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    Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso 16-31 gennaio 2023

 

Inhaltsverzeichnis

1.     Papa Francesco: "Saper farsi da parte costa, ma è molto importante". 1

2.     Giordania: Vescovi Hlc ad Amman per incontrare i cristiani locali 1

3.     Ratzinger e Benedetto XVI 1

4.     Gesù rimane la via, la verità e la vita. 1

5.     A che punto è la riforma della Curia?. 1

6.     Vangelo Migrante: II domenica del tempo ordinario | Vangelo (Gv 1,29-34) 1

7.     La voce delle Chiese. 1

8.     Papa Francesco: "Senza zelo apostolico, la fede appassisce". 1

9.     Il Papa: "Le persone malate sono al centro del popolo di Dio". 1

10.  Padre Georg da Papa Francesco: «Ora devo stare zitto». La decisione sul suo futuro. 1

11.  Vaticano, Papa Francesco ha incontrato padre Georg. 1

12.  Papa Francesco: "Non dividendo, ma condividendo". 1

13.  Vaticano, gli occhi sul «Conclave». Il fronte dei tradizionalisti per opporsi a Francesco. 1

14.  “In Ecclesiarum Communione”: riorganizzato il Vicariato di Roma nel segno della collegialità. 1

15.  Il Papa dopo le parole di padre Georg: “False notizie e tradimenti, ma Dio è nel silenzio”. 1

16.  Leggere la guerra in Ucraina con le lenti della dottrina sociale. 1

17.  Sul sagrato di San Pietro il mondo ai funerali di Benedetto XVI 1

18.  Papa Francesco, la pace è un cantiere sempre aperto che deve essere radicato nel Vangelo. 1

19.  Padre Georg e il bacio alla bara di Ratzinger: «Distruggerò le sue carte private. Francesco mi ha scioccato». 1

20.  Papa Francesco: Epifania, “la fede non cresce se rimane statica”. 1

21.  Perché sui funerali di Ratzinger aleggiava il senso di una doppia fine. 1

22.  Così la Germania ha detto addio al “suo” Papa. 1

23.  Georg Gänswein ricorda Benedetto XVI, intervista esclusiva per EWTN.. 1

24.  Papa Francesco, l’omelia ai funerali: «Noi grati alla dedizione e alla delicatezza di Ratzinger. La sua gioia sia perfetta». 1

25.  La folla per Benedetto XVI: "Santo Subito!" Il Papa emerito riposa nelle Grotte Vaticane. 1

26.  Piazza San Pietro. Papa Francesco: “Benedetto, che la tua gioia sia perfetta!”. 1

27.  Due Papi ma spesso un pensiero comune. 1

28.  Papa Ratzinger, don Georg: «La stretta di Francesco sulla Messa in latino gli ha spezzato il cuore». 1

29.  La prefazione di Papa Francesco al libro di Benedetto XVI: "Dio è sempre nuovo". 1

30.  Narrare la fede. 1

31.  Trasmettere la fede nell’era digitale. 1

32.  La solidarietà della Chiesa in Italia. Mons. Baturi in visita ad Ischia. 1

33.  Per un profilo storico di Benedetto XVI 1

34.  Benedetto XVI. Tre encicliche. 1

35.  Ritratto.Benedetto XVI: inno alla coscienza. 1

36.  Benedetto XVI, il ricordo di don Pierluigi (Amburgo): rinuncia e alcuni segni del pontificato. 1

37.  Benedetto XVI: un magistero che ha fatto sentire ancora di più la Chiesa vicina al popolo in cammino. 1

38.  Benedetto XVI: liturgia, musica e Concilio. 1

39.  Ratzinger e le dimissioni: gli intrighi, le pressioni. E a Napolitano anticipò: «Non ne posso più». 1

40.  Cei: messaggio in occasione della morte del Papa emerito Benedetto XVI 1

 

 

1.     Bischof Peter Kohlgraf warnt vor Hass-Dynamiken. 1

2.     Papst: Gebet für Einheitswoche und die Bischofssynode 2023. 1

3.     Papst: „Wir brauchen das Genie einer neuen Sprache“. 1

4.     Franziskus: Gott bittet uns, den Schwächsten zu dienen. 1

5.     Großes Afrika-Interview des Papstes: Wider die Ausbeutungslogik. 1

6.     Franziskus an Augustiner: Begegnung ist Voraussetzung für Synodalität 1

7.     Weihbischof Lohmann zur Räumung des Weilers Lützerath. 1

8.     Bischof Feige zur Weltsynode: Kirche braucht Streitkultur. 1

9.     Woche für das Leben 2023 stellt Sinnsuche und Ängste junger Menschen in den Mittelpunkt 1

10.  Sinnsuche ist Thema der „Woche für das Leben“. 1

11.  Papst: Tue Du den ersten Schritt 1

12.  Vatikan: Regierungschefin Meloni beim Papst. 1

13.  Papst zum Weltkrankentag: Für eine Kultur der Fürsorge. 1

14.  23. Internationales Bischofstreffen im Heiligen Land. Christliche Gemeinschaften in Jordanien im Mittelpunkt. 1

15.  Vatikan lädt zu Online-Kurs über Synodalität 1

16.  Papst Franziskus: Große Polit-Rede zum Jahresbeginn. 1

17.  Deutschland erneut zweitgrößter Spender für Flüchtlingshilfswerk. 1

18.  Papst: Mit jungen Menschen ein „Friedensarsenal“ schaffen. 1

19.  Drei Könige. Papst beim Angelus: Rausgehen aus der Komfortzone. 1

20.  Requiem für Benedikt XVI 1

21.  Die Predigt von Papst Franziskus zur Beerdigung von Benedikt XVI. 1

22.  Rede von Bundeskanzler Olaf Scholz anlässlich des Empfangs der Sternsinger am 5. Januar 2023 in Berlin. 1

23.  Papst bei Generalaudienz: Ein Plädoyer für die geistliche Begleitung. 1

24.  Erzbischof Gänswein über Benedikts Erbe: „Ein Schatz, der bleibt“. 1

25.  Nuntius Eterovic: Benedikt blickte bis zuletzt auf deutsche Kirche. 1

26.  Kardinal Bertone: Erinnerung an einen sanften Menschen. 1

27.  Benedikt XVI. – die zehn Jahre nach dem Pontifikat. 1

28.  Benedikts schönste Predigt: „Wer glaubt, ist nie allein“. 1

29.  Das geistliche Testament des emeritierten Papstes Benedikt XVI. 1

30.  Audio: Damals, als wir Papst waren….. 1

 

 

Papa Francesco: "Saper farsi da parte costa, ma è molto importante"

 

All'Angelus Papa Francesco annuncia per il 30 settembre una veglia ecumenica di preghiera per la XVI Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi - Di Marco Mancini

 

CITTÀ DEL VATICANO. Introducendo l’Angelus domenicale, stamane Papa Francesco ha messo in luce “lo spirito di servizio” di Giovanni Battista che “compiuta la sua missione, sa farsi da parte, si ritira dalla scena per fare posto a Gesù e ora si mette a sua volta in umile ascolto. Da profeta diviene discepolo”.

Giovanni – ha spiegato il Pontefice – “non lega nessuno a sé. E questo è difficile ma è il segno del vero educatore: non legare le persone a sé. Giovanni fa così: mette i suoi discepoli sulle orme di Gesù. Non è interessato ad avere un seguito per sé, a ottenere prestigio e successo, ma dà testimonianza e poi fa un passo indietro, perché molti abbiano la gioia di incontrare Gesù. Apre la porta e se ne va… Con questo suo spirito di servizio, con la sua capacità di fare posto, Giovanni il Battista ci insegna una cosa importante: la libertà dagli attaccamenti. Il servizio comporta la gratuità, il prendersi cura degli altri senza vantaggi per sé, senza secondi fini”.

Papa Francesco suggerisce di “coltivare la virtù di farci da parte al momento opportuno, testimoniando che il punto di riferimento della vita è Gesù. Imparare a congedarsi. Liberarsi dagli attaccamenti del proprio io e saper farsi da parte costa, ma è molto importante: è il passo decisivo per crescere nello spirito di servizio”.

Dopo aver recitato l’Angelus il Papa ha ricordato la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani dal 18 al 25 gennaio. “Ringraziamo il Signore che guida il suo popolo verso la piena comunione. Il cammino ecumenico è legato a quello sinodale della Chiesa. Il 30 settembre si terrà una veglia ecumenica di preghiera per la XVI Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi”.

“Non dimentichiamo – ha concluso Francesco - il martoriato popolo ucraino che soffre tanto, restiamo vicini a loro con la nostra preghiera e il nostro aiuto”.

Aci 15

 

 

 

 

Giordania: Vescovi Hlc ad Amman per incontrare i cristiani locali

 

Al via oggi ad Amman, in Giordania, l’incontro del Coordinamento delle Conferenze episcopali a sostegno della Chiesa della Terra Santa (Holy Land Coordination, Hlc). Tema di quest’anno: “il ruolo e l’importanza della comunità cristiana in Giordania”. Saranno presenti vescovi delegati delle Conferenze episcopali di Italia, Germania, Islanda, Inghilterra, Irlanda, Francia, Stati Uniti, Scozia, Canada, Spagna, Slovacchia. Il Sir ha incontrato il vescovo di Rimini, mons. Nicolò Anselmi, rappresentante italiano all'Hlc - dall'inviato Daniele Rocchi

 

(Da Amman) Prende il via oggi (fino al 19 gennaio) ad Amman, in Giordania, l’incontro del Coordinamento delle Conferenze episcopali a sostegno della Chiesa della Terra Santa (Holy Land Coordination, Hlc). Tema di quest’anno: “il ruolo e l’importanza della comunità cristiana in Giordania”. Saranno presenti vescovi delegati delle Conferenze episcopali di Italia, Germania, Islanda, Inghilterra, Irlanda, Francia, Stati Uniti, Scozia, Canada, Spagna, Slovacchia, insieme a rappresentanti del Ccee, dell’Ordine del Santo Sepolcro, della Chiesa anglicana e di diversi enti e organismi ecclesiali internazionali. Moderatore dell’incontro sarà mons. Nicholas Hudson, vescovo ausiliare di Westminster della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles alla quale la Santa Sede ha da tempo affidato l’organizzazione di questo appuntamento che per tradizione si tiene in gennaio.

La presenza italiana all’Hlc. A rappresentare la Conferenza episcopale italiana (Cei) è stato chiamato, per la prima volta, mons. Nicolò Anselmi, dal 17 novembre 2022 vescovo di Rimini e reduce da un pellegrinaggio in Terra Santa.

“Tutta la Terra Santa – commenta al Sir – è particolarmente amata dai fedeli di tutto il mondo e per questo deve essere sempre posta all’attenzione delle Chiese così come i cristiani che la abitano la cui presenza deve essere custodita e incentivata”.

“Per questo in Giordania cercheremo di comprendere il ruolo e l’importanza della presenza cristiana che vive e assorbe tutte le tensioni palpabili della regione mediorientale. I temi della pace e della convivenza sono parte dell’insegnamento di Gesù. In Giordania conosceremo anche l’impegno che il Regno Hashemita sta mettendo nell’accoglienza di tanti migranti e rifugiati in fuga dai conflitti dell’area”. A tale proposito lo scorso 10 novembre Papa Francesco ha ricevuto in udienza privata Re Abdullah II Ibn Al Hussein di Giordania. Nel colloquio, come hanno riportato le fonti vaticane, si è parlato dell’importanza della stabilità e della pace in Medio Oriente, con particolare riferimento alla questione palestinese e al tema dei rifugiati. Il Papa ha ribadito la necessità di custodire la presenza cristiana nella regione e ha ringraziato il Re per il ruolo di protettore dei luoghi santi e per l’accoglienza offerta dalla Giordania ai migranti dell’aera.

Programma dei lavori. I lavori si apriranno in serata con un primo briefing di presentazione e vedranno, nella giornata di domani, i vescovi fare visita e celebrare la Messa nelle parrocchie di Amman, Irbid, Ajloun, Jubehia, Fuheis e Sweifieh. Il programma prevede, inoltre, incontri con i leader della Chiesa cattolica giordana, con Caritas Jordan per parlare di rifugiati cristiani iracheni e siriani, presenti in gran numero nel Paese, con i giovani della Jec (pastorale giovanile della Chiesa latina), con i rappresentanti delle missioni diplomatiche in Giordania e con parlamentari di fede cristiana. Non mancheranno le visite al sito del Battesimo, al monte Nebo e al Centro di accoglienza e recupero disabili di Nostra Signora della pace. A chiusura di lavori verrà diffusa una dichiarazione finale.

Le quattro ‘P’. Il Coordinamento di Terra Santa (Hlc), attivo dal 1998 e composto da vescovi di tutta Europa, Nord America e Sud Africa, è stato istituito su invito della Santa Sede con lo scopo di visitare e sostenere le comunità cristiane locali della Terra Santa. Il compito principale del Coordinamento risiede nelle cosiddette quattro ‘P’: “Preghiera, pellegrinaggio, pressione e presenza”. “La preghiera – spiega al Sir padre Mark Madden, segretario dell’Hlc – è la cornice di ogni incontro annuale, con la celebrazione quotidiana della Messa, spesso in diversi riti”. Il pellegrinaggio è uno degli aspetti più interessanti dell’iniziativa: “I vescovi in visita, consapevoli dell’importanza dei pellegrinaggi per i cristiani locali, hanno sempre fatto sforzi per incentivare l’arrivo in Terra Santa di pellegrini dei loro paesi e diocesi d’origine. Pressione o persuasione, si riferisce al lavoro da svolgere dopo l’incontro annuale, quando, una volta tornati a casa, i vescovi sono chiamati a riferire alle proprie Conferenze episcopali, ai rispettivi governi, parlamentari, diplomatici e media su una vasta gamma di questioni che riguardano la vita dei cristiani”.

“In linea con l’approccio che la Santa Sede adotta ovunque, i vescovi – precisa padre Madden – non cercano privilegi per i cristiani, ma dignità e giustizia per loro e per altri in simili conflitti”.

Infine la quarta ‘P’, presenza: “I vescovi con la loro presenza sperano soprattutto di ricordare alle ‘pietre vive’ delle comunità cristiane di Terra Santa che non sono dimenticate dai loro fratelli e sorelle in altre parti del mondo. Sebbene i vescovi del Coordinamento non visitino la Terra Santa per motivi politici, la loro visita li mette spesso di fronte a problemi politici e sociali complessi. Per questo diffondono, al termine dei lavori, un comunicato finale nel quale esprimono il loro punto di vista su quanto visto e udito, senza tuttavia allontanarsi dalla motivazione essenzialmente pastorale della loro presenza”. Sir 14

 

 

 

 

Ratzinger e Benedetto XVI

 

A pochi giorni dalla sua scomparsa cerchiamo di dare qualche coordinata per comprendere Joseph Ratzinger, il suo pontificato e il suo pensiero teologico con l’aiuto dei nostri collaboratori, il teologo Simone Paganini e il filosofo Michele Illiceto.

 

Simone Paganini, teologo, biblista, insegna all’università tecnica di Aquisgrana, Lei ha un ricordo personale di Joseph Ratzinger. Ce ne parla?

Conservo di lui un bel ricordo. Anni fa stavo scrivendo la mia tesi di dottorato in esegesi dell’Antico Testamento e mi trovavo a Monaco di Baviera al Georgianum, un collegio per sacerdoti e teologi, e in quei giorni c’era anche Ratzinger. Ebbi l’occasione di parlare a lungo con lui durante la cena e rimasi piacevolmente stupito dalla sua capacità comunicativa e dal suo umorismo. Era molto gradevole parlare con lui. Il grande teologo Joseph Ratzinger si rapportava a noi giovani con semplicità. Quella sera non conobbi solo il cardinale e il teologo ma anche l’uomo Ratzinger.

Sicuramente la prima cosa che si ricorderà di papa Benedetto XVI (2005-2013), per chi non conosce il suo pensiero teologico e per i non credenti, sono le sue dimissioni da pontefice, una rinuncia lucida, onesta, fatta nella consapevolezza dei propri limiti, come disse. Un gesto che sottolinea il ministero pontificale come servizio e che consegna Benedetto XVI alla storia. Un gesto “di umiltà, di ammissione di inadeguatezza, di fragilità del potere, di ogni potere, compreso quello origine divina”, ha scritto Marco Damilano (Domani, 02.01). Ratzinger, teologo, “un uomo riluttante al governo” – così Alberto Melloni, storico delle religioni, – si è trovato “al centro di una fase di disordine sistemico nella chiesa cattolica che non aveva precedenti dall’inizio del Cinquecento” (ispionline.it, 31.12). Che cosa ne pensa Lei, Simone Paganini?

È scomparso l’unico papa emerito nella storia della Chiesa, un titolo che si era dato lui. Sul motivo delle dimissioni di Benedetto XVI si è discusso e si discuterà all’infinito. Chi vede in Benedetto XVI un papa modello ne sottolinea l’umiltà e parla di rinuncia, chi lo valuta più criticamente si concentra sulla sua incapacità di volere o poter risolvere i problemi della Chiesa e parla di abbandono. Il pontificato di Joseph Ratzinger è sicuramente un avvenimento estremamente complesso nella moderna storia della chiesa. Ma Ratzinger non è stato una vittima degli sviluppi, quanto piuttosto artefice di questi sviluppi, che forse non ha avuto la forza o il coraggio di affrontare fino alla fine, e per questa si è dimesso. Anche sulle radici del problema degli abusi sessuali lui le cercava non in una struttura ecclesiale sistematicamente problematica, ma in una società libertina figlia della contestazione degli anni ’60.

Il suo successore, papa Francesco, con la “Lettera al popolo di Dio” (2018) ha invece scritto che la crisi degli abusi sessuali non va cercata fuori ma nella struttura gerarchica della Chiesa, che Bergoglio definisce clericalismo. Ma che cosa intende dire che Benedetto XVI è stato artefice di sviluppi che non ha affrontato?

Ratzinger è stato un teologo importante negli anni ‘70-‘80 del secolo scorso. Poi è diventato cardinale, poi prefetto per la Dottrina della Fede (1982-2005) e infine Papa. Sia nei rapporti con la Chiesa protestante, che con l’Islam, che con il giudaismo, che anche con il mondo moderno, secondo me non è stato capace di tenere separato il suo pensiero teologico dal pensiero teologico della Chiesa, bloccando sviluppi teologici estremamente interessanti, – come quelli di teologie contestuali, come la teologia della liberazione, le teologie ecumeniche, interreligiose o le teologie femministe – che avrebbero meritato un confronto aperto invece di una censura più meno senza possibilità di ritorno. Faccio un esempio: Ratzinger ha scritto una biografia di Gesù, non come semplice studioso, ma come Papa. Indipendentemente dal loro successo editoriale, i tre volumi mostrano la sfiducia di Ratzinger nei confronti di un certo tipo di teologia e in generale della teologia ed esegesi biblica come scienza perché fondamentalmente non si cura dei risultati esegetici degli ultimi trent’anni sulla figura del Gesù storico e sul Nuovo Testamento.

Questa sfiducia si legge anche nel suo testamento spirituale (29 agosto 2006), ma ci aiuti a capire meglio. Nel suo testamento spirituale c’è una parte dedicata agli affetti personale, si legge la gratitudine verso i genitori, il fratello, la sorella, l’amore verso la sua terra di origine, la Baviera, “nella quale” – ha scritto – “ho sempre visto trasparire lo splendore del Creatore stesso”, e la sua gente. Nel testo Benedetto XVI chiede poi perdono se in qualche modo ha fatto torto a qualcuno, per poi proseguire con l’appello a rimanere saldi nella fede: “Spesso sembra che la scienza – le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro – siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica”. Anche sulle scienze bibliche ha “visto crollare tesi che sembravano incrollabili”. Si può dire che qui è riassunta la sua critica al relativismo che tocca anche le scienze bibliche e la teologia?

In quella che Ratzinger ha definito la “dittatura del relativismo”, lui ha visto una cosa negativa da combattere e non piuttosto una possibilità di relazionarsi in maniera nuova e dialogica con un mondo in cambiamento in cui i tradizionali valori cristiani (anche se Benedetto XVI non ha quasi mai pensato in termini “cristiani” ma fondamentalmente solo in termini di “chiesa cattolica”) non comunicano più nulla. Ratzinger come teologo ha, per lo meno all’inizio, da un lato cercato di presentare un cristianesimo incarnato nella storia, dove il rapporto tra fede e ragione potesse essere inserito in una riflessione globale, dall’altro, anche da Papa, è rimasto un teologo fermo a posizioni che si possono definire apologetiche. Attaccato a una tradizione cattolica spesso riletta in maniera monodirezionale – una direzione data da lui come prefetto del dicastero per la Dottrina della Fede – il suo sforzo maggiore è stato proprio quello di cercare di mitigare gli sviluppi riformisti del post-concilio. Solo che ha fatto questo in un periodo in cui da molte parti della chiesa – soprattutto all’interno della chiesa europea e tedesca – si alzava la voce per ottenere se non un Concilio Vaticano III perlomeno un dialogo aperto in tema di riforme, sussidiarietà, ruolo della donna etc. Ratzinger si è profilato come “difensore della fede” senza rendersi conto che andava a perdere tutta quella parte di cristiani critici, aperti, attenti alla Bibbia e desiderosi di una teologia contestualizzata e non assolutista.

Che cos’è allora la “ragionevolezza della fede”? È possibile ancora pensare a una teologia non contestualizzata, non incarnata nella storia?

È sintomatico che nel suo testamento spirituale Benedetto XVI invece di guardare in faccia ai reali problemi si riferisca a una diatriba di teologia puramente speculativa – fideismo o razionalismo – e staccata dalla realtà, non solo del mondo moderno areligioso, ma anche del mondo cristiano. Chi si aspettava nel testamento spirituale di Benedetto XVI una visione aperta e innovativa è rimasto nuovamente deluso. Discutere di fede e ragione, di “ragionevolezza della fede”, tuttavia non basta a risolvere i problemi concreti che la Chiesa si trova ad affrontare oggi e purtroppo non l’aiuta davvero. Paola Colombo e Simone Paganini, CdI genn.

 

 

 

 

Gesù rimane la via, la verità e la vita

 

Nel giorno del suo funerale, divulghiamo l'ultima omelia pubblica del Cardinale George Pell pronunciata sabato scorso 7 gennaio a San Giovanni Rotondo presso il centro di spiritualità padre Pio in occasione del XX convegno generale della Comunità Magnificat Dominum, comunità Carismatica cattolica nata a Foggia nel 1984, ad opera di un gruppo di fedeli laici, presso la parrocchia Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

 

Noi credenti conosciamo bene le benedizioni che abbiamo ricevuto in Gesù Cristo, noi sappiamo che “Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce e che per quelli che abitavano nelle regioni di ombra di morte, una luce è sorta” Isaia 9,1. Noi conosciamo la chiamata di Gesù, attraverso il Battista, alla conversione: “Convertitevi perché il regno di Dio è vicino” (Mt 4,17), ma noi cattolici anziani, o meglio adulti, siamo benedetti anche perché noi abbiamo vissuto, in quasi quarant’anni, il tempo di Giovanni Paolo II e papa Benedetto XVI. Questi anni sono stati apicali per tutta la storia. Il papato di Giovanni Paolo II, uno dei papi più grandi della storia della chiesa, non soltanto per il suo ruolo nel crollo del comunismo, ma anche per tutto il mondo occidentale perché, dopo il Concilio Vaticano II, le chiese in Olanda e Belgio sono crollate radicalmente, con il pericolo che questo crollo potesse essere ancora più vasto. Io credo che Giovanni Paolo, in qualche modo, abbia stabilizzato la chiesa nel mondo occidentale; per tutti questi motivi, in questi giorni, noi non celebriamo la fine di un’epoca ma celebriamo il contributo di questi due grandi papi. Noi crediamo che questa tradizione deve continuare nella chiesa di domani: non che questa sia l’unica condizione – non deve essere un monopolio – infatti, ci sono tante altre condizioni buone, ma questa ha dato un contributo speciale a tutta la chiesa e, soprattutto, ai giovani. Tantissimi giovani, infatti, seguivano papa Giovanni Paolo II e papa Benedetto XVI Quali sono gli elementi di questo patrimonio di Wojtyla e Ratzinger?

1) Erano veri cristiani: avevano capito che il segreto della vita e della morte sono presenti nella vita e nell’insegnamento di Gesù Cristo. Essi erano missionari della verità: noi non costruiamo la verità, noi non abbiamo la capacità di cambiare la verità; noi possiamo solo riconoscere la verità e, qualche volta, la verità non è del tutto bella. Qualche volta la verità è sconcertante, difficile. Questi due papi non affermavano che l’insegnamento di Gesù era condizionato dall’epoca, dall’impero romano, dai pagani; non affermavano che l’insegnamento essenziale e centrale dovesse essere aggiornato, cambiato radicalmente; loro accettavano l’insegnamento di Gesù così come è arrivato a noi. Come per loro, anche per noi, Gesù rimane la via, la verità e la vita.

2) Erano ottimisti: credevano che le comunità dei cristiani e l’insegnamento di Gesù siano un grande aiuto per vivere bene; Gesù non è venuto in mezzo a noi per farci soffrire e loro credevano soltanto nella virtù cristiana della speranza. Lo scrittore inglese Gilbert K. Chesterton scrive: “La virtù della speranza è soltanto possibile quando non c’è speranza umana”. Questi due papi non credevano questo, perché il mondo è migliore, invece, quando seguiamo l’insegnamento di Gesù. Le famiglie rimangono insieme, sono più felici, le comunità sono più brave, seguono la legge e in un mondo cristiano le famiglie sono stabili, i giovani sono meno fragili, sono più forti spiritualmente e psicologicamente. Come i cristiani noi abbiamo qualcosa di buono da offrire al mondo: la croce non è troppo pesante. Noi, che siamo cristiani, sappiamo che dobbiamo amarci gli uni gli altri, dobbiamo seguire i precetti che Gesù ha dato. “Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in Lui”. (1Gv 3,23) C’era un filosofo inglese ateo che ha affermato che i 10 comandamenti sono come un esame finale, basta riuscire a viverne bene 6 su 10: invece no, dobbiamo cercare di seguirli tutti. Noi sappiamo che la nostra vita è una lotta contro l’egoismo; questi due papi hanno vissuto durante gli anni della II guerra mondiale, Wojtyla ha vissuto il comunismo; loro capivano l’importanza della lotta contro il nostro egoismo; sapevano distinguere tra lo spirito della verità e lo spirito dell’errore.

3) Comprendevano l’importanza dei sacramenti e, specialmente, dell’eucarestia. L’eucarestia non è soltanto una celebrazione orizzontale ma è un atto di preghiera, di adorazione; come stamattina, quando abbiamo iniziato con la preghiera mettendo al centro Dio: deve essere così, perché Dio è trascendente, fuori da tutta la nostra esperienza, fuori dal nostro mondo; la dimensione verticale della religione è essenziale.

4) Comprendevano il ruolo del successore di Pietro nella vita della chiesa cattolica; noi cattolici dobbiamo ricordare che l’unità universale della chiesa non è qualcosa di scontato o di facile. E’ un dono molto prezioso che dobbiamo stare attenti a custodire per non danneggiarlo. Voi comunità carismatiche dovete comprendere la necessità di mantenere l’unità. L’insegnamento per ogni uomo lo troviamo scritto nel capitolo 16 di Matteo e in Giovanni 21. Pietro è l’uomo di roccia, fondamento della chiesa: il suo compito è di proteggere e difendere la dottrina apostolica. Questi due papi hanno capito bene che noi non siamo i maestri della dottrina apostolica, noi siamo i difensori, noi serviamo e rispettiamo questa preziosa regola della fede. Anche tutti i cattolici, di qualunque età, in tutto il mondo, hanno il diritto di ricevere lo stesso insegnamento che Gesù e gli apostoli diedero nei primi anni del cristianesimo: questa è la dottrina cattolica. Entrambi i papi erano uomini di coraggio, ma nello stesso tempo prudenti: c’è il momento di parlare e il tempo di tacere, ma il coraggio è sempre essenziale. Si potrebbe pensare che, in futuro, ci potranno essere papi dell’Asia o dell’Africa.

Oggi abbiamo un Papa del sud dell’America, bravo e buono!

Questi due papi erano, invece, europei, esempi di uomini profondamente conoscitori dell’alta cultura del mondo occidentale; conoscevano bene la teologia e la filosofia della chiesa e avevano una grande capacità di dialogare con i più bravi atei del mondo di oggi: questo è importante e utile. Tutti e due hanno capito l’importanza della chiesa per noi tutti di aiutare i sofferenti, i malati, i tormentati, indemoniati, epilettici, paralitici, zoppi fisicamente e spiritualmente questo è il compito della chiesa: Caritas in Veritate. Ringraziamo Dio per questi due papi e preghiamo che la loro eredità possa continuare nel futuro.

George Pell  Sir 14

 

 

 

 

A che punto è la riforma della Curia?

 

Lo scorso anno, la Praedicate Evangelium ha incluso diverse novità nella struttura della Curia. Ecco cosa è cambiato - Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. Per la prima vola, nell’udienza a lui concessa lo scorso 10 gennaio da Papa Francesco, l’arcivescovo Rino Fisichella appariva con il titolo di pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione. Era un titolo scontato, considerando che il dicastero da lui guidato, il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, era diventato una delle due sezioni del Dicastero per l’Evangelizzazione. Fino ad ora, però, quando l’arcivescovo Fisichella andava in udienza era semplicemente presentato come “arcivescovo titolare di Voghenza”.

Qualcosa è successo, dunque, e gli incarichi vengono distribuiti e formalizzati. Papa Francesco ha pubblicato quasi a sorpresa la costituzione apostolica Praedicate Evangelium il 19 marzo 2021. Questa prendeva il posto della Pastor Bonus di Giovanni Paolo II e andava a ridisegnare la struttura della Curia.

In realtà, la Praedicate Evangelium non faceva altro che cristallizzare una serie di riforme già messe in atto da Papa Francesco: c’era già la Segreteria per l’Economia, che nella Praedicate Evangelium viene definita “segreteria papale” al pari della Segreteria di Stato; c’era già il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che aveva accorpato i Pontifici Consigli della Giustizia e della Pace, dei Migranti, della Pastorale Sanitaria e di Cor Unum. E poi, era già stato stabilito il Dicastero Laici, Famiglia e Vita, che aveva accorpato i Pontifici Consigli per i Laici e per la Famiglia e la Pontificia Accademia per la Vita.

La riorganizzazione, dunque, era già stata attuata. Gli ultimi due tasselli sono stati dati dalla costituzione: la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli diventa dicastero per l’Evangelizzazione, con il Papa come prefetto e due pro-prefetti per la sezione di evangelizzazione e nuova evangelizzazione; il Dicastero Educazione e Cultura prende il posto della Congregazione per l’Educazione Cattolica e il Pontificio Consiglio per la Cultura.

Al di là della Costituzione, cosa è stato attuato fino ad ora? C’è stata, per esempio, la riforma del Dicastero per la Dottrina della Fede, che è avvenuta già a febbraio, prima della promulgazione della nuova Costituzione Apostolica.

La riforma avvenne con il motu proprio numero 48 del Pontificato, ed era parte di un progetto che Papa Francesco aveva sviluppato in varie interviste, ma che non venne mai toccata nelle riunioni del Consiglio dei Cardinali precedenti.

La riforma della Congregazione della Dottrina della Fede, insomma, arriva a sorpresa, ed alla fine di un percorso graduale di cambiamenti.

La Congregazione era prima costituita da quattro uffici: disciplinare, dottrinale, matrimoniale la quarta sezione. Quest’ultima, si legge nell’annuario pontificio del 2021, aveva “il compito di seguire la questione dei rapporti con la Fratetrnità Sacerdotale San Pio X (i cosiddetti lefevbriani, ndr), l’applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, la vita degli istituti già sottomessi alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, e, in modo generale, le cose afferenti alle celebrazioni secondo la liturgia antica, definita come ‘forma straordinaria del Rito Romano’.”

La quarta sezione non aveva più ragione di esistere dopo il motu proprio “Traditionis Custodes,” che revocava le concessioni di Benedetto XVI all’uso del rito antico e ridefiniva le concessioni alla stregua di un biritualismo, vale a dire dell’utilizzo di un doppio rito. In pratica, il rito antico non era più considerato “rito straordinario”, ma piuttosto un altro rito

La stessa quarta sezione era stata stabilita dopo che, con un altro motu proprio, Papa Francesco aveva nel 2019 chiuso la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, nata in seno alla Congregazione proprio per curare i rapporti con i lefebvriani.

Con la riforma, ha chiuso anche l’ufficio matrimoniale, mentre la Congregazione è stata ristabilita in due sezioni distinte, disciplinare e dottrinale, con due segretari differenti.

La filosofia alla base della riforma del Dicastero della Dottrina della Fede è, in qualche modo, anche la filosofia generale della riforma della Curia: meno uffici, più sezioni specializzate, che diventano quasi blocchi a se stanti all’interno dei dicasteri. Il ruolo del Papa diventa più centrale, perché è anche colui che dà la missione canonica, e che dunque dà l’autorità. Da qui, anche un possibile ruolo dei laici in funzioni di governo. In due casi, il Papa ha nominato laici in questo ultimo anno: quando ha scelto il nuovo segretario del Dicastero Laici Famiglia e Vita, Gleison de Paula Souza, che comunque era un diacono e in percorso verso il sacerdozio prima; e quando ha chiamato Maximino Caballero Ledo a sostituire il prefetto della Segreteria per l’Economia padre Antonio Guerrero Alves, di cui era il numero 2. Da segnalare anche l’uscita di una donna, laica (anche se consacrata), dai massimi ranghi della Segreteria di Stato: Francesca Di Giovanni, primo sottosegretario della Segreteria di Stato per la sezione multilaterale, è andata in pensione, e sostituita da monsignor Daniel Pacho, che già era in forza alla Seconda Sezione della Segreteria di Stato.

Più che altro, sono da segnalare gli aggiustamenti in campo economico. L’ultima decisione di Papa Francesco prevede che tutte le fondazioni pontificie siano sotto il controllo della Segreteria per l’Economia, prima ancora c’era stata una norma interpretativa della Praedicate Evangelium che metteva in luce che tutti i fondi dei dicasteri vaticani dovessero essere depositati nell’Istituto delle Opere di Religione, mettendo fine così ad una lunga tradizione di diversificazione degli investimenti che aveva comunque aiutato molto la Santa Sede.

A giugno, la gestione del personale della Santa Sede è passato dalla Segreteria di Stato alla Segreteria per l’Economia con l’entrata in vigore della Praedicate Evangelium lo scorso 5 giugno. Una scelta dovuta anche alla decisione del Papa, dopo le problematiche seguite all’investimento in un palazzo di lusso a Londra ora oggetto di un processo in Vaticano,ha deciso di togliere alla Segreteria di Stato l’autonomia economica (andata all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), ma anche parte dei ruoli di coordinamento, andati alla Segreteria per l’Economia.

C’è, insomma, una maggiore centralizzazione delle gestioni economiche e gestionali in corso, mentre il Papa si trova anche a dover cambiare profondamente l’organigramma della Curia. Il cambio della guardia al Dicastero per le Chiese Orientali è già avvenuto, mentre si aspetta un nuovo prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e un nuovo prefetto al Dicastero per i Vescovi.

Di fatto, per ora la riforma della Curia sta certificando cambiamenti già messi in atto da Papa Francesco. Saranno da vedere i prossimi sviluppi. Aci 13

 

 

 

 

Vangelo Migrante: II domenica del tempo ordinario | Vangelo (Gv 1,29-34)

 

Il Vangelo domenicale del tempo ordinario riparte dalle parole del Battista che indica in Gesù “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.

Quale peccato? L’errore di bersaglio compiuto da tutta l’umanità: creata, ‘vocata’ a vivere in un modo, essa vive un perenne ‘fuori bersaglio’ accumulando sbagli e debiti.

Quale Agnello? Non un Dio giudice e carnefice, come spesso viene riconosciuta la divinità, ma un innocente, un non violento, mite ed amante di coloro per cui è venuto a pagare i danni prodotti e l’enormità del debito contratto in ogni errore di bersaglio.

Giovanni è consapevole che Gesù ha il potere di salvare il mondo e liberare l’uomo da ogni male, malattia, infermità, morte e schiavitù per condurlo alla pace; ma sa anche che Gesù compirà il suo mandato in modo del tutto inatteso e imprevisto.

Gesù, il Messia e il Salvatore, userà sempre e solo le ‘armi’ dell’Agnello: l’amore, la compassione, la misericordia, la mitezza e la dolcezza. E questo per Giovanni umanamente non sarà affatto un vantaggio: in quella consapevolezza, ammette che l’Agnello che sta indicando non combatterà con forza e con violenza nemmeno contro il potere e le ingiustizie che causeranno la sua decapitazione …

Provvederà anche a lui ma non nel modo che la mente o la paura umana si aspettano. Giovanni sperimenta la Sua potenza liberatoria ma anche l’assoluta divina imprevedibilità che non lo liberano dalle catene della prigionia e della decapitazione.

Il Vangelo di oggi è ad un tempo annuncio e atto di fede. Parole e gesti. Giovanni accetta per davvero di essere parte vera, costi quel che costi, di quel Regno che le sue parole inaugurano. Gesù sa che fino a quando la testa di Giovanni sarà al suo posto, sarà possibile per gli uomini conoscere il più grande tra i nati di donna e ascoltare l’annuncio del precursore; ma sa anche che la testa di Giovanni sul vassoio di Erodiade, manifesterà la gloria di Dio e sarà la semina feconda del Regno di Dio di cui Giovanni, e con lui tutti coloro che stanno affondando, che naufragano in mare o nell’anonimato di un’esistenza ai margini e che soffrono le conseguenze del peccato, sono parte integrante.

Ecco l’Agnello di Dio: imprevedibile, certo; ma Salvatore per davvero!

p. Gaetano Saracino, migr.on. 12

 

 

 

La voce delle Chiese

 

Il Sinodo per la Chiesa universale è entrato nella tappa continentale, che concluderà la prima fase del processo sinodale nelle Chiese particolari. Nel frattempo papa Francesco ha deciso che la fase assembleare si svolga con due assemblee, nell’ottobre del 2023 e nell’ottobre del 2024. L’intervista al cardinale Mario Grech, che guida la Segreteria del Sinodo, fa il punto sulla situazione, rileggendo il cammino fatto e spiegando cosa significa per la Chiesa questa nuova tappa in vista delle due assemblee.

Eminenza, rieccoci. Ormai l’intervista per Vita Pastorale è quasi un appuntamento fisso, che accompagna le tappe del processo sinodale in atto. Dopo la tappa diocesana con la consultazione del popolo di Dio e il discernimento delle Conferenze episcopali, che hanno inviato alla Segreteria del Sinodo le loro sintesi, redatte sulla base dei contributi pervenuti dalle diocesi, s’è appena aperta la tappa continentale. Vogliamo fare un bilancio del cammino finora compiuto? Le faccio una domanda a bruciapelo: è contento di come stanno andando le cose?

«Come potrei rispondere di no? La stragrande maggioranza delle Chiese particolari ha partecipato alla consultazione del popolo di Dio; la quasi totalità delle Conferenze episcopali (112 su 114) e la totalità delle 15 Chiese orientali sui iuris hanno fatto pervenire le loro sintesi; molti altri contributi sono stati inviati direttamente alla Segreteria del Sinodo, compresi quelli di una ventina di dicasteri della Curia romana. Siamo stati felicemente sorpresi di una partecipazione così corale. Il Documento di sintesi per la fase continentale è davvero l’eco della voce della Chiesa tutta. Certo, non mi illudo: molti dicono che la partecipazione alla consultazione è stata scarsa, che le sintesi delle Conferenze episcopali sono deboli, che s’è data troppa enfasi a un processo assai confuso. Potrei dire che non poteva essere altrimenti. Si tratta di una prima volta. In Segreteria del Sinodo continuiamo a ripeterci che, in fatto di sinodalità, siamo tutti apprendisti. Stiamo tutti imparando. Io per primo. Ma le notizie che ricevo mi confortano e mi convincono che siamo sulla strada giusta, che stiamo camminando. E mi pare di poter dire che il passo si fa più sicuro di tappa in tappa».

In questa convinzione quanto entra la recente esperienza di redazione del Documento di sintesi per la tappa continentale?

«Molto. Devo dire che è stata un’esperienza forte per tutti noi. Eravamo una quarantina di persone, tra membri della Segreteria ed esperti da tutto il mondo convocati per leggere insieme le sintesi delle Conferenze episcopali. Abbiamo sperimentato la forza della conversazione spirituale: ciascuno ha messo in comune con gli altri quanto aveva raccolto dalla lettura delle sintesi pervenute alla Segreteria. Nell’ascolto reciproco abbiamo potuto ascoltare la voce delle Chiese. Il Documento per la fase continentale è davvero il frutto di un ascolto obbediente allo Spirito, senza preclusioni e condizionamenti. Il punto che avevamo chiaro era che dovevamo ascoltare, senza aggiungere nulla di nostro. Nel Documento continentale ciò che si ascolta è la voce delle Chiese, restituita dai pastori».

Lei parla di sintesi delle Conferenze episcopali. Queste erano chiamate a fare sintesi dei contributi che provenivano dalle Chiese particolari. Non è un limite leggere le sintesi dei vescovi e non i contributi di tutte le Chiese?

«Sì e no. L’ottimo sarebbe stato leggere tutto. Ma avrebbe anche significato ergersi a controllori del processo. Non è questo il compito della Segreteria del Sinodo, che ha ricevuto il frutto della conspiratio avvenuta nelle Chiese particolari. La consultazione del popolo di Dio nelle Chiese particolari è stato il primo atto del processo sinodale: senza quello non c’è processo sinodale, perché non c’è ascolto del popolo di Dio che partecipa alla funzione profetica di Cristo. Ma la consultazione ha bisogno del discernimento: i due momenti sono strettamente correlati. Senza consultazione, non c’è materia su cui discernere; ma senza discernimento, la consultazione si risolve in un’indagine demoscopica. Quando riduciamo il processo sinodale a uno solo dei suoi momenti, si finisce per comprometterlo. Basta vedere i giudizi sul percorso fatto fin qui: chi enfatizza la consultazione del popolo di Dio sostiene che la gerarchia impedisce le spinte di riforma, spegne la profezia nella Chiesa, aggiusta i risultati; chi enfatizza la funzione gerarchica squalifica il sensus fidei, sostenendo che il popolo di Dio altro non è che la cassa di risonanza di questioni ideologiche sostenute da gruppi di potere. Il reciproco sospetto contraddice la natura e il metodo della sinodalità. Il processo sinodale è fondato sul rispetto, sul reciproco riconoscimento, sulla stima e l’attenzione all’altro. Le sintesi delle Conferenze episcopali appartengono al processo sinodale tanto quanto la consultazione e mostrano uno stadio più avanzato del discernimento ecclesiale. Su quello stadio avanzato la Segreteria s’è basata per redigere il Documento di sintesi per la fase continentale».

Con la pubblicazione di questo Documento si è avviata la fase continentale. Questo significa che è finita la partecipazione delle Chiese particolari e il Sinodo prosegue a livello di istanze intermedie di sinodalità fino alla fase assembleare?

«Se si seguisse questa sequenza lineare, si finirebbe in una sorta di centralizzazione del processo sinodale, un vero e proprio imbuto. La tappa continentale costituisce un ulteriore livello di discernimento della consultazione: per questo il Documento redatto dalla Segreteria a partire dalle sintesi delle Conferenze episcopali, prima di approdare alle Assemblee continentali, viene restituito alle Chiese particolari. Il principio della restituzione è fondamentale per capire l’esercizio della sinodalità: bisogna sempre tornare là dove è partito il processo sinodale. Ogni vescovo ha ricevuto il Documento, con la raccomandazione di rileggerlo nella sua Chiesa e di fare osservazioni sul Documento – si tratta, a tutti gli effetti, di una modalità di recezione – da inoltrare alla Conferenza episcopale; questa a sua volta farà il suo discernimento e inoltrerà le osservazioni al livello continentale. Nel processo sinodale è sempre coinvolta la Chiesa intera! Tutte le Chiese particolari, cioè tutto il popolo di Dio con i suoi pastori! In questo modo si radicano sia lo stile che la forma sinodale della Chiesa, che per la prima volta sta sperimentando anche questo livello continentale di discernimento».

Quali frutti si sperano dalla tappa continentale? Che risultati può garantire un livello di vita ecclesiale non regolato da una disciplina comune?

«Il fatto che non esista una disciplina comune non impedisce che le Assemblee continentali costituiscano un passaggio importante del processo sinodale. Proprio perché non esistono Conferenze episcopali continentali, s’è scelta l’Assemblea, dove sono presenti i vescovi e può essere realizzata un’ampia rappresentanza del popolo di Dio. Garantendo la presenza dei pastori e di coloro che nelle Chiese particolari sono stati più direttamente coinvolti nel processo sinodale, sarà possibile realizzare un discernimento ad ampio respiro, in grado di restituire – in questo caso alla Segreteria del Sinodo – il modo di sentire e vivere la sinodalità in ogni continente. Il principio che regola la Chiesa è l’unità, non l’uniformità; l’unità che non cancella le differenze, ma le compone nella comunione. Dalle sintesi continentali potremo comprendere come la sinodalità si comprende e si attua nella communio Ecclesiarum. Senza dimenticare che questa esperienza delle Assemblee continentali può favorire il formarsi di una disciplina condivisa di Chiesa anche a livello continentale, configurando meglio il livello delle istanze intermedie di sinodalità della Chiesa».

I tempi per la realizzazione della tappa continentale?

«La primavera del 2023, per permettere alla Segreteria del Sinodo di redigere, sulla base delle sintesi pervenute, l’Instrumentum laboris per l’assemblea di ottobre a Roma. Dall’apertura della tappa alla celebrazione delle Assemblee sarà un tempo fecondo per le Chiese particolari e per le Conferenze episcopali di approfondire lo stile e il metodo sinodale».

Ma lei vede reale convinzione o riscontra atteggiamenti non in sintonia con l’esercizio della sinodalità, come una modalità passiva di realizzare il processo – fare perché è richiesto dall’alto – o, al contrario, una certa insofferenza? Chi fa più difficoltà a entrare in una mentalità sinodale?

«Questi atteggiamenti si riscontrano tutti. Andiamo da chi ha abbracciato convintamente la sfida sinodale a chi la osteggia apertamente. All’inizio le maggiori difficoltà erano manifestate dai vescovi: molti di loro esprimevano il dubbio che l’esercizio della sinodalità articolata per tappe, con la partecipazione del popolo di Dio, esponesse la Chiesa al rischio di una democratizzazione. L’esperienza della consultazione nella modalità della conversazione spirituale ha convinto molti della bontà del processo sinodale e della verità della Chiesa sinodale. Il popolo di Dio, là dove è stato realmente coinvolto, ha risposto, il più delle volte con grande entusiasmo. I più in difficoltà mi sembrano i sacerdoti, soprattutto i più giovani. Molti manifestano un vero e proprio rigetto. C’è da chiedersi cosa dica a noi questa resistenza a coinvolgersi in questa esperienza di Chiesa che li vorrebbe protagonisti attivi e convinti. Ma sono fiducioso. Rammento a me stesso e a tutti la sentenza di Gamaliele: «Se questo piano o quest’opera fosse di origine umana, verrebbe distrutta; ma se viene da Dio, non riuscirete a distruggerla» (At 5, 38-39). Per parte mia, ho la convinzione che stiamo vivendo una stagione straordinaria della Chiesa, sotto l’azione dello Spirito santo».

Grazie, Eminenza. Alla prossima!

