DE.IT.PRESS
Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania - redazione: T. Bassanelli
- Webmaster: A. Caponegro IMPRESSUM
Notiziario religioso, gennaio 2026
2026: i possibili avvicendamenti nella Chiesa italiana
Nel corso del 2026 diversi vescovi italiani compiranno 75
anni e saranno pertanto tenuti a presentare al Papa la rinuncia al loro ufficio
come prescritto dalle norme canoniche - Di Marco Mancini
Roma. Nel corso del 2026 diversi vescovi italiani
compiranno 75 anni e saranno pertanto tenuti a presentare al Papa la rinuncia
al loro ufficio come prescritto dalle norme canoniche. E’ stato lo stesso Papa
Leone XIV a ricordarlo ai vescovi italiani nel discorso tenuto ad Assisi lo
scorso novembre durante l’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale
Italiana. “ È bene che si rispetti la norma dei 75 anni per la conclusione
del servizio degli Ordinari nelle diocesi e, solo nel caso dei Cardinali, si
potrà valutare una continuazione del ministero, eventualmente per altri due
anni”, sono state le parole del Pontefice pronunciate a Santa Maria degli
Angeli.
Nel medesimo discorso Papa Leone ha anche ribadito
l’intenzione – ove necessario – di proseguire nel percorso dell’accorpamento di
alcune diocesi. “Le sfide dell’evangelizzazione e i cambiamenti degli ultimi
decenni, che interessano l’ambito demografico, culturale ed ecclesiale – aveva
osservato Leone XIV - ci chiedono di non tornare indietro sul tema degli
accorpamenti delle diocesi, soprattutto laddove le esigenze dell’annuncio
cristiano ci invitano a superare certi confini territoriali e a rendere le nostre
identità religiose ed ecclesiali più aperte, imparando a lavorare insieme e a
ripensare l’agire pastorale unendo le forze”.
Al Nord Italia compiranno nel corso del 2026 i 75 anni
Monsignor Mario Enrico Delpini, Arcivescovo metropolita di Milano, il 29 luglio
e Monsignor Francesco Beschi, Vescovo di Bergamo, il 6 agosto.
Al Centro sarà la volta di Monsignor Fausto Tardelli,
Vescovo di Pistoia e Vescovo di Pescia, il 5 gennaio; Monsignor Carlo Ciattini,
Vescovo di Massa Marittima – Piombino, il 20 marzo e di Monsignor Francesco
Manenti, Vescovo di Senigallia, il 26 giugno.
Al Sud invece compiranno 75 anni Monsignor Francesco
Oliva, Vescovo di Locri – Gerace, il 14 gennaio; Monsignor Angelo Spinillo,
Vescovo di Aversa, il 1° maggio; Monsignor Giuseppe Giuliano, Vescovo di Lucera
– Troia, il 28 giugno; Monsignor Giuseppe Marciante, Vescovo di Cefalù, il 16
luglio; Monsignor Giovanni Accolla, Arcivescovo metropolita di Messina - Lipari
- Santa Lucia del Mela, il 29 agosto.
Sono ancora in carica inoltre, nonostante il compimento
dei 75 anni, Monsignor Bruno Forte, Arcivescovo metropolita di Chieti – Vasto,
nato il 1° agosto 1949, prorogato per un biennio da Papa Francesco; Monsignor
Tommaso Caputo, Arcivescovo-Prelato di Pompei, nato il 17 ottobre 1950;
Monsignor Mario Toso, SDB, Vescovo di Faenza – Modigliana, nato il 2 luglio
1950; Monsignor Franco Maria Giuseppe Agnesi, Vescovo ausiliare di Milano, nato
il 4 dicembre 1950; il Cardinale Oscar Cantoni, Vescovo di Como, nato il 1°
settembre 1950; Monsignor Franco Giulio Brambilla, Vescovo di Novara, nato il
30 giugno 1949, prorogato da Papa Francesco per un biennio; Monsignor
Domenico Cornacchia, Vescovo di Molfetta - Ruvo - Giovinazzo – Terlizzi, nato
il 13 febbraio 1950; Monsignor Domenico Sorrentino, Arcivescovo-Vescovo di
Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino e Arcivescovo-Vescovo di Foligno, nato il
16 maggio 1948, prorogato anch’egli da Papa Francesco.
Infine si attende la nomina del nuovo Arcivescovo
metropolita di Sassari dopo il trasferimento nell’aprile scorso
dell’Arcivescovo Gian Franco Saba alla guida dell’Ordinariato militare per
l’Italia. Aci 30
Papa Leone ai sindaci, dare spessore culturale e spirituale alle città
L'udienza ai membri dell’Associazione Nazionale dei
Comuni Italiani - Di Angela Ambrogetti
Vaticano. Il potere come responsabilità e servizio, e
"perché qualsiasi autorità possa esprimere queste caratteristiche, occorre
incarnare le virtù dell’umiltà, dell’onestà e della condivisione".
Leone XIV lo ha detto ai membri dell’Associazione
Nazionale dei Comuni Italiani ricevuti in udienza questa mattina. Ascolto
"come dinamica sociale che attiva queste virtù" dice il Papa con
l'attenzione ai più fragili. "La crisi demografica e le fatiche delle
famiglie e dei giovani, la solitudine degli anziani e il grido silenzioso dei
poveri, l’inquinamento dell’ambiente e i conflitti sociali sono realtà che non
vi lasciano indifferenti" perché "si diventa sindaci giorno
dopo giorno, crescendo come amministratori giusti e affidabili".
Il Papa ricorda l'esempio del venerabile Giorgio La Pira
e ricorda che "la coesione sociale e l’armonia civica richiedono in primo
luogo l’ascolto dei più piccoli e poveri". E per questo esorta i sindaci
ad essere "maestri di dedizione al bene comune, favorendo un’alleanza
sociale per la speranza".
Un riferimento al Giubileo e alla "gioia di
vivere" e una attenzione alla città che , dice il Papa, "conoscono
purtroppo forme di emarginazione, violenza e solitudine che chiedono di essere
affrontate". Leone XIV punta il dito "sulla piaga del gioco
d’azzardo, che rovina molte famiglie. Le statistiche ne registrano in Italia un
forte aumento negli ultimi anni. Come sottolinea Caritas Italiana nel suo
ultimo Rapporto su povertà ed esclusione sociale, si tratta di un grave problema
educativo, di salute mentale e di fiducia sociale". E poi i "disturbi
psichici, depressioni, povertà culturale e spirituale, abbandono sociale. Sono
segnali che indicano quanto ci sia bisogno di speranza. Per testimoniarla
efficacemente, la politica è chiamata a tessere relazioni autenticamente umane
tra i cittadini promuovendo la pace sociale".
Il Papa cita anche Don Primo Mazzolari,che
diceva:"Il Paese ha bisogno anche di una maniera di sentire, di vivere,
una maniera di guardarsi, una maniera di affratellarsi".
Ecco allora il compito della pubblica amministrazione per
far "crescere i talenti delle persone, dando spessore culturale e
spirituale alle città".
É la "logica di un’integrale promozione umana"
ricorda Papa Leone XIV. aci 29
Diplomazia pontificia, un bilancio del 2025: numeri e curiosità
Quasi tutte coperte le nunziature apostoliche, e verso un
nuovo ricambio generazionale. Il futuro della Segreteria di Stato. I numeri
delle missioni della Santa Sede - Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano. Ci sono tre nunzi di un certo peso
che dovranno lasciare l’incarico per aver raggiunto e superato i 75 anni, l’età
della pensione. Il primo è il cardinale Christophe Pierre, nunzio negli Stati
Uniti, la cui pensione (ha superato gli 80 anni, deve andare inderogabilmente)
apre anche alla successione dell’ambasciatore del Papa in un posto chiave come
Washington. Altro posto chiave presto vacante, la Terrasanta, perché il nunzio
in Israele e e delegato apostolico a Gerusalemme e Palestina Tito Adolfo Yllana
compirà 78. E poi la Siria, che ha come nunzio un altro cardinale, Mario
Zenari, probabilmente chiamato alla pensione dal prossimo anno, dato che
compirà 80 anni già il 5 gennaio.
Tuttavia, il ricambio generazionale quest’anno ha
riguardato soprattutto la Segreteria di Stato. Miroslaw Wachowki, dopo quattro
anni come “sottosegretario agli Esteri”, è stato inviato nella nunziatura
chiave di Baghdad, mentre Monsignor Roberto Campisi, assessore della Segreteria
di Stato, ha preso il posto di osservatore della Santa Sede presso l’UNESCO.
C’è, dunque, un nuovo “vice ministro degli Esteri” in Segreteria di Stato, il
monsignore romeno Mih?i?? Blaj, che prenderà in mano i dossier chiave, tra i
quali quello del Vietnam e quello della Cina. Come assessore, invece, Leone XIV
ha scelto fuori dalla Segreteria di Stato, chiamando il sottosegretario del
Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale Anthony Ekpo, che
comunque era arrivato in dicastero dai ranghi della Terza Loggia e che ha
scritto un libro di un certo successo sulla Curia romana.
Il ricambio generazionale ha riguardato anche le
ambasciate presso la Santa Sede. C’è un nuovo ambasciatore residente, dalla
Bielorussia, e una nuova ambasciata residente dal Kazakhstan, che sta
sviluppando con la Santa Sede un dialogo sui temi interreligiosi.
La scomparsa di Papa Francesco nel corso dell’anno
giubilare ha, giocoforza, fermato alcune attività diplomatiche. Il funerale di
Papa Francesco è stato caratterizzato dall’incontro bilaterale tra il
presidente USA Donald Trump e il presidente ucraino Volodomyr Zelensky,
improvvisato nella Basilica di San Pietro dopo dei saluti con il presidente
francese Macron e il premier inglese Starmer. Il cardinale Parolin, che al
momento del funerale era decaduto dal suo incarico di Segretario di Stato
vaticano, ha comunque incontrato Zelensky in un bilaterale nella Sala dei
Concordati del Palazzo Apostolico, in maniera del tutto inusuale e fuori
protocollo. Prosegue l’impegno della Santa Sede nel riportare a casa i bambini
ucraini che si sono trovati in Russia, e Zelensky è stato già due volte in
visita da Leone XIV a Castel Gandolfo, in Palazzo Barberini, che il Papa sta
usando come residenza ogni volta che vuole “staccare”.
Leone XIV ha scelto anche un responsabile per i viaggi:
monsignor José Nahúm Jairo Salas Castañeda, Officiale della Sezione
Affari Generali della Segreteria di Stato. Questi ha avuto come primo incarico
l’organizzazione del viaggio di Leone XIV in Turchia e Libano, il primo viaggio
internazionale del pontificato.
Da segnalare anche i buoni rapporti tra Cuba e Santa
Sede, che hanno portato all’inizio dell’anno al rilascio di oltre 500
prigionieri politici. La Santa Sede, anche attraverso il Papa, ha dato più
volte disponibilità per una mediazione sul conflitto in Ucraina, ma senza
successo. Tra gli incontri di Leone XIV, quello con il governatore
dell’Illinois, lo stato da cui proviene, Pritzker. Il colloquio avveniva alla
vigilia di una legge sulla liberalizzazione dell’aborto che poi Pritzker ha
firmato, dando ampie dichiarazioni sul suo colloquio con il Papa. Leone XIV ha
però fermato la narrativa, sottolineando che la sua posizione, anche
nell’incontro con Pritzker, era stata chiara e a favore della vita.
Tra le nunziature attualmente vacanti, Haiti (la cui
situazione è stata nominata dal Papa nell’urbi et orbi di Natale), Sudan,
Myanmar, Sri Lanka, Albania, Uganda, Congo, Gabon, Ecuador, Indonesia,
Nicaragua. Da segnalare che il Nicaragua non ha nunzio dall’espulsione dell’arcivescovo
Waldemar Sommertag nel marzo 2022, cui ha fatto seguito l’espulsione di tutti i
diplomatici vaticani (i quali sono ora a San Salvador, mentre la
nunziatura è presa in custodia dall’ambasciata di Italia a Managua) e a
condizioni sempre più critiche per la Chiesa Cattolica, perché sacerdoti e
religiosi espulsi continuano ad aumentare.
Il focus diplomatico della Santa Sede si è
concentrato sulla Terrasanta, dove continua il conflitto che è seguito agli
attacchi di Hamas del 7 ottobre.
Nell’urbi et orbi di Natale, Leone XIV non ha menzionato
la situazione in Nigeria, cui però aveva fatto riferimento in una delle
conferenze improvvisate fuori da Palazzo Barberini a Castel Gandolfo. Non è
stata menzionata nemmeno la situazione di Cipro, che invece era stata
menzionata da Papa Francesco nell’urbi et orbi del Natale 2024. Il nord di
Cipro è occupato da cinquanta anni, e si è costituito in uno Stato riconosciuto
solo dalla Turchia. I nuovi equilibri geopolitici, con la Turchia sempre più presente,
e la situazione in Terrasanta pone Cipro in una situazione complessa, che
merita attenzione internazionale.
FOCUS NUNZIATURE
Tutti gli spostamenti dei nunzi del 2025
Il 14 gennaio, all’arcivescovo Gábor Pintér, nunzio in
Nuova Zelanda e nelle Fiji, sono state aggiunte le nomine a rappresentante
pontificio in Palau e nelle Micronesia e nel Vanuatu. Successivamente, riceverà
anche l’incarico di nunzio Isole Cook, in Kiribati, nelle Isole Marshall, in
Samoa e in Nauru, e quindi di delegato apostolico nell’Oceano Pacifico.
Il 15 gennaio Papa Francesco ha nominato monsignor
Maurizio Bravi come nunzio apostolico in Papua Nuova Guinea e nelle Isole
Salomone. Bravi, che era osservatore permanente della Santa Sede presso
l’Organizzazione Mondiale del Turismo, ha preso il posto di Maurizio Lalli, che
era stato nominato nunzio a Papua ma non vi è mai arrivato perché fermato prima
da una grave patologia.
L’Albania è vacante dal 21 gennaio 2025, quando
l’arcivescovo Luigi Bonazzi ha lasciato dopo una lunga carriera diplomatica.
Bonazzi è poi deceduto all’inizio di dicembre, per complicazioni dovute a una
broncopolmonite. È andato in pensione il 13 febbraio l’arcivescovo Paul Tschang
In-Nam, nunzio apostolico nei Paesi Bassi.
Il 15 marzo, Papa Francesco ha nominato nunzio apostolico
in Burkina Faso Giancarlo Dellagiovanna, che fino a quel momento stava
prestando servizio in Segreteria di Stato vaticana. Nello stesso giorno,
Francesco aveva terminato la vacanza della nunziatura in Cile inviando come suo
“ambasciatore” l’arcivescovo Kurian Mathew Vayalunkal, traferendolo dalla sede
di Algeria e Tunisia.
Il 22 marzo, l’arcivescovo Bernardito Auza è stato
nominato nunzio presso l’Unione Europea, andando a sostituire Noël Treanor,
deceduto prematuramente. Auza veniva dall’incarico di nunzio in Spagna e, prima
ancora, di Osservatore della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York.
Il 25 marzo, Ignazio Ceffalia, che fino a quel momento
aveva servito nella nunziatura in Venezuela supplendo alla difficile vacanza
del nunzio per diverso tempo, è stato nominato nunzio in Belarus. In quello
stesso giorno, Papa Francesco ha nominato l’arcivescovo Brian Udaigwe nunzio
apostolico in Etiopia, trasferendolo dal ruolo di nunzio in Sri Lanka, e poi
l’arcivescovo Jean-Marie Speich nei Paesi Bassi. Quest’ultimo era stato fino a
quel momento nunzio apostolico in Slovenia e delegato apostolico per il Kosovo.
Il 20 maggio, Leone XIV ha messo fine alla breve vacanza
della nunziatura in Slovenia designando come suo “ambasciatore” a Lubiana
l’arcivescovo Luigi Bianco, trasferito dal suo ruolo di nunzio in Uganda.
Il 23 maggio, è andato in pensione l’arcivescovo Ivo
Scapolo, nunzio in Portogallo, lasciando a 70 anni, come è permesso solo ai
rappresentanti pontifici, secondo un regolamento che li parifica agli
ambasciatori degli altri Paesi.
Il 15 agosto, Eric Soviguidi è stato trasferito
dall’incarico di Osservatore Permanente della Santa Sede all’UNESCO al ruolo di
nunzio in Burkina Faso, cui ha poi aggiunto il ruolo di nunzio in Niger.
Soviguidi ha sostituito l’arcivescovo Dellagiovanna appena cinque mesi dopo
questi era stato inviato in Burkina Faso, senza che però sia stato reso noto il
motivo né sia stata assegnata a Dellagiovanna una nuova sede.
Il 15 settembre, la breve vacanza di Spagna e Principato
di Andorra è terminata con la nomina dell’arcivescovo Piero Pioppo a nunzio a
Madrid. Pioppo era fino a quel momento nunzio in Indonesia e presso
l’A.S.E.A.N.
Il 18 settembre, l’arcivescovo Miroslaw Wachowski è stato
promosso dal suo incarico di sottosegretario per i Rapporti con gli Stati a
nunzio in Iraq. In sei anni nella posizione di “viceministro degli Esteri”
vaticano, Wachowski aveva curato la prosecuzione dei colloqui con la Cina per
l’accordo sulla nomina dei vescovi e anche altri dossier chiave, come quello
del Vietnam, che aveva portato alla nomina del primo rappresentante residente
della Santa Sede ad Hanoi.
Il 3 novembre, Leone XIV ha dato all’arcivescovo Brian
Udaigwe anche l’incarico di nunzio apostolico in Gibuti, Rappresentante
Speciale presso l’Unione Africana e Delegato Apostolico in Somalia.
Il 22 novembre, alla vigilia del viaggio di Leone XIV in
Turchia e Libano, il Papa ha nominato anche un nunzio in Algeria nella persona
dell’arcivescovo Javier Herrera Corona, trasferito dall’incarico di nunzio in
Repubblica del Congo e Gabon.
L’11 dicembre, invece, è stato nominato l’arcivescovo
Andrés Carrascosa Coso come nunzio in Portogallo, trasferito dall’incarico di
nunzio in Ecuador.
FOCUS AMBASCIATORI
Tutti gli ambasciatori accreditati nel 2025
Il 7 febbraio, Papa Francesco ha ricevuto le credenziali
di Timur Primbetov, ambasciatore del Kazakhstan presso la Santa Sede. È il
primo ambasciatore residente della nazione ex sovietica, toccata da Papa
Francesco nel 2022 e impegnata con forza nel dialogo interreligioso. È stato
l’ultimo ambasciatore ad aver presentato le credenziali a Papa Francesco, prima
della morte del pontefice.
Il giro di credenziali è ripreso il 27 maggio, due
settimane dopo l’elezione di Leone XIV. Il primo ambasciatore a presentare le
credenziali al nuovo Papa è stato Hussein El Saharty, ambasciatore di Egitto
presso la Santa Sede.
Il 3 giugno, Leone XIV ha ricevuto le credenziali
dell’ambasciatore di Australia presso la Santa Sede Keith John Pitt, e nello
stesso giorno anche Valdemar Suárez Diaz, ambasciatore della Repubblica
Dominicana, ha presentato le sue credenziali.
Il 17 giugno, è stata la volta di David Medvabishvili,
ambasciatore di Georgia presso la Santa Sede. Yury Ambrazevich, primo
ambasciatore residente di Belarus presso la Santa Sede, ha presentato le
credenziali al Papa il 21 giugno. Il 3 luglio, è stato da Papa Francesco
Anthony Chung-Yi Ho, ambasciatore di Taiwan presso la Santa Sede. Chung prende
il posto di Matthew Lee, che è stato per più di un decennio a Roma.
Il 28 agosto, Marcel Sene, ambasciatore del Senegal
presso la Santa Sede, ha presentato le sue lettere credenziali, e il 5
settembre è stata la volta di Iván Velásquez Gómez, ambasciatore della
Colombia.
Nominato dall’amministrazione Trump poco dopo l’inizio
dell’amministrazione presidenziale, la conferma di Brian Burch come
ambasciatore degli Stati Uniti da parte del Congresso ha impiegato molto tempo,
anche a causa di un blocco democratico su alcuni voti. Finalmente, il 13
settembre, l’ambasciatore degli Stati Uniti ha potuto portare le sue lettere
credenziali al primo Papa statunitense della storia.
Il 20 settembre, l’ambasciatore del Portogallo presso la
Santa Sede, Maria Amélia Maio de Paiva, ha presentato le credenziali a Leone
XIV, e il 9 ottobre è stata la volta dell’ambasciatore dell’Honduras, Gilliam
Noemi Gómez Guifarro.
L’11 ottobre, Bruno Kahl, ambasciatore di Germania presso
la Santa Sede, ha presentato le sue lettere credenziali. Prende il posto
dell’ambasciatore Kotsch, chiamato ad un incarico nel governo.
Fadi Assaf, ambasciatore del Libano, ha presentato le
credenziali a Leone XIV il 3 novembre, appena un mese prima del viaggio del
Papa nel suo Paese.
Il 13 novembre, Ben Batabe Assorow, ambasciatore del
Ghana, ha potuto presentare le credenziali al Papa, e il 15 novembre c’è stato
il nuovo ambasciatore di Grecia, Despina Poulou.
Il 6 dicembre, Leone XIV ha ricevuto le credenziali di
una serie di ambasciatori non residenti, e nell’occasione ha anche tenuto un
discorso, in cui ha riaffermato “che la Santa Sede non resterà in silenzio di
fronte alle gravi disparità, ingiustizie e violazioni dei diritti umani
fondamentali nella nostra comunità umana e globale, sempre più divisa e prona
ai conflitti”.
I nuovi ambasciatori erano: Farrukh Tursonov,
dall’Uzbekistan; Gabriela Moraru, dalla Moldova; Essam Abdulaziz al-Jassim, dal
Bahrein; Himalee Subhashini Arunatilaka, dallo Sri Lanka; Marghoob Saleem Butt
dal Pakistan; Genevieve Kennedy dalla Liberia; Pannabha Chandraramya dalla
Thailandia; Mafelile Molala dal Lesotho; Phaswana Cleopus Sello Moloto dal Sud
Africa; Jovilisi Suveinakama dalle Fiji; Akillino Susaia dalla Micronesia;
M?ris Selga dalla Lettonia; Sirpa Oksanen dalla Finlandia.
Il 19 dicembre, ha presentato le credenziali a Leone XIV
Hyung Sik Shin, ambasciatore di Corea presso la Santa Sede, mentre il 20
dicembre è stata la volta di Leyde Ernesto Rodríguez Hernández, Ambasciatore di
Cuba presso la Santa Sede. Cuba e Santa Sede festeggiano quest’anno i 90 anni
di relazioni diplomatiche.
Nello stesso giorno, Koji Abe, ambasciatore del Giappone
presso la Santa Sede, ha presentato le sue credenziali.
FOCUS MULTILATERALE
La Santa Sede alle Nazioni Unite di New York
La Santa Sede ha lo status di Osservatore Permanente
presso le Nazioni Unite dal 1964. Non ha mai voluto lo status di Stato
membro, nonostante questo fosse stato offerto più volte, per mantenere la
propria libertà, evitare di votare (o non votare, che sarebbe comunque una
presa di posizione) nelle risoluzioni sotto il Capo 7 della Carta ONU, che
riguarda le dichiarazioni di guerra, e rimanere libera da qualunque
politicizzazione.
Quest’anno, la Missione dell’Osservatore Permanente
delle Nazioni Unite ha tenuto circa 53 interventi. Di questi, tre
sono stati del Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, in
occasione del premio Path to Peace che è stato conferito alla Segreteria di
Stato vaticana, che ha coinciso anche con le celebrazioni per l’elezione di
Leone XIV. Uno dalla professoressa Gabriella Gambino, sottosegretario del
Dicastero Laici, Famiglia e Vita, che è stato capo delegazione della Santa Sede
alla 69esima commissione sullo status delle donne che celebrava il trentesimo
anniversario della Dichiarazione di Pechino. Sette dell’arcivescovo Paul
Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, che ha
partecipato all’assemblea generale delle Nazioni Unite che celebrava l’80esimo
anniversario dell’organizzazione. Uno dall’arcivescovo Nugent, nunzio in Qatar,
in occasione del secondo Summit mondiale lo sviluppo sociale organizzato dalle
Nazioni Unite a Doha.
La Santa Sede alle Nazioni Unite di Ginevra
La missione di Ginevra è una missione di
importanza centrale, perché non dedicata solo alle Nazioni Unite, ma anche
all’UNCTAD, l’agenzia ONU per il Commercio; all’Organizzazione
Internazionale per le Migrazioni, tema cruciale per Papa Francesco; e al WIPO,
l’Organizzazione Internazionale per la Proprietà Intellettuale dove si gioca la
partita difficilissima dei brevetti dei vaccini.
Quest'anno, la missione ha distribuito 41 interventi. Da
segnalare anche l’organizzazione di una conferenza per la cancellazione del
debito estero, e diversi altri eventi di grande interesse portati avanti dalla
missione.
La missione della Santa Sede a Vienna
La missione della Santa Sede a Vienna è casa
del Rappresentante Permanente della Santa Sede presso
l’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OSCE),
che la Santa Sede contribuì a fondare partecipando attivamente ai negoziati
per il trattato di Helsinki nel 1975 e facendo includere in
questo trattato il tema della libertà religiosa.
Questi è anche il rappresentante della Santa Sede verso
l’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, di cui la Santa
Sede è Paese fondatore.
Nel corso di quest’anno, la missione ha distribuito
quindici interventi.
La Missione della Santa Sede alla FAO
Osservatore Permanente alla FAO e alle altre agenzie
delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione è monsignor Fernando
Chica Arellano, che non manca di sottolineare il problema della fame del mondo
in diversi articoli per l’Osservatore Romano.
La rappresentanza della Santa Sede presso il Consiglio
d’Europa
La Santa Sede coopera con il Consiglio d’Europa dal 1962,
e dal 7 marzo 1970 diventato Stato Osservatore. Al 2014, la Santa
Sede aveva ratificato 6 convenzioni del Consiglio d’Europa e partecipato a
diversi accordi parziali, sia come Stato membro che come Stato Osservatore.
La missione della Santa Sede presso il Consiglio
d’Europa a Strasburgo ha lo scopo di intrattenere un dialogo
costruttivo con i 47 Paesi membri del Consiglio e i 5 Paesi osservatori, allo
scopo di appoggiare tutte le iniziative che puntino a costruire una società
democratica fondata sul rispetto della dignità dell’essere umano.
Tra le attività della missione della Santa Sede
presso il Consiglio d’Europa, quello di fare da trait d’union con MONEYVAL, il
Comitato che valuta la trasparenza finanziaria dei Paesi che decidono di
sottoporsi alla sua valutazioni. La Santa Sede è entrata nel processo MONEYVAL
dal 2011, facendo una serie di progressi nell’attività finanziaria che sono
stati certificati anche nell’ultimo rapporto sui progressi del dicembre
2017. L’ultimo rapporto MONEYVAL è stato pubblicato ad aprile 2021.
Recentemente MONEYVAL ha accolto positivamente alcune riforme legislative
della Santa Sede.
La missione della Santa Sede all’UNESCO
Sembra essere più silenziosa, la missione della
Santa Sede all’UNESCO, l’agenzia ONU per la cultura. E durante quest’anno non
sono stati diffusi interventi presso le assemblee dell’organizzazione, che
vengono distribuiti con parsimonia.
L’Osservatore della Santa Sede all’Organizzazione
Mondiale del Turismo
In pochi sanno che la Santa Sede ha un Osservatore anche
all’organizzazione mondiale del Turismo. Dal 1988, si sono succeduti sette
osservatori, e il penultimo è stato monsignor Maurizio Bravi, nominato nel 2016
e dall’inizio del 2025 inviato nunzio a Papua Nuova Guinea. Attualmente, la
posizione è ricoperta da monsignor Jain Mendez, nominato il 1 settembre.
FOCUS TRATTATI
Per quanto riguarda accordi e concordati, si contano
261 accordi bilaterali della Santa Sede. Tra questi, alcuni sono modifiche di
accordi, mentre altri sono accordi ancora in vigore. In tutto, secondo una
relazione, ci sono 215 concordati e accordi tra la Santa Sede e 74
nazioni, e di questi 154 accordi sono stipulati con 24 nazioni europee.
L’ultimo accordo è stato quello tra Santa Sede e Repubblica Ceca.
Va segnalato, tra i trattati, quello che ha definito lo
status di un rappresentante residente della Santa Sede in Vietnam. È un passo
verso i pieni rapporti diplomatici.
Santa Sede e Repubblica Italiana hanno stipulato
quest’anno un accordo per un impianto agrivoltaico a Santa Maria di Ponte
Galeria.
FOCUS NEWS
Terrasanta, il Cardinale Pizzaballa parla delle
possibilità di pace
Nella Messa della notte di Natale nella Basilica della
Natività di Betlemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di
Gerusalemme, ha ricordato la situazione a Gaza, che ha visitato personalmente
in occasione del Natale.
Il cardinale ha notato che “la sofferenza è ancora
presente a Gaza”, e “le famiglie vivono in mezzo alle macerie”, in un futuro
“fragile e incerto” causato da “scelte politiche, responsabilità umane,
decisioni che spesso mettono gli interessi di pochi davanti a quelli di tutti”.
Il cardinale Pizzaballa ha detto che “il Natale ci invita
a guardare oltre le logiche della dominazione, per riscoprire la forza
dell’amore, della solidarietà e della giustizia”.
Dopo il viaggio in Mozambico: le impressioni del
Cardinale Parolin
Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato
vaticano, ha concesso una intervista ai media vaticani a seguito del suo
viaggio in Mozambico, dove è stato fino a Cabo Delgado, in una zona che ora è
preda degli attacchi dell’ISIS.
“Ho dedicato due giorni – ha detto il cardinale -
alla visita in Cabo Delgado per esprimere la vicinanza e la solidarietà
della Chiesa universale e del Santo Padre alla popolazione che soffre per la
violenza terroristica jihadista. Gli attacchi dei gruppi armati, che a partire
dalla seconda metà del 2023 si sono estesi all’intera provincia di Cabo
Delgado, hanno raggiunto pure le province di Nampula e Niassa”.
Parolin ha ricordato che il 6 settembre è stata uccisa la
missionaria comboniana italiana Suor Maria De Coppi nella missione di
Chipene, nella diocesi di Nacala e Provincia di Nampula, e che il
conflitto a Cabo Delgado ha provocato 765 mila sfollati, secondo stime della
fine del 2023.
Il 9 dicembre, Parolin ha visitato il campo di Naminawe,
dove si trovano 9200 sfollati, e di questi circa 3700 bambini.
Il cardinale ha notato che questi “vivono in condizioni
veramente disagiate. Nonostante l’appoggio di alcune organizzazioni caritative,
accusano mancanza di cibo, di medicine e perfino di acqua potabile. E come se
non bastasse, il ciclone Chido che ha colpito la zona a dicembre dell’anno
scorso, ha severamente danneggiato le abitazioni costruite con materiali
fragili”.
Il Segretario di Stato vaticano ha poi sottolineato che
“i bambini di quel campo, come le centinaia di migliaia negli altri campi
disseminati in tutta la regione, rischiano di perdere il futuro perché non
hanno sufficienti possibilità di istruzione. I giovani si sentono prigionieri
come in un carcere a cielo aperto, perché mancando i mezzi di trasporto,
non possono uscire per trovare dei piccoli lavori nelle città più vicine. È
stata un’esperienza molto dolorosa. Tanta sofferenza, tanta tristezza, tante
domande non risposte emergevano da quei volti!”
Parolin ha raccontato inoltre che “segnali di
radicalizzazione cominciarono ad emergere in alcune zone della provincia di
Cabo Delgado prima del 2017, a causa dell’azione di alcuni islamisti
provenienti dalla Tanzania o transitati attraverso tale Paese. La violenza, che
iniziò in quell’anno, si è poi aggravata a partire dal 2020. I gruppi
armati, composti prevalentemente da adolescenti e giovani e raggruppati
nell’Ahlu Sunna Wa Jama (ASWJ), associato allo Stato islamico, si
ispirano all’ideologia della jihad e sognano di instaurare il Califfato. Ci
sono stati e continuano ad esserci episodi di decapitazione di cristiani.
Sebbene le cause profonde del conflitto siano numerose e complesse, non
possiamo dimenticare che la religione, purtroppo, viene oggi usata da alcuni in
maniera abusiva”.
Il cardinale ha notato che “per secoli le diverse
religioni, in particolare il Cristianesimo e l’Islam, hanno convissuto in
Mozambico in pace, armonia e rispetto reciproco. Oggi in Cabo Delgado, i
terroristi sfruttano la povertà, la disoccupazione, il diffuso risentimento
contro lo sfruttamento delle ingenti risorse locali che non apporta benefici
visibili alla popolazione locale, le tensioni etniche e politiche, ecc. per
attrarre i giovani”.
Anzi – ha aggiunto – “la popolazione musulmana locale,
che costituisce la maggioranza della provincia di Cabo Delgado, si è opposta
alla strumentalizzazione della religione, ma non mancano al suo interno
crescenti simpatie per il movimento jihadista. Le moschee stanno
progressivamente subendo un processo di radicalizzazione. La popolazione,
soprattutto i cristiani e anche i musulmani moderati, vivono con paura e
dolore. Alcuni dei nostri fedeli cattolici hanno affrontato la morte senza
rinnegare la fede in Gesù crocifisso e risorto”.
Il cardinale ha poi parlato con commozione del lavoro
della Chiesa sul campo, che non ha abbandonato le persone e ha avviato una
grande azione umanitaria. Il cardinale ha fatto in particolare riferimento al
servizio “concreto ed efficiente” della Caritas diocesana di Pemba.
Terrasanta, il nunzio nota che i cristiani non si
arrendono
In una intervista ai media vaticani a seguito
dell’incendio doloso dell’albero di Natale di Jenin, in Giordania, il nunzio in
Israele, l’arcivescovo Adolfo Tito Yllana, ha ribadito la condanna di un
atto “che non aiuta la convivenza”, laddove cristiani (ortodossi e cattolici)
vivono assieme.
Il nunzio ha affermato che i cristiani sono chiamati ad
accogliere Gesù, cosicché “tutti, coloro che sono vicini e anche chi è più
lontano, possano vedere come noi cristiani siamo riempiti della gloria, della
gioia, che ci porta il dono dell’amore del Padre”.
Nigeria, liberi gli alunni rapiti nell’assalto ad una
scuola cattolica
I 130 alunni rapiti nell’assalto alla scuola cattolica
St. Mary di Papiri, in Nigeria, sono stati liberati il 21 dicembre. L’attacco
alla chiesa, che si trova nello stato nigeriano di Niger, nella Nigeria
centro-settentrionale, era avvenuto il 21 novembre.
In u comunicato diffuso dall’agenzia del Dicastero
dell’Evangelizzazione Fides, la diocesi di Kontagora si è detta “profondamente
grati al governo federale della Nigeria, al governo dello Stato del Niger, alle
agenzie di sicurezza e a tutti gli altri partner i cui sforzi e interventi
hanno contribuito al ritorno sane e salve delle vittime”, e ha espresso “il
nostro sincero apprezzamento ai genitori, agli insegnanti, al clero, alle
comunità religiose, alle organizzazioni umanitarie e al pubblico in generale per
le loro preghiere, il loro sostegno e la loro solidarietà durante questo
periodo difficile” continua il comunicato firmato da don Jatau Luka Joseph,
Segretario diocesano.
Le autorità non hanno rivelato come sia avvenuto il
rilascio né se siano stati pagati riscatti e nemmeno chi siano gli autori del
rapimento di massa.
Nel suo comunicato, la diocesi di Kontagora sottolinea
che “ulteriori aggiornamenti e informazioni, se necessario, saranno comunicati
tempestivamente al pubblico attraverso canali appropriati e autorizzati, per
garantire che tutte le dichiarazioni ufficiali siano accurate, trasparenti e
chiare”. “La Diocesi si impegna a tenere completamente informate tutte le parti
interessate mentre la situazione è ancora in evoluzione”.
Un primo gruppo di 100 ragazzi era stato liberato il 7
dicembre mentre una cinquantina di ragazzi si erano liberati da soli al momento
del sequestro. Aci 27
“La Famiglia, nido e culla di salvezza: quella di Dio”
“Nella luce del Natale del Signore continuiamo a pregare
per la pace, per le famiglie che soffrono a causa della guerra" - Di
Veronica Giacometti
Città del Vaticano. Domenica fra l’ottava di Natale,
festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, Papa Leone XIV si
affaccia alla finestra dello studio, nel Palazzo Apostolico Vaticano, per
recitare l’Angelus con i fedeli in una Piazza San Pietro “illuminata”
dall’albero di Natale e dal presepe. Il sole riscalda i tanti romani e i
pellegrini che sono venuti a salutare il Papa.
“Oggi celebriamo la Festa della Santa Famiglia e la
Liturgia ci propone il racconto della “fuga in Egitto – ricorda subito il
Pontefice - È un momento di prova per Gesù, Maria e Giuseppe. Sul quadro
luminoso del Natale si proietta infatti, quasi improvvisamente, l’ombra
inquietante di una minaccia mortale, che ha la sua origine nella vita
tormentata di Erode, un uomo crudele e sanguinario, temuto per la sua
efferatezza, ma proprio per questo profondamente solo e ossessionato dalla
paura di essere spodestato”.
“Nel suo regno Dio sta realizzando il miracolo più grande
della storia, in cui trovano compimento tutte le antiche promesse di salvezza,
ma questo lui non riesce a vederlo, accecato dal timore di perdere il trono, le
sue ricchezze, i suoi privilegi”, spiega ancora Papa Leone XIV.
“A Betlemme c’è luce, c’è gioia. Ma di tutto ciò niente
riesce a penetrare oltre le difese corazzate del palazzo reale, se non come eco
distorta di una minaccia, da soffocare nella violenza cieca. Proprio questa
durezza di cuore, però, evidenzia ancora di più il valore della presenza e
della missione della Santa Famiglia che, nel mondo dispotico e ingordo che il
tiranno rappresenta, è nido e culla dell’unica possibile risposta di salvezza:
quella di Dio che, in totale gratuità, si dona agli uomini senza riserve e
senza pretese”, commenta il Pontefice prima della preghiera mariana.
“In Egitto, infatti, la fiamma d’amore domestico a cui il
Signore ha affidato la sua presenza nel mondo cresce e prende vigore per
portare luce al mondo intero. Mentre guardiamo con stupore e gratitudine a
questo mistero, pensiamo alle nostre famiglie, e alla luce che pure da esse può
venire alla società in cui viviamo. Il mondo, purtroppo, ha sempre i suoi
“Erode”, i suoi miti di successo ad ogni costo, di potere senza scrupoli, di
benessere vuoto e superficiale, e spesso ne paga le conseguenze in solitudine,
disperazione, divisioni e conflitti. Non lasciamo che questi miraggi soffochino
la fiamma dell’amore nelle famiglie cristiane. Al contrario, custodiamo in esse
i valori del Vangelo: la preghiera, la frequenza ai sacramenti – specialmente
la Confessione e la Comunione – gli affetti sani, il dialogo sincero, la
fedeltà, la concretezza semplice e bella delle parole e dei gesti buoni di ogni
giorno”, è questo l’invito di Papa Leone nella Festa dedicata alla famiglia.
Subito dopo la recita dell’Angelus, il Papa passa ai
consueti saluti. Saluti i gruppi presenti, come gli scout di Treviso e tanti
altri. “Nella luce del Natale del Signore continuiamo a pregare per la pace,
per le famiglie che soffrono a causa della guerra, per i bambini, gli anziani e
le persone fragili. Affidiamoci alla Santa Famiglia di Nazareth”, conclude
infine il Pontefice. Aci 28
Nelle diocesi italiane, si celebra il Natale e si chiude il Giubileo
La necessità della pace al centro delle riflessioni dei
vescovi - Di Cesare Bolla
Roma. Sono state giornate intese quelle vissute nelle
diocesi del mondo in questi giorni per il Natale e, domani, conclusione
dell’anno giubilare a livello diocesano prima della conclusione del Giubileo
che avverrà, con la chiusura della Porta Santa della Basilica di san Pietro il
prossimo 6 gennaio.
“Natale è la vita vera, è accogliere il Signore che rende
bella la nostra vita e ci fa entrare nella storia che non sono i grandi
avvenimenti”, ha detto nell’omelia di Natale l’arcivescovo di Bologna, il card.
Matteo Zuppi: “accogliamo il Verbo che si è fatto carne, perché oggi ci dona
tutto quello che serve per la vita che non finisce e che nessuno può portar
via: resiste al male e crea legami veri, quelli della comunione. Noi cerchiamo
tutti l’amore e il Natale porta solo l’amore. Natale è una risposta, felicità
vera perché ci chiede di vivere per qualcuno che non ci delude. Cambieremo noi
stessi solo se impariamo ad amare Dio”. Il mondo “cerca luce vera, ha desiderio
di futuro, di salvezza, di eterno e di quello che non finisce”, ha aggiunto il
porporato sottolineando che “non si può vivere senza speranza. La speranza
richiede responsabilità e il Natale è la responsabilità di un Figlio, di un
Bambino per accoglierlo e farlo crescere in noi. Siamo oggi uomini del
giorno perché il Verbo, che è il Principio di tutto, si fa visibile. Viene
perché non possiamo vivere disprezzando quello Spirito che abbiamo dentro”. Il
card. Zuppi, nella vigilia di Natale ha anche celebrato messa nella Hall Alta
velocità della Stazione Centrale di Bologna e ha salutato, nel
cortile della Curia, i rappresentanti delle Forze dell’Ordine che garantiscono
la sicurezza anche nella Notte Santa e via radio le pattuglie e centrali
operative di Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e Vigili
del Fuoco. E nel giorno di Natale ha celebrato nella casa
circondariale “Rocco D’Amato” di Bologna e ha partecipato al pranzo con i
più fragili nella chiesa dell’Annunziata organizzato dalla Comunità
di Sant’Egidio della città.
