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KI-generierte Inhalte können fehlerhaft sein.  Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso marzo 2026

 

Inhaltsverzeichnis

1.        Esercizi spirituali del Papa. Gli angeli e San Bernardo, da idealista a realista. 1

2.        Missioni. Fidei donum: si parte di meno. 1

3.        Esercizi spirituali della Curia Romana: le cadute e la gloria. 1

4.        Card. Pizzaballa: "Ciò che si costruisce nella violenza e nell’ingiustizia fallisce". 1

5.        VIII centenario. Ostensione di san Francesco. 1

6.        Gli Esercizi spirituali: l'allenamento dello spirito. 1

7.        Mons. Heiner Wilmer presidente della Conferenza episcopale tedesca. 1

8.        Quattro anni di guerra in Ucraina, tra gli appelli della Santa Sede e il ruolo della Chiesa. 1

9.        Perché nel mondo i cristiani sono sempre più perseguitati?. 1

10.  Un evento senza precedenti: il corpo di San Francesco visibile ai fedeli 1

11.  Nel segno di San Francesco d’Assisi: ostensione delle sue spoglie mortali 1

12.  La Colletta del Venerdì Santo per la Custodia della Terra Santa. 1

13.  Il Sinodo istituisce una Commissione per rivedere il Codice delle Chiese Orientali 1

14.  Cresce il mercato degli articoli religiosi in Italia. 1

15.  “Annunciare il Vangelo: questa è la priorità". 1

16.  La Quaresima, laboratorio del desiderio. 1

17.  Leone XIV: “Chiesa presenza santificatrice in mezzo a un’umanità frantumata”. 1

18.  Il Papa nell’Udienza Generale spiega la Costituzione dogmatica Lumen gentium.. 1

19.  Mercoledì delle Ceneri. L'inizio della Quaresima. 1

20.  Chiesa tedesca, esercizi di sinodalità. Che cosa sarà il Vangelo per loro?. 1

21.  La Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II 1

22.  Referendum giustizia: nessuna indicazione di voto dalla Cei, ma un criterio per scegliere. 1

23.  Papa Leone XIV denuncia: "Non tutte le vite sono rispettate allo stesso modo". 1

24.  Papa a Regina Pacis: “Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia”. 1

25.  Gesù non ci lascia soli. VI Domenica del Tempo Ordinario. 1

26.  Ucsi. Rieletto Vincenzo Varagona: da Torino un’informazione per la pace. 1

27.  Messaggio per la Quaresima. Leone XIV: “disarmare il linguaggio in politica e nei media”. 1

28.  Quaresima: “Un digiuno che attraversi anche la lingua”. 1

29.  Appello dei vescovi di Italia, Francia, Germania e Polonia: “L’Europa riscopra la sua anima”. 1

30.  Migranti, l'arcivescovo Perego: il Ddl tutela prima i confini e poi le persone. 1

31.  Nuove norme Ue su diritto d’asilo. Il commento del card. Zuppi 1

32.  Udienza. Leone XIV: “costruire una nuova unità del continente europeo”. 1

33.  VI Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani: "Io invece non ti dimenticherò mai”. 1

34.  Festa di carnevale alla Missione di Kempten. 1

35.  Papa Leone XIV ai sacerdoti: "Siate santi!". 1

36.  “Dare un sapore alla vita”. "La pace comincia con la dignità”. 1

37.  Fare sinodalità: la sesta assemblea del cammino sinodale in Germania. 1

38.  Emigrazione italiana: il diario pastorale di 30 anni di don Mimmo Basile. 1

39.  Celebra 30 anni di vita il Progetto Policoro, nato su iniziativa della Chiesa italiana. 1

40.  Papa Leone XIV: lo sport, strumento comunitario aperto e inclusivo. 1

41.  Fede e social network: un’inchiesta sul ritorno al sacro della Gen Z. 1

42.  Leone XIV: “Tregua olimpica in un mondo assetato di pace”. 1

43.  Sessanta anni fa, cattolici e ortodossi revocavano le scomuniche reciproche. 1

44.  Leone XIV: “scongiurare una nuova corsa agli armamenti”. 1

45.  Il servizio all’uomo non è un’aggiunta opzionale alla vita nello Spirito. 1

46.  La sinodalità e i cattolici di altra lingua e riti 1

47.  Chiesa tedesca, il cardinale Woelki esce dal Cammino sinodale. 1

48.  La fedeltà a Dio. I Domenica di Quaresima. 1

 

 

1.        Deutsche Bischöfe: Reformfragen und klare Distanz zur AfD.. 1

2.        Hoffnungen zum neuen DBK-Vorsitz. 1

3.        Interreligiöser Dialog herausgefordert 1

4.        Fastenexerzitien: Wahrheit und Versuchung. 1

5.        Frühjahrs-Vollversammlung 2026: Pressekonferenz „Dialog zwischen Christen und Muslimen“. 1

6.        „Kirche in Not“ veröffentlicht neuen Glaubens-Kompass zur Katholischen Soziallehre. 1

7.        Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ ist neuer Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz. 1

8.        Wilmer ist neuer Vorsitzender der Bischofskonferenz. 1

9.        Bischof Wilmer: Mit einem Bibelvers ins neue Amt. 1

10.  Bätzing geht: Klare Kante. 1

11.  Einkehrtage für die Kurie: „Zurück zum Wesentlichen“. 1

12.  Papst-Appell zur Ukraine: „Lasst die Waffen schweigen!“. 1

13.  Italien: Gebeine von Franz von Assisi erstmals gezeigt 1

14.  Papst: Inklusion als Maßstab von Arbeit und Wirtschaft 1

15.  Dokument der Weltsynode kurzgefasst. „Synodalität verstehen“. 1

16.  Papst: Es braucht Kurswechsel bei der Verkündigung. 1

17.  Vatican News stellt Video-Widget für katholische Webseiten bereit 1

18.  Internetauftritt des Sachverständigenrates zum Schutz vor sexuellem Missbrauch geht online. 1

19.  Bätzing beklagt Verfall moralischer Leitplanken. 1

20.  Papst ruft zum „Wort-Fasten“ auf: Mehr als Verzicht auf Speisen. 1

21.  Papst am Aschermittwoch: Aufruf zu Umkehr und Gemeinschaft. 1

22.  Assisi zeigt erstmals Gebeine des Heiligen Franziskus. 1

23.  Christen und Muslime senden Grußbotschaften zum Ramadan. 1

24.  CCEE: Kontinentweite Gebetskette für den Frieden startet 1

25.  Fastenzeit: (Nicht nur) Christen und Muslime verzichten. 1

26.  Fastenmonat Ramadan. 1

27.  Ramadan und Passionszeit. Warum Christen und Muslime fasten. 1

28.  Berlinale: Kardinal Marx fordert mehr Mut zum politischen Film.. 1

29.  Papst würdigt italienische Präfekten als Hüter der sozialen Eintracht 1

30.  Krieg ist „schwerste Attacke“ auf Leben und Gesundheit 1

31.  Papstbesuch in Ostia: Dem Gott der Liebe begegnen. 1

32.  Abkommen für den Frieden: Kirche und Afrikanische Union verbünden sich. 1

33.  Bischof Meier (Augsburg) beendet Reise nach Syrien. 1

34.  Italien: Bischöfe verurteilen Gesetzentwurf zu Migration. 1

35.  Kardinal Marx: „Was der Patriarch von Moskau sagt, ist Häresie“. 1

36.  Europa: Katholische Bischöfe fordern Besinnung auf europäische Werte. 1

37.  Papst Leo XIV. stellt das „Zuhören“ ins Zentrum der Fastenzeit 1

38.  Christinnen und Christen für Europa. Die Kraft der Hoffnung. 1

39.  Zahl der Theologiestudierenden bricht ein. 1

40.  Erzbistum Hamburg befürwortet eigene Missbrauchsstudie. 1

41.  Papst bei Generalaudienz: Die Bibel, Herz und Wegweiser der Kirche. 1

42.  Kardinal Koch: „Ich freue mich, Präsident dieser wunderbaren Organisation zu sein“. 1

43.  Bischof Meier zu Solidaritätsbesuch in Damaskus eingetroffen. 1

44.  Vatikan veröffentlicht Motto für Senioren-Welttag: Trost gegen die Einsamkeit. 1

45.  „Religionsfreiheit ist keine Selbstverständlichkeit“. 1

46.  Jesus nachfolgen: Jungfrauenweihe in Köln. 1

47.  Papst an Priester in Spanien: Seid Christus ähnlich. 1

48.  Kohlgraf: Synodalkonferenz mit Fokus auf Glaubensweitergabe. 1

49.  Kardinal Pizzaballa: „Worte allein genügen nicht für den Frieden“. 1

50.  Wer leidet, möge wahren Frieden in der Liebe Gottes finden. 1

51.  Ordensfrau: Augen vor Menschenhandel nicht verschließen. 1

52.  Frieden beginnt mit der Würde jedes Menschen. 1

53.  Internationaler Tag gegen den Menschenhandel 1

54.  Gaza: Große Sorge um die Kinder. 1

55.  Papst Leo XIV. ermuntert zu abgestimmtem Handeln für Kinderrechte. 1

56.  2025 wurden mehr Geistliche getötet als im Vorjahr. 1

57.  Oster setzt Reformprojekt nicht um.. 1

58.  Leo XIV. drängt auf Fortsetzung von New-START-Vertrag. 1

59.  Bischof Gerber zieht Bilanz zum Synodalen Weg. 1

60.  EU: Bischöfe solidarisch mit Grönland. 1

 

 

 

 

Esercizi spirituali del Papa. Gli angeli e San Bernardo, da idealista a realista

 

Verso la conclusione gli Esercizi spirituali della Curia Romana e del pontefice - Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano. Si avviano alla conclusione gli Esercizi spirituali per la Curia romana e per il pontefice con le meditazioni tenute da monsignor Varden, monaco dei Cistercensi della Stretta Osservanza-Trappisti e vescovo di Trondheim, in Norvegia. Ieri ottava e nona meditazione, in attesa della conclusione nel pomeriggio di oggi. 

Una meditazione, l’ottava, che prende spunto dai sermoni di san Bernardo di Chiaravalle sul salmo 90. Tema: i quaranta giorni di permanenza di Cristo nel deserto e la sfida di dimostrare di essere il Figlio di Dio gettandosi giù.  E in merito monsignor Varden non ha dubbi: “Solo Dio può invitarci a saltare da un pinnacolo. La sua chiamata, tuttavia, sarà: “Saltami in braccio”, non “Gettati giù”” così precisa nella meditazione Varden. E cita la preghiera attribuita a Reginaldo di Canterbury, contemporaneo di Bernardo nella quale chiediamo al nostro angelo custode di “illuminarci, custodirci, reggerci e governarci”. Tre verbi che vengono sottolineati dal monaco Varden: “Sono verbi forti: un angelo è prima di tutto un custode della santità”. San Bernardo sottolinea il ruolo degli angeli “come mediatori della provvidenza di Dio”. Una mediazione che “non è sempre necessaria”, perché Dio può raggiungerci senza mediatori, ma “si compiace di lasciare che le sue creature siano canali di grazia l’una per l’altra”. Gli angeli sono i protagonisti della ottava meditazione degli Esercizi spirituali. E su loro Varden si sofferma molto: gli angeli, di solito, essendo esseri perfettamente spirituali, sono naturalmente portati verso l'alto, ma - allo stesso modo - la loro discesa avviene a nostro vantaggio quando sono inviati come nunzi verso di noi perché la misericordia di Dio possa trovarci proprio dove siamo. Infine, un accenno a John Henry Newman che rifletteva molto sugli angeli: “Concepiva il ministero sacerdotale come angelico. Il sacerdote è a casa propria in questo mondo, non ha paura di andare nei boschi oscuri alla ricerca dei perduti. Allo stesso tempo, tiene gli occhi della mente sollevati verso il volto del Padre, lasciando che il suo splendore illumini tutta la realtà presente. L’illuminazione è sempre duplice: intellettuale ed essenziale, sacramentale e pedagogica”. Newman, conclude il predicatore norvegese, ora Dottore della Chiesa, ci invita a “riscoprire l’insegnante come illuminatore angelico”. Una sfida “profetica e bella” se pensiamo a quanto la cosiddetta “istruzione” sia adesso affidata ai media digitali.  E conclude: un incontro angelico “è personale” e “non può essere sostituito da un download o da un chatbot”.

Nella nona meditazione, invece, si è soffermato sulla figura di san Bernardo da uomo idealista a saggio realista. La sua riflessione su “San Bernardo realista” parte dall’identità del movimento cistercense: “L'identità del movimento cistercense si forgia nell'interfaccia tra ideale e concreto, poetico e pragmatico. I suoi protagonisti sono messi alla prova e purificati dalle tensioni che ne derivano”. Sottolinea poi il passaggio da idealista a relista, poi: “Ho parlato degli alti ideali di Bernardo, della sua propensione a elaborare mentalmente un piano d'azione, per poi seguirlo con un po' di spietatezza. Cavalcare un cavallo alto gli veniva naturale. Questo aspetto fiero e intransigente non lo abbandonò mai. Ma si addolcì col tempo. Di questo processo dobbiamo ora parlare. Ha trasformato l'idealista in un realista”. Cita poi lo psicoanalista Jacques Lacan che  affermava che "il reale" è ciò contro cui ci scontriamo: “La portata degli sforzi di Bernardo nellaRealpolitik ha generato non pochi scontri. Ma egli  è diventato realista non solo nel senso di accettare le cose così come sono. Ha imparato soprattutto che la realtà più profonda di tutte le vicende umane è un grido di pietà”.

Inoltre san Bernardo “divenne un realista, non solo nel senso di chi accetta le cose come sono ma anche perché apprese che la realtà più profonda di tutte le vicende umane è un grido che implora misericordia”. E “quanto più imparava a riconoscere questo grido nei cuori umani angosciati, nelle lacrime amare, nei conflitti mondani, nelle folli campagne contro la decenza e la verità – e persino nel sussurro degli alberi della foresta – tanto più Bernardo era consapevole della risposta gloriosa e misericordiosa di Dio”.

E sempre sulla figura di Bernardo continua: “Sapeva quali meraviglie può operare la misericordia di Dio in Gesù. Questo conferì alla sua devozione una profondità affettiva. Il termine affectus è centrale per lui. Ha un ampio raggio d'azione, dimostrando che la grazia ci muove in quanto esseri sensibili. Ma Bernardo considerava Gesù, l'incarnazione della verità, non meno di un principio ermeneutico. Leggeva situazioni, persone e relazioni risolutamente alla luce di Gesù. Questa prospettiva gli ha fatto guadagnare ammiratori fermi ben oltre l'ambito cattolico, da Martin Lutero a John Wesley”. 

“Solo quando sarà illuminata in modo soprannaturale la nostra natura rivelerà la sua forma perfetta, la sua forma formosa; solo allora sarà evidente la delizia di cui è capace la vita terrena; solo allora la gloria nascosta dentro di noi e intorno a noi brillerà con intensi lampi, insegnandoci ciò che noi, e gli altri, possiamo diventare, fornendo un paradigma per un mondo rinnovato” conclude la meditazione. Aci 27

 

 

 

 

 

 

Missioni. Fidei donum: si parte di meno

 

Secondo i dati aggiornati dell’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese della Cei, su un totale di circa 31mila preti incardinati in Italia, 227 sono in missione all’estero. Negli anni Novanta erano 600. Quanti sono e dove sono oggi i nostri preti nei vari continenti. Nuova chiamata alla missione – di  Annarita Turi

L’esperienza in atto nella Chiesa italiana di sacerdoti fidei donum nasce con l’enciclica omonima e ha manifestato sin dall’inizio i caratteri propri del “dono tra Chiese”. La risposta di fede di presbiteri e laici si è potuta incarnare in una testimonianza che è entrata con la forza del Vangelo nelle comunità locali, ed è stata, e dovrebbe esserlo ancora oggi, in grado di rinnovare la realtà ecclesiale.

Numeri in contrazione. Secondo i dati aggiornati dell’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese della Cei, su un totale di circa 31mila preti incardinati in Italia, 227 sono in missione all’estero, così distribuiti: 64 sacerdoti in Africa, 139 in America, 16 in Asia, 8 in Europa. Ognuno di loro opera in contesti diversi affrontando sfide legate alla lingua, alla cultura, alle condizioni sociali, e alle necessità pastorali delle diocesi di destinazione. Le regioni più piccole italiane, Valle D’Aosta, Basilicata e Molise non hanno, al momento, sacerdoti in missione, Lombardia e Triveneto hanno invece il maggior numero di presenze. I numeri in contrazione rilevano alcune sfide, legate negli ultimi tempi alla diminuzione del clero, alle vocazioni in calo, alle necessità delle diocesi che non riescono a far fronte alle proprie esigenze pastorali, all’aumento dei costi per il mantenimento delle strutture parrocchiali, delle case religiose, delle stesse attività pastorali.

Riaccendere la passione. Si parte di meno oggi: forse meno sollecitazioni dei vescovi che incoraggino a partire, la passione per la missione che non è più trasmessa come un tempo, più fatica a trovare chi sostituisce i parroci, e si necessita anche di un periodo previo intensivo per imparare la lingua… A distanza oramai di quasi 70 anni dall’enciclica, l’esperienza fidei donum potrebbe avere ancora molto da dire alle comunità diocesane, ma i numeri delle presenze indicano quasi il contrario. Si è passati dai 600 sacerdoti degli anni Novanta a una progressiva diminuzione, e dopo gli anni Duemila è iniziato un costante calo annuale: alcuni sacerdoti sono rientrati, altri sono invecchiati, la pandemia ha rallentato lo slancio per nuove partenze. L’invito di Papa Leone e la sua testimonianza di pastore in Perù, potrebbe riaccendere la passione per la missione, l’opportunità di investirci di più, rendendo le Chiese locali più consapevoli delle ricchezze umane e spirituali che derivano dallo scambio tra Chiese: essere missionari di speranza tra le genti, con la fede, la preghiera, la generosità fino ai confini della terra.

Parte di una Chiesa più grande. La presenza di chi è in missione aiuta le comunità locali a sentirsi parte di una Chiesa più grande, superando confini geografici e culturali, stimola l’essere ponti tra chiese, promuove la giustizia sociale, incoraggia una attiva partecipazione. I missionari spesso sono portavoce delle esigenze delle popolazioni più fragili, le loro testimonianze sono di una Chiesa che vive e incarna la speranza del vangelo laddove manca l’essenziale. Servirebbe un rinnovato investimento nella formazione e nella sensibilizzazione missionaria che rafforzi la consapevolezza del valore dello scambio tra Chiese: missionari si diventa nel momento in cui ci si sente parte di una comunità universale, dove l’io diventa tu, dove il mio diventa condivisione, dove l’altro diventa presenza.

Seminaristi “in trasferta”. La nuova Ratio Nationalis Institutionis Sacerdotalis per l’Italia entrata in vigore ad experimentum per tre anni dal gennaio dell’anno scorso ha una sua proposta: un tempo di formazione fuori dal seminario, attraverso una conoscenza diretta e immediata della comunità cristiana nelle modalità che formatori e vescovi sapranno individuare. Nell’anno trascorso una decina di seminaristi sono partiti dall’Italia, accompagnati dai fidei donum presenti già sul posto, e hanno così vissuto l’esperienza di formazione missionaria. Non hanno costruito chiese, né ospedali, ma hanno vissuto con la comunità locale dove si sono ritrovati. Ed è lì che è avvenuto l’incontro con l’altro: un altro con fatiche completamente diverse, un altro che vive la fede dell’oggi. Il racconto di tante “meraviglie di Dio” raccolte sulle frontiere della missione potrebbe essere lo strumento per creare uno spirito di comunione universale tra Chiese, uno spirito che chiama tutti indistintamente. I presupposti e gli strumenti che la Chiesa italiana offre perché queste esperienze possano validarsi anche per altri ci sono, l’incoraggiamento di Papa Leone è forte, chiaro, preciso: considerate la possibilità di offrirvi come fidei donum. Sir 26

 

 

 

 

 

 

Esercizi spirituali della Curia Romana: le cadute e la gloria

 

Proseguono nella Cappella Paolina le meditazioni di Monsignor Erik Varden - Di Marco Mancini

Città del Vaticano. “Le cadute possono renderci umili quando siamo gonfi d’orgoglio. Possono mostrare il potere salvifico di Dio. Possono diventare pietre miliari di un personale cammino di salvezza, da ricordare con gratitudine. Ma non tutte le cadute finiscono in esultanza. Ci sono cadute che odorano di inferno, e trascinano il colpevole in una scia di distruzione e rovina”. Lo ha detto ieri Monsignor Erik Varden, nel corso delle meditazioni offerte al Papa e alla Curia Romana per gli esercizi spirituali di Quaresima.

“Nulla – denuncia il prelato norvegese - ha danneggiato più tragicamente la Chiesa, nulla ha compromesso di più la nostra testimonianza che la corruzione cresciuta all’interno della nostra stessa casa. La crisi più terribile della Chiesa è stata provocata non dall’opposizione del mondo, ma dalla corruzione ecclesiastica. Le ferite inflitte richiederanno tempo per guarire. Chiedono giustizia e lacrime”.

Monsignor Varden ammette che “di fronte alla corruzione, soprattutto quando si tratta di abusi, si è tentati di cercare una radice malata. Ci aspettiamo di trovare campanelli d’allarme precoci che sono stati ignorati.. Talvolta queste tracce esistono e abbiamo ragione di rimproverarci per non averle riconosciute in tempo. Non sempre però le troviamo”.

Citando San Bernardo, Varden ricorda che “dove gli uomini perseguono sforzi nobili, gli attacchi nemici saranno feroci. Il progresso nella vita spirituale richiede una configurazione del nostro Io fisico e affettivo in sintonia con la maturazione contemplativa, altrimenti c’è il rischio che l’esposizione spirituale cerchi degli sfoghi fisici o affettivi; e che tali sfoghi siano razionalizzati come se fossero, in qualche modo, essi stessi “spirituali”, di un ordine superiore rispetto ai misfatti dei comuni mortali. La vita spirituale non è un’aggiunta al resto dell’esistenza. È la sua anima. Dobbiamo guardarci da ogni dualismo, ricordando sempre che il Verbo si è fatto carne affinché la nostra carne fosse intrisa di Logos”.

Nella seconda meditazione di ieri, Monsignor Varden ha spiegato, rifacendosi ancora a san Bernardo, che “la glorificazione, avviene quando, compiuto il nostro viaggio terreno, noi finalmente contempleremo quello che in questa vita abbiamo fermamente sperato, mettendo la nostra fiducia nel nome di Gesù. La nostra speranza è nel nome del Signore; la realtà sperata è nel vederlo faccia a faccia”.

“La Chiesa – aggiunge il predicatore - ricorda alle donne e agli uomini la gloria segreta che vive in loro. La Chiesa ci rivela che la mediocrità e la disperazione del presente non devono essere definitive; che il piano di Dio per noi è infinitamente meraviglioso; e che Dio, attraverso il Corpo mistico di Cristo, ci darà la grazia e la forza di cui abbiamo bisogno per raggiungerlo, se solo glielo chiediamo. La Chiesa manifesta splendori di “gloria nascosta” nei suoi santi. I santi sono la prova che la malattia e la degradazione possono essere mezzi che la Provvidenza usa per realizzare uno scopo glorioso, conferendo forza ai deboli e, ancora non contenta di così poco, rendendoli santi radiosi. La Chiesa comunica la “gloria nascosta” nei suoi sacramenti. Ogni sacerdote, ogni cattolico conosce la luce che può irrompere nel confessionale, durante un’unzione, un’ordinazione o un matrimonio. La più splendida, e per certi versi la più velata, è la gloria della santa Eucaristia”. Aci 26

 

 

 

 

Card. Pizzaballa: "Ciò che si costruisce nella violenza e nell’ingiustizia fallisce"

 

Secondo il Patriarca “la pace deve essere preparata da chi nel territorio è disposto a mettersi in gioco per fare qualcosa insieme agli altri anche se hanno culture diverse"

Bologna. “Prima o poi la guerra in Terra Santa finirà e voglio che si dica che in quel momento c’eravamo: dobbiamo fare rete, anche se abbiamo opinioni diverse, partendo dal basso, dai territori, dalle persone e da coloro che credono sia possibile fare la differenza. Quello che adesso sta accadendo è che uno nega l’esistenza dell’altro nello stesso territorio. E noi dobbiamo essere quella presenza che dà fastidio, essere pronti perché verrà il momento in cui tutto questo finirà: ciò che si costruisce nella violenza e nell’ingiustizia fallisce”. Lo ha ribadito il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, intervenendo martedì da remoto alla Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna per l’evento “Per continuare a parlare di pace”.

Secondo il Patriarca “la pace deve essere preparata da chi nel territorio è disposto a mettersi in gioco per fare qualcosa insieme agli altri anche se hanno culture diverse, evitando che il nostro desiderio di giustizia crei altre barriere. La comunità internazionale ha dimostrato poco rendendo difficile dal punto di vista anche umano pensare a una prospettiva a breve termine. La situazione rimane molto problematica a Gaza, in Cisgiordania e in Israele. Non bisogna cercare l’esito immediato ma essere fedeli alla propria coscienza e ascoltare il territorio, non avendo paura di mettersi in gioco”.

Ha preso la parola anche il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo metropolita di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana: “Purtroppo è vero: la comunità internazionale ha fatto poco o nulla. La pace la si trova solo con l’esercizio del dialogo. Quando parlo con gli ucraini e con i russi che mi chiedono come faranno a dialogare dopo la guerra, ricordo loro che 80 anni fa sembrava impossibile che la Germania e il resto d’Europa tornassero a dialogare e invece ci si riuscì. Dobbiamo ascoltare la volontà di tutti per costruire una pace duratura anche se ci sono tante diffidente e resistenze politiche, culturali e spirituali perché la guerra è un meccanismo che crea tanta incomprensione. Il dialogo è l’unica arma che abbiamo, l’unica capace di risolvere le resistenze: questo vale in primo luogo nel caso della Russia e dell’Ucraina. Il primo passo del dialogo è quello umanitario per creare fiducia: scambio di prigioniero, ritorno dei bambini, ricerca dei dispersi”. Aci 26

 

 

 

 

 

VIII centenario. Ostensione di san Francesco

 

"Il fascino di Francesco sta tutto lì, nel Vangelo che lui traduce in un modo così originale, così radicale". Mons. Felice Accrocca, arcivescovo-vescovo nominato di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno, riflette sull'ostensione delle spoglie del Poverello che richiama pellegrini da tutto il mondo, sul difficile passaggio dalla devozione alla sequela e sul significato di pace che Assisi offre in un tempo segnato dalla guerra – di Riccardo Benotti

 

“Vorrei che la sua lezione diventasse oggi un ponte per nuovi patti di pace, perché quello a cui stiamo assistendo è vergognoso”. Mons. Felice Accrocca, arcivescovo metropolita di Benevento e vescovo eletto di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, farà il suo ingresso nella cattedrale di San Rufino il 25 marzo. Tra i maggiori studiosi delle fonti francescane medievali, giunge ad Assisi nell’anno dell’ottavo centenario del transito di san Francesco, mentre l’ostensione delle spoglie – la prima nella storia, dal 22 febbraio al 22 marzo – richiama pellegrini da molti Paesi.

Eccellenza, l’ostensione delle spoglie di san Francesco sta richiamando ad Assisi pellegrini da tutto il mondo. Che cosa rappresentano queste reliquie?

Ricordano un’esperienza di vita cristiana: altrimenti non avrebbe senso andare a contemplare delle ossa. È come quando si visita il sepolcro di una persona cara: lì si ricorda la sua vita, i legami che ci univano a lei, quanto si è ricevuto.

Di fronte a quelle ossa riemerge un’esperienza che, dopo ottocento anni, continua ad affascinare. Altre ossa non avrebbero attirato così.

È un dato che colpisce, in un’epoca in cui tutto viene consumato e dimenticato nel giro di ventiquattr’ore.

Di Francesco non si colgono aspetti sensazionali come di altri santi. Dove risiede il suo fascino duraturo?

Ha le stimmate, compie miracoli, eppure non è questo che l’immaginario collettivo cerca in lui. Di lui si nota l’uomo che ha vissuto il Vangelo. Il fascino di Francesco sta tutto lì, nel Vangelo che egli traduce in modo originale e radicale. Il corpo, il sepolcro, sono la calamita di Assisi, intorno a cui la città si costruisce come a raggiera. È questo che spiega il fenomeno a cui stiamo assistendo.

È però difficile passare dalla devozione alla sequela concreta.

È il passaggio più arduo. Spesso ci si rifugia nella devozione perché ci fa sentire a posto: qualche genuflessione, qualche celebrazione, qualche digiuno, e sembra di aver fatto tutto. Ma vivere il Vangelo è tutt’altra cosa.

La tentazione ricorrente è costruirsi un Dio a misura d’uomo, mentre il Vangelo propone l’itinerario inverso: un uomo a misura di Dio.

Francesco ha percorso quell’itinerario fino in fondo, e per questo non smette di attrarre.

Eccellenza, lei entrerà ad Assisi il 25 marzo, nella Solennità dell’Annunciazione. Come ha accolto questa nomina?

Con un senso profondo di responsabilità. La mia nomina è avvenuta in coincidenza con l’apertura delle celebrazioni per l’ottavo centenario del transito di san Francesco, in un anno carico di significati. Mi avvicino con timore e tremore. È una sfida grande e confido proprio in lui. Conosco le mie fragilità e i miei limiti. Siamo nelle mani di Dio, che sa quello che fa. Ho amato Francesco come studioso, ed è diventato per me anche una ragione di vita, una spiritualità. Confido che sappia sostenermi e guidarmi.

Assisi dista poco più di 2000 chilometri sia da Kiev che da Gaza. Quale messaggio di Francesco vuole consegnare in questo tempo di guerra?

Francesco è stato anzitutto un operatore di pace. Lo dice lui stesso nel Testamento: “Il Signore mi rivelò che dovessi dire: il Signore ti dia pace”. Lui e i suoi si presentavano ovunque come pellegrini di pace. Ce lo testimonia Tommaso da Spalato, che lo vide predicare a Bologna il 15 agosto 1222: racconta che tutta la sostanza delle sue parole mirava a costruire nuovi patti di pace.

Portava un abito sudicio, la persona era spregevole, la faccia senza bellezza. Eppure, per la forza che Dio diede alle sue parole, molte famiglie cittadine tra le quali era scorso tanto sangue furono piegate a fare pace.

Quello che Francesco fa a Bologna, in quel giorno, è abbattere i muri e costruire ponti. Vorrei che la sua lezione diventasse oggi un ponte per nuovi patti di pace, perché quello a cui stiamo assistendo è vergognoso. Sir 25

 

 

 

 

 

 

Gli Esercizi spirituali: l'allenamento dello spirito

 

La nascita della pratica degli Esercizi spirituali. Non solo sant'Ignazio. Una storia che nasce da lontano. Fin dai Padri del deserto - Di Antonio Tarallo

Roma. Esercizio , termine che subito rimanda all'attività fisica. In palestra, infatti, si praticano gli esercizi per tenere “in forma” il fisico. Ma il termine, esercizio appunto, può anche rimandare all'aspetto spirituale. In fondo era stato già san Paolo a mettere in parallelo i due aspetti: "Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. 26Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l'aria, tratto duramente il mio corpo e anzi lo trascino in schiavitù perché non succede che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato”. Così scrive l'apostolo delle genti nella sua Lettera ai Corinzi, al capitolo 9. Ben chiara la metafora tra l'atleta e il cammino spirituale. 

E proprio in questi giorni, il pontefice e la Curia Romana stanno affrontando gli Esercizi spirituali per la Quaresima. Una “pratica” che coinvolge la Curia nei due periodi dell'anno liturgico: l'Avvento e la Quaresima. 

Quella degli Esercizi spirituali è una “pratica” assai antica. Di solito si ricordano spesso gli Esercizi spirituali di sant'Ignazio di Loyola. Ma bisogna precisare che, nella storia della Chiesa, non è stato solo lui a “inventare” racconto pratico. Sicuramente il santo gesuita ha contribuito alla loro diffusione e - in un certo modo - alla loro istituzionalizzazione, ma prima di lui c'è anche una storia che aiuta a comprendere come lo stesso sant'Ignazio sia giunto alla redazione degli Esercizi spirituali. 

Già l'ordine francescano, a metà del XV secolo, in Spagna poneva molta attenzione a una vita interiore fatta soprattutto di preghiera interiore, di solitudine (per poter dialogare con Dio). La solitudine, uno degli aspetti più importanti degli Esercizi spirituali. E' infatti nella solitudine che si può intensificare il proprio rapporto con il Signore. Già i Padri del deserto avevano indicato questa strada per intensificare il dialogo con Dio. Poi, abbiamo anche un altro ordine religioso, quello dei benedettini. L'ordine già dal suo nascere è di carattere meditativo. Fulcro della giornata dei benedettini è, infatti, la Lectio divina: la lettura e meditazione della Parola di Dio. 

Poi, c'è una data, importante, per questa affascinante storia: 1493. E' l'anno di pubblicazione del testo “Exercitatorio de la vida espiritual”, opera scritta dal religioso Francisco Garcìa de Cisneros, guardiano del convento dei francescani a La Salceda. Si incomincia a delineare la “forma” degli Esercizi ignaziani.

Ignazio di Loyola li compose nel 1522 in spagnolo in una stesura non definitiva, trascritti poi in latino e pubblicati nel 1548 a Roma, gli Esercizi spirituali rappresentano la “chiave di volta” della spiritualità del santo spagnolo. Tale pratica infatti, fu elaborata per la prima volta da lui in forma sistematica: sotto la guida di un direttore, l'esercitante dovrà vivere in silenzio e solitudine per un mese. La prima settimana è centrata sull'esame di coscienza; la seconda e la terza, sulla contemplazione dei misteri e della passione di Cristo; nell'ultima settimana l'esercitante giunge infine ad una vita di unione con Dio. Aci 25

 

 

 

 

 

Mons. Heiner Wilmer presidente della Conferenza episcopale tedesca

 

Oggi, nel corso dell’Assemblea plenaria di primavera della Conferenza episcopale tedesca (DBK) a Würzburg, mons. Heiner Wilmer, vescovo di Hildesheim ed ex superiore generale dei dehoniani, è stato eletto presidente della DBK. Mons. Wilmer succede a mons. G. Bätzing che, dopo aver guidato per sei anni i vescovi tedeschi, aveva annunciato di non ripresentarsi come candidato per un nuovo mandato.

Con la scelta di mons. Wilmer, i vescovi tedeschi mostrano alcuni temi che ritengono essere centrali per il futuro della Chiesa cattolica in Germania:

* Prosecuzione della dinamica sinodale, con una maggiore attenzione alle rappresentazioni quotidiane del vissuto di fede e coinvolgimento delle comunità cristiane presenti sul territorio – molto, in questo senso è stato fatto nella diocesi di Hildesheim in questi anni.

* Intensificare il rapporto di reciproca conoscenza e scambio diretto fra i percorsi della Chiesa cattolica in Germania, la Santa Sede e le indicazioni venute dal Sinodo sulla sinodalità della Chiesa.

* Capacità di interlocuzione e ascolto della dimensione internazionale del cattolicesimo globale, come forma di apprendimento per la stessa Chiesa cattolica tedesca.

* Competenza teologica che sa comunicarsi a livello di dibattito pubblico, attenta alle questioni civili e politiche di maggior peso in questo momento di disarticolazione dell’ordine mondiale.

* Convinto appoggio all’Unione Europea come alternativa istituzionale, giuridica e politica agli imperialismi montanti a livello mondiale.

Il comunicato della Conferenza episcopale tedesca (DBK)

Alla nomina il sito della Conferenza episcopale ha prontamente dato la notizia con un breve comunicato:

Il vescovo di Hildesheim, Dr. Heiner Wilmer SCJ, è stato eletto oggi (24 febbraio 2026) nuovo presidente della Conferenza Episcopale Tedesca. Succede al vescovo Dr. Georg Bätzing e rappresenterà la Conferenza Episcopale Tedesca verso l’esterno per i prossimi sei anni.

Heiner Wilmer è nato il 9 aprile 1961 a Schapen (Emsland). Nell’agosto 1980 è entrato nella congregazione religiosa dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù e nel 1985 ha emesso la professione perpetua. Il 31 maggio 1987 è stato ordinato sacerdote a Freiburg. Dal 1987 al 1993 ha proseguito gli studi a Roma e a Freiburg. Dopo diverse esperienze come tirocinante e insegnante a Meppen, Vechta e nel Bronx di New York, è diventato preside del Gymnasium Leoninum di Handrup.

Dal 2007 al 2015 Wilmer è stato superiore provinciale della provincia religiosa tedesca dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù a Bonn e successivamente, fino al 2018, superiore generale della congregazione a Roma. Il 6 aprile 2018 Papa Francesco lo ha nominato 71° vescovo di Hildesheim; il 1° settembre 2018 ha ricevuto l’ordinazione episcopale ed è stato ufficialmente insediato nel suo ufficio. All’interno della Conferenza Episcopale Tedesca, dal settembre 2021 è presidente della Commissione per le questioni sociali e della società. Dal 2019 al 2024 è stato inoltre presidente della Commissione tedesca Justitia et Pax. Sett.news 24

 

 

 

 

 

Quattro anni di guerra in Ucraina, tra gli appelli della Santa Sede e il ruolo della Chiesa

 

Il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese ucraino ha lanciato un appello per il quarto anno della guerra in Ucraina. Tra proposte di mediazione e situazioni sul territorio - Di Andrea Gagliarducci

Kiev. Leone XIV ha ricordato il quarto anno di guerra in Ucraina all’Angelus del 22 febbraio scorso, mentre Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina, ha incontrato lo scorso 12 febbraio il Papa, portando in dote una lista di 400 prigionieri e mantenendo aperto il canale umanitario. Ma quattro anni dopo l’aggressione russa all’Ucraina, il rischio resta sempre quello di una pace lontana, e persino di un conflitto dimenticato.

La Chiesa greco-cattolica ucraina ricorderà i quattro anni di guerra nel suo modo, ossia ricordando la propria identità e presentando il prossimo 26 febbraio un francobollo commemorativo del trasferimento della sede da Lviv a Kyiv. Il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese e delle Organizzazioni religiose, che raggruppa il 95 per cento delle confessioni religiose presenti in Ucraina, ha rilasciato una dichiarazione dai toni della retorica di guerra.

“La guerra di aggressione mossa dalla Federazione russa contro l’Ucraina – si legge nella dichiarazione –, in violazione delle norme internazionali, ha causato immensa sofferenza, dolore e perdite tra il popolo ucraino”.

I religiosi ucraini notano che la guerra “ha causato la morte di migliaia di migliaia di ucraini, la brutale violazione dei diritti umani e delle libertà nei territori dell’Ucraina temporaneamente occupati, inclusa una persecuzione religiosa mirata; il rapimento di bambini ucraini, il trattamento orrendo di personale militare e prigionieri civili, la distruzione di città e infrastrutture civili nella nostra nazione”.

Inoltre, la guerra ha “attivato la più grande crisi migratoria dell’Europa del 21esimo secolo”.

I religiosi notano che “l’aggressore russo è stato fermato”, ma sottolineano che al cuore dell’“aggressione contro l’Ucraina e i suoi crimini contro l’umanità si trova l’ideologia sciovinista e misantropa del ‘mondo russo’ (Russkiy mir)”, la cui elaborazione e diffusione sono state “facilitate dal Patriarcato di Mosca e da altri centri religiosi russi insieme con il regime politico del Cremlino”.

Per questo, il Consiglio Pan-Ucraino chiede la condanna dell’ideologia del mondo russo, che “promuove e giustifica una guerra santa e altri crimini contro l’umanità”.

Il Consiglio onora “la memoria di ogni difensore che ha dato la vita e la salute per l’Ucraina”, si dice grato a “tutti coloro che hanno contribuito a rafforzare le capacità di difesa ucraine e aiutato a portare la vittoria più vicina” e si appella “al popolo ucraino, e ai suoi leader politici e civili, chiedendo di restare coraggiosi e fermi in questa battaglia del bene contro il male”. Aci 24

 

 

 

 

 

Perché nel mondo i cristiani sono sempre più perseguitati?

 

Un colloquio con Cristian Nani direttore di Porte Aperte in Italia - Di Simone Baroncia

Roma. Nella WWL 2026 ancora una volta si registra il più alto livello di persecuzione da quando la World Watch List è pubblicata, confermando l’aumento costante degli ultimi anni. “Dal 2020 a oggi, non solo i massacri e i rapimenti, ma le oltre 47.000 chiese, ospedali e scuole cristiane attaccate o chiuse, più di 108.000 case e attività economiche saccheggiate o distrutte, costringono alla fuga famiglie ed intere comunità cristiane, dando vita a esodi inumani e a una ‘Chiesa profuga’ che grida aiuto!”, ha dichiarato durante la presentazione del rapporto, Cristian Nani direttore di Porte Aperte in Italia.

Cosa si evidenzia da questo nuovo rapporto?

“Il nostro report World Watch List 2026 mostra il più alto livello di persecuzione anticristiana mai registrato in 33 anni di analisi: oltre 388.000.000 cristiani subiscono almeno un livello alto di persecuzione (1 su 7 nel mondo). Aumentano i cristiani uccisi (+4.849), abusati e le violenze di genere per ragioni legate alla fede. I Paesi con persecuzione ‘estrema’ salgono da 13 a 15, per capirci quelli indicati in rosso nella nostra mappa, con la Corea del Nord ancora al primo posto. L’Africa Subsahariana è l’epicentro globale della violenza anticristiana (con la Nigeria vero scenario di massacri con almeno 3.490 cristiani uccisi), mentre la Siria peggiora di molto a causa dell’impennata di attacchi e instabilità. Cresce inoltre in fenomeno della ‘Chiesa nascosta’, ossia cristiani costretti a vivere la propria fede nella clandestinità da restrizioni governative o sociali”.

Per quale motivo ogni anno aumenta la persecuzione contro i cristiani?

“Le cause ricorrenti emerse nella WWL 2026 sono una governance debole e crollo dello Stato di diritto, che crea zone senza legge dove milizie e gruppi radicali agiscono impunemente; una crescita dell’estremismo religioso, islamista in Africa e Asia, nazionalista in India, autoritario in Medio Oriente; aumento di conflitti armati e colpi di Stato, soprattutto in Africa; una maggior sorveglianza e controllo ideologico in regimi autoritari come in Cina, Iran, Corea del Nord; infine la criminalità organizzata in America Latina colpisce i leader cristiani considerati ostacoli al controllo territoriale”.

Per quale motivo nel continente africano si registra una maggior repressione?

“L’Africa subsahariana concentra i punteggi di violenza più alti al mondo. Tra le cause principali troviamo Stati fragili e falliti: 5 Paesi hanno subito colpi di Stato recenti, altri non applicano la Costituzione; insurrezioni jihadiste diffuse (Boko Haram, ISWAP, AlShabaab, ISGS, JNIM); conflitti etnici e mancanza di sicurezza, con milioni di sfollati; criminalità e corruzione che favoriscono impunità. In molti Stati i cristiani si trovano tra più fronti armati. Il risultato è una ‘metastasi’ di violenza ormai strutturale, che potenziata da agende islamiste radicali, rende le comunità cristiane doppiamente vulnerabili. Chiunque neghi il ‘fattore religioso’ all’analisi sulla destabilizzazione dell’Africa subsahariana, commette un enorme errore di valutazione”.

In Africa ci sono alcuni Stati particolari (Somalia, Sudan ed Eritrea) dove è in aumento la violenza contro i cattolici: da cosa dipende?

“Ovviamente si tratta di dinamiche diverse a seconda del paese in esame. Premessa importante è che le nostre analisi tengono in considerazione tutti i cristiani, non solo cattolici. In Somalia, sottolineerei tre dinamiche principali:  la crescita dell’influenza del gruppo estremista alShabaab, che considera i convertiti alla fede cristiana ‘traditori’ da eliminare; tutte le chiese registrate sono state chiuse o distrutte; la sopravvivenza è possibile solo nella clandestinità totale, a causa della pressione di una società islamica sempre più radicalizzata dalla presenza di gruppi estremisti.

In Sudan, invece è senza dubbio la Guerra civile tra esercito e RSF, il driver principale, visto che entrambi prendono di mira i cristiani. Sono centinaia le chiese distrutte, 9.600.000 gli sfollati, con una impennata della violenza anticristiana notevole.

In Eritrea, invece, siamo di fronte a un regime totalitario per il quale l’indipendenza religiosa equivale al dissenso politico. Assistiamo da tempo alla confisca di proprietà, ad arresti indiscriminati (svariati cristiani sono in carcere per il semplice fatto di essere cristiani), al divieto di esistere delle chiese non riconosciute, in una nazione che non tiene elezioni da 28 anni, ed è in stato di militarizzazione permanente”.

Anche in Medio Oriente c'è la situazione siriana, dove i cattolici si stanno estinguendo: per quale motivo?

“Abbiamo rivisto al ribasso le nostre stime sui cristiani rimasti, circa 300.000, centinaia di migliaia in meno rispetto a dieci anni fa. Oltre agli orribili anni di guerra civile, all’ISIS, al terremoto e all’emergenza umanitaria, la WWL 2026 evidenzia: dalla caduta del regime di Assad (dicembre 2024) e presa del potere da parte di HTS, vi è stato un aumento importante degli attacchi e delle minacce. Quindi è cresciuta la violenza: attentati, chiese distrutte, 27 cristiani uccisi in un anno. Da qui l’imposizione della sharia come base legislativa nella Costituzione provvisoria 2025, accompagnate da pressioni sociali e propaganda islamista, jizya, minacce, sorveglianza. Quindi i cristiani, senza protezione tribale, sono più vulnerabili allo sfollamento”.

Stiamo seguendo gli avvenimenti in Iran: quale è la situazione dei cristiani in Iran?

L’Iran da anni è tra le 10 nazioni in cui si perseguitano di più i cristiani (WWL 2026 è al 10° posto).

Secondo le nostre ricerche, i cristiani vivono una discriminazione e pressione costanti in quasi tutte le sfere della vita (la nostra ricerca analizza le 5 sfere della vita: privata, famiglia, comunità, chiesa, nazione, oltre alla violenza). Il governo considera i convertiti cristiani una ‘minaccia occidentale’, ancor di più dopo il breve conflitto IranIsraele dello scorso anno. La sorveglianza è in aumento, con arresti e repressione delle chiese domestiche. Le comunità storiche (armeni e assiri) sono tollerate ma trattate come cittadini di seconda classe”.

Infine per quale motivo in America Latina i cristiani sono minacciati?

“L’America Latina è composta da nazioni fortemente cristiane, eppure vi sono regioni in cui l’intolleranza anticristiana si manifesta in modo lampante. Due le matrici principali: la prima sono i regimi autoritari, come Cuba, Nicaragua, Venezuela, dove il governo reprime ogni dissenso e i leader cristiani vengono spesso perseguitati perché difendono i diritti umani fondamentali o non si allineano politicamente. L’altra causa riguarda la criminalità organizzata, come in Colombia e Messico, dove bande e gruppi armati (cartelli e narcos inclusi) controllano ampi territori e percepiscono i leader cristiani come ostacoli, perché per esempio si impegnano nel sociale sottraendo giovani alle loro file. Rapimenti, omicidi e intimidazioni sono un’arma tipica in Colombia, almeno 36 leader cristiani assassinati e 18 scomparsi nel periodo 20232025”. Aci 23

 

 

 

 

Un evento senza precedenti: il corpo di San Francesco visibile ai fedeli

 

Assisi, sold out per l’ostensione: 18mila fedeli nel primo giorno - Di Veronica Giacometti

Assisi. Un evento senza precedenti. Un dono. Un momento di grazia. Per la prima volta nella storia, ad Assisi, il corpo di San Francesco sarà visibile a tutti. A distanza di 800 anni. Dal 22 febbraio al 22 marzo 2026 le porte della Chiesa Inferiore di Assisi si sono aperte ai tanti fedeli, pellegrini, visitatori che per 15 secondi si sono ritrovati o si ritroveranno a pregare davanti le spoglie mortali di San Francesco.

Nei volti delle persone in fila per l’ostensione c’è la commozione, c’è la speranza che l’eredità del poverello di Assisi continui davvero in eterno. Come quelle reliquie, quelle spoglie, che dopo 800 anni ci parlano ancora. Perché "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Giovanni 12,24)”, come sottolineano i frati del Sacro Convento di Assisi, che hanno organizzato con amore e attenzione questo evento.

Fin dalle prime ore dell’alba del 22 febbraio, i pellegrini si sono messi in coda per la venerazione delle reliquie. Sabato, invece, era stata la volta della stampa cattolica. Come dicono gli organizzatori “i dati sono quelli di un grande “Giubileo francescano”: sold out tutti gli slot orari di questa prima giornata, confermando le previsioni, per un totale di circa 18.000 persone entrate nella chiesa inferiore della Basilica per rendere omaggio al Santo di Assisi. Ricordiamo che ci sono ancora degli slot disponibili sul sito francescovive.org

“Francesco continua a irradiare pace, io sono convinto che la sua tomba e la sua presenza continuino ad irradiare pace nel mondo.  Sta a noi accogliere la provocazione, accogliere anche quella pace interiore che Francesco ci dona e che è la pace di Cristo”, dice ai microfoni di EWTN News Fra Marco Moroni, Custode del Sacro Convento di Assisi.

La venerazione delle spoglie mortali di San Francesco porta con sé un messaggio importante e Fra Giulio Cesareo, direttore dell’Ufficio comunicazione del Sacro Convento lo sottolinea a EWTN News.  “Il messaggio di San Francesco 800 anni dopo è proprio questo: San Francesco vive, cioè a chi ama la morte gli fa il solletico, perché come il seme, lo dice Gesù nel Vangelo, se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, ma se muore porta molto frutto.  Per questi pellegrini, uno dei doni che riceveranno da noi proprio alla fine del percorso, sarà un vasetto di carta compostabile dentro il quale c'è della terra essiccata e dei semi di grano per portarlo. Se uno non sa cosa come si fa a mettere l'acqua, ci sono anche le istruzioni in tante lingue. Perché alcuni pensavano: no, ma il ricordino lo devi tenere a casa come un soprammobile.  No, non è questo il messaggio di Francesco. Il messaggio di Francesco è che chi si dona germoglia e porta frutto”.

“Io spero che per i pellegrini sia un'esperienza intima, profonda, spirituale. Di vedere con gli occhi, sì, delle spoglie mortali, ma essere rimandati a qualcosa di più grande.  C'è qualcosa che non muore mai, che la nostra anima della quale ci è stata consegnata e che spesso trascuriamo”, aggiunge ad EWTN News Fra Francesco Piloni, ministro provinciale.

Le fotografie della giornata di ieri e di oggi - pubblicate sui social della Basilica - hanno raccolto oltre 2.000.000 di visualizzazioni. Aci 23

 

 

 

 

Nel segno di San Francesco d’Assisi: ostensione delle sue spoglie mortali

 

Un incontro con il Santo d’Assisi, 800 anni dopo: presentata ad Assisi l’ostensione pubblica delle sue spoglie - Di Veronica Giacometti

Assisi. Sono più di 200 i giornalisti che si sono accreditati ad Assisi per un evento davvero straordinario: la prima ostensione pubblica delle spoglie mortali di San Francesco. “Forse non era mai successo prima”, dicono gli organizzatori, nemmeno per le visite papali o altri eventi qui ad Assisi. Ed in effetti l’Ottavio centenario di San Francesco qui ad Assisi accoglierà circa 400 mila pellegrini, che in Basilica potranno pregare sui resti mortali del poverello di Assisi fino al prossimo 22 marzo 2026. Per la prima volta.

Oggi ad Assisi si è tenuta la conferenza stampa di presentazione dell’evento dell'ostensione. Presenti Fra Giulio Cesareo, Direttore Ufficio comunicazione Sacro Convento Assisi, che ha curato la comunicazione e la logistica di questo avvenimento, e Fra Marco Moroni, Custode del Sacro Convento di Assisi. 

Fra Giulio è visibilmente emozionato e racconta ad ACI stampa/ EWTN News che si aspettano tantissimi visitatori e per questo si augura che tutto vada per il meglio, anche e soprattutto per quello che riguarda la logistica e la sicurezza. Ci sono anche tanti volontari che presteranno servizio in questi giorni, 416 volontari esattamente per un mese.

Oggi è il primo giorno speciale ad Assisi. Il primo di un anno particolare tutto dedicato a San Francesco, per gli 800 anni dalla sua morte. Ma Francesco vive. La sua eredità continua. E questi numeri enormi lo dimostrano.

Le persone prenotate per la venerazione delle reliquie di san Francesco sono a oggi circa 370000, dai 5 continenti, sebbene la maggior parte sia italiana (80%). 5000 dagli USA, 3100 dalla Croazia, 2000 dalla Slovacchia, 1500 dal Brasile e dalla Francia, 234 dall'Indonesia, 37 dal Giappone, 1000 dal Regno Unito, alcuni da Kenya, Giamaica, e Singapore. 

Questa mattina a partire dalle 9 si è proceduto, alla presenza tra gli altri di diversi frati della comunità, all’estumulazione dei resti mortali di san Francesco dal sarcofago in cui riposano. Sono stati deposti su una mensa preparata ad hoc nella cripta della Basilica.

Da lì comincerà la celebrazione della traslazione - a partire dalle 16 - e dei vespri in chiesa inferiore alla presenza di circa 300 frati. La celebrazione sarà presieduta dal cardinale Ángel Fernandez Artime, legato pontificio per le Basiliche papali di Assisi. Anche lui presente alla conferenza stampa di presentazione.

Oggi, il primo contatto con i resti mortali di San Francesco. Domani, l’accesso pubblico a tutti coloro che si sono prenotati sul sito Prenotazione - San Francesco Vive. Tutto è gratuito. " I posti rimasti attualmente sono pochissimi", dice il Custode del Sacro Convento.

I frati del Sacro convento spiegano il filo rosso dell'ostensione 2026. “L’ispirazione di fondo che guida l'evento dell'ostensione è la parabola evangelica del seme (Gv 12,24): ciò che muore nell’amore germoglia e porta frutto. E questa consapevolezza, manifestata in modo eloquente dai resti mortali di san Francesco, vuole essere un invito a considerare la vita personale di ciascuno in un’ottica analoga: come Francesco ciascuno è chiamato a donarsi generosamente nelle relazioni, per diventare quest’albero vivo di fraternità che continua a donare frutto nella storia della Chiesa e del mondo”.

“A nome del Padre Custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni, e della nostra Comunità Francescana - ha dichiarato fra Giulio Cesareo, OFMConv, - desidero sottolineare come l’ostensione delle spoglie mortali di san Francesco rientri tra le tante iniziative che ad Assisi, in Italia e nel mondo vogliono testimoniare come il Santo di Assisi sia ancora oggi un dono per tutti”.

“In questo contesto, mentre ringraziamo con affetto e porgiamo i più cari saluti al Santo Padre Leone XIV che ha generosamente autorizzato e benedetto questa iniziativa, desideriamo ricordare con profonda gratitudine anche Papa Francesco. Proprio nel dicembre 2023 accolse di buon grado e con parole di incoraggiamento l’intuizione di fra Marco di proporre, durante questo centenario, un gesto così significativo. Papa Francesco poi, nel suo ministero, ha aiutato tutti, e in particolare noi francescani, a riscoprire la costante attualità delle intuizioni di san Francesco, proprio di fronte alle sfide complesse del nostro tempo”, dicono i frati del Sacro Convento di Assisi.

Presente alla conferenza stampa anche il nuovo Vescovo di Assisi, Monsignor Felice Accrocca. Dal 25 marzo guiderà la diocesi di Assisi. " Sono contento di essere qui, mi trovavo qui per un impegno. Io vorrei solo riportare un minuto l'attenzione su quel corpo che c'era e di cui restano le ossa. San Francesco era alto 1.58m. Portava un abito sudicio, la faccia senza bellezza. Eppure Dio dette tanta forza alle sue parole. Oggi siamo sempre sotto la dittatura dell'immagine, invece quest'uomo continua a parlare ancora. L'uomo non è ciò che appare, ma rimane per ciò che è, soprattutto per come riesce ad amare. Francesco continua a parlare. Mi auguro che questo mese ci aiuti a riflettere su questo. C'è qualcosa che va oltre, sempre", dice il nuovo Vescovo di Assisi.

Assisi è in fermento. Tutti i siti religiosi più importanti accompagnano l’evento con tante altre iniziative. Per esempio delle visite guidate e organizzate nei locali ipogei del Vescovado di Assisi.  “Nonostante i lavori non siano ancora terminati – spiega l’amministratore apostolico monsignor Domenico Sorrentino – permetteremo ai pellegrini venuti in Assisi per venerare le spoglie del nostro Santo, di vedere il cantiere della spogliazione, attraversare la Porta che Francesco, scoprire quanto è forte il legame del Poverello con questi luoghi che varcò e dove compose anche le ultime strofe del Cantico. Sarà una visita immersiva, dal forte coinvolgimento spirituale, affinché ciascuno possa trovare tra queste pietre lo spirito della spogliazione che significa innanzitutto abbandono dei propri egoismi e apertura agli altri. A chi incontra Francesco con la venerazione del corpo, insieme ai messaggi di tutti gli altri santuari assisani – conclude monsignor Sorrentino – offriamo questo ulteriore tassello affinché i pellegrini possano davvero riscoprire, attraverso il nostro Santo, Cristo e il suo Vangelo”.

Ma c’è di più. L’intero mese sarà arricchito da un fitto calendario di appuntamenti liturgici e culturali, pensati per favorire la partecipazione e la riflessione. Tra gli eventi (religiosi e culturali) che caratterizzeranno questo mese dell’ostensione ricordiamo la veglia dei parlamentari e dei rappresentanti delle istituzioni della Repubblica Italiana il 12 marzo alle 20, il Meeting Francescano Giovani dal titolo “Sorella morte. Un’esperienza da scartare” al Sacro Convento il 14 e 15 marzo e il convegno dal titolo “Per Francesco sorella è la morte. Una provocazione alla vita” che si terrà nella Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli dal 20 al 22 marzo. La solenne celebrazione conclusiva dell’ostensione si terrà il 22 marzo alle 17 nella chiesa superiore, presieduta dal cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Fino ad arrivare al prossimo 6 agosto dove ci sarà un ospite speciale, Papa Leone XIV tra i giovani francescani a Santa Maria degli Angeli per l'evento "Go". 

Aci 21

 

 

 

 

 

 

La Colletta del Venerdì Santo per la Custodia della Terra Santa

 

“Aiuta la speranza, donando. Aiuta la speranza, facendo crescere la pace. Aiuta la speranza, tornando in Terra Santa”

Roma. Giunge anche quest'anno la tradizionale Colletta del Venerdì Santo della Custodia della Terrae Sanctae. Il titolo è abbastanza esplicativo: "Aiuta la speranza, donando. Aiuta la speranza, facendo crescere la pace. Aiuta la speranza, tornando in Terra Santa". Nel comunicato diffuso dalla Custodia si fa riferimento alla ripresa del “vivere, nonostante il dolore” dei luoghi della Terra Santa. Seppur ancora manchi tutto, a cominciare dal lavoro. 

Da otto secoli la Custodia di Terra Santa, affidata ai frati francescani, continua il suo servizio nella presenza nei luoghi santi cari ai cristiani e nel camminare con le sorelle ei fratelli che abitano i luoghi dove il Signore della Vita , Gesù Cristo, camminava fra la gente. Il Custode di Terra Santa, fra Francesco Ielpo, scrive nel comunicato: "Gli ultimi anni sono stati particolarmente gravosi per le comunità cristiane del Medio Oriente. La guerra ha portato morte, distruzione e paura, non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania, in Israele, in Libano e in Siria. Alla sofferenza provocata dal conflitto si è aggiunta la lunga assenza dei pellegrini, che ha aggravato una già profonda crisi economica e occupazionale. Molte famiglie cristiane, che traevano sostentamento dai Luoghi Santi e dalle attività connesse ai pellegrinaggi, si trovano oggi in grande difficoltà”. 

E ribadisce che ormai si può tornare in pellegrinaggio in quei luogi così santi. Vieni ad aiutare Terra Santa, allora?  In prossimità della Pasqua, il grido d'aiuto delle sorelle e dei fratelli di Terra Santa si fa più pressante. La Chiesa ha messo a disposizione - continua il comunicato - di tutti uno strumento, la Colletta del Venerdì Santo, giorno che ricorda la Passione del Signore, quest'anno venerdì 3 aprile, per aiutare concretamente le persone e la loro vita nei luoghi santi”. 

La Colletta nasce per volere di san Paolo VI, che nell'esortazione apostolica “Nobis in Animo” del marzo 1974 la propone all'episcopato, al clero e ai fedeli di tutto il mondo. La Colletta è stata istituita con l'intento di rafforzare il legame fra i cristiani di tutto il mondo ei Luoghi Santi ed è una delle raccolte ufficiali della Chiesa cattolica. Le offerte raccolte dalle comunità parrocchiali e dai vescovi vengono trasferite, attraverso i frati francescani Commissari di Terra Santa, alla Custodia di Terra Santa. Questi fondi sono utilizzati per preservare i siti sacri e per sostenere le comunità cristiane locali, spesso definite le «pietre vive» di questa regione.

