoch in erster Linie eine schwerwiegende
Verantwortung der Kirche selbst, und wir dürfen nicht darauf warten, dass
andere uns zwingen, uns mit unbequemen Wahrheiten über uns selbst
auseinanderzusetzen. (138)
Die
Erziehung zum Umgang mit KI bedeutet daher auch, zu lernen, wann und wofür man
sie nicht einsetzen sollte. Die Geschwindigkeit und Leichtigkeit, mit der man
eine Antwort oder eine Zusammenfassung erhält, birgt die Gefahr, den Wunsch
nach dem Stellen von Fragen zu ersticken… (140)
Zu
früh über ein eigenes Mobiltelefon zu verfügen und es ohne Aufsicht durch
Erwachsene zu nutzen, kann junge Menschen noch verletzlicher werden lassen und
Abhängigkeiten fördern, indem sie Isolation, Mobbing und Cybermobbing
ausgesetzt werden und unter Druck geraten, intime Bilder oder sensible Daten
weiterzugeben. (141)
Die
Schule braucht nicht der Geschwindigkeit der digitalen Welt nachzujagen,
sondern sollte das anbieten, was die digitale Welt allein nicht geben kann:
gemeinsame Zeit für das Lernen und verlässliche Beziehungen. (147)
„Es
ist sicherlich wünschenswert, dass die Technologie den Menschen von einigen
besonders beschwerlichen, monotonen oder gefährlichen Tätigkeiten entlastet und
die menschliche Tätigkeit auf intelligente Weise unterstützt, doch muss der
Schutz der Arbeitsplätze und die unersetzliche Rolle des Menschen die
allgemeine Regel bleiben. Das Streben nach höheren Gewinnen kann keine
Entscheidungen rechtfertigen, die systematisch Arbeitsplätze opfern, weil der
Mensch Ziel und nicht Mittel ist… (152)“
In
diesem Wandel reicht es nicht aus, erst zu reagieren, wenn Arbeitsplätze
verschwinden. Es ist notwendig, den Wandel im Voraus zu gestalten. Ein
gangbarer Weg besteht zunächst darin, soziale Kriterien für Innovationen
festzulegen… (156)
Die
Risiken der neuen Technologien zeigen sich auf dem Arbeitsmarkt besonders
deutlich. Aus diesem Grund muss man sich vor Augen halten, dass wirtschaftliche
Freiheit nicht absolut ist, sondern stets am Gemeinwohl und an der Würde jedes
Menschen gemessen werden muss. (157)
Die
Erfahrungen der letzten Jahrzehnte zeigen, dass es in den Wirtschafts- und
Finanzkrisen stets die Armen sind, die den höchsten Preis zahlen, während sich
Theorien, die automatisches allgemeines Wohlergehen versprechen, häufig als
illusorisch erweisen. (158)
Zu
glauben, dass neue Technologien automatisch allen zugutekommen, bedeutet, eine
offensichtliche Tatsache zu ignorieren: Wenn nicht bereits bei der Konzeption
von Veränderungen die Vermeidung neuer und weiterer Ungleichheiten im
Vordergrund steht, führt der technologische Fortschritt automatisch zu
strukturellen Ungleichheiten. (161)
Das
Streben nach sozialer Gerechtigkeit sollte nicht als ein von der Schaffung von
Wohlstand getrenntes Thema betrachtet werden, als ob die Wirtschaft lediglich
Wohlstand schaffen und die Politik erst danach eingreifen sollte, um ihn zu
verteilen. Im Gegenteil: Die Gerechtigkeit betrifft alle Phasen der
Wirtschaftstätigkeit… (162)
„Wohlstand
trägt nur dann zum Aufbau und zur Festigung des Friedens bei, wenn er weit
verbreitet, inklusiv und nachhaltig ist. (162)“
Die
Familie ist ein fragiles soziales Gut, das unmittelbar von den wirtschaftlichen
und technologischen Umwälzungen betroffen ist, die die Arbeitswelt verändern
(…). Kurzfristig mag es vorteilhaft erscheinen, die Arbeitskosten zu senken
oder die finanzielle Effizienz zu maximieren, doch langfristig untergräbt dies
die Grundlagen des Zusammenlebens: Während technologische Erfolge gefeiert
werden, erodiert die Struktur der Gesellschaft nach und nach, wie wenn sie von
einem geräuschlosen Virus befallen wäre. (166)
Es
ist dringend erforderlich, einen Umgang mit Technologien zu fördern, der die
innere Freiheit stärkt: Erziehung zu digitaler Zurückhaltung, Schutz von
Minderjährigen und Bekämpfung von Modellen, die aus der Verletzlichkeit anderer
Nutzen ziehen. (170)
Körper
werden verletzt, verstümmelt und verbraucht, damit der Rechenfluss nicht zum
Stillstand kommt. (…) Der Kampf gegen die neuen Formen der Sklaverei ist eine
entscheidende Bewährungsprobe für das ethische Urteilsvermögen im Hinblick auf
KI und den digitalen Wandel. (173.174)
Es
ist unvermeidlich, tiefen Schmerz angesichts des enormen Leidens und der
Demütigung zu empfinden, die die Sklaverei für so viele Menschen bedeutete und
ein Gegensatz zu ihrer grenzenlosen und vom Herrn unendlich geliebten Würde
war. Dafür bitte ich im Namen der Kirche aufrichtig um Vergebung. (176)
In
unseren Tagen zeigt der Kolonialismus ein neues Gesicht. Er beherrscht nicht
mehr nur Körper, sondern eignet sich Daten an und verwandelt das persönliche
Leben in verwertbare Informationen. Ganze Gebiete, insbesondere jene mit
geringerer geopolitischer Bedeutung und größerer struktureller Anfälligkeit,
werden derzeit von einer neuen Logik der Ausbeutung durchzogen… (178)
„Wenn
die Technik zum absoluten Maßstab wird, läuft der Mensch Gefahr, als Daten, als
Rädchen in einer Maschine oder als Ware behandelt zu werden; wenn die Technik
hingegen im Rahmen eines weisheitlichen Horizonts angenommen wird, kann sie zu
einer Chance für Wachstum, Gerechtigkeit und Geschwisterlichkeit werden. (180)“
Wenn
wir die globalen Dynamiken betrachten, erkennen wir immer deutlicher die
Ausbreitung einer Kultur der Macht, die aus Polarisierung und Gewalt besteht.
(185)
Ohne
eine lebendige Erinnerung an die Schrecken des Krieges besteht die Gefahr, dass
politische Entscheidungen auf der Grundlage von Machtkalkülen getroffen werden,
ohne Weitblick für die langfristigen Folgen. (191)
Heute
ist es – unbeschadet des Rechts auf legitime Verteidigung, die im engsten Sinne
zu verstehen ist – wichtiger denn je, die Überwindung der Theorie des
„gerechten Krieges“ zu bekräftigen, die allzu oft herangezogen wird, um alle
möglichen Kriege zu rechtfertigen. (192)
Wir
dürfen die enormen wirtschaftlichen Interessen hinter dem Krieg nicht
ignorieren. Die Rüstungsindustrie und die Länder, die Waffen liefern,
profitieren von einem Markt, der gerade dank der Konflikte gedeiht. (193)
Es
ist viel einfacher, einen Krieg zu beginnen, als ihn zu beenden, und doch
spielt die Auseinandersetzung mit der Konfliktprävention nach wie vor eine
dramatisch untergeordnete Rolle. (195)
Es
existiert kein Algorithmus, der Krieg moralisch vertretbar machen könnte. KI
mindert nicht die dem bewaffneten Konflikt innewohnende Unmenschlichkeit; sie
kann ihn lediglich schneller und unpersönlicher machen, die Schwelle für den
Rückgriff auf Gewalt senken und Verteidigung in operative Vorhersage
verwandeln… (198)
„Jede
Technologie, die es einfacher macht, anzugreifen, ohne das Gesicht des anderen
zu sehen, senkt die moralische Schwelle des Konflikts. (199)“
Die
Stärke des Völkerrechts wird durch das vermeintliche „Recht des Stärkeren“
ersetzt, und seine Mittel – von den für Kriegsverbrechen zuständigen Gerichten
bis hin zu den Gerichten, die Streitigkeiten zwischen Staaten schlichten sollen
– werden oft umgangen oder geschwächt, was verheerende Folgen für die
politische Kultur und das Zusammenleben hat. (202)
Wir
leben in einer Zeit bemerkenswerter geistiger und kultureller Blindheit. Ein
falscher Pragmatismus ermutigt uns, die Wurzeln der Erinnerung zu kappen, als
ob es möglich wäre, eine Art „neue Schöpfung“ zu begründen, die von der
Vergangenheit losgelöst ist. (204)
Eine
Welt im permanenten Kriegszustand zu schaffen, ist ein Übel, und es ist bei
seinem Namen zu nennen. Diese Art, die Wirklichkeit, in der wir leben, zu
beschreiben, mag düster oder pessimistisch erscheinen, doch ich halte sie für
eine notwendige Mahnung. (210)
Wir
interpretieren die Gegenwart nicht als ein feststehendes Schicksal, sondern als
ein Feld, das der persönlichen und gemeinschaftlichen Umkehr offensteht. Und
wir glauben an die Kraft des Reiches Gottes, das sich aus einem winzigen
Senfkorn entwickelt, das, einmal gesät, sprießt und wächst (vgl. Mk 4,26–32).
Während uns der Lärm des Tumults umgibt, wächst das Gute in aller Stille aus
der Erde. (210)
Christen
sehen die Finsternis und benennen sie beim Namen, doch sie verharren nicht
dabei, sie zu betrachten: Sie kennen das Licht und wissen, dass die Finsternis
es nicht erfasst hat und es nicht besiegen kann (vgl. Joh 1,5). Aus diesem
Grund dienen sie dem Guten auch dort, wo der Schmerz das letzte Wort zu haben
scheint… (211)
„Die
Zivilisation der Liebe entsteht nicht aus einer einzigen, spektakulären Geste,
sondern aus der Summe kleiner und beharrlicher Taten der Treue, die als
Bollwerk gegen die Entmenschlichung dienen. (213)“
Wir
müssen alle eine Gewissenserforschung hinsichtlich der Worte, die wir
verwenden, der Vorurteile, von denen sie durchdrungen sind, und der offenen
oder versteckten Aggressivität, die in ihnen steckt, vornehmen. (214)
Es
gibt Situationen, in denen wir, um menschlich zu bleiben, unser Zögern ablegen
und Stellung beziehen müssen. Es gibt Konflikte, bei denen es nicht richtig
ist, neutral zu bleiben, und es nicht ausreicht, zu glauben, dass man „kein
Komplize ist“. Angesichts von Bombenangriffen auf Zivilisten, Angriffen auf
Krankenhäuser, Schulen oder lebenswichtige Infrastruktur sowie Gewalt, die
Kinder trifft, sehen wir uns mit Skandalen konfrontiert, die die Menschheit
selbst verwunden. Deshalb können wir nicht auf der Ebene von abstrakten
Analysen verharren. (216)
Diejenigen,
die den Namen Gottes benutzen, um Terrorismus, Gewalt oder Krieg zu
legitimieren, verraten sein Antlitz: Im Namen der Religion zu kämpfen bedeutet
in Wirklichkeit, die Religion selbst anzugreifen. (223)
Was
den Menschen rettet, ist die göttliche Liebe, die bis zum tiefsten Punkt seiner
Geschichte hinabreicht und sie von Grund auf erneuert. Daher lade ich als ein
Glaubender unter Glaubenden dazu ein, im Antlitz des Sohnes eine großartige
Menschlichkeit zu betrachten, die auch das Zeitalter der KI erhellt. (232,233)
Kein
noch so ausgeklügeltes Computersystem erschafft ein Herz, das sich hingibt,
oder ein Gewissen, das das Gute erkennt. Auch wenn die Maschinen in ihrer
Effizienz überragend sind, bleibt das Zentrum der Geschichte ein menschliches
Antlitz, das danach verlangt, angesehen zu werden. Dieses menschliche Antlitz
ist die Fülle, auf die die Geschichte zuläuft. (233)
„Die
Wahrheit, die wir nicht verlieren dürfen, ist die Wahrheit über Gott und über
den Menschen, wie Christus sie uns offenbart hat. Wir müssen eine
individualistische und technische Sicht auf den Menschen aufgeben, die so tut,
als bestünde die Wirklichkeit nur aus Materie, die man nach egoistischen
Interessen – sowohl einzelner als auch von Gruppen – formen kann. (237)“
Wir
alle müssen uns dazu erziehen, in der digitalen Welt menschlich zu bleiben.
Dies ist ein integraler Bestandteil der Erziehung zum Glauben und zu einem
guten Leben im Sinne des Evangeliums. Wir müssen uns dazu erziehen, die
digitale Welt als einen neuen Kontinent zu betrachten, dem das Evangelium zu
verkünden ist… (238)
Pflegen
wir Beziehungen! (…) Ich lade dazu ein, an Orten und Zeiten festzuhalten, wo
die physische Anwesenheit zählt: am gemeinsamen Tisch, an der christlichen
Gemeinschaft, die sich versammelt, am Besuch bei einsamen Menschen und am
Dienst an den Armen. (239)
(Wir
sollten) in der Zeit des digitalen Wandels keine resignierten Zuschauer
sozialer und kultureller Brüche sein, keine bloßen Kommentatoren der Ruinen,
sondern Frauen und Männer, die sich an die Baustellen der Geschichte begeben –
Forschungslabore, Technologieunternehmen, Schulen, Medien, Institutionen,
lokale Gemeinschaften –, um das wieder neu zu errichten, was zusammengebrochen
ist, und das zu schützen, was gefährdet ist. (241)
In
der demütigen Treue des Alltags kann auch das Zeitalter der KI zu einer Zeit
werden, in der der Heilige Geist die Zivilisation der Liebe in unserem Leben
zur Reife bringt. Der Herr macht weiterhin alles neu und hält jeder Epoche die
Möglichkeit offen, im Licht der Menschwerdung zu einer Geschichte des Heils zu
werden. (245) (vn 25)
Papst: „Künstliche Intelligenz muss
entwaffnet werden“
„Künstliche
Intelligenz muss entwaffnet werden“: Unter diese Maxime hat Papst Leo seine
erste Enzyklika „Magnifica humanitas. Über den Schutz des Menschen im Zeitalter
der Künstlichen Intelligenz“ gestellt, die an diesem Pfingstmontag im Vatikan
vorgestellt wurde. Dass der Papst dabei selbst anwesend war und sprach, ist
eine Premiere und verlieh der Präsentation besondere Aufmerksamkeit. Anne Preckel – Vatikanstadt
Seite
an Seite mit internationalen Fachleuten und den Kardinälen Parolin, Fernandez
und Czerny stellte der US-amerikanische Papst in der neuen Synodenaula im
Vatikan an diesem Montag, 25. Mai 2026, sein erstes universales Lehrschreiben
„Magnifica humanitas“ vor. Als Zuhörer waren viele Kurienmitarbeiter
gekommen, ebenso ausländische Diplomaten; außerdem waren auch Medienvertreter
vor Ort.
Menschheit
am Scheideweg
Künstliche
Intelligenz markiere einen Scheideweg der Menschheit, machte der Pontifex in
seiner Ansprache deutlich, und diesen Moment wolle die Kirche aktiv begleiten.
„Magnifica humanitas“ stehe in der Tradition seines Vorgängers Leo XIII. und
dessen wegweisender Sozialenzyklika „Rerum novarum“, in der der Begründer der
modernen katholischen Soziallehre die damalige Industrialisierung und deren
soziale Verwerfungen beschrieb. Wie damals Leo XIII. wolle auch er heute, so
Leo XIV., die KI-Auswirkungen „mit gläubigen Augen, klarem Verstand, Offenheit
für das Geheimnisvolle und dem Mitgefühl für die Armen betrachten“.
„Wie
schon Leo XIII. fühle ich mich berufen, einen weiteren gewaltigen Wandel mit
gläubigen Augen, klarem Verstand, Offenheit für das Geheimnisvolle und dem
Mitgefühl für die Armen und die Erde im Herzen zu betrachten.“
Chancen
und Missbrauch von KI - und ungehörte Stimmen
Die
Auswirkungen der Künstlichen Intelligenz sieht der Papst als „vielleicht noch
weitreichender“ als die der Industrialisierung. KI durchdringe heute viele
Lebensbereiche, beeinflusse Entscheidungen und verändere die Kriegsführung
„dramatisch“, zeigte sich Leo XIV. beunruhigt. Für seine Enzyklika habe er
Wissenschaftler, Ingenieure, Politiker, Eltern und Lehrer gehört, so der Papst
bei der Enzyklika-Vorstellung in der Synodenaula. Dabei habe er verstanden,
dass KI-Technologien „immenses Leid lindern“, aber auch „zutiefst
beunruhigende“ Folgen haben könnten.
Papst
Leo nannte einige von ihnen: „immer autonomere Waffensysteme, die praktisch
außerhalb jeglicher menschlichen Kontrolle liegen“ und „Algorithmen, die den
Zugang zu Gesundheitsversorgung, Beschäftigung und Sicherheit aufgrund von
Daten blockieren können, die von Vorurteilen und Ungerechtigkeit geprägt sind“.
Auch verwies er auf all jene Menschen, die im Zusammenhang mit KI „keine Stimme
haben, wenn Entscheidungen getroffen werden – Entscheidungen, die mit hoher
Wahrscheinlichkeit neue Formen der Ausgrenzung und des Leidens hervorrufen
werden“.
Parallele
zwischen KI und Kernenergie
Vor
diesem Hintergrund habe er ein „starkes Wort“ gewählt, um die gebührende
Aufmerksamkeit auf KI zu lenken und an die Gewissen zu appellieren, so Leo
XIV.: „Künstliche Intelligenz muss entwaffnet werden (...) befreit von Logiken,
die sie zu einem Instrument der Herrschaft, des Ausschlusses oder des Todes
machen.“ Der Papst zog an dieser Stelle eine Parallele zur Kernenergie, die bei
ihrem Missbrauch als Waffe das Potential hat, de facto die Menschheit
auszulöschen.
„Künstliche
Intelligenz muss entwaffnet werden... befreit von Logiken, die sie zu einem
Instrument der Herrschaft, des Ausschlusses oder des Todes machen.“
Wie
die Kernenergie dürfe auch KI nie ohne Gewissen genutzt werden: „Wie die
Kernenergie muss sie im Dienst aller und des Gemeinwohls stehen. Entscheidungen
über Technologie dürfen niemals von Gewissen und Verantwortung getrennt
werden.“ Wachsamkeit sei hier geboten, schärfte der Papst ein, denn KI bringe
den Frieden auch in Gefahr, weil sie Auswirkungen auf das menschliche
Urteilsvermögen habe. „Frieden, nicht bloß die Abwesenheit von Krieg, ist
gelebte Gerechtigkeit. Doch wenn Technologie unser kritisches Urteilsvermögen
schwächt, ist der Frieden selbst in Gefahr.“ Jede große technische Macht
brauche angemessene moralische Urteilsfähigkeit und öffentliche Kontrolle,
erinnerte Leo XIV. Deshalb brauche es auch bei der KI, ähnlich wie bei
Atomwaffen, Abrüstung.
„Baustelle
der Geschichte“ - was wollen wir aufbauen?
Neben
„Abrüstung“ gehe es zugleich um Aufbau, fuhr der Papst fort. Und er entwarf die
Vision einer Künstlichen Intelligenz, die dem menschlichen Leben in einer
ganzheitlichen Perspektive dient und die für Gemeinwohl, Inklusion und
Gerechtigkeit eingesetzt wird. In seiner Enzyklika erinnere er an den
biblischen Propheten Nehemia, der entmutigte Menschen vor den Trümmern
Jerusalems versammelte, damit jeder von ihnen seinen Teil zum Wiederaufbau
betragen konnte.
„Künstliche
Intelligenz kann eine Baustelle der Geschichte sein, die sich am Horizont der
Gemeinschaft orientiert und auf der der technische Fortschritt lernt, dem
menschlichen Leben zu dienen.“
„Nehemias
Wirken ist auch für unsere Zeit relevant. Künstliche Intelligenz kann eine
Baustelle der Geschichte sein, die sich am Horizont der Gemeinschaft orientiert
und auf der der technische Fortschritt lernt, dem menschlichen Leben zu
dienen“, betonte der Papst, der zu Sorgfalt aufrief und vor Leichtfertigkeit
warnte. „Jeder Baumeister soll sorgfältig überlegen, wie er baut“, zitierte er
den heiligen Paulus (1 Kor 3,10). „Er fürchtet nicht die Baustelle selbst,
sondern warnt davor, ohne festes Fundament zu bauen. Lasst uns Künstliche
Intelligenz nicht fürchten, sondern die Frage des Menschen stets im Blick
behalten. Wir dürfen mit unseren mächtigsten technischen Werkzeugen nicht
leichtfertig umgehen.“
„Lasst
uns Künstliche Intelligenz nicht fürchten, sondern die Frage des Menschen stets
im Blick behalten. Wir dürfen mit unseren mächtigsten technischen Werkzeugen
nicht leichtfertig umgehen“
Menschenwürde,
Ganzheitlichkeit und Inklusion
Papst
Leo betonte menschliche Würde und Ganzheitlichkeit: Wahre Entwicklung betreffe
jeden Menschen und den ganzen Menschen, zitierte er Papst Paul VI.. Niemand
dürfe „am Rande der digitalen Transformation“ zurückgelassen werden, und es
brauche bei KI einen ganzheitlichen Blick auf den Menschen. „,Ganzheitlich‘
bedeutet, dass niemand auf Produktivität, kognitive Leistung oder bloße Daten
reduziert werden darf. Der Mensch trägt eine Freiheit, eine Innerlichkeit und
eine Berufung zur Liebe und Anbetung in sich, die keine Maschine ersetzen oder
unterdrücken kann. Nur mit einer solchen ganzheitlichen Vision kann Künstliche
Intelligenz zum Wohle aller eingesetzt werden.“
„Der
Mensch trägt eine Freiheit, eine Innerlichkeit und eine Berufung zur Liebe und
Anbetung in sich, die keine Maschine ersetzen oder unterdrücken kann. Nur mit
einer solchen ganzheitlichen Vision kann künstliche Intelligenz zum Wohle aller
eingesetzt werden.“
Bei
KI müsse es darum gehen, die Zukunft der Menschheit gemeinsam zu gestalten und
dabei alle einzubeziehen, betonte der Papst, „Systementwickler und -nutzer,
reichere und ärmere Länder, Institutionen und Einzelpersonen, Machtzentren und
Peripherien“. Von der neuen Technologie sollten nicht nur „einige wenige
Privilegierte“ profitieren, sondern die gesamte Menschheit, es gehe um nicht
weniger als den Aufbau einer „Zivilisation der Liebe“, nutzte er einen Begriff,
den auch seine Vorgänger Paul VI. und Johannes Paul II. nutzten. Die
katholische Kirche könne hier einen essentiellen Beitrag leisten und wolle „in
Demut und Offenheit an den Gesprächen über Künstliche Intelligenz“ teilnehmen,
so Papst Leo.
Kirche
kann wesentlichen Beitrag leisten
„Wir
besitzen keine technischen Antworten und wollen auch nicht diejenigen ersetzen,
die über Fachwissen verfügen. Doch wir bringen eine Weisheit über den Menschen
mit, die unsere Zeit dringend braucht: Jeder Mensch ist einzigartig und
unersetzlich, ein freies und intelligentes Wesen mit Gewissen, fähig, Gott zu
suchen, einander zu dienen und für unser gemeinsames Haus Sorge zu tragen.
Deshalb lade ich alle Mitglieder der Kirche und der Menschheitsfamilie ein:
Lasst uns lernen, einander zuzuhören, den gegenwärtigen Herausforderungen mutig
zu begegnen und gemeinsam eine menschlichere und geschwisterlichere
Gesellschaft aufzubauen.“
Weitere
Redner
Es
sei ein „hoffnungsvolles Zeichen“ und verdeutliche zugleich den „Ernst der
Lage“, dass die Kirche die Papst-Enzyklika gemeinsam mit Vertretern der
KI-Branche und -Forschung vorstelle, sagte der Papst, der zu Wachsamkeit und
Hoffnung aufrief. Mit ihm stellten in der Synodenaula der Kanadier Christopher
Olah, Mitbegründer des US-amerikanischen KI-Unternehmens Anthropic, sowie
Theologinnen von zwei Kontinenten die Enzyklika vor: Anna Rowlands aus
Großbritannien und Leocadie Lushombo aus dem Kongo, die Expertinnen für
katholische Soziallehre und christliche Ethik sind. Von Vatikanseite aus
sprachen bei der Vorstellung am Montag Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin,
Glaubenspräfekt Kardinal Víctor Manuel Fernández und der Leiter der päpstlichen
Entwicklungsbehörde, Kardinal Michael Czerny.
Regeln
und Kontrolle
Das
Schreiben mit dem Titel „Magnifica humanitas. Über den Schutz des Menschen im
Zeitalter der Künstlichen Intelligenz“, war lange erwartet worden. Leo XIV.
unterzeichnete es bereits zehn Tage vor der offiziellen Vorstellung, am 15.
Mai. An jenem Tag hatte im Jahr 1891. Papst Leo XIII. seine
Enzyklika „Rerum novarum" unterzeichnet.
In
„Magnifica Humanitas“ fordert Papst Leo XIV. wertebasierte Regeln und
gesellschaftliche Kontrolle beim Einsatz von Künstlicher Intelligenz. Zwar sei
Technik an sich nicht menschenfeindlich; sie habe zu einer erheblichen
Verbesserung der Lebensbedingungen beigetragen. Zugleich habe „jede Phase des
Fortschritts auch die Ambivalenz von Werkzeugen offenbart, die in der Lage
sind, Schaden anzurichten, wenn sie nicht auf das Gute ausgerichtet sind“,
erinnert Papst Leo mit „Magnifica Humanitas“ (2026).
Zu
Beginn der Präsentation in der Synodanaula wurde an diesem Montag ein Film
eingespielt, der die technische Entwicklung der Menschheit bis ins Zeitalter
von KI und die Sicht der Päpste dazu Revue passieren ließ. (vn 25)
Pfingsten: Fragen und Antworten zum
Hochfest
Mit
Pfingsten begehen Christen neben Ostern und Weihnachten ihr wichtigstes
Hochfest. Diesmal ist der Pfingstsonntag am 24. Mai. Was genau steckt hinter
dem Namen und was feiern Christen weltweit zu Pfingsten? Mehr dazu hier.
Laut
der Apostelgeschichte ist der Pfingstsonntag der Tag, an dem der Heilige Geist
den Jüngern Jesu geschenkt wurde. Durch das „Pfingstwunder" konnten die
Jünger plötzlich in mehreren Sprachen reden und Jesu beauftragte sie, das
Evangelium zu verbreiten.
Biblisch
zurückgeführt wird das Fest auf den Bericht in der Apostelgeschichte, wo es
heißt, dass der Geist Gottes auf die nach dem Tod Jesu zum Wochenfest nach
Jerusalem zurückgekehrten Jünger herabkam: „Da kam plötzlich vom Himmel her ein
Brausen, wie wenn ein heftiger Sturm daherfährt, und erfüllte das ganze Haus,
in dem sie saßen. Und es erschienen ihnen Zungen wie von Feuer, die sich
verteilten; auf jeden von ihnen ließ sich eine nieder." Der Geist
befähigte die Jünger, wie es in Apg 2,4 heißt, „ in anderen Sprachen zu reden,
wie es der Geist ihnen eingab."
Die
Erzählelemente verweisen unmittelbar auf die alttestamentlichen Ereignisse am
Berg Sinai. Dadurch wird die enge Verbindung zu den jüdischen Wurzeln deutlich,
wie auch durch den Konnex zwischen dem pfingstlichen Sprachwunder und der
Sprachverwirrung beim Turmbau zu Babel im Alten Testament (Gen 11,1-9).
Das
Pfingstfest ist eines der ältesten und wichtigsten Feste des Christentums. Im
Mittelpunkt steht der Heilige Geist und der Auftrag, die an Christus Glaubenden
zu sammeln. Durch dieses Ereignis entwickelte sich eine Einheit der
Gläubigen, und es begründete somit die Kirche.
Was
bedeutet das Wort Pfingsten?
Das
Wort Pfingsten kommt vom griechischen Wort „Pentekoste", was auf die Zahl
50 verweist. Im Hintergrund steht die Berechnung des Termins für Pfingsten 50
Tage nach Ostern. Im Mittelpunkt des Festes steht die Sendung des Heiligen
Geistes, der zugleich die Initialzündung zur Gründung der Kirche als
Gemeinschaft aller an Christus Glaubenden darstellt. Die Bibel versteht den
Heiligen Geist als schöpferische Macht allen Lebens. Er ist nach kirchlicher
Lehre in die Welt gesandt, um Person, Wort und Werk Jesu Christi lebendig zu
erhalten.
Wie
wird der Termin für Pfingsten berechnet?
Der
Termin von Ostern wurde auf dem Konzil von Nicäa 325 n. Chr. auf den ersten
Sonntag nach dem Frühlingsvollmond festgelegt. Erst seit dem 4. Jahrhundert
gibt es am 40. Tag nach Ostern ein eigenes Fest „Christi Himmelfahrt". Das
Pfingstfest bezeichnet den 50. Tag nach Ostern, an dem die Jünger den Heiligen
Geist empfingen.
Pfingsten
in der Kunst
Dargestellt
wird das Pfingstwunder der Sendung des Heiligen Geistes oft in Form einer Taube
oder durch Feuerzungen, die auf die Menschen herabkommen. In ländlichen
Gebieten wird das Pfingstfest zugleich auch als Frühlingsfest begangen, bei dem
Häuser geweißt und Birkenzweige an Türen und Fenstern angebracht werden.
Pfingsten
in der Liturgie
Das
Pfingstfest wird seit dem Zweiten Vatikanischen Konzil (1962-65) als „achter
Ostersonntag", die Vollendung und Bestätigung von Ostern begangen. Es wird
durch die Pfingstnovene - ein neuntägiges Gebet - vorbereitet. Im
Stundengebet des Festes wird zur Vesper der Hymnus Veni creator Spiritus und in
der heiligen Messe die Pfingstsequenz gebetet oder gesungen. Beim Singen von
Veni creator Spiritus zu Pfingsten in einer Kirche oder öffentlichen Kapelle
kann ein vollkommener Ablass unter den gewöhnlichen Bedingungen erlangt werden.
(kap 24)
Papst am Pfingstsonntag: Der Sieg
der Allmacht der Liebe
An
Pfingsten endet die Osterzeit mit einer radikalen Botschaft: Der Auferstandene
bringt nicht Vergeltung, sondern Versöhnung. Seine Liebe überwindet die
verschlossenen Türen unserer Angst und schenkt der Welt ein neues Gesetz, das
die Logik von Gewalt und Zerstörung endgültig durchbricht. Daran erinnerte
Papst Leo bei der feierlichen Messe im Petersdom am Hochfest Pfingsten. Silvia
Kritzenberger – Vatikanstadt
Das
Hochfest Pfingsten markiert den Wendepunkt der Menschheitsgeschichte. Wo Angst,
Verrat und die lähmende Furcht vor dem Tod die Jünger im Abendmahlssaal
gefangen hielten, tritt der auferstandene Christus durch die verschlossenen
Türen ein. Und er zeigt nicht die Waffen des Triumphs, sondern die Wunden
seiner Kreuzigung.
„Veni,
Sancte Spiritus“: „Komm herab, Heiliger Geist“ sang die Schola bei der
Messfeier im Petersdom. Die Pfingstsequenz, die an die Herabkunft des Heiligen
Geistes im Abendmahlssaal von Jerusalem erinnert, hat am Pfingstsonntag ihren
festen liturgischen Platz. Vor dem Evangelium besingt sie den Trost, die Kraft
und die erneuernde Gegenwart des Geistes in der Kirche und im Leben der
Gläubigen.
In
seiner Predigt beschrieb der Papst den Geist, den der Auferstandene über die
Menschheit ausgießt, als Geist des Friedens, der Mission und der Wahrheit.
Wörtlich
sagte das Kirchenoberhaupt: „Durch seinen Tod und seine Auferstehung stiftet
Christus Frieden zwischen Gott und der Menschheit, und der Heilige Geist gießt
diesen Frieden in die Herzen ein und verbreitet ihn in der Welt. Dieser Friede
entspringt der Vergebung und führt uns zur Vergebung: Er beginnt mit der
Vergebung, die Jesus selbst schenkt, der von uns verraten, verurteilt und
gekreuzigt wurde.“
Der
Kodex des Friedens
Mit
Pfingsten werde also der Neue Bund besiegelt, der ein völlig neues Gesetz in
die Herzen der Menschen schreibe: den Kodex des Friedens, „das doppelte
Gebot der Liebe, an die uns der Heilige Geist mit jedem Herzschlag erinnert.“
Das
Brausen des Geistes verbindet alle Völker der Erde und überwindet die
Sprachlosigkeit der Feindschaft - und so lehre der Geist die Menschheit „das
Wort des Heils,“ betonte Papst Leo weiter.
Die
Verwandlung des weltlichen Chaos
„Wir
sehen deutlich, dass es Veränderungen gibt, die die Welt nicht erneuern,
sondern sie durch Irrtümer und Gewalt altern lassen,“ beklagte der Papst ein
Phänomen unserer Zeit. „Der Heilige Geist hingegen erleuchtet den Verstand und
weckt im Herzen neue Lebenskraft. Auf diese Weise verwandelt er die Geschichte
und öffnet sie für das Heil, das heißt für das Geschenk, das der einzige Herr
mit allen teilt. Die Sendung der Kirche bezeugt diese Teilhabe und verwandelt
das Chaos der Welt in Gemeinschaft mit Gott und untereinander.“
Einheit
in der Wahrheit
Unsere
Sendung beginne mit der Verkündigung der Wahrheit über Gott und den Menschen,
führte der Papst weiter aus. Der Geist erleuchte den Verstand und fördere die
Einheit in der Wahrheit, weil er in uns Verständnis, Eintracht und eine
kohärente Lebensweise wecke.
„Der
Paraklet bewahrt uns also vor allem, was dieses Einvernehmen behindert: vor
Parteilichkeit, Heuchelei und Moden, die das Licht des Evangeliums trüben. Die
Wahrheit, die Gott uns schenkt, bleibt auf diese Weise ein befreiendes Wort für
alle Völker, eine Botschaft, die jede Kultur von innen heraus verwandelt.“
Genau
deshalb seien wir Kirche, ein einziger Leib, der aus Gott lebe und der Welt
diene, betonte der Pontifex. Und so könnten wir „dank des Geistes allen den
wahren Frieden bringen, die rettende Wahrheit, nämlich Christus, den Herrn
selbst.“
„Der
Krieg wird nicht durch eine Supermacht gewonnen, sondern durch die Allmacht der
Liebe besiegt“
Papst
Leo schloss seine Predigt mit einem Denkanstoß, der in unserer von Kriegen
zerrissenen Welt eine ganz besondere Aktualität hat:
„Liebe
Brüder und Schwestern, lasst uns heute mit brennendem Herzen darum beten, dass
der Geist des Auferstandenen uns vom Übel des Krieges befreit, der nicht durch
eine Supermacht gewonnen, sondern durch die Allmacht der Liebe besiegt wird.
Beten wir darum, dass er die Menschheit vom Elend befreit, das nicht durch
unermesslichen Reichtum, sondern durch eine unerschöpfliche Gabe überwunden
wird. Bitten wir ihn, dass er uns durch die Erlösung, die allen Völkern im
Namen Jesu verkündet wurde, von der Wunde der Sünde heile. Dies ist die Gnade,
die den Aposteln Mut verleiht: Möge er ihn auch uns schenken, heute und
allezeit, auf die Fürsprache Marias, der Mutter der Kirche.“ Vn 24
Bischof Wilmer vor 1.
Papst-Enzyklika: Kirche muss KI begleiten
Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz (DBK), der Hildesheimer Bischof
Heiner Wilmer, hat sich zur 1. Enzyklika von Papst Leo XIV. geäußert, die der
Vatikan diesen Montag vorstellt. Das Schreiben könnte auf „eine
christlich-sozialethische Antwort auf den Digitalkapitalismus des 21.
Jahrhunderts im Sinne einer Orientierung für Wirtschaft, Politik und
Gesellschaft" abzielen, schreibt Bischof Wilmer in einem am Freitag
veröffentlichten Gastbeitrag für das „Handelsblatt".
Wilmer
beruft sich dabei auf die erste Ansprache des neuen Papstes an die Kardinäle
kurz nach seiner Wahl, in der er sich zu seiner Namenswahl äußerte und in der
er auf Papst Leo XIII. mit seiner berühmten Enzyklika „Rerum novarum"
während der ersten großen industriellen Revolution verwies.
„Man
spricht bereits jetzt von einer Weiterentwicklung der katholischen Soziallehre,
die ähnlich bedeutsam werden könnte wie die wirkmächtige erste Sozialenzyklika
,Rerum Novarum` von Papst Leo XIII. aus dem Jahr 1891. Damals reagierte Leo
XIII. auf die sozialen Verwerfungen angesichts der revolutionären Entwicklungen
der Industrialisierung: Fabrikarbeit, Ausbeutung, Kinderarbeit und die
Entstehung eines entfesselten Kapitalismus." Die katholische Kirche
setzte sich erstmals systematisch mit den Fragen moderner Wirtschaft und
sozialer Gerechtigkeit auseinander: Arbeiterrechte, gerechter Lohn und der
verantwortliche Umgang mit Privateigentum. In seinem Gastbeitrag für das
„Handelsbatt" führt der Vorsitzende der DBK aus:
„135
Jahre später stellen sich ähnliche Probleme in neuem Gewand: Wo einst
dampfbetriebene Maschinen die Arbeitswelt umwälzten, ist es heute
die Künstliche Intelligenz (KI). Nicht mehr Stahl und Kohle bilden die
Grundlage wirtschaftlicher Macht, sondern Daten, Algorithmen und digitale
Infrastrukturen." Bischof Wilmer beschreibt die Sorgen und Ängste in
Deutschland zum Einsatz von KI in Gesellschaft und Arbeitswelt, spricht aber
auch von KI „als positive Chance für den Alltag".
Die Transformation der Arbeitswelt durch die zunehmende Digitalisierung
werfe „nicht nur ökonomische, sondern zutiefst menschliche Fragen für
jeden Einzelnen und die Gesellschaft insgesamt im Raum", die die gesamte
Gesellschaft betreffen. Darauf werde das Papstschreiben mit dem Titel
„Magnifica humanitas“, wohl eingehen, so Bischof Wilmer: „Die Kirche
steht heute erneut vor der Aufgabe, gesellschaftlichen Wandel sozialethisch zu
begleiten und mitzugestalten. Was ,Rerum novarum` für das Industriezeitalter
war, könnte ,Magnifica humanitas` für das Zeitalter der Künstlichen Intelligenz
werden."
Die
erste Enzyklika von Papst Leo XIV. „Magnifica humanitas“ stellt der Vatikan am
Pfingstmontag, dem 25.5.2026 ab 11.15 vor - im Beisein von Papst Leo XIV.
Wir übertragen im Livestream mit deutscher Übersetzung. (handelsblatt 23)
Papst zum „Feuerland":
Umweltzerstörung viel zu lange ungestraft
Papst
Leo XIV. hat hartes Durchgreifen bei Umweltvergehen gefordert. Im italienischen
Acerra, bekannt auch als „Feuerland" aufgrund illegaler Müllverbrennung,
mahnte das katholische Kirchenoberhaupt: „Der Schrei der Schöpfung und der
Armen unter euch ist hier besonders dramatisch zu hören, aufgrund einer
tödlichen Mischung aus dunklen Interessen und Gleichgültigkeit gegenüber dem
Gemeinwohl, die das natürliche und soziale Umfeld vergiftet hat. Es ist ein
Schrei, der nach Umkehr ruft!" Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt
In
der Kathedrale von Acerra wurde Papst Leo XIV. mit Applaus empfangen. Zum
ersten Programmpunkt seiner Halbtagsvisite diesen Samstag unweit von Neapel
waren in der Kathedrale Bischöfe der Region Kampanien, Priester und Diakone,
Ordensmänner und - Frauen sowie Familien, die aufgrund der schweren
Umweltschäden in der Region Todesopfer zu beklagen hatten, versammelt. Acerra
liegt in einem als Feuerland „Terra dei fuochi“ bezeichneten Gebiet zwischen
Neapel und Caserta mit einer Fläche von etwa 11.000 km², das 90 Gemeinden mit
rund drei Millionen Einwohnern umfasst. Das Umweltdrama begann in den
1980er Jahren, als einige Industrielle aus dem Norden große Mengen giftiger
Abfälle entsorgen mussten. So gelangten für rund 30 Jahre hunderttausende
Tonnen giftiger Abfälle aus Industriebetrieben Norditaliens in einen Teil
dieses Gebiets. Der Bischof von Acerra, Antonio Di Donna, schilderte in
seinem Grußwort an den Papst die Hintergründe.
Zum
Hören: Papst Leo XIV. fordert hartes Durchgreifen bei Umweltvergehen. Der Papst
am 23.5.2026 im italienischen Acerra, bekannt auch als „Feuerland"
aufgrund illegaler Müllverbrennung (Audio-Beitrag für Radio Vatikan)
„Dahinter
standen korrupte Industrielle und die organisierte Kriminalität, die damit
großen Profit machten (...). Hinzu kam die Praxis der Müllentsorgung durch
einige Unternehmer kleinerer Betriebe, die schwarz arbeiten und ihre Abfälle
illegal entsorgen, indem sie sie auf unseren Feldern verbrennen. Daher kommt
der Begriff „Terra dei fuochi“ (Feuerland), der zu einem schändlichen Etikett
für unser Gebiet wurde und den Zusammenbruch der Landwirtschaft verursachte, da
die Bauern große Schwierigkeiten hatten, ihre Erzeugnisse zu verkaufen."
Allein in Acerra seien 150 Kinder und Jugendliche gestorben, „ohne die
Erwachsenen zu zählen und die Toten in anderen Orten des Gebiets“, so der
Bischof von Acerra. Zugleich prangerte der Bischof mangelndes Handeln der
Behörden an und rief dazu auf, dieser tödlichen und kriminellen Praxis endlich
ein Ende zu bereiten: „Gerade gestern kam die Nachricht von der Ablagerung
von Tonnen giftiger Abfälle im Gebiet von Caserta. Diesen unseren Brüdern, die
im Bösen verstrickt und von der Fata Morgana märchenhafter Gewinne gefangen
sind, sagen wir: Bekehrt euch! Ändert euren Weg, denn euer Tun ist nicht nur
eine Straftat, sondern eine Sünde, die zum Himmel schreit. Bekehrt euch."
„Bekehrt
euch! Ändert euren Weg, denn euer Tun ist nicht nur eine Straftat, sondern eine
Sünde, die zum Himmel schreit. Bekehrt euch“
Zum
Papst sagte der Bischof: „Wir bitten Sie um ein Wort des Trostes für die
Familien, die ihre Kinder verloren haben, Opfer der Umweltverschmutzung; um ein
Wort der Hoffnung für die Bevölkerung, die oft versucht ist, das Vertrauen zu
verlieren; schließlich um ein Wort der Ermutigung für diejenigen, die sich,
bisweilen auch um einen hohen Preis, für die Verteidigung des gemeinsamen
Hauses einsetzen. Und warum nicht auch um ein Wort ernster Mahnung an
jene, die weiterhin dieses Land vergiften." Das tat Papst Leo XIV. in
seiner Rede dann auch.