“Siamo stati a Betlemme, là dove è nato il Principe della
pace, il cui regno non ha fine, anche se adesso è un po’ disertata dai
pellegrini e sarebbe, invece, molto importante che riprendessero i
pellegrinaggi. Ma oggi questo invito, Venite adoremus, non ci costringe ad
andare a Betlemme, perché celebriamo anche qui il mistero che ci salva – che
proprio in Betlemme ha avuto origine – e che in ogni momento e situazione della
storia viene accolto, adorato e dona la pace, così come cantano gli angeli”, ha
detto l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini ricordando il recente viaggio dei
vescovi lombardi in terra Santa. E commentando il Vangelo della nascita ricorda
i pastori e l’annuncio che ricevono dall’Angelo: “perché l’angelo del Signore
si presentò proprio a quei pastori che vegliavano nella notte facendo la
guardia al proprio gregge? Io credo – ha detto - che l’angelo abbia visitato
diverse case e luoghi di vita per portare il lieto annuncio. Si presentò,
infatti, in primo luogo nei lussuosi palazzi dei ricchi. Ma i ricchi lo
cacciarono via”. E poi i pastori: “in quella notte, in ogni notte coloro
che ascoltano l’angelo furono così avvolti di luce e il cantico delle schiere
celesti li incantò nella notte”. “Non mandate via gli angeli – il monito del
presule ambrosiano - piuttosto credete all’annuncio della gioia e mettetevi in
cammino per cercare Gesù. Credete alla promessa della gioia: la troverete là
dove abita il Signore, nella parola che viene proclamata, nel silenzio in cui
c’è lo spazio perché l’annuncio possa essere ascoltato, nel mistero che
celebriamo. Ascoltate la voce dell’angelo e credete alla promessa della gioia:
là troverete là dove il Signore vi manda per praticare il suo comandamento, per
amare, servire, perdonare, per annunciare il Principe della pace”. “Siate voi
gli angeli che portano una notizia di vita e un annuncio di gioia perché questo
mondo non muoia di tristezza e di disperazione, ma sia il luogo in cui le donne
e gli uomini imparano a diventare figli di Dio”, ha concluso Delpini che dopo
la celebrazione ha partecipato al pranzo con gli ospiti dell’Opera Cardinal
Ferrari.
“Adoriamo il Signore Gesù, nostro fratello e redentore,
che ci ha permesso di diventare figli di Dio, rendendoci partecipi della sua
natura divina. Ciò che Cristo è per natura, noi uomini, rinati nelle acque del
Battesimo, lo diventiamo per grazia”, ha detto il vescovo di Como, il card.
Oscar Cantoni: “non solo ha restaurato la nostra dignità umana come
immagine di Dio, ma ci ha resi partecipi della sua natura divina, così che un
Padre della Chiesa (s. Atanasio) è giunto all’ardita affermazione che ‘il Figlio
di Dio si è fatto uomo perché noi potessimo essere divinizzati’, ossia capaci
di amare come Dio ama, fino a essere capaci di dare la vita, come ha fatto
Gesù. La divinizzazione consiste per noi nella piena umanizzazione”. Per
giungere a questa meta, è “necessario che il nostro cuore batta all’unisono col
cuore di Gesù. Purifichiamolo da tutto ciò che è orgoglio, che è durezza,
disordine e ogni tiepidezza. Lasciamo che il Signore ci riempia del suo amore
divino, così che né gli avvenimenti quotidiani, né le circostanze della vita
possano riuscire a sconvolgerlo, e nel suo amore, possiamo trovare la nostra
pace, che a nostra volta possiamo comunicare agli altri nostri fratelli e
sorelle in umanità”.
“Mentre volge a conclusione il tempo di grazia dell’anno
giubilare, la divinizzazione della natura umana è fondamento della speranza
cristiana”, ha detto il vescovo di Sora-Cassino-Aquino – Pontecorvo, Gerardo
Antonazzo: la generazione a “figli di Dio” orienta “irrevocabilmente il cammino
di pellegrini verso la meta definitiva: ‘Quando egli si sarà manifestato, noi
saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è’ (1Gv 3,3). Quando
questo si compirà in pienezza, sarà gioia piena e vita eterna. Ogni speranza
sarà compiuta”.
Mentre l’Anno giubilare volge al termine “chiediamoci se
il Natale cristiano ci appartiene ancora o se il nostro Natale è, ormai,
postcristiano, ossia se è il Natale del consumismo, in tutte le sue forme e
declinazioni, il Natale ridotto agli auguri di buone feste o, addirittura, alla
festa delle luci d’inverno”, ha detto il patriarca di Venezia, Francesco
Moraglia aggiungendo che con il Natale cristiano, “l’impossibile accade! Il
Natale cristiano è, quindi, far nostro l’impossibile che accade: Dio si fa uomo
e ci introduce nella logica dell’incarnazione di Betlemme e di Nazareth (non
una teoria astratta), ossia conta chi per il mondo ‘non’ conta”. Per
Moraglia il Natale cristiano è “l’impossibile che si realizza, perché Dio ha
tempo per noi e il Dio cristiano include veramente la creazione volendola
elevare ad un’intimità particolare; Dio, grembo materno e principio
fecondativo. Insieme a loro ci sono i pastori e i Magi. Pur con le differenze
che li caratterizzano, i pastori e i Magi rappresentano i bambini e i poveri
che vengono per primi ad adorare il mistero di Dio che si fa uomo. Importante è
notare come la povertà di spirito – e apertura a Dio – e va al di là ed oltre
quella materiale”. Il Natale – ha quindi detto il patriarca di Venezia - è “il
dono della pace; ciò di cui noi, in questo tempo, abbiamo bisogno e ne
avvertiamo la nostalgia, soprattutto per le guerre a Gaza e in Ucraina, senza
dimenticare le altre 60 guerre che si combattono, oggi, nel mondo, non meno
crudeli di quelli a noi più note; il fatto è che sono più lontane e, quindi,
meno conosciute ma non per questo meno sanguinose”.
“Dio in Gesù si fa carne e noi, uomini e donne di carne,
possiamo comprendere pienamente quanto Dio ci ami, quanto Dio si sia abbassato
per innalzarci, quanto desideri riempirci della sua luce, della sua vita, del
suo amore perché noi, a nostra volta, nella nostra carne portiamo a tutti i
segni concreti della sua vicinanza, del senso che vuol dare alla nostra vita e
alla vita di coloro che incontrandoci devono incontrare Dio”, ha detto il
vescovo di Tivoli e Palestrina, Mauro Parmeggiani: “Se non avessimo Dio che si
è fatto uomo per noi saremmo rimasti come in sospeso anche nella fede. Infatti
Dio si è fatto carne perché ci ha visti assetati di conoscenza, smarriti, pieni
di interrogativi e poveri di risposte plausibili sul senso della vita. Il
Figlio di Dio viene a comunicarci ciò che è assolutamente necessario sapere, se
vogliamo trascorrere razionalmente e consapevolmente i nostri anni”.
“Dio non consegna una teoria, ma una presenza”, ha detto
il vescovo di Vicenza, Giuliano Brugnotto: “la Chiesa ci fa celebrare il Natale
non solo come ricordo commovente di una nascita del passato, ma come annuncio
per l’oggi. Un evangelo – buona notizia – che cambia la misura
della vita”. Quel Bambino “non è soltanto segno di tenerezza; è la maniera
di Dio di prendere parola dentro la nostra carne. Un Dio che non rimane
lontano, non parla da sopra le nuvole, non si protegge con la distanza. Si
espone. E l’esposizione di Dio comincia in un luogo dove nessuno lo
cercherebbe: un riparo di fortuna, come i portici della nostra città o
quelli che salgono a Monte Berico dove c’è sempre qualcuno che trova riparo per
la notte”, ha spiegato il presule.
“Noi viviamo in un mondo che non è più lo stesso dopo la
terza guerra mondiale a pezzi, le ferite non ancora rimarginate delle
alluvioni, il continuo calo demografico, lo spopolamento delle aree interne, i
giovani che migrano per motivi di lavoro e i tanti altri fattori di cambiamento
culturale e sociale”, ha detto il vescovo di Faenza-Modigliana, Mario Toso. In
un tempo di “disillusioni, di promesse allettanti, ma anche cruciali, quali
quelle offerte dall’intelligenza artificiale, il Natale di Gesù, del Figlio di
Dio, è sempre l’occasione di una rinascita, del ritorno in noi stessi, per
uno sguardo disincantato sulle nostre reali condizioni storiche, dal punto di
vista culturale, civile, economico, politico, ecologico, religioso. Il Natale
potrebbe essere l’occasione per un bilancio più realistico sui risultati dei
mancati traguardi nelle alleanze con altri Paesi in vista della pace tanto
invocata, della crisi dello Stato sociale, della democrazia partecipativa e
deliberativa, dell’Unione Europea, del suo ruolo nel mondo”. I credenti per il
loro battesimo sono “chiamati – ha detto Toso - non solo a contemplare la
regalità di Cristo, ma a partecipare ad essa, ad estenderla. Sono
chiamati a servirla e a testimoniarla con la vita. Innanzitutto, vivendo nelle
nostre comunità la pace che Cristo dona a tutti i suoi discepoli”.
“Annunciare e custodire il vero Natale di Gesù è il
“compito” della Chiesa e dei cristiani ha detto il vescovo di Aversa, Antonio
Di Donna. Mettendo in guardia da quelli che “addomesticano” il significato
autentico della “memoria sovversiva” della nascita del Salvatore. Per vivere in
profondità la grandezza i giorni di festività natalizie, bisogna avere il
coraggio di “prendere sul serio” e “attraversare” le “diverse ragioni” che
ostacolano e “svuotano dall’interno questa memoria forte del Natale del Signore”.
Secondo Di Donna, nei Paesi dell’Occidente europeo “Dio è diventato estraneo”
alla vita delle persone, che considerandolo “quasi inutile” lo hanno
“liquidato” e “relegato ai margini”, ridotto ad una “entità impersonale”. Aci
27
Urbi et orbi di Natale: “Cristo Nostra Speranza rimane sempre con noi”
Il primo urbi et orbi di Leone XIV, “Gesù nostra pace,
perché ci libera dal peccato e ci indica la via per uscire dai conflitti”. La
responsabilità via della pace. Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano. Dalla Terrasanta la cui sofferenza ha
ascoltato e toccato con mano fino all’Asia del Sud colpita da calamità
naturali. Dalle tensioni tra Cambogia e Tailandia fino agli appelli per
un’Europa che si ricordi cristiana e un’America Latina nel mezzo dei problemi
sociali e politici, con una menzione speciale per la martoriata ucraina. Nel
suo primo urbi et orbi del giorno di Natale, Leone XIV, come tutti i pontefici,
guarda al mondo intero, rinnova l’appello di pace, e ricorda che Cristo “nostra
speranza rimane sempre con noi”, anche dopo l’Anno Santo che volge al termine,
sottolineando che la via della pace è prima di tutto “la responsabilità”.
Leone XIV ha raggiunto la Loggia delle benedizioni dopo
un passaggio in piazza, in papamobile, per salutare le 3 mila persone che si
erano radunate lì per la Messa, e che sono quasi triplicate mentre si
avvicinava il momento della benedizione urbi et orbi, fino ad un numero di 26
mila persone notificato dalla Sala Stampa della Santa Sede, nonostante la
leggera pioggia.
Con Leone XIV, tornano anche le piccole tradizioni del
Natale, come gli auguri che il Papa proclama dalla Loggia delle Benedizioni in
varie lingue, a testimonianza dell’universalità della Chiesa. Il Papa fa gli
auguri in italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, polacco,
arabo e persino in cinese, prima di concludere con gli auguri in latino, che
resta ancora la lingua della Chiesa. Dieci lingue, poi la preghiera
dell'Angelus e quindi la benedizione.
Leone XIV guarda prima di tutto al dato storico. Nota che
“il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, non viene accolto
e la sua culla è una povera mangiatoia per gli animali”. Perché “il Verbo
eterno del Padre, che i cieli non possono contenere ha scelto di venire nel
mondo così. Per amore ha voluto nascere da donna, per condividere la nostra
umanità; per amore ha accettato la povertà e il rifiuto e si è identificato con
chi è scartato ed escluso”.
La vita del Figlio di Dio è caratterizzata dalla scelta –
nota il Papa – “di non far portare a noi il peso del peccato, ma di portarlo
lui a noi, di farsene carico”. Ma se questo lo poteva fare solo il Figlio di
Dio, noi possiamo “assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità”,
perché, come diceva Sant’Agostino – dice il Papa agostiniano – “Dio, che ci ha
creato senza di noi, non può salvarci senza di noi”, cioè “senza la nostra
libera volontà di amare”.
“Chi non ama non si salva, è perduto”, afferma Leone XIV.
La via della pace è “la responsabilità”, perché “se ognuno di noi – a tutti i
livelli –, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie
mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei
panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso,
allora il mondo cambierebbe”.
Leone XIV sottolinea: “Gesù Cristo è la nostra pace prima
di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire
per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli
internazionali. Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si
può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace”.
E con la grazia di Gesù “possiamo e dobbiamo fare ognuno
la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e
praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”.
La panoramica dello “stato del mondo” comincia con il
saluto a “tutti i cristiani, in modo speciale quelli che vivono nel Medio
Oriente”. Il Papa ricorda il suo viaggio in Libano, dice di aver ascoltato le
paure dei cristiani che vivono là e di “conoscere bene il loro sentimento di
impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano”.
Leone XIV invoca “giustizia, pace e stabilità” per
Libano, Palestina, Israele e la Siria. Affida al principe della pace “tutto il
continente europeo”, chiedendo allo stesso tempo di “continuare a ispirarvi uno
spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla
sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno”.
Leone XIV invita a pregare “in modo particolare per il
martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti
coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il
coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”, ma chiede anche
“pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo,
specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa
dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del
terrorismo”.
Leone XIV guarda ai conflitti in Sudan, nel Sud Sudan, in
Mali, in Burkina Faso e in Repubblica Democratica del Congo (ma senza
menzionare la difficile situazione in Nigeria). Cita in modo particolare la
situazione ad Haiti, facendo appello perché “cessi ogni forma di violenza nel
Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione”.
Quindi, si sofferma sull’America Latina, chiede che
“quanti hanno responsabilità politiche” nel subcontinente siano ispirati
“perché, nel far fronte alle numerose sfide, sia dato spazio al dialogo per il
bene comune e non alle preclusioni ideologiche e di parte”.
Il Papa poi porta attenzione sul Myanmar, prega per “un
futuro di riconciliazione” nel Paese, che “ridoni speranza alle giovani
generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni
quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani”.
Al Principe della Pace, Leone XIV chiede “che si restauri
l’antica amicizia tra Tailandia e Cambogia e che le parti coinvolte continuino
ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace”, e gli affida anche “le
popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Oceania, provate duramente dalle
recenti e devastanti calamità naturali, che hanno colpito duramente intere
popolazioni”.
Ma se la responsabilità è la via della pace, allora va
rinnovato “con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre”,
perché “nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima
con ognuno di noi”.
E allora Gesù si immedesima “con chi non ha più nulla e
ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla
povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per
cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano
il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il
lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un
impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è
in carcere e spesso vive in condizioni disumane”.
Infine, il Papa sottolinea che “tra pochi giorni
terminerà l’Anno giubilare. Si chiuderanno le Porte Sante, ma Cristo, nostra
speranza, rimane sempre con noi! Egli è la Porta sempre aperta, che ci
introduce nella vita divina. È il lieto annuncio di questo giorno: il Bambino
che è nato è il Dio fatto uomo; egli non viene per condannare, ma per salvare;
la sua non è un’apparizione fugace, egli viene per restare e donare sé stesso.
In Lui ogni ferita è risanata e ogni cuore trova riposo e pace”. aci 25
Natale: "Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni
persona"
Il Papa nell'omelia della Messa delle Notte di Natale:
" La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo
in ogni vita nascente" - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. Papa Leone XIV ha presieduto questa
sera nella Basilica Vaticana, per la prima volta nel suo pontificato, la Messa
della Notte di Natale.
“In questa notte – ha esordito il Papa nell’omelia,
citando la Scrittura -il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande
luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. Oggi
– ha aggiunto Papa Leone – “viene Colui senza il quale non saremmo stati mai.
Vive con noi chi per noi dà la sua vita, illuminando di salvezza la nostra
notte. Non esiste tenebra che questa stella non rischiari, perché alla sua luce
l’intera umanità vede l’aurora di una esistenza nuova ed eterna. È il Natale di
Gesù, l’Emmanuele”.
“Nel Figlio fatto uomo – ha osservato - Dio non ci dona
qualcosa, ma Sé stesso. Nasce nella notte Colui che dalla notte ci riscatta: la
traccia del giorno che albeggia non è più da cercare lontano, negli spazi
siderali, ma chinando il capo, nella stalla accanto. Il chiaro segno dato al
mondo buio è infatti un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia
Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in
basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza
del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello
Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce. È divino il
bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con
tutti i suoi fratelli. La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta
a vedere l’uomo in ogni vita nascente. Per illuminare la nostra cecità, il
Signore ha voluto rivelarsi da uomo all’uomo, sua vera immagine, secondo un
progetto d’amore iniziato con la creazione del mondo”.
“Finché la notte dell’errore oscura questa provvidenziale
verità, allora - ha detto ancora il Papa citando Benedetto XVI -non c’è neppure
spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri. Così
attuali, le parole di Papa Benedetto XVI ci ricordano che sulla terra non c’è
spazio per Dio se non c’è spazio per l’uomo: non accogliere l’uno significa non
accogliere l’altro. Invece là dove c’è posto per l’uomo, c’è posto per Dio:
allora una stalla può diventare più sacra di un tempio e il grembo della
Vergine Maria è l’arca della nuova alleanza”.
“Ammiriamo- è l’invito di Leone XIV-, la sapienza del
Natale. Nel bambino Gesù, Dio dà al mondo una vita nuova: la sua, per tutti.
Non un’idea risolutiva per ogni problema, ma una storia d’amore che ci
coinvolge. Davanti alle attese dei popoli Egli manda un infante, perché sia
parola di speranza; davanti al dolore dei miseri Egli manda un inerme, perché
sia forza per rialzarsi; davanti alla violenza e alla sopraffazione Egli
accende una luce gentile che illumina di salvezza tutti i figli di questo mondo”.
“Mentre un’economia distorta – ha ammonito il Papa
nell’omelia - induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi,
rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio
per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni
schiavitù. Ci basterà questo amore, per cambiare la nostra storia? La risposta
viene appena ci destiamo, come i pastori, da una notte mortale alla luce della
vita nascente, contemplando il bambino Gesù. Sopra la stalla di Betlemme, dove
Maria e Giuseppe, pieni di stupore, vegliano il Neonato, il cielo stellato
diventa «una moltitudine dell’esercito celeste». Sono schiere disarmate e
disarmanti, perché cantano la gloria di Dio, della quale la pace è
manifestazione in terra: nel cuore di Cristo, infatti, palpita il legame che
unisce nell’amore il cielo e la terra, il Creatore e le creature”.
“Ora che il Giubileo – ha concluso il Pontefice - si
avvia al suo compimento, il Natale è per noi tempo di gratitudine e di
missione. Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al
mondo. La contemplazione del Verbo fatto carne suscita in tutta la Chiesa una
parola nuova e vera: proclamiamo allora la gioia del Natale, che è festa della
fede, della carità e della speranza. È festa della fede, perché Dio diventa
uomo, nascendo dalla Vergine. È festa della carità, perché il dono del Figlio
redentore si avvera nella dedizione fraterna. È festa della speranza, perché il
bambino Gesù la accende in noi, facendoci messaggeri di pace. Con queste virtù
nel cuore, senza temere la notte, possiamo andare incontro all’alba del giorno
nuovo”.
Prima di iniziare la Messa, Papa Leone - che per la prima
volta dall'inizio del pontificato ha indossato la fascia bianca con il suo
stemma papale ricamato - si era recato sul sagrato della Basilica per salutare
e benedire i fedeli che non sono potuti entrare all’interno per seguire la
Messa.
"La Basilica di San Pietro - ha detto il Papa - è
molto grande, ma purtroppo non è abbastanza grande da accogliere tutti voi.
Tante grazie per essere venuti qui questa sera. Vogliamo celebrare
insieme la festa di Natale. Gesù Cristo che è nato per noi ci porta la
pace, ci porti l’amore di Dio". Aci 24
L'albero di Natale, simbolo cristiano
La storia dell'albero di Natale, albero della vita,
simbolo del Sacro Legno della Croce - Di Antonio Tarallo
Roma. Luci, profumi, colori, sentimenti soprattutto, che
si mescolano e che rivivono ogni otto dicembre in quell’albero - sia esso
piccolo o grande, vero o finto - che non può mancare in ogni casa: è l’albero
di Natale che accompagnerà le nostre festività, che vedrà famiglie riunite a
celebrare la Natività di Gesù Bambino. Di solito, posto vicino al
presepe, simbolo - per tutti - cristiano. Ma anche l’albero non è da meno in
merito al simbolismo cristiano: ciò non sempre si ricorda, pensando che sia
semplicemente una tradizione cosiddetta “pagana”. Eppure, proprio quell’abete
evoca sia l’albero della vita piantato al centro dell’Eden, sia l’albero della
croce di Cristo. Secondo tradizioni nordiche, addirittura, l’albero deve essere
ornato con mele (in ricordo dell’albero dell’Eden) e ostie (simbolo di Cristo
fatto carne) sospese ai verdi rami; inoltre, tra i doni posti sotto l’albero,
non dovrà mancare il dono per i poveri.
In fondo, se volessimo fare un enorme salto nella storia,
fin dall’antico Egitto proprio l’abete veniva considerato l’albero della
natività, pianta sotto cui era nato il dio di Biblos. In Grecia l’abete era
l’albero sacro di Artemide, protettrice delle nascite. Presso le popolazioni
dell’Asia settentrionale, l’abete era considerato l’albero cosmico, piantato in
mezzo all’Universo. Il significato cristiano dell’albero di Natale ha
un’origine propria che risale ad una tradizione medievale, le rappresentazioni
dei misteri che si svolgevano per le feste più importanti del calendario
religioso: ci sono i “Misteri pasquali” e quelli di Natale.
Riguardo a quest’ultimi, durante la Santa Notte della
Veglia del 24 dicembre, si metteva in scena, davanti ai portali delle chiese,
la storia del peccato originale nel Paradiso. Nella Bibbia, come sappiamo bene,
non viene certamente indicata la specie dell’albero; ogni nazione identificava
l’albero del peccato originale con le piante locali. Fu in Germania che nacque
la tradizione dell’abete: ovviamente, in quel periodo dell’anno, era assai
difficile trovare un melo in fiore e così la scelta cadde su un albero
sempreverde, l’abete appunto.
A questo si decise di appendere delle mele (quelle che
poi più avanti saranno le nostre “palle di Natale”) per dare all’albero
l’immagine della pianta dell’Eden. Così questo tipo di rappresentazione conferì
all’albero di Natale il suo significato cristiano: nella notte del Natale il
peccato dell’uomo è stato espiato per mezzo dell’incarnazione di Cristo.
Inoltre, poiché l’abete è una pianta sempreverde,
simbolicamente ci riconduce al Figlio dell’uomo, “il Vivente”: è Gesù
l’autentico “Albero della vita” (Ap 2,7). Fin qui il Vecchio Testamento, ma
anche nel Nuovo, troviamo riferimenti all’albero: in San Giovanni, ad esempio,
nel libro dell’Apocalisse al capitolo ventidue, con allusione al costato
trafitto di Cristo, riporta in visione: “In mezzo alla piazza della città
[santa] e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà
dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a
guarire le nazioni”: è l’allegoria dell’albero della vita che simboleggia la
Croce; le sue foglie, divengono così simbolo della universalità della
salvezza.
Ma se comunemente si fa risalire alla tradizione
dell’albero di Natale alla Germania dei Misteri, delle sacre rappresentazioni,
la storia risulterebbe incompleta se non si facesse riferimento a una leggenda
che coinvolge San Bonifacio, il santo nato in Inghilterra intorno al 680, che
evangelizzò le popolazioni germaniche. Si narra, infatti, che Bonifacio
affrontò i pagani riuniti presso la Sacra Quercia del Tuono di Geismar per
adorare il dio Thor. Il santo, con un gruppo di discepoli, arrivò nella foresta
e, mentre si stava per compiere un rito sacrificale umano intorno proprio a
tale quercia, gridò: “Questa è la vostra Quercia del Tuono e questa è la croce
di Cristo che spezzerà il martello del falso dio Thor”; e così, presa un’ascia,
cominciò a colpire l'albero fino a quando un forte vento fece cadere l’albero,
spezzandolo in quattro parti. Dietro, l'imponente quercia, vi era un giovane
abete verde. Aci 23
Leone XIV: “formazione integrale antidoto agli abusi”
Nella sua nuova lettera apostolica, Leone XIV esorta i
preti ad uno "stile sinodale", chiedendo più collaborazione con i
laici, perché il sacerdozio non è "una leadership esclusiva".
"Vergogna per gli abusi", serve formazione integrale – di M.Michela
Nicolais
“In questi ultimi decenni, la crisi della fiducia nella
Chiesa suscitata dagli abusi commessi da membri del clero, che ci riempiono di
vergogna e ci richiamano all’umiltà, ci ha reso ancora più consapevoli
dell’urgenza di una formazione integrale che assicuri la crescita e la maturità
umana dei candidati al presbiterato, insieme con una ricca e solida vita
spirituale”. Lo scrive Leone XIV, nella lettera apostolica “Una fedeltà che
genera futuro”, scritta in occasione del 60° anniversario dei decreti conciliari
Optatam totius e Presbyterorum ordinis. “Tutti i presbiteri sono chiamati a
curare sempre la propria formazione, per mantenere vivo
il dono di Dio ricevuto con il sacramento dell’Ordine”,
l’appello del documento, in cui si sottolinea l’importanza della “fraternità
presbiterale” e a “superare la tentazione dell’individualismo”: “nessun pastore
esiste da solo” e “non può esistere un ministero slegato dalla comunione con
Gesù Cristo e con il suo corpo, che e la Chiesa”. La fraternità sacerdotale,
quindi, “va considerata come elemento costitutivo dell’identità dei ministri,
non solo come un ideale o uno slogan, ma come un aspetto su cui impegnarsi con
rinnovato vigore”.
Seminario sia “scuola degli affetti”. Il tema della
formazione, per il Papa, è centrale anche per far fronte al fenomeno di coloro
che, dopo qualche anno o anche dopo decenni, abbandonano il ministero: “questa
dolorosa realtà non è da interpretare solo in chiave giuridica, ma chiede di
guardare con attenzione e compassione alla storia di questi fratelli e alle
molteplici ragioni che hanno potuto condurli a una tale decisione. E la
risposta da dare è anzitutto un rinnovato impegno formativo”. Di conseguenza,
“il seminario, in qualunque modalità sia pensato, dovrebbe essere una scuola
degli affetti”: di qui l’invito ai seminaristi a “un lavoro interiore sulle
motivazioni che coinvolga tutti gli aspetti della vita”, perché “solo
presbiteri e consacrati umanamente maturi e spiritualmente solidi possono
assumere l’impegno del celibato e annunciare in modo credibile il Vangelo del
Risorto”. No, allora, a “narcisismo ed egocentrismo”, perché “comunione,
sinodalità e missione non si possono realizzare se, nel cuore dei sacerdoti, la
tentazione dell’autoreferenzialità non cede il passo alla logica dell’ascolto e
del servizio”.
Solidarietà tra parrocchie ricche e povere. “In parecchie
nazioni e diocesi, non e ancora assicurata la necessaria previdenza per le
malattie e l’anzianità”, denuncia il Papa, raccomandando la perequazione
economica “tra quanti servono parrocchie povere e coloro che svolgono il
ministero in comunità benestanti”. “La cura reciproca, in particolare
l’attenzione verso i confratelli più soli e isolati, nonché quelli infermi e
anziani, non può essere considerata meno importante di quella nei confronti del
popolo che ci e affidato”, scrive Leone XIV, che stigmatizza le “derive della
solitudine” ed esprime l’auspicio che “in tutte le Chiese locali possa nascere
un rinnovato impegno a investire e promuovere forme possibili di vita comune”,
nell’ottica di una Chiesa sinodale. “In un tempo di grandi fragilità, tutti i
ministri ordinati sono chiamati a vivere la comunione tornando all’essenziale e
facendosi prossimi alle persone, per custodire la speranza che prende volto nel
servizio umile e concreto”, l’altra indicazione papale, insieme a quella di
valorizzare il diaconato permanente.
Collaborazione tra preti e laici. “Il rapporto con il
vescovo, la fraternita con gli altri presbiteri, il rapporto con i fedeli
laici”, le tre coordinate dell’identità sacerdotale. “Anziché primeggiare o
concentrare tutti i compiti in se stessi”, i preti “devono scoprire con senso
di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono
concessi ai laici”. In questo campo, per Leone XIV, “c’e ancora tanto da fare”:
no, allora, al modello di sacerdozio come “una leadership esclusiva, che determina
l’accentramento della vita pastorale e il carico di tutte le responsabilità
affidate a lui solo, tendendo verso una conduzione sempre più collegiale, nella
cooperazione tra i presbiteri, i diaconi e tutto il Popolo di Dio, in quel
vicendevole arricchimento che e frutto della varietà dei carismi suscitati
dallo Spirito Santo”.
Vigilare sull’esposizione mediatica. “Mentalità
efficientista” e “quietismo” sono le due tentazioni opposte da cui i preti
devono guardarsi i preti “nel nostro mondo contemporaneo, caratterizzato da
ritmi incalzanti e dall’ansia di essere iperconnessi”. Nella lettera
apostolica, Leone XIV mette in guardia inoltre da “ogni personalismo e ogni
celebrazione di se stessi, nonostante l’esposizione pubblica cui talvolta il
ruolo può obbligare”. In questo contesto, “l’esposizione mediatica, l’uso dei
social network e di tutti gli strumenti oggi disponibili va sempre valutato
sapientemente, assumendo come paradigma del discernimento quello del servizio
all’evangelizzazione”. “In ogni situazione, i presbiteri sono chiamati a dare
una risposta efficace, tramite la testimonianza di una vita sobria e casta,
alla grande fame di relazioni autentiche e sincere che si riscontra nella
società contemporanea”, l’altra indicazione di rotta per una “rinnovata
Pentecoste vocazionale nella Chiesa”, perché “non c’è futuro senza la cura di
tutte le vocazioni”. Sir 22
San Giuseppe ci mostra la via della piena realizzazione. IV Domenica di
Avvento
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. La Chiesa, in questa ultima domenica di Avvento,
propone alla nostra riflessione il brano che racconta “l’annuncio dell’Angelo”
a san Giuseppe. E’ una pagina che ci introduce nel cuore di un uomo che si
trova ad affrontare una prova dolorosa: la ‘mirabile’ maternità di Maria. Non
sa come comportarsi e vive un vero dramma interiore fatto di silenzio, di
interrogativi e di sofferenza. San Giovanni Paolo II, nell’Esortazione
Apostolica Redemptoris Custos, illumina questo travaglio proponendo due differenti
interpretazioni. La prima è conosciuta come la tesi del “sospetto”. Secondo
questa lettura, Giuseppe, non conoscendo l’origine della gravidanza di Maria,
avrebbe avuto il sospetto di un tradimento. Tuttavia, il Vangelo ci dice che
era un uomo giusto (Mt 1.19). Pur in preda alla delusione, poiché voleva bene
alla sua promessa sposa giunse alla determinazione di interpretare ed applicare
la legge ebraica con amore. E, così, per non esporre Maria alla pubblica
ignominia prese la decisione di licenziarla in segreto.
L’altra interpretazione, chiamata “rispetto”, ci offre
una chiave di lettura più profonda. Secondo questa tesi, Maria avrebbe
confidato a Giuseppe il mistero della sua divina maternità. Giuseppe le crede,
ma proprio per questo si sente piccolo, inadeguato, indegno di partecipare alla
missione e dignità di Maria. Come Mosè davanti al roveto ardente, egli si
toglie idealmente i sandali e non osa avvicinarsi: è sconvolto e quasi
schiacciato dalla grandezza dell’evento. che si sta rivelando davanti ai suoi
occhi
La sua decisione di farsi da parte rivela che Giuseppe
non era ancora a conoscenza del progetto che Dio aveva pensato per lui. Sarà
l’angelo, nel sogno, a svelargli la sua missione: “Non temere di prendere con
te Maria, tua sposa”. Con queste parole Dio affida a Giuseppe un compito
altissimo: accogliere Maria come sposa, dare il nome al bambino, diventare il
custode del Figlio di Dio fatto carne. Giuseppe, dunque, si trova a doversi
confrontare con un evento imprevedibile e nient’affatto a misura della ragione
umana. Come reagisce? Non discute, non pone condizioni. Si fida. Semplicemente:
“Fece come gli aveva ordinato l’angelo”. Il Concilio Vaticano II ci ricorda che
a "A Dio che rivela è dovuta 'l'obbedienza della fede, per la quale l'uomo
si abbandona totalmente e liberamente a Dio, prestandogli il pieno ossequio
dell'intelletto Queste parole si applicano perfettamente a san Giuseppe. La sua
fede lo porta a fidarci completamente di Dio e ad accogliere la sua volontà,
anche se questa lo conduce per vie che non aveva previsto né immaginato.
Così Giuseppe realizza il progetto di Dio su di lui:
essere lo sposo della vergine Maria e custode del Figlio di Dio. A prima
vista il suo atteggiamento - a noi che siamo imbevuti di una mentalità che
esalta l’autonomia e l’autosufficienza - può suscitare una reazione negativa.
In realtà, Giuseppe ci mostra la via della vera libertà e della piena
realizzazione. Nessuno di noi esiste per caso. Ognuno è voluto da Dio, il quale
dimostra tanta fiducia in noi da affidarci una missione che coinvolge non solo
la riuscita della nostra vita, ma anche quella dei nostri fratelli.
Scoprire e accogliere la volontà di Dio non significa
rinunciare alla libertà, ma darle un senso vero, autentico. Solo vivendo la
nostra vocazione possiamo essere davvero felici. Giuseppe, nel momento in cui
comprende lo scopo della sua esistenza, risponde senza esitazioni. La sua vita
diventa un dono, un servizio, un atto d’amore. Con la sua scelta silenziosa e
coraggiosa, san Giuseppe ci insegna che la vita ci è data per amare Dio e i
fratelli. È questo il segreto della sua grandezza silenziosa ed è questa la
strada che il Signore indica anche a noi, perché impariamo, come lui a fidarci
di Dio e a dire, con la vita, il nostro “sì”.
Da ultimo, merita attenzione anche un particolare spesso
trascurato, ma di grande importanza. L’angelo non si limita a dire a Giuseppe
che dovrà imporre il nome al figlio di Maria, ma gliene spiega anche il
significato profondo: “Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo
dai suoi peccati”. Nulla, in questo annuncio, è casuale o secondario. Nel mondo
biblico, imporre il nome significa riconoscere una missione e assumerne la
responsabilità. Nel momento in cui Giuseppe dà al bambino il nome di Gesù – che
significa “Dio salva” – egli diventa il primo a proclamare ufficialmente la
Buona Novella. Annncia: Dio è presente in mezzo al suo popolo come Salvatore.
Prima ancora che Gesù inizi la sua vita pubblica, è Giuseppe, nel silenzio
della sua obbedienza, ad annunciare al mondo la salvezza che viene da Dio. In
questo gesto semplice e decisivo si rivela ancora una volta la grandezza della
sua vocazione. Attraverso l’esercizio della paternità, san Giuseppe entra in
modo unico nel mistero della redenzione. Come insegna san Giovanni Paolo II,
egli coopera, nella pienezza dei tempi, al grande disegno salvifico di Dio ed è
davvero “ministro della salvezza”. Senza parole, senza clamore, ma con la
fedeltà concreta e quotidiana di chi accoglie fino in fondo la volontà di Dio,
san Giuseppe diventa parte viva dell’opera con cui il Signore salva il suo
popolo. Aci 21
Leone XIV, è possibile essere amici nella Curia Romana? Si agendo in
Comunione per la Missione
Lo scambio di auguri del Papa con la Curia Romana,
mettere Cristo al centro - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. Un saluto speciale per il cardinale
decano da parte del Papa per lo scambio di auguri alla Curia Romana ricorda
ovviamente Papa Francesco che ha incoraggiato a "rimettere al centro la
misericordia di Dio, a dare maggiore impulso all’evangelizzazione, ad essere
Chiesa lieta e gioiosa, accogliente verso tutti, attenta ai più poveri".
Il Papa parla della missione e della comunione rileggendo
la Esortazione apostolica Evangelii gaudium.
"La Chiesa è per sua natura estroversa, rivolta
verso il mondo, missionaria" ha detto il Papa. Sfide sempre nuove e lo
"stato di missione deriva dal fatto che Dio stesso, per primo, si è messo
in cammino verso di noi e, nel Cristo, ci è venuto a cercare".
L'esodo di Dio è nel mistero del Natale "la missione
del Figlio consiste nella sua venuta nel mondo Così, la missione di Gesù sulla
terra, prolungata nello Spirito Santo in quella della Chiesa, diventa criterio
di discernimento per la nostra vita, per il nostro cammino di fede, per le
prassi ecclesiali, come pure per il servizio che svolgiamo nella Curia
Romana".
Strutture che non appesantiscono, ma un lavoro
missionario: "Anche il lavoro della Curia dev’essere animato da questo
spirito e promuovere la sollecitudine pastorale al servizio delle Chiese
particolari e dei loro pastori. Abbiamo bisogno di una Curia Romana sempre più
missionaria, dove le istituzioni, gli uffici e le mansioni siano pensati
guardando alle grandi sfide ecclesiali, pastorali e sociali di oggi e non solo
per garantire l’ordinaria amministrazione".
Ma per questo serve la comunione dice il Papa infatti
"il Natale ci ricorda che Gesù è venuto a rivelarci il vero volto di Dio
come Padre, perché potessimo diventare tutti suoi figli e quindi fratelli e
sorelle tra di noi".
Una nuova umanità quindi "non più fondata sulla
logica dell’egoismo e dell’individualismo, ma sull’amore vicendevole e sulla
solidarietà reciproca. Questo è un compito quanto mai urgente ad intra e ad
extra".
E attenzione alla "apparente tranquillità" con
"i fantasmi della divisione". Il Papa teme "la tentazione di
oscillare tra due estremi opposti: uniformare tutto senza valorizzare le
differenze o, al contrario, esasperare le diversità e i punti di vista
piuttosto che cercare la comunione. Così, nelle relazioni interpersonali, nelle
dinamiche interne agli uffici e ai ruoli, o trattando le tematiche che
riguardano la fede, la liturgia, la morale e altro ancora, si rischia di cadere
vittime della rigidità o dell’ideologia, con le contrapposizioni che ne
conseguono".
Ma ovviamente la Chiesa di Cristo è cosa diversa.
"in Cristo, pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola: “In Illo
uno unum”. Siamo chiamati, anche e soprattutto qui nella Curia, ad essere
costruttori della comunione di Cristo, che chiede di prendere forma in una
Chiesa sinodale".
Papa Leone XIV sa anche che ci sono amarezze che portano
ad una domanda: "è possibile essere amici nella Curia Romana? Avere
rapporti di amichevole fraternità? Nella fatica quotidiana, è bello quando
troviamo amici di cui poterci fidare, quando cadono maschere e sotterfugi,
quando le persone non vengono usate e scavalcate, quando ci si aiuta a vicenda,
quando si riconosce a ciascuno il proprio valore e la propria competenza,
evitando di generare insoddisfazioni e rancori".
Serve una conversione che "diventa un segno anche ad
extra, in un mondo ferito da discordie, violenze e conflitti, in cui assistiamo
anche a una crescita di aggressività e di rabbia, non di rado strumentalizzate
dal mondo digitale come dalla politica".
Ecco che il lavoro della Curia va pensato anche in questo
orizzonte ampio. "Siamo discepoli e testimoni del Regno di Dio, chiamati
ad essere in Cristo lievito di fraternità universale, tra popoli diversi,
religioni diverse, tra le donne e gli uomini di ogni lingua e cultura. E questo
avviene se noi per primi viviamo come fratelli e facciamo brillare nel mondo la
luce della comunione".
E per questo serve mettere "Cristo al centro".
Così il Papa parla del Giubileo e dei 1700 anni del
Concilio di Nicea il Vaticano II "che fissando lo sguardo su Cristo ha
consolidato la Chiesa e l’ha sospinta incontro al mondo, in ascolto delle gioie
e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini d’oggi".
Il Papa poi ricorda l’Esortazione apostolica Evangelii
nuntiandi, scritta dopo la terza Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei
Vescovi. E si arriva al Sinodo e che tutta la Chiesa deve evangelizzare,
e che «la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata
in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al
prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione»
".
Il Papa conclude: "l’opera di ciascuno è importante
per il tutto, e la testimonianza di una vita cristiana, che si esprime nella
comunione, è il primo e più grande servizio che possiamo offrire" e con le
parole di Bonhoeffer conclude: "«Dio non si vergogna della bassezza
dell’uomo, vi entra dentro. [...] Dio ama ciò che è perduto, ciò che non è
considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto»".
Sono anchei temi di cui con ogni probabilità si parlerà
nel Concistoro straordinario del 7 e 8 gennaio, comunione e missione rapporto
tra Curia e Chiesa universale, testimonianza cristiana atraverso la preghiera e
la liturgia.
Nel clima di famiglia del Natale il decano della Curia il
cardinale Re porge gli auguri di Curia, Governatorato e diocesi. Le prime
parole di vostra santità hanno scaldato i cuori dice e parla del tanto tempo
dedicato agli incontri e alla forza del richiamo alla pace, e lo slancio al
Giubileo.
Il cardinale ricorda il Giubileo dei giovani con ragazzi
che arrivavano anche dai paesi in guerra. Re parla della visita in Turchia e
Libano con l'impulso all'ecumenismo e il ricordo del Concilio, bussola per
nostro tempo, dice.