La Colleta della Custodia serve per sostenere 630 alloggi per famiglie bisognose; 15 scuole con 12.000 studenti; 1100 posti di lavoro; 270 missionari; 55 santuari; 6 case dei pellegrini; 5 Case per malati ed orfani; 3 istituti accademici. Aci 21

 

 

 

 

 

Il Sinodo istituisce una Commissione per rivedere il Codice delle Chiese Orientali

 

Il lavoro per la "sinodalità" prosegue anche fuori delle assemblee sinodali. Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. Il lavoro per la "sinodalità" prosegue anche fuori delle assemblee sinodali. Uno dei temi discussi è la revisione del Codice di Diritto canonico proprio in chiave sinodale. Se ne è parlato nelle assemblee anche se fuori dell' aula non sono arrivate molte informazioni.

Oggi la comunicazione che la Segreteria Generale del Sinodo ha istituito la Commissione Canonistica Orientale, con il compito di elaborare proposte di revisione del Codice dei canoni delle Chiese orientali (CCEO) alla luce del cammino sinodale. Oggi la prima riunione.

"La nuova Commissione affianca il lavoro in corso della Commissione Canonistica istituita nel dicembre 2023, che aveva già individuato alcune proposte di riforma del CCEO pur concentrandosi principalmente sul Codice di Diritto Canonico della Chiesa latina. Risponde inoltre alla richiesta avanzata a più riprese da diversi capi delle Chiese sui iuris. La sua composizione, volta anche a favorire la cooperazione interdicasteriale per il servizio alle Chiese locali, include esperti canonisti orientali scelti tra i consultori del Dicastero per i Testi Legislativi e del Dicastero per le Chiese Orientali".

La revisione del Codice sia Latino che Orientale è uno dei passaggi più delicati, e la Commissione lavora per l’attuazione delle indicazioni emerse nel processo sinodale, in particolare nella Relazione di sintesi (2023) e nel Documento finale (2024) della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

Il cardinale Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo invita le Chiese sui iuris, le Conferenze episcopali, le università cattoliche, le istituzioni o le persone interessate a inviare il loro contributo alla Segreteria Generale del Sinodo entro il 15 aprile 2026.

Il mandato è chiaro: "La Commissione Canonistica Orientale è una «Commissione per l’attuazione» (cf. Episcopalis communio, art. 21), presieduta in quanto tale dal Segretario Generale del Sinodo, e costituita da membri nominati dal medesimo Segretario Generale, sentito il Dicastero per i Testi legislativi (cf. Praedicate Evangelium, art. 178 e art. 84, § 2). Per garantire sia la necessaria competenza scientifica che un’adeguata cooperazione interdicasteriale, il gruppo iniziale dei membri della Commissione è stato selezionato tra i consultori di rito orientale del Dicastero per i Testi Legislativi e del Dicastero per le Chiese Orientali. Alcuni di costoro sono già membri del Gruppo di Studio 1, istituito da Papa Francesco nel 2024 per esaminare «alcuni aspetti delle relazioni tra Chiese Cattoliche Orientali e Chiesa Latina». A breve termine, il compito della Commissione è quello di elaborare progetti di testi normativi per dare seguito alle proposte giuridiche avanzate nel corso del Cammino sinodale 2021–2024, in concreto soprattutto quelle enumerate dalla Relazione di sintesi (2023) e dal Documento finale (2024), nonché quelle individuate nel corso dell’attività del suddetto Gruppo 1. Il lavoro della Commissione sarà coordinato dal Segretario del Dicastero per i Testi Legislativi, organismo curiale responsabile tra l’altro per l’aggiornamento della vigente normativa orientale (cf. Praedicate Evangelium, art. 178)".

A partecipare sono oltre al cardinale Grech, Juan Ignazio Arrieta Ochoa de Chinchetru come Coordinatore, il Corepiscopo John D. Faris della Chiesa Maronita, Stati Uniti d’America)Pablo Gefaell Chamochin, Professore Ordinario di Diritto Canonico Orientale presso la Pontificia Università della Santa Croce, Astrid Kaptijn Professore Ordinario di Diritto Canonico presso l’Université de Fribourg, Svizzera; Consultore del Dicastero per le Chiese Orientali, Sunny Thomas Kokkaravalayil, S.I. Pro Decano della Facoltà di Diritto Canonico Orientale della Missione del Pontificio Istituto Orientale, Lorenzo Lorusso O.P. Professore Invitato, Facoltà di Diritto Canonico Orientale presso la Pontificia Università Gregoriana, Péter Szabó Professore Ordinario di Diritto Canonico, Istituto Post-Graduale di Diritto Canonico presso l’Università Cattolica di Budapest – Ungheria; Consultore del Dicastero per le Chiese Orientali e Cyril Vasi?, S.I. Arcivescovo di Košice per i Cattolici di rito bizantino, Slovacchia.

L’incontro avviene all’indomani di una due giorni di lavoro del Gruppo di Studio n. 1 su Alcuni aspetti delle relazioni tra Chiese Cattoliche Orientali e Chiesa Latina. Il Gruppo di Studio n. 1 è uno dei dieci Gruppi di Studio istituiti da Papa Francesco nel 2024, frutto della Prima Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi durante la quale erano emerse una serie di questioni rilevanti concernenti la vita e la missione della Chiesa in prospettiva sinodale. aci 20

 

 

 

 

 

Cresce il mercato degli articoli religiosi in Italia

 

Cresce il mercato dei prodotti religiosi in Italia, grazie anche all’effetto Giubileo. Le aziende italiane in questo settore sono infatti stimate intorno alle 3.300 (+10% rispetto al 2024), comprendendo produttori, distributori, artigiani, artisti e studi di progettazione. Il fatturato complessivo nel 2025, tra produzione e filiera, dovrebbe invece sfiorare gli 800 milioni di euro (+15%). In crescita anche l’export, che si avvantaggia del grande apprezzamento per i prodotti made in Italy. È quanto segnala Devotio, l’unica fiera in Italia e la più grande nel mondo dedicata ai prodotti devozionali e ai servizi per il settore religioso, in vista della quinta edizione che si svolgerà nei giorni dal 31 gennaio al 3 febbraio prossimi a BolognaFiere. Anche quest’anno, la manifestazione ha fatto registrare il sold-out: su un’area espositiva di 15mila mq, saranno presenti 229 espositori provenienti dall’Italia e da altri 17 Paesi del mondo. Attesi migliaia di visitatori da quasi 50 Nazioni di tutti i continenti. Verranno presentati articoli religiosi e oggetti per il culto, come crocifissi, rosari, immagini sacre, statue e presepi, campane, incensi, candele, vetrate e mosaici, calici e pissidi, paramenti per la liturgia e arte sacra, oltre ad impianti audio, sistemi per la raccolta di donazioni, arredi e tecnologie per le chiese e abbigliamento per il clero. Secondo Devotio, tra gli articoli devozionali più richiesti vi sono sicuramente i rosari e i gioielli souvenir come braccialetti, medaglie e medagliette. Immancabili i crocifissi, realizzati in tutti i materiali, e le statue a tema religioso, anche stampate in 3D. Tra gli oggetti liturgici, sempre molto richiesti i calici, le teche e le casule. Anche il settore dell’arredamento liturgico è movimentato, con richieste di confessionali e panche, nonostante non siano tantissime le nuove chiese in costruzione. Per quanto riguarda l’export, in Europa i prodotti italiani sono distribuiti in tutti i grandi santuari (come Fatima, Lourdes, Santiago de Compostela, Cz?stochowa, Altötting, Mariazell e Medjugorje) e naturalmente nelle comunità ecclesiali dei Paesi di antica tradizione cristiana. Anche nel resto del mondo i prodotti made in Italy hanno una larga diffusione, come in Sud America (soprattutto Brasile e Messico), Stati Uniti, Africa (Nigeria e Costa d’Avorio) e Asia (Filippine e Corea del Sud). (© 9Colonne, febbraio 2026)

 

 

 

 

 

 

“Annunciare il Vangelo: questa è la priorità"

 

“Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio”. Lo ha detto il Papa, aprendo stamane in Aula Paolo VI il suo discorso al clero romano in occasione dell’inizio della Quaresima - Di Marco Mancini

Città del Vaticano. “Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio”. Lo ha detto il Papa, aprendo stamane in Aula Paolo VI il suo discorso al clero romano in occasione dell’inizio della Quaresima.

Ravvivare – ha spiegato Leone XIV –“ evoca l’immagine della brace sotto la cenere. Anche per il cammino pastorale della nostra Diocesi possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo. Il fuoco acceso è il dono irrevocabile che il Signore ci ha fatto, è lo Spirito che ha tracciato il cammino della nostra Chiesa, la storia e la tradizione che abbiamo ricevuto e quanto, in modo ordinario, portiamo avanti nelle nostre comunità. Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di essere riattizzata. Incalzati  dai repentini cambiamenti culturali e dagli scenari in cui si svolge la nostra missione, talvolta assaliti dalla stanchezza e dal peso della routine, oppure scoraggiati per la crescente disaffezione nei confronti della fede e della pratica religiosa, avvertiamo il bisogno che questo fuoco sia alimentato e ravvivato”.

Il Papa ha affrontato poi alcuni ambiti della vita pastorale,  a partire dalla “pastorale ordinaria delle parrocchie. Circa la relazione tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, abbiamo bisogno di una chiara inversione di marcia; la pastorale ordinaria è strutturata secondo un modello classico che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei Sacramenti, ma un tale modello presuppone che la fede venga in qualche modo trasmessa anche dall’ambiente circostante, dalla società come dall’ambiente familiare. In realtà, i cambiamenti culturali e antropologici che sono avvenuti negli ultimi decenni ci dicono che non è più così, anzi, assistiamo a una crescente erosione della pratica religiosa. È urgente ritornare ad annunciare il Vangelo: questa è la priorità. Con umiltà, ma anche senza lasciarci scoraggiare, dobbiamo riconoscere che «parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa”.

“E’ necessario che la pastorale parrocchiale – ha aggiunto - rimetta al centro l’annuncio, per cercare vie e modi che aiutino le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù. In questo contesto, l’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie”.

Poi il Papa ha affrontato la questione dell’”imparare a lavorare insieme, in comunione. Per dare il primato all’evangelizzazione in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario. La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione. In un territorio di grande dimensioni come quello romano, occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità. Serve un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale”.

Infine “la vicinanza ai giovani. Molti di loro – ha ammesso Leone XIV - vivono senza più alcun riferimento a Dio e alla Chiesa.  Si tratta perciò di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà, come pure i fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante aggressività, che sfocia a volte nella violenza.  So che conoscete questa realtà e vi impegnate per affrontarla. Non abbiamo soluzioni facili che ci assicurino risultati immediati ma, per quanto possibile, possiamo restare in ascolto dei giovani, renderci presenti, accoglierli, condividere un po’ della loro vita. Allo stesso tempo, poiché le problematiche interessano varie dimensioni della vita, cerchiamo anche, come parrocchie, di dialogare e interagire con le istituzioni presenti sul territorio, con la scuola, con gli specialisti nel campo educativo e delle scienze umane e con quanti hanno a cuore il destino e il futuro dei nostri ragazzi”.

Leone XIV si è anche rivolto ai sacerdoti più giovani, esortandoli “alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato. Soprattutto vi invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i confratelli che ritenete possano aiutarvi. A tutti noi, ovviamente, è richiesto un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente la fraternità presbiterale. Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda”. Aci 19

 

 

 

 

 

La Quaresima, laboratorio del desiderio

 

Nell’epoca dei social e degli hashtag come #detox, la Quaresima rischia di ridursi a dieta spirituale. Il testo ne riscopre il significato autentico: tempo di sottrazione e libertà, laboratorio del desiderio, riscoperta di digiuno, preghiera ed elemosina come misericordia, per diventare non più performanti ma più veri

La Quaresima dell’epoca social è un tempo curioso: nasce austera e finisce spesso su Instagram con l’hashtag #detox. Preti, suore e laici “impegnati” si sbracciano su video tutorial dove spiegano fervorosi come un tempo di distacco, disintossicazione, ecc. serve all’anima – e fa pure bene al fisico.

Eppure la Quaresima, quella vera, è molto più di una dieta spirituale. È un tempo di sottrazione che, paradossalmente, promette aggiunta: meno rumore, più ascolto; meno automatismi, più scelta. Dall’animale condizionato da impulsi e necessità, alla persona libera di decidersi davanti alla vita.

Quaresima come laboratorio del desiderio: togliendo il superfluo, siamo chiamati a chiederci cosa vogliamo davvero. In un’epoca che predica l’accumulo – di oggetti, notifiche, opinioni – la Quaresima propone l’arte controintuitiva del limite. Non è un “no” al mondo, ma un “sì” più selettivo. E forse il suo fascino sta proprio qui: per quaranta giorni ci allena a perdere qualcosa per scoprire che non tutto ciò che pesa è necessario.

Cominciamo questo mercoledì, quando la cenere in testa ricorda a tutti una verità che l’algoritmo non può ottimizzare: siamo fragili, e proprio per questo preziosi, di una preziosità che ogni anno siamo invitati a riscoprire, così come indubbiamente riscopriremo la nostra fragilità, nella nostra incapacità di mantenere gli impegni quaresimali presi.

Ma qui è il punto: non siamo chiamati a diventare migliori in senso performativo, quanto a diventare più veri.

Tornano sulla scena le tre armi della penitenza, di cui abbiamo già parlato: digiuno, preghiera, elemosina. Il digiuno non è un braccio di ferro con il frigorifero, ma un esercizio di libertà. La preghiera non è evasione, bensì messa a fuoco. L’elemosina non è lo spicciolo dato per alleggerire la coscienza, ma redistribuzione di attenzione – tant’è che il suo nome originario sarebbe “misericordia”. Proviamo a togliere ancora una volta al nostro cuore la sua corazza torpida, per riprendere a sentire, attraverso il digiuno, i bisogni nostri e altrui.

Poi arriverà la Pasqua, e allora capiremo che la sottrazione era preparazione. Come quando si apre una finestra dopo l’inverno, per le pulizie di primavera: l’aria è la stessa di sempre, ma la si respira diversamente.  Alessandro Di Medio, Sir 18

 

 

 

 

 

Leone XIV: “Chiesa presenza santificatrice in mezzo a un’umanità frantumata”

 

Il Papa ha dedicato l'udienza di oggi, che è tornata in piazza San Pietro, alla Lumen Gentium. Questo pomeriggio la processione penitenziale e la messa delle Ceneri all'Aventino – di M.Michela Nicolais

La Chiesa non è “qualcosa di oscuro o di incomprensibile, come a volte comunemente si pensa quando si sente pronunciare la parola mistero”, ma è “esattamente il contrario”, e cioè “una realtà che prima era nascosta e ora è stata rivelata”. Lo ha spiegato Leone XIV, che nella catechesi dell’udienza di oggi, tornata in piazza San Pietro, proseguendo il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II si è soffermato sulla costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, in cui sulla scorta delle Lettere di San Paolo si utilizza il termine “mistero” per definire la Chiesa. Questo pomeriggio, all’Aventino, la processione penitenziale e la messa delle Ceneri.

Unire l’umanità. Si tratta del disegno di Dio che ha uno scopo: unificare tutte le creature grazie all’azione riconciliatrice di Gesù Cristo, azione che si è attuata nella sua morte in croce”, ha osservato il Papa nella catechesi: “Questo si sperimenta prima di tutto nell’assemblea riunita per la celebrazione liturgica: lì le diversità sono relativizzate, ciò che conta è trovarsi insieme perché attratti dall’Amore di Cristo, che ha abbattuto il muro di separazione tra persone e gruppi sociali”. “Per San Paolo il mistero è la manifestazione di quanto Dio ha voluto realizzare per l’umanità intera e si fa conoscere in esperienze locali, che gradualmente si dilatano fino a includere tutti gli esseri umani e perfino il cosmo”, ha ricordato il Pontefice: “La condizione dell’umanità è una frantumazione che gli esseri umani non sono in grado di riparare, benché la tensione verso l’unità abiti il loro cuore. In questa condizione si inserisce l’azione di Gesù Cristo, il quale, mediante lo Spirito Santo, vince le forze della divisione e il Divisore stesso”.

Mistero e sacramento. “La Chiesa è nella storia dell’umanità espressione di quanto Dio vuol realizzare; per cui, guardando ad essa, si coglie in qualche misura il disegno di Dio, il mistero: in questo senso la Chiesa è segno”, ha proseguito Leone. “Trovarsi insieme a celebrare, avendo creduto all’annuncio del Vangelo, è vissuto come attrazione esercitata dalla croce di Cristo, che è la manifestazione suprema dell’amore di Dio”, il riferimento alla partecipazione liturgica: “è sentirsi convocati insieme da Dio: per questo si usa il termine ekklesía, cioè assemblea di persone che riconoscono di essere convocate”. C’è “una certa coincidenza tra questo mistero e la Chiesa: la Chiesa è il mistero reso percepibile”, ha osservato: “Questa convocazione, proprio perché è attuata da Dio, non può tuttavia limitarsi a un gruppo di persone, ma è destinata a diventare esperienza di tutti gli esseri umani”. Perciò il Concilio Vaticano II, all’inizio della Lumen gentium, afferma che “la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”.

La Chiesa “vive come presenza santificatrice in mezzo a un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli”, l’immagine finale della catechesi. “Quando Dio opera nella storia coinvolge nella sua attività le persone che sono destinatarie della sua azione”, ha sottolineato il Papa: “È mediante la Chiesa che Dio raggiunge l’obiettivo di unire a sé le persone e di riunirle tra di loro”. “L’unione con Dio trova il suo riflesso nell’unione delle persone umane”, ha concluso Leone XIV: “È questa l’esperienza di salvezza”. La Chiesa, quindi, è “sacramento universale della salvezza”: di qui “il rapporto tra l’azione unificatrice della Pasqua di Gesù, che è mistero di passione, morte e risurrezione, e l’identità della Chiesa”. Sir 18

 

 

 

 

 

Il Papa nell’Udienza Generale spiega la Costituzione dogmatica Lumen gentium

 

Il Pontefice si sofferma sul mistero della Chiesa, “sacramento dell’unione con Dio" - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. In Piazza San Pietro il Papa incontra i fedeli per l’Udienza Generale di oggi. Una giornata di sole in questo Mercoledì delle Ceneri 18 febbraio 2026. Nel discorso in lingua italiana, il Papa, riprendendo il ciclo di catechesi su “I Documenti del Concilio Vaticano II”, incentra la sua meditazione sul tema della Costituzione dogmatica “Lumen gentium”. In particolare il Pontefice si sofferma sul mistero della Chiesa, “sacramento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”.

“Il Concilio Vaticano II, ai cui documenti stiamo dedicando le catechesi, quando ha voluto descrivere la Chiesa si è anzitutto preoccupato di spiegare da dove essa tragga la sua origine. Per farlo, nella Costituzione dogmatica Lumen gentium, approvata il 21 novembre 1964, ha attinto dalle Lettere di San Paolo il termine “mistero”. Scegliendo tale vocabolo non ha voluto dire che la Chiesa è qualcosa di oscuro o di incomprensibile, come a volte comunemente si pensa quando si sente pronunciare la parola “mistero”. Esattamente il contrario: infatti, quando San Paolo utilizza, soprattutto nella Lettera agli Efesini, tale parola, egli vuole indicare una realtà che prima era nascosta e ora è stata rivelata”, commenta subito Papa Leone XIV.

“Si tratta del disegno di Dio che ha uno scopo: unificare tutte le creature grazie all’azione riconciliatrice di Gesù Cristo, azione che si è attuata nella sua morte in croce. Questo si sperimenta prima di tutto nell’assemblea riunita per la celebrazione liturgica: lì le diversità sono relativizzate, ciò che conta è trovarsi insieme perché attratti dall’Amore di Cristo, che ha abbattuto il muro di separazione tra persone e gruppi sociali. Per San Paolo il mistero è la manifestazione di quanto Dio ha voluto realizzare per l’umanità intera e si fa conoscere in esperienze locali, che gradualmente si dilatano fino a includere tutti gli esseri umani e perfino il cosmo”, dice Papa Leone XIV in Piazza San Pietro.

“La condizione dell’umanità è una frantumazione che gli esseri umani non sono in grado di riparare, benché la tensione verso l’unità abiti il loro cuore. In questa condizione si inserisce l’azione di Gesù Cristo, il quale, mediante lo Spirito Santo, vince le forze della divisione e il Divisore stesso. Trovarsi insieme a celebrare, avendo creduto all’annuncio del Vangelo, è vissuto come attrazione esercitata dalla croce di Cristo, che è la manifestazione suprema dell’amore di Dio; è sentirsi convocati insieme da Dio: per questo si usa il termine ekklesía, cioè assemblea di persone che riconoscono di essere convocate. Sicché vi è una certa coincidenza tra questo mistero e la Chiesa: la Chiesa è il mistero reso percepibile”, continua il Papa.

Per il Pontefice “è mediante la Chiesa che Dio raggiunge l’obiettivo di unire a sé le persone e di riunirle tra di loro”.

Conclude così il Papa: “Questo testo permette di capire il rapporto tra l’azione unificatrice della Pasqua di Gesù, che è mistero di passione, morte e risurrezione, e l’identità della Chiesa. Nel contempo esso ci rende grati di appartenere alla Chiesa, corpo di Cristo risorto e unico popolo di Dio pellegrinante nella storia, che vive come presenza santificatrice in mezzo a un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli”. Aci 18

 

 

 

 

 

Mercoledì delle Ceneri. L'inizio della Quaresima

 

I simboli. La tradizione, il significato biblico del rito dell'imposizione delle Ceneri - Di Antonio Tarallo

Roma. “Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris”, ossia “Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai”. Così il libro della Genesi, al capitolo 3. Dio, allora, dopo il peccato originale, cacciando Adamo dal giardino dell’Eden lo condanna alla fatica del lavoro e alla morte: “Con il sudore della fronte mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!”.

Con il ricordo della cenere, dunque, inizia la Quaresima. Oggi è il Mercoledì delle Ceneri che dà inizio allla Quaresima, il periodo che precede la Pasqua. Mercoledì delle ceneri, giorno di digiuno e astinenza dalle carni. Un’astinenza che si perpetuerà per i prossimi venerdì di Quaresima. 

Ma ritorniamo alla frase “Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai”. Era questa, prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II la frase che il sacerdote recitava nell’atto dell’imposizione delle ceneri. Con la riforma, la frase è cambiata in “Convertitevi e credete al Vangelo” tratta dal Vangelo di Marco, al capitolo primo. Atto penitenziale sì, ma anche invito alla conversione a credere nel Vangelo di Cristo.  

Le ceneri hanno un duplice significato biblico: prima di tutto un segno della fragilità della condizione umana. Sono diversi, infatti, i riferimenti alla cenere che troviamo sia nel Libro di Giobbe che nel LIbro della Sapienza e del Siracide. "Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere", così Giobbe ad esempio. Ma è anche segno di pentimento.  Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: "I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere" (Gio 3,5-9). Nel rito ambrosiano, in cui la Quaresima è posticipata di quattro giorni e ha inizio la domenica immediatamente successiva, l'imposizione delle ceneri avviene o nella stessa prima domenica di Quaresima oppure, il lunedì successivo. Aci 18

 

 

 

 

 

Chiesa tedesca, esercizi di sinodalità. Che cosa sarà il Vangelo per loro?

 

Lo scorso 4 febbraio ho letto una notizia sulla stampa digitale tedesca che mi ha lasciato sbalordito: il Vaticano confermava l’espulsione di un parlamentare di Alternative für Deutschland (AfD, i fratelli politici di Vox) da un consiglio amministrativo della Chiesa cattolica nella diocesi di Treviri, perché «i partiti di estrema destra non possono essere un luogo di attività politica per noi cristiani».

La decisione era stata adottata, prima dell’estate 2025, dal vicario generale della diocesi contro la presenza di Christoph Schaufert in un consiglio parrocchiale per gli affari economici, in applicazione dell’accordo approvato dalla Conferenza Episcopale Tedesca contro il nazionalismo razzista e xenofobo. Il vicepresidente di AfD nel parlamento del Land ha presentato ricorso contro la sua espulsione al vescovo della diocesi sostenendo che, personalmente, non gli si poteva imputare nulla.

Il vescovo, Stephan Ackermann, ha confermato tuttavia l’esclusione, ritenendo che egli avrebbe dovuto «prendere le distanze» da posizioni e da una militanza nell’ultradestra «incompatibili con l’esercizio di incarichi» all’interno della Chiesa.

Il parlamentare di AfD non si è dato però per vinto e, consapevole che nella risoluzione del suo caso era in gioco un consistente bacino di voti cattolici, ha fatto ricorso al Dicastero vaticano competente per le impugnazioni. Tale organismo, alla fine di gennaio, ha annunciato che l’esclusione e la destituzione del membro di AfD restavano confermate in quanto legittime.

È vero che Christoph Schaufert dispone di 60 giorni per appellarsi alla Segnatura Apostolica, il massimo tribunale amministrativo della Chiesa. Ma è anche vero che, considerata la sua intenzione di abbandonare il cattolicesimo, appare improbabile che ricorra a quest’ultima istanza.

Al di là di questi cavilli giuridici, è chiaro che il criterio e la procedura seguiti dalla diocesi di Treviri sono un vero successo per altre diocesi che stanno allontanando dalle loro istituzioni gli estremisti affiliati a gruppi razzisti, misantropi, xenofobi o contrari alla concezione cristiana dell’umanità.

Tuttavia, non credo sia superfluo ricordare che il modo abituale di procedere dei dicasteri vaticani, così come della gerarchia ecclesiastica, è quello che accetta come valida la concezione assolutistica e monarchica di intendere ed esercitare il potere. Non si può nemmeno ignorare che tale concezione ed esercizio del potere continuano a prestarsi come ancora oggi accade ad arbitrarietà incontrollate che a più di un vescovo che io sappia, almeno a uno dei Paesi Baschi sono costate qualche monitum o richiamo da parte delle competenti autorità vaticane, ma per un problema di ingerenza di competenze…

Lasciando da parte per un altro momento questo argomento, è indiscutibile che noi cattolici e le persone di buona volontà abbiamo ricevuto, lo scorso 4 febbraio, un’ottima notizia: non tanto per la procedura che viene solitamente seguita, quanto per il criterio applicato e indubbiamente difeso dalla diocesi di Treviri e da tutte le diocesi tedesche: «Ero straniero e mi avete accolto».

Tale criterio, proposto da Gesù di Nazareth sul Monte delle Beatitudini e nella parabola del Giudizio finale, attraversa dall’inizio alla fine tutta la storia della Chiesa; non così quella della gerarchia ecclesiastica, purtroppo più occupata, salvo qualche eccezione, a salvaguardare il proprio «potere» che a occuparsi di questo punto fondamentale nel programma dei seguaci del Nazareno e a sostenerne l’attuazione.

In questo contesto, alcuni mesi fa ho proposto ai vescovi spagnoli di procedere con Vox in modo analogo a quanto avevano fatto – e stavano facendo – i loro colleghi tedeschi: ossia di concordare l’allontanamento dei militanti di Vox, per pura coerenza evangelica, dalle diverse istituzioni ecclesiali in cui potevano trovarsi. E che non avessero paura di aprire i dibattiti opportuni e di fornire i necessari chiarimenti nei rispettivi organi di governo e decisione.

Ora, a distanza di alcuni mesi da quella proposta e visti i commenti sgradevoli sulla regolarizzazione dei migranti, sia da parte di mons. Jesús Sanz, arcivescovo di Oviedo (è una decisione «populista e demagogica»), sia di mons. J. I. Munilla, vescovo di Orihuela-Alicante (è «una strategia per raggiungere altri fini»), aggiungo una nuova domanda: rimarranno in silenzio come collettivo? Spero che, come Conferenza Episcopale, sostengano le posizioni difese, tra gli altri, dagli arcivescovi di Pamplona, Toledo, Tarragona, Siviglia e Valladolid, e che rimettano al loro posto le invettive di questi due monsignori.

Vediamo se questa volta la fortuna ci assisterà e potremo ascoltare – in modo corale e storicamente incarnato – il programma del Nazareno sui paria e gli ultimi del mondo. Mi piacerebbe che non ci mettessero troppo tempo, ma temo che dovrò continuare ad attendere…

 El Diario Vasco/Sett.news 18.2.

 

 

 

 

 

La Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II

 

Due giornate di lavoro per il primo appuntamento del 2026

Città del Vaticano. Si sono conclusi a Roma, nei giorni 11–12 febbraio, i lavori del Consiglio della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II. L’assemblea è iniziata con la Santa Messa nella Basilica di San Pietro e con un incontro personale con Leone XIV. Alla seduta ha partecipato per la prima volta il Cardinale Grzegorz Ry?, che in virtù dello Statuto esercita d’ufficio la cura pastorale sulla Fondazione.

La Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II opera presso la Santa Sede ininterrottamente da 45 anni ed è attualmente la più antica tra la dozzina di fondazioni vaticane. Si tratta di un’organizzazione ecclesiale senza scopo di lucro che, sotto gli auspici del Vaticano, gestisce alcune proprie istituzioni e numerose iniziative e progetti volti a promuovere nel mondo l’eredità del Papa Wojty?a. La Fondazione è amministrata da un Consiglio di Amministrazione che si riunisce a Roma due volte all’anno. Il primo di questi incontri si svolge di norma a febbraio e ha sempre un carattere strategico: la Fondazione fa il bilancio dell’attività dell’anno precedente, riceve le relazioni dei direttori delle proprie istituzioni, approva il bilancio, definisce gli obiettivi per l’anno successivo e invita esperti e partner alla collaborazione.

Secondo lo Statuto della Fondazione, il Cardinale Stanislaw Dziwisz è membro permanente del Consiglio e ogni metropolita di Cracovia in carica esercita in esso la cosiddetta autorità superiore. In relazione a ciò, alla seduta appena conclusa ha preso parte per la prima volta il Cardinale Grzegorz Ry, nominato alcuni mesi fa dal Santo Padre nuovo pastore dell’arcidiocesi di Cracovia. Hanno inoltre partecipato all’incontro: Mons. Pawel Ptasznik (presidente), S. E. Mons. S?awomir Oder (vicepresidente), l’avv. Marek Markiewicz (segretario), Bogdan Chmielewski (consigliere dagli USA), Wojciech Halarewicz e don Michal Wilkosz (consiglieri dalla Germania), Henryk Rogowski (consigliere dalla Francia) e don Tomasz Szopa (consigliere dalla Polonia).

L’incontro è iniziato l’11 febbraio con la celebrazione eucaristica presso la tomba di San Giovanni Paolo II in Vaticano, presieduta dal Cardinale Ry. Hanno concelebrato, tra gli altri, il Cardinale Dziwisz, S. E. Mons. Oder, sacerdoti legati alla Fondazione e i rettori dell’Università Cattolica di Lublino (KUL) e della Pontificia Università Giovanni Paolo II (UPJP2), con le quali l’istituzione collabora da anni. Alla Messa erano presenti anche i membri del Consiglio, i dipendenti e gli amici della Fondazione, nonché le Suore del Sacro Cuore di Gesù (Sercanki) coinvolte nelle sue attività a Roma. Successivamente, durante l’udienza generale nell’Aula Paolo VI, i partecipanti alla riunione hanno incontrato personalmente il Santo Padre Leone XIV, che ha espresso gratitudine per l’operato della Fondazione e ha benedetto la sua ulteriore attività.

Nel pomeriggio i direttori delle cinque unità gestite dalla Fondazione hanno presentato le loro relazioni e i piani per il prossimo anno di lavoro: Mons. Dariusz Giers (Segretariato Amministrativo), don Mateusz Wójcik (Casa del Pellegrino a Roma), don Jan Strzazka (Casa dello Studente a Lublino), don Miroslaw Cicho (Centro di Documentazione e Studio del Pontificato di Giovanni Paolo II a Roma) e don Tomasz Podlewski (Ufficio Stampa ed Eventi).

La prima giornata dei lavori si è conclusa con gli interventi dei rappresentanti delle istituzioni partner. Il primo è stato quello di don prof. Miros?aw Kalinowski, rettore dell’Università Cattolica di Lublino, presso la quale la Fondazione realizza da decenni il proprio programma di borse di studio. Il rettore ha presentato i risultati conseguiti dal KUL nella promozione scientifica e mediatica dell’insegnamento di San Giovanni Paolo II e ha illustrato gli esiti delle ricerche sulla religiosità dei giovani. Successivamente il Consiglio ha incontrato il Prof. Dariusz Kar?owicz, fondatore e direttore di programma dell’Istituto di Cultura San Giovanni Paolo II presso l’Università Angelicum di Roma (alma mater di Giovanni Paolo II e di Leone XIV) e al contempo presidente della Fondazione San Nicola.

La Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II e l’Istituto di Cultura Giovanni Paolo II a Roma sono oggi tra i partner strategici più stretti, realizzando insieme numerosi progetti importanti, come ad esempio il corso di studi “JP2 Studies” all’Angelicum, le Giornate di San Giovanni Paolo II presso le Università Pontificie di Roma, il ciclo pittorico “Dipingiamo di nuovo il cattolicesimo”, benedetto da Leone XIV lo scorso anno, e le escursioni in montagna per studenti.

La giornata successiva è iniziata con la Santa Messa mattutina nella chiesa di San Stanislao V. M. a Roma, dopo la quale sono state analizzate le relazioni ed è stata avviata una discussione sugli orientamenti dell’attività della Fondazione nel prossimo futuro. Tema centrale è stato il prossimo Giubileo per il 45° anniversario della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II, che si terrà a Roma dal 19 al 22 ottobre 2026, quando l’intera comunità della Fondazione si riunisce ogni cinque anni. Oltre al consiglio, ai direttori e ai dipendenti, in tale occasione giungono a Roma simpatizzanti, benefattori e membri di alcune decine di Circoli degli Amici provenienti da una quindicina di Paesi del mondo. Le celebrazioni sono un’occasione per l’integrazione della comunità internazionale della Fondazione e per uno sguardo comune al futuro dell’istituzione.

Un altro tema importante è stata la prossima terza edizione del Premio San Giovanni Paolo II, che dal 2024 la Fondazione assegna a una persona o istituzione che mette in pratica l’insegnamento di San Giovanni Paolo II contribuendo così concretamente al miglioramento della situazione nel mondo. Il vincitore della prima edizione è stato il Centro per la Giustizia e la Pace Giovanni Paolo II in Uganda, fondato nel 2007 in risposta all’enciclica “Ecclesia in Africa”. L’istituzione combatte problemi sociali quali povertà, violazioni dei diritti umani, disuguaglianze e violenza contro donne e bambini. Il vincitore della scorsa edizione è stato invece l’arcivescovo Jacques Mourad, della Siria, rapito, torturato e miracolosamente scampato dalle mani dell’ISIS, che, ispirandosi allo spirito dell’incontro interreligioso di Giovanni Paolo II ad Assisi, da molti anni si impegna generosamente per la pace tra cristiani e musulmani. La cerimonia di consegna del “Premio” si svolge nel Palazzo Apostolico in Vaticano. Ideatore del Premio e organizzatore delle sue prime due edizioni è don prof. Andrzej Dobrzy?ski, che fino alla fine di ottobre 2025, per quasi 19 anni, ha diretto il Centro di Documentazione e Studio del Pontificato di Giovanni Paolo II a Roma, gestito dalla Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II. Presidente della Giuria del Premio è il Cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Nel corso dei due giorni di lavori, il Cardinale Grzegorz Ry? ha sottolineato che nei prossimi mesi desidera conoscere la Fondazione “in spirito sinodale”, discernere in profondità la sua missione e adeguare gli orientamenti della sua attività alle esigenze contemporanee, in conformità con la missione statutaria, che consiste nella cura per la conservazione, la trasmissione e lo sviluppo dell’insegnamento e dell’eredità del Papa Wojty?a, nell’impegno a favore degli studenti, nel sostegno alla cultura cristiana nello spirito dei valori cari a Giovanni Paolo II e nella cura per i pellegrini. Aci 17

 

 

 

 

 

 

 

Referendum giustizia: nessuna indicazione di voto dalla Cei, ma un criterio per scegliere

 

Dopo le polemiche sull’introduzione del card. Zuppi al Consiglio permanente, la Cei ha chiarito la propria posizione sul referendum sulla giustizia: nessuna indicazione di voto, ma un richiamo ai principi e alla partecipazione. Su questioni opinabili la Chiesa offre criteri, non schieramenti. La maturità democratica dei cattolici passa dal discernimento, non dall’attesa di istruzioni - di Riccardo Benotti

In un tempo in cui tutto viene tradotto in appartenenza, anche le parole della Chiesa finiscono inevitabilmente dentro una logica binaria: con noi o contro di noi. È accaduto anche in queste settimane, dopo l’introduzione del card. Matteo Zuppi al Consiglio permanente della Cei, letta da molti come un orientamento di voto sul referendum costituzionale sulla giustizia. Al punto da rendere necessaria una nota esplicativa.

Ma davvero siamo di fronte a una scelta di campo?

Se si leggono integralmente le parole pronunciate, si trova un richiamo a principi: l’equilibrio tra i poteri dello Stato, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, l’eredità dei padri costituenti. Non si trova un’indicazione di voto. Non si trova un “sì” né un “no”. Si trova un criterio.

È una differenza sostanziale.

La Chiesa, quando interviene su questioni istituzionali, richiama fondamenti. Non entra – salvo casi che toccano direttamente principi morali fondamentali – nella scelta tecnica tra modelli alternativi. Lo stesso diritto canonico ricorda che su materie opinabili i fedeli godono di legittima libertà (cfr. can. 227) e che non ogni opzione politica può essere presentata come dottrina della Chiesa. Il referendum sulla giustizia rientra in questo ambito: non riguarda un principio non negoziabile, ma un assetto istituzionale sul quale possono esistere valutazioni differenti.

Il punto decisivo dell’introduzione non è l’esito del voto, ma la partecipazione. In un clima di disaffezione e astensionismo, l’invito a “recarsi alle urne” non è un dettaglio. È un richiamo alla corresponsabilità democratica. In un Paese in cui la partecipazione si assottiglia, questo è già un messaggio politico nel senso più alto del termine: non partitico, ma civico.

È vero: la partecipazione a incontri promossi da associazioni o movimenti che portano avanti una delle opzioni referendarie può alimentare la percezione di uno schieramento. Ma la distinzione tra l’organismo collegiale della Cei e la libertà personale di un singolo pastore resta essenziale. Non ogni intervento individuale diventa linea ufficiale. Confondere i piani significa leggere la Chiesa come se fosse un partito, con disciplina interna e indicazioni vincolanti. Non è così.

Il problema, forse, sta altrove. Viviamo in un contesto in cui ogni parola viene immediatamente tradotta in allineamento. Se richiami l’equilibrio dei poteri, sei contro la riforma. Se parli di riforma, sei contro l’equilibrio. È una semplificazione che impoverisce il dibattito pubblico e rende impossibile un discorso fondato sui criteri.

La tradizione recente della Cei mostra una linea costante: intervenire sui principi, non sulle soluzioni tecniche; richiamare il bene comune, non sostituirsi al discernimento dei laici; invitare alla partecipazione, non dettare l’esito.

Forse il vero nodo è proprio questo. La maturità democratica dei cattolici non consiste nell’attendere istruzioni, ma nel formare una coscienza informata. La Chiesa non abdica al suo compito quando non indica un voto; al contrario, lo esercita fino in fondo quando educa al discernimento.

Ridurre tutto a una scelta di campo significa non riconoscere questa differenza. E significa, ancora una volta, chiedere alla Chiesa di essere ciò che non è: un attore di parte in una competizione politica.

Le parole pronunciate non chiedevano di votare in un modo. Chiedevano di votare responsabilmente. È meno spettacolare. Ma è più esigente. Sir 16

 

 

 

 

 

 

 

Papa Leone XIV denuncia: "Non tutte le vite sono rispettate allo stesso modo"

 

Il Papa stamane ha ricevuto i partecipanti all’Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita - Di Marco Mancini

Città del Vaticano. "In un mondo segnato dai conflitti, che consumano enormi risorse economiche, tecnologiche e organizzative nella produzione di armi e di altri tipi di equipaggiamento militare, non è mai stato così importante dedicare tempo, persone e competenze alla salvaguardia della vita e della salute". Lo ha detto Papa Leone XIV, ricevendo stamane i partecipanti all’Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita.

Con la pandemia - ha ricordato - è "apparso evidente quanto reciprocità e interdipendenza sostengano la nostra salute e la nostra stessa vita. Studiare questa interdipendenza richiede il dialogo tra diversi ambiti del sapere: medicina, politica, etica, management e altri ancora. La nostra responsabilità consiste non solo nell’adottare misure per curare le malattie e garantire un accesso equo alle cure, ma anche nel riconoscere come la salute sia influenzata e promossa da una combinazione di fattori, che devono essere esaminati e affrontati nella loro complessità".

"Quando osserviamo l’aspettativa di vita e la qualità della salute nei diversi Paesi e gruppi sociali - ha proseguito Leone XIV - scopriamo enormi disuguaglianze. Esse dipendono da variabili quali il livello di reddito, il grado di istruzione raggiunto e il quartiere in cui si vive. Purtroppo, oggi siamo anche confrontati con guerre che colpiscono le strutture civili, inclusi gli ospedali, e che costituiscono tra gli attacchi più gravi che mani umane possano compiere contro la vita e la salute pubblica. Si dice spesso che la vita e la salute siano valori fondamentali per tutti, ma questa affermazione è ipocrita se, allo stesso tempo, ignoriamo le cause strutturali e le politiche che determinano le disuguaglianze. In realtà, nonostante dichiarazioni e prese di posizione contrarie, non tutte le vite sono rispettate allo stesso modo e la salute non è tutelata né promossa nello stesso modo per tutti".

Papa Leone ha poi ricordato la necessità di "rafforzare la comprensione e la promozione del bene comune, affinché non venga violato sotto la pressione di interessi particolari, individuali o nazionali. Il bene comune — uno dei principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa — rischia di rimanere una nozione astratta e irrilevante se non riconosciamo che esso è radicato nella promozione di relazioni strette tra le persone e nei legami tra i membri della società. È questo il terreno su cui può crescere una cultura democratica, capace di favorire la partecipazione e di coniugare efficienza, solidarietà e giustizia. Dobbiamo riscoprire l’atteggiamento fondamentale della cura come sostegno e vicinanza agli altri, non solo perché qualcuno è nel bisogno o malato, ma perché sperimenta la vulnerabilità, quella vulnerabilità che è comune a tutti gli esseri umani. Solo così potremo sviluppare sistemi sanitari più efficaci e sostenibili, capaci di rispondere a ogni esigenza di salute in un mondo di risorse limitate e di ristabilire la fiducia nella medicina e nei professionisti sanitari, nonostante eventuali disinformazioni o scetticismo nei confronti della scienza". Aci 16

 

 

 

 

 

 

 

Papa a Regina Pacis: “Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia”

 

Il Papa ha visitato la prima parrocchia romana dall'inizio del pontificato. Da Ostia l'invito ad impegnarsi per la pace, in un momento in cui "molte nubi ancora oscurano il mondo". M.Michela Nicolais

“Un raggio di luce nel cielo plumbeo della guerra”. Così Leone XIV ha definito la parrocchia di Santa Maria Regina Pacis a Ostia Lido, oggetto della sua prima visita pastorale ad una parrocchia romana dall’inizio del pontificato. Centodieci anni dopo la costruzione di una parrocchia intitolata a Maria Regina della Pace, per volere di Benedetto XV durante la prima guerra mondiale, Leone ha descritto il tragico panorama attuale esortando ad opporre alla logica della guerra la “forza disarmante della mitezza”, in un tempo in cui “molte nubi oscurano ancora il mondo, con il diffondersi di logiche contrarie al Vangelo, che esaltano la supremazia del più forte, incoraggiano la prepotenza e alimentano la seduzione della vittoria ad ogni costo, sorde al grido di chi soffre e di chi è indifeso”.

Il Papa è arrivato nel grande piazzale antistante la parrocchia che guarda al mare intorno alle 16. Al suo arrivo ha incontrato, nel campo dietro la chiesa, i bambini del catechismo e i giovani e, in palestra, gli anziani, gli ammalati, i poveri e i volontari della Caritas. “La speranza siete voi!”, le parole a braccio rivolte ai giovani: “E dovete riconoscere che nel vostro cuore, nella vostra vita, nella vostra gioventù c’è speranza, per oggi e domani. Speriamo che questi momenti che vivremo insieme siano veramente fonte di pace, di gioia, di felicità per tutti noi, per tutta la comunità di Ostia”. Alle 17 l’inizio della messa, al termine della quale Leone XIV ha incontrato il Consiglio pastorale in una sala della parrocchia.

“Opponiamo a questa deriva la forza disarmante della mitezza, continuando a chiedere pace, e ad accoglierne e coltivarne il dono, con tenacia e umiltà”, l’appello del Papa.

“Non è difficile possedere la pace”, la citazione di Sant’Agostino: “Se la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica”. “E questo perché la nostra pace è Cristo, che si conquista lasciandosi conquistare e trasformare da lui, aprendogli il cuore, e aprendolo, con la sua grazia, a quanti lui stesso pone sul nostro cammino”, ha spiegato il Pontefice: “Fatelo anche voi, giorno per giorno. Fatelo insieme, come comunità, con l’aiuto di Maria, Regina della Pace”.

 “La legge donata da Dio al suo popolo non è in contrasto con la sua libertà, ma al contrario è la condizione per farla fiorire”, l’esordio dell’omelia. “Vedere nei comandamenti del Signore non una legge oppressiva, ma la sua pedagogia per l’umanità che va cercando pienezza di vita e di libertà”, l’invito di Leone XIV, che ha citato l’incipit della Gaudium et spes, definito “una delle espressioni più belle del Concilio Vaticano II, in cui si sente quasi palpitare il cuore di Dio attraverso il cuore della Chiesa”. “Questa profezia di salvezza si effonde in modo sovrabbondante nella predicazione di Gesù, che inizia sulle rive del lago di Galilea con l’annuncio delle Beatitudini e prosegue mostrando il senso autentico e pieno della legge di Dio”, ha commentato il Pontefice. Quest’ultima, per Leone, consiste in “una fedeltà a Dio fondata sul rispetto e sulla cura dell’altro nella sua sacralità inviolabile, da coltivare, prima ancora che nei gesti e nelle parole, nel cuore”: “E’ lì, infatti, che nascono i sentimenti più nobili, ma anche le profanazioni più dolorose: le chiusure, le invidie, le gelosie, per cui chi pensa male del proprio fratello, nutrendo sentimenti cattivi nei suoi confronti, è come se nel proprio intimo lo stesse già uccidendo”.

“Chiunque odia il proprio fratello è omicida”, ha ribadito il Papa. “Quanto sono vere queste parole!”, ha commentato: “E quando anche a noi succedesse di giudicare gli altri e di disprezzarli, ricordiamoci che il male che vediamo nel mondo ha le sue radici proprio lì, dove il cuore diventa freddo, duro e povero di misericordia”.

“Lo si sperimenta anche qui, a Ostia, dove pure, purtroppo, la violenza esiste e ferisce, prendendo piede talvolta tra i giovani e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze”, il riferimento allo scenario attuale: “oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui con metodi illegali e immorali”. “Di fronte a tali fenomeni invito tutti voi, come comunità parrocchiale, uniti alle altre realtà virtuose che operano in questi quartieri – l’esortazione rivolta ai presenti – a continuare a spendervi con generosità e coraggio per spargere nelle vostre strade e nelle vostre case il buon seme del Vangelo”.

“Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia”, ha raccomandato Leone: “Al contrario diffondete rispetto e armonia, cominciando col disarmare i linguaggi e poi investendo energie e risorse nell’educazione, specialmente dei ragazzi e della gioventù”. “Che in parrocchia possano imparare l’onestà, l’accoglienza, l’amore che supera i confini”, l’auspicio per i giovani: “imparare ad aiutare non solo quelli che ricambiano e salutare non solo quelli che salutano, ma ad andare verso tutti in modo gratuito e libero; imparare la coerenza tra la fede e la vita, come ci insegna Gesù, quando dice: ‘Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono’”. Sir 15

 

 

 

 

Gesù non ci lascia soli. VI Domenica del Tempo Ordinario

 

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Carpi. Nel brano di Vangelo di questa domenica, Gesù ci dice quali sono le opere buone per le quali il discepolo deve risplendere davanti al mondo. Dio, nell’Antico Testamento, aveva fatto conoscere la sua volontà attraverso la Legge e i Profeti. Ora, attraverso Cristo noi abbiamo la possibilità di conoscere la definitiva rivelazione di Dio. Gesù non è un rivoluzionario che vuole cambiare tutto e ripartire da zero, come se il passato non esistesse, ma vuole portare a compimento, a perfezione ciò che già esiste. Per spiegare il suo modo di agire Egli si serve di alcuni casi concreti che toccano le relazioni tra le persone, il matrimonio e il giuramento.

Prendiamo, dunque, in esame quanto il Signore dice al riguardo.

Il Signore ci dice che l’uomo vero, cioè l’uomo che vive la comunione con Lui, non si accontenta, nei suoi rapporti con gli altri, di non uccidere, ma combatte l’ira. Che cosa è l’ira? E’ quel sentimento che ci porta a nutrire risentimento, astio, rancore, odio verso il fratello. Occorre evitare non solo l’azione cattiva, ma anche la cattiveria nel cuore e le parole offensive. Gesù chiede al discepolo di comportarsi come Dio si comporta con noi, il quale non si stanca mai di cercarci e di prendere l’iniziativa della riconciliazione.

La stessa cosa vale per il matrimonio. Affrontando la questione del divorzio, Gesù cita un testo tratto dall’Antico Testamento (Deut. 24.1), che offriva la possibilità di divorziare. Ma non si ferma lì. Egli va oltre. Riporta il matrimonio all’intenzione, al progetto originario di Dio e riafferma – al di là di ogni accomodamento umano -- che la comunione di vita tra un uomo e una donna sancita dal patto coniugale è un bene inalienabile, di cui bisogna avere cura, che occorre custodire e conservare. Gesù, dunque, riafferma la indissolubilità del matrimonio, la quale, per chi ama, non è una catena che imprigiona, ma un modo di amare come ama Dio. Dio, infatti, non abbandona, “non divorzia” mai dall’uomo.

Infine, l’ammonimento di Gesù sul giuramento è un invito alla sincerità e verità. Il nostro parlare deve essere talmente vero da non aver bisogno di giuramenti.

Queste richieste di Gesù, riconosciamolo, ci sembrano assurde, impossibili da mettere in pratica, da vivere. Ma è importante ricordare due cose fondamentali. La prima: Mosè parlava in nome di Dio; Gesù, invece, parla con l’autorità di Dio stesso. Per questo i suoi ascoltatori rimanevano stupiti: egli insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi (Mc 1,22). La sua parola quindi va accolta con amore e gratitudine.  La seconda: Gesù non ci lascia soli. Colui che ci chiede tanto è lo stesso che ci dona tutto. Nel Battesimo ci ha dato una vita nuova. Nell’Eucaristia ci nutre della sua stessa vita divina. Nel perdono ci rialza ogni volta che cadiamo. Lo Spirito Santo lavora in noi, lentamente, pazientemente, trasformando il nostro cuore di pietra in un cuore di carne. Pertanto, diventiamo capaci di vivere “divinamente”. Ciò che umanamente è  impossibile diventa, dunque, possibile per Grazia.

Chiediamo allora al Signore non di abbassare l’asticella del Vangelo, ma di allargare il nostro cuore. Perché solo un cuore trasformato dall’amore può vivere la bellezza e la radicalità della sua Parola. Aci 15

 

 

 

 

 

 

 

Ucsi. Rieletto Vincenzo Varagona: da Torino un’informazione per la pace

 

Vincenzo Varagona e il suo secondo mandato da presidente dell’Unione cattolica stampa italiana - Di Simone Baroncia

Torino. Il congresso nazionale dell’Ucsi, che si è svolto al Sermig di Torino nelle scorse settimane, ha eletto Vincenzo Varagona nel suo secondo mandato da presidente dell’Unione cattolica stampa italiana. Accanto a lui i tre vicepresidenti dell’associazione Domenico Interdonato, Antonello Riccelli, Maria Luisa Sgobba. Inoltre della nuova giunta fanno parte anche Paola Springhetti (segretaria), Alessandro Zorco (amministratore), Giuseppe Delle Cave, Paolo Lambruschi, Alberto Lazzarini, Luisa Pozzar.

Mentre il congresso ha eletto anche il nuovo Consiglio nazionale dell’associazione: Claudio Baccarin (Veneto), Giustino Basso (Trentino – Alto Adige), Elisa Battista (Piemonte), Sara Bessi (Toscana), Rita D’Addona (Molise), Danijel Devetak (Friuli Venezia Giulia), Francesca Di Palma (Liguria), Giuseppe Longo (Basilicata), Elena Lovascio (Umbria), Andrea Pala (Sardegna), Mariangela Parisi (Campania), Francesco Pira (Sicilia), Laura Simoncini (Sicilia), Angela Trentini (Abruzzo), Daniela Verlicchi (Emilia Romagna).

Infine nel Collegio dei Garanti ci saranno invece Giovanni Bucchi (Emilia Romagna), Antonio Foti (Sicilia), Giulia Pigliucci (Lazio). Il Collegio dei Revisori dei Conti è composto da Salvatore Catapano (Puglia), Giovanni Corso (Sicilia), Flaminia Vittoria Marinaro (Lazio), Piero Chinellato (Marche), Eugenio Montesano (Basilicata).

A conclusione del congresso è stato approvato il documento conclusivo del Congresso, che ha espresso un giudizio positivo sul quadriennio trascorso ed ha invitato a proseguire con continuità, con particolare attenzione al coinvolgimento dei giovani e agli investimenti nella comunicazione digitale e nell’intelligenza artificiale, da utilizzare con responsabilità e sempre dichiarandone l’impiego, ribadendo l’identità professionale ed ecclesiale dell’Ucsi, il valore del lavoro in rete, la centralità della formazione e dell’advocacy, delineando un’Ucsi chiamata a essere presenza culturale e segno di speranza nella comunità:

“Il Congresso conferma la lunga tradizione di lavoro e ricerca nel campo del servizio pubblico radiotelevisivo, del diritto dei giornalisti di informare e della gente di essere informata: diritti e doveri compromessi dalla prevalenza di poteri forti, a livello nazionale e internazionale, che mettono a serio rischio l’informazione libera e la stessa democrazia.

Il congresso ribadisce il primato di quei percorsi che possono incoraggiare la solidarietà e la condivisione anche tra soggetti provenienti da storie, culture e ambiti diversi. Dall’esperienza al Sermig esce la profonda esigenza di conversione degli stili di vita con l’uso di ‘parole disarmate e disarmanti’, invito che ci arriva direttamente da papa Leone XIV”.

Al Riconfermato presidente dell’UCSI, Vincenzo Varagona, chiediamo innanzitutto per quale motivo l’UCSI ha scelto il Sermig per parlare di informazione e di comunicazione: “Già prima del Covid Ucsi aveva in mente di celebrare il suo congresso al Sermig. La pandemia ce lo ha impedito. Oggi scegliere l’Arsenale della pace è stato un imperativo, più che un’opzione. L’Ucsi non contribuirà a silenziare l’impegno per la pace e chi non si stanca (come papa Francesco e papa Leone XIV) di dire, ma direi urlare, che non esiste guerra che porti alla pace”.

In quale modo l’UCSI è presenza viva nelle Chiese locali?

“Anche nella Chiesa stessa c’è un significativo problema di comunicazioni, sia interna, sia esterna. Molto spesso tra gli stessi soggetti incaricati di lavorare per la comunicazione (uffici comunicazione sociale, media diocesani) c’è difficoltà di comunicazione. All’esterno, non so quanto le ingenti risorse investite (in flessione, comunque) ottengono i risultati sperati. Occorre, quindi, animare una piccola rivoluzione. Noi la stiamo suggerendo, facendo cambiare pelle alla stessa Ucsi, speriamo che in giro si faccia altrettanto”.

More request, more sources (Più domande, più fonti); More time (Più tempo per approfondire); More languages, more points of view (Più linguaggi, più punti di vista); More legal protections, rights, freedom (Più tutele, diritti e libertà); More humanity (Più umanità) è l’obiettivo dell’UCSI: in cosa consistono queste ‘5M’?

“E’ un brand. In realtà niente di rivoluzionario, anche se diventa rivoluzionario in relazione a quanto sta accendo. L’informazione è evidentemente in crisi e cerca strade per uscirne. Le 5W non bastano più e allora abbiamo rovesciato la W che diventa una M che sta per l’inglese 'more’, indicando cosa manca per ristabilire quel rapporto di fiducia e credibilità fra mondo dell’informazione ed opinione pubblica: più diritti, più tempo, più linguaggi, più fonti, soprattutto più umanità. Papa Francesco per anni ci ha suggerito più empatia, più ascolto con l’orecchio del cuore, più assenza di giudizio. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda”.

L’informazione può essere azione culturale?

“Abbiamo percorso in questi anni l’Italia in lungo e in largo proponendo momenti di formazione che costituiscono naturalmente azione culturale. Ci siamo connessi con il Constructive Network che propone uno stile diverso nel fare informazione, con lo sforzo di disegnare un contesto accanto al tema affrontato, verificando le soluzioni possibili al problema e indicando anche quelle che non hanno funzionato. Abbiamo anche indicato la strada del counseling, disciplina che lavora sulle relazioni umane e sulle consapevolezze, sia personali che professionali. Organizziamo incontri nelle scuole, con studenti e giornalisti. Ci sono, ovunque, risposte molto interessanti”.

L’informazione è capace di custodire voci e volti umani?

“Oggi, non lo so. Basta leggere alcuni giornali, vedere alcuni telegiornali, davvero non lo so. Può esserlo? Credo proprio di sì. Cambiando pelle, però. L’Ucsi lo sta facendo. C’è chi si è stupito, a Torino, nel vedere molti giovani e molte donne. C’è chi è rimasto un pò frastornato dal nuovo logo, decisamente moderno, che indica sostanzialmente due cose: Ucsi non è solo stampa cattolica, ma è formata da giornalisti e comunicatori cattolici che lavorano in tutti i media esistenti. Inoltre la U di Ucsi è proposta in modo tale da identificare l’aspirazione a una nuova relazione fra mondo dell'informazione. Ci crediamo molto”.

Nel messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali, ‘Custodire voci e volti umani, papa Leone XIV ha invitato a non rinunciare al proprio pensiero: quale compito ci attende?

“ Papa Francesco ci invitava a modificare l’ordine delle notizie, per dare voce a chi non ha voce. Papa Leone XIV ci invita a non rinunciare al nostro pensiero. Ebbene chiarire innanzitutto quale sia il nostro pensiero. Credo che una delle priorità, in questo momento della storia, sia relativa alla pace. Uno dei disastri informativi negli ultimi tempi sia stato il silenziamento dei due papi e di chiunque osasse dire che la guerra non è certo organizzata allo sviluppo del pianeta. Per andare contro corrente occorre coraggio, anche perché c’è non il rischio, ma la certezza di essere travolti dalla ‘bestia’ della propaganda. Non è un caso che gli unici giornali che hanno deciso di opporsi sono cresciuti proprio in termini di fiducia e credibilità. La strada è questa”. Aci 14

 

 

 

 

 

 

 

Messaggio per la Quaresima. Leone XIV: “disarmare il linguaggio in politica e nei media”

 

Nel messaggio per la Quaresima, il Papa esorta ancora una volta a "disarmare il linguaggio", "perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell'altro" – di M.Michela Nicolais

“Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie”. E’ l’invito di Leone XIV, nella parte centrale del messaggio per la Quaresima, in cui parlando di una delle pratiche tradizionali del periodo di preparazione alla Pasqua – il digiuno – si sofferma su “una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo”.

“Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza”, la controproposta del Papa: “in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”.

“Affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, dev’essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà”, l’altra indicazione papale, perché “non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio”. “In quanto segno visibile del nostro impegno interiore di sottrarci, con il sostegno della grazia, al peccato e al male, il digiuno deve includere anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio – osserva il Pontefice – poiché solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana”. In quanto “pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”, il digiuno serve “a discernere e ordinare gli ‘appetiti’, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.

L’astensione dal cibo, ricorda Leone XIV, “è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo fame e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento”. Il digiuno, scrive ancora il Papa sulla scorta di Sant’Agostino, “ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene”.

L’ascolto e i poveri. L’itinerario quaresimale, per Leone, comincia dall’ascolto della Parola nella liturgia, che “ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta”. Nel messaggio, Leone XIV cita l’esperienza di Mosè nel roveto ardente e la “storia di liberazione” del popolo di Israele, che inizia con l’ascolto del grido dell’oppresso. “Entrare in questa disposizione interiore di recettività significa lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come lui, fino a riconoscere che la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa”, commenta Papa Prevost.

Insieme. “Le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale”, la raccomandazione finale . In questo orizzonte, “la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità

assetata di giustizia e riconciliazione”.

“Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro”, l’invito che riprende la riflessione centrale del messaggio: “E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”. Sir 13

 

 

 

 

 

Quaresima: “Un digiuno che attraversi anche la lingua”

 

“Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione” - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. “La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno”. Queste parole sono il cuore del Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026 sul tema “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”.