Dario Vitali, Vita Past. gennaio

 

 

 

 

Papa Francesco: "Senza zelo apostolico, la fede appassisce"

 

Il Papa inizia un nuovo ciclo di catechesi dal nome "La passione per l’evangelizzazione: lo zelo apostolico del credente e incentra la sua meditazione sul tema: “La chiamata all’apostolato” - Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Il Papa inizia un nuovo ciclo di catechesi dal nome "La passione per l’evangelizzazione: lo zelo apostolico del credente e incentra la sua meditazione sul tema: “La chiamata all’apostolato”. "Iniziamo oggi un nuovo ciclo di catechesi, dedicato a un tema urgente e decisivo per la vita cristiana: la passione per l’evangelizzazione, cioè lo zelo apostolico. Si tratta di una dimensione vitale per la Chiesa: la comunità dei discepoli di Gesù nasce infatti apostolica, missionaria", è lo stesso Papa a spiegarlo all'inizio della sua catechesi.

"Può succedere, però, che l’ardore apostolico, il desiderio di raggiungere gli altri con il buon annuncio del Vangelo, diminuisca. A volte sembra eclissarsi. Ma quando la vita cristiana perde di vista l’orizzonte dell’annuncio, si ammala: si chiude in sé stessa, diventa autoreferenziale, si atrofizza. Senza zelo apostolico, la fede appassisce", continua il Pontefice.

"La missione è invece l’ossigeno della vita cristiana: la tonifica e la purifica. Intraprendiamo allora un percorso alla riscoperta della passione evangelizzatrice, iniziando dalle Scritture e dall’insegnamento della Chiesa, per attingere alle fonti lo zelo apostolico. Poi ci accosteremo ad alcune sorgenti vive, ad alcuni testimoni che hanno riacceso nella Chiesa la passione per il Vangelo, perché ci aiutino a ravvivare il fuoco che lo Spirito Santo vuole far ardere sempre in noi", sottolinea Papa Francesco.

Francesco porta l'esempio di Matteo. "Possiamo immaginare il disprezzo che la gente provava per lui: era un “pubblicano”. Ma, agli occhi di Gesù, Matteo è un uomo, con le sue miserie e la sua grandezza. Gesù non va all'aggettivo, va alla sostanza. E mentre tra Matteo e la sua gente c’è distanza, Gesù si avvicina a lui, perché ogni uomo è amato da Dio. Questo sguardo, che vede l’altro, chiunque sia, come destinatario di amore, è l’inizio della passione evangelizzatrice", spiega il Papa.

"Com’è il nostro sguardo verso gli altri? - chiede il Papa - Quante volte ne vediamo i difetti e non le necessità; quante volte etichettiamo le persone per ciò che fanno o pensano! Anche come cristiani ci diciamo: è dei nostri o non è dei nostri? Questo non è lo sguardo di Gesù: Lui guarda sempre ciascuno con misericordia e predilezione".

"La prima cosa che fa Gesù è staccare Matteo dal potere: dallo stare seduto a ricevere gli altri lo pone in movimento verso gli altri; gli fa lasciare una posizione di supremazia per metterlo alla pari con i fratelli e aprirgli gli orizzonti del servizio. Questo fa Cristo e questo è fondamentale per i cristiani: noi discepoli di Gesù, noi Chiesa, stiamo seduti aspettando che la gente venga o sappiamo alzarci, metterci in cammino con gli altri, cercare gli altri? Uno sguardo, un movimento e, infine, una meta. Dopo essersi alzato e aver seguito Gesù, dove andrà Matteo? Potremmo immaginare che, cambiata la vita di quell’uomo, il Maestro lo conduca verso nuovi incontri, nuove esperienze spirituali", continua ancora il Papa nella sua nuova catechesi.

"Ecco il messaggio per noi: non dobbiamo attendere di essere perfetti e di aver fatto un lungo cammino dietro a Gesù per testimoniarlo; il nostro annuncio comincia oggi, lì dove viviamo, La Chiesa cresce non per proselitismo, ma per attrazione. Una volta mi ricordo che in ospedale a Buenos Aires ci stavano poco suore, sono venute alcune dalla Corea perchè loro erano poche e sono scese a visitare gli ammalati, parlavano solo il coreano, ma gli ammalati erano felici, con lo sguardo parlavano, hanno comunicato Gesù non se stesse", conclude infine il Papa. Aci 11

 

 

 

 

Il Papa: "Le persone malate sono al centro del popolo di Dio"

 

Messaggio del Santo Padre Francesco in occasione della XXXI Giornata Mondiale del Malato che ricorre l’11 febbraio - Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. “Abbi cura di lui. La compassione come esercizio sinodale di guarigione”. E' questo il tema scelto in occasione della XXXI Giornata Mondiale del Malato che ricorre l’11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes.

"La malattia fa parte della nostra esperienza umana. Ma essa può diventare disumana se è vissuta nell’isolamento e nell’abbandono, se non è accompagnata dalla cura e dalla compassione. Quando si cammina insieme, è normale che qualcuno si senta male, debba fermarsi per la stanchezza o per qualche incidente di percorso. È lì, in quei momenti, che si vede come stiamo

camminando. Se è veramente un camminare insieme, o se si sta sulla stessa strada ma ciascuno per conto proprio, badando ai propri interessi e lasciando che gli altri si arrangino", scrive subito il Papa nel Messaggio.

Per il Pontefice proprio "attraverso l’esperienza della fragilità e della malattia possiamo imparare a camminare insieme secondo lo stile di Dio, che è vicinanza, compassione e tenerezza".

Il Papa poi nel Messaggio fa riferimento alla parabola del Buon Samaritano. "Due passanti, considerati religiosi, vedono il ferito e non si fermano. Il terzo, invece, un samaritano, uno che è oggetto di disprezzo, è mosso a compassione e si prende cura di quell’estraneo lungo la strada, trattandolo da fratello. Così facendo, senza nemmeno pensarci, cambia le cose, genera un mondo più fraterno. Fratelli, sorelle, non siamo mai pronti per la malattia. E spesso nemmeno per ammettere l’avanzare dell’età. Temiamo la vulnerabilità e la pervasiva cultura del mercato ci spinge a negarla. Per la fragilità non c’è spazio. E così il male, quando irrompe e ci assale, ci lascia a terra tramortiti. Può accadere, allora, che gli altri ci abbandonino, o che paia a noi di doverli abbandonare, per non sentirci un peso nei loro confronti. Così inizia la solitudine, e ci avvelena il senso amaro di un’ingiustizia per cui sembra chiudersi anche il Cielo. Fatichiamo infatti a rimanere in pace con Dio, quando si rovina il rapporto con gli altri e con noi stessi. Ecco perché è così importante, anche riguardo alla malattia, che la Chiesa intera si misuri con l’esempio evangelico del buon samaritano, per diventare un valido ospedale da campo”.

"La Giornata Mondiale del Malato, in effetti, non invita soltanto alla preghiera e alla prossimità verso i sofferenti; essa, nello stesso tempo, mira a sensibilizzare il popolo di Dio, le istituzioni sanitarie e la società civile a un nuovo modo di avanzare insieme", sottolinea Papa Francesco.

"Anche l’11 febbraio 2023, guardiamo al Santuario di Lourdes come a una profezia, una lezione affidata alla Chiesa nel cuore della modernità. Non vale solo ciò che funziona e non conta solo chi produce. Le persone malate sono al centro del popolo di Dio, che avanza insieme a loro come profezia di un’umanità in cui ciascuno è prezioso e nessuno è da scartare", conclude infine il Papa. Aci 10

 

 

 

 

Padre Georg da Papa Francesco: «Ora devo stare zitto». La decisione sul suo futuro

 

L’amarezza di papa Francesco e l’invito alla discrezione fatto a padre Georg Gänswein: per lui l’ipotesi di un incarico diplomatico in una nunziatura all’estero o una sistemazione romana, possibilmente discreta - di Gian Guido Vecchi

 

CITTÀ DEL VATICANO — Gli amici che lo hanno sentito in queste ore raccontano di un uomo che si mostra amareggiato per le interpretazioni «malevole» degli stralci «fuori contesto» del suo libro, fatti uscire mentre si celebravano i funerali di Benedetto XVI, «ma adesso devo stare zitto». Di certo, lunedì mattina, monsignor Georg Gänswein ha dovuto parlare della faccenda a papa Francesco, che lo ha ricevuto in udienza.

 

Dal Vaticano non si dice ufficialmente nulla. Ma è evidente, si fa notare, che il Papa abbia raccomandato discrezione, come ricordava all’ultimo Angelus: «Dio è nel silenzio».

E che ad avere motivo d’essere amareggiato, piuttosto, è il pontefice, il quale avrebbe cose più importanti di cui occuparsi dell’ex segretario del predecessore: proprio ieri, nel ricevere gli ambasciatori, Francesco è intervenuto per la prima volta dall’uccisione di Mahsa Amini sulla repressione feroce delle proteste popolari attuata dal regime iraniano («il diritto alla vita è minacciato anche laddove si continua a praticare la pena di morte, come sta accadendo in questi giorni in Iran, in seguito alle recenti manifestazioni, che chiedono maggiore rispetto per la dignità delle donne») e sulla guerra Ucraina, con le parole della Gaudium et Spes, ha sillabato che «ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità».

 

Ma tant’è, il «caso» è stato creato, il libro Nient’altro che la Verità è in uscita, e nel sottobosco dell’opposizione tradizionalista a Francesco monta il tentativo post mortem di usare Benedetto XVI come un vessillo e creare un conflitto tra «i due papi» che nella realtà non c’è stato.

 

Per quasi dieci anni, nel Monastero, l’emerito è stato attento a evitare ogni sospetto di interferenza nei confronti del successore cui aveva assicurato «incondizionata reverenza e obbedienza» .

 

Gänswein, del resto, racconta di come Ratzinger rimase «stupefatto» quando, all’inizio del 2020, si tentò di pubblicare col suo nome un libro a doppia firma con il cardinale Sarah nel quale si contestava la proposta del Sinodo amazzonico di ordinare preti sposati prima che Francesco dicesse la sua (senza poi fare nessuna apertura, peraltro), e come Benedetto avesse poi scritto al Papa tutta la sua «tristezza per l’abuso» del suo articolo e si fosse proposto di non far pubblicare più nulla.

 

Di qui l’amarezza di Francesco. E l’udienza di ieri. Resta il discorso sull’opportunità di pubblicare un libro simile subito dopo la morte di Ratzinger e citare brani della corrispondenza privata tra l’emerito e il Papa. Rispettosissima, del resto.

 

Che avessero sensibilità differenti è noto. Ma è ironico, si osserva, che nel libro si sia adombrato un contrasto, ad esempio, proprio intorno al tema della «propaganda gender», sulla quale Francesco è sempre stato altrettanto severo.

 

E resta anche la questione del futuro di Gänswein, ora prefetto della Casa pontificia. Se nella Chiesa tedesca non sembrano entusiasti all’idea di un ritorno in patria come vescovo o altro («dipende dal diretto interessato e da chi prende queste decisioni nella Curia» ha riposto freddo il presidente Georg Bätzing), si è ipotizzato un incarico diplomatico in una nunziatura all’estero o una sistemazione romana, possibilmente discreta. CdS 10

 

 

 

 

Vaticano, Papa Francesco ha incontrato padre Georg

 

Papa Francesco ha ricevuto questa mattina in udienza monsignor Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia ed ex segretario particolare di papa Benedetto XVI. Lo rende noto la Sala Stampa della Santa Sede.

L'incontro avviene dopo le durissime polemiche degli ultimi giorni. All'indomani della morte di Joseph Ratzinger, Gänswein - intervistato da Ezio Mauro - aveva detto di aver scorto la mano del diavolo durante il pontificato di Benedetto: "L'ho sentita in realtà molto contraria, contro papa Benedetto". Al giornale tedesco Tagespost, Gänswein ha poi rilasciato una dichiarazione clamorosa: il provvedimento con il quale Francesco ribaltò la liberalizzazione della messa in latino avrebbe "spezzato il cuore" di Ratzinger.

Infine, l'ex segratario particolare del papa emerito, nel libro Nient'altro che la verità in uscita con Piemme, ha raccontato di come Bergoglio lo avrebbe congedato dall'incarico di prefetto della Casa pontificia: "Restai scioccato e senza parole quando Francesco mi disse: lei rimane prefetto ma da domani non torni al lavoro".

Ieri il Papa, all'Angelus, pur non nominando mai Gänswein, ha risposto alle polemiche con parole eloquenti: "Il chiacchiericcio è un'arma letale" ha detto, aggiungendo: "Invece di chiacchierare e dividere guardiamoci con compassione, aiutiamoci a vicenda".

Noto per le sue posizioni tradizionaliste, ma senza disdegnare la mondanità, ora il 66enne padre Georg ha davanti a sé un futuro incerto: potrebbe essere destinato a fare il nunzio apostolico, oppure potrebbe essere dirottato su una cattedra di una università pontificia. O ancora potrebbe rimanere a Roma, sempre da prefetto della Casa pontificia sospeso o senza un vero e proprio incarico. E forse proprio di questi aspetti si è discusso nell'incontro di oggi con papa Francesco. LR 9

 

 

 

 

Papa Francesco: "Non dividendo, ma condividendo"

 

L'Angelus del Papa di Domenica 8 gennaio festa del Battesimo di Gesù - Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Conclusa, nella Cappella Sistina, la celebrazione della Santa Messa nella Festa del Battesimo del Signore con il Rito del Battesimo dei bambini, alle ore 12 Francesco si affaccia alla finestra dello studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli in Piazza San Pietro. Il Papa inizia subito con il raccontare il Vangelo di oggi, il rito del Battesimo di Gesù.

"Era un rito con cui la gente si pentiva e s’impegnava a convertirsi - dice il Papa - un inno liturgico dice che il popolo andava a farsi battezzare “nuda l’anima e nudi i piedi”, cioè con umiltà e cuore trasparente. Ma, vedendo Gesù che si mischia con i peccatori, si resta stupiti e viene da chiedersi: perché ha fatto questa scelta, Lui, il Santo di Dio, il Figlio di Dio senza peccato?".

La risposta è Gesù stesso a darla: Adempiere ogni giustizia. Che cosa vuol dire? Risponde il Pontefice: "Facendosi battezzare, Gesù ci svela la giustizia di Dio, che Lui è venuto a portare nel mondo. Noi tante volte abbiamo un’idea ristretta di giustizia e pensiamo che essa significhi: chi sbaglia paga e soddisfa così il torto che ha compiuto. Ma la giustizia di Dio, come la Scrittura insegna, è molto più grande: non ha come fine la condanna del colpevole, ma la sua salvezza e la sua rinascita, il renderlo giusto. È una giustizia che viene dall’amore, da quelle viscere di compassione e di misericordia che sono il cuore stesso di Dio, Padre che si commuove quando siamo oppressi dal male e cadiamo sotto il peso dei peccati e delle fragilità".

Per il Pontefice "sulle rive del Giordano, Gesù ci svela il senso della sua missione: Egli è venuto ad adempiere la giustizia divina, che è quella di salvare i peccatori; è venuto per prendere sulle proprie spalle il peccato del mondo e discendere nelle acque dell’abisso, della morte, così da recuperarci e non farci annegare. Egli ci mostra che la vera giustizia di Dio è la misericordia che salva, l’amore che condivide la nostra condizione umana, si fa vicino, solidale con il nostro dolore, entrando nelle nostre oscurità per riportare la luce".

Poi il Papa cita Benedetto XVI. "Dio ha voluto salvarci andando lui stesso fino in fondo all’abisso della morte, perché ogni uomo, anche chi è caduto tanto in basso da non vedere più il cielo, possa trovare la mano di Dio a cui aggrapparsi e risalire dalle tenebre a rivedere la luce per la quale egli è fatto".

"Vorrei dirlo così: non dividendo, ma condividendo. Non dividere, ma condividere. Facciamo come Gesù: condividiamo, portiamo i pesi gli uni degli altri, guardiamoci con compassione, aiutiamoci a vicenda", conclude il Pontefice.

Subito dopo la recita dell'Angelus Francesco passa ai consueti saluti. "Stamattina secondo la consuetudine ho battezzato alcuni neonati, ora però nella festa del Battesimo mi è caro etendere il saluto a tutti i bambini che hanno ricevuto o riceveranno il Battesimo. Ognuno di voi sa la data del proprio Battesimo? Domandatela ai genitori e ogni anno festeggiare quella data, è il compleanno della fede", dice il Papa.

"Non dimentichiamo i nostri fratelli e sorelle ucraine, soffrono tanto per questa guerra, senza luce e caldo, per favore non dimentichiamoli. Oggi penso alla mamme delle vittime della guerra dei soldati. Penso alle mamme ucraine e alle mamme russe, che hanno perso i figli soldati", infine l'ultimo pensiero del Pontefice. Aci 8

 

 

 

 

Vaticano, gli occhi sul «Conclave». Il fronte dei tradizionalisti per opporsi a Francesco

 

Il malcontento verso il Papa e le mosse dopo la morte di Ratzinger - di Massimo Franco

 

«Se in Conclave sarà eletto un altro Bergoglio, per la Chiesa sarà una tragedia...». Il funerale del papa emerito Benedetto non era stato ancora celebrato, quando uno dei cardinali tradizionalisti più in vista ha iniziato il tamtam della guerra di logoramento con Francesco. Dal 31 dicembre, giorno della scomparsa di Joseph Ratzinger, il tema non sembra quello di come raccordarsi col pontefice argentino alla ricerca di una ricucitura. Su questo, le speranze ma anche la voglia di una tregua appaiono esili. La vera questione, per i suoi avversari, è come impedire che Jorge Mario Bergoglio riesca a condizionare il prossimo Conclave. 

Le bordate sorprendenti arrivate contro Francesco dal segretario personale di Ratzinger e prefetto della Casa pontificia, monsignor Georg Gaenswein, sono state viste come l’inizio di una fase apertamente conflittuale. Di certo, riflettono il risentimento di una persona che si è sentita umiliata e costretta a tacere a lungo tra le mura del Monastero per non dispiacere a Benedetto. Ma tra gli avversari di Francesco le sue uscite sono state accolte con una miscela di sorpresa e di imbarazzo. Ne sono in arrivo altre, però. 

È in uscita un libro-intervista dell’ex custode della dottrina cattolica, il cardinale Gerhard Muller, con la vaticanista Franca Giansoldati, intitolato «In buona fede», che si preannuncia corposo e profondo nelle critiche al papato argentino. Muller era stato indicato come la personalità su cui puntavano i tradizionalisti. Ma ha sempre rifiutato di schierarsi contro Francesco: pur attaccando duramente i suoi consiglieri e definendo il Monastero dove ha vissuto per quasi dieci anni Benedetto «il luogo dove vanno a curarsi le persone ferite da Francesco. E sono molte...». 

Ma questi «feriti» mostrano quanto in realtà il cattolicesimo ortodosso sia esasperato, tutt’altro che compatto, e non ancora pronto a offrire un’alternativa. Per questo ogni mossa compiuta a Casa Santa Marta mette in agitazione una porzione non piccola dell’episcopato mondiale che da anni mugugna per le decisioni del papa. L’accusa di fondo è di avere fatto imboccare alla Chiesa una strisciante deriva «protestante»; di nutrire un pregiudizio sudamericano contro i «gringos»; di preparare un Conclave scegliendo solo cardinali fedeli alla sua linea; e di avere stipulato «un patto col diavolo» per l’accordo segreto con la Cina di Xi Jinping. Eppure l’altroieri Francesco ha ricevuto il cardinale emerito di Hong Kong, Joseph Zen, che era stato arrestato nel maggio scorso e poi rilasciato su cauzione dalle autorità cinesi. 

A questo si aggiungono l’irritazione per il «no» alla messa in latino, alla quale ha dato voce monsignor Gaenswein, e per il modo in cui il papa ha accolto a Roma il presidente degli Usa, Joe Biden, inviso all’episcopato del suo Paese per le posizioni morbide sull’aborto. «Bergoglio sta piantando le sue bandierine a ogni nomina cardinalizia», è l’accusa. Nel suo pontificato, fino all’agosto del 2022 ha nominato 113 cardinali, di cui 83 elettori su un totale di 132 elettori. In realtà, ogni elezione papale dimostra come le dinamiche che scattano una volta entrati nella Cappella Sistina sfuggano a qualunque piano preventivo. Si avvertono dunque in queste affermazioni soprattutto la diffidenza e una certa prevenzione contro Francesco; e magari la consapevolezza dei cosiddetti «ortodossi» di non avere una candidatura unitaria e forte da opporre a quella dei cosiddetti «progressisti». 

Si scruta il panorama del Collegio cardinalizio, alla ricerca di alleanze trasversali tra gli scontenti di Francesco, presenti anche tra i bergogliani. In questo dibattito opaco e sottotraccia si inseriscono le voci sulla possibile scelta di un italiano. «Francesco tende a escludere che possa accadere, a meno che non si tratti di Matteo Zuppi», presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, spiegano nelle alte sfere vaticane. Sarebbe freddo, invece, sul segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. Ma è indicativo che dal fronte conservatore si additi «la mafia di San Gallo», un gruppo di cardinali progressisti, come regista dell’elezione di Bergoglio nel 2013. E adesso si indichi «la lobby di Trastevere», alludendo alla Comunità di sant’Egidio che ha sede nel quartiere romano e da cui proviene Zuppi. 

E pazienza se il presidente della Cei ha fin dall’inizio cercato di superare le divisioni e unire le varie componenti dell’episcopato. Sono veleni che fluiscono mentre sta per riaprirsi il processo controverso nei confronti, tra gli altri, del cardinale Giovanni Angelo Becciu: un’onda di fango soprattutto sulla nomenklatura italiana. Di fatto, anche quella vicenda oscura rientrerà nel «Conclave senza Conclave» che il fronte tradizionalista, e non solo, ha intensificato dopo la morte di Benedetto. E le truppe ecclesiastiche si schierano. Anzi, alcune sono già schierate con e contro Francesco, e contro qualunque candidatura associata al suo nome: a cominciare dai cardinali degli Stati uniti. 

I segnali che arrivano da oltre Atlantico sono negativi. Dal 15 novembre scorso è stato eletto presidente dei vescovi monsignor Timothy Broglio, ex segretario di un roccioso conservatore come il cardinale Angelo Sodano, scomparso lo scorso anno, «primo ministro» di Giovanni Paolo II. Broglio, ordinario militare per gli Stati Uniti d’America dal novembre del 2007, è passato per Roma poche settimane fa. E avrebbe descritto una situazione preoccupante per Francesco, al quale sarebbe ostile circa il novanta per cento dei vescovi; sebbene Broglio abbia criticato Gaenswein per avere attaccato il papa sui mass media.  

Tra l’altro, avrebbe ricordato ai suoi interlocutori vaticani un episodio del 2016 a Cracovia, alla Festa mondiale della gioventù. Monsignor Broglio era in fila per presentarsi a Bergoglio. E quando spiegò che era l’ordinario militare americano, Francesco avrebbe commentato in modo assai poco diplomatico gli interventi delle forze armate statunitensi in alcuni Paesi poveri: parole che sono state riferite a conferma delle distanze culturali tra pontefice argentino e «yankee». È vero che in termini numerici i cardinali nordamericani non sono molti. Ma hanno dietro di sé una potenza finanziaria che dalla II Guerra Mondiale ha nutrito per decenni le casse del Vaticano, oggi esangui. CdS 8

 

 

 

 

“In Ecclesiarum Communione”: riorganizzato il Vicariato di Roma nel segno della collegialità

 

Pubblicata il 6 gennaio la Costituzione apostolica “In Ecclesiarum Communione” che sostituisce la “Ecclesia in Urbe” di Giovanni Paolo II del 1988. Sarà in vigore dal 31 gennaio. Rafforzato il ruolo del Consiglio episcopale, nascono due organismi di vigilanza per finanze e abusi – di Gigliola Alfaro

 

Una maggiore collegialità e, al contempo, una maggiore presenza del Papa, come vescovo di Roma, in ogni decisione pastorale, amministrativa ed economica di rilievo della diocesi di Roma, dove sarà sempre il Papa a presiedere il Consiglio episcopale, “organo primo della sinodalità”, e dove cessano o mutano le attività di alcuni uffici del Vicariato. Scompaiono incarichi come quello del prelato segretario generale, nascono nuovi organismi di vigilanza su finanze e abusi e si fissa a cinque anni il mandato del personale direttivo, prorogabile solo per un altro quinquennio. Tutte novità introdotte da Papa Francesco nella “In Ecclesiarum Communione”, la nuova Costituzione apostolica pubblicata venerdì 6 gennaio, che abroga la precedente “Ecclesia in Urbe” del 1988 di Giovanni Paolo II e riorganizza l’ordinamento del Vicariato. In vigore dal prossimo 31 gennaio, la Costituzione si apre con un proemio in cui Francesco traccia una profonda riflessione sulla diocesi di Roma, di cui ricorda l’importanza dal punto di vista ecclesiale, ma anche le difficoltà della gente che la abita e le attività a favore delle fasce sociali più fragili. La seconda parte riporta, invece, l’elenco dei 45 articoli.

“Mentre ricordiamo i sessant’anni dall’inizio del Concilio ecumenico vaticano II, sentiamo con particolare urgenza la chiamata alla conversione missionaria di tutta la Chiesa, accompagnata da una più viva consapevolezza della sua dimensione costitutivamente sinodale – scrive il Papa nel Proemio -. Per rianimare la missione, nel primato della carità e nell’annuncio della misericordia divina, vanno sostenute e promosse, in sinergia, la collegialità episcopale e l’attiva partecipazione del popolo dei battezzati”. Il Pontefice chiarisce: “Sogno una trasformazione missionaria che coinvolga integralmente le persone e le comunità, senza nascondersi o cercare conforto nell’astrattezza delle idee. Si tratta, dunque, di ‘porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno'”. Per il Santo Padre, “la Chiesa perde la sua credibilità quando viene riempita da ciò che non è essenziale alla sua missione o, peggio, quando i suoi membri, talvolta anche coloro che sono investiti di autorità ministeriale, sono motivo di scandalo con i loro comportamenti infedeli al Vangelo. Questo non è un problema solo per la Chiesa: lo è anche per coloro che la Chiesa, popolo di Dio, è chiamata a servire con l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità. Solo nella totale donazione di sé a Cristo per un servizio alla salvezza del mondo la Chiesa rinnova la sua fedeltà”. A Roma, come nelle altre Chiese particolari, “bisogna continuare ad ascoltare la voce dello Spirito Santo che si manifesta anche oltre i confini dell’appartenenza ecclesiale e religiosa, curando uno stile sinceramente ospitale, animati dalla spinta di chi esce a cercare i tanti esiliati dalla Chiesa, gli invisibili e i senza parola della società”.

Nella “In Ecclesiarum Communione” il cardinale vicario, come già stabilito dalla “Ecclesia in Urbe”, continua ad esercitare “il ministero episcopale di magistero, santificazione e governo pastorale per la diocesi di Roma con potestà ordinaria vicaria” nei termini stabiliti dal Papa. È anche “giudice ordinario della diocesi di Roma”. “L’esteso impegno che richiede il governo della Chiesa universale mi rende necessario un aiuto nella cura della diocesi di Roma. Per questo motivo nomino un cardinale come mio ausiliare e vicario generale”, chiarisce il Pontefice. “Il cardinale vicario – precisa Francesco – provvederà a informarmi periodicamente e ogniqualvolta lo riterrà necessario circa l’attività pastorale e la vita della diocesi. In particolare, non intraprenderà iniziative importanti o eccedenti l’ordinaria amministrazione senza aver prima a me riferito”.

Nella nuova Costituzione, si rafforza il ruolo del Consiglio episcopale, che diventa “organo primo della Sinodalità” e “luogo apicale del discernimento e delle decisioni pastorali e amministrative”.

Sarà il Papa a presiederlo quando si riunirà almeno tre volte al mese: “Mi deve essere inviato quanto prima l’ordine del giorno di ogni riunione”, stabilisce il Pontefice. Allo stesso modo, “delle riunioni del Consiglio episcopale viene redatto un verbale dal vescovo ausiliare con funzione di segretario, designato all’inizio del Consiglio, che mi deve essere inviato, e da conservare in apposita sezione dell’Archivio generale diocesano”. “Il cardinale vicario – prosegue il Santo Padre – nella sua funzione di coordinamento della pastorale diocesana agisce sempre in comunione con il Consiglio Episcopale, per cui si discosti dal suo parere concorde solo dopo aver valutato la questione con me”. Sempre il Consiglio episcopale dovrà esprimere il suo consenso alla nomina di cappellani, rettori delle chiese e responsabili dei servizi pastorali. Spetta ad esso inoltre l’elaborazione e la verifica del programma pastorale diocesano, nonché la formulazione delle linee direttive dell’azione pastorale, che però, scrive il Papa, “debbono essere approvate dal cardinale vicario e da me ratificate”. Deve essere approvato dal Papa anche il regolamento che regge il Consiglio diocesano per gli affari economici, organo che coadiuva il Pontefice nell’ambito dell’amministrazione economica della diocesi, indicando anche “criteri di trasparenza nella gestione dei fondi”.

Sulla stessa scia, presso il Vicariato di Roma viene istituita come organo di controllo interno, una Commissione indipendente di vigilanza con un proprio Regolamento approvato dal Papa, composta da sei membri, nominati sempre dal Pontefice, “di attestata competenza legale, civile e canonica, finanziaria e amministrativa, al di fuori di possibili conflitti di interesse, per la durata di un triennio”. Una volta l’anno deve relazionare al Santo Padre dopo essersi riunita a cadenza mensile e “aver verificato l’andamento amministrativo, economico e di lavoro del Vicariato”.

Con la nuova Costituzione cambia il ruolo del vicegerente che il Papa, contestualmente al documento, ha nominato nella persona del vescovo ausiliare Baldassare Reina.In base al nuovo ordinamento, il vicegerente di fatto assorbe i compiti del “prelato segretario”, normati nell’articolo 18 della precedente Costituzione, la cui figura non compare mai nel nuovo documento. Il vicegerente “coadiuva il cardinale vicario”, “coordina l’amministrazione interna della Curia diocesana”, “dirige gli uffici che compongono il Servizio della Segreteria generale del Vicariato”. Egli ha anche “il compito di moderare gli Uffici del Vicariato nell’esercizio delle loro funzioni” e “curare che i dipendenti del Vicariato svolgano fedelmente i compiti loro affidati”. Sempre al vicegerente, in un Decreto pubblicato il 6 gennaio, il Papa assegna la funzione di preposto del Palazzo apostolico lateranense e il compito di “verificare e sottopormi gli eventuali nuovi statuti e i regolamenti” di Opera Romana Pellegrinaggi, Caritas, Opera Romana Preservazione della Fede, Fondazioni, Confraternite, Arciconfraternite ed enti collegati al Vicariato. Quanto ai sette vescovi ausiliari, il Papa nella Costituzione scrive: “Sono miei vicari episcopali e hanno potestà ordinaria vicaria nel Settore territoriale per cui sono stati da me nominati”.

Nuove regole anche per la procedura di scelta dei nuovi parroci, dei quali “debbono essere valutate anche le caratteristiche spirituali, psicologiche, intellettuali, pastorali e l’esperienza compiuta nell’eventuale precedente servizio”. Nel caso dei candidati più giovani, si dovrà “raccogliere il parere dei formatori” e “dei vescovi che ne conoscono la personalità e le esperienze pregresse”. “Il cardinale vicario, compiuto l’iter – chiarisce il Papa – mi sottopone per l’eventuale nomina i candidati all’ufficio di parroco, e nomina i viceparroci”. Sempre al Papa il vicario, in vista di ordinazioni diaconali e presbiterali, dovrà sottoporre il profilo dei “candidati per l’eventuale ammissione agli Ordini sacri, ottenuto il consenso del Consiglio episcopale”.

Infine, nell’organigramma generale, si aggiungono nuovi uffici (ad esempio, quello di Pastorale carceraria), scompare il Tribunale d’appello, cosicché “le cause che erano devolute al Tribunale di appello del Vicariato di Roma sono trattate e decise dal Tribunale della Rota Romana”, e nasce il Servizio per la tutela di minori e persone vulnerabili, che riferisce al Consiglio episcopale tramite il vescovo ausiliare nominato dal Papa. Sir 7

 

 

 

 

Il Papa dopo le parole di padre Georg: “False notizie e tradimenti, ma Dio è nel silenzio”

 

I Magi portano in processione i loro doni e il corteo della befana fa divertire i bambini. Se il clima dell'Epifania investe anche San Pietro e dintorni, all'interno delle mura leonine sono forti le tensioni per gli sfoghi del segretario di Ratzinger, monsignor Georg Gaenswein. L'arcivescovo tedesco nelle ultime ore non ha fatto tanti giri di parole e ha puntato dritto alcune critiche contro Papa Francesco. E oggi il Pontefice, all'interno dell'omelia della messa, sembra avere inserito un paio di risposte che non possono non fare pensare ai fatti delle ultime ore. «Adoriamo Dio e non il nostro io; adoriamo Dio e non i falsi idoli che ci seducono col fascino del prestigio e del potere, con il fascino delle false notizie», ha detto il Papa. Poi parlando della fede ha detto che significa anche affrontare «sofferenze che scavano nella carne». «In questi momenti si levano dal nostro cuore quelle domande insopprimibili, che ci aprono alla ricerca di Dio» e tra queste: «Dov'è quell'amore che non passa, che non tramonta, che non si spezza neanche dinanzi alle fragilità, ai fallimenti e ai tradimenti?». All'Angelus ribadisce: «Il Signore s'incontra così: nell'umiltà e nel silenzio».

E oggi, di fronte ad un mondo che si chiede se Francesco possa replicare la scelta fatta da Benedetto e fare un passo indietro, Bergoglio manda invece un segnale chiaro riformando la diocesi di Roma. Che poi è la 'sua' diocesi e quella più vicina al Vaticano e che per Francesco deve essere più «missionaria» e più legata a lui. Mette dunque nero su bianco che il cardinale vicario, oggi Angelo De Donatis, «non intraprenderà iniziative importanti o eccedenti l'ordinaria amministrazione senza aver prima a me riferito». Una stretta dunque nel governo della Chiesa, a partire da Roma, che potrebbe dare l'idea del nuovo corso che Francesco intende intraprendere. E' un testo normativo nel quale Bergoglio non rinuncia però a fare dei rilievi contro chi esce dal seminato: «La Chiesa perde la sua credibilità quando viene riempita da ciò che non è essenziale alla sua missione o, peggio, quando i suoi membri, talvolta anche coloro che sono investiti di autorità ministeriale, sono motivo di scandalo con i loro comportamenti infedeli al Vangelo». Per Roma vede un futuro in cui le decisioni più importanti siano sotto il suo stretto controllo. In controluce si legge anche una gestione non ottimale, da parte del Vicariato, del caso del gesuita Marko Rupnik, accusato di abusi da diverse suore.

E' invece sempre nell'omelia della messa per l'Epifania, celebrata nella basilica vaticana, che ribadisce come non ci sia spazio per quella parte dei cattolici che guardano più alla forma che alla sostanza e che non si mettono in discussione: «La fede non cresce se rimane statica; non possiamo rinchiuderla in qualche devozione personale o confinarla nelle mura delle chiese, ma occorre portarla fuori, viverla in costante cammino verso Dio e verso i fratelli». Suona anche questa come una risposta indiretta ad un'altra delle accuse di mons. Gaenswein, quella di avere «spezzato il cuore» a Benedetto XVI quando decise di limitare il ricorso alla messa in latino. LS 7

 

 

 

 

Leggere la guerra in Ucraina con le lenti della dottrina sociale

 

Si chiama “Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace” il nuovo libro del vescovo Mario Toso. Un percorso di dottrina sociale per comprendere quali sono le linee cristiane di costruzione della pace - Di Andrea Gagliarducci

 

FAENZA. “Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace”. È già nel titolo il senso dell’ultimo lavoro del vescovo Mario Toso di Faenza-Modigliana, già segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ed esperto della dottrina sociale della Chiesa. La guerra in Ucraina, infatti, ha suscitato nuovi interrogativi, tra cui spicca quello di trovare un modo cristiano di approcciare non solo la guerra, ma soprattutto, la costruzione di una pace che sia duratura e giusta. Con una nota: che la legittima difesa non porta escalation nel conflitto, semmai contiene, e dunque non solo questa legittima difesa è necessaria, ma è anche parte di quella che sarà la costruzione di pace.

Il vescovo Toso parla di una “etica della pace” globale, che emerge a partire dalla costituzione conciliare Gaudium et Spes e che porta a “nel riconoscere come accettabili sia il ricorso alla forza per la legittima difesa individuale e collettiva sia l’azione non violenta attiva e creatrice”.

Sono opzioni però che hanno “condizioni molto strette che ne definiscono la legittimità morale. In breve, la legittima difesa dev’essere al servizio della giustizia, nella coerenza dell’uso di mezzi omogenei col fine, fintantoché l’azione non violenta non potrà abolire il diritto di ogni cittadino, specialmente dei deboli e degli innocenti, d’essere protetti dallo Stato a mezzo della forza se necessario”.

Ma a questa dottrina, Giovanni Paolo II arrivò addirittura a parlare di ingerenza umanitaria, nota il vescovo Toso, sorpassando “il diritto alla non-ingerenza negli affari interni di uno Stato”.

Come applicare tutto questo alla situazione odierna in Ucraina? La dottrina sociale riconosce un diritto alla legittima difesa, e anche l’invio di armi può essere considerato legittimo. Ma – argomenta il vescovo Toso – “la vera risposta non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione del pensiero, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali. Occorre abbracciare una cultura della cura dell’altro. Con la guerra nessuno vince. Con la guerra tutto si perde, tutto. Occorre sconfiggere la guerra. La soluzione è lavorare insieme per la pace, fare delle armi, come dice la Bibbia, strumenti per la pace”.

Da qui, la necessità di costruire istituzioni di pace, rispettando un diritto internazionale che “va inscritto in un più ampio ordine morale e sociale, che abbraccia sia le relazioni fra singole persone, sia quelle fra comunità di persone, sino a formare l’ordine della famiglia umana, comprensivo delle comunità politiche”.

E con la guerra in Ucraina “i basilari criteri del diritto internazionale sono stati violati non solo per i molti cadaveri ritrovati nelle «fosse comuni» (e il modo con cui sono stati rinvenuti), ma anche per i corridoi umanitari non garantiti - o lasciati credere garantiti e poi intenzionalmente violati - oppure non concessi, come pure per il bombardamento di edifici ospedalieri e scolastici”.

Così, l’autorità pubblica non può sfuggire eticamente al “diritto alla legittima difesa” del loro popolo, che include, appunto “il diritto a essere sussidiati nell’opera difensiva, che diviene cogente perché le risorse proprie sono insufficienti, mentre quelle degli Stati vicini abbondano”.

Scrive il vescovo Toso: “La legittima difesa non alimenta il conflitto, innescando una escalation militare, come alcuni pensano. Al contrario, invece, lo contiene (come può) nel suo tragico dilagare. Pertanto, non si può essere contrari all’invio di aiuti militari, con la motivazione che così si alimenterebbe la guerra, che certo diversamente si indebolirebbe o finirebbe, ma semplicemente per il dilagare di una situazione vicina al genocidio, lasciando morire o ferire chi forse si poteva salvare”.

Come i cristiani possono costruire istituzioni di pace, allora? Partendo dall’esempio della croce, che “non è propriamente apologia della sofferenza, del sacrificio e della morte”, e dunque “abbracciandola, Gesù la trasforma in atto d'accusa della violenza del sistema religioso-politico del suo tempo, da cui è rifiutato e ingiustamente condannato”. Così “Gesù invita a rinunciare alla strategia della violenza per assumere quella dell’amore attivo e creativo. Propone la giustizia dell’amore ? una forma più alta della giustizia, che cerca di stabilire una corrispondenza fra delitto e castigo ?, che libera il malvagio dalla spirale della violenza e dell’iniquità”.

Da questo esempio, si deduce che “la guerra va sconfitta predisponendo, a livello spirituale, sociale, economico, politico ed istituzionale, tutto ciò che la previene o la rimuove”.

Il vescovo Toso fa anche delle proposte per costruire istituzioni di pace: dalla radicale revisione delle regole del mercato globale delle armi alla costituzione di una Agenzia Internazionale per la Gestione degli Aiuti (AIGA), in cui far affluire, ad es., anche solo il 10% della spesa militare globale che in un decennio potrebbe sanare le attuali diseguaglianze strutturali; dalla revisione del trattato di non proliferazione nucleare alla riforma dell’attuale ONU in senso più democratico. E, infine, “la revisione trasformazionale dell’assetto delle istituzioni politico-giuridiche nate a Bretton Woods nel 1944 (FMI, OMS, Banca Mondiale, WTO) e divenute obsolete; la creazione di nuove istituzioni – dotate di poteri mondiali - relative alle migrazioni (OMM), all’ambiente (OMA), all’acqua; l’universalizzazione di una democrazia partecipativa, rappresentativa, inclusiva, deliberativa”. Aci 7

 

 

 

 

Sul sagrato di San Pietro il mondo ai funerali di Benedetto XVI

 

- Città del Vaticano. Nell'omelia Francesco ha citato le parole pronunciate sulla stessa piazza da Ratzinger il giorno dell'inizio del suo ministero petrino: "Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire per dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio". Presenti 120 cardinali tra cui una quindicina provenienti dall'Asia. Le spoglie tumulate nelle Grotte vaticane nella stessa tomba che fu di Giovanni Paolo II.

           

La bara di legno sul sagrato della basilica di San Pietro, sormontata dal libro dei Vangeli. È l’immagine che questa mattina ha scandito il rito delle esequie del papa emerito Benedetto XVI, che ha guidato la Chiesa dal 2005 al 2013, prima dei quasi dieci anni di preghiera silenziosa nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano seguiti alla rinuncia al ministero petrino. Dopo le 200mila persone che in questi giorni hanno reso omaggio alla salma, altre 50mila hanno gremito oggi la piazza.

        

 Papa Francesco ha presieduto il rito, coadiuvato dal decano del Sacro Collegio, il card. Giovanni Battista Re. Accanto a loro ben 120 i cardinali giunti da tutto il mondo, una quindicina quelli provenienti dall’Asia tra cui il novantenne vescovo emerito di Hong Kong Joseph Zen ze-kiun, il patriarca dei caldei Luis Sako e quello dei maroniti Bechara Rai, gli arcivescovi maggiori delle Chiese siro-malabarese e siro-malankarese, il card. Felipe Neri Ferrao arcivescovo di Goa e presidente della Conferenza dei vescovi di rito latino dell’India, il giovane cardinale della Mongolia Giorgio Marengo. Folta anche la presenza di rappresentanze ecumeniche tra cui anche quella del Patriarcato di Mosca.

    

Vicino al feretro hanno preso posto il segretario mons. Georg Gänswein e le Memores Domini che in tutti questi anni sono state accanto a Benedetto XVI. In prima fila anche le due delegazioni ufficiali dello Stato italiano e di quello tedesco, la nazionalità d'origine del papa emerito.

Nell’omelia papa Francesco - traendo spunto dalle parole di Gesù sulla croce “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” - ha invitato a riconoscere nella vita e nella morte di Joseph Ratzinger il “continuo consegnarsi nelle mani del Padre suo. Mani di perdono e di compassione, di guarigione e di misericordia, mani di unzione e benedizione, che lo spinsero a consegnarsi anche nelle mani dei suoi fratelli”. Del pastore che imita Gesù, Francesco ha sottolineato i tratti della “dedizione grata di servizio al Signore e al suo popolo”, della “dedizione orante, che si plasma e si affina silenziosamente tra i crocevia e le contraddizioni che deve affrontare”, della “dedizione sostenuta dalla consolazione dello Spirito, che sempre lo precede nella missione”.            

Nell’omelia centrale è stata la citazione di un brano delle parole che Benedetto XVI su questa stessa piazza pronunciò il 24 aprile 2005, durante la Messa di inizio pontificato: “Pascere - diceva Joseph Ratzinger, da pochi giorni eletto al soglio di Pietro - vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza”.

 

“Anche noi, saldamente legati alle ultime parole del Signore e alla testimonianza che marcò la sua vita - ha aggiunto Francesco - vogliamo, come comunità ecclesiale, seguire le sue orme e affidare il nostro fratello alle mani del Padre: che queste mani di misericordia trovino la sua lampada accesa con l’olio del Vangelo, che egli ha sparso e testimoniato durante la sua vita”.

 

“Il popolo fedele di Dio, riunito, accompagna e affida la vita di chi è stato suo pastore - ha detto ancora il pontefice -. Come le donne del Vangelo al sepolcro, siamo qui con il profumo della gratitudine e l’unguento della speranza per dimostrargli, ancora una volta, l’amore che non si perde; vogliamo farlo con la stessa unzione, sapienza, delicatezza e dedizione che egli ha saputo elargire nel corso degli anni. Vogliamo dire insieme: ‘Padre, nelle tue mani consegniamo il suo spirito’. Benedetto, fedele amico dello Sposo - ha concluso papa Francesco - che la tua gioia sia perfetta nell’udire definitivamente e per sempre la sua voce”.

 

Al termine del rito funebre, papa Francesco ha sostato in preghiera toccando con le mani il feretro di Benedetto XVI per la benedizione, mentre dalla folla in piazza San Pietro (come già era accaduto per Giovanni Paolo II) si è levato il grido “Santo subito”. Precedute dalla processione dei cardinali, le spoglie sono poi entrate nella basilica dove - in forma privata - sono state tumulate nelle Grotte vaticane. Per sua espressa volontà riposeranno nella stessa tomba che - fino alla traslazione avvenuta in occasione della beatificazione nel 2011 - è stata la sepoltura di san Giovanni Paolo II. AsiaNews 5

       

 

 

 

Papa Francesco, la pace è un cantiere sempre aperto che deve essere radicato nel Vangelo

 

L'udienza del Papa al Sermig, con l'Arsenale della Pace - Di Angela Ambrogetti

 

CITTÀ DEL VATICANO. "Che cosa si “fabbrica” nell’Arsenale della Pace? Che cosa si costruisce? Si fabbricano artigianalmente le armi della pace, che sono l’incontro, il dialogo, l’accoglienza. E in che modo si fabbricano? Attraverso l’esperienza" . Papa Francesco lo ha detto oggi ricevendo i membri del Servizio Missionario Giovani, Sermig, la realtà associativa fondata a Torino nel 1964. Il ha salutato il fondatore Ernesto Olivero e ricordato la storia del Sermig: "Nella storia del Sermig ci sono tanti avvenimenti, tanti gesti che si possono leggere come

piccoli e grandi segni di Vangelo vivo. Ma tra tutti ce n’è uno che, in questo momento storico, risalta con una forza straordinaria. Mi riferisco alla trasformazione dell’Arsenale Militare di Torino nell’“Arsenale della Pace”. Questo è un fatto che parla da solo. È un messaggio, purtroppo drammaticamente attuale".

E, prosegue il Papa, "mentre i signori della guerra costringono tanti giovani a combattere i loro fratelli e sorelle, ci vogliono luoghi in cui si possa sperimentare la fraternità" e quindi dice Francesco "non stancatevi mai di costruire l’Arsenale della Pace! Anche se l’opera può sembrare conclusa, in realtà si tratta di un cantiere sempre aperto" spiega Francesco "e i cantieri vanno avanti se chi ci lavora si lascia lavorare dentro dallo Spirito. Voi mi direte: e chi non crede?, e chi non è cristiano? Questo a noi può sembrare un problema, ma certo non lo è per Dio. Lui, il suo Spirito, parla al cuore di chiunque sappia ascoltare. Ogni uomo e donna di buona volontà può lavorare negli Arsenali della pace, della speranza, dell’incontro e dell’armonia".