Il Papa ha regalato a tutti il libro La pratica della
presenza di Dio di cui aveva parlato in aereo di ritorno dal suo primo
viaggio apostolico. Aci 21
La Presenza di Dio anche in cucina a Natale
Lo stile monastico per vivere la santità del Natale - Di
Caterina Maniaci
Città del Vaticano. Che siano avvolti da spire di
neve bianche e morbide o che sui loro tetti, campanili, giardini,
chiostri brilli un tiepido sole invernale il Natale dei conventi, monasteri,
abbazie conserva un sapore antico e forte. Luoghi da riscoprire, o da scoprire,
in cui vivere il senso di una festa che, anno dopo anno, viene
letteralmente ricoperta da strati di inutili luccichii, di oggetti costosi e
superflui, di discorsi melensi e parole che suonano false appena pronunciate. E
in mezzo a tutto questo caos quasi isterico si fa strada il desiderio, la
nostalgia di silenzio, di accoglienza, di bellezza, di preghiera, di Mistero.
Così, come per seguire una via controcorrente, spinti da
quei desideri chiusi nel cuore si percorrono le strade dei pellegrini e si
bussa alle porte dei monasteri, dei conventi, delle abbazie, magari dopo aver
letto pagine che dischiudono alla visione dei loro tesori.
E’ l’esperienza che, dalla solitudine monastica allo
spazio interiore quotidiano, si dipana tra le pagine di un libro straordinario,
appena rieditato dalla Libreria Vaticana Editrice. Un regalo nel
significato più profondo del termine. Opera che papa Leone XIV ha indicato
come ‘esemplare’ per la sua vita spirituale per molti anni: La pratica
della presenza di Dio, scritto da fra Lorenzo della Risurrezione, al secolo
Nicolas Herman, un religioso carmelitano francese vissuto nel Seicento. Di famiglia
contadina, si arruola nell’esercito durante la Guerra dei Trent’anni. A 26 anni
cambia completamente e sceglie la vita religiosa, entrando nel convento dei
carmelitani di Parigi. Conduce una vita semplice, lavorando come cuoco per la
sua comunità. Il suo libro postumo, appunto “La pratica della presenza di
Dio” , lo ha reso noto in tutto il mondo. Un vero e proprio
classico della spiritualità cristiana, nel quale la vita umana viene vissuta
esattamente davanti alla presenza di Dio, nell'affidamento completo lungo le
pratiche quotidiane.
Ed è proprio il Pontefice, nella prefazione allo scritto,
a ricordare e sottolineare il ruolo centrale che esso ha assunto
per lui stesso: “Come ho avuto modo di dire, insieme agli scritti di
Sant’Agostino ed altri libri, questo è uno dei testi che più hanno segnato la
mia vita spirituale e mi hanno formato su quale possa essere il cammino per
conoscere e amare il Signore”.
Fra Lorenzo offre un insegnamento mistico di grande
semplicità: vivere alla presenza di Dio in ogni momento diventa la
vera sorgente della pace e della gioia. Un carmelitano del Seicento
potrebbe sembrare un autore lontano nel tempo e distante dalla
sensibilità odierna, anche per via del linguaggio. Non è così. E o spiega
articolatamente papa Leone, sottolineando, tra le altre cose, che “come molti
mistici, anche fra Lorenzo parla con grande umiltà ma anche con umorismo,
poiché sa bene che ogni cosa terrena, anche la più grandiosa e perfino
drammatica, è ben piccola cosa davanti all’amore infinito del Signore. Così,
può dire ironicamente che Dio lo ha ‘ingannato’, perché egli, entrato
forse un po’ presuntuosamente in monastero per sacrificarsi ed espiare
duramente i suoi peccati di gioventù, vi ha invece trovato una vita piena di
gioia”.
Il Pontefice, dunque, invita a cominciare questo viaggio
alla scoperta di un autentico maestro nell’arte dell’attenzione
spirituale, il quale aiuta a comprendere che non serve preoccuparsi di pregare
o inventarsi tecniche particolari, o mutuate da chissà quali tradizioni
culturali e religiose, per entrare in contatto con Dio quando si vive
costantemente alla presenza del Signore. Anzi, «è necessario riporre tutta la
nostra fiducia in Dio, disfarsi di ogni altra preoccupazione, perfino della
quantità di devozioni particolari per quanto valide, poiché, in realtà esse
sono solo mezzi per giungere al fine», ci ricorda Lorenzo. Che è quello
di stare accanto a Dio, sia che si canti un salmo o che si cucini una minestra
o un dolce. Ne aveva parlato anche nel suo viaggio di ritorno dal Libano,
rievocando quella figura di frate che, muovendosi nella cucina del suo
convento, sperimentava concretamente la vicinanza di Dio.
Nelle abbazie si può assurgere alle vastità celesti anche
in senso astronomico, se pensiamo che ad esempio nella meravigliosa abbazia di
Praglia si sta creando un centro di interesse proprio per l'astronomia
grazie all'inaugurazione di un moderno osservatorio nella storica specola, con
un potente telescopio remotizzato, e dunque ospita regolarmente eventi e
incontri di divulgazione scientifica, come quello di domani, 20 dicembre
2025, con esperti INAF e SAIt, per poter vivere
l’esperienza di osservazione del cielo.
E visto che stare davanti a Dio può accadere in
ogni momento, in chiesa come in cucina, come dimostra la vita stessa di
fra Lorenzo, dalla cucina dei conventi e dei monasteri sale un profumo
che è anche preghiera, possiamo sfogliare molti volumi dedicate proprio alle
attrattive delle pietanze monastiche. Dal seguitissimo programma La
cucina delle Monache, in un volume sono state raccolte tante ricette,
spesso degli autentici gioielli culinari, del monastero benedettino di
Sant’Anna, nel cuore del centro storico di Bastia Umbra, uno splendido borgo
medievale a pochi chilometri da Assisi. Custodite in uno scrigno
nell’antica biblioteca del monastero, le ricette di questo libro sono
state tramandate da generazioni di monache. Per farci gioire anche a
tavola, alla presenza del Signore.
Fra Lorenzo della Risurrezione, La pratica della presenza
di Dio, Lev Edizioni, euro 11 aci 19
L’ultima domenica di Avvento nelle diocesi italiane
Roma. Domani è l’ultima domenica di Avvento: i cristiani
si preparano al Natale e non mancano i messaggi dei vescovi ai fedeli oltre a
tante iniziative di solidarietà in tutte le realtà diocesane in Italia.
“Il Natale è sempre un messaggio di speranza e pace per
tutti perché Natale è la pace più grande, quella di Dio, e ci aiuta a
comprendere quanto dobbiamo reimparare a vivere insieme. Il Natale è sempre un
messaggio di speranza e di grande umanità anche per chi non crede. Che questo
sia un Natale, al termine del Giubileo, di speranza e pace quotidiana”, scrive
in un messaggio il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente
della Cei.
“Accogliamone la luce in tutti coloro che non hanno più
la forza di sognare un futuro degno di essere vissuto”, scrive il vescovo di
Terni-Narni-Amelia, Francesco Soddu, in un messaggio augurale. Quello che la
Chiesa ternana vuole vivere è “un Natale di pace e solidarietà, che faccia
partecipi tutti, in modo particolare le persone sole, sofferenti, malate e
bisognose, i giovani e le famiglie della gioia e dell’amore di Dio”, si legge
in un comunicato annunciando che il presule vivrà momenti di incontro con i
malati e operatori sanitari dell’ospedale di Terni, i detenuti della Casa
circondariale di Terni, associazioni e movimenti ecclesiali e poi il 25
dicembre il pranzo di Natale offerto alle persone in situazioni di disagio,
difficoltà e solitudine, che si terrà presso la parrocchia del Cuore Immacolato
di Maria a Campomicciolo di Terni. Al tavolo, insieme a 120 invitati, anche il
vescovo Soddu. “Riconoscere il Signore che viene e ci precede, anche nelle
povertà, nelle solitudini e nei vuoti di relazione” è il messaggio del vescovo
di Ariano Irpino-Lacedonia, Sergio Melillo: “in una stagione segnata da
cambiamenti rapidi e legami fragili, siamo chiamati a riscoprire il senso
profondo del Natale, sottraendolo alla fretta e restituendolo alla vita
concreta delle persone e dei luoghi”, scrive nel messaggio aggiungendo che il
Natale “non è solo una celebrazione” ma è “una presenza che chiede di essere
accolta e custodita”. “Le comunità della nostra diocesi, sparse come luci
discrete lungo le strade del territorio – scrive il vescovo - sono un vero
presidio di Vangelo: non per occupazione degli spazi, ma per la qualità della
presenza, per la capacità di prendersi cura, di restare accanto, di custodire
le fragilità”. Per Melillo “annunciare il Vangelo oggi significa essere lievito
di fraternità e di speranza nei luoghi concreti della vita, attraverso presìdi
umili ma tenaci”.
“Non lasciamoci impressionare dalla vastità delle
tenebre, la luce è ancora più forte ma ha bisogno di noi”, ha scritto il
vescovo di Forlì-Bertinoro, Livio Corazza, sottolineando che Gesù “nasce vicino
a Gerusalemme, la ‘Città della pace’, eppure, in pace, non lo è quasi mai
stata”. “È più un sogno che una realtà”, commenta il vescovo: “non lo era in
pace ai tempi di Isaia e non lo era neanche quando Gesù è nato”.
Il vescovo di Vicenza, Giuliano Brugnotto, incontrando i
detenuti nel carcere “Del Papa” della città, ha detto che “qui, in carcere,
sapete cosa significa desiderare un futuro diverso quando i giorni si
assomigliano e certe etichette sembrano incollate addosso. Ma Dio oggi dice: io
non vi definisco con il vostro passato; io preparo un futuro”.
“In un tempo in
cui si ha di mira il benessere più che il bene, il successo più che l’onestà,
il possesso più che la rettitudine, è essenziale tener viva la consapevolezza
che il bene è più del benessere, l’onestà e la rettitudine sono più del
guadagno e del successo”, ha detto al Concerto di Natale in Cattedrale il
patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, spiegano che “non possiamo solo
chiederci come fare per ottenere qualcosa o quanto ci costa ma è doveroso interrogarsi
anche su ciò che è bene, giusto, vero”. Moraglia ha sottolineato che i gesti
raccontano la ricchezza e la povertà di un uomo e “plasmano le relazioni
personali e comunitarie. Banalizzandole – ossia togliendo loro senso e
contenuto – si riduce tutto a puro funzionalismo per cui l’altro interessa solo
se serve (pensiamo al rispetto della vita – soprattutto quando è fragile –
dall’inizio alla fine). Così si costruisce la società dell’indifferenza,
dell’individualismo, del rispetto negato e, infine, della guerra eletta a
strumento di soluzione delle controversie tra Stati”.
Ieri messa di Natale per studenti e personale scolastico
a Fano presieduta dal vescovo di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola, Andrea
Andreozzi. Durante la messa il presule ha benedetto il calice e la pisside,
portati all’altare da studenti e professori.
A Cagliari, domani, Concerto di Natale a favore delle
mense per i poveri nell’auditorium del Conservatorio promosso dalla diocesi -
attraverso la Caritas diocesana – e dal Conservatorio di Cagliari, in
collaborazione con Meic, Sardegna grandi eventi, Lions, Rotary Club Cagliari
nord, l’Associazione culturale italo-tedesca (Acit) di Cagliari. Al concerto
parteciperà anche l’arcivescovo, Giuseppe Baturi, segretario generale della
Cei. L’iniziativa è finalizzata al sostegno delle mense per i poveri della diocesi
di Cagliari.
A Senigallia ieri sera messa per i giovani in
preparazione al Natale presso la chiesa dei Cancelli.
E in vista del Natale la pastorale universitaria della
diocesi di Catanzaro-Squillace, impegnata nell’università Magna Graecia e
guidata da don Roberto Corapi, ha realizzato un programma di iniziative che ha
coinvolto i giovani universitari, i professori, i medici e le autorità. Sono
stati giorni all’insegna della solidarietà con le giornate “Telethon”, una
raccolta di giocattoli per i bambini dell’istituto Palazzolo di santa Maria di
Catanzaro, il pranzo solidale e la Messa prenatalizia, celebrata nella cappella
del policlinico San Giuseppe Moscati, con la collaborazione di don Carlo Davoli
cappellano del Policlinico. Don Corapi ha espresso parole di ringraziamento
verso i volontari e i giovani. “Tutto questo – ha evidenziato il cappellano
universitario – deve educare le coscienze per essere aperti ai bisogni di chi è
meno fortunato di noi, non soltanto a Natale ma sempre”. Cesare Bolla, Aci 20
Il Messaggio per la Pace di Papa Leone
Messaggio di Papa Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale
Della Pace. La forza delle sue parole - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. “La pace sia con tutti voi. Verso una
pace disarmata e disarmante”. Questo è il titolo del Messaggio per la Pace di
Papa Leone XIV. Oggi è stato reso noto il testo della Giornata numero LIX che
si celebra il 1° gennaio 2026.
“La pace sia con voi!”. Fin dalla sera della mia elezione
a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio.
E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e
una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama
tutti incondizionatamente”, inizia proprio così il testo del Messaggio per la
Pace.
“Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto
un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo
nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove
che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere.
Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel
buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere
in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel
cuore di ogni essere umano. La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere
di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La
pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si
sussurra “per sempre”, scrive chiaramente il Papa nel testo del Messaggio.
“Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di
non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e
riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di
essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia
dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta,
custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata.
È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui
rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio
oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace”, questo l’invito di Papa Leone
XIV contenuto nel Messaggio per la pace.
Ma tutto questo incontra anche delle difficoltà e il Papa
le menziona: “Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla
pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli
avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un
particolare paradosso: “Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più
difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che
forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi….”.
Il Messaggio per la Pace è stato presentato presso la
Sala Stampa della Santa Sede dal Card. M. Czerny, Prefetto del Dicastero per il
Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.
“Il Messaggio di Papa Leone per il 2026 è una riflessione
che va ben oltre la politica o la strategia. Esso colloca la pace nella sua
sede primaria, il cuore umano, indipendentemente dalla sua fede e soprattutto
se cristiano. Il nostro, però, non è solo un cuore che ama la pace, ma è anche
aggressivo verso sé stesso e verso gli altri. Siamo tentati di esercitare
“dominio sugli altri” e di usare “pensieri e parole” come armi. Sant’Agostino
chiama questo impulso libido dominandi, la famosa brama di dominio. Il
Messaggio sottolinea l’importanza di intraprendere il disarmo del proprio
cuore, nonostante la tentazione, di fronte all’orrore della nostra bellicosità,
di abbandonare del tutto il desiderio di pace. Ciò si traduce in un “senso del
realismo distorto o addirittura perduto. Ciò che è realistico, piuttosto, è che
ognuno si assuma la responsabilità della pace.”, dice il Prefetto del Dicastero
presso la Sala Stampa della Santa Sede.
“Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo
per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia
la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi
soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una
realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde
nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e
governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari
abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze.
Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale
logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione
planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e
imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese
militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con
la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della
potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità
di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla
fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”, scrive Papa Leone nel testo
del Messaggio.
Poi, una denuncia specifica del Pontefice. “Ebbene, nel
corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4%
rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci
anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del
PIL mondiale. Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere,
oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento
delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca
le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di
vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in
scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di
minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”.
“Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando
la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come
l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle
intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti
armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei
leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine
decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva,
senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui
è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di
interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in
questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il
risveglio delle coscienze e del pensiero critico”, dice il Papa mettendo in
guardia anche dall’IA.
Occorrono “una pace e una bontà disarmante”. “Forse per
questo Dio si è fatto bambino – commenta ancora il Papa - Purtroppo, fa sempre
più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel
combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente
la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente,
anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di
Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera,
la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e
linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture”.
“Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai
esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di
destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e
sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la
speranza”, suggerisce così Papa Leone nel Messaggio che porta la firma dell’8
dicembre 2025. Aci 19
Papa Leone XIV: l'inquietudine del cuore
L'udienza del mercoledì di papa Leone XIV. Fra i temi: la
vita di oggi troppo frenetica, la capacità di fermarsi grazie all'incontro con
il prossimo - Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano. Piazza San Pietro sempre gremita di
fedeli. Ormai è diventata consuetudine con papa Leone XIV. Così come avviene
ogni mercoledì, il pontefice, contento e sorridente con la sua papamobile fa il
giro della piazza festante. Il popolo di fedeli accoglie il suo pontefice.
Udienza del mercoledì, quella di oggi, dedicata al tema "La Risurrezione
di Cristo e le sfide del mondo attuale. La Pasqua come approdo del cuore
inquieto" .
"La vita umana è caratterizzata da un movimento
costante che ci spinge a fare, ad agire. Oggi si richiede ovunque rapidità nel
conseguimento di risultati ottimali negli ambiti più svariati. In che modo la
risurrezione di Gesù illumina questo tratto della nostra esperienza? Quando
parteciperemo alla sua vittoria sulla morte, ci riposeremo?", con queste
domande inizia la meditazione di papa Leone XIV.
E a rispondere a questi quesiti c'è la fede che ci dice:
"sì, riposeremo. Non saremo inattivi, ma entreremo nel riposo di Dio, che
è pace e gioia. Ebbene, dobbiamo solo aspettare, o questo ci può cambiare fin
da ora? Siamo assorbiti da tante attività che non sempre ci rendono
soddisfatti. Molte delle nostre azioni hanno a che fare con cose pratiche,
concrete. Dobbiamo assumerci la responsabilità di tanti impegni, risolvere
problemi, affrontare fatiche. Anche Gesù si è coinvolto con le persone e con la
vita, non risparmiandosi, anzi donandosi fino alla fine” continua papa Leone
XIV.
Il papa si sofferma sulla vita quotidiana di oggi, in cui
“il troppo fare, invece di darci pienezza” diventa molto spesso “un vortice che
ci stordisce, ci toglie serenità, ci impedisce di vivere al meglio ciò che è
davvero importante per la nostra vita”. Ed è così che allora ci sentiamo
"stanchi, insoddisfatti: il tempo pare disperdersi in mille cose pratiche
che però non risolvono il significato ultimo della nostra esistenza. A volte,
alla fine di giornate piene di attività, ci sentiamo vuoti. Perché?".
E papa Leone XIV risponde allora a quest'altra domanda: "Perché noi non
siamo macchine, abbiamo un "cuore", anzi, possiamo dire, siamo un
cuore. Il cuore è il simbolo di tutta la nostra umanità, sintesi di pensieri,
sentimenti e desideri, il centro invisibile delle nostre persone". E, in
merito, cita l'evangelista Matteo che ci invita a “riflettere sull'importanza
del cuore”: “Là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”, così
l'evangelista.
La meditazione, poi, si concentra sul cuore degli uomini
che conserva - secondo il pontefice - “il vero tesoro, non nelle casseforti
della terra, non nei grandi investimenti finanziari, mai come oggi impazziti e
ingiustamente concentrati, idolatrati al sanguinoso prezzo di milioni di vite
umane e della devastazione della creazione di Dio” sottolinea papa Leone XIV.
E poi, continua: “Leggere la vita nel segno della Pasqua,
guardarla con Gesù Risorto, significa trovare l'accesso all'essenza della
persona umana, al nostro cuore: cor inquietum”. Cor inquietum, espressione che
il pontefice mutua da sant'Agostino: espressione che “ci fa comprendere lo
slancio dell'essere umano proteso al suo pieno compimento”.
"L'inquietudine è il segno che il nostro cuore non
si muove a caso, in modo disordinato, senza un fine o una meta, ma è orientato
alla sua destinazione ultima, quella del "ritorno a casa". E
l'approdo autentico del cuore non consiste nel possesso dei beni di questo
mondo, ma nel conseguimento di ciò che può colmarlo pienamente, ovvero l'amore
di Dio, o meglio, Dio Amore" ribadisce papa Leone XIV. Ed è in questo
discorso che si inserisce l'amore per il prossimo: "Solo amando il prossimo
che si incontra lungo il cammino: fratelli e le sorelle in carne e ossa, la cui
presenza sollecita e interroga il nostro cuore, chiamandolo ad aprirsi ea
donarsi. Il prossimo ti chiede di rallentare, di guardarlo negli occhi, a volte
di cambiare programma, forse anche di cambiare direzione" sottolinea il
papa.
Infine, un invito che diviene anche esortazione:
"Nessuno può vivere senza un significato che vada oltre il contingente,
oltre ciò che passa. Il cuore umano non può vivere senza sperare, senza sapere
di essere fatto per la pienezza, non per la mancanza".
Dopo i saluti e i riassunti della meditazione del papa
nelle diverse lingue, nei saluti in lingua italiana il pontefice si è
soffermato sull'importanza del Presepe, simbolo "non solo di fede ma anche
della cultura e dell'arte cristiana". Poi, la recita del Pater noster e la
benedizione finale. Aci 17
I vescovi: la via Italiana per il dialogo
Il messaggio della CEI per la giornata del dialogo
ebraico cristiano del 17 gennaio 2026 - Di Angela Ambrogetti
Roma. I vescovi italiani esprimono il loro sdegno
"per il vile attentato" che domenica "a Bondi Beach, in
Australia, ha insanguinato l’Hanukkah, provocando numerosi morti e feriti.
Ribadiamo la nostra ferma condanna dell’antisemitismo, esortando i cattolici
italiani a ripudiare ogni forma di violenza, sia verbale sia fisica".
Un messsaggio che sottolinea che "la Chiesa in
Italia non smetterà di contrastare l’odio verso gli ebrei perché fedele a ciò
che ha di più caro e radicato nella sua coscienza: “Il vincolo con cui il
popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di
Abramo”". Segue la Nostra Aeatate e si impegna "a diffondere una
cultura della pace e della nonviolenza, non cedendo mai alle logiche della
violenza, ma costruendo una società riconciliata. Nell’affidare all’amore
misericordioso del Padre le vittime dell’insensato attacco e invocando la
guarigione per quanti stanno soffrendo nel corpo e nello spirito, ci stringiamo
alla comunità ebraica con il nostro affetto e la nostra amicizia".
Il 17 gennaio, alla vigilia della Settimana di preghiera
per l'Unità dei Cristiani, si prega per il dialogo ebraico cristiano. Come ogni
anno da 37 anni la Conferenza episcopale italiana propone una riflessione per
approfondire il dialogo. E forse mai come in questo periodo è necessario capire
la differenza tra religione e politica, e andare sempre più spediti verso la
conoscenza reciproca.
Il tema del 2026 è "Uniti nella stessa benedizione
“In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3)".
Un cammino diverso ma "radicati nella stessa
benedizione" scrive la Cei. Abramo cammina nella certezza della
benedizione di Dio che "esprime una relazione di Alleanza".
Il testo rimanda ai 60 anni della dichiarazione Nostra
Aetate, e si legge: "Negli ultimi tempi si sono vissuti momenti di
tensione a causa di discorsi o iniziative non in sintonia con l’interlocutore o
contenenti affermazioni ambigue. Non sono mancate, purtroppo, prese di
posizione che hanno fomentato rigurgiti di antisemitismo. Desideriamo,
pertanto, esprimere una posizione comune e condivisa della Chiesa cattolica
italiana in merito al rapporto con le comunità ebraiche che sono in
Italia".
Rafforzare un vincolo basato su Gesù Cristo che "ci
lega al popolo ebraico. L’identità cristiana profonda non può fare a meno del
popolo ebraico, della sua storia e della sua spiritualità". Ed è oggi
"importante avviare una riflessione teologica sul rapporto tra il
cristianesimo, nella sua forma attuale, e l’ebraismo così come esiste oggi,
quale portatore di una tradizione di fede e di pensiero che si sono sviluppati
negli ultimi due millenni sul fondamento talmudico. Ciò che si profila all’orizzonte
è una migliore comprensione della missione della Chiesa in relazione alla
missione del Popolo ebraico, considerati entrambi nell’orizzonte dell’unica
Promessa di cui sono eredi indivisi".
Un cammino lungo e non sempre facile ma che va proseguito
"con stima e riconoscenza" e con l'impegno a "studiare le Sacre
Scritture e a lasciarci aiutare da loro in questo studio". I vescovi
riprendono le parole di Leone XIV contro ogni "tipo di antisemitismo e di
antigiudaismo".
I vescovi ricordano i sussidi per la Giornata basate su
un lavoro comune come "Decostruire l’antigiudaismo cristiano",
recentemente tradotto in italiano per volontà della CEI".
Ch Gesù sia per i cristiani il Messia è il punto di
differenza, ma "ci impegniamo a rispettare lo sguardo del popolo ebraico e
a vederlo come complementare e non antitetico" e "chiediamo il
rispetto del nostro sguardo. Siamo differenti, ma fratelli e sorelle nell’unico
Dio. Come tali desideriamo rispettarci e riconoscerci nelle nostre
identità".
Poi si guarda all'attualità: "Ribadiamo e difendiamo
il diritto degli ebrei ad avere uno Stato in cui poter vivere in sicurezza e
serenità. Ovviamente ciò non toglie che l’approccio alla teologia della terra
nella tradizione cristiana non coincida con quello ebraico". E il testo
prosegue: "Ci riserviamo d’altronde la libertà e la possibilità di
esercitare uno sguardo critico sulle scelte dei governi israeliani, come
peraltro facciamo con i governi di altri Paesi e verso il nostro stesso governo.
In questa luce, nel cammino verso una “via italiana del dialogo” è sempre più
urgente interrogarci a proposito del giusto rapporto fra religione e spazio
pubblico".
Ovviamente i vescovi rinnovano la "ferma e decisa
condanna al terrorismo in ogni sua forma. Ribadiamo la nostra ferma e decisa
condanna dell’atto terroristico e ignobile del 7 ottobre 2023. Siamo vicini
alle vittime del popolo ebraico e a quelle del popolo palestinese nella
tragedia Gaza e auspichiamo una soluzione che consenta a entrambi, come anche
agli altri gruppi presenti in quei territori, una convivenza pacifica. Siamo
vicini a tutte le persone che soffrono a causa del conflitto in atto". E
l'invito a "tutti i cattolici che sono in Italia a ripudiare ogni
antisemitismo e ogni espressione violenta contro il popolo ebraico".
L'invito per le comunità cattoliche è al confronto
"con le comunità ebraiche per rinsaldare i rapporti e per testimoniare,
nella nostra società, la vocazione delle religioni a creare dialogo e coesione
sociale. Ci auguriamo, alla luce della situazione geo-politica, che si possano
vivere nei vari territori momenti di incontro tra cristiani, ebrei e musulmani.
Per offrire alla società, nella concretezza dei rapporti, la testimonianza di
una vera ricerca di pace. Una via italiana del dialogo interreligioso. Auspichiamo
gesti concreti di vicinanza fra comunità cristiane e comunità ebraiche".
Aci 16
Incontro prenatalizio alla Missione di Kempten
Kempten. Anche quest'anno sono stati veramente numerosi i
Connazionali –e non solo– che hanno partecipato all'ormai
tradizionale Incontro Prenatalizio in preparazione delle
Celebrazioni dell'imminente Natale presso la Missione Cattolica Italiana
di Kempten, che si è svolto –nella sua prima parte– nella chiesa parrocchiale
di St. Anton di Kempten, con la Celebrazione della S. Messa prefestiva della 3°
Domenica di Avvento; e –nella sua seconda parte– negli adiacenti e spaziosi
ambienti parrocchiali.
Il gioioso e fraterno evento, annunciato nel bollettino e
nella pagina web della Missione, è stato organizzato, –come sempre– dalla
Segretaria della Missione, l'instancabile Signora Pina Baiano, coadiuvata
validamente da alcuni componenti del Consiglio Pastorale: gli infaticabili
Coniugi Gisella e Giampiero Trovato con i Figli Desirée e
Ruben, affiancati da alcuni Membri del Consiglio Pastorale e da altri
volenterosi, tra i quali il Signor Ignazio Romano.
L'incontro ha avuto inizio alle 17:00 con la
Celebrazione della S. Messa da parte di Padre Bruno Zuchowski, Rettore delle
Missioni Cattoliche Italiane di Augsburg e Kempten.
Molto significativa e intonata a questa terza Domenica
d'Avvento la sua Omelia a commento delle letture e del brano evangelico
di S. Matteo (Mt. 11, 2-11), in cui Gesù, parlando di Giovanni Battista,
concludendo uno dei suoi discorsi afferma: "In verità io vi dico: fra i
nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più
piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui".
I vari momenti della Celebrazione Liturgica sono stati
intercalati da alcuni canti natalizi, accompagnati alla chitarra
–come sempre– dal Presidente Trovato, assistito dalla Signora Gisella e dal
Figlio Ruben. Suggestiva la recita del Padre Nostro con i chierichetti che si
tenevamo per mano con il Celebrante; come molti dei fedeli presenti, peraltro.
Al termine della S. Messa, i fedeli –invitati da
Padre Bruno e dalla Signora Gisella– si sono avviati verso gli adiacenti locali
della Parrocchia, sapientemente e amorevolmente addobbati nei minimi dettagli
dalla Famiglia Trovato, dai loro più volenterosi collaboratori di sempre e
dalla Signora Baiano, che attendeva nella sala tutti gli intervenuti.
Questa seconda parte della Festa ha avuto inizio con i
saluti di benvenuto da parte del Padrone di Casa, Padre Bruno; da parte del
Presidente Trovato; e da parte della Segretaria Baiano; che, dopo aver
ringraziato i presenti per la loro partecipazione, hanno espresso i loro più
vivi ringraziamenti a tutti coloro che nelle settimane precedenti li avevano
supportati nella preparazione della festa. E concludendo con alcuni avvisi
sullo svolgimento della serata.
Serata che è proseguita con un particolarmente saporito e
ricco menù, servito impeccabilmente dal servizio di
ristorazione Schmaus della vicina Blaichach; catering concordato
precedentemente dalla Missione, dopo aver ricevuto le prenotazioni.
I presenti intervistati dal sottoscritto hanno confermato di essere rimasti
soddisfatti del variegato e gustoso menù offerto da questo servizio.
Durante la cena –inframezzata da alcune simpatiche poesie
e spassose scenette interpretate da alcuni ragazzi e adulti, tra cui i Trovato
e Romano, e preparate dalla Segretaria, ha preso poi la parola il Membro
del Consiglio Pastorale, Dr. Fernando A. Grasso, Corrispondente Consolare di
Kempten e dintorni, nonché Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera e
Presidente del Circolo ACLI di Kempten.
Grasso, dopo aver portato i saluti agli intervenuti da
parte: del Consolato Generale d'Italia a Monaco di Baviera, delle ACLI Baviera
e del locale Circolo ACLI, di cui fanno parte anche alcuni Membri del Consiglio
Pastorale, in primis il Missionario Padre Bruno, oltre a formulare a
quest'ultimo i suoi più sinceri auguri per i suoi 75 anni, ha aggiunto quello
di altri Confratelli, tra cui: il Parroco di St. Lorenz di Kempten, il
Capitolare Padre Thomas Rauch e il Padre Tobia Bassanelli, già Delegato per le Missioni
della Germania e della Scandinavia, nonché Redattore del Webgiornale che
pubblica sempre i nostri articoli.
Padre Bruno è, inoltre, il Consigliere Spirituale delle
ACLI Baviera. Tra gli altri Soci delle ACLI ricordiamo anche il Presidente
Trovato, la Segretaria Baiano, la Vicepresidente del Circolo, Signora Emma
Grenci, i Consiglieri: Sabino Scarvaglieri e Emilio Mastrostefano ed
altri, tra cui alcuni Amici tedeschi, interventi per la prima volta
all'incontro.
Grasso ha anche accennato al recente evento voluto dal
Presidente delle ACLI Baviera, Commendator Carmine Macaluso per celebrare a
Kaufbeure il 70° Anniversario dei patti bilaterali del 1955 tra l'allora
Gemania dell'Ovest e l'Italia per l'invio di manodopera. Celebrazioni in forma
ancora più ufficiale volute dal Ministro degli Interni Joachim Herrmann nella
Residenza di Monaco di Baviera; incontro al quale Grasso, con altri
connazionali, tra cui il Commendatore Antonino Tortorici e l'appena ricordato
Commendator Macaluso, hanno avuto di essere invitati personalmente. Occasione
in cui i tre hanno avuto il piacere –anche se brevemente– di conferire con il
Ministro; che, ripetendo ciò che aveva appena detto nel suo discorso ufficiale,
"di quanto fosse orgoglioso di quei "Gastarbeiter", che da
"Lavoratori ospiti" erano divenuti parte integrante della società
tedesca, contribuendo con il loro onesto lavoro –indiscutibilmente– alla
crescita della Germania –in special modo– alla prosperità della Baviera.
E qui Grasso non ha potuto fare a meno di ricordare il
suo arrivo a Kempten nel lontano agosto del 1965, facendo i nomi dei primi
connazionali incontrati in emigrazione, tra cui Vincenzo Emanuele (storico
socio ACLI, presente in sala con la Consorte e con il figlio Domenico, noto
interprete e traduttore) e il compianto Ilario Grenci, (storico socio ACLI,
Sposo della Vicepresidente del Circolo ACLI).
Grasso ha fatto inoltre altre comunicazioni
riguardanti il rilascio dei documenti da parte del Consolato e dei Comuni
e sulle attuali diverse modalità di pagamento dell'IMU e della TARI, richieste
dalle Amministrazioni Comunali, non sempre a favore degli italiani all'estero.
Al termine del suo intervento, prima di augurare una
buona e allegra serata a tutti, Grasso ha ricordato ai presenti gli orari di
ricevimento del suo ufficio multifunzionale, dove, oltre al disbrigo di
pratiche consolari, vengono trattati questioni di carattere pensionistico e
sociale.
Molto coinvolgenti gli scambi di notizie e opinioni tra i
presenti. Particolarmente interessanti gli scambi di notizie nel lungo tavolo
di Padre Bruno, in cui sedevano un gruppo di amici tedeschi, invitati da Grasso
e che si sono dichiarati decisamenti entusiasti della serata.
Serata che, dopo un ottimo caffè e la degustazione di
deliziosi pasticcini offerti dalla Missione, ha dato il via a giochi ed
esibizioni canore diretti dal Signor Sergio Grimaldi, che, con il suo Gruppo
"Amici di Eva" hanno più volte portato allegria nella nostra comunità
con la recita del Dramma "Natale in Casa Cupiello".
Simpatica e movimentata la tombola, che è
stata diretta dai coniugi Trovato, supportati da alcuni dei piccoli ospiti, che
estraevano a turno i biglietti dei fortunati. Alcuni di loro per ben
cinque volte, come la Signora Mangano, o più volte, come alcuni amici tedeschi,
tra cui i Signori Mayr e i Signori Weixler.
Tra i presenti ricordiamo: Padre Bruno, la Signora
Pina Baiano e Famiglia, la Famiglia Trovato, il Dr. F. A. Grasso, le
Signore: Grenci, Mangano, Sapienza, le Famiglie: Emanuele, Romano,
i Coniugi: Mastrostefano, Scarvaglieri, Montagna, Lo Re, Weixler, Güven, Mayr
(tutti Aclisti! Tant'è che il Circolo ACLI di Kempten ha deciso di
contribuire finanziariamente per l'affitto della sala).
Erano presenti inoltre: Padre Pawel, il Signor
Inzerilli, le Famiglie: Boemi, Ecora, Gugliuzzo, Dell'Erba, Basta,
Cecere, Perri, Di Palo, Leanza, Tritto, Catania, Grimaldi, Alongi, De Vito e
altri ancora, di cui mi sfugge il nome. Anche perché alcuni hanno partecipato
soltanto alla S. Messa...
L'allegro incontro è terminato –per le famiglie in
genere– alle 21:00 circa; per gli adulti più coraggiosi qualche ora dopo...
Fernando A. Grasso, de.it.press 16
Nel mondo cattolico l’atteggiamento verso i migranti è spesso condizionato
da visioni errate
La nuova National Security Strategy degli Stati Uniti
descrive l’Europa come un continente esposto a declino economico, pressione
migratoria e rischi di “erosione civile”. Il documento sollecita gli Stati
europei a rafforzare sovranità, identità e responsabilità strategica in un
quadro instabile. Riccardo Benotti (SIR) ha intervistato Andrea Possieri,
docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Perugia, che
analizza le implicazioni politiche e culturali di questa lettura americana per il
futuro del continente e per il rapporto transatlantico.
Nel documento statunitense di strategia nazionale emerge
una lettura severa dell’Europa, fino a evocare il rischio di una “cancellazione
della civiltà europea”. Che cosa indica questa espressione e quale idea di
Europa trasmette il nuovo corso americano?
Quelle parole hanno suscitato sconcerto ma sono
l’evoluzione di quanto affermato da James D. Vance a Monaco nel 2025. Più che
una rottura con l’Europa, emerge una critica durissima all’Unione europea. Il
riferimento ai valori è una presa di distanza dall’Europa tecnocratica e
dall’egemonia progressista nel discorso pubblico. Si auspica il ritorno a
un’Europa delle patrie, a dispetto dell’Europa di Bruxelles.
Quali elementi nuovi introduce la NSS rispetto a queste
critiche già note?
L’idea non è nuova, ma oggi assume due forme inedite:
viene formalizzata in un documento politico statunitense con tratti
nazional-sovranisti, centrato su sicurezza, identità culturale e un forte culto
della leadership; inoltre, in nome della stabilità tra Europa e Russia, si
accompagna a una sostanziale legittimazione dell’operato di Putin in Ucraina. A
quella terra serve pace, ma una pace giusta.
Il documento contrappone un’Europa delle patrie
all’integrazione sovranazionale. Che idea di Unione europea emerge?
L’NSS mostra sfiducia verso l’integrazione europea
sviluppatasi dagli anni Novanta. L’accento sulla sovranità nazionale suggerisce
una preferenza per un’Europa composta da Stati forti e meno per un’unione
politica. È un’impostazione che ridimensiona il ruolo dell’Unione europea nei
processi decisionali e mette in discussione la sovranità condivisa.
La National Security Strategy 2025
Il documento propone una visione centrata sulla sovranità
nazionale, sulla sicurezza dei confini e sul rafforzamento industriale.
L’Europa è descritta come vulnerabile sul piano economico e demografico, con il
rischio di “erosione civile”. La strategia chiede agli Stati europei maggiore
responsabilità nella sicurezza e indica come priorità una rapida
stabilizzazione del conflitto ucraino. Forte attenzione anche alla competizione
con la Cina e alla protezione delle filiere strategiche.
L’impianto “America First” ridisegna i rapporti
transatlantici. La tradizione del cattolicesimo democratico può offrire criteri
utili?
Quella stagione è stata feconda per l’Italia e per
l’Europa, pur non essendo riproponibile. Molte intuizioni restano attuali. De
Gasperi richiamava la “Patria Europa” come argine agli eccessi nazionalistici.
Le difficoltà che impedirono una vera Europa politica negli anni Cinquanta si
ripresentano oggi.
Nonostante lo sconcerto per le parole americane e
l’allarme provocato dalla Russia, non emergono forti capacità
politico-culturali per un’autonomia strategica europea. Conservo però una
speranza nelle generazioni cresciute dopo il 1989, più libere dalle pastoie
ideologiche del Novecento: giovani pragmatici che possono contribuire a un
nuovo patto fondato su solidarietà, dialogo e reciproco rispetto, come
ricordava Montini.
Trump parla di migranti come “erosione civile”. Come si
concilia questa narrazione con la visione cristiana dell’ospitalità?
Non si concilia. Il mondo cattolico ha sempre unito
dignità umana, accoglienza e legalità. Oggi, invece, l’atteggiamento verso i
migranti è spesso condizionato da visioni ideologiche o emotive e da scarsa
conoscenza del fenomeno. Il discorso pubblico è segnato da due fattori: da un
lato, la critica dell’immigrazione è diventata una risorsa simbolica a fini
elettorali, leggendo i flussi come minaccia all’ordine pubblico e all’identità
etnica; dall’altro, politiche migratorie poco efficaci hanno generato problemi
nelle periferie, alimentando insicurezza e ostilità. Il nodo del futuro sarà
l’integrazione, dunque la cittadinanza.
Se il rapporto transatlantico si indebolisse, quali spazi
resterebbero all’Europa come mediatrice globale?
Per proporre una “terza via”, l’Europa deve essere un
attore politico a tutti gli effetti. L’integrazione economico-istituzionale non
è più sufficiente. Servirebbe un sussulto d’anima, altrimenti si rischia
l’irrilevanza. Questo momento potrebbe favorire una nuova proposta politica, ma
è necessaria una volontà dal basso che lavori, per esempio, a un’Assemblea
costituente dell’Europa. Le difficoltà sono molte, ma il mutamento nasce solo
dalla politica. L’unico modo per reagire al declino è prendere l’iniziativa,
recuperando il progetto dei padri fondatori per un’Europa unita e solidale,
modellata non dalla paura ma dalla responsabilità. Migr.on. 12
Appello per l’amnistia ai detenuti: “Offrire a tutti possibilità di
ricominciare”
Il Papa ha auspicato amnistie e condoni durante la messa
per il Giubileo dei detenuti, rilanciando l’appello di Francesco. Ha invitato a
offrire a ogni persona la possibilità di ricominciare, denunciando le
difficoltà del sistema carcerario e promuovendo una giustizia riparativa e
inclusiva – di Riccardo Benotti
“Confido che in molti Paesi si dia seguito” all’auspicio
di amnistie e condoni. Papa Leone XIV rilancia con forza, nella messa per il
Giubileo dei detenuti celebrata questa mattina in San Pietro, il desiderio
espresso da Papa Francesco nella Bolla Spes non confundit di concedere “forme
di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare
fiducia in sé stesse e nella società e ad offrire a tutti reali opportunità di
reinserimento”. Il Pontefice ha ricordato che il Giubileo biblico era “un anno
di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di
ricominciare”. “Mentre si avvicina la chiusura dell’Anno giubilare, dobbiamo
riconoscere che nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare”, ha affermato
Leone XIV, sottolineando che
“sono molti a non comprendere ancora che da ogni caduta
ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha
fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di
riconciliazione”.
La celebrazione è avvenuta nella terza domenica di
Avvento, detta “Gaudete”, la domenica della gioia, che ricorda “la dimensione
luminosa dell’attesa: la fiducia che qualcosa di bello, di gioioso accadrà”.
Il richiamo a Francesco e i problemi del carcere
Il Papa ha ricordato le parole di Papa Francesco che un
anno fa, il 26 dicembre 2024, aprendo la Porta Santa a Rebibbia, aveva
esortato: “La corda in mano, con l’àncora della speranza. Spalancate le porte
del cuore”. Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso
l’eternità, Francesco invitava a mantenere viva la fede e a credere sempre
nella possibilità di un futuro migliore, ma anche a essere “operatori di
giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo”. Leone XIV non ha mancato
di richiamare i problemi strutturali del mondo carcerario: “Pensiamo al
sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi
educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro”.