„Illegale
Abfallentsorgung durch Verbrennung auf unseren Feldern - so entstand der
Begriff „Terra dei fuochi“ (Feuerland)“
Umweltverschmutzung
viel zu lange ungestraft
Zunächst
erinerrte er jedoch daran, das schon Papst Franziskus, der im Jahr 2015 die
Umwelt- und Sozialenzyklika „Laudato Si" verfasst hatte und vorgehabt
hatte, Acerra zu besuchen.
„Gekommen,
um die Tränen derer zu sammeln, die geliebte Menschen verloren haben, getötet
durch die Umweltverschmutzung, die von skrupellosen Menschen und Organisationen
verursacht wurde, die viel zu lange ungestraft handeln konnten“
„Heute
wollen wir seinen Wunsch verwirklichen und das große Geschenk würdigen, das die
Enzyklika Laudato si’ für die Mission der Kirche in dieser Region
darstellt", erklärte Leo. „Ich bin vor allem gekommen, um die Tränen derer
zu sammeln, die geliebte Menschen verloren haben, getötet durch die
Umweltverschmutzung, die von skrupellosen Menschen und Organisationen
verursacht wurde, die viel zu lange ungestraft handeln konnten. Ich bin jedoch
auch hier, um denen zu danken, die auf das Böse mit Gutem geantwortet haben,
insbesondere einer Kirche, die es gewagt hat, Anklage zu erheben und
prophetisch zu sein, um das Volk in der Hoffnung zu versammeln", führte
der Papst weiter aus. Die Kirche vor Ort hatte damals Pionierarbeit geleistet,
um den Menschen zu helfen und ist weiter besonders im Umweltschutz aktiv. Leo
XIV. würdigte dieses Engagement ebenso, wie das Umweltschreiben „Laudato
Si" seines Vorgängers im Amt.
„Ich
bin jedoch auch hier, um denen zu danken, die auf das Böse mit Gutem
geantwortet haben, insbesondere einer Kirche, die es gewagt hat, Anklage zu
erheben und prophetisch zu sein, um das Volk in der Hoffnung zu versammeln“
Gleichgültigkeit
oder Verantwortung?
„Wir
leiden unter der Verwüstung, die ein wunderbares Ökosystem, Orte, Geschichten
und Erinnerungen zerstört hat. Angesichts dieser Realität gibt es zwei
Haltungen: Gleichgültigkeit oder Verantwortung. Ihr habt euch für die
Verantwortung entschieden und mit Gottes Hilfe einen Weg des Engagements und
der Suche nach Gerechtigkeit eingeschlagen."
Der
Papst erinnerte daran, dass er Acerra am Vorabend von Pfingsten besuchte und
erklärte, dass er bewusst eine Vision des Propheten Ezechiel ausgesucht habe -
nämlich die Vision von der Auferweckung Israels (Ez 37,1-2) um den Weg der
Kirche und der Menschen zu inspirieren. Dazu erläuterte er:
„Der
Tod scheint überall zu sein, die Ungerechtigkeit scheint gesiegt zu haben,
Kriminalität, Korruption und Gleichgültigkeit töten noch immer, das Gute
scheint verdorrt zu sein."
Feuer
der Liebe entfachen
Doch
Gott wisse, dass die Menschen und gleichsam auch Gebiete wie Feuerland,
„wieder aufstehen können, denn du selbst nimmst uns an der Hand. Du weißt, dass
unsere Wüste blühen kann. Du weißt, wie man Trauer in Freude verwandelt",
betonte der Papst. Er rief alle zu Zusammenarbeit, einer Absage an
Schwarzarbeit, guter Erziehung und einer gerechten Verteilung von Macht und
Reichtum sowie dem Respekt vor den Menschen und vor allen Geschöpfen auf.
„Nicht
mehr Feuer, das zerstört, sondern Feuer, das belebt und wärmt, das Feuer des
Geistes, das die Herzen und den Verstand von Tausenden und Abertausenden von
Männern und Frauen, von Kindern und Alten entzündet und zu Fürsorge, Trost,
Achtsamkeit und wahrer Liebe inspiriert“
„Können
diese Länder wieder aufleben? Seid ihr selbst die Antwort: Eine Gemeinschaft,
vereint im Glauben und im Engagement. Dann wird sich das Leben vermehren",
gab Papst Leo XIV. der katholischen Kirche und den Menschen in der als
Feuerland bekannten Region mit, die er zugleich aufrief, nicht anzuhalten,
sondern auf diesem Weg weiter zu gehen und das zerstörerische Feuer in der
Gegend umzuwandeln in positive Energie:
„Übt
als Erste die Gerechtigkeit, die ihr fordert, bezeugt das Leben, erzieht zur
Fürsorge“
„Brüder
und Schwestern, möge der Heilige Geist euch gewähren, ein ,Heer` des Friedens
zu sehen, das sich erhebt und die Wunden dieser Erde und ihrer Gemeinschaften
heilt. Nicht mehr Feuer, das zerstört, sondern Feuer, das belebt und wärmt, das
Feuer des Geistes, das die Herzen und den Verstand von Tausenden und
Abertausenden von Männern und Frauen, von Kindern und Alten entzündet und zu
Fürsorge, Trost, Achtsamkeit und wahrer Liebe inspiriert. Insbesondere ihr,
Familien, die der Tod getroffen hat, bringt neues Leben hervor, indem ihr euren
Söhnen und Töchtern, Enkeln und Nachbarn jenes Verantwortungsbewusstsein
vermittelt, das bisher allzu oft gefehlt hat. Lasst den Groll sterben, übt als
Erste die Gerechtigkeit, die ihr fordert, bezeugt das Leben, erzieht zur
Fürsorge."
„Es
gibt zwar eine Spiritualität der Orte, doch diese verdankt alles der
Spiritualität der Menschen. Die Veränderung der Welt beginnt nämlich immer im
Herzen“
Die
katholische Kirche vor Ort rief Papst Leo XIV. zum Dienen, zu Nähe zu den
Menschen und zur Vergebung auf. Er mahnte: „Eine Kultur der Privilegien, der
Überheblichkeit und der Rechenschaftslosigkeit muss überwunden werden, die
diesem Land ebenso wie vielen anderen Regionen Italiens und der Welt so viel
Leid zugefügt hat. Möge der Geist aus allen vier Himmelsrichtungen wehen und
neue Formen der Verkündigung, der Zusammenarbeit, der ökologischen und sozialen
Erneuerung inspirieren. Es gibt zwar eine Spiritualität der Orte, doch diese
verdankt alles der Spiritualität der Menschen. Die Veränderung der Welt beginnt
nämlich immer im Herzen."
Nach
der Rede des Papstes wurde ein gemeinsames Vaterunser gebetet; anschließend
grüßte Papst Leo XIV. noch einige der Familien, die aufgrund der schweren
Umweltschäden in der Region Todesopfer zu beklagen hatten, kurz
persönlich. (vn 23)
Papst fordert Umdenken in Acerra:
„Das Gemeinwohl vor Profit stellen“
Bei
seinem Pastoralbesuch in der von Umweltkriminalität gezeichneten
süditalienischen Stadt Acerra hat Papst Leo XIV. eine radikale ökologische und
wirtschaftliche Kehrtwende gefordert. Vor Bürgermeistern und Gläubigen
verurteilte er eine Politik der Profitgier sowie die Ausgrenzung Schwacher und
rief zu einem gemeinsamen, ethischen Handeln gegen die Zerstörung des
Gemeinwohls auf. Mario Galgano – Vatikanstadt
Am
Samstagvormittag ist Papst Leo XIV. im Rahmen seines Pastoralbesuchs in Acerra
mit den Bürgermeistern und Gläubigen der Gemeinden der sogenannten „Terra dei
fuochi“ (Feuerland) zusammengetroffen. Auf der Piazza Calipari würdigte er zu
Beginn seiner Ansprache die Bemühungen der Anwesenden und betonte die
Notwendigkeit, der Bedrohung des Lebens durch Umweltzerstörung mit Würde und
Verantwortung zu begegnen.
Zuvor
hatte das Kirchenoberhaupt im Dom von Acerra Angehörige von Opfern der
Umweltverschmutzung getroffen. Er erklärte, dass der Begriff „Terra dei fuochi“
zwar das Ausmaß der Kriminalität und der Gleichgültigkeit der vergangenen
Jahrzehnte verdeutlicht habe, jedoch dem verbliebenen Guten in der Region nicht
gerecht werde. In diesem Zusammenhang dankte er den kirchlichen Vertretern
sowie den Laien, die den synodalen Prozess und die Botschaft der Enzyklika
Laudato si’ aufgegriffen haben.
Absage
an Fatalismus und Gewinnmaximierung
Der
Papst rief die Bevölkerung und die Verantwortlichen dazu auf, sich von
Resignation, Kompromissen und Fatalismus zu befreien. „Das Gemeinwohl kommt vor
den Geschäften der Wenigen und vor den Parteiinteressen, seien sie klein oder
groß“, betonte er. Die Region habe bereits einen hohen Tribut an menschlichem
Leid gezahlt, weshalb nun die Zeit für ein neues Bündnis, ethisches Handeln und
ein aktives Erinnern gekommen sei.
„Das
Gemeinwohl kommt vor den Geschäften der Wenigen und vor den Parteiinteressen,
seien sie klein oder groß.“
Dabei
kritisierte das Kirchenoberhaupt das Fortbestehen des technokratischen
Paradigmas. Dieses sei die Ursache für globale Konflikte und die Jagd nach
Ressourcen. Es zeige sich dort, wo politische Institutionen gegenüber den
Starken zu schwach agieren und technologischer Fortschritt ausschließlich auf
die Gewinnmaximierung weniger abzielt, ohne Rücksicht auf den Menschen und
dessen Arbeit.
Priorität
für Bildung und gesellschaftlichen Zusammenhalt
Als
eine wesentliche Aufgabe für die Zukunft benannte der Papst die Bildung, die
sich an alle Generationen und gesellschaftlichen Schichten richten müsse. Ziel
sei ein Wandel der wirtschaftlichen, zivilen und religiösen Mentalität. Er
dankte den Umweltverbänden, die als Pioniere die Missstände frühzeitig
angezeigt hatten, und forderte eine kontinuierliche Wachsamkeit gegenüber
Praktiken, die Erde, Wasser und Luft vergiften. Ein weniger individualistisches
und konsumorientiertes Wachstumsmodell sei notwendig, um stattdessen soziale
Beziehungen und das Gemeinwohl zu stärken.
„Der
richtige Weg besteht darin, der Ausgrenzung entgegenzuwirken.“
Zum
Abschluss seiner Rede verknüpfte der Papst den Umweltschutz mit der Bekämpfung
sozialer Ausgrenzung. Am Beispiel der Brände am Stadtrand erläuterte er, dass
Marginalisierung stets Unsicherheit erzeuge. Der richtige Weg bestehe darin,
„der Ausgrenzung entgegenzuwirken, nicht den Ausgegrenzten, und die gesamte
Kette zu durchbrechen, anstatt nur das letzte Glied zu treffen“. Mit einem
Verweis auf das diesjährige Jubiläumsjahr des heiligen Franziskus erinnerte er
daran, dass der Frieden auf der Sorge für den Nächsten und der
Geschwisterlichkeit in einem gemeinsamen Haus berreht. (vn 23)
Bischof Wilmer ruft an Pfingsten zu
mehr Verständigung und Zusammenhalt auf
„Wir
gehören zusammen – als eine Menschheitsfamilie unter Gottes Geist“
„Pfingsten
ist der Moment, in dem Gott beginnt, die Welt zum Klingen zu bringen.“ – Mit
diesen Worten hat Bischof Dr. Heiner Wilmer, Vorsitzender der Deutschen
Bischofskonferenz, in seiner Predigt am Pfingstsonntag (24. Mai 2026) im
Hildesheimer Dom die verbindende Kraft des Heiligen Geistes in Kirche,
Gesellschaft und Weltgemeinschaft beschrieben. Dabei warb er für ein
Miteinander, das Vielfalt nicht als Bedrohung, sondern als Gabe verstehe.
Ausgehend
vom ersten Korintherbrief erinnerte Bischof Wilmer daran, dass Verschiedenheit
kein Hindernis, sondern eine Gabe Gottes sei. „Es gibt verschiedene
Gnadengaben, aber nur den einen Geist“, zitierte er den Apostel Paulus. Der
Heilige Geist wirke nicht als Kraft der Gleichmacherei, sondern ermögliche ein
fruchtbares Miteinander unterschiedlicher Stimmen und Perspektiven.
Mit
dem Bild eines Orchesters beschrieb er das Wesen christlicher Gemeinschaft. Wie
eine Sinfonie aus vielen Instrumenten entstehe, so brauche auch die Kirche die
Vielfalt ihrer Mitglieder. „Einheit ist nicht Gleichklang – Einheit ist
Zusammenklang“, sagte Bischof Wilmer. Eine Kirche, die nur eine Stimme dulde,
verliere ihre Weite; eine Gesellschaft, die Vielfalt fürchte, verliere ihre
Zukunft.
Mit
Blick auf gesellschaftliche Polarisierung, internationale Konflikte und globale
Ungerechtigkeit sprach sich der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz für
ein neues Bewusstsein gegenseitiger Verantwortung aus. „Weder Deutschland noch
Europa dürfen und können sich alleine retten. Wir sind keine Inseln. Wir sind
ein Leib“, betonte er. Krieg, Hunger und Ungerechtigkeit beträfen die gesamte
Menschheitsfamilie und erforderten gemeinsames Handeln.
Pfingsten
sei deshalb kein Wunder der Vereinheitlichung, sondern ein „Wunder der
Verständigung“. Der Geist Gottes ermögliche es, Unterschiede auszuhalten,
einander zuzuhören und Spannungen konstruktiv zu tragen. „Der Geist Gottes
schreit nicht – er verbindet. Er zwingt nicht – er bewegt. Er nivelliert nicht
– er verwandelt“, so Bischof Wilmer. Zum Abschluss seiner Predigt unterstrich
er die Hoffnungsperspektive des Pfingstfestes: „Wir sind viele – und doch ein
Leib. Wir sind verschieden – und doch vom einen Geist durchatmet. Und wir
gehören zusammen – als eine Menschheitsfamilie unter Gottes Geist.“ Dbk 23
Deutsche Bischofskonferenz
veröffentlicht Arbeitshilfe zu Ehrenamts- und Engagemententwicklung
„Stärkung
des Zusammenhalts und der Demokratie in der Gesellschaft“
Die
Deutsche Bischofskonferenz hat heute (22. Mai 2026) die Arbeitshilfe Engagement
als Zukunftskraft in Kirche und Gesellschaft veröffentlicht. Weihbischof
Matthäus Karrer (Rottenburg-Stuttgart), stellvertretender Vorsitzender der
Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz, konnte das Dokument bei
Gesprächen in Berlin im Bundespräsidialamt, im Bundeskanzleramt und im
Deutschen Bundestag überreichen. „Morgen findet der von Bundespräsident
Frank-Walter Steinmeier ausgerufene Ehrentag statt, an dem besonders das
ehrenamtliche Engagement zivilgesellschaftlicher und privater Gruppen gewürdigt
werden soll. Das ist ein guter Anlass, wenn wir als Deutsche Bischofskonferenz
mit dem neuen Dokument einen Anstoß für die Debatte geben wollen“, erläutert
Weihbischof Karrer, der federführend am Dokument mitgearbeitet hat.
„75
Prozent der Christinnen und Christen in Deutschland üben ein Ehrenamt in der
Zivilgesellschaft aus. Sie investieren Freizeit, Fähigkeiten und oft auch
finanzielle Ressourcen, um zu helfen und vor Ort zu unterstützen. Mit ihrem
Engagement tragen sie erheblich zur Stärkung des Zusammenhalts und der
Demokratie in der Gesellschaft bei. Sie bringen menschliche Nähe, Vielfalt und
Solidarität in unser Zusammenleben ein“, betont Weihbischof Karrer. Viel von
diesem Engagement habe man auf dem zurückliegenden Katholikentag in Würzburg
spüren können.
„Die
neue Arbeitshilfe will zum Verständnis und zur Wertschätzung von Ehrenamt und
Engagierten beitragen. Sie würdigt ausdrücklich den kirchlichen und
zivilgesellschaftlichen Einsatz und geht dabei auf die Schnittstellen zwischen
kirchlich Engagierten und der Gesellschaft ein“, erläutert Weihbischof Karrer.
Die Kirche verstehe sich dabei als weites Dach für Engagement, das sie fördern
und vernetzen wolle: „Das Dokument richtet sich an alle, die das Ehrenamt und
Engagierte in der Kirche und ihrem Sozialraum unterstützen und weiterentwickeln
wollen: Verantwortliche in Seelsorge und Caritas, in Gemeinden und
Gemeinschaften, Verbänden, Vereinen und Organisationen“, so Weihbischof Karrer.
Im
ersten Teil des Textes geht es um konkrete und erprobte Ansätze für die
Engagementförderung. Hier kommen Ehrenamtliche und solche, die Engagement
fördern, zu Wort. In einem weiteren Teil wird der Begriff Engagement in seiner
Vielfalt, aber auch mit seinen Herausforderungen sozialwissenschaftlich und
theologisch untersucht. Der dritte Teil benennt Rahmenbedingungen und
anstehende Aufgaben für die Zukunft von Engagement in Kirche und Gesellschaft.
Außerdem finden sich im Text umfangreiche Links und Literaturhinweise.
Empirisch
ist feststellbar, dass sich zunehmend mehr Menschen engagieren – aber sie tun
es weniger umfänglich und weniger in vorgegebenen Strukturen. Weihbischof
Karrer: „Die Arbeitshilfe wirbt für eine engagementfreundliche Kirche, die sich
in die säkulare Gesellschaft hinein öffnet für diejenigen, die bereits aktiv
sind oder es werden wollen. Es wird eine Kirche beschrieben, die nicht
Selbstzweck ist, sondern ‚Zeichen und Werkzeug‘ für das Wirken Gottes in den
Menschen und zum Heil der Menschen – dies jedoch nicht abstrakt, sondern
konkret im Sozialraum einer Pfarrei, in der säkularen Zivilgesellschaft, in der
die Kirche heute lebt.“ In diesem Sinn werbe der Text für ein engagiertes
Christsein, das sich als Hoffnungs- und Zukunftskraft auch für andere Engagierte
in der säkularen Gesellschaft erweist“, so Weihbischof Karrer. Dbk 3
Papst: Menschen im digitalen Wandel
unterstützen
Papst
Leo XIV. sieht die Kirche in der Pflicht, sich stärker für die Förderung von
Medien-, Informations- und KI-Kompetenz einzusetzen. Sie könne maßgeblich dazu
beitragen, „dass Menschen Fähigkeiten zu kritischem Denken erwerben und dass
Technologien zum Heil derer beitragen, die sie nutzen“, sagte das
Kirchenoberhaupt am Freitag im Vatikan. Birgit Pottler – Vatikanstadt
Leo
XIV. empfing international renommierte Medienwissenschaftler und -experten. Sie
hatten am Vortag an einem internationalen Kongress zur Künstlichen Intelligenz
teilgenommen, den das Dikasterium für Kommunikation anlässlich des 60. Welttags
der sozialen Kommunikationsmittel an der Päpstlichen Universität Urbaniana
ausgerichtet hatte. Fachleute aus Journalismus, Informatik, Bildung und Ethik
waren dort zusammengekommen, um über Medienkompetenz und digitale Bildung zu
beraten.
„Dies
ist ein Thema, das mir und der Kirche besonders am Herzen liegt“, sagte Leo
XIV. in der Audienz. Die Sorge der Kirche um die sozialen Kommunikationsmittel
sei aus ihrer universalen Sendung heraus zu verstehen. Das Zweite Vatikanische
Konzil erinnere im Dekret „Inter Mirifica“ daran, dass die Kirche „von
Christus, dem Herrn, gegründet wurde, um allen Menschen das Heil zu bringen,
und deshalb verpflichtet ist, das Evangelium zu verkünden“. Das vorrangige
Anliegen der Kirche sei und bleibe „das ewige Heil jedes Menschen“.
Herausforderung
nicht technologisch, sondern anthropologisch
Der
Papst verwies auf die tiefgreifenden Veränderungen durch digitale Technologien
und Künstliche Intelligenz. Medien, digitale Technologie und KI müssten so
genutzt und ausgerichtet werden, dass sie „in den echten Dienst der Menschheit“
gestellt würden. Zugleich warnte Leo XIV. vor einer Entwicklung, in der
Technologie auf Kosten der Menschenwürde vorangetrieben werde. Auch der
Schaden, der entstehen könne, wenn Chatbots und andere Technologien das
„Bedürfnis nach menschlichen Beziehungen“ ausnutzten, zeige, dass die
Gesellschaft eine „Verdunkelung des Sinns“ dafür erlebe, was Menschsein
bedeute.
Umso
dringlicher sei es, so der Papst, „das Verständnis für die wahre Bedeutung und
Größe des Menschen wiederzugewinnen, wie Gott ihn gewollt hat“. Die
Herausforderung der Gegenwart sei daher „nicht technologischer, sondern
anthropologischer“ Natur. Die in wenigen Tagen erscheinende Enzyklika solle
einen Beitrag dazu leisten, auf diese Herausforderung zu antworten.
Christus
als Maßstab für das Verständnis des Menschen
Nach
den Worten des Papstes kann die Kirche ihren Beitrag zur Debatte über digitale
Kommunikation nur aus dem Blick auf Christus heraus leisten. Nur durch die
Betrachtung Christi, des menschgewordenen Wortes, könne der Mensch „nicht nur
eine rechte Sicht auf Gott“ wiedergewinnen, sondern auch „die Wahrheit über den
Menschen“ verstehen lernen.
„Wir
müssen jede Dimension menschlichen Handelns erhellen“
„Aus
diesem Grund muss die wirkliche Bewahrung des Gesichts und der Stimme jedes
einzelnen Menschen notwendigerweise eine Begegnung mit dem einschließen, der
‚das Bild des unsichtbaren Gottes‘ ist und zugleich selbst der vollkommene
Mensch“, sagte Leo XIV. mit Verweis auf den Kolosserbrief.
Diese
Perspektive müsse auch die Diskussion über die Auswirkungen digitaler
Technologie und die Rolle der Kirche in der sozialen Kommunikation prägen. Die
Aufgabe sei nicht einfach, sagte der Papst, doch Christen seien berufen, „das
Licht Christi in die Welt zu tragen und jede Dimension menschlichen Handelns zu
erhellen“. Gerade bei einer Frage, die in der Gesellschaft so allgegenwärtig
sei, könne sich die Kirche dem nicht entziehen.
Sorge
um Kinder und Jugendliche
Besonders
besorgt zeigte sich Leo XIV. über die möglichen Folgen digitaler Technologie
und Künstlicher Intelligenz für Kinder und Jugendliche. Dabei gehe es nicht nur
um ihre körperliche und geistige Entwicklung, sondern auch um ihr „geistliches
Wohlergehen“.
„Wir
müssen Jugendliche lehren, den Gebrauch von Technologie in einen ganzheitlichen
christlichen Lebensstil zu integrieren“
Alle
Menschen, besonders aber die jungen, sollten „Maß und Zucht in ihrem Gebrauch“
solcher Technologien lernen, sagte der Papst unter Bezug auf „Inter Mirifica“.
Dafür brauche es die Begleitung von Eltern und Erziehern. Digitale Bildung
dürfe sich aus Sicht der Kirche jedoch nicht auf technische oder
medienpädagogische Fähigkeiten beschränken. Angesichts gegenwärtiger
Missverständnisse über Gott und den Menschen müsse sie auch „eine Erziehung zur
Wahrheit über Gott und den Menschen“ einschließen.
Gerade
junge Menschen seien offen für diese Wahrheit und auf der Suche nach dem Sinn
des Lebens. „Deshalb müssen wir ihnen helfen, dem lebendigen Christus zu
begegnen, und sie lehren, den Gebrauch von Technologie in einen ganzheitlichen
christlichen Lebensstil zu integrieren“, sagte Leo XIV.
Er
hoffe auf ein erneuertes „Vertrauen in die Technologie“: „als Frucht des
menschlichen Genies im Einklang mit Gottes schöpferischem Plan“. (vn 22)
Comece: Für eine Zukunft ohne
Populismus und Kriege
Papst
Leo XIV. hat diesen Donnerstag den Vorsitz der Kommission der
Bischofskonferenzen der Europäischen Union (Comece) in Audienz empfangen. Im
Mittelpunkt des Gesprächs stand unter anderem der Vorschlag, im Herbst 2027
eine neue Ausgabe des Dialogforums „(Re)Thinking Europe“ zu veranstalten.
Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt
Bischof
Mariano Crociata, Präsident der Comece, beschrieb die Begegnung als „sehr
herzlich, offen und direkt“. Er betonte die große Übereinstimmung zwischen der
Arbeit der Bischöfe und den Lehren sowie Initiativen des Papstes.
Dialog
und friedliches Zusammenleben
Für
Antoine Hérouard, Erzbischof von Dijon und erster Vizepräsident der Comece,
steht Europa „für Einheit und Frieden“. Ziel sei es, Bedingungen zu schaffen,
die Dialog und friedliches Zusammenleben fördern. „In dieser Hinsicht hat
Europa eine Vorbildfunktion für andere Länder - gerade in einer Zeit, die von
Kriegen in Europa und im Nahen Osten geprägt ist“, betonte Hérouard.
Migration
und Populismus
Kopenhagens
Bischof Czeslaw Kozon erinnerte daran, dass die katholische Kirche, vor allem
in den nordeuropäischen Ländern, größtenteils – in manchen Fällen sogar
überwiegend – aus Migranten bestehe, die nicht nur aus humanitären Gründen
aufgenommen würden, sondern auch, weil sie lebendiger Teil der Kirche seien.
Er beklagte, dass sie leider oft zu Sündenböcken gemacht würden, „zu
Feinden der Gesellschaft."
Herausforderungen
für die EU
Comece-Präsident
Crociata erinnerte daran, dass die EU als Friedensprojekt gegründet worden sei.
„Sie soll den Dialog zwischen Staaten fördern und den Multilateralismus
stärken, wie es der Papst betont“, sagte er. Gleichzeitig sehe die Comece, dass
die Rolle der EU durch Populismus und mangelnde Einheit geschwächt werde.
Der
Bischof unterstrich, dass die Prinzipien des Evangeliums und die Soziallehre
der Kirche bei aktuellen Herausforderungen Orientierung bieten. Politische
Bequemlichkeit dürfe dabei nicht zum Maßstab werden. Ziel sei es, Werte zu
fördern, die dem Menschen und einem vereinten Europa dienen.
Hintergrund
Die
neue Ausgabe des Diskussionsforums „(Re)Thinking Europe. Ein christlicher
Beitrag zur Zukunft des europäischen Projekts“ soll zehn Jahre nach der ersten
Veranstaltung dieser Art im Vatikan stattfinden. Ziel ist es, ein Forum für
Austausch und Reflexion über die aktuellen Herausforderungen Europas zu bieten.
(vn 21)
„Kirche sind wir alle“: Papst über
Leitung und Gemeinschaft
Was
Leiten in der Kirche bedeutet, hat Papst Leo an diesem Donnerstag vor
Verantwortlichen von Laienverbänden, kirchlichen Bewegungen und neuen
Gemeinschaften erklärt. Dabei hob er die Bedeutung des Zuhörens und der
Geschwisterlichkeit hervor und erinnerte an die weltkirchliche Einheit und
Autorität des Bischofs.
Bei
der Audienz im Vatikan wandte sich Leo XIV. an internationale Teilnehmer eines
Workshops zum Thema „Leitung einer kirchlichen Gemeinschaft“, den das
Dikasterium für die Laien, die Familie und das Leben organisiert hat.
Gabe
des Heiligen Geistes
Leitung
bedeute, für Sicherheit und Entwicklung einer Gemeinschaft Sorge zu tragen, so
der Papst grundsätzlich. In der Kirche sei Leiten eine „besondere Gabe des
Heiligen Geistes“, fuhr er fort. Er gab mehrere Hinweise dazu, wie die Ausübung
von Autorität in von Laien geführten, kirchlichen Gemeinschaften aussehen
sollte.
Sie
solle „zum Nutzen aller“ sein, um die jeweilige Gemeinschaft oder Vereinigung
zu fördern, so Papst Leo. Leitung „darf also niemals für persönliche Interessen
oder weltliche Formen von Prestige und Macht missbraucht werden“.
Frei
angenommen
Außerdem
müsse die über sie ausgeübte Autorität von der jeweiligen Gemeinschaft gewollt
und angenommen sein, betonte der Papst. Das bedeute, „dass sie niemals von oben
auferlegt werden darf, sondern ein in der Gemeinschaft erkennbares und frei
angenommenes Geschenk sein muss; daher die Bedeutung freier Wahlen, um sie
wirksam werden zu lassen“.
Auch
brauche es bei der Leitung Unterscheidungsvermögen – wie jedes Charisma
unterliege auch die Leitung kirchlicher Gemeinschaften „der Unterscheidung
durch die Hirten (…), die über die Echtheit und den geordneten Gebrauch der
Charismen wachen“, so Leo XIV.
Der
Papst nannte weitere Merkmale, die bei kirchlicher Leitung „immer vorhanden
sein müssen“: Gegenseitiges Zuhören, Mitverantwortung, Transparenz,
Geschwisterlichkeit und das gemeinschaftliche Unterscheiden. Gute Leitung
zeichne sich zudem durch Subsidiarität und die Förderung des
verantwortungsvollen Mitwirkens aller Mitglieder aus.
Zwischen
Tradition und Öffnung
Das
Gleichgewicht zwischen Bewahren und Verändern in kirchlichen Gemeinschaften sei
eine herausfordernde Aufgabe, so Papst Leo weiter. Die Leitenden müssten das
lebendige Erbe des Gründungscharisma, das wichtiger Bezugspunkt im Leben
kirchlicher Gemeinschaften sei, wahren. Zugleich müssten sie auf pastorale Nöte
und neue kulturelle, soziale und spirituelle Herausforderungen reagieren. Die
Balance zu halten zwischen Tradition und Öffnung mache kirchliche Leitung
„prophetisch“ und missionarisch, so Papst Leo.
„Nur
so kann man nämlich heute in der Gesellschaft und in der Kirche Christ, Jünger
und Missionar sein.“
„Nur
so kann man nämlich heute in der Gesellschaft und in der Kirche Christ, Jünger
und Missionar sein. Ein Teil der prophetischen Aufgabe der Leitenden besteht
daher darin, die Öffnung der Vereinigung oder Bewegung und jedes einzelnen
ihrer Mitglieder für die historischen Gegebenheiten zu fördern. Die
Zugehörigkeit ist nämlich dann authentisch und fruchtbar, wenn sie sich nicht
in der Teilnahme an gruppeninternen Aktivitäten erschöpft, sondern die Zeichen
der Zeit deutet und sich nach außen richtet, indem sie sich an alle wendet, an
die Kultur der Zeit und an noch unerforschte Missionsfelder.“
Toleranz
und Souveränität
Leitende
müssten „ein besonderes Gespür für die Bewahrung, das Wachstum und die
Festigung der Gemeinschaft entwickeln“, betonte der Papst weiter, das gelte für
die jeweilige Bewegung als auch die Kirche insgesamt. Dafür brauche es Toleranz
gegenüber Vielfalt und Souveränität.
„Wer
in der Kirche eine Leitungsaufgabe wahrnimmt, muss lernen, unterschiedliche
Meinungen, unterschiedliche kulturelle und spirituelle Ausrichtungen sowie
unterschiedliche persönliche Temperamente anzuhören und anzunehmen, wobei er
stets bestrebt sein muss, vor allem bei notwendigen und oft schwer zu
treffenden Entscheidungen das übergeordnete Wohl der Gemeinschaft zu wahren.
Dies erfordert ein Zeugnis der Sanftmut, der Losgelöstheit und der selbstlosen
Liebe zu den Brüdern und zur Gemeinschaft, das allen ein Vorbild ist.“
„Dies
erfordert ein Zeugnis der Sanftmut, der Losgelöstheit und der selbstlosen Liebe
zu den Brüdern und zur Gemeinschaft, das allen ein Vorbild ist.“
Immer
in Gemeinschaft mit Gesamtkirche
Außerdem
entscheidend sei der Sinn fürs kirchliche Ganze, die „Gemeinschaft mit der
gesamten Kirche“, ergänzte der Papst, der hier eine Passage zum vorbereiteten
Redetext einfügte. „Oft begegnen wir Gruppen, die sich in sich selbst
verschließen und glauben, ihre spezifische Realität sei die einzige oder sogar
die Kirche selbst – doch die Kirche, das sind wir alle und noch viel mehr!
Deshalb müssen unsere Bewegungen wirklich danach streben, in Gemeinschaft mit
der gesamten Kirche zu leben.“
„Wir
müssen versuchen, in Gemeinschaft mit der ganzen Kirche zu leben, sowohl auf
Diözesanebene als auch auf universaler Ebene.“
Auf
diözesaner Ebene bedeute dies, dass der Bischof „eine sehr wichtige
Bezugsperson“ sei. „Wenn eine Gruppe sagt: ,Nein, mit diesem Bischof stehen wir
nicht in Gemeinschaft, wir wollen einen anderen…‘, tut uns das leid“, fuhr Leo
fort. „Wir müssen versuchen, in Gemeinschaft mit der ganzen Kirche zu leben,
sowohl auf Diözesanebene als auch auf universaler Ebene.“ (vn 21)
Generalaudienz: Die Liturgie, Herz
und Quelle des kirchlichen Lebens
Die
Liturgie ist mehr als Riten, Symbole und Gesten: Sie ist konkrete Begegnung mit
Christus, die Gemeinschaft schafft, und die Gläubigen befähigt, den Glauben
konkret im Alltag zu leben. Das betonte Papst Leo bei der Fortsetzung seiner
aktuellen Katechesenreihe, in der er die Lehrschreiben des Zweiten
Vatikanischen Konzils in den Blick nimmt. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt
Seit
Januar dieses Jahres lädt Papst Leo dazu ein, die Dokumente des Zweiten
Vatikanischen Konzils wiederzuentdecken. Die vor mehr als 60 Jahren in Rom
abgehaltene Bischofversammlung gilt als das bedeutendste kirchenpolitische
Ereignis des 20. Jahrhunderts und hat als prophetischer Wegweiser für die
Kirche in einer globalisierten Welt zeitlose Bedeutung. Nach dem Lehrschreiben
„Lumen Gentium", um das es bei den vorigen Generalaudienzen ging, startete
der Papst heute eine neue Vertiefung zur Konstitution „Sacrosanctum
Concilium", das erste vom Zweiten Vatikanischen Konzil verkündete
Dokument.
Neue
Vertiefung zur Konstitution „Sacrosanctum Concilium"
„Mit
der Ausarbeitung dieser Konstitution wollten die Konzilsväter nicht nur eine
Reform der Riten in Angriff nehmen, sondern die Kirche dazu führen, jene
lebendige Verbindung zu betrachten und zu vertiefen, die sie ausmacht und
vereint: das Geheimnis Christi,” leitete der Papst seine Überlegungen zu dem
Lehrschreiben ein, das die Liturgie ins Zentrum rückt und das Datum des 3.
Dezember 1963 trägt.
Die
Liturgie sei Raum, Zeit und Kontext, in dem die Kirche „von Christus ihr
eigenes Leben empfängt,“ betonte der Papst. Durch die Feier von Leiden, Tod,
Auferstehung und Verherrlichung Christi werde die „in Christi Namen versammelte
Gemeinde in das Ostergeheimnis eingetaucht,“ und diese Gemeinschaft werde in
der Liturgie „durch die Riten und Gebete“ verwirklicht.
„Die
Ritualität der Kirche drückt ihren Glauben aus – gemäß dem berühmten Wort: lex
orandi, lex credendi – und prägt zugleich die kirchliche Identität: das
verkündete Wort, die Feier des Sakraments, die Gesten, die Stille, der Raum –
all dies repräsentiert und formt das vom Vater versammelte Volk, den Leib
Christi, den Tempel des Heiligen Geistes. Jede Feier wird so zu einer wahren
Offenbarung der betenden Kirche,“ zitierte der Papst den heiligen Johannes Paul
II. (Apostolisches Schreiben Vicesimus quintus annus, 9).
Gefeierte
Gegenwart Gottes in konkretes Handeln verwandeln
Die
Teilnahme der Gläubigen an der Liturgie sei dabei weder rein äußerlich noch nur
innerlich; sie umfasse beides und ziele darauf ab, die gefeierte Gegenwart
Gottes in konkretes Handeln zu verwandeln: Ein christliches Dasein müsse also
ein „lebendiges, heiliges und Gott wohlgefälliges Opfer“ sein, betonte der
Papst. So beschränke sich ja auch das Wirken der Kirche nicht allein auf die
Liturgie, sondern umfasse auch die Verkündigung, den Dienst an den Armen und
die Begleitung der menschlichen Lebensrealitäten.
„Liebe
Brüder und Schwestern, lassen wir uns innerlich von den Riten, den Symbolen,
den Gesten und vor allem von der lebendigen Gegenwart Christi in der Liturgie
formen, die wir in den kommenden Katechesen noch vertiefen werden“
Wörtlich
sagte der Papst: „Auf diese Weise ,erzieht die Liturgie täglich diejenigen, die
in der Kirche als heiliger Tempel im Herrn stehen`, und bildet eine
Gemeinschaft, die offen und einladend für alle ist. Sie wird nämlich vom
Heiligen Geist bewohnt, führt uns in das Leben Christi ein, macht uns zu seinem
Leib und stellt in all ihren Dimensionen ein Zeichen der Einheit der ganzen
Menschheit in Christus dar.“
Abschließend
gab der Papst seinen Zuhörern noch folgenden Denkanstoß: „Liebe Brüder und
Schwestern, lassen wir uns innerlich von den Riten, den Symbolen, den Gesten
und vor allem von der lebendigen Gegenwart Christi in der Liturgie formen, die
wir in den kommenden Katechesen noch vertiefen werden.“ (vn 20)
Bischof von Assisi fordert
Schuldenerlass für arme Länder
Der
heilige Franz von Assisi ist für sein Leben in Armut und seinen Einsatz für
Arme bekannt. 1206 hat der reiche Kaufmannssohn in Assisi seine Kleider und
Besitztümer weggegeben und sich der Armut und einem Leben nach dem Evangelium
verschrieben. Daran erinnert dort das so genannte Heiligtum der Entkleidung
(Santuario della Spogliazione). Genau da hat nun der Bischof von Assisi, Felice
Accrocca, einen Schuldenerlass für arme Länder gefordert. Eugenio Bonanata und
Stefanie Stahlhofen – Vatikanstadt
„Geld
macht nicht glücklich, aber es könnte die Probleme vieler Leute erleichtern,
wenn sich das Geld nicht in den Händen einiger weniger konzentrieren würde und
so ein Ungleichgewicht zwischen den Menschen schafft", stellt Bischof
Felice Accrocca im Interview mit den vatikanischen Medien fest. Er ist der neue
Bischof von Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino und Foligno: Im März hat er sein
Amt angetreten, und am zurückliegenden Wochenende hat er somit erstmals in
Assisi die Feierlichkeiten geleitet, die im Heiligtum der Entkleidung daran
erinnern, wie Franz von Assisi sein Leben radikal änderte.
Im
Bischofshaus hat der große italienische Heilige sich damals in einer
dramatischen Geste all seiner Kleider entledigt - als Zeichen dafür, dass er
künftig auf alle weltlichen Güter verzichten wollte um sich ganz Gott und den
Menschen, vor allem den Bedürftigsten zu widmen. Eine ähnlich einschneidende
Aktion wünscht sich der neue Bischof von Assisi auch für die heutige Zeit:
„Ich
spüre, dass Franziskus der heutigen Welt viel zu sagen hat“
„Ich
spüre, dass Franziskus der heutigen Welt viel zu sagen hat. Das denke ich schon
immer, aber angesichts der aktuellen Weltlage spüre ich, dass er auf noch
dramatischere Weise wieder aktuell wird. (...) Vergebung bedeutet einen
Nachlass der Schuld und man könnte vielen Ländern, die von der Schuldenlast
erdrückt werden, die Schulden erlassen. Arme Länder, die Schulden haben. Das
haben die Päpste, etwa Johannes Paul II., bereits zum heiligen Jahr 2000,
gefordert", erinnert der Bischof von Assisi. Papst Franziskus bekräftigte
die Forderung nach einem Schuldenerlass für arme Länder zum heiligen Jahr
2025/2026.
„Man
könnte vielen Ländern, die von der Schuldenlast erdrückt werden, die Schulden
erlassen“
„Man
hat also wieder über das Thema geredet, aber mir scheint, es hieß sparen,
sparen und irgendwie sind die Leute dann darüber hinweggeglitten, obwohl das
eine interessante Frage ist, die man vertiefen sollte und die positive
Ergebnisse bringen könnte", mahnt Bischof Accrocca zum Thema
Schuldenerlass für arme Länder. Und während Schuldenerlasse kein Thema zu sein
scheinen, werden immer mehr Gelder für Waffen bereitgestellt, kritisiert der
Bischof von Assisi:
„Inzwischen
juckt es kaum mehr wen, wenn gesagt wird: Wir müssen die Ausgaben für Waffen
erhöhen. Das erscheint mir sehr gefährlich und auch ungerecht. Franz von Assisi
schlägt uns eine radikale Alternative zu diesem Denkmodell vor, denn er geht
davon aus, dass alle Menschen Geschwister sind und ihnen durch Gott die Schuld
vergeben wird. Wenn alle Menschen Geschwister sind, sind sie alle gleich und
haben die gleichen Rechte und Pflichten. Und unter Geschwistern, in einer
Familie, gibt es keine reicheren und ärmeren, alle sind auf der gleichen
Ebene."
„Inzwischen
juckt es kaum mehr wen, wenn gesagt wird:, Wir müssen die Ausgaben für Waffen
erhöhen.`Das erscheint mir sehr gefährlich und auch ungerecht“
Der
Bischof stellt klar, dass es hier nicht darum gehe, Vielfalt zu verlieren,
sondern einfach allen die gleichen Grundvoraussetzungen zu garantieren:
„Es
bedeutet, dass alle die gleiche Startposition haben und nicht, dass einige
sozusagen schon 100 Meter voraus starten." Positiv sieht der Bischof von
Assisi, dass in dem Wallfahrtsort unter dem Motto „Economy of
Francesco" regelmäßig Treffen von Wirtschaftsexperten, Forschern und
Jungunternehmern stattfinden:
„Es
gibt Ideen einer Wirtschaft, die von der Vision Franz von Assisis ausgehen und
ich denke, dass sie ermutigt und unterstützt werden müssen. Etwa in dem Sinne,
dass junge Studierende, die teils in ärmeren Ländern sind, Stipendien bekommen
oder bezahlte Forschungsaufenthalte, um die Samen, die hier gesät werden, zu
nähren."