Reso noto oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede nel Messaggio il Pontefice chiede di lasciarci raggiungere dalla Parola e di accoglierla “con docilità di spirito.”

Il primo verbo che ci consegna Papa Leone è “ascoltare”. “Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro”, scrive il Papa nel suo Messaggio.

“È un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta”, aggiunge Papa Leone XIV.

Poi il verbo digiunare. “Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame” e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”, sottolinea il Papa.

Ma il Pontefice quando parla di digiuno non intende solo quello che riguarda il cibo. “Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie”, aggiunge Papa Leone.

“Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”, dice il Papa.

L’ultima parola non è un verbo, ma si identifica in “insieme”. Perché la “Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno”.

“Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale. In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione. ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro”, conclude il Pontefice. Aci 13

 

 

 

 

 

Appello dei vescovi di Italia, Francia, Germania e Polonia: “L’Europa riscopra la sua anima”

 

I presidenti delle Conferenze episcopali di Italia, Francia, Germania e Polonia firmano un documento congiunto che richiama l’eredità dei padri fondatori e la vocazione cristiana del continente. In un mondo “lacerato da guerre e violenza”, i vescovi invitano i credenti a impegnarsi per un’Europa solidale, aperta e capace di dialogo. Al centro, l”invito di Papa Leone XIV a essere “pellegrini di speranza” - di Riccardo Benotti

“È bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme!”. Parte da queste parole di Papa Leone XIV, pronunciate a conclusione del Giubileo della Speranza, l’appello firmato dai presidenti delle Conferenze episcopali di Italia, Francia, Germania e Polonia. Il documento, intitolato “Cristiani per l’Europa. La forza della speranza” e diffuso oggi, richiama l’urgenza di una rinnovata responsabilità dei credenti per il futuro del continente. “Viviamo in un mondo lacerato e polarizzato da guerre e violenza”, scrivono i vescovi: “Molti nostri concittadini sono angosciati e disorientati. L’ordine internazionale è minacciato”. Di fronte a questo scenario, l’Europa è chiamata a “riscoprire la sua anima” per offrire “il suo indispensabile apporto al bene comune”. A firmare l’appello sono il card. Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e presidente della Conferenza episcopale francese, il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, mons. Georg Bätzing, vescovo di Limburgo e presidente della Conferenza episcopale tedesca, e mons. Tadeusz Wojda, arcivescovo di Danzica e presidente dei vescovi polacchi.

I padri fondatori e la responsabilità cristiana

Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi furono tra i protagonisti della ricostruzione europea dopo la Seconda guerra mondiale. Provenienti da tradizioni cattoliche radicate, concepirono l’integrazione del continente non come progetto ideologico, ma come scelta politica ispirata alla riconciliazione, alla solidarietà e alla centralità della persona. La loro visione contribuì alla nascita delle prime istituzioni sovranazionali, ponendo le basi dell’attuale Unione europea.

Il richiamo ai padri fondatori e alla Dichiarazione Schuman

Il documento ripercorre le radici cristiane del progetto europeo, ricordando che “dopo le civiltà ellenistica e romana, il cristianesimo è stato uno dei fondamenti essenziali del nostro continente” e “ha plasmato in larga misura il volto di un’Europa umanista, solidale e aperta al mondo”.

“Ispirati dalla loro fede cristiana, non erano ingenui sognatori, ma gli architetti di un edificio magnifico, seppur fragile”, sottolineano, citando san Giovanni Paolo II: “Poiché amavano Cristo, amavano anche l’umanità e si impegnarono per unirla”. L’appello riprende le parole della Dichiarazione che nel 1950 portò alla creazione della Ceca, primo passo verso l’Unione europea: “L’Europa non si farà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto”. Centrale anche il monito contro i nazionalismi, con le parole di De Gasperi: “Il nazionalismo esacerbato è una forma di idolatria: colloca la nazione al posto di Dio e contro l’umanità”. “L’Europa unita non è nata contro le patrie, ma contro i nazionalismi che le hanno distrutte”, ricordava lo statista trentino. I vescovi avvertono: “L’Europa non può essere ridotta a un mercato economico e finanziario, pena il tradimento della visione iniziale dei suoi padri fondatori”.

L’impegno dei cristiani per la fraternità universale

Il testo guarda al presente con realismo: “Un quadro internazionale sta morendo e uno nuovo deve ancora nascere”. L’Europa, “nel rispetto dello stato di diritto e rifiutando le logiche esclusiviste dell’isolazionismo e della violenza”, dovrà optare “per la risoluzione sovranazionale dei conflitti” e restare “sempre pronta a riprendere il dialogo, anche in casi di conflitto, e adoperarsi per la riconciliazione e la pace”. I vescovi riprendono le parole di Papa Francesco sul “cambiamento epocale” in atto, citando il discorso per il Premio Carlo Magno del 2016: “Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro, che arsero nel cuore dei padri fondatori del progetto europeo”. Francesco indicava anche il compito della Chiesa: “Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa”, attraverso “l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù”.

L’appello si chiude con un invito all’impegno concreto: “Il mondo ha bisogno dell’Europa”, scrivono i quattro presidenti, richiamando le parole di Robert Schuman: “Vissuta come impegno disinteressato al servizio della città, al servizio dell’uomo, la politica può diventare un impegno d’amore verso il proprio simile”. In nome della loro fede, concludono, “i cristiani sono chiamati a condividere con tutti gli abitanti del continente europeo la loro speranza di una fraternità universale”. Sir 13

 

 

 

 

 

Migranti, l'arcivescovo Perego: il Ddl tutela prima i confini e poi le persone

 

Il presidente di Migrantes e della Commissione Episcopale per le migrazioni della CEI, interviene sull’approvazione del testo da parte del Consiglio dei ministri italiano, ricordando che la Chiesa resta “vicina alle persone in cammino” continuando “a costruire ponti dove si vuole costruire muri” - di Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

Il principio di fondo di questo, e anche degli altri decreti sicurezza in materia di migrazione, “è prima i confini e poi le persone, prima la tutela dei confini e poi la tutela delle persone”. Monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della Fondazione Migrantes, commenta il via libera in Italia, ieri, da parte del Consiglio dei ministri, al disegno di legge sull’immigrazione. 17 articoli che riguardano nuove misure e disposizioni per l’attuazione del Patto Ue sulla Migrazione e l’asilo, ma che di fatto sono in piena “contraddizione con l'articolo dieci della Costituzione che dice che lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica”.

La Chiesa costruisce ponti

In un tempo di chiusura delle politiche nazionali ed europee, spiega l’arcivescovo ricordando l’Esortazione apostolica di Leone XIV, Dilexi te, la Chiesa non può che continuare a rimanere vicina alle persone in cammino e a costruire ponti dove si vogliono invece costruire muri. “Il decreto – spiega Perego ai media vaticani - era già in stato di avanzata composizione quando sono uscite ieri le indicazioni del patto dell'immigrazione e dell'asilo riguardanti i Paesi sicuri e il Paese terzo sicuro, che sono state inserite soltanto per sottolineare ulteriormente questa volontà di esternalizzare anche la tutela del diritto d'asilo”.  E dunque, si chiede il presidente di Migrantes, “perché nel comunicato stampa del Governo si parla addirittura di blocco navale, se non si può neanche entrare in un Paese, come potrà essere tutelata la sua domanda d'asilo?”. Senza contare tutta un’altra serie di “gravi limitazioni”, come quella della libertà personale dei richiedenti asilo e il conseguente uso degli hotspot e dei Centri di Accoglienza Straordinaria. E poi, ancora, “c'è un restringimento per quanto riguarda i ricongiungimenti familiari, con una serie di condizioni che rendono pressoché impossibile poterlo fare all'interno delle domande d'asilo. C'è un indebolimento della tutela dei minori. C'è un'accelerazione nell'esame della domanda senza la possibilità di avere il gratuito patrocinio come era già stato stabilito nel decreto precedente”. Si tratta dunque di una serie di limitazioni che “fanno del Mediterraneo sostanzialmente un muro, il che è anche per le frontiere terrestri perché ciò che si dice per il Mediterraneo vale anche per le frontiere terrestri”.

L’importanza della società civile

Un altro rischio che Perego paventa è che “alcune persone possano essere fermate al confine dell'Europa e inviate, in questo caso per quanto riguarda le navi italiane, direttamente in Albania, senza neanche conoscere la situazione di queste persone”. Altra grave limitazione il fatto di non “avere la possibilità di entrare nei Cpr come religiosi, come volontari, per capire se vengono tutelati alcuni diritti fondamentali, poiché nei Cpr entreranno soltanto i membri del governo e i membri del Parlamento”. Ma la società civile, è l’appunto, “non può essere estromessa da una qualsiasi tutela anche del diritto d'asilo, come non possono essere estromesse dalla tutela di chi è in mare le navi della cooperazione e le navi delle Ong del Mediterraneo”.

La denuncia delle Ong

Le ong da parte loro denunciano come le “nuove misure non puntano a governare i flussi ma a colpire navi umanitarie”, con il risultato di “aumentare il numero di chi perde la vita in mare”. È in una nota congiunta che Alarm Phone, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, ResQ People Saving People, Sea-Watch, Sos Humanity e Sos Mediterranee, definiscono il disegno di legge “un grave arretramento nella tutela dei diritti fondamentali”, nonché “una compressione del diritto di asilo”. Il che, interviene Perego, “è vero. Perché se la società civile non può essere presente attraverso le Ong nel Mediterraneo per salvare e tutelare le persone, per proteggere le persone che sono in fuga, chi farà questo lavoro? Ed è chiaro che molti moriranno senza neanche essere conosciuti e senza neanche che la società civile possa conoscere il dramma che si vive nel Mediterraneo”. Tenendo anche presente che nel decreto si rafforzano i patti con i Paesi dall’altra parte del Mediterraneo per non far partire le persone, “e quindi – precisa Perego – la situazione grave che vediamo in Libia si può ulteriormente aggravare per chi ha diritto a una richiesta d'asilo e a mettersi in viaggio”.

L’assenza di proposte positive

Ciò che manca del tutto, prosegue Perego, è una qualunque proposta in ordine “a corridoi umanitari rafforzati, a canali legali di ingresso, a tutela dei minori, dei più fragili”, inoltre non vi è alcun riferimento al “rafforzamento dell’accoglienza, alla tutela di chi è nei Cas, alla possibilità di lavoro per queste persone”. Non ci sono riferimenti a “migliorare la situazione di chi viene accolto e quindi è chiaro che l'indicazione che viene da questo, come dagli altri decreti sicurezza, è di creare muri, di rifiutare, di non tutelare anziché di tutelare un diritto che è fondamentale”.

La posizione dell’Ue

L’Italia, è l’amara analisi di Perego, ha probabilmente perso “un'occasione importante per una revisione anche del sistema asilo, che sia maggiormente a tutela delle persone e che permetta maggiormente, oltre che l'accoglienza e la tutela, anche la valorizzazione delle persone e l'integrazione”. Così come un segnale negativo arriva dall’Europa, conclude l’arcivescovo presidente di Migrantes, poiché l’indicazione che arriva dal Patto Ue sulla migrazione e l’asilo che entrerà in vigore da giugno è quella di voler spostare “l'attenzione sul Paese da cui proviene una persona e non sulla persona, come dice anche la Costituzione italiana e come recitano anche gli articoli della Costituzione europea. Non si pone l'attenzione sullo straniero che deve essere garantito e che ha diritto d'asilo, e questo è gravemente lesivo e, oltre che essere anticostituzionale, è certamente immorale”. Migr. 12

 

 

 

 

 

Nuove norme Ue su diritto d’asilo. Il commento del card. Zuppi

 

“C’è sicurezza quando c’è accoglienza”. Così il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha risposto oggi – come riporta l’agenzia SIR – alle domande dei giornalisti sul via libera del Parlamento europeo e della Commissione europea alla lista dei Paesi sicuri di provenienza dei migranti e agli hub esterni, temi contenuti anche nel disegno di legge che sarà oggi pomeriggio all’esame del Consiglio dei ministri, che prevede disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo.

“C’è la necessità della gestione di un fenomeno epocale, gigantesco anche per i numeri, per quello che comporta, e quindi bisogna saperlo gestire insieme – ha affermato il card. Zuppi –. Molte volte non si è gestito, si è soltanto subìto. Bisogna gestirlo guardando avanti, al futuro, mettendo al centro la persona, coniugando la sicurezza con l’accoglienza. Crediamo che le due dimensioni siano complementari”.

Sulle novità provenienti dal Parlamento europeo si espresso anche il Tavolo asilo e immigrazione (Tai), che riunisce oltre 40 organizzazioni e associazioni che si occupano dei diritti dei rifugiati e richiedenti asilo: “Si tratta di un passaggio politico di estrema rilevanza – si legge in un comunicato stampa -, che segna un ulteriore e preoccupante arretramento delle garanzie previste per le persone che chiedono protezione internazionale nell’Unione europea. Le modifiche approvate rafforzano un’impostazione che svuota progressivamente il diritto d’asilo della sua dimensione individuale, sostituendo l’esame effettivo delle singole storie con presunzioni di sicurezza, automatismi e procedure accelerate”.

Le organizzazioni aderenti al Tai esprimono pertanto forte preoccupazione per un’evoluzione normativa “che mette a rischio il cuore del diritto d’asilo nell’Unione europea”; e chiedono “alle istituzioni europee e nazionali di fermare questo processo di smantellamento delle garanzie, di rispettare gli obblighi internazionali e di rimettere al centro la tutela dei diritti fondamentali delle persone in cerca di protezione”. Migr.on 11

 

 

 

 

 

 

Udienza. Leone XIV: “costruire una nuova unità del continente europeo”

 

Durante l'udienza di oggi, il Papa ha lanciato un appello a "superare tensioni, divisioni e antagonismi, religiosi e politici" in Europa, costruendo "una nuova unità" del nostro continente. Al centro della catechesi, il "legame profondo e vitale" tra la Parola di Dio e la Chiesa – di M.Michela Nicolais

Costruire “una nuova unità del continente europeo, per superare tensioni, divisioni e antagonismi, religiosi e politici”. E’ l’appello di Leone XIV, durante i saluti ai fedeli polacchi in Aula Paolo VI, oggi gremitissima di fedeli, tanto che molti di loro hanno trovato posto solo in piedi, nell’atrio dell’Aula, appositamente transennato, lungo il quale il Papa si è fermato a salutarli, prima di fare la stessa cosa, come di consueto, concedendosi all’abbraccio dei 7mila fedeli posizionati all’interno. Dopo aver percorso il corridoio centrale, Leone ha salito i gradini che lo conducono verso il palco e prima di cominciare la catechesi ha acceso una candela davanti alla statua della Madonna di Lourdes, nella Giornata mondiale del malato, soffermandosi in preghiera e cantando l’Ave Maria.

“Al termine dell’udienza mi recherò alla grotta di Lourdes nei Giardini vaticani – ha poi annunciato al termine dell’appuntamento del mercoledì – e accenderò un cero, segno della mia preghiera per tutti gli ammalati, che oggi, Giornata Mondiale del Malato, ricordiamo con particolare affetto”.

“La Chiesa non smette mai di riflettere sul valore delle Sacre Scritture”, che sono il suo “habitat”, l’esordio della catechesi, durante la quale il Papa ha continuato la riflessione sulla Dei Verbum, soffermandosi in particolare sul “legame profondo e vitale che esiste tra la Parola di Dio e la Chiesa”, a partire dal Concilio. “Nella comunità ecclesiale la Scrittura trova l’ambito in cui svolgere il suo compito peculiare e raggiungere il suo fine: far conoscere Cristo e aprire al dialogo con Dio”, ha spiegato Leone XIV, che sulla scorta di San Girolamo ha ribadito che “l’ignoranza della Scrittura – infatti – è ignoranza di Cristo”. Lo scopo ultimo della lettura e della meditazione della Scrittura è infatti “conoscere Cristo e, attraverso di lui, entrare in rapporto con Dio, rapporto che può essere inteso come una conversazione, un dialogo. E la Costituzione Dei Verbum ci ha presentato la Rivelazione proprio come un dialogo, nel quale Dio parla agli uomini come ad amici. Questo avviene quando leggiamo la Bibbia in atteggiamento interiore di preghiera: allora Dio ci viene incontro ed entra in conversazione con noi”.

“La Sacra Scrittura, affidata alla Chiesa e da essa custodita e spiegata, svolge un ruolo attivo: con la sua efficacia e potenza dà sostegno e vigore alla comunità cristiana”, ha affermato Leone, che ha rivolto un appello preciso: “Tutti i fedeli sono chiamati ad abbeverarsi a questa fonte, anzitutto nella celebrazione dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti”. Secondo il Papa, infatti, “l’amore per le Sacre Scritture e la familiarità con esse devono guidare chi svolge il ministero della Parola: vescovi, presbiteri, diaconi, catechisti. Prezioso è il lavoro degli esegeti e di quanti praticano le scienze bibliche; e centrale è il posto della Scrittura per la teologia, che trova nella Parola di Dio il suo fondamento e la sua anima”.

“Viviamo circondati da tante parole, ma quante di queste sono vuote!”, ha esclamato il Pontefice: “A volte ascoltiamo anche parole sagge, che però non toccano il nostro destino ultimo”, il monito: “La Parola di Dio, invece, viene incontro alla nostra sete di significato, di verità sulla nostra vita. E’ l’unica Parola sempre nuova: rivelandoci il mistero di Dio è inesauribile, non cessa mai di offrire le sue ricchezze”. “Ciò che la Chiesa ardentemente desidera è che la Parola di Dio possa raggiungere ogni suo membro e nutrirne il cammino di fede”, ha ricordato il Papa: “Ma la Parola di Dio spinge la Chiesa anche al di là di sé stessa, la apre continuamente alla missione verso tutti”. “Vivendo nella Chiesa si impara che la Sacra Scrittura è totalmente relativa a Gesù Cristo, e si sperimenta che questa è la ragione profonda del suo valore e della sua potenza”, ha concluso Leone: “Cristo è la Parola vivente del Padre, il Verbo di Dio fatto carne. Tutte le Scritture annunciano la sua Persona e la sua presenza che salva, per ognuno di noi e per l’intera umanità. Apriamo dunque il cuore e la mente ad accogliere questo dono, alla scuola di Maria, Madre della Chiesa”. Sir 11

 

 

 

 

 

VI Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani: "Io invece non ti dimenticherò mai”

 

Con questa tema “si intende sottolineare come l’amore di Dio per ogni persona non venga mai meno"

Città del Vaticano. “Io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15) è il tema scelto da Papa Leone XIV per la VI Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani.

Reso noto dalla Sala stampa della Santa Dede il comunicato del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha sottolineato che con questo tema “si intende sottolineare come l’amore di Dio per ogni persona non venga mai meno, neanche nella fragilità della vecchiaia”.

“Tratto dal libro del profeta Isaia, il versetto scelto vuole essere un messaggio di consolazione e di speranza per tutti i nonni e gli anziani, specialmente per coloro che vivono nella solitudine o si sentono dimenticati. Allo stesso tempo, è un richiamo per le famiglie e le comunità ecclesiali a non dimenticarli, riconoscendo in loro una presenza preziosa e una benedizione”, riporta la nota.

La Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, istituita da Papa Francesco nel 2021, si celebra ogni IV domenica di luglio e si presenta “come un’occasione per far giungere agli anziani la vicinanza della Chiesa e per valorizzare il loro contributo nelle famiglie e nelle comunità”.

Quest’anno il Dicastero ricorda che la data coincide con la festa dei Santi Gioacchino ed Anna, domenica 26 luglio, e il Santo Padre invita a celebrare la Giornata con una liturgia eucaristica nella Chiesa Cattedrale di ogni singola diocesi.

“Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita esorta le Chiese particolari, le realtà associative e le comunità ecclesiali di tutto il mondo a trovare le modalità per valorizzare la Giornata nel proprio contesto locale e per questo metterà in seguito a disposizione alcuni appositi strumenti pastorali”, conclude il comunicato del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Aci 10

 

 

 

 

        

Festa di carnevale alla Missione di Kempten

 

Kempten. Numerosi i connazionali di Kempten e dintorni che il 7 Febbraio scorso  –accogliendo  l'invito   spedito  dalla  Missione  Cattolica Italiana  di Kempten, pubblicato anche nella pagina e nei social della Missione – si sono incontrati nella spaziosa  sala parrocchiale di St. Anton  per festeggiare in sana allegria il Carnevale 2026.

La gioiosa festa,  –come, ormai,  da tradizione– è iniziata alle 18:30, con il saluto di Padre Bruno Zuchowski, Rettore delle Missioni di Augsburg e Kempten,  dopo la S. Messa  prefestiva delle 17:00, da lui celebrata nella bella chiesa parrocchiale. Il Rettore,  dopo aver   ringraziato di nuovo gli intervenuti, ha approfittato dell'occasione per ricordare ai presenti alcune delle prossime iniziative della Missione, facendo riferimento anche al calendario con le attività annuali della Missione, inviato a tutte le famiglie di Kempten e dintorni; e  a disposizione del pubblico nell'ufficio della Missione. e in quello multifunzionale del Membro del Consiglio Parrocchiale Dr. Fernando Grasso. Dépliant in cui si possono leggere, appunto,  tutte le attività e celebrazioni in favore delle Comunità di Kempten, Kaufbeuren, Memmingen e Lindau, dal mese di Novembre 2025, fino al mese di Ottobre 2026, nonché gli orari d'ufficio della Missione.

Dopo l'intervento di Padre Bruno è stata la volta del Presidente del Consiglio Pastorale, Signor Giampiero Trovato, che, dopo aver dato anche lui il benvenuto ai presenti, e averli ringraziati  per aver aderito all'invito –da parte sua e da parte del Consiglio– ha presentato il programma della festa e ha annunciato una serie di divertenti giochi, rivolti soprattutto ai bambini, ma aperti anche agli adulti. Giochi e attività che lui ha diretto magistralmente,  spendendosi allegramente e generosamente durante tutta la serata,  coadiuvato attivamente  dalla sua consorte, la gentile Signora Gisella, dal figlio Ruben e dalla figlia Désirée e dai Signori: Ignazio Romano, Enrico Sciulli e Giuseppe Gugliuzzo, che hanno animato la serata con coinvolgenti momenti musicali.

Subito dopo ha preso la parola la  Segretaria della Missione, Signora Pina Baiano, (che, insieme con Trovato, ha moderato i vari momenti della Festa) e che, dopo aver salutato brevemente i presenti, si è dichiarata  –anche lei–   particolarmente compiaciuta per i numerosi presenti, giunti anche da città vicine, non mancando di ringraziare tutti coloro che offrono a lei e alla Missione il loro prezioso supporto. Come già in chiesa, sia la Segretaria Baiano che il Presidente Trovato hanno annunciato le imminenti elezioni per il rinnovo del Consiglio Pastorale; elezioni che avranno luogo il prossimo 28 febbraio, invitando, inoltre, i presenti interessati a candidarsi.

A questi indirizzi di saluto e avvisi  è seguito l'intervento del Dr. Fernando A. Grasso,   Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera, Presidente del locale Circolo ACLI, nonché Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten;  che, dopo aver rivolto ai presenti i suoi personali saluti, quelli delle ACLI e  quelli del Console Generale in Baviera, Dr. Sergio Maffettone, che alla fine di Febbraio lascerà Monaco per un altro  prestigioso incarico: Ambasciatore d'Italia nella Repubblica Dominicana, ha dato alcuni avvisi importanti, ribadendo la ferma volontà da parte dell'Amministrazione Consolare di continuare a svolgere  per il meglio e nel modo più celere possibile il disbrigo e l'emissione dei documenti richiesti dai Connazionali: come passaporti, carte d'identità, iscrizione all'AIRE, ecc. comunicando inoltre che le carte d'identità rilasciate agli utrasettantenni (per i quali esiste –da anni–  una modalità prenotazione facilitata), non avranno più scadenza.

Concludendo il suo saluto Grasso ha ricordato gli orari d'apertura del suo ufficio, per conto del Consolato Generale e  del Patronato ACLI di Monaco  e la sua piena disponibilità per ciò che riguarda la richiesta di documenti al Consolato e  le domande di assistenza per questioni di carattere pensionistico e affini alla sede del Patronato ACLI di Monaco, reperibile telefonicamente in orari appositamente previsti; nonché la sua permanente reperibilità, grazie alla deviazione a uno dei suoi numeri privati delle chiamate, che arrivano al suo ufficio multifunzionale. Non mancando di annunciare la chiusura del suo ufficio nel mese di Giugno e nelle prime settimane di Luglio; comunicando, inoltre, che da Luglio in poi egli riprenderà il suo servizio, molto probabilmente, in un'altra sede.

Subito dopo questi avvisi sono  seguite alcune ore di grande allegria, allietate da allegre musiche e da un abbondante  e variegato buffet, preparato e messo a disposizione da molte delle gentili signore intervenute. Pittoreschi e veramente fantasiosi alcuni costumi indossati, sia dai numerosi bambini, sia dai loro genitori e nonni e... sia da qualche altro attempato intervenuto.

Sentiti ringraziamenti vadano oltre che agli instancabili Coniugi Trovato,  e alla Signora Pina Baiano, al Signor Ignazio Romano, alle Signore e ai Signori che hanno addobbato la sala in modo impeccabile,  e che  hanno messo a proprio agio tutti gli intervenuti con la loro gentilezza, la loro  proverbiale disponibilità e con le numerose attività proposte, tra cui: corse con i piedi legati, truccatura carnevalesca, pioggia di caramelle per i più piccoli e meno piccoli; e tanti altri giochi.... Inoltre: coinvolgenti danze di gruppo e allegrissimi trenini eseguiti in fantasiose modalità e in diverse direzioni.

Un sentito ringraziamento vada anche ai presenti che hanno ripreso vari momenti della serata, tra cui: la Signora Zaira Alongi, le Signore: Ursula Macaluso, Ingrid Mayr, Stefanie Güven e non per ultimo: un caloroso ringraziamento al Padrone di Casa: Padre Bruno... che è anche il Consigliere Spirituale delle ACLI Baviera e socio del locale Circolo, insieme ai già nominati: Cav. Grasso, Signora Pina Baiano, e al Presidente del Consiglio Parrocchiale della Missione e Segretario per le Risorse del Circolo ACLI, Signor Trovato e le Signore Mayr e Güven e il Signor Salvatore Campagna e Signora.

Concludendo: anche questa Festa di Carnevale 2026 è stata,  non solo un'ottima  occasione per un allegro e spensierato incontro per molti Connazionali, ma anche un momento d'affermazione dei valori della  dottrina sociale della Chiesa nella nostra Comunità Cattolica Italiana di Kempten e dintorni. Una Comunità  sempre aperta a tutte le persone di buona volontà e che vuole fare proprie le esigenze di tutti coloro che ad essa si rivolgono con fiducia, come ribadito da Padre Bruno durante la Celebrazione Eucarisica, nella sua bellissima Omelia, a commento del Vangelo del Giorno (Mt 5.13-16), esortandoci a essere  il sale della terra, a non diventare insipidi, ad annunciare, con la nostra condotta il Vangelo, preservando, così,  la società dalla sua degenerazione morale, specie in questi bui momenti  in cui sembra che certi governanti non si rendano conto del baratro in cui potrebbero far precipitare tutto il mondo.

Tra i numerosi presenti –oltre agli intervenuti già nominati–  erano presenti i Membri del Consiglio Pastorale: il Comm. Carmine Macaluso con la Signora Ursula, il Comm. Antonino Tortorici con la Signora Silvana (alla quale sono stati formulati gli auguri di buon compleanno,  il Signor Sabino Scarvaglieri e Signora e la Signora Emma Grenci, Vicepresidente del Circolo ACLI. Inoltre presenti: le Famiglie: Emanuele, Grimaldi, Romano, Mastrostefano, Alongi, Laudani, Basta, Cecere, Lo Re, Di Palo, Tritto; il Signor Montagna e la Signora Maria Mangano che, con  alcuni Familiari,  durante la S. Messa,  ha fatto ricordare una sua cara Consuocera deceduta qualche settimana fa mentre si trovava in vacanza a Kempten. E mi scuso con tutti gli altri cari intervenuti non nominati, di cui non conosco o mi sfugge il nome, ma che incontro sempre con immenso piacere.

Tutti i presenti, al termine della serata –che è andata avanti per diverse ore– si sono dati appuntamento ai prossimi incontri in  calendario  e  alle celebrazioni eucaristiche prefestive che hanno luogo tutti i sabati nella chiesa parrocchiale Di St. Anton di Kempten. Celebrazioni che vedono impegnati accanto al celebrante Padre Zuchowski, la Famiglia Trovato al completo, il Signor Scarvaglieri, la Signora Leanza e altri, ai quali spetta un grande ringraziamento per la dedizione alla vita della nostra Comunità.

 Fernando A. Grasso, dip 11

 

 

 

 

 

 

Papa Leone XIV ai sacerdoti: "Siate santi!"

 

Una lettera di papa Leone XIV al Presbiterio dell'Arcidiocesi di Madrid in occasione dell'Assemblea Presbiterale "Convivium" (9-10 febbraio 2026)

Città del Vaticano. Una lettera sul valore del sacerdozio. Così si potrebbe sintetizzare la lettera che papa Leone XIV ha inviato al Presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid, in occasione dell'Assemblea Presbiterale "Convivium" che si tiene nelle giornate di oggi e domani. Un sacerdozio che papa Leone XIV definisce non sempre facile e che spesso si vive magari “tra stanchezza, situazioni complesse” così scrive il pontefice. 

Una riflessione sul tempo presente, quello che la Chiesa sta vivendo in questo tempo: “I tempi che la Chiesa sta vivendo ci invitano a fermarci insieme per una riflessione serena e onesta” precisa il pontefice. Un tempo che affronta sempre più una “secolarizzazione, una crescente polarizzazione del discorso pubblico e una tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola attraverso ideologie o categorie parziali e insufficienti” denuncia la Lettera. E in questo scenario, “la fede rischia di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata nell'ambito dell'irrilevante, mentre si consolidano forme di convivenza che prescindono da qualsiasi riferimento trascendente”. E oltre a questo, è necessario aggiungere “un profondo cambiamento culturale che non può essere ignorato: la progressiva scomparsa di punti di riferimento condivisi”.

L'attenzione poi del pontefice è rivolta ai giovani nei quali sta prendendo piede sempre di più "un nuovo disagio. L'attenzione assoluta al benessere non ha portato la felicità attesa; una libertà distaccata dalla verità non ha generato il compimento promesso; e il progresso materiale, da solo, non è riuscito a soddisfare il desiderio più profondo del cuore umano”. In questo contesto allora la figura del sacerdote può portare speranza. Sacerdoti che devono essere “capaci di sostenere il loro ministero attraverso una relazione viva” con Dio.  

E poi, infine, papa Leone XIV mette in correlazione la figura del sacerdozio con quella di una cattedrale: “disegna” con le parole una metafora tra i due, fra il sacerdozio e la cattedrale. Con le sue parole si addentra in metafore sempre più profonde: la facciata di una cattedrale, le cappelle, diventano lo spunto per parlare del valore del sacerdozio. Entrambi - cattedrale e sacerdozio - conducono “all'incontro con Dio e alla riconciliazione con i fratelli, e i loro elementi racchiudono una lezione per la nostra vita e il nostro ministero”. 

E conclude con le parole di san Giovanni d’Avila: “Siate tutti suoi”. E aggiunge: “Siate santi!”. Aci 9

 

 

 

 

 

“Dare un sapore alla vita”. "La pace comincia con la dignità”

 

L'Angelus del Papa in Piazza San Pietro - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. “Dopo avere proclamato le Beatitudini, Gesù si rivolge a coloro che le vivono, dicendo che grazie a loro la terra non è più la stessa e il mondo non è più nel buio”, così Papa Leone XIV avvia l’Angelus di questa V Domenica del Tempo ordinario in Piazza San Pietro.

“È infatti la gioia vera a dare un sapore alla vita e a far venire alla luce ciò che prima non era. Questa gioia sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme che va desiderato e scelto. È la vita che risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione”, commenta il Papa prima della preghiera mariana.

“Quante persone – forse è capitato anche noi – si sentono da buttare, sbagliate. È come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità. Ogni ferita, anche profonda, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo”, mette in guardia il Pontefice.

“Sono infatti gesti di apertura agli altri e di attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente. Gesù stesso fu tentato, nel deserto, da altre strade: far valere la sua identità, esibirla, avere il mondo ai propri piedi. Respinse, però, le vie in cui si sarebbe perso il suo vero sapore, quello che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore. Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace.”, dice Papa Leone.

Subito dopo la preghiera mariana il Papa passa ai consueti saluti. Il Pontefice ricorda la beatificazione di Salvador Valera Parra avvenuta ieri in Spagna, del “ parroco pienamente aderito al suo popolo”, “umile e premuroso nella verità pastorale”, “il suo esempio di prete sia di stimolo ai sacerdoti di oggi, una quotidianità vissuta nella semplicità”, si augura il Papa.

“Ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità Nigeria che hanno causato perdite di vite umane”, continua il Papa che assicura la sua vicinanza orante a tutte le vittime della violenza e del terrorismo. “Le autorità continuino ad operarsi per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino”, questo l’appello di Papa Leone XIV.

Poi il ricordo della Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta delle persone. La preghiera in particolare per “le religiose che si impegnano ad eliminare ogni forma di schiavitù”. “Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità”.

“Assicuro la mia preghiera per le popolazioni del Portogallo, Marocco, Spagna e l’Italia meridionale, specialmente Niscemi in Sicilia, colpite da inondazioni e frane, incoraggio le comunità a rimanere uniti e solidali con la materna protezione Vergine Maria”, aggiunge Papa Leone XIV subito dopo l’Angelus.

“Strategia di potenze economiche e militare non danno futuro all’umanità, il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli”, conclude infine il Papa dalla finestra del Palazzo Apostolico. Aci 8

 

 

 

 

 

 

Fare sinodalità: la sesta assemblea del cammino sinodale in Germania

 

Si è svolta a Stoccarda (29-31 gennaio) la sesta assemblea del Synodaler Weg. Sono trascorsi quasi tre anni (marzo 2023) dalla precedente, conclusa con molti testi approvati. Molto lavoro era rimasto ancora aperto. Questo appuntamento di Stoccarda, fissato già nel 2023, aveva lo scopo di valutare l’intero processo del cammino sinodale, fare un monitoraggio dell’attuazione delle delibere nelle diocesi, e preparare la Conferenza sinodale.

Il punto di partenza del Synodaler Weg (SW) era stato lo scandalo degli abusi sessuali. La strada su cui proseguire è la sinodalità “perché la nostra Chiesa ha il compito di rendere visibile il Vangelo in un mondo lacerato” (dal comunicato finale). Una premessa è necessaria: insistere nel vedere nel Synodaler Weg un cammino scismatico è non solo sbagliato, è scorretto nei confronti di chi vi si sta impegnando, non corrisponde ai fatti e al dialogo costante con la curia romana. Alcuni segni sono stati chiari e indubitabili: all’assemblea di Stoccarda è stata inserita la conversazione nello spirito (quella del sinodo universale), per tutta la durata dei lavori di Stoccarda era presente il nunzio apostolico Nikola Eterovi?, oltretutto caldamente salutato dal vescovo Bätzing, e che ha concelebrato le due messe; infine, i rimandi al sinodo universale sono stati frequenti.

 

Certamente è in atto una evidente dialettica fra centro e Chiesa locale, ma non è forse questa la sfida “creativa”, la sinodalità non è una ricetta pronta, ma una strada da tracciare, con anche organismi che la sostengano e la consolidino. A questo ci chiama il documento finale del sinodo sulla sinodalità, consegnato da papa Francesco al popolo di Dio (ottobre 2024)?

Se la cristianità non esiste più, nel senso che non è la cifra del contesto socioculturale dei nostri tempi, in Germania ma neanche in Italia e in molti altri paesi occidentali, il cristianesimo è la missione in questa nostra realtà. In questo clima si è aperta e svolta questa assemblea.

Perché questa sesta assemblea?

L’assemblea di Stoccarda ha avuto lo scopo di valutare il processo sinodale fin qui fatto; monitorare se e come sono state attuate le decisioni approvate durante Synodaler Weg dal 2020 al 2023 (tutte le delibere si trovano in parte tradotte in lingua italiana https://www.synodalerweg.de/italiano#c8308 ); fare il punto della situazione giurisdizionale penale e amministrativa relativa agli abusi sessuali; infine, dare un’impostazione duratura e permanente alla sinodalità con la preparazione dell’elezione di altri 27 membri della futura Conferenza sinodale (Synodalkonferenz). Sarà la Conferenza sinodale a raccogliere l’eredità del SW e portarne avanti il lavoro.

Stoccarda e sede del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) che insieme alla Conferenza episcopale tedesca (DBK) hanno dato vita al Synodaler Weg nel 2020. A Stoccarda erano riuniti 177 sinodali, sette osservatori, undici ospiti stranieri e 15 consulenti. Era presente il nunzio apostolico a Berlino, arcivescovo Nikola Eterovi?, sempre molto critico nei confronti del Synodaler Weg. In questa occasione è stato calorosamente salutato da Bätzing, segno che il tempo di dialogo non è trascorso invano, e ha concelebrato le due liturgie eucaristiche. Mancavano a Stoccarda alcuni vescovi: il cardinale Woelki, arcivescovo di Colonia che ritiene chiuso il SW, e i suoi vescovi ausiliari, p.e. Dominikus Schwaderlapp; il vescovo di Regensburg, non certo simpatizzante del SW, Rudolf Voderholzer, per concomitanza di impegni in Vaticano; il vescovo di Osnabrück, Dominicus Meier, per motivi di salute e il vescovo di Münster, Felix Genn, assente giustificato. Woelki, Voderholzer, e i presenti Oster e Meier sono i vescovi che hanno preso distanze dal progetto di creazione di una struttura sinodale duratura.

Come si è svolta la sesta assemblea? Fare il punto della situazione

L’occasione di questa sesta assemblea del Synodaler Weg è stata presentare una valutazione del percorso fin qui fatto e andare a vedere se e come sono state applicate nelle diocesi le decisioni prese (ovviamente si tratta di decisioni che riguardano la chiesa locale e che non riguardano la Chiesa universale). Sono stati presentati lavori di monitoraggio e di valutazione sulla base di sondaggi previamente sottoposto a tutti i sinodali, a cui però non tutti hanno aderito.

È emerso che molto rimane ancora da fare. Sono stati individuati compiti ancora aperti e ritenuta necessaria una maggiore rapidità perché „Die Hütte brennt“ la casa brucia, un grido di allarme, che è arrivato da più sinodali: i fedeli aspettano le riforme, le donne escono dalla Chiesa… Come si dice in tedesco: Es gibt viel Luft nach oben, c’è un ampio margine di miglioramento. Molti interventi dall’assemblea erano un appello ai vescovi a realizzare quanto approvato insieme nelle precedenti assemblee sinodali. Si percepiva un clima di esortazione a proseguire, a volte un senso di scoraggiamento.

Come ha influito il sinodo universale sulla sinodalità sul SW?

Quando si è conclusa la fase deliberativa del SW nel marzo 2023 si era anche nel pieno del sinodo universale sulla sinodalità, un incrocio di percorsi che ha portato frutti, tant’è vero che la novità più evidente di questa assemblea è stata l’adozione della conversazione nello spirito, praticata come metodo nelle assemblee del sinodo a Roma. (per saperne di più: Convegno Laici 2024: Conversazione nello spirito | Delegazione-mci)

In gruppi di sette-otto persone (una persona fungeva da facilitatore) i 177 sinodali hanno fatto conversatio in spiritu nelle due giornate. Spesso in passato una delle critiche mosse al Synodaler Weg è stato il suo stile dialettico. Ci sono stati negli anni scorsi momenti di acceso dibattito, ma sempre appassionato e aperto, e in grado di giungere a decisioni (Beschlüsse). L’introduzione della conversazione nello spirito ha avuto come scopo di predisporsi al proseguimento dei lavori, mettendosi in ascolto per comprendere le ragioni dell’altro e suscitare un clima di reciproca empatia.

Ma c’è dell’altro. Il sinodo universale ha dato la possibilità alla Chiesa in Germania di fare rete con altre Chiese locali, con altre realtà ecclesiali, e di rendersi conto che le questioni che il SW ha messo apertamente sul tavolo sono presenti anche in altre chiese locali. Il documento finale del sinodo infine, sottolinea la partecipazione dell’intero popolo di Dio ai processi decisionali in opportuni organismi di partecipazione. La Chiesa in Germania vede in questa indicazione l’invito a creare organismi sinodali ovviamente nell’orizzonte di possibilità previste dall’attuale CIC, codice di diritto canonico.

Proseguire come? Rendere la sinodalità a prova di futuro.

Le sfide della Conferenza sinodale.

In questi ultimi tre anni una commissione, il Synodaler Ausschuss, ha lavorato per dare forma a una struttura permanente sinodale sovra diocesana, la Synodalkonferenz. Inizialmente si parlava di Synodalrat, ma questa definizione e stata abbandonata. La Synodalkonferenz proseguirà il lavoro del SW nel dare continuità e struttura al processo di riforma. A questo proposito è stato redatto uno statuto che ne definisce la funzione, lo scopo e la composizione. A fine novembre ’25 lo statuto è stato approvato dai membri del Synodaler Ausschuss e immediatamente dopo lo ha fatto anche lo ZdK, il Comitato centrale dei cattolici tedeschi. Ora passerà al vaglio del Conferenza episcopale che si riunirà a fine febbraio e che, tra l’altro eleggerà il nuovo presidente. Se i vescovi tedeschi approveranno lo statuto, come c’è da aspettarsi, il passaggio successivo sarà l’invio a Roma del testo per la recognitio.

Della futura Conferenza sinodale faranno parte 27 vescovi diocesani, 27 membri dello ZdK e una terza parte composta da 27 persone. Due saranno membri del Consiglio delle vittime di violenza sessualizzata, due della Conferenza dei superiori religiosi. Almeno 13 dovranno essere donne, cinque dovranno avere meno di 30 anni e almeno tre dovranno appartenere alle comunità di altra lingua e riti.

Inizialmente questo organismo sinodale sarebbe dovuto chiamarsi Synodaler Rat, Consiglio sinodale, ma la commissione preparatoria si è accordata su Conferenza sinodale, Synodalkonferenz. Questi cambi di nomi possono sembrare una formalità ma, nell’intento di chi ci sta lavorando, spostano leggermente il significato, definiscono il compito del futuro organismo sinodale in modo da non collidere con il diritto canonico e da non mettere in discussione il primato dell’episcopato (Communio hierarchica, Vaticano II), punto che era sostanzialmente la grande riserva di Roma.

Nei mesi scorsi ci sono stati frequenti incontri a Roma fra la curia e delegazione tedesca della conferenza episcopale per mantenere aperto il dialogo su questa delicata questione che è al tempo stesso canonica, teologica e ecclesiologica.

Compito della Conferenza sinodale sarà allora „consultare e prendere decisioni“ (Beraten und Beschlüsse fassen) e non „consultare e decidere“. Col mettere l’accento sul prendere decisioni piuttosto che sul decidere, sembra che si voglia sottolineare la ricerca di consenso sinodale su questioni particolari nello spirito della ricerca della comunione.

La questione cruciale è quanto saranno vincolanti per le diocesi le decisioni della futura Conferenza sinodale. Il cardinale, arcivescovo Reinhard Marx, ha detto chiaramente di rifiutare un’istanza di controllo sul lavoro delle diocesi. Come verrà affrontato e risolto questo tema nella Conferenza sinodale – in particolare riguardo all’armonizzazione tra decisioni vincolanti e loro effettiva attuazione da parte dei rispettivi destinatari, cioè le diocesi? Ma non è già così anche per le decisioni che prende la conferenza episcopale?

Il timore è che siano i laici a decidere, insieme. Il timore è la sinodalità? Ma allora il primato dell’apostolicità, e dei vescovi è una autorità a tutti i livelli: potestas ordinis e potestas iurisdictionis?

La sinodalità e i cattolici di altra lingua e riti.

I cattolici di altra lingua e riti rappresentano circa il 17% dei cattolici in Germania, senza contare chi ha il doppio passaporto rientra nel conteggio percentuale nei cattolici tedeschi. In una assemblea come il Synodaler Weg che oggi conta 177 persone, il 17% consiste di 30 persone, se si rispettassero le rappresentanze percentuali che rispecchiano la realtà. Invece sono solo due. È evidente che sono sottorappresentati.

Nel 2024 i vescovi tedeschi hanno pubblicato il testo Auf dem Weg zu einer interkulturellen Communio, ampiamente trattato e presentato in diverse occasioni dalla Delegazione MCI. In esso si auspica e si promuove una maggior partecipazione, nel senso di prendere parte (Teilhabe), da parte dei cattolici di altra lingua e riti, negli organismi della Chiesa in Germania a tutti i livelli.

La domanda della sottoscritta in conferenza stampa è stata come garantire e praticare la sinodalità della Chiesa in Germania se non si coinvolgono di più i cattolici di altra lingua e riti?

Christian Gärtner del ZdK ha risposto dicendo che il Zentralkomitee ha ben presente la questione ed è all’ordine del giorno: „Spero che saranno meglio rappresentanti nella Conferenza sinodale. Noi (ZfK) abbiamo cominciato all’interno delle nostre strutture di collegamento fra i consigli diocesani (Diözesanräte) e le associazioni cattoliche a pensare come aprirle ai cattolici di altra madrelingua, non sono molto rappresentati. Non è molto facile da realizzare, lo sappiamo, anche perché sono un gruppo molto eterogeneo. Però sì, è una delle grandi sfide che ci siamo posti come ZdK, dobbiamo affrontare questo sviluppo e vedere come integrarlo meglio nei nostri organismi.“

Per quanto riguarda la futura Conferenza sinodale (Synodalkonferenz), tre saranno i cattolici di altra lingua e riti che ne faranno parte.

Perché è iniziato il Cammino sinodale tedesco?

Per Georg Bätzing, presidente uscente della Conferenza episcopale tedesca (DBK) (Bätzing non sarà più presidente della Conferenza episcopale tedesca | Delegazione-mci), il Synodaler Weg è un processo nato dal coraggio e con coraggio: „Der Mut, wir machen das!“ ricordando la responsabilità che grava sulla Chiesa cattolica tedesca, per scandalo degli abusi sessuali. Affrontare questa crisi ha portato a un cambio culturale nella Chiesa, è stato detto da più parti durante l’assemblea di Stoccarda. Il cammino sinodale tedesco è nato da lì, dalla volontà di affrontare la crisi di credibilità della Chiesa, individuare le cause sistemiche che favoriscono l’abuso (che ha diverse sfaccettature: sessuale, spirituale, di potere…) ed eliminarle. Preparatorio fu il lavoro interdisciplinare MHG-Studie del 2018, commissionato dalla Conferenza episcopale a tre istituti di ricerca indipendenti. (https://www.dbk.de/themen/sexualisierte-gewalt-und-praevention/forschung-und-aufarbeitung/studien/mhg-studie)

Per concludere, le prossime settimane ci saranno passi successivi e decisivi con la Conferenza episcopale tedesca che eleggerà il successore di Georg Bätzing e si esprimerà sullo statuto della futura Conferenza sinodale. CdI 7

 

 

 

 

 

Emigrazione italiana: il diario pastorale di 30 anni di don Mimmo Basile

 

La presenza italiana in Svizzera resta una delle più numerose e radicate. Presentando il libro di don Mimmo Basile, il cardinale Fabio Baggio sottolinea il valore della pastorale migratoria come laboratorio di integrazione e futuro. Famiglia, cultura e comunità diventano luoghi privilegiati di fede, dialogo e crescita condivisa – di Raffaele Iaria

Una realtà spesso poco raccontata ma decisiva per il futuro delle comunità cattoliche in Svizzera: quella dei gruppi linguistici ed etnici che compongono il mosaico sociale della Confederazione. Tra questi, la presenza italiana – circa 700mila secondo i dati pubblicati dal Rapporto Italiani nel Mondo – continua a essere una delle più numerose e radicate, ma anche una delle più bisognose di un accompagnamento pastorale capace di favorire integrazione, dialogo e crescita condivisa come sottolinea il card. Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, presentando il volume del sacerdote italiano, don Mimmo Basile, “Diario di un operario del Vangelo”, missionario con gli italiani a Zugo. Secondo il cardinale, le comunità migranti non possono essere considerate un capitolo secondario della pastorale, ma un terreno vivo, complesso e ricco di potenzialità. Per questo, afferma, è necessario un impegno costante che prepari il terreno a vere dinamiche interculturali, capaci di far dialogare identità diverse senza annullarle. Don Mimmo Basile, “protagonista del libro”, ha maturato questa convinzione in trent’anni di servizio tra gli emigrati italiani in Svizzera, un’esperienza che gli ha permesso di cogliere da vicino fragilità, speranze e trasformazioni di una comunità che continua a cercare radici e futuro.

Il card, Baggio sottolinea come, nella visione di don Mimmo, alcuni ambiti meritino un’attenzione particolare: il sacramento del matrimonio, la solidità della vita familiare e la valorizzazione delle culture di origine. Sono elementi che, osserva, rappresentano un punto di forza per la trasmissione dei valori fondamentali e per il consolidamento di un’identità cristiana condivisa, capace di unire autoctoni e nuovi arrivati. In un contesto segnato da mobilità, pluralismo e cambiamenti sociali rapidi, la famiglia e la cultura diventano luoghi privilegiati per custodire la fede e costruire legami duraturi.

Il libro di don Basile, arricchito dalle prefazioni di mons. Gian Carlo Perego – presidente della Commissione Cei per le Migrazioni – e del vescovo di Basilea, mons. Felix Gmür, non si presenta come un manuale né come un trattato sistematico. È piuttosto una raccolta di riflessioni, meditazioni e testimonianze nate dal contatto quotidiano con le persone: incontri nelle parrocchie, celebrazioni comunitarie, momenti di ascolto, storie di fatica e di rinascita. Ogni pagina è attraversata da un’umanità concreta, fatta di volti, accenti, tradizioni e percorsi di vita che si intrecciano nella realtà migratoria svizzera. Mentre migliaia di giovani italiani, spesso laureati e altamente formati scelgono di lasciare l’Italia alla ricerca di nuove opportunità, queste pagine risuonano con una forza rinnovata. Raccontano – dice al Sir don Basile – che dietro ogni spostamento c’è una storia, una famiglia, una speranza. E che la Chiesa, “anche fuori dai confini nazionali, resta un segno di prossimità e di ascolto”. Un libro che nasce da un’esperienza quotidiana di incontro e di ministero. Non una raccolta di appunti privati, ma un mosaico di storie, celebrazioni, riflessioni e momenti vissuti in comunità dove il Vangelo prende forma concreta: tra mense e oratori, nei corsi di preparazione ai sacramenti, nelle visite alle famiglie e negli incontri con le nuove generazioni che parlano più lingue e vivono tra più culture.

Don Basile dedica il volume alle comunità e agli emigrati italiani che ha accompagnato nel corso degli anni, definendoli parte essenziale della sua storia personale e del suo ministero. Il suo non è un racconto celebrativo, ma un diario spirituale che intreccia fede e vita, memoria e speranza.

Scrivere queste pagine, spiega, è stato un modo per custodire ciò che ha vissuto e per restituire, con gratitudine, quanto ha ricevuto dalle persone incontrate lungo il cammino. Ogni frammento raccolto nel libro è un tassello di un mosaico più grande: quello di una missione pastorale che non si limita a offrire servizi religiosi, ma che accompagna le persone nella loro quotidianità, nelle loro fragilità e nelle loro aspirazioni.

Il risultato è un’opera che racconta non solo la storia di un sacerdote tra i migranti, ma anche la ricchezza umana e culturale di una comunità che continua a trasformarsi. È un invito a guardare alla pastorale migratoria non come a un settore marginale, ma come a un laboratorio di futuro, dove si sperimentano nuove forme di convivenza, di solidarietà e di fede condivisa. In un tempo in cui le migrazioni ridisegnano il volto dell’Europa, il libro offre uno sguardo dall’interno, capace di restituire complessità, profondità e bellezza a un mondo spesso raccontato solo attraverso numeri e statistiche. In questo senso, “Diario di un operaio del Vangelo” è anche una testimonianza ecclesiale: mostra come la pastorale dei migranti “non sia un capitolo marginale, ma una chiave di lettura del futuro stesso della Chiesa europea”. Le Missioni Cattoliche Italiane, da decenni, sono “un laboratorio di umanità: luoghi in cui la fede si intreccia con la vita, in cui la liturgia diventa incontro e dove la Parola di Dio assume l’accento di chi cerca casa”. E il missionario — scrive l’autore — “non è colui che porta qualcosa, ma colui che condivide la vita e scopre che Dio è già all’opera nei cuori”. Sir 7

 

 

 

 

 

Celebra 30 anni di vita il Progetto Policoro, nato su iniziativa della Chiesa italiana

 

L’anniversario sarà ricordato con un convegno dal titolo “Trent’anni di Progetto Policoro, tra memoria e futuro” - Di Cesare Bolla

Roma. Celebra trent’anni di vita il “Progetto Policoro”, nato su iniziativa della Chiesa italiana. L’anniversario sarà ricordato con un convegno dal titolo “Trent’anni di Progetto Policoro, tra memoria e futuro”, in programma a Roma venerdì 20 febbraio. Non si tratta soltanto di un momento celebrativo, ma di un’occasione per ripercorrere il cammino realizzato e riflettere sulle nuove sfide legate all’accompagnamento dei giovani nella costruzione del proprio futuro professionale, nella ricerca di speranza e nella dignità del lavoro.

L’iniziativa è promossa dall’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro, dal Servizio nazionale per la pastorale giovanile e da Caritas Italiana, attraverso l’ufficio nazionale del Progetto.

“Il Progetto Policoro è una presenza vigile e discreta nelle comunità: una sentinella che osserva il territorio, si lascia sorprendere dalla bellezza dei giovani e cammina accanto a loro, né avanti né dietro, ma al loro fianco, sostenendo i sogni che portano nel cuore. Nel celebrare il 30° anniversario, viviamo un tempo prezioso per rileggere con gratitudine il cammino compiuto e aprirci con consapevolezza al futuro”, afferma don Marco Ulto, coordinatore nazionale del Progetto Policoro. Gli Animatori di Comunità – ricorda – sono il cuore dell’iniziativa: “Gli Animatori di Comunità, cuore pulsante di questo servizio – aggiunge – sono giovani che desiderano fare il bene e lasciare tracce di bene, impegnandosi a rendere il mondo un luogo migliore di come lo hanno trovato. Un impegno reso possibile grazie alla rete, che rappresenta l’anima stessa del Progetto Policoro. Non si può immaginare la Chiesa senza questa trama di relazioni, così come i pescatori non potevano lavorare senza le loro reti: se le lasciassimo cadere dalle mani, smetteremmo di essere ciò che siamo chiamati a essere. Per questo continuiamo a intrecciare legami, a generare fiducia, a custodire speranza. Solo insieme possiamo costruire un futuro più giusto, più umano e più fraterno”.

Ad aprire i lavori saranno due figure simboliche nella storia del Progetto: mons. Domenico Sigalini, vescovo emerito di Palestrina e tra i promotori dell’iniziativa, e Marco Menni, presidente di Inecoop e vicepresidente di Confcooperative, che ha sostenuto il percorso del Progetto fin dalle origini.

Il momento centrale del convegno sarà la lectio magistralis della sociologa Cristina Pasqualini, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dal titolo “Giovani e lavoro: il senso mai perduto”, che offrirà una lettura aggiornata delle trasformazioni del mondo giovanile e delle sfide lavorative contemporanee. Seguirà un video realizzato dal regista Giovanni Panozzo, che ripercorrerà tre decenni di Progetto Policoro attraverso storie, volti ed esperienze provenienti dai territori.

Tre testimonianze – una per ciascun decennio – racconteranno come il Progetto abbia inciso concretamente sulla vita delle persone: Luisa Pilato della Cooperativa Arché (1995–2005), Rosangela Maino della Cooperativa Oltre l’Arte (2005–2015) e Salvo Leotta, dirigente penitenziario, per il periodo 2015–2025. Tre percorsi differenti, uniti dalla capacità del Progetto Policoro di trasformare intuizioni e desideri in opportunità e impegno concreto.

A concludere l’incontro sarà mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della CEI, che offrirà una riflessione sulle prospettive future.

Durante l’ultima sessione del Consiglio Permanente, infatti, i vescovi hanno approvato una proposta di aggiornamento del Progetto per renderlo più efficace di fronte ai profondi mutamenti sociali, economici e culturali del Paese. Tra le priorità individuate figurano una nuova architettura formativa, un’attenzione più incisiva alle aree interne, percorsi di formazione sociopolitica, il sostegno alla creazione di start-up e la valorizzazione dei beni ecclesiali.

Nei giorni scorsi un altro convegno ha ripercorso la storia del Progetto Policoro. “Come custodi di un fuoco” è stato il tema della Giornata regionale del progetto Policoro in Calabria, dedicata al lavoro svolto sul territorio. “Abbiamo sentito il desiderio di rileggere con gratitudine il cammino compiuto”, ha raccontato don Luca Gigliotti, coordinatore del Progetto Policoro in Calabria, ricordando come il lavoro e le aspirazioni dei giovani siano sempre stati al centro dell’iniziativa, con “uno sguardo improntato al sociale e alla costruzione del rimanere ed essere capaci di guardare alla propria realtà territoriale come un valore da custodire e curare”.

Sempre in Calabria, il 23 e 24 febbraio si terrà il convegno dell’Istituto Teologico Calabro “San Francesco di Paola”, dedicato al tema “Chiesa e aree interne. Leggere il territorio per liberare le risorse”. L’incontro – si legge in una nota – intende riflettere sulle criticità del territorio calabrese, mantenendo una visione ampia sul Mezzogiorno e su alcune zone del Nord, con l’obiettivo di individuare nuove prospettive e valorizzare le potenzialità sociali ed ecclesiali presenti, promuovendo giustizia, pace sociale, solidarietà, sussidiarietà ed equità”.

Ai giovani è infine dedicata la nuova newsletter della Pastorale Giovanile della CEI, pensata come uno strumento “per restare sempre connessi e non perdere le ultime notizie, le iniziative, gli eventi e le proposte che animano il nostro cammino insieme”. L’obiettivo è creare un canale diretto e continuativo con giovani, educatori e operatori pastorali, offrendo aggiornamenti e contenuti utili per vivere con maggiore consapevolezza e partecipazione le attività di PG. Aci 7

 

 

 

 

 

 

Papa Leone XIV: lo sport, strumento comunitario aperto e inclusivo

 

Lettera di papa Leone XIV "La Vita in Abbondanza" sul valore dello Sport - Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano. Lo sport, strumento comunitario aperto e inclusivo che aiuta l'uomo a crescere nella sua persona. Incoraggia poi la tregua olimpica in questo momento così particolare del mondo. Il papa scrive sullo sport e lo fa con una Lettera il cui titolo già dice tutto: “La vita in abbondanza”, un titolo che riassume tutto il contenuto delle parole del pontefice. Lo fa in occasione della celebrazione dei XXV Giochi Olimpici Invernali e dei XIV Giochi Paralimpici che hanno inizio oggi. 

Lo sport, seppur praticato da professionisti, rimane comunque “un'attività comune, aperta a tutti”, “salutare per il corpo e per lo spirito, al punto da costituire un'universale espressione dell'umano” così si esprime papa Leone XIV. Un grande valore è quello della pace, per il pontefice: e in merito cita i suoi predecessori come Giovanni Paolo II, un papa sportivo come papa Prevost tra l'altro. Fa riferimento, dunque, alla famosa tregua olimpica, che nell'antica Grecia era un accordo volto a sospendere le ostilità prima, durante e dopo i Giochi Olimpici, “affinché atleti e spettatori viaggiare liberamente e le competizioni si svolgono senza interruzioni”. Una tregua in virtù del fatto che lo sport “promuove la maturazione della coesione comunitaria e del bene comune”: “Incoraggio vivamente tutte le Nazioni, in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire ea rispettare questo strumento di speranza che è la Tregua olimpica, simbolo e profezia di un mondo riconciliato”.

Non poteva mancare, nella Lettera, un paragrafo riguardo all'importante valore formativo dello sport. Ed è partendo dal Vangelo di Giovanni, dalla frase che dà il titolo alla Lettera («Io sono venuto perché ho la vita e l'abbiano in abbondanza») che il pontefice scrive riguardo questo alto e importante valore. Papa Leone XIV dà allora la sua chiave di lettura tutta cristiana, profondamente radicata nella Chiesa: “Gesù ha sempre posto al centro le persone, se ne è preso cura, desiderando per ciascuna di esse la pienezza della vita”. Un pensiero che si dirama - grazie anche ad alcuni spunti presi dal Magistero di Giovanni Paolo II - poi in una visione antropologica-cristiana: una visione in cui l'uomo è legato alla sua missione. “La persona, dunque, secondo la visione cristiana - continua il pontefice - deve rimanere sempre al centro dello sport in tutte le sue espressioni, anche in quelle di eccellenza agonistica e professionale”. E sulla figura dell'atleta si addentra in un raffronto con gli scritti paolini. Sono stati molti, infatti, gli autori cristiani che hanno utilizzato “immagini atletiche come metafore per descrivere le dinamiche della vita spirituale; e questo, fino ad oggi, ci fa riflettere sulla profonda unità tra le diverse dimensioni dell'essere umano”. E, sempre in merito all'uomo, il papa sottolinea come in lui ci sia “unità di corpo, anima e spirito”. Unità che troviamo - sottolinea la Lettera - ad esempio nei pellegrinaggi dove tutti questi elementi sono coinvolti. 