E ha aggiunto: “Non dimentichiamo, a livello più
personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le
delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri,
quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o
di non perdonare più”. Il carcere, ha osservato, “è un ambiente difficile e
anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli”, ma proprio
per questo “non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro”.
Conversione, misericordia e l’appello per il Congo
“Quando si custodiscono, pur in condizioni difficili, la
bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri,
il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro
della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi”, ha affermato
Leone XIV. Il Pontefice ha ricordato che anche tra le mura delle prigioni
“maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità”, frutto di un
lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario “alle persone private della
libertà, ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di
loro e per loro la giustizia”. “Il Giubileo è una chiamata alla conversione e
proprio così è motivo di speranza e di gioia”, ha aggiunto. Il Papa ha
richiamato l’immagine di Giovanni il Battista, “retto, austero, franco fino ad
essere imprigionato per il coraggio delle sue parole”, non era “una canna
sbattuta dal vento”, eppure “ricco di misericordia e di comprensione verso chi,
sinceramente pentito, cercava con fatica di cambiare”. Citando Sant’Agostino,
Leone XIV ha ricordato: “Partiti gli accusatori, sono state lasciate la misera
e la misericordia”. L’invito è a promuovere “una civiltà fondata sulla carità”,
come auspicava San Paolo VI nel 1975: “la civiltà dell’amore”. Il compito
affidato a tutti, ha concluso, “non è facile”, ma “il Signore continua a
ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto e che
tutti siano salvati”.
All’Angelus, Leone XIV ha lanciato un appello per la
Repubblica Democratica del Congo: “Seguo con viva preoccupazione la ripresa
degli scontri nella parte orientale del Paese”. Esprimendo vicinanza alla
popolazione, il Pontefice ha esortato le parti in conflitto a “cessare ogni
forma di violenza e a ricercare un dialogo costruttivo, nel rispetto dei
processi di pace in corso”. Sir 14
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. La terza domenica di Avvento, la Domenica Gaudete,
ci conduce al cuore stesso dell’esperienza cristiana: la gioia. Non una gioia
superficiale o dettata dalle circostanze, ma la gioia che nasce dall’annuncio
che il Signore è vicino. Il profeta Isaia, nella prima lettura della santa
Messa, ci aiuta ad entrare in questa realtà.
Il testo si apre con un invito sorprendente:“Si
rallegrino il deserto e la terra arida.” E’ un’immagine che quasi ci spiazza e
ci fa sorridere perchè chi può chiedere a un deserto, a una terra arida -
luoghi di improduttività e di morte - di esultare? Eppure Isaia sceglie
proprio questa immagine per dirci che la gioia cristiana non nasce quando tutto
va bene, ma è possibile viverla anche nel deserto. Il deserto diviene, così, il
simbolo dei nostri insuccessi, delle nostre paure, delle nostre aridità interiori.
Ed è proprio lì che Dio fa sbocciare la vita. San Giovanni Crisostomo osserva:
«Quando Dio visita, il deserto diventa giardino e il pianto diventa canto».
Nessuna situazione è troppo desolata perché Dio non possa trasformarla.
La gioia cristiana è, anzitutto, una fiducia “ostinata” nella potenza creatrice
del Signore, capace di operare dentro le nostre fragilità.
Il profeta prosegue dicendo:“Irrobustite le mani fiacche,
rendete salde le ginocchia vacillanti… Non temete! La gioia che Dio dona non è
fuga dalla realtà, né che maschera i problemi, è una forza. E’ la forza
che permette di rialzarsi, di riprendere il cammino, di non lasciarsi
schiacciare dalle prove. San’Agostino scrive: «La gioia del Signore non toglie
le fatiche, ma le trasforma in cammino».È questo il miracolo discreto
dell’Avvento: mentre attendiamo, Dio già ci sostiene; mentre camminiamo, Egli
già viene verso di noi.
Isaia annuncia poi i segni della venuta di Dio,: si
apriranno gli occhi dei ciechi, si schiuderanno gli orecchi dei sordi… il muto
griderà di gioia.”Il Messia è capace di guarire l’uomo in profondità: apre gli
occhi del cuore, scioglie la sordità interiore, restituisce la vita là dove
sembrava esserci solo notte. La gioia nasce proprio da questa esperienza di
guarigione e di rinnovamento che il Signore opera in noi.
Il profeta parla anche di «una strada nuova», la via
santa aperta da Dio per il suo popolo. Il ritorno dall’esilio diventa immagine
del nostro ritorno a Lui. La gioia non è la meta finale: è la compagna di
viaggio che illumina il cammino, incoraggia e sostiene. È la gioia di chi
continua a cercare il Signore e scopre che Lui ci è già venuto incontro.
Infine, Isaia conclude: “Fuggiranno tristezza e pianto…
li seguiranno letizia e gioia.”È questa la promessa dell’Avvento: la gioia che
Cristo porta non è fragile come quella del mondo. È una gioia che nessuno può
togliere (cf. Gv 16,22), perché affonda le radici nella fedeltà di Dio. È la
gioia di Maria nel Magnificat; la gioia dei pastori davanti al Bambino; la
gioia di chi riconosce che Dio si fa vicino.
In questa Domenica Gaudete La Chiesa ci ripete:
“Rallegratevi! Il Signore è vicino.” E se il Signore è vicino, allora la gioia
è possibile. Sempre. Il cristiano non ignora la triste realtà della sofferenza,
né minimizza il peso del male, ma sa che, con la morte e la resurrezione di
Cristo, la storia ha cambiato direzione e cammina verso il compimento in cui
ogni male, ogni sofferenza e anche il dramma del peccato saranno
definitivamente vinti. Aci 14
“Quando Dio viene nel mondo, si vede!”
Città del Vaticano. Dopo la Messa celebrata per il
Giubileo dei detenuti, Papa Leone XIV si affaccia dal Palazzo Apostolico in
Piazza San Pietro per la recita dell’Angelus.
“Il Vangelo di oggi ci fa visitare in carcere Giovanni il
Battista, che si trova prigioniero a motivo della sua predicazione. Ciò
nonostante, egli non perde la speranza, diventando per noi segno che la
profezia, anche se in catene, resta una voce libera in cerca di verità e di
giustizia”, commenta il Papa.
“Chi cerca verità e giustizia, chi attende libertà e pace
interroga Gesù. È proprio Lui il Messia, cioè il Salvatore promesso da Dio per
bocca dei profeti? La risposta di Gesù porta lo sguardo su coloro che Lui ha
amato e servito. Sono loro: gli ultimi, i poveri, i malati a parlare per Lui.
Il Cristo annuncia chi è attraverso quello che fa. E quello che fa è per tutti
noi segno di salvezza. Infatti, quando incontra Gesù, la vita priva di luce, di
parola e di gusto ritrova senso: i ciechi vedono, i muti parlano, i sordi
odono. L’immagine di Dio, deturpata dalla lebbra, riacquista integrità e
salute. Persino i morti, del tutto insensibili, tornano alla vita. Questo è il
Vangelo di Gesù, la buona notizia annunciata ai poveri: quando Dio viene nel
mondo, si vede!”, dice il Papa prima della preghiera mariana.
“Dalla prigione dello sconforto e della sofferenza ci
libera la parola di Gesù: ogni profezia trova in Lui il compimento atteso. È
Cristo, infatti, che apre gli occhi dell’uomo alla gloria di Dio. Egli dà
parola agli oppressi, ai quali violenza e odio hanno tolto la voce; Egli vince
l’ideologia, che rende sordi alla verità; Egli guarisce dalle apparenze che
deformano il corpo. Il Verbo della vita ci redime così dal male, che porta il
cuore alla morte. Perciò, come discepoli del Signore, in questo tempo d’Avvento
siamo chiamati a unire l’attesa del Salvatore all’attenzione per quello che Dio
fa nel mondo”, conclude il Papa.
Poi, dopo la recita della preghiera mariana, il Pontefice
passa ai consueti saluti. Il Papa ricorda in particolare i 124 martiri della
diocesi spagnola di Jaén, beatificati ieri e quelli beatificati a Parigi.
“Lodiamo il Signore per questi martiri, coraggiosi testimoni del Vangelo,
rimasti fedeli alla Chiesa”, dice il Papa.
Anche il Papa li divide in due gruppi: il primo, guidato
da don Manuel Izquierdo Izquierdo, conta 58 compagni; il secondo, legato alla
figura di don Antonio Montañés Chiquero, ne comprende 64.
Poi un pensiero alla Repubblica Democratica del Congo.
"Seguo con viva preoccupazione la ripresa degli scontri nella parte
orientale della Repubblica Democratica del Congo. Mentre esprimo la mia
vicinanza alla popolazione, esorto le parti in conflitto a cessare ogni forma
di violenza e a ricercare un dialogo costruttivo, nel rispetto dei processi di
pace in corso", conclude il Pontefice. Veronica Giacometti Aci 14
“Chi si stanca di dialogare, si stanca di sperare la pace”
Si è tenuta oggi in Vaticano la prima edizione del
Giubileo della Diplomazia Italiana - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. Si è tenuta oggi in Vaticano la prima
edizione del Giubileo della Diplomazia Italiana. Il Ministero degli Affari
Esteri Tajani l’ha definita “una giornata storica”, anche l’incontro
speciale, trasmesso in diretta, con Papa Leone XIV in Aula Paolo VI.
La giornata è iniziata con il pellegrinaggio giubilare
con l’attraversamento della Porta Santa e la celebrazione eucaristica officiata
dal Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin. Successivamente l’incontro
con il Santo Padre.
“Sono particolarmente lieto di salutarvi e di accogliervi
oggi, in occasione del Giubileo della Diplomazia Italiana. Il vostro
pellegrinaggio attraverso la Porta Santa qualifica questo nostro incontro e ci
permette di condividere la speranza che portiamo nell’animo e che desideriamo
testimoniare al prossimo. Questa virtù, infatti, non riguarda un confuso
desiderio di cose incerte, ma è il nome che la volontà assume quando tende
fermamente al bene e alla giustizia che sente mancare”, dice il Papa accogliendo
tutti.
“La speranza mostra allora un prezioso significato per il
servizio che svolgete: in diplomazia, solo chi spera davvero cerca e sostiene
sempre il dialogo fra le parti, confidando nella comprensione reciproca anche
davanti a difficoltà e tensioni”, aggiunge Papa Leone XIV.
Per il Pontefice “è indicativo che patti e trattati siano
suggellati da un accordo: questa vicinanza del cuore – ad cor – esprime la
sincerità di gesti, come una firma o una stretta di mano, altrimenti ridotti a
formalità procedurali. Appare così un tratto caratteristico, che distingue
l’autentica missione diplomatica dal calcolo interessato a tornaconti di parte
o dall’equilibrio tra rivali che nascondono le rispettive distanze”, continua
Papa Leone.
“A nome del Padre, il Figlio parla con la forza dello
Spirito Santo, compiendo il dialogo di Dio con gli uomini. Perciò tutti noi,
fatti a immagine di Dio, sperimentiamo nel dialogo, ascoltando e parlando, le
relazioni fondamentali della nostra esistenza. Non a caso chiamiamo madre la
nostra lingua nativa, quella che esprime la cultura della nostra patria, unendo
il popolo come una famiglia. Nella propria lingua, ogni Nazione attesta una
specifica comprensione del mondo, i valori più alti come i costumi più
quotidiani. Le parole sono quel patrimonio comune attraverso le quali
fioriscono le radici della società che abitiamo. In un clima multietnico
diventa allora indispensabile aver cura del dialogo, favorendo la comprensione
reciproca e interculturale come segno di accoglienza, di integrazione, di
fraternità. A livello internazionale, questo stesso stile può portare frutti di
cooperazione e di pace, a patto che perseveriamo a educare il nostro modo di
parlare”, continua il Papa in Aula Paolo VI.
“Sia essere autentici cristiani, sia essere cittadini
onesti significa condividere un vocabolario capace di dire le cose come stanno,
senza doppiezza, coltivando la concordia fra le persone. Perciò è nostro e
vostro impegno, specialmente come Ambasciatori, favorire sempre il dialogo e
tesserlo nuovamente, qualora si interrompesse”, raccomanda Papa Leone XIV.
“In un contesto internazionale ferito da prevaricazioni e
conflitti, ricordiamo che il contrario del dialogo non è il silenzio, ma
l’offesa. Laddove, infatti, il silenzio apre all’ascolto e accoglie la voce di
chi ci sta davanti, l’offesa è un’aggressione verbale, una guerra di parole che
si arma di menzogne, propaganda e ipocrisia…. Chi si stanca di dialogare, si
stanca di sperare la pace”, continua il Pontefice.
“Impegniamoci con speranza a disarmare proclami e
discorsi, curandone non solo la bellezza e la precisione, ma anzitutto l’onestà
e la prudenza”, questa la raccomandazione più importante del Papa. Aci 13
Vescovi europei. L’incontro della Sezione per le migrazioni
Si è concluso l’incontro della Sezione per le migrazioni
della Commissione per la pastorale sociale del Consiglio delle conferenze
episcopali d’Europa (Ccee), tenutosi a Catania, dal 9 all’11 dicembre 2025, sul
tema: “Giubileo e Migrazioni: Camminare insieme nella speranza”. Ha introdotto
i lavori S. Em. il cardinale Anders Arborelius, OCD, vescovo di Stoccolma
(Svezia) e responsabile della Sezione, ricordando: «Ogni migrante è un essere
umano che merita di essere trattato bene. Dobbiamo rispettare la dignità umana
dei migranti — qualcosa che purtroppo non è garantita ovunque.»
La prima sessione di lavoro è proseguita con la relazione
del prof. Carlo Colloca, docente dell’Università di Catania, che ha illustrato
sfide e opportunità legate alla migrazione in Europa. La seconda sessione di
lavoro, dedicata al tema «Migrazioni e impatto sullo sviluppo umano integrale»,
ha visto gli interventi di p. Avelino Chico SJ e del dott. Damiano Locci del
Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. Nella terza sessione,
il dott. Davide Bernocchi, segretario generale di ICMC, ha illustrato la
situazione negli Stati Uniti. Nell’ultima sessione di lavoro,
l’architetto Daniel Darmanin, presidente della Commissione per la pace e la
giustizia di Malta, ha presentato Beyond GDP II, un progetto di ricerca che
analizza le condizioni di vita e di lavoro dei cittadini di Paesi terzi a
Malta.
Nell’incontro, le Conferenze episcopali sono state
invitate a presentare un rapporto annuale per offrire una prospettiva generale
della situazione dei migranti e rifugiati nel proprio Paese e gli interventi a
riguardo della propria Commissione o Conferenza episcopale, gli aspetti nuovi e
positivi soprattutto dal punto di vista pastorale, le sfide e le difficoltà che
si affrontano al momento attuale. Per la Conferenza episcopale italiana è stato
delegato S.E. mons. Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale
per le migrazioni e della Fondazione Migrantes: “È emersa la preoccupazione
comune di una stretta dell’Ue sul diritto d’asilo, con il rischio di un
indebolimento di un diritto fondamentale nella storia europea”. Migr. 12
Cei, una nuova Nota pastorale sull’insegnamento della religione
La Nota è stata approvata dalla 81a Assemblea Generale
della CEI (Assisi, 17-20 novembre 2025), dopo un’ampia consultazione in tutte
le Diocesi italiane.
Roma. Giunge oggi un nuova Nota pastorale a firma del
cardinal Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della
Cei, sull’insegnamento “della religione cattolica: laboratorio di cultura e
dialogo”.
“A quarant’anni dalla firma dell’Intesa che dava
attuazione all’Accordo di revisione del Concordato lateranense in materia di
insegnamento della religione cattolica (Irc), la Conferenza Episcopale Italiana
ha ritenuto opportuno fare il punto della situazione e richiamare l’attenzione
sull’Irc, volendo evidenziare e rilanciare il suo servizio alla scuola” così
inzia la Nota diffusa oggi dalla Cei.
Sono trascorsi ben trentaquattro anni dalla prima e unica
Nota pastorale che era stata pubblicata sull’argomento nel 1991 e così la Cei
desidera confermare “la validità di una presenza scolastica che rispetta la
libertà di coscienza di tutti e assicura un fondamentale servizio educativo”.
Allo stesso tempo, a causa del cambiamento della società rispetto al 1991 - si
parla del flusso migratorio - l’Irc “ha saputo aprirsi al confronto e al
dialogo proprio grazie all’identità che la contraddistingue, che ne valorizza
la portata culturale e formativa”. A tale proposito vengono ricordate le schede
per conoscere l’Ebraismo e l’Islam, predisposte dagli uffici della Segreteria
Generale della CEI rispettivamente con l’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane e il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica, in vista
della redazione dei libri scolastici e della formazione degli insegnanti di
religione.
Tema della nota, l’evoluzione della società: viene
definito “cambiamento d’epoca”. Un cambiamento “in cui ci troviamo a vivere
oggi, la natura istituzionale dell’Irc, la figura dell’insegnante di religione
e i rapporti dell’Irc con la comunità ecclesiale”. Il documento della Cei
prosegue poi con queste parole: “Continua a far pensare la possibilità offerta
agli alunni più grandi di poter uscire da scuola privandosi di un’occasione
formativa quale l’Irc o l’attività alternativa. Superiori alle criticità sono
comunque i segnali di vitalità, da cui emerge come l’Irc si confermi uno
strumento di arricchimento culturale, di attenzione educativa, di dialogo
sincero con tutte le istanze provenienti dal mondo contemporaneo, avviandosi a
proseguire con convinzione il suo servizio alla scuola”.
Si precisa, inoltre, che la Nota è stata approvata dalla
81ª Assemblea Generale della CEI (Assisi, 17-20 novembre 2025), dopo un’ampia
consultazione in tutte le Diocesi italiane. E la Cei precisa che “a suo modo, è
anche una conferma e un rilancio di quanto affermava papa Leone XIV il 27
ottobre 2025, all’apertura del Giubileo del mondo educativo: “Chi studia si
eleva, allarga i propri orizzonti e le proprie prospettive, per recuperare uno
sguardo che non si fissa solo in basso, ma è capace di guardare in alto: verso
Dio, verso gli altri, verso il mistero della vita”. Aci 11
Incontro Migrazioni a Catania. “La Chiesa è accanto a chi migra”
Incontro della Sezione per le Migrazioni del Consiglio
delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee) a Catania. Per tre giorni delegati
delle Chiese europee e studiosi si sono confrontati sulle sfide della mobilità
umana e sull’importanza della tutela delle persone più vulnerabili. Don Luis
Okulik ribadisce la missione della Chiesa: tutelare la dignità umana, favorire
canali sicuri e legali e sostenere l’integrazione. M. Chiara Biagioni
“La Chiesa è sempre accanto a chi migra”. Pur nelle
diversità delle situazioni e dei contesti in Europa, la sua missione
prioritaria e comune è “tutelare la dignità umana, aiutare le persone a trovare
canali sicuri e legali per l’immigrazione e soprattutto aiutarle nel grande
lavoro dell’integrazione, che è la chiave di una buona riuscita degli
spostamenti”. E’ don Luis Okulik, Segretario della Commissione Pastorale
sociale del Ccee, a delineare al Sir le conclusioni di un incontro che si è
concluso oggi, giovedì 11 dicembre, a Catania, della Sezione per le Migrazioni
del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee) che ha riunito per
tre giorni delegati delle conferenze episcopali e studiosi per analizzare le
sfide della mobilità umana e rafforzare la tutela delle persone più
vulnerabili. Voluto a Catania dall’arcivescovo mons. Luigi Renna per offrire ai
partecipanti un punto di osservazione diretto sulle dinamiche migratorie
attuali, l’incontro si è centrato sul tema: “Giubileo e migrazioni: camminare
insieme nella speranza”.
Don Okulik, quali criticità sono emerse in questi giorni
di scambio e discussione tra delegati dei diversi paesi europei?
Le criticità sono molto diverse, poiché ogni Paese
europeo dispone di leggi e normative differenti per la gestione dei flussi
migratori. Tuttavia, esistono alcuni denominatori comuni, come la
preoccupazione delle commissioni per l’educazione e il rispetto della legalità.
Su questo fronte si lavora molto: si cerca di assistere i migranti con modalità
diverse, pur sapendo che la complessità delle normative attuali e i continui
cambiamenti legislativi rendono talvolta problematiche alcune questioni di legalità. Per
questo l’attenzione è sempre rivolta a garantire la sicurezza, perché
assicurando la legalità si tutela anche la sicurezza dei flussi migratori. È
una delle principali preoccupazioni, poiché rappresenta il modo più concreto di
difendere e tutelare la dignità delle persone.
Nel suo intervento introduttivo all’incontro, il
sociologo Carlo Colloca ha richiamato l’attenzione sulle cosiddette aree
iperprotette come i Cas, i Cara, le enclave spagnole di Ceuta e Melilla in
Marocco o la “giungla” di Calais. Erigere muri in nome della sicurezza
garantisce davvero protezione all’Europa?
Colloca ha fatto riferimento a queste strutture
ricordando la sua partecipazione a una commissione d’inchiesta del Parlamento
italiano e la collaborazione a ricerche per la Commissione Europea. In effetti
il modello cosiddetto “militarizzato”, diffuso alcuni anni fa, non ha sempre
garantito né la sicurezza dei Paesi né la tutela della dignità delle persone.
Da qui la sua insistenza sulla necessità di trovare percorsi alternativi. Uno
di questi che è ben conosciuto nella Chiesa Cattolica e non solo, è l’accompagnamento
dei migranti attraverso canali sicuri, come la “sponsorship” delle migrazioni
promossa da Sant’Egidio e da altri organismi cattolici e non cattolici che
hanno adottato questo modello. Negli anni sono stati sperimentati approcci
diversi, alcuni più rigidi, altri più aperti. L’esperienza insegna che non
esiste un modello unico: ogni Paese deve individuare la soluzione più adatta.
Ciò che conta davvero è perseguire il benessere delle
persone, sia dei migranti sia dei cittadini, evitando di concentrarsi
esclusivamente su misure restrittive.
In questi giorni lei ha incontrato persone che vivono
accanto ai migranti e li sostengono concretamente. Quando si parla di migranti,
spesso si parla solo di numeri e di problemi, ma chi sono davvero le persone
che raggiungono le nostre coste?
La loro provenienza è molto eterogenea: differiscono per
età, per capacità di iniziare un lavoro o intraprendere un percorso di
formazione. Si tratta quindi di categorie molto diverse. Negli ultimi anni
prevalgono i migranti provenienti da Paesi in conflitto, da realtà segnate da
collassi sociali, crisi economiche o disastri naturali. Tutti fattori che
spingono alla migrazione e che lasciano ferite profonde nelle persone che
arrivano in Europa. Il problema è che, anche quando non vi è una motivazione così
drammatica alla partenza, il viaggio verso l’Europa rimane lungo, costoso e
pericoloso, poiché mancano canali sicuri e garantiti. Questo percorso espone i
migranti a gravi rischi per la vita, oltre a violenze e abusi. Ci troviamo
quindi di fronte a una grande varietà di storie umane. Di fronte a questa
complessità, le Commissioni, la Chiesa Cattolica e chi lavora con i migranti
cercano – come ricordava spesso Papa Francesco – di partire dalla persona
concreta.
Non si tratta di catalogare o individuare elementi
comuni, ma di stare accanto a chi soffre e costruire, a partire dall’incontro
personale, un percorso di aiuto che possa sostenere la persona e la sua
famiglia.
Quale Chiesa emerge oggi in Europa?
Quella che si delinea è una Chiesa ricca di esperienza,
segnata da apertura verso l’altro e disponibilità ad aiutare chi è nel bisogno.
Allo stesso tempo, però, si avvertono segni di stanchezza e la diminuzione
delle risorse, un tema molto attuale che incide sulle attività di sostegno.
Nonostante queste difficoltà, prevale il desiderio – in linea con l’invito del
Sinodo – di continuare a camminare insieme con speranza. Non si tratta di
pretendere di risolvere ogni problema o di eliminare tutte le difficoltà o le
tensioni che possono sorgere anche nelle comunità ecclesiali, ma di riconoscere
che queste fanno parte del cammino. Sir 11
L'identità europea si comprende solo in riferimento all’eredità cristiana
L'udienza del Papa alla delegazione del Gruppo European
Conservatories and Reformists del Parlamento Europeo. Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. "Lo scopo di poteggere l'eredità
religiosa di questo continente, tuttavia, non è semplicemente quello di
salvaguardare i diritti delle sue comunità cristiane, né è principalmente una
questione di preservare particolari costumi o tradizioni sociali, che in ogni
caso variano da luogo a luogo e nel corso della storia. È soprattutto un
riconoscimento di un fatto". Papa Leone XIV lo ha ricordato nella udienza
alla delegazione del Gruppo European Conservatories and Reformists del
Parlamento Europeo.
Oltre al suo grazie il Papa ricorda il ruolo della
rappresentanza democratica. "Ricoprire una carica importante nella
società comporta la responsabilità di promuovere il bene comune" ricorda e
aggiunge che "uno degli scopi essenziali di un parlamento è proprio quello
di consentire che tali punti di vista siano espressi e discussi. Tuttavia, il
segno distintivo di ogni società civile è che le differenze siano discusse con
cortesia e rispetto, per la capacità di dissentire, ascoltare attentamente e
persino di entrare in dialogo con coloro che potremmo considerare
avversari". Cita san Tommaso Moro il Papa e poi dice: "faccio
mio l'appello dei miei recenti predecessori secondo cui l'identità europea può
essere compresa e promossa solo in riferimento alla sua eredità
giudaico-cristiana".
Non si tratta solo di difendere i diritti delle comunità
cristiane, ma di un contributo alla società europea e "in modo
particolare, penso ai ricchi principi etici e ai modelli di pensiero che
costituiscono il patrimonio intellettuale dell'Europa cristiana. Questi sono
essenziali per salvaguardare i diritti conferiti da Dio e il valore intrinseco
di ogni persona umana, dal concepimento alla morte naturale. Sono altrettanto
fondamentali per rispondere alle sfide poste dalla povertà, dall'esclusione sociale,
dalla privazione economica, nonché dalla crisi climatica in corso, dalla
violenza e dalla guerra".
La voce della Chiesa va garantita anche con la sua
dottrina sociale, e che "continui a essere ascoltata non significa
riportare in auge un'epoca passata, ma assicurare che non vadano perdute
risorse fondamentali per la cooperazione e l'integrazione future".
Leone XIV cita Benedetto XVI e il Discorso alla Società
Civile, Westminster Hall, Londra, 17 settembre 2010 e aggiunge. "In
effetti, questo dialogo pubblico, in cui i politici hanno un ruolo molto
significativo, è fondamentale per rispettare la competenza specifica di
ciascuno, nonché per fornire ciò di cui l'altro ha bisogno, vale a dire un
ruolo di reciproca «purificazione» per garantire che nessuno dei due cada
vittima di distorsioni (cfr. ibid.). La mia preghiera è che voi svolgiate il
vostro ruolo impegnandovi positivamente in questo importante dialogo, non solo
per il bene dei popoli d'Europa, ma di tutta la nostra famiglia umana".
Aci 10
Mci di Kempten: festeggiati i 75 anni di p. Bruno
Kempten. Sabato scorso, 6 novembre 2025 –subito dopo la
S. Messa prefestiva nella chiesa parrocchiale di St. Anton di Kempten– la
nostra Comunità ha voluto festeggiare Padre Bruno Zuchowski, il Pastore che da
tanti anni regge con tanto impegno e amore le Missioni Cattoliche Italiane di
Augsburg e Kempten, con delle presenze mensili in alcune cittadine della
Svevia.
Significanti - come sempre- le parole del Celebrante a
commento della Lettura (Isaia 40. 3-9) e del brano evangelico della 2°
Domenica di Avvento (Matteo 3, 1-12), che mette a fuoco la figura di Giovanni
Battista, che –citando il Profeta Isaia– annuncia: "la voce di uno
che grida nel deserto", un precursore che invita alla
conversione e prepara la via al Signore; sottolineando il tema di
speranza e preparazione alla venuta di Gesù e alla Festa dell'Immacolata Concezione,
di Lunedì 8 Dicembre.
Molto lieta e animata la festa, che –come detto– ha
preso il via nei locali della Parrocchia dopo la Celebrazione. Un fraterno
incontro, durante il quale, oltre ad essere stati offerti graditi doni al
Rettore, da alcuni Membri del Consiglio Pastorale gli sono state tributate
tante parole di gratitudine e di ringraziamento per il complesso impegno
nelle due Missioni, e non sono mancati tanti sinceri auguri di lunga vita.
Ringraziamenti e auguri ai quali mi unisco io, assente a causa di impegni
pregressi inderogabili, e il Parroco di St. Lorenz, Padre Thomas Rauch, che
oggi, 7 Dicembre, dopo la S. Messa domenicale –accomiatandosi– mi ha chiesto di
fare a Padre Bruno tanti auguri per il suo compleanno da parte sua.
Ringrazio per le foto e per i video che seguono la cara
Amica Pina Baiano, Segretaria della Missione e Segretaria Organizzativa del
nostro circolo ACLI. Ringrazio –infine, particolarmente– il caro Padre
Bruno, che mi ha inviato la bella ímmagine della Vergine Immacolata. Padre
Bruno è da tanti anni Consigliere Spirituale delle ACLI.
Fernando A. Grasso, Membro del Consiglio Pastorale
Concilio Vaticano II: 60 anni tra memoria e novità
L'intervista a padre Fabio Nardelli, docente di
Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia
Università Antonianum di Roma ed all’Istituto Teologico di Assisi - Di Simone
Baroncia
Roma. “Ma osservate che cosa si verifica questa mattina:
mentre chiudiamo il Concilio ecumenico, noi festeggiamo Maria Santissima, la
Madre di Cristo, e perciò, come altra volta dicemmo, la Madre di Dio e la Madre
nostra spirituale. Maria santissima, diciamo immacolata! cioè innocente, cioè
stupenda, cioè perfetta; cioè la Donna, la vera Donna ideale e reale insieme;
la creatura nella quale l’immagine di Dio si rispecchia con limpidezza
assoluta, senza alcun turbamento, come avviene invece in ogni creatura umana. Non
è forse fissando il nostro sguardo in questa Donna umile, nostra Sorella e
insieme celeste nostra Madre e Regina, specchio nitido e sacro dell’infinita
Bellezza, che può terminare la nostra spirituale ascensione conciliare e questo
saluto finale? e che può cominciare il nostro lavoro Post-conciliare? Questa
bellezza di Maria Immacolata non diventa per noi un modello ispiratore? una
speranza confortatrice?”: con queste parole nel giorno della festa
dell’Immacolata Concezione, 8 dicembre 1965, papa san Paolo VI chiudeva il
Concilio Vaticano II, dopo aver ‘inviato’ otto messaggi al mondo.
Però a distanza di 60 anni cosa rimane per la vita della
Chiesa nel mondo contemporaneo, in quanto il Concilio Vaticano II è stato
definito come una ‘bussola’ e, tuttora, rimane un punto di riferimento
essenziale dal quale accogliere una preziosa eredità per custodirla e
trasmetterla in forme sempre più efficaci, perché ripercorrere le tappe del
Concilio Vaticano II non vuole essere un’opera di archeologismo, bensì
un’opportunità per ri-visitare alcuni aspetti essenziali della vita
ecclesiale. Infatti in uno degli otto messaggi papa san Paolo VI
tratteggiava questa immagine della Chiesa: ‘Questo Concilio consegna alla
storia l’immagine della Chiesa cattolica raffigurata da quest’aula, piena di
Pastori professanti la medesima fede, spiranti la medesima carità, associati
nella medesima comunione di preghiera, di disciplina, di attività, e (ciò che è
meraviglioso) tutti desiderosi d’una cosa sola, di offrire se stessi, come
Cristo nostro Maestro e Signore, per la vita della Chiesa e per la salvezza del
mondo’.
Partendo da queste sollecitazioni a padre Fabio
Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università
Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ed all’Istituto
Teologico di Assisi, chiediamo di raccontarci quale immagine della Chiesa è
emersa dalla conclusione del Concilio Vaticano II:
“Il Concilio Vaticano II è stato realmente un punto di
“non ritorno” da cui ripartire. La Chiesa ha vissuto un momento di transizione:
dalla Chiesa europea alla Chiesa mondiale; e, nella sua universalità ha
ritrovato se stessa. Essa aveva bisogno di ‘ricomprendersi’ per potersi
‘rivolgere’ al mondo in un modo più consapevole. La visione dinamica della
Chiesa è uno degli aspetti centrali che si può cogliere come frutto maturo del
Concilio, divenendo quindi una realtà che ascolta, che accoglie e partecipa
attivamente in forza del sacramento del battesimo”. ‘Quel che più di tutto
interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia
custodito e insegnato in forma più efficace. Tale dottrina abbraccia l’uomo
integrale, composto di anima e di corpo, ed a noi, che abitiamo su questa
terra, comanda di tendere come pellegrini alla patria celeste’: è l’inizio del
Concilio Vaticano II.
In quale modo il Concilio Vaticano II ha ‘aiutato’ a
diffondere e difendere la dottrina?
“La finalità pastorale ha caratterizzato questa
convocazione conciliare, sottolineando una forte esigenza missionaria, di
portare il Vangelo all’uomo moderno, facendo respirare un’atmosfera
mondializzata. Il Concilio Vaticano II ha accelerato questo processo di
inculturazione e trasmissione della fede grazie al dialogo con la cultura e il
mondo contemporaneo, ponendosi in ascolto dei ‘segni dei tempi’. La Chiesa si
inserisce, infatti, in una traiettoria che va dal Vangelo all’eschaton, dove la
comunità ha il dovere di conservare fedelmente la memoria del Cristo salvatore,
trasmettendola nella forma di chi, non avendo ancora raggiunto il proprio
compimento, deve costantemente aprirsi alla novità del Regno che viene”.
Per quale ragione era opportuno celebrare il Concilio
Vaticano II?
“L’assise conciliare si può definire, tranquillamente,
come una ‘nuova Pentecoste’, nel desiderio di rimettere al centro la Chiesa tra
memoria e novità. Era necessario mettere a contatto il mondo moderno con le
energie vivificatrici e perenni del Vangelo, sottolineando la connessione tra i
princìpi e la prassi, ponendo entrambi a servizio del ‘bonum animarum’ di chi è
già discepolo e dei lontani, che ignorano il Vangelo. Il Concilio Vaticano II,
perciò, si è occupato della Chiesa nella sua natura, composizione, vocazione
ecumenica e attività apostolica e missionaria”. ‘Nelle attuali condizioni
della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai;
vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati,
risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se
non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se
ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla
dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa… A Noi
sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che
annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo’: con queste
parole, pronunciate il giorno 11 ottobre 1962, papa san Giovanni XXIII apriva
il Concilio Vaticano II.
Perché per papa san Giovanni XXIII era (ed è) opportuno
‘dissentire da codesti profeti di sventura’?
“San Giovanni XXIII, definito papa di ‘transizione’,
raccolse il filo interrotto del Concilio Vaticano I e rilanciò l’opportunità di
una convocazione assembleare per guardare alla vita della Chiesa nell’ottica
dell’aggiornamento e del rinnovamento, tenendo presente l’apertura ecumenica.
Con il suo atteggiamento profetico, richiama la Chiesa intera ad un
atteggiamento di fiducia, di ascolto e soprattutto di speranza nella
prospettiva della piena comunione e riconciliazione tra i popoli. Lo stile del
dialogo e, soprattutto, della pace diventano le vie preferenziali per
proseguire nell’opera di evangelizzazione all’interno della Chiesa e, in
particolare, nel mondo contemporaneo”.
Allora in quale modo il Concilio Vaticano II ha aiutato
il 'mondo' a comprendere la Chiesa?
“Il Concilio ribadisce l’assunzione di un’ottica positiva
del mondo, conferendogli una dignità teologica: il mondo è buono perché creato
e sostenuto dal Creatore; ma il mondo è buono anche nell’ordine della
redenzione. La Chiesa, pertanto, si trova nel mondo ed è chiamata a vivere e
agire nel mondo, con un rapporto più profondo di ciò che implica una semplice
proposizione locativa. Nella dimensione dello ‘scambio’ e grazie al mistero
dell’incarnazione, il rapporto Chiesa-mondo può essere inteso sul piano della
reciproca comunione e, di conseguenza, anche sul piano della
solidarietà”.
Nell'ambito di questo servizio gratuito, potrete ricevere
occasionalmente delle nostre offerte da parte di EWTN News ed EWTN. Non
commercializzeremo ne affitteremo le vostre informazioni a terzi e potrete
disiscrivervi in qualsiasi momento.
Quindi dopo 60 anni cosa rimane del Concilio Vaticano II?
“La grande chiamata a vivere nella Chiesa tutti insieme
come un unico ‘popolo partecipe’; la tensione tra la ‘regula fidei’ (‘regola
della fede’, ndr.) e la dimensione contestuale delle culture; la centralità
dell’evangelizzazione quale via preferenziale per vivere da testimoni
credibili; l’apertura ecumenica come ‘locus’ teologico per incontrare in Cristo
tutti i fratelli; il rinnovamento nella vita della Chiesa come un cammino
permanente”. Aci 10
“Nelle proposte formative sull’IA non si dimentichi l’etica”
L’Intelligenza Artificiale sta rivoluzionando l’ambito
scolastico, offrendo strumenti innovativi e applicazioni pratiche per
educatori, docenti, dirigenti scolastici, sempre più alle prese con
sperimentazioni didattiche, tecnologie usate con finalità di supporto, nuove
normative di riferimento. Anche la scuola dell’infanzia, focalizzata sullo
sviluppo dell’identità, dell’autonomia e delle competenze di bambine e bambini
fra i tre e i sei anni, viene coinvolta in questo nuovo processo irreversibile.
E, soprattutto in quest’ambito, si avverte l’esigenza di approcci specifici e
particolari.
Da qui una nuova iniziativa promossa dalla Fondazione
FISM Nazionale ETS, legata alla Federazione Italiana Scuole Materne, punto di
riferimento per circa novemila realtà educative, frequentate da quasi mezzo
milione di bambini e dove lavorano oltre quarantamila persone e migliaia di
volontari. Si tratta di un seminario dal titolo “Insegnare con l’intelligenza
artificiale”, ideato per avviare una riflessione consapevole sull’impiego
dell’IA nella formazione del personale e nell’agire quotidiano delle scuole dell’infanzia.
“Stiamo assistendo al moltiplicarsi di proposte formative
per chi lavora nei nostri presidi educativi, ma in larga parte tengono conto
specialmente di aspetti e valutazioni di carattere economico. Invece occorre,
soprattutto in questa fase, pensare di più agli aspetti di ordine etico
nell’utilizzo dell’AI”, ha dichiarato il presidente della Fondazione FISM
Nazionale ETS Mirco Cecchinato. Aggiungendo: “In modo particolare avendo ben
presente la mission, il progetto educativo e valoriale, l’ispirazione cristiana,
comunitaria, delle nostre scuole e dei nostri presidi pedagogici e culturali”.
Il convegno si terrà giovedì 11 dicembre dalle ore 16:30
alle 19. La partecipazione in presenza è prevista solo su invito, a Roma,
presso la sede della Pontificia Accademia per la Vita, ma per tutti gli
interessati sarà disponibile la diretta streaming sul canale Youtube della
Fondazione FISM ETS.
Dopo un saluto introduttivo del presidente della
Fondazione Cecchinato, che aprirà i lavori, interverranno don Andrea Ciucci,
coordinatore di Segreteria della Commissione presso la Pontificia Accademia per
la Vita (“L’approccio etico all’uso dell’AI”); Stefano Pasta, docente
universitario, formatore e membro del CREMIT - Centro di Ricerca
sull’Educazione ai Media, all’Innovazione e alla Tecnologia - Università
Cattolica di Milano (“La formazione dell’insegnante in epoca AI”); Marco
Sanavio, responsabile della comunicazione istituzionale dello IUSVE - Istituto
Universitario Salesiano di Mestre (“La comunicazione educativa attraverso l’uso
dell’AI”). Le conclusioni verranno affidate al consulente ecclesiastico FISM
Nazionale, don Mario Della Giovanna. Fism 9
Vaticano II: una svolta nella crisi?
Esattamente 60 anni fa, oggi, si concludeva solennemente
il Concilio Vaticano II, seguito poi dal rollback romano. Un ricordo del suo
futuro.
Chiudete gli occhi per un attimo. Immaginate un cielo
stellato di notte e osservate le luci scintillanti. È come per i sedici
documenti del Concilio Vaticano II (1962-1965). Sono come punti luminosi nel
cielo notturno, che anche nel XXI secolo possono servire da orientamento se si
sa collegarli in una costellazione. Da questa immagine non è lontano il
concetto di costellazione (dal latino stella).
Una “lettura della costellazione”[1] del Concilio
Vaticano II consente di stabilire le proprie priorità (opzione di primo
ordine), purché si mantenga la tensione con le altre priorità (opzione di
secondo ordine). Se si riuscisse a coltivare sinodalmente questa “doppia
opzione” tra la propria parte e il grande insieme, ne risulterebbe uno stile di
approccio non solo ai testi conciliari, ma anche tra di noi, capace di
pluralità e sensibile alle differenze.
La costellazione del Concilio
Al centro del Concilio vi sono quattro costituzioni che
possono essere sovrapposte alle dimensioni fondamentali della pastorale
ecclesiale: la costituzione sulla liturgia Sacrosanctum concilium, la
costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, la costituzione sulla
rivelazione Dei verbum (Martyria) e la costituzione pastorale sulla Chiesa
Gaudium et spes (Diakonia).
Tutti e quattro i testi principali del concilio Vaticano
II affondano le loro radici nei cambiamenti preconciliari della pastorale: SC
nel movimento liturgico (actuosa participatio), LG nel movimento dei fedeli
laici (la Chiesa si risveglia nelle anime), DV nel movimento biblico (réveil
évangélique) e GS nel movimento missionario (la Chiesa deve uscire da sé
stessa).