Serve però un cuore "ben radicato nel Vangelo. Ci vuole una comunità di fede e di preghiera che tiene acceso il fuoco per tutti". E conclude Francesco: "qui si vede anche il senso di una comunità di persone che abbracciano integralmente la vocazione e la missione della fraternità e la portano avanti in maniera stabile". Aci 7

 

 

 

 

Padre Georg e il bacio alla bara di Ratzinger: «Distruggerò le sue carte private. Francesco mi ha scioccato»

 

Il libro del segretario particolare di Benedetto XVI: «Il suo successore fece di me un prefetto dimezzato, nacquero due tifoserie sui pontefici» - di Virginia Piccolillo

 

Si è avvicinato lentamente. Ha aiutato a sistemare il Vangelo sulla bara. Si è inginocchiato. E, prima di andar via, ha baciato il legno di cipresso.

Lo ha dato così monsignor Georg Gänswein l’ultimo saluto a Joseph Aloisius Ratzinger: per tutti il Papa emerito, per lui l’uomo con cui ha condiviso le amarezze della vita dopo il ritiro.

 

Lui, che nel lontano 2003 era stato scelto come segretario personale dall’allora cardinal Ratzinger,diventa ora la «famiglia» del Papa emerito assieme alle quattro memores domini che ieri, in prima fila, visibilmente commosse, hanno presenziato alla cerimonia fino alla parte più privata della tumulazione.

Ma Gänswein era anche il detentore dei suoi segreti che ora nel libro in uscita Nient’altro che la Verità (Piemme) annuncia di voler, in parte, distruggere: «La fine è segnata». «I fogli privati di ogni tipo devono essere distrutti. Questo vale senza eccezioni e senza scappatoie», gli avrebbe ordinato il papa emerito.

 

Aggiungendo «precise istruzioni, con indicazioni di consegna che mi sento in coscienza obbligato a rispettare, relative alla sua biblioteca, ai manoscritti dei suoi libri, alla documentazione relativa al Concilio e alla corrispondenza».

Il cardinale esclude che fra questi ci sia anche un dossier su Emanuela Orlandi: «Non è mai esistito».

E ora? Gänswein si definisce un «prefetto dimezzato» alludendo al congedo ricevuto da Papa Bergoglio: «Mi disse: lei rimane prefetto ma da domani non torni al lavoro». Rivela il vano tentativo di Ratzinger di intercedere in suo favore. E la battuta del Papa emerito: «Penso che Papa Francesco non si fidi più di me e desideri che lei mi faccia da custode...».

 

E se adesso appare sempre di più come punto di riferimento per la corrente conservatrice, quella più in contrasto con Papa Francesco, lui stesso descrive questo scenario: il problema, racconta nel libro, non è stato «tanto quello della coesistenza dei due papi, uno regnante e uno emerito, quanto la nascita e lo sviluppo di due tifoserie».

 

Col tempo, dice, «ci si rese conto sempre di più che effettivamente c’erano due visioni della Chiesa» e che «queste due tifoserie» creavano una «tensione» spesso fondandosi su affermazioni o atteggiamenti di Francesco e Benedetto «talvolta con invenzioni».

Una faglia che si allarga a ogni dichiarazione di padre Georg: l’ultima sul «cuore spezzato» di Ratzinger per lo stop di Francesco alla messa in latino. E si fa più profonda anche grazie a blog e siti. Fra questi quello descritto in sintonia con Gänswein è Silere non possum che ieri titolava: «Saltano gli altarini sul non detto di questi anni». Rimproverava a Bergoglio di aver «sempre temuto» il predecessore e aver voluto per lui «un funerale come ogni altro cardinale». E precisava che «nell’ovile cattolico ci sono anche quelli che non vogliono una chiesa alla “volemose bene”, ma una seria istituzione di Cristo che vuole la salvezza dell’anima».

 

Nel libro padre Georg ripercorre le tappe di quel crescendo di incomprensioni. A partire dal «no» di Francesco all’Appartamento papale.

 

«Di solito dormo come un sasso. Ma nel pensare all’Appartamento non ho chiuso occhio», gli disse Bergoglio. E a un gruppo di studenti delle scuole gesuite spiegò: «Per me è un problema di personalità. Ho bisogno di vivere tra la gente e se vivessi solo, forse un po’ isolato, non mi farebbe bene». Gänswein stesso - nel libro intervista scritto con Saverio Gaeta - riferisce di aver sintetizzato a un professore che gli chiese come mai non andasse a vivere lì con: «Motivi psichiatrici». Ricorda come lui provò a far notare che «per tutti quelli che passavano di sera davanti alla Basilica vaticana era un punto di riferimento la luce accesa nell’Appartamento pontificio e che ci sarebbe stata sicuramente nostalgia se si fosse modificata la residenza». «Però ebbi l’impressione che le migliaia di chilometri di distanza da Roma non lo avevano reso partecipe di tale sensibilità», conclude.

 

In un altro passo dell’intervista , assicura che fra i due Papi il rapporto era «affettuoso», con scambi di vino e dulce de leche argentini e dolci tirolesi delle memores e limoncello.

Tuttavia, morto Ratzinger le insidie per Francesco non mancheranno. Pure a causa delle voci di sue possibili dimissioni per le condizioni di salute, alimentate anche strumentalmente.

La prima sfida sarà gestire le richieste dei fedelissimi di Benedetto XVI di una procedura fast di beatificazione, già manifestate ieri in piazza con lo striscione «Santo subito».

 

Gänswein scrive: «Personalmente non ho dubbi sulla sua santità, però, ben conoscendo anche la sensibilità espressami da Benedetto XVI, non mi permetterò di fare alcun passo per accelerare il processo canonico». CdS 6

 

 

 

 

Papa Francesco: Epifania, “la fede non cresce se rimane statica”

 

Papa Francesco: Epifania, “il cammino della fede inizia quando facciamo spazio all’inquietudine”

 “L’inquietudine di chi si interroga” è quella che vivono i Magi, che “abitati da una struggente nostalgia di infinito” scrutano “il cielo e si lasciano stupire dal fulgore di una stella, rappresentando così la tensione al trascendente che anima il cammino delle civiltà e l’incessante ricerca del nostro cuore”. Lo ha detto il Papa nell’omelia della messa per la Solennità dell’Epifania del Signore nella Basilica di San Pietro. “Il cammino della fede inizia quando, con la grazia di Dio, facciamo spazio all’inquietudine che ci tiene desti; quando ci lasciamo interrogare, quando non ci accontentiamo della tranquillità delle nostre abitudini – ha proseguito -, ma ci mettiamo in gioco nelle sfide di ogni giorno; quando smettiamo di conservarci in uno spazio neutrale e decidiamo di abitare gli spazi scomodi della vita, fatti di relazioni con gli altri, di sorprese, di imprevisti, di progetti da portare avanti, di sogni da realizzare, di paure da affrontare, di sofferenze che scavano nella carne”. Ogni giorno, ha aggiunto Francesco, il clima che respiriamo offre dei “tranquillanti dell’anima”, dei “surrogati per sedare la nostra inquietudine e spegnere queste domande: dai prodotti del consumismo alle seduzioni del piacere, dai dibattiti spettacolarizzati fino all’idolatria del benessere; tutto sembra dirci: non pensare troppo, lascia fare, goditi la vita!”. Per il Papa, “spesso cerchiamo di sistemare il cuore nella cassaforte della comodità, ma se i Magi avessero fatto così non avrebbero mai incontrato il Signore. Dio, invece, abita le nostre domande inquiete”.

 “Il secondo luogo in cui possiamo incontrare il Signore è il rischio del cammino”. Così ancora il Papa nell’omelia della messa per la Solennità dell’Epifania. I Magi “non si fermano a guardare il cielo e a contemplare la luce della stella, ma si avventurano in un viaggio rischioso che non prevede in anticipo strade sicure e mappe definite. Vogliono scoprire chi è il Re dei Giudei, dov’è nato, dove possono trovarlo. Per questo chiedono a Erode, il quale a sua volta convoca i capi del popolo e gli scribi che interrogano le Scritture. I Magi sono in cammino: la maggior parte dei verbi che descrivono le loro azioni sono verbi di movimento”. “Così è anche per la nostra fede – ha osservato Francesco -: senza un cammino continuo e un dialogo costante con il Signore, senza ascolto della Parola, senza perseveranza, non può crescere. Non basta qualche idea su Dio e qualche preghiera che acquieta la coscienza; occorre farsi discepoli alla sequela di Gesù e del suo Vangelo, parlare con Lui di tutto nella preghiera, cercarlo nelle situazioni quotidiane e nel volto dei fratelli. Da Abramo che si mise in viaggio per una terra ignota fino ai Magi che si muovono dietro la stella, la fede è un cammino, un pellegrinaggio, una storia di partenze e di ripartenze. Ricordiamoci questo: la fede non cresce se rimane statica; non possiamo rinchiuderla in qualche devozione personale o confinarla nelle mura delle chiese, ma occorre portarla fuori, viverla in costante cammino verso Dio e verso i fratelli”.

“Il terzo luogo in cui incontrare il Signore è lo stupore dell’adorazione”. Nella conclusione dell’omelia Papa Francesco ha ricordato che “a nulla serve attivarci pastoralmente se non mettiamo Gesù al centro, adorandolo”: “Lì impariamo a stare davanti a Dio non tanto per chiedere o fare qualcosa, ma solo per sostare in silenzio e abbandonarci al suo amore, per lasciarci afferrare e rigenerare dalla sua misericordia. Come i Magi, prostriamoci, arrendiamoci a Dio nello stupore dell’adorazione. Adoriamo Dio e non il nostro io; adoriamo Dio e non i falsi idoli che ci seducono col fascino del prestigio e del potere; adoriamo Dio per non inchinarci davanti alle cose che passano e alle logiche seducenti ma vuote del male”. Infine, l’invito a non lasciare “che si spenga in noi l’inquietudine delle domande; non arrestiamo il nostro cammino cedendo all’apatia o alla comodità; e, incontrando il Signore, arrendiamoci allo stupore dell’adorazione”. Riccardo Benotti, sir 6

 

 

 

 

Perché sui funerali di Ratzinger aleggiava il senso di una doppia fine

 

Il pontificato di Ratzinger ha mostrato le fragilità della Chiesa, l’ingovernabilità della macchina vaticana, la fine del papato europeo. E la Chiesa - ammalatasi della crisi europea - vive un momento di frantumazione, e si affaccia a un futuro nebbioso - di Andrea Riccardi

 

Il clima dei funerali di Benedetto XVI era triste. Non era solo la mestizia funebre.

Aumentava la sensazione la nebbia, rara a Roma. Ratzinger è stato una personalità grande: come intellettuale e Papa. Morto — direbbe la Bibbia — «sazio di giorni».

 

Eppure un senso di fine aleggiava sulla liturgia. Francesco, con le rosse vesti del lutto papale, aveva un volto grave e non ha nascosto le lacrime dopo il commiato.

 

La fine di un uomo e di un mondo. Wojtyla fu il primo Papa non italiano dal 1553. Sembrò un salto. Ma, con Ratzinger, si vide che un Papa europeo, polacco dell’asburgica Cracovia o bavarese, non era lontano da un italiano (il bresciano Montini o il bergamasco Papa Giovanni). Il papato italo-europeo era considerato capace di gestire la Chiesa universale. Dopo la forza carismatica di Wojtyla (che, per il cardinal Martini, copriva un po’ i problemi), il papato di Ratzinger ha invece mostrato le fragilità della Chiesa e l’ingovernabilità della macchina vaticana.

 

Sia Ratzinger che Wojtyla hanno creduto alla funzione centrale dell’Europa nell’ecumene cattolica, origine dello slancio mondiale del Papa polacco. Questi disse drammaticamente: «Se si perde l’Europa, tanto è perduto del cattolicesimo».

 

I funerali hanno mostrato la fine del papato europeo già manifestata dall’elezione di Francesco, venuto «quasi dalla fine del mondo».

 

Il cattolicesimo si è ammalato della crisi europea o forse è parte di essa. Lo mostrano i pochi praticanti, le scarse vocazioni (in un continente che inviava missionari ovunque).

 

Il funerale di Ratzinger non ha mostrato la forza dei conservatori e dei tradizionalisti. Il numero dei fedeli in piazza era relativo. L’operazione di fare del Papa emerito un anti Francesco non funziona. Il mondo tradizionalista non ha coesione. E poi quanti cattolici s’interessano ai «due Papi»?

 

Il problema del cattolicesimo oggi è che vive nel tempo dell’«io», il soggettivismo rapido dei social, mentre il «noi», la Chiesa o le varie realtà sociali, si sfarinano.

 

Ma non ci sono due correnti nella Chiesa, bensì un fenomeno di frantumazione e poche visioni comuni, come nella società europea.

 

Lo stesso ceto dirigente della Chiesa, non più centrato su un coagulo europeo, non ha trovato nuovi equilibri. I cambiamenti — lo insegna Montini — si fanno con una rinnovata classe dirigente.

 

Il funerale di Benedetto XVI era abitato dalla stanchezza, come in Europa. La risposta dei «forti» leader sovranisti, il polacco o l’ungherese, venuti ad omaggiare il Papa della tradizione, non è risolutiva.

 

Francesco, di fronte a questo scenario, non ha parlato di storia o di futuro, limitandosi a evocative parole credenti. La sobrietà del funerale sta nelle parole più che nel rito.

Forse il Papa l’ha fatto consapevole che l’antica Chiesa di Roma vive una transizione verso un futuro ancora un po’ nebbioso. CdS 6

 

 

 

Così la Germania ha detto addio al “suo” Papa

 

Il 10 gennaio la messa di requiem solenne nel duomo di Regensburg - Di Giacomo König

 

BONN. Alle ore 11, poco prima della fine della Messa solenne di esequie celebrata in piazza San Pietro da Papa Francesco per il Papa Emerito Benedetto XVI, su disposizione della Conferenza Episcopale Tedesca (CET) le campane delle ventisette diocesi della Repubblica Federale hanno suonato per dare l’addio al pontefice tedesco.

Il Ministro dell’Interno della Germania, Nancy Faeser, ha disposto bandiere a mezz’asta in tutti gli edifici pubblici del Paese. Bandiere listate a lutto invece nel Bayern (il Land di origine di Papa Ratzinger, nato a Marktl nel 1927) e nel Nord Reno-Vestfalia.

Un libro ufficiale delle condoglianze è stato aperto da lunedì 2 fino a mercoledì 4 gennaio presso la Nunziatura Apostolica di Berlino. Il vescovo Georg Bätzing, presidente della Conferenza dei vescovi tedeschi, e il nunzio apostolico in Germania Nikola Eterovi? lo hanno firmato per primi a nome della Chiesa cattolica in Germania. Successivamente le persone hanno potuto firmarlo per tre giorni dalle ore 10 alle 17. In molte altre città è stato allestito un libro delle condoglianze. Per esempio nella cattedrale di Limburgo, nella sede della CET e nel duomo di San Martino nella ex capitale federale Bonn.

Sul sito web della CET è stata allestita una pagina in onore di Benedetto XVI dove, oltre a trovare notizie sulla vita, sulle opere e sul Pontificato del Papa Emerito, è possibile esprimere il proprio cordoglio accendendo candele virtuali. A giudicare dalla geolocalizzazione delle candele accese, l’affetto dei fedeli tedeschi si concentra ovviamente di più nel Bayern, Land dove Joseph Ratzinger ha avuto i natali e dove aveva prestato servizio come Arcivescovo di Monaco e Frisinga. 

Significativa la pagine della diocesi di Regensburg con una serie di magnifiche foto. Una messa da Requiem sarà celebrata a Ratisbona il 10 gennaio 2023 alle ore 18. Dalla morte del Papa emerito, la diocesi di Ratisbona ha innalzato per sette giorni le bandiere del lutto. Fino al funerale oggi a Roma, è stato recitato il rosario quotidianamente  nella cattedrale di Ratisbona. Il 10 gennaio 2023, alle 18:00, il vescovo Rudolf Voderholzer celebrerà un requiem per i defunti nella cattedrale di San Pietro a Ratisbona. 

Le esequie di Benedetto XVI a piazza San Pietro sono state trasmesse in diretta dal canale ZDF. Il lutto per la scomparsa del pontefice tedesco proseguirà nei prossimi giorni, quando in tutte le diocesi tedesche verrà celebrata una Messa di requiem per il Papa Emerito.

Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, e il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la promozione dell'unità dei cristiani, hanno proposto di elevare Benedetto XVI al titolo di “dottore della Chiesa”. Aci 6

 

 

 

Georg Gänswein ricorda Benedetto XVI, intervista esclusiva per EWTN

 

Oggi ricorrono i dieci anni di ordinazione episcopale dell'arcivescovo - Di EWTN Rome Newsroom

 

CITTÀ DEL VATICANO. Oggi ricorrono per l'arcivescovo Georg Gänswein i 10 anni della sua ordinazione episcopale ricevuta dalle mani di Benedetto XVI poco prima dell'annuncio della Rinuncia. In questa giornata pubblichiamo in italiano in esclusiva la intervista concessa dall'arcivescovo al gruppo editoriale EWTN di cui è parte Aci Stampa sui ricordi di Benedetto XVI.

Eccellenza, come stava il Papa emerito Benedetto verso la fine della sua vita?

Contrariamente a quanto pensava, ha vissuto fino a una vecchiaia matura. Era convinto che, dopo le sue dimissioni, il Buon Dio gli avrebbe concesso solo un altro anno. Nessuno probabilmente era più sorpreso di lui nel vedere che questo "altro anno" si è rivelato essere un bel po' di anni in più.

Verso la fine, era fisicamente molto debole, molto fragile, ovviamente, ma - grazie a Dio - la sua mente era più lucida che mai. Ciò che era doloroso per lui, era vedere la sua voce diventare più sottile e più debole. Aveva dipeso tutta la sua vita dall'uso della sua voce, e questo strumento si era gradualmente perso.  Ma la sua mente era sempre chiara, era sereno, composto, e noi - che eravamo sempre intorno a lui, che vivevamo con lui - potevamo sentire che era in dirittura d'arrivo e che aveva una fine. E questa fine la aveva sempre in vista.

Aveva paura di morire?

Non ha mai parlato di paura. Ha sempre parlato del Signore, della sua speranza che, quando finalmente si sarebbe arrivato davanti a Lui, gli avrebbe mostrato mitezza e misericordia, conoscendo, naturalmente, delle sue debolezze e dei suoi peccati, la sua vita... Ma - come disse San Giovanni -: Dio è più grande del nostro cuore.

Ha passato molti anni al suo fianco. Quali sono stati i momenti chiave secondo Lei?

Beh, per me tutto è iniziato quando sono entrato nella Congregazione per la Dottrina della Fede quando lui (il Cardinale Ratzinger) era Prefetto. Poi sono diventato il suo segretario. Doveva durare al massimo qualche mese, ma, alla fine, è durato due anni.

Poi Giovanni Paolo II morì e Joseph Ratzinger divenne Papa Benedetto XVI; ho trascorso tutti quegli anni come segretario privato al suo fianco, e poi, naturalmente, anche quando era Papa emerito. Era stato più a lungo  Papa emerito che Papa regnante

Ciò che mi ha sempre impressionato, e persino sorpreso, è stata la sua gentilezza; quanto fosse sereno e gentile, anche in situazioni molto estenuanti, molto impegnative – e, a volte, anche molto tristi dal punto di vista umano.

Non ha mai perso la calma; non ha mai perso la calma! Al contrario: più grande era la sfida, più diventava silenzioso e povero di parole. Ma questo ha avuto effetti molto buoni e positivi su coloro che lo circondavano.

Tuttavia, non era affatto abituato a grandi folle. Naturalmente, come professore, era abituato a parlare di fronte a un vasto, anche molto vasto pubblico di studenti. Ma quello era lui come professore che parlava agli studenti. Più tardi, come Papa, tutti questi incontri con persone di diversi paesi, la loro gioia ed entusiasmo, sono stati, ovviamente, un'esperienza molto diversa.

Doveva abituarsi, e non era facile trovare la strada giusta. Ma non ha lasciato che qualche esparto di media gli dicesse cosa fare - ha semplicemente e naturalmente assunto il compito, e infine - come posso dire - è cresciuto.

Stavamo parlando della sua mitezza, di come ha affrontato coloro che lo circondavano. Puoi darci un esempio?

Ricordo un incontro con vescovi e cardinali, durante il suo periodo come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. L'argomento era tale che le cose si riscaldavano abbastanza rapidamente, sia in termini di contenuto che di dichiarazioni verbali. Si doveva parlare italiano dato che era la lingua comune. E ho potuto vedere che gli italiani di madre lingua erano, ovviamente, più veloci e più forti, mostravano anche un po’ di aggressività.

Nel suo modo molto semplice, un po' tranquillo, prima ha attenuato l'atmosfera aggressiva, cercando di passare dal tono al contenuto. Ha semplicemente detto: “Gli argomenti sono convincenti o non sono convincenti; il tono può essere inquietante o utile. Suggerisco di aiutarci a vicenda per abbassare I toni e rafforzare gli argomenti”.

Puoi dirci di più su di lui come essere umano? Come ha interpretato la missione di Papa? Dopo tutto, era un essere umano che doveva affrontare quel compito...

Sicuramente l'ultima cosa che desiderava, era diventare Papa all'età di 78 anni. Ma fu eletto Papa, accolse questo impegno, lo vide come la volontà di Dio, e assunse questo compito. All'inizio, c'era una certa insicurezza, momentanea: le telecamere e i fotografi erano ovunque, e non era più possibile una vita privata, una vita normale.

Ma potevo sentire come si mettesse semplicemente in questa situazione, confidando fermamente nell'aiuto di Dio, che gli avrebbe dato i doni che gli mancavano e di cui aveva bisogno; confidando che con ile sue doti naturali, ma anche con l'aiuto di Dio, sarebbe stato in grado di svolgere l'ufficio a lui affidato, gestendolo in modo tale che sarebbe stato davvero a beneficio di tutta la Chiesa e dei fedeli.

All'inizio ha detto che la parola - la parola parlata, ma anche la parola scritta - era il suo strumento, per così dire. Quali dei suoi scritti, le sue lettere encicliche, i suoi libri, sono importanti per Lei personalmente?

Come Papa, ha scritto tre lettere encicliche; la quarta insieme a Papa Francesco e poi pubblicata anche da Papa Francesco: Lumen fidei, sulla fede. Devo confessare che Spe salvi è l'enciclica che mi ha dato personalmente più nutrimento spirituale, e credo anche che, di tutte le sue importanti lettere encicliche, questa alla fine "vincerà la corsa".

Ho iniziato a leggere il suo lavoro quando ero ancora studente e seminarista a Friburgo; ho letto tutto, e questo, naturalmente, ha influenzato la mia personale crescita spirituale. Penso che una delle cose che rimarrà, sia sicuramente la “Trilogia di Gesù”. Originariamente, doveva essere solo un volume. Lo iniziò quando era cardinale, e finì il primo volume come Papa. E pensava che il Buon Dio gli avrebbe dato abbastanza forza solo per il primo libro.

Voleva che, tra gli scritti che sono stati pubblicati sotto il suo nome - oltre ai testi ufficiali che ha scritto come Papa, ovviamente, le sue lettere encicliche per esempio - la "Trilogia di Gesù", il suo "Libro di Gesù" in tre volumi, fosse visto come il suo testamento spirituale e intellettuale. Iniziò a scriverlo come cardinale, e poi continuò come Papa. All'inizio ha detto: "Ora è il momento di finire, chissà quanto durerà la mia forza".

La sua forza è durata, ha iniziato il secondo volume e così via. Questi tre volumi contengono tutto il suo essere personale come sacerdote, vescovo, cardinale e Papa, ma anche tutte le sue ricerche teologiche, tutta la sua vita di preghiera - in una forma che, grazie a Dio, può essere facilmente compresa; una forma che è scritta al più alto livello accademico, ma sarà anche, per i fedeli, la sua duratura testimonianza personale. E proprio questa era l'intenzione. Con questo libro, questa forma di proclamazione della fede, voleva rafforzare le persone nella fede, condurle alla fede e aprire le porte alla fede.

Quale di questi pensieri abbraccerà personalmente, quali l'hanno aiutata di più?

Quando guardo il libro su Gesù, la cosa cruciale è che questo libro non descrive qualcosa del passato - questa persona, anche se è il Salvatore - ma parla del presente. Cristo ha vissuto, ma è ancora vivo. Leggere questo libro aiuta a stabilire la connessione, per così dire, oggi, con Cristo. Non leggo solo qualcosa che è successo. È successo qualcosa, sì, ma quello che è successo ha un significato per me, per tutti quelli che lo leggono, per la mia vita personale di fede. E questo, credo, è decisivo, nel senso che Joseph Ratzinger, Papa Benedetto, non minimizza, toglie o salta nulla da ciò che la Chiesa professa per quanto riguarda la fede. E questo, per me, è qualcosa che rimane. Ho letto il primo volume diverse volte, l'ho letto più e più volte per accompagnare certe stagioni della mia vita. Posso solo consigliarlo, è molto utile, un vero nutrimento spirituale.

Come ha vissuto la sua fede?

La fede gli è stata trasmessa dai suoi genitori, in modo molto naturale, molto normale, e ha avuto un'influenza molto forte su di lui. Ciò che ricevette dai suoi genitori e successivamente dai suoi insegnanti, dai suoi direttori spirituali, lo ha approfondito nella sua stessa vita, soprattutto attraverso i suoi studi, ma anche attraverso le sue lezioni. E ciò che aveva approfondito in questo modo, è diventato la sua vita di fede. Ho sempre avuto l'impressione - e non credo di essere l'unico - che ciò che hanno detto il professor Ratzinger, il vescovo Ratzinger, l'arcivescovo e il cardinale Ratzinger o Papa Benedetto, non fosse qualcosa da recitare perché faceva parte dell'ufficio: era, per così dire, "la sua carne". Era ciò che credeva e ciò che voleva trasmettere, in modo da poter trasmettere questa fiamma agli altri e farla ardere intensamente.

Un Papa ha tempo per la preghiera, per il silenzio?

Dipende da come gestisci il tuo tempo. Se qualcosa è importante per me, cerco di trovare il tempo necessario. E non solo il tempo che mi può rimanere, ma il tempo che ho già programmato quando pianifico la mia giornata. Quello che ho sperimentato con lui come cardinale, ma anche come Papa – dopo tutto, ho vissuto con lui – è stato che avevamo sempre orari di preghiera fissi. C'erano eccezioni, ovviamente, per esempio quando eravamo in viaggio. Ma i tempi di preghiera erano sacrosanti.

In concreto, questo significava: Santa Messa, breviario, rosario, meditazione. C'erano tempi fissi, ed era mio compito attenermici, e non dire: questo è importante ora, questo è molto importante e questo è ancora più importante. Ha detto: “La cosa più importante è che Dio sia sempre al primo posto. In primo luogo, dobbiamo cercare il Regno di Dio, tutto il resto sarà in aggiunta”. È una frase semplice, e suona bene. Ma non è così semplice attenervisi. "Ma questo è il motivo per cui è vero e perché devi aiutare a garantire che rimanga così".…

I santi sono un modello per la nostra vita cristiana. Chi era il santo preferito di Papa Benedetto?

Il suo santo preferito era San Giuseppe, ma fu presto raggiunto da Sant'Agostino e San Bonaventura. E questo semplicemente perché aveva studiato queste due grandi figure della Chiesa molto intensamente, e poteva vedere come rendevano fertile la sua vita spirituale e intellettuale.

Tra le donne - per non parlare solo degli uomini - la Vergine Maria è la numero uno, ovviamente. E poi direi Santa Teresa d'Avila, che, nella sua potenza e forza intellettuale e spirituale, ha dato una testimonianza che ha trovato molto impressionante. E poi - non ci crederete - c'è anche la piccola Santa Teresa del Bambino Gesù. Tra le più contemporanee, credo che possiamo includere anche Madre Teresa, grazie alla sua semplicità e convinzione. Infatti, quello che viveva era più di una semplice lezione di teologia, di teologia fondamentale o di qualsiasi altra materia. Ha vissuto il Vangelo, e questo, per lui, è stato decisivo...

Conosceva personalmente Madre Teresa, vero?

Sì, l'ha incontrata nel 1978 al “Katholikentag” di Friburgo. Mi è capitato di essere lì anch'io. Era arcivescovo da un anno, e io ero in seminario da un anno. Madre Teresa era lì, nella cattedrale di Friburgo, così come il cardinale di Monaco e Frisinga, Joseph Ratzinger.

Come ha fatto Joseph Ratzinger, Papa Benedetto a plasmare la Chiesa?

Come ha sottolineato nell'omelia che ha segnato l'inizio del suo Pontificato, quando ha assunto la sua carica, non aveva nessun programma di governo, nessun programma ecclesiale. Stava semplicemente cercando di proclamare la volontà di Dio, di affrontare le sfide del nostro tempo secondo la volontà di Dio. E voleva metterci tutto il cuore. Un programma non sarebbe stato utile, perché allora gli eventi si muovevano a una velocità senza precedenti, anche in situazioni difficili. Ed essere in grado di adattarsi a questo, era certamente uno dei suoi più grandi punti di forza. È stato veloce nel rilevare i problemi e sapeva che dovevano essere risolti con una risposta di fede. Non solo una risposta che aveva, per così dire, una base teologica, ma una che andava più in profondità, derivante dalla fede stessa, essendo sia teologicamente giustificata che convincente.

Ed è per questo che penso che il suo grande contributo, il suo grande sostegno ai credenti, sia stata la parola. Abbiamo già parlato della parola che è la sua più grande, la sua migliore "arma" – per quanto "marziale" sembri La parola la poteva gestire, e con la parola  poteva ispirare le persone e riempire i loro cuori.

Guardando indietro al suo pontificato, quali sono state le maggiori sfide che ha dovuto affrontare?

Era molto chiaro fin dall'inizio che la sfida più grande era quello che chiamava "relativismo". La fede cattolica e la Chiesa cattolica sono convinte che, in Gesù Cristo, la verità sia nata e sia diventata carne: “Io sono la via, la verità e la vita”.

E il relativismo alla fine dice: la verità che proclami è contro la tolleranza. Non tolleri altre convinzioni – cioè, all’interno del cristianesimo, per quanto riguarda la questione dell' ecumenismo –, non tolleri altre religioni, ci pensi poco. E questo non è vero, ovviamente. Tolleranza significa che prendo sul serio tutti nella loro fede, nelle loro convinzioni, e li accetto. Ma non significa che poi svaluti semplicemente la mia fede: la fede di cui sono convinto, la fede che ho ricevuto per trasmetterla. Tutto il contrario!

... Quello era relativismo - e poi abbiamo avuto la questione del rapporto tra fede e ragione. Questo è stato uno dei suoi punti di forza.

E poi, quando era Papa, è arrivata - inaspettatamente, ma in modo molto potente- l'intera questione degli abusi, una sfida che è arrivata in un modo così potente che non ci si sarebbe mai aspettato. In effetti, a questo proposito, aveva già svolto un ruolo importante come cardinale, quando le prime domande, le prime comunicazioni, le prime difficoltà, le prime segnalazioni di abusi sono arrivate dagli Stati Uniti. All'epoca, avevo già servito nella Congregazione per la Dottrina della Fede per due anni, e quindi ricordo molto bene come ha affrontato la situazione, e anche come ha dovuto superare una certa resistenza dall'interno. Non fu facile, ma gestiva molto bene questa sfida, e in modo decisivo e coraggioso, che in seguito si sarebbe dimostrato utile anche nel suo pontificato.

Diceva sempre: “Ci sono argomenti importanti, ma il più importante è la fede in Dio”. Questo è il centro, attorno al quale si sono evoluti la sua predicazione, il suo papato e il suo ministero pontificio: la convinzione "devo proclamare la mia fede in Dio". Questo è essenziale. Altri possono fare altre cose, ma l'obiettivo principale, il compito principale del Papa è proprio questo; e per quella testimonianza è e sarà sempre il primo testimone.

Quindi, l'annuncio di Dio era al centro del suo pontificato...

Esattamente, se posso riassumerlo così... La proclamazione della fede, la giustificazione del Vangelo. Per noi, Dio non è un'idea, un semplice pensiero: Dio è l'obiettivo della nostra fede. Infatti, in un certo momento, il centro della nostra fede si è incarnato, divenne un uomo: Gesù di Nazareth. E tutto quello che sappiamo da quel tempo é condensato nei Vangeli e nelle Scritture, nel Nuovo Testamento. E proclamarlo, proclamarlo in modo credibile e convincente, era il centro e l'obiettivo del suo ministero papale.

Parlando di abusi: non molto tempo fa, Papa Benedetto è stato menzionato nella relazione sugli abusi nell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga. Come ha reagito a queste accuse, che sono state successivamente confutate, ma comunque portate alla sua attenzione? Come lo ha vissuto soprattutto alla luce di tutti gli sforzi che aveva compiuto per indagare sugli abusi e combatterli?

Abbiamo già detto in che modo, come Prefetto, abbia dovuto affrontare le accuse provenienti dagli Stati Uniti, alla fine degli anni '80 e all'inizio degli anni '90, e che ha preso una posizione forte contro la resistenza interna ed esterna. E la stessa posizione chiara e inequivocabile è stata presa quando era Papa; ce ne sono molti esempi.

Quando fu poi personalmente accusato di aver gestito male i casi di abusi sessuali durante il suo periodo come arcivescovo di Monaco e Frisinga, dal 1977 al 1982, per lui fu davvero una sorpresa.

Gli è stato chiesto se avrebbe accettato di rispondere alle domande riguardanti l'indagine che ha esaminato la gestione di una successione di arcivescovi, dal cardinale Faulhaber all'attuale arcivescovo.

E lui ha detto: ci sto, non ho niente da nascondere. Se avesse detto "no", si sarebbe potuto pensare che nascondesse qualcosa.

Ci hanno inviato molte domande; e lui ha risposto. Sapeva di non aver fatto nulla di male. Ha dichiarato tutto ciò che poteva ricordare, è tutto nella relazione. Durante la stesura della nostra dichiarazione, abbiamo commesso un piccolo errore: non è stato un errore da parte di Papa Benedetto, ma una svista di uno dei nostri collaboratori, che si è subito scusato con lui con Benedetto. Ha detto che è stato un suo errore, che ha sbagliato una data per quanto riguarda la presenza o l'assenza in una riunione.

È stato immediatamente pubblicato e immediatamente corretto. Ma la narrazione che il Papa aveva mentito, purtroppo è rimasta. E questa è stata l'unica cosa che lo ha davvero scioccato: che fosse chiamato bugiardo.

Semplicemente non è vero. Ha poi scritto una lettera personale. Ha detto che questa sarebbe stata l'ultima parola sulla questione e che, dopo quella lettera, non avrebbe più commentato. Chi non gli crede o non vuole credergli, non deve farlo. Ma chi guarda i fatti onestamente e senza pregiudizi, deve dire: l'accusa di essere un bugiardo è semplicemente falsa. Ed è infame!

È stata un'accusa che lo ha davvero scioccato. Soprattutto perché è venuto da una parte che non si distingue esattamente per fare grandi cose nella sfera morale, ma al contrario. Era così moralista che si deve dire: è e rimane vergognoso! Ma non era l'ultima parola. Papa Benedetto disse: “Non ho nascosto nulla, ho detto quello che avevo da dire. Non ho altro da aggiungere, non c'è altro da dire.”

Poteva solo fare appello alla ragione, alla buona volontà e all'onestà, non c'era davvero molto altro da fare. Ed è esattamente quello che ha scritto nella sua lettera. Per tutto il resto, avrebbe dovuto rispondere al Buon Dio.

Infatti, è tutto lì, nei documenti e nei file. Chiunque agisca in buona fede può ricostruirlo e portare alla luce la verità.

Come ho detto, l'imparzialità è un prerequisito.nNon solo in questo caso, ma in linea di principio, ma soprattutto in questo caso. E chi è disposto ad agire con imparzialità, lo ha riconosciuto o lo riconoscerà.

Papa Benedetto era felice? Era soddisfatto, realizzato nel suo viaggio personale attraverso la vita?

Di tutti gli aggettivi che ha appena menzionato, direi che l'ultimo è vero: l'adempimento. Lo percepivo come qualcuno che era davvero soddisfatto da quello che stava facendo. Decise di dedicare la sua vita al sacerdozio. La sua prima vocazione, il suo primo amore, fu l'insegnamento, ovviamente. Ed è per questo che è diventato professore. Era semplicemente il suo destino.

E poi divenne vescovo, e infine venne a Roma. Era tutto in linea con la sua natura, la sua struttura intellettuale. Che sia diventato Papa era – come ho già detto – l’ultima cosa che si aspettava o voleva. Ma l'ha accettato, e in tutti i suoi compiti - per quanto ho potuto vedere -, era davvero soddisfatto e preparato a dare tutto.

Ho notato che ha dato qualcosa di se stesso, ha dato ciò che era più importante per lui. Quello che stava trasmettendo non era qualcosa che aveva raccolto da qualche parte: stava trasmettendo qualcosa di se stesso, qualcosa che veniva dalla sua stessa vita...

Ha avuto il tempo di pensare alla sua famiglia di origine, c'era ancora un legame? Come parlava della sua famiglia?

Considerando tutte le cose che si possono leggere, tutte le cose che ha detto e che ho sentito io stesso, devo dire che ha parlato solo con molto amore e con grande rispetto di ciò che hanno fatto i suoi genitori, soprattutto per i loro tre figli. Suo padre era un agente di polizia, non avevano molti soldi, eppure tutti i bambini avevano un'ottima istruzione - e questo era costoso! Ma ciò che era davvero decisivo, è stato l'esempio di fede che hanno dato loro. Ha sempre detto che questa era e rimaneva la base per tutto ciò che è venuto dopo.

Quale delle parole che ha detto ricorderà? Cosa rimarrà?

Beh, a questo punto, lasciatemi "svuotare il sacco".  a volte – specialmente durante il suo periodo come emerito – mi sono trovato in situazioni difficili; momenti in cui ho detto: Santo Padre, questo non può essere! Non riesco a farcela! La Chiesa corre contro un muro di mattoni! Non lo so: il Signore dorme, non c'è? Che cosa sta succedendo? E mi diceva: “Conosci un po' il Vangelo, vero? Il Signore dormiva sulla barca sul Mare di Galilea, quindi la storia va avanti. I discepoli avevano paura, stava arrivando una tempesta, stavano arrivando le onde. E lo svegliarono perché non sapevano cosa fare. E ha appena detto: cosa sta succedendo? Gesù ha dovuto dire solo poche parole alla tempesta, per chiarire che è il Signore, anche per il tempo e le tempeste”. E poi Papa Benedetto mi disse: “Guarda, il Signore non dorme!".

Quindi, se, anche in Sua presenza, i discepoli avessero paura, è abbastanza normale che i discepoli di oggi possano avere paura, qua e là. Ma non dimenticare mai una cosa: Il Signore è qui, e rimane qui. E in tutto ciò che ti preoccupa ora, è difficile per te ora, che pesa sul tuo cuore o sul tuo stomaco, è qualcosa che non devi mai dimenticare! Prendilo da me (dice il Signore). Allora agisco di conseguenza.”

Questo è qualcosa che, tra altre cose, è davvero nel profondo del mio cuore, e rimane saldamente ancorato lì.

Può condividere un altro aneddoto della sua vita con Papa Benedetto?

Papa Benedetto era un uomo con un buon senso dell'umorismo. Gli piaceva quando, anche nelle domande difficili, l'umorismo non era totalmente dimenticato, poiché può fornire una sorta di messa a terra, e anche una sorta di "filo" che ci porta "verso l'alto". Così, ho potuto notare qua e là, come in situazioni difficili, sia come cardinale che come Papa, ha cercato - non di provocare una sorta di "svolta divertente", che sembra troppo superficiale -, ma di portare un'oncia di umorismo, un elemento di umorismo che poteva"disintossicare" le cose.

E questo si è dimostrato molto prezioso per la mia vita, in alcune situazioni difficili. E ne sono molto grato.

Santo Subito ?

Questo era il messaggio che abbiamo potuto leggere al funerale di Giovanni Paolo II a Piazza San Pietro. Lo ricordo fin troppo bene: c'erano molti cartelli e anche grandi poster dipinti con la didascalia “Santo Subito”. Penso che andrà in questa direzione. Aci 6

 

 

 

 

Papa Francesco, l’omelia ai funerali: «Noi grati alla dedizione e alla delicatezza di Ratzinger. La sua gioia sia perfetta»

 

Le parole di Bergoglio in occasione delle esequie di papa Benedetto XVI a San Pietro - di Gian Guido Vecchi

 

CITTÀ DEL VATICANO — «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Giornata fredda e nebbiosa, Francesco comincia dal Vangelo di Luca, l’agonia, le ultime parole di Gesù prima della morte. E l’omelia del Papa davanti alla bara di cipresso del predecessore si dispiega, spirituale e solenne, come una lunga identificazione della vicenda umana di Benedetto XVI con il racconto evangelico: «È il Popolo fedele di Dio che, riunito, accompagna e affida la vita di chi è stato suo pastore. Come le donne del Vangelo al sepolcro, siamo qui con il profumo della gratitudine e l’unguento della speranza per dimostrargli, ancora una volta, l’amore che non si perde; vogliamo farlo con la stessa unzione, sapienza, delicatezza e dedizione che egli ha saputo elargire nel corso degli anni. Vogliamo dire insieme: “Padre, nelle tue mani consegniamo il suo spirito”», mormora Francesco, fino a esclamare: «Benedetto, fedele amico dello Sposo, che la tua gioia sia perfetta nell’udire definitivamente e per sempre la sua voce!».

 

Le ultime parole di Gesù in Croce, «il suo ultimo sospiro, potremmo dire, capace di confermare ciò che caratterizzò tutta la sua vita: un continuo consegnarsi nelle mani del Padre suo», dice Francesco. «Mani di perdono e di compassione, di guarigione e di misericordia, mani di unzione e benedizione, che lo spinsero a consegnarsi anche nelle mani dei suoi fratelli: il Signore, aperto alle storie che incontrava lungo il cammino, si lasciò cesellare dalla volontà di Dio, prendendo sulle spalle tutte le conseguenze e le difficoltà del Vangelo fino a vedere le sue mani piagate per amore. “Guarda le mie mani”, disse a Tommaso, e lo dice ad ognuno di noi. Mani piagate che vanno incontro e non cessano di offrirsi, affinché conosciamo l’amore che Dio ha per noi e crediamo in esso». Parole che sono «l’invito e il programma di vita che sussurra e vuole modellare come un vasaio il cuore del pastore, fino a che palpitino in esso i medesimi sentimenti di Cristo Gesù. Dedizione grata di servizio al Signore e al suo Popolo che nasce dall’aver accolto un dono totalmente gratuito: “Tu mi appartieni... tu appartieni a loro”, sussurra il Signore; “tu stai sotto la protezione delle mie mani, sotto la protezione del mio cuore. Rimani nel cavo delle mie mani e dammi le tue”». Sta parlando di Benedetto, il Papa, della «Dedizione orante» che «si plasma e si affina silenziosamente tra i crocevia e le contraddizioni che il pastore deve affrontare e l’invito fiducioso a pascere il gregge: come il Maestro, porta sulle spalle la stanchezza dell’intercessione e il logoramento dell’unzione per il suo popolo, specialmente là dove la bontà deve lottare e i fratelli vedono minacciata la loro dignità», scandisce.

 

«In questo incontro di intercessione il Signore va generando la mitezza capace di capire, accogliere, sperare e scommettere al di là delle incomprensioni che ciò può suscitare». Francesco cita l’omelia nella Messa di inizio del pontificato pronunciata da Benedetto XVI (qui il «Rogito» inserito nella bara), come un presentimento, il 24 aprile 2005: «Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza». Una dedizione, quella mostrata da Ratzinger in tutta la sua vita, «sostenuta dalla consolazione dello Spirito, che sempre lo precede nella missione: nella ricerca appassionata di comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo, nella testimonianza feconda di coloro che, come Maria, rimangono in molti modi ai piedi della croce, in quella pace dolorosa ma robusta che non aggredisce né assoggetta; e nella speranza ostinata ma paziente che il Signore compirà la sua promessa, come aveva promesso ai nostri padri e alla sua discendenza per sempre». Francesco alza lo sguardo ai fedeli: «Anche noi, saldamente legati alle ultime parole del Signore e alla testimonianza che marcò la sua vita, vogliamo, come comunità ecclesiale, seguire le sue orme e affidare il nostro fratello alle mani del Padre: che queste mani di misericordia trovino la sua lampada accesa con l’olio del Vangelo, che egli ha sparso e testimoniato durante la sua vita». Alla fine Francesco cita la Regola di San Gregorio Magno: «In mezzo alle tempeste della mia vita, mi conforta la fiducia che tu mi terrai a galla sulla tavola delle tue preghiere, e che, se il peso delle mie colpe mi abbatte e mi umilia, tu mi presterai l’aiuto dei tuoi meriti per sollevarmi». La consapevolezza, del pastore spiega, «che non può portare da solo quello che, in realtà, mai potrebbe sostenere da solo e, perciò, sa abbandonarsi alla preghiera e alla cura del popolo che gli è stato affidato».  CdS 6

 

 

 

 

La folla per Benedetto XVI: "Santo Subito!" Il Papa emerito riposa nelle Grotte Vaticane

 

Un posto speciale quello di Benedetto XVI. Il Papa emerito è stato sepolto infatti nelle Grotte Vaticane nella tomba che fu di Giovanni Paolo II. La folla acclama il Papa emerito "Santo Subito"- Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. E' l'ultimo tratto del viaggio di Papa Benedetto XVI. Quello da Piazza di San Pietro, dove sono stati celebrati i suoi funerali, alle tombe vaticane, dove il Papa emerito riposerà in pace in eterno. Molto sentita la celebrazione tra i fedeli in Piazza che hanno salutato il Papa emerito al grido "Santo Subito". Canti e applausi in quella che è stata una celebrazione semplice, come in fondo desiderava lo stesso Benedetto.

La salma del Papa emerito, già imbalsamata, è stata tumulata in forma privata subito dopo la celebrazione delle esequie. Benedetto XVI riposerà in eterno nelle Grotte Vaticane, chiuse al pubblico da qualche giorno proprio per la preparazione.

Un posto speciale quello di Benedetto XVI. Il Papa emerito è stato sepolto infatti nelle Grotte Vaticane nella tomba che fu di Giovanni Paolo II.

Le spoglie di Giovanni Paolo II avevano riposato nelle Grotte Vaticane, fino alla beatificazione avvenuta il 1° maggio 2011 e presieduta dallo stesso Papa Benedetto XVI. Da allora Giovanni Paolo II riposa nella Basilica Vaticana nella Cappella di San Sebastiano. "Si è conclusa la traslazione della salma del Papa emerito e la sua tumulazione nel luogo destinato delle grotte vaticane", fa sapere la Sala Stampa della Santa Sede intorno alle 12.43.

Le Grotte vaticane si trovano sotto la Basilica di San Pietro. All'interno delle Grotte si trovano le tombe di oltre 90 papi, alcuni monarchi e altri dignitari della chiesa, che risalgono al X secolo. Il Papa emerito riposerà quindi con Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo I.

Nel corso del rito, in forma privata, è stata messa una fettuccia intorno alla bara di Benedetto. Poi la bara di cipresso è stata posta all’interno di una bara più grande in zinco che è stata saldata e sigillata. Questa bara è inserita a sua volta in una cassa di legno, posta nel luogo in precedenza occupato, fino alla beatificazione, dal feretro di san Giovanni Paolo II. Papa Benedetto indossa e porta con sè anche l'anello di San Benedetto, un anello che gli è stato regalato.