La tradizione di unità tra corpo e spirito, inoltre, ricorda papa Leone è possibile trovarla - nella storia della Chiesa - “nelle scuole dei Gesuiti”: pratiche sportive (in cui anima e corpo vivono appieno) avvalorate “dagli scritti di Sant'Ignazio di Loyola, in particolare dalle Costituzioni della Compagnia di Gesù e dalla Ratio Studiorum”. E poi, allora, cita i grandi educatori cristiani quali  san Filippo Neri e san Giovanni Bosco. Ricorda anche l'Enciclica Rerum novarum (1891) di Leone XIII: “essa stimolò la nascita di numerose associazioni sportive cattoliche, rispondendo così sul piano pastorale alle mutate esigenze della vita moderna – si pensi alle condizioni degli operai dopo la rivoluzione industriale – e alle nuove abitudini emergenti”.

La Lettera fa riferimento ai vari pontefice della Chiesa: tutti concordi nell'affermare il grande valore umano presente negli sport: " Molto significativi sono stati due Giubilei dello Sport celebrati da San Giovanni Paolo II: il primo il 12 aprile 1984, nell'Anno della Redenzione; il secondo il 29 ottobre 2000, allo Stadio Olimpico di Roma. In questa stessa linea si è posto il Giubileo del 2025, che ha rilanciato in modo esplicito il valore culturale, educativo e simbolico dello sport come linguaggio umano universale di incontro e di speranza”. 

Lo sport - sottolinea il papa - riesce ad andare fuori dal proprio io: "Durante un'esperienza sportiva, inoltre, spesso la persona si concentra completamente la propria attenzione su ciò che sta facendo. Si verifica una fusione tra azione e consapevolezza, al punto che non resta spazio per un'attenzione esplicita rivolta a sé stessi. In questo senso, l'esperienza interrompe la tendenza all'egocentrismo" così scrive. 

E poi, evidenzia l'importanza della “democraticità” che si dovrebbe avere nello sport, pratica non esclusivamente possibile a ceti sociali sviluppati, ma a aperta a tutti. Come pure, evidenzia, la difficoltà - in alcune società - delle ragazze a praticare alcuni sport. Così anche nella vita religios: “A volte, nella formazione alla vita religiosa, specialmente femminile, permangono diffidenze e timori verso l'attività fisica e sportiva”. E, allora, “occorre dunque impegnarsi affinché lo sport sia reso accessibile a tutti”. Denuncia anche quel business che sta divenendo troppo spesso “la motivazione primaria o esclusiva” del fare sport. Nulla di più negativo per lo sport, perché si tradisce il suo valore profondo.  Lo sport è comunità, per papa Leone XIV. Ed è importante, fondamentale, dunque, rifiutare ogni tipo di strumento non lecito come il doping e ogni altra “forma di corruzione”. 

Un passaggio assai importante è, inoltre, dedicato al valore del vincere e del perdere. Scrive papa Leone XIV: "Vincere non è semplicemente primeggiare, ma riconoscere il valore del percorso compiuto, della disciplina, dell'impegno condiviso. Perdere, a sua volta, non coincide con il fallimento della persona, ma può diventare una scuola di verità e di umiltà. Lo sport educa così a una comprensione più profonda della vita, nella quale il successo non è mai definitivo e la caduta non è mai l'ultima parola". 

Infine mette in guardia dalle “tecnologie applicate” che “rischiano di introdurre una separazione artificiale tra corpo e mente, trasformando l'atleta in un prodotto ottimizzato, controllato, potenziato oltre i limiti naturali. Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma pretende di ridefinirla, lo sport perde la sua dimensione umana e simbolica, diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata” scrive papa Leone XIV.

"Una valida pastorale dello sport nasce dalla consapevolezza che lo sport è uno dei luoghi in cui si formano immaginari, si plasmano stili di vita e si educano le giovani generazioni. Per questo è necessario che le Chiese particolari riconoscano lo sport come spazio di discernimento e accompagnamento, che merita un impegno di orientamento umano e spirituale" continua papa Leone XIV. Ribadisce l'importanza di racconto pastorale che “può contribuire in modo significativo alla riflessione sull'etica sportiva” scrive il pontefice. 

E conclude: "La vita spirituale offre agli sportivi uno sguardo che va oltre la prestazione e il risultato. Introduce il senso dell'esercizio come pratica che forma l'interiorità. Aiuta a dare significato alla fatica, a vivere la sconfitta senza disperazione e il successo senza presunzione, trasformando l'allenamento in disciplina dell'umano. Tutto ciò trova il suo orizzonte ultimo nella promessa biblica che offre il titolo a questa Lettera: la vita in abbondanza". Aci 6

 

 

 

 

 

 

 

Fede e social network: un’inchiesta sul ritorno al sacro della Gen Z

 

Tra modelli di vita tradizionali, altari domestici e rosari sgranati davanti allo schermo, cresce online un cristianesimo identitario e rigoroso fatto di convinzioni e modelli rigidi: riscoperta del sacro o bisogno di appartenenza?

Online, i contenuti a tema cristiano si moltiplicano e riaffiorano pratiche che sembravano consegnate agli archivi dei bei tempi andati. Un fenomeno raccontato nell’inchiesta La fede ai tempi di TikTok, firmata da Elisa Belotti sul mensile Jesus e pubblicata nel numero di febbraio.

 A incarnare questa tendenza è Maria Errani, 25 anni, autrice esordiente di fantasy romance, che sui social condivide il suo percorso spirituale: «Ho cominciato a parlare della mia fede sui social perché quando Dio mi ha tirata via dal baratro ero troppo ricolma di gioia per tenerlo per me», racconta. Come lei la creator Benedetta Palella, 25 anni, di Trani, seguita da oltre 125 mila follower: come tanti, mostra una quotidianità scandita da preghiera, devozione mariana e castità. Palella definisce il rosario «l’arma di ogni donna di Dio» e invita a uno stile di vita improntato alla modestia, rappresentando quell’immaginario femminile tradizionale ispirato al cosiddetto mondo “trad wife”. 

Per Paola Lazzarini, sociologa della religione, non si tratta tanto di un ritorno alla fede quanto di una risposta culturale all’incertezza: «Il conservatorismo cristiano appare attraente perché ricostruisce una visione coerente e totalizzante della realtà, riduce l’ambiguità e dà risposte nette su bene e male. Questo accade in quanto «se un tempo la religione ha svolto il ruolo di “canopy of meaning”, ovvero di cornice simbolica in grado di dare senso all’esperienza umana così caotica – spiega Lazzarini - la secolarizzazione ha pian piano eroso questa “sacra volta” lasciandoci sicuramente più consapevoli, ma anche più soli»

Il fenomeno ha coinvolto anche le relazioni affettive. Yasmin Corrado, 23 anni, cantautrice nota come Nimsay, sul suo profilo TikTok racconta la storia del suo «fidanzato e futuro marito, scritto dal Signore molto prima», intrecciando fede, amore e missione digitale. Sul versante maschile, sta prendendo piede l’ideale di uomo fondato su ruoli forti e complementari, mentre il politologo Ryan Burge ha rilevato che negli Stati Uniti i giovani uomini superano oggi le donne nella frequenza settimanale in chiesa, segnando un’inversione storica.

Per Lazzarini «un elemento da considerare riguarda genere e identità, in particolare tra i giovani uomini. Il conservatorismo cristiano propone modelli di mascolinità e femminilità chiari e complementari, che per alcuni rispondono al bisogno di orientamento simbolico e non solo a un desiderio di rilegittimazione patriarcale».

Tornando con lo sguardo sull’Italia la docente di Sociologia Rita Bichi invita alla cautela: «La presenza delle parrocchie è ancora molto forte e l’online non è così dirompente». Per la creator Francesca Parisi, 31 anni, insegnante e creator da 22 mila follower, convinta che «i social mostrano quanto le persone siano sofferenti, angosciate e irrequiete» e che questa inquietudine sia «legata anche a una mancanza di Dio». Jesus febbraio

 

 

 

 

 

Leone XIV: “Tregua olimpica in un mondo assetato di pace”

 

In occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici, il Papa esorta a rispettare la tregua olimpica e traccia una riflessione sul mondo dello sport a 360 gradi, con precisi suggerimenti anche sul piano pastorale. di M. Michela Nicolais

“In un mondo assetato di pace, abbiamo bisogno di strumenti che pongano fine alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto”. Lo scrive Leone XIV, che nella lettera “La vita in abbondanza” sui valori dello sport – diffusa in occasione dei XXV Giochi Olimpici Invernali, in corso a Milano e Cortina d’Ampezzo fino al 22 febbraio, e dei XIV Giochi Paralimpici, che si svolgeranno, nelle stesse località, dal 6 al 15 marzo – rilancia l’ appello alle nazioni affinché si rispetti la tregua olimpica e chiede che le competizioni sportive internazionali, come quella in corso, non siano strumentalizzate politicamente.  Il Papa che ama e pratica lo sport cita uno dei suoi sport più amati e praticati, il tennis, e sottolinea il ruolo educativo degli sport di squadra. Stigmatizza fenomeni come la “dittatura della performance”e del profitto a tutti i costi, oltre a forme di “corruzione” come il doping, che minano l’essenza stessa dello sport, metafora e scuola stessa della vita. A partire dalla valenza esistenziale della sconfitta e della vittoria: “Vincere non è semplicemente primeggiare, ma riconoscere il valore del percorso compiuto, della disciplina, dell’impegno condiviso. Perdere, a sua volta, non coincide con il fallimento della persona, ma può diventare una scuola di verità e di umiltà. Lo sport educa così a una comprensione più profonda della vita, nella quale il successo non è mai definitivo e la caduta non è mai l’ultima parola. Accettare la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza significa imparare a stare nella realtà con maturità, riconoscendo i propri limiti e le proprie possibilità”.

Prima la persona. “La persona, secondo la visione cristiana, deve rimanere sempre al centro dello sport in tutte le sue espressioni, anche in quelle di eccellenza agonistica e professionale”, l’esordio della lettera, in cui il Papa ripercorre la storia dell’alleanza della Chiesa con il mondo dello sport, a partire da San Paolo fino ad oggi. “Occorre impegnarsi affinché lo sport sia reso accessibile a tutti”, l’appello.

Incontro e non scontro.  “La giusta competizione e la cultura dell’incontro non riguardano solo i giocatori, ma anche gli spettatori e i tifosi”, il monito di Leone, che mette in guardia dalla tentazione di trasformare il tifo in fanatismo, trasformando gli stadi in luogo di scontro invece che di incontro, attraverso “una forma di polarizzazione che porta alla violenza verbale e fisica”. “Qui lo sport non unisce ma estremizza, non educa ma diseduca, perché riduce l’identità personale a un’appartenenza cieca e oppositiva”, commenta il Papa: “Ciò è particolarmente preoccupante quando il tifo è legato ad altre forme di discriminazione politica, sociale e religiosa e viene utilizzato indirettamente per esprimere forme più profonde di risentimento e odio”.

Nuova religione?  “Non è raro che lo sport venga investito di una funzione quasi religiosa”, scrive il Pontefice: “Gli stadi sono percepiti come cattedrali laiche, le partite come liturgie collettive, gli atleti come figure salvifiche”. In questo contesto si inserisce anche il pericolo del narcisismo, in virtù del quale “l’atleta può rimanere fissato allo specchio del proprio corpo performante, del proprio successo misurato in visibilità e consenso.

Il culto dell’immagine e della prestazione, amplificato dai media e dalle piattaforme digitali, rischia di frammentare la persona, separando il corpo dalla mente e dallo spirito”. “È urgente riaffermare una cura integrale della persona umana, nella quale il benessere fisico non sia disgiunto dall’equilibrio interiore, dalla responsabilità etica e dall’apertura agli altri”, l’invito: “Occorre riscoprire le figure che hanno unito passione sportiva, sensibilità sociale e santità”, come San Pier Giorgio Frassati.

“Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma pretende di ridefinirla, lo sport smarrisce la sua dimensione umana e simbolica, diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata”, il riferimento all’impatto delle nuove tecnologie sullo sport. Se praticato, invece, in modo giusto, lo sport diventa invece “strumento di integrazione e di dignità”, come dimostra l’esperienza di Athletica Vaticana, creata nel 2018 come squadra ufficiale della Santa Sede e sotto la guida del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. “Qui lo sport non è spettacolo, ma prossimità; non è selezione, ma accompagnamento; non è competizione esasperata, ma cammino condiviso”, l’omaggio del Pontefice, che esorta anche ad interrogarsi “sulla crescente assimilazione dello sport alla logica dei videogame” (gamification), che  “rischia di disancorare lo sport dal corpo reale e dalla relazione concreta”.

Per una buona pastorale.  “Illuminare dall’interno il senso dell’agire sportivo, mostrando come la ricerca del risultato possa convivere con il rispetto dell’altro, delle regole e di sé stessi”. Sta in questo imperativo, per il Papa, il segreto di una buona pastorale dello sport, da implementare a tutti i livelli per rendere lo sport un luogo “in cui imparare a prendersi cura del proprio essere senza idolatrarlo, a superarsi senza annullarsi, a competere senza perdere la fraternità”. “Gli sportivi costituiscono un modello che va riconosciuto e accompagnato”, perché “la loro esperienza quotidiana parla di ascesi e di sobrietà, di lavoro paziente su sé stessi, di equilibrio tra disciplina e libertà, di rispetto dei tempi del corpo e della mente”. A sua volta, la vita spirituale “offre agli sportivi uno sguardo che va oltre la prestazione e il risultato. Introduce il senso dell’esercizio come pratica che forma l’interiorità. Aiuta a dare significato alla fatica, a vivere la sconfitta senza disperazione e il successo senza presunzione, trasformando l’allenamento in disciplina dell’umano”. Sir 6

 

 

 

 

 

Sessanta anni fa, cattolici e ortodossi revocavano le scomuniche reciproche

 

Il cardinale Koch e il metropolita Job di Pisidia ricordano i sessanta anni dalla revoca delle scomuniche. Il ricordo di ieri, le sfide di domani - Di Andrea Gagliarducci

Roma. Con due relazioni lunghe e dettagliate, il Cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e il metropolita Job di Pisidia del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, co-presidenti della Commissione Mista Internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa ortodossa, hanno celebrato il sessantesimo anniversario dalla revoca reciproca delle scomuniche.

L’evento si è tenuto il 21 gennaio, in occasione della Cattedra Tillard, che ha organizzato una conferenza pubblica dedicata al 60mo anniversario della revoca delle scomuniche del 1054.

Il cardinale Koch si è concentrato sul significato teologico della scelta, sottolineando che nel “lungo cammino” ecumenico, è necessario, come primo passo, “dimenticare ciò che c’è dietro di noi”.

Il cardinale ha ricostruito il cammino che ha portato alla revoca della scomunica, dall’incontro tra Paolo VI e Atenagora a Gerusalemme nel 1964, che poi, il 7 dicembre 1965, il giorno prima della sessione conclusiva del Concilio Vaticano II, portò a togliere la mutua scomunica tra parte delle due Chiese.

Koch parla di un atto mutuo che ha “rimosso il veleno storico della scomunica” dalla Chiesa, con un evento dalla “forza ecclesiastica” molto diversa da quella del 1054, quando il cardinale Humbert de Silva Candida e i suoi compagni posero la bolla di scomunica sull’altare di Hagia Sophia contro il proclamato “pseudo-patriarca Michele” e l’arcivescovo Leone di Ocrida e i suoi ausiliari, e quano, qualche anno dopo, il patriarca Michele Kerullarios pronunciò una contro-scomunica, cosa che – nota Koch – “rese chiaro che le bolle di scomunica erano dirette solo contro personalità individuali e non contro le Chiese”, e che la scomunica pronunciata dal cardinale Humbert contro la Chiesa bizantina non era “formalmente valida”, e non avrebbe potuto avere alcuna validità canonica, dato che Leone IX era morto tre mesi prima.

E così, guardando ai fatti – sottolinea il Cardinale Koch – si può notare che “non c’è stato scisma”, sebbene poi lo scandalo del 1054 abbia posto “un’enfasi negativa sulle relazioni ecclesiastiche tra Roma e Costantinopoli”, ma non  fu considerata al tempo la causa della separazione successiva. Per questo, l’atto del 1965 “non può ancora significare la fine della separazione nella Chiesa tra Est e Ovest”, anche se è l’obiettivo che Paolo VI ed Atenagora hanno espresso nella loro “dichiarazione comune”.

Il cardinale Koch parla però ulteriori passi da fare. Prima di tutto, si deve instaurare un dialogo di verità e dialogo di amore, in un clima di amicizia che ha portato a riscoprire la “fraternità” tra le due Chiese sorelle, e che no può mettere da parte la verità, compresa come “un serio esame teologico dei fattori che hanno causato la separazione nella Chiesa”.

Quindi, la pulizia della memoria, ovvero “arrivare a patti con la storia di molti eventi e dichiarazioni che hanno pesantemente rovinato le relazioni tra Costantinopoli e Roma nel passato”.

Il cardinale Koch sottolinea che “uno sguardo indietro al passato mostra che le ragioni politiche sono spesso alla base delle difficili dispute tra cristiani grechi e latini”, e dunque la pulizia della memoria non deve limitarsi a includere “insegnamenti teologici e pratiche pastorali”.

Per questo, il cardinale include la prospettiva dello “scambio ecclesiale di doni”, considerando le differenze “non solo come legittime, ma come arricchenti”, cercando un “migliore bilancio tra la sinodalità e il primato”.

Il cardinale Koch afferma che il mutuo riconoscimento come Chiese è “il primo passo verso il ripristino della comunione della Chiesa”, e deve essere seguito da un secondo passo, ovvero il ritorno della comunione eucaristica”.

Da parte sua, il metropolita Job di Pisidia ha delineato il 1054 come “un anno tragico nell’immaginario cristiano”, ripercorrendo le cronache storiche, mostrando le ragioni dell’uno e dell’altro e le ragioni (anche personali) che hanno portato al conflitto e alla divisione.

Eppure, il lavoro dei teologi “non solo ha contribuito a demitizzare lo scisma del 1054”, ma è andato anche oltre, fino a “cancellare questi anatemi dalla memoria della Chiesa”, qualcosa che fu possibile “grazie all’apertura della chiesa cattolica verso altre Chiese”, ma anche grazie all’interesse della Chiesa Ortodossa nelle Chiese cristiane dell’Occidente.

La revoca delle scomuniche è stata l’inizio di “un nuovo capitolo” che ha portato alla Commissione teologica internazionale mista, la quale ha cominciato a lavorare considerando ciò che le due Chiese hanno in comune – la comprensione dei sacramenti e della natura sacramentale della Chiesa – e poi ha affrontato la questione della sinodalità e del primato”.

Quindi, c’è stato il tema del filioque, riprendendo la raccomandazione che la Chiesa cattolica utilizzi il Credo Niceno-Costantinopolitano nella tradizione greca. E questo, per esempio, è stato utilizzato da Leone XIV nella commemorazione ecumenica dei martiri della fede del 21esimo secolo nella Basilica di San Paolo fuori le Mura: il credo è stato recitato senza il filioque.

Job di Pisidia rimarca anche lo spirito con cui è stato ricordato il 1700esimo anniversario del Concilio di Nicea da Leone XIV e dal Patriarca Bartolomeo, quando il credo fu recitato, anche in quel caso, senza il filioque.

Job si chiede se ci sarà prima o poi una piena comunione tra Chiesa Cattolica e Patriarcato Ecumenico prima del 2054 (quando si celebrerà il millennio delle scomuniche), e nota che il dialogo teologico che ha luogo tra le due Chiese sorelle ha l’obiettivo concreto non di raggiungere un compromesso né di tradire l’ortodossia della fede, ma di restaurarla sulle basi della tradizione comune del primo millennio”. Aci 4

 

 

 

 

 

 

Leone XIV: “scongiurare una nuova corsa agli armamenti”

 

Il Papa ha concluso l'udienza di oggi, dedicata ancora una volta alla Dei Verbum, lanciando un appello a "fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti".  "Solidarietà" con l'Ucraina e "gratitudine" per le iniziative che l'aiutano a resistere, in questo tempo di grande freddo. di M.Michela Nicolais

“Fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti”. Leone XIV ha concluso con questo appello l’udienza di oggi, pronunciata in Aula Paolo VI e dedicata ancora una volta alla  costituzione conciliare Dei Verbum. “Domani giunge a scadenza il Trattato New Start, sottoscritto nel 2010 dal presidente degli Stati Uniti e dalla Federazione russa, che ha rappresentato un passo significativo nel contenere la proliferazione delle armi nucleari”, ha ricordato il Papa. “Nel rinnovare il mio incoraggiamento per ogni sforzo costruttivo in favore del disarmo e della fiducia reciproca, rivolgo un pressante invito a non lasciare cadere questo strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto ed efficace”, l’appello: “La situazione attuale esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa gli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni. E’ quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa, capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti”. Il Pontefice ha inoltre rinnovato l’invito alla “solidarietà” con “i nostri fratelli e sorelle dell’Ucraina, duramente provati dalle conseguenze dei bombardamenti che hanno ripreso a colpire anche le infrastrutture energetiche”, esprimendo la sua gratitudine per le iniziative di solidarietà promosse nelle diocesi cattoliche della Polonia e di altri Paesi, “che si adoperano per aiutare la popolazione a resistere in questo tempo di grande freddo”.

La Sacra Scrittura, “letta nella tradizione viva della Chiesa”, è “uno spazio privilegiato d’incontro in cui Dio continua a parlare agli uomini e alle donne di ogni tempo, affinché, ascoltandolo, possano conoscerlo e amarlo”, l’esordio della catechesi. “I testi biblici non sono stati scritti in un linguaggio celeste o sovrumano”, ha precisato Leone: “Come ci insegna anche la realtà quotidiana, infatti, due persone che parlano lingue differenti non s’intendono fra loro, non possono entrare in dialogo, non riescono a stabilire una relazione”. “In alcuni casi, farsi comprendere dall’altro è un primo atto di amore”, ha spiegato il Papa: “Per questo Dio sceglie di parlare servendosi di linguaggi umani e, così, diversi autori, ispirati dallo Spirito Santo, hanno redatto i testi della Sacra Scrittura”.

“Non solo nei suoi contenuti, ma anche nel linguaggio, la Scrittura rivela la condiscendenza misericordiosa di Dio verso gli uomini e il suo desiderio di farsi loro vicino”, ha proseguito il Pontefice. “Nel corso della storia della Chiesa, si è studiata la relazione che intercorre tra l’autore divino e gli autori umani dei testi sacri”, ha ricordato: “Per diversi secoli, molti teologi si sono preoccupati di difendere l’ispirazione divina della Sacra Scrittura, quasi considerando gli autori umani solo come strumenti passivi dello Spirito Santo”. In tempi più recenti, invece, “la riflessione ha rivalutato il contributo degli agiografi nella stesura dei testi sacri, al punto che il documento conciliare parla di Dio come ‘autore’ principale della Sacra Scrittura, ma chiama anche gli agiografi ‘veri autori’ dei libri sacri”.

“Dio non mortifica mai l’essere umano e le sue potenzialità”, ha assicurato il Papa: “Se la Scrittura è parola di Dio in parole umane, qualsiasi approccio ad essa che trascuri o neghi una di queste due dimensioni risulta parziale”, il monito di Leone XIV, secondo il quale “una corretta interpretazione dei testi sacri non può prescindere dall’ambiente storico in cui essi sono maturati e dalle forme letterarie utilizzate; anzi, la rinuncia allo studio delle parole umane di cui Dio si è servito rischia di sfociare in letture fondamentaliste o spiritualiste della Scrittura, che ne tradiscono il significato”. Un principio, questo, che vale anche per l’annuncio della Parola di Dio: “se esso perde contatto con la realtà, con le speranze e le sofferenze degli uomini, se utilizza un linguaggio incomprensibile, poco comunicativo o anacronistico, esso risulta inefficace”.

“In ogni epoca la Chiesa è chiamata a riproporre la Parola di Dio con un linguaggio capace di incarnarsi nella storia e di raggiungere i cuori”, l’invito ai fedeli. “Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo, spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale”, ha affermato Leone XIV prendendo a prestito le parole di Papa Francesco. Altrettanto riduttiva, d’altra parte, “è una lettura della Scrittura che ne trascuri l’origine divina, e finisca per intenderla come un mero insegnamento umano, come qualcosa da studiare semplicemente dal punto di vista tecnico oppure come un testo solo del passato”. Soprattutto quando proclamata nel contesto della liturgia, la Scrittura “intende parlare ai credenti di oggi, toccare la loro vita presente con le sue problematiche, illuminare i passi da compiere e le decisioni da assumere”:

“Questo diventa possibile soltanto quando il credente legge e interpreta i testi sacri sotto la guida dello stesso Spirito che li ha ispirati”. In questa prospettiva, la Scrittura “serve ad alimentare la vita e la carità dei credenti”, come ricorda Sant’Agostino: “Chiunque crede di aver capito le divine Scritture, se mediante tale comprensione non riesce a innalzare l’edificio di questa duplice carità, di Dio e del prossimo, non le ha ancora capite”. “L’origine divina della Scrittura ricorda anche che il Vangelo, affidato alla testimonianza dei battezzati, pur abbracciando tutte le dimensioni della vita e della realtà, le trascende”, ha concluso Leone: “esso non si può ridurre a mero messaggio filantropico o sociale, ma è l’annuncio gioioso della vita piena ed eterna, che Dio ci ha donato in Gesù”. Sir 4

 

 

 

 

 

 

Il servizio all’uomo non è un’aggiunta opzionale alla vita nello Spirito

 

La Conferenza generale delle Comunità carismatiche di alleanza in Italia ha rilanciato il legame tra vita nello Spirito e servizio all’uomo. Preghiera, discernimento e testimonianze hanno evidenziato una fede incarnata nelle fragilità, nella carità, nella giustizia sociale e nella cura del creato, in piena comunione ecclesiale. di Matteo Calisi

Quando la vita nello Spirito incontra le ferite dell’uomo, nasce una Chiesa che serve. È con questa consapevolezza che si è conclusa la Conferenza Generale delle Comunità Carismatiche di Alleanza in Italia, rivelandosi fin da subito come un tempo intenso di grazia, discernimento e responsabilità ecclesiale. Giorni vissuti nella preghiera e nel confronto, segnati dal desiderio di rileggere il cammino del Rinnovamento Carismatico alla luce delle sfide del presente.

Nel clima di ascolto e di comunione che ha accompagnato l’intero svolgimento dei lavori, il Forum delle Comunità Carismatiche di Alleanza in Italia ha espresso un sincero e profondo ringraziamento ai moderatori e ai presidenti delle Comunità. Il loro servizio, vissuto con generosità, competenza e autentico senso ecclesiale, ha permesso che la Conferenza non fosse solo un momento organizzativo, ma una vera esperienza di Chiesa in cammino. La cura nella preparazione, l’attenzione nel discernimento e la disponibilità all’ascolto hanno favorito un contesto in cui lo Spirito Santo ha potuto parlare con libertà, orientando i cuori e le scelte a beneficio delle Comunità e dell’intero Rinnovamento Carismatico nel nostro Paese.

Un ringraziamento altrettanto sentito è stato rivolto a tutti i partecipanti – Vescovi, sacerdoti, laici e membri delle Comunità – che con una presenza attenta, partecipe e responsabile hanno contribuito a fare di questi giorni un autentico kairos ecclesiale. La varietà delle vocazioni e delle esperienze, vissuta nella fraternità e nella preghiera comune, ha reso possibile un confronto sincero sulle urgenze del tempo presente, nella consapevolezza che solo insieme, come corpo, si può rispondere alle attese dell’uomo di oggi.

I lavori sono stati ulteriormente arricchiti dagli interventi degli Oratori, che hanno offerto chiavi di lettura profonde e stimolanti. Mons. Giovanni D’Ercole ha proposto una riflessione autorevole sull’Esortazione Apostolica Dilexi te, mettendo in luce come il servizio all’uomo non sia un aspetto secondario della vita cristiana, ma una dimensione costitutiva della sequela di Cristo e un criterio essenziale per ogni autentico discernimento pastorale. Sr. Myriam Osée de Jésus ha offerto una parola profetica sulla spogliazione evangelica, ispirata alla testimonianza di San Francesco, indicandola come via di libertà interiore, di conversione e di guarigione integrale per l’uomo contemporaneo, spesso prigioniero di false sicurezze e di logiche mondane.

Particolarmente significativa è stata la tavola rotonda, che ha dato voce a esperienze concrete di servizio incarnato. Le testimonianze hanno restituito un’immagine viva e credibile di una Chiesa che si fa prossima nelle situazioni di fragilità, mostrando come la vita carismatica possa tradursi in gesti concreti di accompagnamento, di cura e di speranza. L’impegno nella carità verso l’uomo, l’attenzione alle relazioni familiari e la presenza nel mondo carcerario hanno rivelato una fede capace di abitare le ferite della storia, trasformandole in luoghi di incontro e di salvezza.

In questo orizzonte si è inserito anche il contributo di Gloria Mari, che ha richiamato con forza il legame profondo tra il grido dei poveri e il grido della terra, evidenziando l’unità inscindibile tra spiritualità cristiana, giustizia sociale e custodia del creato. Una prospettiva che interpella le Comunità a vivere una conversione integrale, capace di tenere insieme contemplazione e responsabilità storica.

La relazione conclusiva di Carmine Arice ha offerto una sintesi spirituale e pastorale di ampio respiro, raccogliendo i fili emersi nei diversi momenti della Conferenza e orientando il mandato finale. Al centro, il richiamo allo Spirito Santo come sorgente viva di ogni autentico servizio all’uomo e come principio di unità, rinnovamento e missione. La Celebrazione Eucaristica conclusiva, presieduta da S.E. Mons. Giuseppe Mani, ha suggellato i lavori, richiamando la centralità dell’Eucaristia come fonte e compimento della vita nello Spirito e del servizio fraterno, e affidando le Comunità a un rinnovato cammino di fedeltà evangelica e di piena comunione ecclesiale.

Dalla Conferenza è emersa con chiarezza una convinzione condivisa: il servizio all’uomo non è un’aggiunta opzionale alla vita nello Spirito, ma un autentico luogo di rivelazione e di incontro con Cristo. La vita carismatica è chiamata a incarnarsi nella storia, nelle ferite dell’umanità e nelle periferie esistenziali, superando ogni separazione tra spiritualità e responsabilità sociale. Con il mandato finale, la Conferenza ha affidato a ciascuna Comunità e a ogni partecipante la responsabilità di proseguire questo cammino, nella fedeltà allo Spirito Santo e nella piena comunione con la Chiesa, affinché quanto vissuto e discernito possa tradursi in scelte concrete di vita, di missione e di servizio all’uomo. Sir 2

 

 

 

 

 

La sinodalità e i cattolici di altra lingua e riti

 

Stoccarda, seconda giornata della sesta assemblea del Synodaler Weg.

Due sono i rappresentanti delle comunità di altre lingue e riti che fanno parte di questo plenum, Synodaler Weg; è stato cosi fin dall’inizio. Pochi. di Paola Colombo

I cattolici di altra lingua e riti sono circa il 17% dei cattolici in Germania, senza contare che quelli che hanno il doppio passaporto rientrano nel conteggio percentuale dei cattolici tedeschi. In una assemblea come il Synodaler Weg che oggi conta 177 persone, il 17% consiste di 30 persone, se si rispettassero le rappresentanze percentuali che rispecchiano la realtà. Invece sono solo due. È evidente che sono, siamo sottorappresentati.

Nel 2024 i vescovi tedeschi hanno pubblicato il testo Auf dem Weg zu einer interkulturellen Communio, ampiamente trattato e presentato in diverse occasioni dalla Delegazione MCI. In esso si auspica e si promuove una maggior partecipazione, nel senso di prendere parte (Teilhabe), da parte dei cattolici di altra lingua e riti, negli organismi della Chiesa in Germania a tutti i livelli.

La domanda che abbiamo fatto oggi alla sesta assemblea del Synodaler Weg è come garantire e praticare la sinodalità della Chiesa in Germania se non si coinvolgono di più i cattolici di altra lingua e riti?

Pensando alla futura Conferenza sinodale (Synodalkonferenz), ne faranno parte anche i cattolici di altra lingua e riti?

Christian Gärtner della presidenza del ZdK ha risposto dicendo che il Zentralkomitee ha ben presente la questione: „Spero che saranno meglio rappresentanti nella Conferenza sinodale. Noi (ZfK) abbiamo cominciato all’interno delle nostre strutture di collegamento fra i consigli diocesani (Diözesanräte) e le associazioni cattoliche a pensare come aprirle ai cattolici di altra madrelingua che non sono molto rappresentati. Non è molto facile da realizzare, lo sappiamo, anche perché sono un gruppo molto eterogeneo. Però sì, è una delle grandi sfide che ci siamo posti come ZdK, dobbiamo affrontare questo sviluppo e vedere come integrarlo meglio nei nostri organismi”.

Come si dice in tedesco: Es gibt viel Luft nach oben, c’è ancora molto da fare…

Fare il punto della situazione

L’occasione di questa sesta assemblea del Synodaler Weg è stata presentare una valutazione del percorso fin qui fatto e andare a vedere se e come sono state applicate nelle diocesi le decisioni prese. Dopo la presentazione di lavori di monitoraggio e di valutazione, dall’assemlea è emerso un forte appello a realizzare le decisioni dei testi approvati dal SW dall’inizio fino alla V assemblea del 2023.

„Die Hütte brennt“ la casa brucia, un grido di allarme, che arriva da più sinodali qui presenti, i fedeli aspettano le riforme, le donne escono dalla Chiesa…

Anche qui si può sintetizzare: Es gibt viel Luft nach oben

Ancorare la sinodalità con la Conferenza sinodale

La futura istituzione sinodale non si chiamerà Synodaler Rat, consiglio sinodale, ma Conferenza sinodale, Synodalkonferenz. Questi cambi di nomi sembrano formalità ma spostano leggermente il significato e definiscono il compito del futuro organismo sinodale in modo tale da non collidere con il diritto canonico e da non mettere in discussione il primato dell’episcopato (Communio hierarchica, Vaticano II), punto che era sostanzialmente la grande riserva di Roma.

Non „consultare e decidere “ma„ consultare e prendere decisioni“ (Beschlüsse fassen). Mettere l’accento sul prendere decisioni piuttosto che sul decidere, sottolinea la ricerca di consenso sinodale e del processo decisionale nello spirito della ricerca della comunione senza, almeno così pare, mettere in discussione l’apostolicità della Chiesa.

Nei mesi scorsi ci sono stati molti incontri a Roma fra la curia e delegazione tedesca della conferenza episcopale e dei laici del ZdK per arrivare a una soluzione condivisa.

In questi ultimi tre anni una commissione Synodaler Ausschuss ha lavorato per dare una forma a una permanente struttura sinodale sovra diocesana. Il novembre questa commissione ha redatto lo statuto per la costituzione di una Conferenza sinodale. Il Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) lo ha subito approvato. Nella prossima Conferenza episcopale di fine febbraio toccherà ai vescovi votare lo statuto. Che cosa comporterà l’elezione di un nuovo presidente della conferenza episcopale tedesca per questo passaggio importante? Se i vescovi approveranno lo statuto della futura Conferenza sinodale, come c’è da aspettarsi, il passaggio successivo sarà l’invio a Roma del testo per il nulla osta, senza il quale, il nuovo organismo sinodale non avrebbe nessun status canonico.

Così si è espresso oggi il vescovo di Essen, Franz-Josef Overbeck, all’agenzia KNA: “Sono fiducioso che Roma approverà lo statuto della futura conferenza sinodale per la Chiesa in Germania”. Del-mci. 30.1.

 

 

 

 

 

 

Chiesa tedesca, il cardinale Woelki esce dal Cammino sinodale

 

“Ho promesso di condurre la mia diocesi in unità con il Papa” - Di Giacomo König

Francoforte. Un altro vescovo esce dal Cammino sinodale della Chiesa in Germania, che da giovedì 29 fino a sabato 31 gennaio si è riunito a Stoccarda per la sesta volta dall’inizio di questa esperienza, iniziata dai presuli tedeschi a Francoforte nel 2019. Si tratta del cardinale Reiner Maria Woelki, arcivescovo di Colonia, che la scorsa settimana in una lunga intervista con la radio diocesana, Domradio.de, ha spiegato i motivi della sua decisione: «Per me il Cammino sinodale è finito», ha detto il porporato al giornalista Renardo Schlegelmilch.

I vescovi tedeschi e il Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi si sono incontrati a Stoccarda, dopo tre anni dall’ultima plenaria del Cammino sinodale, per valutare ulteriormente il processo di riforma della Chiesa tedesca, iniziato oltre sei anni fa - questa la motivazione ufficiale - per dare risposta ai numerosi casi di abuso su minori, perpetrati da presbiteri tedeschi dal 1946 al 2014 e documentati da uno studio pubblicato nel settembre del 2018. «Inizialmente – ha argomentato l’arcivescovo di Colonia - era stato concordato che ci sarebbero state cinque riunioni e io ho partecipato a tutte. Durante una riunione della Conferenza episcopale tedesca si è discusso nuovamente della necessità di valutare il processo di riforme. Già allora avevo dichiarato all’interno della Conferenza che non avrei partecipato, perché per me il Cammino sinodale era giunto al termine».

All’ordine del giorno, durante la riunione a Stoccarda, c’è stata anche la preparazione dell’elezione degli “altri fedeli” per la conferenza sinodale. Ossia, oltre ai 27 vescovi tedeschi e ai 27 membri del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi, altri 27 rappresentanti laici dovranno far parte dell’organismo nazionale (Gremium). Proprio sulla costituzione di questo organismo, che comprende anche membri laici, e sulla sua legittimità a prendere decisioni che siano valide anche per i titolari delle diocesi si appuntano le critiche del cardinale Woelki: «A mio avviso questo organo non ha il compito di valutare ciò che un singolo vescovo locale o una singola diocesi ha attuato o meno delle decisioni del Cammino sinodale».

Il porporato valuta comunque positivamente le cinque assemblee cui ha partecipato. «Ritengo che siano state affrontate questioni importanti – ha aggiunto - come ad esempio la risposta agli abusi sessuali. Questo era infatti il punto di partenza iniziale. Sono state affrontate anche questioni relative alla gestione del potere e della responsabilità. È stato giusto così e sono convinto che occorra fare ancora di più in questo ambito».

Altre questioni cruciali sono state invece trascurate, come una riflessione attenta sulla “Lettera al popolo di Dio che è in cammino in Germania”, scritta da Papa Francesco nel giugno del 2019. «Durante il Cammino sinodale non sono state affrontate altre questioni importanti, come ad esempio quella dell’evangelizzazione, che Papa Francesco ci ha raccomandato nella sua lettera “al popolo di Dio in pellegrinaggio in Germania” del 2019. Ritengo che questa sia una grande lacuna di queste cinque assemblee plenarie».

Il cardinale Woelki, ad inizio gennaio nell’Aula Paolo VI a Roma, ha potuto sperimentare, nel Concistoro, la metodologia sinodale difesa da Papa Leone XIV: «Il problema per me è soprattutto il modo in cui è stato organizzato il lavoro nel percorso Sinodale in Germania. Non è stata vissuta la sinodalità nel senso in cui, dal mio punto di vista, la intendono Papa Francesco e ora anche Papa Leone, e come entrambi la richiedono ripetutamente per la Chiesa universale. Ho potuto sperimentarlo di recente durante il Concistoro, l’assemblea dei cardinali con il Papa a Roma».

«Credo che esistano opinioni fondamentalmente diverse su cosa significhi “sinodalità”», ha proseguito il porporato. «Secondo Papa Francesco e Papa Leone, la sinodalità senza evangelizzazione è inconcepibile. Ho l’impressione che, a un certo punto, il percorso sinodale in Germania abbia avuto come obiettivo principale quello di attuare determinate posizioni di politica ecclesiastica».

A seguito del Cammino sinodale, la Conferenza episcopale tedesca e il Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi vorrebbero istituire un organo sinodale comune a livello federale, in cui vescovi e laici dovrebbero decidere insieme. Lo statuto di questa cosiddetta Conferenza sinodale dovrà essere approvato dai vescovi e dal Vaticano. «Dobbiamo aspettare di vedere cosa dirà effettivamente Roma», commenta l’arcivescovo di Colonia. «Dobbiamo anche aspettare di vedere se la Conferenza Episcopale, nella sua assemblea plenaria di febbraio, approverà davvero lo statuto nella sua forma attuale. In questo senso, non voglio fare speculazioni. Posso solo dire che devo rispondere delle promesse fatte durante la mia ordinazione sacerdotale. Ho promesso di proteggere la fede della Chiesa e di seguire la via della mia diocesi in unità con il Papa. È questo – conclude il cardinale Woelki - che intendo continuare a fare anche in futuro».

Infine, quando il giornalista chiede al cardinale Woelki dove si posizionerebbe in un immaginario arco parlamentare dove al centro ci fosse il Papa, a destra i vescovi conservatori che percepiscono il Pontefice troppo “a sinistra” e a sinistra i vescovi “progressisti” tedeschi, il porporato risponde senza tentennamenti: «Sempre al fianco del Papa e quindi al centro. Il cammino che Papa Francesco ci ha aperto e che Papa Leone continua a percorrere è un cammino spirituale. Noi tutti, dal Papa ai vescovi fino a tutto il popolo di Dio, ci poniamo sotto la parola e l’autorità di Dio. Egli è il Signore della Chiesa».

Il cardinale Woelki si aggiunge, con la sua decisione di lasciare il Cammino sinodale, al piccolo gruppo di tre “dissidenti”, tutti del Land della Baviera, che, dopo aver a lungo sollevato critiche nei confronti del Cammino sinodale della Chiesa tedesca, lo hanno abbandonato. Sono monsignor Rudolf Voderholzer, vescovo di Ratisbona; monsignor Stefan Oster, vescovo di Passau e monsignor Gregor Maria Hanke, vescovo emerito di Eichstätt, che si era dissociato dal Cammino sinodale già prima di dimettersi, lo scorso 8 giugno 2025. Aci 2

 

 

 

 

 

La fedeltà a Dio. I Domenica di Quaresima

 

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Roma. In questa prima domenica di Quaresima la liturgia ci chiede con chi vogliamo stare: con Adamo ed Eva che hanno scelto la via della disobbedienza a Dio, oppure con Cristo, il nuovo Adamo che, invece, ha percorso la via dell’obbedienza e della fedeltà.

La prima lettura, tratta dal Libro della Genesi, ci conduce alle origini della nostra esistenza e ci aiuta a scoprire la verità su noi stessi. Ci ricorda che l’uomo è  plasmato dalla terra, è polvere, quindi creatura fragile, limitata, non autosufficiente. Ma quella polvere è stata raggiunta dal soffio di Dio. L’essere umano, dunque, non è soltanto materia, ma creatura voluta  a immagine e somiglianza di Dio, chiamata alla comunione con Colui che gli ha dato la vita. In questa sta la sua vera dignità e grandezza. Proprio per custodire questa verità, Dio pone un limite: non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male. Non si tratta di un divieto capriccioso, ma del segno concreto che l’uomo non è il Creatore e a Lui deve la sua esistenza.

E’ precisamente su questo punto che si inserisce la tentazione. Il serpente insinua ad  Eva un dubbio sottile che genera sospetto nei confronti di Dio: “Dio non ti vuole bene. Ti sta togliendo qualcosa. Ha paura di te, perchè teme che tu possa diventare come Lui. Allora non obbedire”. La tentazione nasce quando il limite, che è custodia della comunione, viene reinterpretato come ostacolo alla felicità. Da qui prende forma il peccato: la pretesa di essere la misura di tutto, di vivere senza riferimento a Colui dal quale veniamo. La donna vede che il frutto è bello agli occhi, buono da mangiare, desiderabile per acquistare saggezza, e lo prende. Il testo è molto realistico: il peccato non si presenta mai come qualcosa di evidentemente brutto o distruttivo. Non avrebbe presa su di noi. Si presenta, invece, sotto le apparenze del bene: come qualcosa di attraente, promettente, persino ragionevole. Non scegliamo il male perché lo riconosciamo come tale, ma perché lo scambiamo per un bene più facile, più immediato, più nostro. Ed è proprio in questo scambio che si consuma l’inganno. E quando ci si lascia ingannare, il risultato è drammatico: “Si aprirono gli occhi e si accorsero di essere nudi.” La promessa era: diventerete come Dio. Il risultato è: paura, vergogna, rottura. Il peccato non rende più grandi; rende più soli.

Il Vangelo ci conduce nel deserto, dove Gesù, come Adamo ed Eva, viene tentato dal diavolo. Anche qui risuona una voce che mette in discussione l’identità: Se tu sei Figlio di Dio…”. Il demonio utilizza la stessa tattica dell’Eden. Tenta di incrinare la relazione filiale, di separare il Figlio dal Padre, da Dio. Le tentazioni a cui i Gesù è sottoposto toccano le dimensioni fondamentali dell’esistenza: il piacere e il bisogno materiale, il successo e il riconoscimento, il potere e il dominio. Sono le stesse seduzioni che attraversano la nostra vita quando diventano fini a se stesse e ragione ultima del nostro agire. Ma Cristo non cede. Dove Adamo ed Eva hanno scelto l’autonomia, Gesù sceglie l’obbedienza amorosa al Padre. Dove il primo uomo ha dubitato, il Figlio eterno si affida. Egli non discute con il tentatore, non negozia, non cerca compromessi. Rimane saldo nella Parola di Dio. La sua forza non è l’esibizione del potere, ma la fedeltà alla propria origine, Dio.

 Ogni giorno siamo posti davanti alla stessa alternativa: vivere come creature che ricevono tutto dal Padre oppure pretendere di fondarci da soli. E dobbiamo ricordarlo con lucidità: ogni volta che scegliamo di fare a meno di Dio, non diventiamo più liberi; diventiamo più vulnerabili, più esposti alle paure, alle illusioni che promettono molto e donano poco. Entriamo allora nella Quaresima con realismo e fiducia: realismo, perché riconosciamo la nostra fragilità e la nostra costante tentazione di autosufficienza; fiducia, perché il nuovo Adamo, Cristo, ha già vinto. Mettiamoci dunque alla Sua scuola per vincere le insidie del maligno, per dominare le seduzioni del peccato, per praticare il digiuno non come semplice pratica esteriore, ma come segno concreto della nostra volontà di dissociarci da ciò che ci allontana da Dio e tornare alla casa del Padre per vivere da figli. E lasciamo che risuoni, come sigillo di questo cammino, l’insegnamento luminoso di sant’Ireneo di Lione: «La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è la visione di Dio.»

Ecco la meta della Quaresima: tornare a essere pienamente vivi, perché riconciliati con Dio, capaci di guardarlo e di lasciarci guardare da Lui. Aci 22

 

 

 

 

 

 

 

Deutsche Bischöfe: Reformfragen und klare Distanz zur AfD

 

In Würzburg ist an diesem Donnerstag die Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz zu Ende gegangen. Am Nachmittag stellte der neue Vorsitzende, Bischof Heiner Wilmer, die Ergebnisse vor. Seit Montag hatten die 56 Mitglieder unter anderem über die Fortsetzung von Reformen und die Rolle von Frauen, den Dialog zwischen Christentum und Islam, den Umgang mit sexuellem Missbrauch sowie über Fragen des gesellschaftlichen Miteinanders beraten. von Birgit Pottler - Vatikanstadt

Mit Nachdruck warnten die deutschen Bischöfe zudem vor einer Regierungsbeteiligung der AfD.

Synodalkonferenz und Anträge in Rom

Das Gremium nahm während der Vollversammlung unter anderem die Satzung der geplanten Synodalkonferenz zur Verstetigung des Synodalen Weges an. Neben „Chancen und Herausforderungen, die mit Auftrag und Zusammensetzung der Synodalkonferenz verbunden sind“, wurde festgehalten, dass mit ihr ein Format entwickelt worden sei, das die Anliegen der Weltsynode ernst nehme und im eigenen Kulturkreis umsetze – darunter Impulse zu mehr Transparenz, Rechenschaft und Evaluation, heißt es im Pressebericht. „In einem nächsten Schritt werde ich die Recognitio (Anerkennung) für die Satzung der Synodalkonferenz in Rom beantragen“, erläuterte Wilmer das weitere Vorgehen.

Predigt in Messfeiern für Frauen und nicht geweihte Männer

Ebenfalls in Rom wollen die deutschen Bischöfe eine Predigterlaubnis für Frauen und nichtgeweihte Männer in Eucharistiefeiern beantragen. Die Konferenz folge damit einem Beschluss der Synodalversammlung von 2023. Qualifizierte Männer und Frauen sollen für diesen besonderen Predigtdienst vom jeweiligen Bischof beauftragt werden. Dafür wolle man in Rom um Zustimmung bitten: „Wir haben vereinbart, dass ich dies bei meinem nächsten Besuch in Rom mitnehmen, vor Ort im Gespräch erläutern und dafür werben werde“, so Wilmer. Derzeit sind Predigten durch Nichtgeweihte in anderen Gottesdienstformen möglich, etwa in Wortgottesdiensten.

Die Verbindung mit Rom zeigt sich auch in einer weiteren Zusage: Am Katholikentag in Würzburg im Mai 2026 wird der Generalsekretär des vatikanischen Synodensekretariats, Kardinal Mario Grech, teilnehmen. Wilmer sprach von einem „starken Zeichen“, „wie Synodalität sich auf der Weltebene mit der Ortsebene verbindet“.

Aufarbeitung sexuellen Missbrauchs

Die Frage nach Aufklärung und Aufarbeitung sexuellen Missbrauchs in der katholischen Kirche sei der Ursprung des Synodalen Weges gewesen, erinnerte der neue Vorsitzende. Erneut hob er die besondere Rolle der Betroffenen hervor: „Ihre Stimmen haben Gewicht. Jeder Schritt der Aufarbeitung gewinnt Tiefe und Wahrheit durch ihr Zeugnis“, so Wilmer.

Zugleich sprach er sich für den Fortbestand des Fonds Sexueller Missbrauch aus und erinnerte daran, dass sich die Bundesregierung im Koalitionsvertrag zu dessen Erhalt verpflichtet habe. Der Fonds war 2013 eingerichtet worden. Betroffene können darüber Hilfen beantragen, die über Leistungen der Kranken- oder Pflegekassen oder andere Unterstützungen hinausgehen. Für viele stelle der Fonds „die einzige Möglichkeit dar, eine Form der staatlichen Anerkennung und Unterstützung zu erhalten“, sagte Wilmer. Im Bundeshaushalt sind für das laufende Jahr keine Mittel mehr für den Fonds eingeplant.

Mit Blick auf die Aufarbeitung in den Bistümern erklärte der Hildesheimer Bischof, inzwischen gebe es in allen 27 deutschen Diözesen unabhängige Aufarbeitungskommissionen sowie zwei interdiözesane Kommissionen. Vor diesem Hintergrund sprach Wilmer von einer Pionierleistung: „Es ist bundesweit das erste umfassende Aufarbeitungsprojekt einer ganzen Institution. Dass es in einem solchen Prozess zu Reibungen kommen und Fragen entstehen können, zu denen nicht sofort Lösungen vorliegen, ist Teil der Entwicklung.“ Gemeinsam mit der Unabhängigen Bundesbeauftragten gegen sexuellen Missbrauch von Kindern und Jugendlichen, Kerstin Claus, arbeite die Deutsche Bischofskonferenz „kontinuierlich und lösungsorientiert an praktischen Herausforderungen“.

Demokratie und gesellschaftlicher Zusammenhalt

Weitere Themen der Vollversammlung waren der gesellschaftliche Zusammenhalt sowie die aktuelle Lage der christlichen Minderheiten im Nahen Osten und in der Ukraine.

Angesichts vielfältiger Bedrohungen appellierten die katholischen Bischöfe an die Europäische Union, Rückgrat und Selbstbewusstsein zu zeigen. „Wir Bischöfe sind der Meinung, dass die EU ihren Platz in der Welt behaupten muss. Dazu gehören eine regelbasierte internationale Ordnung und der Multilateralismus. Damit ist die europäische Integration nicht nur ein Friedensprojekt für diesen Kontinent, sondern ein unverzichtbares Element des Weltfriedens.“

Zugleich übte Wilmer Kritik an der US-Regierung. Die freiheitliche Demokratie sei akut gefährdet, „wenn die USA eine angeblich eingeschränkte Meinungsfreiheit oder eine vermeintlich defekte Demokratie in der EU beklagen und mit politischen Kräften wie der AfD kooperieren“.

Nein zur AfD

Mit Nachdruck warnten die deutschen Bischöfe zudem vor einer Regierungsbeteiligung der AfD. Vor den anstehenden Landtagswahlen riefen sie erneut zum Schutz der Demokratie in Deutschland auf. „Wir appellieren an die Menschen in unserem Land, genau hinzuschauen und sich nicht von den vordergründig attraktiv gemeinten Klängen der AfD verführen zu lassen“, heißt es im Abschlussbericht des neu gewählten Vorsitzenden. „Von Würzburg aus sage ich deutlich: Wehret den Anfängen. Schützen wir unsere Demokratie.“

„Wir verwahren uns dagegen, dass unsere Themen gleichsam billig kopiert und in nationalistisches Denken und Handeln umgewandelt werden“

Kennzeichen der Demokratie sei es, unterschiedliche Meinungen „in gerechter und friedvoller Weise“ ins Gespräch zu bringen. Deshalb müssten Räume für Austausch und Dialog geschaffen werden. Die Kirche wolle dazu ihren Beitrag leisten. Mit Blick auf das Verhältnis der AfD zur Kirche sagte Wilmer, völkischer Nationalismus und menschenverachtende Parolen hätten in der katholischen Kirche keinen Platz. Die AfD wolle die Kirche diskreditieren: „Wir verwahren uns dagegen, dass unsere Themen gleichsam billig kopiert und in nationalistisches Denken und Handeln umgewandelt werden.“ 

Zu einem möglichen Verbotsverfahren gegen die AfD äußerte sich der Vorsitzende auf Nachfrage nicht. Es sei Sache der Politik und des Rechtsstaats, darüber zu entscheiden, ob ein Parteienverbot angestrebt werde. 

(vn/kna/kap/dbk 26)

 

 

 

 

 

Hoffnungen zum neuen DBK-Vorsitz

 

An den neuen Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) knüpfen sich Hoffnungen und Erwartungen von Seiten verschiedener kirchlicher und nicht-kirchlicher Gruppen. Zusammenfassung einiger Stimmen.

Rabbiner und der Zentralrat der Juden in Deutschland setzen weiter auf einen engen Austausch mit der katholischen Deutschen Bischofskonferenz und ihrem neuen Vorsitzenden. Mit Bischof Heiner Wilmer verbinden die Orthodoxe Rabbinerkonferenz Deutschland und die Allgemeine Rabbinerkonferenz die Hoffnung auf einen guten jüdisch-christlichen Dialog.

Versachlichung und Dialog

Zentralratspräsident Josef Schuster hob hervor, dass Wilmer direkt nach seiner Wahl am Dienstag deutliche Worte zur Bedeutung eines guten Verhältnisses zwischen katholischer Kirche und jüdischer Gemeinschaft geäußert habe. Dies nehme er erfreut zur Kenntnis, so Schuster am Mittwoch. Die Vorsitzende der Allgemeinen Rabbinerkonferenz (ARK), Rabbinerin Elisa Klapheck, äußerte sich ähnlich. Der Vorstand der Orthodoxen Rabbinerkonferenz Deutschland (ORD) erwähnte „die zunehmende Polarisierung im Zusammenhang mit Israel“, die das jüdische Leben belaste. „Umso wichtiger ist eine klare und glaubwürdige Stimme der Kirchen, die zur Versachlichung beiträgt, Polarisierung und Extremismus entgegenwirkt und die Sicherheit und Würde jüdischen Lebens stärkt.“

Die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Kirsten Fehrs, bekräftigte, sie blicke mit großer Zuversicht auf die künftige Zusammenarbeit zwischen evangelischer und katholischer Kirche. Bischof Wilmer habe sie als einen aufgeschlossenen und weltgewandten Gesprächspartner kennengelernt, der Strukturreformen mit geistlicher Erneuerung verbinden wolle.

Reformerwartungen

Reformorientierte kirchliche Gruppierungen und Verbände richteten bereits am Dienstag erste Forderungen an den Hildesheimer Bischof. Die Präsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Irme Stetter-Karp, appellierte an den Reformwillen des neuen Vorsitzenden: „Wir brauchen Ihr Herz für Reform und Zusammenhalt“, schrieb sie laut Katholischer Nachrichten-Agentur (KNA) in ihrem Glückwunschbrief. Wilmers Wahl sei eine Richtungsentscheidung für die Kirche in Deutschland. Auch der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) und die Katholische Frauengemeinschaft Deutschlands (kfd) mahnten die Fortführung von Reformen an. „Insbesondere junge Menschen erwarten Beteiligung, Transparenz und eine Umsetzung der getroffenen Entscheidungen“, sagte der BDKJ-Vorsitzende Volker Andres.

Aufarbeitung von Missbrauch

Die Reformgruppierung „Wir sind Kirche“ betonte, die Aufarbeitung sexuellen Missbrauchs sei ebenfalls weiterhin ein zentrales Thema. Der Betroffenenverein „Eckiger Tisch“, der die Interessen von Missbrauchsüberlebenden vertritt, erinnerte mit Blick aus Wilmers Wahl daran, dass die Aufarbeitung von sexualisierter Gewalt oberste Priorität haben müsse und Betroffeneninteressen in den Mittelpunkt gestellt werden müssten. Sie richteten eine Reihe konkreter Forderungen an den neuen DBK-Vorsitzenden, darunter etwa, versäumte Meldungen bei den Unfallkassen aufzuarbeiten. Unterlassene Meldungen hätten Betroffene um Heilbehandlungen, Rehabilitationsmaßnahmen und Rentenansprüche gebracht, schrieb „Eckiger Tisch“.

Auch die Caritas und mehrere katholische Hilfswerke meldeten sich zu Wort. „Wir wollen gemeinsam die katholische Soziallehre als prophetische Stimme in unserer Arbeit nutzen: Liebe ist Tat", sagte Caritas-Präsidentin Eva Welskop-Deffaa. „Gerne werden wir mit Bischof Wilmer an einem Zukunftsbild der Kirche arbeiten, das der Liebe keine Grenzen setzt." (kna/kap/vn 25)

 

 

 

 

 

Interreligiöser Dialog herausgefordert

 

Die deutschen katholischen Bischöfe sehen interreligiöse Beziehungen in Deutschland vor Hintergrund des Nahostkonfliktes herausgefordert. Das hat der Augsburger Bischof Bertram Meier am Mittwoch bei einem Pressegespräch in Würzburg verdeutlicht.

Der DBK-Beauftragte für Weltkirche und Interreligiösen Dialog verwies bei der Pressekonferenz am Rande der laufenden Vollversammlung der Bischöfe auf multireligiöse Dialogformate zwischen Juden, Christen und Muslimen, die zuvor an Relevanz gewonnen hätten. Infolge des 7. Oktober 2023 sei „jedoch gerade zwischen jüdischen und muslimischen Akteuren das Vertrauen vielerorts erschüttert“ worden, so Meier. „Während Juden sich zu Recht alarmiert über das Anwachsen antisemitischer Ressentiments und Übergriffe zeigen, beklagen Muslime eine mangelnde Solidaritätsbereitschaft mit palästinensischen Opfern und sehen sich unter ,Generalverdacht‘ gestellt“, fasste der katholische Bischof Spannungen in Worte.

Christen als Brückenbauer in aufgeheizter Lage

Christlichen Dialogpartnern komme hier „nicht selten die Rolle von Brückenbauern zu“, erinnerte Meier. Aus kirchlicher Sicht sei klar: „Wir halten am Ziel eines gerechten Friedens im Heiligen Land fest, der die Rechte von Israelis wie von Palästinensern schützt; und wir treten dafür ein, dass Antisemitismus, Muslimfeindlichkeit und jegliche Form des Rassismus in Deutschland keinen Platz haben.“

Pluralisierung des Islam

In den vergangenen Jahrzehnten habe sich in Deutschland eine große Vielfalt muslimischen Lebens entwickelt, „teils mit starken Verknüpfungen zu den Herkunftsländern muslimischer Migranten, teils aber auch mit ganz eigener Prägung“, führte Meier mit Blick auf die Entwicklung des Islam in Deutschland weiter aus. Während lange Zeit Menschen mit türkischen Wurzeln die große Mehrheit der Muslime in Deutschland bildeten, hätten in den vergangenen Jahren Migrationsbewegungen aus dem Nahen und Mittleren Osten zu einer weiteren Pluralisierung beigetragen. Auch die Formen gelebter islamischer Religiosität seien vielfältig.