Squilibrio teologico. Questo modo di interpretare il
Vaticano II attraverso le sue quattro costituzioni era già stato proposto dal
Sinodo dei vescovi in occasione dell’anniversario del Concilio nel 1985, ma con
un’enfasi diversa da quella che segue.
La formula sintetica con cui questo sinodo speciale,
dominato da Joseph Ratzinger, ha sintetizzato il Concilio, presenta infatti uno
squilibrio teologico conciliare. Essa riduce il plurale della costellazione dei
suoi testi dottrinali a un singolare incentrato sulla liturgia: la Chiesa (LG)
– sotto la parola di Dio (DV) – celebra i misteri di Cristo (SC) – per la
salvezza del mondo (GS). Il verbo che dà senso a questa formula conciliare si
riferisce alla liturgia come attività principale che determina l’essenza della
Chiesa (“celebra i misteri di Cristo”).
Chiesa sensibile al mondo. La dinamica del Concilio
stesso suggerisce un diverso punto focale: posto nella costituzione pastorale
Gaudium et spes[2] .In essa era in discussione la questione pastorale
fondamentale del Vaticano II: la Chiesa nel mondo di oggi – che cosa vuol dire?
Un riassunto autentico del Concilio sarebbe quindi: la
Chiesa (LG) – a servizio della salvezza del mondo (GS) – attraverso i misteri
di Cristo (SC) – sotto la parola di Dio (DV). Questa formula sintetica è
confermata nei due testi quadro che, in quanto primi e ultimi documenti
approvati dal Concilio, ne rappresentano il punto centrale non solo dal punto
di vista storico ma anche sistematico: il Messaggio al mondo (20 ottobre 1962)
e la Gaudium et spes (7 dicembre 1965).
Marie-Dominique Chenu, che ha ispirato non solo il
suddetto messaggio, ma anche la successiva costituzione pastorale, delinea
l’immagine ideale di una Chiesa “sensibile al mondo” in modo nuovo: “Il
Concilio dovrà definire il problema della Chiesa […] in base alle dimensioni
del mondo […]. Non si deve sottovalutare l’importanza […] della riforma
liturgica, della rinascita di comunità veramente cristiane, del rinnovamento
dei metodi dell’apostolato e del ripristino della funzione episcopale, che sono
tutti giustamente all’ordine del giorno del prossimo Concilio, ma tutte queste
questioni importanti trovano la loro luce […] nella visione di un mondo nuovo
[…]”.[3]
Svolta restaurativa
L’8 dicembre 1965 il Concilio si concluse solennemente,
ma già il 9 dicembre iniziò la lotta romana contro il Concilio. Durante il
lunghissimo doppio pontificato di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI
(1978-2013), questa tendenza acquisì addirittura «egemonia culturale» (A.
Gramsci) nella Chiesa universale.
Dopo la breve primavera conciliare sotto Giovanni XXIII e
Paolo VI (1958-1978), iniziò un “periodo invernale” (Karl Rahner), che solo
sotto i papi Francesco e Leone XIV (2013-oggi) si sta trasformando in un
disgelo – e il cui periodo di grande freddo ha influenzato anche il sentimento
ecclesiale dell’autore di queste righe.
Come molti altri, anche io ho imparato a distinguere, in
una schizo-ecclesiologia cognitivamente dissonante, tra la mia esperienza
parrocchiale locale e una politica ecclesiale globale, la cui elaborazione
teologica non è ancora nemmeno iniziata.
Nuova evangelizzazione. Un momento chiave in questo
passo indietro romano è stato il già citato sinodo speciale per l’anniversario
del Concilio nel 1985. Esso stabilì un’interpretazione romana del Vaticano II
che, partendo da una lettura negativa del periodo postconciliare, avrebbe
dovuto contenere i cambiamenti allora in atto nella Chiesa universale: in
riferimento alla liberazione politica (America Latina), all’inculturazione
cristiana (Africa), al dialogo interreligioso (Asia) e alla secolarizzazione
sociale (Europa, Nord America).
Il 1985 era già iniziato con un colpo di scena nella
politica ecclesiastica: il Rapporto sulla fede di Joseph Ratzinger, in cui si
parlava di una necessaria “restaurazione”. Al centro di questa contro-riforma
c’era l’idea di una nuova evangelizzazione ricristianizzante, che allo stesso
tempo rappresentava un manifesto allontanamento dal concetto olistico di
evangelizzazione di papa Paolo VI espresso nell’Evangelii nuntiandi’[4]: che
iniziava con l’auto-conversione della Chiesa ed era all’insegna della gioiosa
sequela di Gesù nell’orizzonte del regno di Dio. Il sinodo speciale romano per
l’anniversario del Concilio è sinonimo di conflitti massicci tra le Chiese
locali e il centro della Chiesa universale, che hanno interessato tutti gli
ambiti del popolo di Dio:
* Vescovi: uno strumento centrale di questa politica
ecclesiale restauratrice furono nomine episcopali altamente controverse
(compreso un questionario sulla fedeltà a Roma, la contraccezione,
l’ordinazione delle donne, il celibato, ecc.). I vescovi sgraditi venivano
destituiti dal loro ufficio, come accadde a Jacques Gaillot in Francia nel
1995.
* Preti: si arrivò a una completa riclericalizzazione,
che portò persino a norme più severe in materia di abbigliamento. Ai “sacerdoti
conciliari” vestiti in modo normale seguirono i “sacerdoti di Giovanni Paolo II
e Benedetto XVI” con il colletto romano. Inoltre, nel 1994, l’enciclica
Ordinatio sacerdotalis approssimò il divieto dell’ordinazione delle donne a una
dottrina infallibile.
* Vita religiosa: anche in questo caso ci furono
interventi autorevoli, il più importante dei quali fu la nomina di un nuovo
generale dei gesuiti nel 1981. A Roma si puntò soprattutto sui nuovi movimenti
spirituali come Comunione e Liberazione o il Neocatecumenato, nonché sul
potente Opus Dei, elevato a prelatura personale nel 1982.
* Laici: nella Christifideles laici, Giovanni Paolo II
mise in guardia dal «livellamento tra il sacerdozio comune e il sacerdozio
ministeriale» (23). I ministri ecclesiastici non ordinati, come gli operatori
pastorali tedeschi, furono messi al loro posto con l’«Istruzione sui laici» del
1997.
* Teologi: nel 1979 Hans Küng fu privato
dell’autorizzazione all’insegnamento, dando inizio a tutta una serie di
condanne dottrinali. Nel 1989 oltre 700 professori di teologia di tutto il
mondo firmarono la Dichiarazione di Colonia. Nello stesso anno Roma pubblicò
una Professio fidei obbligatoria nella tradizione del giuramento
antimodernista.
Alle proteste dei teologi seguirono quelle dei laici
impegnati. Un esempio fu il Kirchenvolksbegehren austriaco del 1995, che prese
forma a partire dallo scandalo degli abusi sessuali che coinvolse l’arcivescovo
di Vienna Groër. La successiva scoperta degli abusi sessuali perpetrati dai
sacerdoti in tutto il mondo (e della loro copertura da parte dei vescovi, che
hanno protetto i colpevoli invece di proteggere le vittime) ha inaugurato una
nuova fase del periodo postconciliare, che ha caratterizzato il pontificato di
Benedetto XVI.
Quest’ultimo fu eletto nel 2005 come successore di
Giovanni Paolo II perché prometteva la massima continuità nella lotta contro la
“dittatura del relativismo”.
Questo pontificato ha raggiunto il suo punto più basso
durante la Pasqua dell’Anno Sacerdotale 2010, quando il cardinale decano Angelo
Sodano, che aveva già svolto un ruolo ambiguo come nunzio durante le dittature
militari di estrema destra in America Latina, ha assicurato al papa in un
discorso di solidarietà che le critiche alla Chiesa per i casi di abuso non
erano altro che un chiacchiericcio del momento.
Una svolta nella crisi
Anche se papa Benedetto XVI è stato meno indulgente del
suo predecessore in materia di abusi sessuali, fu solo il suo successore
Francesco ad affrontare realmente le cause sistemiche di questa crisi epocale
della Chiesa. Egli individuò nel clericalismo la causa strutturale principale
degli abusi e raccomandò la sinodalità come antidoto efficace: abusi,
clericalismo e sinodalità sono profondamente interconnessi.
Nel corso di una corrispondente svolta sinodale, papa
Francesco ha compiuto diversi cambiamenti di paradigma, allontanandosi dalla
linea restauratrice dei suoi predecessori, anche se molti di essi non sono
stati sufficientemente incisivi: limitazione del centralismo romano nel senso
di una “decentralizzazione salutare”; coinvolgimento di tutto il popolo di Dio
nei processi sinodali (compreso il diritto di voto),; apertura a forme di vita
“irregolari” (ad esempio divorziati risposati, omosessuali); rottura con la
dottrina sociale classica a favore di un approccio teologico della liberazione
(inclusa la riabilitazione di Gustavo Gutièrrez, Leonardo Boff e la
canonizzazione di Oscar Romero) e molto altro ancora.
Attraverso il buco della serratura
Quello che ne è seguito, anche per l’ambito pastorale di
lingua tedesca, non è tanto un cammino di uscita dalla crisi che la Chiesa
stessa aveva prodotto, quanto piuttosto un movimento all’interno di essa che ha
prodotto una ulteriore fase di ricezione del Concilio.
L’ampiezza pastorale globale di una Chiesa conciliare
aperta sia all’interno che all’esterno non è stata finora quasi recepita dal
mainstream cattolico locale.
Se si chiede ai cattolici cosa abbia portato di nuovo il
Concilio, essi citeranno soprattutto riforme rivolte all’interno: sono stati
installati i cosiddetti “altari rivolti al popolo” e la messa viene celebrata
nella lingua nazionale. Oppure: i laici sono stati valorizzati ed è stato
istituito un consiglio parrocchiale.
Questa immagine offre uno sguardo microstorico
attraverso il buco della serratura nella vita quotidiana di una parrocchia
postconciliare:
Nell’area europea, la ricezione del Concilio ha
consistito principalmente in una riorganizzazione interna della Chiesa (nel
senso di liturgia e koinonia), piuttosto che in una missione nel mondo (di
diakonia e martyria): il culto costituisce il divenire comunità.
L’attenzione si è concentrata sulle due costituzioni
Sacrosanctum concilium e Lumen gentium. Solo con il pontificato di papa
Francesco le altre due costituzioni, Gaudium et spes e Dei verbum, sono
diventate sempre più centrali – una dinamica estroversa della missione nel
mondo che sfida letteralmente la dinamica introversa della raccolta nella
Chiesa: il servizio all’uomo come testimonianza di Dio.
Il Concilio ritorna così in Europa con una svolta
latinoamericana. Perché una Chiesa in senso conciliare non è solo “a casa
dentro”, ma anche “a casa fuori”. Attenzione però: non si tratta affatto di un
appello “missionario” nel senso della nuova evangelizzazione, che dovrebbe
distrarre dall’urgente necessità di affrontare i problemi sistemici della
Chiesa (non dobbiamo ruotare solo intorno a noi stessi).
Fedeltà creativa al Concilio. Piuttosto, vale il
paradosso missionario: chi esce all’esterno si trova confrontato con le
patologie del proprio interno (“come, sei della Chiesa? Non voglio avere niente
a che fare con essa”). Non si può eludere l’auto-conversione della Chiesa come
presupposto per una nuova credibilità.
Perché una Chiesa clericale e coloniale, omofoba e
misogina, identitaria e autoritaria, è un ostacolo manifesto
all’evangelizzazione. Le questioni strutturali riflettono i contenuti della
fede, altrimenti non sono conformi al Vangelo. Ciò significa che non deve
esserci una “competizione tra vittime” (Regina Ammicht-Quinn) tra gli
emarginati dalla società e quelli dalla Chiesa. Pertanto, anche il Cammino
sinodale in Germania è in fedeltà creativa al Concilio.
Auto-evangelizzazione. Come già nel concilio
Vaticano II, si tratta dell’auto-evangelizzazione della Chiesa nel senso
dell’Evangelii nuntiandi, di cui oggi si celebra anche il 50° anniversario.
In definitiva, è come nel caso dei preti operai francesi
dopo la II Guerra mondiale che hanno compreso il Vangelo proprio tra quei
lavoratori che in realtà volevano convertire alla Chiesa. In breve: i sacerdoti
(SC) lasciano l’interno della Chiesa (LG), escono nel mondo (GS) e lì scoprono
le tracce di Dio (DV).
La via per arrivarci è indicata da Ad gentes, un altro
testo conciliare sulla missione globale della Chiesa: “Come Cristo stesso
penetrò nel cuore degli uomini per portarli attraverso un contatto veramente
umano alla luce divina, così i suoi discepoli, animati intimamente dallo
Spirito di Cristo, debbono conoscere gli uomini in mezzo ai quali vivono ed
improntare le relazioni con essi ad un dialogo sincero e comprensivo, affinché
questi apprendano quali ricchezze Dio nella sua munificenza ha dato ai popoli;
ed insieme devono tentare di illuminare queste ricchezze alla luce del Vangelo
[…].
Come quindi Cristo percorreva tutte le città e i
villaggi, sanando ogni malattia ed infermità come segno dell’avvento del regno
di Dio, così anche la Chiesa […] si unisce a tutti gli uomini di qualsiasi
condizione, ma soprattutto ai poveri ed ai sofferenti […]. Essa infatti
condivide le loro gioie ed i loro dolori, conosce le aspirazioni e i problemi
della vita, soffre con essi nell’angoscia della morte” (11-12).
[1]
Cf. Ch. Bauer: Optionen des Konzils? Umrisse einer konstellativen Hermeneutik
des Zweiten Vatikanums, in: Zeitschrift für katholische Theologie 134 (2012),
141-162.
[2] Il cardinale romano Brandmüller ha recentemente
reagito alle critiche tradizionaliste al Concilio con un argomento
tradizionalista (cf. la tesi di dottorato Pastorale Lehrverkündigung di Florian
Kolfhaus), che ignora in linea di principio il significato dogmatico della
costituzione pastorale: “I documenti veramente importanti, cioè le costituzioni
sulla liturgia, sulla Chiesa, sulla Sacra Scrittura, sono duraturi e si
inseriscono pienamente nella tradizione ecclesiale. […] È curioso che i
tradizionalisti si scaglino proprio contro i testi che, a differenza delle
costituzioni citate, hanno il minimo grado di vincolatività e sono solo
dichiarazioni. Mi riferisco alla Nostra aetate sugli elementi di verità nelle
altre religioni e alla Dignitatis humanae sulla libertà di fede e di
coscienza”.
[3] M.-D. Chenu: Vie conciliaire de l’Église et
sociologie de la foi, in: Id.: La foi dans l’intelligence. La Parole de dieu II,
Parigi 1964, 371–383, 381.
[4]
Cf. Ch. Bauer: Vom Lehren zum Hören. Offenbarungsmodelle und
Evangelisierungskonzepte im Übergang vom Ersten zum Zweiten Vatikanum, in: J.
Knop-M. Seewald (a cura di): Das Erste Vatikanische Konzil. Eine Zwischenbilanz
150 Jahre danach, Darmstadt 2019, 95-116. Christian Bauer, SettNews 8
Non solo fede: il presepe è arte, inclusione e memoria condivisa
Tra statuine, presepi viventi e ricordi familiari,
l’allestimento natalizio conserva un significato profondo, anche per chi non
crede. Il presepe unisce epoche, culture e generazioni, sfidando ogni anno le
polemiche ideologiche e riaffermandosi come simbolo di inclusione e umanità
condivisa – di Giuseppe Lorizio
Si avvicina il momento di tirar fuori dalle cantine gli
scatoloni con le statuine, la carta per il cielo e le montagne, la Sacra
Famiglia, il bue e l’asinello, gli angeli, i pastori, i Magi prima a cavallo o
sul cammello, poi appiedati e inginocchiati, e soprattutto il mitico “pastore
della meraviglia”, senza il quale mancherebbe un elemento essenziale del
presepe. È anche il caso di chiederci come possiamo arricchire il nostro
allestimento e magari fare un salto a San Gregorio Armeno per procurarci qualche
nuova statuina.
Eppure, ogni anno in questa occasione non mancano le
polemiche. Le aveva già previste il genio di Eduardo nel suo capolavoro Natale
in casa Cupiello: “Concetta: Io nun capisco che ’o faie a ffa, stu Presebbio.
Na casa nguaiata, denare ca se ne vanno… E almeno venesse bbuono! Tommasino:
Non viene neanche bene. Luca: E già, come se fosse la prima volta che lo
faccio! Io sono stato il padre dei Presepi… venivano da me a chiedere consigli…
mo’ viene lui e dice che non viene bene. Tommasino: A me non mi piace. Luca:
Questo lo dici perché vuoi fare il giovane moderno che non ci piace il
Presepio… Il superuomo. Il presepio che è una cosa commovente, che piace a
tutti quanti… Tommasino: A me non mi piace. Ma guardate un poco, mi deve
piacere per forza?”.
Tuttavia, con buona pace dell’amato autore partenopeo,
non si tratta tanto di una controversia generazionale. Non di rado, infatti,
fra le mie conoscenze registro l’insistente richiesta dei ragazzi rivolta ai
genitori o ai nonni (magari ex sessantottini): ma quando facciamo il presepe?
Come anche lo ritrovo in case abitate da persone che si dicono non credenti o
diversamente credenti. Tra l’altro, l’allestimento del presepe ha resistito nel
tempo al tentativo di sostituirlo col più laico albero di Natale. La saggezza
popolare, nella maggior parte dei casi, ha tenuto insieme le due tradizioni,
rivelandosi inclusiva piuttosto che escludente.
La polemica viene messa in atto piuttosto da parte di
quanti sostengono posizioni laiciste di tipo ideologico (che si intravedono
nella risposta del padre a Tommasino) e quanti fanno propria l’ostinazione
dell’anziano Lucariello. La disputa, spesso strumentalizzata da entrambe le
parti, riguarda piuttosto l’esibizione del presepe in ambienti pubblici, che –
si dice – devono essere rigorosamente laici, ossia neutrali per non offendere
quanti non si riconoscono nella fede cristiana. Una sana laicità, al contrario,
dovrebbe interrogarsi sul senso autentico di questa tradizione, piuttosto che
avviare crociate iconoclaste che finiscono con l’offendere chi crede.
A supportare il divieto di allestire il presepe in luoghi
pubblici, spesso si invoca il contesto pluralistico nel quale siamo inseriti e
che ovviamente ci appartiene. Eppure, non c’è nulla di più plurale del presepe.
Una pluralità che si mostra nei diversi personaggi e che li pone tutti sullo
stesso piano: dagli umili pastori, a quanti svolgono altri mestieri, alla
nobiltà dei Magi coi loro ricchi mantelli e i loro cammelli. E il presepe è
capace di tenere insieme anche personaggi di diverse epoche e latitudini. Resta
fuori o ai margini del presepe solo chi detiene il potere e considera la
nascita del Bambino un pericolo per la propria autorità, brigando per
eliminarlo e perpetrando una strage degli innocenti, che – ahimè – continua
ancora oggi da parte di chi imbraccia le armi contro popolazioni inermi.
E qui si mostra ancora una volta la valenza culturale e
artistica dell’evento cristiano. Se, infatti, dovessimo distruggere ogni opera
d’arte che ad esso si ispira, saremmo certamente molto più poveri di bellezza.
Tale espressione artistica si rivela nella fattura dell’ambiente presepiale e
nelle figure dei personaggi, ma anche, in maniera viva e dinamica, nelle
rappresentazioni dei presepi viventi che percorreranno i nostri borghi e
vedranno protagonisti persone di ogni ceto e appartenenza. E si tratta di un
messaggio anche per chi non crede, che si fermerà a questo aspetto
profondamente culturale, contemplando l’umanità precaria di un Bambino, laddove
chi crede vi scorgerà l’umanità di Dio stesso. Sir 8
Piena di grazia. Solennità dell'Immacolata Concezione
Il commento al Vangelo di S. E. Mons. Francesco Cavina
Roma. Con la solennità dell’Immacolata Concezione, la
Chiesa celebra la grandezza della Vergine Maria e il suo ruolo unico nell’opera
della redenzione del mondo. Una parola del vangelo ci aiuta a cogliere il senso
di questa festa. L’arcangelo Gabriele saluta la giovane donna di Nazareth,
chiamata a divenire Madre di Dio, con parole inusuali: “piena di grazia”.
Questa espressione nel linguaggio biblico ha il significato di perdonata,
riscattata, graziata dalla misericordia divina. Maria, dunque, è “piena di grazia”
perchè Dio l’ha preservata dalla colpa originale, rendendola un Tempio, un
Tabernacolo incontaminato che accoglie il Verbo incarnato. Dio, in altre
parole, si è riservato, nella palude in cui vive l’umanità a causa del peccato,
“un giardino fiorito” su cui posarsi e giungere a noi.
Nella figura della Vergine noi possiamo contemplare lo
splendore della nostra origine. Dio aveva pensato e creato l’uomo santo e
immacolato, come un riflesso della Sua vita divina. Ma Adamo ed Eva non hanno
saputo custodire questo meraviglioso progetto di Dio. Credendo alla menzogna
del Diavolo, hanno aperto la porta al peccato e a tutte le sue conseguenze.
Tuttavia, il Signore, nella sua infinità bontà, non ha abbandonato l’umanità.
Ha deciso di innalzare una diga indistruttibile contro il male, affidando a
Maria un ruolo centrale nel suo progetto di salvezza.
Con il suo libero “Sì”, Maria sancisce la pace tra il
cielo e la terra: Dio e l’uomo tornano di nuovo ad incontrarsi. Con la nascita
nella carne del Figlio di Dio non solo viene riparato il peccato dei nostri
Primogenitori e degli Angeli ribelli, ma si realizza pure l’antica promessa:
«Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gn 1, 3). Parole
queste che ci dicono che il trionfo di Cristo sul Diavolo è anche il trionfo di
Maria Cristo e della Chiesa. Maria, dalla quale è nato l’autore della vita,
partecipa della regalità del suo divin Figlio sul mondo. Per questo è invocata
come “Aiuto dei cristiani”, “Consolatrice degli afflitti”, “Rifugio dei
peccatori”.
Mi sembra importante, nella nostra riflessione,
sottolineare che la parola “grazia” nel linguaggio comune richiama anche l’idea
di bellezza e di amabilità. Maria, quindi, non è soltanto la creatura
privilegiata perché preservata dal peccato, ma è anche “graziosa”, “bella” non
secondo i criteri umani, ma secondo la bellezza di chi lascia Dio agire nella
propria vita. Come osserva san Cirillo di Alessandria: “Occorreva che colei che
avrebbe partorito il più bello tra i figli degli uomini fosse lei stessa di una
meravigliosa bellezza”.
Volgiamo, ora, tutti il nostro sguardo alla statua
dell’Immacolata, presente in quasi tutte le chiesa del mondo. La sua figura
alta, proporzionata, avvolta dalla luce divina, trasmette grandezza e
misericordia. La corona di dodici stelle ci ricorda la sua regalità, ma la sua
espressione è affabile e accogliente. Guarda chi si inginocchia davanti a Lei
per pregare e sembra dire: Figlio mio, non temere…Tu hai bisogno di tutto, ma
io posso tutto, ed il mio desiderio è di darti tutto. Confida in me. Anche persone
lontane dalla fede, come il comico francese Gad Elmaleh, hanno scoperto la
profondità della vita cristiana attraverso Maria, che lui ha definito “il suo
amore più bello” (2023).
Cari fratelli e sorelle, che cosa diremo, allora,
all’Immacolata Vergine Maria, in questa solennità a Lei dedicata? Innanzitutto
vogliamo indirizzarLe la nostra lode: “Vergine santa, tu sei veramente la Donna
che affascina. Tu sei la purezza che suscita il desiderio
dell’imitazione. Tu sei tota pulchra tutta bella! Tu portaci a Cristo: In
te confidiamo!” Con la sua bellezza, la Madonna, ci ricorda che nella vita c'è
una sola cosa che deturpa l'uomo: la lontananza da Dio. Nello stesso tempo
ci ricorda che la vera bellezza, quella che è capace di riempire in cuore è
l’amicizia di Gesù, che libera e ci tiene lontani dal sudiciume che è il
peccato. Maria Santissima, infine, ci permette di toccare con mano che quando
ci si apre all’amore del Signore l’impossibile diventa possibile.
Chiediamo dunque alla Vergine di guidarci a non
accontentarci di una vita mediocre o superficiale, ma di alimentare nel cuore
il desiderio di seguire il Signore, che ci libera dal male e dall’egoismo,
donandoci la vera libertà e la gioia dell’amore autentico. Aci 8
Convertitevi perché Dio è vicino. II Domenica di Avvento
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. Il Vangelo di questa seconda domenica di Avvento
ci presenta una figura che domina questo tempo santo: Giovanni Battista, che si
presenta come una voce che risuona nel deserto (Mt 3,1-12): una voce, però,
particolare: non attira l’attenzione su di sé, ma la orienta su di un Altro;
non intrattiene, ma scuote; non seduce, ma invita alla conversione.
Giovanni appare “nel deserto della Giudea”. Il deserto,
nella Bibbia e nella spiritualità cristiana, ha una grande importanza. Esso non
è solo un luogo geografico, ma il luogo dell’incontro con Dio, perchè il
Signore si rivela e parla dove l’uomo fa silenzio e smette di coprirsi di
rumori. Il messaggio di Giovanni è chiaro, asciutto, radicale: «Convertitevi,
perché il Regno dei cieli è vicino». Non dice “convertitevi perché siete
cattivi” ma “convertitevi perché Dio è vicino”. La conversione non nasce dalla
paura, ma dalla vicinanza di Dio. È la gioia di preparare la casa per un Ospite
atteso. Convertirsi significa cambiare direzione, tornare a rimettere Dio al
centro della propria vita. Giovanni, quindi, ci aiuta a comprendere che
l’Avvento non è tempo di sentimentalismi, ma di decisioni: è il tempo che il
Signore ci dona per operare le scelte che davvero contano per la vita.
L’evangelista Matteo ci presenta Giovanni con pochi
tratti essenziali: un uomo vestito di peli di cammello, con una cintura di
cuoio ai fianchi, che si nutre di locuste e miele selvatico. Il suo stile di
vita testimonia un distacco vissuto, una libertà incarnata, una verità abitata.
L’Avvento ci domanda la stessa coerenza: ridurre il superfluo, alleggerire il
cuore, vivere con sobrietà, perché solo chi vive leggero può correre incontro a
Cristo.
Giovanni scuote, richiama, converte. Le folle accorrono e
i potenti lo temono. Eppure proprio nel momento di massimo successo personale,
egli dice: «Colui che viene dopo di me è più forte di me… Io non sono degno di
portargli i sandali». Ecco la grandezza del Battista: non si sostituisce a
Cristo, non si appropria della missione, Il vero profeta non attira
l’attenzione su di sè, ma conduce a Gesù. E questa è la missione di ogni
battezzato. Il vero discepolo non si mette al centro, ma lascia che Cristo diventi
centro. Ci troviamo così’ di fronte ad un’altra sfida dell’Avvento: smettere di
riempire la vita di “io” e lasciare spazio al “Tu” di Dio. Lasciare che sia Lui
a guidare, a illuminare, a dare forma alla nostra vita.
Giovanni parla anche di giudizio e dice: «Egli vi
battezzerà in Spirito Santo e fuoco». È un’immagine che non deve spaventarci.
Essere battezzati “in Spirito Santo e fuoco” dal Salvatore che verrà, significa
lasciare che Cristo ci immerga nel suo Spirito, che è luce per comprendere,
forza per cambiare, calore per amare. Si tratta di un’immersione che
continua lungo tutta la vita
Giovanni Battista, dunque, è davvero il modello
dell’Avvento: ci invita al silenzio che ascolta; ci richiama alla conversione
che rinnova; ci offre uno stile di sobrietà che libera; ci insegna l’umiltà che
prepara la via al Signore; ci mostra la forza del fuoco dello Spirito che
purifica.
E noi come possiamo vivere tutto questo in modo concreto?
Possiamo, per esempio, sostituire qualche momento davanti alla televisione o
allo smartphone con la lettura di un buon libro di spiritualità, o con la vita
di un santo che ci ispiri e ci accompagni. Sono scelte piccole, ma reali, che
aprono spazio a Dio e liberano il cuore. Così, quando il Signore verrà — perché
verrà — ci troverà pronti ad accoglierlo, con una vita che ha imparato a
brillare della sua luce. Aci 7
Leone XIV: aiutare i giovani a osare di più, anche nell'IA
Venerdì scorso il Papa ha ricevuto i partecipanti a una
Conferenza sull'intelligenza artificiale e ha centrato il discorso sulle
premure della Chiesa verso i giovani in questo ambito in evoluzione – di GIOVANNI
TRIDENTE
Venerdì scorso, Papa Leone XIV ha ricevuto nella
Sala del Concistoro i partecipanti alla Conferenza su Intelligenza Artificiale
e bene comune - promossa dalla Fondazione Centesimus Annus e dalla rete di
Università Cattoliche SACRU - e ha pronunciato quello che, al momento, si
potrebbe definire uno dei discorsi più articolati sul tema dell’IA.
Aiutare le nuove generazioni a osare per la libertà
L’aspetto dell’intervento che colpisce di più è la
centralità che il Pontefice ha attribuito alla premura della Chiesa per le
“nuove generazioni”, che “vanno aiutate e non ostacolate nel loro cammino verso
la maturità e la responsabilità” e rese capaci “di sviluppare i propri talenti
e di rispondere alle esigenze del tempo e ai bisogni degli altri con spirito
libero e generoso”.
Gli stessi giovani - ha detto il Papa - vanno messi nelle
condizioni “di apprendere a utilizzare questi strumenti con la loro personale
intelligenza, aperti alla ricerca della verità, a una vita spirituale e
fraterna, allargando i loro sogni e l’orizzonte delle loro decisioni mature”.
Da parte loro, gli adulti devono invertire la rotta
dell’idea di crescita che hanno, che - ha riflettuto Leone XIV - probabilmente
non corrisponde a quella delle nuove generazioni, desiderose di essere diverse
e migliori.
A tal riguardo, bisogna anche “recuperare e rafforzare la
loro fiducia nella capacità umana di determinare l’evoluzione di queste
tecnologie”, mediante “un’azione coordinata e corale che coinvolga la politica,
le istituzioni, le imprese, la finanza, l’educazione, la comunicazione, i
cittadini e le comunità religiose”.
Si tratta di un cammino fatto di “impegno comune”,
“responsabilità condivisa” e “partecipazione diffusa” che, in definitiva,
porterà a “riconoscere e rispettare ciò che caratterizza la persona umana e ne
garantisce la crescita armoniosa”. Senza per questo essere “consumatori
passivi” di una tecnologia artificiale, incapaci di stupore e di contemplazione
e di un genuino confronto “con il mistero e con le domande ultime della nostra
esistenza”.
Prendersi la responsabilità
In un precedente incontro avuto proprio con dei giovani
americani il 21 novembre scorso, Papa Leone XIV aveva parlato loro di
educazione e responsabilità personale nell’uso dell’IA, attraverso “modi che
aiutano a crescere, mai in modi che distraggono dalla propria dignità o dalla
propria vocazione alla santità”.
Questo perché “la sicurezza non riguarda solo le regole”.
Il mandato di Papa Francesco
C’è anche da dire che l’udienza concessa da Leone XIV ai
membri della Centesimus Annus di venerdì scorso si inserisce a esito di un
mandato specifico che la stessa Fondazione aveva ricevuto da Papa Francesco nel
giugno 2024. In quella occasione, il Pontefice argentino li invitò a domandarsi
a che cosa servisse l’IA, indicando diversi fattori e aspetti da esplorare, da
cui sarebbe dipesa la risposta.
Tra questi aspetti c’era, senza dubbio, il tema della
responsabilità; i riferimenti al mondo dell’educazione, della formazione e
della comunicazione come ambiti in cui agevolare lo sviluppo della capacità
critica nei confronti dell’IA; le considerazioni sugli effetti legati alle
capacità relazionali e cognitive delle persone.
A distanza di un anno, Centesimus Annus e la rete SACRU
hanno pubblicato la ricerca intitolata proprio “Artificial Intelligence and
Care of Our Common Home: A Focus on Industries, Finance, Education and
Communication” sottoposta dunque al nuovo Pontefice (disponibile gratuitamente
in pdf a questo link).
Ancora una volta, dunque, si rende manifesta la
continuità tra il cammino di riflessione e di stimolo avviato da Papa Francesco
sui temi dell’IA e l’eredità accolta e rinnovata da Leone XIV. An.Dig. 8
Un insegnante di religione sul recente sinodo
Roma. “Lo scorso 25 ottobre i delegati e i vescovi hanno
votato il Documento finale. Si è chiusa così una fase importante, avviata
quattro anni fa accogliendo l’invito di papa Francesco, che ha visto una
partecipazione a vario titolo di almeno 500.000 persone" come ha ricordato
alla CEI il cardinale Zuppi.
Sergio Ventura, docente di religione cattolica nei licei
romani, delegato della diocesi di Roma per il cammino sinodale racconta
l'impatto del sinodo sui giovani.
“Se non ci lasciamo distogliere dalla ‘vexata quaestio’
Chiesa-Democrazia, non possiamo non vedere nella partecipazione il motore della
sinodalità. A quanto risulta, i giovani hanno partecipato al cammino sinodale
facendosi sentire, indicando alcuni temi e dando una certa direzione ad altri.
Certo, non possiamo pretendere che questo protagonismo abbia riguardato tutti i
giovani ma lo stesso vale per gli adulti.
Non dimentichiamo che viviamo nell’epoca della
disintermediazione e della crisi della democrazia. Il vero problema, secondo
me, è che alcuni giovani (ed alcuni adulti) che avrebbero potuto e dovuto
partecipare non lo hanno fatto. Per scetticismo o per paura di avallare un
processo non condiviso, questo non lo so. Ma sono convinto che tale
atteggiamento ha ‘danneggiato’ il tentativo dello Spirito di far dialogare gli
opposti per condurli, più o meno docilmente, verso quella verità più profonda
di cui parlavo prima”.
Quale è il ruolo degli insegnanti di religione, secondo
il documento sinodale?
“Da un lato è stato riconosciuto in modo esplicito
l’aspetto culturale e professionale del loro ruolo, sempre un po’ sacrificato
rispetto a quello educativo, anche se tale aspetto non è emerso in tutta la sua
portata di mediazione teologica tra contenuti cristiano-cattolici e mondo
giovanile. Dall’altro lato, un paragrafo decisivo è restato vittima di un
refuso da correggere per meglio rappresentare quanto emerso chiaramente dal
cammino sinodale: gli insegnanti – e quelli di religione in particolare – sono stati
l’orecchio che ha permesso di cogliere quei ‘segni dei tempi’ emergenti dal
mondo giovanile che la Chiesa ‘ufficiale’ non coglie perché questi giovani
(spesso con le rispettive famiglie) le gravitano intorno lontano, molto
lontano…”.
Simone Baroncia, Aci 6
La dignità delle persone non si misura in ciò che possiedono
Il Papa saluta gli organizzatori del Concerto con i
Poveri - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. "Che bello poter dire con il
cuore e la mente: Dio è carità, è amore! (cfr 1Gv 4,16). Guardando a Lui
possiamo imparare ad amare come Egli ci ha amato; possiamo scoprire che il
comandamento dell’amore risponde alle nostre necessità più autentiche, perché è
quando amiamo che realizziamo veramente noi stessi". Papa Leone XIV lo ha
detto agli Organizzatori e gli Artisti del Concerto con i poveri - giunto alla
sua VI edizione - che ha luogo sabato 6 dicembre nell’Aula Paolo VI in
Vaticano.
Parlando del Mistero dell' Incarnazione il Papa ha citato
Benedetto XVI ha ricordato che Dio è amore e quindi il Concerto con i poveri,
"non è soltanto un’esibizione di bravi artisti o una semplice rassegna
musicale, per quanto bella possa essere, e neanche un momento di solidarietà
per sistemare la nostra coscienza di fronte alle ingiustizie della
società". Ed è nei poveri che Dio ha qualcosa da dirci e "Ci ricorda
che la dignità degli uomini e delle donne non si misura in ciò che possiedono:
noi non siamo i nostri beni e le nostre cose, bensì figli amati da Dio; e
questo stesso amore dev’essere la cifra del nostro agire nei confronti del
prossimo. Per questo, nel nostro Concerto i fratelli e le sorelle più fragili
occupano i primi posti".
E parlando del ruolo della musica dice: "Nella
liturgia, in particolare, il canto non è mai una “colonna sonora”, un semplice
sottofondo, ma è destinato a elevare l’animo per condurlo quanto più vicino
possibile al mistero che si celebra". E parlando di arte aggiunge:
"Quanto sono importanti nella musica la cura, l’impegno, l’arte e, infine,
l’armonia che da esse deriva: è davvero un dono prezioso che Dio ha fatto a
tutta l’umanità". E conclude: " Cantate e suonate con arte e,
soprattutto, con il cuore, perché davvero la musica può rappresentare una forma
d’amore, una via pulchritudinis che conduce a Dio". Aci 5
Commissione Petrocchi: confermato il no al diaconato femminile
La Commissione ha insistito sull’urgenza di valorizzare
la “diakonia battesimale”, come fondamento di qualunque ministerialità
ecclesiale - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. Inviata a Papa Leone XIV lo scorso 18
settembre la relazione della Commissione sul diaconato femminile, presieduta
dal cardinale Giuseppe Petrocchi. Stamane Leone XIV ha deciso di far pubblicare
le conclusioni.
“Lo status quaestionis intorno alla ricerca storica e
all’indagine teologica, considerati nelle loro mutue implicazioni, esclude -
scrive l'Arcivescovo emerito de L'Aquila - la possibilità di procedere nella
direzione dell’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del
sacramento dell’ordine. Alla luce della Sacra Scrittura, della Tradizione e del
Magistero ecclesiastico, questa valutazione è forte, sebbene essa non permetta
ad oggi di formulare un giudizio definitivo, come nel caso dell’ordinazione
sacerdotale”.
La Commissione con 9 sì ed un no ha formulato l’auspicio
che venga ampliato “l’accesso delle donne ai ministeri istituiti per il
servizio della comunità, assicurando così anche un adeguato riconoscimento
ecclesiale alla diaconia dei battezzati, in particolare delle donne. Questo
riconoscimento risulterà un segno profetico specie laddove le donne patiscono
ancora situazioni di discriminazione di genere”.
"Appare indispensabile, come condizione previa per
successivi discernimenti - sottolinea il Cardinale Petrocchi - incentivare un
rigoroso e allargato esame critico condotto sul versante del diaconato in sé
stesso, cioè sulla sua “identità” sacramentale e sulla sua “missione”
ecclesiale, chiarendo alcuni aspetti “strutturali” e pastorali che attualmente
non risultano interamente definiti. In questa “diakonia alla verità” la Chiesa
deve agire con “parresia” evangelica, ma anche con la dovuta libertà valutativa
e trasparenza discorsiva".
"Ritengo importante rimarcare - conclude il
porporato - che la Commissione ha insistito sull’urgenza di valorizzare la
“diakonia battesimale”, come fondamento di qualunque ministerialità ecclesiale.
In tale quadro, deve essere sempre meglio compresa e sviluppata la “dimensione
mariana”, come anima di ogni “diakonia”, nella Chiesa e nell’Umanità". Aci 4
Bischof Overbeck fordert
„unbeirrbare Hoffnung“ für 2026
Zum
Jahreswechsel mahnt der Essener Bischof Franz-Josef Overbeck, sich nicht von
den aktuellen Krisen entmutigen zu lassen. In seiner Neujahrsbotschaft
definiert er Hoffnung nicht als naiven Optimismus, sondern als das Festhalten
an menschlichen Werten – gerade dann, wenn der Erfolg ungewiss scheint.
Angesichts
anhaltender politischer Instabilität und wachsender gesellschaftlicher Sorgen
hat der Essener Bischof Franz-Josef Overbeck zu einem mutigen Start in das neue
Jahr aufgerufen. In seiner am Montag veröffentlichten Botschaft zum Jahr 2026
betonte der Ruhrbischof, dass christliche Zuversicht eine wesentliche Stütze
für das Gemeinwesen sei.
„Was
auch immer kommen mag, Gott wird uns das Nötige an Weisheit und Kraft schenken,
um uns allen Herausforderungen zu stellen“, erklärte Overbeck. Er sieht die
Kirche in der Pflicht, als „integrative und stärkende Kraft“ zu wirken, um
aktiv zu verbinden, „was derzeit auseinanderzufallen droht“.
Menschlichkeit
durch Engagement
Ein
zentraler Punkt seiner Botschaft ist das konkrete Wirken der Gläubigen. Das
berufliche und ehrenamtliche Engagement in Pfarreien, Kitas, Schulen und
Verbänden sei kein reiner Selbstzweck, sondern stelle sicher, dass die
Gesellschaft „mitfühlend und menschlich“ bleibe. Overbeck würdigte diesen
Einsatz als einen unverzichtbaren Beitrag zum sozialen Zusammenhalt, der über
rein wirtschaftliche oder politische Logiken hinausgehe.
Hoffnung
ist kein Wunschdenken
Besonders
deutlich grenzte der Bischof den Begriff der christlichen Hoffnung von
oberflächlichem Positivismus ab. Hoffnung sei weit mehr als „naiver Optimismus
oder bloßes Wunschdenken“. Vielmehr bedeute Hoffen laut Overbeck, „unbeirrt am
Sinn und Wert unseres Tuns festzuhalten, selbst dann, wenn der Erfolg ungewiss
ist oder lange auf sich warten lässt“.
In
einer Zeit, die von vielen als Phase der Unsicherheit wahrgenommen wird,
versteht der Essener Oberhirte den Glauben als Kompass, der die Kraft gibt,
Verantwortung für das Ganze zu übernehmen und der Resignation entgegenzuwirken.