„Assisi,
diese engelsgleiche Stadt, ist besonders dazu berufen, sich durch noch stärkere
Projekte der Liebe von anderen zu unterscheiden“
Dem
Bischof von Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino und Foligno ist ebenso wichtig,
dass auch sein Bistum und der Franziskanerorden als gutes Beispiel vorangehen:
„Ich
sehe mich als Bischof auch in der Pflicht, mich für gewisse Ideen stark zu
machen und sie in der Diözese zu verankern. Ich halte es auch für wichtig, dass
sich die franziskanische Welt hier koordiniert, auf
organisatorisch-administrativer Ebene, um Projekte auszuarbeiten, und
Vorschläge zu diesen Themen und zum Thema Frieden zu machen. Assisi, diese
engelsgleiche Stadt, ist besonders dazu berufen, sich durch noch stärkere
Projekte der Liebe von anderen zu unterscheiden." (vn 19)
Mattarella an Leo XIV: „Ihre
Friedensappelle rütteln Herzen wach“
Ein
Jahr nach Beginn seines Petrusdienstes hat der italienische Staatspräsident
Sergio Mattarella Leo XIV. zum Pontifikatsjubiläum gratuliert. In seiner
Botschaft würdigt er besonders die wiederholten Aufrufe des Papstes zu
gesellschaftlichem Zusammenhalt, Verantwortung gegenüber der Gemeinschaft und
Respekt vor den Mitmenschen.
Angesichts
der zunehmenden Willkür und Gewalt sei der Aufruf Leos XIV., den Frieden als
„ein schwieriges, aber mögliches Gut“ zu betrachten, eine konkrete Inspiration
für das tägliche Handeln. Seine wiederholten Appelle, „dass die Waffen
schweigen und Gerechtigkeit und Dialog überall wieder der Vorrang gegeben
werden soll“, machten Hoffnung und stärkten all jene, die beunruhigt seien über
die „Leichtfertigkeit, mit der heutzutage mit Krieg gedroht und Krieg bisweilen
auch geführt wird – mit tragischen Folgen und einem unannehmbaren Verlust an
Menschenleben“. Das schreibt der italienische Staatspräsident zum ersten
Jahrestag des Pontifikatsbeginns an Papst Leo XIV. Im Namen des italienischen
Volkes übermittelt Mattarella dem Kirchenoberhaupt „zu diesem freudigen Anlass
die herzlichsten Glückwünsche“.
Besonders
hervorgehoben wird in dem Schreiben der Friedensappell, den der 266. Nachfolger
Petri in seiner ersten öffentlichen Ansprache an die Welt gerichtet hat. Dieser
halle „weiter in der ganzen Welt nach“ und erreiche „Herz und Verstand aller
Menschen – auch jener, die von Egoismus und Eitelkeit verblendet scheinen“.
Das
italienische Staatsoberhaupt erinnert in seiner Botschaft besonders an die
jüngste Apostolische Reise des Papstes nach Afrika: „ein bedeutendes Zeugnis
pastoraler Nähe, das den jungen Menschen und den Führungseliten dieser
wunderbaren Länder klare Botschaften über die Bedeutung eines kooperativen und
entwicklungsorientierten Zusammenlebens sowie über die Notwendigkeit, in
Bildung und Ausbildung zu investieren, übermittelt hat“, und „den Einsatz jedes
Einzelnen zum Wohle der Gemeinschaft und im Respekt vor dem Nächsten“ angemahnt
habe. Praktisch gesehen seien dies „Impulse für eine ‚strategische Entscheidung
für den Frieden‘ und für den kompromisslosen Schutz der Menschenwürde“.
Mattarella
betont, dass „diese unaufhörlichen Appelle uns auch weiter darauf vertrauen
lassen, dass die heutige Generation in der Lage ist, die gewaltigen
Herausforderungen der Gegenwart zu bewältigen.“ Die Botschaft schließt mit
einem Dank an Papst Leo XIV. „für seine Bekundungen der Verbundenheit mit dem
italienischen Volk“. Vn 19
Papst: „Gott lässt die Wünsche
nicht unerfüllt, die er selbst ins Herz gelegt hat“
Mit
bemerkenswert offenen Worten hat Papst Leo in der Zeitschrift „Piazza San
Pietro“ den Leserbrief eines kalabrischen Abiturienten beantwortet – und damit
ein Zeichen für Nähe, Dialog und Menschlichkeit in schweren Zeiten gesetzt. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt
„Lieber
Pietro, ich habe deinen Brief mit großer Rührung gelesen. Darin erkenne ich das
Herz eines jungen Menschen, der sich nicht mit dem Erreichten zufriedengibt und
sein Leben ernst nimmt. Ich möchte dir zunächst etwas sagen, das vor allem
anderen kommt: Du wirst von Jesus geliebt. Nicht auf abstrakte Weise, sondern
ganz persönlich, so wie du heute bist: mit deinen Fragen und Träumen, deinen
Ängsten und Sehnsüchten. Diese Liebe geht dir voraus und wird dich immer
begleiten; sie hängt weder von den Entscheidungen ab, die du triffst, noch von
den Wegen, die du einschlägst.“ Das schreibt Leo dem 18jährigen Pietro aus
Reggio Calabria, der sich mit Fragen zu Glaubenszweifeln, gesellschaftlicher
Spaltung und persönlicher Unsicherheit an das katholische Kirchenoberhaupt
gewandt hat – Themen, die heute viele junge Menschen beschäftigen.
Was
echt ist, geht nicht verloren
Bezüglich
der Angst vor den Veränderungen, die die nun beginnende Studentenzeit für
Pietro bringen wird, rät ihm Papst Leo, den Blick auf Jesus zu richten: „Der
Herr hat echte und authentische Beziehungen erlebt, bis hin zur Erfahrung der
Last der Trennung und des Verrats. Deshalb wäre Jesus der Erste, der deine
Angst versteht, die Freundschaften zu verlieren, die diese Jahre geprägt haben.
Für dich wird nicht alles beim Alten bleiben, aber was echt war, geht nicht
verloren.“ Wahre Liebe vergehe nicht und bleibe für immer bestehen, sie reife
auch dann, wenn sie ihre Form ändere.
Die
Zeit ist ein geduldiger Lehrer
„Hab
keine Eile, alles sofort zu verstehen. Die Zeit ist ein geduldiger Lehrer und
heilt alle Wunden,“ schreibt der Papst weiter und empfiehlt „das tägliche
Gebet“ und den „Austausch mit weisen Menschen“, die helfen könnten zu erkennen,
welche Beziehungen man bewahren und wachsen lassen solle – und welche man
loslassen könne. „Nicht alles, was endet, ist eine Niederlage: Manchmal ist es
nur ein notwendiger Schritt, um zu wachsen.“
Zu
Pietros Traum von einer Familie, „die auf der Liebe Christi gründet“, schreibt
der Pontifex, dass dies auch für die Kirche ein kostbares Geschenk sei.
„Bewahre ihn voller Zuversicht,“ so sein Rat: „Der Herr lässt die Wünsche nicht
unerfüllt, die er selbst ins Herz gelegt hat.“
Abschließend
vertraut der Papst den jungen Italiener „Maria an, die schon in jungen Jahren
gelernt hat, zu vertrauen, obwohl sie Fragen im Herzen trug, die größer waren
als sie selbst.“ (vn 19)
Kardinal Grech bei Katholikentag:
Lebendige Kirche macht Mut
Kardinal
Mario Grech ist an der Kurie im Vatikan als Generalsekretär des
Generalsekretariats der Synode für Fragen der Synodalität zuständig – und war
als Gast aus Rom beim 104. Katholikentag dabei. Er zeigte sich im Gespräch mit
Radio Vatikan beeindruckt von der Lebendigkeit der Kirche, die er bei dem
Katholikentreffen in Würzburg erlebt hat. Christine Seuss - Würzburg
Am
Samstag nahm Kardinal Grech als Impulsredner an einem Podium zur Synodalität
teil, am Sonntag konzelebrierte er bei der Abschlussmesse, wo er auch ein
Grußwort verlas, in dem er die Nähe und den Segen des Papstes
übermittelte: „Er bleibt Ihnen nahe und ist mit ganzem Einsatz für Einheit
und Gemeinschaft an Ihrer Seite. Wäre er heute hier gewesen, bin ich sicher, er
hätte Ihnen gesagt: Habt Mut, steht auf!“, so Grech. Eine wirklich synodale
Kirche habe Zukunft, wenn sie offen sei für den Heiligen Geist: „Wir sind reich
beschenkt mit dem Dienst des Ortsbischofs für die Ortskirche und mit dem
Petrusdienst für die ganze Kirche; sie können gewährleisten, dass wir Gottes
Willen erfüllen." Zuvor hatte er sich auch die Zeit genommen, sich die
einzelnen Angebote auf dem Katholikentag anzusehen, dessen Stände über die
Würzburger Innenstadt verteilt waren, und mit den Menschen ins Gespräch zu
kommen.
Bei
seinem Vortrag auf dem Podium im Würzburger Congress Center lud er dazu ein,
Synodalität als Symphonie zu verstehen, in der jedes Instrument seine Rolle und
Berechtigung habe – es aber letztlich darauf ankomme, in Harmonie
zusammenzuspielen, im starken Verbund von Teilnahme und Gemeinschaft. Letzlich
gehe es darum, dem Wirken des Heiligen Geistes Raum zu geben und die
missionarische Domension der Kirche nicht zu vernachlässigen.
Synodalität
sei ohne die Beteiligung der Ortskirchen nicht möglich, ebenso wie die
Ortskirchen ohne die Universalkirche nicht denkbar seien, unterstrich Kardinal
Grech. Synodale Entscheidungsprozesse dürften keine politischen oder
Mehrheitsentscheidungen sein, sondern müssten aus spiritueller Unterscheidung
durch gegenseitiges Zuhören und Beziehung entstehen, so die Mahnung des
Kardinals. Dabei dürfe man keine Angst vor Fragen haben, hülfen Sie doch gerade
dabei, den Dingen auf den Grund zu gehen und besser zu verstehen, wie
Synodalität ins tägliche Leben zu übersetzen sei. Unterschiedliche Auffassungen
und Haltungen in der Kirche sollten eine Quelle der Unterscheidung und
gegenseitige Bereicherung werden, nicht Ursache für Konflikt, so die Einladung
des Vatikanbeauftragten für Synodalität. Christen seien dazu aufgerufen,
kreativ und prophetisch auf die Bedürfnisse ihrer Gemeinschaften zu antworten,
fest im Evangelium verwurzelt.
Allerdings
dürfe man bei der Überlegung zur zentralen Bedeutung des Volkes Gottes nicht
vergessen, dass diese auf der Grundlage der Lehre des Zweiten Vatikanischen
Konzils anzustellen sei, unterstrich der Kardinal am Rand der Veranstaltung.
Die Synode zur Synodalität, deren Arbeiten bei der Kirchlichen Versammlung 2028
weiter vertieft werden, sei anders als die anderen keine Synode zu spezifischen
Fragen, sondern ein fortlaufender Prozess. Wir sprachen nach dem Podium mit
ihm.
Interview
Radio
Vatikan: Sie sind hier auf dem Katholikentag in Würzburg als höchster
Vatikanvertreter. Welche Botschaft von Papst Leo übermitteln Sie den deutschen
Katholiken?
„Papst
Leo verfolgt das Leben der Kirche in Deutschland. Er ist ein guter Vater. Er
ist wie ein guter Vater: Er begleitet alle seine Kinder. Ich weiß nicht, wie er
das schafft, aber Papst Leo widmet auch den Ortskirchen diese Aufmerksamkeit.
Ich bin daher überzeugt, dass er insbesondere die Bischöfe begleitet, die
schließlich seine Mitarbeiter sind.
Sie
sind jetzt hier in einem Umfeld, das viele Katholiken zusammenbringt, die
untereinander vielleicht unterschiedlich sind, aber im Glauben vereint. Eine
lebendige Kirche in Deutschland. Welchen Eindruck vermittelt Ihnen diese
Veranstaltung?
„Sie
gibt mir viel Zuversicht, viel Hoffnung. Denn es ist keine tote Kirche. Es
stimmt, dass man sich Fragen stellt. Aber das ist gut so! Die Fragen dürfen uns
nicht entmutigen, im Gegenteil, sie sind gerade ein Grund, Dinge zu klären, zu
vertiefen. Aber wenn es uns gelingt, gemeinsam auf den Spuren der katholischen
Kirche zu gehen, brauchen wir keine Angst zu haben. Wir müssen uns die nötige
Zeit lassen, nicht wahr, denn manchmal brauchen wir auch Zeit, um zu reifen, um
besser zu verstehen. Aber wir gehen weiter.“
Manchmal
hat man das Gefühl, dass die deutsche Kirche auch mit einem gewissen Misstrauen
betrachtet wird, vielleicht sogar vom Vatikan, wegen der Fragen, die hier sehr
stark thematisiert werden. Welchen Rat möchten Sie der Kirche in Bezug auf
Synodalität geben, die hier sehr deutlich eingefordert wird?
„Ich
kann Ihnen sagen, dass ich zahlreiche Bischöfe aus Deutschland getroffen habe.
Und ich habe nicht den Eindruck, dass es sich um ängstliche Bischöfe handelt.
Es sind Bischöfe, die ihr Volk begleiten. Natürlich brauchen auch sie Hilfe und
Unterstützung. Und mein Rat lautet: Wir sind dabei, nachzudenken. Wir bewegen
uns auf heiligem Boden, denn die Synodalität ist ein Schlüssel, um den Willen
Gottes ein bisschen zu verstehen. Und um dies zu erreichen, brauchen wir eine
starke Spiritualität. Als ich die Stände des Katholikentags besuchte, machte
mir gegenüber einer der Vertreter, ein Deutscher, folgende Bemerkung: ,Vater,
wir brauchen viel Spiritualität, denn sonst laufen wir Gefahr, unser eigenes
Projekt voranzutreiben, aber nicht den Willen des Herrn.‘“
Sie
haben auch angekündigt, dass in wenigen Tagen ein Leitfaden des
Synodensekretariats erscheinen wird, der die Ortskirchen auf dem Weg zur
Versammlung 2028 begleiten soll. Was ist das Leitmotiv dieses Dokuments?
„Es
ist eine Reflexion, die von der Basis ausgeht, ich meine von jeder Ortskirche.
Wir befinden uns in dieser Phase der Umsetzung des Schlussdokuments der Synode.
Jede Ortskirche ist eingeladen, die Früchte dieses Dokuments in synodale
Erfahrung umzusetzen. Anschließend bitten wir dann über die Bischofskonferenzen
alle, uns die Ergebnisse mitzuteilen, damit wir im Jahr 2028 in der Lage sind,
diese Erfahrungen auszutauschen und – warum nicht – gemeinsam nach Antworten zu
suchen, falls jemand Fragen haben sollte.“
Vielen
Dank. Rv 18
Bischof Meier warnt vor weiteren
Restriktionen für die Kirche in China
Aufruf
zum Weltgebetstag
Die
katholische Kirche ruft auch in diesem Jahr am 24. Mai zum weltweiten Gebet für
die Kirche in China auf. Der Gebetstag wurde im Jahr 2007 von Papst Benedikt
XVI. begründet und findet am Festtag „Maria, Hilfe der Christen“ statt.
Angesichts
der aktuellen Situation für die Kirche in China warnt Bischof Dr. Bertram Meier
(Augsburg), Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen
Bischofskonferenz, vor weiteren Einschränkungen gegenüber den Christen. „Immer
stärker begrenzen staatliche Restriktionen und Regulierungen den
Handlungsspielraum für Christen und andere Religionsgemeinschaften in China.
Als praktizierender Christ läuft man nicht selten Gefahr, auch ungewollt gegen
den dichtmaschigen Katalog von Vorschriften zu verstoßen. Dass Chinas
Christinnen und Christen dennoch immer wieder Wege finden, ihren Glauben zu
leben, ist bewundernswert und zeugt von großer Beharrlichkeit und innerer
Stärke“, erklärt Bischof Meier. Bestehende Regelwerke der chinesischen
Zentralregierung, wie die seit 2018 geltenden „Vorschriften für religiöse
Angelegenheiten“, werden kontinuierlich durch Detailbestimmungen ergänzt. Dazu
gehören etwa Regelungen zur Verwaltung religiösen Personals oder zur
Veröffentlichung religiöser Inhalte im Internet. Staatlich organisierte
Fortbildungen verpflichten Geistliche dazu, die Rechtsnormen zu studieren,
„religiöse Disziplin“ zu wahren und ein „gutes Image“ im Sinne der
Regierungsbestimmungen zu vermitteln. „In der Praxis führen diese
bürokratischen Detailregelungen zu einem immer engeren Korsett für das
religiöse Leben. Selbst digitale Räume unterliegen strenger Kontrolle. Gerade
dort, wo junge Menschen heute viel Zeit verbringen, wird die Weitergabe von
Glaubensinhalten massiv eingeschränkt“, so Bischof Meier.
Im
Dezember 2025 veröffentlichten die Chinesische Katholische Patriotische
Vereinigung – die von der Partei gelenkte Dachorganisation der Katholiken in
China – und die staatlich organisierte Chinesische Bischofskonferenz vorläufige
Bestimmungen zur Standardisierung der Reisepassverwaltung für katholisches
religiöses Personal. Das bedeutet, dass Bischöfe, Priester und Ordensleute bei
Auslandsreisen ihre Pässe in der jeweiligen Diözese hinterlegen müssen. Reisen
– ob offiziell oder privat – sind fortan genehmigungspflichtig und bedürfen
einer vorherigen Antragstellung; vom einmal genehmigten Reiseprogramm darf
nicht abgewichen werden. Für Geistliche ist es damit deutlich schwieriger
geworden, ins Ausland zu reisen. „Mit diesen Ausreiserestriktionen werden die
Begegnung und der Dialog mit Ortskirchen in Europa, die für die Christen in
China von großer Bedeutung sind, erheblich erschwert“, so Bischof Meier.
„Gerade der internationale Austausch aber stärkt die kirchliche Gemeinschaft,
er eröffnet neue Perspektiven und gibt den Gläubigen Rückhalt. Wenn diese
Möglichkeiten noch mehr als ohnehin eingeschränkt werden, trifft das die Kirche
als weltumspannende Gemeinschaft.“
Insbesondere
unter Staatspräsident Xi Jinping verfolgt die Kommunistische Partei Chinas eine
Politik der sogenannten „Sinisierung“, die darauf abzielt, die Ausrichtung der
Religionen an der Staatsideologie sicherzustellen. Plastisch greifbar wird dies
etwa am Wallfahrtsort Sheshan: Der Pilgerweg, der zu der auf einer Anhöhe
gelegenen Basilika führt, ist zwischen Heiligenfiguren und Kreuzwegstationen
von roten Plakaten gesäumt. Auf ihnen werden einige der von der Kommunistischen
Partei Chinas aufgestellten „sozialistischen Kernwerte“ – Wohlstand und Stärke,
Demokratie, Gleichberechtigung, Harmonie und Vaterlandsliebe – propagiert und
zugleich religionspolitische Vorschriften in knapper Form in Erinnerung
gerufen. Der Weg und die Kirche selbst sind mit Kameras überwacht, die die
Einhaltung staatlicher Vorgaben sicherstellen sollen, etwa auch das Verbot der
Teilnahme von Minderjährigen an gottesdienstlichen Aktivitäten.
Vor
diesem Hintergrund bittet Bischof Meier eindringlich um das Gebet für die
Christen in China: „Lassen wir sie mit unserem Gebet und unserer Solidarität
wissen, dass sie trotz aller Einschränkungen nicht allein, sondern Teil der
weltweiten Gemeinschaft der Kirche sind. Möge die Muttergottes von Sheshan,
deren Heiligtum die chinesischen Katholikinnen und Katholiken so sehr verehren,
ihnen beistehen und immer wieder Wege aufzeigen, ihren Glauben zu leben und das
Evangelium zu verkünden.“
Hintergrund.
Am 24. Mai jedes Jahres findet die traditionelle Wallfahrt zum größten
chinesischen Marienheiligtum Sheshan in der Nähe von Shanghai statt. Die
katholische Kirche begeht weltweit an diesem Datum den Gebetstag für die Kirche
in China. Sie ruft alle katholischen Christen auf, im Gebet ihre Verbundenheit
und Solidarität mit den chinesischen Christen zu zeigen. Dbk 18
Stetter-Karp zum Katholikentag:
„Alle sollten sich einbringen können“
Der
104. Katholikentag in Würzburg ist am Sonntag zu Ende gegangen. Die Resonanz
auf das Treffen übertraf die Erwartungen, allein 34.000 Tickets wurden für die
katholische Großveranstaltung verkauft, rund 40.000 Menschen besuchten die frei
zugänglichen Angebote. Wir sprachen mit ZdK-Präsidentin Irme Stetter-Karp.
Der
Katholikentag geht zu Ende. Wollen Sie ein erstes Resümee mit uns teilen?
ZdK-Präsidentin
Irme Stetter-Karp: „Wir sind überglücklich, dass wir seit Stuttgart eine
Steigerung der Teilnehmenden-Zahlen haben. Das zeigt uns: Wir können als
Glaubensgemeinschaft Strahlkraft entwickeln. Wir hatten außerordentlich
wichtige Gäste hier beim Katholikentag, eben nicht nur den Bundespräsidenten
und den Bundeskanzler, sondern auch mehrere Regierungsmitglieder. Wir hatten
ein sehr buntes Programm mit 900 Veranstaltungen, und dieses Mal auch die
größte Kirchenmeile, nämlich mit über 300 Organisationen, die sich beteiligt
haben, im ganzen Spektrum von ,relativ konservativ' bis ,hin zur anderen
Seite'. Das war uns auch wichtig, dass die, die dabei sein wollten, sich mit
ihrem Programm und mit ihren Zielen einbringen können.
Und
das Wichtigste ist, glaube ich, dass hier trotz des trüben Wetters eine
unwahrscheinlich gute Stimmung herrschte. Das konnte ich überall wahrnehmen, ob
nun informell, auf den Straßen, in den Gottesdiensten... Es ist einfach eine
Stimmung, die sagt: Wir als Christen - erstens sind wir viele, und dann haben
wir gemeinsam eine Zeitdiagnose, wir versuchen zu handeln und uns nicht zu
verstecken. Wir wollen miteinander feiern, und das tun wir hier. Und das wollen
wir mitnehmen, auch als Schwung in unsere Gemeinden, in unsere Arbeit. Dort, wo
wir täglich sind. Beispielsweise habe ich hier einen großen Gottesdienst
erlebt, den die Malteser gemeinsam mit dem Bonifatiuswerk organisiert haben.
Und da merkt man einfach, da ist eine Strahlkraft da und das kann mich nur
freuen!“
Das
Motto des Katholikentags ist ,Hab Mut, Steh auf!' Was sollte denn jetzt, wenn
die vielen Teilnehmenden nach Hause zurückgehen, passieren?
Stetter-Karp: „Ich
wünsche mir, dass das, was ich hier erleben konnte, nämlich einen respektvollen
Umgang in der Diskussion und in einem Diskurs, das Aushalten von anderen
Meinungen, nicht aggressiv werden, sich zuhören, einander zuhören. Das klingt
so grundlegend, aber es erfordert natürlich auch Anstrengung. Das habe ich hier
allerorten erlebt. Und ich wünsche mir sehr, dass diejenigen, die heimkommen,
sagen: Hey, das geht miteinander, lasst uns das ausprobieren. Und miteinander
können wir vielleicht auch einen Schritt dort verändern, wo es nötig ist."
Sie
haben es angesprochen, viele hochrangige Gäste waren hier. Einer der Gäste war
Kardinal Grech aus Rom. Sie hatten auch Gelegenheit, am Samstagmorgen ausgiebig
mit ihm zu sprechen. Was ist Ihr Eindruck aus dem Gespräch?
Stetter-Karp: „Es
war ein sehr gutes, offenes Gespräch mit wechselseitiger Zuwendung - und ich
würde mich sehr freuen, wenn es eine Fortsetzung dieser Gespräche gäbe.“
Der
nächste Katholikentag ist ja in Paderborn. Was wünschen Sie sich jetzt schon
mit Blick auf die nächsten zwei Jahre, was bis Paderborn geschehen sollte?
Stetter-Karp: „Niemand
von uns, auch ich nicht, weiß, was 2028 sein wird. Wir haben die Zukunft nicht
in der Hand. Und wir sind in Deutschland durchaus in einer prekären politischen
Lage. Wir wissen nicht, ob die Demokratie standfest genug sein wird, ob die
notwendigen Reformen auch geleistet werden. Insofern finde ich es sehr
schwierig, für Paderborn zu sagen, was sein wird.
Aber
ich kann sagen, was wir anstrengen. Wir wünschen uns natürlich, dass wir
weiterhin eine große Zahl von Christen mit diesem Format erreichen können, weil
wir glauben, wir brauchen eine Bestärkung in unserem Glauben. Und da besteht
eine große Gemeinschaft, ein Gemeinschaftserlebnis - Communio sagen wir. Das
ist natürlich einfach eine gute Chance.“
Vielen
Dank. Stetter-Karp: „Gerne.“
Die
Fragen stellte Christine Seuss (vn 17)
Katholikentag: „Die erste Priorität
sind für mich die Menschen“
Bischof
Heiner Wilmer von Hildesheim, Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz,
spricht über seinen Wechsel zum Bistum Münster im Juni, über die aktuellen
gesellschaftlichen Herausforderungen - und wie die Rolle der Kirche dabei
aussehen könnte.
Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Heiner Wilmer, hat bereits
„intensive Kontakte nach Rom“. Das sagte er am Samstag in einem Interview am
Vatican-Media-Stand auf dem Würzburger Katholikentag. Er habe mit dem Papst und
mehreren Kardinälen „über unsere Kirche, über den Synodalen Weg, und wie wir
gut weiterkommen“, gesprochen. Wörtlich sagte der künftige Bischof von Münster:
„Wir brauchen keine Angst vor Transformationen zu haben.“ Gleichzeitig lebe die
Kirche in Deutschland „in dynamischer Treue“ zum Evangelium, „auch in
Verbindung mit der Weltkirche“.
Interview
Sie
sind seit Februar Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz, im Juni werden
Sie als neuer Bischof von Münster eingeführt. Wo sehen Sie gerade Ihre
Prioritäten und wie haben Sie sich sortiert?
Bischof
Wilmer: Ich sortiere mich im Moment damit, tief durchzuatmen. Ich habe
wunderbare Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter im Team in Hildesheim, im
Sekretariat in Bonn, in der Bischofskonferenz und im Katholischen Büro in
Berlin. Wir halten jetzt die Kalender übereinander, auch schon mit Münster.
Allerdings sehe ich mich schon nach wie vor als Bischof von Hildesheim und will
dort meine Arbeit bis Ende Juni ordentlich machen. Und jetzt geht es darum: was
ist wichtig, was steht an, was muss ich lassen... Und wo andere übernehmen
können, damit es für alle ein guter Übergang wird.
Auf
dem Katholikentag: Radio Vatikan interviewt Bischof Heiner Wilmer
Haben
Sie denn ganz konkrete Prioritäten, die Sie jetzt trotz der terminlichen
Schwierigkeiten voranbringen wollen?
Bischof
Wilmer: Die ersten Prioritäten sind für mich die Menschen,
die Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter und die Menschen im Bistum. Die
Menschen liegen mir am Herzen, viel mehr als alles andere - und ich versuche
noch so viele wie möglich zu treffen. Es wird in Hildesheim einen Abschied
geben, eine heilige Messe im Dom und anschließend einen Empfang. Ich habe Wert
darauf gelegt, dass auch wirklich alle eingeladen worden sind, alle. Es gibt
kein überreiches Essen, aber genug für alle. Und ich freue mich auf das
Wiedersehen in diesem Bistum Hildesheim, das ja so großflächig ist, das ist für
mich eine Priorität.
Und
mit Blick auf Münster: Am 21. Juni ist die Einführung dort. Ich werde fünf Tage
vorher pilgern, dezentral, unter fünf Themen, um auch von Anfang an gut ins
Bistum hineinzukommen. Damit möchte ich zeigen, dass ich zu und bei den
Menschen sein will, auch bei den unterschiedlichen Gruppen.
„Ich
möchte, dass für alle klar ist, dass unsere Kirche immer eine Kirche im Wandel
ist“
Sie
gelten in gewissen Sinn als Vermittler - in der deutschen Kirche, aber auch
gegenüber Rom. Gab es schon Kontakte nach Rom, konnten Sie sich auf Themen
einigen?
Bischof
Wilmer: Es gab schon intensive Kontakte nach Rom. Denn unmittelbar nach
meiner Wahl war ich dort, am Anfang der Karwoche. Dort habe ich den Heiligen
Vater getroffen und habe in dem Umfeld am Montag und Dienstag der Karwoche noch
acht Kardinäle, die als Präfekten Dikasterien leiten, getroffen, um mit ihnen
über die Situation in Deutschland zu sprechen - auch über unsere Kirche, über
den Synodalen Weg und wie wir gut gemeinsam weiterkommen, auch mit Blick auf
die Weltsynode.
Wo
möchten Sie, in Zusammenarbeit mit Rom, dass die Kirche in Deutschland hingeht?
Bischof
Wilmer: Ich möchte auf jeden Fall, dass für alle klar ist, dass unsere
Kirche immer eine Kirche im Wandel ist. Eine Kirche, die versucht, den Geist
der Zeit zu erkennen, und das schon seit 2.000 Jahren. Das ist keine neue
Sache. Insofern brauchen wir keine Angst vor Transformationen zu haben.
Gleichzeitig leben wir in dynamischer Treue unser Charisma, das Evangelium, und
sind gewillt, mit Energie und auch in Verbindung mit der Weltkirche nach
guten Wegen zu suchen, so dass es für uns alle ein guter Weg wird. In aller
Bescheidenheit und in aller Frische!
„Bei
den gesellschaftlichen Fragen sollten wir als Kirche Anwältin der Menschen
bleiben“
Sie
sind in der Deutschen Bischofskonferenz zuständig für gesellschaftliche und
soziale Fragen. Wo kann die Kirche bei den Herausforderungen konkret helfen?
Bischof
Wilmer: Bei den gesellschaftlichen Fragen glaube ich, dass es sehr wichtig
ist, dass wir als Kirche Anwältin der Menschen bleiben. Dass wir ein gutes Ohr
haben, dass wir das Ohr an und bei den Menschen haben. Beispielweise bei allen,
die prekär leben. Bei Menschen, die sich schwertun, in den Beruf zu kommen, bei
jungen Menschen. Das wird für uns zunehmend eine Herausforderung in
Deutschland. Als weiteren Hauptschwerpunkt der katholischen Kirche und der
Kirchen in Deutschland sehe ich auch Kinderarmut. Vor kurzem habe ich die
neuesten Zahlen gelesen und finde das schrecklich und bedenklich, dass in so
einem Wohlstandsland so viele junge Menschen unterhalb der Armutsgrenze leben.
Sie
haben in Ihrem Vortrag zum Auftakt des Katholikentags vor Spaltungen in Europa,
in Deutschland gewarnt. Wie sehen Sie hier die Rolle der Kirche, und wo kann
die Kirche zusammenführen, Spaltungen kitten?
Bischof
Wilmer: Für mich ist die Kirche Anwältin, und das muss ich auch sein, von
ihrem Charisma und ihrem Auftrag her. Eine Anwältin, um Brücken zu bauen. Die
Welt ist so komplex und wir sind eher in Zentrifugalkräften unterwegs. Wir
verlieren uns so schnell - auch in unseren menschlichen Beziehungen, die
manchmal prekär sind. Und es ist gar nicht so leicht, wieder zusammenzukommen.
Ich sehe unsere maßgebliche Aufgabe darin, beieinanderzubleiben, wie in einer
sehr großen Familie mit unterschiedlichen Vorlieben, Geschmäckern, Traditionen,
vielleicht auch Einstellungen zum Leben, auch zu persönlichen, intimen Sachen.
Aber so, dass wir sagen können: Wir gehören alle zusammen, alle sind
willkommen, und jeder und jede ist ein geliebtes Kind Gottes.
„Ich
erwarte mir von diesem Katholikentag, dass wir in der bundesrepublikanischen
Gesellschaft den Mut haben, den Rücken gerade zu machen, gerade dann, wenn
Menschen bedrängt sind und in Not“
Was
sollte denn von diesem 104. Katholikentag in Würzburg jetzt in die Kirche, in
die Gesellschaft gehen, und was nehmen Sie persönlich mit?
Bischof
Wilmer: Der Katholikentag in Würzburg hat das Thema Hab Mut. Steh auf!
Zunächst habe ich einmal ein ganz, ganz großes Dankeschön an alle, die für die
Veranstaltung zuständig waren, die Sorge dafür tragen, dass Menschen so
gastfreundlich aufgenommen worden sind. Es ist großartig, hier zu sein! Die
Atmosphäre ist wunderbar, die Stimmung ist klasse, trotz Regen. Die Leute sind
wie in einem großen Familientreffen unterwegs.
Ich
erwarte mir von diesem Katholikentag, dass wir in der bundesrepublikanischen
Gesellschaft den Mut haben, den Rücken gerade zu machen, gerade dann, wenn
Menschen bedrängt sind und in Not. Dass wir ein gastfreundliches Land bleiben.
Und ich erwarte mir, dass wir als Kirche immer dann die prophetische
Stimme erheben, wenn Ungerechtigkeit am Platz ist. Dass wir prophetisch sind,
um Missstände anzuprangern, und dass wir im Namen Gottes unterwegs sind, auf
dass die Menschen spirituelle Menschen sind, dass sie eine Tiefe haben, eine
Erdung und eine Verwurzelung im Höchsten, und auf die Überraschungen des
Heiligen Geistes vertrauen.
Mit
Bischof Wilmer sprach Christine Seuss. (vn 16)
Katholikentag in Würzburg beendet
Der
104. Deutsche Katholikentag ist an diesem Sonntag in Würzburg mit einem
Gottesdienst zu Ende gegangen.
In
seiner Predigt hob der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof
Heiner Wilmer, die Spannung zwischen Weltgeschehen und unserer
Lebenswirklichkeit hervor: „Die Welt brennt! Einer von den vielen Brandherden
ist der Sudan. Im Sudan erleben wir derzeit die größte humanitäre Katastrophe
unserer Zeit. (…) Und wir? Wir stehen hier in Würzburg. Sicher. Erfüllt von den
Begegnungen der vergangenen Tage. Aber die Welt brennt – und wir sind Teil
dieser Welt. Brandherde löscht man nicht durch Zuschauen!“
Dieser
eindringliche Blick auf die Wirklichkeit erhalte im Evangelium nach Johannes
eine geistliche Vertiefung. Mit den Worten Jesu „Ich habe deinen Namen den
Menschen offenbart …“ (Joh 17,6) erinnerte Bischof Wilmer daran, dass der Name
Gottes in seiner hebräischen Bedeutung ausdrückt: „Ich bin für Euch da.“ In
Jesus Christus werde diese Zusage konkret sichtbar: „Jesus steht für
Versöhnung, Miteinander, Frieden. Der Name Gottes hat Gewicht, ist Dichte, ist
Gegenwart. Ich bin da – für euch! Diese Zusage schenkt uns die Energie des
Handelns.“ Aus dieser göttlichen Zusage erwachse der Auftrag zum entschlossenen
Handeln. Bischof Wilmer knüpfte dabei an das Leitwort des Katholikentages an:
„Brandherde löscht man nicht durch Zuschauen, sondern: ‚Hab nur Mut, steh auf!‘
(Mk 10,49). Wir sind nicht geboren, um zu verzweifeln. Wir sind geboren, um zu
handeln; Brandherde zu löschen; Frieden zu stiften.“
„Wir
sind geboren, um zu handeln“
Zugleich
betonte Bischof Wilmer, dass es allen Krisen zum Trotz auch Grund zur Hoffnung
gebe. „Eine Kirche, die hinausgeht, die Brandherde löschen will, wird
vielleicht müde, vielleicht angegriffen, vielleicht missverstanden – aber sie
wird leuchten.“ Als aktuelles Beispiel nannte er Papst Leo XIV., den er als
„unerschrockenen Anwalt des Friedens“ bezeichnete. Auch wenn Mächtige
versuchten, ihn lächerlich zu machen. Denn, so Bischof Wilmer: „Christsein
heißt: sich nicht einschüchtern lassen. Christsein heißt: Gottes Friedensliebe
aufleuchten lassen.“ Die Welt brenne, aber sie sei nicht verloren. Denn Gott
schenke uns Kraft, Geduld und Ausdauer, so Bischof Wilmer. Deshalb appellierte
er eindringlich: „Also: Wartet nicht. Zögert nicht. Schaut hin. Packt an. Geht
los. Hab Mut, steh auf!“
„Stehen
wir auf und brechen wir mit Mut zu neuen Wegen auf“
Unmittelbar
vor dem Schlusssegen griff Bischof Wilmer diese Botschaft in einem Wort des
Aufbruchs noch einmal auf. Die Tage in Würzburg hätten dazu ermutigt, mit
Zuversicht neue Wege zu gehen. Genau dies sei der Auftrag, den die
Teilnehmenden mit in ihren Alltag nehmen sollten. „Unsere Welt und unsere
Kirche brauchen Aufbrüche, immer von Neuem. Dazu sind wir jetzt am Ende des
Katholikentages eingeladen. Vor dem Aufbruch steht der Dank für das
Zurückliegende: Allen danke ich von Herzen, die an diesem Gottesdienst
mitgewirkt haben und die ihn mit uns gefeiert haben. Stehen wir auf und brechen
wir mit Mut zu neuen Wegen auf. Und geben wir so Zeugnis in dieser Welt von
unserem Glauben.“ Mit dem Segen Gottes, so seine abschließende Hoffnung, könne
dieser Weg „hinaus in die Weite“ gelingen.
Grüße
von Papst Leo
Vor
dem Gottesdienst überbrachte der Generalsekretär der Weltsynode, Kardinal Mario
Grech, Grüße des Papstes. „Ich bringe Ihnen die Nähe und den Segen Petri,
des Heiligen Vaters Papst Leo XIV. Er bleibt Ihnen nahe und ist mit ganzem
Einsatz für Einheit und Gemeinschaft an Ihrer Seite. Wäre er heute hier
gewesen, bin ich sicher, er hätte Ihnen gesagt: Habt Mut, steht auf!“
Grech
rief die katholische Kirche in Deutschland zu einem mutigen Aufbruch auf. „Das
ist unser dringender Auftrag als Kirche: unseren missionarischen Schwung zu
stärken. Doch niemand kann das Evangelium allein verkünden. Eine missionarische
Kirche ist eine synodale Kirche! Und eine wirklich synodale Kirche hat Zukunft,
wenn sie offen ist für den Heiligen Geist.“
Der
105. Deutsche Katholikentag findet vom 24. bis 28. Mai 2028 in Paderborn statt.
(dbk/vn 17)
104. Deutscher Katholikentag in
Würzburg beendet
Bischof
Wilmer: „Wir sind geboren, um zu handeln“
„Hab
Mut, steh auf!“ – unter diesem Leitwort stand der 104. Deutsche Katholikentag,
der vom 13. bis 17. Mai 2026 in Würzburg stattgefunden hat und heute (17. Mai
2026) mit einem Gottesdienst zu Ende ging.
In
seiner Predigt hob der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr.
Heiner Wilmer, die Spannung zwischen Weltgeschehen und unserer
Lebenswirklichkeit hervor: „Die Welt brennt! Einer von den vielen Brandherden
ist der Sudan. Im Sudan erleben wir derzeit die größte humanitäre Katastrophe
unserer Zeit. (…) Und wir? Wir stehen hier in Würzburg. Sicher. Erfüllt von den
Begegnungen der vergangenen Tage. Aber die Welt brennt – und wir sind Teil
dieser Welt. Brandherde löscht man nicht durch Zuschauen!“
Dieser
eindringliche Blick auf die Wirklichkeit erhalte im Evangelium nach Johannes
eine geistliche Vertiefung. Mit den Worten Jesu „Ich habe deinen Namen den
Menschen offenbart …“ (Joh 17,6) erinnerte Bischof Wilmer daran, dass der Name
Gottes in seiner hebräischen Bedeutung ausdrückt: „Ich bin für Euch da.“ In
Jesus Christus werde diese Zusage konkret sichtbar: „Jesus steht für
Versöhnung, Miteinander, Frieden. Der Name Gottes hat Gewicht, ist Dichte, ist
Gegenwart. Ich bin da – für euch! Diese Zusage schenkt uns die Energie des
Handelns.“ Aus dieser göttlichen Zusage erwachse der Auftrag zum entschlossenen
Handeln. Bischof Wilmer knüpfte dabei an das Leitwort des Katholikentages an:
„Brandherde löscht man nicht durch Zuschauen, sondern: ‚Hab nur Mut, steh auf!‘
(Mk 10,49). Wir sind nicht geboren, um zu verzweifeln. Wir sind geboren, um zu
handeln; Brandherde zu löschen; Frieden zu stiften.“
Zugleich
betonte Bischof Wilmer, dass es allen Krisen zum Trotz auch Grund zur Hoffnung
gebe. „Eine Kirche, die hinausgeht, die Brandherde löschen will, wird
vielleicht müde, vielleicht angegriffen, vielleicht missverstanden – aber sie
wird leuchten.“ Als aktuelles Beispiel nannte er Papst Leo XIV., den er als
„unerschrockenen Anwalt des Friedens“ bezeichnete. Auch wenn Mächtige
versuchten, ihn lächerlich zu machen. Denn, so Bischof Wilmer: „Christsein
heißt: sich nicht einschüchtern lassen. Christsein heißt: Gottes Friedensliebe
aufleuchten lassen.“ Die Welt brenne, aber sie sei nicht verloren. Denn Gott
schenke uns Kraft, Geduld und Ausdauer, so Bischof Wilmer. Deshalb appellierte
er eindringlich: „Also: Wartet nicht. Zögert nicht. Schaut hin. Packt an. Geht
los. Hab Mut, steh auf!“
Unmittelbar
vor dem Schlusssegen griff Bischof Wilmer diese Botschaft in einem Wort des
Aufbruchs noch einmal auf. Die Tage in Würzburg hätten dazu ermutigt, mit
Zuversicht neue Wege zu gehen. Genau dies sei der Auftrag, den die
Teilnehmenden mit in ihren Alltag nehmen sollten. „Unsere Welt und unsere
Kirche brauchen Aufbrüche, immer von Neuem. Dazu sind wir jetzt am Ende des
Katholikentages eingeladen. Vor dem Aufbruch steht der Dank für das
Zurückliegende: Allen danke ich von Herzen, die an diesem Gottesdienst
mitgewirkt haben und die ihn mit uns gefeiert haben. Stehen wir auf und brechen
wir mit Mut zu neuen Wegen auf. Und geben wir so Zeugnis in dieser Welt von
unserem Glauben.“ Mit dem Segen Gottes, so seine abschließende Hoffnung, könne
dieser Weg „hinaus in die Weite“ gelingen.