Prima della tumulazione i fedeli hanno acclamato e applaudito Benedetto, un cartellone in Piazza S.Pietro recitava la scritta "Santo subito". Tanti gli applausi, i canti e la commozione dei pellegrini e dei fedeli che hanno accompagnato il Papa emerito in questo suo ultimo viaggio. Secondo la Gendarmeria vaticana erano presenti 50.000 fedeli. Erano in Piazza giovani, laici e soprattutto sacerdoti, poi famiglie, suore, gruppi dall’Italia e dalla Germania, con bandiere e stendardi. Non c'erano molti gruppi parrocchiali e movimenti, ma questo non ha impedito il grande afflusso con striscioni dal titolo "Papa Benedetto Magno". Presente anche la stampa, la Sala Stampa della Santa Sede conferma più di 600 giornalisti accreditati da tutto il mondo.

Sin da questa mattina alle 5.30 si intravedeva la fila di pellegrini che dopo i controlli volevano dare l'ultimo saluto a Papa Benedetto XVI. Nonostante la nebbia e l'umidità di oggi a Roma, si percepiva forte il calore della gente che ha sempre sostenuto Papa Benedetto e che da varie parti del mondo è venuta appunto a omaggiarlo. In questi giorni oltre 200mila persone hanno salutato il Papa emerito. Aci 5

 

 

 

 

Piazza San Pietro. Papa Francesco: “Benedetto, che la tua gioia sia perfetta!”

 

“Anche noi, saldamente legati alle ultime parole del Signore e alla testimonianza che marcò la sua vita, vogliamo, come comunità ecclesiale, seguire le sue orme e affidare il nostro fratello alle mani del Padre: che queste mani di misericordia trovino la sua lampada accesa con l’olio del Vangelo, che egli ha sparso e testimoniato durante la sua vita”. È il passo dell'omelia di Papa Francesco dedicato all'eredità di Joseph Ratzinger, nel giorno della sua nascita al cielo. “Benedetto, fedele amico dello Sposo, che la tua gioia sia perfetta nell’udire definitivamente e per sempre la sua voce!”, l'invocazione finale. "Santo subito!", il grido che si leva dalla piazza - M.Michela Nicolais

 

Una piazza San Pietro insolitamente avvolta nella nebbia, per raggiungere la quale decine di migliaia di fedeli si sono messi in fila fin dalle prima ore del mattino ai varchi. Il lungo e ripetuto applauso dei fedeli presenti in una piazza già piena un’ora prima dell’inizio dei funerali, mentre le campane della basilica suonavano a morto. Il Vangelo aperto sulla bara di cipresso, salutata dal grido “santo subito” che si leva dalla piazza appena il feretro rientra in basilica per il rito della sepoltura nelle Grotte Vaticane. Sono alcune istantanee dei funerali del Papa emerito Benedetto XVI, a cui hanno partecipato – per suo volere – soltanto due delegazioni ufficiali, quelle di Germania e Italia, rispettivamente suo paese natale e sua patria d’adozione, e al quale si sono unite molte altre delegazioni giunte a titolo personale da tutto il mondo. 3.700 i sacerdoti, oltre ai cardinali e vescovi, che hanno concelebrato con il card. Giovanni Battista Re, decano del collegio cardinalizio, durante il rito delle esequie presieduto da Papa Francesco, che ha tenuto l’omelia, tutta incentrata sulle ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce, ascoltate poco prima nel Vangelo: “Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito”.

“Anche noi, saldamente legati alle ultime parole del Signore e alla testimonianza che marcò la sua vita, vogliamo, come comunità ecclesiale, seguire le sue orme e affidare il nostro fratello alle mani del Padre”, il primo tratto dell’omelia riferita al Papa emerito: “che queste mani di misericordia trovino la sua lampada accesa con l’olio del Vangelo, che egli ha sparso e testimoniato durante la sua vita”. Poi la citazione di San Gregorio Magno: “In mezzo alle tempeste della mia vita, mi conforta la fiducia che tu mi terrai a galla sulla tavola delle tue preghiere, e che, se il peso delle mie colpe mi abbatte e mi umilia, tu mi presterai l’aiuto dei tuoi meriti per sollevarmi”. “È la consapevolezza del Pastore che non può portare da solo quello che, in realtà, mai potrebbe sostenere da solo e, perciò, sa abbandonarsi alla preghiera e alla cura del popolo che gli è stato affidato”, il commento di Francesco: “È il Popolo fedele di Dio che, riunito, accompagna e affida la vita di chi è stato suo pastore. Come le donne del Vangelo al sepolcro, siamo qui con il profumo della gratitudine e l’unguento della speranza per dimostrargli, ancora una volta, l’amore che non si perde; vogliamo farlo con la stessa unzione, sapienza, delicatezza e dedizione che egli ha saputo elargire nel corso degli anni. Vogliamo dire insieme: ‘Padre, nelle tue mani consegniamo il suo spirito’”.

“Benedetto, fedele amico dello Sposo, che la tua gioia sia perfetta nell’udire definitivamente e per sempre la sua voce!”, l’invocazione finale, che ha fatto da contraltare all’intensa meditazione della parte iniziale, in cui sono risuonate parole come dedizione e mitezza, “capace di capire, accogliere, sperare e scommettere al di là delle incomprensioni che ciò può suscitare”.

“Il suo ultimo sospiro – ha esordito il Papa – capace di confermare ciò che caratterizzò tutta la sua vita: un continuo consegnarsi nelle mani del Padre suo. Mani di perdono e di compassione, di guarigione e di misericordia, mani di unzione e benedizione, che lo spinsero a consegnarsi anche nelle mani dei suoi fratelli”. “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” – ha proseguito interpretando le ultime parole di Gesù – è l’invito e il programma di vita che ispira e vuole modellare come un vasaio il cuore del pastore, fino a che palpitino in esso i medesimi sentimenti di Cristo Gesù. Dedizione grata di servizio al Signore e al suo Popolo che nasce dall’aver accolto un dono totalmente gratuito: ‘Tu mi appartieni… tu appartieni a loro’, sussurra il Signore; ‘tu stai sotto la protezione delle mie mani, sotto la protezione del mio cuore. Rimani nel cavo delle mie mani e dammi le tue’. È la condiscendenza di Dio e la sua vicinanza capace di porsi nelle mani fragili dei suoi discepoli per nutrire il suo popolo e dire con Lui: prendete e mangiate, prendete e bevete, questo è il mio corpo che si offre per voi . Dedizione orante, che si plasma e si affina silenziosamente tra i crocevia e le contraddizioni che il pastore deve affrontare e l’invito fiducioso a pascere il gregge”.

“Come il Maestro, porta sulle spalle la stanchezza dell’intercessione e il logoramento dell’unzione per il suo popolo, specialmente là dove la bontà deve lottare e i fratelli vedono minacciata la loro dignità”,

l’esempio scelto dal Papa: “In questo incontro di intercessione il Signore va generando la mitezza capace di capire, accogliere, sperare e scommettere al di là delle incomprensioni che ciò può suscitare. Fecondità invisibile e inafferrabile, che nasce dal sapere in quali mani si è posta la fiducia. Fiducia orante e adoratrice, capace di interpretare le azioni del pastore e adattare il suo cuore e le sue decisioni ai tempi di Dio: ‘Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza’. Dedizione sostenuta dalla consolazione dello Spirito, che sempre lo precede nella missione: nella ricerca appassionata di comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo, nella testimonianza feconda di coloro che, come Maria, rimangono in molti modi ai piedi della croce, in quella pace dolorosa ma robusta che non aggredisce né assoggetta; e nella speranza ostinata ma paziente che il Signore compirà la sua promessa, come aveva promesso ai nostri padri e alla sua discendenza per sempre”. Sir 5

 

 

 

Due Papi ma spesso un pensiero comune

 

Sull’immigrazione, ad esempio, Benedetto XVI fu molto preciso: «Dobbiamo accoglierli. Spiegando che appena possibile dovranno ricostruire con l’aiuto internazionale il loro Paese. Ma finché fuggono davanti a un pericolo immediato di vita...» - di Gian Antonio Stella

 

«Papa Francesco ci perdonerà, ma nell’epoca dei due Pontefici, Papa Ratzinger era il nostro», ha scritto sul Giornale Augusto Minzolini. Il ragionamento, va detto, non era così sbrigativo ma il titolone raddoppiava: «Era il nostro Papa». Un’idea condivisa da una parte della destra. Come se ci fosse un Papa troppo schierato contro la corruzione, lo sfruttamento del pianeta, la cultura dello scarto e così via, e l’altro più attento ai buoni valori di una volta. Ma è così?

Mah... Su almeno un punto, come ammise nell’estate 2009 perfino un Bossi furente («La Chiesa fa il suo mestiere, noi il nostro») per le critiche alla tesi del ministro dell’interno Maroni («contro l’immigrazione non bisogna essere buonisti ma cattivi, determinati»), i due Papi l’hanno sempre pensata, di fatto, allo stesso modo. Basti rileggere, ad esempio, l’intervista data dal futuro papa Joseph Ratzinger al Corriere dopo il tragico Venerdì Santo del 1997 quando una nave di albanesi, speronata per errore da una motovedetta italiana (al governo c’era il centrosinistra), affondò con 81 morti. Scosso dalle persistenti invocazioni a «ributtare in mare gli albanesi», bollò l’idea come «inumana»: «Dobbiamo accoglierli. Spiegando che appena possibile dovranno ricostruire con l’aiuto internazionale il loro Paese. Ma finché fuggono davanti a un pericolo immediato di vita...».

Di più: «Il punto è che qui ci sarà anche un po’ di crisi ma rispetto agli albanesi viviamo in un certo benessere. E non vogliamo essere “disturbati”». Di più ancora: «Certo, c’è da distinguere la posizione degli elementi criminali... Ma chiudere semplicemente le frontiere non si può». Confidò che sentir parlare di «razza padana, razza pura, razza eletta» lo faceva «stare male» perché «è una malattia del cuore. La razza pura non esiste. La convivenza di diverse provenienze umane dà ricchezza culturale. Questa idea di una razza che si deve difendere mi fa pensare troppo al passato». Come tedesco viveva una ferita in più? «Sì». Troppo egoismo: «Si può difendere il patrimonio di un popolo ma non si può vivere in un’isola che si separa, oggi poi, dal resto del mondo. Una chiusura tipo “noi stiamo bene, non vogliamo quelli che stanno male” è, per me, una politica immorale». CdS 3

 

 

 

 

Papa Ratzinger, don Georg: «La stretta di Francesco sulla Messa in latino gli ha spezzato il cuore»

 

L'intervista dell'arcivescovo Gänswein al quotidiano cattolico tedesco «Die Tagespot» e il racconto delle ultime ore del Papa emerito: «In preghiera con lui fino alla fine» - di Ester Palma

 

Benedetto XVI «pensava di vivere solo un altro anno dopo le dimissioni», ma ha avuto il tempo per vedere la «Traditionis custodes», il Motu proprio del 16 luglio 2021 di Francesco che conteneva restrizioni sulle celebrazioni delle Messe in latino e secondo l'uso preconciliare, molto amate e sostenute da papa Ratzinger: e quel documento «lo ha colpito molto duramente. Penso che abbia spezzato il cuore di Papa Benedetto». Lo ha detto in un'intervista di Guido Horst, del quotidiano cattolico tedesco «Die Tagespost», l’Arcivescovo Georg Gänswein, dal 1992 vicino a Benedetto, dopo averlo conosciuto alla Congregazione  per la Dottrina della Fede, di cui Ratzinger era prefetto, e essere poi diventato il suo segretario particolare.

«L’intenzione di Papa Benedetto - ha spiegato Gänswein, 66 anni, nell'intervista - era stata quella di aiutare coloro che avevano semplicemente trovato una casa nella Messa antica, a trovare una pace interiore, trovare una pace liturgica e anche di allontanarli da Lefebvre. Se si pensa per quanti secoli la Messa antica è stata fonte di vita spirituale e nutrimento per tanti santi, è impossibile immaginare che non abbia più nulla da offrire. E non dimentichiamo tutti quei giovani che sono nati dopo il Concilio Vaticano II e non sanno nulla dei drammi che circondarono il Concilio Vaticano II. Togliere questo tesoro alla gente, perché? Non credo di poter dire di essere a mio agio con questo».

La lettera apostolica di papa Francesco, pubblicata sotto forma di motu proprio (ovvero un documento che una decisione del Papa autonoma, inappellabile e immediatamente valida per tutta la Chiesa cattolica)  nasceva per  «ristabilire in tutta la Chiesa di Rito romano una sola e identica preghiera che esprima la sua unità, secondo i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II e in linea con la tradizione della Chiesa», abrogando quindi «tutte le norme, le istruzioni, le concessioni e le consuetudini precedenti al presente Motu Proprio». Ovvero il «Summorum Pontificum», il motu proprio di Benedetto del luglio 2007, che invece dava piena libertà di celebrazione con l'antico rituale: libertà che dall'anno scorso è invece soggetta a autorizzazioni dei vescovi e richieste specifiche. Cosa che specialmente per i fedeli Usa, generalmente molto tradizionalisti, e anche altrove ha creato malcontento e in alcuni casi ha fatto parlare di «sedevacantismo», come se Francesco non fosse il legittimo Pontefice. Polemiche però spente sempre dallo stesso Benedetto, che ha ripetuto più volte: «Il Papa è solo uno, Francesco». Aggiungendo in un'intervista, proprio a proposito della Messa tradizionale: «Per me era importante che la Chiesa preservasse la continuità interna con il suo passato. Che ciò che prima era sacro non divenisse da un momento all’altro una cosa sbagliata. Il rito si deve evolvere. Per questo è stata annunciata la riforma. Ma l’identità non deve spezzarsi». Laddove invece Francesco spiegò di essere intervenuto proprio «per evitare divisioni all'interno della Chiesa».

Ma quali sono le differenze fra la Messa tridentina e quella del Novus Ordo? A parte la lingua usata, rigorosamente il latino, la prima (che prende il nome dal Concilio di Trento) fu promulgata da papa Pio V nel 1570, su richiesta dei Padri conciliari e sulla base della tradizione dal III secolo in poi. Il sacerdote celebra con le spalle all'assemblea (dopo il Concilio Vaticano II in tutte le chiese antiche del mondo sono stati aggiunti altari che permettessero la celebrazione rivolti verso i fedeli, con risultati architettonici non sempre eccelsi, a dire il vero) con paramenti più solenni, il «manipolo», ovvero una piccola stola sul braccio, e i guanti. E la celebrazione non era «comunitaria» come oggi: i fedeli assistevano, non «concelebravano». Infine la Messa durava molto di più, circa un terzo di quella attuale. E le chiese venivano costruite in modo che il celebrante guardasse sempre a oriente. Il rito Novus Ordo invece assegna un'importanza maggiore alla comunità dei fedeli e alla loro partecipazione.

 

Monsignor Gänswein ha poi raccontato ai media vaticani gli ultimi momenti di Benedetto XVI. «Le sue ultime parole non le ho sentite io, ma un infermiere di guardia, la notte prima della morte, verso le 3: “Signore, ti amo”. Me l'ha detto la mattina appena sono arrivato nella camera da letto, sono state le sue ultime parole comprensibili. Di solito pregavamo le lodi davanti al suo letto: anche quella mattina ho detto al Santo Padre: `Facciamo come ieri: io prego ad alta voce e lei si unisce spiritualmente´. Non riusciva proprio più pregare ad alta voce, era già affannato». Racconta ancora il segretario del defunto Papa: «Lì ha soltanto un po' aperto gli occhi, aveva capito la domanda, e ha fatto segno di sì con la testa». E aggiunge: «Verso le 8 ha iniziava a respirare male, l'affanno era sempre più forte. C'erano due medici, il dottor Polisca e un rianimatore, e mi hanno detto: "Temiamo che stia arrivando il momento della sua ultima lotta terrena". Ho chiamato le memores e anche suor Brigida, perché si era arrivati all'agonia. In quel momento era lucido. Avevo già preparato prima le preghiere di accompagnamento per il moribondo, e abbiamo pregato per circa 15 minuti, tutti insieme mentre Benedetto XVI respirava sempre più affannato, sempre più si vedeva che non riusciva a respirare bene. Allora ho guardato uno dei dottori e ho chiesto se il Papa fosse entrato in agonia. Mi ha detto: `Sì, ma non sappiamo quanto durerà". Ognuno poi ha pregato in silenzio, e alle 9.34 ha fatto l'ultimo respiro. Poi abbiamo continuato le preghiere non più per il moribondo ma per il morto. E abbiamo concluso cantando “Alma Redemptoris Mater”». Commenta il segretario di sempre: «È morto nell'ottava di Natale, il suo tempo liturgico preferito, nel giorno di un suo predecessore, San Silvestro, Papa sotto l'Imperatore Costantino. Era stato eletto nella data in cui si celebra un Papa tedesco, san Leone IX, dell'Alsazia; è morto nel giorno di un Papa romano, san Silvestro. Ho detto a tutti: "Chiamo subito Papa Francesco, è il primo che deve sapere”. L'ho chiamato, e lui ha detto: “Vengo subito!”. L'ho accompagnato nella stanza da letto dove è morto e ho detto a tutti: “Rimanete”. Lo ha salutato, gli ho offerto una sedia, si è seduto accanto al letto e ha pregato. Ha dato la benedizione e poi si è congedato». CdS 4

 

 

 

 

La prefazione di Papa Francesco al libro di Benedetto XVI: "Dio è sempre nuovo"

 

Il testo del pontefice accompagna questa ampia antologia intorno ai principali temi della fede cristiana nelle parole di Ratzinger, deceduto il 31 dicembre 2022, disponibile dal 14 gennaio di Papa Francesco

Sono lieto che il lettore possa avere tra le mani questo testo di pensieri spirituali del compianto Papa Benedetto XVI. Il titolo già esprime uno degli aspetti più caratteristici del magistero e della stessa visione della fede del mio predecessore: sì, Dio è sempre nuovo perché Lui è fonte e ragione di bellezza, di grazia e di verità. Dio non è mai ripetitivo, Dio ci sorprende, Dio porta novità. La freschezza spirituale che traspare da queste pagine lo confermano con intensità.

Benedetto XVI faceva teologia in ginocchio. Il suo argomentare la fede era compiuto con la devozione dell'uomo che ha abbandonato tutto se stesso a Dio e che, sotto la guida dello Spirito Santo, cercava una sempre maggior compenetrazione del mistero di quel Gesù che lo aveva affascinato fin da giovane.

La raccolta di pensieri spirituali che viene presentata in queste pagine mostra la capacità creativa di Benedetto XVI nel saper indagare i vari aspetti del cristianesimo con una fecondità di immagini, di linguaggio e di prospettiva che diventano uno stimolo continuo a coltivare il dono prezioso dell'accogliere Dio nella propria vita. Il modo nel quale Benedetto XVI ha saputo far interagire cuore e ragione, pensiero e affetti, razionalità ed emozione costituisce un modello fecondo su come poter raccontare a tutti la forza dirompente del Vangelo.

Il lettore lo vedrà confermato in queste pagine, che rappresentano - anche grazie alla competenza del Curatore, cui va il nostro sentito ringraziamento - una sorta di "sintesi spirituale" degli scritti di Benedetto XVI: qui brilla la sua capacità di mostrare sempre nuova la profondità della fede cristiana. Ne basta un piccolo florilegio. "Dio è un evento di amore", espressione che da sola rende giustizia con pienezza di una teologia sempre armoniosa tra ragione e affetto. "Che cosa mai potrebbe salvarci se non l'amore?" ha chiesto ai giovani nella veglia di preghiera a Colonia, nel 2006, meditazione qui opportunamente ricordata, ponendo una domanda che fa eco a Fëdor Dostoevskij. E quando parla della Chiesa, la passione ecclesiale gli fa pronunciare parole quanto mai innervate di appartenenza e affezione: "Non siamo un centro di produzione, non siamo un'impresa finalizzata al profitto, siamo Chiesa".

La profondità del pensiero di Joseph, che si fondava sulla Sacra Scrittura e sui Padri della Chiesa ci è di aiuto ancor oggi. Queste pagine affrontano un ventaglio di tematiche spirituali e ci sono di stimolo nel rimanere aperti all'orizzonte dell'eternità che il cristianesimo ha nel proprio dna. Quello di Benedetto XVI è e rimarrà sempre un pensiero e un magistero fecondo nel tempo, perché ha saputo concentrarsi sui riferimenti fondamentali della nostra vita cristiana: anzitutto, la persona e la parola di Gesù Cristo, inoltre le virtù teologali, ovvero la carità, la speranza, la fede. E di questo tutta la Chiesa gliene sarà grata. Per sempre.

In Benedetto XVI una devozione incessante e un magistero illuminato si sono saldati in un'alleanza armonica. Quante volte ha parlato della bellezza con parole toccanti! Benedetto ha sempre considerato la bellezza come una strada privilegiata per aprire gli uomini e le donne al trascendente e così poter incontrare Dio, che era per lui il compito più alto e la missione più urgente della Chiesa. In particolare, la musica è stata per lui un'arte vicina con cui elevare lo spirito e l'interiorità. Ma ciò non gli faceva distogliere l'attenzione, da vero uomo di fede, alle grandi e spinose questioni del nostro tempo, osservate e analizzate con consapevole giudizio e un coraggioso spirito critico. Dall'ascolto della Scrittura, letta nella tradizione sempre viva della Chiesa, ha saputo fin da giovane attingere quella sapienza utile e indispensabile per stabilire un confronto dialogante con la cultura del proprio tempo, come queste pagine confermano.

Ringraziamo Dio per averci donato Papa Benedetto XVI: con la sua parola e la sua testimonianza ci ha insegnato che con la riflessione, con il pensiero, lo studio, l'ascolto, il dialogo e soprattutto la preghiera è possibile servire la Chiesa e fare del bene a tutta l'umanità; ci ha offerto strumenti intellettuali vivi per permettere ad ogni credente di rendere ragione della propria speranza ricorrendo ad un modo di pensare e di comunicare che potesse essere inteso dai propri contemporanei. Il suo intento era costante: entrare in dialogo con tutti per cercare insieme le vie tramite le quali incontrare Dio.

Questa ricerca del dialogo con la cultura del proprio tempo è sempre stato un desiderio ardente di Joseph Ratzinger: lui, da teologo prima e da pastore dopo, non si è mai confinato in una cultura solo intellettualistica, disincarnata dalla storia degli uomini e del mondo. Con il suo esempio di intellettuale ricco di amore e di entusiasmo (che etimologicamente significa essere in Dio) ci ha mostrato la possibilità che ricercare la verità è possibile, e che lasciarsene possedere è quanto di più alto lo spirito umano possa raggiungere. In tale cammino tutte le dimensioni dell'essere umano, la ragione e la fede, l'intelligenza e la spiritualità, hanno un proprio ruolo e una propria specificità.

La pienezza della nostra esistenza, ci ha ricordato con la parola e l'esempio Benedetto XVI, si trova solo nell'incontro personale con Gesù Cristo, il Vivente, il Logos incarnato, la rivelazione piena e definitiva di Dio, che in Lui si manifesta Amore fino alla fine. Questo è il mio augurio al lettore: che possa trovare in queste pagine attraversate dalla voce appassionata e mite di un maestro di fede e di speranza la grazia di un nuovo e vivificante incontro con Gesù. LR 3

 

 

 

 

 

Narrare la fede

 

Una lettura interessante, in preparazione alla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e in vista della Giornata del dialogo interreligioso. 

Benedetto XVI sapeva parlare pure a chi la rifiutava. Papa Francesco ce lo ricorda quasi ogni giorno: la fede non è una “ninna nanna”, ma un fuoco acceso per agire. Il compito di riaccendere questa fiamma per non evadere dalle sfide della vita spetta anche agli operatori dei media, soprattutto attraverso il racconto di testimonianze che aiutino ad uscire dall’individualismo, a vincere l’egoismo. Una conversione necessaria per predisporsi all’incontro, all’ascolto, all’accoglienza, compresi naturalmente i poveri e i più bisognosi. Paradigmi questi del Cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa universale non solo per rinnovarsi, ma pure per aprirsi allo stesso tempo al dialogo con le altre confessioni religiose. Proprio per l’afflato ecumenico che trasmette e per i riferimenti ad esperienze vissute da imitare come modello di crescita personale, è da consigliare la lettura del volume “Narrare la Fede” di Renato Burigana (Pacini editore, pagine 168, euro 16), soprattutto in preparazione alla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) e più avanti in vista della Giornata del dialogo interreligioso (18 ottobre).

Giornalista, insegnante di religione nei licei fiorentini e di Teologia ecumenica presso l’Istituto Ippolito Galantini, Burigana ha fondato e dirige con il fratello Riccardo la rivista della Fondazione Giovanni Paolo II, “Colloquia Mediterranea”, nata a Firenze nel 2011. Un profilo arricchito da significative esperienze maturate come addetto stampa prima del cardinale Silvano Piovanelli e poi di Mario Primicerio quand’era alla guida della giunta di Palazzo Vecchio, memoria storica e compagno di viaggio del “sindaco santo” Giorgio La Pira in importanti missioni di pace.

Aneddoti in parte inediti si intrecciano armonicamente con analisi di documenti elaborati con finalità pastorali ma rivolto pure a chi lavora nei Media. Spazio quindi all’“Inter Mirifica”, il primo decreto del Concilio Vaticano II sugli strumenti della comunicazione sociale promulgato da Paolo VI il 4 dicembre 1963, che con la Parola di Dio ha fatto da bussola pure nei successivi pontificati di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI ed ora anche con  Bergoglio, aggiornata nell’annuale Messaggio per l’emergere di nuove strade, in particolare “di quelle digitali affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne  che cercano una salvezza ed una speranza”.

Le riflessioni di Renato Burigana si soffermano sull’insegnamento di due grandi arcivescovi come i cardinali Silvano Piovanelli e Carlo Maria Martini: entrambi hanno lasciato un segno profondo sia nella Comunicazione (non trascurando l’esempio solenne offerto dalla liturgia) che nell’affrontare con coraggio e lungimiranza il dialogo interreligioso. Per cui oggi - in presenza di guerre senza fine e di conflitti dimenticati - possiamo affermare che le tre grandi religioni abramitiche possono “giocare” un ruolo fondamentale, legando insieme comunicazione e cultura, narrazione ed evangelizzazione. Convinzione suffragata sul fronte mediorientale dalle testimonianze di padre Ibrahim Faltas (vicario della Custodia di Terra Santa, che rievoca la provvidenziale telefonata d’incoraggiamento di Giovanni Paolo II durante l’assedio armato della Basilica della Natività di Betlemme del 2002), delle monache agostiniane del Monastero di clausura di Pennabilli, del rabbino Gad Fernando Piperno e del’Imam Izzedin Elzir. Un confronto a più voci, in cui la comunicazione si fa comunione.

Antonio Lovascio, Uncs 3

 

 

 

 

Trasmettere la fede nell’era digitale

 

Dai linguaggi più differenti al silenzio e alla preghiera: Gisotti traccia il ritratto di Benedetto XVI, "comunicatore notevole".

Che sia stato un grande teologo è unanimemente riconosciuto, ma Joseph Ratzinger è stato anche un comunicatore notevole, con una cifra propria, la cui eredità supererà senza dubbio il limite temporale dell’esistenza terrena. Il fatto che Benedetto XVI non sia stato un comunicatore per le masse (per quanto nelle Gmg abbia attratto l’attenzione di milioni di giovani) non toglie affatto valore al suo stile di comunicazione. Innanzitutto, come teologo ha dimostrato che anche temi di alto livello intellettuale possono essere spiegati ai semplici ed essere alla portata di un pubblico ampio e non solo degli specialisti. Il successo del suo Introduzione al Cristianesimo, che è tutt’oggi — ad oltre 50 anni dalla pubblicazione — un best seller mondiale della pubblicistica religiosa, dimostra la innata capacità di Ratzinger di rendere ragione della fede in Gesù Cristo e di farlo con argomenti chiari e con un linguaggio affascinante e convincente.

Altrettanto si può dire per la trilogia su Gesù di Nazaret, un’opera nella quale Joseph Ratzinger ha messo tutto se stesso, riuscendo a completarla prima della rinuncia, nonostante le fatiche del governo della Chiesa universale. Si può perciò affermare che Benedetto XVI è stato un grande testimone della fede — e della sua ragionevolezza, come emerge da ultimo nel testamento spirituale — pure per il modo con il quale ha saputo comunicarla. In particolare, attraverso i suoi scritti, i suoi discorsi (alcuni memorabili, come ricordato da più parti in questi giorni) e le sue omelie, definite «sublimi» da padre Federico Lombardi per la sapiente armonia tra teologia, conoscenza delle Scritture e spiritualità.

Al Papa tedesco non sono mancati tuttavia i gesti e il coraggio di “rischiare” nel vasto campo della comunicazione. Benedetto XVI è stato il primo Pontefice ad incontrare delle vittime di abusi sessuali da parte di esponenti del clero. Un atto di grande significato anche comunicativo in cui Ratzinger ha messo al centro l’ascolto. Un ascoltare — lo si è visto negli incontri durante i viaggi internazionali — lontano dai riflettori e contraddistinto dalla disponibilità e dall’empatia, condizioni essenziali per avviare quel processo di conversione del cuore che oggi Francesco porta avanti convintamente e che è stato alla base del Summit sulla protezione dei minori del febbraio 2019. Pur non essendo mancate critiche da certi media per alcune sue decisioni, Benedetto XVI ha sempre mantenuto un atteggiamento positivo rispetto al mondo dell’informazione e degli operatori della comunicazione. Dalla conversazione con il giornalista tedesco Peter Seewald è nato Luce del mondo, libro che spazia su tutte le questioni più delicate del suo Pontificato, fino a toccare il tema della rinuncia. Benedetto XVI è anche il primo Pontefice ad aver inviato degli sms (ai giovani della Gmg di Sydney), a dialogare con gli astronauti della Stazione spaziale internazionale, a rispondere a delle domande in Tv in occasione del Venerdì Santo (quello del 2011), mentre nel Natale dell’anno dopo firma un editoriale sul Financial Times incentrato sull’impegno dei cristiani nel mondo di oggi.

Soprattutto, Benedetto XVI è il primo Papa che si confronta con l’irrompere sulla scena dei social network che rimodellano profondamente il contesto comunicativo globale proprio negli anni del suo Pontificato. Ben cinque dei suoi otto messaggi per le Giornate delle comunicazioni sociali sono dedicati a questo inedito areopago digitale. Insieme costituiscono una sorta di compendio del magistero della Chiesa su tale nuova realtà che ha cambiato non solo il nostro modo di comunicare ma anche quello di relazionarci con gli altri. Benedetto XVI coglie immediatamente il senso della rivoluzione dei social, che non sono tanto un mezzo da utilizzare quanto un ambiente da abitare. Conia dunque per le reti sociali la definizione “continente digitale”. Un continente, al pari di quelli geografici, che richiede l’impegno dei fedeli — in particolare dei laici, in linea con Inter mirifica — per evangelizzare questo nuovo territorio di missione. Il Papa comprende anche che va superata la distinzione tra virtuale e reale giacché quanto viene condiviso, e commentato, sulle nuove piattaforme ha conseguenze concrete sulla vita vissuta delle persone.

Benedetto XVI incoraggia i cristiani ad essere testimoni digitali più che influencer, a trasformare le reti sociali in «porte di verità e di fede». E non si limita a farlo con le parole. Il 12 dicembre del 2012 per la prima volta un Papa pubblica un tweet attraverso l’account @Pontifex aperto pochi giorni prima. Si tratta di un gesto che viene paragonato da alcuni all’istituzione della Radio Vaticana da parte di Pio XI . Non tutti approvano, temendo un’esposizione del Papa a critiche e offese, ma Benedetto XVI è convinto di una scelta che va nella direzione della nuova evangelizzazione. Ancora una volta un Papa sa cogliere le potenzialità delle innovazioni tecnologiche per raggiungere persone che, altrimenti, rimarrebbero escluse dall’annuncio evangelico. Poche settimane dopo l’apertura dell’account, Benedetto XVI rinuncia al ministero petrino, ma @Pontifex viene “riattivato” da Francesco che oggi, attraverso i suoi tweet in 9 lingue, raggiunge ogni giorno oltre 50 milioni di follower. Se dunque nei quasi 8 anni di pontificato, Benedetto XVI ha comunicato utilizzando i linguaggi più differenti con creatività e coraggio, nei quasi 10 anni da Papa emerito la sua comunicazione ha assunto una forma diversa, invisibile ma non per questo meno efficace: la forma del silenzio e della preghiera.

Alessandro Gisotti, vicedirettore editoriale dei media vaticani

L'Osservatore Romano, 3 gennaio

 

 

 

 

La solidarietà della Chiesa in Italia. Mons. Baturi in visita ad Ischia

 

Curare le ferite della popolazione con la preghiera e il sostegno concreto. Questo il senso della visita a Ischia che Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI, ha compiuto oggi, insieme al direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, per incontrare la comunità dopo la frana dello scorso 26 novembre che ha causato 12 morti e centinaia di sfollati nel comune di Casamicciola.

“Siamo qui – ha affermato Mons. Baturi – per manifestare la prossimità di tutta la Chiesa alla popolazione, a quanti soffrono per una ferita gravissima, a chi ha perduto, a causa di un evento così tragico, i propri cari, le proprie case. Siamo qui anche per verificare quali sono i bisogni più immediati e quelli di prospettiva, per essere concreti nella solidarietà e nella vicinanza. Non è possibile pensare il futuro senza un dialogo con la popolazione, senza ascoltare, nella distinzione dei ruoli, ma anche nella chiarezza delle informazioni. Non bisogna sottovalutare che chi vive nella propria carne i disagi spesso individua con più facilità anche le soluzioni. Accanto a questo diritto di fare proposte, c’è poi quello a denunciare, ad alzare la voce se necessario. Bisogna costruire insieme. Ho visto gente spalare, costruire rifugi: questo è il simbolo di chi non vuole essere solo destinatario dell’aiuto, ma si mette a lavorare. Questo presuppone uno stare insieme: il momento più delicato è quando si ricomincia, quando si fanno progetti e aiutarsi vicendevolmente è una forza. Come Chiesa ci siamo, vogliamo esserci, promuovendo incontri, dando la nostra solidarietà al Vescovo e alla popolazione, attivando processi di informazione. Questa è la prima visita, non ne mancheranno altre”.

Dopo aver espresso vicinanza nell’immediato al Vescovo, Mons. Gennaro Pascarella, la CEI ha continuato ad accompagnare – in particolare tramite Caritas Italiana – la Chiesa locale e i tanti volontari che si sono mobilitati sin dalla prima fase dell’emergenza, per liberare le strade dal fango, accogliere gli sfollati, fornire generi di prima necessità, offrire un servizio di ascolto, sostegno morale e psicologico alle famiglie sfollate e in particolare ai più fragili.

Già lo scorso 2 dicembre don Pagniello era stato sull’isola per testimoniare vicinanza e fare il punto con la Chiesa locale sugli interventi. In stretto contatto con la delegazione regionale e con la Caritas diocesana, Caritas Italiana prosegue nell’impegno di restare accanto a quanti hanno perso familiari e amici e anche la propria casa o il proprio lavoro. “Segno di speranza – ha ribadito il direttore di Caritas Italiana – è la grande mobilitazione e la partecipazione della popolazione locale, che pur nel dolore, con responsabilità si è dimostrata capace di grande solidarietà e va ora incoraggiata e sostenuta in questa delicata fase di ripartenza e di ricostruzione, perché nessuno sia lasciato indietro e soprattutto vi sia concretezza, trasparenza e certezza nei tempi”. Cei 3

 

 

 

 

Per un profilo storico di Benedetto XVI

 

Nell’aprile 2005 un rapido conclave, durato due giorni, portava all’elezione al governo della Chiesa universale di Joseph Ratzinger, dal 1981 uno dei più stretti collaboratori di Giovanni Paolo II.

In quell’anno Wojtyla lo aveva infatti sollevato dalla guida della diocesi di Monaco, che reggeva dal 1977 dopo una lunga carriera trascorsa nelle università tedesche come professore di teologia prima a Tubinga poi a Ratisbona, ponendolo alla direzione della Congregazione per la dottrina della fede.

Da Ratzinger a Benedetto XVI

Nonostante l’età ormai avanzata (era nato nel 1927), la scelta del conclave appariva abbastanza prevedibile. Il cardinale aveva svolto negli ultimi tempi all’interno della curia romana ruoli cruciali: decano del sacro collegio dal 2002, nel marzo 2005 aveva guidato la via Crucis in sostituzione dell’ammalato pontefice; aveva poi presieduto la messa per le sue esequie e aveva, infine, presieduto le celebrazioni liturgiche pro eligendo romano pontefice.

In queste occasioni – e in altri interventi di quei giorni, come una celebre conferenza tenuta a Subiaco sull’Europa nella crisi delle culture – i suoi discorsi presentavano una tesi di fondo: alla drammatica crisi ecclesiale in atto si poteva far fronte con un irrigidimento delle misure promosse dal predecessore di cui sarebbe stato strumento un potenziamento del ministero papale.

Si può dunque pensare che i cardinali elettori abbiano ritenuto di dover conferire il governo della Chiesa universale ad una personalità che, trovandosi da più di due decenni al centro degli affari ecclesiastici, aveva formulato una diagnosi e proposto una terapia per affrontare la difficile eredità lasciata da Giovanni Paolo II.

Non c’è dubbio che le misure promosse dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede negli anni precedenti avevano sollevato nella comunità ecclesiale diverse perplessità e critiche. Basta pensare alle censure nei confronti della teologia della liberazione, al confinamento della funzione ecclesiologica delle conferenze episcopali al piano pratico-pastorale, alla proclamazione della definitività delle proposizioni espresse dal magistero in materia di fede e di costumi, al trasferimento di competenze sui casi di pedofilia del clero dalla Congregazione del clero all’ex-Sant’Ufficio, una misura che finiva per aumentare la segretezza attorno a vicende su cui era esplosa la richiesta di trasparenza.

Ma è anche vero che Ratzinger godeva di un certo prestigio in ambienti progressisti: era stato uno dei periti più in vista del Concilio Vaticano II, dove aveva collaborato con l’arcivescovo di Colonia, Josef Frings, un autorevole esponente della corrente innovatrice.

Aveva in particolare sostenuto con puntuali argomentazioni teologiche l’approvazione della costituzione sulla Chiesa Lumen gentium. Nonostante il successivo scontro con Hans Küng, non aveva mai abbandonato il richiamo all’assise ecumenica, anche se aveva sottolineato che solo al magistero spettava la corretta interpretazione delle sue deliberazioni.

Poteva insomma apparire una scelta richiesta dalle complesse condizioni del momento affidare al cardinal Ratzinger l’attuazione di una linea capace di mantenere la fondamentale istanza conciliare – che, in termini generali, si può identificare in un rinnovamento della Chiesa allo scopo di restituirle efficacia apostolica nel mondo contemporaneo –, adeguandola poi nelle sue concrete applicazioni alla difficile situazione ecclesiale su cui egli stesso aveva richiamato l’attenzione.

Il disegno di un pontificato

Il nuovo pontefice – che assunse il nome di Benedetto XVI non solo in omaggio al messaggio di pace che Della Chiesa aveva lanciato nel mondo dilaniato dalla Grande guerra, ma anche, e assai significativamente, in ricordo di san Benedetto da Norcia che si era prodigato nell’evangelizzazione del mondo pagano – avrebbe ben presto ribadito l’ancoraggio delle sue posizioni al Vaticano II.

Ma avrebbe anche chiarito che, nell’interpretarlo, il magistero doveva filtrare l’esigenza di adeguamento della Chiesa ai tempi moderni alla luce di un principio supremo: la continuità della tradizione.

Naturalmente il principio, di per sé, costituiva un’asse portante della dottrina cattolica; ma, per quanto riguardava il rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno, il papa faceva rientrare nella tradizione anche assai recenti concezioni teologiche, in particolare la rielaborazione dell’eredità controriformistica compiuta dall’intransigentismo cattolico otto-novecentesco.

Questo atteggiamento è emerso sul piano esteriore con la decisione di rimettere in auge abiti (il saturno, il camauro), paramenti liturgici (il pallio, le mitrie e i piviali tradizionali), oggetti (la ferula e il tronetto di Pio IX) da tempo abbandonati nelle apparizioni pubbliche dei pontefici del post-concilio.

Ma ha trovato la sua più eclatante espressione con il motu proprio Summorum pontificum che, nel luglio 2007, reintroduceva la liturgia pre-conciliare, proclamando la singolare tesi che, nella Chiesa cattolica di rito latino, convivevano una modalità ordinaria della preghiera (quella introdotta dalla riforma liturgica di Paolo VI) e una modalità straordinaria (quella sancita nel 1570 dal cosiddetto messale di san Pio V).

Al di là di precipitose correzioni – come la nuova preghiera per gli ebrei inserita nella cerimonia del Venerdì santo del rito straordinario per evitarne l’incongruenza con i documenti conciliari, senza toccare le altre parti della liturgia che pure li contraddicevano –, il provvedimento aveva ragione nel progetto di riassorbire lo scisma del tradizionalismo anti-conciliare.

Nel gennaio 2009, infatti, la Congregazione dei vescovi emanava un decreto che revocava la scomunica inflitta da Giovanni Paolo II. I successivi incontri tra le due parti registrarono indubbie convergenze. Ma si arenarono su una questione: le garanzie canoniche chieste dai tradizionalisti, allo scopo di poter mettere in discussione le interpretazioni delle deliberazioni del Vaticano II date dal magistero. Benedetto XVI non riteneva insomma di poter spingere la volontà di reintrodurre la comunità anti-conciliare nella comunione ecclesiale fino al punto di consentirle di mettere in questione la suprema autorità del papato.

L’intangibilità del potere monarchico del pontefice sulla Chiesa aveva costituito lo scoglio su cui si era infranto il disegno di Ratzinger di chiudere lo scisma tradizionalista. Per quanto avesse definito il raggiungimento di questo obiettivo come un punto centrale del suo programma di governo, è difficile stabilire un collegamento diretto tra questa sconfitta e l’inattesa decisione enunciata nell’allocuzione al concistoro del febbraio 2013, di rinunciare al ministero petrino.  L’atto, che non ha precedenti nella storia della Chiesa dell’età moderna e contemporanea, è stato variamente spiegato.

Per alcuni rientra in una decisione maturata fin dai primi anni del pontificato: lo mostrerebbe la deposizione del pallio sulla tomba di Celestino V, il papa del “gran rifiuto”, durante la visita alla basilica di Collemaggio a L’Aquila compiuta da Ratzinger nell’aprile 2009.

Altri hanno sottolineato la difficoltà di guidare la Chiesa universale davanti alle evidenti divisioni della curia romana in ordine alle misure da adottare per far fronte al moltiplicarsi degli scandali finanziari che coinvolgevano istituzioni vaticane e per prendere provvedimenti adeguati sulle sempre più frequenti rivelazioni circa la tolleranza dei responsabili ecclesiastici, e perfino della Santa Sede, davanti alla denuncia di abusi sessuali commessi dal clero, in particolare in ordine ai casi di pedofilia.

Lo stesso Ratzinger ha chiarito che, di fronte ai complessi problemi che pone oggi il governo della Chiesa universale, ha ritenuto di non aver più le forze sufficienti per prendere le misure necessarie ad una sua guida efficiente. Non c’è ragione di dubitare di questa interpretazione. Ma naturalmente il giudizio storico non può assumere acriticamente la valutazione espressa da un protagonista delle vicende considerate. Si tratta, infatti, di capire bene in cosa consiste l’inadeguatezza personale che il pontefice ha indicato come ragione delle sue dimissioni.

Governare il post-concilio

Occorre a questo proposito ritornare alla questione centrale con cui, a partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa si è dovuta misurare: come trasmettere il messaggio evangelico a un uomo moderno che sempre più si allontana dalla Chiesa? La linea pastorale a lungo praticata – proporre una società cristianamente ordinata come via per risolvere i problemi che la modernità poneva e non scioglieva – non appariva più in grado di recuperare i “lontani”.

Occorreva un aggiornamento. A questo proposito l’assise ecumenica ha fornito una risposta che, molto sommariamente, possiamo ritenere abbia oscillato tra due poli.

Da un lato, ha prospettato una linea di apertura al mondo moderno caratterizzata dal criterio di una rilettura del Vangelo alla luce dei segni dei tempi. Secondo quest’ottica, la Chiesa restituisce efficacia alla sua azione pastorale nella misura in cui impara dalla storia quali sono gli elementi del messaggio evangelico capaci di intercettare le istanze del presente e i bisogni profondi dell’uomo di oggi.

Dall’altro lato, ha presentato una prospettiva di aggiornamento della dottrina cattolica basata sull’inquadramento al suo interno di alcuni principi e valori della modernità. In particolare, ai fedeli si assegna il compito di costruire un retto ordine della vita collettiva basato sulla conformazione del consorzio civile ad una legge naturale valida per tutti, sempre e dovunque – di cui la Chiesa è l’unica autentica interprete e depositaria – all’interno della quale vengono ora fatti rientrare valori moderni come i diritti umani, la democrazia, la libertà religiosa.

I papi del post-concilio, non senza articolazioni e differenziazioni, hanno scelto questa seconda via. La cultura cattolica preconciliare riteneva di poter rispondere all’allontanamento dell’uomo moderno dalla Chiesa con il progetto di ritorno ad un regime di cristianità, che avrebbe assicurato una convivenza sociale prospera e felice in contrapposizione alle inadeguate proposte (liberali o comuniste) che gli uomini avevano elaborato nel loro cammino storico.

Senza tradire il Vaticano II – ma optando per una linea tra gli orientamenti presenti nei suoi documenti – i pontefici che hanno cercato di tradurre le deliberazioni dell’assemblea ecumenica in una concreta linea di governo hanno ritenuto di proporre ai contemporanei un’ammodernata neo-cristianità che faceva perno sull’universale legge naturale garantita dalla Chiesa. Benedetto XVI ne è stato l’interprete più conseguente.

Ne era probabilmente all’origine una visione culturale introiettata nel corso di un percorso formativo avvenuto prima della svolta giovannea e conciliare. In effetti, in armonia con le tendenze di quell’epoca, il sapere trasmesso nelle istituzioni educative della Chiesa evitava ogni serio confronto con la storia, ed in particolare con la storia del cristianesimo, nel timore di cadere nell’eresia modernista. Il pensiero teologico di Ratzinger, per quanto raffinato, era del tutto alieno dal confronto con l’effettivo divenire dell’uomo e della Chiesa nel tempo.

Comunque sia, il papa rispondeva alla crisi determinata dall’allontanamento dei contemporanei dal cattolicesimo con una linea che riprendeva l’ammodernamento dottrinale: la restituzione alla Chiesa del compito di fissare, nei pubblici ordinamenti, quei fondamentali diritti che, basati sull’universale legge naturale, salvaguardavano le fondamenta stesse della civiltà umana, le avrebbe assicurato un’efficace presenza apostolica nella società contemporanea.

In particolare l’Europa, riconoscendo formalmente le radici cristiane del suo progetto politico-sociale, sarebbe uscita dalla sua decadenza, ritornando a svolgere un rilevante ruolo storico e politico nel rapporto con altre civiltà e religioni, in particolare quella islamica, che avanzavano, talora anche aggressivamente, sulla scena di un pianeta globalizzato.

Per quanto l’incidente sia stato ricucito sul piano diplomatico, l’attribuzione all’islam di una strutturale tendenza alla violenza bellica nel discorso tenuto dal pontefice nel settembre 2006 a Ratisbona rientra in questo quadro.

Questa prospettiva ha ben presto rivelato tutta la sua fragilità. Non solo perché si è scontrata con l’irriducibile tendenza dell’uomo moderno all’emancipazione dalla tutela ecclesiastica nella strutturazione della comunità politica. Soprattutto perché è apparsa sfasata rispetto al profilarsi della post-modernità.