(kna 30)
Pilgerboom im Vatikan: Über drei
Millionen Gläubige bei Audienzen und Liturgien
Das
Heilige Jahr 2025 hat dem Vatikan einen außerordentlichen Besucherandrang
beschert. Wie die Präfektur des Päpstlichen Hauses bekannt gab, nahmen
insgesamt über 3,1 Millionen Menschen an Audienzen und liturgischen Feiern
teil. Die Statistik dokumentiert ein bewegtes Jahr, das vom Abschied von Papst
Franziskus und dem Beginn des Pontifikats von Leo XIV. geprägt war. Mario
Galgano - Vatikanstadt
Die
Bilanz des Jahres 2025 spiegelt die große Zahlendimension bei den Ereignissen
im kleinsten Staat der Welt wider. Insgesamt 3.176.620 Gläubige nahmen im Laufe
des Jahres an den verschiedenen öffentlichen Terminen des Papstes teil. Diese
Zahl umfasst Generalaudienzen, Jubiläumsaudienzen, Sondersitzungen, liturgische
Feiern sowie das sonntägliche Mittagsgebet.
Das
letzte Kapitel von Papst Franziskus
In
den ersten vier Monaten des Jahres, die noch in das Pontifikat von Papst
Franziskus fielen, verzeichnete der Vatikan insgesamt 262.820 Teilnehmer. Davon
entfielen rund 60.500 auf die acht General- und Jubiläumsaudienzen zu Beginn
des Heiligen Jahres. Ein Großteil der Gläubigen (130.000) versammelte sich
sonntags zum Angelus bzw. Regina Coeli auf dem Petersplatz. Die Statistik
berücksichtigt hierbei, dass die öffentlichen Termine nach der
Krankenhauseinweisung von Franziskus am 14. Februar weitgehend ausgesetzt
wurden, bevor er am 21. April verstarb.
Massenandrang
unter Papst Leo XIV.
Mit
der Wahl von Papst Leo XIV. am 8. Mai und der Fortsetzung des Heiligen Jahres
stiegen die Zahlen sprunghaft an. In der Zeit von seiner Wahl bis zum
Jahresende wurden 2.913.800 Teilnehmer registriert.
Besonders
die 36 General- und Jubiläumsaudienzen unter dem neuen Pontifex erwiesen sich
als Publikumsmagnete mit über einer Million Besuchern. Die liturgischen Feiern
– oft im Zeichen des Jubiläums stehend – zogen rund 796.500 Menschen an.
Rekordmonate
im Herbst und Winter
Die
Auswertung der Präfektur zeigt klare Spitzenwerte. Der Monat
Oktober markierte den absoluten Höhepunkt des Pilgerjahres. Allein zu den
Audienzen kamen rund 295.000 Menschen, während die liturgischen Feiern zirka
200.000 Teilnehmer zählten. Zum Abschluss des Jahres suchten besonders
viele Gläubige die spirituelle Nähe beim Angelus-Gebet. Rund 250.000 Menschen
beteten im letzten Monat des Jahres gemeinsam mit dem Papst auf dem
Petersplatz.
Insgesamt
unterstreichen diese Zahlen, dass das Heilige Jahr trotz der traurigen
Nachricht vom Tod Papst Franziskus nichts von seiner Anziehungskraft verloren
hat und Papst Leo XIV. die Herzen der Pilger im Sturm erobern konnte. Vn 30
Papst Leo XIV. zum Welttag des
Friedens am 1. Januar 2026
Erzbischof
Bentz: „Zeugen des unbewaffneten und entwaffnenden Friedens werden“
„Der
Friede sei mit euch!“ Mit diesem programmatischen Verweis auf seine ersten
Worte als neuer Bischof von Rom beginnt Papst Leo XIV. seine Botschaft zum
Weltfriedenstag, den die katholische Kirche wie jedes Jahr am 1. Januar begeht.
Den 59. Weltfriedenstag 2026 hat der Papst unter das Motto gestellt: Der Friede
sei mit euch allen: hin zu einem ‚unbewaffneten und entwaffnenden‘ Frieden. Es
sei wichtig, diesen Frieden nicht für fern und unmöglich zu halten. Mehr als
ein Ziel sei der Friede etwas Gegenwärtiges und ein Weg: ein Grundsatz, der
unsere Entscheidungen leite und bestimme.
Die
gewaltfreie Antwort Jesu habe die Jünger verstört. Doch „die Christen müssen
von dieser Neuheit prophetisch Zeugnis ablegen, eingedenk jener tragischen
Ereignisse, an denen sie allzu oft mitgewirkt haben.“ Friede müsse gelebte
Wirklichkeit sein, ansonsten entstehe eine „Logik der Gegensätzlichkeit“. Die
Wahrnehmung von Bedrohungen werde dazu genutzt, vieles zu rechtfertigen: so
etwa kontinuierlich steigende Militärausgaben und der militärische Einsatz von
KI, angetrieben durch private Wirtschafts- und Finanzinteressen. Als
Gegenbeispiel führt Papst Leo XIV. den hl. Franziskus an, der in den
„Elendsvierteln der Ausgestoßenen“ innerlich den wahren Frieden gefunden und
sich von jedem Verlangen, andere zu beherrschen, befreit habe. In diesem Sinne
fordert der Papst, dass „wir gemeinsam zu einem entwaffnenden Frieden beitragen
(…)“. Denn: „Die Güte ist entwaffnend. Vielleicht ist Gott deshalb Kind
geworden.“ Nichts vermöge uns so sehr zu verwandeln wie ein Kind. Auch hier
betont Papst Leo XIV., dass es einer Erneuerung des Herzens und des Verstandes
bedürfe, um umfassende Abrüstung und Frieden zu erreichen. Dabei sieht Leo XIV.
vor allem auch die Religionen und die Politik in der Verantwortung: Gewalt
dürfe niemals religiös gerechtfertigt und der Weg des Völkerrechts nicht
konterkariert werden. Vielmehr seien interreligiöser Dialog und die Stärkung
der supranationalen Institutionen erforderlich. Es sei nötig, „alle
geistlichen, kulturellen und politischen Initiativen zu fördern und zu
unterstützen, die die Hoffnung am Leben erhalten (…).“
Der
Vorsitzende der Deutschen Kommission Justitia et Pax, Erzbischof Dr. Udo Markus
Bentz (Paderborn), würdigt die Botschaft des Papstes und ermutigt, sie – nicht
nur am Welttag des Friedens – in die Arbeit der Kirche aufzunehmen: „Papst Leo
XIV. erläutert sehr grundlegend, wie wirklicher Frieden in unserer von
Ausgrenzung und Gewalt geplagten Welt gelingen kann. Die Botschaft ist ein
starkes Plädoyer für die Achtung des Völkerrechts und die Bedeutung des
interreligiösen Dialogs, das ich mir ganz und gar zu eigen mache.“ Zwar nenne
Papst Leo XIV. keine konkreten Länder, doch gebe es weltweit zahlreiche
Beispiele, an denen die Bedeutung dieser Orientierungen deutlich würden: Die
Notwendigkeit einer konsequenten Beachtung völkerrechtlicher Normen erschließe sich
zum Beispiel mit Blick auf die Situation im Kongo oder im Nahen Osten, so
Erzbischof Bentz. Die schwierige Lage in Nigeria wiederum zeige, wie
grundlegend der interreligiöse Dialog für ein friedliches Miteinander sei.
Erzbischof Bentz fordert daher dazu auf: „Lassen wir uns nicht nur in diesen
Tagen von dem Kind in der Krippe verwandeln, damit auch wir Zeugen des
unbewaffneten und entwaffnenden Friedens werden.“ dbk 29
Sternsinger-Start in Freiburg:
Zusammen kann man viel schaffen
Bald
ist es wieder so weit: Zahlreiche Kinder werden als Sternsinger verkleidet von
Haus zu Haus ziehen, singen, Segen bringen und Spenden für Kinder in Not
sammeln. Am Dienstag (30. Dezember) wird die bundesweite Aktion
Dreikönigssingen 2026 offiziell eröffnet: 1.000 Sternsingerinnen und
Sternsinger sowie rund 200 Begleiter werden dazu in Freiburg erwartet. In
Zusammenarbeit mit der Erzdiözese Freiburg haben wir uns vorab unter
Stensinger-Kindern, Organisatoren und Gastgebern umgehört. Dieter Waldraff und Stefanie
Stahlhofen - Erzbistum Freiburg/Vatikanstadt
Das
Kindermissionswerk „Die Sternsinger" und der Bund der Deutschen
Katholischen Jugend (BDKJ) arbeiten bei der Aktion Dreikönigssingen
zusammen. Marie-Christine Meier, BDKJ-Diözesanleiterin in der Erzdiözese
Freiburg, blickt voraus auf die große bundesweite Eröffnung in Freiburg:
„Ich
freue mich vor allem auf die hoffentlich strahlenden Augen und glücklichen
Gesichter der Sternsingerinnen und Sternsinger. Ich freue mich darauf, Kinder
und Jugendliche in der Stadt zu sehen, in Kontakt zu kommen und da einfach auch
zu zeigen:, Wir bringen nicht nur den Segen, sondern wir sind auch ein
Segen`", sagt die BDKJ-Diözesanleiterin in der Erzdiözese
Freiburg. „Segen bringen, Segen sein“ lautet auch das Motto
der Sternsinger und dafür steht auch die bundesweite Eröffnung der 68.
Aktion Dreikönigssingen am Dienstag in Freiburg.
Zum
Hören: Sternsinger-Start in Freiburg: Zusammen kann man viel schaffen
(Audio-Beitrag von Radio Vatikan)
„Wir
bringen nicht nur den Segen, sondern wir sind auch ein Segen“
„Wir
haben uns ganz bewusst für die Stadt Freiburg als Austragungsort entschieden.
Einmal natürlich, weil das Freiburger Münster eine wahnsinnig tolle Kulisse für
den Gottesdienst ist, aber auch, weil es uns für die Veranstaltung besonders
wichtig war zu zeigen: Wir sind Kirche, wir gehen raus, wir finden im Stadtbild
statt. So sind die Könige und Königinnen den ganzen Tag über in ihren
Gewändern, mit ihren Sternen in der Stadt unterwegs, gehen dorthin, wo die
Menschen sind. Und ich finde, das ist ein sehr tragfähiges Bild von Kirche,
dass es in der heutigen Zeit braucht."
„Wir
gehen dorthin, wo die Menschen sind. Und ich finde, das ist ein wahnsinnig
tragfähiges Bild von Kirche, dass es in der heutigen Zeit braucht“
Rund
1000 Jungen und Mädchen aus ganz Deutschland werden zur großen Eröffnungsaktion
des Dreikönigssingens 2026 in Freiburg erwartet. Der Eröffnungsgottesdienst mit
Erzbischof Stephan Burger im Freiburger Münster am Nachmittag ist schon
ausgebucht; kann aber auch per Livestream verfolgt werden. Die meisten
Sternsinger bei der großen Eröffnung kommen aus Freiburg und Umgebung - so auch
Samuel, Lisa, Emma und Larissa. Sie sind zwischen 11 und 14 Jahre und können
kaum erwarten, dass es los geht.
„Ich
finde, das ist eine schöne Gemeinschaft, in der man dann da ist. Und es macht
auch Spaß, an die Türen zu laufen, zu klingeln, zu singen und den Segen
anzuschreiben.- Wir stehen sozusagen für die drei Könige, die dann zum
Jesuskind kommen und dann den Segen bringen- Und wir schreiben noch ans
Haus C plus M plus B. Und das soll halt nicht Caspar Melchior Balthasar heißen,
sondern: Der Herr segne dieses Haus, und dann noch die Jahreszahl, damit man
auch weiß, dass der Segen für das ganze Jahr gilt."
„Das
soll halt nicht Caspar Melchior Balthasar heißen, sondern: Der Herr segne
dieses Haus und dann noch die Jahreszahl, damit man auch weiß, dass der Segen
für das ganze Jahr gilt“
Schule
statt Fabrik – Sternsingen gegen Kinderarbeit
Verkleidet
als die heiligen drei Könige, die Weisen aus dem Morgenland, werden die jungen
Freiburger so wie zehntausende Mädchen und Jungen deutschlandweit dieser Tage
wieder als Sternsingerinnen und Sternsinger den Segen Gottes zu den Menschen
bringen, singen und: Spenden sammeln, um Kindern auf der ganzen Welt zu helfen.
Jedes Jahr hat die Aktion einen besonderen Fokus.
„Sehr
krass, dass manche Kinder einfach nicht in die Schule gehen dürfen“
Dieses
Jahr lautet das Motto „Schule statt Fabrik – Sternsingen gegen
Kinderarbeit." Dazu sagen die Freiburger Sternsinger:
„Ich
finde es auch blöd, dass die nicht gleich behandelt werden wie wir und nicht in
die Schule gehen dürfen und hart arbeiten müssen. Ich merke selber immer, wie
viel ich in der Schule lerne und wie viel mir das im Leben bringt. Und wenn man
das nicht hat, dann hat man auch einen Großteil seiner Bildung nicht. Und das
finde ich schon sehr krass, dass manche Kinder einfach nicht in die Schule
gehen dürfen. - Also wir finden das wahrscheinlich öfter blöd, dass wir in
die Schule gehen müssen. Aber man muss auch daran denken, dass viele die Chance
nicht bekommen und dann aus ihrer Zukunft auch nichts machen können und dann
vielleicht auf der Straße landen... Ich finde es auch sehr schön zu sehen,
wie vielen Kindern auch am Herzen liegt, dass es anderen Kindern auch gut geht.
Alleine kann man ja nicht so viel bewirken. Aber zusammen kann man halt
ziemlich viel schaffen. Und dann, wenn man diese ganze große Gemeinschaft
sieht, dann sieht man auch, wie viele wir sind und wie gut es klappen
kann."
„Sehr
schön zu sehen, wie vielen Kindern auch am Herzen liegt, dass es anderen
Kindern auch gut geht. Alleine kann man ja nicht so viel bewirken. Aber
zusammen kann man ziemlich viel schaffen“
Das
Ziel, Kinderarbeit weltweit zu stoppen ist noch lange nicht erreicht: 138
Millionen Kinder und Jugendliche müssen noch immer - teilweise unter besonders
ausbeuterischen und gesundheitsschädlichen Bedingungen - arbeiten. Den großen
Eröffnungsgottesdienst der 68. Aktion Dreikönigssingen am
Dienstagnachmittag um 15 Uhr im Freiburger Münster leitet der Freiburger
Erzbischof Stephan Burger. Er hat auch schon mit eigenen Augen gesehen,
wie Kinderarbeit konkret aussehen kann:
„Ich
konnte vor einigen Jahren selbst in Indien unterwegs sein und habe dort erleben
müssen und sehen können, wie Kleinkinder an Webstühlen arbeiten, stundenlang in
der gleichen Haltung und wie diese kleinen Finger bemüht waren, diese Knoten zu
knüpfen, damit in unseren Breiten dann billiger Teppiche erworben werden können
- und was es für Schäden verursacht, was das für die Kinder bedeutet, nachher
später kein normales Leben führen zu können."
„Ich
konnte vor einigen Jahren selbst in Indien unterwegs sein und habe dort erleben
müssen und sehen können, wie Kleinkinder an Webstühlen arbeiten, stundenlang in
der gleichen Haltung“
Von
Indien ist es nicht weit nach Bangladesch - ebenfalls berühmt berüchtigt für
Kinderarbeit. Auf dem Plakat der Aktion 2026 ist die zwölfjährige Nour aus
Bangladesch zu sehen. Die Aktion Dreikönigssingen will dieses Mal an diesem
Beispielland zeigen, wo die Hilfe der Sternsinger ankommt und wie Kinder dort
gestärkt und geschützt werden können. Pfarrer Dirk Bingener, Präsident des
Kindermissionswerks „Die Sternsinger", erklärt:
„Zunächst
einmal machen die Kinder auf das Thema aufmerksam, dass ihre Altersgenossen
arbeiten müssen. Das Zweite ist: Sie sammeln Spenden. Damit können wir unseren
Projektpartner ARKTF, das ist eine Stiftung in Bangladesch beispielsweise,
unterstützen. Der Partner hat 10.000 Kinder aus der Kinderarbeit befreit. Und
dann wird es auch darum gehen, zu schauen: Was kann ich persönlich tun, also in
meinem Einkaufsverhalten beispielsweise. Die Sternsinger-Aktion gibt die
Gelegenheit, ganz konkret etwas zu tun. Wir sind diesem Problem nicht
ohnmächtig ausgeliefert, sondern wir können etwas tun, und zwar Schritt für
Schritt und jeder an seiner Stelle."
„Die
Sternsinger-Aktion gibt die Gelegenheit, ganz konkret etwas zu tun. Wir sind
diesem Problem nicht ohnmächtig ausgeliefert, sondern wir können etwas tun, und
zwar Schritt für Schritt und jeder an seiner Stelle“
Im
Jahr 2025 kamen laut den Organisatoren der Aktion übrigens bundesweit
mehr als 48 Millionen Euro an Spenden zusammen. Das Kindermissionswerk „Die
Sternsinger" und der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) konnten
dadurch weltweit Hilfsprojekte für Kinder und Jugendliche fördern.
Münsteraner
Sternsinger bei Neujahrsgottesdienst mit Papst
Nach
der offiziellen bundesweiten Eröffnung der Aktion Dreikönigssingen 2026 am 30.
Dezember in Freiburg steht für vier Sternsingerinnen aus dem Bistum Münster
dann schon bald ein ganz besonderer Termin an: Die Sternsingerinnen Mia (14),
Theresa (13), Pia (10) und Anna aus der Pfarrei St. Franziskus in Marl werden
am Donnerstag, 1. Januar, um 10 Uhr den Neujahrsgottesdienst mit Papst Leo
XIV. im Petersdom mitfeiern. 19 weitere Sternsingerinnen und Sternsinger aus
Österreich, der Schweiz, Italien, der Slowakei und aus Ungarn sind am
Neujahrstag ebenfalls im Vatikan dabei. In ihren festlichen Gewändern werden
Anna und Theresa gemeinsam mit der österreichischen Sternsingerin Clara (14)
aus dem Burgenland sogar an der Gabenprozession im Petersdom teilnehmen.
Die
Mädchen und Jungen sind rund um den Jahreswechsel zu Gast in Rom. Unter anderem
besuchen sie die Päpstliche Schweizergarde, überbringen dort ihren Segen und
feiern gemeinsam mit den Gardisten Gottesdienst. Die Sternsingerinnen aus Marl
werden darüber hinaus den Segen an der Deutschen Botschaft beim Heiligen Stuhl
anschreiben.
Am
29. Dezember 2026 ist dann Münster Gastgeber der bundesweiten Eröffnung der
übernächsten Aktion Dreikönigssingen in Deutschland. Zahlreiche Mädchen und
Jungen werden dann - so wie nun in Freiburg - in Münster erwartet.
Traditionell wählt das gastgebende Bistum die Delegation für die Romfahrt im
davorliegenden Aktionsjahr aus. Der Bund der Deutschen Katholischen Jugend
(BDKJ) im Bistum Münster hatte dazu einen Wettbewerb gestartet. Gewinner waren
die Marler Sternsingerinnen mit einem Video, das ihren kreativen Einsatz für
Kinder in der Einen Welt zeigt.
Papst,
Bundespräsident, Bundeskanzler
Das
Engagement der Sternsingerinnen und Sternsinger sowie ihrer jugendlichen und
erwachsenen Begleitenden genießt große Wertschätzung. Päpste segnen seit 25
Jahren Sternsinger an Neujahr im Petersdom. Im Bundespräsidialamt und im
Bundeskanzleramt werden Sternsingergruppen seit inzwischen mehr als 40 Jahren
empfangen. Seit 2008 tragen Sternsingerinnen und Sternsinger aus mehreren
europäischen Ländern ihren Segen auch in das Europaparlament. 2004 wurden die
Sternsinger in Münster mit dem Westfälischen Friedenspreis ausgezeichnet. 2015
erfolgte die Aufnahme des „Sternsingens“ in das bundesweite Verzeichnis des
immateriellen Kulturerbes.
Sternsinger
erstmals auch bei EU-Kommission
20
Sternsingerinnen und Sternsinger aus Deutschland, Ungarn, Rumänien, Italien,
Österreich und Belgien werden Mitte Januar im Europaparlament und erstmals bei
der EU-Kommission empfangen. Am Mittwoch, 14. Januar, ziehen sie mit ihren
Sternen und Kronen ins Europaparlament ein. Zu Gast sind die Königinnen und
Könige in Brüssel zum zweiten Mal bei Sabine Verheyen, Vizepräsidentin
des Europaparlaments. Der Empfang im Parlamentsgebäude beginnt um 14.00
Uhr. Im Vorfeld besuchen die Sternsinger aus sechs Nationen um
9.30 Uhr das Sekretariat der COMECE (Kommission der Bischofskonferenzen der
Europäischen Gemeinschaft). Die Vertretung der deutschen Sternsinger
übernehmen Annalena (15), Jakob (13), Sam (13) und Emily (13) aus
der Pfarrei St. Knud in Husum (Nordfriesland, Erzbistum Hamburg).
Passend
zum deutschen Aktionsthema „Schule statt Fabrik – Sternsingen gegen
Kinderarbeit“ werden die Mädchen und Jungen im Alter von neun bis 15
Jahren im Europarlament die Lebenssituation arbeitender Kinder aus
verschiedenen Ländern vorstellen und ihre Wünsche an die Europapolitik zum
Einsatz gegen Kinderarbeit vortragen. Bereits zum 18. Mal seit 2008 tragen die
Königinnen und Könige ihren Segen ins Europaparlament.
Mehr
als 1,4 Milliarden Euro Spenden seit Aktionsstart 1959
Seit
dem Start der Aktion 1959 kamen beim Dreikönigssingen laut den Organisatioren
insgesamt mehr als 1,4 Milliarden Euro zusammen, mit denen Projekte für
benachteiligte und Not leidende Kinder in Afrika, Lateinamerika, Asien,
Ozeanien und Osteuropa gefördert wurden. Mit den Mitteln aus der
deutschlandweiten Solidaritätsaktion von Kindern für Kinder werden Projekte in
den Bereichen Bildung, Ernährung, Gesundheit, Kinderschutz, Nothilfe, pastorale
Aufgaben und soziale Integration unterstützt. Bundesweite Träger sind das
Kindermissionswerk „Die Sternsinger" und der Bund der Deutschen
Katholischen Jugend (BDKJ).
Bedeutende
Sternsinger-Termine
Dienstag,
30. Dezember 2025: Bundesweite Eröffnung der 68. Aktion Dreikönigssingen in
Freiburg (Erzdiözese Freiburg)
Donnerstag,
1. Januar 2026: Sternsinger aus Marl (Bistum Münster) nehmen am
Neujahrsgottesdienst mit Papst Leo XIV. im Petersdom (Vatikan) teil
Sonntag,
4. Januar 2026, 9.30 Uhr: Live-Übertragung des TV-Gottesdienstes im ZDF mit
Sternsingern aus der Pfarrei St. Bonifatius in Herne
Anfang
Januar 2026: Sternsingergruppen aus allen 27 deutschen Diözesen werden im
Bundeskanzleramt in Berlin empfangen
Dienstag,
06. Januar 2026, 11.00 Uhr: Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier empfängt in
Berlin Sternsinger aus Dortmund-Aplerbeck (Erzbistum Paderborn)
Mittwoch,
14. Januar 2026, 14.00 Uhr: Sabine Verheyen, Vizepräsidentin des Europäischen
Parlaments, empfängt Sternsinger in Brüssel, darunter eine Gruppe aus dem
Erzbistum Hamburg
Donnerstag,
15. Januar, Magnus Brunner, österreichischer Kommissar für Inneres
und Migration, empfängt die Sternsingerinnen und Sternsinger erstmals am
Sitz der EU-Kommission. Der Empfang im Berlaymont-Gebäude in Brüssel beginnt um
9.00 Uhr.
(erzbistum
freiburg/kindermissionswerk „die Sternsinger" 28)
Papst betont Wert der christlichen
Familie in despotischer Welt
Am
Fest der Heiligen Familie hat Papst Leo an diesem Sonntag den Wert der
christlichen Familie hervorgehoben und vor skrupellosen Machtinteressen und
Materialismus gewarnt, die sie bedrohen. Anne Preckel - Vatikanstadt
Beim
Mittagsgebet ging Leo XIV. am Petersplatz auf die biblische Erzählung von der
Flucht der Heiligen Familie nach Ägypten ein (vgl. Mt 2,13-15.19-23). König
Herodes hatte in Betlehem die Ermordung aller Kinder in Jesu Alter angeordnet.
Der hartherzige König sei „wegen seiner Grausamkeit gefürchtet“ worden, „aber
gerade deshalb zutiefst einsam“ gewesen, so Leo XIV. in seiner Katechese.
Geblendet
„In
seinem Reich vollbringt Gott das größte Wunder der Geschichte, in dem alle
alten Heilsverheißungen ihre Erfüllung finden, doch er kann dies nicht sehen,
geblendet von der Angst, seinen Thron, seinen Reichtum und seine Privilegien zu
verlieren. In Betlehem herrscht Licht und Freude: Einige Hirten haben die
himmlische Verkündigung empfangen und vor der Krippe Gott verherrlicht (vgl. Lk
2,8-20), aber nichts davon dringt durch die abgeschotteten Verteidigungsanlagen
des Königspalastes, außer als verzerrtes Echo einer Bedrohung, die mit blinder
Gewalt erstickt werden muss.“
Gegenüber
der Hartherzigkeit des Gewaltherrschers hob der Papst Wert und Sendung der
Heiligen Familie hervor. Sie sei in der „despotischen und gierigen Welt, die
der Tyrann repräsentiert“, Gottes Antwort der Liebe gewesen. Josef, der
gehorsam der Stimme des Herrn gefolgt sei, brachte angesichts der drohenden
Gefahr Ehefrau und Kind in Ägypten in Sicherheit. Auf diese Weise konnte Jesus
überleben und in der „häuslichen Liebe“ der Heiligen Familie der Welt das Licht
der Hoffnung leuchten.
Herodes
heute
„..mit
ihrem Erfolgsmythos um jeden Preis, mit skrupelloser Macht, leerem und
oberflächlichem Wohlstand.. Lassen wir nicht zu, dass diese Trugbilder die
Flamme der Liebe in den christlichen Familien ersticken“
„Während
wir mit Staunen und Dankbarkeit auf dieses Geheimnis blicken, denken wir an
unsere Familien und an das Licht, das auch von ihnen auf die Gesellschaft, in
der wir leben, ausgehen kann“, stellte der Papst einen Bezug zu Familien heute
her. „Leider gibt es in der Welt immer wieder ,Herodes‘-Figuren, mit ihrem
Erfolgsmythos um jeden Preis, mit skrupelloser Macht, leerem und
oberflächlichem Wohlstand, und oft zahlt die Welt dafür mit Einsamkeit,
Verzweiflung, Spaltungen und Konflikten. Lassen wir nicht zu, dass diese
Trugbilder die Flamme der Liebe in den christlichen Familien ersticken.“
Der
Papst ermutigte dazu, die Werte des Evangeliums zu kultivieren und zu bewahren:
das Gebet, den Empfang der Sakramente, insbesondere der Beichte und Kommunion,
sowie „echte Zuneigung“, „aufrichtigen Dialog“, „tägliche gute Taten“ und eine
„schlichte“, doch „konkrete“ Kommunikation.
Familien
als Hoffnungsträger
„Dann
werden die Familien zu einem Licht der Hoffnung für unser Umfeld, zu einer
Schule der Liebe und zu einem Werkzeug der Erlösung in den Händen Gottes“, so
Papst Leo. Er griff hier auf Worte seines Vorgängers Franziskus zurück (vgl.
Homilie bei der Heiligen Messe zum 10. Weltfamilientreffen, 25. Juni 2022).
„Bitten wir also den Vater im Himmel, durch Fürsprache Mariens und des heiligen
Josef, unsere Familien und alle Familien der Welt zu segnen, damit sie nach dem
Vorbild der Familie seines menschgewordenen Sohnes wachsen und für alle ein
wirksames Zeichen seiner Gegenwart und seiner ewigen Liebe sein mögen.“ (vn 28)
Heiliges Jahr 2025 in Deutschland
offiziell beendet
Weihbischof
Lohmann schreibt Brief an die Pilgerinnen und Pilger der Hoffnung
Mit
einem Gottesdienst im Xantener Dom ist heute (28. Dezember 2025) offiziell das
Heilige Jahr 2025 in Deutschland beendet worden. Papst Franziskus hatte in
seinem Einberufungsschreiben für das Heilige Jahr festgelegt, dass dieses am
heutigen Tag in den Ortskirchen endet und am 6. Januar 2026 in Rom. Der
Beauftragte der Deutschen Bischofskonferenz für das Heilige Jahr, Weihbischof
Rolf Lohmann (Münster), würdigte in seiner Predigt während des Gottesdienstes
das besondere Pilgerjahr als großen Erfolg: „Auch wenn die schweren Portale der
Patriarchalbasiliken in Rom in wenigen Tagen wieder geschlossen werden, müssen
wir unsere Türen und Tore, unsere Herzen und Arme öffnen, um die hoffnungsvolle
Botschaft des Evangeliums allen Menschen zu bringen. Wir wollen sie einladen,
sich dieser Botschaft anzuschließen, sie anzunehmen und aus ihr heraus das
Leben zu gestalten und den Glauben zu vertiefen.“
Mit
zahlreichen Veranstaltungen ist das Heilige Jahr in Deutschland begleitet
worden. Viele Gläubige haben sich auch an den Jubiläumsfeierlichkeiten in Rom
beteiligt. Allein 15 Diözesanwallfahrten waren eigens nach Rom organisiert
worden. Dort haben nach Angaben des Vatikans mehr als 32 Millionen Menschen das
Heilige Jahr als Pilger begangen, das unter dem Leitwort Pilger der Hoffnung
stand. „In Rom ist mir bewusst geworden, wie bereichernd es ist, ‚Weltkirche‘
zu erleben. Gerade den jungen Menschen, die im Heiligen Jahr Rom besucht haben
und durch die Heiligen Pforten geschritten sind, hat es gut getan, sich als
Gemeinschaft zu erleben und zu erfahren, dass der Glaube trägt und Hoffnung
verbreitet in einer komplizierten und mitunter problembeladenen Welt“, so
Weihbischof Lohmann. Er fügte hinzu: „Das Heilige Jahr ist beendet. Beendet ist
aber nicht unser Auftrag, als ‚Pilger der Hoffnung‘ unseren Weg weiterzugehen,
Tore der Gottes- und Nächstenliebe weit aufzumachen und dafür zu sorgen, dass
Glaube, Hoffnung und Liebe Säulen sind, die tragen.“ Ausdrücklich forderte der
Weihbischof dazu auf, Position zu beziehen: „Stellen wir uns bewusst vor alle
Menschen, die Hass, Anfeindung und Ausgrenzung erfahren, geben wir ihnen
Sicherheit und Gastfreundschaft, lassen wir sie teilhaben an der Hoffnung, die
Christus selber ist.“
Im
Gottesdienst schaute Weihbischof Lohmann auch nach vorne, denn Papst Leo XIV.
hatte vor wenigen Wochen ein weiteres Heiliges Jahr angekündigt: „Machen wir
uns auf zum nächsten Außerordentlichen Heiligen Jahr 2033, wo wir 2000 Jahre
Jesu Tod und Auferstehung festlich begehen, und das nicht nur in Rom, sondern
auf Wunsch des Papstes auch in Jerusalem. Unsere Pilgerschaft zu diesem
weiteren Jubiläum hin soll geprägt sein von der Vertiefung des Glaubens, von
der Haltung des Evangeliums und von einer Zeugenschaft, die Menschen anzieht
und mitnimmt und ihnen Halt und Orientierung gibt“, so Weihbischof Lohmann.
Mit
dem Abschlussgottesdienst des Heiligen Jahres in Xanten veröffentlichte
Weihbischof Lohmann gleichzeitig einen Brief an die Pilgerinnen und Pilger der
Hoffnung. Das Dokument versteht sich als Reflexion zum Heiligen Jahr und
entwickelt eine Perspektive für den weiteren Weg der Kirche. Es gehe darum, die
Fragen der Menschen ernst zu nehmen: „Wir wollen hören, was gedacht wird und
welche Vorstellungen Menschen vom Christ- und Kirchesein heute haben. Wir
müssen bereit sein, glaubwürdig Konsequenzen aus den Erfahrungen des
Missbrauchs in unserer Kirche zu ziehen und mit Vertrauen die synodalen
Prozesse in unserem Land und auf Weltebene weitergehen. Mit Gemeinschaft und
Teilhabe in der Sendung möchten wir als Kirche Glaubwürdigkeit und
Ernsthaftigkeit zurückgewinnen und für den Dialog auf allen Ebenen
verlässlicher Partner sein. Das ist bei allen Um- und Aufbrüchen wichtig“,
schreibt Weihbischof Lohmann. Er ist fest überzeugt: „Das Heilige Jahr wirkt
länger, als es gedauert hat.“ Dbk 28
Kaum
eine Brücke steht in Deutschland für so viel wie die Talbrücke Rahmede.
Einerseits für kaputte Infrastruktur, Vollsperrung, Staus und Umwege sowie
andererseits für Politik, die Verfahren für den Brückenneubau verkürzt hat, für
eine schnelle Bauzeit und eine feierliche Wiedereröffnung. Doch gerade an
Weihnachten wird deutlich: Brücken verbinden viel mehr als nur zwei Täler…
Die
Geduld in der Stadt Lüdenscheid wurde während der Bauzeit von zwei Jahren und
zwei Monaten auf eine harte Probe gestellt. Die Anwohner haben gemeinsam, mal
mehr, mal weniger meckernd, geduldig den Autobahnverkehr in ihrer Stadt
ertragen. Am Ende ist alles gut geworden. Die Stadt hat zu Weihnachten mit der
Wiederfreigabe des ersten Brückenabschnitts auf der A45 ein verfrühtes
Weihnachtsgeschenk bekommen. Die Infrastruktur wurde wiederhergestellt.
Pendler, Lieferanten, Spediteure und Co. kommen nun wieder ohne lange und teure
Umwege zum Ziel.
Gemeinsames
Handeln in schweren Zeiten
All
das wäre nicht möglich gewesen, wenn Politik, Wirtschaft und Bürger nicht
gemeinsam durch diese schwere Zeit gegangen wären.
Eine
Brücke steht nicht nur als Stahl- oder Betonkoloss in der Landschaft. Sie ist
viel mehr als nur ein Bauwerk. Sie verbindet zwei Talhälften miteinander.
Bildlich gesprochen bedeutet es, dass sie auch Menschen miteinander verbindet.
Es wird deutlich, dass man alles gemeinsam schaffen kann, wenn man nur will.
Bei
Planungen müssen Kompromisse eingegangen werden, es entsteht Streit bei der
Umsetzung eines gemeinsamen Ziels: der Verfolgung von gemeinsamen Interessen
mit unterschiedlichen Wegen. Und doch nähert sich das trennende Tal mit dem Bau
einer Brücke an. Schritt für Schritt. Ganz langsam, kaum sichtbar. Plötzlich
steht sie da. Man hat einen Kompromiss oder auch einen Weg für eine gemeinsame
Zusammenarbeit gefunden. Die Kontrahenten stehen sich nun jeder auf seiner
Seite der Brücke gegenüber und können sich die Hand geben. Sie haben es
geschafft. Sie sind erleichtert, dass es doch so schnell funktioniert hat.
Eine
Brücke verbindet nicht nur Täler, sondern auch Menschen
Sie
trennen keine Abrisskanten mehr, sie sind nicht mehr nur getrennt, sondern
haben gemeinsam an einer Sache gearbeitet. Und doch muss eine Brücke immer
gewartet werden, damit die Verbindung von Straße zur Brücke nicht bröckelt und
plötzlich ein Bauwerk in der Landschaft steht, wo eine Verbindung fehlt, weil
sie brüchig geworden ist.
Auf
die Gesellschaft bezogen bedeutet es: zuhören, aushalten und miteinander
sprechen. Nur so findet man einen gemeinsamen Nenner, mit dem gearbeitet werden
kann. Denn Nächstenliebe ist kein Gefühl, sondern eine Haltung. Sie dient dem
Gemeinwohl und einer solidarischen Haltung, in der sich um andere gekümmert
wird. „Ich nehme dich so an, wie du bist“, ist wohl die Kernaussage des
Begriffes Nächstenliebe.
Brücken
tragen viel Verantwortung
Um
bei dem Bild der Brücken zu bleiben: Sie entstehen dort, wo Menschen bereit
sind, Verantwortung füreinander zu übernehmen und nicht ausschließlich ihre
eigenen Interessen zu verfolgen. Eine Brücke trägt und verbindet Menschen nicht
nur statisch, sondern auch symbolisch. Sie hält viel aus, weil sie durch
Menschen in unterschiedlichen Betrieben gemeinsam gebaut wurde. Menschen haben
eine gemeinsame Sache im Kopf gehabt: die schnelle Fertigstellung einer Brücke,
damit der Verkehr wieder fließen kann.
Übertragen
auf unseren Alltag kann einmal geschaut werden, wo wir selbst Brücken bauen
können. Sei es in der Kirche, in der Nachbarschaft oder auch im Beruf. Allein
funktioniert es nicht. Es geht nur gemeinsam, indem über ein Problem gesprochen
und nach einer konstruktiven Lösung gesucht wird. Denn die Kommunikation gerät
gerade in der heutigen Zeit oftmals in Vergessenheit.
Fazit:
Indem wir miteinander sprechen, etwas gemeinsam erreichen, bauen wir Brücken.
Zu uns selbst und auch zu anderen. Daher lasst uns Brücken bauen und so nicht
nur tiefe Täler überwinden.
Jenny
Musall, kath.de 28
Kardinal Reina schließt Heilige
Pforte der Lateranbasilika
Während
das Heilige Jahr der Hoffnung seinem Ende entgegengeht, hat Kardinalvikar Baldo
Reina an diesem Samstag die Heilige Pforte der Kathedrale von Rom geschlossen.
In seiner Predigt mahnte er, die „Abwesenheit von Gerechtigkeit und Frieden“ in
der Stadt nicht länger hinzunehmen und die Hoffnung der Millionen Pilger in den
Alltag zu tragen.
Mario
Galgano - Vatikanstadt
In
Gemeinschaft mit den Diözesen weltweit, die an diesem Wochenende das Ende des
lokalen Jubiläumsjahres begehen, hat Kardinal Baldo Reina, Generalvikar des
Papstes für die Diözese Rom, die Heilige Pforte der Basilika San Giovanni in
Laterano geschlossen.
Die
feierliche Zeremonie, begleitet von den Gesängen des Diözesanchors unter der
Leitung von Monsignore Marco Frisina, ist der Vorbote für das finale Ereignis
am 6. Januar: Dann wird Papst Leo XIV. die Heilige Pforte des Petersdoms
schließen und damit das Jubeljahr offiziell beenden, das mehr als 32 Millionen
Pilger und Touristen in die Ewige Stadt geführt hat.
Wo
ist Gott in der Krise?
In
seiner Predigt schlug Kardinal Reina eine Brücke vom Weihnachtsfest zum Fest
des Evangelisten Johannes. Ausgehend von der Frage der Jünger am leeren Grab –
„Wo ist der Herr zu suchen?“ – spannte er den Bogen zur sozialen Realität Roms.
Viele Menschen, so der Kardinal, sähen in ihrem Leben heute nur noch ein
„leeres Grab“ als Zeichen der Abwesenheit Gottes und der Solidarität.
„Können
wir unseren Glauben bekennen, ohne uns um jene zu kümmern, die aufgrund ihrer
Lasten, ihres Schmerzes und der Ungerechtigkeiten nichts anderes als Leere
sehen?“, fragte Reina kritisch. Er prangerte die „Abwesenheit von
Aufmerksamkeit für ökonomische und existenzielle Nöte“ an, die tiefe Kluft
zwischen Peripherie und Zentrum sowie die Einsamkeit, die selbst vor dem Klerus
nicht halt mache.
Ein
Katalog der Versäumnisse
Die
Predigt des Kardinalvikars las sich wie eine Bestandsaufnahme der städtischen
und globalen Krisen. Er kritisierte den Mangel an Visionen in einer Kultur ohne
„glaubwürdige Lehrer“; die Abwesenheit von Gerechtigkeit, die gleichen Chancen
auf Arbeit, faire Löhne und Wohnraum im Wege steht, sowie den Verlust von
Frieden in einer Welt, in der die „Logik des Stärkeren“ regiert.
„Wir
müssen Missionare der Verklärung aller sozialen und existenziellen Orte sein“,
forderte Reina. Die Heilige Pforte im Lateran trage nun die „Abdrücke der
Streicheleinheiten“ all jener Millionen Menschen, die dort in diesem Jahr
Barmherzigkeit gesucht haben.
Ein
neuer Abschnitt für Rom
Auch
wenn die Pforte nun physisch geschlossen sei, betonte der Kardinal, dass der
auferstandene Herr weiterhin „durch verschlossene Türen tritt“. Er erinnerte an
die Worte von Papst Leo XIV., der Rom als ein „Laboratorium der Synodalität“
bezeichnet hatte. Die Kirche von Rom sei nun aufgerufen, „Taten des
Evangeliums“ in einer Stadt zu vollbringen, die von wachsender Armut und
desorientierten Jugendlichen gezeichnet ist.
Mit
dem Segen und dem Aufruf, das Jubeljahr als „verstreutes Sakrament der Nähe
Gottes“ im Gedächtnis zu behalten, endete die Feier. Die Diözese Rom tritt nun
in eine neue Etappe ein, in der die Hoffnung des Jubiläums im konkreten Einsatz
für die Schwächsten Gestalt annehmen soll.
Älteste
Heilige Pforte der Geschichte
Die
Heilige Pforte der Lateranbasilika ist die erste in der Geschichte der Heiligen
Jahre: Papst Martin V. durchschritt sie während des Heiligen Jahres 1423. Erst
zu Weihnachten 1499 führte Papst Alexander VI. die Öffnung der
Heiligen Pforte auch im Petersdom ein. Das heutige Bronzeportal wurde zum
Heiligen Jahr 2000 geschaffen. Die Durchquerung einer Heiligen Pforte ist nach
katholischer Lehre, in Verbindung mit einer Beichte und anderen Auflagen,
Vorbedingung für einen Nachlass der zeitlichen Sündenstrafen.
Kardinal
Reina hatte bereits am Heiligen Abend die Heilige Pforte im römischen Gefängnis
Rebibbia geschlossen, die Papst Franziskus (2013-2025) am 26.