Der
105. Deutsche Katholikentag findet vom 24. bis 28. Mai 2028 in Paderborn statt.
Dbk 17
„Es geht um die große Frage des
Zusammenhalts“
Marc
Frings ist sehr zufrieden mit dem Katholikentag. Er spüre „100 Prozent
Energie“, sagte der Generalsekretär des Zentralkomitees der deutschen
Katholiken (ZdK) in einem Interview am Stand der Vatikanmedien in Würzburg.
Das
ZdK richtet den 104. Deutschen Katholikentag in Würzburg zusammen mit der
Deutschen Bischofskonferenz aus. Frings spricht von einem „konstruktiven
Grundrauschen“; die übergeordnete Frage sei aus seiner Sicht, wie politisch die
Kirche sein dürfe. „Und allen ist bewusst, auch denen, die möglicherweise nicht
mehr kirchennahe sind, dass es hier um die große Frage des Zusammenhalts geht.
Interview
Wie
sieht die Halbzeitbilanz des Katholikentags aus Ihrer Sicht aus?
„Die
ist total positiv! Ich freue mich natürlich nach zweieinhalb Jahren
Vorbereitung, dass es am Mittwoch losgegangen ist und dass wir jetzt im
diskursiven Teil des Katholikentages angekommen sind. Jetzt laufen unsere 900
Veranstaltungen für die Bereiche Kultur, Politik, Gesellschaft, Spiritualität,
und mein Eindruck ist: Das läuft alles total gut. Vor allem nehme ich wahr,
dass es ein sehr konstruktives Grundrauschen gibt. Die Leute sind in der
Diskussion, in der Debatte. Ich finde, dass es die übergeordnete Frage gibt:
Wie politisch darf Kirche sein? Das ist etwas, das uns in den letzten Monaten
sehr beschäftigt hat, auch aufgrund unserer Tätigkeiten im politischen Berlin
(sowohl als Zentralkomitee wie als Deutsche Bischofskonferenz). Insofern habe
ich das Gefühl, es läuft sehr gut. Und allen ist bewusst, auch denen, die
möglicherweise nicht mehr kirchennahe sind, dass es hier um die große Frage des
Zusammenhalts geht.“
„Die,
die zum Katholikentag kommen, wollen sich mit ihrem Glauben auseinandersetzen“
So
schwer sich das bei der Fülle der Veranstaltungen sagen lässt – gibt es
Highlights?
„Ja,
was sozusagen empirisch zu beobachten ist – wenn ich es auf dieser Ebene fassen
darf –, ist unser spirituelles Angebot. Wir haben 60 Gottesdienste, 150
Angebote für Glauben, für Inspiration, für Spiritualität. Das sind genau die
Formate, die immer schon – wir sehen das in der App, wir können das
nachvollziehen – am frühesten geteilt werden von den Leuten. Daraus leite ich
ab: Die, die zum Katholikentag kommen, wollen sich mit ihrem Glauben
auseinandersetzen. Sie wollen sich dem stellen, sie wollen neue Anregungen
haben.
Zweitens
sehe ich ganz klar das Thema unserer Demokratie: Kirche als Ort, wo wir mit
sehr praktischen Workshops die Leute ertüchtigen wollen, Angebote machen
wollen, wie man für Zusammenhalt werben kann. Wie kann man gegen rassistische
Klischees vorgehen? Wie kann man selber über kreative Methoden Zusammenhalt
organisieren? In Theatergruppen, in der Kneipe, wo auch immer?
Und
drittens, würde ich sagen, gibt es natürlich die Podien als die Orte, wo
einfach auf hoher Flughöhe die großen Linien nachverfolgt werden. Im Bereich
der Nachhaltigkeit, im Bereich der Wirtschaft, aber eben auch im Bereich der
politischen Verantwortung für die Zukunftsfragen dieser Welt.“
„Der
letzte Katholikentag in Erfurt hat gezeigt, dass wir auch dort, wo Kirche nicht
mehr gesamtgesellschaftlich oder vermutlich nie wirklich gesamtgesellschaftlich
verankert war, Öffentlichkeit erzeugen können“
Und
was ist inhaltlich eine Botschaft nach der Halbzeit? Was bleibt hängen?
„Für
mich ist grundsätzlich dieser Katholikentag auch noch mal eine Standortfrage.
Wir kommen ja, wenn Sie sich erinnern, aus Erfurt, wo wir 2024 den
Katholikentag in der Diaspora gefeiert haben, wo wir aber deutlich machen
konnten (und ich finde, das ist eine Botschaft, die hängengeblieben ist): dass
wir auch dort, wo Kirche nicht mehr gesamtgesellschaftlich oder vermutlich nie
wirklich gesamtgesellschaftlich verankert war, Öffentlichkeit erzeugen können,
in der wir sichtbar werden und klare, auch politische Botschaften aussenden
können.
Jetzt
sind wir hier in Würzburg; und was ich in der Vorbereitungszeit immer wieder
deutlich erlebt habe, ist: Hier gibt es weiterhin den gelebten Katholizismus in
den Verbänden, in den Gemeinden, auf der Diözesanebene. Und deswegen muss man
hier ganz klar die Botschaft ausgeben, dass wir diesen Katholizismus nicht nur
als nostalgischen Rückblick verwenden dürfen, sondern eben hier markieren
müssen, dass das die Gegenwart ist und dass uns das die Energie gibt, um auch
zukünftig Kirche und Politik mitzugestalten.“
„Ich
wünsche mir, dass aus unserem jetzigen Leitwort, der ein Zweiklang ist, ein
Dreiklang wird. ‚Hab Mut, steh auf‘ – und ziehe los!“
Um
mal ein paar Zahlen zu nennen: Wie sieht die Halbzeitbilanz in Zahlen
ausgedrückt aus? Besucher, Tickets…
„Die
wichtigste Zahl ist 100 Prozent Energie! Also, alle haben hier wahnsinnig große
Freude, dabei zu sein. Ich merke, dass die Stimmung grundsätzlich gut ist, aber
ich will der Frage nicht ausweichen. Wir haben als Ziel ausgegeben, dass wir
auf 30.000 verkaufte Tickets kommen und genauso viele Menschen erreichen wollen
mit unserem kostenlosen Angebot. Die Kirchenmeile ist für jeden kostenlos
erreichbar, genauso unsere Gottesdienste und das Outdoor-Programm. Doch die
Gesamtbilanz können wir tatsächlich erst am Sonntag ziehen – auch weil es einen
dezentralen Ticketverkauf gibt, und da müssen uns erst einmal die Zahlen
gemeldet werden.“
Was
wünschen Sie sich, am Sonntagmittag um 12:00 sagen zu können?
„Der
Punkt, der für mich als Organisator am wichtigsten ist: Es war ein sicherer
Katholikentag, bei dem nichts passiert ist. Das würde ich mir am ehesten
wünschen. Und ich wünsche mir, dass aus unserem jetzigen Leitwort, der ein
Zweiklang ist, ein Dreiklang wird. ‚Hab Mut, steh auf‘ – und ziehe los! Denn ab
Montag müssen wir mit dieser Energie, die wir hier aktiviert haben, zurück in
unseren Alltag, und dort muss man genau diesen Mut aufbringen, den wir hier
aktivieren wollen, um wieder die Familie, das Berufsumfeld, aber auch den
größeren Kontext mitzugestalten.
Mit
Marc Frings (ZdK) sprach Birgit Pottler. Vn 16
Katholikentag: „Wir brauchen diese
Ereignisse“
Bischof
Franz Jung von Würzburg ist ziemlich zufrieden damit, wie der Katholikentag in
seiner Stadt läuft.
In
einem Gespräch an unserem Vatikan-Medienstand sprach er von „inspirierenden
Gottesdiensten“ und davon, dass die vielen Stände des Katholikentags „ein
großes Netzwerk der Hoffnung“ bilden. „Wir brauchen diese Ereignisse, diese
Katholikentage immer wieder als Zeichen, dass wir nicht allein unterwegs sind“,
so Jung. Der 104. Deutsche Katholikentag hat das Motto „Hab Mut, steh auf“.
Interview
Herr
Bischof Jung, Sie sind der gastgebende Bischof dieses Katholikentags, und Sie
haben im Vorfeld schon gesagt, Kirche solle hier ein sichtbares Zeichen der
Hoffnung sein. Wie kann sie das leisten auf diesem Kirchentag?
„Also,
erst mal in unseren inspirierenden Gottesdiensten! Das ist ganz wichtig: in den
Gottesdiensten unseren Glauben zu feiern, Spiritualität stark zu machen. Ich
habe es gestern in der Predigt auch gesagt: Christus am Himmelfahrtstag als den
Hoffnungsanker im Himmel zu erleben, an dem wir uns festhalten können und der
uns eine neue Perspektive im Leben gibt. Und jetzt bei den vielen Ständen hier
zu sehen, dass Kirche ein großes Netzwerk der Hoffnung ist, sei es durch das
sozial-karitative Engagement, sei es durch den Einsatz in der Politik, sei es
durch Verbände. Wie auch immer – ich glaube, es wird sehr, sehr deutlich, dass
wir ein großes weltweites Netzwerk sind.
Ich
freue mich auch sehr, dass zwei Delegationen unserer Partnerbistümer da sind,
aus Tansania und aus dem brasilianischen Amazonasgebiet; das ist ein ganz
schönes Zeichen eines weltweiten Miteinanders.“
„Das
sagen mir viele Menschen: Diese Begegnungen hier und dieses Miteinander, das
prägt, und es gibt auch Kraft für das eigene Engagement“
Bei
Großveranstaltungen gibt es oft die Kritik: Das ist doch nur eine
Momentaufnahme, und danach verpufft alles. Wie wollen oder können Sie
vielleicht garantieren, dass das für Ihr Bistum nicht so sein wird?
„Also,
garantieren kann ich es überhaupt nicht. Aber wir brauchen diese Ereignisse,
diese Katholikentage immer wieder als Zeichen, dass wir nicht allein unterwegs
sind, sondern dass wir mit vielen, vielen anderen Gleichgesinnten an vielen
Orten eine Kirche sind. Zu wissen: Ich bin nicht der letzte Mohikaner, sondern
wir sind viele, und wir sind an unterschiedlichen Stellen in dem einen Glauben
unterwegs – dieses Gefühl halte ich für sehr wichtig. Das sagen mir auch viele
Menschen: Diese Begegnungen hier und dieses Miteinander, das prägt, und es gibt
auch Kraft für das eigene Engagement.
Dieses
Motto des Katholikentags ‚Hab Mut, steh auf‘ geht ja noch weiter: Du bist
gerufen…
„Er
ruft dich!“
„Wir sind als Kirche da, wo wir gebraucht
werden“
Wozu
ist Kirche in dieser Stadt Würzburg, und wozu ist Kirche in Deutschland
gerufen? Zu welcher Zusammenarbeit vielleicht auch?
„Wir
sind erst mal gerufen, unseren Glauben zu verkünden. Wer heute in der
Öffentlichkeit sagt – und das erzählen mir auch die kleinen Ministrantinnen,
Ministranten immer –, dass er sich für Kirche engagiert, dass er da unterwegs
ist… das ist erst mal mutig. Es ist nicht selbstverständlich. Wir sind auch
Missionsland, auch im katholischen Unterfranken: Wir sind Missionsland! Und zu
sagen, ich stehe zu diesem Glauben, ist ein wichtiges Statement.
Dann:
Wozu sind wir gerufen? Wir sind gerufen, in dieser Stadt an den Brennpunkten zu
sein. Ich versuche das persönlich durch mein Engagement in der Bahnhofsmission
deutlich zu machen. Wir sind als Kirche da, wo wir gebraucht werden. Wir
versuchen durch unsere Akademiearbeit eine Plattform zu bilden, an der viele
gesellschaftliche Player zusammenkommen, wo wir uns über die zentralen Themen
verständigen oder versuchen, zumindest eine christliche Perspektive
einzuspielen.“
Kurz
und knapp: Welchen Satz wünschen Sie sich, am Sonntagmittag um 12:00 sagen zu
können?
„Das
ist ein wirklich inspirierender Katholikentag, der vielen Menschen Mut gemacht
hat!“
Mit
Bischof Jung sprach Birgit Pottler. Vn 16
Katholikentag: Kirche ist präsent -
mitten im öffentlichen Raum
Der
Katholikentag in Würzburg läuft noch bis Sonntag – mit Gottesdiensten, Podien,
Begegnungen, Ständen und vielen Veranstaltungen mitten in der Stadt. Ein Wunsch
der Veranstalter war es, Kirche sichtbar zu machen. Darüber sprachen wir mit
unserer Kollegin Birgit Pottler, die vor Ort in Würzburg ist.
"Kirche
sichtbar machen" – das war ein Wunsch der Veranstalter. Gelingt das in
Würzburg?
Ja,
das gelingt tatsächlich sehr gut. Der Katholikentag findet nicht weit verstreut
oder in Messehallen statt, sondern wirklich in der ganzen Innenstadt. Das ist
alles sehr präsent und fußläufig gut erreichbar. Man kann also von einem
Programmpunkt zum nächsten gehen und begegnet unterwegs immer wieder Menschen,
Ständen, Musik, Gesprächsangeboten. Auch in den sozialen Medien kann der
Katholikentag gut sichtbar werden, auch daran hat man hier gedacht. Der
magentafarbene Schriftzug mit dem Motto „Hab Mut, steh auf!“ ist so vor dem Dom
platziert, dass es im Hochkantformat fotografiert werden kann – und alles ins
Bild passt die meterhohen Buchstaben und die Spitzen der Domtürme. Perfekt für
Insta! Kirche ist hier nicht versteckt, sondern mitten im öffentlichen Raum.
Zur
Eröffnung war auch Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier vor Ort. Solche
Großveranstaltungen sind traditionell ja auch ein Schaulaufen der Politik. Ist
das hier auch so?
Natürlich
ist Politik hier sichtbar, zeigen sich Politiker. Der Kanzler, der
Ministerpräsident, viele Politikerinnen und Politiker sind zu Gast auf Podien
und besuchen Infostände und stoßen umgekehrt auf viel Interesse. Die Hallen
sind voll. Die Veranstalter und die Personen, mit denen ich spreche, sagen mir:
Es ist echtes Interesse da! Die Situation in der Gesellschaft ist so, dass das
Interesse an einer Allianz von Kirche, Politik und Zivilgesellschaft wächst.
Auch die DBK-Generalsekretärin hat das bei uns am Stand ja betont. Ich würde es
also nicht nur als Schaulaufen beschreiben. Der Katholikentag ist eben auch ein
Ort, an dem gesellschaftliche Fragen verhandelt werden: Was hält uns zusammen?
Wie gehen wir mit Krieg, Polarisierung, sozialer Ungleichheit oder
Zukunftsangst um? Welche Rolle kann Kirche in einer demokratischen Gesellschaft
spielen?
"Wir
sind nur glaubwürdig, wenn wir als Christen gemeinsam auftreten" – das ist
eine Forderung, die immer häufiger von Christen verschiedener Konfessionen
ausgesprochen wird. Wie empfindest du das auf dem Katholikentag?
Natürlich
ist es ein Katholikentag, katholisch geprägt, katholisch organisiert. Aber die
Ökumene ist spürbar: Vertreter anderer Konfessionen nehmen an Veranstaltungen
teil und auch die Themen sind ja nicht konfessionell begrenzt: Frieden,
Gerechtigkeit, Bewahrung der Schöpfung, Menschenwürde, Demokratie,
gesellschaftlicher Zusammenhalt. Der heutige Freitag ist der „Ökumenische Tag“
– mit Erfahrungsaustausch und Debatten zu Ökumene im Alltag. Und auf dem Areal
der Erlöserschwestern, eines Frauenklosters hinter dem Dom, wurde das so
genannte „Ökumenische Kloster“ eingerichtet. Die Deutsche Ordensobernkonferenz
und evangelische Partner bieten hier Begegnung, Gebet und Gemeinschaft über
Konfessionsgrenzen hinweg. Würzburg ist zwar Bischofsstadt und katholisch geprägt,
aber längst keine geschlossene katholische Welt mehr. In der Stadt selbst ist
nur noch etwa ein Drittel römisch-katholisch, rund die Hälfte der Bevölkerung
macht keine Angabe zur Religion. Gerade deshalb hat es Gewicht, wenn der
Katholikentag nicht nur in Kirchenräumen stattfindet, sondern auf Plätzen,
Straßen und mitten in der Stadt sichtbar wird.
Und
wer ist in Würzburg unterwegs? Wer besucht den Katholikentag?
Das
Bild ist gemischter, als man vielleicht denkt. Natürlich sieht man viele
Menschen, die sehr kirchennah sind, die solche Veranstaltungen seit Jahren
kennen, die aus Gemeinden, Verbänden oder kirchlichen Gruppen kommen. Sie
tragen dann auch die Schals, die es jedes Mal, als Sammlung zu Zöpfen
geflochten an ihren Rucksäcken. Es ist nicht nur die kleine, fromme Herde. Man
sieht auch Familien, junge Menschen, Schulgruppen, Ehrenamtliche, Neugierige.
Gerade weil so viel in der Innenstadt stattfindet, kommen auch Menschen dazu,
die vielleicht gar nicht den ganzen Katholikentag besuchen, sondern an einem
Stand stehen bleiben, eine Veranstaltung mitnehmen oder einfach ins Gespräch
kommen. Das ist – Zwischenfazit an Tag 3 – vielleicht eine der Stärken hier in
Würzburg: Der Katholikentag ist nicht abgeschottet. Er mischt sich in die Stadt
hinein. Und dadurch erreicht er nicht nur diejenigen, die ohnehin gekommen
wären, sondern auch Menschen, die zufällig vorbeigehen und merken: Da passiert
etwas. (vn 15)
Leo XIV.: Niemand darf sich über
das Recht hinwegsetzen
Niemand
– keine Einzelperson und kein Staat – darf sich über geltendes Recht
hinwegsetzen. Das hat Papst Leo XIV. an diesem Freitag betont.
„Eine wahrhaft gerechte Gesellschaft kann nur
dann bestehen, wenn das Recht – und nicht der Willkürwille Einzelner – souverän
bleibt“, sagte er bei einer Audienz für Parlamentarier, wobei er sich auf das
Kompendium der kirchlichen Soziallehre bezog. „Niemand darf sich, ganz gleich
welche Macht oder welchen Status er hat, jemals das Recht anmaßen, die Würde
und die Rechte anderer oder ihrer Gemeinschaften zu verletzen.“
Die
Prävention und Bekämpfung von Straftaten sei „eng mit der Achtung und dem
Schutz der universellen Menschenrechte verknüpft“, fuhr der Papst fort. Dafür
müssten nicht nur die Strafverfolgungsbehörden einstehen, sondern auch die
gesamte Gesellschaft „auf nationaler und internationaler Ebene“.
„Respekt
vor der Menschenwürde schließt Anwendung der Todesstrafe aus“
Die
Worte des Papstes richteten sich an eine interparlamentarische Konferenz in
Rom. Bei dem Treffen wird über die Bekämpfung von Drogenkriminalität im Bereich
der OSZE (Organisation für Sicherheit und Zusammenarbeit in Europa) beraten.
Leo
stellte klar, dass der Vatikan Bemühungen unterstütze, dem
grenzüberschreitenden Drogenhandel strafrechtlich beizukommen.
„Doch
weil wahre Gerechtigkeit nicht allein durch Bestrafung erreicht werden kann,
müssen solche Bemühungen gleichermaßen von Beharrlichkeit und Barmherzigkeit
geprägte Ansätze umfassen, die auf die Resozialisierung und vollständige
Wiedereingliederung von Straftätern in die Gesellschaft abzielen. Der Respekt
vor der jedem Menschen innewohnenden Würde, auch derjenigen, die Verbrechen
begangen haben, schließt die Anwendung der Todesstrafe, von Folter und jeder
Form grausamer oder erniedrigender Bestrafung aus.“
Dank
an Polizisten und Justiz-Mitarbeiter
Der
Papst warb für einen „multidisziplinären Ansatz“: Behandlung und
Ausstiegsprogramme für Drogenabhängige, mehr Anti-Drogen-Aufklärung in Schulen
und sozialen Medien, Zusammenarbeit von Kirche und Zivilgesellschaft im Kampf
gegen Drogen.
„Das
Unterbinden und Bekämpfen des organisierten Verbrechens ist unerlässlich für
den Aufbau sicherer, gerechter und stabiler Gesellschaften. In diesem Sinne
möchte ich allen Polizeibeamten und Justiz-Mitarbeitern meinen Dank
aussprechen, die im mutigen Einsatz ihr Leben geopfert oder Verletzungen
erlitten haben. Ihr Zeugnis sollte in uns Dankbarkeit,
Verantwortungsbewusstsein und neue Entschlossenheit wecken.“ (vn 15)
Beate Gilles: Katholikentag
verhandelt wichtige Fragen
„Was
hält unsere Gesellschaft zusammen?“ Das ist nach Ansicht der Generalsekretärin
der Deutschen Bischofskonferenz, Beate Gilles, eine der entscheidenden Fragen
auf dem Katholikentag in Würzburg.
„Ich hoffe sehr, dass es uns gelingt, mit der
Politik ins Gespräch zu kommen und unsere Perspektive, unseren Blick, wie die
Zukunft unserer Gesellschaft aussehen kann, zu vermitteln – und welche
Verantwortung wir da als Kirche übernehmen.“ Das sagte Gilles an diesem
Donnerstag in einem Interview am Stand von Radio Vatikan, Vatican News und
L’Osservatore Romano in Würzburg. Eine weitere wichtige Frage, die sie bei
vielen Menschen in Würzburg spüre, laute: „Wie geht es weiter in unserer
Kirche?“
Interview
Es
ist Katholikentag, und ich muss Ihnen dieselbe Frage stellen, die mein Kollege
Stefan Kempis Ihnen vor zwei Jahren in Erfurt gestellt hat: Was erwarten Sie
sich denn hier in Würzburg (außer Regen)?
Gilles:
„Erst mal lasse ich mir vom Regen die gute Laune nicht verderben! Ganz wichtig.
Und ich finde, diesmal ist die Situation eine andere; unsere gesellschaftliche
Lage hat sich sehr verschärft, und da finde ich das Thema Mut (‚Steh auf!‘)
wirklich klasse. Das ist noch mal eine Botschaft! Ich hoffe sehr, dass es uns
gelingt, ins Gespräch zu kommen, etwa mit der Politik, und unsere Perspektive,
unseren Blick, wie die Zukunft unserer Gesellschaft aussehen kann, zu
vermitteln – und welche Verantwortung wir da als Kirche übernehmen. Es gibt
hier tausend Veranstaltungen, die das fokussieren, und ich hoffe, dass die
Menschen, die hier sind, mutiger nach Hause fahren, als sie gekommen sind.“
Es
ist viel Politprominenz da. Wie soll hier eine Allianz geschmiedet werden
zwischen Politik, Zivilgesellschaft und Kirche, um die Themen, die Sie genannt
haben, voranzubringen?
Gilles: „Ich
erlebe da im Moment eine neue Offenheit, auch bei Politikerinnen und
Politikern. Wir haben immer wieder die Frage: Wo darf Kirche sich einmischen?
Es ist manchmal schwierig, sich in tagespolitischen Debatten zu äußern, aber
wir merken, dass wir eine grundlegende Frage brauchen. Nicht nur die Frage: Was
ist jetzt die nächste konkrete, politische Entscheidung? Sondern: Was hält
unsere Gesellschaft zusammen? Ich glaube, dass eine Haltung aus dem Evangelium
heraus eine wirklich starke Antwort ist, und ich merke auch, dass ich die
Politikerinnen und Politiker fragen möchte: Wes Geistes Kind seid ihr denn? Was
ist denn eure Grundhaltung? Weil wir doch wissen, wenn wir in unsere
Vergangenheit zurückschauen, wie schnell es gehen kann, dass demokratische
Grundstrukturen, die ich in meinem Leben immer für selbstverständlich und
sozusagen gottgegeben gehalten habe, in Gefahr geraten. Darum braucht es diese
Grundlage: Auf welcher Quelle schöpfen wir denn? Das ist wichtig, und das kann
ein Katholikentag noch mal bewusst machen. Doch nicht nur die Politikerinnen
und Politiker, sondern wir alle müssen es ja wissen, aus welcher Quelle wir
schöpfen wollen.“
Katholikentag:
Eindrücke von Dr. Beate Gilles und von Teilnehmern der Eröffnungsmesse - Radio
Vatikan
Der
Katholikentag hat gerade angefangen, leider von Regen ein wenig beeinträchtigt
– wie nehmen Sie die Stimmung der Menschen wahr?
Gilles: „Ich
nehme eine große Offenheit, eine große Freude wahr – aber auch diese fragende
Haltung, die einerseits die politische Situation betrifft. Andererseits wird
aber natürlich auch gefragt: Wie geht es weiter in unserer Kirche?“
Das
Interview mit Beate Gilles führte Christine Seuss am Radio-Vatikan-Stand in
Würzburg. (vn 14)
Eindrücke vom Katholikentag: Zum
Friedensgruß kam die Sonne
„Hab
Mut, steh auf!“ Unter diesem Leitwort ist am Mittwochabend der Katholikentag in
Würzburg gestartet. Bis Sonntag werden zehntausende Teilnehmende in der Stadt
erwartet, bei Gottesdiensten, Diskussionen, Konzerten und zahlreichen
Begegnungen. Die Vatikanmedien sind in Würzburg mit einem eigenen Stand
vertreten. Dort gibt es Informationen, Gespräche und besondere Mitbringsel von
Vatican News, Radio Vatikan und dem „Osservatore Romano“. Birgit Pottler und
Christine Seuss - Würzburg
Die
Eröffnungsveranstaltung am Mittwochabend mit Bundespräsident Frank-Walter
Steinmeier begann bei Sonne und endete im Gewitter, aber davon ließen sich die
Besucher nicht abhalten und strömten noch den ganzen Abend lang durch die
Stadt. Die Dekanate des Bistums hatten an verschieden Plätzen Musik,
Kulinarisches und verschiedene Gesprächsangebote vorbereitet.
Der
Katholikentag ist viel Organisation, hat ein Präsidium, ein
Organisationskomitee, viele hauptberufliche Stellen – aber die Umsetzung vor
Ort lebt von den Ehrenamtlichen. Mehr als 1400 sind hier in Würzburg im
Einsatz.
Mit
der römischen Brille besonders aufgefallen ist uns ein mobiler Stand eines
Pastoralteams aus den Haßbergen – die hatten die Heilige Pforte als Einladung
auf den Türen des Anhängers.
Gegen
22 Uhr gab es den Abendsegen, mit traditionellen, weltlichen und kirchlichen
Liedern – zu dem Zeitpunkt war es trocken, Kerzen wurden verteilt… immer unter
dem Leitwort: „Hab‘ Mut, steh auf“ – Wofür bin ich heute aufgestanden? Wo setze
ich meinen Mut ein? In Kirche und Gesellschaft? Die Kerzen konnten die Menschen
auf dem Nachhauseweg in große Behälter mit Sand stecken – dort brannten sie
langsam ab.
Zum
großen Gottesdienst am Christi Himmelfahrtstag waren ca. 11.000 Menschen auf
dem Platz vor der barocken Residenz versammelt. Der Würzburger Bischof Franz
Jung hatte vor der Eröffnung betont, der Katholikentag mache Kirche zu einem
„sichtbaren Zeichen der Hoffnung“. Die Veranstaltungen auf diesen großen
Plätzen, die viele von Postkartenbildern und Reiseführern kennen, tragen sicher
dazu bei.
Hier
die Eindrücke einiger Gottesdienstbesucher am Donnerstagvormittag
In
seiner Predigt zu Christi Himmelfahrt hat der Bischof vor dem Missbrauch von
Religion für politische Zwecke gewarnt. Mit Blick auf das Motto „Hab Mut, steh
auf!" rief er dazu auf, Machthabern zu widersprechen, die ihre
Allmachtsfantasien religiös verbrämten. Gottes Reich gründe nicht auf Gewalt,
Unterdrückung oder Einschüchterung. Christus rufe dagegen dazu auf, Frieden zu
stiften und einander zu dienen.
Das
Thema Frieden wurde nach dem Gottesdienst lautstark ausgedrückt – mit einem
Glockenkonzert des Würzburger Doms. Das Geläut mit 20 Glocken wurde vor genau
60 Jahren neu geweiht – und zählt unter Experten zu den bedeutendsten
Nachkriegsgeläuten in Europa, auch eine Glocke aus dem Mittelalter ist
darunter. Auf Großbildschirmen waren die Glocken während des Konzerts in
Nahaufnahme zu sehen - und Menschen aller Generationen staunten. Würzburger
sagten uns: Die Glocken stehen für unsere Stadt. Und Gäste, auch Kinder, sagten
baff: atemberaubend.
Ein
leidiges Thema bei diesem Katholikentag: das Wetter. Manche haben das Motto
schon abgewandelt in „Hab‘ Mut! Schirm auf!“ Auch beim Gottesdienst heute früh
waren sie dringend notwendig. Aber – unser Bild des Tages – zum Friedensgruß
kam die Sonne raus.
Insgesamt
meint das Wetter es leider wirklich nicht gut mit den Besuchern hier in
Würzburg. Kalt, regnerisch, windig. Aber das tut der Stimmung eigentlich keinen
Abbruch. Auch hier am Stand von Radio Vatikan, Vatikan News, Osservatore Romano
waren wir wirklich überrascht, wie viele Leute heute doch gleich nach der Messe
kamen und sich sehr interessiert über unser Angebot informiert haben.
Der
Stand liegt am Würzburger Rathaus auf dem Weg zwischen der Marienkapelle und
der Alten Mainbrücke, auf dem Weg zur Kirchenmeile, wo sich unter anderem die
verschiedenen Bistümer vorstellen. Die Materialien, die wir hier vorbereitet
haben, werden uns praktisch aus der Hand gerissen. Nicht nur, dass die Leute
natürlich gerne ein Foto mit Papst Leo machen, dessen Figur am Stand die
Vorbeilaufenden in Lebensgröße grüßt - auch die Aktion mit dem Sonderstempel
wird sehr gut aufgenommen.
Ein
Erfolgsrezept seit mehreren Katholikentagen: Auch in diesem Jahr hat die
Vatikan-Post wieder einen eigenen Sonderstempel für den Katholikentag
herausgegeben. Die Vatikan-Briefmarken und Papst-Leo-Postkarten liegen bei uns
am Stand bereit, und die Besucher können eine Postkarte an sich selbst oder an
andere adressieren und in den eigens gestalteten Vatikan-Post-Briefkasten
werfen. Am Ende des Katholikentages nehmen wir die Karten wieder mit nach Rom,
lassen sie dort abstempeln mit dem Sonderstempel, und dann kommt Post aus dem
Vatikan...
Also
einfach vorbeischauen am Stand! Heute Vormittag nach dem Gottesdienst waren zum
Beispiel schon der Augsburger Bischof Bertram Mayer und die Generalsekretärin
der Deutschen Bischofskonferenz Beate Gilles bei uns, neben zahlreichen
interessierten Hörern und Lesern. Und wir freuen uns natürlich auf alle
weiteren Besucherinnen und Besucher in den kommenden Tagen. (vn 14)
Papst an der Uni: Welchen Sinn hat
Wissen - ohne Gewissen?
Papst
Leo hat an einer der größten Universitäten Europas für ein neues
Bildungsbündnis des Friedens und der Gerechtigkeit geworben. Vor Studierenden
und Lehrenden der römischen Hochschule „La Sapienza“ sprach der Papst am
Donnerstag über Frieden, Ökologie, Bildung, Kapitalismus und Identität. Anne
Preckel – Vatikanstadt
Dabei
wurde der Papst durchaus konkret: Er kritisierte Aufrüstung und KI-Missbrauch
ebenso wie Entmenschlichung und Entfremdung in der Konsum- und
Leistungsgesellschaft. Wie sein Vorgänger Papst Franziskus ermutigte Leo junge
Menschen, einen Paradigmenwechsel einzuleiten. Gemeinsam sollten sie für
Frieden und Menschlichkeit, Gerechtigkeit und den Schutz der Schöpfung
eintreten, so der Appell des Papstes an die Studierenden und Lehrenden der
größten Universität Italiens.
Sein
Besuch solle „ein Zeichen für einen neuen Bildungsbund zwischen der Kirche in
Rom“ und der Sapienza-Universität sein, erklärte Leo. Ausführlich beschrieb der
Papst den Kontext, in dem Bildung heute stattfindet, und die Rolle, die Wissen
heute im Verbund mit Ethik spielen kann.
Unerbittliche
Leistungsgesellschaft
Feinfühlig
ging der Papst auf die Lage junger Lernender ein: Viele junge Menschen seien
heute „von widersprüchlichen Gefühlen bewegt“, schwankten zwischen Lebenslust
und Zukunftsangst, so der Papst - dass es vielen sogar schlecht gehe, dürfe man
nicht verschweigen. Das hat laut Leo mit einem unmenschlichen,
reduktionistischen System zu tun, mit einer „Erpressung“ durch Erwartungen und
Leistungsdruck, wie er formulierte.
„Es
ist die allgegenwärtige Lüge eines verzerrten Systems, das Menschen auf Zahlen
reduziert, den Wettbewerb verschärft und uns in Spiralen der Angst versinken
lässt. Gerade dieses seelische Unbehagen vieler junger Menschen erinnert uns
daran, dass wir nicht die Summe dessen sind, was wir besitzen, und auch keine
zufällig zusammengesetzte Materie eines stummen Kosmos. Wir sind ein Verlangen,
kein Algorithmus!“
Der
Augustiner-Papst verwies auf die Unruhe des heiligen Augustinus, der in seinem
Leben zwar Fehler beging, aber für Schönheit und Weisheit brannte. Wesentliche
Aufgabe im Leben eines jeden sei es, „wir selbst zu sein“, so der Papst. Er
ermutigte die jungen Menschen aus aller Welt, ihre Studienzeit für Begegnungen
zu nutzen: „Wir sind unsere Beziehungen, unsere Sprache, unsere Kultur“,
schärfte er ein.
Hunderte
von Fragen
Papst
Leo bedankte sich für die Hunderten von Fragen, die er von den Studierenden
erhalten hatte – er könne nicht alle beantworten, werde diese Themen aber im
Gedächtnis behalten, versicherte er. Die Jugend halte Erwachsenen mit ihren
Fragen den Spiegel vor, verdeutlichte der Papst. Eine Kernfrage: „Welche Welt
hinterlassen wir?“
„Eine
Welt, die leider durch Kriege und Kriegsrhetorik entstellt ist“, antwortete Leo
XIV. mit Blick auf die aktuelle Weltlage. „Es handelt sich um eine Verfälschung
der Vernunft, die von der geopolitischen Ebene aus in jede soziale Beziehung
eindringt. Die Vereinfachung, die Feinde schafft, muss daher korrigiert werden,
insbesondere an den Universitäten, durch die Achtung vor der Komplexität und
die kluge Aneignung der Erinnerung.“
Insbesondere
aus dem „Drama des 20. Jahrhunderts“ müssten Lehren gezogen werden, erinnerte
der Papst, der Ruf „Nie wieder Krieg!“ müsse überall verinnerlicht werden. Leo
XIV. betonte den Einklang der Päpste und der italienischen Verfassung, die
Krieg ablehne. Es gelte mit dem Gerechtigkeitssinn der Jugend ein „geistiges
Bündnis“ einzugehen, um Ideologien und Nationalismen zu verhindern.
Kritik
an Aufrüstung und KI-Missbrauch
Deutlich
kritisierte der Papst Aufrüstung und steigende Militärausgaben, besonders auch
in Europa, sowie eine missbräuchliche Verwendung Künstlicher Intelligenz für
militärische Zwecke. Mit einer Spitze gegen den aktuellen Trend der
Weltpolitik, Waffen als Investition in Sicherheit zu verkaufen, sagte der
Papst: „Man darf eine Aufrüstung nicht als ,Verteidigung‘ bezeichnen, die
Spannungen und Unsicherheit schürt, Investitionen in Bildung und Gesundheit
schmälert, das Vertrauen in die Diplomatie untergräbt und Eliten bereichert,
denen das Gemeinwohl gleichgültig ist.“
„Was
derzeit in der Ukraine, im Gazastreifen und den palästinensischen Gebieten, im
Libanon und im Iran geschieht, verdeutlicht die unmenschliche Entwicklung des
Verhältnisses zwischen Krieg und neuen Technologien in einer Spirale der
Vernichtung.“
Was
derzeit in der Ukraine, Palästina, im Libanon und Iran geschehe, zeige eine
„unmenschliche Entwicklung“ im Zusammenhang mit Technologien auf, ja eine
„Spirale der Vernichtung“, formulierte Papst Leo. Studium, Forschung und
Investitionen müssten dagegen zur Förderung des Lebens eingesetzt werden, sie
sollten „ein radikales Ja“ sein zum ungeborenen Leben, zur Jugend und zum Leben
der Völker, so der Papst bei seiner mit Standing Ovations bedachten Rede. Im
Zusammenhang mit KI sprach er sich erneut für eine Überwachung der Entwicklung
und Anwendung solcher Technologien im militärischen und zivilen Bereich aus, um
der Entmündigung des Menschen und der Verschlimmerung von Konflikten
entgegenzuwirken.
„Forschung
und Investitionen müssen ein radikales 'Ja' zur Zukunft sein. Ja zum
unschuldigen Leben, ja zum jungen Leben, ja zum Leben der Völker, die nach
Frieden und Gerechtigkeit rufen!“
Ökologie
als gemeinsames Handlungsfeld
Neben
Frieden nannte der Papst in seiner Universitätsrede Ökologie als gemeinsames
Handlungsfeld. Angesichts der besorgniserregenden Klimaerwärmung und der
Stagnation bei dem Thema ermutigte er die jungen Leute, „von der Hermeneutik
zum Handeln“ überzugehen – sie sollten nicht resignieren, sondern „Unruhe in
Prophezeiung verwandeln“ und ihre „ganze Klugheit“ und ihren „ganzen Mut“
zusammennehmen. Glaube, Wissen und die Unzufriedenheit junger Generationen mit
den Missständen und Ungerechtigkeiten in der Welt können laut Leo hier einen
Ausweg aus dem kapitalistischen Paradigma weisen.
„Vor
allem wer glaubt, weiß, dass die Geschichte nicht ausweglos in die Hände des
Todes fällt, sondern immer, was auch immer geschieht, von einem Gott bewahrt
wird, der Leben aus dem Nichts erschafft, der gibt, ohne zu nehmen, der teilt,
ohne zu verbrauchen. Gerade heute macht der Zusammenbruch eines Paradigmas der
Besitzgier und des Konsums den Weg frei für das Neue, das bereits keimt:
Studiert, pflegt und bewahrt die Gerechtigkeit! Seid gemeinsam mit mir und
vielen Brüdern und Schwestern Handwerker des wahren Friedens: eines
unbewaffneten und entwaffnenden, demütigen und beharrlichen Friedens, indem ihr
an der Eintracht unter den Völkern und am Schutz der Erde arbeitet.“
„Lasst
uns zusammenarbeiten, wir alle sind Friedensstifter in der Welt. Lasst uns
arbeiten, lernen und alles tun – von den Beziehungen unter Freunden über unsere
Worte bis hin zu unserer Denkweise –, um den Frieden in der Welt zu schaffen.
Behaltet stets die Hoffnung auf die Möglichkeit, eine neue Welt zu schaffen!“
Papst
Leo zitierte hier aus Franziskus‘ Sozialenzyklika Laudato si. Auch der
argentinische Papst setzte im Bereich der Bildung und des Umweltschutzes große
Hoffnungen in die jungen Generationen und regte zu Allianzen zwischen den
Religionen und Bildungseinrichtungen an.
Appell
an Lehrende: Kritisches Denken fördern
Auch
die Lehrenden könnten das kritische Denken der jungen Generation fördern, fuhr
der Papst fort. Dabei gelte es, „Kontakt zu den Köpfen und Herzen der jungen
Menschen zu pflegen“ und an die Studierenden zu glauben. „Fragt euch daher oft:
Habe ich Vertrauen in sie?“, gab der Papst den Professorinnen und Professoren
mit auf den Weg. Lehren sei „eine Form der Nächstenliebe“, ein „Bezeugen des
Lebens mit Werten“, so der Papst. Dabei gehe es immer auch um Wahrheit, um
Gerechtigkeit – und um Selbsterkenntnis.
„Welchen
Sinn hätte es denn, einen Forscher oder Fachmann auszubilden, der jedoch sein
Gewissen, seinen Gerechtigkeitssinn und seinen Respekt für das, was man weder
beherrschen kann noch darf, nicht pflegt? Wissen dient nämlich nicht nur dazu,
berufliche Ziele zu erreichen, sondern auch dazu, zu erkennen, wer man ist.“
Papst
würdigt Bildungskorridor mit dem Gazastreifen
Papst
Leo würdigte in seiner Ansprache außerdem den inklusiven Ansatz der „Sapienza“,
die sich für das Recht auf Bildung auch für Bedürftige, Behinderte und
Strafgefangene eingesetzt. Zudem lobte er ein humanitäres Projekt, das die
Diözese Rom mit der Universität plant. Dabei geht es um die Eröffnung eines
humanitären Universitätskorridors mit dem Gazastreifen.
Leo
XIV. war am Morgen von Universitätsrektorin Antonella Polimeni am Campus
begrüßt worden. Bei einer Fahrt im offenen Golfcar wurde er von vielen
Studierenden mit Beifall und Viva il Papa-Rufen empfangen. Auch trug sich der
Papst ins Goldene Buch, und eine Gedenktafel zum Papstbesuch wurde
enthüllt. Vor seiner Ansprache in der Aula Magna besuchte er die
Hochschulkapelle und tauschte sich mit der Universitätsleitung aus. Zudem
erhielt er eine Reihe Fragen von Studierenden vorgelegt.
Die
Universität „La Sapienza“ ist mit mehr als 100.000 Studierenden die größte
Hochschule Italiens und eine der größten Europas. An der Lehreinrichtung war
2008 ein Besuch des deutschen Papstes Benedikt XVI. geplant gewesen, der damals
wegen Protesten aber abgesagt wurde. Sein Nachfolger Franziskus hatte in Rom
mehrere Universitäten besucht, aber nicht die „Sapienza". (vn 14)
Papst erinnert an Attentat auf
Johannes Paul II. von 1981
Am
Gedenktag der seligen Jungfrau Maria von Fatima hat der Papst bei seiner
Generalaudienz an Papst Johannes Paul II. erinnert, der vor 45 Jahren auf dem
Petersplatz Opfer eines Attentats wurde. In seiner Katechese ging Leo XIV. auf
die Gottesmutter als Vorbild und Mutter der kirchlichen Gemeinschaft ein.
Am
13. Mai 1981 wurde der polnische Papst bei einem Anschlag auf dem Petersplatz
angeschossen und überlebte nur knapp. Daran erinnerte Leo XIV. an diesem
Mittwoch bei seiner Generalaudienz. Bei der Fahrt im Papamobil über den
Petersplatz hielt er an der Stelle an, wo der polnische Papst 1981
niedergeschossen wurde, und kniete an dem Gedenkstein nieder, der dort in den
Boden eingelassen ist.