Neue Interaktionsmöglichkeiten

Als „in praktischer Hinsicht relevant“ beschrieb der Bischof die Tatsache, dass sich in Deutschland vor allem durch den Aufbau einer islamischen Hochschultheologie neue Möglichkeiten für einen theologisch fundierten Dialog und überhaupt neue Interaktionsmöglichkeiten zwischen Christen und Muslimen eröffnet hätten. Auch habe das gemeinsame ehrenamtliche Engagement von Christen und Muslimen in den letzten Jahren einen Aufschwung erfahren, merkte er weiter an, „sei es bei der Flüchtlingshilfe, beim Klimaschutz oder beim Eintreten für Demokratie und Menschenrechte“.

Bei der Pressekonferenz informierten Teilnehmer unter dem Titel „Dialog zwischen Christen und Muslimen – Kontinuität und Wandel“ über Ergebnisse eines Studientages während der Vollversammlung der deutschen katholischen Bischöfe in Würzburg. Dabei wurde die neue Arbeitshilfe Christlich-muslimische Beziehungen in Deutschland vorgestellt, die in der Nachfolge des Dokuments Christen und Muslime von 2003 steht. (pm 25)

 

 

 

 

 

Fastenexerzitien: Wahrheit und Versuchung

 

Am Dienstag und Mittwoch wurden die Fastenexerzitien in der Paulinischen Kapelle für Papst Leo XIV. und die Römische Kurie fortgesetzt. Der norwegische Trappistenmönch und Bischof von Trondheim, Erik Varden, sprach dabei über die Wahrheit sowie über die Realität von Versuchung, Fall und Korruption.

In der fünften Betrachtung zum Thema „Der Glanz der Wahrheit“ rief Varden zur Wachsamkeit gegenüber Versuchungen auf. Erneut zitierte er Bernhard von Clairvaux: Demnach lebe niemand auf der Erde ohne Versuchungen; „wenn jemand zufällig von einer befreit ist, kann er sicher eine andere erwarten“.

Ehrgeiz sei die „Verneinung der Wahrheit“ – „eine nicht sehr subtile Form der Habsucht, Mutter der Heuchelei. Er lässt die Tugenden rosten, die Heiligkeit verfaulen, die Herzen erblinden“. Für den Abt von Clairvaux entstehe er aus einer „Entfremdung des Geistes“, einem „Wahnsinn, der sich zeigt, wenn man die Wahrheit vergisst“.

„Ein Leib, der sich langsam bewegt“

Der christliche Wahrheitsanspruch werde nur glaubwürdig, wenn er sich in gelebter Heiligkeit zeige. Die Kirche müsse dazu ihre eigene Sprache bewahren, so der Fastenprediger vor Papst und Kurie.

Varden warnte vor der Versuchung, „mit den Moden der Welt Schritt zu halten“. Die Kirche sei „ein Leib, der sich langsam bewegt: Sie liefe Gefahr, sich nicht saisongemäß zu schmücken und sich mit dem Jargon von gestern auszudrücken.“ Der Weg bestehe darin, ihre eigene Sprache zu sprechen, „die der Bibel und der Liturgie, ihrer Väter und Mütter, Dichter und Heiligen, die auch heute noch geboren werden“ – damit sie „imstande bleibt, ewige Wahrheiten neu zu verkünden“. So werde sie aktuell bleiben und könne auch heute wie in der Vergangenheit Orientierung geben.

Sturz, Korruption und geistliche Reife

Die sechste Meditation stand im Zeichen des Psalmwortes „Tausend fallen an deiner Seite“. Varden unterschied zwischen Stürzen, die zur Demut und Umkehr führen können, und solchen, die Zerstörung nach sich ziehen. Mit Blick auf kirchliche Korruption und Missbrauch sprach er von Wunden, die Gerechtigkeit und Tränen verlangten. „Die schrecklichste Krise der Kirche wurde nicht durch den Widerstand der Welt verursacht, sondern durch kirchliche Korruption. Die zugefügten Wunden werden Zeit brauchen, um zu heilen.“

„Wunden, die Zeit brauchen, um zu heilen“

Eine säkulare Mentalität benenne angesichts einer Katastrophe meist nur Monster und Opfer. „Die Kirche besitzt – wenn sie sich daran erinnert, sie zu gebrauchen – feinere und wirksamere Werkzeuge.“ Der Trappist warnte zudem vor jeder Form von Dualismus zwischen geistlicher und konkreter Dimension. „Das geistliche Leben ist kein Zusatz zum übrigen Dasein. Es ist seine Seele.“

Noch bis Freitag, 27. Februar, hören der Papst und die obersten Kurienvertreter zweimal täglich Meditationen des norwegischen Bischofs Erik Varden, selbst Mitglied des Dikasteriums für den Klerus. Ort ist die Cappella Paolina im Apostolischen Palast. (vn 25)

 

 

 

 

 

 

Frühjahrs-Vollversammlung 2026: Pressekonferenz „Dialog zwischen Christen und Muslimen“

 

Der Islam ist in Deutschland nach dem Christentum die zweitgrößte Religionsgemeinschaft. Vielerorts konnten gute Dialogbeziehungen zwischen Christen und Muslimen wachsen. Das Zusammenleben wird aber auch immer wieder herausgefordert, sei es durch islamistische oder durch islamfeindliche Tendenzen. Im Rahmen eines Studientags hat sich die Vollversammlung in Würzburg mit relevanten Entwicklungen des muslimischen Lebens in Deutschland und den Folgen für den interreligiösen Dialog befasst. Dabei wurde auch die neue Arbeitshilfe Christlich-muslimische Beziehungen in Deutschland vorgestellt, die in der Nachfolge des Dokuments Christen und Muslime von 2003 steht.

Hier dokumentieren wir die Statements aus dem Pressegespräch „Dialog zwischen Christen und Muslimen – Kontinuität und Wandel“ von

* Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg), Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz und Vorsitzender der Unterkommission für den Interreligiösen Dialog;

* P. Prof. Dr. Tobias Specker SJ (Frankfurt am Main), Lehrstuhlinhaber für Katholische Theologie im Angesicht des Islam an der Phil.-Theol. Hochschule Sankt Georgen;

* Prof. Dr. iur. Dr. h. c. Mathias Rohe (Erlangen), Lehrstuhlinhaber für Bürgerliches Recht, Internationales Privatrecht und Rechtsvergleichung sowie Sprecher des Forschungszentrums für Islam und Recht in Europa der Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nürnberg (FAU EZIRE);

* Dunya Elemenler (Köln), Projektleiterin beim Sozialdienst muslimischer Frauen (SmF) und Vorsitzende der Christlich-Islamischen Gesellschaft (CIG) dbk 25

 

 

 

 

 

 

 

„Kirche in Not“ veröffentlicht neuen Glaubens-Kompass zur Katholischen Soziallehre

 

Der deutsche Zweig des weltweiten päpstlichen Hilfswerks „Kirche in Not“ (ACN) veröffentlicht eine neue Ausgabe der Reihe „Glaubens-Kompass“. Unter dem Titel „Die Katholische Soziallehre – Glaube, der Verantwortung übernimmt“ stellt die Publikation die Grundprinzipien katholischer Sozialethik in kompakter und allgemein verständlicher Form vor.

Der neue Glaubens-Kompass erläutert, wie die Kirche aus dem christlichen Menschenbild konkrete Maßstäbe für gesellschaftliches und politisches Handeln ableitet. Im Zentrum stehen die drei Grundprinzipien Personalität, Solidarität und Subsidiarität. Diese werden als Orientierung für ein verantwortliches Leben in Freiheit erklärt – vom persönlichen Handeln bis hin zu Fragen von Gemeinwohl, sozialer Gerechtigkeit und weltweiter Verantwortung.

Zugleich bietet die Ausgabe einen Überblick über die wichtigsten Sozialenzykliken von „Rerum novarum“ (1891) bis „Fratelli tutti“ (2020) und zeigt, wie die Kirche in verschiedenen historischen Umbrüchen auf soziale Herausforderungen reagiert hat.

Verfasser des Glaubens-Kompasses ist der Berliner Publizist, Philosoph und Theologe Josef Bordat. Er arbeitet als freier Autor und hat sich in mehreren Büchern und Beiträgen mit gesellschaftlichen, ethischen und theologischen Fragen auseinandergesetzt.

Der Glaubens-Kompass eignet sich zur Verteilung in Pfarreien, Bildungseinrichtungen und kirchlichen Gruppen sowie für alle, die Orientierung in gesellschaftlichen Fragen aus christlicher Perspektive suchen. KiN 25

 

 

 

 

 

 

Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ ist neuer Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz

 

Der Bischof von Hildesheim, Dr. Heiner Wilmer SCJ, ist heute (24. Februar 2026) zum neuen Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz gewählt worden. Er folgt auf Bischof Dr. Georg Bätzing und wird die Deutsche Bischofskonferenz in den nächsten sechs Jahren nach außen vertreten.

Heiner Wilmer wurde am 9. April 1961 in Schapen (Emsland) geboren. Im August 1980 trat er in die Ordensgemeinschaft der Herz-Jesu-Priester ein und legte 1985 die Ewige Profess ab. Am 31. Mai 1987 wurde Wilmer in Freiburg zum Priester geweiht. Von 1987 bis 1993 studierte er in Rom und Freiburg. Nach verschiedenen Stationen als Referendar und Lehrer in Meppen, Vechta und der New Yorker Bronx wurde er Schulleiter des Gymnasiums Leoninum in Handrup. Von 2007 bis 2015 war Wilmer Provinzial der Deutschen Ordensprovinz der Herz-Jesu-Priester in Bonn und im Anschluss bis 2018 Generaloberer der Herz-Jesu-Priester in Rom. Am 6. April 2018 wurde Heiner Wilmer von Papst Franziskus zum 71. Bischof von Hildesheim ernannt, am 1. September 2018 wurde er zum Bischof geweiht und in sein Amt eingeführt. In der Deutschen Bischofskonferenz ist er seit September 2021 Vorsitzender der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen. Er war von 2019 bis 2024 Vorsitzender der Deutschen Kommission Justitia et Pax.

Hintergrund

Der Vorsitzende vertritt die Deutsche Bischofskonferenz nach außen. Er ist dabei an die Beschlüsse der Vollversammlung und des Ständigen Rates gebunden. Liegen zu einer bestimmten Frage keine Beschlüsse der Vollversammlung oder des Ständigen Rates vor, so ist der Vorsitzende gehalten, einen entsprechenden Beschluss herbeizuführen. Ist das nicht möglich, so ist wenigstens das Einvernehmen mit dem Vorsitzenden der zuständigen Kommission anzustreben. In dringenden Fällen kann der Vorsitzende der Bischofskonferenz von sich aus Erklärungen abgeben. Er unterrichtet die Mitglieder der Bischofskonferenz. Der stellvertretende Vorsitzende übernimmt die Aufgaben des Vorsitzenden, wenn bei rechtmäßiger Verhinderung dieser ihn mit seiner Vertretung betraut oder er auch daran gehindert ist. Dbk 24

 

 

 

 

Wilmer ist neuer Vorsitzender der Bischofskonferenz

 

Der Bischof von Hildesheim, Heiner Wilmer, ist zum neuen Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) gewählt worden.

Wilmer folgt in diesem Amt auf Bischof Georg Bätzing und wird die Deutsche Bischofskonferenz in den nächsten sechs Jahren nach außen vertreten. Gewählt wurde er auf der DBK-Vollversammlung in Würzburg. Die Bischöfe bestätigten auch DBK-Generalsekretärin Beate Gilles und DBK-Sprecher Matthias Kopp in ihren Positionen. Gilles ist die erste Frau in diesem Amt; Kopp, ein früherer Mitarbeiter von Radio Vatikan, ist auch Berater des vatikanischen Dikasteriums für Kommunikation, zu dem Vatican News gehört.

Innerhalb der Deutschen Bischofskonferenz war Bischof Wilmer bisher für gesellschaftliche und soziale Themen zuständig. Von 2019 bis 2024 leitete er die Kommission für Gerechtigkeit und Frieden (Iustitia et Pax). Der Ordensmann ist aber auch als Autor spiritueller Bücher hervorgetreten.

Biografisches

Heiner Wilmer wurde am 9. April 1961 in Schapen (Emsland) geboren. Im August 1980 trat er in die Ordensgemeinschaft der Herz-Jesu-Priester (SJC) ein und legte 1985 die Ewige Profess ab. Am 31. Mai 1987 wurde Wilmer in Freiburg zum Priester geweiht. Von 1987 bis 1993 studierte er in Rom und Freiburg. Nach verschiedenen Stationen als Referendar und Lehrer in Meppen, Vechta und der New Yorker Bronx wurde er Schulleiter des Gymnasiums Leoninum in Handrup.

Von 2007 bis 2015 war Wilmer Provinzial der Deutschen Ordensprovinz der Herz-Jesu-Priester in Bonn und im Anschluss bis 2018 Generaloberer der Herz-Jesu-Priester in Rom. Am 6. April 2018 wurde Heiner Wilmer von Papst Franziskus zum 71. Bischof von Hildesheim ernannt, am 1. September 2018 wurde er zum Bischof geweiht und in sein Amt eingeführt. In der Deutschen Bischofskonferenz ist er seit September 2021 Vorsitzender der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen. Er war von 2019 bis 2024 Vorsitzender der Deutschen Kommission Justitia et Pax.

Hintergrund

Der Vorsitzende vertritt die Deutsche Bischofskonferenz nach außen. Er ist dabei an die Beschlüsse der Vollversammlung und des Ständigen Rates gebunden. Liegen zu einer bestimmten Frage keine Beschlüsse der Vollversammlung oder des Ständigen Rates vor, so ist der Vorsitzende gehalten, einen entsprechenden Beschluss herbeizuführen. Ist das nicht möglich, so ist wenigstens das Einvernehmen mit dem Vorsitzenden der zuständigen Kommission anzustreben. In dringenden Fällen kann der Vorsitzende der Bischofskonferenz von sich aus Erklärungen abgeben. Er unterrichtet die Mitglieder der Bischofskonferenz. Der stellvertretende Vorsitzende übernimmt die Aufgaben des Vorsitzenden, wenn bei rechtmäßiger Verhinderung dieser ihn mit seiner Vertretung betraut oder er auch daran gehindert ist. (dbk/vn 24)

 

 

 

 

Bischof Wilmer: Mit einem Bibelvers ins neue Amt

 

Mit einem Vers aus dem Lukasevangelium ist Bischof Heiner Wilmer in sein neues Amt als Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) gestartet.

„Ehre sei Gott in der Höhe und Friede auf Erden den Menschen seiner Gnade: Mit diesen Worten aus dem Gebet des Gloria beginnt die Kirche ihren Lobpreis.“ Das sagte der Hildesheimer Bischof bei seiner Pressekonferenz kurz nach der Wahl. Diese Formel werde für ihn im neuen Amt der Kompass sein. „Diese Verse aus dem Lukasevangelium tragen eine doppelte Bewegung in sich: den Blick zu Gott und den Blick auf die Menschen. Gott im Zentrum, und der Friede für die Welt und die Gerechtigkeit als Aufgabe.“

Nach diesem geistlichen Einstieg dankte Bischof Wilmer seinen Mitbrüdern im bischöflichen Dienst für ihr Vertrauen. Er ging auf die Katholiken in Deutschland ein, von denen viele um eine gute Wahl gebetet hätten, und wandte sich auch an seinen Amtsvorgänger an der Spitze der Bischofskonferenz, Georg Bätzing: „Du, lieber Georg, hast unsere Konferenz geleitet in schwerer Zeit. Dir gebührt mein Respekt und meine ganze Dankbarkeit!“

„Kirche in Deutschland ist lebendig und attraktiv“

Vor allem aber sprach Wilmer die Gläubigen in Deutschland direkt an. „Sie sind das lebendige Gesicht der Kirche! In Gemeinden, Verbänden, Caritas, Schulen, in Familien, im stillen Gebet tragen Sie den Glauben. Unser Glaube ist eine Quelle von Kraft und Weite. Er schenkt Halt, er verbindet Generationen, er öffnet Räume der Hoffnung. Und diese Hoffnung, dass Gott uns trägt, leben wir in ökumenischer Verbundenheit mit allen evangelischen und orthodoxen Schwestern und Brüdern sowie mit unseren jüdischen und muslimischen Geschwistern.“

Der Hildesheimer Bischof bekannte sich zur Freude am Evangelium und zum weltweiten synodalen Prozess der katholischen Kirche. Dabei sei das gemeinsame Hören entscheidend. „Synodalität bleibt eine geistliche Haltung: Miteinander unterwegs sein, Verantwortung teilen. Entscheidungen gemeinsam tragen. Christus steht im Zentrum; aus dieser Mitte wächst Vertrauen, und Vertrauen schafft Zukunft. Es wird darum gehen, das Evangelium zu verkünden – mit aller Kraft, notfalls auch mit Worten.“

An Missbrauchsopfer: Ihre Stimmen haben Gewicht

Ein besonderes Wort richtete Bischof Wilmer an Menschen, die in der Kirche sexualisierte Gewalt erfahren haben: „Ihre Stimmen haben Gewicht. Jeder Schritt der Aufarbeitung gewinnt Tiefe und Wahrheit durch Ihr Zeugnis. Zuhören und Verlässlichkeit prägen diesen Weg. So entsteht ein Raum, in dem Würde geschützt ist und Vertrauen neu wachsen kann.“

Außerdem erinnerte er an den vierten Jahrestag des russischen Überfalls auf die Ukraine. „Vier Jahre voller Leid, voller Zerstörung, voller Tränen. Städte in Trümmern, Familien getrennt, Kinder im Schutzraum, Mütter auf der Flucht, Väter an der Front. Wie viel Unrecht, wie viel Gewalt, wie viele Wunden in den Herzen der Menschen! Im Namen Gottes: Dieser Krieg braucht ein Ende, jetzt! Frieden ist kein ferner Traum, Frieden ist eine Aufgabe.“

Zur Lage der katholischen Kirche in Deutschland bemerkte Wilmer, sie habe „eine schwere Zeit hinter sich“.

„Wir haben viel gerungen, doch es geht nach vorn! Ich bin in vielen Gemeinden unterwegs, mit Jugendlichen im Gespräch, und ich bin immer wieder positiv überrascht. Wir haben Probleme und Herausforderungen, ja. Aber die Gläubigen vor Ort sind gut drauf! Davon lasse ich mich als Bischof anstecken. Kirche ist für viele ein wichtiger Anker. Mit unserem sozialen Engagement sind wir eine Säule in der Gesellschaft. Die katholische Soziallehre ist eine prophetische Stimme für alle Menschen. Diese Stimme gilt es stärker werden zu lassen. Die Katholikinnen und Katholiken in Deutschland wollen die Kirche selbstbewusst und auch demütig in eine neue Zeit tragen. Dabei gibt es eine große Vielfalt, aus dem Evangelium heraus zu leben – aber gemeinsam folgen wir Jesus Christus nach.“

„Wir haben viel gerungen, doch es geht nach vorn“

Wilmer nannte die katholische Kirche „attraktiv“: „Unsere christliche Botschaft ist, dass es eine Hoffnung gibt, die größer ist als naiver Optimismus. Die christliche Hoffnung ist frei von Defätismus und Untergangssehnsucht. Unsere Gesellschaft leidet daran, dass der Nachbar zum Feind wird und jedes Gegenüber zum potenziellen Gegner werden kann. Die Kraft des Evangeliums ist es, aus einer Haltung der Demut stark zu sein. Das gilt auch für politische Auseinandersetzungen. Die katholische Kirche in Deutschland will Botschafterin eines höheren und gerechten Friedens sein, nach innen und nach außen.“

Besorgt zeigte sich der neue Vorsitzende der Bischofskonferenz über „den inneren Unfrieden in Deutschland“. „Unsere Demokratie in Deutschland ist ein Weg, den wir mitgehen wollen, auf dem wir auch selbst uns einüben müssen.“

(vn 24)

 

 

 

 

Bätzing geht: Klare Kante

 

Mit der Wahl eines neuen Bischofskonferenz-Vorsitzenden wird in der deutschen katholischen Kirche in dieser Woche ein neues Kapitel aufgeschlagen. Radio Vatikan blickt auf Bätzings Amtszeit zurück und richtet den Blick auf Herausforderungen, denen ein neuer Vorsitzender die Stirn bieten muss. Kollegengespräch. Anne Preckel - Vatikanstadt

Stimmberechtigt bei der Wahl am Dienstag im Rahmen der Frühjahrsvollversammlung der Bischofskonferenz in Würzburg (23.-26. Februar) sind alle amtierenden Erzbischöfe, Bischöfe und Weihbischöfe. Auch Diözesanadministratoren, die ein vakantes Bistum vertreten, können wählen.

Der Limburger Bischof Georg Bätzing hat die DBK seit März 2020 als Vorsitzender und Nachfolger der Münchner Kardinals Reinhard Marx geleitet. Nach der turnusgemäßen Amtszeit von sechs Jahren tritt Bätzing nun auf eigenen Wunsch nicht zur Wiederwahl an. 

Bilanz zu Bätzings Amtszeit: Kollegengespräch (A. Preckel, S. Kempis - Vatican News)

Dialog mit Rom landete am Ende auf sicheren Füßen 

Wofür steht die Amtszeit von Bischof Georg Bätzing an der Spitze der Deutschen Bischofskonferenz?

Sie steht für ein Gesicht des Reformwillens und der Willigkeit, sich unbequemen Fragen zuzuwenden. Das war in der Vergangenheit der Deutschen Bischofskonferenz nicht immer der Fall, wenn wir auf den Missbrauchsskandal zurückblicken, der in Deutschland 2010 explodierte. Bätzings Amtszeit zeigt ein Bemühen um Aufarbeitung, steht aber auch für das Ringen der deutschen katholischen Kirche um Dialog mit dem Vatikan. Dieser Austausch war am Anfang des Synodalen Weges, der ja aus der Missbrauchskrise entstand, geprägt durch die berühmten „Stoppschilder“, warnende Äußerungen des Vatikans zum deutschen Reformweg in Form von Vatikan-Briefen und einem Grundsatz-Hirtenbrief von Papst Franziskus. Im Laufe von Bätzings Amtszeit hat sich der Dialog zwischen dem Vatikan und der deutschen Kirche dann verstetigt, er ist sozusagen auf sicheren Füßen gelandet. Das war ein anstrengender Prozess. Unter Papst Leo scheint der deutsche Synodale Weg wie selbstverständlich als Ausdruck einer Teilkirche im großen Chor der synodalen Stimmen der Weltsynode. Leo XIV. bittet um Geduld und Ehrlichkeit, wenn es um Reformanliegen geht, und er spricht von unterschiedlichen Geschwindigkeiten in der Weltkirche. Ein versöhnlicher Ton. Bischof Bätzing traf ihn im vergangenen September im Vatikan.

Klare Kante

Was waren die wichtigsten Akzente in Bätzings Amtszeit, was wird erinnert werden im Rückblick auf diese sechs Jahre?

Das ist natürlich sehr individuell, was wer erinnert und erinnern will. Ich würde sagen, die Bischofskonferenz hat unter Georg Bätzing politisch klar Kante gezeigt gegenüber dem unerträglichen Erstarken des völkischen Nationalismus in Deutschland. Das war wichtig, auch in Bezug darauf, was derzeit in den Vereinigten Staaten von Amerika passiert, mit dieser unguten Verquickung von Christentum und Nationalismus. Die deutsche Kirche hat da auch nochmal zum Nachdenken darüber angeregt, was Christsein eigentlich bedeutet und womit es unvereinbar ist. Diese Diskussion brauchen wir sehr dringend. Ich denke, das war wirklich das wichtigste Zeichen unter Bätzing, der da ohne Wenn und Aber, ohne Zögern, Position bezogen hat.

Dem Bild der deutschen Bischofskonferenz hat es auch neue Frische verliehen, dass mit Beate Gilles erstmals eine Frau als Generalsekretärin eingesetzt wurde. Das war ein sichtbares Zeichen dafür, dass Frauen und Männer auch an der Spitze der deutschen Kirche gemeinsam Kompetenzen einbringen können. Vorreiter sind die Deutschen damit nicht, in Ozeanien und auch Afrika gibt es im Umfeld von katholischen Bischofskonferenzen ebenfalls Frauen in Schlüsselfunktionen. Aber sicher – es ist nach wie vor selten.

Brücken bauen

Am Dienstag, dem 24. Februar, steht nun die Wahl eines neuen Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz an. Was muss dieser mitbringen?

Das werden sich die Wähler genau überlegen. Direkt vor der Wahl morgen tauschen sich die Bischöfe über die Anforderungen an den Vorsitzenden aus. Bischöfe, die für eine Wahl nicht zur Verfügung stehen wollen, geben dies in der Regel während der Aussprache bekannt. Eine Kandidatenliste gibt es nicht. Soweit vorab zum Wahlprozedere. 

Ja, und was muss der Neue mitbringen? Ich denke, er muss es verstehen, die Bischofskonferenz nach innen hin zu einen und sie zugleich gut nach außen hin zu repräsentieren – also gegenüber den Kurienbehörden und dem Papst in Rom, aber auch als Hauptvertreter der institutionellen deutschen Kirche im Ausland. Im Rahmen des weltweiten synodalen Prozesses ist dieser zweite Aspekt nicht zu unterschätzen. Die Reformideen der deutschen Kirche müssen sich noch weiter mit dem synodalen Weltprozess verbinden. Und vor dem Hintergrund der Irritationen, die die deutsche katholische Kirche in der Weltkirche teils ausgelöst hat, Stichwort kulturelle Unterschiede, braucht es vielleicht einen weltgewandten, kultursensiblen Kommunikator mit internationaler Erfahrung und Connections in verschiedene kirchliche Lager.

Drittens geht es natürlich auch darum, Prioritäten für die katholische Kirche in Deutschland selbst zu benennen. Bätzing hat im Bereich der Missbrauchsaufarbeitung die Ärmel hochgekrempelt. Es geht jetzt auch darum, Menschen wieder für die Kirche zu gewinnen, vor allem Frauen, junge Leute und Skeptiker, die sich entfernt haben.

Anne Preckel ist Autorin eines Handbuches zum deutschen Synodalen Weg mit dem Titel „Der Synodale Weg. Fragen und Antworten“, erschienen beim Bibel Verlag 2020. (vn 23)

 

 

 

 

 

Einkehrtage für die Kurie: „Zurück zum Wesentlichen“

 

Im Vatikan haben am Sonntagabend die diesjährigen Fastenexerzitien für die römische Kurie begonnen: die ersten in der Ära Leo XIV. Schauplatz ist die Paulinische Kapelle im Apostolischen Palast.

Unter zwei langen Fresken Michelangelos, die die Kreuzigung des Petrus und die Bekehrung des Paulus zeigen, kamen der Papst und die Spitzenkräfte der römischen Kurie zusammen, um zunächst das Stundengebet zu beten. Die Einkehrtage, die in ihrer heutigen Form Papst Paul VI. (1963-78) eingeführt hat, dauern bis zum 27. Februar und finden unter Ausschluss der Öffentlichkeit statt. Weil die Paulinische Kapelle, die in unmittelbarer Nähe der Sixtinischen Kapelle liegt, relativ klein ist, wurde der Kreis der Teilnehmenden auf die Führungspersönlichkeiten der einzelnen vatikanischen Behörden sowie die in der Ewigen Stadt ansässigen Kardinäle beschränkt.

Unter den Fresken des Michelangelo

Leo XIV. nahm am Sonntag in der ersten Reihe neben Kardinal Leonardo Sandri Platz. Videobilder zeigten auch den Dekan des Kardinalskollegiums, den 92-jährigen Italiener Giovanni Battita Re, in der vordersten Sitzreihe, dahinter zahlreiche Kardinäle und Bischöfe. Der Einzige abgesehen von Papst Leo, der Weiß trug, war der vom Papst bestimmte Fastenprediger: Der norwegische Bischof Erik Varden gehört nämlich dem Trappistenorden an und trägt dementsprechend ein weißes Ordensgewand. (Wer allerdings nach „Trappisten Farbe“ googelt, erhält zur Antwort: „Goldgelb mit einer weißen Schaumkrone“. Damit ist, wie man dann schnell feststellt, das berühmte, von Trappisten gebraute Bier gemeint.)

Fastenexerzitien im Vatikan, mit Leo XIV.

„Der Friede Christi: kein Versprechen eines leichten Lebens, sondern die Voraussetzung für eine verwandelte Gesellschaft“

„Erleuchtet von einer verborgenen Herrlichkeit“: Diesen Titel hat Varden – der seit 2024 die Nordische Bischofskonferenz leitet und übrigens auch einmal für Radio Vatikan gearbeitet hat – dem Zyklus seiner Fastenpredigten gegeben. Zusammenfassungen seiner einzelnen Meditationen sollen im Lauf dieser Tage jeweils auf seiner Internetseite erscheinen. Zum Auftakt am Sonntagabend ließ sich Bischof Varden über den Frieden aus christlicher Sicht aus: Er sei „kein Versprechen eines leichten Lebens, sondern die Voraussetzung für eine verwandelte Gesellschaft“. Allerdings müsse „jeder Manipulation christlicher Begriffe  und Zeichen zu anderen Zwecken entschieden widersprochen“ werden.

In der Fastenzeit gehe es darum, „die Radikalität des christlichen Friedens, seine Verwurzelung im gerechten, mutigen Selbstopfer zu artikulieren und gleichzeitig uns selbst und andere an die Wahrheit der unsterblichen Worte des heiligen Johannes Klimakos zu erinnern: ‚Es gibt kein größeres Hindernis für die Gegenwart des Heiligen Geistes in uns als den Zorn‘ “.

Authentischer geistlicher Kampf

Die Fastenzeit, so Varden, konfrontiert uns mit dem Wesentlichen: „Sie versetzt uns in einen materiellen und symbolischen Raum, der vom Überflüssigen befreit ist. Die Dinge, die uns ablenken, auch die guten, werden vorübergehend beiseitegelegt“. Sie ist die Zeit eines authentischen geistlichen Kampfes, in dem die Kirche „die Aufforderung, Laster und schädliche Leidenschaften zu bekämpfen, nicht abschwächt: Ihre Sprache ist ‚Ja, ja’, ‚Nein, nein’, nicht ‚jetzt dies’, ‚jetzt das’“.

Am Montagvormittag ging Bischof Varden in seinen Betrachtungen auf das Denken des hl. Bernard von Clairvaux (1090-1153) ein; der hl. Zisterzienser und Kreuzzugsprediger war ein Verfechter der Reform des mönchischen Lebens, aus der nach seinem Tod der Trappistenorden hervorging. Varden charakterisierte Bernhard als quecksilbriges Temperament und verglich ihn in dieser Hinsicht mit Thomas Merton. Die Lehre des heiligen Zisterziensers zum Thema Bekehrung sei bis heute von großer geistlicher Bedeutung.

Bis zum 27. Februar finden täglich zwei Meditationen statt: um 9 Uhr morgens sowie um 17 Uhr nachmittags, gefolgt von der eucharistischen Anbetung und der Vesper. (vn 23)

 

 

 

 

 

Papst-Appell zur Ukraine: „Lasst die Waffen schweigen!“

 

Am 24. Februar 2022 hat Russland die Ukraine überfallen. An diesen traurigen Jahrestag hat Papst Leo XIV. an diesem Sonntag erinnert.

 „Seit Beginn des Krieges gegen die Ukraine sind nun schon vier Jahre vergangen“, sagte er bei seinem Angelusgebet am Petersplatz in Rom.

„Mein Herz ist nach wie vor bei der dramatischen Situation, die alle klar vor Augen haben. Wie viele Opfer, wie viele zerstörte Leben und Familien! Wie viel Zerstörung! Wie viel unaussprechliches Leid! Jeder Krieg ist wirklich eine Wunde, die der gesamten Menschheitsfamilie zugefügt wird, er hinterlässt Tod, Verwüstung und eine Spur des Schmerzes, die Generationen prägt.“

Bombardierungen!

Leo hat schon mehrfach den ukrainischen Präsident Wolodymyr Selenskyj empfangen. An diesem Sonntag rief er erneut nach einem Waffenstillstand. Den Aggressorstaat Russland nannte Leo nicht ausdrücklich beim Namen.

„Der Frieden kann nicht aufgeschoben werden, er ist ein dringendes Bedürfnis, das in den Herzen Raum finden und sich in verantwortungsvollen Entscheidungen niederschlagen muss. Deshalb erneuere ich mit Nachdruck meinen Appell: Lasst die Waffen schweigen! Hört auf mit den Bombardierungen! Es muss unverzüglich ein Waffenstillstand erreicht und der Dialog verstärkt werden, um den Weg zum Frieden zu ebnen. Ich lade alle ein, sich im Gebet für das leidgeprüfte ukrainische Volk und für alle, die unter diesem Krieg und allen Konflikten in der Welt leiden, zu vereinen, damit das lang ersehnte Geschenk des Friedens über unseren Tagen erstrahlen möge.“ (vn 22)

 

 

 

 

 

Italien: Gebeine von Franz von Assisi erstmals gezeigt

 

In der Stadt Assisi in Mittelitalien werden ab diesem Samstag erstmals die Gebeine des Heiligen Franz von Assisi gezeigt. Der populärste Heilige Italiens starb vor 800 Jahren, seine sterblichen Reste ruhen seit Jahrhunderten in einem Sarkophag aus Stein.

Für die vier Wochen dauernde Ausstellung der Reliquien haben sich rund 400.000 Menschen angemeldet. Nach der feierlichen Überführung des Sarges von der Krypta in die Basilika San Francesco beginnt am Sonntag die öffentliche Ausstellung der Knochen in einem durchsichtigen Reliquien-Behälter. Papst Leo XIV. wird am 6. August nach Assisi reisen und am Sarg des Heiligen beten.

Leo XIV. kommt

Die erste öffentliche Präsentation der Gebeine des heiligen Franz von Assisi seit seinem Tod vor 800 Jahren stößt auf großes Interesse. Für die am Sonntag beginnende Reliquien-Schau haben sich bereits mehr als 370.000 Menschen angemeldet, wie die Franziskaner in Assisi auf Anfrage mitteilten. Die maximale Besucherzahl während der 29 Tage dauernden "Ostensione" liegt demnach bei 400.000.

Am Samstag findet um 16 Uhr die Überführung des Sarges mit den sterblichen Überresten des Franziskus (1181/82-1226) von der Krypta der Basilika San Francesco in die darüber liegende Unterkirche statt. Geleitet wird die Zeremonie anlässlich des 800. Todestags des populären Heiligen vom Päpstlichen Beauftragten, Kardinal Ángel Fernández Artime. Die Messe zum Abschluss der Reliquien-Ausstellung leitet am Sonntag, 22. März, um 17 Uhr der Vorsitzende der Italienischen Bischofskonferenz, Kardinal Matteo Zuppi.

Führungen in sechs Sprachen buchbar

Interessierte können eine kostenlose Führung mit einem Franziskaner in Italienisch, Französisch, Englisch, Spanisch, Polnisch und Deutsch sowie ohne Begleitung unter sanfrancescovive.org reservieren. Mehr als die Hälfte der Ausstellungstage sind bereits ausgebucht.

Während der Reliquien-Schau finden zahlreiche liturgische, kulturelle und spirituelle Veranstaltungen statt. Neben zahlreichen Wallfahrten steht am 14. und 15. März ein Franziskanisches Jugendtreffen unter dem Titel "Schwester Tod" auf dem Programm. Dazu haben sich laut den Ordensleuten bereits mehr als 400 junge Frauen und Männer angemeldet.

Auch der Bischofspalast und das angrenzende „Heiligtum der Entkleidung“ (Santuario della Spogliazione) in Assisi beteiligen sich an der Ausstellung. So können die Besucher dort Ausgrabungen besichtigen und durch die „Franziskus-Tür“ schreiten. Es handelt sich um den historischen Ort, an dem der heilige Franz alles Weltliche ablegte, um sich ganz Gott hinzugeben.

Abendliche Konzerte in der Oberkirche

Zum Auftakt der Reliquien-Ausstellung singt am Samstagabend die Schola Cantorum der London Oratory School. Am 28. Februar, 7. und 21. März bietet die Cappella Musicale der Päpstlichen Basilika Sankt Franziskus in Assisi Werke zur Passion Christi.

Am 10. März gastieren die Knoxville Catholic High School Singers aus Tennessee, USA. Den Konzertreigen beschließt am 17. März das Orchestra da Camera Fiorentina. Die Konzerte finden in der Oberkirche der Basilika statt, sind kostenlos und ohne Voranmeldung nach Verfügbarkeit zugänglich.

Papst am 6. August in Assisi

Auch das ganze Festjahr über bietet die Geburtsstadt des populären Heiligen zahlreiche Veranstaltungen, insbesondere um den Gedenktag des Schutzpatrons der Tiere am 4. Oktober. Papst Leo XIV. wird am 6. August nach Assisi reisen, wie der Vatikan am Donnerstag bekanntgab. (kap 21)

 

 

 

 

 

Papst: Inklusion als Maßstab von Arbeit und Wirtschaft

 

Leo XIV. hat zur Förderung und Inklusion junger Menschen in Arbeit und Wirtschaft aufgerufen. Er lobte ein katholisches Förderprogramm für Jugendliche in Süditalien und rief zu Solidarität, Inklusion und zum Netzwerken auf: „Niemand darf vergessen werden“, sagte er vor Teilnehmern des Policoro-Projektes, das von der italienischen Bischofskonferenz gefördert wird.  Anne Preckel – Vatikanstadt

Das Projekt geht auf eine katholische Initiative zurück, die 1995 im süditalienischen Policoro in der Region Basilikata ihren Anfang nahm. Anliegen war es, der vor allem in Süditalien schwerwiegenden Jugendarbeitslosigkeit zu begegnen und ein Netzwerk zu gründen, das die Bereiche Jugend, Arbeit und Evangelisierung verband.

In einer Ansprache an Träger und Nutznießer des Projektes würdigte Papst Leo an diesem Samstag die Früchte, die die Initiative in den letzten 30 Jahren getragen hat. Es war ein Netzwerk entstanden, das über Diözesen nicht nur in Süditalien, sondern auch im Zentrum und Norden des Landes Fuß gefasst hat und das jungen Leuten Zukunftsperspektiven bot.

Hartnäckigkeit statt Perspektivlosigkeit

„Ihr jungen Menschen seid das strahlende Gesicht eines Italiens, das nicht aufgibt, die Ärmel hochkrempelt und immer wieder aufsteht.“

„Ihr jungen Menschen seid das strahlende Gesicht eines Italiens, das nicht aufgibt, die Ärmel hochkrempelt und immer wieder aufsteht“, wandte sich Papst Leo an die Zuhörenden. „Viele haben ,Nein‘ zu Korruption, Ausbeutung und Ungerechtigkeit gesagt; beschlagnahmte Vermögenswerte der Mafia wurden in soziale Projekte investiert; Genossenschaften wurden gegründet, die Städten und Regionen zu neuem Aufblühen verholfen haben; viele junge Menschen wurden bei der Gründung eigener Unternehmen unterstützt“, zählte er auf.

„Darüber hinaus habt ihr unzählige Stunden in Schulen und Gemeinden verbracht, um Menschen über die Bedeutung von Arbeit und Gerechtigkeit aufzuklären, sie für den Frieden zu rüsten und das Bewusstsein für das Gemeinwohl zu stärken. Ihr habt die Wunden junger Menschen geheilt, die ausgegrenzt, desillusioniert und desinteressiert waren.“

Begleitung, Ermutigung, Inklusion

„Niemand darf vernachlässigt werden, niemand darf sich verlassen fühlen.“

Angesichts des demografischen Wandels, der Abwanderung und der Entmutigung vieler junger Menschen sei dieses Engagement weiterhin gefragt, machte der Papst klar: „Niemand darf vernachlässigt werden, niemand darf sich verlassen fühlen.“ Wesentlich sei, dass junge Menschen befähigt würden, „zu Gestaltern ihrer eigenen Entwicklung und der Zukunft aller Regionen“ zu werden.

Die Träger und Nutznießer des Projektes rief der Papst dazu auf, sich von Evangelium und Soziallehre als „Kompass“ leiten und von italienischen Heiligen inspirieren zu lassen. Bei der Begleitung junger Menschen in Italien in Arbeit und Gesellschaft brauche es gesunden Realismus, schärfte er ein: man dürfe sich weder von „Schwarzmalern blenden“ lassen noch glauben, alles sei „in Ordnung“.

Gutes Miteinander statt Alphatier-Sein

„Gemeinschaft - als Wiege von Zukunft.“

Als wesentliches Gegengewicht in der heutigen Kultur, die Menschen „als isoliert und konkurrenzorientiert“ betrachte, benannte Leo XIV. Gemeinschaft. Sie sei der eigentliche Maßstab gelingender Arbeit, Wirtschaft, Politik, Kommunikation und auch Kirche:

„Die heutige Kultur neigt dazu, uns als isoliert und konkurrenzorientiert zu betrachten. Doch Arbeit, Wirtschaft, Politik und Kommunikation werden nicht vom Genie einzelner Führungspersönlichkeiten getragen, sondern von Experten für soziale Beziehungen. Wenn das Gemeinschaftsleben wächst, in der Gesellschaft wie in der Kirche, schaffen wir die Voraussetzungen für ein gedeihendes Leben.“

„Arbeit, Wirtschaft, Politik und Kommunikation werden nicht vom Genie einzelner Führungspersönlichkeiten getragen, sondern von Experten für soziale Beziehungen.“

Qualität kommt selten aus schlechten Beziehungen

Intelligenz, Talent, Wissen, soziale Organisation und Fleiß entwickelten sich dank guter Beziehungen, erinnerte der Papst, der dazu aufrief, gemeinsam zu „träumen“ und in „gemeinsame Wege zu investieren“ – auch über Italien hinaus.

„Liebe Freunde, geht gemeinsam vertrauensvoll voran. Italien und Europa brauchen euch und euren Enthusiasmus. Hört niemals auf zu träumen und knüpft Verbindungen zu anderen jungen Menschen aus Europa und anderen Kontinenten, die wie ihr die Kirche lieben und in ihrem Namen in der Gesellschaft wirken. Ich begleite euch voller Hoffnung, schließe euch in meine Gebete ein und sende euch und euren Familien herzlich meinen apostolischen Segen. Danke!“ (vn 21)

 

 

 

 

 

Dokument der Weltsynode kurzgefasst. „Synodalität verstehen“

 

Das Abschlussdokument der Weltsynode vom Oktober 2024 Für eine synodale Kirche: Gemeinschaft, Teilhabe und Sendung ist ein zentraler Text im Leben der Kirche weltweit. Papst Franziskus hat ihn wenige Wochen nach der Weltsynode als Teil des Lehramts erklärt. Die deutsche Fassung des Dokuments ist über die Schriftenreihe des Sekretariats der Deutschen Bischofskonferenz bereits seit Sommer vergangenen Jahres verfügbar. Um dem großen Interesse an diesem Text gerecht zu werden, der intensiv in Pfarrgemeinden, Akademien und den katholischen Verbänden gelesen wird, veröffentlicht die Deutsche Bischofskonferenz heute (20. Februar 2026) eine Kurzfassung. Auf rund 20 Seiten werden die zentralen Passagen des Dokuments erläutert. Die Broschüre ist zum besseren Lesen mit Bildern und Grafiken gestaltet. Sie versteht sich als ein Beitrag zur weiteren Debatte und Umsetzung der Erfahrungen der Weltsynode.

In seinem Vorwort zur Kurzfassung des Synodendokuments schreibt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, dass die Ergebnisse der Weltsynode zentral für die künftige Entwicklung der Kirche seien: „Die vorliegende Zusammenfassung einiger wesentlicher Anliegen möchte hier eine Unterstützung sein. Sie kann eine eingehende Lektüre des Abschlussdokuments nicht ersetzen. Aber sie kann einen ersten Überblick bieten. Wir hoffen, dass das eine kleine Hilfe dabei ist, Synodalität von den schriftlichen Konzepten in das konkrete Leben in der Kirche zu bringen. Wir alle, die wir als Getaufte an der Sendung der Kirche teilhaben, sind aufgerufen, daran mitzuwirken.“Hinweise. Die Broschüre Synodalität verstehen kann unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen als Broschüre bestellt oder als PDF-Datei heruntergeladen werden. Der Gesamttext ist erschienen in der Reihe Verlautbarungen des Apostolischen Stuhls Nr. 244. Er kann ebenfalls unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen als Broschüre bestellt oder als PDF-Datei heruntergeladen werden. dbk 20

 

 

 

 

Papst: Es braucht Kurswechsel bei der Verkündigung

 

Bei einer Begegnung mit dem Klerus des Bistums Rom hat Papst Leo XIV. die Verkündigung des Evangeliums als pastorale Priorität bezeichnet. Angesichts einer „zunehmenden Erosion der religiösen Praxis“ brauche es neue Formen. Gleichzeitig rief der Bischof von Rom zu mehr Zusammenarbeit zwischen den Pfarreien auf und verlangte eine stärkere Nähe zu Jugendlichen. Birgit Pottler

Das Feuer des Glaubens müsse neu entfacht werden, es brauche „eine klare Kurskorrektur“. Die gewohnte Pfarrpastoral sei oft so angelegt, dass sie vor allem die Spendung der Sakramente sicherstelle, so der Papst. Dies setze jedoch voraus, „dass der Glaube … vom Umfeld, von der Gesellschaft wie vom familiären Milieu her weitergegeben wird“. Das sei durch kulturelle und gesellschaftliche Veränderungen vielerorts nicht mehr der Fall.

„Das ist die Priorität“

Leo XIV. formulierte daher: „Es ist daher dringend notwendig, wieder zur Verkündigung des Evangeliums zurückzukehren: Das ist die Priorität.“ Er warnte zugleich – in Anlehnung an das Apostlische Schreiben Evangelii gaudium – vor einer „Sakramentalisierung ohne andere Formen der Evangelisierung“.

Für die Großstadt Rom, geprägt von Mobilität und veränderten Lebensformen, müsse die Pastoral Wege finden, „die den Menschen helfen, neu mit der Verheißung Jesu in Berührung zu kommen“. Es gelte,  „neue Formen der Glaubensweitergabe zu erproben – auch außerhalb der klassischen Wege –, um Kinder, Jugendliche und Familien neu einzubeziehen“.

Kooperation statt „Selbstbezogenheit“

Über Pfarreigrenzen hinweg rief Leo XIV. zu mehr Zusammenarbeit auf. Das Territorium einer Pfarrei entspreche nicht mehr den modernen Lebensgewohnheiten. „Um der Evangelisierung … den Vorrang zu geben, können wir nicht isoliert denken und handeln“, sagte er. Die einzelne Pfarrei reiche in vielen Fällen nicht mehr aus, um Menschen zu erreichen, die kaum am Gemeindeleben teilnehmen.

Leo XIV. – in seiner Zeit als Bischof und Augustiner-Oberer viel unterwegs und auf Zusammenarbeit mit anderen angewiesen – rief dazu auf, die „Versuchung der Selbstbezogenheit, die zu Überlastung und Zerstreuung führt“, zu überwinden. Er plädierte für gemeinsame Planung, das Teilen von Charismen und Ressourcen sowie bessere Abstimmung – besonders zwischen benachbarten Pfarreien. Eine stärkere Koordination sei nicht nur ein organisatorisches Instrument, sondern Ausdruck priesterlicher Gemeinschaft.

Nähe zu Jugendlichen

Mit Blick auf junge Menschen stellte der Papst fest, viele von ihnen lebten „ohne jeden Bezug zu Gott und zur Kirche“. Er nannte Orientierungslosigkeit, existenzielles Unbehagen, die Prägung durch virtuelle Lebenswelten sowie Anzeichen von Aggressivität. „Wir haben keine einfachen Lösungen, die sofortige Ergebnisse garantieren. Aber wir können – soweit möglich – den Jugendlichen zuhören, ihnen nahe sein, sie aufnehmen und ein Stück ihres Lebens teilen.” Zudem sollten Pfarreien die Zusammenarbeit mit Schulen und Fachleuten aus Pädagogik und Humanwissenschaften suchen.

„Niemals in euch selbst verschließen“

Ein eigenes Wort richtete Leo XIV. an jüngere Priester. In einem schwierigeren kirchlichen wie gesellschaftlichen Umfeld, bestehe „die Gefahr, die eigenen Kräfte rasch zu erschöpfen, Frustration anzusammeln und in Einsamkeit zu geraten“. „Niemals in euch selbst verschließen“, warnte der Papst, und ermunterte: „Habt keine Angst, euch auszutauschen – auch über eure Müdigkeit und eure Krisen.“ Priesterliche Brüderlichkeit müsse konkret werden: „Begleiten und unterstützen wir einander.“ Berufung und Treue seien kein rein individueller Weg, sondern verpflichteten dazu, „füreinander Sorge zu tragen“. (vn 19)

 

 

 

 

 

Vatican News stellt Video-Widget für katholische Webseiten bereit

 

Es kann leicht in die Webseiten von Diözesen, Pfarreien, kirchlichen Vereinigungen und Organisationen eingebettet werden und wird automatisch mit den neuesten Nachrichten und Videos aktualisiert. Leo XIV. würdigt die Initiative von Vatican News als „Instrument der Evangelisierung“, mit dem ein Netzwerk und Austausch zwischen Rom und den verschiedenen Ortkirchen auf der ganzen Welt geschaffen werden kann.

„Lieber Bruder, diese Initiative von Vatican News ist ein Instrument der Evangelisierung und bietet die Möglichkeit, ein Netzwerk und einen Austausch von Gaben zwischen Rom und der Kirche Ihres Landes zu schaffen. Es ist eine Möglichkeit für Ihre Pfarreien und Gemeinden, ständig Informationen aus erster Hand zu erhalten.“

Mit diesen Worten lädt Papst Leo XIV. die Bischöfe der Welt dazu ein, das neue Video-Widget von Vatican News zu verbreiten. Dabei handelt es sich um ein Instrument, das es den Webseiten der Diözesen, Pfarreien und katholischen Vereinigungen und Organisationen ermöglicht, kostenlos Videos und Nachrichten über den Papst und den Heiligen Stuhl einzubetten. Auf diese Weise können sich alle, die die Webseiten der Diözesen oder Pfarreien über ihren PC, Tablet oder Smartphone besuchen, aktuell über die neuesten Nachrichten zum Lehramt und zu den Aktivitäten des Bischofs von Rom informieren und die Beiträge über den Papst in ihrer eigenen Sprache teilen.

Schneller Zugang zur Originalquelle

„Es wäre wichtig, dass das Video-Widget auf möglichst vielen Websites verbreitet wird, um die Verbindung zum Bischof von Rom zu unterstreichen“, erklärte der Präfekt des Dikasteriums für Kommunikation, Paolo Ruffini, „und auch, weil es ein nützliches Instrument der Evangelisierung ist“.

„Die Verbreitung dieses neuen Instruments“, so der Chefredakteur der vatikanischen Medien, Andrea Tornielli, „kann dazu beitragen, dem Phänomen der Fake News entgegenzuwirken, indem es einen sofortigen Zugang zur Originalquelle der Nachrichten und Texte ermöglicht - wie es auch der Papst in seinem Brief betont hat, mit dem er diese neue Initiative unterstützen wollte“.

Das Widget kann durch einfaches Kopieren und Einfügen eines Codes in jede Website eingebettet werden. Um es in der gewünschten Sprache und Größe zu generieren (es ist eine horizontale oder vertikale Ausrichtung möglich, wobei auch die Schriftart für die Texte ausgewählt werden kann), genügt es, die folgende Webadresse aufzurufen:

https://www.vaticannews.va/widget/embed.html

Nachdem alle erforderlichen Angaben eingegeben wurden, wird ein neuer personalisierter Code zum Einbetten gebildet. Dieser Vorgang muss vom Webmaster der Website nur einmal durchgeführt werden: Das Video-Widget wird automatisch aktualisiert, ohne dass weitere Eingriffe erforderlich sind. So können Sie in Echtzeit kurze Videos über den Papst und den Heiligen Stuhl im horizontalen und vertikalen Format erhalten, die Sie in den sozialen Netzwerken teilen können, ebenso wie einen „Ticker” mit den neuesten Nachrichten von Vatican News in der von Ihnen gewählten Sprache und einen direkten Link zu den Seiten von Vatican.va, auf denen Sie immer die vollständigen Texte des Papstes in den verschiedenen Übersetzungen finden.

Im Widget werden zu einem späteren Zeitpunkt auch direkte Links zu Radio Vatikan und zum L'Osservatore Romano eingefügt. (vn 18)

 

 

 

 

 

 

Internetauftritt des Sachverständigenrates zum Schutz vor sexuellem Missbrauch geht online

 

Der Sachverständigenrat zum Schutz vor sexuellem Missbrauch und Gewalterfahrungen bei der Deutschen Bischofskonferenz ist ab heute (19. Februar 2026) mit einem eigenen Internetauftritt online. Unter www.svr-schutz-kirche.de kann man sich über seine Arbeit und Projekte informieren. Die Aufgaben des Sachverständigenrates bestehen im Monitoring der Präventions- und Interventionsmaßnahmen gegen sexuellen Missbrauch der 27 (Erz- )Diözesen Deutschlands, in der Beratung der Deutschen Bischofskonferenz zur Weiterentwicklung der Strukturen von Prävention und Intervention sowie in der Förderung politscher und gesellschaftlicher Debatten zum Schutz vor sexuellem Missbrauch und anderen Gewalterfahrungen.

Der Sachverständigenrat setzt sich aus Expertinnen und Experten unterschiedlicher Disziplinen zusammen, die von einer unabhängigen Kommission für diese Tätigkeit ausgesucht wurden, und nimmt eine eigenständige, von kirchlichen Strukturen unabhängige Perspektive ein. Er ist in der katholischen Kirche weltweit bisher einzigartig. Ziel ist es, den Schutz von Kindern, Jugendlichen und schutzbedürftigen Erwachsenen nachhaltig zu stärken und bestehende Maßnahmen wirksam weiterzuentwickeln.

„Unsere Aufgabe ist es, unter Beteiligung von Betroffenen die Maßnahmen der katholischen Kirche in Deutschland zur Prävention und Intervention bei sexuellem Missbrauch und Gewalterfahrungen fachlich unabhängig zu begleiten und durch kontinuierliche Monitoringprozesse zur Qualitätssicherung und Qualitätsverbesserung beizutragen“, so der Vorsitzende des Gremiums, Prof. Dr. Dr. Jochen Sautermeister von der Universität Bonn.

Im vergangenen Jahr hat der Sachverständigenrat sein bundesweites Monitoring der Maßnahmen zur Intervention und Prävention sexuellen Missbrauchs in den (Erz-)Diözesen begonnen. Die Ergebnisse und Empfehlungen werden derzeit systematisch ausgewertet. Weitere Informationen zu Struktur, Mitgliedern und Veröffentlichungen des Sachverständigenrates finden sich ab sofort auf der Internetseite. Dbk 19

 

 

 

 

 

Bätzing beklagt Verfall moralischer Leitplanken

 

Zum Auftakt der Fastenzeit hat der Limburger Bischof und Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Georg Bätzing, eine scharfe Analyse des weltpolitischen und gesellschaftlichen Zustands gezogen. In seiner Predigt im Limburger Dom warnte er vor einer Erosion der Wahrhaftigkeit – sowohl in der großen Politik als auch im digitalen Raum und bei der Entwicklung neuer Technologien.

Bätzing konstatierte eine besorgniserregende Gleichgültigkeit gegenüber internationalen Vereinbarungen. „Autokraten und Diktatoren dieser Welt stört es augenscheinlich immer weniger, was die Weltgemeinschaft an Grenzen, Absprachen und moralischen Leitplanken miteinander vereinbart hat“, erklärte der Bischof laut einer Mitteilung seines Bistums. Für diese Machthaber seien Freiheit und Demokratie unvereinbare Gegensätze.

Verrohung im Netz und Kritik an der KI

Ein Schwerpunkt seiner Predigt lag auf der digitalen Kommunikation. Bätzing beklagte eine zunehmende Brutalität im Internet: „Wie viel Bosheit, Gemeinheit, Ignoranz und Brutalität herrschen im Netz, greifen andere an, um sie gezielt zu diffamieren oder gar öffentlich zu vernichten.“

In diesem Kontext äußerte er sich auch skeptisch gegenüber der rasanten Entwicklung der Künstlichen Intelligenz (KI). Er bezeichnete KI als eine „amoralische Technologie“, die von sich aus keine Werte besitze. Er kritisierte Bestrebungen, bestehende Sicherheitsfilter und Regulierungen weiter abzubauen. Dadurch drohten Wahrhaftigkeit und menschliche Maßstäbe dem bloßen Nutzen untergeordnet zu werden. Die derzeitigen Schutzmechanismen bezeichnete er als „dünn“.

Die Fastenzeit als „geistliches Sicherungssystem“

Gegen diese äußeren Bedrohungen rief Bätzing die Gläubigen dazu auf, im Inneren Widerstandskraft zu entwickeln. Er sprach von der Notwendigkeit eines „geistlichen Sicherungssystems“, das auf der Orientierung an Gerechtigkeit und dem Wort Gottes basiere. Christen sollten Christus symbolisch „als Gewand anziehen“, um durch Demut und Liebe positiv auf ihre Umgebung auszustrahlen.

Die nun beginnende 40-tägige Fastenzeit sieht der Bischof dabei nicht als Zeit der Melancholie: „Die Fastenzeit ist keine Zeit der Tristesse. Sie ist keine Phase der Niedergeschlagenheit, sondern eine Zeit der inneren Klärung und Erneuerung.“

Hintergrund: Der Aschermittwoch

Mit dem Aschermittwoch beginnt in der katholischen Kirche die Vorbereitungszeit auf das Osterfest. Die 40 Tage (unter Ausschluss der Sonntage) sind traditionell geprägt von Gebet, Besinnung und dem Verzicht. Ziel ist die innere Wandlung, um das Fest der Auferstehung bewusst feiern zu können. (pm/kna 18)

 

 

 

 

 

Papst ruft zum „Wort-Fasten“ auf: Mehr als Verzicht auf Speisen

 

Mit dem traditionellen Ritus der Ascheerteilung beginnt an diesem Mittwoch, dem 18. Februar, für weltweit über 1,3 Milliarden Katholiken die österliche Bußzeit. Papst Leo XIV. nutzte die Generalaudienz auf dem Petersplatz, um die Gläubigen auf einen Weg der inneren Erneuerung einzustimmen. Dabei überraschte er mit einem konkreten Rat: Dem Fasten von Worten, die andere verletzen. Mario Galgano - Vatikanstadt

Aschermittwoch wird im Vatikan mit einer Bußprozession von der Kirche Sant’Anselmo zur Basilika Santa Sabina begangen, wo der Papst um 17:00 Uhr die Messe feiert und die Asche segnet. Doch bereits am Vormittag gab er den Pilgern in verschiedenen Sprachen wegweisende Impulse für die kommenden 40 Tage mit auf den Weg.

Die Stille gegen die Unruhe des Alltags

In Anlehnung an seine Fastenbotschaft vom 5. Februar mahnte der Papst, „das Geheimnis Gottes wieder in den Mittelpunkt unseres Lebens zu stellen“. Nur so könne der Glaube neuen Schwung finden und das Herz sich nicht in den „Unruhen und Ablenkungen des Alltags verlieren“. Die Fastenzeit sei eine Einladung, innerlich erneuert zum Osterfest zu gelangen.

Worte als Waffen: Das „ungeliebte“ Fasten

Besonders deutlich wurde der Pontifex bei seinen Grüßen an die spanischsprachigen Gläubigen. Er empfahl ein „Fasten von Worten“, die wie Waffen treffen und Schmerz zufügen können. Diese Form der Enthaltsamkeit bezeichnete er als „sehr konkret und oft wenig geschätzt“.

„Bitten wir den Herrn, unsere Herzen darauf vorzubereiten, sein Wort zu hören und in die Tat umzusetzen, indem wir auf Gesten und Kommentare verzichten, die andere verletzen und uns von seinem barmherzigen Herzen entfernen“, so der Aufruf des Papstes.

Ein Herz für die Mitmenschen

An die deutschsprachigen Pilger richtete er den Wunsch, die Gnaden dieser Zeit mit „offenem Herzen“ zu empfangen, damit sie „reiche Früchte des Heils für uns und unsere Brüder und Schwestern bringen“. Eine echte Umkehr des Herzens, so betonte er gegenüber englischsprachigen Gästen, müsse sich zwangsläufig darin zeigen, dass man die Liebe Gottes mit den Menschen in der Umgebung teilt.