Come se la storia non esistesse

Per quanto sia arduo darne una definizione condivisa, la possiamo considerare caratterizzata dalla rivendicazione della facoltà per ogni individuo di autodeterminare le forme dell’esistenza non solo in relazione agli assetti politici, sociali e culturali della vita collettiva, ma anche in rapporto alle più profonde strutture antropologiche del soggetto (il corpo, la nascita e la morte, l’identità sessuale ecc.).

In questa situazione, l’ammodernata neo-cristianità proposta dal papa appariva del tutto obsoleta: il richiamo alla legge naturale, lungi dal restituire capacità apostolica alla Chiesa, finiva per provocare un ulteriore allontanamento degli uomini da essa. La crisi del paradigma di aggiornamento adottato da Benedetto XVI è apparsa inevitabile.

Le dimissioni sono state il riconoscimento della sua inadeguatezza. Non a caso la linea del successore fa perno sul recupero di quella prospettiva di rinnovamento ecclesiale, incentrato sull’accettazione dei segni dei tempi emergenti dalla storia, che il papato post-conciliare aveva abbandonato.

Sotto questo profilo la rinuncia al governo della Chiesa universale appare un atto di straordinaria lucidità e responsabilità. Si può discutere se la concreta gestione dell’inedita funzione di “papa emerito” che Ratzinger si è poi riservato sia stata coerente con questa decisione.

Gli interventi da lui compiuti in questa veste continuano a rivelare quella sordità alla storia che è elemento costitutivo della sua personalità intellettuale: la semplicistica attribuzione della pedofilia del clero alla rivoluzione sessuale del Sessantotto ne è una delle più evidenti testimonianze. Ma queste esternazioni non hanno certo impedito che al modello ecclesiale della “cittadella assediata dal mondo moderno” si sostituisse ormai quello “dell’ospedale da campo” all’interno della storia degli uomini.

Naturalmente riconoscere l’autonomia dell’uomo d’oggi, offrendo la medicina della misericordia alle ferite che incontra nel suo cammino storico, non garantisce il superamento della crisi cattolica. Ma le dimissioni di Benedetto XVI hanno rivelato che la strada dell’ammodernamento percorso fino a quel momento dal papato post-conciliare era un vicolo senza uscita. Daniele Menozzi Sett.News 31

 

 

 

 

Benedetto XVI. Tre encicliche

 

Tre encicliche in otto anni di pontificato: due dedicate ad altrettante virtù teologali – l’amore e la speranza - e la terza alla dottrina sociale della Chiesa - M.Michela Nicolais

 

Tre encicliche in otto anni di pontificato: due dedicate ad altrettante virtù teologali – l’amore e la speranza – e la terza alla dottrina sociale della Chiesa. La prima enciclica di Papa Benedetto, Deus caritas est, è stata pubblicata il 25 gennaio 2006, dopo nove mesi di pontificato, firmata esattamente un mese prima, nel Natale 2005 e annunciata – in modo fino ad allora irrituale – il 18 gennaio 2006, nel corso dell’udienza generale, in cui Benedetto XVI si soffermò sui concetti chiave della sua enciclica sull’amore cristiano: eros ed agape, viste come due dimensioni coessenziali dell’amore che si richiamano reciprocamente e che trovano la loro espressione più profonda, rispettivamente, nella famiglia fondata sul matrimonio e nelle relazioni fraterne che devono animare la società. L’Enciclica è articolata in due grandi parti. La prima offre una riflessione teologico-filosofica sull’”amore” nelle sue diverse dimensioni – eros, philia, agape – precisando alcuni dati essenziali dell’amore di Dio per l’uomo e dell’intrinseco legame che tale amore ha con quello umano. La seconda parte tratta dell’esercizio concreto del comandamento dell’amore verso il prossimo. La seconda enciclica di Benedetto XVI, Spe Salvi, è ispirata ad una frase di San Paolo: “Nella speranza siamo stati salvati” (Rm 8,24). La speranza cristiana non ha una dimensione solamente terrena, argomenta Benedetto: Gesù Cristo, infatti, ci ha condotto all’“incontro con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo”. La speranza cristiana, inoltre, non è in “qualcosa” ma in “Qualcuno”: è la fonte della vera libertà, in contrapposizione con i falsi miti del progresso e della scienza. Quest’ultima, in particolare “non redime l’uomo”, scrive il Papa, anzi, se male utilizzata, “può anche distruggere l’uomo e il mondo”. Quattro i luoghi della speranza indicati da Ratzinger: la preghiera, in quanto Dio non nega mai il suo ascolto; l’azione che implica soprattutto il lato altruistico della speranza, l’impegno affinché “il mondo diventi un po’ più luminoso e umano”; la sofferenza che “permette di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore” e il giudizio di Dio, ovvero la giustizia divina finale che “revoca” la sofferenza passata. Firmata il 29 giugno 2009, anche la terza enciclica, Caritas in Veritate, è ispirata a una frase di San Paolo: “Agire secondo la verità nella carità” (cfr Ef 4,15). La carità, spiega Benedetto XVI nell’introduzione, “è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa” e, dato “il rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico”, va coniugata con la verità. Ricordando il messaggio sempre attuale della Populorum progressio (1967) di Paolo VI, Ratzinger si sofferma sul concetto di “bene comune”, messo in pericolo da fenomeni degenerativi come la finanza speculativa, la cattiva gestione dei flussi migratori, lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra, i tagli indiscriminati alle spese sociali. Per superare la crisi economica globale e le disuguaglianze sociali sempre più evidenti, è necessario rimettere al centro l’uomo, prima di tutto rispettando la vita umana dal concepimento alla morte naturale e rigettando pratiche come l’aborto e all’eutanasia. La stessa economia di mercato, se vuole umanizzarsi, deve smettere di “contare solo su se stessa” e di essere un “luogo della sopraffazione del forte sul debole”, riscoprendo, invece, la logica del dono. Centrale, nella Caritas in veritate, è anche il concetto di “ecologia umana”, che comporta il dovere di rispettare l’ambiente e usare in modo responsabile la natura come dono di Dio. Sir 2

 

 

 

 

Ritratto.Benedetto XVI: inno alla coscienza

 

È l’immagine di un volto sereno e mite quella che apre il ricordo di Benedetto XVI, uno sguardo che rifletteva la profondità intellettuale e spirituale di un uomo di preghiera, di pensiero, di parola.

È l’immagine di un uomo che di buon mattino con passo veloce e leggero attraversava piazza San Pietro per recarsi al palazzo della Congregazione per la dottrina della fede. Lo si incrociava con il desiderio di porgergli un saluto che ricambiava con amabilità interessandosi del lavoro di chi lo stava salutando.

È l’immagine del Papa che alla Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia 2005, immerso nel fiume dei giovani, sembrava smarrito mentre era affascinato da quella voglia di vivere e da quell’ attesa di una parola nuova. E poi alla Gmg di Madrid 2011 quando un furioso temporale serale lo costrinse a lasciare a malincuore il luogo ma non i giovani che lì si erano radunati e con i quali il mattino dopo condivise la trepidazione per la notte sotto la pioggia.

A queste immagini giornalistiche se ne affiancano altre che richiamano momenti della vita, del pontificato, richiamano gesti di amore alla Chiesa e parole intrise di passione per la Verità, per il colloquio tra la ragione e la fede.

Il filo robusto di un’umiltà radicata nel Vangelo legava immagini e parole che facevano trasparire nel suo sguardo la tenerezza di Dio. E con questo filo si intrecciava quello della cura della coscienza, del luogo in cui avvengono la ricerca della Verità, l’incontro con la Verità.

Quanta attualità e quanta profezia nelle riflessioni e nel magistero di quegli anni!

La coscienza e la formazione della coscienza erano sempre state al centro delle preoccupazioni di Joseph Ratzinger, ne parlava con un linguaggio educativo che trasmetteva il senso, la fatica e la bellezza del pensare e del pensare la fede. Rivolgendosi a una Conferenza internazionale di studio nel 1994 ebbe a ricordare: che “alcuni dei maggiori crimini dei giorni nostri sono stati perpetrati, e lo sono tuttora, proprio in nome della coscienza individuale come se non esistesse una norma superiore. La coscienza non crea la verità ma si limita a individuarla e attuarla. Come insegna san Bonaventura la coscienza è come l’araldo e il messaggero di Dio, non impone le cose in nome della propria autorità ma le impone in quanto provenienti dall’autorità divina”.

L’inno alla coscienza accompagnò i suoi passi nel tempo, si levò nei momenti più difficili come fu quello della scelta di ritirarsi. È diventato la sua eredità

Un’eredità da coltivare e condividere perché l’uomo nella tempesta della storia non smarrisca la direzione del cammino verso la felicità, perché il cristiano sia pronto a testimoniare e annunciare la Verità, compagna fedele e insostituibile della pace e della giustizia. Paolo Bustaffa, Sir 2

 

 

 

 

Benedetto XVI, il ricordo di don Pierluigi (Amburgo): rinuncia e alcuni segni del pontificato

 

Amburgo – La morte di Papa Benedetto XVI richiama alla mente, non tanto la sua figura di illuminato teologo già dai tempi del Concilio Vaticano II, non quello di giovane Arcivescovo di Monaco e poi Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, non quello di amante di Dio, dei libri, della Musica (Mozart in particolare), dei gatti; ma la sua rinuncia al Pontificato e alcuni segni avvenuti durante il suo Pontificato. L’ultimo papa che si dimise fu 600 anni prima, Gregorio XII nel 1415, e prima ancora Celestino V, nel 1294. È difficile delineare un ritratto di Benedetto XVI, forse quasi impossibile, non per gli aspetti molteplici che hanno attraversato la sua esistenza ma per il carico di complessità che la sua vita di teologo, uomo di Chiesa e intellettuale ha sostenuto. Nel corso del suo pontificato, Benedetto XVI, iniziò un percorso di riforme strutturali attuando sia in termini canonici che morali il principio dell’ermeneutica della continuità ovvero la concezione per cui il Concilio Vaticano II si deve porre in piena sintonia con la storia della Chiesa e ne aggiorni la prassi e le pratiche ma non rivoluzioni quella che è la tradizione liturgica. Per Benedetto XVI “conservare” non è chiudersi ma continuare nel solco di una tradizione leggendo i tempi e cercando di prestare fede alle Scritture. Ma ciò che va ricordato è che Benedetto XVI non ha mai avuto ripensamenti sulla sua rinuncia. L’ultimo documentario pubblicato proprio in Germania conferma una sensazione comune: Joseph Ratzinger non ha mai tergiversato su quanto deciso nel 2013 e nonostante tutto ogni volta che l’ex Papa prendeva una posizione in pubblico, il coro dei progressisti interveniva o si agitava, a dispetto di quanto una televisione tedesca proprio due anni fa – di questi tempi – decise di dedicare un video reportage di mezz’ora sul Papa emerito mediante cui è stato possibile approfondire numerosi dettagli della vita che Benedetto XVI. Un’esistenza fatta soprattutto di preghiera e letture. E tra le note più rilevanti, c’è il virgolettato di monsignor Georg Gänswein, suo fedele segretario, che affermò: “le dimissioni sono state una decisione lunga, ben pregata e sofferta, di cui non si è mai pentito. Il Papa è completamente in pace con sé stesso”. La vicenda, quindi, può non essere più dibattuta. Per quanto il caso della rinuncia continui ad interessare le cronache di chi cerca motivazioni differenti da quelle comunicate all’epoca dal Santo Padre. La “ingravescentem aetatem” non ha ancora persuaso tutti. Ma comunque la sua voce, nonostante l’età si è fatta sempre sentire. Ed ora ricordiamo solo due episodi di fatti eclatanti accaduti nel suo pontificato, la visita in Benin nel 2011 ed il fulmine che colpisce il Cupolone nel giorno delle dimissioni. Erano circa 80 mila i fedeli presenti alla messa del Papa in quella domenica di novembre del 2011 e tutti hanno potuto vedere insieme la luna e il sole, evento rarissimo a quella latitudine. E alcuni parlarono di “miracolo”. All’indomani della messa celebrata da Benedetto XVI nello Stadio de l’Amitiè di Cotonou, anche i vescovi del Benin si sono interrogati sullo straordinario fenomeno che ha consentito alle 8 del mattino agli 80 mila fedeli presenti di vedere insieme la luna e il sole, un evento rarissimo in Africa a quella latitudine, che ha suscitato grande stupore nella folla, come riferì ai giornalisti il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi. Tanto più che non pochi fedeli hanno dichiarato di aver visto anche il sole muoversi e risplendere senza accecare, così da poterlo guardare a lungo senza problemi. Un fenomeno interpretato dagli africani come un prodigio dovuto alla presenza del Papa, ma che ha turbato anche gli operatori dei media e molti vescovi, anche perché, a quanto si è appreso, non è stato un fatto isolato ma si è ripetuto altre volte nel corso della visita. Monsignor Renè-Marie Ehuzu, vescovo di Porto Novo e presidente della Commissione Pastorale Sociale della Conferenza Episcopale del Benin, nonché responsabile organizzativo della visita papale nel Paese, dichiarò all’Agi che “sabato pomeriggio, quando il Papa nel tragitto verso la parrocchia di Santa Rita, alla periferia di Cotonou, si è fermato per salutare e benedire gli ammalati dell’ospedale che si trova lì vicino, si è verificato un fenomeno analogo, tanto che gli ospiti del nosocomio hanno voluto recarsi nella Cappella per una preghiera di ringraziamento”. “Per tutti e tre i giorni della visita – ha affermato il presule – ci sono testimonianze su eventi simili e foto scattate con i cellulari dai testimoni, in qualche caso sacerdoti. Personalmente non so dare una spiegazione ma escludo che si tratti di un fenomeno di isteria collettiva”. “La luna è attualmente molto vicina al sole (una piccola falce visibile prima dell’alba), perciò è impossibile vederla insieme al sole, cioè quando questo è alto nel cielo. Se era visibile, è evidente che il bagliore del sole era temperato, come appunto dicono i testimoni”. Il Papa ha portato la luce di Cristo.

E poi la foto, che ha fatto il giro del mondo, e che non è una fake ma semplicemente autentica per varie e fortunate coincidenze, oltre a pazienza e bravura del fotografo: il fulmine la sera delle dimissioni di Papa Benedetto XVI. Alla morte di San Giovanni Paolo II, quella sera piazza San Pietro era gremita di gente, la sera delle dimissioni di Papa Benedetto XVI piazza San Pietro era vuota e desolata, solo il temporale che si apprestava a cadere su Roma e così fu ed i fulmini che squarciavano il cielo, tra cui quelli che cadevano sulla Basilica e quello ripreso sul Cupolone.

Molti hanno interpretato questo accadimento così come quello in Africa come dei segni del cielo. Ora lui certamente gode della visione beatifica di Dio e dovrà continuare a pregare per noi così come noi per la sua anima benedetta.

don Pierluigi Vignola, MCI Amburgo

 

 

 

 

Benedetto XVI: un magistero che ha fatto sentire ancora di più la Chiesa vicina al popolo in cammino

 

Città del Vaticano – Da questa mattina sono migliaia i fedeli da tutto il mondo che si sono messi in fila per rendere omaggio alla salma del papa emerito Benedetto XVI esposta nella Basilica di San Pietro, in Vaticano. Il Papa emerito è morto sabato 31 dicembre alle 0re 9,34. Poco prima, intorno alle 3, le sue ultime parole pronunciate in italiano: “Gesù ti amo”. Era presente solo un infermiere che non parla il tedesco e che ha sentito le parole pronunciate da Ratzinger. “Benedetto XVI – ha raccontato il suo segretario, il vescovo Georg Gänswein – con un filo di voce, ma in modo ben distinguibile, ha detto, in italiano: ‘Signore ti amo!’ Io in quel momento non c’ero, ma l’infermiere me l’ha raccontato poco dopo. Sono state le sue ultime parole comprensibili, perché successivamente non è stato più in grado di esprimersi”. Il Papa emerito è morto nel Monastero “Mater Ecclesia”, in Vaticano dove abitava dal 2005 dopo la sua rinuncia al trono pontificio. Questa mattina la traslazione, in forma privata, nella basilica Vaticana dove il primo a rendergli omaggio è stato il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella. Benedetto XVI è vestito con paramenti liturgici rossi, la mitra del vescovo, il rosario e una croce tra le mani. Ai piedi un paio di scarpe nere, non quelle rosse che usava quando era il pontefice regnante. I funeral, in forma sobria, giovedì 5 gennaio alle ore 9,30 presieduti da papa Francesco che in questi giorni ha più volte ricordato il suo predecessore. Ricco il magistero sul tema delle migrazioni durante il suo pontificato. Molti ricordano alcuni incontri straordinari con il mondo della mobilità umana, come quello con i rom e quello con lo spettacolo viaggiante. Otto i messaggi per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato dal 2006 al 2013: le migrazioni come un ‘segno dei tempi’ (2006), la famiglia migrante diversa (2007), la provocazione dei giovani migranti (2008), il valore dell’ospitalità (2009), il dramma dei minori migranti (2010), le migrazioni e l’unità della famiglia umana (2011), le migrazioni e la nuova evangelizzazione (2012), le migrazioni come pellegrinaggio di fede e di speranza (2013). E come dicevamo i due incontri per il mondo dei rom (11 giugno 2011) e per la gente dello spettacolo viaggiante (1 dicembre 2012). Grazie papa Benedetto XVI per queste occasioni e per il suo magistero che hanno fatto sentire ancora di più la Chiesa vicina al popolo in cammino, tra le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di questo mondo. Raffaele Iaria, Migrantes 2

 

 

 

 

Benedetto XVI: liturgia, musica e Concilio

 

Musica, liturgia e Concilio Vaticano II, tre aspetti fondamentali per Papa Benedetto XVI- Di Marco Mancini

 

CITTÀ DEL VATICANO. Benedetto XVI nella sua vita è sempre stato un amante della musica. Nell’estate 2015  a Castel Gandolfo in occasione del conferimento del dottorato honoris causa da parte della Pontificia Università Giovanni Paolo II e dell’Accademia di Musica di Cracovia, il Papa Emerito soffermò su tre parole chiave: musica, liturgia e Concilio Vaticano II.

Nel corso del suo Pontificato, Papa Benedetto ha sottolineato a più riprese l'importanza della liturgia. In occasione dell'udienza ai partecipanti al Convegno promosso dal Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo, nel 2011, aveva sottolineato come la celebrazione liturgica realizzasse "contemporaneamente un'epifania del Signore e un'epifania della Chiesa, due dimensioni che si coniugano in unità nell'assemblea liturgica, ove il Cristo attualizza il Mistero pasquale di morte e di risurrezione e il popolo dei battezzati attinge più abbondantemente alle fonti della salvezza. Nell'azione liturgica della Chiesa sussiste la presenza attiva di Cristo: ciò che ha compiuto nel suo passaggio in mezzo agli uomini, Egli continua a renderlo operante attraverso la sua personale azione sacramentale, il cui centro è costituito dall'Eucaristia". "La Liturgia cristiana – aveva aggiunto Benedetto XVI - è la Liturgia della promessa compiuta in Cristo, ma è anche la Liturgia della speranza, del pellegrinaggio verso la trasformazione del mondo, che avrà luogo quando Dio sarà tutto in tutti".

"La liturgia - spiegava il Papa nell'udienza generale del 3 ottobre 2012 - non è una specie di auto-manifestazione di una comunità, ma è invece l’uscire dal semplice essere-se-stessi, essere chiusi in se stessi, e l’accedere al grande banchetto, l’entrare nella grande comunità vivente, nella quale Dio stesso ci nutre. La liturgia implica universalità e questo carattere universale deve entrare sempre di nuovo nella consapevolezza di tutti. La liturgia cristiana è il culto del tempio universale che è Cristo Risorto, le cui braccia sono distese sulla croce per attirare tutti nell’abbraccio dell’amore eterno di Dio. E’ il culto del cielo aperto. Non è mai solamente l’evento di una comunità singola, con una sua collocazione nel tempo e nello spazio. E’ importante che ogni cristiano si senta e sia realmente inserito in questo noi universale, che fornisce il fondamento e il rifugio all’io, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa".

Nella musica e nella sua bellezza e armonia, Benedetto XVI vedeva la bellezza e l'armonia della Chiesa stessa. In occasione - nel corso del Viaggio in Baviera del 2006 - della benedizione del nuovo organo della Basilica della Alte Kapelle di Ratisbona, il Papa usò la metafora dell'organo per sottolineare come "le numerose canne e i registri devono formare un'unità. Se più canne non sono più ben intonate, allora si hanno delle stonature e la cosa comincia a divenire insopportabile. Anche le canne di quest'organo sono esposte a cambiamenti di temperatura e a fattori di affaticamento. È questa un'immagine della nostra comunità nella Chiesa. Come nell'organo una mano esperta deve sempre di nuovo riportare le disarmonie alla retta consonanza così dobbiamo anche nella Chiesa, nella varietà dei doni e dei carismi, trovare mediante la comunione nella fede sempre di nuovo l'accordo nella lode di Dio e nell'amore fraterno".

"La musica sacra - era ed è la convinzione di Papa Benedetto espressa nel 2012 all'Associazione Italiana Santa Cecilia - può favorire la fede e cooperare alla nuova evangelizzazione. La partecipazione attiva dell’intero Popolo di Dio alla liturgia non consiste solo nel parlare, ma anche nell’ascoltare, nell’accogliere con i sensi e con lo spirito la Parola, e questo vale anche per la musica sacra".

Più volte, specialmente nell'Anno della Fede, Benedetto XVI ha fatto riferimento alla costituzione del Concilio Vaticano II sulla liturgia. Attraverso la musica sacra molte "persone sono state toccate nel profondo dell’animo e si sono sentite nuovamente attirati verso Dio dalla bellezza della musica liturgica". Musica e liturgia nella Chiesa sono dunque per Benedetto due potenti strumenti di evangelizzazione, e non due accessori facoltativi. Aci 2

 

 

 

Ratzinger e le dimissioni: gli intrighi, le pressioni. E a Napolitano anticipò: «Non ne posso più»

 

Andrea Riccardi spiega cosa portò Benedetto XVI alle dimissioni: «Capì di non riuscire più a governare e non voleva farsi strumentalizzare. A Napolitano anticipò la sua decisione»

Stavo concludendo la biografia di Giovanni Paolo II ed ebbi una conversazione in proposito con Benedetto XVI, il principale collaboratore di Wojtyla.

 

Questi lo stimava molto: «È l’ultimo teologo del Vaticano II», disse di lui.

Ratzinger, riconosciuto intellettuale europeo (faceva parte dell’Académie Française), integrava con la sua dottrina le intuizioni mistiche e carismatiche di Wojtyla.

 

Il cardinale lo ammirava: «Sollevava i continenti», scrisse di lui. Anche se non condivideva tutto, come la preghiera interreligiosa di Assisi, ma anche gli ultimi tempi di pontificato, segnati da una malattia vissuta di fronte al mondo.

 

Il mio colloquio con Ratzinger mi rivelò, ancora una volta, il suo atteggiamento cordiale e paritario. Faceva domande e mostrava grande capacità di ascolto, come chi sente di poter sempre imparare e di conoscere poco la vita. Eppure era aggiornato. Lo vidi quando, a un pranzo di Sant’Egidio con i poveri, incontrò gente di vari Paesi e ricordava a ciascuno la situazione della propria patria.

 

Nel colloquio con lui, mi colpì, oltre i discorsi, la sua gestione dei rapporti. Mi fece aspettare in anticamera più di mezz’ora. Non era un problema per me. Però, quando entrai da lui, era turbato: si scusava eccessivamente dell’attesa, accennando al cardinale in udienza prima di me, come di uno un po’ invadente, che non rispetta gli orari.

 

Mi colpì: una persona, come il Papa, ha molti modi di congedare. Ma non era facile, per lui, timido e mite, gestire i rapporti, specie con i prepotenti o gli insensibili.

 

Quando, nel 1981, venne in Curia come prefetto della dottrina della fede, condivideva un progetto con Wojtyla: «Uscire dalla crisi della Chiesa, massima fedeltà al Vaticano II, proseguire la recezione del Concilio». Mi disse: «No a una riforma strutturale, ma una riforma spirituale».

 

Ratzinger mi parlò del governo di Wojtyla, che talvolta agiva fuori dai canali istituzionali, e della Segreteria di Stato: «C’è una dialettica di sempre tra la persona e l’istituzione, anche con la Segreteria di Stato, che pur stimava. Wojtyla veniva da fuori. Per Paolo VI e Pio XII era diverso: venivano dalla Segreteria».

 

Anche Benedetto veniva dalla Curia. Ma non si sentiva un curiale e conduceva una vita riservata.

 

Non ha mai avuto un governo extraistituzionale come Wojtyla o, in altro modo, Francesco: si è servito della Curia, ma ne ha sentito il peso.

 

Un papa malato come Wojtyla non si doveva dimettere? «In una visione retrospettiva — disse Benedetto — vediamo che è stata una catechesi del dolore. Era un tipo di governo. Si governa con la sofferenza. Ma non sempre è possibile; si può solo dopo un pontificato così lungo. Dopo tanta vita attiva era giusta una pausa di sofferenza. Anche in un mondo dove si nasconde la sofferenza che, invece, è parte dell’essere umano».

L’omaggio dei fedeli a Benedetto XVI, in diretta

Benedetto non amava mostrare la malattia. Wojtyla, quando si parlava di dimissioni, rispose: «Gesù non è sceso dalla croce». La scelta di Ratzinger è in tutt’altro senso.

 

Non la spiegano i motivi di salute. Ha pesato molto — a mio avviso — la coscienza di non essere più in grado di guidare la Chiesa, anche perché sottoposto a varie pressioni.

 

Non voleva assolutamente che persone o ambienti gli prendessero la mano in un governo che considerava sua responsabilità personale.

 

Così rimise il ministero ai cardinali e credeva che lo Spirito avrebbe indicato il nuovo papa.

 

Il 4 febbraio 2013, al concerto in Vaticano, prevenne il presidente Napolitano delle sue imminenti dimissioni. Di fronte a un presidente perplesso e a qualche sua obiezione, sembra abbia concluso: «Non ne posso più».

 

Nel colloquio con Ratzinger, parlammo pure dell’origine di Wojtyla e del suo messianismo polacco: «Era un patriottismo vero, che da un popolo sofferente sviluppa la speranza». Wojtyla — aggiunse — «parlava di un nuovo Avvento e di un tempo di gioia del cristianesimo». «L’ho visto sofferente, ma non triste», concluse.

 

Benedetto XVI aveva in comune con Wojtyla la convinzione che, se il cristianesimo avesse perduto l’Europa, sarebbe stato un dramma per l’intera Chiesa nel mondo. Non è stato, come Francesco, un Papa che viene da lontano. Tedesco, anzi bavarese, amante di Roma e dell’Italia, di cultura francese, si muoveva a suo agio nei dibattiti politici e intellettuali del continente.

 

Gli raccontai di un colloquio di molti anni prima con Wojtyla. Gli avevo espresso l’idea che il Pci fosse diverso dai partiti «fratelli». Wojtyla mi aveva guardato perplesso e critico. Benedetto sorrise e sorprendentemente disse: «No, aveva ragione lei. Il Pci ha nella sua storia una figura come Gramsci che lo ha reso diverso». E si mise a parlare dettagliatamente di Gramsci.

 

Era un uomo forte, seppure timido, quasi accondiscendente. Mi disse il segretario, don Georg: «Niente di più fermo della decisione dei miti». Non aveva l’audacia di Wojtyla, che convocò le religioni ad Assisi nel 1986: per Ratzinger ci furono «malintesi», ma c’erano anche «intenzioni pure». Credeva però che «le religioni debbono essere strumenti di pace». Infatti, per i venticinque anni della preghiera wojtyliana, tornò ad Assisi per celebrarne l’anniversario. Tale era il suo senso di continuità e di fedeltà alla storia della Chiesa.

 

Ratzinger è stato uomo di fede e un grande intellettuale, un europeo complesso, contraddittorio e sfaccettato, nonostante la sua linearità. Per questo, come si vede dopo la sua morte, nonostante i dieci anni trascorsi nel silenzio, la sua figura interroga e interessa ancora. Andrea Riccardi, CdS 2

 

 

 

 

Cei: messaggio in occasione della morte del Papa emerito Benedetto XVI

 

Roma – Pubblichiamo di seguito il Messaggio della Presidenza della CEI per la morte del Papa emerito Benedetto XVI. Nel testo vengono riportate anche alcune indicazioni liturgiche.

 

La Chiesa in Italia esprime profondo cordoglio per la morte del Papa emerito Benedetto XVI. Ritornano le parole della “declaratio” del 10 febbraio 2013, quando rinunciò al ministero petrino: «Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio». Anche nel momento della debolezza umana, ha dimostrato la forza che viene dalla fede in Cristo (2Cor 12,10) e l’importanza di una relazione profonda che nasce dalla preghiera nello Spirito (Gd 20).

In queste ore risuona nel cuore di ciascuno di noi il suo invito a «sentire la gioia di essere cristiano, perché Dio ci ama e attende che anche noi lo amiamo». La sua vita fondata sull’amore è stata un riflesso della sua relazione con Dio e, nell’ultimo tratto della sua esistenza, ha reso visibile questa relazione con il Signore, custodendo il silenzio.

Ringraziamo il Signore per il dono della sua vita e del suo servizio alla Chiesa: testimonianza esemplare di quella ricerca incessante del volto del Signore (Sal 27,8), che oggi può finalmente contemplare faccia a faccia (1Cor 13,12).

La Chiesa in Italia, in particolare, gli è riconoscente per l’impulso dato alla nuova evangelizzazione: ricordiamo l’esortazione, rivolta in occasione del Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona, a portare «con rinnovato slancio a questa amata Nazione, e in ogni angolo della terra, la gioiosa testimonianza di Gesù risorto, speranza dell’Italia e del mondo».

In questo momento, facciamo nostra la sua preghiera alla Vergine di Loreto, a cui affidiamo la sua anima: «Proteggi il nostro Paese, perché rimanga un Paese credente; perché la fede ci doni l’amore e la speranza che ci indica la strada dall’oggi verso il domani. Tu, Madre buona, soccorrici nella vita e nell’ora della morte».

Invitiamo le comunità locali a riunirsi in preghiera e a celebrare la messa in suffragio del Papa emerito Benedetto XVI. È opportuno utilizzare uno dei formulari proposti dal Messale Romano per le Messe dei defunti «Per il Papa» (pp. 976-977). Nei testi si dovrà aggiungere la dicitura «il Papa emerito Benedetto XVI». Precisiamo, inoltre, che nella colletta dello schema B e nell’orazione sulle offerte dello schema A si dovrà dire «il tuo servo, il Papa emerito Benedetto XVI».

La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana

 

 

 

 

 

Bischof Peter Kohlgraf warnt vor Hass-Dynamiken

 

Der Mainzer Bischof Peter Kohlgraf zeigt sich besorgt über einen zunehmenden Hass im Ukraine-Krieg. Neben allen Gräueltaten der russischen Angreifer sei zuletzt auch immer wieder von Menschen aus der Ukraine die Reaktion „Wir werden euch nie vergeben“ zu vernehmen gewesen, sagte Kohlgraf am Sonntag in einer Predigt in Worms.

Ihn lasse „eine solche Aussage erschaudern“, betonte der Präsident der Friedensbewegung Pax Christi in Deutschland anlässlich des Weltfriedenstages 2023.

Kein Anspruch auf Vergebung

Zwar gebe es „keinen Anspruch auf Vergebung angesichts unbeschreiblicher Kriegsverbrechen“ gegen die Zivilbevölkerung und die zivile Infrastruktur eines Landes. Doch müsse man sich auch fragen, wie mit einer unversöhnlichen Haltung die Welt in den nächsten Jahrzehnten gestaltet werden solle. „Wollen wir uns unsere Zukunft durch Hass und den Gedanken der Rache vergiften lassen?“, fragte Kohlgraf. „Haben dann nicht die Verbrecher gewonnen?“

Wie wollen wir in Zukunft leben?

Der Pax-Christi-Präsident prognostizierte: „Wir werden schwere Wege gehen, in Gegenwart und Zukunft.“ Denn angesichts zahlreicher Kriegsherde könne überall auf der Welt das Motto „Wir werden euch nicht vergeben“ gelten. Papst Franziskus habe jüngst von einem dritten Weltkrieg gesprochen. „Die Lage ist mehr als ernst“, betonte Kohlgraf.

Vergebung - keine Ignoranz oder Vertuschung

Es werde in Zukunft Menschen brauchen, „die sich nicht durch Rache und Hass bestimmen lassen, sondern durch das Bemühen um Gerechtigkeit und Versöhnung“. Vom Evangelium her sei dauerhafter Frieden eine Folge von Gerechtigkeit. Vergebung heiße dabei auch nicht, den Mantel des Schweigens über Verbrechen zu decken. „Es entspricht dem Evangelium, wenn Kriegsverbrecher Verantwortung übernehmen müssen für ihre Taten, wenn den Opfern größtmögliche Gerechtigkeit widerfährt, wenn eine internationale Gemeinschaft um die Einhaltung internationalen Rechts bemüht ist“, fügte Kohlgraf hinzu. Vergebung bedeute nicht Vertuschung und nicht Ignoranz.

(kna 15)

 

 

 

 

Papst: Gebet für Einheitswoche und die Bischofssynode 2023

 

Papst Franziskus hat zur Teilnahme an der Gebetswoche für die Einheit der Christen ermuntert, die weltweit am 18. Januar startet. Beim Mittagsgebet kündigte er zugleich eine ökumenische Gebetsvigil im September für die Bischofssynode zur Synodalität an.

Die Gebetswoche für die Einheit der Christen 2023 steht unter dem Motto „Tut Gutes! Sucht das Recht“ (Jes 1,17), das aus dem ersten Kapitel des Buches Jesaja entnommen ist. Es verweist darauf, dass Gott Recht und Gerechtigkeit von uns allen verlangt, und zwar zu jeder Zeit und in allen Bereichen des Lebens. 

„Danken wir dem Herrn, der sein Volk treu und geduldig zur vollen Gemeinschaft führt, und bitten wir den Heiligen Geist, uns mit seinen Gaben zu erleuchten und zu unterstützen“, sagte der Papst beim Mittagsgebet über die Gebetswoche, die kommende Woche startet. Franziskus schließt die Gebetswoche am 25. Januar selbst mit einer Vesper in der römischen Basilika St. Paul vor den Mauern ab.

„Der Weg zur christlichen Einheit und der Weg der Kirche zur synodalen Umkehr sind miteinander verbunden“, fuhr der Papst am Sonntag fort und kündigte in diesem Zusammenhang eine ökumenische Initiative an, bei der gemeinsam für die Bischofssynode zum Thema Synodalität gebetet werden soll.

Ökumenische Gebetsvigil Ende September

„Daher nutze ich die Gelegenheit, um anzukündigen, dass am Samstag, dem 30. September, auf dem Petersplatz eine ökumenische Gebetsvigil stattfinden wird, mit der wir Gott die Arbeit der 16. ordentlichen Generalversammlung der Bischofssynode anvertrauen werden.“

Für die teilnehmenden Jugendlichen gebe es an diesem Wochenende im September „ein spezielles Programm“, das von der Taizé-Gemeinschaft organisiert werde, so Franziskus weiter. „Schon jetzt lade ich Brüder und Schwestern aller christlichen Konfessionen ein, an dieser Versammlung des Volkes Gottes teilzunehmen.“

Abschluss der Weltsynode

Die erste Bischofssynode zum Thema Synodalität soll im Oktober 2023, eine zweite dann im Jahr 2024 im Vatikan stattfinden. Sie sind Zielpunkt der weltweit laufenden Weltsynode, die sich aktuell in ihrer „kontinentalen Phase“ befindet.

Hier zum Hören

Live: Gebetswoche für die Einheit der Christen 

Ein Hinweis: Die Vesperfeier in der römischen Basilika St. Paul vor den Mauern zum Abschluss der Gebetswoche am 25. Januar mit Papst Franziskus übertragen wir live und mit deutschem Kommentar auf unserer Homepage, Youtube und Facebook ab 17.30 Uhr. Am 25. Januar feiert die katholische Kirche das Hochfest der Bekehrung des heiligen Apostels Paulus. (vn 15)

 

 

 

 

Papst: „Wir brauchen das Genie einer neuen Sprache“

 

Jesu Botschaft freilegen und eine neue Sprache finden, um sie zu vermitteln – dazu ruft Papst Franziskus im Vorwort zu einem neuen Jesusbuch auf, das an diesem Samstag in Italien erscheint.

In dem Buch „Una trama divina, Gesu nel controcampo“ begibt sich Antonio Spadaro auf Spurensuche nach Jesus und seiner Botschaft. Der italienische Jesuit und Autor ist Herausgeber der Zeitschrift „La Civiltà Cattolica“ und hat Papst Franziskus bereits mehrere Male interviewt. 

In seinem siebenseitigen Vorwort zu Spadaros Buch regt Papst Franziskus dazu an, Jesus in seiner Unangepasstheit und Authentizität wiederzuentdecken. Auf seine Zeitgenossen habe der sanfte, doch bisweilen auch aufbrausende junge Mann, der sich Kranken, Armen und Ausgegrenzten zuwandte, als Außenseiter gewirkt.

Zum Hören: Papst Franziskus zu Jesus und dem Evangelium in einem Vorwort zum Jesusbuch des Jesuiten Antonio Spadaro (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)

„Gott ist mit einer Geschichte, die erzählt werden kann, in das Netz der menschlichen Angelegenheiten eingetreten.“

Jesu Frage an seine Jünger „Ihr aber, für wen haltet ihr mich?“ (Mk 8,29) sei auch heute ein Schlüssel, um in Kontakt zu treten mit dem Gottessohn, der „in das Netz der menschlichen Angelegenheiten eingetreten“ sei, formuliert Papst Franziskus.

Jesus nicht zähmen oder verklären

„Wir neigen dazu, Jesus zu zähmen, ihn liebenswert zu machen, aber auf eine Weise, die seine Botschaft unnötig süß macht“, kritisiert Franziskus. Das Jesusbuch „Una trama divina“ biete keine „erbauliche Geschichte“, sondern hebe das „Hell-Dunkel, die Rauheit der Evangelien“ hervor, lobt der Papst. Bei der Suche nach Jesus und seiner Botschaft öffne „eine gesunde, unbefriedigte Unruhe, gepaart mit dem Erstaunen über das Neue (…) den Weg zur Kühnheit“, so Franziskus, und er appelliert: „Wir dürfen das Feuer der Begegnung mit Jesus nicht verlieren.“

 

„Ihr aber, für wen haltet ihr mich? - Wir dürfen das Feuer der Begegnung mit Jesus nicht verlieren.“

Laut Franziskus muss Jesu Botschaft wieder neu entdeckt, ja geradezu freigeräumt werden, wie er bildhaft beschreibt: „Lernen wir, den Staub, der sich auf den Seiten des Evangeliums angesammelt hat, zu entfernen und seinen intensiven Geschmack wiederzuentdecken.“ Wesentlich sei eine Jesuserfahrung mit allen Sinnen, betont der Papst: „Man muss diesen Jesus ,sehen‘, seine Berührung auf der Haut spüren, sonst wird der Gottessohn, der Meister, zu einer Abstraktion, einer Idee, einer Utopie, einer Ideologie.“

Eine Botschaft, die erschüttert

Der Papst nimmt hierbei die Sprache in die Pflicht, auch die der Kirche, die sich um eine Vermittlung von Jesu Botschaft bemüht. Das Evangelium dürfe nicht „in Zuckerwatte“ gepackt oder abgemildert werden, warnt er: „Die Kirche muss sich davor hüten, in die Falle einer banalen Sprache zu tappen, in Phrasen, die mechanisch und müde wiederholt werden. Das Evangelium muss eine Quelle des Glanzes und der Überraschung sein, die einen bis ins Mark erschüttern können.“

„Das Genie einer neuen Sprache“

Gerade angesichts der heutigen Krisenzeit brauche es „das Genie einer neuen Sprache“, wendet sich Franziskus dann auch an Schriftsteller, Dichter und Künstler. „Kraftvolle Geschichten und Bilder“ seien notwendig, um „die Botschaft des Evangeliums in die Welt hinauszuschreien, um uns Jesus sehen zu lassen“, appelliert der Papst in dem Vorwort zu dem Jesusbuch.

Zum Buch

„Una trama divina, Gesu nel controcampo“ von Antonio Spadaro SJ erscheint an diesem Samstag beim italienischen Verlag Marsilio auf Italienisch. Der Titel kann ins Deutsche etwa mit „Eine göttliche Geschichte, Jesus im Gegenschuss“ übersetzt werden. Schuss und Gegenschuss sind eine Technik des Filmschnitts, die etwa zur Darstellung von Dialogsituationen genutzt wird. (vn 14)

 

 

 

 

Franziskus: Gott bittet uns, den Schwächsten zu dienen

 

Der Papst hat Priester aufgerufen, den gegenwärtigen synodalen Prozess in der Kirche „konkret mitzutragen“: Die Menschen von heute bräuchten Priester, die fähig seien, ihnen zuzuhören und die Hoffnung Christi in ihnen neu zu entfachen, und zwar mit ihrer Präsenz und ihrem Mitgefühl. Das sagte Franziskus an diesem Samstagmorgen vor den Mitgliedern des Päpstlichen Nordamerikanischen Kollegs. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Dialog, Gemeinschaft und Mission: Das seien die drei wesentlichen Elemente für eine lebendige Priesterausbildung. Papst Franziskus wies die Mitglieder des Päpstlichen Nordamerikanischen Kollegs, die er im Vatikan empfing, auf diese drei Schlagwörter hin. Das gelte insbesondere für die Priesteramtskandidaten, die ihre Erfahrung des Studiums und der Unterscheidung im Glauben in Rom machen würden.

Komm und sieh

Einmal mehr war es das Evangelium, das die Überlegungen des Papstes leitete: die Begegnung zwischen Jesus und den Jüngern, die ihn zuerst suchen, dann befragen, ihm folgen, bei ihm bleiben und schließlich andere mit ihrem Zeugnis anziehen. Sie treten in einen Dialog mit dem Herrn, sie wollen ihn kennen lernen. „Komm und sieh“, laute die Antwort des Meisters. Dazu der Papst:

„Im Laufe eures Lebens und besonders während dieser Zeit der Seminarausbildung tritt der Herr in einen persönlichen Dialog mit euch, indem er euch fragt: ,Was sucht ihr?´, und euch einlädt, zu kommen und zu sehen, mit ihm zu sprechen, indem ihr euer Herz öffnet und euch ihm vertrauensvoll im Glauben und in der Liebe hingebt.“

In Beziehung mit Jesus

Der Papst forderte die Gäste auf, eine tägliche Beziehung zu Jesus zu pflegen, die durch das Gebet, die Meditation des Wortes Gottes, die geistliche Begleitung und das stille Hören vor dem Tabernakel genährt werde:

„Gerade in diesen Momenten der familiären Beziehung zum Herrn können wir seine Stimme am besten hören und entdecken, wie wir ihm und seinem Volk großzügig und von ganzem Herzen dienen können.“

Bei Gott bleiben

Man müsse vom Hören auf die Gemeinschaft, „die aus dem Verbleiben beim Herrn“ entstehe, auf seine Worte und Gesten zugehen und lernen, „was der Vater“ zum Verkünden brauche. Franziskus betonte, dass der priesterliche Weg eine ständige Gemeinschaft mit Gott, aber auch mit der Kirche, einer im Leib Christi vereinten Gemeinschaft, erfordere:

„Ich lade Sie ein, die Augen offen zu halten sowohl für das Geheimnis der Einheit der Kirche, die sich in ihrer legitimen Vielfalt manifestiert, aber in der Einheit des Glaubens gelebt wird, als auch für das prophetische Zeugnis der Nächstenliebe, das die Kirche, insbesondere hier in Rom, durch ihre konkreten Taten des Teilens und der Hilfe für die Bedürftigen zum Ausdruck bringt.“

Solche Erfahrungen der geschwisterlichen Liebe, so erklärte der Papst, befähigten dazu, Gott in jedem Menschen zu sehen und so „die heilige Größe des Nächsten“ zu erfassen und die Mühen des Lebens gemeinsam zu ertragen.

„ie Menschen von heute brauchen uns Priester, um ihre Fragen, ihre Ängste und ihre Träume zu hören...“

Zeugen, die anziehen

Die Mission eines jeden Gläubigen entspringe aus dem Dialog und der Gemeinschaft mit Jesus heraus: Die Jünger, so stellte Franziskus fest, seien „hinausgegangen“, sobald sie berufen seien, „um andere mit ihrem Zeugnis anzuziehen“:

„Wenn Jesus Männer und Frauen beruft, dann tut er das immer, um sie auszusenden, vor allem zu den Schwächsten und denen am Rande der Gesellschaft, denen wir nicht nur dienen sollen, sondern von denen wir auch viel lernen können. Die Menschen von heute brauchen uns, um ihre Fragen, ihre Ängste und ihre Träume zu hören, damit wir sie besser zum Herrn begleiten können, der die Hoffnung neu entfacht und das Leben aller erneuert.“

Deshalb, so schloss der Papst, seien die Priester und Seminaristen aufgerufen, durch die Ausübung von Werken der Barmherzigkeit, durch die verschiedenen Bildungs- und Wohltätigkeitsapostolate Zeichen einer aufgeschlossenen Kirche zu sein, die fähig sei, „die Gegenwart, das Mitgefühl und die Liebe Jesu zu teilen“. (vn 14)

 

 

 

Großes Afrika-Interview des Papstes: Wider die Ausbeutungslogik

 

Der Papst freut sich auf seine bevorstehende Afrikareise in den Kongo und Südsudan. Das sagte er der spanischen Afrika-Zeitschrift „Mundo Negro“ in einem langen Interview, das jetzt veröffentlicht wurde. Darin würdigt Franziskus den geistigen Reichtum Afrikas und prangert die Logik der Ausbeutung, ideologische Kolonalisierung und die europäische Abschottungspolitik an. Anne Preckel - Vatikanstadt

 

Die Zeitschrift „Mundo Negro“ veröffentlichte das bereits Mitte Dezember 2022 aufgezeichnete Gespräch am Freitag und mit Audio-Interviewausschnitten online, wenige Tage vor Franziskus‘ Afrikareise in die Demokratische Republik Kongo und den Südsudan. Der Papst hatte mehrfach den Wunsch geäußert, die beiden Länder zu besuchen. Am 31. Januar tritt er die - ursprünglich für Juli geplante - Reise an, die wegen seiner Knieprobleme verschoben worden war.

Zum Nachhören - was der Papst sagte

Nächste Afrikareise ein lang gehegter Traum

Die Frage, ob er sich auf diese Reise „am meisten“ freue, beantwortet der Papst in dem Interview mit „Ja“. Die Kirche der Demokratische Republik Kongo sei für ihn wie ein „Bollwerk der Inspiration“, formuliert Franziskus, es sei „eine Kirche mit Wurzeln“ und einer „eigenen Kultur“, was „beeindruckend“ sei, lobt der Papst. Die kongolesische Gemeinschaft in Rom stehe ihm „sehr nahe“, ergänzt er. Sie werde von einer charismatischen Ordensfrau geleitet, die er sehr schätze.

Dass er im Kongo doch nicht Goma wie ursprünglich geplant besuchen werde, habe nichts mit Angst um die eigene Sicherheit, sondern mit Sorge um die Menschen vor Ort zu tun, erläutert Franziskus mit Verweis auf lokale Terrorgefahr: „Ich lasse die Station nicht aus, weil ich Angst habe, mir wird nichts passieren, aber bei einer solchen Atmosphäre und wenn ich sehe, was sie (die Guerilla, Anm.) tun… sie werfen eine Bombe ins Stadion und töten viele Menschen. Wir müssen uns um die Menschen kümmern.“

Der Südsudan sei eine „leidende Gemeinschaft“, geht Franziskus auf die zweite Reisestation ein. Dass er die Reise dorthin nun unternehmen kann, sei ein „Traum“. Der Papst erinnert an den Friedenseinsatz für das Land, den er gemeinsam mit dem Anglikaner-Primas Justin Welby und dem Delegierten der Kirche von Schottland Jim Wallace seit Jahren vorantreibt. Bei einem Besuch der verfeindeten politischen Führer des Südsudan 2019 im Vatikan hatte Franziskus die Machthaber buchstäblich um Frieden „bekniet“ und ihnen die Füße geküsst.