Dezember 2024 geöffnet hatte - erstmals überhaupt in einer
Justizvollzugsanstalt. Die Schließung der Heiligen Pforte in Sankt Paul vor den
Mauern vollzieht am Sonntag ab 10 Uhr Kardinal James Harvey,
Erzpriester der zweitgrößten Kirche Roms. (vn27)
Stephanus-Tag: Der Glaube ist
stärker als die Gewalt
Am
Gedenktag des ersten Märtyrers der Christenheit hat Leo XIV. für Hoffnung,
Gewaltlosigkeit und gelebte Geschwisterlichkeit geworben. Das Zeugnis des
heiligen Stephanus zeigt, dass das Licht Gottes selbst im Leid nicht erlischt
und der Logik der Gewalt die Kraft von Vergebung, Frieden und Hoffnung
entgegensetzt. Das betonte Papst Leo am 2. Weihnachtstag beim Angelusgebet auf
dem Petersplatz. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt
Am
26. Dezember, nur einen Tag nach dem Weihnachtsfest, begeht die katholische
Kirche den Gedenktag des heiligen Stephanus. Er war der Erste, der sein Leben
hingab für den Glauben, und er wurde damit auch zum ersten Opfer der
beginnenden Christenverfolgung.
„Das
Martyrium ist die Geburt in den Himmel: Ein gläubiger Blick sieht nämlich
selbst im Tod nicht mehr bloß Dunkelheit,“ führte der Papst aus. „Die Erzählung
in der Apostelgeschichte bezeugt, dass diejenigen, die Stephanus seinem
Martyrium entgegengehen sahen, vom hellen Glanz seines Gesichtes und von seinen
Worten überrascht waren. (...) Es ist das Gesicht eines Menschen, der nicht
gleichgültig aus der Geschichte scheidet, sondern ihr mit Liebe begegnet.
Alles, was Stephanus tut und sagt, spiegelt die göttliche Liebe wider, die in
Jesus erschienen ist, dem Licht, das in unserer Finsternis aufgestrahlt ist.“
Den
Frieden über die eigenen Ängste stellen
Stephanus
sei also das Sinnbild eines Menschen, der der Geschichte nicht mit Hass,
sondern mit Hingabe begegne. Ein Zeichen dafür, dass keine Macht über das Werk
Gottes zu siegen vermöge: „Überall auf der Welt gibt es Menschen, die sich für
die Gerechtigkeit entscheiden, auch wenn es sie etwas kostet; Menschen, die
Frieden über ihre eigenen Ängste stellen, die den Armen dienen statt sich
selbst,“ stellte der Pontifex fest.
Den
Bogen zur Weihnachtserzählung spannend, erinnerte er daran, dass uns die Geburt
Jesu zu einem Leben als Kinder Gottes rufe, eine Einladung sei, sich bewusst
für das Licht, für Gerechtigkeit, Frieden und Geschwisterlichkeit zu
entscheiden – auch wenn dies Widerstand hervorrufe, besonders bei jenen, die um
Macht und Einfluss fürchten.
Der
Christ hat keine Feinde, sondern Brüder und Schwestern
„Wer
heute an den Frieden glaubt und den unbewaffneten Weg Jesu und der Märtyrer
gewählt hat, wird oft lächerlich gemacht, aus der öffentlichen Debatte
verdrängt und nicht selten beschuldigt, Gegner und Feinde zu begünstigen. Der
Christ hat jedoch keine Feinde, sondern Brüder und Schwestern, die auch dann
Brüder und Schwestern bleiben, wenn man sich nicht versteht.“
Den
Grund für die Freude von Weihnachten verortet der Papst in der „Beharrlichkeit
derer, die Geschwisterlichkeit bereits leben und auch in ihrem Gegner die
unauslöschliche Würde der Töchter und Söhne Gottes erkennen.“
„Deshalb
vergab Stephanus seinen Feinden als er starb, wie Jesus: für eine Kraft, die
wahrer ist als die der Waffen. Es ist eine ungeschuldete Kraft, die in jedem
Herzen bereits vorhanden ist und die wieder aktiviert wird und sich auf
unwiderstehliche Weise mitteilt, wenn jemand beginnt, seinen Nächsten mit
anderen Augen zu betrachten, ihm Aufmerksamkeit und Anerkennung zu schenken,“
stellte der Pontifex abschließend fest. Vn 26
Bischof Bätzing zum Weihnachtsfest.
Eine heilsame Kraft der Menschheit
Die
Geburt Jesu hat alles zum Guten gewendet und die Geschicke der Menschheit in
neue Bahnen gelenkt. Davon hat der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz,
Bischof Dr. Georg Bätzing, heute (25. Dezember 2025) im Weihnachtsgottesdienst
in Limburg gepredigt: „Jesus ist der neue Mensch, mit dem sich jeder Mensch
verbinden kann, um sich auf das Abenteuer der Menschenfreundlichkeit
einzulassen. In der Nacht von Bethlehem wurde der neue Mensch geboren. Mit ihm
kann alles anders, kann alles gut werden.“
Weihnachten
entfalte bis heute eine heilsame Kraft für die Menschheit und habe große
Bedeutung für weltweite Solidarität, für das Einstehen für Menschenwürde und
für die Übernahme von globaler Verantwortung. Ausgehend von einer „großen
Perspektive“ auf die Welt verdeutlichte Bischof Bätzing, wie klein und zugleich
kostbar der Mensch im Gefüge des Universums sei. Deshalb tragen die Menschen
auch Mitverantwortung für die Lebensbedingungen heutiger und künftiger
Generationen. „Und weil ich von großen Zusammenhängen überzeugt bin und von der
Bedeutung selbst kleinster Schritte, mutiger Entscheidungen und beherzten
gemeinsamen Handelns, darum sehe ich all die ums sich greifenden Tendenzen der
Abschottung heutzutage so kritisch.“
Abschottung,
egoistischer Nationalismus und ein Denken nach dem Motto „Wir zuerst“
widerspreche der christlichen Botschaft, betonte der Bischof. Demokratie und
gesellschaftlicher Zusammenhalt ließen sich nur stärken, wenn Solidarität
gelebt werde – zwischen Generationen, zwischen Starken und Schwachen, Gesunden
und Kranken. Auch der Schutz des Lebens in all seinen Phasen sowie ein
konsequentes Handeln gegen die Folgen des Klimawandels seien Ausdruck dieser
Verantwortung.
Mit
der Geburt Jesu sei eine neue Dynamik in die Welt gekommen. Gott habe sich in
Jesus selbst entäußert und sei Mensch geworden – verletzlich, bedürftig und den
Menschen gleich. „Der Gott, zu dem sich Christinnen und Christen bekennen, ist
so frei, sich aller göttlichen Macht zu entäußern, sich leer zu machen,
bedürftig und angewiesen wie ein Kind, um so in sich einen unendlich großen
Freiraum zu schaffen für echte Achtsamkeit, wahre Freundschaft und großzügiges
Erbarmen“, sagte Bischof Bätzing. Weihnachten stehe damit für einen radikalen
Gegenentwurf zu Macht, Gewalt und Gleichgültigkeit. Diese Botschaft wirke bis
heute. Die Weihnachtsgeschichte, die Lieder und die Krippen berührten Menschen
jeden Alters und hielten die Sehnsucht nach Frieden, Gerechtigkeit und
Zuversicht wach. Dbk 25
„Geschwisterlichkeit und Frieden
sind keine Träumerei“
Kardinal
Reinhard Marx ist überzeugt, dass das Christentum als „eine universale
Botschaft der Freiheit, der Würde, der Geschwisterlichkeit aller“ Teil des
Kernprofils Europas bleiben und eine Renaissance erleben wird.
Laut
Manuskript seiner Weihnachtspredigt an Heiligabend im Münchner Liebfrauendom
fordert der Erzbischof von München und Freising die Christen dazu auf, in
Europa ihren „Platz einzunehmen, deutlich, klar und präsent inmitten der
gegenwärtigen Herausforderungen“, und die „Vision einer geschwisterlichen Welt“
gegen „Eigeninteressen, Resignation und Zynismus“ zu verteidigen. Der
Predigttext wurde vorab veröffentlicht.
Kardinal
Marx erinnert an das Weihnachtsevangelium und an die Verletzlichkeit Jesu, der
geboren worden sei als jüdisches Kind „inmitten einer widersprüchlichen Welt,
die geprägt war von Misstrauen, Angst, Gewalt, Krieg und Ungerechtigkeit“. In
diesem Zusammenhang zeigt sich der Erzbischof „entsetzt über den wachsenden
Antisemitismus weltweit“ und fügt hinzu: „Wir stehen an der Seite unserer
älteren jüdischen Geschwister!“
„Entsetzt
über wachsenden Antisemitismus weltweit“
Trotz
der bedrohlichen Umstände setzten nach Ansicht von Marx die Geburt Jesu und
seine Lebensgeschichte „für immer und unzerstörbar eine Bewegung in Gang, die
den Kräften des Untergangs, der Gewalt, der Niedertracht und der Sünde nicht
das Spielfeld überlässt“. Auch heute, „angesichts der dunklen Zeichen einer
zerrissenen Welt, der Gewalt, des Nationalismus und der Vorherrschaft allein
ökonomischer Interessen“, hält der Erzbischof von München und Freising daran
fest, dass „der Glaube an einen Gott der Geschwisterlichkeit und des Friedens“
keine „utopische Träumerei“ sei.
„Einen
offenen Himmel im Auge behalten“
Vielmehr
zeige „die Geschichte der Menschheit, dass die Antwort auf die
Herausforderungen nicht Resignation und Zynismus sein müssen“. Das „Ja zu einer
Hoffnung – trotz alledem“ sei eine „tiefgehende Kraft, die auch über dunkle
Zeiten und Katastrophen hinweg die Vision einer geschwisterlichen Welt und
einen offenen Himmel im Auge behält“.
Ohne
diese Hoffnung, die in der christlichen Weihnachtsbotschaft zum Ausdruck komme,
fehle Europa ein entscheidendes Element, betont Kardinal Marx: „Was wäre unser
Land, was wäre Europa, was wäre der sogenannte Westen ohne die Botschaft von
Weihnachten?“ Das Kind in der Krippe zeige „einen geheimnisvollen Gott, der
Bruder aller Menschen geworden ist“, und schließe daher „Menschen aller
Kulturen und Völker zusammen und macht den Blick auf die eine
Menschheitsfamilie frei, auf das gemeinsame Haus aller Menschen, das dieser
wunderbare Planet darstellt“, so der Erzbischof. Diese „christliche Hoffnung
ist das Wichtigste, das wir im Augenblick brauchen, suchen und uns schenken
lassen sollten“. (pm 24)
Gedanken von Päpsten zum
Weihnachtsfest
Was
haben die Päpste der letzten Jahrzehnte zum Hochfest der Geburt Christi gesagt?
Das wollen wir Ihnen einmal in einer Übersicht vorstellen. Amadeo Lomonaco
Pius
XII. spricht am Heiligen Abend 1942 in einem Moment, in dem der Zweite
Weltkrieg und die Judenvernichtung in Europa unzählige Menschen in Bedrängnis
bringen. In seiner Radiobotschaft versteckt der Papst, auch wenn er aus Sorge
vor Repressalien nicht offen gegen die Shoah zu protestieren wagt, in
versteckter Form von ihr: „Hunderttausende von Menschen sind ohne eigenes
Verschulden, manchmal nur aufgrund ihrer Nationalität oder Abstammung, zum Tod
oder zu einem fortschreitenden Verfall verurteilt.“
Pius
XII. lancierte seine Weihnachtsbotschaft über Radio Vatikan
Zwei
große Gesten am Fest der Geburt Jesu: Pius‘ Nachfolger Johannes XXIII. besucht
am Heiligabend 1958 das vatikanische Kinderkrankenhaus Bambin Gesù. Und Paul
VI. feiert 1968 die Christmette mit Arbeitern, im Stahlwerk von Taranto. Dabei
spricht er seine Sorge an, dass die Kirche in der Moderne immer größere
Schwierigkeiten hat, die Arbeiter und ähnliche Milieus zu erreichen.
Christmette
in einem Stahlwerk
„Wir
sprechen zu Euch aus tiefstem Herzen. Wir wollen Euch etwas ganz Einfaches
sagen – nämlich, dass uns das Gespräch mit Euch ziemlich schwerfällt. Es
scheint so, als ob es zwischen Euch und uns keine gemeinsame Sprache gäbe. Ihr
lebt in einer Welt, die der Welt, in der wir als Männer der Kirche leben, fremd
ist. Ihr denkt und arbeitet auf eine ganz andere Weise als die Kirche! Wir
haben Euch gerade eben gesagt, dass wir Brüder und Freunde sind: Aber ist das
wirklich wahr? Denn wir alle spüren diese offensichtliche Tatsache: Arbeit und
Religion sind in unserer modernen Welt zwei getrennte, voneinander losgelöste,
oft sogar gegensätzliche Dinge. Das war früher nicht so.“
„Sei
für uns die Tür, die uns in das Geheimnis des Vaters führt“
Johannes
Paul II. öffnet an Heiligabend 1999 die Heilige Pforte – das Heilige Jahr 2000
beginnt. Der von seiner Krankheit schon deutlich gezeichnete Papst predigt: „Du
bist der Christus, der Sohn des lebendigen Gottes! An der Schwelle zum dritten
Jahrtausend grüßt dich die Kirche, Sohn Gottes, der du in die Welt gekommen
bist, um den Tod zu besiegen. Du bist gekommen, um das menschliche Leben durch
das Evangelium zu erleuchten. Die Kirche grüßt dich und möchte gemeinsam mit
dir in das dritte Jahrtausend eintreten. Du bist unsere Hoffnung. Du allein
hast Worte des ewigen Lebens. ...Sei für uns die Tür, die uns in das Geheimnis
des Vaters führt. Lass niemanden von seiner Umarmung der Barmherzigkeit und des
Friedens ausgeschlossen bleiben!“
Benedikt
und die Gottesfrage
Nachfolger
des polnischen Papstes wird der Deutsche Joseph Ratzinger – Benedikt XVI. An
Heiligabend 2012, nur zwei Monate vor seinem Rücktritt, ruft der Papst die
Zuhörenden dazu auf, bei sich Platz für den kommenden Herrn zu schaffen.
„So
erhält die große moralische Frage, wie es bei uns um Flüchtlinge, Migranten und
Zuwanderer steht, eine noch grundlegendere Bedeutung: Haben wir wirklich Platz
für Gott, wenn er zu uns kommen will? Haben wir Zeit und Raum für ihn? Ist es
nicht vielleicht Gott selbst, den wir zurückweisen? Das beginnt damit, dass wir
keine Zeit für Gott haben. Je schneller wir uns bewegen können, je effektiver
die Instrumente werden, die uns Zeit sparen, desto weniger Zeit haben wir zur
Verfügung. Und Gott? Die Frage, die ihn betrifft, scheint nie dringend zu sein.
Unsere Zeit ist bereits vollständig ausgefüllt.“
Franziskus
und die Hoffnung
In
der Heiligen Nacht 2024 öffnet sich wieder eine Heilige Pforte, startet erneut
ein Heiliges Jahr – diesmal ist es der argentinische Papst Franziskus, der es
eröffnet. Ein Auszug aus seiner Predigt:
„Uns
allen ist es aufgetragen, Hoffnung dorthin zu bringen, wo sie verloren gegangen
ist: dorthin, wo das Leben verwundet ist, wo Erwartungen enttäuscht wurden, wo
Träume zerbrochen sind, wo Misserfolge das Herz zerbrechen; dorthin, wo die
Erschöpfung derer herrscht, die nicht mehr weitermachen können, wo die bittere
Einsamkeit derer herrscht, die sich besiegt fühlen, wo das Leiden die Seele
zerfrisst; in den langen, leeren Tagen der Gefangenen, in den engen, kalten
Zimmern der Armen, an den Orten, die durch Krieg und Gewalt entweiht sind.
Hoffnung dorthin bringen, Hoffnung dort säen.“ (vn 24)
Bätzing für mehr gesellschaftlichen
Zusammenhalt
Für
den Limburger Bischof Georg Bätzing war 2025 ein „Jahr mit großen
Ambivalenzen“. Das sagte er an diesem Dienstag im ZDF-Morgenmagazin. Vor allem
die Krisensituationen und Kriege der Welt, wie etwa in der Ukraine und in Gaza,
seien besorgniserregend. „Es gibt aber auch große Hoffnungen.“ So könne sich
etwa die Lage in der Ukraine bald zum Besseren wenden. Benedikt Lang -
Rom/Vatikanstadt
Der
Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz hofft für Deutschland, dass
„die Menschen irgendwie spüren, wir müssen mehr zusammenhalten. Wir brauchen
Solidarität.“ Das Leitwort des Heiligen Jahres Pilger der Hoffnung habe für
dieses Bewusstsein einen wichtigen Beitrag geleistet.
Die
Papstwahl
Der
Bischof hob in dem Gespräch auch die zurückhaltende Art sowie das den Menschen
zugewandte Verhalten des neuen Papstes Leo XIV. hervor. Besonders bei Themen
„Frieden und Armut setzt er Akzente, die für alle Menschen anknüpfungsfähig
sind“, so Bischof Bätzing.
Gespaltene
Gesellschaft
Eine
Herausforderung für die Gesellschaft der Bundesrepublik sei die zunehmende
politische Spaltung. Die Kirche könne durch die Verkündigung des Evangeliums
diesem Trend entgegenwirken. Die Frohe Botschaft „will die Menschen sammeln.
Gegen Spaltungen will sie Sammlungen in Gang setzen, um die Themen
Gerechtigkeit, Frieden, Liebe, Verständigung, Dialog“ gesellschaftsfähig zu
machen.
„Kirche
muss politisch sein, denn die Botschaft des Evangeliums ist politisch“, hob der
Vorsitzende der Bischofskonferenz im Kontext der Diskussion über die Rolle der
Kirche in Deutschland hervor. Er betonte jedoch, dass die Kirche „keine
Alltagspolitik“ betreibe. Diese Rolle komme den Politikerinnen und Politikern
zu. Gleichzeitig würdigte der Bischof das Engagement der Politikerinnen und
Politiker, da der politische Diskurs „heute ein ganz schön schwieriges
Geschäft“ sei.
Die
Kirche gebe lediglich Orientierungshilfen und trete für bestimmte Themen in
konkreten politischen Debatten ein. Bätzing nannte als Beispiele die
Diskussionen um den Lebensschutz am Anfang und am Ende des Lebens. Die Kirche
wolle Orientierung geben, „damit die Diskussion auf Argumenten basiert und
nicht nur ein Schlagabtausch der gegenseitigen Positionen ist“. (zdf 23)
60 Jahre Nostra Aetate: „Dialog ist
fortlaufender Prozess“
Anlässlich
des 60-Jahr-Jubiläums des Konzilsdokumentes Nostra Aetate reflektiert der
Oberrabbiner von Rom im Radio Vatikan-Interview über unternommene Schritte und
weiter bestehende Herausforderungen im Dialog zwischen Juden und Katholiken.
Fabio Colagrande – Vatikanstadt
Riccardo
Di Segni, Oberrabbiner der Jüdischen Gemeinde Roms, fordert eine Unterscheidung
zwischen Antisemitismus und Antijudaismus und warnt vor der „politischen
Verunreinigung“, die heute „die Atmosphäre stört und stark verändert und
Missverständnisse und Fehlinterpretationen hervorruft“. Um den Dialog neu zu
beleben, betont er die Notwendigkeit, „ein Klima herzlicher Beziehungen
wiederherzustellen“ und „wirklich zu sehen, was wir gemeinsam erreichen
können“.
Vor
60 Jahren
Vor
sechzig Jahren eröffnete die Konzilserklärung Nostra Aetate „einen neuen
Horizont der Begegnung, des Respekts und der spirituellen Gastfreundschaft“ und
pflanzte – wie Papst Leo XIV. erinnerte – „einen Samen der Hoffnung auf
interreligiösen Dialog“, der mit der Zeit wachsen sollte. Ein Weg, der für den
Papst heute „dringender denn je“ ist, denn Dialog „ist keine Taktik oder ein
Mittel zum Zweck, sondern eine Lebensweise, eine Reise des Herzens“.
Im
Interview mit Radio Vatikan geht Di Segni der Bedeutung von Nostra Aetate nach
und betont, dass der jüdisch-christliche Dialog „ein fortlaufender Prozess“ sei
und dass heute „konkrete Gesten“ nötig seien, um „ein Klima herzlicher
Beziehungen wiederherzustellen“ und „wirklich zu sehen, was wir gemeinsam tun
und gemeinsam aufbauen können“.
Interview
Rabbiner
Di Segni, mit der Erklärung Nostra Aetate im Jahr 1965 erkannte die katholische
Kirche erstmals explizit ihre spirituelle Verbindung zum Judentum an und
verurteilte alle Formen des Antisemitismus. Welche Wirkung hatten solche Worte
damals auf die jüdische Gemeinde?
Erlauben
Sie mir, klarzustellen, dass die Kirche ihre Beziehung zum Judentum nie
aufgegeben hat; sie ist grundlegend und unverzichtbar. Was sich mit der
Erklärung Nostra Aetate geändert hat, ist das Verhältnis der Kirche zum
zeitgenössischen Judentum, dem Judentum nach dem Kommen Jesu. Vor Nostra Aetate
hätte dieses Verhältnis von Konflikt, Verachtung und dem Versuch der
Verdrängung anderer Juden geprägt sein können. Mit Nostra Aetate hat sich die
Beziehung zum Judentum, die nie geleugnet wurde, zu einer positiven und
partnerschaftlichen entwickelt.
Was
die Verurteilung des Antisemitismus betrifft: Betrachtet man die genauen Worte
(in der Erklärung, Anm. d. Red.), so wurden sie sehr sorgfältig gewählt und
abgewogen, da es von einer bestimmten Gruppe von Bischöfen starken Widerstand
gab. Es handelte sich nicht um eine Verurteilung, sondern um eine „Bekundung“,
aber es war ein bedeutender Schritt nach vorn. Daher wurde diese Erklärung
damals mit Spannung erwartet und positiv aufgenommen. Manche reagierten zwar
vorsichtig, weil sie die weitere Entwicklung abwarten wollten, aber die
Resonanz war in jedem Fall eindeutig positiv.
Wie
viel muss Ihrer Ansicht nach noch getan werden, um die in diesem Dokument
formulierten Hoffnungen zu verwirklichen?
Sechzig
Jahre sind vergangen, die Welt hat sich verändert, und auch der gesamte
dogmatische Prozess rund um diese Erklärung hat sich deutlich weiterentwickelt.
Heute kann sie als sehr vorsichtige, zurückhaltende Erklärung gelten, die
seither durch wichtigere Dokumente bestärkt und bekräftigt wurde. Die
Begegnung, der Dialog zwischen der christlichen und der jüdischen Welt, ist ein
fortlaufender Prozess, der täglich neu bewertet werden muss. Daher bleibt noch
viel zu tun, insbesondere auf allgemeiner Ebene, und wir benötigen vor allem
die Mittel, um die aktuellen Schwierigkeiten zu bewältigen; dies ist die
Herausforderung von heute.
Was
bedeutet dieses Dokument für die jüdische Gemeinde heute im Dialog mit der
katholischen Kirche, und wie haben jüdische Vertreter in den letzten 60 Jahren
auf Nostra Aetate reagiert?
Einige
Jahre später erschien ein Buch mit Dokumenten der katholischen Kirche und
jüdischer Vertreter zu diesem Thema. Dabei wurde berücksichtigt, dass es keine
einheitliche Organisation, sondern viele Vertreter gibt. Auffällig war das
Ungleichgewicht: In dem 500-seitigen Buch waren 400 Dokumente christlichen,
aber nur 100 jüdischen Ursprungs. Dies führte zu einer gewissen Skepsis, aber
auch zu Misstrauen und Zurückhaltung, da die genauen Bedingungen des Wandels
unklar waren. Zwar fand ein Wandel statt, doch war dieser sehr komplex. Aus
jüdischer Sicht, auch im orthodoxen Lager – und dies ist eine wichtige
Entwicklung der letzten Jahre –, wuchs das Interesse, die Bereitschaft zum
Dialog und zur Zusammenarbeit. Die Ziele dieses Dialogs müssen noch genauer definiert
werden, da Christen oft die Notwendigkeit eines Dialogs auf theologischer Ebene
betonen, während die jüdische Perspektive die sozialen und praktischen Aspekte
sowie das gemeinsame Zeugnis in den Vordergrund stellt.
Antisemitismus
und Antijudaismus
Nostra
Aetate erklärt, dass die Kirche, wie bereits erwähnt, „Hass, Verfolgung und
alle Formen des Antisemitismus, die sich zu jeder Zeit und von jedermann gegen
Juden richten“, zutiefst verurteilt. Dieses Bekenntnis gilt auch heute noch,
doch welchen Nachwirkungen und konkreten Realitäten sieht sie sich aktuell
gegenüber?
Zunächst
einmal müssen wir, selbst bei entschiedenen Stellungnahmen gegen
Antisemitismus, klar definieren, was wir unter Antisemitismus verstehen. Es ist
ein Begriff mit Geschichte, der im 20. Jahrhundert Rassenhass gegen Juden und
damit eine besondere Form antijüdischer Feindseligkeit bezeichnete. Daneben
existiert aber auch der Antijudaismus, also eine stark polemische Haltung
gegenüber dem Judentum als Religion, aufgrund der Werte und Botschaften, die es
vermittelt. Daher müssen wir genau definieren, wogegen wir kämpfen. Darüber
hinaus ist die politische Vergiftung das drängendste aktuelle Problem. In dem
Sinne, dass das, was geschieht – und das haben wir in den letzten Jahren am
Beispiel des Krieges um Gaza gesehen –, darin besteht, dass politische Dimensionen
mit Nachdruck in diese Diskussionen eingreifen, sie stören und die Atmosphäre
erheblich verändern, wodurch Missverständnisse und Fehlinterpretationen
entstehen.
Juden,
Christen und Muslime sind alle Nachkommen Abrahams, die drei sogenannten
abrahamitischen Religionen. Nostra etate konzentrierte sich aus katholischer
Sicht vor allem auf die jüdischen „älteren Brüder“ und sprach auch über
Muslime. Wie wichtig ist Ihrer Meinung nach ein dreiseitiger Dialog zwischen
Juden, Christen und Muslimen heute?
Jede
Religion hat ihre eigenen Herausforderungen, Schwierigkeiten und Ziele im
Verhältnis zu den anderen: Es gibt den jüdisch-christlichen, den
jüdisch-muslimischen und den christlich-muslimischen Dialog. Darüber hinaus
gibt es aber auch Bedürfnisse, Aufrufe zum Zeugnis und gemeinsames Handeln, die
diese abrahamitischen Religionen betreffen, da sie sich spirituell mit der
Botschaft ihres alten Gründers identifizieren. Daher schließt Zusammenarbeit
nicht aus, sondern ist unbedingt notwendig.
„Die
Menschen brauchen Zeichen, konkrete Gesten“
Welche
Hoffnungen haben Sie für die Zukunft des interreligiösen Dialogs, und
insbesondere, was erhoffen Sie sich vom Engagement der katholischen Kirche und
anderer religiöser Partner für die Förderung dieses Dialogs?
Wie
ich bereits erwähnte, wurde die heutige Agenda durch politische Ereignisse
beeinträchtigt und getrübt. Gerade nach den letzten Jahren, die von vielen
Rückschlägen und Missverständnissen geprägt waren, ist es notwendig, ein Klima
herzlicher Beziehungen wiederherzustellen und wirklich zu erkennen, was wir
gemeinsam erreichen und aufbauen können. Es ist wichtig, dies zu erklären, da
es von der Öffentlichkeit leicht übersehen wird. Die Dokumente, über die wir
sprechen, sind theologischer Natur, daher liest sie kaum jemand, versteht sie
kaum jemand, weiß nicht, was dahintersteckt. Eine Geste wie die von Johannes
Paul II. und seinen Nachfolgern, der Besuch einer Synagoge, hat viel mehr
Eindruck hinterlassen und die Öffentlichkeit positiv beeinflusst. Die Menschen
brauchen Zeichen, konkrete Gesten, und daran müssen wir arbeiten, ebenso wie
daran, die Botschaften natürlich einem immer breiteren Publikum zugänglich zu
machen.
Und
halten Sie einen theologischen Dialog zwischen Juden und Katholiken für
möglich?
Wir
streben keinen theologischen Dialog an. Für uns muss jeder Glaube so bleiben,
wie er ist, während wir gleichzeitig eine respektvolle Beziehung zum anderen
aufbauen. Das mag wie ein einfaches Ziel klingen, ist es aber keineswegs, und
deshalb müssen wir uns sehr dafür einsetzen.
Das
Interview mit Professor Riccardo Di Segni wurde für den Podcast „Raggi di
verità“ von Radio Vatikan – Vatican News aufgezeichnet. (vn 23)
Leo XIV.: Großes Schreiben zum
Thema Priesteramt
Leo
XIV. hat ein Apostolisches Schreiben zum Thema Priesteramt veröffentlicht. Es
richtet sich an alle Katholiken (nicht nur an Priester) und soll „Identität und
Funktion des geweihten Amtsträgers im Licht dessen betrachten, was der Herr
heute von der Kirche verlangt“.
Der
Titel des zwölfseitigen Schreibens lautet „Eine Treue, die Zukunft schafft“.
Unmittelbarer Anlass ist der sechzigste Jahrestag der Konzilstexte „Optatam
totius“ und „Presbyterorum ordinis“. Leo lädt dazu ein, diese beiden Texte neu
zu lesen; sie seien weiter von großer Aktualität. Der erste Satz des
Papst-Schreibens lautet: „Eine Treue, die Zukunft schafft, dazu sind die
Priester auch heute berufen, in dem Bewusstsein, dass Beharrlichkeit in der
apostolischen Sendung uns die Möglichkeit gibt, uns über die Zukunft des
Dienstes Gedanken zu machen und anderen zu helfen, die Freude der
priesterlichen Berufung zu erfahren.“
Das
Schreiben, das an diesem Montag vom Vatikan veröffentlicht wurde, berührt
zahlreiche Fragen rund um das Thema Priester. Der weltweite synodale Prozess,
der vom verstorbenen Papst Franziskus auf den Weg gebracht worden ist, hat auch
immer wieder Fragen nach einer Neudeutung des Priesterbilds aufgeworfen, nicht
zuletzt in Reaktion auf Missbrauchsskandale.
Ein
langer Satz zum Thema Missbrauch
Leo
XIV. fordert, dass sich die Priesterausbildung nicht auf die Zeit im Seminar
beschränken darf: Sie müsse auch nach der Weihe permanent weitergehen, um
ständige „menschliche, geistliche, intellektuelle und pastorale Erneuerung“ mit
sich zu bringen. Auf das Thema Missbrauch geht der Papst mit einem einzigen,
obgleich langen Satz ein. Zitat: „In den letzten Jahrzehnten hat die Krise des
Vertrauens in die Kirche, die durch Missbrauchstaten von Geistlichen ausgelöst
wurde, welche uns mit Scham erfüllen und uns zur Demut mahnen, uns noch stärker
bewusstgemacht, wie dringend notwendig eine ganzheitliche Ausbildung ist, die
das menschliche Wachsen und Reifen der Priesteramtskandidaten zusammen mit
einem tiefen und soliden geistlichen Leben gewährleistet.“
Wenn
Priester ihr Amt aufgeben
Das
Phänomen von Priestern, die ihr Amt aufgeben, darf nach Papst Leos Dafürhalten
„nicht nur unter rechtlichen Gesichtspunkten betrachtet werden“. Nötig sei
vielmehr „eine aufmerksame und mitfühlende Auseinandersetzung mit der
Geschichte dieser Brüder und den vielfältigen Gründen, die sie zu einer solchen
Entscheidung veranlasst haben könnten“. Zur Antwort auf diese „schmerzliche
Tatsache“ müsse eine noch bessere, ganzheitlichere Priesterausbildung gehören,
die eine menschliche und geistliche Reife fördert. „Es geht darum, die Berufung
zu bewahren und sie wachsen zu lassen, auf einem beständigen Weg der Umkehr und
der erneuerten Treue.“
Der
Papst ruft die Priester dazu auf, brüderliche Gemeinschaft untereinander zu
pflegen und sich gegenseitig zu stützen. „Es ist kein Zufall, dass das Zweite
Vatikanische Konzil fast immer im Plural von den Priestern sprach: Kein Hirte
existiert allein!“ Wichtig sei, so fährt Leo dann fort, die Gemeinschaft aller
Geweihten. An dieser Stelle findet sich, etwas überraschend, ein Exkurs zum
ständigen Diakonat.
Ein
Loblied auf Ständige Diakone
„In
diesem Zusammenhang ist vor allem das Amt des ständigen Diakons, das nach dem
Vorbild Christi, des Dieners, gestaltet ist, lebendiges Zeichen einer Liebe,
die nicht an der Oberfläche bleibt, sondern sich herabbeugt, zuhört und sich
schenkt. Die Schönheit einer Kirche, die aus Priestern und Diakonen besteht,
die zusammenarbeiten, verbunden durch die gleiche Leidenschaft für das
Evangelium und Aufmerksamkeit für die Ärmsten, wird zu einem leuchtenden
Zeugnis der Gemeinschaft. Nach den Worten Jesu (vgl. Joh 13,34-35) erhält die
christliche Verkündigung aus dieser Einheit, die in der gegenseitigen Liebe
verwurzelt ist, Glaubwürdigkeit und Kraft. Deshalb ist der Diakonat,
insbesondere wenn er in Gemeinschaft mit der eigenen Familie gelebt wird, ein
Geschenk, das es zu erkennen, zur Geltung zu bringen und zu unterstützen gilt.“
Zusammenarbeit
mit Laien: „Noch viel zu tun“
Das
Apostolische Schreiben betont auch die nötige Zusammenarbeit der Priester mit
den Laien. In diesem Bereich gebe es „noch viel zu tun“. „Der Impuls des
(von Papst Franziskus angestoßenen, weltweiten) synodalen Prozesses ist eine
nachdrückliche Einladung des Heiligen Geistes, entschlossene Schritte in diese
Richtung zu unternehmen. Ich bekräftige daher meinen Wunsch, die Priester
einzuladen, ihre Herzen zu öffnen und sich an diesen Prozessen zu
beteiligen, die wir derzeit erleben.“ Auch in einer synodalen Kirche büße das
Priesteramt „nichts von seiner Bedeutung und Aktualität“ ein.
Synodalität
ebne nicht die Unterschiede ein, sondern arbeite vielmehr ihren jeweiligen Wert
heraus; sie sei „eine der wichtigsten Chancen für die Priester der Zukunft“.
„Um eine Ekklesiologie der Gemeinschaft immer besser zu verwirklichen, muss der
Dienst des Priesters das Modell eines exklusiven Führungsstils überwinden, der
zu einer Zentralisierung der Pastoral und zur Last all der ihm allein
übertragenen Verantwortlichkeiten führt. Stattdessen muss der Dienst des
Priesters zu einem immer kollegialeren Führungsstil gelangen, in Zusammenarbeit
zwischen den Priestern, den Diakonen und dem gesamten Volk Gottes.“
Zölibat
und Priestermangel nicht ausführlich behandelt
Interessant
ist, dass vom Pflichtzölibat der Priester in dem neuen Apostolischen Schreiben
nur beiläufig die Rede ist. Nur Männer, die menschlich reif und von
solider Spiritualität seien, „können die Verpflichtung zum Zölibat auf sich
nehmen und das Evangelium des Auferstandenen glaubwürdig verkünden“, heißt es
auf Seite vier. Und auf der vor-vorletzten Seite werden die Priester zu einem
„bescheidenen und keuschen Leben“ ermuntert. Das stelle eine Antwort dar auf
den „großen Hunger der heutigen Gesellschaft nach authentischen und aufrichtigen
Beziehungen“.
Auch
die Krise der Berufungen in mehreren Teilen der Welt macht der Papst erst ganz
am Schluss zum Thema. Auch wenn der Priestermangel ganz unterschiedliche Gründe
habe, müsse die Kirche doch einmal „die Fruchtbarkeit der pastoralen Praxis“
überprüfen. In jedem Bereich der Seelsorge müsse die Berufungsperspektive immer
mitgedacht werden. (vn 22)
Solidaritätsbesuch von Bischof
Bätzing im Heiligen Land
Dialog
und Verständigung in Israel und Palästina
Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, wird
unmittelbar nach Weihnachten zu einem viertägigen Besuch ins Heilige Land
reisen. Vom 27. bis 30. Dezember 2025 macht er sich ein Bild von der aktuellen
Situation und wird die enge Verbundenheit der katholischen Kirche in
Deutschland mit den Menschen in der Region, insbesondere auch mit der
christlichen Minderheit, zum Ausdruck bringen. Geplant sind Besuche in Tel
Aviv, Jerusalem und Betlehem.
Rund
zwei Monate nach dem Inkrafttreten der Waffenruhe zwischen Israel und der
Terrororganisation Hamas ist die Lage in der Region weiterhin angespannt.
Terror und Krieg haben tiefe Spuren in der israelischen und palästinensischen
Gesellschaft hinterlassen. Das Massaker des 7. Oktober 2023 und der mehr als
zwei Jahre währende Krieg im Gazastreifen haben die Perspektive auf eine
friedliche Koexistenz von Israelis und Palästinensern in weite Ferne rücken
lassen. „Die Freilassung der überlebenden Geiseln, die zumindest offiziell
bestehende Waffenruhe und die internationalen Friedensbemühungen haben einen
Schritt in die richtige Richtung dargestellt. Von einem echten Frieden kann
aber noch lange keine Rede sein. Die Gewalt hat unzählige Opfer gefordert und
viele Menschen sind nachhaltig traumatisiert. Die humanitäre Katastrophe im
Gazastreifen, die durch die Überschwemmungen zusätzlich verschärft wird, ist
verheerend. Umso wichtiger ist es, sich den Menschen zuzuwenden. Ich will das
Gespräch mit Israelis und Palästinensern suchen, will erfahren, wie sie die
aktuelle Situation erleben, welche Ängste und Hoffnungen sie haben und welche
Perspektiven sie für ein friedliches Zusammenleben sehen“, so Bischof Bätzing.
Neben
Gesprächen mit Vertretern der Kirche, wie dem Lateinischen Patriarchen von
Jerusalem, Kardinal Pierbattista Pizzaballa, und dem Apostolischen Nuntius,
Erzbischof Adolfo Yllana, will sich Bischof Bätzing auch mit Repräsentanten aus
Judentum und Islam treffen. Den Auftakt der Reise bildet ein Besuch der
Holocaust-Gedenkstätte Yad Vashem: „Das jüngste Attentat auf Jüdinnen und Juden
während der Chanukka-Feierlichkeiten in Australien führt uns auf bedrängende
Weise vor Augen, wie sehr der Antisemitismus weltweit zugenommen hat. Mit
meinem Besuch möchte ich ein klares Signal senden gegen jede Form von
Judenhass“, so Bischof Bätzing. Zum Programm gehört zudem der Besuch des
jüdischen Heiligtums der Westmauer sowie der muslimischen Heiligtümer Felsendom
und al-Aqsa-Moschee.
Mit
dem Botschafter der Bundesrepublik Deutschland, Steffen Seibert, und der
Repräsentantin Deutschlands in den Palästinensischen Autonomiegebieten, der
Gesandten Anke Schlimm, will Bischof Bätzing insbesondere über die aktuelle
humanitäre Lage sowie über politische Perspektiven für eine friedliche und
gerechte Zukunft in der Region ins Gespräch kommen. Um Fragen des Dialogs und
der Verständigung zwischen Israelis und Palästinensern sowie zwischen Juden,
Christen und Muslimen soll es im Austausch mit Vertretern politischer
Stiftungen und lokaler zivilgesellschaftlicher Organisationen gehen.
Beim
Besuch im palästinensischen Bethlehem wird Bischof Bätzing unter anderem mit
dem Bürgermeister der Stadt zusammentreffen und eines der größten Waisenhäuser
in der Region besuchen: „In diesem zu Ende gehenden Heiligen Jahr komme ich
auch als Pilger der Hoffnung ins Heilige Land. Es ist für mich besonders
bewegend, in der Weihnachtsoktav inmitten der gegenwärtigen Umstände den Ort
aufzusuchen, an dem Jesus geboren wurde. Die Begegnung mit den Kindern von
Bethlehem, die keine Eltern mehr haben, führt mir vor Augen, dass Christus für
jeden von uns geboren wurde. Von Weihnachten geht ein Licht der Hoffnung aus in
dieser von Gewalt und Leid verdunkelten Zeit“, so Bischof Bätzing. DBK 22
D/Heiliges Land: Hilfswerk fordert
besseren Schutz für Christen
Zum
Gebetstag für verfolgte Christen warnt missio München vor der Lage im Heiligen
Land. Christen würden bedroht, gerade junge Menschen wanderten ab. An die
Bundesregierung hat das Hilfswerk eine konkrete Forderung.
Angesichts
des Gebetstags für verfolgte und bedrängte Christen am 26. Dezember macht das
katholische Hilfswerk missio München auf die Lage von Christen im Heiligen Land
aufmerksam. „Es ist eine Tragödie und zutiefst gefährlich für die Gesellschaft
im Heiligen Land, wenn Christinnen und Christen an einem der bedeutendsten Orte
ihrer 2000-jährigen Geschichte weiter so zerrieben werden“, sagte
missio-Präsident Wolfgang Huber laut Mitteilung des Hilfswerks.
Christen
würden nicht nur beschimpft und bespuckt, sondern sogar ermordet. Viele junge
Christen verließen das Land. „Dabei sind es die Christen, die in dieser
dauerhaft von Konflikten und Kriegen geplagten Region ihren Dienst an den
Menschen durch Schulen, Altenheime oder Krankenhäuser aufrecht halten“, so
Huber.
Appell
an Bundesregierung
Die
Bundesregierung müsse ihre Beziehungen zur israelischen Regierung nutzen, um
Unterstützung und Sicherheit auf den Weg zu bringen, heißt es. Nicht nur wegen
des Menschenrechts auf Würde und Religionsfreiheit, sondern auch, weil die
Christen engagierte Bürger seien. „Sie bereichern und stabilisieren eine
Gesellschaft. Dadurch spielen sie eine wichtige Rolle und können eine Brücke
sein bei Bemühungen um Toleranz und um einen echten Frieden.“
Am
26. Dezember gedenkt die katholische Kirche des heiligen Stephanus, der als
erster Märtyrer des Christentums gilt. Seit 2012 wird in Anlehnung daran an
diesem Datum auch der Gebetstag für verfolgte und bedrängte Christen begangen.