Gedenken an die Göttliche Barmherzigkeit

Zum Abschluss erinnerte der Papst an ein besonderes Jubiläum: Am 22. Februar jährt sich zum 95. Mal die erste Erscheinung des Barmherzigen Jesus vor der heiligen Faustina Kowalska. Er rief dazu auf, die Fastenzeit als Zeit der Begegnung mit Christus durch das Sakrament der Beichte und Werke der Barmherzigkeit zu nutzen. (vn 18)

 

 

 

 

 

Papst am Aschermittwoch: Aufruf zu Umkehr und Gemeinschaft

 

Mit einem eindringlichen Aufruf zu Umkehr und Buße hat Papst Leo XIV. an diesem Aschermittwoch die österliche Bußzeit eingeläutet. In seiner Predigt auf dem römischen Aventin-Hügel rief er die Gläubigen zu einer Gemeinschaft ohne Feindbilder auf, in der jeder Verantwortung für seine Sünden übernimmt und den Weg der Erneuerung geht. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

Normalerweise besucht der Papst den Aventin-Hügel im Herzen Roms nur einmal im Jahr: am Aschermittwoch. Dieser alten Tradition entsprechend, hat Papst Leo mit einer Bußprozession und einem Gottesdienst in der frühchristlichen Kirche der Dominikaner auf dem Aventin-Hügel die diesjährige Fastenzeit begonnen. Nach einem kurzen Gebet in der Benediktinerkirche Sant'Anselmo zog der Pontifex unter dem feierlichen Gesang der Heiligenlitanei mit Kardinälen, Bischöfen und Ordensleuten zur nahegelegenen Basilika Santa Sabina, einer der vielen Gedenkstätten der Märtyrer, die das Fundament der Kirche von Rom bilden. Bei der Messe in dem geschichtsträchtigen Gotteshaus, teilte der Papst das Aschenkreuz aus: ein Zeichen, das an die Vergänglichkeit alles Irdischen erinnert.

Der Aventin, einer der sieben Hügel, auf denen das Alte Rom erbaut war, ist heute eine ruhige, aber teure Wohngegend in der römischen Altstadt. 16 Ordenshäuser sind hier zuhause, darunter auch die Ordensleitungen der Malteser, Dominikaner, Zisterzienser und Benediktiner. Dort, in der Benediktinerkirche Sant'Anselmo, begann die erste Etappe dieser römischen Tradition, die auf die frühen christlichen Jahrhunderte zurückgeht.

Die Predigt des Papstes

„Versammelt das Volk, heiligt die Gemeinde!“, zitierte Leo XIV. zu Beginn seiner Predigt den Propheten Joël. Die Gläubigen forderte er auf, sich nicht nur persönlich, sondern auch als Gemeinschaft in der Fastenzeit zu versammeln.

Gemeinschaft ohne Feindbilder

„Die Fastenzeit ist auch heute eine besondere Zeit der Gemeinschaft,“ so der Papst. „Wir wissen, dass es immer schwieriger wird, Menschen zusammenzubringen und sich als Volk wahrzunehmen, nicht auf nationalistische und aggressive Weise, sondern in einer Gemeinschaft, in der jeder seinen Platz findet.“

Und dabei ginge es nicht nur um eine innere Umkehr, sondern auch um das Bekenntnis der Sünden in einer Welt, die von Konflikten und Ungerechtigkeit geprägt ist. Die Fastenzeit sei ein Aufruf, „sich der eigenen Verantwortung zu stellen“. Das Kirchenoberhaupt erinnerte daran, dass die Sünde zwar persönlich ist, aber auch in den „Strukturen der Sünde“ – in Wirtschaft, Politik und Gesellschaft – weiterwirke. Ein wahrhaftiges Bekenntnis könne also nur dort beginnen, wo man sich dieser Strukturen bewusst werde.

„Der Götzenverehrung den lebendigen Gott entgegenzusetzen, bedeutet – wie uns die Heilige Schrift lehrt –, die Freiheit zu wagen und sie durch einen Exodus, auf einem Weg, wiederzufinden. Nicht mehr gelähmt, starr, sicher in den eigenen Positionen, sondern versammelt, um sich zu bewegen und zu verändern. Wie selten findet man Erwachsene, die Reue zeigen, Menschen, Unternehmen und Institutionen, die zugeben, dass sie Fehler gemacht haben!“

Junge Menschen entdecken den Aschermittwoch neu

In diesem Zusammenhang wies der Pontifex darauf hin, dass heute vor allem junge Menschen – selbst in säkularisierten Umfeldern – ein wachsendes Bewusstsein für Verantwortung und Gerechtigkeit entwickeln würden. Sie spürten, dass „eine gerechtere Lebensweise möglich ist“ und dass Verantwortung übernommen werden müsse für das, „was in der Kirche und in der Welt nicht in Ordnung ist“.

Daher folgender Aufruf des Papstes: „Nehmen wir also die missionarische Dimension der Fastenzeit wahr, nicht etwa, um uns von der Arbeit an uns selbst abzulenken, sondern um sie für viele unruhige und gutwillige Menschen zu öffnen, die nach Wegen suchen, ihr Leben in der Perspektive des Reiches Gottes und seiner Gerechtigkeit wirklich zu erneuern.“

Mit Verweis auf seinen Vorgänger Paul VI. und dessen Einführung der öffentlichen Aschenauflegung im Petersdom 1966, rief Papst Leo zu einer ehrlichen und ernsthaften Auseinandersetzung mit der eigenen Sünde auf – als Zeichen der Umkehr und der Hoffnung auf Auferstehung.

Die Fastenzeit befreit uns davon, um jeden Preis gesehen werden zu wollen

Paul VI. habe von einer „Apologie der Asche“ gesprochen – einer Kultur, die letztlich „auf die unvermeidliche Sinnlosigkeit von allem“ und eine „Metaphysik des Absurden und des Nichts“ hinauslaufe, so der Pontifex weiter. Wie prophetisch diese Worte seien, zeige sich heute angesichts einer Welt voller Kriege, zerstörter Städte und zerbrechender Ordnungen:

„Heute können wir erkennen, wie prophetisch diese Worte waren, und in der Asche auf unserem Haupt können wir die Last einer brennenden Welt spüren, ganzer Städte, die vom Krieg zerstört wurden: die Asche des Völkerrechts und der Gerechtigkeit zwischen den Völkern, die Asche ganzer Ökosysteme und der Eintracht unter den Menschen, die Asche des kritischen Denkens und alter lokaler Wissensschätze, die Asche jenes Sinns für das Heilige, den jedes Geschöpf in sich trägt.“

Die Asche auf dem Haupt werde so zum Zeichen einer „brennenden Welt“ – und zugleich zum Aufruf, nicht bei der Zerstörung stehenzubleiben.

Zeugnis der Auferstehung

Am Ende richtete Papst Leo den Blick auf die Märtyrer der Vergangenheit und der Gegenwart, sowie auf die alte römische Tradition der Stationskirchen. Sie erinnere an das Unterwegssein der Kirche – als Pilgergemeinschaft, die sich immer neu auf Gott ausrichtet.

Abschließend gab der Pontifex noch folgenden Denkanstoß: „Die Fastenzeit – wie das Evangelium sie uns nahegelegt hat – befreit uns davon, um jeden Preis gesehen werden zu wollen, sie lehrt uns, vielmehr das zu sehen, was entsteht, was wächst, und sie drängt uns, ihm zu dienen. Es ist die tiefe Harmonie mit dem Gott des Lebens, unserem Vater und dem Vater aller, die sich im Verborgenen bei denen einstellt, die fasten, beten und lieben. Auf ihn richten wir unser ganzes Sein, unser ganzes Herz mit Nüchternheit und Freude neu aus.“

Das Fastenzeit-Programm des Papstes

Mit der traditionellen Liturgie auf dem Aventin begann für Papst Leo sein erstes fastenzeitliches Programm bis Ostern. Die Fastenexerzitien für den Papst und die Spitzenverantwortlichen der Römischen Kurie finden vom 22. bis 27. Februar statt.

Leos Vorgänger Papst Franziskus hatte diese Einkehrtage an einen Ort außerhalb des Vatikans verlegt: nach Ariccia, südöstlich von Rom. Nun werden sie wieder in der Paulinischen Kapelle des Apostolischen Palastes gehalten. Gepredigt werden sie von dem norwegischen Bischof und Trappistenmönch Erik Varden. Das Thema der diesjährigen Exerzitien lautet „Erleuchtet von einer verborgenen Herrlichkeit“. (vn 18)

 

 

 

 

 

 

Assisi zeigt erstmals Gebeine des Heiligen Franziskus

 

Franz von Assisi ist einer der bekanntesten Heiligen der katholischen Kirche. Jahrhundertelang wurde sein Leichnam aus Angst vor Grabräubern versteckt. Nun wird er der Öffentlichkeit gezeigt. Er ist nicht der einzige Heilige, der in Assisi ruht.

Nach fast acht Jahrhunderten werden die sterblichen Überreste des katholischen Heiligen Franz von Assisi erstmals in der Öffentlichkeit zu sehen sein. Seine Heimatstadt, die 27.500-Einwohner-Gemeinde Assisi in Mittelitalien, erwartet dazu mehrere Hunderttausend Besucher.

Die Stadt Assisi hat nicht weniger als fünf Heilige: Franz von Assisi, der bekannteste von allen, sowie Klara, Agnes, Rufinus, alle ebenfalls von Assisi, und Carlo Acutis. Ergibt einen (beziehungsweise eine) auf 5500 Einwohner. Pro Kopf der Bevölkerung liegen in keiner anderen Stadt der Welt mehr Heilige begraben als hier in den Hügeln von Umbrien, auch nicht im zwei Autostunden entfernten Rom.

Die Ausstellung beginnt am Wochenende. Nach Angaben des Franziskanerordens haben sich bereits mehr als 350.000 Menschen angemeldet, um in der päpstlichen Basilika San Francesco die Reliquien zu sehen.

800. Todestag des Schutzpatrons

Franz von Assisi (1181/82-1226) gehört zu den bekanntesten Heiligen der katholischen Kirche. Er war auch Namensgeber für den im vergangenen Jahr verstorbenen Papst Franziskus. Der Sohn eines reichen Tuchhändlers aus Assisi sagte sich zu Beginn des 13. Jahrhunderts mit Anfang 20 von seiner Familie los, verschrieb sich dem Glauben und führte ein Leben in absoluter Armut. Schon zwei Jahre nach dem Tod mit Mitte 40 wurde er für heilig erklärt.

Sein Leichnam wurde an einem versteckten Ort tief in die Erde eingelassen, auch aus Angst vor Grabräubern. Dort blieb er fast sechs Jahrhunderte lang. 1818 gab Papst Pius VII. den Franziskanern die Erlaubnis, das Grab freizulegen. Für den Sarkophag baute man in der Unterkirche der Basilika eigens eine neue Krypta. Seither wurden die Knochen mehrfach wissenschaftlich untersucht und auf Echtheit geprüft, zuletzt 2015. Ntv 17

 

 

 

 

Christen und Muslime senden Grußbotschaften zum Ramadan

 

Katholiken und Muslime haben in Grußbotschaften den Beginn des islamischen Fastenmonats Ramadan gewürdigt. Der Vorsitzende der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Georg Bätzing, bezeichnete es als „schönes Zeichen“, dass der Ramadan in diesem Jahr fast zeitgleich mit der christlichen Fastenzeit anfängt. Sie beginnt an diesem Aschermittwoch, der Ramadan am Donnerstag.

 „Diese seltene Übereinstimmung lädt uns dazu ein, mit wachem Sinn all das wahrzunehmen, was uns miteinander verbindet“, so der Limburger Bischof in dem am Dienstag veröffentlichten Grußwort an muslimische Gläubige.

Gerechte Friedensordnung in Nahost

Er erinnerte an die Situation von Juden, Christen und Muslimen im Heiligen Land, die von Frieden weit entfernt seien. Während seines Besuchs am Jahresende sei ihm schmerzlich bewusst geworden: „Eine gerechte Friedensordnung, die die Menschenwürde von Israelis und Palästinensern gleichermaßen schützt, ist in weite Ferne gerückt.“ Die Gewalt habe äußerlich wie innerlich tiefe Wunden geschlagen. Doch inmitten der Verwüstungen sei der Wunsch nach Frieden allgegenwärtig.

Bätzing verwies auf die Friedensbotschaft von Papst Leo XIV. zum 1. Januar. Wer durch das Gebet Herz und Verstand weite, öffne seine Augen für das Leid der Mitmenschen. So würden Menschen fähig, solidarisch zu handeln und die Würde jedes Menschen zu achten. „Dann ist Religion auch keine Barriere, sondern eine Ressource für den Frieden“, so Bätzing. Dazu trage Fasten bei. Der scheidende Konferenzvorsitzende rief dazu auf, sich „jeder Form von Menschenfeindlichkeit entschieden entgegenzustellen, sei es Rassismus, Antisemitismus oder Islamfeindlichkeit“.

Menschen aktiv helfen

Auch der Koordinationsrat der Muslime in Deutschland (KRM) erinnert in seiner Grußbotschaft an Musliminnen und Muslime auf den nahezu gleichzeitigen Beginn von christlicher Fastenzeit und Ramadan in diesem Jahr. „Weltweit wie auch hier in Deutschland stehen viele Menschen vor sozialen und ökonomischen Herausforderungen. Der Fastenmonat ruft dazu auf, nicht wegzusehen, sondern aktiv zu helfen – durch Spenden, Engagement und durch eine Haltung der Barmherzigkeit im Alltag."

Der Ramadan erinnere daran, dass Verantwortung, Rücksichtnahme und Solidarität zentrale Elemente des Zusammenlebens seien – „Werte, die selbstverständlich sein sollten, es oft aber nicht sind", betonte KRM-Sprecher Ali Mete.

Im KRM haben sich fünf Islamverbände zusammengeschlossen: die türkisch-islamische Ditib, der Islamrat für die Bundesrepublik Deutschland, der Zentralrat der Muslime in Deutschland sowie die Verbände albanischer und marokkanischer Muslime hierzulande. (kna 18)

 

 

 

 

 

CCEE: Kontinentweite Gebetskette für den Frieden startet

 

Vom Aschermittwoch, dem 18. Februar, bis zum Gründonnerstag, dem 2. April, verbindet eine „eucharistische Kette“ die Gläubigen des gesamten Kontinents. Das Ziel: Ein gemeinsames Gebet für einen „entwaffneten und entwaffnenden Frieden“ in der Ukraine, im Heiligen Land und weltweit. Mario Galgano

Die vom Rat der europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) koordinierte Initiative sieht vor, dass jede nationale Bischofskonferenz während der Fastenzeit mindestens eine heilige Messe organisiert, die explizit den Opfern der Kriege gewidmet ist. Diese Kette soll nicht nur ein Akt der Frömmigkeit sein, sondern ein „sichtbares Zeichen der Hoffnung für den gesamten europäischen Kontinent“.

Papst Leo XIV.: „Friede ist ein Weg, kein fernes Ziel“

In ihrer Mitteilung beziehen sich die Bischöfe auf die Botschaft von Papst Leo XIV. zum Weltfriedenstag am 1. Januar 2026. Darin mahnte der Pontifex: „Öffnen wir uns für den Frieden! Empfangen und erkennen wir ihn an, anstatt ihn als fern und unmöglich zu betrachten. Bevor er ein Ziel ist, ist der Friede eine Gegenwart und ein Weg.“

Der Zeitplan: Ein Gebet geht um den Kontinent

Die Initiative folgt einer alphabetischen Reihenfolge der Länder. Zum Auftakt macht den Beginn an diesem Mittwoch, dem 18. Februar, Albanien. Alle Bischöfe des Landes werden in ihren jeweiligen Diözesen um 17:00 Uhr die Aschermittwochsmesse im Zeichen des Friedens feiern. Am Folgetage, 19. Februar, folgt Belgien, am 20. Februar Österreich mit zentralen Gottesdiensten in Salzburg, Graz und Wien. In Deutschland wird die Kette in den folgenden Wochen fortgesetzt, während in Italien der 4. März als zentraler Gebetstag festgesetzt wurde. Was die Ukraine betrifft: Besonders symbolträchtig sind die Termine Ende März. Am 31. März beten die griechisch-katholischen Gläubigen, gefolgt von der römisch-katholischen Kirche am 1. April. Zum Abschluss endet die Kette am Gründonnerstag, dem 2. April, in Ungarn.

Die Bischöfe betonen, dass diese Gebetsgemeinschaft in Zeiten tiefer politischer Gräben die spirituelle Gemeinschaft Europas festigen soll. Die Eucharistiefeier wird hierbei zum zentralen Ort, an dem die Bitte um Versöhnung über nationale Grenzen hinweg laut wird. (pm/vn 18)

 

 

 

 

 

Fastenzeit: (Nicht nur) Christen und Muslime verzichten

 

Für Christen beginnt heute die Fastenzeit, für Muslime der Ramadan. Doch nicht nur Gläubige üben sich im Verzicht. Mit Heilfasten, Intervallfasten oder dem jüngsten "Dry" ist Fasten zum Lifestyle geworden: im Glauben, dass es Körper und Seele guttut. Von Astrid Uhr

Kiwi, Kohlrabi, Brokkoli: An diese Speisen denkt Gabi Michl, wenn heute, am Aschermittwoch, für Christen die Fastenzeit beginnt. Denn bald startet ihre "Grüne Fastenwoche", bedeutet: Sie isst dann nur noch grüne Lebensmittel. Sie ist überzeugt, dass das darin enthaltene Chlorophyll ihrem Körper hilft.

Fasten, Yoga und viel Ruhe

"Ich freue mich auf das Fasten, weil es mir so guttut", sagt die 62-Jährige. Ihre Haut werde dadurch reiner, sie fühle sich wohler. Begleitend zum Fasten macht sie täglich mehrere Stunden Yoga, meditiert und gönnt sich viel Ruhe.

Das erste Mal entschied sich Gabi Michl für das Fasten, als sich bei ihr die Hormone veränderten, bedingt durch die Wechseljahre. Plötzlich kam sie aus dem Gleichgewicht, körperlich und seelisch.

Fasten hat sich zum Lifestyle entwickelt

Ihr Beispiel zeigt: Fasten ist längst kein rein religiöses Ereignis mehr, das etwa auf die 40 Tage vor Ostern oder auf den Ramadan beschränkt ist. Es hat sich zu einem Gesundheitstrend und Lifestyle entwickelt, der auf körperliche Regeneration, Gewichtsmanagement und gesteigertes Wohlbefinden abzielt.

Viele Christen fasten ab heute 40 Tage lang bis Ostern. Das Besondere in diesem Jahr: Auch die Muslime tun das ab morgen früh - beim Ramadan.

Sehr beliebt ist zum Beispiel der "Dry January", auf Deutsch "trockener Januar". Menschen, die sich diesem Trend aus Großbritannien anschließen, trinken im Januar keinen Alkohol. Auch das Intervallfasten ist sehr bekannt, mit der 16/8-Stunden-Regel. Das bedeutet, dass 16 Stunden lang auf Nahrung verzichtet wird, also entweder Frühstück oder Abendessen ausgelassen wird.

DAK-Umfrage: Bayern verzichten in erster Linie auf Süßes

Vor allem junge Menschen in Deutschland halten Fasten für sinnvoll. Das legt eine repräsentative Umfrage im Auftrag der Krankenkasse DAK nahe. Demnach finden es 85 Prozent der unter 30-Jährigen sinnvoll, auf Genussmittel und Konsumgüter zu verzichten. Allgemein hat jeder zweite Befragte schon mehrmals gefastet. In Bayern verzichten die Menschen laut Umfrage der DAK am häufigsten auf Süßigkeiten, außerdem auf Alkohol und Fleisch. Zwei von fünf, die fasten, versuchen das Rauchen aufzugeben, jeder Vierte will auf Smartphone und Internet verzichten.

Religionswissenschaftler: Jedes Fasten öffnet Blick für das Wesentliche

Ganz egal, ob man aus religiösen Gründen fastet oder eher für das gesundheitliche Wohlbefinden: Fasten könne immer ein persönlicher Gewinn sein, weil es Blick für das Wesentliche öffne, sagt der Theologe Andreas Renz. Er leitet den Fachbereich Dialog der Religionen im Erzbistum München und Freising. "Ein Mensch, der fastet, konzentriert sich mehr auf sich selbst", so Andreas Renz, "und wird so vielleicht dann auch wieder offener für seine Mitmenschen".

Darüber hinaus könne er wieder stärker seine Beziehung zu Gott oder zum Transzendenten entdecken, je nachdem, welche Vorstellungen der Einzelne habe. Übrigens: Der Theologe fastet selbst ab Aschermittwoch, er verzichtet dann auf Schokolade – was ihm schwerfällt.

Bei Gabi Michl indessen wirkt die "Grüne Woche" mittlerweile auch außerhalb der Fastenzeit nach: Sie startet inzwischen jeden Tag mit einer Kiwi auf dem Teller. BR 18

 

 

 

 

 

Fastenmonat Ramadan

 

Bischof Bätzing: Religion ist keine Barriere, sondern Ressource für den Frieden

Mit dem jetzt beginnenden muslimischen Fastenmonat Ramadan schreibt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, der muslimischen Gemeinschaft in Deutschland eine Grußbotschaft und übermittelt Segenswünsche für die bevorstehenden Wochen. „Wer fastet, dem geht es um mehr als materiellen Verzicht und körperliche Askese. Vielmehr kennen sowohl Christen als auch Muslime – jeweils auf ihre Weise – das Fasten als einen Weg des Gebets und der Sammlung. Auf diese Weise kann das Fasten dazu beitragen, dass wir unsere Beziehung zu Gott, dem barmherzigen Schöpfer, vertiefen und zugleich eine größere Achtsamkeit gegenüber unseren Mitgeschöpfen entwickeln“, schreibt Bischof Bätzing.

Er erinnert an seinen Besuch in Israel und Palästina unmittelbar nach Weihnachten vergangenen Jahres, wo er die heiligen Stätten von Juden, Christen und Muslimen besucht hatte: „Dabei wurde mir schmerzlich bewusst: Eine gerechte Friedensordnung, die die Menschenwürde von Israelis und Palästinensern gleichermaßen schützt, ist in weite Ferne gerückt. Die Gewalt hat tiefe Wunden geschlagen, äußerlich wie innerlich. Doch inmitten all der Verwüstungen ist auch der Wunsch nach Frieden allgegenwärtig. Die Menschen sind erfüllt von der Sehnsucht nach einem Frieden, wie nur Gott ihn geben kann. Beim Besuch so vieler leidvoller Orte habe ich deutlich gespürt, wie sehr die stille Kraft des Gebets eine Quelle der Hoffnung bleibt.“

Darauf habe auch Papst Leo XIV. in seiner diesjährigen Friedensbotschaft zum 1. Januar aufmerksam gemacht. Wer bete, lasse das Licht hinein, im Gebet weiteten sich Herz und Verstand. „Aus einer solchen inneren Haltung öffnen sich unsere Augen für das Leid unserer Mitmenschen. So werden wir fähig, solidarisch zu handeln, Brücken zu bauen und die Würde jedes Menschen zu achten – unabhängig von Religion oder Herkunft. Dann ist Religion auch keine Barriere, sondern eine Ressource für den Frieden“, so Bischof Bätzing. Es sei notwendig, sich „jeder Form von Menschenfeindlichkeit entschieden entgegenzustellen, sei es Rassismus, Antisemitismus oder Islamfeindlichkeit. Gerade in Zeiten politischer und gesellschaftlicher Polarisierung dürfen wir uns nicht entmutigen lassen, sondern sind aufgerufen, Zeugnis für Gerechtigkeit und Versöhnung abzulegen.“ Dbk 17

 

 

 

 

 

Ramadan und Passionszeit. Warum Christen und Muslime fasten

 

Das gibt es nicht jedes Jahr: Die christliche und die islamische Fastenzeit beginnen gleichzeitig. Musliminnen und Christinnen berichten, was der religiös motivierte Verzicht für sie bedeutet und was die nächsten Wochen für sie so besonders macht. Von Judith Kubitscheck 

Dieses Jahr fasten Christen und Muslime zur gleichen Zeit: Viele Christen ab Aschermittwoch (18. Februar), und mit einem Gebet am Abend des 18. Februar beginnt auch der islamische Ramadan, ab 19. Februar fasten Muslime. Dass Passionszeit und Ramadan gleichzeitig stattfinden, ist etwas Besonderes. Der islamische Kalender orientiert sich an den Zyklen des Monds und wandert jedes Jahr um 10 bis 12 Tage im Kalenderjahr nach vorn. Die christliche Fastenzeit beginnt immer knapp sieben Wochen vor Ostern, das in diesem Jahr am 5. April gefeiert wird. Vier Frauen aus Baden-Württemberg erklären, was sie zu dem Verzicht motiviert:

Christin Gabriele Müller fastet seit 30 Jahren

Die Christin Gabriele Müller aus Malmsheim im Landkreis Böblingen begeht bereits seit etwa 30 Jahren bewusst die Fastenzeit und verzichtet auf Schokolade und seit einigen Jahren auch auf Alkohol. Das Schöne sei, dass man dadurch lerne, bewusst zu genießen, sagt sie: „Der erste Biss in eine Praline oder das erste Schokoladenstück schmeckt nach 40 Tagen Fasten dann herrlich. Und auch der erste Schluck Wein ist ein ganz besonderes Geschmackserlebnis.“

Sie faste nicht, um abzunehmen, sondern für sie passe der Verzicht gut in die Passionszeit, da diese auch eine Zeit der Vorbereitung auf Ostern und der Erinnerung an das Leiden Jesu sei. Ostern sei dann ein Grund zur Freude, „weil wir feiern, dass Jesus wieder auferstanden ist“. Und diese Freude zeige sich auch in dem Genuss an den Dingen, die man sich vorher nicht gegönnt habe, sagt die 52-Jährige.

Muslimin Seher Sucu: Ramadan-Fasten kann das Mitgefühl mit Armen stärken

Für die Muslimin Seher Sucu aus Stuttgart ist das Ramadan-Fasten zwischen Sonnenaufgang und Sonnenuntergang vergleichbar mit einem Gebet, „weil du das ebenso wie ein Gebet ganz bewusst für Gott tust“. Sie gehe dann gerne in die Moschee zum abendlichen Fastenbrechen: „Ich liebe es, in der Gemeinschaft zu sein und gemeinsam zu beten, das hat eine ganz andere Dynamik.“ Außerdem erfahre man beim Fasten körperlich und seelisch, wie es sei, Hunger zu haben. „Das sorgt für eine große Dankbarkeit, dass es mir so gut geht und ich täglich zu essen habe – und für Mitgefühl mit armen Menschen, die tagtäglich hungern müssen.“

Insgesamt nimmt Sucu, die Referendarin an einem Gymnasium ist, den Fastenmonat als sehr gesegnet wahr, wie sie sagt: Die Gläubigen befassten sich mit dem Koran und man wachse innerlich in dieser Zeit im Glauben. Das „Zuckerfest“, der Abschluss des Fastens, sei etwas ganz Besonderes, wenn die Älteren mit den Jüngeren gemeinsam feierten. „Das ist wie die Belohnung am Ende eines Marathonlaufs“, sagt sie mit einem Augenzwinkern.

Muslimin Sofia Azizi: Arbeit in der Bäckerei während des Ramadans

Das Fasten im Ramadan hilft auch Sofia Azizi aus Renningen im Landkreis Böblingen, mit hungernden Menschen noch mehr mitzufühlen, wie sie erzählt: „Wir fasten nur einen Monat und haben nach Sonnenuntergang wieder zu essen. Wir müssen also nur vielleicht 12 bis 14 Stunden fasten. Und die armen Leute haben die ganze Zeit Hunger.“ In ihrer Heimat in Afghanistan habe ihre Familie deshalb auch arme Menschen unterstützt und ihnen etwas zum Essen vorbeigebracht.

Sie hat mit dem Fasten begonnen, als sie 14 Jahre alt war. „Fasten ist eine der fünf Säulen im Islam und eine Pflicht“, erklärt die gläubige Muslimin. Aber natürlich gebe es Ausnahmen, schwangere und stillende Frauen müssten nicht fasten, weil die Gesundheit der Mutter und des Kindes vorgehe. Azizi hat selbst einen drei Monate alten Sohn und arbeitete vor ihrer Elternzeit als Verkäuferin in einer Bäckerei. „Mir hat es nichts ausgemacht, Kuchen und Brot zu verkaufen, während ich gefastet habe, das war völlig egal.“ In der Mittagspause habe sie dann etwas geruht oder geschlafen und nachmittags weitergearbeitet.

Ihre Familie wird dieses Jahr wieder fasten. Aber sie werden kein opulentes Abendessen zubereiten, sagt sie. Sich den Bauch vollzuschlagen, sei nicht gesund. „Vielleicht gibt es ein, zwei Datteln zum Fastenbrechen und dann beten wir und trinken viel Wasser. Und ein paar Stunden später essen wir etwas Suppe oder Reis.“

Pfarrerin Bettina Auerswald: Fasten ist ein Schatz

Regelmäßiges Fasten gehört für Pfarrerin Bettina Auerswald aus Neuenstadt am Kocher auch außerhalb der Passionszeit zum Alltag. Sie versucht, jeden Donnerstag auf Essen zu verzichten. Ihr Alltag sei oft sehr voll mit ihren drei Töchtern und dem Job, da helfe es, wenn man an einem Tag das Essen ausfallen lasse, sagt sie: „Man merkt plötzlich mal wieder: Was ist eigentlich wichtig im Leben? Man wird so ein bisschen reduziert aufs Wesentliche. Ich spüre, dass mir zum Beispiel Bibellesen guttut oder wenn ich es schaffe, nehme ich mir dann auch Raum, um etwas mehr Zeit fürs Gebet zu haben.“

In der Passionszeit vor Ostern wird sie auf jeden Fall weiter donnerstags fasten, vielleicht auch mal eine ganze Woche. Sie ist überzeugt, „dass Fasten ein Schatz ist, den vor allem wir evangelische Christen fast vergessen haben“. Dabei könne Fasten helfen, zur Ruhe zu kommen. „Fasten ist eine Erfahrung, die ich mit dem ganzen Körper mache. Und ich glaube, dass es sehr wertvoll sein kann für Einzelne, das zu entdecken und sich auf diesen Weg zu machen, der zunächst erst mal Verzicht bedeutet, bis man merkt, dass in dem Verzicht ein großer Gewinn steckt.“ (epd/mig 17)

 

 

 

 

 

Berlinale: Kardinal Marx fordert mehr Mut zum politischen Film

 

Zum Auftakt der 76. Berlinale haben die christlichen Kirchen am Sonntagabend zu ihrem traditionellen Ökumenischen Empfang geladen. Dabei fand der Vorsitzende der Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, deutliche Worte zur gesellschaftlichen Verantwortung des Kinos. Insbesondere angesichts der europäischen Flüchtlingspolitik mahnte er eine filmische Aufarbeitung menschlicher Schicksale an.

Im Zentrum der Gespräche stand der im vergangenen Jahr erschienene Dokumentarfilm „Kein Land für Niemand“, der die Situation an den europäischen Außengrenzen und die oft prekäre Asylpolitik beleuchtet. Kardinal Marx betonte die Notwendigkeit solcher Produktionen: „Für uns ist es nicht möglich, eine solche Situation selbst zu erleben“, erklärte er. Daher sei es entscheidend, dass Filme und Dokumentationen „neue Horizonte für die Zuschauer aufreißen“.

Kritik an der „Nachahmung der Rechtsradikalen“

Marx nutzte die Bühne des Filmfestivals auch für eine scharfe politische Analyse. Er kritisierte eine zunehmende Anpassung an rechtspopulistische Diskurse in der Migrationsdebatte: „Dieses Nachahmen der Rechtsradikalen ist furchtbar“, so der Kardinal. Die Kirche sehe es als ihre Aufgabe, daran zu erinnern, dass niemand in Länder zurückgeschickt werden dürfe, in denen Folter, Verfolgung oder gar der Tod drohen.

In Bezug auf die humanitäre Katastrophe auf See forderte Marx ein Umdenken: „Das Mittelmeer darf nie wieder zu einer Todesfalle werden.“ Der Film könne hier eine Brücke schlagen, indem er nicht nur Unterhaltung biete, sondern „starke Bilder zu wichtigen Themen“ liefere, die die Menschen aufrütteln. Man müsse sich als Gesellschaft die Frage stellen: „Wollen wir, dass den Menschen so etwas passiert?“

30 Jahre Ökumenische Jury

Während des Empfangs wurde auch die diesjährige Ökumenische Jury der evangelischen und katholischen Kirche vorgestellt. Seit mehr als drei Jahrzehnten zeichnet dieses Gremium bei den Internationalen Filmfestspielen Berlin Werke aus, die spirituelle, menschliche oder soziale Werte vermitteln oder deren Themen mit der Botschaft des Evangeliums im Einklang stehen.

Für Marx ist das Engagement der Kirchen beim Filmfest mehr als reine Tradition. Es gehe darum, Geschichten zu unterstützen, die auf Schicksale aufmerksam machen, die sonst im politischen Alltag oft unsichtbar bleiben.

(kna/filmdienst 17)

 

 

 

 

 

Papst würdigt italienische Präfekten als Hüter der sozialen Eintracht

 

An diesem Montagvormittag hat Papst Leo XIV. eine Delegation italienischer Präfekten sowie Vertreter des Innenministeriums im Vatikan empfangen. In seiner Ansprache unterstrich das Kirchenoberhaupt die ethische Dimension des staatlichen Dienstes und zog historische Verbindungslinien bis in die Spätantike, um die heutige Mission der Beamten zu verdeutlichen. Mario Galgano

Der Pontifex erinnerte zu Beginn an den gemeinsamen Schutzpatron der Präfekten, den Heiligen Ambrosius von Mailand. Dieser verkörpere beispielhaft die Konvergenz von Staat und Kirche: Als Präfekt der damaligen Kaiserstadt wurde er durch das Volk zum Bischof ausgerufen. „Ambrosius übte seine öffentlichen Funktionen auf neue Weise aus und stellte die ihm verliehene spirituelle Autorität in den Dienst des Volkes“, so das Kirchenoberhaupt.

Historische Verwandtschaft: Von der Diözese zum Bischofsamt

Interessanterweise wies der Papst darauf hin, dass die Begriffe für die Verwaltung des Staates und der Kirche denselben Ursprung haben. Sowohl die Bürger Roms als auch die Jünger Jesu waren in „Diözesen“ organisiert, an deren Spitze entweder Prätorianerpräfekten oder „Episkopoi“ (Bischöfe) standen – jene, die als gute Hirten über das Volk wachen.

Diese historische Verwandtschaft präge bis heute die Mission der Präfekten, die durch die Gewährleistung der öffentlichen Ordnung und Sicherheit dem Gemeinwohl dienen. „Gerade unsere Zeit, die von Konflikten und internationalen Spannungen geprägt ist, verdeutlicht die Wichtigkeit, das Gemeinwohl zu schützen“, betonte der Bischof von Rom. Dies betreffe nicht nur materielle Aspekte, sondern vor allem das moralische und spirituelle Erbe der Republik.

Ordnung als Voraussetzung für Freiheit

Für den Pontifex ist die Arbeit der Präfekten weit mehr als reine Kriminalitätsbekämpfung. Durch die Überwachung der sozialen Eintracht schützten sie die Grundvoraussetzung für die Freiheit und die Rechte der Bürger. „Wenn der zivile Raum frei von Unruhen ist, finden die Armen leichter Aufnahme, Erlebte die ältere Generation mehr Ruhe, und die Dienste für Familien, Kranke und Jugendliche verbessern sich“, erklärte er.

In diesem Zusammenhang zitierte er den Heiligen Augustinus: „Diejenigen, die befehlen, stehen im Dienst derer, denen sie vorzustehen scheinen. Sie befehlen nämlich nicht aus Herrschsucht, sondern aus der Pflicht der Fürsorge.“ Dieser Grundsatz harmoniere mit der italienischen Verfassung, nach der öffentliche Bedienstete ausschließlich im Dienst der Nation stehen.

Herausforderung Künstliche Intelligenz

Abschließend ging das Kirchenoberhaupt auf moderne Herausforderungen ein, insbesondere auf den Einsatz Künstlicher Intelligenz in der öffentlichen Verwaltung. Diese Instrumente müssten sorgfältig gesteuert werden – nicht nur zum Schutz personenbezogener Daten, sondern zum Wohle aller, ohne dass sich elitäre Gruppen dieser Technologien bemächtigen.

Der Papst dankte den Präfekten zudem für die konstruktive Zusammenarbeit mit den Diözesanbischöfen, insbesondere bei der Aufnahme von Migranten und der Unterstützung von Bedürftigen. Er schloss seine Ansprache mit einem Segen für die Beamten und deren Familien sowie dem Wunsch nach einer „tugendhaften Sorge um die Gesellschaft“. (vn 16)

 

 

 

 

 

Krieg ist „schwerste Attacke“ auf Leben und Gesundheit

 

Kriege, die zivile Einrichtungen wie Krankenhäuser treffen, sind „die schwersten Attacken, die menschliche Hände gegen das Leben und die öffentliche Gesundheit richten können“. Das hat Papst Leo XIV. an diesem Montag vor den Teilnehmern einer internationalen Vatikan-Konferenz zum Thema „Gesundheitsvorsorge für alle“ hervorgehoben, die von der Päpstlichen Akademie für das Leben ausgerichtet wird.

Der Papst würdigte das von der Akademie ausgewählte Thema als hochaktuell. In einer konfliktreichen Welt, die „enorme wirtschaftliche, technologische und organisatorische Ressourcen in die Herstellung von Waffen und anderen Arten von militärischer Ausrüstung steckt, war es noch nie so wichtig wie heute, Zeit, Menschen und Wissen für den Schutz von Leben und Gesundheit einzusetzen“, erklärte der Papst. Gesundheit sei „kein Konsumgut, sondern ein universelles Recht“, zitierte Leo XIV. seinen Vorgänger Franziskus.

Als zentral bezeichnete er die Verbindung zwischen individueller und globaler Gesundheit. Die Pandemie habe gezeigt, wie stark „Gegenseitigkeit und Interdependenz“ das Leben prägten. Verschiedene Disziplinen müssten zusammenarbeiten; das Gesundheitswesen gleiche „einem Mosaik, dessen Erfolg sowohl von der Wahl der Steine als auch von ihrer Kombination abhängt“.

Das Konzept „One Health“ nannte der Papst eine notwendige Grundlage für eine integrierte Sicht auf Gesundheit. Es betone Umwelt, Tiere und Menschen als miteinander verbunden. Menschliches Leben bleibe „unverständlich und nicht nachhaltig ohne andere Geschöpfe“, so Leo XIV. unter Verweis auf die Umwelt- und Sozialenzyklika Laudato Si’ von Franziskus. „One Health“ verlange politische Entscheidungen in Bereichen wie Verkehr, Wohnen oder Bildung, weil Gesundheitsfragen jeden Lebensbereich berührten.

Ungleichheit in allem

Der Papst warnte vor strukturellen Ungleichheiten. Unterschiedliche Lebenserwartung und die Qualität der Gesundheitsversorgung hänge von Einkommen, Bildung und Wohnort ab. Zwar werde oft gesagt, dass Leben und Gesundheit für alle Menschen gleichermaßen grundlegende Werte sind, „aber diese Aussage ist heuchlerisch, wenn wir gleichzeitig die strukturellen Ursachen und politischen Maßnahmen ignorieren, die Ungleichheiten bedingen“, hob Leo hervor.

Da die Ungleichheit global betrachtet noch weitaus größer ist als innerhalb einzelner Länder, lenkte der Papst den Blick auch auf die internationale Ebene von Gerechtigkeit. Insbesondere rief er zu stärkerer internationaler Zusammenarbeit auf. Multilaterale Beziehungen müssten „die nötige Kraft wiedererlangen, um ihre Rolle der Begegnung und Vermittlung wahrzunehmen“. Ziel bleibe, Konflikte zu verhindern und das Gemeinwohl zu schützen.

In einem kurzen Passus seiner Ansprache streifte Leo auch die Skepsis gegen Medizin und Forschung, die sich seit der Coronapandemie bei einem größer werdenden Teil der Bevölkerung zeigt. Vertrauen in Medizin und Ärzte lasse sich nur durch eine Kultur der Sorge zurückgewinnen, erklärte der Papst. Notwendig sei Nähe zu verletzlichen Menschen sowie der Aufbau tragfähiger Beziehungen. Erst so entstünden nachhaltige Gesundheitssysteme, „trotz aller Fehlinformationen oder Skepsis gegenüber der Wissenschaft“.

Die Konferenz der Päpstlichen Akademie für das Leben, erstmals unter dem neuen Präsidenten Renzo Pegoraro, einem Priester und ausgebildeten Chirurgen und Bioethiker, begann an diesem Montag. Bis Mittwoch widmen sich die eingeladenen Fachleute und die Mitglieder der Akademie dem Thema „Gesundheitsversorgung für alle. Nachhaltigkeit und Gerechtigkeit“ („Healthcare for All. Sustainability and Equity“). (vn 16)

 

 

 

 

 

Papstbesuch in Ostia: Dem Gott der Liebe begegnen

 

Diesen Sonntagnachmittag hat Papst Leo mit seinen Pfarreibesuchen im Bistum Rom begonnen. Bei der Messe in „Santa Maria Regina Pacis“ im Problemstadtteil Ostia erinnerte das Kirchenoberhaupt daran, dass Versöhnung, Respekt und die Kraft des Evangeliums auch dort, wo Gewalt und Kriminalität den Alltag prägen, Herzen öffnen und Leben verändern können. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

Leo XIV. hat diesen Sonntag eine oft und gern gepflegte Tradition seiner Vorgänger fortgesetzt: Den Besuch des Bischofs von Rom in den Pfarreien seines Bistums. Wie schon die Päpste vor ihm, will er den Blick auf die Viertel der Ewigen Stadt lenken, die oft vergessen werden, und gerade dort Zeichen der Nähe und Solidarität setzen. Fünf Pfarreien wird der Pontifex in der diesjährigen Fastenzeit besuchen.

Erste Station dieser Pfarreivisiten war die von der Kongregation der Gesellschaft des Katholischen Apostolats (Pallottiner) betreute Gemeinde in Ostia Lido.

Dort hat der Papst eine Realität besucht, die oft über Kriminalität und Mafia definiert wird - als eine der jüngsten Peripherien Roms aber auch Heimat vieler junger Menschen ist, die auf eine bessere Zukunft hoffen. Diese jungen Menschen und die Kinder des Peripheriviertels bereiteten Papst Leo, der kurz vor 16 Uhr bei strahlendem Sonnenschein in Ostia eintraf, einen begeisterten Empfang. In der Turnhalle traf Leo XIV. danach noch ca. 400 weitere Pfarr-Mitglieder: Kranke, Bedürftige und Ehrenamtliche der Caritas.

Die Pfarreivisite von Papst Leo XIV. markiert einen besonderen Moment für die Gemeinde und verstärkt das Gefühl der Verbundenheit zwischen Kirche, Jugendlichen, Familien, Bedürftigen und Ehrenamtlichen.

Die Predigt des Papstes

„Es ist mir eine große Freude, hier zu sein und mit eurer Gemeinschaft die Bedeutung der Geste zu feiern, der der ‚Sonntag‘ seinen Namen verdankt. Er ist ‚der Tag des Herrn‘, weil der auferstandene Jesus in unsere Mitte kommt, uns zuhört, zu uns spricht, uns nährt und aussendet,“ begann der Papst seine Predigt in der Pfarrkirche in Ostia.

Durch die Zehn Gebote habe Gott nach dem Auszug aus Ägypten seinen Bund mit seinem Volk besiegelt. Und deren Einhaltung sei keine einfache formale Vorschrift, sondern ein Akt der Liebe.

Wörtlich sagte Papst Leo: „So erscheinen diese Gebote auf dem langen Weg durch die Wüste wie ein Licht, das den Weg weist; und ihre Einhaltung wird weniger als formale Erfüllung von Vorschriften verstanden und vollzogen, sondern vielmehr als ein Akt der Liebe: als dankbare und vertrauensvolle Antwort auf den Herrn des Bundes. Das Gesetz, das Gott seinem Volk schenkt, steht also nicht im Widerspruch zu seiner Freiheit; vielmehr ist es die Voraussetzung dafür, dass diese Freiheit aufblühen kann.“

Und was das konkret bedeutet, beschrieb der Papst wie folgt: Es gelte, die Gebote nicht als strenge Vorschriften zu sehen, sondern als liebevolle Wegweisung, die zu einem Leben in Fülle und Freiheit führt. So verweise Jesus ja auch „als Weg zur Erfüllung des Menschen auf eine Treue zu Gott, die auf Achtung und Sorge um den anderen in seiner unverletzlichen Würde gründet – eine Haltung, die noch vor Taten und Worten im Herzen heranreifen muss. Denn dort entstehen die edelsten Regungen, aber auch die schmerzhaftesten Entweihungen: Verschlossenheit, Neid, Eifersucht. Wer schlecht über seinen Bruder denkt und böse Gefühle gegen ihn hegt, der hat ihn in seinem Innersten gleichsam schon getötet. Nicht umsonst sagt der heilige Johannes schließlich auch: „Jeder, der seinen Bruder hasst, ist ein Menschenmörder“ (1 Joh 3,15).“

Gewalt und Kriminalität den „guten Samen des Evangeliums“ entgegenhalten

Diese Mahnung lässt sich auch auf die heutige Realität übertragen – besonders in Ostia, wo Gewalt, Prostitution, Drogen und kriminelle Machenschaften jungen Menschen den Start ins Leben sichtlich schwer machen. Doch die Gemeinde setze positive Zeichen: Ehrenamtliche, Pfarrer und soziale Initiativen förderten Bildung, Werte und Zusammenhalt, betonte der Pontifex: Sie säen den „guten Samen des Evangeliums“ in Straßen und Häusern, verbreiten Respekt, Solidarität und Hoffnung und zeigen, dass Liebe und Frieden möglich sind.

„Ergebt euch nicht einer Kultur der Übergriffigkeit und der Ungerechtigkeit. Verbreitet vielmehr Respekt und Harmonie, indem ihr zunächst die Sprache entwaffnet, und dann Kräfte und Mittel in die Bildung investiert – besonders in die der Kinder und Jugendlichen,“ sagte der Papst. „Möge man in der Pfarrei Ehrlichkeit, Offenheit und eine Liebe lernen, die Grenzen überwindet; lernen, nicht nur denen zu helfen, die es vergelten, und nicht nur die zu grüßen, die selbst grüßen, sondern auf alle zuzugehen, ohne Gegenleistung und frei; lernen, Glauben und Leben in Einklang zu bringen.“

Den Schrei der Leidenden und Schutzlosen hören

Papst Leo erinnerte daran, dass Benedikt XV. die Pfarrei „Santa Maria Regina Pacis“ (Maria, Königin des Friedens) vor 110 Jahren gegründet habe – als Zeichen der Hoffnung in einer hoffnungslosen Welt, die viele Parallelen zu unserer Zeit aufweise.

„Leider verdunkeln auch heute noch viele Wolken die Welt, in der sich eine dem Evangelium entgegenstehende Logik verbreitet, die die Überlegenheit des Stärkeren verherrlicht, Machtmissbrauch fördert und die Verlockung des Sieges um jeden Preis nährt – taub gegenüber dem Schrei der Leidenden und Schutzlosen,“ gab das Kirchenoberhaupt zu bedenken.

Dieser „Abwärtsspirale“ müssten wir „die entwaffnende Kraft der Sanftmut entgegensetzen, indem wir weiter um Frieden bitten und das Geschenk des Friedens mit Beharrlichkeit und Demut annehmen und pflegen. „Denn unser Friede ist Christus selbst – und man gewinnt ihn, wenn man sich von ihm erobern und verwandeln lässt – indem man ihm das Herz öffnet und es durch seine Gnade auch denen öffnet, die er auf unseren Weg stellt,“ stellte der Papst mit Verweis auf ein Zitat des Kirchenvaters Augustinus fest.

 „Tut dies Tag für Tag, gemeinsam als Gemeinschaft, mit der Hilfe Mariens, Königin des Friedens. Möge sie uns stets behüten und beschützen,“ so der abschließende Appell von Papst Leo bei der heiligen Messe, die er im Rahmen seines Pfarreibesuchs in Ostia Lido gefeiert hat. (vn 15)

 

 

 

 

 

Abkommen für den Frieden: Kirche und Afrikanische Union verbünden sich

 

Zehn Jahre nach ihrem ersten Abkommen haben das Symposium der Bischofskonferenzen von Afrika und Madagaskar (SECAM) und die Afrikanische Union (AU) am Freitag in Addis Abeba ein neues Grundsatzprotokoll unterzeichnet. Ziel der Allianz ist es, die Zusammenarbeit zwischen der katholischen Kirche und den afrikanischen Staaten in Krisenzeiten auf ein neues institutionelles Niveau zu heben.

Jean-Paul Kamba, SJ und Mario Galgano - Vatikanstadt

Kardinal Fridolin Ambongo, Erzbischof von Kinshasa und Präsident des SECAM, bezeichnete die Erneuerung des Abkommens im Gespräch mit den Vatikanmedien als „strategische Roadmap“. In einer Zeit, in der der Kontinent von zahlreichen Konflikten überzogen werde, die er mit „Buschfeuern“ verglich, könne die Kirche einen entscheidenden Beitrag zur Mediation und Prävention leisten.

Fünf Säulen für die Zukunft Afrikas

Die Zusammenarbeit konzentriert sich auf fünf zentrale Achsen und zwar gehe es zunächst um Konfliktprävention, also der Entwicklung kirchlicher Mediationskonzepte für staatliche Akteure. Es sollen auch Wahlbeobachtung duchrgeführt werden, um die zivilgesellschaftliche Bildung für transparente Wahlen zu fördern. Ein weiterer Punkt betrifft den sozialen Zusammenhalt.  Es gehe um die Stärkung der gesellschaftlichen Basis. Auch der interreligiöse Dialog soll gefördert werden und zwar durch Prävention religiös motivierter Spannungen. Und schliesslich gehe es um die Achtung der Menschenrechte, also den Schutz der Würde jedes Einzelnen.

„Unser Anliegen ist es, dass der Wille des Volkes stets respektiert wird“, betonte Ambongo mit Blick auf die oft umstrittenen Wahlergebnisse auf dem Kontinent.

Kooperation statt Konkurrenz

Ein wesentlicher Aspekt des neuen Protokolls ist die Klärung des Verhältnisses zwischen Kirche und Staat. In der Vergangenheit entstand oft der Eindruck einer Rivalität. „Wir wollen solche Interpretationen vermeiden, damit wir Hand in Hand in Sektoren arbeiten können, die der Bevölkerung direkt zugutekommen“, erklärte der Kardinal. Das Abkommen biete nun den juristischen Rahmen für das tägliche Engagement der Kirche vor Ort.

Unterstützung erhält die Initiative auch von politischer Seite. Ambongo berichtete von fruchtbaren Gesprächen mit dem burundischen Präsidenten Évariste Ndayishimiye, dem künftigen amtierenden Vorsitzenden der AU.

Fokus auf Wasser und Hoffnung

Ein konkretes Handlungsfeld für das Jahr 2026 ist die „Erklärung von Addis Abeba“ zur Nachhaltigkeit der Wasserressourcen. Der Zugang zu sauberem Trinkwasser wird von der Kirche als moralische Pflicht eingestuft. Dies deckt sich mit dem Jahresschwerpunkt der Afrikanischen Union.

Abschließend verwies Kardinal Ambongo auf die Worte von Papst Leo XIV., der Afrika als „Kontinent der Hoffnung“ bezeichnete. Die Kirche wolle dazu beitragen, dass die Afrikanische Union dynamischer und effektiver werde, anstatt lediglich ihre Ohnmacht in Krisenregionen wie der Region der Großen Seen zu konstatieren. „Afrika darf nicht den Mut verlieren, denn seine Zukunft hängt von ihm selbst ab“, so der Kardinal. (vn 14)

 

 

 

 

 

 

Bischof Meier (Augsburg) beendet Reise nach Syrien

 

„Wir bleiben an der Seite der Christen, woher immer der politische Wind weht“

„Das Hauptziel meines Besuchs in Syrien bestand darin, den Christen vor Ort die Solidarität der Kirche in Deutschland zu versichern: Wir bleiben an ihrer Seite, woher immer der politische Wind weht und wie schwierig die Situation auch ist. Für die syrischen Christen ist es wichtig, dass sie in unruhigen Zeiten international nicht vergessen werden. Die Aufmerksamkeit der Weltkirche und der Öffentlichkeit in den westlichen Ländern wird als wichtiger Baustein für die Stabilisierung des Christentums in Syrien betrachtet.“ Mit diesen Worten fasst Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg), Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, seine Reise in Syrien zusammen, von der er nach vier Tagen heute Morgen (14. Februar 2026) zurückgekehrt ist.

Die Zahl der Christen in Syrien ist seit dem Beginn des Bürgerkriegs im Frühjahr 2011, in den sich im Laufe der Zeit auch eine Reihe ausländischer Mächte eingemischt hat, von 1,5 Millionen auf inzwischen nur noch rund 300.000 zurückgegangen. Keiner der Kirchenführer, mit denen Bischof Meier im Austausch war, vertrat die Auffassung, dass nach der Beendigung der militärischen Auseinandersetzungen eine große Zahl von christlichen Geflüchteten und Migranten aus Westeuropa oder Nordamerika zurückkehren werde. Die herrschende Ungewissheit über die weitere Entwicklung in Syrien trüge dazu ebenso bei wie das Gefühl vieler Emigranten, im Westen eine neue Heimat und Freiheit gefunden zu haben. Dabei sind die Entwicklungen für die Christen seit dem Machtwechsel im Dezember 2024 folgenreich: „Mir ist in allen Gesprächen deutlich geworden, dass die Kirchen heute vor zwei miteinander verschränkten Problemen stehen: Wie kann das Christentum, dem nur noch ein bis zwei Prozent der Bevölkerung angehören, weiterhin ein relevanter Faktor in der syrischen Gesellschaft sein? Und wie kann dies in einem Land gelingen, in dem nunmehr radikal-islamische Kräfte den Ton angeben?“, so Bischof Meier.

Gesprächspartner während der Reise waren unter anderem der Patriarch der melkitischen griechisch-katholischen Kirche, Joseph I., Erzbischof Armash Nalbandian (armenisch-apostolische Kirche), Bischof Moussa El-Ehouri (griechisch-orthodoxe Kirche), die syrisch-katholischen Erzbischöfe von Damaskus und Homs, Jihad Battah und Jacques Mourad, sowie der Sekretär der Apostolischen Nuntiatur, Msgr. Victor Hugo Villatoro. Die Sozialministerin Hind Kabawat, einzige Frau und einzige Christin in der neuen Regierung, erläuterte die von ihr lancierten Pläne für eine Erneuerung des interreligiösen Dialogs in Syrien.

Zentrale Frage war für Bischof Meier, welche Spielräume den Christen in einem Land bleiben, das von einer im Islamismus wurzelnden, vormals dschihadistischen Bewegung beherrscht wird. Das erste Jahr der neuen Regierung deutet darauf hin, dass sie den Kontakt zur internationalen Gemeinschaft wiederherstellen will und sich angesichts der katastrophalen wirtschaftlichen Lage um eine Unterstützung der USA und der europäischen Länder bemüht. Innenpolitisch zeigt die Regierung bislang die Bereitschaft zu einem pragmatisch-inklusiven Programm, das die angestammten Rechte der Minderheiten weitgehend respektiert, auch wenn der Verfassungsentwurf eindeutige Unschärfen trägt, die einer politischen Klärung bedürfen. „Niemand vermag zu sagen, wie lange Syrien auf diesem Kurs bleibt. Das ist auch für die Orientierung der Kirchen das zentrale Problem“, so Bischof Meier. Die Kirchenvertreter räumten ein, dass die Regierung ihre Bereitschaft zum Kontakt mit allen Religionsgemeinschaften zum Ausdruck bringe, auch wenn sie Klagen darüber äußerten, dass manche Ankündigungen nicht eingehalten worden seien. „Aufs Ganze gesehen, hat sich die Lage der Christen jedoch offensichtlich nicht wesentlich verändert, auch wenn der frühere gute Zugang zum Regierungsapparat nicht mehr besteht. Die Rechte der Kirchen zur Selbstorganisation, die vor allem die Bereiche des Ehe-, Familien- und Erbrechts betreffen, werden von den neuen Machthabern – bisher – nicht angefochten und scheinen durch die im Islam historisch verwurzelten Vorstellungen geschützt zu sein.“

Bei den Begegnungen mit Kirchenvertretern wurden auch die Gefahren der derzeitigen Situation angesprochen. Die politische und gesellschaftliche Entwicklung in Syrien werde durch einen generellen kulturellen Konflikt zwischen „Idlib“ und „Damaskus“ bestimmt, so die Gesprächspartner. Der Region Idlib im Nordwesten des Landes entstammen die jetzt zur Macht gelangten Milizen und damit auch ein wesentlicher Teil der neuen politischen Elite. Sie ist durch einen konservativen, rigiden Islam geprägt, der sich für Radikalisierungstendenzen empfänglich zeigt und dem die produktive Auseinandersetzung mit der Säkularität des Staates fremd ist. Demgegenüber bezeichnet „Damaskus“ die Erfahrungen und Mentalitäten einer modernen Metropole, in der das Nebeneinander- und Zusammenleben von Menschen und Gruppen verschiedener religiöser und weltanschaulicher Zugehörigkeiten über lange Zeit hinweg eingeübt wurde, wenngleich in den zurückliegenden Jahrzehnten unter den Vorzeichen einer brutalen Despotie. „Kirchenvertreter und Beobachter stellen sich die Frage, ob Idlib künftig Damaskus dominieren wird. Manche sehen Anzeichen für eine schleichende Islamisierung, etwa bei Bekleidungsvorschriften, durch die Trennung von Männern und Frauen, wie sie in Syrien bisher nicht bekannt war, beim Ausschank von Alkohol oder in der einseitigen Belegung des öffentlichen Raums durch den sunnitischen Islam“, berichtet Bischof Meier. „Dass diese Bewegungen bislang nicht oder nicht unmittelbar von der Regierung ausgehen, sondern Teile der Gesellschaft und untergeordnete staatliche Stellen aktiv werden, macht die Sache nicht harmlos. Denn hier verändert sich das gesellschaftliche Klima und Minderheiten fühlen sich zunehmend unwillkommen, bedrängt und ausgegrenzt.“ Das zeige sich auch in Gefahrensituationen, denen sich Christen und andere Minderheiten ausgesetzt sehen. So sprach Bischof Meier mit Überlebenden des islamistischen Selbstmordanschlags auf die griechisch-orthodoxe Mar-Elias-Kirche in Damaskus im Juni 2025 und betete an dem Ort für ein Ende der Gewalt.

Bei einem Besuch in Maalula, einem der wenigen verbliebenen christlich geprägten Orte nördlich von Damaskus, erlebte Bischof Meier die weiterwirkende Last der jüngeren Geschichte. Von den früher 70 Prozent der christlichen Bewohner schätzt man deren Anteil heute auf etwa ein Drittel: Im September 2013 überfiel die Terrororganisation „Islamischer Staat“ (IS) Maalula und wütete vor allem unter den Christen. Die verheerenden Schäden durch den IS an Kirchen und Klöstern war ein terroristischer Akt, der die christlichen Anteile an der Geschichte und kulturellen Prägung Syriens unsichtbar machen sollte. In Maalula traf Bischof Meier mit einer christlichen Familie zusammen, die dort seit Jahrhunderten beheimatet ist und das West-Aramäische, die Sprache Jesu, beherrscht. Die Erwachsenen ließen Trauer über die Entwicklung, aber auch Durchhaltewillen erkennen; die Jugendlichen aber sprachen offen über ihre Absicht, das Land in näherer Zukunft zu verlassen.

Wie kann die Kirche ihre Stimme in der Gesellschaft und gegenüber der Politik in dieser Situation hörbar machen? Einen wichtigen Beitrag leistet die katholische Caritas Syrien, die die diakonisch-soziale Arbeit im Land organisiert und mit der Bischof Meier ebenfalls zusammentraf. Alle kirchlichen Gesprächspartner waren sich einig, dass eine „gemeinsame Stimme“ der Kirchen heute wichtiger sei denn je. Die Verfasstheit des syrischen Christentums, das sich in einer Vielzahl von Kirchen – davon allein sechs katholische Kirchen – gliedert, die über ein ausgeprägtes, historisch begründetes Eigenbewusstsein verfügen, steht dem gemeinsamen Sprechen und Handeln immer wieder im Weg. „Überall wächst das Bewusstsein, dass der nur auf die eigene Gemeinschaft gerichtete Blick der Stärke und öffentlichen Repräsentanz der Kirchen schweren Schaden zufügen kann. Hier scheint sich nun etwas zu ändern. Die neuen Zeiten machen dies dringlich“, so Bischof Meier. Dbk 14

 

 

 

 

 

Italien: Bischöfe verurteilen Gesetzentwurf zu Migration

 

Erzbischof Giancarlo Perego, Präsident der Kommission für Migration der Italienischen Bischofskonferenz (CEI), hat den vom italienischen Ministerrat beschlossenen Gesetzentwurf zum Thema Migration und Asyl scharf verurteilt. Das 17 Artikel umfassende geplante Gesetz stelle den Schutz von Grenzen über den Schutz von Menschenleben und widerspreche dem Geist der italienischen Verfassung.

Francesca Sabatinelli und Mario Galgano - Vatikanstadt

„Das Grundprinzip dieses und anderer Sicherheitsdekrete lautet: erst die Grenzen, dann die Menschen“, so Perego im Gespräch mit den Vatikanmedien. Die neuen Bestimmungen zur Umsetzung des EU-Migrationspakts stünden in einem scharfen Widerspruch zu Artikel 10 der italienischen Verfassung, der jedem Ausländer, dem in seiner Heimat die demokratischen Freiheiten verwehrt werden, ein Recht auf Asyl in Italien garantiere.