Leo
XIV. kniete an jener Stelle nieder, wo Johannes Paul II. am 13. Mai 1981
niedergeschossen wurde
Attentat
auf Johannes Paul II. vor 45 Jahren
Johannes
Paul II. hatte sein Überleben des Attentats, das sich exakt am Jahrestag der
ersten Marienerscheinungen von Fatima ereignete, dem Eingreifen der Madonna
zugeschrieben. Er ließ eine der Attentatskugeln später in die Krone der Madonna
von Fatima einsetzen. Der Gedenktag der seligen Jungfrau Maria von Fatima
erinnert an die erste der sechs Marienerscheinungen im Jahr 1917, bei der die
Muttergottes in Portugal drei Hirtenkindern erschien.
Maria
als Vorbild der Kirche
„Maria
ist klarstes Urbild im Glauben und in der Liebe.“
In
seiner Katechese, die er Johannes Paul II. widmete, ging der Papst am Mittwoch
auf Maria als Vorbild der Kirche ein und griff Passagen der dogmatischen
Konstitution Lumen gentium auf (vgl. Lumen gentium, 52-69). Maria wird
dort als „klarstes Urbild im Glauben und in der Liebe“ anerkannt. Die
Gottesmutter sei „Mutter der gesamten kirchlichen Gemeinschaft“ und
„vollkommenes Vorbild dessen, wozu die ganze Kirche berufen ist: Geschöpf des
Wortes des Herrn und Mutter der Kinder Gittes, die im Gehorsam gegenüber dem
Wirken des Heiligen Geistes geboren wurden“, führte Leo XIV. dazu weiter aus.
Bedingungslose
Offenheit für das göttliche Geheimnis
In
der Madonna zeige sich die „bedingungslose Offenheit für das göttliche
Geheimnis“ in höchster Form, so der Papst. Maria sei eine historisch konkrete
Frau gewesen, „der die außergewöhnliche Erfahrung zuteilwurde, die Mutter des
Erlösers zu werden“, und die diese „unverdiente Erwählung durch Gott“ mit
„freier Zustimmung des Glaubens“ angenommen habe. „Maria ist daher die Frau,
die das Geheimnis verkörpert, das heißt den göttlichen Heilsplan, der einst
verborgen war und in Jesus Christus in seiner Fülle offenbart wurde“, so Leo
XIV. Am Erlösungswerk habe sie „in Gehorsam, Glaube, Hoffnung und brennender
Liebe mitgewirkt“ (vgl. LG 61).
„In
ihr findet das Volk Gottes seinen Ursprung, sein Vorbild und seine Heimat.“
Die
Jungfrau Maria verweise auf das Geheimnis und die Berufung der Kirche, fuhr der
Papst fort. Sie könne uns lehren, „die Kirche zu lieben und in ihr der
Vollendung des Reiches Gottes zu dienen“, so Leo XIV. Er rief alle Gläubigen
dazu auf, sich vom Beispiel der Madonna inspirieren zu lassen und sie um
Unterstützung bei unserem Wirken als Glieder der Kirche zu bitten.
Glaube
und Zugehörigkeit
Der
Papst ermutigte die Gläubigen bei der Generalaudienz zur Gewissensprüfung. Sie
sollten sich fragen: „Lebe ich meine Zugehörigkeit zur Kirche in demütigem und
aktivem Glauben? Erkenne ich in ihr die Gemeinschaft des Bundes, die Gott mir
geschenkt hat, um seiner unendlichen Liebe zu entsprechen? Fühle ich mich als
lebendiger Teil der Kirche, im Gehorsam gegenüber den von Gott gesandten
Hirten? Betrachte ich Maria als Vorbild, als vorbildliches Glied und Mutter der
Kirche, und bitte ich sie, mir zu helfen, ein treuer Jünger ihres Sohnes zu
sein? Liebe Schwestern und Brüder, möge der Heilige Geist, der auf Maria
herabgekommen ist und den wir in Demut und Vertrauen anrufen, uns die Gnade
schenken, diese wunderbaren Wahrheiten in vollem Umfang zu leben.“
„Bitten
wir die Jungfrau Maria, uns diese Gnade zu erwirken: dass in uns allen die
Liebe zur Heiligen Mutter Kirche wachse.“ (vn 13)
Bischof Wilmer: Der Begriff
christliches Abendland darf nicht missbraucht werden
Empfang
zum Auftakt des 104. Deutschen Katholikentages in Würzburg
Anlässlich
des 104. Katholikentages in Würzburg haben die Konrad-Adenauer-Stiftung und die
Hanns-Seidel-Stiftung heute (13. Mai 2026) zu einem gemeinsamen Empfang
eingeladen. Mit Blick auf das Motto des Katholikentags „Hab Mut, steh auf!“
warb der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner
Wilmer, in einem Grußwort für den Zusammenhalt in der Gesellschaft und in
Europa. Dazu bedürfe es einer Kultur der Begegnung und des Dialogs, basierend
auf der Grundlage des gemeinsamen Rechts. Dies sei übertragbar auf die Rolle
Deutschlands und der EU in der Welt im Sinne eines Engagements für
multilaterale Strukturen und die Gültigkeit des Völkerrechts. Bischof Wilmer
ergänzte: „Daher sollten wir alle den Mut haben, aufzustehen, um gegen
Spaltungen in der Gesellschaft und in Europa aufzubegehren. Gerade deshalb ist
es gut, wenn ein Katholikentag daran erinnert, was Zusammenhalt bedeutet: Die
Demokratie gründet in Werten und Prinzipien, die das Christentum wesentlich
vor- und mitgeprägt hat.“ Zuvorderst stehe die Überzeugung, dass alle Menschen
die gleiche, von Gott gegebene Würde haben.
Bischof
Wilmer führte aus, die Kirche wirke auch als Brückenbauerin und biete Orte der
Begegnung und des Austauschs. Er unterstrich: „Die katholische Kirche und – in
ökumenischer Verbundenheit darf ich sicherlich sagen – die Kirchen in
Deutschland werden ihren Beitrag leisten, die Politik zu unterstützen im Kampf
gegen dumpfe Parolen vom äußersten rechten und linken Rand, im Kampf gegen
jene, die die Demokratie beschädigen wollen, im Kampf gegen jene, denen
Redeverbote lieber sind als ein Dialog.“ Einer exklusivistischen Rede vom
christlichen Abendland erteilte Bischof Wilmer eine klare Absage: „Der
christliche Glaube ist seinem Selbstverständnis nach universal und nicht an
eine bestimmte kulturelle oder politische Ordnung gebunden. Das Christentum hat
das heutige Europa und seine Länder wesentlich geprägt, ohne es exklusiv zu
definieren. Der Begriff christliches Abendland ist kein politischer
Kampfbegriff und darf nicht missbraucht werden.“
Bischof
Wilmer, der auch der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen der
Deutschen Bischofskonferenz vorsteht, wünschte sich von der EU ein
geschlossenes außenpolitisches Handeln, um auf existenzielle Herausforderungen
reagieren zu können. Der Krieg in der Ukraine stehe für einen Systemkonflikt
zwischen einerseits Demokratien und andererseits Autokratien und Diktaturen.
„Europa sollte den Mut haben, aufzustehen und sein Modell der supranationalen
Zusammenarbeit sowie den weltweiten Multilateralismus zu verteidigen“, ist er
überzeugt. „Wir müssen keine neue europäische Idee entwickeln. Aber wir müssen
mit Mut dieser europäischen Idee ein Gesicht geben. Dbk 13
Ökumenisches Treffen von Bischöfin
Fehrs und Bischof Wilmer
Im
Vorfeld des Katholikentages rufen die Kirchen zu Zusammenhalt und Überwindung
von Gewalt auf
Im
Vorfeld der Eröffnung des 104. Deutschen Katholikentages in Würzburg haben sich
heute (13. Mai 2026) die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in
Deutschland (EKD), Bischöfin Kirsten Fehrs, und der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, zu einem Gespräch getroffen. Es
war die erste offizielle Begegnung der beiden seit dem Amtsantritt des
Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz.
Im
Mittelpunkt des Austauschs standen die Bedeutung der Ökumene sowie die
gemeinsame Verantwortung der Kirchen für den gesellschaftlichen Zusammenhalt in
einer Zeit wachsender Spannungen und Polarisierungen.
Bischöfin
Fehrs und Bischof Wilmer erklärten: „Viele Menschen erleben derzeit, wie hart
gesellschaftliche Debatten geworden sind. Misstrauen wächst, Positionen
verhärten sich, und immer häufiger wird übereinander statt miteinander
gesprochen. Als Kirchen wollen wir dem etwas entgegensetzen: Orte, an denen
Menschen einander zuhören, Unterschiede aushalten und gemeinsam nach Lösungen
suchen. Ökumene ist dafür ein konkretes Beispiel. Evangelische und katholische
Christinnen und Christen verbindet mehr, als sie trennt. Gerade weil wir nicht
in allem gleich sind, zeigt die Ökumene, dass Verständigung möglich ist und
Vertrauen wachsen kann. Diese Erfahrung braucht auch unsere Gesellschaft.
Kirchen tragen Verantwortung dafür, Begegnung zu ermöglichen – in Gemeinden,
Schulen, sozialen Einrichtungen und im öffentlichen Gespräch. Dort, wo Menschen
einander wahrnehmen und Gehör schenken, verliert Spaltung an Kraft. Was im
Kleinen gilt, trägt auch im Großen: Frieden entsteht dort, wo Menschen und
Nationen einander nicht abschreiben, sondern Verständigung suchen. Angesichts
von Krieg und Gewalt in vielen Teilen der Welt, setzen sich die Kirchen für
Versöhnung, Menschlichkeit und Überwindung von eskalierten Konflikten ein“, so
Bischöfin Fehrs und Bischof Wilmer.
Mit
Blick auf das Leitwort des Katholikentags „Hab Mut, steh auf!“ betonten beide:
„Mutig ist heute, wer das Gespräch sucht, auch dort, wo Positionen als
unvereinbar erscheinen. Frieden entsteht, wenn Menschen einander nicht
aufgeben.“
Der
Deutsche Katholikentag beginnt am Mittwochabend (13. Mai 2026) mit einer
Eröffnungsveranstaltung auf dem Würzburger Residenzplatz. Dbk 13
Katholikenkomitee befasst sich mit
Renten-Thema
Das
Zentralkomitee der deutschen Katholiken berät bei seiner
Frühjahrsvollversammlung über die Rente und wie es mit dem Reformprozess der
katholischen Kirche in Deutschland weitergehen soll. Die KNA berichtet über die
Vollversammlung aus Würzburg kurz vor dem deutschen Katholikentag.
Kurz
vor Beginn des 104. Deutschen Katholikentags in Würzburg kommt das
Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) in der fränkischen Bischofsstadt
zu seiner Frühjahrsvollversammlung zusammen. Politisch wollen sich die rund 230
Mitglieder mit dem Thema Rente auseinandersetzen. Innerkirchlich geht es bis
Mittwoch erneut um die Aufarbeitung des sexuellen Missbrauchs und die Gründung
der Synodalkonferenz, des geplanten neuen nationalen Gremiums der katholischen
Kirche in Deutschland.
In
der Synodalkonferenz wollen Bischöfe und Laien, also nicht geweihte Katholiken,
ihre Beratungen über mögliche Reformen in der katholischen Kirche in
Deutschland fortsetzen. Gesetzt sind die Bischöfe der 27 deutschen Bistümer.
Dazu kommen 27 Vertreter des Zentralkomitees sowie 27 weitere Katholikinnen und
Katholiken. Die 27 ZdK-Mitglieder sollen voraussichtlich Ende Juni gewählt
werden. Wann die Synodalkonferenz erstmals zusammentritt, hängt auch davon ab,
ob und wann der Vatikan die Satzung anerkennt.
Beschlüsse
zum kirchlichen Leben in Deutschland
Bischöfe
und Laien hatten im November nach intensiven Debatten einstimmig eine Satzung
für die Synodalkonferenz beschlossen. Vorgesehen ist, dass das Gremium Stellung
zu wesentlichen Entwicklungen in Staat, Gesellschaft und Kirche in Deutschland
nimmt. Außerdem wollen Bischöfe und Laien Beschlüsse fassen zu wichtigen Fragen
des kirchlichen Lebens von bundesweiter Bedeutung. Schließlich soll die
Synodalkonferenz ein gewisses Mitspracherecht erhalten bei Finanz- und
Haushaltsangelegenheiten der katholischen Kirche in Deutschland, "die
nicht auf diözesaner Ebene entschieden werden". (kna 13)
Entwicklungsdikasterium: Intensive
Tagungswoche in Rom
Wie
jedes Jahr haben sich Mitarbeiter, Ehrenamtliche und Praktikanten des
Dikasteriums für den Dienst zugunsten der ganzheitlichen Entwicklung des
Menschen eine Woche lang im Palazzo San Calisto zum Austausch und zur Planung
gemeinsamer Projekte getroffen.
Zuhören
und kennenlernen. Innehalten, um zu reflektieren, den gemeinsamen Sinn und den
zukünftigen Weg wiederzufinden. Das sind die Leitlinien der Intensivwoche des
Dikasteriums für den Dienst zugunsten der ganzheitlichen
Entwicklung des Menschen (DSSUI), einer Veranstaltung, die vom 23. bis 30.
April vorwiegend im Palazzo San Calisto stattfand. Es gab verschiedene
Aktivitäten für alle, wozu der Besuch der Vatikanischen Museen, des Borgo
Laudato si’ und die Teilnahme am Regina Cæli von Papst Leo XIV. auf dem
Petersplatz, gehörten.
Vertiefung
des Zuhörens
Die
Eröffnungsversammlung im Vyn-Thun-Saal fand in einer familiären und lebhaften
Atmosphäre statt, geprägt von einer großen Vielfalt an Herkunft, Alter,
Sprachen und Funktionen.
Eine
bemerkenswerte Besonderheit: Jedes Jahr hat einen Namen. Die ersten beiden
Jahre (2022–23) wurden „Jahr 00“ und „Jahr 0“ genannt und waren dem Aufbau der
Grundlagen gewidmet. Ab dem dritten Jahr hat die DSSUI die Sprache des
liturgischen Kalenders übernommen: Erstes Jahr des gewöhnlichen Jahres, Zweites
Jahr, etc. Die Tradition der „Intensivwoche“ begann im Jahr 2023 und wurde
seitdem fortgesetzt. Kardinal Michael Czerny nannte in einem Interview mit den
vatikanischen Medien drei Hauptziele: die Mission des Dikasteriums in der
heutigen Zeit neu zu überdenken, die interne Kommunikation zu stärken und die
Beziehung zwischen den Mitarbeitern am Hauptsitz und in der Diaspora zu
stärken.
Der
Präfekt des Dikasteriums wies bei den behandelten Themen auf das, was er als
„Dogma“ bezeichnet: Das DSSUI legt keine Prioritäten von oben fest, sondern
hört den Ortskirchen zu und begleitet sie bei ihrer Mission, die Hindernisse
für die ganzheitliche menschliche Entwicklung in ihrem jeweiligen Kontext
anzugehen. Schwester Alessandra Smerilli, Sekretärin des Dikasteriums, schloss
sich ihm an und beschrieb die Woche als eine Zeit, um den Alltag zu
unterbrechen und „neue Energie zu tanken“. Das Schlüsselwort, welches sie als
Leitlinie nannte, war „Wissen“.
Prozesse
begleiten und Initiativen unterstützen
Kardinal
Czerny schloss die Eröffnungssitzung ab, indem er dankbar alle Abteilungen und
Bereiche des Dikasteriums Revue passieren ließ: Zuhören und Dialog, Forschung
und Reflexion, Sekretariat, Verwaltung und Planung. Der Aufbau von
Gemeinschaften, so bemerkte er, sei eine Verpflichtung, die gemeinsam mit dem
vorrangigen Ziel bekräftigt und verfolgt werden müsse: „dem Papst und den
Bischöfen bei der Förderung der ganzheitlichen menschlichen Entwicklung zu
helfen“.
„dem
Papst und den Bischöfen bei der Förderung der ganzheitlichen menschlichen
Entwicklung zu helfen“
Zu
den Fortbildungsangeboten unter anderem gehörte die Sitzung über die laufenden
Begleitprozesse, die von Kardinalstaatssekretär Fabio Baggio geleitet wurde.
Das vom Kardinal bekräftigte Leitprinzip ist klar: Es geht nicht darum,
Veranstaltungen zu organisieren, sondern Prozesse zu begleiten und Initiativen
zu unterstützen. Dabei handelt es sich um Wege, die auf konkrete pastorale
Ergebnisse ausgerichtet sind und in den Ortskirchen bleibende Spuren
hinterlassen können.
Interne
Kommunikation reflektieren
Im
Laufe der Woche hatte das gesamte Personal des DSSUI Gelegenheit, sich über
neue Strategien zur Verbesserung der internen Kommunikation auszutauschen und
damit das 2024 gestartete Projekt fortzusetzen. Bei der Einführung in die
Sitzung betonte Schwester Smerilli die Bedeutung effektiver Beziehungen für die
tägliche Arbeit. Im Mittelpunkt des Treffens stand eine praktische Übung: Die
Teilnehmer, aufgeteilt in sieben Gruppen, setzten sich mit Fragen auseinander,
die im Laufe der Zeit aufgetaucht waren, wie beispielweise die Effizienz von
Besprechungen und präsentierten anschließend ihre Beobachtungen und konkreten
Vorschläge.
Der
Tag im Borgo Laudato Si’
Der
Tag am 28. April fand in Castel Gandolfo im Borgo Laudato Si’ statt. Der Tag
begann mit der Feier der Eucharistie nach dem neuen Formular für die Bewahrung
der Schöpfung, am Altar im Garten der Statue der Madonnina geleitet wurde. Es
folgte ein Bericht von Kardinal Baggio über die Entwicklung des Zentrums für
höhere Bildung „Laudato Si’“: ein Projekt, das konkret wächst, von der
380-kW-Photovoltaikanlage bis zur Gestaltung eines sensorischen Therapiegartens
für Menschen mit Autismus.
Zusätzlich
hielt Kardinal Czerny eine Meditation auf der Grundlage des Dokuments der
Arbeitsgruppe 2 der Synode mit dem Titel „Auf den Schrei der Armen und der Erde
hören“. Dabei wurde deutlich, wie wichtig es ist, die Armen als aktive Akteure
und Protagonisten und nicht als passive Empfänger zu betrachten. Am Nachmittag
fand dann eine geleitete Teambildungssitzung statt.
Abschließende
Worte der Ermutigung
In
der Abschlusssitzung rief Czerny dazu auf, angesichts der Katastrophen, die
verschiedene Regionen der Welt heimsuchen, wachsam und solidarisch zu bleiben,
und kündigte neue Synergien mit dem Dikasterium für den Dienst der
Nächstenliebe an. Anschließend zitierte er eine Passage aus der Ansprache von
Papst Leo XIV. an der Katholischen Universität Zentralafrikas während seiner
Apostolischen Reise nach Kamerun: „Keine Gesellschaft kann gedeihen, wenn sie
nicht auf rechtschaffenen Gewissen beruht, die in der Wahrheit erzogen sind.“
Die Bildung eines freien und „heilig unruhigen“ Gewissens ist die Voraussetzung
dafür, dass sich der christliche Glaube als ein zutiefst menschliches Angebot
darstellt, das fähig ist, das persönliche und gesellschaftliche Leben zu
verwandeln. In dieser vom Heiligen Vater vorgeschlagenen Perspektive, so der
Kardinal, spiegelt sich die tägliche Arbeit des Dikasteriums wider: eine
Ermutigung und zugleich eine Herausforderung für den pastoralen Dienst und die
Begleitung. In einer digitalen Welt, bilden das „gerade Gewissen“ und die
„heilige Unruhe“ eine solide Grundlage für den gemeinsamen Weg zur
ganzheitlichen menschlichen Entwicklung, dem von Jesus versprochenen „Leben in
Fülle“. (vn 11)
Adveniat-Bilanz 2025: Verlässlich
bei den Menschen in Lateinamerika
„Adveniat
ist der langfristig und nachhaltig verlässliche Partner an der Seite der
Menschen in Lateinamerika und der Karibik.“ Das hat Adveniat-Bischof
Franz-Josef Overbeck bei der Vorstellung des Jahresberichts des
Lateinamerika-Hilfswerks am Montag, 11. Mai 2026, am Dienstsitz in Essen
gesagt.
Im
Geschäftsjahr 2025 seien mehr als 800 Projekte mit 30,6 Millionen Euro
gefördert worden. „Und das in Zeiten, in denen der entwicklungspolitische
Kahlschlag und die geopolitischen Entscheidungen des amtierenden US-Präsidenten
ganz besonders für die Menschen in Lateinamerika und der Karibik existentielle
Folgen haben“, so Bischof Overbeck. „Denn im Globalen Süden steigt die Zahl der
Hungernden infolge der Kriege und Krisen massiv an.“
Hilfe
für Frauen in Not
Besonders
berührt zeigte sich Overbeck von dem Projekt Talitha Qum im kolumbianischen
Cartagena, das auch bei Papst Franziskus auf dem Besuchsprogramm stand.
Ordensschwestern ermöglichen hier Mädchen und jungen Frauen eine gute Zukunft,
die vergewaltigt und missbraucht wurden und als junge Mütter ein schwieriges
Leben führen.
Erfreut
zeigte sich Adveniat-Bischof Overbeck, dass dieses wichtige Thema im
Mittelpunkt der diesjährigen bundesweiten Adveniat-Weihnachtsaktion steht, die
am 1. Adventssonntag im Erzbistum München und Freising unter dem Motto:
„Mut-Macherin. Frauen stärken. Hoffnung schenken.“ eröffnet wird. „Denn Frauen
erleiden allein aufgrund ihres Frauseins Ausgrenzung, massive Gewalt bis hin zu
Ermordungen“, erläuterte Overbeck die weltweit dramatische Wirklichkeit für
Frauen. „In den nach wie vor vom Machismo, also dem männlichen Dominanzgehabe,
geprägten Gesellschaften Lateinamerikas sind sogenannte Femizide – Morde an
Frauen aufgrund ihres Geschlechts – grausamer Alltag. Die
UN-Wirtschaftsorganisation für Lateinamerika und die Karibik hat mehr als
19.000 Femizide in den vergangenen fünf Jahren gezählt, das sind gut elf pro
Tag“, so der Adveniat-Bischof.
Adveniat-Geschäftsführerin
Tanja Himer erläuterte angesichts dieser Dramatik, wie Adveniat mit den
Partnerinnen vor Ort ein Netzwerk der Solidarität für Frauenrechte knüpft und
das Bewusstsein schärft. In Frauenhäusern finden Mütter mit ihren Kindern Schutz,
in psychologischen Beratungsstellen können Frauen ihre Gewalt- und
Leidensgeschichten aufarbeiten, Ausbildungs- und Berufsvorbereitungskurse
ermöglichen es Frauen, ihr eigenes Geld zu verdienen.
Dank
Spenden Hoffnungsinseln schaffen...
Im
Geschäftsjahr 2025, das vom 1. Oktober 2024 bis zum 30. September 2025 reicht,
seien die Spendeneinnahmen im Vergleich zum Vorjahr um etwa 3 Millionen Euro
auf insgesamt 34 Millionen Euro zurückgegangen, lägen aber in etwa auf dem
Niveau des Geschäftsjahres 2023. Adveniat-Hauptgeschäftsführer Pater Martin
Maier nannte es den Auftrag Adveniats, mit diesen Spenden Hoffnungsinseln zu
schaffen. Denn es seien gerade die armen Menschen, die unter den Folgen
geopolitischer Entscheidungen, unter dem globalen Handeln aber auch
Nichthandeln leiden.
Hintergrund
Adveniat,
das Lateinamerika-Hilfswerk der katholischen Kirche in Deutschland, steht für
kirchliches Engagement an den Rändern der Gesellschaft und an der Seite der
Armen. Getragen wird diese Arbeit von vielen Spenderinnen und Spendern – vor
allem auch in der alljährlichen Weihnachtskollekte am 24. und 25. Dezember.
Adveniat finanziert sich zu 95 Prozent aus Spenden. Die Hilfe wirkt: Im
vergangenen Jahr konnten mehr als 800 Projekte mit 30,6 Millionen Euro
gefördert werden, die genau dort ansetzen, wo die Hilfe am meisten benötigt
wird: an der Basis, direkt bei den Menschen vor Ort. (adveniat 11)
ZdK-Präsidentin zum Katholikentag:
„Mut machen, Menschenwürde verteidigen“
In
dieser Woche beginnt in Würzburg der 104. Katholikentag. Sind solche Treffen
nur ein „Binnenereignis“ für ohnehin engagierte und reformorientierte Christen?
Die ZdK-Präsidentin und Vorsitzende der Katholikentagsleitung widerspricht im
Interview mit dem Kölner Domradio.
DOMRADIO.DE: Warum
haben Sie für den kommenden Katholikentag das Leitwort „Hab Mut, steh
auf!" aus dem Markus-Evangelium gewählt?
Irme
Stetter-Karp (Präsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken /
ZdK): „Es ist uns als Veranstalter, als Zentralkomitee der Deutschen
Katholiken, ein Anliegen, Mut zu machen und gerade jetzt die Menschenwürde zu
verteidigen. Sie ist hier in Deutschland und auch andernorts in Gefahr.
Insofern
stellen wir uns mit diesem biblischen Motto gegen Hass und Hetze, die das Klima
auch in unserem Land zu vergiften drohen. Es entspricht unserem christlichen
Profil, wenn wir sagen: ,Nicht mit uns!‘“
DOMRADIO.DE: Nun
werden die Christen und die Mitglieder christlicher Kirchen in Deutschland
immer weniger. Wie viel Gewicht hat die christliche Stimme denn überhaupt noch
in Deutschland?
Stetter-Karp: „Die
große Beachtung, die Katholikentage wie auch Kirchentage medial immer wieder
erfahren, spricht für sich. Hier geschieht Zeitansage – und die interessiert.
Gerade in Zeiten, in denen Menschen in herausfordernden Transformationsprozessen
Orientierung suchen. Ich könnte auch fragen, wie viele Veranstaltungen es im
öffentlichen Raum gibt, in denen sich Menschen unterschiedlicher Milieus,
Herkunft, Überzeugungen, Parteizugehörigkeit, ob jung oder alt, reich oder arm,
kommerzfrei begegnen können. Genau dieses Experiment wagen wir mit dem
Katholikentag.“
DOMRADIO.DE: Am
13. Mai beginnt der Katholikentag. Wie gut ist Würzburg vorbereitet? Haben Sie
sich schon alles angeschaut?
Stetter-Karp: „Natürlich,
wir waren zwei Jahre in der Vorbereitung und immer wieder dort. Die Region
freut sich sehr auf dieses große Ereignis. Ich habe den Eindruck, es gibt eine
gute Dynamik im Vorfeld, und wir freuen uns auf die Gastfreundschaft der
Unterfranken.“
DOMRADIO.DE: Kritiker
sagen, der Katholikentag sei eher ein „Binnenereignis" für ohnehin
Engagierte. Wie wollen Sie die Menschen erreichen, die der Kirche längst
den Rücken gekehrt oder vielleicht noch nie dorthin gefunden haben?
„Längst
sind Katholikentage ökumenische Ereignisse – auch in der Ökumene mit
religionsfernen Menschen“
Stetter-Karp: „Fakt
ist: Wir haben rund 900 Veranstaltungen und es gibt über 300 Organisationen auf
der Kirchenmeile (Anm. der Red.: Der Info- und Begegnungsbereich, wo sich
zahlreiche kirchliche Gruppen, Verbände, Orden, Hilfswerke, Initiativen und
Organisationen präsentieren), das sind mehr als bei den vergangenen
Katholikentagen. Wir haben schon in Erfurt erlebt, in einer Umgebung, in der
Katholikinnen und Katholiken eine wirklich kleine Minderheit der Bevölkerung
sind, dass es sehr viel Interesse und Offenheit der Bürgerinnen und Bürger gab.
Insofern
ist unser Programm auch etwas für die Umstehenden. Ich denke an die
öffentlichen Konzerte, aber auch an die Veranstaltungen, die im öffentlichen
Raum stattfinden. Längst sind Katholikentage ökumenische Ereignisse – auch in
der Ökumene mit religionsfernen Menschen. Dass das gut funktioniert, hat Erfurt
gezeigt.“
DOMRADIO.DE: Wenn
man sich das Programm anschaut, gewinnt man den Eindruck, dass der
Katholikentag mit seinen Themen vor allem ein kirchenpolitisch progressives
Milieu anspricht. Wie wollen Sie denn den Teil der Katholiken und Katholikinnen
mitnehmen, die eher traditionell oder konservativ sind?
„Ich
freue mich sehr, dass es gerade auf der Kirchenmeile ein ganz breites Spektrum
gibt, auch Gruppierungen aus dem konservativen katholischen Milieu“
Stetter-Karp: „Die
sind selbstverständlich auch angesprochen. Ich freue mich sehr, dass es gerade
auf der Kirchenmeile ein ganz breites Spektrum gibt, auch Gruppierungen aus dem
konservativen katholischen Milieu. Es beteiligen sich wieder Organisationen,
die an einigen Katholikentagen nicht dabei waren. Wir wollen die Menschen
erreichen. Gespräche, Diskussionen, gemeinsames Feiern unseres Glaubens bringt
zusammen.“
DOMRADIO.DE: Welches
Thema liegt Ihnen persönlich bei diesem Katholikentag besonders am
Herzen?
Stetter-Karp: „Das
Programm ist dicht, aber was für mich persönlich bei den letzten beiden
Katholikentagen an Bedeutung gewonnen hat, sind die christlich-muslimische
Feier und die jüdisch-christliche Feier am Abend.
Das
sind für mich prägnante Ereignisse, ebenso wie das gemeinsame Gebet, das
gemeinsame Singen und die Feiern, die neben den Debatten, die es natürlich auch
geben wird, eine wichtige Bedeutung haben.“
DOMRADIO.DE: Welche
Botschaft soll von diesem Katholikentag ausgehen?
Stetter-Karp: „Tatsächlich
die Botschaft, sich nicht entmutigen zu lassen, sondern der Gemeinschaft zu
vertrauen und miteinander Wege zu gestalten. Wir wissen, dass sich auch
Deutschland stark verändern muss und verändern wird. Dass wir uns dabei nicht
zurückziehen, weder im kirchlichen noch im politischen Raum, das ist unser
Wunsch. Dazu wollen wir mit dem Katholikentag beitragen.“
Das
Interview führte Ina Rottscheidt vom Kölner Domradio. (domradio 11)
Deutsches Hilfswerk startet
Pfingstaktion für Osteuropa
Der
Augsburger Bischof Bertram Meier fordert Solidarität mit Christen in Osteuropa.
„Lassen wir also unsere Schwestern und Brüder im Glauben nicht im Stich, leben
wir praktische Solidarität und unterstützen wir alle, die selbstlos und nicht
selten unter Einsatz ihres Lebens für das kirchliche Hilfswerk Renovabis tätig
sind", sagte Meier laut Manuskript am Sonntag im Augsburger Dom.
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Der
Bischof äußerte sich zum Start der bundesweiten Pfingstaktion der katholischen
Organisation zur Unterstützung von Menschen in Osteuropa. Die
Renovabis-Pfingstaktion steht diesmal unter dem Leitwort
"zusammen_wachsen. damit Europa menschlich bleibt". Damit will das
Hilfswerk Spaltungstendenzen in seinen 29 Partnerländern und in Deutschland
entgegenwirken. Die Aktion endet mit der Pfingstkollekte in allen
Pfarrgemeinden Deutschlands am 24. Mai.
Meier
führte aus: Menschen im Osten Europas und in Zentralasien erführen als
praktizierende Christinnen und Christen oft politische und gesellschaftliche
Repression. In Sachen Arbeitsplatz und Gesundheitsversorgung seien sie
schlechter gestellt, oder akut gefährdet von sozialen Unruhen, Bürgerkrieg
oder, wie im Fall der Ukraine, einem jahrelangen Abnutzungskrieg. Für sie sei
der Glaube an Jesus Christus und seine Botschaft vom Reich Gottes existenziell.
Der
Bischof betonte: „Hilfe zur Selbsthilfe setzt Fähigkeiten frei, stärkt das
Selbstbewusstsein und macht weniger anfällig für populistische Ideologien, die
im Zusammenhang mit der rasanten Säkularisierung Europas immer mehr Raum
gewinnen und ihrerseits auf 'Menschenfang' aus sind." Meier mahnte,
"den Vereinfachern und Einflüsterern unserer Tage" die Botschaft Jesu
von der alle umfassenden Nächstenliebe entgegenzusetzen.
Renovabis
wurde 1993 auf Anregung des Zentralkomitees der deutschen Katholiken von der
Deutschen Bischofskonferenz gegründet. Seither hat die Solidaritätsaktion der
deutschen Katholiken mit den Menschen in Mittel- und Osteuropa nach eigenen
Angaben mit mehr als 920 Millionen Euro fast 27.500 Projekte von Partnern
unterstützt. Das Hilfswerk hat seinen Sitz in Freising bei München. (kna 10)
Papst Leo: Gott liebt bedingungslos
Ein
auch unter katholischen Gläubigen verbreitetes Missverständnis hat Papst Leo an
diesem Sonntag beim Mittagsgebet zurechtgerückt: Es ist nicht das Wohlverhalten
des Menschen, das ihm die Liebe Gottes einbringt, sondern umgekehrt werden
Glaubende die Gebote Gottes dann halten, wenn sie seine Liebe zu ihnen erkennen
– eine Liebe, die bedingungslos ist.
Leo
meditierte beim Regina Coeli, wie das traditionelle Mittagsgebet der Kirche in
der Osterzeit heißt, wie immer über das Evangelium vom Sonntag. Es enthält
diesmal Worte, die Jesus beim Letzten Abendmahl an seine Jünger richtet: „Wenn
ihr mich liebt, werdet ihr meine Gebote halten“. Was Jesus damit meinte, sei
„keine Drohung“ gewesen, sondern „eine Einladung zu einer Beziehung“, erklärte
der Papst. Eine Beziehung zu Gott, die auch den Umgang mit den anderen
durchformt.
„Christus
selbst ist das Maß, der Maßstab wahrer Liebe: der ewig treuen, reinen und
bedingungslosen Liebe“, so Leo wörtlich. Es sei eine Liebe ohne Wenn und Aber,
„die sich verschenkt, ohne besitzen zu wollen, die Leben schenkt, ohne etwas im
Gegenzug zu verlangen. Weil Gott uns zuerst liebt, können auch wir lieben; und
wenn wir Gott wirklich lieben, lieben wir auch einander wirklich.“
„...wenn
er uns vom Bösen rettet und uns als ein Volk von Brüdern und Schwestern in der
Kirche vereint“
Aus
Liebe schicke Gott auch einen Beistand, den Heiligen Geist. Diesen könne
freilich nur empfangen, wer nicht im Bösen verharre, Leo nannte als Beispiele
ein Verhalten, das Arme unterdrückt, Schwache ausschließt und Unschuldige
tötet. Der Heilige Geist sei „die Kraft der Wahrheit“, der Gegenspieler
hingegen – mit Johannes – der „Vater der Lüge, der den Menschen gegen Gott und
die Menschen gegeneinander aufbringen will: also genau das Gegenteil von dem,
was Jesus tut, wenn er uns vom Bösen rettet und uns als ein Volk von Brüdern
und Schwestern in der Kirche vereint.“
Rund
25.000 Gläubige und Gäste hatten sich zu dem sonntäglichen Fixtermin mit dem
Papst auf dem Petersplatz versammelt. Das Mittagsgebet ist jeweils dreiteilig
gestaltet: Zunächst hält das Kirchenoberhaupt eine vorbereitete kurze Katechese
zum jeweiligen Sonntagsevangelium, gefolgt vom eigentlichen Gebet des Engels
der Herrn. Danach richtet der Papst einige Grußworte an die Anwesenden und
gegebenenfalls Appelle an die Weltgemeinschaft und erteilt abschließend den
Segen. (vn 10)
Venedig: Ein Blick auf den
Vatikan-Pavillon zu Hildegard von Bingen
Die
61. Internationale Kunstausstellung der Biennale von Venedig – „In Minor Keys“
von Koyo Kouoh öffnet an diesem Samstag, und mit ihm auch der Pavillon des
Heiligen Stuhls in einem Karme-literkloster. Im Mittelpunkt steht ein Garten
aus Klängen, Stimmen und Musik, inspiriert von der mit-telalterlichen deutschen
Mystikerin Hildegard von Bingen. Herta Gurtner war dort.
Besucher
gehen durch einen echten Garten und hören dort Kompositionen, Texte und Stimmen
verschiedener Kunstschaffender. Für Hildegard von Bingen (1098–1179) waren der
Atem als göttliche Lebenskraft, der Gesang als Ausdruck der Harmonie der
Schöpfung und wahres Verstehen, das dort beginnt, wo der Mensch innerlich zu
hören vermag, untrennbar miteinander verbunden.
Dieser
Vorstellung widmet sich unter dem Titel „Das Ohr ist das Auge der Seele“ ein
Teil des Projekts im sogenannten „mystischen Garten“ (Giardino Mistico) der
Unbeschuhten Karmeliten. Hier, nur wenige Schritte entfernt von der
Betriebsamkeit und Hektik rund um den Bahnhof Venedigs, steht alles im Zeichen
der leisen Töne.
Der
Garten wirkt wie ein kleines Paradies: Blumen, Kräuter- und Gemüsebeete,
Weinreben und dazwischen wandeln die Gäste. Sie hören über Headsets
Kompositionen, Gedichte und Gesänge, die Natur, Spiritualität und Klang
miteinander verweben. Protagonistinnen sind unter anderem Patti Smith, FKA
twigs, Moor Mother oder Caterina Barbieri, die Direktorin der Biennale Musica,
die sich aktuell intensiv mit den Kompositionen Hildegards von Bingen
beschäftigt.
Stimme,
Stille, Erinnerung und Transzendenz
Alle
Beiträge greifen Motive aus ihren Visionen und Schriften auf und untersuchen
Themen wie Stimme, Stille, Erinnerung und Transzendenz. Wer sich die notwendige
Zeit nimmt, erlebt einen Moment der Entschleunigung und Kontemplation. Manchen
mag der durchgehende Klangteppich zu homogen und allzu sanft erscheinen, doch
der Ort entfaltet eine eindringliche meditative Atmosphäre.
Hildegard
von Bingen verstand unter dem Begriff Viriditas – oft als „Grünkraft“ oder
„lebendiges Grün“ übersetzt – die Vorstellung einer beseelten, lebendigen Welt,
in der alles durch einen göttlichen Lebensatem miteinander verbunden ist. Genau
diese Idee will der Garten fühlbar machen.
„Der
Heilige Stuhl hat in diesem Jahr Hildegard von Bingen als Inspiration für den
Pavillon gewählt. Sie stammt zwar aus der Vergangenheit, ist heute jedoch
aktueller denn je“, sagte uns Kardinal José Tolentino de Mendonça, Präfekt des
Dikasteriums für Kultur und Bildung des Heiligen Stuhls und selbst Dichter. Er
verweist auf den 2025 verstorbenen deutschen Filmregisseur Alexander Kluge, der
den Vatikan-Pavillon noch mit vorbereitet hat. „Er sagte: Dort, wo es die
Katastrophe gibt, brauchen Menschen Trost. Und der Trost kommt durch das
Erzählen von Geschichten. Ein Garten ist wie eine Erzählung.“
Der
Kardinal verbindet diesen Gedanken mit der religiösen Erfahrung im Garten: „Der
Glaube ist nicht nur Rationalität und Vernunft. Der Glaube ist auch Gefühl, ein
inneres Empfinden. Der Pavillon des Heiligen Stuhls ruft mit der Figur
Hildegards von Bingen alle Dimensionen der Mystik auf. Vernunft und Sinne
verbinden sich in einer Erfahrung, die sehr menschlich und zugleich sehr
spirituell ist.“
In
der Kirche Santa Maria Ausiliatrice in der Via Garibaldi befindet sich der
zweite reflektierende und archivierende Teil des vatikanischen Pavillons. Hier
wurde ein zeitgenössisches Skriptorium, ein Ort des Lesens, Sammelns und
Weitergebens von Wissen, eingerichtet, eine Installation über mehrere Räume mit
Büchern, audiovisuellen Arbeiten, Bildern und Materialien rund um Hildegard von
Bingen. Zu sehen sind unter anderem das letzte Werk von Alexander Kluge, ebenso
wie ein Modell der Architektin Tatiana Bilbao für ein neues
Zisterzienserkloster in Neuzelle in Brandenburg sowie Bilder der Malerin Ilda
David.
Der
Vatikan knüpft mit der erneuten Nutzung von Santa Maria Ausiliatrice an den
Pavillon der Architekturbiennale 2025 an, ein Zeichen der Nachhaltigkeit,
sowohl in der Infrastruktur als auch in den langfristigen Beziehungen zu Orten
und Gemeinschaften in Venedig.
Kuratiert
wurde das Projekt von Hans Ulrich Obrist und Ben Vickers sowie dem Soundwalk
Collective, gemeinsam mit dem Dikasterium für Kultur und Bildung am Heiligen
Stuhl, wobei auffällt, dass die Verantwortung für den Vatikan-Pavillon auf der
Biennale in diesem Jahr ausschließlich aus Männern besteht. Vickers betont im
Gespräch mit uns die Rolle einer Reihe von Hildegard-Forscherinnen beim
Entstehen des Klanggartens: Die Musikwissenschaftlerin Honey Meconi bereitete
die Materialien für Musiker und Künstler vor. Die ungarische Benediktinerin
Maura Zátonyi aus Eibingen, dem Kloster, in dem Hildegard von Bingen im 12.
Jahrhundert lebte, habe viel Grundlegendes beigetragen.
„Ich
würde Hildegard nicht nur als Thema sehen. Wir arbeiten wirklich in Verehrung
für Hildegard von Bingen. Unter den vielen Menschen, die an dem Projekt
beteiligt sind, gibt es mehrere zentrale Frauen, die das Projekt entscheidend
geprägt haben – zusätzlich zu Hildegard selbst.“
Vickers
grenzt das Projekt von vielen früheren Ausstellungen und Büchern über die
Benediktinerin ab.