Unvergessliche Erfahrung in Bangui 2015

„Ich schaue mir die Peripherie von innen an, nicht nur, weil sie mich intellektuell interessiert.“

Seinen „ersten intensiven Kontakt mit Afrika“ habe er in Bangui im Rahmen seiner Reise in die Zentralafrikanische Republik (November 2015) gehabt, bekennt der Papst. Sein Besuch sei in „eine Zeit des Übergangs“ gefallen, „in der die islamische und die katholische Gemeinschaft sehr gespalten waren“, erinnert sich Franziskus und lobt die wegweisenden Dialogbemühungen von Kardinal Dieudonné Nzapalainga, dem evangelischen Pfarrer Nicolas Nguerekoyame und dem Imam Kobine Layama: „Diese Erfahrung kann ich nicht vergessen“, so der Papst.

2015 ließ Franziskus in Bangui - an einem Ort der äußersten Peripherie aus europäische Sicht - mit dem Öffnen der Heiligen Pforte das vom ihm ausgerufene Heilige Jahr der Barmherzigkeit starten. Damals hatte der Papst gesagt: „Möge Bangui die spirituelle Hauptstadt der Welt werden!" „Ich glaube, ich habe mich schon immer für die Peripherie interessiert", so Franziskus jetzt gegenüber „Mundo Negro“: „Ich schaue mir die Peripherie von innen an, nicht nur, weil sie mich intellektuell interessiert.“

„Die Vorstellung, dass Afrika existiert, um ausgebeutet zu werden, ist das größte Unrecht, das es gibt, aber sie ist im kollektiven Unterbewusstsein vieler Menschen verankert und muss geändert werden.“

Mit deutlichen Worten verurteilt der Papst in dem Interview die seit der Sklavenzeit kolportierte Vorstellung, dass Afrika vor allem ein Ressourcen-Reservoir sei, das es auszubeuten gelte. „Die Vorstellung, dass Afrika existiert, um ausgebeutet zu werden, ist das größte Unrecht, das es gibt, aber sie ist im kollektiven Unterbewusstsein vieler Menschen verankert und muss geändert werden.“

Logik der Ausbeutung ablegen

Afrika sei „ursprünglich“, zeigt sich Franziskus über den Kontinent und seine Menschen beeindruckt. Jenseits der begehrten Bodenschätze bestehe Afrikas Schatz in einem „geistigen Reichtum“, lenkt der Papst die Aufmerksamkeit auf die Menschen und deren kulturelle und geistige Produktion. Und er verweist beispielhaft auf die „beeindruckende Klarheit“ und „intuitive Intelligenz“, die ihm bei jungen afrikanischen Studentinnen und Studenten aufgefallen sei. Bildung und der „intellektuelle Fortschritt der Afrikaner“ seien „eine ernste Angelegenheit“, betont er weiter die Bedeutung dieses Bereiches für den Fortschritt der afrikanischen Gesellschaften.

Arbeitsmigranten aus dem Süden seien oftmals eine Bereicherung für westliche Aufnahmeländer, in denen es einen Mangel bestimmter Berufe gebe, wirft er einen Blick in die Zielländer, in die Afrikaner:innen emigrieren. „Diese Menschen bieten ein frisches Zeugnis für neue Kulturen, im Gegensatz zu älteren Kulturen oder Kulturen, die im ,geschäftlichen‘ Sinne organisiert sind.“ Es sei eine Art „Re-branding“, allerdings gebe es auch die Gefahr, dass diese Menschen „das Gute, das sie bringen“ im neuen Lebensumfeld verlieren.

Kritik übt der Papst an dem Zustand der „halben Unabhängigkeit“, in dem sich viele afrikanische Staaten heute de facto befänden: „Ihnen wird wirtschaftliche Unabhängigkeit von Grund auf gegeben, aber die anderen behalten den Untergrund, um diesen auszubeuten. Wir sehen eine Ausbeutung durch andere Länder, die diese Ressourcen nehmen“, kritisiert Franziskus.

Kritik an Abschottungspolitik

Mit Blick auf die Zurückdrängung von hilfsbedürftigen Migranten aus Afrika spricht der Papst von „Verbrechen“ und kritisiert einmal mehr eine Politik, die in Abschottung abdriftet. In Nordafrika gebe es „Konzentrationslager“, „eine ganze Industrie, in der man Menschenfleisch vermarktet“, so Franziskus, was „schwerwiegend“ sei. Er dürfte dabei an die verzweifelte Lage von Flüchtlingen in Libyen gedacht haben, die eingesperrt, gefoltert und gehandelt werden. 

Afrika zu helfen sei ohne einen Stopp der Ausbeutung des Kontinentes (bzw. dessen Ressourcen und Menschen) nicht glaubwürdig, macht er weiter deutlich: „Ein Regierungschef sagte einmal, dass das Problem der Migration in Afrika gelöst werden muss, um Afrika zu helfen, immer unabhängiger zu werden. Und das ist wahr. Tatsache ist jedoch, dass Afrika (in der allgemeinen Wahrnehmung, Anm.) dazu da ist, geplündert zu werden“, so Franziskus‘ bittere Bestandsaufnahme.

Franziskus bekräftigt in dem Interview seine mehrfach vorgebrachte Forderung, dass Flüchtlinge und Migranten „aufgenommen, begleitet und integriert" werden müssten. Er plädiert für eine Kultur der Aufnahme und eine geteilte Verantwortung der Staaten. In Europa herrsche „eine sehr große Ungerechtigkeit“, kritisiert der Papst: „Griechenland, Zypern, Italien, Spanien und auch Malta sind die Länder, die am meisten Migranten aufnehmen.“ Diese Länder müssten „mit allem fertig werden“ und stünden vor dem Dilemma, Flüchtlinge in riskante Gegenden zurückzuschicken: „Das ist ein ernstes Problem.“ Die Europäische Union sie hier „nicht hilfreich“, urteilt der Papst.

Harmonie der Unterschiede statt Proselytismus

Klar wendet sich der Papst in dem Gespräch mit „Mundo Negro“ gegen eine ideologische oder kolonialistisch geprägte Verkündigung des christlichen Glaubens. Die Missionstätigkeit der Kirche habe sich seit dem Zweiten Vatikanischen Konzil „Gott sei Dank“ weiterentwickelt, betont der Papst. Evangelisierung dürfe keinen kulturellen Reduktionismus oder eine Ideologisierung der Kulturen beinhalten, erinnert er, sie bedeute Verkündigung „mit großem Respekt“ und eine „Inkulturation des Glaubens“.

„Die schwerste Sünde, die ein Missionar begehen kann, ist daher der Proselytismus.“

„Die schwerste Sünde, die ein Missionar begehen kann, ist daher der Proselytismus. Der Katholizismus ist kein Proselytismus.“ Ein Missionar respektiere „das, was an jedem Ort vorhanden ist, und hilft, Harmonie zu schaffen, aber er missioniert nicht ideologisch oder religiös, geschweige denn kolonialistisch“, so der Papst, es gehe vielmehr um eine „Harmonie der Unterschiede“. Dialog sei dabei „der Schlüssel“, so Franziskus über das Verhältnis zum Islam und zu den traditionellen Religionen.

Ausbeutung afrikanischer Ordensfrauen

Mit Blick auf den Einsatz junger Missionare und von Ordensfrauen aus dem Süden in westlichen Ländern rät der Papst zur Umsicht. „Diejenigen, die kommen, sollen auch hier als Missionare tätig sein. Wir müssen sehr vorsichtig sein, wenn es um die Freiheit der Evangelisierung und nicht um andere Interessen geht.“ Es gebe etwa Fälle insbesondere von jungen Ordensschwestern, „die hierherkommen, nicht vorbereitet sind, keine missionarische Berufung haben und auf der Straße enden“, so Franziskus.

„Es ist ein Zeichen der Zeit, das Weltlichkeit signalisiert, das ein Entwicklungsniveau signalisiert, das Werte anderswo ansiedelt.“

Dass in Europa und in der westlichen Welt die Zahl der Berufungen rapide sinkt, löst beim Papst keine Panik aus, lässt er durchblicken und unterscheidet: „Es beunruhigt mich nicht in dem Sinne, dass wir dahinschmelzen, es ist ein Zeichen der Zeit, das Weltlichkeit signalisiert, das ein Entwicklungsniveau signalisiert, das Werte anderswo ansiedelt. Es signalisiert Krisen, es gibt Krisen, und Krisen müssen durchlebt und überwunden werden.“ (vn 14)

 

 

 

 

Franziskus an Augustiner: Begegnung ist Voraussetzung für Synodalität

 

Vor Isolation und Selbstreferentialität hat Papst Franziskus Ordensleute gewarnt. Es gelte, die „Gemeinschaft zwischen den verschiedenen Kongregationen als wahren Schatz zu bewahren“ und sich auch der Begegnung mit der umgebenden Außenwelt nicht zu verschließen, so Franziskus an die Führungsspitze der Konföderation der Augustiner Chorherren, die er an diesem Freitag in Audienz empfing.

Die Augustiner halten sich derzeit für ihre Primatialratssitzung in Rom auf. Wie Franziskus erinnerte, hatte der heilige Johannes XXIII. im Jahr 1959 die „Konföderation der Augustiner Chorherren“ gegründet, damit die über die Welt verteilten Kanonikerorden, die nach der Regel des heiligen Augustinus leben, sich gegenseitig unterstützen und ihre Aktivitäten untereinander besser koordinieren könnten. Der Hauptsitz der Konföderation ist in Rom, derzeitiger Abtprimas ist der Abt von Saint-Maurice, Jean Scarcella.

Hier der Beitrag zum Nachhören

Zwar sei die Struktur der Konföderation keine juristische, so der Papst zu seinen Gästen, aber dennoch sei sie wichtig, um „die Gemeinschaft zwischen den Kongregationen zu fördern, die ihr angehören und das gleiche Charisma teilen.“ Dabei bleibe das Gleichgewicht zwischen der Autonomie, die die einzelnen Kongregationen für sich beanspruchen, und einer „angemessenen Koordinierung“ gewahrt, die „in jedem Fall Unabhängigkeit und Isolation“ vermeide, würdigte Franziskus den Geist des Zusammenschlusses:

„Isolation ist gefährlich“

„Isolation ist gefährlich. Es muss sehr darauf geachtet werden, die Krankheit der Selbstreferenzialität zu vermeiden und die Gemeinschaft zwischen den verschiedenen Kongregationen als wahren Schatz zu bewahren. Ihr wisst sehr wohl, dass ihr alle im selben Boot sitzt und dass niemand die Zukunft aufbaut, indem er sich absondert, noch allein aus eigenen Kräften, sondern indem er sich mit der Wahrheit einer Gemeinschaft identifiziert, die sich immer öffnet für die Begegnung, den Dialog, das Zuhören, die gegenseitige Hilfe und die uns vor der Krankheit der Selbstbezogenheit bewahrt (vgl. Brief an alle Personen des geweihten Lebens zum Jahr des geweihten Lebens, 21. November 2014, II, 3).“

„Das geweihte Leben ist wie das Wasser: Wenn es nicht fließt, verdirbt es, es verliert seinen Sinn“

Insbesondere die Begegnung sei eine „wesentliche Voraussetzung für gelebte Synodalität in der Kirche“, unterstrich Franziskus in diesem Zusammenhang.

„Wie jede andere Form des gottgeweihten Lebens muss sich auch die Ihre den Gegebenheiten der Zeit, der verschiedenen Orte, an denen Sie sich aufhalten, und der Kulturen anpassen, immer im Licht des Evangeliums und Ihres eigenen Charismas. Das geweihte Leben ist wie das Wasser: Wenn es nicht fließt, verdirbt es, es verliert seinen Sinn; es ist wie das Salz, das seinen Geschmack verliert, es wird unbrauchbar (vgl. Mt 5,13).“

Es gelte, sich das Gedächtnis an die Wurzeln zu erhalten, sich aber nicht damit zu begnügen, um nicht zu „Museumsstücken“ zu werden, wiederholte der Papst seine des Öfteren geäußerte Mahnung, in gewissem Sinn „mit der Zeit“ zu gehen und nicht einer vermeintlich glorreichen Vergangenheit nachzutrauern. Leitfaden für das in die Zukunft gerichtete Wirken der Ordensleute in der Nachfolge Christi müsse das Evangelium sein, betonte Franziskus.

„Lass das Evangelium dein Vademecum sein“

„Lass das Evangelium dein Vademecum sein, damit es für dich immer Geist und Leben bleibt, ohne der Versuchung zu erliegen, es auf Ideologie zu reduzieren. Das Evangelium erinnert uns ständig daran, Christus in den Mittelpunkt unseres Lebens und unserer Sendung zu stellen.“  Das gottgeweihte Leben sei „in der Kirche geboren“, wachse „mit der Kirche“ und bringe „als Kirche Frucht“, so der Papst, der in diesem Zusammenhang auch den heiligen Augustinus zitierte, nach dem in der Kirche der ganze Christus zu entdecken sei.

Verschiedene Wege einer einzigen Suche

Die „Hauptbeschäftigung“ als Regularkanoniker sei die „ständige und tägliche Suche“ nach dem Herrn, fuhr Franziskus fort. Dazu dienten das gemeinschaftliche Leben, das Studium der Bibel und die Liturgie, doch auch die gewöhnliche pastorale Arbeit: „Sucht ihn auch in den Realitäten unserer Zeit, in dem Wissen, dass uns nichts Menschliches fremd sein kann und dass wir, frei von aller Weltlichkeit, die Welt mit dem Sauerteig des Reiches Gottes beleben können.“

Dies seien die „verschiedenen Wege einer einzigen Suche“, die den „Weg der Innerlichkeit, der Erkenntnis und der Liebe zum Herrn“ voraussetze, wie es der Schule des heiligen Augustinus entspreche, demzufolge die Wahrheit „im Inneren des Menschen“ wohne, schloss Franziskus seine Ausführungen, bevor er seinen Gästen für ihren Dienst in der Kirche dankte und sie dazu einlud, bei dieser Begegnung in Rom ihr „Charisma zu überdenken und die Gemeinschaft des Lebens nach dem Vorbild der apostolischen Urgemeinde zu stärken“. (vn 13)

 

 

 

 

Weihbischof Lohmann zur Räumung des Weilers Lützerath

 

Angesichts der Räumung des Weilers Lützerath erklärt Weihbischof Rolf Lohmann (Münster), der in der Deutschen Bischofskonferenz für Umwelt- und Klimafragen zuständig und Vorsitzender der Arbeitsgruppe für ökologische Fragen der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen ist:

 

„Im Zuge des Braunkohletagebaus leiden viele Menschen schon seit Jahren unter Umsiedlungen und dem damit verbundenen Verlust ihrer Heimat. Der Abriss des Weilers Lützerath und die Abbaggerung dieses Gebietes sind deswegen und angesichts der weltweit drastischen Entwicklungen des Klimas und der Umwelt symbolisch hoch aufgeladen. Die Meinungs- und die Demonstrationsfreiheit sind hohe Güter, die es unbedingt zu achten und konsequent zu schützen gilt. Unerlässlich für ein demokratisches Gemeinwesen ist aber zugleich, dass ausnahmslos alle Beteiligten auf die Anwendung von Gewalt verzichten und die Rechtsstaatlichkeit achten.

 

Die Bewahrung der Schöpfung ist ein Kernbestandteil des christlichen Glaubens. Von daher sind Maßnahmen in Politik, Wirtschaft und Gesellschaft, die zum Klima- und Umweltschutz oder zum Erhalt der Artenvielfalt beitragen, dringend notwendig und zu unterstützen. Zugleich ist möglichst alles zu unterlassen, was dem Klima, der Umwelt oder der Biodiversität schadet. Zu einer guten Klimapolitik gehört daher ein zügiger Ausstieg aus den fossilen Energien. Deswegen sollte auch der weitere Abbau und Verbrauch fossiler Ressourcen sehr sorgfältig geprüft und diskutiert sowie gegebenenfalls in rechtsstaatlichen Verfahren von Behörden und Gerichten überprüft werden. Das ist schon geschehen und geschieht weiter.

 

Außerdem ist die ökologische Transformation sozial gerecht zu gestalten. Die Versorgungssicherheit insgesamt und die sozialen Auswirkungen steigender Strompreise sind im Blick zu behalten. Für die detaillierte Ausgestaltung der Klimapolitik liegt die Verantwortung bei der Politik. Bundestag und Bundesrat haben den Ausstieg aus der Kohleverstromung bis spätestens 2038 beschlossen, die Landesregierung von Nordrhein-Westfalen hat Eckpunkte für einen Kohleausstieg 2030 vereinbart.“ Dbk 13

 

 

 

 

Bischof Feige zur Weltsynode: Kirche braucht Streitkultur

 

Die katholische Kirche ist mit Blick auf eine Streitkultur noch „am Anfang" - dies hat der Magdeburger Bischof Gerhard Feige am Mittwochabend betont. Die Kirche müsse es „noch einüben", Spannungen zwischen bewahrenden und reformorientierten Gruppen auszuhalten, so Feige bei einer Online-Veranstaltung des Bistums Magdeburg zum weltweiten synodalen Prozess, den Papst Franziskus gestartet hat.

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Die Dialogveranstaltungen des weltweiten synodalen Prozesses sollen nach dem Willen des Kirchenoberhaupts einen konstruktiven Umgangsstil in der Kirche fördern. Feige betonte, die bereits vorliegenden Stellungnahmen aus verschiedenen Regionen zeigten, dass kirchliche Reformfragen weltweit und nicht nur beim Reformdialog der katholischen Kirche in Deutschland, dem Synodalen Weg, auf der Tagesordnung stehen.

Über die Grenzen eigener Erfahrungen blicken

Die kirchlichen Stellungnahmen aus anderen Ländern ermöglichten für die Kirche in Deutschland eine „Blickweite über die Grenzen der eigenen Erfahrungen", so der Bischof des Bistums Magdeburg weiter. Nun bestehe die Kunst darin, den Synodalen Weg in Deutschland mit den Debatten in anderen Ländern zu verbinden.

Im Rahmen der von Papst Franziskus auf den Weg gebrachten Weltsynode, die sich in mehrere Phasen gliedert, findet vom 5. bis 12. Februar 2023 in Prag das kontinentale europäische Vorbereitungstreffen statt.  (kna/vn 12)

 

 

 

 

Woche für das Leben 2023 stellt Sinnsuche und Ängste junger Menschen in den Mittelpunkt

 

Begleitung und Hilfe anbieten – Hoffnung vermitteln

 

Die ökumenische Woche für das Leben vom 22. bis 29. April 2023 stellt unter dem Motto „Generation Z(ukunft). Sinnsuche zwischen Angst und Perspektive“ die Sorgen junger Menschen im Alter zwischen 15 und 30 Jahren in den Mittelpunkt. Die Zeiten der Isolation in den vergangenen Jahren sowie die Verunsicherung durch sich ständig verändernde Lebenssituationen mit kaum vorhersehbaren Zukunftsprognosen prägen diese Generation nachhaltig. Die Pandemie, der Krieg in der Ukraine sowie der Klimawandel sind nur drei Faktoren, die in einer entscheidenden Lebensphase zu tiefgreifenden Zukunftsängsten führen können, die existenzielle Krisen bis hin zu Suizidgedanken auslösen. In solchen Situationen brauchen junge Menschen Begleitung, Hilfe und Hoffnung. Das Themenheft, Plakate und weitere Materialien der Woche für das Leben sind ab sofort verfügbar und können für die Vorbereitung von vielfältigen Veranstaltungen zur Initiative genutzt werden.

Im Vorwort zum Themenheft schreiben der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, und die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Präses Dr. h. c. Annette Kurschus: „Die Pandemie ist noch nicht besiegt, der Klimawandel und seine Folgen beschäftigen nicht nur die junge Generation stärker denn je und nicht zuletzt schüren kriegerische Auseinandersetzungen bisher unbekannt gewesene Ängste und Verunsicherungen. Uns wird mit aller Deutlichkeit vor Augen geführt, dass wir es nicht immer selbst in der Hand haben, jeder Ursache für eine mögliche Lebenskrise eigenständig vorbeugen zu können. (…) Gerade als Christen muss es unsere Aufgabe sein, diese Menschen in ihrer Verletzlichkeit und Sinnsuche zu begleiten.“ Präses Kurschus und Bischof Bätzing betonen, dass es gelte, jungen Menschen zuzuhören, sie ernst zu nehmen und ihnen bei der Suche nach Sinn und Perspektiven Gefährtin und Gefährte zu sein und dabei neue Hoffnung zu schenken. Ganz so, wie es die beiden Jünger auf dem Weg nach Emmaus mit dem zunächst von ihnen unerkannten Jesus erlebt haben, der sie in ihrer Verzweiflung begleitete und unterstützte.

Das Themenheft enthält verschiedene Beiträge aus medizinischer, soziologischer, pädagogischer und sozialpastoraler Perspektive. Zudem werden spirituelle, beraterische und seelsorglich-diakonische Angebote zur Unterstützung und Begleitung mit und von jungen Menschen vorgestellt. Darüber hinaus werden in einer Ideenwerkstatt Bausteine für Gottesdienste und Gemeindearbeit für eine praxisnahe Anwendung zur Verfügung gestellt. Erstmals gibt es im Jahr 2023 eine Kooperation der Woche für das Leben mit dem Ökumenischen Jugendkreuzweg – ein Stationsbild des Kreuzweges greift das Sinnbild vom Weg nach Emmaus für die Woche für das Leben auf.

Der bundesweite Auftakt der Woche für das Leben wird am 22. April 2023 im Osnabrücker Dom stattfinden, wo die EKD-Ratsvorsitzende Annette Kurschus und der Jugendbischof der Deutschen Bischofskonferenz, Weihbischof Johannes Wübbe (Osnabrück), sowie Regionalbischof Friedrich Stelter vom Sprengel Osnabrück der Evangelisch-lutherischen Landeskirche Hannover um 17.00 Uhr gemeinsam einen ökumenischen Gottesdienst feiern. Im Rahmen der Auftaktveranstaltung der Woche für das Leben organisieren die Kirchen vor Ort am Nachmittag außerdem ein Begleitprogramm, das insbesondere Jugendliche ansprechen soll.

Hintergrund. Die Woche für das Leben findet zum 28. Mal statt. Seit 1994 ist sie die ökumenische Initiative der katholischen und der evangelischen Kirche in Deutschland zur Anerkennung der Schutzwürdigkeit und Schutzbedürftigkeit des menschlichen Lebens in all seinen Phasen. Die Aktion, die immer zwei Wochen nach Karsamstag beginnt und eine Woche dauert, will jedes Jahr Menschen in Kirche und Gesellschaft für die Würde des menschlichen Lebens sensibilisieren.

Hinweise: Über die Internetseite www.woche-fuer-das-leben.de können ab sofort Informationen und Materialien zur Woche für das Leben kostenfrei bestellt werden. Verfügbar sind das Themenheft, Motivplakate in DIN A3, DIN A4 und eine Plakatvariante mit Freifeld zum Eindrucken von Veranstaltungshinweisen. Alle Materialien stehen auch als Download bereit. Das Stationsbild der Woche für das Leben zum Ökumenischen Jugendkreuzweg mit SharePics für Social Media und weiteren Infos ist dort ebenfalls verfügbar sowie auch unter https://jugendkreuzweg-online.de/woche-f%C3%BCr-das-leben. Zur zentralen Eröffnung der Woche für das Leben am 22. April 2023 wird es zu einem späteren Zeitpunkt noch eine eigene Presseeinladung geben. Dbk 11

 

 

 

 

Sinnsuche ist Thema der „Woche für das Leben“

 

Die Sinnsuche und Sorgen junger Menschen stehen im Zentrum der diesjährigen ökumenischen „Woche für das Leben“ der beiden großen deutschen Kirchen. Sie haben ein Themenhelft zu der im April stattfindenden Aktionswoche herausgegeben.

„Generation Z(ukunft). Sinnsuche zwischen Angst und Perspektive“ lautet das Motto der Themenwoche, die vom 22.-27. April stattfinden soll. Sie will junge Leute im Alter von 15 bis 30 Jahren in den Blick nehmen, die unter der Isolation während der Corona-Pandemie, dem Klimawandel und unsicheren Zukunftsprognosen besonders gelitten haben und leiden.

Diese Herausforderungen könnten „existenzielle Krisen bis hin zu Suizidgedanken auslösen“, zeigen sich die Kirchenvertreter besorgt. Es brauche hier eine besondere „Begleitung, Hilfe und Hoffnung“: „Gerade als Christen muss es unsere Aufgabe sein, diese Menschen in ihrer Verletzlichkeit und Sinnsuche zu begleiten“, bekräftigen der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Georg Bätzing, und die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Präses Annette Kurschus, im Vorwort zum Themenheft für die „Woche für das Leben“.

Das Themenheft und weitere Materialien der „Woche für das Leben“ sind ab sofort verfügbar und können für die Vorbereitung der Initiative genutzt werden. Der bundesweite Auftakt der Aktionswoche soll am 22. April im Osnabrücker Dom mit einem ökumenischen Gottesdienst gemacht werden. (pm 11)

 

 

 

 

Papst: Tue Du den ersten Schritt

 

Papst Franziskus hat die katholische Kirche dazu aufgerufen, auf andere Menschen zuzugehen und die Liebe Jesu durch ihr Verhalten zu bezeugen. So könnten auch andere Leute der Kirche nahe kommen und die Anziehungskraft Jesu spüren. Wichtig sei: „Jesus kommunizieren, nicht sich selbst", betonte das Kirchenoberhaupt diesen Mittwoch bei seiner Generalaudienz im Vatikan. Stefanie Stahlhofen – Vatikanstadt

 

Papst Franziskus eröffnete bei seiner Generalaudienz eine neue Katechesereihe darüber, wie die Leidenschaft für die Neuevangelisierung wiedergewonnen werden kann. Besonders ging er zum Start der Reihe auf das „Feuer des apostolischen Eifers" ein. Als geradezu emblematisches Beispiel dazu sieht Papst Franziskus die Stelle im Matthäus-Evangelium (Vgl. Mt 9,9-13), an der der Apostel selbst über seine Berufung berichtet:

„Alles beginnt mit Jesus, der „sah“ – so heißt es im Text - „einen Menschen“. Nur wenige sahen Matthäus so, wie er war. Sie kannten ihn als den, der „am Zoll“ saß (V. 9). Er war tatsächlich ein Zöllner, also einer der für das römische Reich, das Palästina besetzt hatte, die Abgaben eintrieb. Mit anderen Worten: Er war ein Kollaborateur, ein Volksverräter. Wir können uns vorstellen, welche Verachtung das Volk für ihn empfand: Er war ein Zöllner, so hieß das damals. Aber in den Augen Jesu war Matthäus ein Mensch, mit seinen Schwächen und Stärken."

„Alles beginnt mit diesem Blick, den Jesus uns lehrt“

Die Berufung des Apostels beginnt also damit, dass Jesus ihn mit dem Blick der Liebe ansieht, betonte der Papst und rief alle Christen auf, diesem Beispiel zu folgen:

„Dieser Blick ist der Beginn der Leidenschaft der Neuevangelisierung. Alles beginnt mit diesem Blick, den Jesus uns lehrt. Wir können uns fragen: Wie ist unser Blick auf die anderen? Wie oft sehen wir die Fehler der Menschen und nicht ihre Bedürfnisse; wie oft stecken wir die Menschen in eine Schublade für das, was sie tun oder denken! Auch als Christen sagen wir uns: Ist er einer von uns oder nicht? Das ist nicht der Blick Jesu: er schaut immer alle mit Barmherzigkeit und mit noch mehr Liebe an. Und die Christen sind gerufen, wie Christus zu handeln: Wie er die Menschen zu sehen, besonders die so genannten ,Fernen`. Tatsächlich endet die Erzählung der Berufung des Matthäus mit den Worten Jesu, der sagt: ,Ich bin nicht gekommen, Gerechte zu rufen, sondern Sünder` (V.13)."

Papst Franziskus mahnte an dieser Stelle, sich nicht als Gerechte zu sehen. Jesus komme zu den Menschen mit all ihren Schwächen, Grenzen und Nöten, um sie zu heilen. Neben dem barmherzigen, liebevollen Blick Jesu hob Papst Franziskus eine weitere Lehre aus dem Matthäusevangelium hervor, nämlich das Zugehen auf andere:

„Es ist nicht christlich, zu sagen: ,Also, mögen sie kommen, ich bin hier, mögen sie zu mir kommen.` Nein, tu Du den ersten Schritt, suche die anderen“

„Das Erste, was Jesus tut, ist Matthäus von seiner Machtposition zu lösen: vom Sitzen und die anderen empfangen bringt er ihn dazu, eine Bewegung zu den anderen hin zu machen, er empfängt nichts mehr von den anderen, sondern geht zu den anderen, Jesus bringt ihn dazu, eine Position der Überlegenheit aufzugeben, um ihn gleichzustellen mit den Brüdern und ihm den Horizont des Dienens zu eröffnen. Dies tut er und dies ist fundamental für die Christen: Wir Jünger Jesu, wir Kirche, sitzen wir da und warten darauf, dass die Menschen zu uns kommen oder sind wir in der Lage, aufzustehen, den anderen entgegenzugehen, die anderen zu suchen? Es ist nicht christlich, zu sagen: ,Also, mögen sie kommen, ich bin hier, mögen sie zu mir kommen.` Nein, tu du den ersten Schritt, suche die anderen."

Die anderen gelte es übrigens nicht irgendwo weit weg zu suchen, sondern im eigenen Umfeld, führte der Papst, ebenfalls anhand der Berufung des Matthäus, aus: 

„Unsere Verkündigung beginnt heute, dort wo wir leben. Und sie beginnt nicht, indem wir versuchen, andere zu überreden“

„Sein Feuer des apostolischen Eifers beginnt nicht an einem neuen Ort, der rein und ideal ist, oder weit weg, sondern da, wo er lebt, mit den Leuten, die er kennt. Das ist die Botschaft für uns: Wir müssen nicht darauf warten, perfekt zu sein und einen langen Weg in der Nachfolge Jesu hinter uns haben um ihn zu bezeugen - Nein! Unsere Verkündigung beginnt heute, dort wo wir leben. Und sie beginnt nicht, indem wir versuchen, andere zu überreden, überreden, Nein! Tagtäglich die Schönheit der Liebe bezeugen, die uns angeschaut und aufgerichtet hat. Und diese Schönheit wird es sein, diese Schönheit kommunizieren, das wird die Menschen überzeugen, nicht wir, sondern der Herr selbst. Wir sind die, die den Herrn verkünden, wir verkünden nicht uns selbst, noch eine politische Partei, eine Ideologie - Nein! Jesus"

„Wir sind die, die den Herrn verkünden, wir verkünden nicht uns selbst, noch eine politische Partei, eine Ideologie - Nein! Jesus“

Papst Franziskus rief daher alle auf, sich zu fragen, ob sie dem liebevollen Blick Jesu und seiner Aufbruchsbewegung folgten, um die Menschen anzuziehen und der Kirche nahezubringen.  (vn 11)

 

 

 

Vatikan: Regierungschefin Meloni beim Papst

 

Papst Franziskus hat erstmals offiziell die neue italienische Regierungschefin in Audienz empfangen. Giorgia Meloni war an diesem Dienstag im Vatikan. Wie das vatikanische Presseamt mitteilte, dauerte die Begegnung unter vier Augen etwa 35 Minuten.

Die angespannte soziale Lage in Italien sowie das Thema Migration standen im Mittelpunkt der Unterredungen der italienischen Regierungschefin Meloni mit den Spitzen des vatikanischen Staatssekretariats. Wie das vatikanische Presseamt mitteilte, ging es bei den an die Begegnung mit Papst Franziskus anschließenden Gesprächen Melonis mit Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin sowie dem vatikanische „Außenminister“ Erzbischof Paul Gallagher um die „soziale Situation in Italien“, insbesondere den Kampf gegen die Armut, die Lage der Familien, den Geburtenrückgang und die Erziehung der Jugendlichen.

 

Auf internationalem Gebiet habe man über Europa, den Krieg in der Ukraine und das Thema Migration gesprochen. Das Klima der Gespräche im Staatssekretariat wurde als „herzlich“ bezeichnet, man habe die guten Beziehungen zwischen Italien und dem Heiligen Stuhl betont.

Tochter und Lebenspartner dabei

Die italienische Regierungschefin war in Begleitung ihrer Tochter und ihres Lebenspartners beim Papst. Inoffiziell hatte Meloni Papst Franziskus bereits beim Begräbnis von Benedikt XVI. im Vatikan getroffen. Der gesamte Vatikan-Aufenthalt Melonis dauerte rund eine Stunde.

Ihre Partei „Fratelli d´Italia“, die als „postfaschistische Partei“ bezeichnet wird, hatte am 24. September 2022 die Wahlen in Italien gewonnen und regiert seitdem in einem Mitte-Rechts-Büdnis mit der Lega-Partei von Matteo Salvini und der christdemokratischen „Forza Italia“ von Silvio Berlusconi. Meloni ist die erste Ministerpräsidentin Italiens. 

Geschenke

Die Regierungschefin, die ihre katholischen Wurzeln immer wieder öffentlich betont hat, schenkte dem Papst unter anderem einen Engel aus ihrer privaten Sammlung. Ferner ein Buch aus dem Jahr 1955, in dem Maria Montessori (1870-1952) die alte lateinische Messe für Kinder erklärt. Das in den 1930er Jahren erstmals erschienene Buch war unter anderem auf Englisch und Italienisch bis in die 1960er Jahre ein in vielen Auflagen gedruckter Bestseller.

Die Ärztin und Pädagogin Montessori verließ Italien 1939, nachdem das Mussolini-Regime den Druck auf die von ihr gegründeten Schulen erhöht hatte. Von 1924 bis 1934 war der Faschistenführer Benito Mussolini zunächst ein Bewunderer und aktiver Förderer der Montessori-Pädagogik im italienischen Schulsystem. (vn/kap 10)

 

 

 

Papst zum Weltkrankentag: Für eine Kultur der Fürsorge

 

Papst Franziskus hat zu einer weltweiten Kultur der Fürsorge und zum Einsatz für eine Gesundheitsversorgung für alle aufgerufen. Not und Einsamkeit der Leidenden und der Kranken seien ein Aufruf an die Gemeinschaft, betont er in seiner Botschaft zum diesjährigen Weltkrankentag.

Die Papstbotschaft zum kommenden 31. Weltkrankentag am 11. Februar trägt den Titel „Sorge für ihn - Mitgefühl als synodale Übung der Heilung“ und wurde wie üblich vorab vom Vatikan veröffentlicht. Situationen der Gebrechlichkeit und Krankheit böten Gemeinschaft und Gesellschaft die Gelegenheit, Nähe, Mitgefühl und Zärtlichkeit zu praktizieren, erinnert der Papst in dem an diesem Dienstag veröffentlichten Text. Dies sei der „Stil Gottes“, den es gemeinsam einzuüben gelte, um einer „Kultur des Wegwerfens“ entgegenzuwirken.

Sorge für ihn! - Mitgefühl und Heilung

Das Kirchenoberhaupt bezieht sich in der Botschaft auf das Gleichnis vom barmherzigen Samariter, das er bereits in seiner Enzyklika „Fratelli tutti“ als Sinnbild einer Haltung der Geschwisterlichkeit vorschlägt. Der Samariter kümmert sich nicht nur selbst um das Opfer, sondern aktiviert auch sein Umfeld, es ihm gleichzutun. Diesen Aufruf richtet der Papst an Kirche, Politik und Gesellschaft gleichermaßen, indem er alle zum Einsatz für eine Kultur der Heilung und Fürsorge aufruft.

Die Not der Kranken sei „ein Appell, der die Gleichgültigkeit aufbricht und die Schritte derer bremst, die so weitergehen, als hätten sie keine Schwestern und Brüder“, schreibt der Papst zum diesjährigen Weltkrankentag. Es brauche Gebet und mehr Nähe zu den Leidenden, Mitgefühl und eine gemeinsame Aufmerksamkeit für die Schwächsten. Stattdessen würde Markt- und Machtprinzipien Vorrang eingeräumt, kritisiert der Papst, der die Einsamkeit und das Verlassensein der Kranken und Schwächsten in seiner Botschaft als „Erbarmungslosigkeit“ bezeichnet.

Gesundheit für alle

In einer Kultur der Fürsorge und Geschwisterlichkeit darf sich Mitgefühl laut Papst Franziskus aber nicht allein in sozialen Netzen und der Solidarität Einzelner ausdrücken, die der Papst ausdrücklich lobt. Franziskus drängt auf systemische Anstrengungen und Verbesserungen, um Gesundheit für alle möglich zu machen. Die Covid-Pandemie habe „die strukturellen Grenzen der bestehenden Sozialsysteme aufgezeigt“, hält er fest. Das müsse dazu führen, dass nun „in jedem Land aktiv nach Strategien und Mitteln gesucht wird, um jedem Menschen den Zugang zur Behandlung und das Grundrecht auf Gesundheitsversorgung zu garantieren“, so der Papst. (vatican news 10)

 

 

 

 

23. Internationales Bischofstreffen im Heiligen Land. Christliche Gemeinschaften in Jordanien im Mittelpunkt

 

Das 23. Internationale Bischofstreffen im Heiligen Land findet vom 14. bis 19. Januar 2023 in Jordanien statt. Vertreter von zwölf nationalen Bischofskonferenzen und der Anglikanischen Kirche werden sich vor Ort über die Rolle und Bedeutung christlichen Lebens in Jordanien informieren. Die Deutsche Bischofskonferenz wird durch den Vorsitzenden der Arbeitsgruppe Naher und Mittlerer Osten der Kommission Weltkirche, Weihbischof Dr. Udo Bentz (Mainz), vertreten.

Im Laufe der Tage werden die Bischöfe eine Reihe katholischer Pfarreien besuchen und sich die pastoralen und sozialen Angebote der Kirche vorstellen lassen. Im Zentrum steht dabei die Arbeit für Geflüchtete, die in großen Zahlen aus dem Irak und aus Syrien in Jordanien Zuflucht gefunden haben. Gespräche mit Vertretern des auch für Jordanien zuständigen Lateinischen Patriarchats von Jerusalem, mit christlichen Politikern und Diplomaten sollen zu einem vertieften Verständnis der gesellschaftlichen Situation der Kirche und der politischen Lage beitragen.

Auch die Erwartungen und Besorgnisse, die sich mit der neu gebildeten israelischen Regierung verbinden, werden bei dem Bischofstreffen eine Rolle spielen. Nicht zuletzt durch die enge Verbindung vieler Palästinenser zu Jordanien wirkt die israelische Politik auf die Verhältnisse im Nachbarland zurück. „Jordanien ist aus guten Gründen Teil des kanonischen Territoriums des Lateinischen Patriarchats von Jerusalem. Es bildet gleichsam eine Diözese mit Israel und Palästina. Mit der Entscheidung, in diesem Jahr nach Jordanien zu reisen, drücken wir aus, dass wir die gemeinsame kulturelle Prägung der Katholiken im Heiligen Land und auch die politischen Verflechtungen zwischen Israel und Jordanien wahrnehmen“, erklärt Weihbischof Dr. Udo Bentz. „Angesichts der neuen Regierung in Israel ist es den Bischöfen besonders wichtig, sich den Christen in Jordanien zuzuwenden, die als eine zahlenmäßig kleine Gruppe von den politischen Wetterlagen in besonderer Weise betroffen sind. Obwohl sie nur wenige sind, leisten die Christen und die Kirchen für das Land eine wichtige Arbeit. Sie kümmern sich seit vielen Jahren intensiv um die Geflüchteten, die aufgrund der Bürgerkriege in der Region hier Schutz gesucht haben. Mit unserem Besuch möchten wir all denen, die sich für eine gutes Zusammenleben einsetzen, unsere Solidarität ausdrücken.“

An der Konferenz werden neben Weihbischof Dr. Udo Bentz folgende Bischöfe teilnehmen: Bischof Nicolo Anselmi (Rimini, Italienische Bischofskonferenz), Bischof em. Pierre Bürcher (Rejkjavik, Skandinavische Bischofskonferenz), Bischof William Crean (Cloyn, Irische Bischofskonferenz), Bischof em. Michel Dubost (Evry-Corbeil-Essone, Französische Bischofskonferenz), Bischof Martin Hayes (Kilmore, Irische Bischofskonferenz), Weihbischof Nicholas Hudson (London, Bischofskonferenz von England und Wales), Bischof David Malloy (Rockford, Bischofskonferenz der USA), Erzbischof William Nolan (Glasgow, Schottische Bischofskonferenz), Bischof em. Paul Terrio (St. Paul in Alberta, Kanadische Bischofskonferenz), Erzbischof Joan Enric Vives Sicilia (Urgell, Spanische Bischofskonferenz), Erzbischof Cyril Vasil (Kosice, Slowakische Bischofskonferenz) und Bischof Christopher Chessun (Southwark, Anglikanische Kirche) sowie Rev. Peter John Pearson (Cape Town, Südafrikanische Bischofskonferenz).

Hintergrund. Das Internationale Bischofstreffen verfolgt das Ziel, Christen und Kirchen im Heiligen Land in ihrem Einsatz für Gerechtigkeit, Frieden und Verständigung zwischen den Völkern und Religionsgemeinschaften zu stärken und die Verbindung der Weltkirche mit ihnen zu festigen. Die Bischöfe besuchen während ihres Treffens als Pilger die Heiligen Stätten und feiern dort Gottesdienste. So sollen auch die Gläubigen in ihren Heimatländern zu Pilgerreisen ermutigt werden. dbk 10

 

 

 

 

Vatikan lädt zu Online-Kurs über Synodalität

 

Das Synodensekretariat im Vatikan lädt alle Interessierten zu einem Gratis-Online-Kurs über „Geschichte, Theologie und Praxis der Synodalität“ ein. Es brauche mehr Vertiefung, Unterscheidung und Ausbildung, um das Bewusstsein und die Praxis einer synodalen Kirche zu fördern, begründeten die Organisatoren der Weltsynode das Angebot.

Die Synode zur Synodalität, die im Oktober 2021 eröffnet wurde, habe ihre kontinentale Phase erreicht, erinnern die Synoden-Organisatoren in einer Mitteilung. Die Stimmen der Ortskirchen auf der ganzen Welt, die in der ersten Diözesanphase gehört wurden, seien in dem Arbeitsdokument für die kontinentale Phase zusammengefasst worden.

„In diesem Sinne laden wir mit großer Freude dazu ein, am zweiten interkontinentalen Massive Online Course (MOOC) zum Thema Geschichte, Theologie und Praxis der Synodalität teilzunehmen. Dieser Kurs wird im Februar 2023 virtuell durchgeführt und Teilnehmerinnen und Teilnehmer aus der ganzen Welt kostenlos angeboten“, heißt es in der Mitteilung. Der Kurs ist vielsprachig und kann zeitversetzt besucht werden. Er besteht aus aufgezeichneten Vorlesungen, die Interessierte auf Englisch, Spanisch, Portugiesisch, Französisch und Italienisch ansehen können. 

Ins Leben gerufen wurde der Kurs von den lateinamerikanischen Mitgliedern der Theologischen Kommission des Generalsekretariats der Synode und dem „Grupo Iberoamericano de Teología“. Das Angebot wird von katholischen Universitäten auf der ganzen Welt unterstützt und von der Abteilung für Weiterbildung der School of Theology and Ministry des Boston College koordiniert. Unterstützung wirken darüber hinaus der Lateinamerikanische Bischofsrat (CELAM), die Lateinamerikanische Konföderation der Ordensleute (CLAR), die Europäische Bischofskonferenz (CCEE), die Föderation der Asiatischen Bischofskonferenzen (FABC), die Internationale Vereinigung der Generaloberinnen (UISG) und ihr Gegenstück, die Union der Generaloberen (USG), sowie weitere kirchliche Partnerorganisationen.

Mit dem letzten Kurs zum Thema Synodalität habe man etwa 100.000 Menschen aus allen Kontinenten erreicht, hieß es in der Mitteilung. Diese Fortbildung richte sich an pastorale Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter, Ordensleute, Laien, Priester, Bischöfe und andere, die auf einfache, aber fundierte Weise erfahren wollen, worum es bei der Synodalität geht. Referentinnen und Experten aus verschiedenen Kulturen und Ortsgemeinden würden ihr Wissen und ihre Erfahrungen weitergeben. Jedes Thema werde aus einer interkontinentalen und interkulturellen Perspektive präsentiert, „um uns zu helfen, die vielfältigen Möglichkeiten des Kircheseins zu entdecken. Wir laden Sie ein, sich die Kirche des dritten Jahrtausends vorzustellen und sie aufzubauen“, so die Mitteilung.

Informationen für die Anmeldung zum Synodalitäts-Kurs hier: https://formaciononline.bc.edu/es/register-home/ (vatican news 9)

 

 

 

 

Papst Franziskus: Große Polit-Rede zum Jahresbeginn

 

Papst Franziskus hat an diesem Montag vor Diplomaten ein düsteres Bild der gegenwärtigen Weltlage gezeichnet. Beim Neujahrsempfang für das beim Heiligen Stuhl akkreditierte Diplomatische Corps wies er erneut darauf hin, dass ein „Dritter Weltkrieg in Teilen“ im Gang sei und warnte eindringlich vor einem nuklearen Konflikt. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Es ist üblich, dass der Papst bei der Neujahrsaudienz für Diplomaten aus aller Welt eine große Polit-Rede hält. So auch diesmal: Franziskus bedankte sich für die Anteilnahme am Tod seines Vorgängers Benedikt XVI., den er am letzten Donnerstag zu Grabe getragen hat, und lobte die Verlängerung des provisorischen Abkommens über Bischofsernennungen zwischen dem Vatikan und China. Vor allem aber warnte er vor den Gefahren eines Atomkriegs.

Zum Nachhören - was der Papst bei der Audienz sagte

Schon der hl. Papst Johannes XXIII. habe im Oktober 1962 während der Kuba-Krise eindringlich vor der Selbstauslöschung der Menschheit durch die Bombe gewarnt. „Leider wird auch heute noch die nukleare Bedrohung heraufbeschworen, wodurch die Welt in Angst und Schrecken versetzt wird. Ich kann hier nur wiederholen, dass der Besitz von Atomwaffen unmoralisch ist… Bei der Bedrohung durch Atomwaffen sind wir alle immer Verlierer!“

Ruf nach schneller Lösung für Atomstreit mit Iran

Es war bemerkenswert, dass Franziskus in diesem Zusammenhang zunächst auf das iranische Atomprogramm zu sprechen kam und die Blockade der Verhandlungen über ein Wieder-Inkraftsetzen des Atomabkommens mit dem Iran beklagte; er hoffe auf eine baldige „konkrete Lösung“.