Auslagerung des Asylrechts

Besonders besorgt zeigt sich der Erzbischof über die geplante Auslagerung des Asylverfahrens in andere Länder. Perego kritisiert die Absicht, Asylsuchende direkt in Drittstaaten wie Albanien zu verbringen, ohne ihre individuelle Situation ausreichend zu prüfen. „Wenn die Regierung sogar von Seeblockaden spricht – wie soll dann der Anspruch auf Asyl überhaupt noch geschützt werden?“, fragt der Präsident der Stiftung Migrantes.

Weitere Kritikpunkte des Erzbischofs betreffen die Einschränkung der Familienzusammenführung. Die Bedingungen wurden so verschärft, dass sie in der Praxis kaum noch erfüllbar sind. Auch die Schwächung des Minderjährigenschutzes sei problematisch. Besonders vulnerable Gruppen erfahren laut Dekret weniger Schutz. Und schliesslich sei der Ausschluss der Zivilgesellschaft zu kritisieren. Geistlichen und Freiwilligen werde nämlich der Zugang zu den Abschiebezentren (CPR) erschwert; nur Regierungs- und Parlamentsmitglieder haben dort künftig uneingeschränkten Zutritt.

Kirche als „Brückenbauerin“

In Anspielung auf das jüngste Apostolische Schreiben von Papst Leo XIV., Dilexi te, betonte Perego, dass die Kirche weiterhin „nahe bei den Menschen auf dem Weg“ bleiben werde. „Die Kirche baut Brücken, wo man Mauern errichten will“, so der Erzbischof. Das Mittelmeer dürfe nicht zu einer unüberwindbaren Mauer werden.

NGOs warnen vor steigender Todesrate

Parallel zum Erzbischof gaben zahlreiche Hilfsorganisationen wie Ärzte ohne Grenzen, Emergency und Sea-Watch eine gemeinsame Erklärung ab. Sie werfen der Regierung vor, humanitäre Schiffe gezielt zu behindern, was zwangsläufig zu mehr Toten auf See führen werde. Perego pflichtet ihnen bei: „Es ist klar, dass viele sterben werden, ohne dass die Gesellschaft von ihrem Drama erfährt, wenn NGOs nicht mehr retten und schützen dürfen.“

Fehlende positive Ansätze

Was dem Gesetz völlig fehle, seien positive Vorschläge wie verstärkte humanitäre Korridore, legale Einreisedienstwege oder Integrationsprogramme. Stattdessen setze man auf Ablehnung und Mauern. Die Analyse des Erzbischofs fällt bitter aus: Italien und Europa hätten die Chance verpasst, ein Asylsystem zu schaffen, das die Person in den Mittelpunkt stellt. Die Verlagerung der Aufmerksamkeit auf das Herkunftsland statt auf das Individuum sei „verfassungswidrig und zutiefst unmoralisch“.  (vn 13)

 

 

 

 

 

Kardinal Marx: „Was der Patriarch von Moskau sagt, ist Häresie“

 

Kardinal Reinhard Marx hat die Instrumentalisierung von Religion für Politik, Gewalt und Krieg abermals kritisiert: „Was der Patriarch von Moskau sagt, ist Häresie“, so der Erzbischof von München und Freising am Mittwochabend an der Ludwig-Maximilians-Universität München (LMU) bei einer Podiumsdiskussion im Rahmen des dritten theologischen Friedenssymposiums anlässlich der Münchner Sicherheitskonferenz.

Kardinal Marx beklagte eine weltweite Tendenz, wonach religiöse Führer die gefährliche Nähe zur Macht suchten. Dem setzte er ein klares kirchliches Mandat entgegen: „Religion darf nicht an der Seite der Mächtigen stehen, sondern muss an der Seite der Schwachen und Opfer stehen“, so Marx. Zudem mahnte er zu Demut im Wahrheitsanspruch. „Wir besitzen die Wahrheit nicht. Jeder Mensch ist ein Bild Gottes, wir sind alle Brüder und Schwestern.“

Schock über antiliberalen Gleichklang

Besorgt zeigte sich der Kardinal über ideologische Parallelen zwischen der russischen Propaganda und bestimmten Strömungen in der US-Politik. Er sehe dort vermehrt antiliberale Tendenzen, die Freiheit und Solidarität unterminieren würden. Europa müsse sich daher dringend neu auf seine gemeinsamen Werte besinnen: „Wir brauchen eine Erneuerung unserer Position, unserer Ideen, eine Verständigung auf unsere gemeinsamen Werte.“

Hochkarätiges Podium zur Sicherheitsethik

Die Diskussion fand im Rahmen des Symposiums „Moral and Religious Dimension of Security“ statt, das die LMU gemeinsam mit der Ukrainischen Katholischen Universität Lemberg und der University of Notre Dame (USA) veranstaltet.

Neben Kardinal Marx nahmen weitere profilierte Stimmen teil, darunter der Osteuropahistoriker und Friedenspreisträger Karl Schlögel sowie der ukrainische Menschenrechtsaktivist Maksym Butkevych, der 2025 mit dem Václav-Havel-Preis ausgezeichnet wurde. Auch die Expertinnen Katrin Boeck und Regina Elsner sowie der polnische Botschafter Jan Tombi?ski debattierten über die „Auflösung der Wahrheit“ im hybriden Krieg Russlands. (pm 13)

 

 

 

 

 

Europa: Katholische Bischöfe fordern Besinnung auf europäische Werte

 

Gemeinsam haben sich die Vorsitzenden der katholischen Bischofskonferenzen von Deutschland, Italien, Frankreich und Polen an diesem Freitag mit einem dringenden Appell an die Öffentlichkeit gewandt. In einer Lage wachsender EU-Skepsis und globaler Instabilität fordern sie eine Rückbesinnung auf die „Seele Europas“ und die christlichen Fundamente des Kontinents.

Unter dem Titel „Die Kraft der Hoffnung“ warnen Bischof Georg Bätzing (Deutschland), Kardinal Matteo Zuppi (Italien), Kardinal Jean-Marc Aveline (Frankreich) und Erzbischof Tadeusz Wojda (Polen) vor einer Reduzierung des Kontinents auf einen reinen Wirtschafts- und Finanzmarkt. In einer Welt, die von „Kriegen und Gewalt zerrissen“ sei, müsse Europa seine ursprüngliche Intuition wiederentdecken, um einen Beitrag zum globalen Gemeinwohl leisten zu können.

Erbe der Gründerväter als Kompass

Die Bischöfe beziehen sich auf die Gründerväter der europäischen Einigung – Konrad Adenauer, Robert Schuman und Alcide De Gasperi. Die drei christlichen Politiker aus Deutschland, Frankreich und Italien seien „keine naiven Träumer“ gewesen, sondern Architekten eines Gebäudes, das auf christlichen Werten wie Solidarität, Humanismus und Weltoffenheit basierte. Der Appell erinnert an De Gasperis Warnung, dass übersteigerter Nationalismus eine „Form der Vergötterung“ sei, die die Nation an die Stelle Gottes setze und letztlich im Krieg ende.

„Ein vereintes Europa wird nicht gegen die Heimatländer geboren, sondern gegen die Nationalismen, die sie zerstört haben“

„Ein vereintes Europa wird nicht gegen die Heimatländer geboren, sondern gegen die Nationalismen, die sie zerstört haben“, zitieren die Bischöfe den ehemaligen italienischen Ministerpräsidenten. Gerade heute, da die internationale Ordnung untergraben werde, sei das Modell einer „versöhnten Gesellschaft“ als Bollwerk der Freiheit unverzichtbar.

Kirche als Mitwirkende im Epochenwechsel

Der Appell greift die Einladung von Papst Leo XIV. auf, der zum Abschluss des „Jubiläums der Hoffnung“ dazu aufgerufen hatte, die kommende Zeit als „Morgenröte der Hoffnung“ zu begreifen. Trotz schwindender Mitgliederzahlen in vielen europäischen Ländern sehen die Bischöfe die Kirche in der Pflicht, am Wiederaufblühen des Kontinents mitzuwirken.

Besondere Erwähnung findet der Krieg gegen die Ukraine, der die Europäer trotz aller internen Widerstände wieder stärker zueinander geführt habe. In diesem „Epochenwechsel“, wie ihn bereits Papst Franziskus definierte, sei die Kirche berufen, den Menschen mit ihren Verletzungen entgegenzukommen und die „tröstende Barmherzigkeit Christi“ zu bringen.

Aufruf zum politischen Engagement

Abschließend rufen die Vorsitzenden dazu auf, Politik als „Dienst am Menschen“ und „Engagement der Liebe gegenüber dem Mitmenschen“ zu begreifen. Sie fordern die Christen auf dem Kontinent auf, sich entschlossen für die Zukunft Europas einzusetzen. Europa dürfe sich nicht abschotten, sondern müsse stets bereit sein, den Dialog auch im Konfliktfall wieder aufzunehmen und nach supranationalen Lösungen zu suchen. (pm 13)

 

 

 

 

 

Papst Leo XIV. stellt das „Zuhören“ ins Zentrum der Fastenzeit

 

In seiner ersten Fastenbotschaft als Pontifex hat Papst Leo XIV. zu einer tiefgreifenden Umkehr aufgerufen, die über den klassischen Verzicht auf Nahrung hinausgeht. In dem an diesem Freitag veröffentlichten Dokument mit dem Titel „Zuhören und fasten“ fordert das Kirchenoberhaupt eine „Entwaffnung der Sprache“ und ein geschärftes Gehör für den „Schrei der Armen“. Mario Galgano

Für den Papst beginnt der Weg der christlichen Umkehr nicht mit Aktionismus, sondern mit Stille. Das Zuhören sei das erste Anzeichen für den Wunsch, mit anderen in Beziehung zu treten. Leo XIV. zieht dabei eine Parallele zur biblischen Exoduserzählung: So wie Gott das Elend seines Volkes in Ägypten hörte, müsse auch die Kirche heute lernen, die Stimmen derer wahrzunehmen, die unter Ungerechtigkeit leiden.

„Die Lebenssituation der Armen ist ein Schrei“

Der Papst findet deutliche Worte für die soziale Verantwortung der Gläubigen. „Die Lebenssituation der Armen ist ein Schrei, der in der Geschichte der Menschheit unser eigenes Leben, unsere Gesellschaften, die politischen und wirtschaftlichen Systeme und nicht zuletzt auch die Kirche beständig hinterfragt“, schreibt der Pontifex. Das Hören auf Gottes Wort in der Liturgie müsse die Menschen dazu befähigen, in der Kakofonie des Alltags jene Stimmen zu erkennen, die aus Not hervorgehen.

Fasten als Schule der Sehnsucht

Beim Thema Fasten greift Leo XIV. auf die Gedanken des heiligen Augustinus zurück. Der Verzicht auf Nahrung sei kein Selbstzweck, sondern eine asketische Übung, um die eigenen „Appetite“ zu ordnen. Er helfe dabei, den „Hunger nach Gerechtigkeit“ wachzuhalten. „Wer sich nicht mit dem Wort Gottes nährt, fastet nicht wirklich“, stellt der Papst klar. Nur eine authentische Askese mache das christliche Leben stark.

Aufruf gegen verbale Gewalt

Ein besonderer Akzent der Botschaft liegt auf der Kommunikation im digitalen und politischen Raum. Leo XIV. lädt zu einer „wenig geschätzten Form des Verzichts“ ein: dem Verzicht auf verletzende Worte.

„Beginnen wir damit, unsere Sprache zu entwaffnen, indem wir auf scharfe Worte, voreilige Urteile, schlechtes Reden über Abwesende (...) und Verleumdungen verzichten“, appelliert der Papst. Dieser Verzicht solle alle Lebensbereiche durchdringen – von der Familie über den Arbeitsplatz bis hin zu den sozialen Medien und politischen Debatten. Ziel sei es, dass „Worte des Hasses Worten der Hoffnung und des Friedens weichen“.

Gemeinsamer Weg statt individueller Leistung

Abschließend betont der Papst die gemeinschaftliche Dimension der Fastenzeit. Umkehr betreffe nicht nur das individuelle Gewissen, sondern den Stil der Beziehungen und die Qualität des Dialogs in der gesamten Menschheit. Er schließt mit dem Gebet um eine Fastenzeit, die „unser Ohr aufmerksamer macht für Gott und die Geringsten“. (vn 13)

 

 

 

 

 

Christinnen und Christen für Europa. Die Kraft der Hoffnung

 

Anlässlich internationaler geopolitischer Fragen ist der europäische Kontinent in besonderer Weise gefragt. Innerhalb der Europäischen Union nehmen Skepsis und Widerstände gegen ein geeintes Europa zu. Erstmalig wenden sich die Vorsitzenden der Französischen, Italienischen, Polnischen und Deutschen Bischofskonferenz heute (13. Februar 2026) mit einem Appell an die Öffentlichkeit und rufen dazu auf, Europa wieder eine Seele zu geben und die christlichen Wurzeln nicht zu vergessen. Der Appell im Wortlaut:

„Es ist schön, Pilger der Hoffnung zu werden. Und es ist schön, dies weiterhin gemeinsam zu sein!“ Dies ist die Einladung, die Papst Leo XIV. zum Abschluss des Jubiläums der Hoffnung an uns als ganze Kirche richtet, damit „die Zeit, die sich öffnet, eine Morgenröte der Hoffnung ist“.

Als Vorsitzende mehrerer europäischer Bischofskonferenzen fühlen wir uns verantwortlich, die Einladung des Papstes aufzugreifen und sie zu teilen. Wir leben in einer Welt, die von Kriegen und Gewalt zerrissen und polarisiert ist. Viele unserer Mitbürger sind verängstigt und orientierungslos. Die internationale Ordnung wird untergraben. In dieser Situation muss Europa seine Seele wiederfinden, um der Welt seinen unverzichtbaren Beitrag zum „Gemeinwohl“ anzubieten. Wir können dies erreichen, indem wir uns darauf besinnen, was zur Gründung Europas beigetragen hat.

Historisch gesehen war das Christentum nach den hellenistischen und römischen Zivilisationen eine der wichtigsten Grundlagen unseres Kontinents. Es hat zu einem großen Teil das Gesicht eines humanistischen, solidarischen und weltoffenen Europas geprägt.

Heute leben wir in einem pluralistischen Europa, das von Sprachenvielfalt, regionalen kulturellen Unterschieden und zahlreichen religiösen und spirituellen Strömungen geprägt ist. Zwar sind die Christen weniger zahlreich, doch das hindert sie nicht daran, sich mit Mut und Ausdauer auf das zu besinnen, was ihre Hoffnung begründet.

Nach dem Ende eines verheerenden Krieges, in dem Millionen Menschen aus rassistischen, religiösen und Gründen der eigenen Persönlichkeit ausgelöscht wurden, ist die Dringlichkeit, eine neue Welt aufzubauen, immer offensichtlicher geworden. Viele katholische Laien sahen Europa entschlossen als gemeinsames Haus an und setzten sich für die Entwicklung einer neuen internationalen Ordnung ein, insbesondere durch die Gründung der Vereinten Nationen. Das Ziel war die Verwirklichung einer versöhnten Gesellschaft, die als Konvergenzpunkt und als Garantie für die gegenseitige Achtung der jeweiligen Besonderheiten, als Bollwerk der Freiheit, Gleichheit und des Friedens verstanden wurde.

In der Erklärung, die zur Gründung der EGKS (Europäische Gemeinschaft für Kohle und Stahl), dem ersten Schritt auf dem Weg zur Europäische Union, geführt hat, stellten deren Verfasser vorausschauend fest: „Der Beitrag, den ein organisiertes und lebendiges Europa zur Zivilisation leisten kann, ist für die Aufrechterhaltung friedlicher Beziehungen unerlässlich. Europa kann nicht auf einmal geschaffen werden, und es wird auch nicht auf einmal aufgebaut werden; es wird aus konkreten Errungenschaften hervorgehen, die zunächst eine Solidarität der Tat schaffen.“ Die Gründerväter Europas, Robert Schuman, Konrad Adenauer und Alcide De Gasperi, wurden von ihrem christlichen Glauben inspiriert und waren keine naiven Träumer, sondern die Architekten eines großartigen, aber zerbrechlichen Gebäudes. Papst Johannes Paul II. sagte mehrfach, wenn er an die Rolle der Christen beim Aufbau Europas erinnerte: „Weil sie Christus liebten, liebten sie auch die Menschen und waren bestrebt, sie zu vereinen.“

Konrad Adenauer erklärte am 25. März 1957 in seiner Rede anlässlich der Verträge zur Gründung der EWG (Europäische Wirtschaftsgemeinschaft) und der EAG (Europäische Atomgemeinschaft): „Noch vor Kurzem gab es viele, die das Abkommen, das wir heute offiziell festschreiben, für undurchführbar hielten […]. Wir wissen, wie ernst unsere Lage ist, die nur durch die Einigung Europas behoben werden kann; wir wissen auch, dass unsere Pläne nicht eigennützig sind, sondern dem Wohl der ganzen Welt dienen sollen. Die Europäische Gemeinschaft verfolgt ausschließlich friedliche Ziele und richtet sich gegen niemanden […]. Unser Ziel ist es, gemeinsam mit allen für den Fortschritt in Frieden zu arbeiten.“

Die mörderische Tragödie des Zweiten Weltkriegs warnte die Gründergeneration Europas vor der Versuchung totalitärer Regime, die sich auf den Nationalismus stützen, um Hegemonieziele zu verfolgen, und deren Ergebnis nur Krieg sein kann. „Der übersteigerte Nationalismus ist eine Form der Vergötterung: Er setzt die Nation an die Stelle Gottes und gegen den Menschen“, sagte Alcide De Gasperi und fügte hinzu: „Ein vereintes Europa wird nicht gegen die Heimatländer geboren, sondern gegen die Nationalismen, die sie zerstört haben.“

Europa darf sich nicht allein auf einen Wirtschafts- und Finanzmarkt reduzieren, da sonst die ursprüngliche Intuition der Gründerväter verfehlt würde. Unter Achtung der Rechtsstaatlichkeit und unter Ablehnung der ausschließlichen Logik von Rückzug und Gewalt wird es sich für eine supranationale Lösung von Konflikten entscheiden, indem es geeignete Mechanismen und Allianzen wählt. Es muss immer bereit sein, den Dialog auch im Konfliktfall wieder aufzunehmen und Versöhnung und Frieden anstreben. Europa ist aufgerufen, nach Bündnissen zu suchen, die die Voraussetzungen für eine echte Solidarität zwischen den Völkern schaffen.

Trotz der vielen europaskeptischen Bewegungen in den einzelnen europäischen Ländern haben die Europäer gerade mit dem Beginn des Krieges gegen die Ukraine stärker zueinander gefunden. Ein internationaler Rahmen stirbt und ein neuer ist noch nicht geboren. Papst Franziskus war sich bewusst, dass wir uns in einem Epochenwechsel befinden und definierte ihn wie folgt: „Im vergangenen Jahrhundert hat es der Menschheit bewiesen, dass ein neuer Anfang möglich war: Nach Jahren tragischer Auseinandersetzungen, die im furchtbarsten Krieg, an den man sich erinnert, gipfelten, entstand mit der Gnade Gottes etwas in der Geschichte noch nie dagewesenes Neues […]. Nach vielen Teilungen fand Europa endlich sich selbst und begann sein Haus zu bauen […]. Am Wiederaufblühen eines zwar müden, aber immer noch an Energien und Kapazitäten reichen Europas kann und soll die Kirche mitwirken. Ihre Aufgabe fällt mit ihrer Mission zusammen, der Verkündigung des Evangeliums. Diese zeigt sich heute mehr denn je vor allem dahin, dass wir dem Menschen mit seinen Verletzungen entgegenkommen, indem wir ihm die starke und zugleich schlichte Gegenwart Christi bringen, seine tröstende und ermutigende Barmherzigkeit.“ (Rede anlässlich der Verleihung des Karlspreises, 6. Mai 2016)

Die Welt braucht Europa. Das ist die Dringlichkeit, die die Christen verinnerlichen müssen, um sich dort, wo sie stehen, entschlossen für seine Zukunft einsetzen zu können, mit demselben klaren Bewusstsein, das die Gründerväter hatten. „Wenn Politik als uneigennütziges Engagement im Dienst der Stadt, im Dienst des Menschen gelebt wird, kann sie zu einem Engagement der Liebe gegenüber dem Mitmenschen werden“, erklärte Robert Schuman. Im Namen ihres Glaubens sind die Christen eingeladen, mit allen Bewohnern des europäischen Kontinents ihre Hoffnung auf eine universelle Brüderlichkeit zu teilen.

Paris, Rom, Warschau, Bonn am 13. Februar 2026

Kardinal Jean-Marc Aveline, Vorsitzender der Französischen Bischofskonferenz

Kardinal Matteo Maria Zuppi, Vorsitzender der Italienischen Bischofskonferenz

Erzbischof Tadeusz Wojda, Vorsitzender der Polnischen Bischofskonferenz

Bischof Dr. Georg Bätzing, Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz

dbk 13

 

 

 

 

 

 

Zahl der Theologiestudierenden bricht ein

 

Die Zahl der Theologiestudierenden bricht massiv ein, wie aus einer neuen Erhebung hervorgeht. Einzelne Hochschulen widersetzen sich allerdings dem Trend.

Die Zahl der Studierenden im katholisch-theologischen Vollstudium ist in Deutschland in den vergangenen sechs Jahren stark gesunken. Wie der „KNA-Hintergrund“ am Donnerstag berichtet, ging an den staatlichen Fakultäten die Zahl der angehenden Volltheologen von 2.206 auf 1.043 zurück - ein Rückgang um mehr als die Hälfte. An den kirchlichen Hochschulen fiel der Rückgang deutlich geringer aus: Hier sank die Zahl von 469 auf 369 Studierende.

Große staatliche Standorte besonders betroffen

Besonders stark vom Rückgang betroffen sind die großen staatlichen Standorte. In Münster, dem bundesweit größten Theologie-Standort, sank die Zahl der Studierenden in sechs Jahren von 1.012 auf 444. In München ging sie von 251 auf 102 zurück, in Bonn von 215 auf 88. Auch Freiburg und Bochum verloren jeweils mehr als die Hälfte ihrer Studierenden. Stabil blieb Augsburg mit 73.

Gemischtes Bild an kirchlichen Hochschulen

An kirchlichen Hochschulen zeigt sich ein gemischtes Bild. In Frankfurt-Sankt Georgen, Eichstätt-Ingolstadt und Trier gingen die Studierendenzahlen jeweils um mehr als ein Drittel zurück. Zugleich gibt es einzelne Gegenbewegungen: An der neu aufgebauten Kölner Hochschule für Katholische Theologie, Nachfolgeeinrichtung der Ordenshochschule der Steyler Missionare in Sankt Augustin, stieg die Zahl der Studierenden von 46 auf 82. Auch die Hochschule der Pallottiner in Vallendar meldete einen leichten Zuwachs von 53 auf 60.

Das theologische Vollstudium mit dem Abschluss Magister Theologiae ist der klassische Ausbildungsweg für angehende Priester und Voraussetzung für weitere kirchliche Berufe in der Seelsorge. Der anhaltende Rückgang der Studierendenzahlen stellt Kirche und theologische Wissenschaft in Deutschland vor große Herausforderungen. (kna 12)

 

 

 

 

 

Erzbistum Hamburg befürwortet eigene Missbrauchsstudie

 

Das katholische Erzbistum Hamburg befürwortet eine eigene umfassende Aufarbeitungsstudie zu Fällen sexualisierter Gewalt. Ziel sei ein neuer Erkenntnisgewinn, um daraus weitere konkrete Schritte abzuleiten, sagte Generalvikar Sascha-Philipp Geißler der „Neuen Kirchenzeitung". Dazu sei man mit der Unabhängigen Aufarbeitungskommission Nord (UAK) im Gespräch, so der Stellvertreter von Erzbischof Stefan Heße.

Bislang gibt es keine eigene wissenschaftliche Missbrauchsstudie für das gesamte Erzbistum Hamburg, zu dem rund 340.000 Katholiken in Hamburg, Schleswig-Holstein und Mecklenburg gehören. Es gibt lediglich eine Untersuchung für den besonders betroffenen Landesteil Mecklenburg sowie eine Studie für das Bistum Osnabrück, zu dem große Teile des heutigen Erzbistums Hamburg bis 1995 gehörten. Die UAK Nord, die gemeinsame Aufarbeitungskommission der Bistümer Hamburg, Osnabrück und Hildesheim, sieht darin eine Lücke.

Datenschutzstreit blockiert Akteneinsicht

Die Kritik, Hamburg gehe bei der Aufarbeitung langsamer vor als die Nachbarbistümer, wies Geißler zurück. „Mir ist Schnelligkeit weniger wichtig als Gründlichkeit.“ Derzeit laufe noch ein Verfahren vor dem interdiözesanen Datenschutzgericht über Fragen der Offenlegung von Fallmeldungen und der Verantwortung der UAK. „Wir müssen abwarten, was dieses von der UAK angestrengte Verfahren ergibt.“

In dem Verfahren geht es um die Frage, ob das Erzbistum der UAK auch ohne individuelle Einwilligungen der Betroffenen zumindest anonymisierte Akteneinsicht gewähren muss. Das Erzbistum lehnt dies bislang unter Verweis auf den Datenschutz ab. Die UAK sieht sich dadurch in ihrer Arbeit erheblich behindert und hat deshalb gegen die Auslegung des Datenschutzes durch das Erzbistum geklagt. Das Verfahren zieht sich bereits seit mehreren Monaten hin.

Zwei beschuldigte Priester weiter im Einsatz

„Mir tut es weh, wenn uns vorgehalten wird, wir würden da mauern“, sagte Geißler. „Es gilt in unserem Land das Grundrecht auf informationelle Selbstbestimmung jeder natürlichen Person, und das müssen wir ernst nehmen.“ Datenschutz sei kein Tatenschutz, bestimme aber Spielräume für die Aufarbeitung.

Geißler räumte ein, dass es Fälle gebe, in denen beschuldigte Priester trotz gezahlter Anerkennungsleistungen an Betroffene weiter tätig seien, weil keine gerichtsfesten Beweise oder Schuldeingeständnisse vorlägen. „Wir haben tatsächlich zwei beschuldigte Priester, die als Pensionäre im gottesdienstlichen Bereich wirken, aber sonst keine Verantwortung tragen“, sagte er. „Ich kann die Betroffenenperspektive gut verstehen, dass das unerträglich scheint und hinterfragt wird.“ Solange jedoch niemand rechtskräftig verurteilt sei, gelte die Unschuldsvermutung. (kna 11)

 

 

 

 

Papst bei Generalaudienz: Die Bibel, Herz und Wegweiser der Kirche

 

Die Heilige Schrift ist für die Kirche mehr als nur ein Buch: Sie ist lebendiges Wort Gottes, das den Gläubigen Orientierung und Trost schenkt, sie in einen tiefen Dialog mit Gott eintreten lässt. Daran erinnerte Papst Leo bei der Fortsetzung seiner aktuellen Katechesenreihe, in der er die Dokumente des Zweiten Vatikanischen Konzils in den Blick nimmt. Silvia Kritzenberger

Wegen des anhaltenden Schlechtwetters in Rom wurde die Generalaudienz mit dem Papst auch diesen Mittwoch in die vatikanische Audienzhalle verlegt. Zur großen Freude der Audienzteilnehmer nahm sich Papst Leo wie gewohnt viel Zeit, um die im Eingangsbereich zahlreich versammelten Menschen zu begrüßen und kleine Kinder zu segnen.

Zum Gedenktag Unserer Lieben Frau von Lourdes, den wir an diesem Mittwoch begehen, war deren Statue in der Audienzhalle aufgestellt worden. Bevor er die Generalaudienz einläutete, verharrte Papst Leo dort  kurz im stillen Gebet und zündete eine Kerze an.

Die tiefe Verbindung zwischen Kirche und Heiliger Schrift

In seiner fünften Katechese zum Konzilsdokument über die göttliche Offenbarung, Dei Verbum, ging Papst Leo auf die „tiefe und grundlegende Verbindung“ zwischen der Kirche und der Heiligen Schrift ein, die unter Eingebung des Heiligen Geistes inmitten des Volkes Gottes entstanden sei.

 „So erinnert das Zweite Vatikanische Konzil ja auch daran, dass „die Kirche die Heiligen Schriften immer verehrt hat wie den Herrenleib selbst…In ihnen zusammen mit der Heiligen Überlieferung sah die Kirche immer und sieht sie die höchste Richtschnur ihres Glaubens“, zitierte Leo XIV. aus der Dogmatischen Konstitution „Dei Verbum“.

Das Lesen und Meditieren der biblischen Texte in der Gemeinschaft der Kirche lasse uns Jesus immer besser kennenlernen – und deshalb höre die Kirche nie auf, „über den Wert der Heiligen Schrift nachzudenken“, so der Pontifex weiter. So habe ja auch Papst Benedikt XVI. im Anschluss an die Bischofssynode 2008 zum Thema „Das Wort Gottes im Leben und in der Sendung der Kirche“ betont, dass „der ursprüngliche Ort der Schriftauslegung das Leben der Kirche ist.“

Gott spricht zu den Menschen wie zu Freunden

Die Heilige Schrift gebe der Kirche Halt und Kraft. Sie rufe alle Gläubigen auf, aus dieser Quelle zu schöpfen – besonders in der Feier der Eucharistie und der Sakramente, stellte Papst Leo fest und verwies auf einen berühmten Kirchenvater:

 

„Unkenntnis der Schrift ist in der Tat Unkenntnis Christi“: Dieser berühmte Ausspruch des heiligen Hieronymus erinnert uns an den eigentlichen Zweck des Lesens und Meditierens der Heiligen Schrift: Christus kennenzulernen und durch ihn in Beziehung zu Gott zu treten, eine Beziehung, die als Gespräch, als Dialog verstanden werden kann. Die Konstitution Dei Verbum hat uns die Offenbarung als einen solchen Dialog vorgestellt, in dem Gott zu den Menschen spricht wie zu Freunden (vgl. DV, 2). Und das geschieht, wenn wir die Bibel in einer inneren Haltung des Gebets lesen: Dann kommt uns Gott entgegen und spricht zu uns.“

„Die Heilige Schrift nimmt einen zentralen Platz in der Theologie ein, die im Wort Gottes ihr Fundament und ihre Seele findet“

Das Wort Gottes erfülle nicht nur die Kirche selbst, sondern treibe sie auch dazu an, „über sich hinauszugehen“, sich „immer wieder neu für ihre Sendung zu öffnen, die sich an alle Menschen richtet.“

„Denn wir leben umgeben von vielen Worten – doch wie viele davon sind leer! Mitunter hören wir auch kluge Worte, die uns die Antwort nach unserem letzten Ziel aber doch schuldig bleiben,“ gab der Papst zu bedenken. „Das Wort Gottes dagegen stillt unseren Hunger nach dem Sinn und der Wahrheit über unser Leben. Es ist das einzige Wort, das immer neu ist: Indem es uns das Geheimnis Gottes offenbart, ist es unerschöpflich und hört niemals auf, uns seinen Reichtum zu schenken.“

Wer das Wort Gottes also höre und lebe, der erfährt seine Kraft und begegnet Christus – in der Kirche und in der Welt, geleitet von Maria, der Mutter der Kirche.

Abschließend sagte der Papst: „Christus ist das lebendige Wort des Vaters, das fleischgewordene Wort Gottes. Die ganze Heilige Schrift verkündet seine Person und seine rettende Gegenwart – für jeden von uns und für die ganze Menschheit. Öffnen wir also Herz und Geist, um dieses Geschenk anzunehmen – in der Schule Marias, Mutter der Kirche.“ Vn 11

 

 

 

 

 

Kardinal Koch: „Ich freue mich, Präsident dieser wunderbaren Organisation zu sein“

 

Neuer Präsident von „Kirche in Not“ hat die Internationale Zentrale des Hilfswerks in Königstein im Taunus besucht

Der kürzlich ernannte Präsident der päpstlichen Stiftung und des weltweit tätigen Hilfswerks „Kirche in Not“ (ACN), Kurt Kardinal Koch, hat die Internationale Zentrale des Hilfswerks in Königstein im Taunus besucht. Er kam dort mit den Mitarbeiterinnen und Mitarbeitern zusammen, besuchte die Räumlichkeiten und feierte eine heilige Messe in der Hauskapelle.

 

Er freue sich, „Präsident dieser wunderbaren Organisation zu sein“ und ermutigte die Anwesenden, die Christen in Not nicht nur materiell, sondern auch geistlich zu unterstützen. Das Wichtigste sei, an sie zu denken und für sie zu beten. „Wir haben die große Freude, die großartige Botschaft Jesu Christi empfangen zu haben und diese Botschaft weitergeben zu dürfen, damit Menschen in Freude leben können. Doch viele Menschen befinden sich in Schwierigkeiten und großer Not. Es ist unsere Aufgabe, ihnen zu helfen, indem wir sie materiell unterstützen und ihnen das Geschenk des Glaubens, des Evangeliums anbieten.“ 

„Die großartige Botschaft Jesu Christi weitergeben“

Im Gespräch mit den Mitarbeiterinnen und Mitarbeitern dankte Kardinal Koch ihnen ausdrücklich für deren intensives Engagement und den Einsatz für die Religionsfreiheit. Sie sei ein wichtiges Thema und eine große Herausforderung. Gleichzeitig verwies er auf die Dringlichkeit der Neuevangelisierung in den westlichen Ländern, „denn der Glaube ist in einigen unserer Regionen sehr schwach“.

Neben seiner neuen Aufgabe als Präsident von „Kirche in Not“ ist Kardinal Koch beim Heiligen Stuhl langjähriger Präfekt des Dikasteriums zur Förderung der Einheit der Christen. Bei seinem Besuch verwies er auf die Ähnlichkeit zwischen den Aufgaben des Dikasteriums und dem Auftrag des Hilfswerks: Beide hätten eine ökumenische und soziale Dimension und befassten sich mit den verschiedenen Ausdrucksformen des Christentums. „Wir haben viele Unterschiede, eine große Vielfalt, aber wir brauchen einen gemeinsamen Geist. Ohne diesen gemeinsamen Geist können wir unsere Konflikte und Kriege nicht überwinden“, mahnte Kardinal Koch. Nur wenn die Kirche trotz aller Unterschiede geeint sei, kann sie ein Zeichen und Werkzeug für die Gesellschaft und die Welt sein.

Der aus der Schweiz stammende Kardinal ist dem Hilfswerk bereits lange verbunden. Nicht nur in seiner Heimat, sondern auch in Deutschland war er in der Vergangenheit bereits mehrfach Gast bei Veranstaltungen. KiN 11

 

 

 

 

 

 

Bischof Meier zu Solidaritätsbesuch in Damaskus eingetroffen

 

Unterstützung der katholischen Kirche zugesichert

Inmitten der politisch fragilen Umstände und vor dem Hintergrund einer ungewissen Zukunft Syriens ist der Vorsitzende der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg), gestern Abend (10. Februar 2026) in der Hauptstadt Damaskus eingetroffen. Von Beirut ging es über den Landweg nach Syrien, wo sich Bischof Meier bis zum kommenden Freitag aufhalten wird. Rund ein Jahr nach dem Sturz von Diktator Bashar al-Assad und der Machtübernahme durch die islamistische Hayat Tahrir al-Sham-Miliz (HTS) macht sich Bischof Meier vor Ort ein Bild von der aktuellen Situation. Zugleich bringt er trotz aller Sicherheitsrisiken einer solchen Reise die Solidarität der katholischen Kirche in Deutschland mit der christlichen Minderheit zum Ausdruck. Dazu sind Gespräche mit Repräsentanten christlicher Kirchen, den diplomatischen Vertretungen der Bundesrepublik Deutschland und des Heiligen Stuhls sowie einer Ministerin aus dem Kabinett von Übergangspräsident Ahmed al-Sharaa vorgesehen. Neben Damaskus besucht Bischof Meier auch die christlich geprägten Orte Saidnaya und Maalula.

„Im Mittelpunkt meiner Reise nach Syrien steht die Solidarität mit der christlichen Minderheit. Ich möchte ein Zeichen setzen, dass die syrischen Christinnen und Christen international nicht vergessen sind. Sie können auf die Unterstützung der katholischen Kirche in Deutschland zählen. Gerade jetzt, da Unsicherheit und Angst den Alltag vieler Menschen prägen, ist es mir wichtig, persönlich nach Syrien zu kommen“, so Bischof Meier zum Auftakt der Reise. „Ebenso wie andere religiöse Minderheiten gehören Christen seit fast zweitausend Jahren zu diesem Land. Angesichts der islamistischen Übergangsregierung, der anhaltenden Gewalt und mangelnder Perspektiven fühlen sie sich bedroht. Sollte diese Entwicklung anhalten, könnte sich die Auswanderung von Christen aus Syrien weiter verstärken. Es darf aber nicht dazu kommen, dass Syrien zu einem Land ohne Christen wird. Dies nämlich wäre ein immenser Schaden nicht nur für das arabische Christentum, sondern auch für die syrische Kultur und Gesellschaft.“

Nach 13 Jahren blutigem Bürgerkrieg endete im Dezember 2024 abrupt die jahrzehntelange Herrschaft des Assad-Clans. Während vor dem Krieg noch etwa 1,5 Millionen Christinnen und Christen im Land lebten, wird ihre Zahl heute auf rund 300.000 geschätzt. So groß die anfängliche Erleichterung über den Sturz der Regierung auch war, wurde sie schnell von großen Sorgen überschattet – insbesondere bei den religiösen und ethnischen Minderheiten wie Christen, Drusen und Kurden. Massaker an der alawitischen Bevölkerungsgruppe sowie der Selbstmordanschlag auf die griechisch-orthodoxe Mar-Elias-Kirche im vergangenen Jahr trugen maßgeblich dazu bei. Die Kirche wird Bischof Meier in Damaskus besuchen und sich außerdem über die Arbeit der Caritas vor Ort informieren.

„In einer nach wie vor angespannten Lage in Syrien komme ich mit vielen Fragen nach Damaskus: Wie erleben die Christen vor Ort die aktuelle Situation? Was erwarten sie von einem neuen Syrien? Und was ist notwendig, damit die Christen wieder eine sichere Zukunft in dem Land haben, zu dem sie genauso wie alle Syrerinnen und Syrer gehören? Ich möchte den Menschen zuhören, ihre Sorgen und Hoffnungen kennenlernen und ihnen zeigen, dass wir an ihrer Seite stehen“, so Bischof Meier.

In einem Gespräch mit dem Geschäftsträger der Botschaft der Bundesrepublik Deutschland in Damaskus, Botschafter Clemens Hach, hatte sich Bischof Meier noch vor Beginn der Reise eine aktuelle Einordnung geben lassen. Botschafter Hach verwies auf den bislang pragmatischen Kurs der neuen Regierung unter Präsident al-Sharaa, die außenpolitisch auf Deeskalation und internationale Zusammenarbeit setze und das Land schrittweise stabilisieren wolle. Deutschland werde dabei als wichtiger Partner wahrgenommen – nicht zuletzt wegen der Aufnahme vieler syrischer Geflüchteter, der klaren Haltung gegenüber dem Assad-Regime und der frühen Gesprächsbereitschaft gegenüber der neuen Führung. Zugleich machte der Botschafter deutlich, dass sich dieser Kurs in konkreten Fortschritten bewähren müsse. Hinweise. Über die Kanäle der sozialen Medien der Deutschen Bischofskonferenz wird in den nächsten Tagen knapp über den Reiseverlauf berichtet. Bildmaterial wird über der DBK-Mediendatenbank zur Verfügung gestellt, wenn Bischof Meier wieder nach Beirut zurückgekehrt ist (Freitagabend, 13. Februar 2026). Er steht dann für Interviews zur Verfügung. Anfragen dazu richten Sie bitte per E-Mail an pressestelle@dbk.de. Dbk 11

 

 

 

 

 

Vatikan veröffentlicht Motto für Senioren-Welttag: Trost gegen die Einsamkeit

 

Das Dikasterium für Laien, Familie und Leben hat an diesem Dienstag das Thema für den 6. Welttag der Großeltern und Senioren bekannt gegeben. Mit dem Leitwort „Ich vergesse dich nicht“ (Jes 49,15) möchte Papst Leo XIV. ein Zeichen der Hoffnung setzen und die unermüdliche Liebe Gottes zu jedem Menschen – besonders im Alter – betonen. Mario Galgano - Vatikanstadt

Das gewählte Motto aus dem Buch des Propheten Jesaja richtet sich als Botschaft des Trostes speziell an jene älteren Menschen, die unter Einsamkeit leiden oder sich von der Gesellschaft vergessen fühlen. Gleichzeitig stellt es eine Mahnung an Familien und Pfarrgemeinden dar, die Gegenwart der Senioren als „kostbaren Schatz und Segen“ anzuerkennen und sie aktiv in das Gemeinschaftsleben einzubinden.

Ein Festtag im Zeichen der Ahnen Jesu

Der Welttag der Großeltern und Senioren wurde 2021 von Papst Franziskus ins Leben gerufen und findet jährlich am vierten Sonntag im Juli statt. In diesem Jahr fällt der Gedenktag auf Sonntag, den 26. Juli. Dies ist ein besonderes Datum im kirchlichen Kalender, da an diesem Tag auch das Fest der Heiligen Joachim und Anna, der Großeltern Jesu, gefeiert wird.

Papst Leo XIV. lädt die Gläubigen weltweit dazu ein, diesen Tag mit einer feierlichen Eucharistiefeier in den Kathedralkirchen jeder Diözese zu begehen. Es sei eine Gelegenheit, „den Senioren die Nähe der Kirche spürbar zu machen und ihren Beitrag für Familien und Gemeinschaften zu würdigen“, so die Mitteilung aus dem Vatikan.

Aufruf zur lokalen Initiative

Das Dikasterium für Laien, Familie und Leben forderte Ortskirchen, Verbände und kirchliche Gemeinschaften weltweit auf, kreative Wege zu finden, um den Tag in ihrem jeweiligen lokalen Kontext zu feiern. Um die Vorbereitungen zu unterstützen, kündigte der Vatikan an, in naher Zukunft spezielle pastorale Handreichungen und Materialien zur Verfügung zu stellen.

Der Welttag unterstreicht das päpstliche Anliegen, die Generationen miteinander ins Gespräch zu bringen und der „Wegwerfkultur“ entgegenzuwirken, die ältere Menschen oft an den Rand drängt. (vn 10)

 

 

 

 

 

„Religionsfreiheit ist keine Selbstverständlichkeit“

 

Jahresauftaktveranstaltung des Hilfswerks „Kirche in Not“ in Köln

Am 7. Februar sind rund 200 Freunde und Wohltäter von „Kirche in Not“ im Maternushaus in Köln zusammengekommen. Im Mittelpunkt der Jahresauftaktveranstaltung standen das Menschenrecht auf Religionsfreiheit und die aktuelle Situation in Syrien.

Als Experte war Thomas Rachel, Beauftragter der Bundesregierung für Religions- und Weltanschauungsfreiheit, eingeladen. Er berichtete über seine Aufgabe, die beim Auswärtigen Amt angesiedelt ist, und seine Erfahrungen von Reisen und Gesprächen.

Ausdrücklich lobte Rachel die weltweite Arbeit von „Kirche in Not“. Insbesondere stellte er den Bericht „Religionsfreiheit weltweit“ heraus, den das Hilfswerk alle zwei Jahre herausgibt, zuletzt im Herbst 2025. Dieser sei wegen der „hervorragenden Analyse mit Fallbeispielen“ auch für seine Arbeit wichtig.

Die wichtigsten Ergebnisse dieser Studie stellte „Kirche in Not“-Mitarbeiter André Stiefenhofer zu Beginn der Veranstaltung vor. Demnach werde in 62 der 196 untersuchten Ländern die Religionsfreiheit verletzt. In 24 Staaten gebe es religiöse Verfolgung, entweder seitens des Staates oder durch Terrorgruppen. In 38 Ländern kommt es zu Diskriminierungen, zum Beispiel Ausschluss bestimmter Religionsgruppen von politischen Ämtern.

„Religionsfreiheit hat mit der Identität des Menschen zu tun“

Rachel plädierte dafür, dass der Faktor Religion stärker in die Außenpolitik eingebunden sein sollte. Schließlich sei Religion für 4 von 5 Menschen weltweit ein wichtiger Bestandteil. „Religionsfreiheit hat mit der Identität des Menschen zu tun“, so der 63-Jährige. Bei Reisevorbereitungen des Außenministers oder Bundeskanzlers ins Ausland sei dies auch immer Thema.

Doch er stelle fest, dass der Druck auf das Menschenrecht Religionsfreiheit weltweit zunehme. Eine ernsthafte Bedrohung seien neben dem Autoritarismus auch ein zunehmender religiöser Nationalismus. Mit weitreichenden Folgen: Die Eskalation extremistischer Gewalt führe zu einer Destabilisierung der Gesellschaft und diese wiederum zu mehr Flucht und Vertreibung. „Doch wir müssen auch vor unserer eigenen Haustüre schauen“, mahnte der CDU-Politiker. „Auch hierzulande haben antisemitische und antimuslimische Vorfälle massiv zugenommen. Es ist an der Zeit, dass sich demokratische Kräfte in der Bundesrepublik Deutschland und im Ausland äußern und sich für die Stärke des Rechts einsetzen.“

„Wir haben eine Weltunordnung“, ist der Eindruck von Thomas Rachel von seinen zahlreichen Reisen und internationalen Treffen. Man könne sich nicht mehr auf langjährige Partner und Verbündete und eine gemeinsame Wertegemeinschaft verlassen. Dennoch müsse man in Bezug auf Menschenrechte immer im Gespräch bleiben und Gemeinsamkeiten herausarbeiten. „Reden und vernetzen: höflich im Ton, klar in der Sache“, sagte Rachel. Der Geschäftsführer von „Kirche in Not“ Deutschland, Florian Ripka, ergänzte, dass christliche Werte Grundlage der Menschenrechte seien. „Menschen sind gleich viel wert“, so Ripka. Er dankte Thomas Rachel, dass er durch seine Position weltweit darauf aufmerksam mache. „Wenn Sie etwas sagen, hat es Gewicht.“

Situation für Christen in Syrien weiterhin unsicher

Als Gast der Weltkirche war in diesem Jahr der Franziskanerpater Fadi Azar aus Syrien bei der Jahresauftaktveranstaltung des Hilfswerks. Er schilderte die aktuelle Situation in seinem Heimatland, insbesondere die der christlichen Minderheit. Etwa 10 Prozent der Einwohner sind Christen. Die Lage in Syrien sei auch nach dem Sturz des Assad-Regimes weiterhin sehr instabil und unsicher. „Wir leben von Tag zu Tag, von Minute zu Minute.“ Strom gebe es nur für zwei bis drei Stunden am Tag.

Ausdrücklich dankte er den Wohltätern von „Kirche in Not“ für die notwendige und kontinuierliche Unterstützung. „Ohne Ihre Hilfe könnten die Menschen nicht leben“, sagte der Franziskanerpater. Er hoffe weiterhin auf die großzügige Unterstützung der Wohltäter, denn nach 15 Jahren Bürgerkrieg, einem schweren Erdbeben im Jahr 2023 und dem Regierungswechsel seien die Menschen, vor allem die Christen, weiterhin auf Hilfe angewiesen. „Kirche in Not“ sei in allen großen Städten des Landes aktiv. Es helfe den Priestern mit Mess-Stipendien, unterstütze die medizinische Hilfe, die Verteilung von Lebensmittelpaketen, kirchliche Krankenhäuser und Schulen, Ferienfreizeiten für Kinder und Jugendliche und Stipendien für Schülerinnen und Schüler.

Insbesondere seit dem Anschlag auf eine griechisch-orthodoxe Kirche in Damaskus im Juni 2025 mit mehr als 20 Toten und 50 Verletzten sei die Sorge der Christen im Land groß. „Wir fühlen uns nicht mehr sicher.“ Es gebe christenfeindliche Graffiti. Gottesdienste und Kirchen müssten von der Polizei und Gläubigen bewacht werden. „Wir werden wegen unseres Glaubens angegriffen, aber wir haben keine Angst. Das ist die Mentalität der Christen im Nahen Osten. Syrische Christen sind seit 2000 Jahren Syrer. Wir sind Teil des Landes und lassen uns nicht aus der Heimat vertreiben“, so Pater Fadi.

 

Die Veranstaltung im Kölner Maternushaus endete mit einem Impulsvortrag des kirchlichen Assistenten von „Kirche in Not“ International, Pater Anton Lässer CP, zum Thema „Märtyrer, Glaubenszeugen – und ich?“ Er rief die Wohltäter auf, sich zu ihrem Christsein zu bekennen und Zeugnis von Jesus zu geben. „Religionsfreiheit ist keine Selbstverständlichkeit, sondern ein hohes Gut“, so Lässer. KiN 9

 

 

 

 

 

Jesus nachfolgen: Jungfrauenweihe in Köln

 

Sie gelobt, ihr Leben für immer im Stand der Jungfräulichkeit zu verbringen. Cosma-Anna Engler will sich zur gottgeweihten Jungfrau weihen lassen. Im Interview mit unseren Kollegen vom Kölner Domradio erzählt sie, welcher Weg sie zu dieser, ihrer, Berufung geführt hat.

DOMRADIO.DE: Viele wissen nicht, dass es gottgeweihte Jungfrauen in der katholischen Kirche gibt. Wie haben Sie davon erfahren?

Cosma-Anna Engler (wird am 10.02. zur gottgeweihten Jungfrau geweiht): Ich wusste zunächst auch nichts davon und bin dann durch das Erzbistum Köln selbst darauf gestoßen.

DOMRADIO.DE: Wie ging es dann weiter? Haben Sie sofort gesagt, das ist was für mich?

Engler: Ich habe dann erst einmal recherchiert, Bücher gelesen und habe mich auch mit anderen Jungfrauen getroffen. Dann war ich auf dem Deutschland-Treffen der gottgeweihten Jungfrauen und habe gemerkt, das ist die Berufung, die ich schon so lange verspürt habe. 

DOMRADIO.DE: Wie haben Sie denn diese Berufung verspürt? 

Engler: Ich habe mich schon seit frühester Kindheit zur Nachfolge Jesu berufen gefühlt und habe erst einmal geglaubt, dass das ganz normal ein Klosterweg für mich ist. Ich bin mit 14 Jahren zur katholischen Kirche übergetreten und habe mir viele Klöster angeschaut und doch immer wieder gemerkt, dass ist noch nicht ganz das, wozu Jesus mich beruft. 

Ich arbeite in der Altenpflege und da habe ich gemerkt, dass auch gerade in diesen Institutionen, wo die Kirche nicht öffentlich tätig ist, die Menschen sich so sehr nach der Liebe Jesu sehnen und auch nach dem Glauben sehnen. Ich habe dann gemerkt, dass das genau meine Berufung ist: Ich möchte Jesus nachfolgen, Ihm ganz gehören, Ihm geweiht sein und Zeugnis in der Welt für Jesus ablegen.

„Im Laufe des Lebens wurde mir das immer mehr bewusst, wozu Jesus mich da berufen hat“

DOMRADIO.DE: Mal ganz naiv gefragt, wie geht das? Haben Sie schon als Kind gespürt, dass der Heilige Geist auf dem Kopf landet? Oder was passiert da?

Engler: Nein so nicht, aber ich habe eine innere Berufung gespürt. Das ist sehr privat und geht nur Jesus und einen selber etwas an. Als Kind habe ich gespürt, da ist etwas, aber noch nicht so direkt, was das genau für eine Berufung ist. Aber im Laufe des Lebens wurde mir das immer mehr bewusst, wozu Jesus mich da berufen hat.

DOMRADIO.DE: Was unterscheidet denn die geweihte Jungfrau von einer Ordensfrau?

Engler: Als geweihte Jungfrau hat man die Möglichkeit, auch  in nicht offiziellen kirchlichen Institutionen zu arbeiten und dort Zeugnis für die Liebe Jesu abzulegen. Man hat natürlich auch ein bisschen mehr Freiraum im privaten Leben. 

Man kann auch zur Familie noch mehr Kontakt halten als eine Ordensschwester das kann, das ist auch sehr schön. Und man kann auch seinen eigenen Tagesablauf an die Arbeit anpassen. Man hat eigentlich ein bisschen so seine private Beziehung zu Jesus und ist trotzdem im öffentlichen Stand der Kirche.

„Man hat eigentlich ein bisschen so seine private Beziehung zu Jesus und ist trotzdem im öffentlichen Stand der Kirche“

DOMRADIO.DE: Welche Aufgaben oder Verpflichtungen kommen da als geweihte Jungfrau auf Sie zu?

Engler: Was heißt verpflichtend? Auf jeden Fall wird uns das Stundengebet anempfohlen, vor allen Dingen zum Tageseinstieg, die Laudes, und dann die Vesper. Natürlich der regelmäßige Empfang der Sakramente. Dann wird natürlich die Nachfolge Jesu in der Welt vorausgesetzt. Natürlich wird auch sehr empfohlen, dass man sich an die evangelischen Räte Ehelosigkeit, Gehorsam und Armut hält.

DOMRADIO.DE: Warum ist diese Weihe speziell an die Jungfräulichkeit gekoppelt, das heißt an die sexuelle Enthaltsamkeit?

Engler: Weil man sich ganz Jesus weiht, man möchte sich mit reinem Herzen ihm ganz weihen und schenkt ihm seine Jungfräulichkeit. Als geweihte Jungfrau ist man auch ein Symbol der Kirche Gottes, und so, wie die Kirche Braut Jesu ist, symbolisiert man ja die Kirche als Braut Jesu, und da ist schon die Reinheit ein sehr wichtiges Zeichen.

DOMRADIO.DE: Nicht viele wissen, dass die Jungfrauenweihe ein uraltes, katholisches Weiheamt ist. Es ist keine neue Erfindung.

Engler: Es ist sogar noch älter als die Ordensweihe. Die gottgeweihte Jungfrau war mit das allererste Weiheamt, das es überhaupt gab. Noch in Jesu Zeiten wurden die ersten Frauen, die Jesus nachgefolgt sind, tatsächlich zu gottgeweihten Jungfrauen geweiht und erst später haben sich Frauen in Klöstern zusammengefasst. Man sagt ja, dass selbst die Mutter Gottes in frühester Kindheit die Jungfrauenweihe abgelegt hat.

„Jesus im Alltag bezeugen“

DOMRADIO.DE: Wenn sie sich jetzt für das Gelübde der Ehelosigkeit entscheiden, was machen sie denn, wenn sie sich verlieben?

Engler: Man hat ja eine sehr lange Zeit, um sich vorzubereiten und zu prüfen, wenn man die Berufung spürt. Jesus bleibt treu, er beruft einen, und er irrt sich nicht. Es ist für mich eine klare Entscheidung, die Jungfrauenweihe bleibt ewig. Wenn man einmal geweiht ist als gottgeweihte Jungfrau, dann kann man das nicht rückgängig machen.

DOMRADIO.DE: Wie sind Sie denn da gemeinschaftlich angebunden? Im Kloster gibt es die Klostergemeinschaft. Als gottgeweihte Jungfrau sind Sie ja erstmal ziemlich allein.

Engler: Ja, in diesem Weihestand steht man zunächst einmal alleine in der Welt. Allerdings muss ich sagen, dass das Erzbistum Köln das sehr schön macht und die Jungfrauen begleitet. Wir sind ungefähr 15 Jungfrauen im Erzbistum und haben regelmäßige Treffen. Es gibt auch in Deutschland größere Treffen der Jungfrauen, und wir sind, obwohl es eine Einzelberufung ist, trotzdem eine kleine Gemeinschaft.

DOMRADIO.DE: Was sagen denn Ihre Bekannten und Freunde, wenn sie davon hören, ich lasse mich als gottgeweihte Jungfrau weihen?

Engler: Die meisten fragen tatsächlich direkt: Wirst du jetzt eine Nonne? Das ist so die erste Frage, weil die meisten dieses Weiheamt auch nicht kennen. Wenn ich es ihnen dann erkläre, finden es viele wirklich interessant. Und ich bin sehr dankbar, dass in meinem Bekanntenkreis auch wirklich alle das offen entgegen genommen haben.

DOMRADIO.DE: Ihre Familie, wie hat die reagiert? Haben sie da Ablehnung oder Unverständnis erfahren?

Engler: Nein, zum Glück nicht. Im Gegenteil, die Reaktionen waren sehr interessiert, sehr offen. Da habe ich wirklich großes Glück. Es ist eine große Gnade, dass sie mich auch schon seit Jahren auf diesem Weg sehr offen begleiten.

„Ich versuche im Alltag für Jesus Zeugnis abzulegen“

DOMRADIO.DE: Mit der Jungfrauenweihe steht Jesu Nachfolge für Sie im Mittelpunkt. Was bedeutet das im alltäglichen Handeln für Sie?

Engler: Ich versuche, im Alltag für Jesus Zeugnis abzulegen. Besonders ist es mir ein Anliegen, seine Liebe an die Menschen weiterzugeben und durch diese Liebe Menschen für Jesus zu gewinnen. Ich versuche natürlich auch, für diesen gottgeweihten Stand ein bisschen Zeugnis abzulegen, gerade ihn noch ein bisschen bekannter zu machen, damit vielleicht andere junge Frauen sich dafür interessieren können.

DOMRADIO.DE: Sie arbeiten in der Krankenpflege. Hat das für Sie eine besondere Bedeutung? Auch in Ihrer Berufung als gottgeweihte Jungfrau? 

Engler: Ich arbeite mit demenzkranken Menschen, die sehnen sich sehr nach Liebe, und das ist natürlich für mich immer wichtig, dass ich eine Vermittlerin sein kann und Jesu Liebe durch mich den Menschen geben kann.

DOMRADIO.DE: Wie geht es nun weiter? Am Dienstag werden Sie geweiht. Wie schauen Sie diesem Termin entgegen?

Engler: Mit großer Dankbarkeit, mit einem von Gnade erfüllten Herzen, dass es endlich soweit ist. Es waren schon so viele Jahre, wo ich mich danach gesehnt habe, dann die vielen Jahre der Vorbereitung. Klar bin ich jetzt auch freudig aufgeregt.

DOMRADIO.DE: Wie geht es dann für Sie nach der Weihe weiter?

Engler: Natürlich bleibe ich ganz normal in meinem Beruf und lebe dann auch einen Tagesablauf, den ich mir selbst zusammengestellt habe und dem Weihbischof auch vorgelegt habe, an den werde ich mich versuchen zu halten, und ja, auf jeden Fall natürlich mit meinem Bräutigam Jesus in die Welt gehen und seine Liebe verkünden.

Das Interview führte Johannes Schröer. (domradio.de 9)

 

 

 

 

 

Papst an Priester in Spanien: Seid Christus ähnlich

 

Über Priester und ihre Rolle schreibt der Papst in einem Brief an rund 1.500 Priester, die derzeit in Madrid an einer Konferenz teilnehmen. Er ruft dazu auf, das Amt geschwisterlich und im Dienst am Nächsten auszuüben. Salvatore Cernuzio – Vatikanstadt

Das Schreiben hat die Form eines Briefes, aber den Inhalt eines apostolischen Schreibens über das Priestertum, über seine Rolle in der Kirche und in der heutigen Welt, über den Sinn des Zölibats, der Armut und des Gehorsams - „nicht als Verzicht auf das Leben“, sondern als „konkrete Art und Weise“, Gott anzugehören.

Das ist die Botschaft, die Papst Leo XIV. an die über 1.500 Priester der Erzdiözese Madrid richtet, die sich in diesen Tagen zu einer großen „Convivium”-Priesterkonferenz versammelt haben. Auf Einladung von Kardinalerzbischof José Cobo Cano nehmen daran am 9. und 10. Februar Verantwortliche aus Pfarrgemeinderäten, Ordensgemeinschaften, Dekanaten, Bewegungen und neuen kirchlichen Realitäten in Madrid teil. Vier Themen stehen dabei im Mittelpunkt, die aus Beiträgen von etwa 300 Gruppen der Erzdiözese ausgewählt wurden: Müdigkeit und Einsamkeit des Priesters; die administrative Überlastung; die Beziehung zu den Bischöfen; die Überprüfung von Strukturen, die die Evangelisierung behindern können.

Eine ruhige und ehrliche Reflexion

Die Versammlung sei eine Gelegenheit zur „Brüderlichkeit und Einheit“, um gemeinsame Fragen zu behandeln, aber auch, „um sich gegenseitig in der Mission, die Sie teilen, zu unterstützen“, schreibt Leo XIV. an alle Priester. Sie spricht er zu Beginn des Schreibens als „Söhne“ an und dankt ihnen für ihr Engagement in Pfarreien und verschiedenen Realitäten, das oft „inmitten von Mühen und komplexen Situationen” stattfinde und mit einer „stillen Hingabe, deren Zeuge nur Gott ist“ gelebt werde.

Zu diesen Worten der „Nähe” und „Ermutigung” fügt der Papst eine „ruhige und ehrliche Reflexion” über die Figur des Priesters im heutigen kulturellen und sozialen Kontext hinzu. Ein Bild, aus dem in vielen Bereichen „fortgeschrittene Säkularisierungsprozesse, eine zunehmende Polarisierung der öffentlichen Debatte und eine Tendenz zur Reduzierung der Komplexität des Menschen durch die Interpretation anhand von Ideologien oder unvollständigen und unzureichenden Kategorien“ hervorgehen.