„Wir
haben versucht, zum Kern von Hildegards Vision vorzudringen. Für sie sprach
ihre Arbeit vom Gebet durch Gesang. Genau diesen Aspekt von Hildegard wollten
wir so gut wie möglich sichtbar machen. Ich glaube, dieser Aspekt ist in vielen
Filmen, Büchern und Ausstellungen der vergangenen zwanzig oder dreißig Jahre
kaum zu sehen gewesen.“
Die
Biennale von Venedig findet vom Samstag, 9. Mai, bis Sonntag, 22. November 2026
(Vorschau am 6., 7. und 8. Mai) in den Ausstellungsorten Giardini und Arsenale
sowie an verschiedenen Orten in ganz Venedig statt. (vn 8)
Papst Leo XIV. ruft in Neapel zu
„Kultur der Fürsorge“ auf
Es
war eine Atmosphäre spürbarer Herzlichkeit, als Papst Leo XIV. an diesem
Freitagnachmittag den Dom von Neapel betrat. Inmitten der geschichtsträchtigen
Mauern traf das Oberhaupt der katholischen Kirche auf Bischöfe, Priester und
Ordensleute - in einer Stadt, die er als „reich an Kunst und Kultur, gelegen im
Herzen des Mittelmeers“ beschrieb. Mario Galgano - Vatikanstadt
Leo
XIV. ist an diesem Freitag nach seinem Besuch im Marienwallfahrtsort Pompeji
nach Neapel weiter gereist. Zugleich beging der Papst an diesem 8. Mai
den ersten Jahrestag seiner Wahl. Vor dem Treffen mit dem Klerus sagte der
Papst vor dem Dom von Neapel:
„Hallo
Neapel, guten Tag! Ich bin nach Neapel gekommen, um diese Herzlichkeit zu
finden, die nur Neapel zu bieten hat. Danke für diesen Empfang - danke! Es ist
ein Segen Gottes, dass wir hier zusammen sind, ich freue mich sehr, heute
Nachmittag hier sein zu können: eine sehr kurze, aber sehr bedeutungsvolle
Zeit. Mein erster Halt ist hier am Dom, der Kathedrale von Neapel, wo ich
auch dem Heiligen Januarius (San Gennaro) meine Ehrerbietung erweisen möchte,
der für eure Frömmigkeit und euren Glauben so wichtig ist! Ich grüße Seine
Eminenz und euch alle. Danke, dass ihr hier seid. Wir werden gemeinsam beten
und um Gottes Segen für euch alle und für ganz Neapel bitten. Danke!"
Der
Gastgeber, Kardinal Domenico Battaglia, bedankte sich beim Papst, dass er
die süditalienische Metropole am Jahrestag seiner Wahl zum Nachfolger Petri
aufsucht. Und er fügte an: „Wir sind heute nicht hier, um viel über uns
selbst zu erzählen, sondern um uns erkennen zu lassen: als eine Kirche auf dem
Weg, bestehend aus Gesichtern, Geschichten und täglicher Treue.“
„eine
Kirche auf dem Weg, bestehend aus Gesichtern, Geschichten und täglicher Treue“
Mit
Worten der Anerkennung bedachte Leo XIV. in seiner anschließenden Ansprache das
neapolitanische Volk, das trotz schwerer Lasten seine unverwechselbare Freude
bewahrt habe – eine Ressource, von der sich der Gast aus Rom, wie der Papst
sagte, am Tag seines Besuchs gerne anstecken lassen wolle.
Im
Dom der Stadt segnete der Pontifex während des Treffens mit dem
neapolitanischen Klerus die anwesenden Gläubigen mit der kleinen Ampulle, die
das bereits verflüssigte Blut des Stadtpatrons enthält.
Die
harte Realität der Gegenwart
In
seiner Ansprache schlug der Papst eine Brücke zwischen der biblischen Erzählung
der Emmaus-Jünger und der harten Realität der Gegenwart. Das zentrale Motiv
seiner Überlegungen war das Wort „Cura“ – die Fürsorge. Leo XIV. stellte fest,
dass viele Gläubige und Seelsorger oft mutlos und enttäuscht ihren Weg gingen,
unfähig, die Zeichen der Zeit zu deuten. Diesem Zustand der inneren Bitterkeit
stellte er das Handeln Jesu gegenüber, der sich den Menschen an die Seite
stellt und sie begleitet.
Scharf
kritisierte der Papst das Gegenteil der Fürsorge: die Vernachlässigung. Diese
zeige sich nicht nur im vernachlässigten Zustand von Straßen, Plätzen und
Randgebieten der Stadt, sondern vor allem dort, wo das Leben selbst in seiner
Würde missachtet werde. Doch noch vor dem Blick auf äußere Missstände sei eine
„innere Fürsorge“ wichtig, wie der Papst verdeutlichte. Besonders die
Verantwortlichen in der Kirche, die Priester und Geweihten, müssten auf ihre
eigene Menschlichkeit und ihre Beziehungen achten, da die Last des Dienstes in
der heutigen Zeit schwerer wiege als früher.
Stadt
der tausend Farben
Neapel
bezeichnete Leo XIV. als eine Stadt der tausend Farben, in der Tradition auf
Moderne treffe, aber auch tiefe soziale Wunden und Gewalt das Bild prägten. In
diesem Spannungsfeld sei das pastorale Handeln gefordert, das Evangelium so zu
verkörpern, dass der Glaube nicht nur ein emotionales Ereignis bleibe, sondern
das soziale Gefüge tief durchdringe. Der Papst zeigte großes Verständnis für
das Gefühl der Ohnmacht, das viele Seelsorger befällt, wenn ihre Sprache und
ihr Tun nicht mehr die Fragen der jungen Generation erreichen oder wenn sie
sich in einer pastoralen Einsamkeit isoliert fühlen.
Um
diesem Verschleiß entgegenzuwirken, mahnte Leo XIV. eine doppelte Heilung an:
die Pflege des geistlichen Lebens durch das Gebet und die Stärkung der
geschwisterlichen Gemeinschaft. Er forderte dazu auf, den Individualismus zu
überwinden und neue Formen des gemeinsamen Lebens und Arbeitens zu finden.
Geschwisterlichkeit dürfe kein bloßer Slogan sein, sondern müsse als
konstitutives Element der Identität gelebt werden. Dabei betonte er
ausdrücklich, dass diese Gemeinschaft alle Getauften einschließe, wobei den
Laien und pastoralen Mitarbeitern eine zentrale Rolle zukomme.
Gegenseitiges
Zuhören beibehalten
Mit
Blick auf die zurückliegende Diözesansynode in Neapel ermutigte er die
Anwesenden, die Methode des gegenseitigen Zuhörens beizubehalten. Es gelte,
eine „Symphonie der Charismen“ zu schaffen, um von einer rein bewahrenden
Pastoral zu einer missionarischen Ausrichtung zu gelangen, welche die konkrete
Lebenswirklichkeit der Menschen berührt. In einer Stadt, die von
Arbeitslosigkeit und familiärer Zerbrechlichkeit gezeichnet ist, könne die
Verkündigung nicht ohne konkrete Solidarität auskommen.
„Habt
keine Angst, lasst euch nicht entmutigen und seid für diese Kirche und diese
Stadt Zeugen Christi, die Zukunft säen.“
Abschließend
vertraute der Papst die Anwesenden dem Schutz des Heiligen Januarius - dem
Stadtpatron - und der Gottesmutter Maria an. Er erinnerte sie daran, dass sie
Teil einer göttlichen Liebesgeschichte seien, die weit vor ihnen begann und
nicht mit ihnen ende. „Habt keine Angst, lasst euch nicht entmutigen und seid
für diese Kirche und diese Stadt Zeugen Christi, die Zukunft säen“, rief er der
versammelten Gemeinde zum Abschied zu.
Ein
Herzstück der Geschichte
Der
Dom von Neapel, offiziell die Cattedrale di Santa Maria Assunta, ist nicht nur
ein architektonisches Meisterwerk, sondern das spirituelle Zentrum der Stadt,
in dem sich die Geschichte Neapels wie in einem Brennglas bündelt. Das Bauwerk,
das auf das 13. Jahrhundert zurückgeht, vereint verschiedene Stilepochen von
der Gotik über den Barock bis hin zur Neugotik.
Der
Dom ist weit über die Landesgrenzen hinaus bekannt, da er die Reliquien des
Stadtpatrons Januarius beherbergt. Dreimal im Jahr versammeln sich dort
Gläubige und Schaulustige, um das berühmte Blutwunder zu bezeugen, bei dem sich
das getrocknete Blut des Märtyrers in einer Ampulle verflüssigen soll. Im
Inneren beeindruckt die prunkvolle Kapelle des Schatzes des Heiligen Januarius
sowie die angrenzende Basilika Santa Restituta, die auf eine frühchristliche
Kirche aus dem 4. Jahrhundert zurückgeht und damit zu den ältesten Sakralbauten
der Region zählt. (vn 8)
Papst in Pompeji: „Unsere Mutter
ist immer bei uns“
„Guten
Morgen Pompeji!“ Mit Elan ist der Papst an diesem Freitag in Pompeji
aufgetreten. Freude stand Leo XIV. ins Gesicht geschrieben, als er auf der
Piazza Bartolo Longo den Gläubigen die Nähe Gottes und Mariens versicherte.
Im
Marienwallfahrtsort „Unserer Lieben Frau vom Rosenkranz“ in Pompeji segnete Leo
XIV. an der Piazza Bartolo Longo ein Kruzifix und wandte sich mit einem
spontanen Gruß an die Bevölkerung. Dabei zeigte der Papst keine
Berührungsängste, sondern nahm ein Bad in der Menge.
„Vielen
Dank! Guten Morgen allerseits! Guten Morgen, Pompeji! Vielen Dank für Ihr
Kommen. Gleich werden wir die Heilige Messe feiern, diese wunderbare Begegnung
mit Jesus Christus und der Eucharistie. Jesus ist immer bei uns, ganz nah bei
uns. Und hier in diesem Heiligtum wissen wir, dass unsere Mutter immer bei uns
ist! Unsere Mutter Maria begleitet uns mit ihrer Fürsprache, ihre Liebe ist
stets bei ihren Kindern. In diesem Vertrauen werden wir gemeinsam beten und die
Freude feiern, getaufte Jünger Jesu Christi zu sein, alle berufen, Christi
Gegenwart in der Welt zu sein. Vielen Dank!“
Der
8. Mai ist der Gedenktag der Madonna vom Rosenkranz, Papst Leo begeht an diesem
Freitag zugleich den ersten Jahrestag seines Pontifikates.
Begegnung
mit Kranken und Behinderten
Auf
dem Sacrato der Marienbasilika traf der Papst am Freitagmorgen zudem 400
Menschen, die mit Krankheit und Behinderung leben. Er legte sein vorbereitetes
Grußwort beiseite, wandte sich in freier Rede an die Gläubigen und dankte ihnen
für ihre Anwesenheit.
„Wir
alle sind vereint in Jesus Christus, in unserer Mutter Maria, in diesem
wunderbaren Segen, an diesem schönen Tag, an dem Jesus uns auch heute nahe ist;
Jesus, der immer bei uns ist, der uns begleitet. Gott segne Sie alle. Der Segen
Gottes, des Vaters, des Sohnes und des Heiligen Geistes, sei mit Ihnen und
begleite Sie allezeit. Amen.“
Der
Papst wies die Gäste, von denen einige im Rollstuhl saßen oder mit andere
Einschränkungen zu tun haben, darauf hin, dass sie die anschließende Messe auf
Bildschirmen mitverfolgen könnten.
Gebet
am Grab des Heiligen Bartolo Longo
Vor
der Messe betete der Papst in der Basilika am Grab des Heiligen Bartolo Longo.
Dort war auch eine Begegnung mit Bischöfen und Priestern vorgesehen. (vn
8)
Ein Jahr Papst Leo: Würdigungen und
Bilanzen
Ein
Jahr ist der US-Amerikaner Robert Prevost Papst. Radio Vatikan fasst
Würdigungen und Bilanzen zusammen. Immer wieder wird dort auf das beharrliche
Friedensengagement des Papstes verwiesen - und auf seine unaufgeregte,
durchdachte und sorgfältige Art, weltweite Herausforderungen anzugehen.
Der
US-Amerikaner Prevost habe im ersten Pontifikatsjahr gezeigt, „dass Frieden
nicht zuerst eine politische Formel ist, sondern eine Haltung des Herzens, die
aus dem Evangelium kommt“, betonte der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Bischof Heiner Wilmer. Die ersten Worte des Papstes am 8.
Mai 2025, „Der Friede sei mit euch allen!“, seien als Leitmotiv seines Wirkens
erkennbar, erklärte der Hildesheimer Bischof. „Dieser Gruß war Programm: ein
geistlicher Auftrag an die Kirche und ein eindringlicher Ruf an die
Welt.“
Erst
an diesem Freitag noch hat Papst Leo im Rahmen einer Reise nach Pompeji dazu
aufgerufen, dass jeder Einzelne aktiv auf Frieden hinwirken könne. „Wir
dürfen uns nicht mit den Bildern des Todes abfinden, die uns die Nachrichten
jeden Tag präsentieren", so der Papst.
Leitmotiv
Frieden
Bischof
Wilmer nannte es zudem ein „starkes Zeichen“, dass der Papst sein erstes
Lehrschreiben „Dilexi te“ den Armen gewidmet habe, die „kein Randthema“ seien.
Er stehe damit in großer Kontinuität zu seinem gestorbenen Vorgänger Papst
Franziskus. Wilmer würdigte zudem Leos erste Auslandsreisen, besonders in die
Türkei und in den Libanon. Dies habe gezeigt, „wie wichtig ihm Einheit,
Ökumene, interreligiöser Dialog und der Dienst am Frieden“ seien.
Dass
Leo „zugleich die synodale Erneuerung der Kirche im Blick behält“, mache ihn
dankbar, so der deutsche Bischofskonferenz-Vorsitzende, der jüngst noch den
Papst im Vatikan traf. Der Papst „hört zu, ermutigt zur Begegnung und weiß um
die Fragen, die viele Gläubige bewegen“. Für die Kirche in Deutschland sei das
ein wichtiges Zeichen. „Wir wollen unseren Weg in Verbundenheit mit der
Weltkirche und im offenen Gespräch mit Rom weitergehen.“
„Er
will Brücken bauen und ist der Garant der Einheit der Kirche", sagte der
Münchner Erzbischof, Kardinal Reinhard Marx. Der Papst stehe nicht für
„ruckartige Wendungen". Stattdessen wolle er die Dinge entwickeln und
achte darauf, dass alle zusammenbleiben. Er betone den Gedanken der Synodalität
und halte an der Linie des Zweiten Vatikanischen Konzils fest. „Überraschen mag
manche, wie ernsthaft und konsequent er diesen Weg geht, ohne Eile, aber mit
großer Sorgfalt", ergänzte Marx.
Wissen
um Herausforderungen in Europa
Laut
der internationalen katholischen Gemeinschaft Sant’Egidio wurde Robert Prevost
„in einer der schwierigsten Zeiten der modernen Geschichte zum Oberhaupt der
Kirche gewählt". Er habe von seinen ersten Worten an gewusst, „wie wichtig
es ist, Frieden als unerlässlicher Voraussetzung für das Leben und die
Entwicklung der Völker und für den Schutz der Schwächsten und Ärmsten, der
ersten Opfer so vieler andauernder Kriege, höchste Priorität einzuräumen",
so die Gemeinschaft Sant'Egidio, die international auch als
Friedensvermittlerin in Konflikten in Erscheinung tritt.
Frieden
sei „ein zentrales Thema für einen europäischen Kontinent, der seit fünf Jahren
mit dem Krieg in der Ukraine sowie den Folgen der Konflikte im Nahen Osten und,
in jüngster Zeit, am Golf zu kämpfen hat", schreibt der Rat der
Europäsichen Bischofskonferenzen (CCEE) in einer Würdigung. Der Papst sei mit
den großen Herausforderungen in Europa vertraut. Das erste Pontifikatsjahr habe
gezeigte, dass Leo XIV. Europa nicht als bloßes institutionelles Konstrukt
betrachte, sondern „als historische Einheit mit globaler Verantwortung, als
eine Gemeinschaft von Völkern, die aufgerufen sind, die Bedeutung ihrer
Berufung zum Frieden neu zu entdecken, die Würde des Menschen zu verteidigen
und den Dialog zu fördern".
Ein
Hirte für die Weltkirche
Als
„besonnenen und somit umso stärkeren Verkünder des Friedens“, dessen Stimme
„weit über die Grenzen der Kirche hinaus“ gehört wird, würdigte der Vorsitzende
der österreichischen Bischofskonferenz Franz Lackner Papst Leo. Der
US-Amerikaner Robert Francis Prevost scheue sich nicht, „die Botschaft Christi
gerade auch den vermeintlich Mächtigen vorzustellen“, so der Salzburger
Erzbischof.
Lackner
hob zudem die weltkirchliche Erfahrung des Papstes hervor und sprach von einem
„Mann des Evangeliums und der Wahrheit“. Leo XIV. setze „kleine Gesten“ mit
großer Wirkung. Seine Stimme, „die er im Namen Gottes erhebt“, sei in einer
„lauten und polternden Welt“ zu jener „der Menschheit und Menschlichkeit
geworden“. Zwar sei auch die Stimme des Papstes nur „eine einzelne, leise
Stimme in einer lauten und polternden Welt, doch sie wird gehört“.
Der
steirische Bischof Wilhelm Krautwaschl bezeichnete das Oberhaupt der
katholischen Kirche als „Hirten“, der „die große Gruppe der Katholiken in ihren
vielfältigen Kulturen, Mentalitäten und Umfeldern im Wachstum genauso wie im
Wenigerwerden begleiten“ und auch „den einen oder anderen Anstoß geben“ werde.
Und das stets mit dem Blick auf Gott gerichtet, so Krautwaschl.
Missio
Österreich-Nationaldirektor Pater Karl Wallner hob hervor, der Papst kenne die
unterschiedlichen Mentalitäten, Geschwindigkeiten und Akzentsetzungen innerhalb
der Weltkirche aus seiner Tätigkeit als Missionar in Peru und von Besuchen in
Afrika in seiner Zeit als Ordensoberer. Diese Erfahrungen machen ihn zu einem
„unaufgeregten Verkünder der Substanz des Evangeliums und der 2.000-jährigen
Glaubenstradition der Kirche“, so der Nationaldirektor der Päpstlichen
Missionswerke in Österreich.
Weltweite
Würdigungen
Im
Kontext von Glückwünschen und Gebeten für Papst Leo weltweit wurden auch
Hoffnungen formuliert. Die vietnamesische katholische Gemeinde brachte
ihre Verbundenheit mit dem Papst zum Ausdruck, indem sie am 8. Mai in der
St.-Josephs-Kathedrale in Hanoi eine Dankmesse feierte, der zahlreiche
Bischöfe, Priester und Ordensleute teilnahmen.
Christen
seien im Herzen der Welt gegenwärtig, „nicht um nach Macht zu streben, sondern
um der Menschheit in Demut und Liebe zu dienen“, betonte in diesem Zusammenhang
der Präsident der vietnamesischen Bischofskonferenz, Erzbischof Joseph
Nguyen Nang, der die Hoffnung äußerte, der Papst möge eines Tages Vietnam
besuchen. Leo XIV. sei kein Politiker, sondern ein Wegweiser im Glauben,
der die Gläubigen in aller Welt einlade, nach den evangelischen Werten von
Gerechtigkeit und Frieden zu leben.
„Wir
beten, dass der Herr den Heiligen Vater weiterhin segnen und ihm reichlich
beistehen möge, damit er in seiner Mission als Nachfolger Petri stets standhaft
wandelt und ein Zeichen der Einheit, eine Quelle der Hoffnung und ein Werkzeug
des Friedens für die ganze Welt wird“, sagte Erzbischof Joseph Vu Van Thien von
Hanoi, einer Diözese im Norden Vietnams.
Tiefe
Spiritualität und Gelassenheit
Die
steirische Caritas-Direktorin Nora Tödtling-Musenbichler merkte an, der
Augustiner Prevost sei „ruhig und mit Bedacht“ den Weg von Franziskus
weitergegangen, habe aber auch neue Akzente gesetzt: „Im ersten großen
Schreiben ,Dilexi te‘ hat er an seinen Vorgänger angeschlossen, mit einem
klaren Aufruf zu Gerechtigkeit, Geschwisterlichkeit und Solidarität“, so
Tödtling-Musenbichler. Papst Leo zeige sich bisher stärker im Dialog und gehe
nicht so sehr in Konfrontation, er versuche gleichzeitig, sowohl Tradition als
auch Fortschritt im Blick zu haben. Besonders wichtig sei Leos entschiedenes
Eintreten für den Frieden.
„Gerade
die letzten Wochen mit ihren Spannungen haben gezeigt, dass sich der Heilige
Vater ganz dem Evangelium verbunden weiß und sich daraus unaufgeregt der
Botschaft des Friedens verpflichtet sieht. Er hat eine Klarheit, die gut tut
und manchmal auch Reibung erzeugen kann." - Das hob der steirische
Weihbischof Johannes Freitag hervor, der dem Papst „eine tiefe, geerdete
Spiritualität" und eine „heitere Gelassenheit" zuschreibt.
Soft
Power
Der
Historiker Volker Reinhardt sieht Papst Leo XIV. mit seiner zurückhaltenden und
ausgleichenden Art in einer langen Tradition. „Von wenigen Ausnahmen abgesehen,
wurden kompromissfähige Persönlichkeiten gewählt, die nicht marktschreierisch
auftraten und nicht schrill agierten“, sagte Reinhardt im Gespräch mit dem
Portal „communio.de“.
Vor
Hintergrund der Weltlage könne Leo XIV. „vielleicht als ehrlicher Makler
auftreten“, so der Papsttums-Experte, der bis 2024 als Professor für Allgemeine
und Schweizer Geschichte der Neuzeit in Fribourg gelehrt hat. Diese Rolle traue
er dem Papst deswegen zu, weil das Papsttum „eine Mitte zwischen
Raubtierkapitalismus einerseits und Kommunismus andererseits“ halte und
spätestens seit Papst Johannes XXIII. (1958-1963) für „humanitäre Werte“
einstehe.
Auch
im Blick auf die Fortführung des von Franziskus begonnenen Synodalen Prozesses
zeigte sich der Historiker überzeugt, dass dieser Weg unter Leo ein
vorsichtiger und zurückhaltender sein werde. Synodalität bedeute für Leo
schlichtweg Beratung, nicht die Relativierung päpstlicher Vollmacht.
„Alles,
was er von sich gibt, wirkt sehr durchdacht und schlüssig“, urteilt der
Kirchenhistoriker Jörg Ernesti, der sich überrascht zeigte, wie bedächtig und
reflektiert der Papst sein Amt angehe. Dem Papst sei es aus seiner Sicht ein
Anliegen, den Konsens über die Erneuerung der Kirche auf möglichst breite Füße
zu stellen und alle mitzunehmen. Der Münsteraner Theologe Christian Bauer
bezeichnete Papst Leo als besonnenen Reformer, „der die Kunst subtiler, aber
nachhaltiger Systemveränderung zu beherrschen scheint“.
Papstwahl
vor einem Jahr
Der
heute 70-jährige Leo XIV. ist der erste US-Amerikaner und zugleich der erste
Angehörige des Augustinerordens im Papstamt. Vor seiner Wahl leitete Prevost
die vatikanische Behörde für Bischöfe. Zuvor war er unter anderem Generalprior
des Augustinerordens sowie Bischof der peruanischen Diözese Chiclayo. 2023
holte ihn Franziskus in die römische Kurie.
Prevost
wurde am zweiten Tag des Konklaves im vierten Wahlgang zum neuen Papst gewählt
und nahm den Namen Leo XIV. an. Die feierliche Amtseinführung von Papst Leo
XIV. erfolgte am 18. Mai. (vn 8)
Erster Jahrestag der Wahl von Papst
Leo XIV
Bischof
Wilmer würdigt Pontifikat des Friedens und der Hoffnung
Zum
ersten Jahrestag der Wahl von Papst Leo XIV. am 8. Mai 2026 erklärt der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer:
„Ein
Jahr nach der Wahl von Papst Leo XIV. blicken wir mit Dankbarkeit auf den
Dienst des Heiligen Vaters. Als er am Abend des 8. Mai 2025 auf die Loggia des
Petersdoms trat, stellte er sein Pontifikat unter einen Satz, der seitdem wie
ein Leitmotiv seines Wirkens erkennbar ist: ‚Der Friede sei mit euch allen!‘
Dieser Gruß war mehr als ein erstes Wort. Er war Programm: ein geistlicher
Auftrag an die Kirche und ein eindringlicher Ruf an die Welt.
Papst
Leo XIV. hat in seinem ersten Jahr gezeigt, dass Frieden nicht zuerst eine
politische Formel ist, sondern eine Haltung des Herzens, die aus dem Evangelium
kommt. In einer Zeit von Kriegen, Polarisierung und Angst erinnert er daran:
Der Friede Christi ist kein schwacher Friede. Er entwaffnet, weil er den
Menschen in seiner Würde ernst nimmt.
Besonders
deutlich ist das in seinem ersten Lehrschreiben Dilexi te – Über die Liebe zu
den Armen geworden. Dass Papst Leo sein erstes großes Wort an die Kirche den
Armen widmet, ist ein starkes Zeichen. Sie sind kein Randthema. In ihnen
begegnet uns Christus selbst. Darin steht Papst Leo in großer Kontinuität zu
Papst Franziskus: Eine Kirche, die glaubwürdig sein will, darf nicht um sich
selbst kreisen. Sie muss hinausgehen, zuhören, dienen und die Wunden der
Menschen berühren.
Auch
das Heilige Jahr 2025 hat sein erstes Amtsjahr geprägt. Viele Menschen sind als
Pilgerinnen und Pilger der Hoffnung nach Rom gekommen, auch aus Deutschland.
Seine ersten Auslandsreisen, besonders in die Türkei und in den Libanon, haben
gezeigt, wie wichtig ihm Einheit, Ökumene, interreligiöser Dialog und der
Dienst am Frieden sind.
Dankbar
nehme ich wahr, dass Papst Leo zugleich die synodale Erneuerung der Kirche im
Blick behält. Er hört zu, ermutigt zur Begegnung und weiß um die Fragen, die
viele Gläubige bewegen. Für die Kirche in Deutschland ist das ein wichtiges
Zeichen. Wir wollen unseren Weg in Verbundenheit mit der Weltkirche und im
offenen Gespräch mit Rom weitergehen.
Dabei
bleibt mir besonders die persönliche Begegnung mit dem Heiligen Vater Ende März
dieses Jahres in Erinnerung. In dieser wurde spürbar, was sein Pontifikat
prägt: geistliche Klarheit und Verbundenheit mit der Weltkirche.
Dafür
sind wir dankbar. Und wir beten für Papst Leo XIV., dass Gott ihn in seinem
Dienst für die Kirche und für die Welt stärke.“ Dbk 8
Stellungnahme zur Vorstellung des
Gesetzentwurfs zur Widerspruchsregelung
Anlässlich
der heutigen (7. Mai 2026) Vorstellung eines Gesetzentwurfs mit dem Titel
„Paradigmenwechsel in der Organspende – Widerspruchsregelung jetzt!“ einer
fraktionsübergreifenden Gruppe von Bundestagsabgeordneten erklärt der
Pressesprecher der Deutschen Bischofskonferenz, Dr. Matthias Kopp:
„Eine
fraktionsübergreifende Parlamentariergruppe hat heute einen Gesetzentwurf zur
Organspende vorgelegt, der die Einführung einer sogenannten
Widerspruchsregelung in das Transplantationsgesetz vorsieht. Das Anliegen der
Parlamentarier, die Zahl der Organspenden zu erhöhen, unterstützt die Deutsche
Bischofskonferenz ausdrücklich. Sie hat allerdings Zweifel, ob die geplante
Widerspruchsregelung hierfür das vorzugswürdige Verfahren ist. Sie hat sich
dafür ausgesprochen, an der bestehenden Einwilligungsregelung festzuhalten und
diese gezielt weiterzuentwickeln.
In
diesem Sinne hat sich gestern ebenfalls eine andere fraktionsübergreifende
Abgeordnetengruppe geäußert, die mit ihrem Antrag die Freiwilligkeit der
Organspende sichern, Information und Aufklärung weiter nachhaltig verbessern
und das Registrierungspotenzial auf diese Weise heben möchte.
Die
Deutsche Bischofskonferenz wirbt dafür, die bestehende hohe grundsätzliche
Zustimmung zur Organspende in der Bevölkerung in konkrete, informierte
Entscheidungen zu überführen – ohne Schweigen als Zustimmung zu werten und den
Charakter der Freiwilligkeit zu schwächen. Dazu gehören eine niedrigschwellige
Ansprache und Hinweise auf die Möglichkeiten der Dokumentation der persönlichen
Entscheidung, aber auch der Ausbau des Vertrauens in die medizinischen
Strukturen der Organspende. Wir sind gerne bereit, zur Förderung der
Organspendebereitschaft in Deutschland durch Aufklärungsarbeit, Kommunikation
und Betonung ethischer Werte noch stärker beizutragen, worauf das Kommissariat
der deutschen Bischöfe (Katholisches Büro in Berlin) und die Bevollmächtigte
des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland bei der Bundesrepublik
Deutschland und der Europäischen Union auch in einer gemeinsamen Stellungnahme
vom 27. Januar 2025 hingewiesen haben.“ Dbk 7
Katholischer Kinder- und
Jugendbuchpreis 2026 verliehen
Erzbischof
Bentz: „Das Buch gibt den Erfahrungen eine Sprache“
Zum
37. Mal hat die Deutsche Bischofskonferenz heute (7. Mai 2026) den Katholischen
Kinder- und Jugendbuchpreis verliehen. Bei einem Festakt in Paderborn übergaben
der gastgebende Erzbischof Dr. Udo Markus Bentz und Weihbischof Robert Brahm,
Vorsitzender der Jury des Katholischen Kinder- und Jugendbuchpreises, den mit
8.000 Euro dotierten Preis und die dazugehörige Statuette an den Autor Nils
Mohl für seinen Jugendroman Engel der letzten Nacht.
Die
Jury wählte das Werk aus insgesamt 147 Titeln, die von 47 Verlagen eingereicht
wurden. In ihrer Begründung hebt sie hervor, dass der Roman sich „kompromisslos
den existenziellen Fragen des Erwachsenwerdens“ stellt und dabei formal
experimentell sowie psychologisch eindringlich erzählt ist. Im Mittelpunkt des
ausgezeichneten Romans steht der Abiturient Kester, der sich in einer
existenziellen Krise befindet und in einer einzigen Nacht auf der Suche nach
Sinn und Orientierung verschiedenen Menschen begegnet. Das Buch erzählt
eindringlich von Ängsten, Unsicherheiten und der schmalen Grenze zwischen
Hoffnung und Verzweiflung – und entfaltet gerade darin seine besondere
Kraft.
„Ein
katholischer Preis für ein Buch drückt ihm kein katholisches Siegel auf. Ihr
Roman löst aber Resonanz aus — aus der Perspektive des Glaubens. Unser Glaube
nimmt den Menschen ernst — gerade da, wo es dunkel wird“, betonte Erzbischof
Bentz in seinem Grußwort. Das Buch nehme das Schwere nicht aus dem Leben junger
Menschen heraus. „Aber es gibt den Erfahrungen dieses Alters eine Sprache“, so
der Erzbischof. Gerade darin liege die besondere Stärke des Romans: Er eröffne
Leserinnen und Lesern die Möglichkeit, sich mit existenziellen Themen wie
Identität, Sinnsuche und Hoffnung auseinanderzusetzen – und dabei zu erfahren,
wie wichtig zwischenmenschliche Beziehungen sind. „Wo Sprache entsteht, da
entsteht immer auch Beziehung. Da ist ein Mensch nicht mehr allein mit dem, was
ihn bedrängt“, sagte er.
Die
Preisverleihung wurde von zahlreichen Gästen aus Kirche und Gesellschaft
besucht. Unter ihnen waren auch viele Vertreterinnen und Vertreter aus
Büchereien des Erzbistums Paderborn. Junge Ehrenamtliche des Projekts
U25-Suizidberatung der Caritas, eines Peer-to-Peer-Beratungsangebots für
Menschen unter 25 Jahren, machten eindrücklich deutlich, wie wichtig Begleitung
in Krisen- und Übergangszeiten ist. Ihre Arbeit verdeutlicht, dass Zuhören,
Verstehen und Unterstützung entscheidende Faktoren sind, um Jugendlichen
Perspektiven zu eröffnen – ähnlich wie es im Roman jene Menschen tun, denen
Kester in der Nacht begegnet.
Der
Katholische Kinder- und Jugendbuchpreis wird seit 1979 jährlich verliehen. Er
zeichnet Werke aus, die religiöse Erfahrungen vermitteln, Glaubenswissen
erschließen und christliche Lebenshaltungen verdeutlichen. Zugleich würdigt er
Bücher, die Empathie fördern und junge Leserinnen und Leser dazu ermutigen,
sich mit zentralen Fragen des Lebens auseinanderzusetzen. Dbk 7
Pontifikatsjubiläum: Reisen,
Friedensinitiativen und Hirte der Weltkirche
Papst
Leo XIV. begeht am 8. Mai 2026 den ersten Jahrestag seiner Wahl zum Papst – mit
einem Pastoralbesuch in Pompeji und Neapel. Das erste Pontifikats-Jahr war
geprägt von Audienzen, internationalen Reisen, diplomatischen Initiativen und
ersten Reformen innerhalb der Römischen Kurie. Schwerpunkte waren
Friedensbemühungen, Dialog, Migration, kirchliche Einheit und soziale
Fragen. Von Salvatore Cernuzio und
Christine Seuss – Vatikanstadt
Am
8. Mai 2025 um 18.07 wurde der weiße Rauch aus dem Schornstein auf dem Dach der
Sixtinischen Kapelle durch die wartende Menge auf dem Petersplatz mit Jubel
begrüßt.
Um
19.12 Uhr verkündete dann der Kardinalprotodiakon den Namen des neuen Papstes:
„Habemus Papam… Robertum Franciscum…“. Um 19.23 Uhr erschien Robert Francis
Prevost auf der Loggia des Petersdoms. Der aus Chicago stammende Augustiner
wurde als Leo XIV. zum 266. Nachfolger Petri gewählt.
Der
erste Papst aus den Vereinigten Staaten verbrachte mehr als zwanzig Jahre als
Missionar und Seelsorger in Peru und war unmittelbar vor seiner Wahl Präfekt
des Dikasteriums für die Bischöfe. Darüber hinaus ist er Mathematiker und
Kirchenrechtler, aber auch sprachbegabt. Bei seinem ersten Auftritt sprach er
auf Italienisch, Spanisch und Latein, später hörte man ihn auch in zahlreichen
anderen Sprachen zumindest einen Gruß von ihm – darunter auch auf Deutsch. Das
Wort „Frieden“ leitete seine erste Ansprache ein und stand mit zehn Erwähnungen
dabei deutlich im Mittelpunkt – ein „unbewaffneter und entwaffnender Frieden“,
wie er es damals formulierte und auch in späteren Ansprachen wieder aufgreifen
sollte.
Friedenspolitik
und Diplomatie
Papst
Leo XIV. setzte im Laufe des Jahres zahlreiche öffentliche Zeichen gegen Krieg
und Gewalt. Bereits beim ersten Regina Coeli sprach er den emblematischen Satz
„Nie wieder Krieg“. Weitere Friedensappelle folgten unter anderem in der
Palmsonntagsmesse am 29. März sowie bei der Friedensgebetsvigil im Petersdom am
11. April.
Stets
auf Friedensmission, traf er Vertreter der Hisbollah im Libanon sowie den
israelischen Präsidenten Isaac Herzog und den palästinensischen Präsidenten
Mahmud Abbas. Dabei sprach er sich für einen Waffenstillstand im Gazastreifen
und eine Zwei-Staaten-Lösung aus. Zudem führte er Telefongespräche mit mehreren
Staats- und Regierungschefs von Ländern, die sich im Krieg befinden, darunter
auch mit dem russischen Präsidenten Wladimir Putin, der während des
Pontifikates von Franziskus keinerlei Gesprächsbereitschaft signalisiert hatte.
Leo
XIV. betonte mehrfach die Bedeutung diplomatischer Vermittlung „hinter den
Kulissen“. Kurz nach seiner Wahl bot der Vatikan an, mögliche Friedensgespräche
zwischen Russland und der Ukraine auszurichten. Der ukrainische Präsident
Wolodymyr Selenskyj traf den Papst dreimal, zweimal davon in Castel Gandolfo.
Rückkehr
nach Castel Gandolfo
Leo
XIV. nahm nach zwölf Jahren auch die Gewohnheit wieder auf, die Sommerresidenz
in Castel Gandolfo zu nutzen. Der Apostolische Palast blieb allerdings
weiterhin Museum; der Papst wohnte stattdessen in der Villa Barberini.
Dort
traf er im Lauf des Jahres regelmäßig Journalisten und äußerte sich zu
aktuellen internationalen Entwicklungen. Nach dem US-Angriff auf Iran rief er
amerikanische Bürger dazu auf, sich an ihre politischen Vertreter zu wenden und
sich gegen Krieg auszusprechen.
Kritik
aus den USA, auch direkt von Präsident Donald Trump, kommentierte Leo XIV.
zurückhaltend und nicht auf Konfrontation bedacht. Während des Flugs nach
Algerien erklärte er, seine Aufgabe sei die eines „Hirten“ und nicht die eines
„Politikers“. Deutlicher wurde er in den vergangenen Tagen, als er auf einen
direkten Angriff von Trump mit den Worten konterte, dass die Kirche das
Evangelium verkünde – und Kritik an ihm und seiner Mission zwar geübt werden
könne, diese allerdings stets auf Wahrheit basieren müsse.
Reisen
nach Afrika und in den Nahen Osten
Vom
13. bis 23. April absolvierte Leo XIV. seine bislang längste Auslandsreise –
die erste, die er als Papst hätte absolvieren wollen, wie er Journalisten
gegenüber anvertraute. Sie führte ihn nach Algerien, Kamerun, Angola und
Äquatorialguinea.
In
Kamerun sprach er über Frieden in den von Konflikten betroffenen Regionen des
Landes. In Algerien betonte er den Dialog zwischen Christen und Muslimen. In
Angola thematisierte er soziale Ungleichheit und Armut trotz großer
Rohstoffvorkommen. In der Haftanstalt von Bata in Äquatorialguinea sprach er
über Gerechtigkeit und Resozialisierung – neben zahlreichen anderen
hochrangigen Begegnungen und eindringlichen Ansprachen, die er auf dieser Reise
im Programm hatte.
Bereits
vom 27. November bis 2. Dezember hatte der Papst auf seiner ersten
Auslandsreise die Türkei und den Libanon besucht. In Iznik/Nizäa nahm er an
Veranstaltungen zum 1700-jährigen Jubiläum des Konzils von Nizäa teil und traf
mehrfach Patriarch Bartholomäus. Im Libanon besuchte er unter anderem den Hafen
von Beirut, wo er an die Explosion von 2020 erinnerte.
Jugend
und Heiliges Jahr
Das
von Papst Franziskus eröffnete Heilige Jahr wurde von Leo XIV. am 6. Januar
2026, dem Fest der Erscheinung des Herrn, abgeschlossen.
Ein
eindeutiger Höhepunkt des gesamten Jahres, das auch durch die Krankheit und den
Tod seines Vorgängers gezeichnet war, war das Jugendjubiläum vom 28. Juli bis
3. August 2025. Mehr als eine Million junge Menschen nahmen an den
Veranstaltungen in Rom teil, darunter an der Vigil und der Abschlussmesse in
Tor Vergata.
Am
17. Oktober besuchte der Papst in Ostia das Schiff Med25 Bel Espoir, auf dem
junge Menschen verschiedener Nationalitäten und Religionen geeint durch ihre
Mission für eine bessere Welt gemeinsam unterwegs waren.
Aufrüstung
und Herrschaft der Gewalt gegenüber Dialog
Papst
Leo hat sich in seinen Ansprachen mehrfach über die ausufernde Gewalt beklagt,
eine Gewalt, die er in seiner eindringlichen Ansprache vor der
ROACO-Vollversammlung auch als zuweilen „teuflisch“ bezeichnet hatte -
wobei er die „Logik der Spaltung und Vergeltung“, den Waffenhandel, der
den Aufbau von Schulen und Krankenhäusern behindert, sowie die „falsche
Propaganda der Aufrüstung“ anprangerte. Dieser Appell fand seinen Widerhall in
der Botschaft zum 59. Weltfriedenstag, in der der Papst „die Irrationalität
einer Beziehung zwischen Völkern“ anprangerte, die „auf Angst und der
Herrschaft der Gewalt“ beruht, anstatt auf Gerechtigkeit, Vertrauen und
Dialog.
Und
Dialog ist vielleicht das Wort, das in den Reden, Predigten, Grußworten und
Reflexionen von Leo XIV. in diesem ersten Jahr seines Pontifikats am häufigsten
vorkam. Dialog hat er dabei auch innerhalb der Kirche gefordert, um aus jenen
„Polarisierungen“ herauszukommen, die Wunden im kirchlichen Leib verursachen.
Dies gilt für die Spaltungen bezüglich des Vetus Ordo (der „Alten Messe“), über
die der Papst, wie er in einer Botschaft an die französischen Bischöfe schrieb,
besorgt sei, wobei er jedoch zu „konkreten Lösungen“ aufrief, „die es
ermöglichen, die Menschen, die aufrichtig“ diesem Ritus verbunden sind,
„großzügig einzubeziehen, gemäß den vom Zweiten Vatikanischen Konzil
festgelegten Leitlinien in Bezug auf die Liturgie“.
Die
Liturgie ist auch unter den Themen, die beim außerordentlichen Konsistorium am
7. und 8. Januar aufgegriffen wurden. Hier traf Leo XIV. mehr als 170 Kardinäle
zu Beratungen über zentrale Zukunftsfragen der Kirche. Diskutiert wurden
insbesondere Synodalität, Evangelisierung und Liturgie. Für Ende Juni ist
bereits das nächste Treffen geplant – das Konklave wurde somit als
Beratungsformat institutionalisiert, wie von den Kardinälen im Vorkonklave und
auch danach ausdrücklich als Wunsch an den neuen Papst herangetragen worden
war.
Migration
und soziale Fragen
Leo
XIV. griff während des vergangenen Jahres auch wiederholt die Situation von
Migranten und sozial Benachteiligten auf. Bei einem Treffen mit den
Volksbewegungen kritisierte er den Umgang vieler Staaten mit Flüchtlingen
scharf.
Für
den 4. Juli 2026 – den amerikanischen Unabhängigkeitstag - kündigte er einen
Besuch auf Lampedusa an. Vom 6. bis 12. Juni soll zudem eine Reise nach Spanien
stattfinden, mit Stationen in Madrid, Barcelona, Gran Canaria und Teneriffa.
Am
4. Oktober veröffentlichte der Papst seine erste apostolische Exhortation
Dilexi te. Darin behandelt er Themen wie Armut, wirtschaftliche Ungleichheit,
Gewalt gegen Frauen, Hunger und Bildungsnotstände.
Ökumene
und Umwelt
Am
23. Oktober leitete Leo XIV. in Anwesenheit von König Charles III. und Königin
Camilla ein ökumenisches Gebet in der Sixtinischen Kapelle, das dem Schutz der
Schöpfung gewidmet war.
Am
27. April empfing er die anglikanische Primas Sarah Mullally. Dabei erinnerte
er an den Beginn des offiziellen Dialogs zwischen der katholischen und der
anglikanischen Kirche vor sechzig Jahren.
Reisen
in Italien und Reformen im Vatikan
Das
erste Jahr war geprägt von rund 50 Generalaudienzen, etwa hundert privaten und
öffentlichen Audienzen sowie 60 Messen. Am 20. November Assisi zur
Vollversammlung der Italienischen Bischofskonferenz und betete am Grab des
heiligen Franziskus. Für 2026 sind weitere Reisen innerhalb Italiens geplant,
darunter - am Jahrestag seiner Wahl - nach Pompeji und Neapel, danach auch
Acerra, Pavia, Rimini und erneut nach Assisi.