Erst an zweiter Stelle ging der Papst auf den Ukraine-Krieg ein. „Ich kann am heutigen Tag meinen Appell zur sofortigen Beendigung dieses sinnlosen Konflikts nur erneuern, dessen Auswirkungen im Bereich der Energie und der Nahrungsmittelproduktion auf ganze Gebiete, auch außerhalb Europas, vor allem in Afrika und im Nahen Osten, zu spüren sind.“

Ukraine: Angriffe auf Infrastruktur sind ein Verbrechen

Der Ukraine-Krieg säe Tod und Zerstörung, reiße Familien auseinander und treffe vor allem die Schwächsten, so Franziskus. Die Angriffe auf die ukrainische Infrastruktur ließen Menschen vor Hunger und Kälte sterben. „Diesbezüglich stellt die pastorale Konstitution Gaudium et spes fest: ‚Jede Kriegshandlung, die auf die Vernichtung ganzer Städte oder weiter Gebiete und ihrer Bevölkerung unterschiedslos abstellt, ist ein Verbrechen gegen Gott und gegen den Menschen, das fest und entschieden zu verwerfen ist‘ (Nr. 80).“

Mit Sorge blickte der Papst in seiner weltpolitischen tour d’horizon dann auf den weiterschwelenden Krieg in Syrien und auf die Härten, die die internationalen Sanktionen für die ohnehin leidgeprüfte Bevölkerung im Land bedeuteten. Er rief Israel und Palästinenser dazu auf, den Mut zu neuen Friedensverhandlungen aufzubringen, und bedachte eine Reihe weiterer Konflikte, darunter im Kongo, im Jemen und auf der koreanischen Halbinsel, mit mahnenden Worten.

Mehr Engagement für Abrüstung

„Mit besonderer Aufmerksamkeit verfolge ich auch die Lage in Myanmar, wo es seit zwei Jahren Gewalt, Schmerz und Tod gibt. Ich rufe die internationale Gemeinschaft auf, sich dafür einzusetzen, dass der Versöhnungsprozess Wirklichkeit wird, und ich fordere alle beteiligten Parteien auf, auf den Weg des Dialogs zurückzukehren, um den Menschen in diesem geliebten Land wieder Hoffnung zu geben.“

Angesichts all der Kriege und Konflikte in der Welt forderte Franziskus eine Abkehr vom Waffenhandel und neue Schritte zur Abrüstung, „da kein Frieden möglich ist, wenn die Werkzeuge des Todes so weit verbreitet sind“. Zu den Bausteinen, um den Frieden in der Welt aufzubauen und zu stärken, gehöre die Förderung von Frauen, die leider „auch heute noch in vielen Ländern als Bürger zweiter Klasse angesehen“ würden.

„Nein zur Abtreibung, Nein zur Todesstrafe“

„Sie sind Gewalt und Missbrauch ausgesetzt und ihnen wird die Möglichkeit verweigert, zu studieren, zu arbeiten, ihre Talente zu entfalten, Zugang zu medizinischer Versorgung oder sogar Nahrung zu erhalten. Wo die Menschenrechte für alle uneingeschränkt anerkannt werden, können Frauen stattdessen ihren unersetzlichen Beitrag zum gesellschaftlichen Leben leisten und zu den wichtigsten Verbündeten des Friedens werden.“ Franziskus nannte es „inakzeptabel“, dass Frauen in Afghanistan von höherer Bildung ausgeschlossen werden.

Entscheidend für den Frieden sei die Achtung des Lebens. Der Papst bemerkte, es gebe kein „Recht auf Abtreibung“ („Niemand kann ein Recht auf das Leben eines anderen Menschen beanspruchen, schon gar nicht, wenn er wehrlos ist“), münzte das aber nicht explizit auf die entsprechenden Debatten in den USA.

Sorge über Schwäche der Demokratien

„Das Recht auf Leben ist auch dort bedroht, wo die Todesstrafe weiterhin praktiziert wird, wie es dieser Tage im Iran der Fall ist, nachdem die jüngsten Demonstrationen mehr Respekt für die Würde der Frauen gefordert haben. Die Todesstrafe kann nicht für eine angebliche staatliche Gerechtigkeit herhalten, da sie weder abschreckt noch den Opfern Gerechtigkeit verschafft, sondern nur den Durst nach Rache schürt.“

Des weiteren warb der Papst um mehr Investitionen im Bildungsbereich weltweit, sah mit Sorge eine „Schwächung der Demokratie“ in vielen Teilen der Welt und rief zu mehr Anstrengungen gegen den Klimawandel und für den Artenschutz auf. Er bekräftigte das Recht auf Religionsfreiheit („eine der Mindestvoraussetzungen für ein Leben in Würde“), wobei er seine Sicht unterstrich, dass die Religionen „nicht ein Problem sind, sondern Teil der Lösung für ein harmonischeres Zusammenleben“. Ausdrücklich forderte er ein europäisches Regelwerk für den Umgang mit Migranten und Asylsuchenden sowie eine Reform der UNO.

Für eine Reform der UNO

„Der derzeitige Konflikt in der Ukraine hat die Krise, in der sich das multilaterale System seit langem befindet, noch deutlicher gemacht und es bedarf tiefgreifender Überlegungen, um angemessen auf die Herausforderungen unserer Zeit antworten zu können. Dies erfordert eine Reform der Organe, die ihre Arbeit ermöglichen, damit sie wirklich die Bedürfnisse und Anliegen aller Völker repräsentieren und Abläufe vermieden werden, die einigen zum Nachteil anderer mehr Gewicht verleihen. Es geht also nicht darum, Blöcke von Allianzen zu bilden, sondern darum, Gelegenheiten für einen Dialog aller zu schaffen.“

Der Heilige Stuhl unterhält derzeit mit 183 Staaten diplomatische Beziehungen; hinzu kommen die EU und der Souveräne Malteserorden. Die Botschafter von 89 Staaten beim Heiligen Stuhl haben ihren Sitz in Rom. Ebenfalls einen römischen Sitz haben die Vertreter beim Vatikan von der EU, dem Malteserorden, der Arabischen Liga, der Weltmigrationsbehörde sowie des UNO-Flüchtlingshilfswerks UNHCR. (vn 9)

 

 

 

Deutschland erneut zweitgrößter Spender für Flüchtlingshilfswerk

 

Das Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen (UNHCR) hat Deutschlands Einsatz für den internationalen Flüchtlingsschutz gewürdigt. Im vergangenen Jahr habe die Bundesrepublik mit fast 537 Millionen US-Dollar (mehr als 507 Millionen Euro) ihren bisher größten finanziellen Beitrag zur weltweiten Arbeit des UNHCR geleistet, sagte Katharina Lumpp, Vertreterin von UNHCR in Deutschland, am Sonntag in Berlin.

Deutschland sei damit erneut nach den USA weltweit der zweitgrößte Geber für das Flüchtlingshilfswerk. „Deutschland ist ein wichtiges Land für den Flüchtlingsschutz, ein zuverlässiger humanitärer Geber in akuten Notlagen und langanhaltenden Krisen sowie ein großes Aufnahmeland für Flüchtlinge“, fügte Lumpp hinzu. Die Bundesrepublik ermögliche es dem UNHCR, einen großen Teil dieser Gelder flexibel zu nutzen. Somit könnten die Ressourcen besonders effektiv eingesetzt werden.

Lumpp erläuterte, der Krieg gegen die Ukraine habe zu der größten Fluchtbewegung weltweit geführt; ihr Ausmaß und ihre Geschwindigkeit seien ohne Beispiel seit dem Zweiten Weltkrieg. „Mehr als 7,9 Millionen Menschen sind aus dem Land geflohen, weitere 5,9 Millionen sind innerhalb der Ukraine vertrieben. Die Solidarität bei der Unterstützung von Flüchtlingen und Binnenvertriebenen ist groß und hält unvermindert an“, sagte sie. Auch auf die Situation von Vertriebenen in anderen Regionen und Ländern der Welt habe der Krieg in der Ukraine gravierende Auswirkungen.

Vor dem Hintergrund des gewachsenen Bedarfs hatte UNHCR im vergangenen Jahr einen Haushalt von 10,7 Milliarden Dollar veranschlagt, der nur zu knapp sechs Milliarden (56 Prozent) gedeckt wurde. Gut drei Viertel davon kamen von Regierungen, einschließlich der Europäischen Union. Mit 21 Prozent war der Anteil der privaten Spender höher als je zuvor und überstieg mit 1,17 Milliarden Dollar zum ersten Mal die Milliardengrenze. (kap 8)

 

 

 

 

Papst: Mit jungen Menschen ein „Friedensarsenal“ schaffen

 

Franziskus hat den Mitgliedern des Jugendmissionsdienstes SERMIG, die an diesem Samstag bei der Audienz im Vatikan anwesend waren, dazu ermutigt, sich weiter für den Frieden auf der Welt einzusetzen. In Bezug auf die 1964 in Turin gegründete Vereinigung unterstrich der Papst die Bedeutung der Idee eines „Arsenals des Friedens“, bei dem junge Menschen die Erfahrung der Geschwisterlichkeit, des Dialogs und der Aufnahme machen könnten, die die Welt heute so dringend brauche. Mario Galgano - Vatikanstadt

 

SERMIG sei „eine Art großer Baum, der aus einem kleinen Samen gewachsen ist“. So definierte es der Papst, als er an diesem Samstagmorgen in dem vatikanischen Clementina-Saal mit rund 300 Mitgliedern zusammentraf und sie aufforderte, die Arbeit für den Frieden fortzusetzen. Dies sei wichtig, in einer Zeit, in der „Kriegsherren so viele junge Menschen dazu zwingen, gegen ihre Brüder und Schwestern zu kämpfen“.

Nicht nur Aktivismus

Zu Beginn der Audienz richtete der Gründer des Jugendmissionsdienstes Ernesto Olivero einige Grußworte an den Papst. Mit Blick auf das kleine Samenkorn sagte Franziskus: „So sind die Lebenswahrheiten des Reiches Gottes“, und erinnerte daran, wie in den 1960er Jahren „verschiedene Erfahrungen des Dienstes und des Gemeinschaftslebens in der Kirche entstanden sind, ausgehend vom Evangelium“, und dass viele von ihnen „gewachsen sind, um den Zeichen der Zeit zu entsprechen“.

SERMIG, der Jugendmissionsdienst, sei einer von ihnen, erinnerte der Papst weiter. Sie entstand in Turin aus einer Gruppe junger Menschen. An den Früchten könne man deutlich erkennen, dass es bei SERMIG keinen bloßen Aktivismus gegeben habe, sondern dass man Gott „Raum gegeben“ habe, „um zu ihm zu beten, um ihn in den Kleinen und Armen zu erkennen, um ihn in den Ausgegrenzten aufzunehmen“, zählte der Papst auf. Denn Gott sei immer da und schaue jede und jeden an.

Das „Arsenal des Friedens“, Frucht von Gottes Traum

Von den zahlreichen Aktivitäten, die SERMIG ins Leben gerufen habe, hob Papst Franziskus eine hervor, die, wie er sagte, „in diesem Moment der Geschichte mit außerordentlicher Kraft hervorsticht“ und mit einer Botschaft, die „leider dramatisch aktuell“ sei. Es sei das „Arsenal des Friedens“, das aus der Umwandlung des Turiner Militärarsenals hervorgegangen ist. Franziskus erinnerte daran, dass diese Arbeit „ein Zeichen des Evangeliums“ sei, „die Frucht des Traums Gottes“, und dass es nicht „Zahlen sind, die den Einsatz quantifizieren“. Und er zitierte die Worte des Propheten Jesaja:

„Sie werden ihre Schwerter zerbrechen und Pflüge daraus machen, / aus ihren Speeren werden sie Sensen machen; / ein Volk wird das Schwert nicht mehr erheben / gegen ein anderes Volk, / sie werden die Kriegskunst nicht mehr lernen.“

Dies sei der Traum Gottes, den der Heilige Geist in der Geschichte durch sein treues Volk verwirkliche. So sei es auch für SERMIG-Mitglieder: durch den Glauben und den guten Willen sei aus dem Traum vieler junger Menschen eine Wirklichkeit geworden, die Projekte und Aktionen anregte und in der Umwandlung eines Waffenarsenals in ein Arsenal des Friedens konkret geworden sei.

Ein Ort, an dem junge Menschen Geschwisterlichkeit erleben

Die Begegnung, der Dialog und die Aufnahme, so Papst Franziskus weiter, seien die „Waffen des Friedens“, die in dem von SERMIG angestrebten Arsenal gebaut würden, und dort könnten junge Menschen lernen, sich zu begegnen und in Dialog zu treten, „ganz im Gegensatz zu dem, was sie anderswo erleben“, so der Papst:

„Während Kriegsherren so viele junge Menschen dazu zwingen, gegen ihre Brüder und Schwestern zu kämpfen, brauchen wir Orte, an denen Geschwisterlichkeit gelebt werden kann. Hier ist das Wort: Geschwisterlichkeit. SERMIG wird auch als ,Bruderschaft der Hoffnung´ bezeichnet. Man kann aber auch das Gegenteil sagen, nämlich ,die Hoffnung auf Geschwisterlichkeit´. Der Traum, der die Herzen der Freunde von SERMIG beseelt, ist die Hoffnung, die Hoffnung auf eine geschwisterliche Welt. Es ist der ,Traum´, den ich in der Kirche und in der Welt durch die Enzyklika Fratelli tutti wiederbeleben wollte.“

„Jeder Mann und jede Frau guten Willens kann in den Arsenalen des Friedens, der Hoffnung, der Begegnung und der Harmonie arbeiten..“

Stätten des Friedens und der Hoffnung auch für Nicht-Gläubige geöffnet

Neben dem „Arsenal des Friedens“ hat der Jugendmissionsdienst weitere „Arsenale“ in Brasilien, in Jordanien und in Pecetto Torinese eingerichtet. Es seien „Baustellen, die im Zeichen des Friedens, der Hoffnung, der Begegnung und der Harmonie stehen, alles Realitäten, die“, so der Papst, „nur durch den Heiligen Geist, den Geist Gottes, aufgebaut werden können“:

„Er ist es, der Frieden, Hoffnung, Begegnung und Harmonie schafft. Und Baustellen gehen vorwärts, wenn diejenigen, die an ihnen arbeiten, sich vom Geist einarbeiten lassen. Ihr werdet zu mir sagen: Und was mit denjenigen, die nicht glauben, und was ist mit jenen, die keine Christen sind? Das mag für uns ein Problem sein, aber sicher nicht für Gott. Er, sein Geist, spricht zu den Herzen derer, die zuzuhören wissen. Jeder Mann und jede Frau guten Willens kann in den Arsenalen des Friedens, der Hoffnung, der Begegnung und der Harmonie arbeiten.“

Geht hinaus und haltet das Feuer von Jesus am Brennen

Der Papst betonte auch, dass es „jemanden braucht, dessen Herz fest im Evangelium verwurzelt ist“, eine Gemeinschaft, die das von Jesus mitgebrachte Feuer für alle am Brennen halte. Er schloss daher mit Worten des Dankes für das Treffen im Vatikan und vor allem, so sagte er, „für Ihr Zeugnis und Ihr Engagement. Macht weiter so!“ (vn 7)

 

 

 

 

Drei Könige. Papst beim Angelus: Rausgehen aus der Komfortzone

 

Zur unaufhörlichen Gottsuche hat Papst Franziskus beim Angelusgebet am Hochfest der Heiligen Drei Könige aufgerufen. „Gott ruft uns durch unsere Sehnsüchte und größten Wünsche“, sagte er am Petersplatz. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

„Wir sind aufgerufen, uns nicht zufrieden zu geben, sondern den Herrn zu suchen, indem wir aus unserer Komfortzone heraustreten, mit anderen auf ihn zugehen und in die Wirklichkeit eintauchen. Denn Gott ruft jeden Tag, hier und heute, in unserer Welt.“

Franziskus führte damit einen Gedanken fort, den er zuvor in seiner Predigt bei der Messe zum Hochfest Epiphanie im Petersdom geäußert hatte. Wie damals bei den Sterndeutern, die den neugeborenen König der Juden suchten, sei es auch für uns wichtig, uns nicht mit dem Erstbesten zufriedenzugeben, sondern auf der Suche nach Gott wachsam und aufmerksam weiterzugehen, sagte er nun beim Angelus.

„Weihnachtsgrüße an orthodoxe Christen“

„Wie wichtig ist es, das Ziel des Lebens von den Versuchungen auf dem Weg unterscheiden zu können! … Zu wissen, wie man auf das verzichtet, was verführt, aber auf einen schlechten Weg bringt, und dies, um Gottes Wege zu verstehen und zu wählen!“

Nach seinem Angelusgebet gratulierte Franziskus auch allen – zumeist orthodoxen – Christen der Ostkirchen, die am 7. Januar ihr Weihnachtsfest feiern. In diesem Zusammenhang erwähnte er auch besonders die Ukraine. Er hoffe, dass den Menschen dort das Weihnachtsfest Trost und Hoffnung vermittle und dass es endlich zu konkreten Schritten für ein Ende des Blutvergießens komme.

Auf die Beisetzungsfeierlichkeiten für den verstorbenen Benedikt XVI., die er am Donnerstag geleitet hatte, ging Franziskus an diesem Freitag nicht ein. Bei der Messe in St. Peter zitierte er allerdings in seiner Predigt einen Gedanken seines deutschen Vorgängers. 

Wortlaut: Ansprache zum Angelus

„Liebe Brüder und Schwestern, guten Tag und frohes Fest!

Heute, am Hochfest der Erscheinung des Herrn, erzählt uns das Evangelium von den Sterndeutern, die, in Bethlehem angekommen, ihre Schatullen öffnen und Jesus Gold, Weihrauch und Myrrhe als Gaben darbrachten (vgl. Mt 2,11). Die Weisen aus dem Morgenland sind berühmt für die Gaben, die sie brachten, aber wenn wir ihre Geschichte betrachten, könnten wir sagen, dass vor allem sie selbst drei Gaben erhalten haben…: drei wertvolle Geschenke, die auch uns betreffen…

Die erste ist die Gabe des Rufs. Die Sterndeuter haben den Ruf nicht vernommen, als sie die Schrift lasen oder eine Vision von Engeln hatten, sondern als sie die Sterne betrachteten. Das sagt uns etwas Wichtiges: Gott ruft uns durch unsere Sehnsüchte und größten Wünsche. Die Sterndeuter ließen sich von der Neuheit des Sterns verwundern und beunruhigen und machten sich auf den Weg zu dem, was sie nicht kannten.

Gebildet und weise, waren sie mehr von dem fasziniert, was sie nicht wussten, als von dem, was sie wussten... Sie fühlten sich berufen, weiter zu gehen... Das ist auch für uns wichtig: Wir sind aufgerufen, uns nicht zufrieden zu geben, sondern den Herrn zu suchen, indem wir aus unserer Komfortzone heraustreten, mit anderen auf ihn zugehen und in die Wirklichkeit eintauchen. Denn Gott ruft jeden Tag, hier und heute…, in unserer Welt.

Die Sterndeuter erzählen uns dann von einer zweiten Gabe: der Unterscheidung. Da sie einen König suchen, gehen sie nach Jerusalem, um mit König Herodes zu sprechen, der jedoch ein machtgieriger Mann ist und sie benutzen will, um das Messiaskind zu beseitigen. Aber die Sterndeuter sind nicht dumm, sie lassen sich von Herodes nicht täuschen. Sie wissen zu unterscheiden zwischen dem Ziel der Reise und den Versuchungen auf dem Weg dorthin. Sie hätten auch dort am Hof bleiben können, in Ruhe, aber nein: Sie gehen weiter. Sie verlassen den Palast des Herodes und werden, auf Gottes Zeichen achtend, nicht zu ihm zurückkehren, sondern auf einem anderen Weg heimziehen (vgl. V. 12). Wie wichtig ist es, das Ziel des Lebens von den Versuchungen auf dem Weg unterscheiden zu können! … Zu wissen, wie man auf das verzichtet, was verführt, aber auf einen schlechten Weg bringt, und dies, um Gottes Wege zu verstehen und zu wählen! Die Unterscheidung ist eine große Gabe, und man darf nie müde werden, sie im Gebet zu erbitten. Bitten wir um diese Gnade! Herr, gib uns die Fähigkeit zu unterscheiden – Gut und Böse, das Bessere und das weniger Gute.

 

Schließlich berichten die Sterndeuter noch von einer dritten Gabe: der Überraschung. Nach einer langen Reise, was finden diese Männer von hohem gesellschaftlichem Rang da vor? Einen Säugling mit seiner Mutter (vgl. V. 11): eine Szene, die sicherlich zärtlich ist, aber nicht verblüffend! Sie sehen keine Engel wie die Hirten, sondern begegnen Gott in Armut. Vielleicht erwarteten sie einen mächtigen und gewaltigen Messias, doch sie finden ein Baby. Aber sie glauben dennoch nicht, dass sie sich geirrt haben, sie wissen, wie sie ihn erkennen können. Sie lassen sich von Gott überraschen und leben ihre Begegnung mit Ihm in Staunen und Anbetung: In der Kleinheit erkennen sie das Antlitz Gottes. Menschlich gesehen neigen wir alle dazu, nach Größe zu streben, aber es ist ein Geschenk, zu wissen, wie man sie wirklich findet: zu wissen, wie man Größe in der Kleinheit findet, die Gott so liebt. Denn so begegnet man dem Herrn: in der Demut, in der Stille, in der Anbetung, in den Kleinen und in den Armen.

Brüder und Schwestern, wir alle sind von Jesus gerufen, wir alle können seine Gegenwart unterscheiden…, wir alle können seine Überraschungen erleben... Heute wäre es schön, sich an diese Gaben zu erinnern, die wir bereits erhalten haben…: zu denken an die Zeit, in der wir einen Ruf Gottes in unserem Leben gespürt haben; oder daran, wie wir, vielleicht nach großer Anstrengung, seine Stimme wahrnehmen konnten; oder auch an eine unvergessliche Überraschung, die Er uns geschenkt hat und die uns in Erstaunen versetzt hat. Möge die Gottesmutter uns helfen, uns an die Geschenke, die wir erhalten haben, zu erinnern und sie in Ehren zu halten.“ (vn 6)

 

 

 

 

Requiem für Benedikt XVI

 

Mit einer feierlichen Zeremonie wurde der emeritierte Papst Benedikt XVI. an diesem Donnerstag auf dem Petersplatz in seine letzte Ruhestätte verabschiedet. Mehr als 50.000 Menschen hatten sich auf dem Petersplatz eingefunden, um ihm die letzte Ehre zu erweisen.

Es zelebrierte der Dekan des Kardinalskollegiums, Kardinal Giovanni Battista Re, während Papst Franziskus der etwa 90-minütigen Feier vorstand und die Predigt hielt. Im Wesentlichen entsprach die Feier der Liturgie, die für das Begräbnis eines amtierenden Papstes vorgesehen ist, auch wenn das liturgische Amt einige Anpassungen vorgenommen hatte.

Bereits am Mittwochabend, nachdem der letzte Pilger den Petersdom verlassen hatte, erfolgte der Ritus der Sargschließung, wobei auch die rituellen Grabbeigaben (wie die Münzen und Medaillen aus dem Pontifikat Benedikts, sein Pallium und die „Rogitum“ genannte Pontifikatsurkunde) hinzugefügt wurden. Verlesen wurde das „Rogitum“ durch den Zeremoniar Diego Ravelli.

Nebel, Fahnen, Emotionen

Am Donnerstag um 8.50 Uhr wurde dann unter aufbrandendem Applaus der Zypressensarg mit den sterblichen Überresten des emeritierten Papstes auf den Vorplatz des Petersdoms getragen und weithin sichtbar aufgestellt. Überwältigend war die Anteilnahme von Kirchenvertretern: So waren nicht nur mehr als 120 Kardinäle und 400 Bischöfe anwesend, sondern auch rund 4.000 konzelebrierende Priester. Noch während des Rosenkranzgebetes, das dem eigentlichen Requiem voranging, strömten bei nebligem Wetter zahlreiche weitere Pilger auf den Platz. Schätzungen zufolge fanden sich mehr als 50.000 Menschen ein.

Auch aus der bayerischen und deutschen Heimat des Verstorbenen waren viele Menschen angereist; ganz in der Nähe des Altars hatten uniformierte Gebirgsschützen Aufstellung genommen. Unter den offiziellen Gästen waren Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier, Bundeskanzler Olaf Scholz und Bayerns Ministerpräsident Markus Söder. Der Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz, Bischof Georg Bätzing, sowie die beiden deutschen Kardinäle Reinhard Marx (München) und Rainer Maria Woelki (Köln) zählten zu den Konzelebranten.

Dem Wunsch des emeritierten Papstes entsprechend, handelte es sich um eine einfache, aber würdige Feier. Wie zuletzt 2005 beim Requiem für Johannes Paul II. lag ein aufgeschlagenes Evangelienbuch auf dem Sarg des Verstorbenen.

Benedikts Sarg wird auf den Petersplatz getragen

Papst Franziskus meditiert über Hingabe und Gebet

In seiner Predigt ging Franziskus auf die Hingabe ein, mit der Jesus seinen Dienst bis zum Ende angenommen habe. „Vater, in deine Hände lege ich meinen Geist“: Um diese letzten Worte Jesu, die das Lukasevangelium (Lk 23, 39-46) überliefert, kreisten die Ausführungen des Papstes. Franziskus verzichtete darauf, ein weiteres Mal zu einer Würdigung des verstorbenen bayerischen Papstes auszuholen, und meditierte stattdessen über Lebenshingabe, Sanftmut, Gebet.

„,Vater, in deine Hände lege ich meinen Geist‘ - so lautet die Einladung und das Lebensprogramm, das der Herr einhaucht und welches das Herz des Hirten wie ein Töpfer (vgl. Jes 29,16) formen will, bis sich in ihm die Gesinnung Christi Jesu regt (vgl. Phil 2,5). Dankbare Hingabe im Dienst für den Herrn und sein Volk, die sich aus der Annahme einer gänzlich ungeschuldeten Gabe ergibt… Betende Hingabe, die sich still zwischen den Kreuzungspunkten und Widersprüchen, denen sich der Hirte stellen muss (vgl. 1 Petr 1,6-7), und der vertrauensvollen Aufforderung, die Herde zu hüten (vgl. Joh 21,17) herausbildet und verfeinert… Betendes und anbetendes Vertrauen, das den Hirten verstehen lässt, was zu tun ist und sein Herz und seine Entscheidungen den Zeiten Gottes anpasst (vgl. Joh 21,18)…“

„Benedikt, du treuer Freund des Bräutigams, möge deine Freude vollkommen sein, wenn du seine Stimme endgültig und für immer hörst!“

Die ganze kirchliche Gemeinschaft vertraue an diesem Tag „unseren Bruder den Händen des Vaters an“. „Mögen diese Hände der Barmherzigkeit seine mit dem Öl des Evangeliums brennende Lampe vorfinden, das er während seines Lebens verbreitet und bezeugt hat (vgl. Mt 25,6-7). Das gläubige Volk Gottes versammelt sich, es begleitet das Leben dessen, der sein Hirte war, und vertraut es dem Herrn an.“

Alle hier Versammelten wollten dem verstorbenen Papst „noch einmal die Liebe erweisen, die nicht vergeht“, so Franziskus.

„Wir wollen dies mit derselben Salbung und Weisheit, mit demselben Feingefühl und derselben Hingabe tun, die er uns im Laufe der Jahre zu schenken wusste. Wir wollen gemeinsam sagen: ‚Vater, in deine Hände übergeben wir seinen Geist‘. Benedikt, du treuer Freund des Bräutigams, möge deine Freude vollkommen sein, wenn du seine Stimme endgültig und für immer hörst!“

„Santo Subito“-Rufe

Nach dem Requiem: der Ritus der Aussegnung und Verabschiedung. Um 10.48 Uhr hoben Träger den Sarg von Benedikt XVI. auf und trugen ihn in die Basilika, zur endgültigen Bestattung in den Vatikanischen Grotten. Franziskus betete noch einen Moment am Sarg, berührte ihn und verneigte sich davor.

Hinter dem Sarg schritt Erzbischof Georg Gänswein, der engste Weggefährte Benedikts. Und wie beim Requiem für Johannes Paul II. erschollen Rufe „Santo Subito“ („Heiligsprechung sofort“), auch ein Schriftband mit diesen Worten war zu sehen. Bayern- und Deutschland-Fahnen wurden geschwenkt, „Danke Papst Benedikt“ stand auf einem Transparent. (vn – div 5)

 

 

 

 

Die Predigt von Papst Franziskus zur Beerdigung von Benedikt XVI.

 

Wir dokumentieren die Predigt von Papst Franziskus bei der Totenmesse für Benedikt XVI. an diesem Donnerstag auf dem Petersplatz in der amtlichen deutschen Übersetzung. Nachlesen können Sie diese und andere Texte in den verschiedenen Übersetzungen auch auf vatican.va, der offiziellen Internetseite des Vatikans.

 

»Vater, in deine Hände lege ich meinen Geist« (Lk 23,46). Dies sind die letzten Worte des Herrn am Kreuz; sein letzter Seufzer - so könnte man sagen -, der das zu bestätigen vermag, was sein ganzes Leben kennzeichnete: ein ständiges Sich-Hingeben in die Hände seines Vaters. In diese Hände der Vergebung und des Mitgefühls, der Heilung und der Barmherzigkeit, diese Hände der Salbung und des Segens, die ihn dazu brachten, sich dann auch in die Hände seiner Brüder und Schwestern zu geben. Der Herr ließ sich in Offenheit für die Geschehnisse, die ihm auf seinem Weg begegneten, vom Willen Gottes fein bearbeiten, indem er alle Konsequenzen und Schwierigkeiten des Evangeliums auf seine Schultern nahm, bis seine Hände die Wundmale seiner Liebe zeigten: »Sieh meine Hände«, sagte er zu Thomas (Joh 20,27) und er sagt dies zu einem jedem von uns. Verwundete Hände, die sich uns entgegenstrecken  und immerfort darreichen, damit wir Gottes Liebe zu uns erkennen und an sie glauben (vgl. 1 Joh 4,16).[1]

„„Du gehörst mir ... du gehörst zu ihnen“, flüstert der Herr“

»Vater, in deine Hände lege ich meinen Geist« - so lautet die Einladung und das Lebensprogramm, das der Herr einhaucht und welches das Herz des Hirten wie ein Töpfer (vgl. Jes 29,16) formen will, bis sich in ihm die Gesinnung Christi Jesu regt (vgl. Phil 2,5). Dankbare Hingabe im Dienst für den Herrn und sein Volk, die sich aus der Annahme einer gänzlich ungeschuldeten Gabe ergibt: „Du gehörst mir ... du gehörst zu ihnen“, flüstert der Herr; „du stehst unter dem Schutz meiner Hände. Du stehst unter dem Schutz meines Herzens. Du bist behütet in meinen schützenden Händen, und gerade so befindest du dich in der Weite meiner Liebe. Bleib in meinen Händen und gib mir die deinen“.[2]  Die Nachsicht Gottes und seine Nähe ermöglichen es ihm, sich in die schwachen Hände seiner Jünger zu legen, um sein Volk zu speisen und mit dem Herrn zu sagen: Nehmt und esst, nehmt und trinkt, das ist mein Leib, der für euch hingegeben wird (vgl. Lk 22,19).

Betende Hingabe, die sich still zwischen den Kreuzungspunkten und Widersprüchen, denen sich der Hirte stellen muss (vgl. 1 Petr 1,6-7), und der vertrauensvollen Aufforderung, die Herde zu hüten (vgl. Joh 21,17) herausbildet und verfeinert. Wie der Meister trägt er auf seinen Schultern die ermüdende Last des Eintretens für andere und die Zermürbung der Salbung für sein Volk, vor allem dort, wo das Gute zu kämpfen hat und die Brüder und Schwestern in ihrer Würde bedroht werden (vgl. Hebr 5,7-9). In dieser Begegnung der Fürsprache bringt der Herr die Sanftmut hervor, die fähig ist, zu verstehen, anzunehmen, zu hoffen und alles zu wagen – über das Unverständnis, das dies hervorrufen kann, hinaus. Es ist eine unsichtbare und unbegreifliche Fruchtbarkeit, die entsteht, wenn man weiß, in wessen Hände man sein Vertrauen gelegt hat (vgl. 2 Tim 1,12). Betendes und anbetendes Vertrauen, das den Hirten verstehen lässt, was zu tun ist und sein Herz und seine Entscheidungen den Zeiten Gottes anpasst (vgl. Joh 21,18): »Weiden heißt lieben, und lieben heißt auch, bereit sein zu leiden. Und lieben heißt: den Schafen das wahrhaft Gute zu geben, die Nahrung von Gottes Wahrheit, von Gottes Wort, die Nahrung seiner Gegenwart«.[3]

„Weiden heißt lieben, und lieben heißt auch, bereit sein zu leiden“

Eine Hingabe, die vom Trost des Geistes getragen wird, der ihm bei seiner Sendung immer vorausgeht: in dem leidenschaftlichen Bestreben, die Schönheit und die Freude des Evangeliums zu vermitteln (vgl. Apostolisches Schreiben Gaudete et exsultate, 57), im fruchtbaren Zeugnis derer, die wie Maria in vielerlei Hinsicht beim Kreuz bleiben, in jenem schmerzvollen, aber starken Frieden, der weder angreift noch unterdrückt, und in der hartnäckigen, aber geduldigen Hoffnung, dass der Herr seine Verheißung erfüllen wird, wie er es unseren Vätern und seinen Nachkommen für immer verheißen hat (vgl. Lk 1,54-55).

Auch wir, die wir fest mit den letzten Worten des Herrn und dem Zeugnis, das sein Leben geprägt hat, verbunden sind, möchten als kirchliche Gemeinschaft in seine Fußstapfen treten und unseren Bruder den Händen des Vaters anvertrauen: Mögen diese Hände der Barmherzigkeit seine mit dem Öl des Evangeliums brennende Lampe vorfinden, das er während seines Lebens verbreitet und bezeugt hat (vgl. Mt 25,6-7).

„Er zeigte Feingefühl und Hingabe“

Der heilige Gregor der Große lud am Ende seiner Pastoralregel einen Freund dazu ein und forderte ihn auf, ihm diese geistliche Weggemeinschaft zuteilwerden zu lassen: »Inmitten der Stürme meines Lebens tröstet mich die Zuversicht, dass du mich auf der Planke deiner Gebete über Wasser hältst, und dass du mir, wenn die Last meiner Fehler mich niederzieht und demütigt, die Hilfe deiner Verdienste leihst, um mich emporzuholen«. Dies ist das Bewusstsein des Hirten, dass er nicht allein tragen kann, was er in Wirklichkeit nie allein tragen könnte, und deshalb weiß er sich dem Gebet und der Fürsorge des Volkes zu überlassen, das ihm anvertraut wurde.[4]   Das gläubige Volk Gottes versammelt sich, es begleitet das Leben dessen, der sein Hirte war und vertraut es dem Herrn an. Wie im Evangelium die Frauen am Grab, so sind wir hier mit dem Wohlgeruch der Dankbarkeit und der Salbung der Hoffnung, um ihm noch einmal die Liebe zu erweisen, die nicht vergeht; wir wollen dies mit derselben Salbung und Weisheit, mit demselben Feingefühl und derselben Hingabe tun, die er uns im Laufe der Jahre zu schenken wusste. Wir wollen gemeinsam sagen: „Vater, in deine Hände übergeben wir seinen Geist.“

Benedikt, du treuer Freund des Bräutigams, möge deine Freude vollkommen sein, wenn du seine Stimme endgültig und für immer hörst!

 [1] Vgl. Benedikt XVI., Enzyklika Deus caritas est, 1.

[2] Vgl. Ders., Homilie in der Chrisam-Messe, 13. April 2006.

[3] Ders., Homilie in der Hl. Messe zur Amtseinführung, 24. April 2005.

[4] Ebd. (VN 5)

 

 

 

 

Rede von Bundeskanzler Olaf Scholz anlässlich des Empfangs der Sternsinger am 5. Januar 2023 in Berlin

    

Liebe Sternsingerinnen und Sternsinger, danke für das Kommen und danke für eure guten Wünsche für das Bundeskanzleramt und all die Männer und Frauen, die hier arbeiten. Über 300 000 Sternsinger sind unterwegs.

Es ist natürlich heute etwas ganz Besonderes, dass wir hier zusammenkommen. Denn ich komme gerade aus Rom zurück, wo wir heute von Papst Benedikt XVI. Abschied genommen haben. Er war eine prägende Figur der katholischen Kirche und ein bedeutender Theologe. Es war sehr berührend, heute zu sehen, wie viel dieser Papst den Gläubigen weltweit bedeutet hat, gerade wenn man auch die große Zahl derjenigen wahrnehmen und sehen konnte, die es bis nach Rom geschafft hatten, um daran teilzunehmen.

 

Papst Benedikt war schon als Kind sehr engagiert in der Kirche, so, wie ihr alle es seid. Die Idee des Sternsingens stammt von Kindern. Im Mittelalter baten als Könige verkleidete Kinder um Spenden, allerdings meistens noch für sich selbst. Ihr Sternsinger heute sammelt Geld für andere Kinder. Ihr macht euch für die

Gemeinschaft stark. Das finde ich gut und wichtig.

 

Der Aufruf, Kinder zu stärken und sie zu schützen, könnte nicht aktueller sein. Überall auf der Welt, so, wie ihr es eben auch gesagt habt, erleiden Kinder Gewalt. Kinder sind Krieg und all den Zerstörungen, die damit verbunden sind, ausgesetzt. Jeden Abend sehen wir alle im Fernsehen und verfolgen im Internet die schrecklichen Folgen des Krieges, der jetzt in unserer Nähe, in der Ukraine, stattfindet. Immer wieder sind gerade Kinder die Opfer zum Beispiel von Raketenangriffen. Viele Kinder sind deshalb auf der Flucht, ganz allein. Das alles muss man wissen. Deshalb ist es ganz, ganz wichtig, was ihr tut, und deshalb ist euer Engagement so bedeutend.

 

Natürlich bedrückt es, dass Kinder Gewalt auch an Orten erleben, die ihnen Geborgenheit bieten sollten, manchmal im eigenen Elternhaus oder im Verein ‑ so etwas kommt auch vor ‑ oder in Gemeinden. Deshalb ist es ganz, ganz wichtig, dass das Prinzip von allen sehr stark verstanden wird und alle sagen: Der Schutz von Kindern, das steht vor allem, und darauf kommt es an. ‑ Darauf macht ihr aufmerksam. Das finde ich ganz, ganz wichtig.

 

Ich wünsche euch, dass ihr viele offene Türen und viele Menschen findet, die euch zuhören und die für euren guten Zweck auch spenden. Ich finde auch besonders gut, dass ihr ein Partnerland, um das ihr euch kümmern wollt, gewählt habt, das auch gerade die Welt versammelt hatte.

 

Indonesien war das Land, in dem die 20 wichtigsten Wirtschaftsnationen der Welt in diesem Jahr zusammengekommen sind. Ich war deshalb auch da. Dass ihr dort ganz konkret mit denjenigen, die sich vor Ort einsetzen, zusammenarbeitet, spricht dafür, dass eure Spendensammlung besonders erfolgreich sein sollte.

Auch ich will gern eine Spende überreichen. Pib 5

 

 

 

 

 

Papst bei Generalaudienz: Ein Plädoyer für die geistliche Begleitung

 

Zu Gott geht man nicht allein: Das betonte Papst Franziskus in seiner letzten Katechese zur spirituellen Unterscheidung an diesem Mittwoch. Dabei sei die Hilfe eines spirituellen Begleiters äußerst wertvoll. Auch an die „gemarterte Ukraine“ erinnerte der Papst am Ende seiner Generalaudienz. Christine Seuss - Vatikanstadt

Mit der Katechese an diesem Mittwoch hat Papst Franziskus seine Katechesenreihe zur geistlichen Unterscheidung abgeschlossen. Nachdem er in feinfühligen Worten seines gerade verstorbenen Vorgängers im Papstamt gedacht hatte, ging er auf die Hilfsmittel ein, die bei der geistlichen Unterscheidung nützlich sein können. Eines davon, so Franziskus, sei die geistliche Begleitung, die vor allem für die Selbsterkenntnis als „unabdingbare Voraussetzung“ für die geistliche Unterscheidung wichtig sei. In diesem Zusammenhang warnte Franziskus vor einer einsamen Nabelschau: „Sich allein im Spiegel zu betrachten hilft nicht immer, denn einer kann fantasieren über das Bild. Hingegen sich im Spiegel mit der Hilfe eines anderen anzusehen hilft sehr, denn der andere sagt dir die Wahrheit - wenn er wahrhaftig ist - und so hilft er dir.“

In diesem Vertrauensverhältnis dürfe man auch keine Angst haben, sich vor dem anderen zu entblößen und sich in seiner Schwäche und Zerbrechlichkeit zu zeigen, mahnte Franziskus.  

„Denn in Wahrheit ist unsere Zerbrechlichkeit unser wahrer Reichtum“

„Denn in Wirklichkeit ist unsere Zerbrechlichkeit unser wahrer Reichtum. Ein Reichtum, den wir respektieren und annehmen müssen. Denn wenn wir ihn Gott anbieten, befähigt er uns zu Zärtlichkeit, Barmherzigkeit und Liebe. Vorsicht vor Menschen, die sich nicht zerbrechlich fühlen: sie sind hart, diktatorisch. Hingegen die Menschen, die mit Demut ihre Zerbrechlichkeiten anerkennen, haben mehr Verständnis für andere. Die Zerbrechlichkeit, das kann ich sagen, macht uns menschlich.“

Wenn sie von der Fügsamkeit gegenüber dem Heiligen Geist getragen sei, helfe die geistliche Begleitung dabei, auch schwere Missverständnisse in unserer Selbsteinschätzung und unserer Beziehung zum Herrn aufzudecken, gab Franziskus weiter zu bedenken. So lege uns auch das Evangelium verschiedene Beispiele für klärende und befreiende Gespräche vor, die Jesus geführt habe, erinnerte der Papst mit Blick auf die Samariter, Zachäus oder die Emmausjünger: „Menschen, die Jesus wirklich begegnen und keine Angst haben, ihm ihr Herz zu öffnen und ihre Schwäche, die eigene Unzulänglichkeit, die eigene Zerbrechlichkeit zu zeigen. Auf diese Weise machen sie die Erfahrung des Heils und der unentgeltlich empfangenen Vergebung.“

Ob Priester oder Laie, Mann oder Frau - die geistliche Begleitung ist wichtig

Mit dem geistlichen Begleiter, sei er männlich oder weiblich, Priester oder Laie, über die Dinge, die uns beschäftigten oder auch quälten zu sprechen, helfe dabei, falsche oder giftige Gedanken zu entlarven, riet Franziskus weiter. Doch dabei trete der Begleitende keineswegs an die Stelle des Herrn: „Er verrichtet nicht die Arbeit der begleiteten Person, sondern geht an ihrer Seite und ermutigt sie, das zu verstehen, was ihr Herz bewegt: der Ort, an dem der Herr zu uns spricht.“ Ihm selbst gefalle es nicht, von einem spirituellen „Direktor“ zu sprechen, wie es teils üblich sei, sondern er ziehe das Wort „Begleiter“ vor, gestand Franziskus ein:

„Diese Begleitung kann fruchtbar sein, wenn wir die Erfahrung der Kindschaft und der geistigen Geschwisterlichkeit gemacht haben. (…)  Wir sind nicht allein, wir sind Menschen eines Volkes, einer Nation, einer Stadt, die unterwegs ist, einer Kirche, einer Pfarrei, dieser Gruppe... eine Gemeinschaft auf dem Weg. Man geht nicht allein zum Herrn. Das geht nicht.“

„Man geht nicht allein zum Herrn. Das geht nicht“

Dabei könnten auch wir selbst zum Beistand für andere werden, wichtig sei jedoch die Erfahrung der Geschwisterlichkeit, sonst könne die Begleitung zu „unrealistischen Erwartungen, Missverständnissen und Formen der Abhängigkeit führen, die den Menschen in einem infantilen Zustand belassen“.

Das Beispiel der Gottesmutter

Als wahre „Meisterin der Unterscheidung“ würdigte Franziskus die Gottesmutter Maria: „Sie spricht wenig, hört zu und bewahrt alles in ihrem Herzen“. Doch die wenigen Male, die sie spreche, setze sie „ein Zeichen“, weise immer auf Christus hin. Unterscheidungskraft sei überhaupt eine Kunst, die man „lernen kann und die ihre eigenen Regeln hat“, betonte Franziskus, doch dabei dürfe man sich nicht zum „Experten“ aufschwingen, der sich selbst genüge. Vielmehr müsse man den Herrn um die Gnade bitten, zu unterscheiden, und um die Person, die einem bei der Unterscheidung helfe. Es gelte, auf die Stimme des Herrn zu vertrauen, die sich immer zu erkennen gebe und die sowohl beruhigt als auch Trost spendet, betonte Franziskus:

„ ,Fürchtet euch nicht‘ sagt der Herr auch heute zu uns: ,Fürchtet euch nicht‘. Wenn wir seinem Wort vertrauen, werden wir das Spiel des Lebens gut spielen und anderen helfen können. Wie der Psalm sagt, ist sein Wort unserem Fuß eine Leuchte, ein Licht für unsere Pfade (vgl. 119,105). Danke.”

Gebet für die Ukraine

Auch die Ukraine war wieder in den Gedanken des Kirchenoberhauptes: Man dürfe im Gebet für die leidenden Menschen in der Ukraine und um Frieden nicht nachlassen, so Franziskus zum Schluss seiner Generalaudienz in den Grüßen an die italienischsprachigen Pilger.  (vn 4)

 

 

 

 

Erzbischof Gänswein über Benedikts Erbe: „Ein Schatz, der bleibt“

 

Wenn es jemanden gibt, der Benedikt XVI. in seinen letzten Jahren und Stunden nahe war, dann heißt diese Person Georg Gänswein. Der Erzbischof kam an diesem Mittwoch für ein Interview über die letzten Momente mit dem emeritierten Papst in die Redaktion von Radio Vatikan.

Silvia Kritzenberger: Wie haben Sie den emeritierten Papst in den letzten Tagen erlebt und was waren seine letzten Worte?

Erzbischof Georg Gänswein: Am Montag, den 26. Dezember, also am Stephanustag, habe ich ihn noch mit dem Rollstuhl begleitet, wie regelmäßig in den letzten zwei Jahren. Ich habe ihn von seinem Arbeitszimmer oder wo er auch immer war ins Esszimmer geschoben, wo die Memores mit uns gegessen haben. Am Dienstag dann habe ich allerdings nur die Pasta gegessen, weil ich zum Flughafen musste. Ich hatte ihm gesagt, dass ich gerne zwei Tage nach Hause gehen würde, meine Geschwister und meine Tanten und einige Freunde grüßen. „Gehen Sie, gehen Sie“, hat er gesagt. Ich habe auch Doktor Polisca gefragt, ob das möglich ist, und der meinte, selbstverständlich sei es möglich…

Sofortiger Rückflug nach Rom

Ich bin dann ganz normal nach Hause geflogen, kam abends an und habe geschlafen. Und dann kam sehr früh morgens ein Telefonat, das war eine der Memores und sie sagte, es gehe ihm nicht gut. „Wie, es geht ihm nicht gut?“, fragte ich. „Nein, die Nacht war miserabel. Doktor Polisca ist schon da“. Ich habe darum gebeten, ihn ans Telefon zu holen und sagte, dass ich sofort kommen und den ersten Flug nehmen würde.

Und bin dann also Mittwoch um ein Uhr schon wieder da gewesen. Ich bin sofort natürlich an sein Bett getreten und dann bin ich richtig erschrocken, weil er ganz schwer geatmet hat. Offensichtlich gab es da Schwierigkeiten mit der Lunge, mit den Bronchien. Er wurde medizinisch betreut und der Tag über war nicht einfach. Das war auch der Tag, an dem Papst Franziskus am Ende der Audienz zum Gebet aufgerufen hat. Er kam dann ja, ich war noch gar nicht da, aber Franziskus kam dann nach der Generalaudienz sofort hoch und hat gebetet und ihn auch gesegnet.