„In diesem Rahmen läuft der Glaube Gefahr, instrumentalisiert, banalisiert oder in den Bereich des Irrelevanten verbannt zu werden, während sich Formen des Zusammenlebens festigen, die jeglichen Bezug zum Transzendenten außer Acht lassen.“

Gleichgültigkeit und ein verändertes kulturelles Panorama

Hinzu kommt ein tiefgreifender kultureller Wandel, der für Papst Leo nicht zu übersehen ist: „Das fortschreitende Verschwinden gemeinsamer Bezugspunkte“. Lange Zeit fand „der christliche Same nämlich reichlich fruchtbaren Boden, weil die moralische Sprache, die großen Fragen nach dem Sinn des Lebens und einige grundlegende Vorstellungen zumindest teilweise geteilt wurden“. Heute „hat sich diese gemeinsame Grundlage erheblich abgeschwächt“ und „viele der konzeptuellen Voraussetzungen, die jahrhundertelang die Weitergabe der christlichen Botschaft erleichtert haben, sind nicht mehr selbstverständlich“ und in vielen Fällen „sogar unverständlich“.

„Das Evangelium stößt nicht nur auf Gleichgültigkeit, sondern auch auf ein anderes kulturelles Panorama, in dem Worte nicht mehr dieselbe Bedeutung haben und in dem die erste Verkündigung nicht mehr als selbstverständlich angesehen werden kann.“

Neue Unruhe unter den Jugendlichen

Aber nicht alles ist verloren. Der Nachfolger Petri erklärt sich nämlich „überzeugt“, dass „eine neue Unruhe in den Herzen vieler Menschen, vor allem der Jugendlichen, brodelt“. „Die Verabsolutierung des Wohlstands hat nicht das erwartete Glück gebracht; eine von der Wahrheit getrennte Freiheit hat nicht die versprochene Erfüllung gebracht; und der materielle Fortschritt allein hat es nicht geschafft, die tiefsten Wünsche des menschlichen Herzens zu befriedigen”. Darüber hinaus „haben die vorherrschenden Perspektiven zusammen mit bestimmten hermeneutischen und philosophischen Interpretationen des Schicksals der Menschheit, weit davon entfernt, eine ausreichende Antwort zu bieten, oft ein größeres Gefühl der Müdigkeit und Leere hinterlassen“. Aus diesem Grund beginnen viele Menschen, „sich einer ehrlicheren und authentischeren Suche zu öffnen“, die „sie zur Begegnung mit Christus zurückführt“.

Für den Priester ist dies also „keine Zeit des Rückzugs oder der Resignation, sondern der treuen Präsenz und großzügigen Verfügbarkeit“, ermutigt der Papst.

„Damit wird klarer, welche Art von Priestern Madrid – und die ganze Kirche – in dieser Zeit braucht. Sicherlich keine Männer, die durch eine Vielzahl von Aufgaben oder den Druck, Ergebnisse zu erzielen, definiert sind, sondern Männer, die Christus nachempfunden sind, fähig, ihren Dienst durch eine lebendige Beziehung zu ihm zu unterstützen, die durch die Eucharistie genährt wird und sich in einer pastoralen Nächstenliebe ausdrückt, die durch aufrichtige Selbsthingabe gekennzeichnet ist.“

Den authentischsten Kern des Priestertums wiederbeleben

Es geht nicht darum, „neue Modelle zu erfinden” oder die Identität der Priester selbst „neu zu definieren”. Das Schlüsselwort für Leo XIV. ist „wiederentdecken“: „Das Priestertum in seinem authentischsten Kern wiederentdecken: alter Christus zu sein“, durch „einen Dienst, der in inniger Verbundenheit mit Gott gelebt wird“ und „konkreten Dienst an den Menschen“.

Das Bild der Kathedrale

Der Papst untermauert diese Aussage mit einem Bild, nämlich dem der Kathedrale Almudena in Madrid, deren Struktur sich perfekt mit den wesentlichen Punkten des Priestertums vergleichen lässt. Schon die Fassade, betont Leo, ist das Erste, was man sieht, aber sie offenbart nicht alles: „Sie deutet an, suggeriert, lädt ein”. Ebenso „lebt der Priester nicht, um sich zur Schau zu stellen, aber auch nicht, um sich zu verstecken. Sein Leben ist dazu berufen, sichtbar, kohärent und erkennbar zu sein, auch wenn es nicht immer verstanden wird”.

Auch die Fassade „existiert nicht für sich selbst“, sondern „führt ins Innere“. Ebenso „ist der Priester niemals Selbstzweck. Sein ganzes Leben ist dazu berufen, auf Gott hinzuweisen und den Weg zum Geheimnis zu begleiten, ohne dessen Platz einzunehmen“. Dann gibt es die Schwelle, die „einen Übergang, eine notwendige Trennung markiert“: „Bevor man eintritt, bleibt etwas draußen“, schreibt der Papst. „Auch das Priestertum wird auf diese Weise gelebt: in der Welt sein, aber nicht von der Welt“.

„An dieser Weggabelung stehen das Zölibat, die Armut und der Gehorsam; nicht als Verleugnung des Lebens, sondern als konkrete Möglichkeit für den Priester, ganz Gott zu gehören und weiterhin unter den Menschen zu wandeln.“

Ein Haus, das aufnimmt und schützt

„Die Kathedrale ist auch ein gemeinsames Haus, in dem jeder einen Platz hat“, bekräftigt der Papst. „So soll die Kirche sein, vor allem gegenüber ihren Priestern: ein Haus, das aufnimmt, schützt und niemals im Stich lässt.“ Und so muss auch die priesterliche Brüderlichkeit gelebt werden: „Als konkrete Erfahrung, sich zu Hause zu fühlen, füreinander verantwortlich zu sein, auf das Leben der Brüder zu achten und bereit zu sein, sich gegenseitig zu unterstützen“.

„Meine Kinder, niemand soll sich in der Ausübung seines Amtes ausgesetzt oder allein fühlen: Lasst uns gemeinsam dem Individualismus widerstehen, der das Herz verarmt und die Mission schwächt!“

Quellen, aber auch Kanäle

Leone XIV. vertieft sich weiter in die Architektur der Kathedrale und identifiziert Symbole und Metaphern für das Priesteramt. In seinem Brief nennt er die Säulen als Beispiel für ein Leben – das des Priesters –, das „sich nicht aus sich selbst heraus trägt“, sondern aus der „lebendigen Tradition der Kirche“ und dem „Lehramt“. Auf diesem Fundament verankert, „vermeidet jeder Priester, auf dem Sand partieller Interpretationen oder situativer Übertreibungen zu bauen, und stützt sich stattdessen auf den festen Felsen, der ihm vorausgeht und ihn überragt“. Schließlich lädt der Papst dazu ein, auf das Taufbecken und den Beichtstuhl zu schauen, den Mittelpunkt der Sakramente, in denen „die wahre Kraft, die die Kirche aufbaut“, liegt. Sakramenten, die würdig und angemessen gefeiert werden müssen und die die Priester selbst empfangen müssen, insbesondere die Beichte.

„Vergesst nicht, dass ihr nicht die Quelle, sondern der Kanal seid und dass auch ihr dieses Wasser trinken müsst. Vernachlässigt daher die Beichte nicht und kehrt immer wieder zu der Barmherzigkeit zurück, die ihr verkündet.“

Von hier aus betrachtet der Papst die Kapellen – jede mit ihrer eigenen Geschichte und unterschiedlicher künstlerischer Herkunft, aber alle mit derselben Ausrichtung – und betont: „Keine ist in sich selbst verschlossen, keine stört die Harmonie des Ganzen.“ Dies gilt auch für die Kirche „mit den verschiedenen Charismen und Spiritualitäten, durch die der Herr eure Berufung bereichert und unterstützt“.

Aufruf zur Heiligkeit

„Lasst uns auf das Zentrum von allem schauen, meine Kinder: Hier offenbart sich, was eure täglichen Handlungen sinnvoll macht und woher euer Dienst entspringt“, lautet die abschließende Ermahnung von Papst Leo. „Seid“, sagt er zu den Priestern von Madrid und der ganzen Welt, „Anbeter, Menschen des tiefen Gebets“ und „lehrt das Volk, dasselbe zu tun“.

„Seid heilig!“ (vn 9)

 

 

 

 

 

 

Kohlgraf: Synodalkonferenz mit Fokus auf Glaubensweitergabe

 

Bei der geplanten Synodalkonferenz in Deutschland möchte der Mainzer Bischof Peter Kohlgraf den thematischen Horizont weiten. Es werde darum gehen, „sich auch Fragen der Glaubensweitergabe und Evangelisierung zu stellen“, sagte der Bischof bei der Mainzer Veranstaltung „Eine Kirche, viele Wege“, wie das Bistum am Wochenende mitteilte. Er hoffe, dass sich Formen finden, „die einladender sind für viele verschiedene theologische Positionen“.

Die Synodalkonferenz wurde konzipiert zur Fortführung des Reformprojekts der Kirche in Deutschland, Synodaler Weg. Das Gremium muss noch von der Deutschen Bischofskonferenz und vom Vatikan bestätigt werden.

Synodalität sei etwas anderes als ein parlamentarisches Miteinander auf der Suche nach Mehrheiten, erklärte Kohlgraf: „Es geht darum, wie wir gemeinsam das Reich Gottes umsetzen können - nicht darum, wie ich meinen Kopf durchsetzen kann.“ Zudem brauche eine Umsetzung der Beschlüsse des Synodalen Wegs auf Bistumsebene Zeit. Dabei gehe es „in erster Linie um eine Haltungsänderung. Und diese Haltung muss eingeübt werden; die ändert sich nicht einfach durch ein Dekret.“

Junge Menschen und Frauen mehr einbeziehen

Außer Kohlgraf sprach bei der Veranstaltung die Missionsärztliche Schwester Birgit Weiler, die an der Jesuitenuniversität in Lima (Peru) unterrichtet. Für die Kirche in Lateinamerika sei das Signal von Papst Franziskus (2013-2025) von besonderer Bedeutung, dass alle zur Mitverantwortung befähigt seien. „Synodalität braucht ein Miteinander auf dem Weg, um dem Individualismus in Lateinamerika entgegenzuwirken - im Sinne einer gemeinsamen Verantwortung für das Gemeinwohl.“

Dies betreffe insbesondere junge Menschen und Frauen, fügte die Theologin hinzu; und: „Ohne Frauen ist in Amazonien keine Kirche zu machen.“ In dieser Hinsicht hätten Prozesse innerhalb der katholischen Kirche „noch viel Luft nach oben“. (kna 8)

 

 

 

 

 

 

Kardinal Pizzaballa: „Worte allein genügen nicht für den Frieden“

 

In einer bewegenden Rede in Rom hat der Lateinische Patriarch von Jerusalem, Kardinal Pierbattista Pizzaballa, die tiefe Zerrissenheit zwischen Israelis und Palästinensern geschildert. Frieden und Versöhnung drohten zu leeren „Slogans“ zu werden, wenn sie nicht durch sichtbare Zeichen und mutige politische Visionen untermauert würden. Roberto Paglialonga und Mario Galgano

Anlässlich des 800. Todestages des Heiligen Franziskus sprach Pizzaballa in der römischen Kirche San Francesco a Ripa über die beispiellose Gewalt seit dem 7. Oktober. „Die Wunden sind noch immer tief, die Bevölkerung ist orientierungslos und die politische Führung schwach“, konstatierte der Kardinal. Es fehle eine klare Zukunftsvision, in der der jeweils andere als Nachbar akzeptiert werde. Die Beziehung sei schlichtweg „zerbrochen“.

Vier Besuche im Gazastreifen: Geruch von Tod und Zeichen der Würde

Eindringlich schilderte der Patriarch seine vier Besuche in der Trümmerwüste von Gaza während der Kampfhandlungen. Während er im Mai 2024 noch in „terrorisierte Augen“ geblickt habe, sei im Juli 2025 der schwierigste Moment gefolgt. Kurz nach der Tötung von drei Menschen in der Pfarrei der Heiligen Familie besuchte er das Gebiet erneut: „Ich war von den Gerüchen der Zerstörung und des Todes schockiert. Ich werde sie nie vergessen.“

Bei seinem jüngsten Besuch kurz vor Weihnachten habe er jedoch auch erste Zeichen von Hoffnung bemerkt. Trotz des unermesslichen Leids hätten viele Menschen begonnen, ihr Leben mit großer Würde zurückzufordern. Die Kirche habe ihre Hilfe mittlerweile von reinen Lebensmitteln auf lebensnotwendige Medikamente wie Antibiotika ausgeweitet.

Kritik an Großmacht-Logik und Appell für zwei Staaten

Skepsis äußerte Pizzaballa gegenüber internationalen Friedensplänen, die lediglich den Interessen der Großmächte dienten, ohne die Rechte des palästinensischen Volkes effektiv anzuerkennen. Er betonte: „Die Palästinenser haben das Recht, sich als Volk zu fühlen und einen eigenen Staat zu haben.“ Dies festzustellen, sei ein Akt der Gerechtigkeit.

Gleichzeitig warnte er davor, die Deutungshoheit den Extremisten zu überlassen – seien es die Hamas oder radikale Siedler. Er kritisierte die zunehmende Gewalt im Westjordanland, wo das christliche Dorf Taybeh erneut Ziel von Übergriffen wurde. Christen würden dort, wie Muslime auch, ihrer Ländereien beraubt und an der Arbeit gehindert.

„Kein Drama, eine Minderheit zu sein“

Für die christliche Gemeinschaft im Heiligen Land, deren Zahl seit 1990 dramatisch gesunken ist, sieht Pizzaballa eine besondere Mission. Allein aus Bethlehem seien seit Kriegsbeginn rund einhundert Familien ausgewandert. „Es braucht großen Mut zu bleiben“, räumte er ein. Dennoch sei es kein Drama, eine Minderheit zu sein, solange man eine „schöne und große Botschaft“ zu kommunizieren habe. Er erinnerte daran, dass er sich selbst als Geisel im Austausch für die Gefangenen in Gaza angeboten hatte – eine Antwort, die für ihn aus seinem Glauben heraus „natürlich“ gewesen sei.

Ein dringender Appell an die Welt: Kehrt als Pilger zurück

Abschließend richtete der Kardinal eine deutliche Bitte an die Weltkirche: „Es ist Zeit zurückzukehren. Schluss mit den Notfällen, es ist Zeit für Mut.“ Jerusalem und Bethlehem seien sicher für Pilger. Die physische Präsenz der Weltkirche sei nun entscheidend, um den lokalen Christen zu zeigen, dass sie nicht allein sind, und um gegenüber Israelis und Palästinensern zu bezeugen: „Auch wir haben hier unsere Wurzeln.“

Im Rahmen der Veranstaltung wurde zudem eine Spendenaktion der „Fondazione Italia per il dono“ gestartet. Das Projekt „Christian Women and Youth Empowerment“ soll die Beschäftigung und das Unternehmertum junger Christen in Jerusalem fördern, um der Abwanderung entgegenzuwirken. (vn 7)

 

 

 

 

 

Wer leidet, möge wahren Frieden in der Liebe Gottes finden

 

In einem am Samstag veröffentlichten persönlichen Schreiben hat Papst Leo XIV. Kardinal Michael Czerny zu seinem Sondergesandten für den 34. Welttag der Kranken ernannt. Die Feierlichkeiten am 11. Februar finden in der peruanischen Diözese Chiclayo statt – ein Ort, zu dem das Kirchenoberhaupt eine tiefe persönliche Beziehung pflegt. Leo XIV. erinnert an seine eigene Verbindung zur Region und ruft Kranke dazu auf, ihr Leid für den Weltfrieden aufzuopfern. Mario Galgano - Vatikanstadt

In dem auf Latein verfassten Brief, der an den Präfekten des Dikasteriums für den Dienst zugunsten der ganzheitlichen menschlichen Entwicklung gerichtet ist, erinnert Papst Leo XIV. an seine eigene Biografie: Vor genau zwölf Jahren wurde er in der Kathedrale von Chiclayo zum Bischof geweiht. Er betont seine „unaufhörliche Sorge“ für das peruanische Volk und seine besondere Verehrung für die Gottesmutter in dieser Region.

Weiter lädt der Papst die Kranken dazu ein, in der täglichen und spirituellen Umsetzung der göttlichen Liebe den „wahren und dauerhaften Frieden“ zu suchen. In „besonderer Gebetsgemeinschaft mit der über die ganze Welt verbreiteten Kirche“ bittet Leo XIV. in seinem am Samstag veröffentlichten Schreiben die Gläubigen, die unter Krankheit oder Schmerz leiden, ihre Lebenslasten „durch Maria dem barmherzigen Gott für den Frieden in dieser Welt aufzuopfern“.

Der Mensch und seine Unruhe

Unter Bezugnahme auf die „Bekenntnisse“ des heiligen Augustinus erinnert der Papst daran, dass das menschliche Herz unruhig bleibe, bis es Ruhe in Gott finde. Kardinal Michael Czerny, Präfekt des Dikasteriums für den Dienst zugunsten der ganzheitlichen menschlichen Entwicklung, soll diese Botschaft der Hoffnung nun persönlich nach Peru tragen.

Vom 9. bis zum 11. Februar finden in der Diözese Chiclayo zentrale kirchliche Feierlichkeiten statt. Das Hauptereignis wird die Messe im Heiligtum Nuestra Señora de la Paz (Unsere Liebe Frau vom Frieden) sein. Der Papst betonte, dass Christus versprochen habe, „in allen Umständen, alle Tage bis zum Ende der Welt“ bei seinem Volk zu sein.

Ein „herzliches Gedenken“ an das geliebte Peru

Der Brief ist geprägt von einer tiefen persönlichen Note. Mit „aller Zuneigung des Herzens und des Geistes“ erinnert sich der Papst an das „geliebte Land Peru“ und insbesondere an Chiclayo. 

Leo XIV. unterstreicht zudem die Kontinuität zum Wirken seines Vorgängers: Es war der ausdrückliche Wille von Papst Franziskus, den diesjährigen Weltkrankentag in Peru zu feiern, um die mütterliche Fürsorge der Jungfrau Maria gegenüber allen Kranken und Leidenden intensiv zum Ausdruck zu bringen. Diese Entscheidung bestätigte Leo XIV. nun mit Nachdruck und erinnerte daran, dass er selbst in der Vergangenheit im Heiligtum von Chiclayo „mehrmals im Gebet die Hilfe Gottes angerufen“ habe.

An Kardinal Czerny gewandt schrieb der Papst: „Wir haben dich gewählt, um den Nachfolger Petri zu repräsentieren und das versammelte Volk mit der Weisheit des Evangeliums zu unterweisen.“ Czerny soll den Kranken am Gedenktag Unserer Lieben Frau von Lourdes Trost und Ermutigung spenden.

Botschaft an die Helfer

Neben den Kranken nahm der Papst auch die Pflegekräfte, Ärzte und Angehörigen in den Blick. Er forderte alle Beteiligten auf, Zeugnis von Glaube, Hoffnung und Liebe abzulegen. Es gelte, „einer des anderen Last zu tragen“ und so das Gesetz Christi durch menschliche und christliche Nähe zu erfüllen.

Das Schreiben schließt mit dem Apostolischen Segen für den Gesandten und alle Teilnehmer des Welttags. Es ist einer der ersten großen internationalen Termine im ersten Jahr des Pontifikats von Leo XIV., bei dem seine enge Verbindung zur Kirche in Lateinamerika deutlich wird. (vn 7)

 

 

 

 

 

 

Ordensfrau: Augen vor Menschenhandel nicht verschließen

 

Wie brutal Menschenhändler wirklich vorgehen, das möchten viele Menschen lieber gar nicht wissen. Doch auch in unserer direkten Umgebung kann es Opfer geben. Die Augen vor ihrer Situation nicht zu verschließen, ist ein erster Schritt zur Hilfe, meint Sr. Marjolein Bruinen, die sich mit ganzer Kraft dem Kampf gegen Menschenhandel verschrieben hat.

Am 8. Februar begeht die Kirche den Welttag gegen Menschenhandel. Einberufen hatte ihn Papst Franziskus im Jahr 2015. Insbesondere Ordensfrauen sind jedoch schon seit jeher und das ganze Jahr an vorderster Front, um gegen Menschenhandel zu kämpfen und Betroffenen zur Seite zu stehen. Eine von ihnen ist Sr. Marjolein Bruinen. Die gebürtige Holländerin ist Generalsekretärin von UCESM, der Union der Europäischen Konferenzen der Höheren Ordensoberen/innen. Dabei handelt es sich um ein Netzwerk und eine Gemeinschaft, die 38 nationale Konferenzen apostolischer Ordensgemeinschaften aus 28 europäischen Ländern vertritt. Wir sprachen mit Sr. Marjolein im Vorfeld des Welttages.

Radio Vatikan: Wie kämpfen Ordensfrauen gegen Menschenhandel?

Sr. Marjolein Bruinen, UCESM-Generalsekretärin: „Wir engagieren uns unter anderem für Aufklärung, ich selbst habe viele Vorträge in Schulen, Kirchengemeinden und Frauengruppen gehalten. Wir stehen oft im direkten Umfeld Familien und sehen, was passiert, manchmal sogar früher als die eigenen Eltern, beispielsweise wenn es darum geht, dass die Kinder durch einen Loverboy oder ein Lovergirl verführt werden, die zunächst Liebe vortäuschen und dann zur Lösung eines vorgespielten gravierenden Problems die oft verliebten Opfer in die Prostitution locken. Außerdem sorgen wir für Schutz und Begleitung. Wenn beispielsweise ein Opfer aus einem afrikanischen Land kommt, suchen wir dort vor Ort Klöster auf - und fragen, ob es nach Rückkehr dort unterkommen kann, da die Betroffenen fast nie zu ihrer eigenen Familie zurückkehren können.“

Radio Vatikan: Was sind die größten Herausforderungen im Bereich Menschenhandel?

Sr. Marjolein Bruinen: „Es gibt unzählige Herausforderungen: Wenn man sie kurz zusammenfassen will, geht es einerseits um Unsichtbarkeit, das heißt, die Delikte geschehen hinter der Haustür. Aber auch darum, dass die Betroffenen Angst haben könnten, zur Polizei zu gehen, weil sie selbst schlechte Erfahrungen mit den Sicherheitskräften im eigenen Land gemacht haben. Schlimm ist auch die Unwilligkeit der Männer, Anzeige zu erstatten, wenn sie merken, dass eine Frau sich ihnen nicht freiwillig hingibt. Wir hatten beispielsweise den Fall eines minderjährigen Mädchens, das an einem Wochenende 80 Männer in einem Hotel bedienen musste. Die Polizei fand Kondome in ihrem Mülleimer und konnte so einige Täter identifizieren und bei diesen Männern vorstellig werden. Die öffentliche Meinung wandte sich aber gegen die Polizei, weil man der Meinung war, dass sie damit Familien zerstörte....“

Vatican News: Eigentlich unglaublich, dass so etwas vor oder sogar hinter unserer eigenen Haustür passieren kann. Es müssen wirklich sehr herzlose Menschen sein, die diese Opfer ausnutzen…

Sr. Marjolein Bruinen: „Ja, und die organisierte Kriminalität ist noch härter und herzloser. Einmal bekam eine Frau zum Beispiel den abgetrennten Daumen ihres kleinen Kindes zugeschickt, als sie unwillig war, mitzuarbeiten. Solcher Geschichten gibt es viele. Eine weitere Komponente ist die Armut: Frauen, darunter auch promovierte Ärztinnen und Juristinnen, hoffen, in kurzer Zeit im wohlhabenden Ausland Geld zu sammeln, um in ihrem Heimatland eine Praxis aufzubauen. Aber sie haben keine Ahnung, wo sie landen werden. Krieg und damit verbundene erzwungene Flucht spielen natürlich auch eine Rolle, davon sprach man beispielsweise in Zusammenhang mit der Ukraine verstärkt. Und ganz wichtig: das Fehlen eines eigenen warmherzigen Zuhauses, das wird von Loverboys ganz gezielt ausgenutzt.“

Vatican News: Kann ein „normaler Mensch“ in irgendeiner Stadt in Westeuropa etwas gegen Menschenhandel tun?

Sr. Marjolein Bruinen: „Nach einem Vortrag habe ich immer gesagt: ,Wenn jeder, der hier sitzt, diese Geschichte einer weiteren Person erzählt, und diese Person tut das auch, dann wird dieses Dorf bald sicherer sein.‘ Das gilt auch für unsere Breitengrade. Das Bewusstsein für die Problematik zu schaffen und die Augen vor derartigen Situationen nicht zu verschließen ist der erste Schritt dafür, dem Menschenhandel und seinen vielfältigen Auswirkungen einen Riegel vorzuschieben.“

Der Tropfen auf dem heißen Stein

Vatican News: Gibt es eine Geschichte aus dem Bereich Menschenhandel, die Sie mit unseren Hörerinnen und Hörern teilen können?

Sr. Marjolein Bruinen: „Das ist natürlich ein viel zu knappes Beispiel, aber als ich in Riga lebte, habe ich eine junge Frau aufgenommen. Sie war in Lettland in einem Heim aufgewachsen, das sie mit 18 Jahren verlassen musste. Kurz zuvor hatte sie einen Mann kennengelernt, der ihr versprach, sie zu heiraten. Zu diesem Zweck nahm er sie mit nach Schweden. Dort zwang er sie zum Sex. Er verkaufte sie mehrmals, bis es ihr gelang zu fliehen und sie dann bei unserem Kloster anklopfte. Ich begleitete sie zum Gericht, was für sie sehr schwer war, weil es sie neu traumatisierte, über das Erlebte zu sprechen. Später stellte sich heraus, dass ihr Händler ein hochrangiger Polizist war und ungestraft davonkam...“

Vatican News: Wenn man dann aber sieht, dass Täter, von denen man Namen und Nachnamen kennt, ungestraft davonkommen, möchte man dann nicht eigentlich alles hinschmeißen?

Sr. Marjolein Bruinen: „Es gibt Situationen, in denen man wirklich am liebsten alles hinschmeißen würde, weil es scheint, als ob man nichts dagegen tun kann – und alles, was man tut, ist natürlich nur ein Tropfen auf dem heißen Stein. Aber ohne diesen Tropfen wäre der Stein noch heißer, deshalb darf man die Hoffnung nie aufgeben.“  #SistersProject (vn 7)

 

 

 

 

 

 

Frieden beginnt mit der Würde jedes Menschen

 

Frieden beginnt mit der Anerkennung der unantastbaren Würde jedes Menschen. Das hat Papst Leo XIV. an diesem Freitag in seiner Botschaft zum 12. Welttag des Gebets und der Reflexion gegen den Menschenhandel betont. Der Gedenktag wird am kommenden Sonntag begangen.

In den Mittelpunkt der Botschaft stellte Leo den Zusammenhang zwischen globalen Krisen und moderner Ausbeutung. Geopolitische Instabilität und bewaffnete Konflikte schaffen aus Sicht des Papstes „einen fruchtbaren Boden“, auf dem Menschenhändler die Schwächsten ausnutzten, vor allem Frauen und Kinder.

Zugleich verwies Leo XIV. auf soziale Ursachen. Die wachsende Kluft zwischen Arm und Reich zwinge viele Menschen in prekäre Lebenslagen. Diese machten sie anfällig für „die trügerischen Versprechen von Anwerbern“, so der Papst.

Besonders perfide: Cyber-Sklaverei

Leo nannte an dieser Stelle eine neue Form von Menschenhandel, die sogenannte „Cyber-Sklaverei“. Dabei werden Menschen in betrügerische Machenschaften und kriminelle Aktivitäten wie Online-Betrug und Drogenschmuggel gelockt. „In solchen Fällen werden die Opfer dazu gezwungen, die Rolle des Täters zu übernehmen, was ihre seelischen Wunden noch verschlimmert“, erklärte der Papst. Diese Formen der Gewalt seien „keine Einzelfälle, sondern Symptome einer Kultur, die vergessen hat, wie man liebt, wie Christus liebt“.

Menschenhandel lasse sich daher nicht allein durch Sicherheitsmaßnahmen bekämpfen, sondern erfordere einen grundlegenden kulturellen Wandel. Leo XIV. rief dazu auf, die verborgenen Mechanismen der Ausbeutung wahrzunehmen – sowohl im eigenen Umfeld als auch im digitalen Raum. Nur eine erneuerte Sicht auf den Menschen könne diese Gewalt überwinden, „die jeden Einzelnen als geliebtes Kind Gottes betrachtet“, so der Papst, der zum Gebet in diesem Anliegen aufrief. 

„Möge der Herr sie für ihren Mut, ihre Treue und ihr unermüdliches Engagement segnen"“

Darüber hinaus dankte Leo allen, „die als Hände Christi den Opfern des Menschenhandels helfen, darunter auch internationalen Netzwerken und Organisationen". Den Überlebenden, die sich für andere Opfer einsetzen, sprach er seine Anerkennung aus. „Möge der Herr sie für ihren Mut, ihre Treue und ihr unermüdliches Engagement segnen", sagte Leo XIV.

Leos Vorgänger Franziskus hatte den 8. Februar, Gedenktag der sudanesischen Heiligen Josephine Bakhita, 2015 zum Welttag des Gebets und der Reflexion gegen den Menschenhandel erklärt. An diesem Tag machen Christinnen und Christen weltweit auf die Folgen der „modernen Sklaverei“ aufmerksam und sind mit den Betroffenen im Gebet verbunden. Das Motto des Weltgebetstages 2026 greift die ersten Worte von Papst Leo XIV. nach seiner Wahl auf und lautet: „Frieden beginnt mit Würde: Ein weltweiter Aufruf zur Beendigung des Menschenhandels“. Laut Global Slavery Index 2025 leben weltweit rund 50 Millionen Menschen in ausbeuterischen Verhältnissen, darunter zwölf Millionen Minderjährige.  (vn 6)

 

 

 

 

 

 

Internationaler Tag gegen den Menschenhandel

 

„Opfer von Rechtlosigkeit und Unmenschlichkeit“

Im Jahr 2015 hat Papst Franziskus den 8. Februar zum Welttag des Gebets und der Reflexion gegen den Menschenhandel erklärt. An diesem Tag machen Christinnen und Christen weltweit auf die Folgen der „modernen Sklaverei“ aufmerksam und sind mit den Betroffenen im Gebet verbunden. Der Vorsitzende der Arbeitsgruppe Menschenhandel der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz, Weihbischof Ansgar Puff (Köln), betont: „Menschenhandel gibt es auch in Deutschland. Die Betroffenen leben meist unerkannt mitten unter uns, ausgebeutet in der Lebensmittelindustrie, in Lieferdiensten, auf dem Bau und nicht zuletzt in der Prostitution.“

Das Motto des Weltgebetstages 2026 greift die ersten Worte von Papst Leo XIV. nach seiner Wahl auf und lautet: „Frieden beginnt mit Würde: Ein weltweiter Aufruf zur Beendigung des Menschenhandels“. Weihbischof Puff unterstreicht: „Betroffene von Menschenhandel sind Opfer von Rechtlosigkeit und Unmenschlichkeit. Als Christinnen und Christen setzen wir uns dafür ein, dass sie wieder in Würde leben können und Gerechtigkeit erfahren. Die kirchlichen Beratungsstellen und Hilfsorganisationen stehen den Menschen mit Rat und Tat zur Seite und begleiten sie auf ihrem Weg aus Verhältnissen der Unfreiheit und Ausbeutung.“

Besonders gefährdet, Opfer von Menschenhandel zu werden, sind Menschen in prekären Lebensverhältnissen – etwa Personen ohne regulären Aufenthaltsstatus oder legale Arbeitsmöglichkeiten. Mit Blick auf konkrete Handlungsansätze gegen die „moderne Sklaverei“ verweist Weihbischof Puff auf den Einfluss, den Menschen durch ihr Konsumverhalten nehmen können: „Es ist wichtig, Einkäufer und Verbraucher zu informieren und zu sensibilisieren, damit sie keine Waren kaufen, die durch Ausbeutung oder unter sklavereiähnlichen Bedingungen produziert worden sind. Insbesondere in den kirchlichen Gemeinden und Einrichtungen werbe ich für einen aufmerksamen Blick.“

Der 8. Februar ist auch der Gedenktag der hl. Josephine Bakhita (1869–1947), Schutzpatronin der Opfer von Sklaverei. Sie stammt aus der Region Darfur im heutigen Sudan und wurde als junges Kind in die Sklaverei verkauft. Über mehrere Stationen gelangte sie nach Italien, wo sie durch eine Ordensoberin befreit wurde. Aufgrund der traumatischen Erfahrungen vergaß sie ihren ursprünglichen Namen und erinnerte sich nur noch an den Namen, den ihr Sklavenhändler gegeben hatten: „Bakhita“, die Glückliche. Sie ließ sich taufen und wurde Ordensschwester im norditalienischen Schio. Im Jahr 2000 wurde sie von Papst Johannes Paul II. heiliggesprochen. Das Gebet zur hl. Josephine Bakhita sowie ihre Vita sind auf der Internetseite der Deutschen Bischofskonferenz zu finden.

Hintergrund. Unter „moderner Sklaverei“ bzw. „Menschenhandel“ versteht man verschiedene Formen der Unterwerfung und Ausbeutung. Laut Global Slavery Index 2025 leben weltweit rund 50 Millionen Menschen in ausbeuterischen Verhältnissen, darunter zwölf Millionen Minderjährige. Für Deutschland wird geschätzt, dass etwa 47.000 Personen von moderner Sklaverei betroffen sind.

Die katholischen Organisationen, die sich in Deutschland gegen den Menschenhandel engagieren, haben sich 2014 auf Anregung der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz in der „Arbeitsgruppe Menschenhandel“ zusammengeschlossen, deren Vorsitzender seit 2018 Weihbischof Ansgar Puff ist. Neben dem Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz und dem Katholischen Büro in Berlin sind darin der Deutsche Caritasverband, die Deutsche Kommission Justitia et Pax, Missio Aachen, die Malteser, Renovabis, Solwodi, IN VIA sowie das Fraueninformationszentrum Stuttgart vertreten. Dbk 6

 

 

 

 

 

 

 

Gaza: Große Sorge um die Kinder

 

Der Pfarrer der katholischen Pfarrei im Gazastreifen, Pater Gabriel Romanelli, hat sich mit einem dramatischen Appell an das weltweite katholische Hilfswerk „Kirche in Not“ (ACN) gewandt. „Seit Beginn der Waffenruhe im Oktober sind rund 100 Kinder im Gazastreifen gestorben – keines natürlichen Todes“, erklärte der Geistliche. Das Kinderhilfswerk der Vereinten Nationen UNICEF hatte diese Zahl kürzlich gemeldet.

Kälte, unhygienische Lebensbedingungen und immer wieder aufflammende Kämpfe verschlimmerten die Lage – gerade für die Kinder. „Die meisten Menschen leben in Zelten. Atemwegs- und Verdauungserkrankungen nehmen zu“, berichtete Romanelli. Medikamente seien nicht ausreichend vorhanden.

Nur 162 Kinder können die Schule besuchen

Weitere Sorgen macht sich der Geistliche um die Schulbildung. Vor dem Gaza-Krieg besuchten über 2200 Kinder eine der drei katholischen Schulen im Gazastreifen – bei einer Gesamtzahl von damals etwa 1000 Christen. Derzeit könnten nur 162 Kinder unterrichtet werden. „Das Hautproblem ist der Platz, weil in den Schulen vielfach noch Flüchtlinge untergebracht sind“, sagte Romanelli.

Seine Pfarrei habe sich deshalb dazu entschlossen, zwei noch intakte Privatschulen mit Heften, Stiften und anderen Materialien zu unterstützen, damit mehr Kinder die Chance auf Unterricht haben. Das Geld dazu kommt wie auch in anderen Bereichen vom Lateinischen Patriarchat von Jerusalem und Partnern wie „Kirche in Not“. „Diese Hilfe ist weiterhin unverzichtbar; denn der Bedarf ist immens“, betonte Romanelli. „Seit dem Waffenstillstand kommen zwar wieder Waren in den Gazastreifen. Doch die Menschen haben kein Geld, um sich etwas zu kaufen.“

„Der Krieg ist noch nicht zu Ende“

In den Räumen der Pfarrei „Heilige Familie“ leben aktuell noch 450 Menschen, rund 100 hätten sich entschieden, in ihre Wohnungen zurückzukehren. „Der Krieg ist noch nicht vorbei – auch wenn die Medien etwas anderes nahelegen“, betonte der Pfarrer. Zwar hätten die massiven Bombardierungen in Teilen des Gazastreifens nachgelassen, doch komme es weiterhin zu Angriffen, insbesondere jenseits der sogenannten „Gelben Linie“, der während des Waffenstillstands vom 10. Oktober 2025 festgelegten militärischen Grenze.

„Es gibt nach wie vor Zerstörungen von Häusern, Tote und Verletzte“, berichtete Romanelli. „Es ist absolut notwendig, dass der Krieg wirklich endet. Es scheint jedoch, dass niemand auf der Welt sich wirklich und wirksam dafür einsetzt.“

Unterstützen Sie die kirchliche Nothilfe für die Menschen im Gazastreifen und in anderen Teilen des Heiligen Landes mit Ihrer Spende – online unter: www.spendenhut.de oder auf folgendes Konto:

Empfänger: KIRCHE IN NOT

LIGA Bank München

IBAN: DE63 7509 0300 0002 1520 02

BIC: GENODEF1M05

Verwendungszweck: Heiliges Land

KiN 6 

 

 

 

 

 

 

 

Papst Leo XIV. ermuntert zu abgestimmtem Handeln für Kinderrechte

 

Papst Leo XIV. hat kirchliche und zivilgesellschaftliche Akteure im Einsatz für Kinderrechte zu einem koordinierten und umfassenden Vorgehen aufgerufen. Bei einer Audienz für das Organisationskomitee der Initiative „From Crisis to Care: Catholic Action for Children“ mahnte er an diesem Donnerstag, das Wohl von Kindern nicht auf einzelne Aspekte hin zu betrachten, sondern umfassend ernst zu nehmen.

Der Papst erinnerte dabei an den Internationalen Gipfel zum Kindeswohl („International Summit on Children’s Rights“), der vor genau einem Jahr auf Einladung seines Vorgängers Papst Franziskus im Apostolischen Palast stattgefunden hat. Ziel dieses breit aufgestellten Gipfels war es, führende Persönlichkeiten aus Politik, Gesellschaft und Kirche für den weltweiten Schutz von Kindern zu sensibilisieren und gemeinsame Verpflichtungen zu formulieren.

Zu den Teilnehmenden zählte damals auch Königin Rania von Jordanien, die beim Treffen im Vatikan neben dem schon erkrankten Papst Franziskus am Runden Tisch saß. Darüber hinaus waren unter anderem Mario Draghi, ehemaliger Präsident der Europäischen Zentralbank, und Al Gore, US-amerikanischer Politiker und Umweltschützer, vertreten, außerdem Thomas Bach, der damalige Präsident des Internationalen Olympischen Komitees, Ahmed Naser Al-Raisi, Präsident von Interpol, und Paolo Gentiloni, Präsident der Task Force der Vereinten Nationen zum Thema Verschuldung.

Ein Jahr danach empfing nun Nachfolger Leo die Verantwortlichen der Initiative. „Es ist eine Tragödie, dass die Kinder und Jugendlichen unserer Welt so oft der Fürsorge und den grundlegenden Lebensnotwendigkeiten beraubt sind“, hob der Papst hervor. Die Lage der Kinder habe sich im vergangenen Jahr nicht verbessert. Man müsse sich fragen, „ob die globalen Verpflichtungen für eine nachhaltige Entwicklung beiseite geschoben wurden, wenn wir in unserer globalen Menschheitsfamilie sehen, dass so viele Kinder immer noch in extremer Armut leben, Missbrauch erleiden und gewaltsam vertrieben werden, ganz zu schweigen davon, dass ihnen eine angemessene Bildung fehlt und sie isoliert oder von ihren Familien getrennt sind." 

Spezialisierte Hilfsangebote allein reichten nicht aus, um diese Herausforderung zu meistern, fuhr Leo fort. Entscheidend sei ein abgestimmtes Vorgehen über einzelne Zuständigkeiten hinweg. „Ich ermutige euch, Wege zu finden, um in größerer Harmonie zusammenzuarbeiten, damit Kinder eine ausgewogene Fürsorge erhalten, die ihr körperliches, psychologisches und spirituelles Wohl berücksichtigt“, erklärte er.

Vatikan-Einrichtungen begleiten Einsatz für Kinder

Der Papst verwies ausdrücklich daruf, dass mehrere vatikanische und kirchliche Einrichtungen diesen Ansatz begleiten. Dazu zählen das vatikanische Dikasterium zur Förderung der ganzheitlichen menschlichen Entwicklung, die Päpstliche Akademie für das Leben sowie die Union der Generaloberen USG und die Internationale Union der Generaloberinnen UISG. Diese Institutionen unterstützten die Bemühungen, übergreifende Bedürfnisse von Kindern stärker in den Blick zu nehmen.

Papst Leo XIV. verband seinen Appell mit einer konkreten Erwartung an die Verantwortlichen. Er rief dazu auf, über Absichtserklärungen hinauszugehen und tragfähige Konzepte zu entwickeln. Ziel seien „konkrete Schritte und Aktionspläne“, um den vielfältigen und miteinander verbundenen Bedürfnissen von Kindern gerecht zu werden. Nur so lasse sich verhindern, dass einzelne Problemlagen getrennt behandelt und zentrale Aspekte des Kindeswohls übersehen würden.

„Gemeinsam mit Dir möchten wir die Welt von schlechten Dingen befreien, sie mit Freundschaft und Respekt erfüllen und Dir dabei helfen, eine schöne Zukunft für alle zu gestalten!“

Papst Franziskus habe oft daran erinnert, wie wichtig es sei, Kindern zuzuhören, sagte Leo. Er wolle deshalb aus dem Brief zitieren, den die Kinder beim Kindeswohl-Gipfel vor einem Jahr Papst Franziskus überreicht hatten: „Gemeinsam mit Dir möchten wir die Welt von schlechten Dingen befreien, sie mit Freundschaft und Respekt erfüllen und Dir dabei helfen, eine schöne Zukunft für alle zu gestalten!“

Papst Franziskus machte den Schutz von Kindern früh zu einem festen Thema seines Pontifikats. 2014 errichtete er die Päpstliche Kommission für den Schutz von Minderjährigen und unterstützte wiederholt internationale Initiativen gegen Menschenhandel und sexuellen Missbrauch von Kindern, darunter weltweite Gebets- und Sensibilisierungstage, mit denen er Kirche und Politik zu konkretem Handeln drängte. Darüber hinaus brachte der frühere Erzbischof von Buenos Aires das aus Argentinien stammende Bildungsnetzwerk „Scholas Occurrentes“ in den Vatikan ein, das weltweit Kinder und Jugendliche über Bildungsprojekte vernetzt. 

2023 führte Franziskus den katholischen Weltkindertag ein, der erstmals am 25. und 26. Mai 2024 begangen wurde. 2025 fand der Thementag wegen des Papstwechsels nicht statt. Papst Leo hat aber bekannt gegeben, die noch junge Tradition des Weltkindertags fortführen zu wollen. Die zweite Ausgabe soll demnach von 25. bis 27. September 2026 in Rom stattfinden. (vn 5)

 

 

 

 

 

 

2025 wurden mehr Geistliche getötet als im Vorjahr

 

Trotz trauriger Bilanz gibt es auch Lichtblicke

Im vergangenen Jahr wurden weltweit mehr katholische Priester, Ordensleute und Seminaristen getötet als 2024. Darauf weist das päpstliche Hilfswerk „Kirche in Not“ (ACN) in einer aktuellen Auswertung hin. Rückläufig hingegen ist die Zahl der inhaftierten Geistlichen.

Nach „Kirche in Not“ vorliegenden Meldungen wurden 2025 weltweit 19 Kirchenmitarbeiter getötet – im Jahr zuvor waren es 13. Bei den Getöteten handelt es sich um 15 Priester, zwei Seminaristen und zwei Ordensschwestern. Mehrere der gewaltsamen Todesfälle ereigneten sich im Zusammenhang mit Entführungen oder in bewaffneten Konflikten, etwa in Nigeria, Äthiopien, Sudan und Myanmar. Weitere Geistliche wurden bei Angriffen, Überfällen oder unter bislang ungeklärten Umständen getötet – unter anderem in den USA, Mexiko, Kenia und Haiti.

„Kirche in Not“ weist darauf hin, dass die hier erfassten Zahlen ausschließlich Priester und Ordensleute betreffen. In vielen Ländern seien auch Katecheten und Laienmissionare massiv bedroht und häufig Opfer von Gewalt, diese sind in der Statistik jedoch nicht enthalten.

Weniger Geistliche in Haft – mit Ausnahmen

Ein kleiner Hoffnungsschimmer: Die Zahl der inhaftierten Geistlichen ist im vergangenen Jahr zurückgegangen. Nach Angaben von „Kirche in Not“ waren 2025 weltweit 28 Priester und Ordensleute aufgrund von religiöser Verfolgung in Haft oder anderweitig ihrer Freiheit beraubt. Im Jahr zuvor waren es noch 71. Der Rückgang ist vor allem auf die Entwicklung in Nicaragua zurückzuführen, wo die meisten der im Jahr 2024 inhaftierten Geistlichen inzwischen freigelassen wurden.

In Belarus sank die Zahl der inhaftierten katholischen Priester ebenfalls leicht. In China hingegen nahm die Zahl der Festsetzungen zu, teilt „Kirche in Not“ mit. Dort waren im Jahr 2025 insgesamt 14 Geistliche zeitweise in Haft oder unter Hausarrest, darunter mehrere Bischöfe. Verlässliche Informationen zur Situation der Kirche in China seien weiterhin schwer zu erhalten, betont „Kirche in Not“.

Auch in Indien kam es 2025 zu mehreren Festnahmen, betroffen waren ausschließlich Ordensfrauen. Ihnen wurden unter anderem Entführung oder Menschenhandel vorgeworfen. Alle Betroffenen kamen später wieder frei.

Entführungen von Kirchenmitarbeitern sind „Geschäftsmodell“ geworden

Ein großes Problem bleiben die Entführungen von Priester und Ordensleuten, auch wenn die gemeldeten Fälle leicht zurückgingen. „Kirche in Not“ wurden im vergangenen Jahr 38 entführte Priester und Ordensleuten gemeldet.

Besonders betroffen ist weiterhin Nigeria, wo die Zahl der Entführungen sogar anstieg – von 17 auf 24 Fälle. Unter den Entführten waren auch Seminaristen und Ordensschwestern. Zwei Seminaristen wurden getötet. Zum Jahresende galt noch ein Priester als vermisst; ein weiterer kam im Januar 2026 frei.

Einen starken Anstieg verzeichnete auch Kamerun, wo 2025 insgesamt acht Priester entführt wurden, vor allem im konfliktreichen Nordwesten des Landes. Die meisten Betroffenen kamen wieder frei.

Weitere Entführungen wurden unter anderem aus Kolumbien, Haiti und Äthiopien gemeldet. Die Entführer gehören mehrheitlich islamistischen oder anderen extremistischen Gruppen an; in einigen Weltregionen haben auch kriminelle Banden Entführungen und die Erpressung von Lösegeld zu einem „Geschäftszweig“ gemacht.

Internationale Aufmerksamkeit hilft

„Die Schicksale der ermordeten und entführten Geistlichen sind jedes Jahr bedrückend. Wir können uns oft gar nicht vorstellen, was Christen in anderen Ländern durchmachen – umso mehr brauchen sie unsere Hilfe“, kommentierte Florian Ripka, der Geschäftsführer von „Kirche in Not“ Deutschland, die Ergebnisse.

Die rückläufigen Zahlen bei inhaftierten Priestern und Ordensleuten zeigten jedoch auch: „Öffentliche Aufmerksamkeit und Druck helfen, damit ungerecht Inhaftierte freigelassen werden. Weiterhin gilt: Augen auf in Sachen Christenverfolgung!“

Unterstützen Sie den weltweiten Einsatz von „Kirche in Not“ für verfolgte und bedrängte Christen mit Ihrer Spende – online unter: www.spendenhut.de oder auf folgendes Konto:

Empfänger: KIRCHE IN NOT

LIGA Bank München

IBAN: DE63 7509 0300 0002 1520 02

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Kirche in Not 5.2.

 

 

 

 

 

Oster setzt Reformprojekt nicht um

 

Der Passauer katholische Bischof Stefan Oster lehnt zentrale Forderungen und Beschlüsse des Reformprojekts Synodaler Weg ab und will sie in seinem Bistum nicht umsetzen.

Eine Umsetzung würde die „Auflösungserscheinungen der Kirche bei uns eher beschleunigen“, schrieb er in einem Blogbeitrag am Mittwoch. Als Beispiel nannte der Bischof unter anderem Forderungen nach der Weihe von Frauen zu Diakoninnen und nach Segnungsfeiern für nicht-heterosexuelle Paare. Solche scheinbaren Lösungen griffen aber theologisch zu kurz.

Oster gehört neben dem Kölner Kardinal Rainer Maria Woelki, dem Regensburger Bischof Rudolf Voderholzer und dem emeritierten Bischof von Eichstätt, Gregor Maria Hanke, zu den prominentesten Kritikern des Dialogs zur Zukunft der Kirche in Deutschland.

Veto gegen Überprüfung in den Bistümern

Besonders kritisch äußerte sich Oster zu Überlegungen, die Umsetzung des Synodalen Weges in den deutschen Bistümern zu überprüfen. Dies setze eine neue katholische Sexualmoral voraus und gehe davon aus, dass sich die Lehre der Kirche mit Papst Leo XIV. ändern müsse: „Da ich auch selbst weder Änderungen erwarte und zudem von der Gültigkeit und dem Wert der bestehenden Lehre überzeugt bin, kann ich den allermeisten Punkten im Monitoring und seinen Forderungen nach Umsetzung auch nicht folgen.“

Eine Umsetzung würde aus Osters Sicht den „Graben in der Kirche“ vertiefen - vor allem gegenüber allen, die am überlieferten Glauben festhalten: „Und die einfachen Gläubigen, die treu aus den Sakramenten leben wollen, werden mehr und mehr zu scheinbaren Extremisten am rechten Rand“. Auch im geplanten neuen Gremium von Bischöfen und Laien, der Synodalkonferenz, dürften sich diese lehramtstreuen Katholiken kaum repräsentiert fühlen.

Grundsatzkritik am Projekt

Rückblickend kritisierte der Bischof weiter, der Synodale Weg sei von Anfang an auf die Veränderung der Lehre über den Menschen und das Priestertum sowie auf eine politische Durchsetzung gegenüber konservativen Katholiken ausgerichtet gewesen und habe Polarisierungen verstärkt. Das Ringen um kirchliche Erneuerung könne sich so in ein Ringen um weltlich verstandene Macht verkehren.

Zu den positiven Seiten des Projekts zählte Oster viele gute persönliche Begegnungen und den Beitrag zur Aufarbeitung des Missbrauchsskandals.

Erneuerung auf anderen Wegen

Er verwies zugleich auf Zeichen kirchlicher Erneuerung jenseits des Reformprojekts, etwa bei jungen Menschen, die nach Tiefe, Spiritualität und liturgischer Schönheit suchten. Diese seien jedoch „überwiegend keine Interessenten, die sich von den Themen des Synodalen Weges bewegen lassen“.

Und anders als beim Synodalen Weg habe Papst Franziskus bei der Weltsynode spirituelle Gespräche in einem geschützten Raum eingeführt. Diese vermieden, „dass man der Versuchung unterliegt, Politik zu machen, auf Mehrheiten und Medien zu schielen, öffentlichen Druck auszuüben oder Parlament sein zu wollen“. Solche Wege sei er bereit weiterzugehen, betonte Oster. Entscheidend für die Zukunft der Kirche seien nicht Machtverschiebungen, sondern geistliche Erneuerung und innere Bekehrung. (kna 4)

 

 

 

 

 

 

Leo XIV. drängt auf Fortsetzung von New-START-Vertrag

 

Mit Sorge beobachtet Papst Leo, dass an diesem Donnerstag der von Russland und den USA unterzeichnete New-START-Vertrag ausläuft. Er appelliere dringend dazu, dem Instrument eine „konkrete und wirksame Fortsetzung“ zu geben, so der Papst bei seiner Generalaudienz am Mittwoch.

 „Morgen läuft der New-START-Vertrag aus, der 2010 von den Präsidenten der Vereinigten Staaten und der Russischen Föderation unterzeichnet wurde und einen bedeutenden Schritt zur Eindämmung der Verbreitung von Atomwaffen darstellte“, sagte Papst Leo im Rahmen seiner Generalaudienz.

„In erneuter Bekräftigung meiner Ermutigung zu allen konstruktiven Bemühungen zugunsten der Abrüstung und des gegenseitigen Vertrauens“ wolle er „eindringlich“ dazu appellieren, „dieses Instrument nicht auslaufen zu lassen, ohne zu versuchen, ihm eine konkrete und wirksame Fortsetzung zu geben“: „Die gegenwärtige Situation verlangt, alles in unserer Macht Stehende zu tun, um ein neues Wettrüsten zu verhindern, das den Frieden zwischen den Nationen weiter bedroht. Es ist dringender denn je, die Logik der Angst und des Misstrauens durch eine gemeinsam geteilte Ethik zu ersetzen, die die Entscheidungen am Gemeinwohl ausrichtet und den Frieden zu einem von allen bewahrten Gut macht.“

„Die gegenwärtige Situation verlangt, alles in unserer Macht Stehende zu tun, um ein neues Wettrüsten zu verhindern, das den Frieden zwischen den Nationen weiter bedroht“

Der New-START-Vertrag ist ein bilaterales Abrüstungsabkommen zwischen den USA und Russland, das 2010 durch die damaligen Präsidenten Obama und Medwedew unterzeichnet wurde. Er begrenzt die Zahl strategischer Atomwaffen, darunter einsatzbereite Sprengköpfe, Raketen und Bomber, beider Staaten und sieht gegenseitige Kontrollen und Inspektionen vor, um Transparenz und Vertrauen zu schaffen. Ziel ist es, nukleare Aufrüstung zu verhindern und die strategische Stabilität zu sichern. Der Vertrag läuft am 5. Februar 2026, nach einer ersten Verlängerung vor drei Jahren, offiziell aus. Den Bestimmungen des Vertrags zufolge konnte New START nur einmal verlängert werden. Russland und die Vereinigten Staaten hätten jedoch ein neues Abkommen vereinbaren können, das mit dem Auslaufen von New START in Kraft getreten wäre.

Russland hatte bereits im vergangenen September angeboten, die im Vertrag festgelegten Obergrenzen für strategische Atomwaffen für ein weiteres Jahr über das offizielle Ablaufdatum hinaus einzuhalten, wenn die USA dasselbe tun. Gleichzeitig warnte die russische Seite, dass das Auslaufen des Vertrags die Welt in eine gefährlichere Lage bringe, wenn keine Verlängerung vereinbart werde.

Die USA haben bis jetzt noch nicht formell auf den russischen Verlängerungsvorschlag reagiert. Präsident Trump hatte sich in der Vergangenheit widersprüchlich in Bezug auf die Bedeutung einer möglichen Verlängerung geäußert. US-Beamte prüfen derzeit offenbar auch andere Optionen, etwa weiterreichende Abrüstungsgespräche, in die beispielweise auch China einbezogen werden sollte. Konkrete Schritte oder neue Verhandlungen sind bislang allerdings nicht vereinbart worden, so dass der Fortbestand verbindlicher nuklearer Abrüstungsregeln zwischen den beiden größten Atommächten unsicher bleibt. (vn 4)

 

 

 

 

 

Bischof Gerber zieht Bilanz zum Synodalen Weg

 

Für den Fuldaer Bischof Michael Gerber ist der offizielle Abschluss des Synodalen Wegs kein Schlusspunkt, sondern ein Startsignal. In einem an diesem Dienstag veröffentlichten Gastbeitrag für den „Kölner Stadt-Anzeiger“ plädiert der stellvertretende Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz eindringlich dafür, die Diskussionskultur und die Reforminitiativen des Prozesses dauerhaft in der Kirche zu verankern.

Bischof Gerber zieht aus den vergangenen Jahren eine positive Bilanz der zwischenmenschlichen Dynamik. Er habe erfahren, wie „persönliche Begegnungen Haltungen verändern können“. Diese Erfahrung müsse nun die Basis für das zukünftige Wirken der Kirche bilden, die dort „Salz der Erde“ sei, wo sie selbstkritisch an einer Kultur der Gerechtigkeit und Ehrlichkeit mitwirke.

Aufarbeitung als Schutz gegen Geschichtsklitterung

Ein zentraler Aspekt in Gerbers Ausführungen ist der Umgang mit der eigenen Schuldgeschichte. Angesichts globaler Tendenzen – er nennt explizit aktuelle Versuche in Russland und den USA, Geschichte umzuschreiben – sieht er die Kirche in der Pflicht, einen konträren Weg zu gehen. Die katholische Kirche in Deutschland müsse sich weiterhin ihrer Verantwortung im Bereich der sexualisierten Gewalt stellen.

„Ignorieren, Relativieren und Umdeuten bis hin zur sogenannten Täter-Opfer-Umkehr waren über sehr lange Zeit klassische Reaktionen – leider auch im Raum der Kirche“, räumt Gerber offen ein. Der Synodale Weg habe hier die „gefährliche Erinnerung“ an die kirchliche Schuld gewagt, was eine Voraussetzung für Heilung und verantwortungsvolles Handeln der Entscheidungsträger sei.

Die Kirche als Ort der Empathie in polarisierten Zeiten

Über die innerkirchlichen Strukturen hinaus sieht der Bischof von Fulda eine gesellschaftspolitische Relevanz des synodalen Prozesses. Er warnt vor weltweit erstarkenden „Strategien der Empathielosigkeit“. Um dem entgegenzuwirken, brauche es Räume, in denen Empathie wachsen könne. Der Synodale Weg habe einen solchen Raum geboten, insbesondere im Austausch mit Betroffenen sexualisierter Gewalt oder queeren Menschen.

Wo kontroverse Themen „mit konkreten Gesichtern und Biografien verbunden werden“, entstehe die Chance, eigene Haltungen kritisch zu hinterfragen. Gerber sieht hier einen klaren Auftrag für die Zukunft: In einer Zeit zunehmender politischer und gesellschaftlicher Polarisierung müsse die Kirche ihre Stimme gegen systemische Faktoren von Ausgrenzung und Machtmissbrauch erheben und Orte der echten Begegnung etablieren.

Bischof Oster: Synodalkonferenz wird kommen

Derweil hat der Passauer Bischof Stefan Oster erklärt, er gehe davon aus, dass die vorgesehene Synodalkonferenz als neues Gremium auf Bundesebene kommen wird. Das sagte er in einem Interview, das auf der Internetseite seines Bistums publiziert wurde. Er freue sich darüber, dass bei der letzten Synodalversammlung in Stuttgart versucht worden sei, den Anschluss an die von Rom angestoßene Weltsynode über Synodalität herzustellen. Aus Osters Sicht hat der Synodale Weg Polarisierungen eher verstärkt; allerdings sei er dankbar, im Lauf dieses Reformprozesses Kontakt zu „engagierten Kirchenleuten“ aus ganz Deutschland gefunden zu haben. (kölner stadt-anzeiger/bistum passau 3)

 

 

 

 

 

 

EU: Bischöfe solidarisch mit Grönland

 

Der Verband der EU-Bischofskonferenzen (Comece) erklärt sich solidarisch und spirituell verbunden mit Grönland und seinem Volk. Das schreibt die Präsidentschaft der Comece in einer Erklärung von diesem Dienstag.

Angesichts der heiklen Verhandlungen über Grönlands politische, soziale und ökologische Zukunft unterstreicht die Comece-Präsidentschaft unter der Leitung des italienischen Bischofs Mariano Crociata: „Die Zukunft Grönlands muss vom grönländischen Volk selbst entschieden werden, unter voller Achtung seiner Rechte, seiner Würde und seiner Bestrebungen.“ Die Erklärung erinnert gleichzeitig an die Bedeutung der Einhaltung des Völkerrechts, der Grundsätze der Charta der Vereinten Nationen und der territorialen Integrität des Königreichs Dänemark.

Schwäche des Multilateralismus gibt Anlass zur Sorge

Besorgt zeigt sich der Bischofsverband über das breitere internationale Klima, in dem diese Diskussionen stattfinden. Sie seien durch zunehmende geopolitische Spannungen und eine Schwächung der multilateralen Zusammenarbeit gekennzeichnet. In diesem Zusammenhang erinnert die Erklärung an die jüngsten Worte von Papst Leo XIV. an das diplomatische Korps: „In unserer Zeit gibt insbesondere die Schwäche des Multilateralismus auf internationaler Ebene Anlass zur Sorge. Eine Diplomatie, die den Dialog fördert und den Konsens aller sucht, wird durch eine Diplomatie der Stärke, durch einzelne Staaten oder Gruppen von Verbündeten ersetzt.“

Die Comece-Führung ermutigt die Europäische Union, weiterhin als geeinter, verantwortungsbewusster und vertrauensbildender Akteur auf der internationalen Bühne aufzutreten, fest in ihren Gründungswerten verankert zu bleiben und sich einer regelbasierten internationalen Ordnung und einem effektiven Multilateralismus zu verpflichten. (vn 3)