Innerhalb
des Vatikans nahm Leo XIV. mehrere personelle Veränderungen vor. Er ernannte
neue Präfekten, reformierte Teile der vatikanischen Finanzverwaltung und
veröffentlichte ein neues Regelwerk für die Römische Kurie.
Ausblick
Nach
dem ersten Jahr seines Pontifikats zeichnen sich bereits mehrere Schwerpunkte
ab: internationale Friedensdiplomatie, missionarische Ausrichtung,
Aufmerksamkeit für soziale Fragen und die Förderung des innerkirchlichen
Dialogs. Für die kommenden Monate werden weitere internationale Reisen
erwartet, darunter auch, wie von ihm selbst in Aussicht gestellt, eine Reise
nach Lateinamerika – ebenso wie die baldige Veröffentlichung seiner ersten
Enzyklika. (vn 7)
Das Programm der Spanien-Reise von
Papst Leo XIV.: Migranten im Fokus
Diesen
Mittwoch hat der Vatikan das offizielle Programm für die Spanien-Reise von
Papst Leo XIV. veröffentlicht. Es ist die erste Reise in ein EU-Land außerhalb
Italiens. Sie führt den Papst vom 6. bis 12. Juni nach Madrid, Barcelona und
auf die kanarischen Inseln Gran Canaria und Teneriffa. Beide sind wichtige
Einreisepunkte vor der Westküste Afrikas für Migranten, die der Papst dort
treffen will, ebenso wie Hilfsorganisationen. Außerdem spricht Leo XIV. vor dem
spanischen Parlament. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt
Am
Hafen von Gran Canaria wird der Papst sich am 11. Juni mit Organisationen
treffen, die sich um die Aufnahme und Integration von Migranten kümmern; ebenso
am 12. Juni in Teneriffa. Dort trifft er zudem auch Migranten im
Zentrum „las raìces". Bei allen drei Begegnungen wird der Papst
Redebeiträge halten.
Viele
EU-Länder setzen beim Thema Migranten und Flüchtlinge auf Abschottung. Spanien
macht es anders: Die Regierung des sozialistischen Ministerpräsidenten Pedro
Sánchez hat ein einjähriges Massenamnestieprogramm gestartet, das
schätzungsweise 500.000 Einwanderern die Beantragung eines legalen
Aufenthaltsstatus ermöglicht. Das könnte auch in der Hauptstadt Madrid ein
Thema werden, wo der Papst am 6. Juni bei seiner Begegnung mit Vertretern aus
Politik, Zivilgesellschaft und mit dem Diplomatischen Korps seine erste Rede
hält - oder am 8. Juni, wenn Papst Leo XIV. vor dem spanischen Parlament in
Madrid spricht.
Auftakt:
Besuch bei Königsfamilie und Jugend-Vigil
Am
Tag der Ankunft, Samstag, 6. Juni, macht Leo XIV. nach der offiziellen
Willkommenszeremonie zunächst einen Höflichkeitsbesuch bei der spanischen
Königsfamilie, König Felipe und Königin Letizia, die erst am 20. März zur
Audienz beim Papst im Vatikan waren. Den Abend des ersten Reisetags beschließt
er mit einer Gebetsvigil mit Jugendlichen; zuvor trifft er Akteure des
Sozialprojekts „Cedia 24 Horas".
Fronleichnamsmesse
in Madrid
Zum
Hochfest Fronleichnam feiert Papst Leo XIV. am Sonntag, 7. Juni in Madrid eine
große Messe auf der „Plaza de Cibeles". Anschließend trifft sich Leo
XIV., der dem Augustinerorden angehört, privat mit den Mitgliedern seines
Ordens in der Nuntiatur. Am Abend steht dann eine Begegnung zum Thema
Vernetzung von Kultur, Kunst, Wirtschaft und Sport an.
Am
Montag, 8. Juni, wird Papst Leo XIV. nicht nur vor dem Parlament sprechen, er
trifft anschließend auch die katholischen Bischöfe Spaniens am Sitz der
Bischofskonferenz und später die Gemeinde der Diözese Madrids im
Stadion „Santiago Bernabéu". Der Papst stattet zuvor noch der
Almudena-Kathedrale in Madrid einen Besuch ab und hält dort ein
Gebet.
Barcelona:
Einweihung des Turms der Sagrada Familia
Am
Dienstag, 9. Juni geht es nach einem Treffen mit ehrenamtlich Engagierten auf
dem Messeglände in Madrid weiter nach Barcelona. Dort hält der Papst abends
eine Gebetsvigil. Um 13 Uhr spricht er das Stundegebet (ora media, „mittlere
Hore“) in der Kathedrale von Barcelona. Am Mittwoch, 10. Juni, besucht der
Papst ein Gefängnis und macht einen Abstecher ins nahe gelegene Montserrat, wo
er die historische Benediktinergemeinschaft besucht und in der Abtei der
Benediktiner einen Rosenkranz betet. Außerdem trifft sich der Papst in
Montserrat auch mit Vertretern und Betreuten der Diözesan-Caritas. Am Abend
geht es zurück nach Barcelona, wo Leo eine Messe in der berühmten Sagrada
Familia feiert - und einen Turm der Sagrada Familia einweihen wird, der
mittlerweile höchsten Kirche der Welt.
Reise-Ende:
Große Messe in Teneriffa
Am
Donnerstag, 11. Juni, fliegt der Papst nach Gran Canaria. Dieser Tagesbesuch
steht im Zeichen des Themas Migration - aber der Papst trifft am Abend auch
Bischöfe, Priester, Ordensleute, Diakone und Seminaristen sowie in der
Seelsorge Aktive. Am Abend feiert Leo XIV. eine große Messe im Stadion von Gran
Canaria. Am Freitag, 12. Juni, dem letzten Reisetag, fliegt das katholische
Kirchenoberhaupt nach Teneriffa. Auch diese kanarische Insel ist durch
Migranten geprägt, dem Papst Leo auch dort Rechnung trägt. Nach den Begegnungen
zu diesem Thema am Vormittag feiert er um 12.15 Uhr die große Schlussmesse
seiner Reise im Stadion von Teneriffa. Am römischen Hauptstadt-Flughafen
Fiumicio wird der Papst um 20.10 Uhr erwartet.
4.
Auslandsreise des Papstes
Mit
dem Spanien-Besuch macht Leo XIV., der am 8. Mai 2026 genau ein Jahr im Amt
ist, seine vierte Auslandsreise. Das Reise-Motto „Alzad la mirada“ (Hebt euren
Blick), angelehnt an das Johannesevangelium (Joh 4,35), ist eine Aufforderung,
über alltägliche Sorgen hinauszublicken. Im April hatte das katholische
Kirchenoberhaupt Afrika besucht. Im März war Leo XIV. in Monaco. Im vergangenen
Herbst hatte er, als erste Auslandsreise in seinem Pontifikat, den Libanon und
die Türkei besucht. (vn 6)
Papst: Kirche hat Auftrag, klare
Worte zu sprechen; verkündet nicht sich selbst
Papst
Leo XIV. hat bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz diesen Mittwoch
genauer ausgeführt, was der Auftrag der Kirche ist: „Als Hüterin einer
Hoffnung, die den Weg erhellt, ist sie auch mit der Aufgabe betraut, klare
Worte zu sprechen, um alles abzulehnen, was das Leben beeinträchtigt und dessen
Entfaltung verhindert, und Stellung zu beziehen zugunsten der Armen, der
Ausgebeuteten, der Opfer von Gewalt und Krieg sowie all jener, die an Leib und
Seele leiden." Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt
Das
erklärte das katholische Kirchenoberhaupt mit einem Zitat aus
dem Kompendium der Soziallehre der Kirche (Nr. 159). Der Papst setzte
vor 30.000 Menschen seine Katechesereihe zu „Lumen Gentium (LG)“
fort, einem Lehrschreiben des Zweiten Vatikanischen Konzils (1962-1965),
das sich mit der Kirche, ihrem Wesen und ihrer Sendung befasst. Leo XIV.
blickte in diesem Kontext genauer auf die eschatologische Dimension - also
auf das Ende der Zeit, Tod und Auferstehung. Der Papst erinnerte an das
verkündete Reich der Liebe, der Gerechtigkeit und des Friedens
(vgl. LG 5), weshalb alle aufgerufen seien, „die gemeinschaftliche
und kosmische Dimension des Heils in Christus zu betrachten und unseren Blick
auf diesen endgültigen Horizont zu richten, um alles in dieser Perspektive zu
betrachten und zu beurteilen."
Universales
Heilssakrament
Die
Kirche ist „universales Heilssakrament“, heißt es in „Lumen gentium". Dazu
erläuterte der aus Chicago stammende Papst in seiner von ihm wie immer selbst
auf Englisch vorgetragenen Zusammenfassung seiner Katechese:
„Als
pilgerndes Volk Gottes deutet die Kirche die Geschichte im Licht des
Evangeliums und erhebt entschieden ihre Stimme gegen alles Böse. Gleichzeitig
erkennt die Kirche die Notwendigkeit einer ständigen Umkehr an, damit sie ihren
Auftrag angemessen erfüllen kann“
„Als
,allumfassendes Heilssakrament` ist die Kirche Zeichen und Werkzeug der Fülle
der Verheißungen Gottes. Als pilgerndes Volk Gottes deutet die Kirche die
Geschichte im Licht des Evangeliums und erhebt entschieden ihre Stimme gegen
alles Böse. Gleichzeitig erkennt die Kirche die Notwendigkeit einer ständigen
Umkehr an, damit sie ihren Auftrag angemessen erfüllen kann. Als Glieder
desselben Leibes sind auch wir zur Erneuerung aufgerufen."
Kirche
verkündet nicht sich selbst
Mit
Blick auf die Umkehr und Erneuerug der Kirche rief Leo unter Berufung auf
„Lumen gentium" alle dazu auf, in Gemeinschaft mit Christus und
untereinander zu bleiben - und warb für den gemeinsamen Lobpreis Gottes in der
Liturgie.
In
seiner ausführlicheren Katechese auf Italienisch erklärte der Papst, die Kirche
verkünde in Worten und Taten das Heil, „das Christus für die gesamte Menschheit
verwirklichen will, sowie sein Reich der Gerechtigkeit, der Liebe und des
Friedens. Die Kirche verkündet also nicht sich selbst; im Gegenteil, in ihr
muss alles auf das Heil in Christus verweisen", betonte Leo XIV.
„Die
Kirche verkündet also nicht sich selbst; im Gegenteil, in ihr muss alles auf
das Heil in Christus verweisen“
Ständige
Erneuerung nötig
Im
Sinne dieses Auftrags der Kirche gelte es, „demütig die menschliche
Schwäche und Vergänglichkeit ihrer Institutionen anzuerkennen, die, obwohl sie
im Dienst des Reiches Gottes stehen, das vergängliche Antlitz dieser Welt
tragen", führte der Papst mit einem weiteren Verweis auf das
Konzilsdokument aus (vgl. LG, 48). Er betonte: „Keine kirchliche
Institution darf verabsolutiert werden; vielmehr sind sie, da sie in der
Geschichte und in der Zeit leben, zu einer ständigen Umkehr, zur Erneuerung der
Formen und zur Reform der Strukturen, zur ständigen Erneuerung der Beziehungen
aufgerufen, damit sie ihrer Sendung wirklich gerecht werden können."
„Keine
kirchliche Institution darf verabsolutiert werden; vielmehr sind sie, da sie in
der Geschichte und in der Zeit leben, zu einer ständigen Umkehr, zur Erneuerung
der Formen und zur Reform der Strukturen, zur ständigen Erneuerung der
Beziehungen aufgerufen, damit sie ihrer Sendung wirklich gerecht werden können“
(vn 6)
Parolin: „Im Dialog“ mit deutschen
Bischöfen – Papstkritik aus USA „zumindest seltsam“
Es
sei „verfrüht, von Sanktionen zu sprechen“: Man sei im Dialog mit den deutschen
Bischöfen, sagte Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin an diesem Mittwochabend
zur Segnung homosexueller Paare in Deutschland. Zur für Donnerstag geplanten
Audienz von US-Außenminister Marco Rubio im Vatikan erklärte der Kardinal am
Rand einer Buchvorstellung, dass alle „heißen Themen“ zur Sprache kommen
würden.
Parolin
antwortete an diesem Mittwochabend auf Fragen von Journalisten am Rand der
Vorstellung des Buches „Liberi sotto la Grazia“ mit Texten von Papst Leo XIV.
aus seiner Zeit als Generaloberer der Augustiner vor dem Patristischen Institut
Augustinianum in Rom.
Ein
Eingreifen des Heiligen Stuhls gegen die deutschen Bischöfe wegen der Segnung
gleichgeschlechtlicher oder anderer Paare, die nicht sakramental-kirchlich
heiraten können, sei „verfrüht“, so Parolin. Derzeit befinde man sich „im
Dialog“: „Wir werden sehen, was geschieht.“ Die Entscheidung liege beim Papst:
„Wir haben jedoch bereits seit einiger Zeit einen Dialog begonnen und dabei
jeweils unsere Sichtweisen dargelegt.“
„Wir
haben jeweils unsere Sichtweisen dargelegt“
Das
vatikanische Glaubensdikasterium hatte gegenüber Vatican News ebenfalls am
Mittwoch klargestellt: Das im Jahr 2025 von den deutschen Bischöfen
veröffentlichte Vademecum zur Segnung für Paare außerhalb
kirchlich-sakramentaler Verbindungen habe nicht die Zustimmung des Vatikans.
„Die
Hoffnung sei, niemals zu Sanktionen greifen zu müssen“
Der
Kardinalstaatssekretär hält es jedoch für möglich, „eine Lösung zu finden“, die
die unterschiedlichen Auffassungen zusammenführe, auch was das „Thema der
Synodalität" angehe – also dazu, „dass jede Entscheidung im Einklang mit
dem Kirchenrecht, dem Zweiten Vatikanischen Konzil und der Tradition der Kirche
stehen muss“. Die Hoffnung sei, „niemals zu Sanktionen greifen zu müssen,
sondern die Probleme friedlich lösen zu können, wie es in der Kirche sein
sollte“.
Das
Treffen mit Rubio
In
weiteren Antworten auf Journalistenfragen äußerte sich Parolin auch zu den
kritischen Äußerungen aus den Vereinigten Staaten zu Papst Leo XIV. - am
Vorabend des an diesem Donnerstag geplanten Treffen von Papst Leo XIV. mit
US-Außenminister Marco Rubio. „Wir werden ihm zuhören, die Initiative ging von
ihnen aus.“ Bei dieser Begegnung werde man „über alles sprechen, was in diesen
Tagen geschehen ist“, sagte der Kardinal. Zur Sprache kämen „alle heißen
Themen“ der internationalen Politik und insbesondere aktuelle Konflikte.
Mit
Blick auf die jüngsten Angriffe von US-Präsident Donald Trump auf den Papst
erklärte Parolin, es erscheine ihm „zumindest seltsam“, den Papst auf diese
Weise anzugreifen oder ihm Vorwürfe zu machen. Der Vorwurf Trumps, der Papst
akzeptiere iranische Atomwaffen und „gefährde“ damit „Tausende Katholiken"
- sei „sicherlich keine korrekte Behauptung“, betonte der
Kardinalstaatssekretär. Der Heilige Stuhl habe sich stets für nukleare
Abrüstung eingesetzt und tue dies weiterhin.
Weitere
Vorschläge des Heiligen Stuhls zur Lösung des Konflikts mit dem Iran werde es
nicht geben, außer jenen, „die es immer gegeben hat“ – nämlich den Dialog.
„Diese Konflikte können nicht mit Gewalt gelöst werden, sondern müssen
verhandelt und durch Verhandlungen gelöst werden. Es braucht Verhandlungen in
gutem Willen und aufrichtiger Weise, damit alle Seiten ihren Standpunkt
darlegen und gemeinsame Ansatzpunkte finden können“, sagte Parolin.
„Der
Papst tut, was ein Papst tun muss“
Parolin
ging nicht näher auf die wiederholten Angriffe des US-Präsidenten seit dem 13.
April ein. „Ich möchte darüber keine Urteile oder persönlichen Bewertungen
abgeben. Ich glaube, der Papst tut das, was er tun muss: Der Papst ist Papst.“
Auf
mögliche weitere Entwicklungen im Verhältnis zur US-Regierung angesprochen,
erklärte Parolin, es sei „noch verfrüht“, über ein mögliches Telefonat zwischen
Leo XIV. und Trump zu sprechen. Der Papst sei jedoch „für alle Optionen offen“
und habe sich „nie jemandem verweigert“. Sollte ein direktes Gespräch mit Trump
vorgeschlagen oder erbeten werden, „hätte er sicherlich keine Schwierigkeiten,
es anzunehmen“.
Zugleich
unterstrich Parolin, dass die Vereinigten Staaten trotz aller Spannungen ein
wichtiger Gesprächspartner des Heiligen Stuhls blieben: „Wie sollte man die
Vereinigten Staaten ausklammern? Das geht nicht. … Auch weil sie in fast allen
Situationen, die wir heute erleben, eine Rolle spielen.“ (Vn 6)
„Dafür!“ – Gemeinsames Wort der
Kirchen zur Interkulturellen Woche 2026
Mit
einem klaren Zeichen für Hoffnung, Zusammenhalt und Menschenwürde rufen die
Kirchen zur Beteiligung an der 51. Interkulturellen Woche auf. Die Initiative
der Deutschen Bischofskonferenz, der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD)
und der Griechisch-Orthodoxen Metropolie findet vom 27. September bis 4.
Oktober 2026 statt. Der bundesweite Auftakt wird am 27. September 2026 in der
Thomaskirche in Leipzig begangen. Die Interkulturelle Woche steht wie im
vergangenen Jahr unter dem Leitthema „Dafür!“. Zu ihr laden der Vorsitzende der
Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, die Vorsitzende des
Rates der EKD, Bischöfin Kirsten Fehrs, und der Vorsitzende der Orthodoxen
Bischofskonferenz in Deutschland, Metropolit Augoustinos, in einem Gemeinsamen
Wort ein, das heute (6. Mai 2026) veröffentlicht worden ist.
Unter
dem Motto „Dafür!“ ermutigt die Interkulturelle Woche, Zusammenleben konkret zu
erfahren: bei Veranstaltungen, Gottesdiensten, Gesprächen, Kultur- und
Bildungsangeboten in ganz Deutschland. Gerade in einer Zeit, die von Kriegen,
gesellschaftlicher Unsicherheit und wachsenden Zukunftsängsten geprägt ist –
und in einem Jahr, in dem auch die Landtags- und Kommunalwahlen besondere
Aufmerksamkeit auf den gesellschaftlichen Zusammenhalt lenken. „Wir sind dafür,
der Angst und Spaltung klar zu widerstehen. Wir sind dafür, in
Mitmenschlichkeit zusammenzuleben – im persönlichen Lebensumfeld, in unserem
Land und mit der weltweiten Menschheitsfamilie“, betonen Bischöfin Kirsten
Fehrs, Bischof Heiner Wilmer und Metropolit Augoustinos. Das Motto sei Ausdruck
einer Hoffnung, die aus dem Glauben wachse – aus dem Vertrauen auf Gottes
Zusage: „Sei stark und mutig! Lass dich nicht einschüchtern und hab keine
Angst“ (Josua 1,9).
Mit
Blick auf die prognostizierten Zustimmungswerte für völkisch-nationalistische
Kräfte bei den diesjährigen Wahlen warnen die Kirchen vor einer Schwächung
demokratischer Strukturen, dem Verlust von Solidarität und einer zunehmenden
Ausgrenzung von Menschen: „Gerade jetzt gilt es, klar Haltung zu zeigen,
Menschenwürde zu schützen und sich nicht bange machen zu lassen. Christlicher
Glaube heißt, an der Seite der Schwachen und Schutzsuchenden zu stehen –
unabhängig davon, woher sie kommen oder warum sie fliehen mussten.“
Auch
mit Blick auf die europäische Asylpolitik machen die Kirchen deutlich: Wer
Schutz sucht, braucht faire Verfahren, sichere Orte und menschenwürdige
Aufnahmebedingungen. Das gilt besonders für Kinder und Familien. „Unser
entschiedenes ‚Dafür!‘ ist ein Bekenntnis zu Frieden, Respekt und echter
Begegnung. Niemand hat das Recht, sich über einen anderen Menschen zu erheben“,
betonen die drei Geistlichen.
Angesichts
der Interkulturellen Woche danken die Kirchen den vielen Engagierten vor Ort.
Seit mehr als 50 Jahren setzen sie sich im Rahmen der Woche – und nicht nur
dort – in Städten, Kommunen und Kirchengemeinden dafür ein, dass Integration
gelingt und gesellschaftlicher Zusammenhalt wächst – hoffnungsvoll, mutig und
stark.
Hintergrund
Die
bundesweit jährlich stattfindende Interkulturelle Woche ist eine Initiative der
Deutschen Bischofskonferenz, der EKD und der Griechisch-Orthodoxen Metropolie.
Sie findet seit 1975 Ende September statt und wird von Kirchen, Kommunen,
Wohlfahrtsverbänden, Gewerkschaften, Integrationsbeiräten und -beauftragten,
Migrantinnen- und Migrantenorganisationen, Religionsgemeinschaften und
Initiativgruppen unterstützt und mitgetragen. In über 760 Städten und Gemeinden
gibt es rund 6.000 Veranstaltungen. Der Zeitraum für die Interkulturelle Woche
2026 ist der 27. September bis 4. Oktober. Der nationale Tag des Flüchtlings,
dieses Jahr am 2. Oktober, ist Bestandteil der Interkulturellen Woche. Dbk
6
Heße zum Flüchtlingsgipfel: Anwalt
für Menschenrechte sein
Unter
dem Titel „Auf sicherem Grund? Menschenrechte und Flüchtlingsschutz –
politische Entwicklungen und kirchliche Handlungsansätze“ hat heute in Würzburg
der 10. Katholische Flüchtlingsgipfel stattgefunden. Mit dabei waren rund 150
Fachleute aus ganz Deutschland - und der Flüchtlingsbeauftragte der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Stefan Heße. Er betont im Interview mit uns, er
wolle die „universale Perspektive der Menschenwürde und der
Menschenrechte" einbringen. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt
Erzbischof
Stefan Heße, beim 10. Katholischen Flüchtlingsgipfel am 5. Mai 2026 in
Würzburg war der Titel: „Auf sicherem Grund? Menschenrechte und
Flüchtlingsschutz – politische Entwicklungen und kirchliche Handlungsansätze“.
Welche aktuellen Herausforderungen des Flüchtlingsschutzes beschäftigen Sie und
die Teilnehmenden besonders?
Erzbischof
Stefan Heße, Vorsitzender der Migrationskommission der Deutschen
Bischofskonferenz (DBK) und Sonderbeauftragter für Flüchtlingsfragen: Wir
stellen fest, dass das Thema Flüchtlingsschutz immer mehr angefragt wird. Es
wird angefragt von bestimmten Parteien, es wird angefragt bis in die
Gesellschaft hinein. Flüchtlinge werden für manches sozusagen zur Verantwortung
gezogen, was in unserem Land natürlich als Problem existiert. Und deswegen ist
es wichtig, sich diese rechtlichen Grundlagen immer wieder in Erinnerung zu
rufen, die in unserem Land Gott sei Dank bestehen. Und zwar nicht nur durch das
Grundgesetz, sondern auch durch die Genfer Flüchtlingskonvention und durch die
universellen Menschenrechte.
„Das
Wichtigste ist für mich als als Christ, aber auch als Staatsbürger, dass jeder
Mensch unveräußerliche Rechte hat, dass jeder Mensch seine Würde hat. Und die
gilt es zu respektieren und zu schützen. Und dafür setzen wir uns als Kirche
ein“
Das
Wichtigste ist für mich als Christ, aber auch als Staatsbürger, dass jeder
Mensch unveräußerliche Rechte hat, dass jeder Mensch seine Würde hat. Und die
gilt es zu respektieren und zu schützen. Dafür setzen wir uns als Kirche ein.
Stärkung,
Vernetzung, fachliche Bildung
Was
erhoffen Sie sich von diesem Treffen?
Erzbischof
Stefan Heße: Die Flüchtlingsgipfel dienen dazu, dass die Akteure der
Flüchtlingsarbeit in unseren deutschen Diözesen, aber auch in den Verbänden,
bei der Caritas, gestärkt werden. Also die Menschen, die sich für Geflüchtete
einsetzen. Und während sie 2015, am Beginn der ganzen Bewegung, bejubelt
wurden, ist es heute oft schwieriger für sie, und sie müssen sich für ihre
Arbeit geradezu erklären und verteidigen. Deswegen erhoffe ich mir immer, dass
es die einzelnen Akteure stärkt, sie aber auch vernetzt, und dass es ihnen
hilft, durch die thematische Auseinandersetzung an die Grundlagen ihrer Arbeit
zu kommen, sodass sie wissen, auf welchem Boden sie das tun und wie sinnvoll
das ist, was sie hier in Deutschland für die geflüchteten Menschen leisten.
Wird
die Kirche/der Papst zum Thema Flüchtlinge (genug) gehört?
Erzbischof
Stefan Heße Es gab ja gerade eine aktuelle Auseinandersetzung zwischen
Papst Leo XIV. und dem amerikanischen Präsidenten. Das ist wahrscheinlich auch
ein bisschen aufgrund der Zeitversetzung dann zusammengespielt worden. Ich
glaube, das hat dem Papst letztlich gutgetan, weil es seine Worte in den
Mittelpunkt gerückt hat. Grundsätzlich würde ich aber sagen, ist eigentlich die
Frage: Teilen wir als Kirche oft genug unsere Position mit? Sind wir am Puls
der Zeit? Und: Verstehen wir es, unsere christliche Auffassung so ins Gespräch
zu bringen, dass sie gehört werden kann? Da würde ich sagen, ist immer noch
Luft nach oben.
„Ich
glaube, angesichts der Infragestellung des Flüchtlingsschutzes müssen wir
unsere Aktivitäten deutlich erhöhen und jede Gelegenheit nutzen, für diese
Menschen einzutreten“
Die
Teilnehmer des Flüchtlingsgipfels sind natürlich Multiplikatoren, die die
Botschaft vor Ort verstärken. Ich als Flüchtlingsbeauftragter der
Deutschen Bischofskonferenz versuche das durch Tagungen, durch Interviews,
durch Stellungnahmen. Aber ich glaube, dass wir angesichts der Infragestellung
des Flüchtlingsschutzes unsere Aktivitäten deutlich erhöhen und jede
Gelegenheit nutzen müssen, für diese Menschen einzutreten.
„Mein
Part als Bischof ist natürlich, die universale Perspektive der Menschenwürde
und der Menschenrechte einzubringen. Ich kann nur Anwalt sein für dieses Thema
und vor allen Dingen für die Menschen, die dahinter stehen“
Sie
sprachen auch bei einer Podiumsdiskussion zu aktuellen Entwicklungen und
Herausforderungen im Flüchtlingsschutz mit Politikern und Experten...
Erzbischof
Stefan Heße: Mein Part als Bischof ist natürlich, die universale Perspektive
der Menschenwürde und der Menschenrechte einzubringen. Ich kann nur Anwalt sein
für dieses Thema und vor allen Dingen für die Menschen, die dahinter stehen.
Und wir sehen ja jetzt schon, dass das nicht ganz einfach ist. Ich habe
zum Beispiel den Eindruck, dass in unserem Land manche Gerichtsentscheidungen
nicht eins zu eins umgesetzt werden. Da darf man sich nicht hinter
zurückziehen, weil ich sonst befürchte, dass Recht und Gesetz sehr leicht
ausgehebelt werden können. Und das möchte ich für unser Land nicht
heraufbeschwören.
Viele
EU-Länder setzen auf eine restriktivere Flüchtlingspolitik und vielerorts
werden auch Mittel für Hilfen gekürzt - wie steht die katholische Kirche in
Deutschland dazu und wie geht sie damit um?
Erzbischof
Stefan Heße: Ich teile den Eindruck, dass manches restriktiver wird und
finde das nicht gut. Ich glaube, man kann es auch anders herum anpacken.
Spanien geht im Moment einen ganz anderen Weg, indem fast eine halbe Million
geflüchteter Menschen, die dort leben, legalisiert und registriert werden.
„Spanien
geht im Moment einen ganz anderen Weg, in dem fast eine halbe Million
geflüchteter Menschen, die dort leben, legalisiert und registriert werden“
Kürzungen
am falschen Ende
Ich
glaube, man spart am falschen Ende, wenn man die Mittel für die Geflüchteten
kürzt. Das sind ja dann Mittel, die normalerweise in die Integration
hineinfließen. Und damit wird etwas Gutes bewirkt. Als Kirche haben wir uns
auch schon häufiger kritisch zu Wort gemeldet: Im Hinblick auf andere
Restriktionen, zum Beispiel die Verlagerung der Verfahren an die Außengrenzen
oder den Wegfall der unabhängigen Verfahrensberatung, ebenso wie das Aussetzen
des Familiennachzugs für subsidiär Schutzsuchende. Das sind alles
schlechte Signale, die den Menschen nicht gut tun. Und deswegen versuchen wir
als Kirche so konkret wie möglich unsere Stimme zu erheben, damit die Menschen
Rechtsbeistand und gute Verfahren bekommen.
Sich
immer und überall für Menschenrechte und -Würde stark machen
Kriege,
Krisen und Gewalt scheinen aktuell überall auf der Welt zu explodieren und
Menschenrechte mit Füßen getreten zu werden. Internationale Abkommen,
etwa die Genfer Flüchtlingskonvention, werden oft missachtet - was lässt
sich dagegen tun?
Erzbischof
Stefan Heße: Als erstes würde ich empfehlen, immer wieder darauf
hinzuweisen, dass die Charta der Menschenrechte, die Genfer
Flüchtlingskonvention, weiter bestehen, die sind nicht aufgekündigt worden,
sondern die existieren. Deswegen gilt es, sich daran zu halten. Das ist ein
Schutz für die Flüchtlinge. Und wir drücken aus, dass das nach wie vor besteht.
Das
Zweite ist, dass ich sehr dankbar bin - und da dürfen wir auch nicht nachlassen
- dass wir nicht nur geflüchteten Menschen helfen, die hier bei uns in
Deutschland ankommen, sondern dass wir auch sehr viel tun für die geflüchteten
Menschen in den Ländern, wo sie herkommen oder durch die sie hindurchziehen.
Also an den Fluchtursachen arbeiten oder ihnen auf den Fluchtroute beistehen
und dabei helfen, dass sie menschenwürdig behandelt werden.
Vor
zehn Jahren gab es den ersten katholischen Flüchtlingsgipfel - was gibt es zu
feiern, und wo sehen Sie noch Herausforderungen?
Erzbischof
Stefan Heße: Ich finde - und da will ich uns jetzt nicht selber loben,
aber das darf man ja vielleicht auch mal sagen - wirklich wertvoll und
beachtenswert, was in den zehn Jahren der Flüchtlingsarbeit der katholischen
Kirche seit 2015 in Deutschland alles geleistet worden ist. Ich denke an die
vielen Menschen, die sich haupt- oder ehrenamtlich engagieren. Ich denke auch
an die vielen finanziellen Mittel, die die Diözesen trotz knapper Kassen immer
noch dafür einsetzen. Gott sei Dank. Wichtig ist, dass wir konkrete Akteure
haben, die den Menschen zur Seite stehen. Wichtig ist, dass es auch andere
gibt, die immer wieder ihre Stimme erheben. Wir müssen als Kirche das sagen,
was vielleicht andere nicht mehr sagen. Wir müssen an Grundwerte erinnern, die
wir vertreten. Und wir gehen eben auf dem Weg der Nächstenliebe und der
Solidarität auf die Menschen zu. Das ist unser Auftrag, den wir Gott sei
Dank nicht nur mit Worten, sondern auch mit Taten beweisen.
„Letztlich
wird es ja darum gehen, dass wir gemeinsam gute Lösungen für die Betroffenen
finden“
Letztlich
wird es ja darum gehen, dass wir gemeinsam gute Lösungen für die Betroffenen
finden. Deswegen appelliere ich an die Mitbischöfe, gerade hier nicht zu
streichen. Deswegen appelliere ich auch an die Verbände und die Einrichtungen,
ihr Engagement weiter fortzusetzen, selbst wenn es in der Öffentlichkeit immer
wieder hinterfragt wird. Ich glaube, wir müssen Zeichen setzen. Wir müssen
uns an unseren Taten messen lassen. Und ich hoffe, dass von dem Gipfel auch
eine positive Botschaft ausgeht: Es gibt hier und da Schwierigkeiten, es
gibt Herausforderungen, es gibt auch Dinge, die nicht gelingen. Wichtig ist mir
aber auch, deutlich zu machen, dass vieles gelingt: Es gibt auch viele gute
Geschichten der Integration, die in unserem Land geleistet werden. Hinter jedem
einzelnen Migranten steht seine persönliche Geschichte. Es geht eben nicht
zuallererst um Problembewältigung, sondern es geht um Menschen und um Beistand
für jeden einzelnen von ihnen.
„Hoffe,
dass von dem Gipfel auch eine positive Botschaft ausgeht: Es gibt hier und da
Schwierigkeiten, es gibt Herausforderungen, es gibt auch Dinge, die nicht
gelingen. Wichtig ist mir aber auch, deutlich zu machen, dass vieles gelingt:
Es gibt auch viele gute Geschichten der Integration, die in unserem Land
geleistet werden“ (vn/pm 5)
Vatikan veröffentlicht zwei weitere
Synoden-Gruppen-Berichte
Es
handelt sich um die Ergebnisse weiterer Studiengruppen, die aus der
Weltbischofssynode unter dem Motto „Für eine synodale Kirche. Gemeinschaft,
Teilhabe, Sendung“ hervorgegangen sind - konkret um Berichte zum Thema
Bischofswahlen sowie zum Umgang mit neuen dogmatischen, pastoralen und
ethischen Fragen. Beide Themen „berühren den Kern kirchlichen Lebens“, betonte
Kardinal Mario Grech, Generalsekretär der Synode, zur Veröffentlichung diesen
Dienstag.
Beide
Themenfelder waren im Prozess der Weltsynode von Studiengruppen bearbeitet
worden. Die Studiengruppe 7 („Einige Aspekte der Person und des Dienstes des
Bischofs“) befasste sich mit dem Dienst des Bischofs aus synodaler und
missionarischer Perspektive. Insbesondere ging es dabei um Kriterien für die
Bischofswahl, die richterliche Funktion des Bischofs und die Art und
Durchführung von Ad-limina-Besuchen. Das Synodensekretariat veröffentlichte an
diesem Dienstag (5. Mai 2026) den ersten Teil dieses Berichtes der
Bischofs-Studiengruppe, in dem es um die Kriterien für die Auswahl von
Bischofskandidaten geht.
Ebenfalls
veröffentlicht wurde an diesem Dienstag der Abschlussbericht der Studiengruppe
9 („Theologische Kriterien und synodale Methoden zur gemeinsamen Beurteilung
neuer dogmatischer, pastoraler und ethischer Fragen“), die sich über den Umgang
der Kirche mit herausfordernden Themen Gedanken machte.
„Beide
Berichte berühren den Kern des kirchlichen Lebens.“
Beide
Berichte „berühren den Kern des kirchlichen Lebens“, zitiert die Pressemeldung
Kardinal Mario Grech, Generalsekretär der Synode. „Der erste erinnert uns
daran, dass die Bischofswahl ein Moment echter Unterscheidung für die
christliche Gemeinschaft ist: Es gibt keinen Hirten ohne Herde und keine Herde
ohne Hirten. Der zweite bietet uns konkrete Instrumente, um die schwierigsten
Fragen anzugehen, ohne vor der Komplexität zurückzuschrecken: den Betroffenen
zuzuhören, die Realität zu deuten und Wissen zusammenzuführen. Es ist die
synodale Methode, angewendet auf die anspruchsvollsten Situationen“, so der
Generalsekretär der Synode.
Abschlussbericht
der Studiengruppe 7 (erster Teil)
Der
erste Teil des Abschlussberichts der Studiengruppe Nr. 7 zur Bischofswahl
befasst sich mit der Auswahl von Kandidaten für das Bischofsamt als einem
Moment authentischer kirchlicher Unterscheidung, geleitet vom Heiligen Geist in
einer Atmosphäre des Gebets und des Zuhörens. Beteiligt sind die Ortskirche mit
ihrem Bischof, die Bischöfe der Kirchenprovinz oder Bischofskonferenz sowie der
Apostolische Nuntius – von dem die Gruppe hofft, dass er ein synodales und
missionarisches Profil besitzt, damit er dieses wiederum unter den potenziellen
Bischofskandidaten sucht.
Das
Dokument schlägt vor, dass jede Diözese regelmäßig Prozesse zur Klärung ihres
Status und ihrer Bedürfnisse einleitet. Im Vorfeld der Bischofsnachfolge beruft
der Bischof den Priesterrat und den Diözesanpastoralrat ein. Deren Mitglieder
äußern gemeinsam ihre Meinung zu den Bedürfnissen der Diözese und übermitteln
dem Bischof – in einem versiegelten Umschlag – die Namen der Priester, die sie
für das Bischofsamt als geeignet erachten. Soweit möglich, werden auch das
Domkapitel, der Wirtschaftsrat, die Laienberatung sowie Vertreter der
Ordensleute, der Jugend und der Armen konsultiert.
Zu
den geforderten Eigenschaften der Kandidaten zählt die Gruppe die „synodalen
Fähigkeiten“: die Fähigkeit, Gemeinschaft zu pflegen, Dialog zu führen,
profunde Kenntnisse der lokalen Kulturen und die Bereitschaft zur konstruktiven
Integration. Der Bericht fordert die Dikasterien der Römischen Kurie außerdem
auf, ihre Verfahren stärker synodal zu gestalten, und schlägt regelmäßige
unabhängige Evaluierungen der Auswahlverfahren vor.
Die
Gruppe setzt unterdessen ihre Überlegungen zu den ihr zugewiesenen Themen fort:
die richterliche Funktion des Bischofs, Ad-limina-Besuche und die Ausbildung
von Bischöfen. Der Bericht zu diesen Themen steht also noch aus.
Abschlussbericht
der Studiengruppe 9
Der
Abschlussbericht der Studiengruppe Nr. 9 schlägt einen Paradigmenwechsel im
Umgang der Kirche mit den schwierigsten dogmatischen, pastoralen und ethischen
Fragen vor. Ausgangspunkt ist ein biblisches Beispiel: die Kapitel 10–15 der
Apostelgeschichte, die zeigen, wie kulturelle Vielfalt wertgeschätzt werden
kann, ohne die Neuheit des Evangeliums zu verleugnen.
Eine
erste wichtige Entscheidung betrifft die Sprache: Die Gruppe sprach lieber von
„aufkommenden“ als von „kontroversen“ Themen, da es nicht darum geht, ein
Problem zu lösen, sondern durch Beziehungsarbeit, gemeinsames Lernen und
Transparenz das Gemeinwohl zu fördern.
„Um
aufkommende Themen konkret anzugehen, schlägt die Gruppe drei methodische
Schritte vor: Selbstreflexion, Wahrnehmung der Realität und
Wissenszusammenführung. Das Gespräch im Heiligen Geist bleibt das wichtigste
Instrument zur Entwicklung einer kirchlichen Kultur der Synodalität“
Das
Dokument führt das „Prinzip der Pastoralität“ ein: Es gibt keine Verkündigung
des Evangeliums ohne die Übernahme von Verantwortung für den Gesprächspartner,
in dem der Heilige Geist bereits wirkt. Um aufkommende Themen konkret
anzugehen, schlägt die Gruppe drei methodische Schritte vor: Selbstreflexion,
Wahrnehmung der Realität und Wissenszusammenführung. Das Gespräch im Heiligen
Geist bleibt das wichtigste Instrument zur Entwicklung einer kirchlichen Kultur
der Synodalität.
Im
dritten Teil des Berichts wendet die Gruppe diese Methode konkret auf zwei
Themen an, die aktuell im Leben der Ortsgemeinden relevant sind und gerade
wegen ihrer Vielfalt ausgewählt wurden: die Erfahrungen homosexueller Gläubiger
und die Erfahrungen aktiver Gewaltlosigkeit – wie sie beispielsweise in einer
Bewegung junger Serben zu sehen sind, die, inspiriert von den frühen Christen,
zum friedlichen Sturz Miloševi?s beitrugen. In beiden Fällen gibt die Gruppe
keine endgültigen Stellungnahmen ab, sondern schlägt – ausgehend vom direkten
Anhören konkreter Zeugnisse – Wege für ethisch-theologische Unterscheidung und
offene Fragen vor, damit jede Gemeinschaft sich „zur Verpflichtung verpflichten
kann, das Gute, mit dem Gott in der Geschichte und in den Erfahrungen der
Menschen wirkt, zu erkennen und zu fördern“.
Die
Abschlussberichte und eine kurze Zusammenfassung in einigen Sprachen sind auf
der Website des Generalsekretariats der Synode verfügbar: www.synod.va (vn 5)
Kardinal Parolin: Der Papst geht
seinen Weg und predigt Frieden
Der
vatikanische Kardinalstaatssekretär, Pietro Parolin, hat die Position von Papst
Leo XIV. zu US-Präsident Donald Trump bekräftigt, nachdem es diesen Dienstag
erneute Medienberichte über kritische Äußerungen Trumps zum katholischen
Kirchenoberhaupt gab: „Der Papst hat bereits geantwortet, es war eine sehr
christliche Antwort. Er tut das, was seine Rolle von ihm verlangt.“
„Der Papst geht seinen Weg weiter, indem er
das Evangelium verkündet, den Frieden predigt – wie der heilige Paulus sagen
würde - opportune et importune“. Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin äußerte
sich auf Nachfrage der Journalisten bei Feierlichkeiten zum 70-jährigen
Bestehens eines Krankenhauses in Italien, der Casa Sollievo della Sofferenza in
San Giovanni Rotondo.
Die
Journalisten hatten nach aktuellen kritischen Äußerungen des US-Präsidenten in
einem TV-Sender diesen Dienstag von „einem weiteren Angriff“ Trumps gegen Leo
XIV. gesprochen - zwei Tage vor der Audienz des US-Außenministers Marco Rubio
im Vatikan. Ob der Papst Gelegenheit haben werde, darauf zu antworten, wisse er
nicht, sagte der Kardinal. „Denn diese Gelegenheit“, fügte er in Bezug auf die
Antworten Leos im Flugzeug am 13. April, dem Tag der Abreise nach Afrika,
hinzu, „bot sich bei dem Treffen mit den Journalisten. Aber die Linie bleibt
dieselbe.“ Damals hatte das katholische Kirchenoberhaupt nach kritischen
Äußerungen des US-Präsidenten Journalistenfragen dazu kurz im Flugzeug
beantwortet.
„Der
Papst hat bereits geantwortet, ich hätte dem nichts hinzuzufügen“
„Der
Papst hat bereits geantwortet, ich hätte dem nichts hinzuzufügen“, erklärte der
Kardinalstaatssekretär erneut. Er betonte, dass die Antwort von Leo XIV. „eine
sehr, sehr christliche Antwort“ gewesen sei, in der er sagte, dass er das tue,
was seine Rolle von ihm verlange, nämlich den Frieden zu predigen. Ob dies nun
gefalle oder nicht, sei eine andere Frage. Es sei klar, dass nicht alle
derselben Meinung seien. Doch das sei die Antwort des Papstes.