Eine unerwartete Verbesserung

Ja, und dann kam ich, und der Mittwochabend war dann schwierig. Und ich fragte den Arzt, wird er es denn schaffen? Der sagte: „Vom Gesichtspunkt eines Arztes kann ich Ihnen keine Antwort geben, ja oder nein. Wir müssen warten.“

Und am Morgen, am Donnerstag war es dann also wider Erwarten viel, viel besser. Ich frage dann den Arzt danach, und der meinte, er hätte keine Erklärung: „Ich kann es Ihnen nicht sagen. Ich weiß es nicht.“

Dann hat es sich am Donnerstag über Tag etwas verschlechtert. Ich habe dann sofort gesagt „Heiliger Vater, ich spende Ihnen die heilige Krankensalbung, und nachher werden wir die heilige Messe hier feiern.“ Da war er noch ganz klar, gerne wollte er das. Er hat bei der Messe nicht konzelebriert, sondern lag im Bett. Ich habe ihm nachher die heilige Kommunion mit einem kleinen Löffel sub specie sanguinis gereicht, also das Blut Christi, ganz wenig, weil er schon zwei Tage nichts mehr essen konnte. Und das hat er alles noch realisiert.

Bis zum Schluss präsent

Und die Nacht von Donnerstag auf Freitag ging einigermaßen, und in der letzten Nacht, die er gelebt hat, nämlich vom Freitag auf den Samstag, vom 30. auf den 31. Dezember, da war ich nicht präsent, sondern es war eine Pflegekraft präsent, da waren die letzten Worte, die er verständlich aussprechen konnte, auf Italienisch: „Signore ti amo“, auf Deutsch: „Herr, ich liebe dich“. Das war das Letzte. Und das hat mir, als ich am Morgen in sein Zimmer kam, die Pflegekraft sofort unter großen Tränen gesagt. Ich habe das nicht selbst gehört. Nachts gegen drei, ich weiß jetzt nicht genau, ob es um 2:50 Uhr war oder um 3:10 Uhr, auf Italienisch, „Signore ti amo“, „Herr, ich liebe dich“.

Ja, und dann kam dann der 31., und da war es dann so, dass man sagen kann, dass er innerhalb von drei Stunden einen freien Fall erlitt. Die Agonie hat Gott sei Dank nicht so lange gedauert, das war wohl eine gute Dreiviertelstunde. Der Arzt sagte, das kann man nicht hundertprozentig genau sagen. Man hat nur gesehen und ich habe es so empfunden, dass er auf der Zielgeraden war. Ja, und dann ist er um 9.34 Uhr gestorben.

„Und dann eben das letzte Wort vom damaligen Dekan Ratzinger, Johannes Paul II. sieht uns vom Haus des Vaters, und die Bitte: segne uns. Das ist mir unvergesslich. Ich war auf dem Petersplatz, neben dem Altar. Unvergesslich.“

Als ich seine letzten Worte „Herr, ich liebe dich“ hörte, musste ich an die Predigt denken, die der damalige Kardinaldekan Ratzinger bei der Beerdigung von Johannes Paul II. am 8. April 2005 gehalten hatte. Als er gepredigt hat über Johannes 21, die dreimalige Frage des Herrn: „Liebst du mich?" Und dann, auf das Ja, und die Aufforderung: „Folge mir nach". Und dann eben das letzte Wort vom damaligen Dekan Ratzinger, Johannes Paul II. sieht uns vom Haus des Vaters, und die Bitte: „Segne uns". Das ist mir unvergesslich. Ich war auf dem Petersplatz, neben dem Altar. Unvergesslich.

Das ist mir eingefallen, als der Pfleger mir sagte: „Signore ti amo“. Weil es die gleichen Worte in Italienisch damals waren. Ja, und jetzt hat er es geschafft…“

Ein Schatz, der bleibt

Silvia Kritzenberger: Was hat Ihnen Joseph Ratzinger für Ihr Leben mitgegeben? Was werden Sie am meisten vermissen?

Erzbischof Georg Gänswein: Natürlich seine Person, seine Liebenswürdigkeit, seinen festen Glauben, seine Klarheit seinen Mut und seine Fähigkeit, für den Glauben auch zu leiden. Man sagt „Via crucis“, das ist ja auch nicht nur ein schönes Wort für die Kunstgeschichte, sondern das ist ein Wort aus der tiefen Schatzkiste der Spiritualität des Glaubens.

Aber es wird auch bleiben, dieses unvergessliche Wort „Gioia“, also Freude, dass der Glauben eben Freude schenkt. Also auch nach Johannes eben: Ich bin gekommen, damit ihr die Freude in Fülle habt.

Das ist das Schöne, dass menschlich auch das Leben weitergeht und dass ich aus diesen Bildern, aus diesen tiefen Schatzgruben, doch immer wieder für mich etwas herausnehmen kann und ich hoffe auch andere Menschen für sich etwas herausnehmen und graben dürfen.

Silvia Kritzenberger: Ich danke Ihnen für das Gespräch und auch herzlichen Dank, dass Sie unseren Joseph Ratzinger, unseren Papst Benedikt, so lange und so treu begleitet haben.

Erzbischof Georg Gänswein: Vergelt’s Gott, danke! (vn 4)

 

 

 

Nuntius Eterovic: Benedikt blickte bis zuletzt auf deutsche Kirche

 

Der verstorbene frühere Papst Benedikt XVI. hat sich bis zuletzt besonders für die Lage der Kirche in seiner Heimat Deutschland interessiert. Das sagte der päpstliche Nuntius in Berlin, Erzbischof Nikola Eterovic, in einem Interview für die kroatische Wochenzeitung „Glas koncila“ (Mittwoch). Er habe Benedikt jährlich im Vatikan getroffen, zuletzt am 10. September zu einer rund einstündigen Begegnung, so der Vatikandiplomat.

Damals habe sich Benedikt besonders nach dem „Synodalen Weg“ erkundigt. Der Reformprozess der katholischen Kirche in Deutschland habe „viel Lebendigkeit, aber auch Spaltungen in den Kirchengemeinden gebracht“, so Eterovic in dem Interview.

Benedikt sei in den vergangenen Jahren altersbedingt körperlich zusehends geschwächt gewesen, berichtete der aus Kroatien stammende Erzbischof, der im achtjährigen Pontifikat Benedikts XVI. Generalsekretär der Weltbischofssynode war. „Aber sein Geist war immer frisch und offen für alle gesellschaftlichen und kirchlichen Fragen.“ Bei persönlichen Begegnungen sei Benedikt XVI. stets „sehr einfach, freundlich und einladend“ aufgetreten. „Er hatte einen guten Sinn für Humor.“

„Er hatte einen guten Sinn für Humor“

Eterovic nannte Joseph Ratzinger/Benedikt XVI. im Gespräch mit „Glas koncila“ „einen der größten Theologen unserer Zeit“. Der verstorbene Papst werde für seine Überzeugung in Erinnerung bleiben, „dass das Christentum nicht die Begegnung mit einer Idee ist, sondern mit einer Person, nämlich Jesus Christus“.

Als Generalsekretär der Bischofsynode war Eterovic maßgeblich für die Planung, Durchführung und Nachbereitung der fünf großen Weltbischofssynoden zuständig, die während der Amtszeit von Benedikt XVI. stattfanden: die Synoden über Eucharistie (2005), das Wort Gottes (2010) und Neuevangelisierung (2012) sowie zwei Sondersynoden über die Kirche in Afrika (2009) und den Nahen Osten (2012).

Benedikt habe zu Beginn seines Pontifikats Vorschläge zur Weiterentwicklung der Bischofssynode vorgelegt, „die erfolgreich umgesetzt wurden“, so Eterovic. So sei es dem Papst damals wichtig gewesen, zum Abschluss der täglichen Bischofsberatungen Raum für Diskussionen unter den Synodenteilnehmern zu ermöglichen. „Diese Tatsache zeigt deutlich, wie Benedikt XVI. auch den innerkirchlichen Dialog förderte“, so der Nuntius. (kap 4)

 

 

 

Kardinal Bertone: Erinnerung an einen sanften Menschen

 

Er war lange Zeit einer der engsten Mitarbeiter des verstorbenen Benedikt XVI.: Kardinal Tarcisio Bertone. Zunächst arbeitete er mit dem damaligen Kardinal Joseph Ratzinger in der Glaubenskongregation zusammen, während des Pontifikats von Benedikt (2005-13) diente er ihm dann als Kardinalstaatssekretär. Hier sind seine Erinnerungen an den Verstorbenen.

Dies ist die gekürzte Fassung eines Artikels, den Bertone unter dem Titel: „Der Mann und der Papst“ in der italienischen Ausgabe der Vatikanzeitung „L’Osservatore Romano“ veröffentlicht hat. Kardinal Tarcisio Bertone – Vatikanstadt

Meine Bekanntschaft mit Joseph Ratzinger begann zur Zeit des Zweiten Vatikanischen Konzils, als er ein sehr junger deutscher Theologe war, einer der schärfsten Köpfe der vorkonziliaren theologischen Szene. Obwohl er weder Mitglied noch offizieller Experte war, gehörte er dennoch zu den aktivsten Beratern der Konzilsväter und wurde auch außerhalb des deutschen Kreises angesprochen. Yves Congar erinnerte sich an ihn wie folgt: „Zum Glück gab es Ratzinger. Er ist vernünftig, bescheiden, uneigennützig, eine gute Hilfe“.

Als Student habe ich während meiner Doktorarbeit häufig die Konzilsaula betreten, um den Reden zuzuhören, und ich bin ihm zufällig begegnet, ohne ihn jedoch näher zu kennen. Stattdessen begann ich, ihn häufiger zu besuchen, nachdem ich zum Berater der Glaubenskongregation ernannt worden war, deren Präfekt Ratzinger (inzwischen Kardinal) war.

„Das gegenseitige Verständnis und die Wertschätzung waren unmittelbar“

Das gegenseitige Verständnis und die Wertschätzung waren unmittelbar. Er rief mich oft in sein Büro, um über spezifische Probleme zu reden. Nach meiner Ernennung zum Sekretär der Glaubenskongregation 1995 intensivierten sich die Beziehungen, auch weil wir im selben Gebäude an der „Piazza della Città Leonina“ wohnten. Das Vertrauen reichte vom Austausch über Arbeitsprobleme bis hin zur Geselligkeit beim gemeinsamen Essen, auch mit den Schwestern des Hauses oder einigen Familienmitgliedern.

Aus der Einfachheit und Vertrautheit, die sich zwischen uns entwickelte, ist eine echte Freundschaft entstanden, die über die Zeit hinweg stabil geblieben ist – auch in den schwierigen Zeiten, die folgten. Gerade die Freundschaft mit einem diskreten Ton, der aber auch den einen oder anderen Witz oder die eine oder andere spitzfindige Bemerkung nicht scheute, war ein Charakteristikum Joseph Ratzingers.

„Er war kein Panzerkardinal“

Diejenigen, die ihn stereotyp als strengen, unflexiblen Mann, als Panzerkardinal usw. beurteilt haben, haben offenbar nicht seine milde Seite wahrgenommen, wenn es darum ging, den anderen, die Gründe des anderen zu verstehen, selbst in Konfrontationen und Gesprächen, die über wichtige Lehrfragen stattfanden. Wenn er bei der Lektüre der Protokolle der Korrespondenz zwischen der Glaubenskongregation und Bischöfen oder Theologen einen harten Ausdruck fand, korrigierte er ihn und empfahl, die Ausdrücke „abzumildern“, um die Gesprächspartner nicht zu verletzen und ihre Aufgabe zu respektieren, wobei er in aller Aufrichtigkeit dem besonderen Amt der Übermittlung des Glaubensgutes treu blieb. Eine Treue, die ihm bei manchen heftige Kritik und Beleidigung eingebracht hat, aber auch die Wertschätzung und Dankbarkeit vieler auch außerhalb des katholischen Kreises.

Präfekt Joseph Ratzinger sagte oft, dass es seine Aufgabe sei, den Glauben der Kleinen zu schützen, der Demütigen, die nicht über das kulturelle Rüstzeug verfügen, um den Fallstricken der zunehmend entchristlichten und säkularisierten Welt zu begegnen.

„Frühstück mit der Ex-Hausmeisterin“

Diese Sanftmut gegenüber den Menschen durchdrang das gesamte Netz seiner Beziehungen. Oft ging er am Donnerstagmorgen zum Frühstück zu der früheren Hausmeisterin der Glaubenskongregation, die sich nach Gesellschaft sehnte. Als er Papst wurde, kümmerte er sich weiterhin um sie und ihre Gesundheit und setzte sich für ihre Aufnahme in einem Altersheim ein. Die Wertschätzung für den Präfekten, Kardinal Ratzinger, war unter den Mitarbeitern der von ihm geleiteten Behörde einhellig, nicht nur wegen der Weisheit seiner Beiträge, sondern auch wegen der Freundlichkeit und Aufmerksamkeit, die er allen entgegenbrachte.

Als Papst zeigte er auch gegenüber seinem Kammerdiener Paolo Gabriele nach der traurigen und verworrenen Affäre, die unter dem Namen „Vatileaks“ bekannt wurde, seine Barmherzigkeit: Er machte sich Sorgen um Gabrieles Familie und Arbeit und empfahl ihm, eine Unterkunft und eine Beschäftigung außerhalb des Vatikans zu suchen.

„Er las die Zeichen der Zeit“

In der nicht seltenen Komplexität und Dramatik der Jahre seines Amtes (zunächst als Präfekt der Glaubenskongregation, dann als Papst), das er mit der Klarheit eines tiefen Glaubens und einer großen Kultur ausübte, zeichnete sich Joseph Ratzinger auch durch seine bescheidene Einfachheit des Lebens und seinen häufigen Aufruf zur Freude aus; Freude, die er oft in seinen Reden oder Predigten erwähnte und die er aus einfachen, alltäglichen Dingen schöpfte: die Schönheit der Natur, die Zuneigung von Kindern oder Menschen, denen er auf der Straße begegnete, als er im „Borgo Pio“ spazieren ging und noch nicht Papst war, das Leben mit seiner Schwester Maria… In der Weihnachtszeit konnte man erleben, wie er staunend wie ein Kind vor der Krippe stand.

Joseph Ratzinger hat uns als Lehrer des katholischen Glaubens ein umfangreiches theologisches Werk geschenkt, angefangen mit der berühmten „Einführung in das Christentum“ (1968) und später, gegen Ende, mit der Trilogie über Jesus von Nazareth. Außerdem hat er uns als Papst in seinem, wenn auch kurzen, Pontifikat drei Enzykliken von großem Wert geschenkt. Sie zeigen uns heute die Modernität von Benedikt XVI. und seine Fähigkeit, die Zeichen der Zeit zu lesen.

„Er fragte auch mal nach Fußballergebnissen“

Jeden Montag habe ich in meiner Zeit als Staatssekretär mit ihm zu Mittag gegessen. Bevor er die Tagesordnung ansprach, tauschten wir Neuigkeiten aus, und manchmal fragte er mich nach den Ergebnissen von Fußballspielen, da er meine Leidenschaft für Sport kannte.

Nur ein einziges Mal habe ich eine schmerzhafte Meinungsverschiedenheit erlebt: als er mir im Frühjahr 2012 seine über einen langen Zeitraum im Gebet gereifte Entscheidung anvertraute, auf das Papstamt zu verzichten. Vergeblich versuchte ich, ihn davon abzubringen und ihm die Bestürzung zu erklären, die das für die gesamte kirchliche Gemeinschaft und darüber hinaus bedeuten würde. Die darauffolgende Zeit war für mich voller Sorgen und Ängste (ich habe versucht, ihn dazu zu bewegen, die Ankündigung so lange wie möglich hinauszuzögern), aber gleichzeitig beeindruckten mich die Ruhe, mit der er als Papst weiterhin die Kirche führte, und seine innere Überzeugung, den Willen Gottes zu tun.

„Nur ein einziges Mal habe ich eine schmerzhafte Meinungsverschiedenheit erlebt“

Bei dieser Gelegenheit (seinem Rücktritt) hat sich der Papst mehr denn je als ein Mann Gottes erwiesen. Mit evangeliumsgemäßer Geradlinigkeit erklärte er der ganzen Welt, die den Sinn seines Verzichts wissen wollte, der Herr rufe ihn, auf den Berg zu steigen, um sich noch mehr dem Gebet und der Betrachtung zu widmen. Aber das bedeute nicht, dass er die Kirche im Stich lasse, im Gegenteil.

Der emeritierte Papst war mit seinem Nachfolger Franziskus durch den Dienst und das Band des Gebets eng verbunden. Ich hatte das Privileg, bei meinen Besuchen in seiner Residenz im Kloster Mater Ecclesiae diese Gestimmtheit seiner Seele aus nächster Nähe zu erleben. Es waren immer intensive Momente; und es zeigte sich, dass er, solange es seine Kräfte zuließen, den Weg der Kirche liebevoll begleitete. (osservatore romano/vn 3)

 

 

 

 

Benedikt XVI. – die zehn Jahre nach dem Pontifikat

 

Am 28. Februar 2013 um 20 Uhr hörte Papst Benedikt XVI. auf, Papst zu sein. Danach lebte er bis zu seinem Tod zurückgezogen in einem kleinen Kloster in den Vatikanischen Gärten. Öffentlich war er nur noch selten zu sehen und zu lesen – manchmal aber doch. Gudrun Sailer – Vatikanstadt

 

Als „einfacher Pilger, der die letzte Etappe seines Weges auf dieser Erde geht“ hatte sich Benedikt XVI. in seiner letzten öffentlichen Ansprache von den Gläubigen verabschiedet. Zum Ort für dieses stille Pilgerdasein erwählte sich der emeritierte Papst das Klausurkloster „Mater Ecclesiae“ in den vatikanischen Gärten. Hier lebte Benedikt in seinen letzten Jahren als Emeritus und Eremit umgeben von vier treusorgenden Schwestern, die ihm schon im Apostolischen Palast den Haushalt geführt hatten, und mit seinem bewährten Privatsekretär Erzbischof Georg Gänswein.

Benedikt entschied, auch als emeritierter Papst seine weiße Soutane zu behalten, einschließlich des Scheitelkäppchens, doch abzüglich des Schultermantels. Auch die roten Schuhe legte er ab. Als freundlichen und gebeugten alten Professor in Weiß und mit Sandalen erlebten ihn die Gäste, die ihn besuchten, Männer und Frauen, die er schon lange kannten; manch Foto entstand und wurde stolz auf sozialen Medien geteilt.

Einige öffentliche Auftritte

Anfangs trat der emeritierte Papst zu seltenen Anlässen auch öffentlich in Erscheinung, und zwar immer zusammen mit Papst Franziskus und auf dessen Einladung hin. So nahm Benedikt teil an der feierlichen Messe zur Heiligsprechung von Johannes Paul II. und Johannes XXIII. am 27. April 2014. Ein großes Anliegen war dem Emeritus offenbar auch das von seinem Nachfolger ausgerufene Heilige Jahr der Barmherzigkeit. Nicht genug, dass er zur Eröffnungszeremonie am 8. Dezember 2015 im Vatikan präsent war: Benedikt durchschritt als zweiter, hinter Franziskus, die Heilige Pforte der Barmherzigkeit im Petersdom. Seit ihm das Gehen zunehmend Schwierigkeiten machte und Benedikt zunächst auf einen Rollator, dann auf einen Rollstuhl angewiesen war, wurden diese Ausflüge in die Öffentlichkeit selten und blieben schließlich ganz aus.

Worte am Mikrofon

Hin und wieder ergriff Benedikt in den Jahren nach seiner Abdankung auch am Mikrofon das Wort. Im Juli 2015 empfing er in Castel Gandolfo eine Ehrendoktorwürde aus Polen, genauer von der katholischen Universität und dem Konservatorium von Krakau. Sein Leben lang hatte der emeritierte Papst klassische Musik geliebt, und so sprach er an jenem Sommertag in den Albaner Bergen über Musik, Schönheit und Glaube. Drei Ursprünge der Musik machte er aus: die Erfahrung der Liebe, die Erfahrung der Trauer und die Begegnung mit dem Göttlichen. „Wir wissen nicht, wie es mit unserer Kultur und mit der Kirchenmusik weitergeht“, schloss Benedikt mit einer kulturkritischen Note, „aber eines ist klar: Wo wirklich Begegnung mit dem in Christus auf uns zugehenden lebendigen Gott geschieht, wächst auch immer wieder Antwort, deren Schönheit aus der Wahrheit selber kommt.“

Die Nachbarschaft zweier Päpste: neu in der Geschichte

Denkwürdig auch die kleine Feier im Apostolischen Palast zum 65. Jahrestag der Priesterweihe für Joseph Ratzinger – Papst Benedikt. Sowohl der Jubilar als auch der amtierende Papst nahmen daran teil, beide hielten eine kleine Ansprache. „Sie, Heiligkeit, mögen fortfahren können, die Hand des barmherzigen Gottes zu spüren, der Sie trägt“, sagte Franziskus zu seinem emeritierten Vorgänger. „Mögen Sie die Liebe Gottes erfahren und bezeugen!“ und Benedikt sprach ein fast kindliches Dankeschön an Franziskus aus:

„Danke vor allen Ihnen, Heiliger Vater! Vom ersten Moment Ihrer Wahl an, in jedem Moment meines Lebens hier beeindruckt mich Ihre Güte, sie trägt mich wirklich, in meinem Innersten. Mehr als die Vatikanischen Gärten mit ihrer Schönheit ist Ihre Güte der Ort, an dem ich wohne: ich fühle mich behütet. Danke auch für die Worte des Dankes, für alles. Und hoffen wir, dass Sie mit uns allen auf diesem Weg der Göttlichen Barmherzigkeit fortschreiten können und uns so den Weg Jesu zeigen, den Weg zu Jesus, zu Gott.“

Eine harmonische Nachbarschaft führten sie, Franziskus und Benedikt, der amtierende und der abgedankte Papst. Sie wohnten nur wenige hundert Meter voneinander entfernt, auf demselben Hügel, im selben Staat, und waren einander freundschaftlich verbunden – ein Novum in der Kirchengeschichte. Franziskus suchte oft den Rat seines Vorgängers, kam vor Reisen, zu Weihnachten und zu Ostern auf einen Sprung vorbei. Auch an Benedikts Sterbebett eilte Franziskus.

Einige Interviews und Texte

Aktiver, als viele nach seinem Rücktritt dachten, war Benedikt indessen mit seinen schriftlichen Äußerungen. So erschien 2016 der Interviewband „Letzte Gespräche“ mit Peter Seewald. Der bayerische Journalist hatte bereits zuvor zwei vielbeachtete Gesprächsbücher mit dem - damals amtierenden - Papst veröffentlicht. In den „letzten Gesprächen“ nun erteilte der Emeritus offen Auskunft über seinen Rücktritt, über Details seiner Biografie, über seine angeschlagene Gesundheit und seine Sicht auf Entwicklungen der Kirche. In einem weiteren Interview, das der Emeritus seinem Biografen Elio Guerriero gewährte, erwähnte er das „wunderbar väterlich-brüderliche Verhältnis“ zu Papst Franziskus.

Über die Gemeinschaft des Glaubens, die sich nicht selbst schafft, sprach Benedikt in einem theologisch profunden Interview mit dem Jesuiten Jacques Servais. In einem Brief an den betagten, im Vatikan lebenden Kardinal Walter Brandmüller verteidigte Benedikt mit klaren Worten den Schritt seines Amtsverzichts, den sein bayerischer Landsmann öffentlich kritisiert hatte.

Die Missbrauchskrise erreicht den emeritierten Papst

Streitbar und kritisch trat der emeritierte Papst auch in einem langen Text vom Jahresbeginn 2019 auf, in dem er die Missbrauchskrise der Kirche analysierte. Benedikt machte dafür die 68-er Bewegung und einen Niedergang der katholischen Moraltheologie zwischen den 1960-er und 1980-er Jahren verantwortlich. Erzbischof Gänswein versicherte, Benedikt habe den rund 16 Seiten langen Brief selbst verfasst.

Die Missbrauchskrise in Deutschland erfasste den hochbetagten Emeritus ein Jahr vor seinem Tod direkt: Er sei als Erzbischof von München und Freising (1977-1982) nicht gegen einen Täter im Priesterstand vorgegangen, lautete eine konkrete Anschuldigung aus einem Gutachten der Anwaltskanzlei Westpfahl Spilker Wastl zu Fällen sexualisierter Gewalt im Erzbistum München und Freising. Benedikt bat in einer persönlichen Antwort Betroffene von Missbrauch in der katholischen Kirchen um Verzeihung, Vertuschungsvorwürfe gegen sich wies er aber entschieden zurück.

Gebet und Anteilnahme bis zuletzt

An den Sitzungen seines Ratzinger-Schülerkreises, die ihm noch als Papst viel Freude gemacht hatten, nahm Benedikt als Emeritus nicht mehr teil, doch empfing er seine ehemaligen Schüler noch auf Jahre hinaus im Kloster „Mater Ecclesiae“. Am häufigsten kam ihn dort sein Bruder Georg besuchen. Benedikts physischer Radius schränkte sich mehr und mehr ein. Doch sein Gebet und seine Anteilnahme am Geschick der Kirche blieben wach bis zuletzt. (vn 2)

 

 

 

 

Benedikts schönste Predigt: „Wer glaubt, ist nie allein“

 

Er war ein Mann des Wortes: Der verstorbene Benedikt XVI. hat viele bewegende Betrachtungen und Reden gehalten. Aber seine schönste Predigt war wohl die von 2006, zuhause in Regensburg…

Auf dem Islinger Feld feierte der bayerische Papst die Heilige Messe. Dabei predigte er über den Glauben: „Wer glaubt, ist nie allein“. Was ihn lebenslang bewegt hat – etwa das Verhältnis von Glaube und Vernunft –, das fasste er bei dieser Gelegenheit in einfache Worte. Es war eine Sternstunde dieses Pontifikats.

Jetzt, nach dem Tod des emeritierten Papstes, wollen wir Ihnen noch einmal die schönsten Auszüge aus dieser Predigt präsentieren – nicht nur als Text, sondern auch im Originalton Benedikts, aus unserem Radio-Vatikan-Archiv.

Predigt

„Wer glaubt, ist nie allein. … Zu einem Fest des Glaubens haben wir uns versammelt. Aber da steigt nun doch die Frage auf: Was glauben wir denn da eigentlich? Was ist das überhaupt, Glaube? Kann es das eigentlich noch geben in der modernen Welt? Wenn man die großen Summen der Theologie ansieht, die im Mittelalter geschrieben wurden, oder an die Menge der Bücher denkt, die jeden Tag für und gegen den Glauben verfasst werden, möchte man wohl verzagen und denken, das sei alles viel zu kompliziert. Vor lauter Bäumen sieht man am Ende den Wald nicht mehr. Und es ist wahr: Die Vision des Glaubens umfasst Himmel und Erde; Vergangenheit, Gegenwart, Zukunft, die Ewigkeit und ist darum nie ganz auszuschöpfen.

Zum Nachhören: Die schönste Predigt Benedikts XVI. (Regensburg 2006) - Radio Vatikan

Und doch ist sie in ihrem Kern ganz einfach. Der Herr selber hat ja zum Vater darüber gesagt: „Den Einfachen hast du es offenbaren wollen – denen, die mit dem Herzen sehen können“ (vgl. Mt 11, 25). Die Kirche bietet uns ihrerseits eine ganz kleine Summe an, in der alles Wesentliche gesagt ist: das sogenannte Apostolische Glaubensbekenntnis. Es wird gewöhnlich in zwölf Artikel eingeteilt – nach der Zahl der zwölf Apostel – und handelt von Gott, dem Schöpfer und Anfang aller Dinge, von Christus und seinem Heilswerk bis hin zur Auferstehung der Toten und zum ewigen Leben. Aber in seiner Grundkonzeption besteht das Bekenntnis nur aus drei Hauptstücken, und es ist von seiner Geschichte her nichts anderes als eine Erweiterung der Taufformel, die der auferstandene Herr selber den Jüngern für alle Zeiten übergeben hat, als er ihnen sagte: „Geht hin, lehrt die Völker und tauft sie auf den Namen des Vaters, des Sohnes und des Heiligen Geistes“ (vgl. Mt 28, 19).

„Der Glaube ist einfach“

Wenn wir das sehen, zeigt sich zweierlei: Der Glaube ist einfach. Wir glauben an Gott – an Gott, den Ursprung und das Ziel menschlichen Lebens. An den Gott, der sich auf uns Menschen einlässt, der unsere Herkunft und unsere Zukunft ist. So ist Glaube immer zugleich Hoffnung, Gewissheit, dass wir Zukunft haben und dass wir nicht ins Leere fallen. Und der Glaube ist Liebe, weil Gottes Liebe uns anstecken möchte. Das ist das Erste: Wir glauben einfach an Gott, und das bringt mit sich auch die Hoffnung und die Liebe.

„Das Glaubensbekenntnis ist nicht eine Summe von Sätzen“

Als zweites können wir feststellen: Das Glaubensbekenntnis ist nicht eine Summe von Sätzen, nicht eine Theorie. Es ist ja verankert im Geschehen der Taufe – in einem Ereignis der Begegnung von Gott und Mensch. Gott beugt sich über uns Menschen im Geheimnis der Taufe; er geht uns entgegen und führt uns so zueinander. Denn Taufe bedeutet, dass Jesus Christus uns sozusagen als seine Geschwister und damit als Kinder in die Familie hinein adoptiert. So macht er uns damit alle zu einer großen Familie in der weltweiten Gemeinschaft der Kirche. Ja, wer glaubt, ist nie allein. Gott geht auf uns zu. Gehen auch wir Gott entgegen, dann gehen wir aufeinander zu! Lassen wir keines der Kinder Gottes allein, so weit es in unseren Kräften steht!

„Wir glauben, dass das ewige Wort, die Vernunft am Anfang steht und nicht die Unvernunft“

Wir glauben an Gott. Das ist unser Grundentscheid. Aber nun noch einmal die Frage: Kann man das heute noch? Ist das vernünftig? Seit der Aufklärung arbeitet wenigstens ein Teil der Wissenschaft emsig daran, eine Welterklärung zu finden, in der Gott überflüssig wird. Und so soll er auch für unser Leben überflüssig werden. Aber sooft man auch meinen konnte, man sei nahe daran, es geschafft zu haben – immer wieder zeigt sich: Das geht nicht auf. Die Sache mit dem Menschen geht nicht auf ohne Gott, und die Sache mit der Welt, dem ganzen Universum, geht nicht auf ohne ihn. Letztlich kommt es auf die Alternative hinaus: Was steht am Anfang: die schöpferische Vernunft, der Schöpfergeist, der alles wirkt und sich entfalten lässt oder das Unvernünftige, das vernunftlos sonderbarerweise einen mathematisch geordneten Kosmos hervorbringt und auch den Menschen, seine Vernunft. Aber die wäre dann nur ein Zufall der Evolution und im letzten also doch auch etwas Unvernünftiges. Wir Christen sagen: Ich glaube an Gott, den Schöpfer des Himmels und der Erde – an den Schöpfer Geist. Wir glauben, dass das ewige Wort, die Vernunft am Anfang steht und nicht die Unvernunft. Mit diesem Glauben brauchen wir uns nicht zu verstecken, mit ihm brauchen wir nicht zu fürchten, uns auf einem Holzweg zu befinden. Freuen wir uns, dass wir Gott kennen dürfen, und versuchen wir, auch anderen die Vernunft des Glaubens zugänglich zu machen, wie es der heilige Petrus den Christen seiner Zeit und so auch uns ausdrücklich in seinem ersten Brief aufgetragen hat. (1 Petr 3, 15).

„Gott lässt uns nicht im Dunklen tappen“

Wir glauben an Gott. Das stellen die Hauptteile des Glaubensbekenntnisses heraus, und das betont besonders der erste Teil davon. Aber nun folgt sofort die zweite Frage: An welchen Gott? Nun, eben an den Gott, der Schöpfergeist ist, schöpferische Vernunft, von der alles kommt und von der wir kommen. Der zweite Teil des Glaubensbekenntnisses sagt uns mehr. Diese schöpferische Vernunft ist Güte. Sie ist Liebe. Sie hat ein Gesicht. Gott lässt uns nicht im Dunklen tappen. Er hat sich gezeigt als Mensch. So groß ist er, dass er es sich leisten kann, ganz klein zu werden. „Wer mich sieht, sieht den Vater“, sagt Jesus (Joh 14, 9). Gott hat ein menschliches Gesicht angenommen. Er liebt uns bis dahin, dass er sich für uns ans Kreuz nageln läßt, um die Leiden der Menschheit zum Herzen Gottes hinaufzutragen. Heute, wo wir die Pathologien und die lebensgefährlichen Erkrankungen der Religion und der Vernunft sehen, die Zerstörungen des Gottesbildes durch Hass und Fanatismus, ist es wichtig, klar zu sagen, welchem Gott wir glauben und zu diesem menschlichen Antlitz Gottes zu stehen. Erst das erlöst uns von der Gottesangst, aus der letztlich der moderne Atheismus geboren wurde. Erst dieser Gott erlöst uns von der Weltangst und von der Furcht vor der Leere des eigenen Daseins. Erst durch das Hinschauen auf Jesus Christus wird die Freude an Gott voll, wird zur erlösten Freude. Richten wir in dieser festlichen Feier der Eucharistie unseren Blick auf den Herrn der hier am Kreuz vor uns aufgerichtet ist, und bitten wir ihn um die große Freude, die er in seiner Abschiedsstunde den Jüngern verheißen hat (Joh 16, 24).

„Der Glaube will uns nicht angst machen,aber er will uns zur Verantwortung rufen“

Der zweite Teil des Bekenntnisses schließt mit dem Ausblick auf das Letzte Gericht und der dritte mit dem der Auferstehung der Toten. Gericht – wird uns da nicht doch wieder Angst gemacht? Aber wollen wir nicht alle, dass einmal all den ungerecht Verurteilten, all denen, die ein Leben lang gelitten haben und aus einem Leben voller Leid in den Tod gehen mussten, dass ihnen allen Gerechtigkeit widerfährt? Wollen wir nicht alle, dass am Ende das Übermaß an Unrecht und Leid, das wir in der Geschichte sehen, sich auflöst; dass alle am Ende froh werden können, dass das Ganze Sinn erhält? Diese Herstellung des Rechts, diese Zusammenfügung der scheinbar sinnlosen Fragmentstücke der Geschichte in ein Ganzes hinein, in dem die Wahrheit und die Liebe regieren: das ist mit dem Weltgericht gemeint. Der Glaube will uns nicht angst machen,aber er will uns zur Verantwortung rufen. Wir dürfen unser Leben nicht verschleudern, nicht missbrauchen, es nicht einfach für uns selber nehmen; Unrecht darf uns nicht gleichgültig lassen, wir dürfen nicht seine Mitläufer oder sogar Mittäter werden. Wir müssen unsere Sendung in der Geschichte wahrnehmen und versuchen, dieser unserer Sendung zu entsprechen. Nicht Angst, aber Verantwortung – Verantwortung und Sorge um unser Heil, um das Heil der ganzen Welt ist notwendig. Jeder muss seinen Teil dazu beitragen. Wenn aber Verantwortung und Sorge zu Angst werden möchten, dann erinnern wir uns an das Wort des heiligen Johannes: „Meine Kinder, ich schreibe euch dies, damit ihr nicht sündigt. Wenn aber einer sündigt, haben wir einen Anwalt beim Vater: Jesus Christus, den Gerechten“ (1 Joh 2, 1). „Wenn unser Herz uns auch verurteilt – Gott ist größer als unser Herz, und er weiß alles“ (1 Joh 3, 20). (vatican news 3)

 

 

 

 

Das geistliche Testament des emeritierten Papstes Benedikt XVI.

 

Wir veröffentlichen hier das geistliche Testament des verstorbenen, emeritierten Papstes Benedikt XVI. auf Deutsch. 29. August 2006. Mein geistliches Testament

Wenn ich in dieser späten Stunde meines Lebens auf die Jahrzehnte zurückschaue, die ich durchwandert habe, so sehe ich zuallererst, wieviel Grund ich zu danken habe. Ich danke vor allen anderen Gott selber, dem Geber aller guten Gaben, der mir das Leben geschenkt und mich durch vielerlei Wirrnisse hindurchgeführt hat; immer wieder mich aufgehoben hat, wenn ich zu gleiten begann, mir immer wieder neu das Licht seines Angesichts geschenkt hat. In der Rückschau sehe und verstehe ich, daß auch die dunklen und mühsamen Strecken dieses Weges mir zum Heile waren und daß Er mich gerade da gut geführt hat.

Ich danke meinen Eltern, die mir in schwerer Zeit das Leben geschenkt und unter großen Verzichten mir mit ihrer Liebe ein wundervolles Zuhause bereitet haben, das als helles Licht alle meine Tage bis heute durchstrahlt. Der hellsichtige Glaube meines Vaters hat uns Geschwister glauben gelehrt und hat als Wegweisung mitten in all meinen wissenschaftlichen Erkenntnissen standgehalten; die herzliche Frömmigkeit und die große Güte der Mutter bleiben ein Erbe, für das ich nicht genug danken kann. Meine Schwester hat mir selbstlos und voll gütiger Sorge über Jahrzehnte gedient; mein Bruder hat mir mit der Hellsicht seiner Urteile, mit seiner kraftvollen Entschiedenheit und mit der Heiterkeit des Herzens immer wieder den Weg gebahnt; ohne dieses immer neue Vorausgehen und Mitgehen hätte ich den rechten Weg nicht finden können.

Von Herzen danke ich Gott für die vielen Freunde, Männer und Frauen, die er mir immer wieder zur Seite gestellt hat; für die Mitarbeiter auf allen Stationen meines Weges; für die Lehrer und Schüler, die er mir gegeben hat. Sie alle vertraue ich dankbar seiner Güte an. Und danken möchte ich dem Herrn für die schöne Heimat im bayerischen Voralpenland, in der ich immer wieder den Glanz des Schöpfers selbst durchscheinen sehen durfte. Den Menschen meiner Heimat danke ich dafür, daß ich bei ihnen immer wieder die Schönheit des Glaubens erleben durfte. Ich bete darum, daß unser Land ein Land des Glaubens bleibt und bitte Euch, liebe Landsleute: Laßt euch nicht vom Glauben abbringen. Endlich danke ich Gott für all das Schöne, das ich auf den verschiedenen Stationen meines Weges, besonders aber in Rom und in Italien erfahren durfte, das mir zur zweiten Heimat geworden ist.

Alle, denen ich irgendwie Unrecht getan habe, bitte ich von Herzen um Verzeihung.

Was ich vorhin von meinen Landsleuten gesagt habe, sage ich nun zu allen, die meinem Dienst in der Kirche anvertraut waren: Steht fest im Glauben! Laßt euch nicht verwirren! Oft sieht es aus, als ob die Wissenschaft – auf der einen Seite die Naturwissenschaften, auf der anderen Seite die Geschichtsforschung (besonders die Exegese der Heiligen Schriften) – unwiderlegliche Einsichten vorzuweisen hätten, die dem katholischen Glauben entgegenstünden. Ich habe von weitem die Wandlungen der Naturwissenschaft miterlebt und sehen können, wie scheinbare Gewißheiten gegen den Glauben dahinschmolzen, sich nicht als Wissenschaft, sondern als nur scheinbar der Wissenschaft zugehörige philosophische Interpretationen erwiesen – wie freilich auch der Glaube im Dialog mit den Naturwissenschaften die Grenze der Reichweite seiner Aussagen und so sein Eigentliches besser verstehen lernte. Seit 60 Jahren begleite ich nun den Weg der Theologie, besonders auch der Bibelwissenschaften, und habe mit den wechselnden Generationen unerschütterlich scheinende Thesen zusammenbrechen sehen, die sich als bloße Hypothesen erwiesen: die liberale Generation (Harnack, Jülicher usw.), die existenzialistische Generation (Bultmann usw.), die marxistische Generation. Ich habe gesehen und sehe, wie aus dem Gewirr der Hypothesen wieder neu die Vernunft des Glaubens hervorgetreten ist und hervortritt. Jesus Christus ist wirklich der Weg, die Wahrheit und das Leben – und die Kirche ist in all ihren Mängeln wirklich Sein Leib.

Endlich bitte ich demütig: Betet für mich, damit der Herr mich trotz all meiner Sünden und Unzulänglichkeiten in die ewigen Wohnungen einläßt. Allen, die mir anvertraut sind, gilt Tag um Tag mein von Herzen kommendes Gebet.

Benedictus PP XVI.

 

 

 

 

Audio: Damals, als wir Papst waren…

 

Wir vom deutschsprachigen Programm von Radio Vatikan hatten Joseph Ratzinger/Benedikt XVI. häufig bei uns zu Gast und haben ihn immer wieder interviewt. Unser damaliger Redaktionsleiter, P. Eberhard v. Gemmingen SJ, führte im August 2005 das erste Interview mit dem vier Monate zuvor gewählten Papst.

Anlass des historischen Interviews war der bevorstehende Weltjugendtag in Köln. Doch heute, nach dem Tod des emeritierten Papstes, ist das Gespräch eine gute Einführung in das Denken Benedikts XVI.‘ – das, was ihm wichtig war. Und was er den Menschen vermitteln wollte.

Auszüge aus dem Interview

Gemmingen: „Was ist die Hauptsache, die Sie überbringen wollen?“

Benedikt: „Ja, ich möchte zeigen, dass es schön ist, ein Christ zu sein. Es besteht ja weithin die Idee, Christentum sei eine Menge von Geboten, Verboten, Lehrsätzen, die man einhalten muss und dergleichen, und insofern etwas Mühseliges und Belastendes – und man sei freier, wenn man diese Last nicht hat. Ich möchte demgegenüber deutlich machen: Von einer großen Liebe und auch von einer Erkenntnis getragen zu sein, ist nicht ein Gepäck, sondern es sind Flügel. Und es ist schön, ein Christ zu sein! Diese Erfahrung (will ich vermitteln): dass uns das Weite gibt. Dass uns das vor allem auch große Gemeinschaft gibt. Dass wir als Christen eben nie allein sind - in dem Sinn, dass erstens Gott immer mit uns ist und dass wir auch immer miteinander in einer großen Gemeinschaft stehen, Gemeinschaft sind, ein Projekt der Zukunft haben und damit eben wirklich ein Dasein haben, das sich lohnt. Die Freude am Christsein. Das es schön und auch richtig ist, zu glauben.“

„Ich möchte zeigen, dass es schön ist, Christ zu sein“

Aus dem Radio-Vatikan-Tonarchiv: Unser Interview mit Papst Benedikt XVI. im August 2005

Gemmingen: „Heiliger Vater, Papst sein heißt Brückenbauer sein – Pontifex. Nun hat die Kirche eine alte Weisheit, und Sie begegnen einer Jugend, die Schwung hat, aber vielleicht die Weisheit noch nicht so wahnsinnig viel mit Löffeln gegessen hat. Wie kann eine Brücke gebaut werden zwischen dieser alten Weisheit eines betagten Papstes und der Jugend? Wie geht das?“

Benedikt: „Weisheit in sich ist nicht etwas Abgestandenes, wie wir im Deutschen das Wort ein bisschen mit diesem Geschmack verbinden, sondern es ist ja Verstehen dessen, worum es geht, ist der Blick aufs Wesentliche. Die jungen Menschen wollen natürlich das Leben lernen, es selber neu entdecken, nicht einfach von anderen vorgekaut bekommen. Das ist vielleicht der Gegensatz, den man da sehen könnte. Aber zugleich ist Weisheit dann doch gerade das, was die Welt interpretiert, was auch immer wieder neu ist, weil es in den neuen Kontexten dann wieder hinführt auf das, worauf es ankommt und wie man dann das, worauf es ankommt, verwirklichen kann.

Insofern ist, denke ich, das Sprechen, Glauben, Leben von etwas heraus, das der Menschheit geschenkt worden ist und ihr Lichter aufgesteckt hat, nicht Vorkauen von etwas Abgestandenem, sondern ist gerade sozusagen der Dynamik der Jugend angemessen, die ja auch nach dem Großen, nach dem Ganzen fragt. Darum geht es in der Weisheit des Glaubens, dass wir nicht eine Menge von Details erkennen – die sind für jeden Beruf wichtig –, aber dass wir über allen Details wissen, worum es im Leben geht und wie Menschsein, wie Zukunft zu gestalten ist.“

„Glaube ist das frische Wasser, mit dem wir leben können“

Gemmingen: „Heiliger Vater, Sie haben (bei Ihrer Amtseinführung) gesagt: Die Kirche ist jung, sie ist nichts Altes. Können Sie das noch ein bisschen genauer sagen, was Sie damit meinen?“

Benedikt: „Ja, sie ist zunächst jung, sagen wir im biologischen Sinn, dadurch dass ihr sehr viele junge Menschen angehören. Sie ist aber auch in dem Sinne jung, dass ihr Glaube sozusagen aus dem frischen Quell Gottes selber kommt… Es ist nicht eine abgestandene Kost, die wir seit 2000 Jahren haben und die immer wieder aufgekocht wird, sondern Gott selber ist der Quell aller Jugend und allen Lebens. Und wenn der Glaube eine Gabe ist, die von ihm herkommt, sozusagen das frische Wasser, das uns immer wieder gegeben wird, mit dem wir dann leben können und das wir sozusagen als Kraft in die Wege der Welt einspeisen dürfen – dann ist eben Kirche eine verjüngende Kraft.

Es gibt einen Kirchenvater, der einmal über die Kirche nachgedacht hat und dabei das Sonderbare sah, dass sie im Laufe der Jahre nicht älter, sondern immer jünger wird, weil sie immer mehr dem Herrn, das heißt immer mehr der Quelle entgegengeht, von der Jungsein, von der Neuheit, Erfrischung und, sagen wir, die frische Kraft des Lebens kommt.“

Gemmingen: „Heiliger Vater, es gibt – leider gerade auch in unseren nördlichen und reichen Ländern – Abwendung nicht nur vieler Menschen von Kirche und Glauben, sondern gerade auch der Jungen. Kann man dem etwas entgegensetzen, oder vor allem – wie kann man vielleicht die Sinnfrage junger Leute so beantworten, dass die Jugend sagt: Mensch, Kirche ist unsere Sache…“

Benedikt: „Es ist klar, dass es in unserer modernen westlichen Gesellschaft viele Bleigewichte gibt, die uns vom Christentum wegdrängen… Man will das Leben zunächst selbst ergreifen, so viel leben, wie es nur geht. Ich denke an den verlorenen Sohn, der sich sagt…: Ich muss das Leben so richtig ausschöpfen und an mich reißen und genießen – bis er dann merkt, dass es richtig ist und dass er frei war und groß war, als er im eigenen Vaterhaus war.

Nun also, jedenfalls denke ich, unter den jungen Menschen breitet sich doch aber auch die Empfindung aus, dass all diese Vergnügungen, die uns angeboten werden, der ganze Freizeitbetrieb, all das, was man macht und machen kann und kaufen und verkaufen kann, nicht das Ganze sein kann, dass es um mehr geht. Und insofern ist, denke ich, doch auch eine große Frage danach da, was ist denn dann das Eigentliche: Das alles, was wir da so haben und kaufen können, kann es nicht sein. Deswegen gibt es ja auch sozusagen den Markt der Religionen… Aber er ist ein Zeichen dafür, dass eine Frage da ist…

Das Christentum ist voll unentdeckter Dimensionen und zeigt sich eben frisch und neu. Wenn man so eine Frage wirklich wieder von Grund auf stellt, sozusagen das Aufeinandertreffen der Frage, die da ist, und der Antwort, die wir leben und die wir immer sozusagen selbst durch die Frage hindurch empfangen – das sollte das Ereignis in der Begegnung zwischen Verkündigung und jungen Menschen sein…“ (vn 3)