Besuchtes
Krankenhaus vor Herausforderungen
An
Kardinal Parolin wurden auch Fragen gerichtet, die mit seinem Besuch bei dem
Krankenhaus zu tun hatten. Dort gibt es nämlich einen Rechtsstreit und Streiks
und Proteste der Gewerkschaften. Wie es weitergehen könne? Dazu Parolin: „Es
gibt Regeln, die befolgt werden müssen, das ist nichts Neues. Jetzt ist der
Beitrag aller gefragt, damit diese Vorschriften, diese Regeln, angewendet
werden können. Die Schwierigkeiten, die es gibt und die im gesamten
Gesundheitswesen vorhanden sind, müssen überwunden werden.“ Der Kardinal
betonte, es sei klar, dass in schwierigen Situationen und Krisen alle an einem
Strang ziehen müssten.
Er
erinnerte daran, dass das Krankenhaus von San Giovanni Rotondo auch „einen
Mehrwert“, habe, und zwar „die Tatsache, dass das Haus von Pater Pio gewollt
wurde." Vom Himmel aus schütze und bewahre der Heilige, der in Italien
sehr verehrt wird, „weiterhin dieses sein Werk“.
Mit
Blick auf sein Treffen mit Vertretern der lokalen Gewerkschaften am Nachmittag
sagte Parolin: „Ich möchte von ihnen hören, was sie mir zu sagen haben, und
meine Antworten werde ich auch an ihre Fragen anpassen. Die Botschaft ist die,
an die wir gerade erinnert haben: Lasst uns alle zusammenarbeiten, damit diese
Exzellenz wieder das sein kann, was sie einmal war.“ (vn 5)
Menschenrechte im Fokus: Zehnter
Katholischer Flüchtlingsgipfel
Menschenwürde
und Menschenrechte sind Maßstab für Flüchtlingsschutz
Auf
Einladung des Sonderbeauftragten für Flüchtlingsfragen und Vorsitzenden der
Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Stefan
Heße (Hamburg), sind heute (5. Mai 2026) in Würzburg rund 150 Fachleute der
kirchlichen Flüchtlingsarbeit zum zehnten Katholischen Flüchtlingsgipfel unter
dem Titel „Auf sicherem Grund? Menschenrechte und Flüchtlingsschutz –
politische Entwicklungen und kirchliche Handlungsansätze“ zusammengekommen.
„Auch
unter schwierigen Bedingungen setzen wir uns für einen Flüchtlingsschutz ein,
dessen Maßstab die Menschenwürde und die Menschenrechte sind!“, betonte
Erzbischof Heße. Trotz vieler Schwierigkeiten und teils auch Anfeindungen
engagieren sich weiterhin zahlreiche Menschen im Raum der Kirche für
Schutzsuchende: Allein im Jahr 2025 konnten durch den Einsatz von über 5.000
Hauptamtlichen und 34.000 Ehrenamtlichen mindestens 443.000 Geflüchtete
unterstützt werden. Der Sonderbeauftragte ermutigte die Engagierten, weiter mit
vereinten Kräften die Menschenwürde Schutzsuchender zu verteidigen.
„Alle
Menschen sind frei und gleich an Würde und Rechten geboren.“ – Ausgehend von
Artikel 1 der Allgemeinen Erklärung der Menschenrechte skizzierte Erzbischof
Heße den universalen Anspruch der gleichen Würde eines jeden Menschen, der auch
das Fundament des internationalen Flüchtlingsschutzes bildet. Für unzählige
Menschen sei diese Rede von der gleichen Würde aber allenfalls ein noch nicht
eingelöstes Versprechen – insbesondere für Menschen, die gezwungen seien, ihre
Heimat zu verlassen: „Zwischen dem normativen Anspruch und der Realität klafft
eine Lücke, die eher größer als kleiner wird“, so Erzbischof Heße. Sichtbar
werde dies an aktuellen Entwicklungen: an der einseitigen Priorisierung
nationaler Interessen, am deutlichen Rückgang internationaler Hilfsgelder, an
Tendenzen zur Auslagerung von Verantwortung und an der bisweilen auch
grundsätzlichen Infragestellung menschenrechtlicher Standards. Erzbischof Heße
folgerte daraus: „Aus dem vielfach noch nicht eingelösten Versprechen der
Menschenrechte ergibt sich für uns ein Auftrag: Jeder Mensch muss die
Möglichkeit haben, in Frieden, Freiheit, Sicherheit und Würde zu leben. Jeder
Mensch? Ja. Jeder Mensch. Es mag utopisch anmuten, doch für uns gilt: Die
Menschenwürde ist universell – für alle Menschen, überall. Wenn andere Menschen
ihrer Würde beraubt werden, darf uns das nicht kaltlassen.“
Wie
es gelingen kann, die Würde eines jeden Menschen in den Mittelpunkt zu stellen
und für einen menschenwürdigen Umgang mit Geflüchteten einzustehen, wurde im
Verlauf des Gipfels diskutiert. Prof. Dr. iur. Beate Rudolf (Direktorin des
Deutschen Instituts für Menschenrechte) nahm den Zusammenhang von
Menschenrechten und Flüchtlingsschutz in den Blick. Dabei ging sie auch auf
Herausforderungen ein: „Der Umgang mit Geflüchteten ist eine Bewährungsprobe
für den Staat: Denn er hat die Pflicht, die Menschenwürde zu schützen. Der
zivilgesellschaftliche Einsatz für Geflüchtete ist daher auch ein Einsatz für
die Grundlage unserer Verfassung.“ Dr. Ulrich Maidowski (Richter des
Bundesverfassungsgerichts a. D.) vertrat die These, dass die demokratische
Gesellschaft in Deutschland sich derzeit insgesamt in einem als kritisch zu
bewertenden Wandlungsprozess befinde. Vor diesem Hintergrund unterstrich er:
„Es ist wieder und gerade jetzt nötig, die fortgeltenden verbindlichen
rechtlichen und ethischen Grundlagen des Umgangs mit Geflüchteten aktiv und
öffentlich in Erinnerung zu rufen und danach zu handeln. Andernfalls droht eine
fortschreitende Schwächung des demokratischen und rechtsstaatlichen Systems;
unpopuläre Positionen zu verschweigen, stellt keinen Weg zu gesellschaftlichem
Frieden dar, sondern stärkt die extremen Randpositionen.“ In mehreren
Arbeitsgruppen wurden verschiedene Aspekte der aktuellen Flüchtlingspolitik
vertieft und praktische Handlungsansätze ausgetauscht. Im Mittelpunkt stand
dabei die Frage, wie die Rechte von Geflüchteten auch unter schwierigen
Bedingungen durchgesetzt werden können.
Der
Bischof von Würzburg, Dr. Franz Jung, begrüßte die Teilnehmer in Würzburg und
betonte den Einsatz der kirchlichen Einrichtungen und Initiativen im Bistum,
die sich in den zurückliegenden Jahren der Unterstützung Geflüchteter und
Asylsuchender gewidmet haben. „Als Bischof liegt mir dieser Einsatz sehr am
Herzen, zumal er weit über den Bereich professioneller Fachdienste
hinausreicht. Vieles wird hier gerade durch das ehrenamtliche Engagement vieler
Frauen und Männer ermöglicht. Im Sinne unseres Bistumsmottos ‚Christsein unter
den Menschen‘ sehen wir uns als Kirche zudem in einem partnerschaftlichen
Netzwerk mit anderen zivilgesellschaftlichen Akteuren, der Politik und den
Behörden.“
In
einer Podiumsdiskussion stellte sich Erzbischof Heße gemeinsam mit dem
bayerischen Innenminister Joachim Herrmann sowie einer Migrationsexpertin
aktuellen Herausforderungen. Der Minister betonte, dass Bayern ein weltoffenes
Land sei und sich zu seinen humanitären Verpflichtungen bekenne. „Das Asylrecht
ist und bleibt ein zentraler Eckpfeiler unserer freiheitlichen Demokratie.“
Gleichzeitig müsse man aber klar unterscheiden zwischen denjenigen, die im
Rahmen des Asylverfahrens einen Schutzstatus erhalten, und denjenigen, die
nicht schutzbedürftig sind: „Wer als individuell politisch Verfolgter Schutz
und Hilfe wirklich braucht, wird bei uns Humanität und Solidarität erfahren.
Wer jedoch keinen Schutzanspruch hat, muss unser Land auch wieder verlassen.
Diese Klarheit ist notwendig, um die Akzeptanz unseres Asylsystems zu erhalten
und seine Funktionsfähigkeit zu sichern.“ Die hohe und vielfach ungesteuerte
Zuwanderung habe dazu geführt, dass Bund, Länder und Kommunen bei der Aufnahme,
Unterbringung und Integration an ihre Belastungsgrenzen geraten seien. Es sei daher
wichtig, Migration zu ordnen, um die vorhandenen Kapazitäten gezielt für
diejenigen einzusetzen, die tatsächlich schutzberechtigt sind. „Restriktive
Maßnahmen und humanitäre Verantwortung sind deshalb keine Gegensätze, sondern
bedingen einander“, so der Minister. Bayern unternehme viel für gelingende
Integration, setze aber von jeher auf das Grundprinzip des Förderns und
Forderns. Das bedeutet: „Wer zu uns kommt und bleiben darf, dem bieten wir
umfangreiche Unterstützung zur Integration an, gleichzeitig erwarten wir von
den Geflüchteten aber auch Integrationswillen und -bereitschaft.“ Die
Migrationsfachanwältin Claire Deery übte Kritik an den aktuellen
asylpolitischen Entwicklungen und ging auf die konkreten Folgen für Geflüchtete
ein. Als Migrationsfachanwältin sehe sie, wie die Restriktionen zu längeren
Verfahren und damit zu mehr Unsicherheiten sowie weiteren Hürden für die
Schutzsuchenden führen. Statt mehr Klarheit zu schaffen, schwächten die
Verschärfungen den Rechtsschutz. Zudem sieht die Fachanwältin „wachsende
Risiken für die Wahrung grundlegender Menschenrechte. Fraglich bleibt, ob die
Schutzbedürftigen wirklich erkannt und gesehen werden.“ Erzbischof Heße
wiederum warnte bei der Podiumsdiskussion davor, die Anliegen geflüchteter
Menschen zu diskreditieren: „In den flüchtlingspolitischen Debatten ist häufig
von ‚irregulärer Migration‘ die Rede. Doch auf diese Weise wird ein falscher
Eindruck erzeugt: Wer schutzsuchende Menschen in den Bereich des ‚Ungeordneten‘
rückt, schürt Ängste und trägt zur Polarisierung bei. Dem gilt es deutlich zu
widersprechen: Wenn Menschen vor Krieg, Gewalt und Verfolgung fliehen, haben
sie ein berechtigtes Schutzanliegen. Vom zehnten Katholischen Flüchtlingsgipfel
geht das klare Signal aus: Die Kirche macht sich auch weiterhin für die Rechte
schutzsuchender Menschen stark.“ Dbk 5
Ethische Sorge für den ganzen
Menschen
Deutsche
Bischofskonferenz veröffentlicht „Ethische Orientierungshilfe zur Ausgestaltung
von Advance Care Planning in kirchlichen Einrichtungen und Diensten“
Mit
Blick auf die letzte Lebensphase haben viele Menschen Sorge vor einem Zustand,
in dem sie ohne eigene Entscheidungsmöglichkeit einem System ausgeliefert sind,
bei dem das Zusammenwirken von medizinischen, technischen, pharmazeutischen,
pflegerischen Maßnahmen nicht mehr durchschaubar ist und keinen Raum für die
persönlichen Belange lässt. Dazu zählen nicht zuletzt auch ökonomische Aspekte.
Seit
vielen Jahren bieten die Kirchen die Christliche Patientenvorsorge an, um hier
die Möglichkeit zu stärken, eigene Vorstellungen für diese Lebensphase zu
reflektieren, mit Fachleuten und Nahestehenden zu besprechen und wirksam
schriftlich festzuhalten.
Die
Erfahrung hat gezeigt, dass es für viele Menschen hilfreich ist, wenn sie bei
einem solchen Reflexions- und Entscheidungsprozess kompetent begleitet werden,
gerade dann, wenn dabei nicht allein medizinische Entscheidungen im Fokus
stehen. Es kommt darauf an, den ganzen Menschen, die individuelle Person und
ihre Vorstellungen, Wünsche, Ängste und Sorgen zu sehen und die sich daraus
ergebenden Gedanken, Wünsche und Entscheidungen aufzunehmen. Auf einen solchen
Begleitungsprozess ist die Konzeption angelegt, die sich mit dem englischen
Begriff Advance Care Planning (ACP) verbindet. Dazu legt die Glaubenskommission
der Deutschen Bischofskonferenz heute (4. Mai 2026) die Ethische
Orientierungshilfe zur Ausgestaltung von ACP in kirchlichen Einrichtungen und Diensten
vor.
Alle,
die an ACP interessiert sind, sei es als Betroffene, Angehörige, Pflegende oder
Ausbildende, finden in diesem Dokument Unterstützung, Anregung und Perspektiven
für eine Praxis der Begleitung von Menschen in schwierigen Lebenssituationen.
Die Glaubenskommission hat den Text mit Unterstützung zahlreicher Fachleute
erarbeitet. Er wurde mit kompetenten Personen aus der Praxis beraten und vom
Ständigen Rat der Deutschen Bischofskonferenz verabschiedet.
Bei
ACP geht es darum, Menschen angesichts hohen Alters oder schwerwiegender
Erkrankungen in einem strukturierten Gesprächsprozess durch fachlich geschulte
Personen zusammen mit ihren Angehörigen zu begleiten. Im Verlauf dieses
Prozesses sollen sie sich darüber klar werden können, wie ihre medizinische,
pflegerische, psychosoziale, aber auch seelsorgerliche und spirituelle
Betreuung und Behandlung in Situationen gestaltet werden soll, in denen sie
selbst nicht mehr in der Lage sind, einzuwilligen oder zu widersprechen. ACP
ist damit eine Form der Patientenvorsorge, die in Beziehung und im Prozess
ausgestaltet wird. Dabei ist fachlich professionelles Handeln von ebenso großer
Bedeutung wie eine gute Kommunikation von Mensch zu Mensch und nicht zuletzt
auch eine ethische Grundorientierung, die sich der Würde der menschlichen
Person und dem Schutz des Lebens verpflichtet weiß.
Im
Vorwort des Dokumentes schreibt Bischof Dr. Franz-Josef Overbeck (Essen) als
Vorsitzender der Glaubenskommission: „Wie bei vielen guten Ideen kommt es auch
beim Advance Care Planning darauf an, wie gut es in der Praxis und im konkreten
Alltag einer Klinik, einer Pflegeeinrichtung oder einer ambulanten Versorgung
umgesetzt wird. Die Praxis von Advance Care Planning würde die ursprüngliche
Idee völlig verfehlen, wenn es dabei nur darum ginge, möglichst schnell zu
einem ausgefüllten und unterschriebenen Formular zu kommen, das belastbar über
die medizinische Behandlungszustimmung Auskunft gibt. Nicht nur in kirchlich
getragenen Einrichtungen, aber gerade da ist es unverzichtbar, dass in einem
solchen Prozess der ganze Mensch mit seinen Bedürfnissen, Nöten, Sorgen, aber
auch Wünschen und Hoffnungen und nicht zuletzt mit seinem Glauben in den Blick
genommen wird.“Hinweise: Das Dokument Ethische Orientierungshilfe zur
Ausgestaltung von Advance Care Planning in kirchlichen Einrichtungen und
Diensten ist als PDF-Datei zum Herunterladen unter www.dbk.de in der Rubrik
Publikationen verfügbar. Dort kann die Publikation auch als Broschüre (Die
Deutschen Bischöfe – Glaubenskommissionen Nr. 60) vorbestellt werden. Das
Dokument erscheint als Broschüre im Mai 2026. Dbk 4
Europäischer Protesttag zur
Gleichstellung von Menschen mit Behinderungen
„Allen
Menschen gilt uneingeschränkt die Menschenwürde“
Seit
mehr als 30 Jahren macht der Europäische Protesttag zur Gleichstellung von
Menschen mit Behinderungen, der am 5. Mai 2026 begangen wird, auf
Benachteiligungen aufmerksam und fordert die Gleichstellung von Menschen mit
Behinderungen. In diesem Jahr stehen die zahlreichen Aktionen unter dem
Leitthema „Menschenrechte sind nicht verhandelbar“.
Auch
wenn das Recht auf Teilhabe als zentraler Grundsatz in der
UN-Behindertenrechtskonvention formuliert ist, ist dies für viele Menschen mit
Behinderungen noch immer keine Selbstverständlichkeit: Fehlende
Barrierefreiheit, lange Wartezeiten bei Unterstützungsleistungen oder
unzureichende Assistenz erschweren den Zugang zu Bildung, Arbeit und
gesellschaftlichem Leben. Gleichzeitig geraten notwendige Hilfen zunehmend
unter Kostendruck. Diskussionen über Einsparungen erwecken dabei zu oft den
Eindruck, Teilhabeleistungen seien ein verzichtbarer Luxus. „Dem ist jedoch
nicht so. Teilhabe ist ein grundlegendes Recht“, so die klare Botschaft von
Weihbischof Dr. Reinhard Hauke (Erfurt), Beauftragter der Deutschen
Bischofskonferenz für inklusive Pastoral. „Ich wünsche mir, dass die einseitige
Fokussierung auf Kosten aufgebrochen wird. Stattdessen braucht es eine
realistische Einordnung der Ursachen von Kostensteigerungen, eine klare
Orientierung an Menschenwürde und Menschenrechten sowie den Blick auf den
unbezahlbaren Wert, den Vielfalt für unsere Gesellschaft hat. Als Christinnen
und Christen erkennen wir in jedem Menschen das Ebenbild Gottes.“ Aus diesem
Erkennen heraus gelte es, soziale Beziehungen und Lebensraum zu gestalten. Dies
führe vor Augen, dass nicht nur die Politiker oder Entscheidungsträgerinnen
Verantwortung für Veränderungen tragen, sondern auch jeder und jede in seinem
und ihrem konkreten Umfeld Mitverantwortung trage.
Weihbischof
Hauke betont: „Allen Menschen gilt uneingeschränkt die Menschenwürde. Aus
dieser Würde erwachsen die fundamentalen Menschenrechte. Diese dürfen daher
nicht zur Verhandlungsmasse werden und ihre Umsetzung muss uneingeschränkt
möglich sein.“ Er lädt dazu ein, den morgigen Tag dazu zu nutzen, sich zu
informieren oder an einer Aktion teilzunehmen und miteinander ins Gespräch zu
kommen. „Auf andere zuzugehen und neue Perspektiven kennenzulernen ist meiner
Erfahrung nach häufig ein wichtiger erster Schritt, um das Gegenüber besser zu
verstehen und Prozesse gemeinsam zu gestalten. Jesus, der sich in seinem Wirken
mit jenen am Rand der Gesellschaft solidarisiert und sie so in die Mitte geholt
hat, kann uns hier ein Vorbild sein.“ Dbk 4
Unser Sonntag: Orientierung in
unruhigen Zeiten
Mitten
in der Osterzeit lenkt das Johannesevangelium den Blick auf die Abschiedsreden
Jesu, sagt Gabriele Rohard-Bellé in ihrer ersten Betrachtung. Im Zentrum steht
eine Zusage, die bis heute trägt: „Euer Herz lasse sich nicht verwirren.“ Eine
Auslegung über Orientierung in unruhigen Zeiten und die Worte Jesu: „Ich bin
der Weg und die Wahrheit und das Leben“.
Gabriele
Rohard-Bellé, Verona
Joh
14, 1–12
Liebe
Hörerinnen und Hörer,
wir
sind mitten in der Osterzeit – es ist nicht nur eine herrliche Jahreszeit,
sondern auch eine ganz besondere Zeit der Liturgie. Das Osterereignis der
Auferstehung des Herrn durchflutet unseren Alltag mit Licht, Freude und
Hoffnung. In dieser Zeit werden wir vom Johannesevangelium begleitet, das
diesem österlichen Nachleuchten oder dem englischen Modewort „afterglow“, noch
ganz besondere Akzente verleiht.
Wenn
man ein Evangelium betrachtet, sollte man sich allerdings immer genügend Zeit
nehmen; eine flüchtige Lektüre oder ein halbherziges Zuhören während der
Heiligen Messe bringt wenig oder gar nichts.
Und
das gilt ganz besonders für das heutige Evangelium.
Einordnung
des Evangeliums
Zu
Beginn wollen wir den Bibeltext chronologisch einordnen und dann unseren Blick
auf den besonderen Inhalt richten. Ich setze die Akzente bewusst nur auf ganz
bestimmte Wörter.
Gehen
wir zunächst einen Schritt zurück: An Ostern lesen wir am Palmsonntag die
Passion entweder von Markus, Lukas oder Matthäus und am Karfreitag kommt immer
die Passion von Johannes. Was in diesen Evangelien passiert kennen wir nur zu
gut: Jesus hält das letzte Abendmahl, er schenkt uns die Eucharistie. Bei
Johannes lesen wir auch, dass Judas bald den Saal verlässt und in der
Dunkelheit der Nacht verschwindet. Wenig später machen sich auch Jesus und
seine Jünger auf den Weg zum Ölberg.
Bedrückende
Atmosphäre – Ereignisse überschlagen sich
Eine
zutiefst bedrückende Atmosphäre liegt in der Luft. Dann überschlagen sich die
Ereignisse auf dramatische Weise, und die ganze Maschinerie von Gefangennahme,
Verurteilung, Geißelung und Kreuzigung nimmt ihren Lauf. Wir als Zuhörer,
Zuschauer oder Leser sind von diesen Ereignissen beeindruckt, überwältigt,
verwirrt oder sogar schockiert.
„Johannes
gibt einen tiefen Einblick in Details, die bei keinem der Synoptiker vorkommen“
Das
Johannesevangelium bietet uns heute und an den folgenden Sonntagen besonders
bedeutungsvolle Texte: Statt im Zeitraffer vom Abendmahl zum Kreuzestod zu
eilen, gibt uns Johannes einen tiefen Einblick in Details, die bei keinem der
Synoptiker vorkommen. Es ist wie ein unerwartetes Intermezzo - eine
Zeit-Raum-Perspektive - von unschätzbarem Wert für unseren Glaubensweg.
In
vier langen Kapiteln beschreibt Johannes, wie Jesus ganz persönlich von seinen
Jüngern Abschied nimmt und ihnen - und damit auch uns – einige der wichtigsten
Worte der gesamten Evangelientexte übermittelt. Es handelt sich hierbei also um
die sogenannten Abschiedsreden des Herrn.
„Euer
Herz lasse sich nicht verwirren“
Das
Kapitel der heutigen Lesung beginnt mit folgenden Worten:
„Euer
Herz lasse sich nicht verwirren.“ Schon über diesen ersten Satz könnte man
stundenlang sprechen, aber schauen wir auf das wichtigste Wort: Herz.
Vielleicht kennt jemand von Ihnen die Skulpturen der Christus-Johannes Gruppe:
ein seit der Gotik bekanntes Motiv der christlichen Ikonografie, bei dem der
Apostel Johannes sein Haupt an die Brust Jesu lehnt. Eine dieser Skulpturen
gibt es z.B. im Bayerischen Nationalmuseum München. Bei der Betrachtung dieser
Werke sieht man ganz deutlich, wie der „Lieblingsjünger“ sein Ohr an das Herz
Jesu legt, als wolle er dem Herzton lauschen.
Herz
über Kopf
In
unserer Zeit unterscheiden wir gerne zwischen Herz und Kopf, wobei der Kopf als
Sitz des Verstandes und des Intellekts definiert wird und das Herz eben als Ort
der Gefühle und Emotionen. Wenn ich mich recht erinnere, gibt es ja auch einen
bekannten deutschen Song mit dem Titel „Herz über Kopf“. Wir sollten aber hier
unseren Horizont etwas erweitern und auf die tiefer liegenden Wurzeln unserer
abendländischen Kultur schauen: schon für Aristoteles war das Herz Sitz der
Seele und der Intelligenz. Daraus folgte, dass das Herz im Mittelalter eine
zentrale, weit über die rein biologische Funktion hinausgehende Bedeutung
hatte. Es galt nicht nur als Sitz der Seele, des Gemüts und des Verstandes,
sondern war Zentrum des Lebens.
„Lasst
nicht zu, dass euer Leben verwirrt wird“
Jetzt
verstehen wir vielleicht besser, was der Herr mit den Worten „Euer Herz lasse
sich nicht verwirren“ meint; wir können sie also im Sinne von „Lasst nicht zu,
dass euer Leben verwirrt wird“ deuten.
Eigentlich
geht diese Aufforderung oder Ermutigung total an der heutigen Realität vorbei,
denn unser Alltag ist doch verwirrend! Wir leben in einer Welt, die sich immer
schneller dreht und in der alte Gewissheiten bröckeln und bislang feste,
stabile Überzeugungen einfach so dahinschmelzen - wie Eisberge in der
Antarktis, könnte man sagen. Täglich müssen wir uns zwischen unzähligen
Möglichkeiten entscheiden, sei es beruflich, privat, im politischen oder
sozialen Bereich und oft fühlen wir uns dadurch völlig überfordert, ja eben
„verwirrt“ und sehnen uns nach einem Ort der Sicherheit, der Gewissheit, einem
Ort der inneren Ruhe. Jesus gibt uns eine unglaublich tiefgreifende Zusage:
Die
Verheißung: „Im Haus meines Vaters“
„Im
Haus meines Vaters gibt es viele Wohnungen. […] Ich gehe, um einen Platz für
euch vorzubereiten.“
Wie
schön! Ein tolles Versprechen! Manch einer mag aber beim Gedanken an die
„Wohnung im Haus Gottes“ an eine weit entfernte, nicht klar definierte Zukunft
denken. Also eine Wirklichkeit, die sich erst nach dem Tod eröffnet, sozusagen
eine „Wohnung im Himmel mit Blick aufs Paradies“. Jesus meint aber etwas ganz
anderes: Er verspricht eine innere Heimat, eine tiefe Geborgenheit, die schon
im Hier und Jetzt beginnt. Der heilige Thomas – ein eigentlich mutiger Freund
Jesu -, denn in einer kritischen Situation sagt er einmal - dann lasst uns mit
ihm gehen, um mit ihm zu sterben (Joh. 11,16). Dieser Jünger scheut sich auch
nicht, einzugestehen, dass er etwas „nicht versteht“ – Herr, wir wissen nicht,
wohin du gehst. Wie sollen wir dann den Weg kennen? Genauso, wie wir uns oft
fragen: Wo geht es denn überhaupt lang? Wo ist die Richtung? Was gibt uns noch
Halt? Und der Herr gibt dem heiligen Thomas – und somit auch uns – folgende
Antwort: „Ich bin der Weg und die Wahrheit und das Leben“.
Der
Weg, die Wahrheit und das Leben
Wir
haben eben gesehen, dass das Herz ein Synonym für das Leben sein kann: lasst
euer Leben nicht verwirren, denn ich bin das Leben! Meiner Meinung nach einer
der kraftvollsten Worte des Herrn in der ganzen Bibel!
Als
gläubige Christen sind wir keine Heimatlosen auf dieser Erde. Wir sind Kinder
Gottes, die wissen, wo sie hingehören. Unser Leben hat also eine Richtung und
ein Ziel und Jesus gibt uns sozusagen die Koordinaten für unser inneres
Navigationssystem.
Wir
müssen das ‚Gehen‘ im Glauben, den Gebrauch unserer inneren Kräfte allmählich
wieder erlernen. Ich bin der Weg: Ein Weg ist etwas, das man unter den Füßen
spürt. Man geht ihn Schritt für Schritt. Jesus sagt ja nicht: „Dort hinten ist
das Ziel, nun seht mal zu, wie ihr da hinkommt“, sondern er sagt: „Ich bin die
Art und Weise, wie ihr gehen müsst.“ Aber gerade dieses ‚Gehen‘ fällt uns oft
schwer.
Benedikt
XVI. schrieb dazu: „Wir müssen das ‚Gehen‘ im Glauben, den Gebrauch unserer
inneren Kräfte allmählich wieder erlernen." Ja, das stimmt! Den Weg mit
Christus zu gehen bedeutet, im Alltag so zu handeln wie er: mit Liebe,
Barmherzigkeit und Klarheit.
Jesus
bietet Wahrheit
Ich
bin die Wahrheit: In einer Zeit von „Fake News“ und völliger Beliebigkeit
bietet Jesus eine Wahrheit an, die nicht theoretisch ist: es ist eine Wahrheit,
die man tut.
Wahrhaftig
zu leben, bedeutet im Alltag: Masken ablegen, zu seinen Fehlern stehen, nicht
mehr scheinen zu wollen, als man ist. Wer mit Jesus geht, muss sich weder
größer, schöner noch besser oder klüger machen. Das Gehen in der Wahrheit nimmt
also den ungeheuren Druck aus unserem Leben: wir müssen nicht immer perfekt
sein. Es ist eine Wahrheit, die nicht einengt, sondern sie befreit uns
innerlich von allem unnötigen Ballast, den uns die Welt täglich auferlegt.
„Das
Leben ist jetzt, in diesem Moment, an dem Ort, wo du dich gerade befindest“
Ich
bin das Leben: Oft suchen wir das „echte Leben“ im nächsten Urlaub, in der
nächsten Gehaltserhöhung oder im nächsten Super-Event. Aber Jesus zeigt uns
etwas ganz anderes: Das Leben ist jetzt, in diesem Moment, an dem Ort, wo du
dich gerade befindest, mit den Menschen, die in deiner Nähe sind. Er weist
darauf hin, dass Leben nicht nur etwas ist, das wir besitzen oder erleben,
sondern etwas, das seinen Ursprung in ihm selbst hat. Leben bedeutet mehr als
bloßes Dasein – es meint erfülltes, sinnvolles und ewiges Leben.
Konkrete
Schritte im Alltag
Ein
konkreter Schritt für diese Woche könnte sein: In Momenten der Hektik kurz
innezuhalten und sich zu sagen: „Herr, du bist der Weg. Zeig mir jetzt den
nächsten kleinen Schritt.“ Meistens ist dieser Schritt ganz unspektakulär: ein
freundliches Wort zum Kollegen, ein Moment der Geduld mit den Kindern oder ein
Lächeln, auch wenn uns gerade nicht danach ist.
„Noch
größere Werke“
Jesus
gibt uns am Ende des Evangeliums noch ein unglaubliches Versprechen mit auf den
Weg: „Wer an mich glaubt, wird die Werke, die ich tue, auch tun; ja, er wird
noch größere als diese tun.“
Wie
soll das wohl gehen? „Größer“ bedeutet hier jedoch nicht „beeindruckender“ oder
„kraftvoller“ – also nicht mächtiger als der Herr selbst – das Wort „größer“
bezieht sich wohl eher auf das Wachsen der Kirche durch die Jahrhunderte
hindurch: wie viele unzählige Menschen wurden durch den Glauben innerlich
geheilt, wie vielen Menschen wurde in Not konkret geholfen? Schauen wir uns um:
es gibt heute mehr als 1,4 Milliarden Katholiken auf der Welt und wenn wir die
anderen christlichen Konfessionen hinzunehmen, kommen wir auf ca. 2,6
Milliarden Menschen in fast allen Ländern der Erde – sind das nicht „noch
größer Werke“?
Aber
wie alle großen Werke, beginnen sie mit kleinen Dingen und hier hilft uns ein
Gedanke vom Heiligen Josemaría Escrivá: Tut das alles aus Liebe. – Dann gibt es
keine kleinen Dinge mehr: alles wird groß. – Beharrlichkeit in den kleinen
Dingen, aus Liebe, ist Heroismus.
Mit
Maria unterwegs
Wir
beenden unsere Betrachtung mit einem Blick auf die Heilige Maria – die Mutter
der schönen Liebe – und bitten sie, uns auf unserem Weg durch den Monat Mai
stets zu begleiten.
(RV
- Redaktion Claudia Kaminski 2)
Papst ruft Italiens Kirche zu
Engagement und Sorgfalt auf
Papst
Leo hat Italiens Kirche dazu angehalten, Pflichten nachzukommen und proaktiv
auf aktuelle Herausforderungen zu reagieren. Bei einer Audienz für
Mitarbeitende der Italienischen Bischofskonferenz (CEI) erinnerte er daran, wie
wichtig Sorgfalt und Hingabe, Geduld und Dienst sind, um das Evangelium in
allen Bereichen zu leben.
Gemeinsam
mit Vertretern der Bischofkonferenz (CEI), darunter dem Vorsitzenden Matteo
Zuppi, waren Angestellte der CEI gemeinsam mit Familienangehörigen zum Papst in
den Vatikan gekommen. Leo XIV. dankte seinen Gästen für ihren „wertvollen
Dienst“ und ihren Einsatz auf „allen Ebenen, „von der prominentesten bis zur
verborgensten“.
„Ein
sorgfältig verfolgter Fall, ein gut vorbereites Treffen..."
Zugleich
betonte der Papst in seiner Rede die Notwendigkeit, dieses „sensible“
Engagement im Sinne des Evangeliums zu verwirklichen. Es sei wichtig, dass
„jeder Einzelne seinen Pflichten treu nachkommt, selbst den alltäglichsten“, so
Leo XIV., und er zählte konkrete Beispiele auf:
„Ein
sorgfältig verfolgter Fall, ein gut vorbereitetes Treffen, die Geduld in einer
ausführlichen Zuhörrunde, die Hingabe bei der Beantwortung einer Anfrage, die
Ordnung und sogar die Pflege der Räumlichkeiten selbst. Das sind einfache
Dinge, aber sie dienen dem Wohl aller und sind vor Gott von großer Bedeutung.
Im Leben der Kirche ist nichts unbedeutend, wenn es mit Glauben, Liebe und im
Geist der Gemeinschaft getan wird.“
Proaktiv
sein und Dahinterstehen
Wesentlich
bei diesem Einsatz seien Dienstcharakter, Identifikation und Mission, führte
der Papst aus. Die verschiedenen Ämter im Bereich der italienischen Kirche
seien „keine Selbstzwecke, sondern Werkzeuge, mit denen Sie die Bischöfe und
Kirchen in Italien unterstützen und dafür sorgen, dass die Gemeinschaft
gefestigt bleibt und das kirchliche Gefüge eng“, schärfte er ein.
Dies
sei mit „großer Verantwortung“ und „Dienst am Nächsten“ verbunden. Selbst bei
technischen, administrativen oder organisatorischen Tätigkeiten gehe es um
kirchliche Mission, darum, das Evangelium in allen Beziehungen, Kommunikations-
und Arbeitsweisen auszudrücken, erinnerte der Papst. Wichtig seien dabei aktive
Teilnahme, Demut, Einheit und ein Gefühl der Zugehörigkeit, fuhr Leo XIV. fort.
„Der
Braut Christi kann nicht als Zuschauerin gedient werden, sondern nur durch die
Liebe derer, die wissen, dass sie zu ihr gehören, in einem Band des Glaubens
und der Gemeinschaft.“
„In
der Kirche bedeutet Dienen nicht einfach nur die Erfüllung einer Funktion,
sondern die aktive Teilnahme als Glieder am Leben eines Leibes, dessen Haupt
der Herr ist. Im Mittelpunkt stehen daher niemals wir, unsere Büros oder unsere
Programme, sondern Er, und jede Tätigkeit findet Sinn, wenn sie, selbst auf
bescheidene und unauffällige Weise, zur Begegnung und Vereinigung mit Ihm
beiträgt.“
Kirche
muss Antworten geben
Die
Gegenwart sei durch „tiefgreifende Veränderungen“ geprägt, fuhr der Papst fort
– „in der Familie, in der Schule, am Arbeitsplatz, in der Kommunikation, im
gesellschaftlichen Leben, in der Glaubensweitergabe - auch in Italien“.
Angesichts dieser Herausforderungen dürfe die Kirche nicht den Kopf in den Sand
stecken, so der Papst, der alle CEI-Mitarbeiter zu einem erneuerten Einsatz
aufrief:
„In
diesem Kontext ruft uns der Herr auf, uns nicht zurückzuziehen und keine Angst
zu haben, sondern uns großzügig hinzugeben, damit das Evangelium jeden Menschen
heute mit seinen Kämpfen, Fragen und Hoffnungen erreicht und erleuchtet (vgl.
Zweites Vatikanisches Konzil, Pastoralkonstitution Gaudium et Spes, 1), damit
alle ,gerettet werden und zur Erkenntnis der Wahrheit gelangen‘ (1 Tim 2,4).“
Eine
der Herausforderungen in Italiens Kirche ist etwa die Aufarbeitung und
Prävention von Missbruachsfällen, der sich die Bischofskonferenz in der letzten
Zeit verstärkt annimmt. Papst Leo hatte sich vor zwei Wochen per Brief an
italienische Safeguarding-Beauftragte der italienischen Bischofskonferenz
gewandt und diese zum Einsatz für Betroffene ermutigt. Auf den Schmerz
Überlebender müsse mit „echter Fürsorge“ reagiert werden. (vn 2)
Zum Marienmonat Mai: Was sagt Leo
XIV. über Marienfrömmigkeit?
Marienverehrung
ist kein Selbstzweck, sondern ein Dienst am Evangelium. „Die Liebe zu Maria von
Nazaret macht uns mit ihr zu Jüngern Jesu“, betonte Papst Leo XIV. zum Beispiel
bei den Heilig-Jahr-Feiern zur marianischen Spiritualität. Ein Blick auf Mai-Traditionen
und Worte des Papstes. Birgit Pottler – Vatikanstadt
Der
Monat Mai ist traditionell der Gottesmutter Maria gewidmet. Maiandachten und
Maialtare sind Ausdruck der besonderen katholischen Marienfrömmigkeit. Die
Symbolik ergibt sich aus dem farbenfrohen Aufblühen der Natur. Dieser besondere
Monat sollte der »schönsten aller Frauen«, nämlich Maria, der Mutter Gottes,
geweiht sein. An manchen Stellen nennt die katholische Spiritualität Maria auch
die erste Blüte der Erlösung, quasi den „Frühling des Heils“.
Papst
Leo XIV.: Volksfrömmigkeit richtig verstehen
Marienverehrung
ist kein Selbstzweck, betont Leo XIV., der zugleich in seinen Ansprachen und
Predigten am Ende die Menschen der Fürsprache Mariens anvertraut.
Marienverehrung macht zu Jüngern und ist im Dienst am Evangelium. Bei den
Heilig-Jahr-Feiern zur marianischen Spiritualität ordnete der Papst die
Volksfrömmigkeit ein:
„Brüder
und Schwestern, die marianische Spiritualität steht im Dienst am Evangelium:
Sie offenbart dessen Einfachheit. Die Liebe zu Maria von Nazaret macht uns mit
ihr zu Jüngern Jesu, sie lehrt uns, zu ihm zurückzukehren, über die Ereignisse
des Lebens, in denen der Auferstandene uns noch immer besucht und ruft,
nachzudenken und sie zu deuten.“
Die
erste Maiandacht, ein Wortgottesdienst zu Ehren Marias, soll laut
Aufzeichnungen im Jahr 1784 gefeiert worden sein – in der oberitalienischen
Stadt Ferrara beim dortigen Kamillianerorden. Von Italien ausgehend verbreitete
sich diese Form der Marienverehrung im 19. Jahrhundert und setzte sich
schließlich weltweit in der katholischen Kirche durch.
„Die
Zärtlichkeit Gottes, ihre Mütterlichkeit, wird gegenwärtig“
Echte
Marienfrömmigkeit bringe die Zärtlichkeit Gottes in die Kirche, so Leo XIV.:
„Der Weg Marias führt hinter Jesus her, und der Weg Jesu führt zu jedem
Menschen, insbesondere zu den Armen, den Verletzten, den Sündern. Deshalb macht
die authentische marianische Spiritualität in der Kirche die Zärtlichkeit
Gottes, ihre Mütterlichkeit gegenwärtig.“
Die
erste Maiandacht im deutschsprachigen Raum soll 1841 im Kloster der „Guten
Hirtinnen“ bei München stattgefunden haben. Aus dieser Zeit stammen auch viele
der bekannten Marienlieder. Sie besingen „Maria Maienkönigin“ und die „schönste
Himmelsblüte“. Seinen Ursprung hat der Lobpreis Marias aber bereits im
neutestamentlichen Lobgesang der Mutter Jesu, dem Magnifikat.
Auftrag
für eine gerechte Welt
Marienfrömmigkeit
ist für Leo XIV. damit auch ein Auftrag: „Die marianische Spiritualität lässt
uns in die Geschichte eintauchen, über der sich der Himmel geöffnet hat, sie
hilft uns, die Hochmütigen zu sehen, die im Herzen zerstreut wurden, die
Mächtigen vom Thron gestürzt, die Reichen, die leer ausgehen. Sie verpflichtet
uns, die Hungernden mit Gaben zu beschenken, die Niedrigen zu erheben, an die
Barmherzigkeit Gottes zu denken und auf die machtvollen Taten seines Arms zu
vertrauen (vgl. Lk 1,51–54).“
Ein
Auftrag für jeden und jeden Tag: „Sein Reich kommt nämlich, indem es uns
miteinbezieht, genauso wie er Maria um ihr ‚Ja‘ gebeten hat, das einmal
ausgesprochen, aber Tag für Tag erneuert wird.“
Leo
XIV. hat sein Pontifikat, aber auch seinen Lebensweg zuvor, der Fürsprache
Mariens anvertraut. Wenige Tage nach seiner Wahl zum Papst besuchte er am 10.
Mai 2025 den Marienwallfahrtsort der „Mutter Gottes vom Guten Rat“ in
Genazzano, südöstlich von Rom.
Maria
als Wegbegleiterin und Ratgeberin
Die
„Gottes vom Guten Rat“ sei eine „Begleiterin voll Licht und Weisheit“. Ihren
Wallfahrtsort zu besuchen, war ihm besonders wichtig, schrieb er ins Gebets-
und Unterschriftenbuch der Kirche: „… zum Heiligtum der Mutter Gottes vom Guten
Rat, die mich mein ganzes Leben lang mit ihrer mütterlichen Gegenwart, mit
ihrer Weisheit und mit dem Beispiel ihrer Liebe zum Sohn begleitet hat, der
immer das Zentrum meines Glaubens ist: Weg, Wahrheit und Leben. Danke, Mutter,
für deine Hilfe – begleite mich in dieser neuen Aufgabe.“
Der
Tag der Wahl von Robert Prevost zu Papst Leo XIV. fiel auf den 8. Mai 2025 –
„der Tag des Bittgebets an die Muttergottes von Pompeji“, erinnerte er auf der
Mittelloggia des Petersdoms vor seinem ersten Segen „Urbi et Orbi“. „Unsere
Mutter Maria möchte immer mit uns gehen, uns nahe sein und uns mit ihrer
Fürsprache und ihrer Liebe unterstützen.“
Zum
Jahrestag seiner Wahl wird Leo XIV. den Wallfahrtsort zur Muttergottes von
Pompeji in der Nähe von Neapel besuchen. (vn 1)