(kna/pm
-21)
Weihbischof
Rolf Lohmann zieht kurz vor dem Abschluss des Heiligen Jahres 2025 eine
positive Bilanz für Deutschland. Er sieht das Jubiläum als Impuls mit
nachhaltiger Wirkung für die Kirche.
Der
Beauftragte der Deutschen Bischofskonferenz für das Jubiläumsjahr, Weihbischof
Rolf Lohmann, spricht von einer insgesamt sehr positiven Erfahrung. Das
Leitwort Pilger der Hoffnung habe in einer Zeit von Krisen, Kriegen und Ängsten
eine besondere Bedeutung gewonnen.
Lohmann
betont die geistliche Tiefe des Heiligen Jahres. Begegnungen mit jungen
Menschen, das gemeinsame Pilgern und das Durchschreiten der Heiligen Pforten
hätten den Glauben gestärkt. Besonders eindrücklich war für ihn die Firmung
vieler Jugendlicher in Rom. Ebenso war das Jubiläum der Bischöfe für ihn sehr
eindrucksvoll, da sich dabei die Internationalität der Kirche gezeigt habe.
„Die
Erfahrung von Vergemeinschaftung spielt eine große Rolle in einer Zeit, in der
wir auf der anderen Seite Individualisierung und Vereinsamung erleben. Das ist
unser Auftrag, dem entgegenzuwirken.“
Über
das Jubiläumsjahr hinaus sieht Lohmann einen Auftrag. Hoffnung dürfe nicht
enden, wenn das Heilige Jahr abgeschlossen sei. Kirche ist gerufen, diese
Hoffnung weiterzutragen und Zeugin dafür zu sein.
Große
Resonanz haben Pilgerangebote der Diözesen gefunden. 15 Diözesen organisierten
Wallfahrten nach Rom, viele davon waren rasch ausgebucht. Hinzu kamen
zahlreiche Reisen von Verbänden und Jugendgruppen.
„Wir
haben einen Auftrag: eine Botschaft den Menschen zu bringen, die dieses Thema
Hoffnung nach vorne stellt. Für mich ist dieses Heilige Jahr ein Auftrag an
uns, an unsere Diözesen, aber auch an die Pastoral, diesen Weg auch inhaltlich
weiterzugehen.“
Die
Planung und Durchführung des großen Events haben gut funktioniert. Pilgerbüro,
digitale Angebote und die vatikanische Pilger-App haben den Ablauf erleichtert.
Das Heilige Jahr sei für viele Gläubige eine prägende Erfahrung. Weltweit
nahmen rund 32 Millionen Menschen am Heiligen Jahr teil. (kna 20)
Verantwortung kennt keine Grenzen
Der
für Flüchtlingsfragen beauftragte Bischof der Deutschen Bischofskonferenz ruft
zu Solidarität mit Geflüchteten auf. Er fordert Aufnahmewege und warnt vor
einer Abschottung wohlhabender Staaten.
Erzbischof
Stefan Heße, der Flüchtlingsbischof der Deutschen Bischofskonferenz, hat zu
einer stärkeren internationalen Verantwortung für Geflüchtete aufgerufen.
Flucht sei ein globales Phänomen, das gemeinsame Antworten erfordere. „Unsere
Verantwortung für Geflüchtete endet nicht an den deutschen oder europäischen
Außengrenzen“, erinnerte er.
Der
Erzbischof wendete sich gegen die Politik der Abschottung und gegen die
Verlagerung von Verantwortung auf ärmere Länder. „Statt einer immer weiter
voranschreitenden Auslagerung von Verantwortung braucht es eine stärkere
Unterstützung für Erstaufnahmeländer im Globalen Süden“, schreibt der Hamburger
Erzbischof.
Die
Kirchen setzten dem Trend sinkender Aufnahmebereitschaft ein anderes
Verständnis entgegen. Sie engagieren sich für internationale Zusammenarbeit und
konkrete Solidarität.
Globale
Verantwortung
Stefan
Heße kritisierte, dass humanitäre Aufnahmeprogramme zunehmend unter Druck
gerieten: „Abschottungstendenzen und drastische Kürzungen von Hilfsgeldern
sorgen dafür, dass die Idee einer globalen Verantwortungsteilung grundsätzlich
in Frage gestellt wird.“
Weltweit
seien infolge von Krieg und Gewalt mehr als 122 Millionen Menschen auf der
Flucht. Die meisten suchen Schutz als Binnenvertriebene oder in Nachbarstaaten.
Vor allem ist dies im Globalen Süden so, wo die Lebensbedingungen oft prekär
seien.
Besonders
schwierig sei die Lage für schutzbedürftige Gruppen wie Menschen mit
Behinderungen, chronisch Erkrankte, traumatisierte Personen, unbegleitete
Minderjährige sowie Opfer von Menschenhandel oder sexualisierter Gewalt. Für
sie bieten humanitäre Aufnahmeprogramme eine wichtige Perspektive. Der Bedarf
an solchen Programmen sei laut dem UN-Flüchtlingshilfswerk deutlich größer
geworden. (kna 20)
Papst beschließt Jubiläumsaudienzen
mit Appell für die Armen
Vor
einem vollbesetzten Petersplatz hat Papst Leo XIV. an diesem Samstagvormittag
die letzte der von seinem Vorgänger eingeführten Jubiläumsaudienzen gehalten.
In einer leidenschaftlichen Ansprache definierte er die Hoffnung als
„schöpferische Kraft Gottes“ und kritisierte die ungerechte Verteilung des
weltweiten Reichtums. Mario Galgano - Vatikanstadt
Es
war ein bewegender Moment auf dem Petersplatz, als das katholische
Kirchenoberhaupt an diesem Samstag die Serie der samstäglichen
Jubiläumsaudienzen abschloss. Trotz des nahenden Endes des Heiligen Jahres
mahnte der Papst, dass die Christen weiterhin „Pilger der Hoffnung“ bleiben
müssten. Hoffnung sei kein passives Warten, sondern eine göttliche Kraft, die
aktiv neues Leben hervorbringe.
Gott
als „Schoß der Barmherzigkeit“
Mit
Blick auf das bevorstehende Weihnachtsfest betonte Papst Leo XIV., dass die
Ankunft Gottes in der Welt keine Drohung darstelle. „Ohne Jesus könnte die
Aussage ‚Der Herr ist nahe‘ fast wie eine Drohung klingen“, so der Papst. Im
Jesuskind jedoch offenbare sich Gott als ein „Schoß der Barmherzigkeit“. In ihm
gebe es keine Verurteilung, sondern die schöpferische Kraft der Vergebung, die
immer wieder neues Leben ermögliche.
Kritik
an der Ausbeutung der Erde
Besonders
deutlich wurde Papst Leo XIV., als er auf die aktuelle Lage der Welt und der
Schöpfung zu sprechen kam. Unter Berufung auf den Apostel Paulus beschrieb er
den Zustand der Erde als „Seufzen in Geburtswehen“.
„Viele
Mächtige hören diesen Schrei nicht: Der Reichtum der Erde liegt in den Händen
einiger weniger, sehr weniger, und konzentriert sich ungerechtfertigterweise
immer mehr in den Händen derer, die oft nicht auf das Stöhnen der Erde und der
Armen hören wollen.“
„Hoffen
heißt sehen, dass diese Welt zur Welt Gottes wird.“
Das
katholische Kirchenoberhaupt erinnerte daran, dass Gott die Güter der Schöpfung
für alle bestimmt habe. Die Aufgabe des Menschen sei es, „zu zeugen, nicht zu
rauben“. Er unterschied scharf zwischen der bloßen Überheblichkeit der Macht,
die zerstöre, und der wahren Kraft Gottes, die Leben entstehen lasse.
Maria
als Vorbild der Hoffnung
Zum
Abschluss der Katechese verwies der Papst auf Maria von Nazareth als das
vollkommene Vorbild der Hoffnung. Da sie dem Wort Gottes „ein Gesicht, einen
Körper und eine Stimme“ gegeben habe, seien auch die Gläubigen heute
aufgerufen, das Wort Gottes in der Welt „zu gebären“.
„Hoffen
heißt sehen, dass diese Welt zur Welt Gottes wird“, erklärte Papst Leo XIV. zum
Ende der Audienz. Er rief dazu auf, den Schrei der Armen in eine „Geburt“ zu
verwandeln und Jesus durch das eigene Handeln in der heutigen Zeit eine neue
Stimme zu geben. (vn 20)
Papst Leo XIV. an Kinder: „Frieden
beginnt im Herzen“
Wenige
Tage vor Weihnachten hat Papst Leo XIV. eine Delegation der italienischen
Katholischen Aktion im Vatikan empfangen. In seiner Ansprache rief er die
Jugendlichen dazu auf, den Frieden nicht nur als Abwesenheit von Krieg zu
verstehen, sondern als konkrete Tat der Versöhnung im Alltag.
Mario
Galgano - Vatikanstadt
Papst
Leo XIV. traf an diesem Freitag mit den Kindern und Jugendlichen der Azione
Cattolica Ragazzi (ACR) zusammen. Der Papst dankte den jungen Gästen für ihren
gelebten Glauben und betonte die Bedeutung ihrer Identität als Weggefährten
Jesu innerhalb der Kirche.
„Platz für alle“ an der Krippe
Bezugnehmend
auf das aktuelle Jahresthema des Verbandes – „Es ist Platz für alle“ – schlug
das katholische Kirchenoberhaupt eine Brücke zum Weihnachtsgeschehen. „Rund um
den Herrn, der Mensch wird, um uns zu retten, ist Platz für jeden: für jedes
Kind, jeden Jugendlichen und jeden alten Menschen“, erklärte Papst Leo XIV. Er
erinnerte daran, dass Gottes Sohn bei seiner Geburt zwar kein Haus fand, aber
an die Herzen der Menschen klopfte, um sie mit Liebe zu erfüllen.
„Rund
um den Herrn, der Mensch wird, um uns zu retten, ist Platz für jeden: für jedes
Kind, jeden Jugendlichen und jeden alten Menschen“
Vorbilder
für die heutige Zeit
Der
Papst ermutigte die Jugendlichen, modernen Vorbildern des Glaubens
nachzueifern. Er nannte explizit die neuen Heiligen Pier Giorgio Frassati und
den jungen Carlo Acutis. Diese hätten gezeigt, dass die Nachfolge Jesu durch
Werke der Nächstenliebe und Leidenschaft für das Evangelium strahlend und frei
mache. „Wenn ihr wie sie handelt“, so das katholische Kirchenoberhaupt, „wird
eure Friedensbotschaft leuchten.“
Ein
besonderes Weihnachtsgeschenk: Versöhnung
Besonders
eindringlich wurde Papst Leo XIV., als er über den Begriff des Friedens sprach.
Frieden sei mehr als die bloße Abwesenheit von Konflikten; er sei eine „auf
Gerechtigkeit gegründete Freundschaft zwischen den Völkern“. Er mahnte an, dass
dieser globale Friede im Kleinen beginne: in der Familie, in der Schule und im
Sportverein.
An
die Jugendlichen gewandt, gab der Papst eine konkrete „Hausaufgabe“ für das
Fest auf: „Denkt vor der heiligen Weihnachtsnacht an eine Person, mit der ihr
Frieden schließen wollt“
„Denkt
vor der heiligen Weihnachtsnacht an eine Person, mit der ihr Frieden schließen
wollt. Das wird ein kostbareres Geschenk sein als alles, was man in Geschäften
kaufen kann, denn Friede ist ein Geschenk, das man wirklich nur im Herzen
findet.“
„Aktion“
für den Frieden
Das
katholische Kirchenoberhaupt schloss seine Ansprache mit einem Wortspiel zum
Namen der Vereinigung: Frieden zu stiften sei eine „Katholische Aktion“ (Azione
Cattolica) im besten Sinne des Wortes. Trotz einer kleinen Verspätung nahm sich
der Papst am Ende Zeit, jedes Kind persönlich zu begrüßen und kleine
Weihnachtsgeschenke zu verteilen. (vn 19)
Katholische Kirche kritisiert
Rüstungsexporte
Die
evangelische und katholische Kirche in Deutschland sehen die Bilanz für die
deutschen Rüstungsexporte skeptisch. Prälat Karl Jüsten, Vorsitzender der
„Gemeinsamen Konferenz Kirche und Entwicklung", kritisiert im Interview
mit unserem Partnersender Domradio die Neuausrichtung der Rüstungspolitik der
neuen Bundesregierung.
Domradio*: Was
macht die neue Regierung in Ihren Augen falsch?
Prälat
Dr. Karl Jüsten (katholischer Vorsitzender der Gemeinsamen Konferenz Kirche und
Entwicklung (GKKE)): Sie ist natürlich an die von der Regierung selbst
aufgestellten Richtlinien gebunden, bzw. die Richtlinien der Europäischen
Union. Daran hält sie sich auch im Großen und Ganzen. Wir stellen nur fest,
dass sich die Trends geändert haben. Meine evangelische Kollegin Anne Gidion
hat heute in der Pressekonferenz darauf hingewiesen, dass Indien nun als ein
Land angesehen wird, welches den NATO-Ländern oder den befreundeten
Drittländern gleichgestellt werden soll. Das sehen wir sehr kritisch. Indien
hat im Inneren große Probleme und in der Region Konflikte auszuhalten, bzw.
trägt selbst zu Konflikten bei.
Die
Exporte in die Ukraine sind in diesem Jahr zurückgegangen. Das liegt vor allen
Dingen daran, dass die Ukraine ihre eigene Rüstung extrem ausgebaut hat und
Dinge herstellt, die wir nicht liefern könnten, weil wir in unserer eigenen
Rüstung noch nicht so weit sind. So ist der Rückgang an dieser Stelle zu
erklären.
„Die
reale Bedrohungslage Israels existiert nach wie vor. Von daher bekommt Israel
auch aus einem guten Grund noch immer Rüstungen“
Domradio: Auch
Israel steht stark im Fokus. Dort sind die Rüstungsexporte stark angestiegen.
In Deutschland wird darüber heftig gestritten. Im August hat die
Bundesregierung aufgrund der humanitären Lage in Gaza einen Lieferstopp
verhängt, der nach dem erreichten Waffenstillstand wieder aufgehoben wurde. Im
vergangenen Jahr haben Sie deutlich gemacht, dass Israel das Recht habe, sich
zu verteidigen. Sie knüpften Ihre Bedingungen für Rüstungsexporte jedoch an die
Einhaltung von Menschenrechten. Wie beurteilen Sie die Gemengelage ein Jahr
später?
Jüsten: An
dieser Einschätzung hat sich bei uns nichts geändert. Nach diesem wirklich
bestialischen Angriff der Hamas aus dem Gazastreifen heraus am 7. Oktober 2023
hat Israel nach wie vor das Recht der Selbstverteidigung. Das hat es in den
letzten Jahren natürlich auch genutzt. Die reale Bedrohungslage Israels
existiert nach wie vor. Von daher bekommt Israel auch aus einem guten Grund
noch immer Rüstungen aus der Bundesrepublik Deutschland. Israel sollte sich
verteidigen können.
Domradio: In
diesem Jahr gab es Berichte über Angriffe radikaler jüdischer Siedler auch auf
Christen im Westjordanland. Sie sollen zum Teil von israelischen Soldaten
unterstützt worden sein. Welche Bedeutung messen Sie als Kirchenvertreter
diesen Berichten bei?
Jüsten: Wir
schauen natürlich sehr darauf, dass Israel das humanitäre Völkerrecht beachtet
und respektiert; sowohl in den besetzten Gebieten als auch im Gazastreifen.
Wann immer wir eindeutige Nachrichten haben, dass sich Israel daran nicht hält
oder halten sollte, treten wir mit unseren israelischen Freunden in Gespräche
ein.
„Der
Bundeskanzler hat die Waffenlieferung für den Gazastreifen in der Vergangenheit
ausgesetzt – wie wir finden, zu Recht“
Domradio: Sie
sprachen auch von möglichen Sanktionen. Welche Sanktionen wären das in diesem
Fall?
Jüsten: Der
Bundeskanzler hat die Waffenlieferung für den Gazastreifen in der Vergangenheit
ausgesetzt – wie wir finden, zu Recht. Er sagte, der damals neu einsetzende
Krieg gegen Gaza finde nicht unsere Unterstützung und deshalb könne es keine
Waffenlieferungen geben. Das haben wir unterstützt.
Wir
finden die Waffenlieferungen in dieses Gebiet aktuell auch etwas verfrüht, weil
wir noch nicht erkennen können, dass sich die Lage im Gazastreifen so
stabilisiert hat, dass wir von einer friedlichen Ordnung ausgehen können.
Darüber hinaus ist die humanitäre Lage der Menschen im Gazastreifen
katastrophal.
„Sobald
die Waffen schweigen, braucht es natürlich keine Rüstungsexporte mehr“
Domradio: Die
Rüstungsexportzahlen für die Ukraine sind im ersten Halbjahr 2025 sehr stark
zurückgegangen. Gleichzeitig greift Russland das Land mit immer massiverer
Gewalt an. In den letzten Tagen scheint jedoch eine Lösung des Konflikts in
Sicht zu sein. Auch zwischen Israel und der Hamas herrscht – zumindest
offiziell – ein Waffenstillstand. Was glauben Sie: Wie werden sich die Zahlen
der Rüstungsexporte für Israel und die Ukraine in Zukunft entwickeln?
Jüsten: Das
hängt in der Tat sehr stark von dem Kriegsgeschehen in den Ländern ab. Sobald
die Waffen schweigen, braucht es natürlich keine Rüstungsexporte mehr. Deshalb
sind wir dem Bundeskanzler und der Bundesregierung dankbar, dass es ihnen
gelungen ist, diesen Gipfel nach Berlin zu holen und konkrete Fortschritte auf
dem Weg zu einem Waffenstillstand in der Ukraine zu machen; nicht zu den
Bedingungen Russlands, sondern der Ukraine.
Als
das angegriffene Land, welches das Recht hat, sich zu verteidigen, muss es
selbstverständlich mit seinen Forderungen in einem Waffenstillstandsabkommen
vorkommen. Das haben die Europäer richtigerweise erkannt. Sie haben sich an die
Seite von Selenskyj gestellt und damit einen erheblichen Beitrag dazu
geleistet, dass die US-amerikanische Position nun eine etwas andere ist. Wir
hoffen sehr, dass die Waffen in diesem Land bald schweigen.
Das
Interview führte Jan Hendrik Stens für das Domradio (domradio 18)
Technik, KI und Profit nicht vor
Menschlichkeit stellen
„In
einem Kontext, in dem Technologie und künstliche Intelligenz unsere Aktivitäten
zunehmend steuern und beeinflussen, ist es heute dringend erforderlich, sich
dafür einzusetzen, dass sich Unternehmen in erster Linie und vor allem als
menschliche und geschwisterliche Gemeinschaften verstehen." Das hat Papst
Leo XIV. diesen Donnerstag gefordert. Das katholische Kirchenoberhaupt mahnte
bei einer Audienz für italienische Arbeitsberater auch mehr Sicherheit am
Arbeitsplatz an. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt
Der
Papst lobte die rund 280 Audienzteilnehmer anlässlich des 60-jährigen Bestehens
der Vereinigung der Arbeitsberater (Associazione Consulenti del Lavoro) für
Aus- und Weiterbildung im Bereich der Unfallverhütung. Dies sei „Dienst am
Leben". Es gebe jedoch auch heute noch zu viele Unfälle und auch
Todesfälle am Arbeitsplatz:
„Orte,
die eigentlich Lebensräume sein sollten – an denen Menschen jeden Tag einen
Großteil ihrer Zeit verbringen und einen Großteil ihrer Energie aufwenden –,
verwandeln sich häufig in Orte des Todes und der Trostlosigkeit. Deshalb möchte
ich Sie daran erinnern, dass ,Sicherheit am Arbeitsplatz wie die Luft zum Atmen
ist: Wir erkennen ihre Bedeutung erst, wenn sie auf tragische Weise fehlt, und
dann ist es immer zu spät!`", mahnte Papst Leo mit einem eindringlichen
Zitat seines Vorgängers im Amt, Papst Franziskus.
„Sicherheit
am Arbeitsplatz ist wie die Luft zum Atmen: Wir erkennen ihre Bedeutung erst,
wenn sie auf tragische Weise fehlt, und dann ist es immer zu spät!“
Mangelde
Arbeitssicherheit ist in Italien seit Jahren ein Problem. Bis Oktober sind laut
italienischen Medienberichten allein in diesem Jahr 657 Menschen bei der Arbeit
ums Leben gekommen. Es gab sechs Todesopfer mehr als im gleichen Zeitraum 2024;
die meisten Unfälle ereignen sich im Baubereich. International für Schlagzeilen
sorgte etwa im November der Einsturz eines Turms am Forum Romanum in Rom bei
Restaurierungsarbeiten - ein Arbeiter kam ums Leben.
Plädoyer
für Menschlichkeit und Nächstenliebe am Arbeitsplatz
„Liebe
Freunde, ihr habt eine wichtige Aufgabe. Ich ermutige euch, diese mit
Leidenschaft und Engagement zu erfüllen, im Bewusstsein, dass viele Brüder und
Schwestern auf euren Beitrag angewiesen sind, um ihre Arbeit in Ruhe verrichten
zu können", machte Papst Leo den Arbeitsberatern Mut, sich weiterhin für
gute Bedingungen für alle am Arbeitsplatz einzusetzen. Neben dem Thema
Arbeitssicherheit betonte der Papst, dass auch Menschlichkeit und Nächstenliebe
wichtig seien:
„Ich
bitte euch, immer die Augen offen zu halten für die Menschen, die vor euch
stehen, besonders für diejenigen, die in Schwierigkeiten sind und weniger
Möglichkeiten haben, ihre Bedürfnisse zu äußern und ihre Interessen
durchzusetzen. Das ist ein großer Akt der Gerechtigkeit und
Nächstenliebe."
„Ich
bitte euch, immer die Augen offen zu halten für die Menschen, die vor euch
stehen, besonders für diejenigen, die in Schwierigkeiten sind und weniger
Möglichkeiten haben, ihre Bedürfnisse zu äußern und ihre Interessen
durchzusetzen“
Bindeglied
zwischen Führungskräften und Mitarbeitern
Konkret
warb der Papst etwa für Unterstützung und Verständnis von Arbeitnehmern mit
kleinen Kindern, kranken oder hilfsbedürftigen älteren
Familienmitgliedern. Arbeitsberater hätten als Bindeglied zwischen
Führungskräften und Mitarbeitern eine wichtige Funktion. Die Vermittlerrolle
sei ebenso zentral, wie der Schutz der Menschenwürde und die Förderung der
Arbeitssicherheit. Das katholische Kirchenoberhaupt warnte die Arbeitsberater
vor einer „übermäßigen Bürokratisierung der Beziehungen" sowie vor
„Distanz und Realitätsferne" und auch vor Parteilichkeit:
„Ich
lade Sie daher ein, Ihren Beruf nicht unter dem Druck der Arbeitgeberseite
auszuüben, als ob der Rest weniger wichtig wäre."
„Beruf
nicht unter dem Druck der Arbeitgeberseite ausüben, als ob der Rest weniger
wichtig wäre“
Soziallehre
der katholischen Kirche am Arbeitsplatz umsetzen
Wie
schon sein Vorgänger Papst Franziskus, betonte auch Papst Leo XIV. noch eimal,
dass beim Thema Arbeit „der Mensch, die Familie und ihr Wohl" im
Fokus stehen müssten und nicht etwa „das Kapital noch die Gesetze des
Marktes oder der Profit." Demenstprechend lud er alle ein, die Soziallehre
der katholischen Kirche umzusetzen. Sie müsse „bei jeder Unternehmensplanung
und -konzeption berücksichtigt werden, damit die Würde der Arbeitnehmerinnen
und Arbeitnehmer anerkannt wird und sie konkrete Antworten auf ihre
tatsächlichen Bedürfnisse erhalten", forderte Papst Leo XIV. (vn/rai
18)
Papst zum Weltfriedenstag: Frieden
ist keine Utopie!
„Der
Friede sei mit euch allen: hin zu einem ,unbewaffneten und entwaffnenden‘
Frieden“: Mit diesen programmatischen Worten von Leo XIV. aus seiner ersten
Ansprache als Papst ist auch die Botschaft zum Weltfriedenstag 2026
überschrieben, die der Vatikan an diesem Donnerstag veröffentlichte. Darin
warnt der Papst davor, Frieden als „Utopie“ abzutun, und prangert zunehmende
Gewaltbereitschaft und Wettrüsten an, die „weit über das Prinzip der legitimen
Verteidigung“ hinausgehen.
Als
Datum der Unterzeichnung trägt die Botschaft den 8. Dezember 2025, das Hochfest
der Unbefleckten Empfängnis Mariä. Der Weltfriedenstag wird weltweit am 1.
Januar begangen, dem Hochfest der Gottesmutter.
In
seiner Botschaft zu diesem Tag greift Leo XIV. nicht nur Ansätze aus seiner
allerersten Ansprache als Papst auf, sondern entfaltet sie weiter, indem er
unter anderem darauf hinweist, dass auch die Kommunikation und
Bildungsprogramme mittlerweile von einer unkritischen Übernahme und Vermittlung
von Bedrohungsszenarien durchdrungen seien, welche eine intensive allgemeine
Wiederaufrüstung unausweichlich scheinen lassen. Außerdem unterstreicht er,
dass der Einsatz für Frieden zwar nicht auf „Glaubende“ beschränkt sei, den
Religionen jedoch eine besonders wichtige Rolle in der Vermittlung einer
friedlichen Haltung zukomme. Scharf kritisiert Leo in diesem Zusammenhang den
Missbrauch des Namens Gottes, um Gewalt zu rechtfertigen.
Die
Regierenden nimmt er in die Pflicht, sich dem Dialog nicht zu verschließen und
das Bewusstsein dafür zu schärfen, dass die zunehmenden technologischen
Möglichkeiten zu einer „Delegation“ von Entscheidungen über Leben und Tod von
Menschen führen, ebenso wie für die Tatsache, dass es gerade die konzentrierten
Finanz- und Wirtschaftsinteressen einzelner Gruppierungen sind, die Staaten in
diese Spirale der Zerstörung treiben. Eine Absage erteilt er jedoch der Haltung
von Hoffnungslosigkeit, die das Fehlen von Frieden als selbstverständlich
annimmt und somit auch Anstrengungen für den Frieden im Ansatz lähmt.
Seine
mehrseitige Botschaft ist in drei Haupt-Abschnitte gegliedert: Zunächst
entfaltet er die Nuancen des Ostergrußes Jesu „Der Friede sei mit dir!“,
während er anschließend die politische und moralische Bedeutung der
mittlerweile eng mit dem Pontifikat von Leo XIV. verbunden Worte vom
„unbewaffneten“ und „entwaffnenden“ Friede erläutert.
„Der
Friede sei mit dir!“
In
Zeiten von Krieg, Angst und gesellschaftlicher Verunsicherung drohe das Licht
des Friedens übersehen zu werden, räumt Leo in seiner Botschaft ein. Dennoch
bleibe der Friede gegenwärtig, wolle „in den Herzen wohnen“ und besitze die
sanfte Kraft, Gewalt zu widerstehen und sie zu überwinden. Doch während dem
Bösen ein klares „Genug!“ entgegengerufen werde, trage der Friede eine
Perspektive der Ewigkeit in sich, die der Auferstandene erschlossen habe, so
Papst Leo, der in seiner Botschaft auch mehrfach den heiligen Augustinus
zitiert.
Würdigend
hebt Leo XIV. jene Menschen hervor, die inmitten globaler Konflikte – in einem
von Papst Franziskus als „Dritten Weltkrieg in Stücken“ beschriebenen Kontext –
wie „Wächter in der Nacht“ am Frieden festhalten. Zugleich warnt er in seiner
aktuellen Botschaft davor, den Blick für das Licht zu verlieren. Wo
Hoffnungslosigkeit, Angst und verzerrte Weltbilder überhandnähmen, werde der
Friede als unrealistisch oder unerreichbar abgetan. Der heilige Augustinus habe
die Christen jedoch dazu aufgerufen, eine innige Freundschaft mit dem Frieden
zu schließen, ihn zuerst im eigenen Inneren zu bewahren und von dort aus
weiterzugeben. „Ob wir nun über die Gabe des Glaubens verfügen oder ob uns
scheint, dass wir sie nicht hätten, liebe Brüder und Schwestern, öffnen wir uns
für den Frieden! Nehmen wir ihn an und erkennen wir ihn, statt ihn für fern und
unmöglich zu halten“, so der Appell des Papstes.
Sich
dem Frieden öffnen, unter allen Umständen
Dieser
Weg müsse jedoch bewusst gewählt werden. Auch dort, wo Zerstörung und
Verzweiflung dominieren, gebe es Menschen, die den Frieden leben und bezeugen.
Wie der auferstandene Jesus durch verschlossene Türen zu den verängstigten
Jüngern gelangte, so erreiche sein Friede auch heute durch die Stimmen und
Gesichter seiner Zeugen die Welt. Diese Gabe ermögliche es, das Gute nicht zu
vergessen und sich immer wieder neu dafür zu entscheiden.
Der
unbewaffnete Friede
Ein
zentraler Abschnitt widmet sich dem „unbewaffneten Frieden“ Jesu. In seinen
Abschiedsworten mache Jesus deutlich, dass sein Friede grundlegend anders sei
als der Friede der Welt, erinnert Leo in seiner Botschaft zum Weltfriedenstag
2026. Die gewaltfreie Haltung Christi, die er bis zur Gefangennahme und zum Tod
am Kreuz durchhielt, habe selbst seine Jünger verunsichert. Dennoch habe er sie
aufgefordert, diesen Weg mitzugehen, und weise jede bewaffnete Verteidigung
entschieden zurück: „Der Friede des auferstandenen Jesus ist unbewaffnet, weil
sein Kampf unter ganz bestimmten historischen, politischen und sozialen
Umständen unbewaffnet war“, erläutert Leo. Es sei Aufgabe der Kirche und ihrer
Mitglieder, hiervon gemeinsam und prophetisch Zeugnis zu geben, auch im
Bewusstsein eigener historischer Verstrickungen in Gewalt, so die Mahnung des
Papstes.
Frieden
ein unerreichbares Ideal?
In
seinem Text beschreibt er weiter ein weit verbreitetes Gefühl der Ohnmacht
angesichts zunehmender Unsicherheit in der Welt. Werde Frieden nur als
unerreichbares Ideal betrachtet, erscheine es plötzlich legitim, Kriege zu
führen, um Frieden zu schaffen, zeigt Leo einen nur allzu oft vernachlässigten
logischen Widerspruch auf. Denn diese Denkweise führe zu einer Kultur der
Aggressivität im privaten wie im öffentlichen Leben und präge zunehmend auch
politische Strategien, so die besorgte Bestandsaufnahme des Kirchenoberhauptes.
Irrationale
Logik der Abschreckung
Die
Logik der Abschreckung – insbesondere der nuklearen Abschreckung – kritisiert
Leo in Widerspruch zum derzeit herrschenden politischen Paradigma als
irrational, da sie auf Angst statt auf Recht, Gerechtigkeit und Vertrauen
gründe. Eindringlich wird auf die massiv steigenden weltweiten Militärausgaben
hingewiesen sowie auf eine Bildungspolitik, die Bedrohungswahrnehmungen
verstärkt und militärisches Denken normalisiert: „Statt einer Kultur der
Erinnerung, die das im 20. Jahrhundert gewonnene Problembewusstsein bewahrt und
die Millionen Opfer jenes Jahrhunderts nicht vergisst, werden
Kommunikationskampagnen und Bildungsprogramme in Schulen und Universitäten
sowie in den Medien vorangetrieben, die Bedrohungswahrnehmungen verbreiten und
eine rein militärisch geprägte Vorstellung von Verteidigung und Sicherheit
vermitteln”, legt der Papst den Finger in die Wunde.
Unbedingter
Dialog
Demgegenüber
wird der Weg des Dialogs als der wirksamste Weg zum Frieden bekräftigt. In
diesem Zusammenhang zitiert er das Zweite Vatikanische Konzil und insbesondere
Gaudium et spes, um auf die besondere Gefahr moderner Kriegführung hinzuweisen
und die enorme Verantwortung politischer und militärischer Entscheidungsträger
zu unterstreichen. Neue Bedrohungen entstünden zudem durch den Einsatz
künstlicher Intelligenz im militärischen Bereich, der Entscheidungen über Leben
und Tod zunehmend an Maschinen delegiere und damit grundlegende humanistische
Prinzipien untergrabe, so die Mahnung des Papstes, der in seinem Text
eindringlich ein Erwachen des Gewissens und des kritischen Denkens fordert und
die Konzentration wirtschaftlicher Interessen anprangert, welche die Aufrüstung
vorantreiben.
Wehrlosigkeit
entwaffnet
Im
Abschnitt über den „entwaffnenden Frieden“ betont Papst Leo, dass Güte eine
machtvolle und doch entwaffnende Kraft sei. Die Menschwerdung Gottes – seine
Geburt als wehrloses Kind in Bethlehem – deutet er in seinem Text als radikales
Zeichen des göttlichen Friedens, das mitten ins Herz des Menschen treffe. Denn
besonders die Begegnung mit Schwachen, Verletzlichen und Kindern könne Herzen
verwandeln und bestehende Machtlogiken infrage stellen, stellt Leo fest.
Johannes XXIII. habe als erster die Perspektive einer „umfassenden Abrüstung“
eingeführt, die nur durch eine Erneuerung von Herz und Geist möglich sei.
Wahrer Friede könne nicht durch militärisches Gleichgewicht entstehen, sondern
allein durch gegenseitiges Vertrauen, zitiert Leo seinen Vorgänger, der mit
seiner Enzyklika „Pacem in terris“ von 1963 einen wichtigen Beitrag zur
Friedenstheologie geleistet hat.
Missbrauch
des Namens Gottes „Blasphemie"
Den
Religionen komme bei der Förderung von Frieden in der Tat eine besondere
Verantwortung zu, gibt Leo weiter zu bedenken: Sie müssten verhindern, dass
Gedanken, Worte oder der Name Gottes selbst zu Waffen werden. „Leider gehört es
zunehmend zum derzeitigen Gesamtbild, dass Worte des Glaubens Einzug halten in
politische Kämpfe, dass Nationalismus gepriesen wird und dass Gewalt und
bewaffneter Kampf religiös gerechtfertigt werden. Die Gläubigen müssen diesen
Formen der Blasphemie, die den heiligen Namen Gottes verdunkeln, aktiv
entgegentreten, in erster Linie durch ihre Lebensweise“, fordert Leo.
Der
Text verurteilt entschieden Nationalismus, religiös legitimierte Gewalt und den
Missbrauch des Glaubens für politische Kämpfe. Stattdessen werden Gebet,
Spiritualität, ökumenischer und interreligiöser Dialog sowie eine aktive
Friedenspraxis eingefordert. Gemeinden sollten zu „Häusern des Friedens“
werden, in denen Dialog, Gerechtigkeit und Vergebung konkret gelebt werden:
„Denn heute ist es mehr denn je nötig, durch aufmerksame und fruchtbare
pastorale Kreativität zu zeigen, dass der Friede keine Utopie ist.”
Die
politische Dimension des Friedens
Abschließend
betont Leo in seiner Botschaft die nicht zur Verhandlung stehende politische
Dimension des Friedens. Diplomatie, Vermittlung, Völkerrecht und die Stärkung
supranationaler Institutionen werden als entwaffnende Wege beschrieben, die
angesichts wachsender Machtungleichgewichte dringend erneuert werden müssen.
„Gerechtigkeit und Menschenwürde sind heute mehr denn je den
Machtungleichgewichten zwischen den Stärksten ausgesetzt. Wie kann man in einer
Zeit der Destabilisierung und Konflikte leben und sich vom Bösen befreien?”,
fragt der Papst. Fatalistische Haltungen, die Gewalt als unvermeidlich
darstellen, seien letztlich eine perfide Strategie der Machterhaltung, lässt
Leo mit einem Verweis auf Aussagen von Benedikt XVI. und dessen Nachfolger Franziskus
durchblicken. Dieser Manipulation gelte es mit Aktivitäten zu begegnen, die in
der Gesellschaft ein „entsprechendes Bewusstsein“, „Strukturen
verantwortungsbewusster Vereinigungen, gewaltfreie Beteiligungsformen und eine
Praxis wiederherstellender Gerechtigkeit“ förderten, „im Kleinen wie im
Großen“, gibt Leo zu bedenken.
Gemeinsam
für Frieden wirken
Mit
einem hoffnungsvollen Wunsch kommt der Papst zum Ende seiner Botschaft: Das
Heilige Jahr der Hoffnung, so Leo, solle die Menschen zu einer inneren
Entwaffnung führen, auf die Gott mit der Erfüllung seiner Verheißungen
antwortet. Es gelte, „unsere Kräfte (zu) bündeln“, damit wir „gemeinsam zu
einem entwaffnenden Frieden beitragen“, der aus „Offenheit“ und
„evangeliumsgemäßer Demut“ entstehe, so die zusammenfassende Einladung des
Kirchenoberhauptes zum Weltfriedenstag 2026. (vn 18)
‚Economy of Francesco‘:
„Gegenentwurf zu räuberischer Ökonomie“
Wie
geht Wirtschaft zusammen mit Gerechtigkeit und einem guten Leben für alle?
Darauf versucht die von Papst Franziskus inspirierte Bewegung „Economy of
Francesco“ eine Antwort zu geben. Sie tagte unlängst in Castelgandolfo bei Rom.
An der Konferenz nahm auch der deutsche Steuerrechtler Gerhard Vorwold teil,
wir fragten ihn nach den Inhalten.
Interview
Professor
Vorwold, Sie haben vom 28.-30.11.2025 am weltweiten Jahrestreffen der Bewegung
„Economy of Francesco“ in Castelgandolfo teilgenommen. Diese Bewegung tritt für
ein alternatives, gerechteres Wirtschaftsmodell ein und war vor allem vom
verstorbenen Papst Franziskus inspiriert. Wie ist sie denn nach Ihrem
Eindruck ins neue Pontifikat hinübergekommen, haben sich da Akzente verschoben?
„Eine
gute Frage! Nach meinem Eindruck hatte das ‚Economy of Francesco World Event
2025‘ mehr Substanz als das Initiativ-Event 2022 in Assisi zur Gründung der
‚Economy of Francesco‘. Aber wirkliche Fortschritte auf dem Gebiet, wie die
Wirtschaft nun aussehen soll, hat es meines Erachtens leider auch diesmal nicht
gegeben.
Und
um auf den zweiten Teil Ihrer Frage nach dem Übergang in das neue Pontifikat
einzugehen: Nach seinen eigenen Worten will Leo XIV. den von Franziskus
eingeschlagenen Weg gemeinsam mit den Jugendlichen weitergehen. Aber
nichtsdestotrotz denke ich, Leo ist eine andere Persönlichkeit – ein Augustiner
und kein Jesuit, vorsichtiger und konzilianter. Ein Nachfolger und kein Ersatz,
kein Franziskus Zwei. Leo ist Leo!“
Das
Motto hieß „Neustart für die Wirtschaft“ – wie war das denn gemeint, und wie
wurde es eingelöst?
„Zum
Motto ‚Neustart für die Wirtschaft‘ lässt sich Kritisches anmerken. Die
Veranstalter haben diesen offiziellen Slogan ;Restart the Economy‘ auf
eigenartige Weise aufgesplittet in zwei Wörter: Rest-art. Also ‚Ruhepause‘ und
‚Kunst‘. Es ging also offensichtlich gar nicht um einen ‚Restart‘, und damit
ist eigentlich schon viel gesagt. Ein Neustart der Wirtschaft war leider nicht
das Thema, das die Veranstalter als Schwerpunkt im Auge hatten. Wohltuend
anders dann aber die von Schwester Alessandra Smerelli verlesenen Grußworte
unseres neuen Papstes – da war dann doch von einem Neustart der Wirtschaft die
Rede. Ich zitiere: ‚Eine neugestartete Wirtschaft ist nicht nur eine
Produktionsmaschine, sondern eine Aktivität, die Menschen, Gemeinschaften und
unserem gemeinsamen Zuhause neues Leben einhaucht. Neustart bedeutet, uns von
den Fesseln der Ungerechtigkeit zu befreien, das Beschädigte wiederherzustellen
und Räume zu schaffen, in denen jeder Mensch Würde und Hoffnung atmen kann.‘
Da
kann ich nur sagen: Das war wohltuend und treffend auch zur Linie von Leos
verstorbenem Vorgänger. Doch um diese unterschiedliche Darstellung und
Interpretation noch mal auf den Punkt zu bringen: Meines Erachtens zeigt diese
Verschiebung des Inhalts durch die Organisationen deutlich, dass es auch oder
gerade im Bereich der Wirtschaft starke Kräfte gibt, die die Dinge so belassen
wollen, wie sie sind.“
Was
„bringt“ so eine Konferenz?
„Also,
ganz generell waren die vielen Möglichkeiten des Networking, des Austauschs
sowie die Zugewandtheit und Offenheit, die ich bei vielen Teilnehmern spürte,
ein wichtiger Sinngehalt für diese Veranstaltung. Es entwickelte sich über das
Wochenende ein wachsendes Miteinander, ein gegenseitiges sich Bestärken.
Erfreulich war für mich in diesem Zusammenhang auch die Herzlichkeit des
(meines Erachtens aber eher unpolitischen) Präsidenten der ‚Economy of
Francesco‘-Stiftung, Erzbischof Domenico Sorrentino von Assisi.
Was
war für Sie das Highlight der Konferenz? Und wo liegen die Schwächen einer
solchen Veranstaltung?
„Um
mit den Schwachstellen anzufangen: Es wurde eigentlich gar nicht diskutiert,
wie diese neue Wirtschaft aussehen könnte. Um es an einem Beispiel aufzuhängen:
Mein Antrag, den ich Wochen vorher gestellt hatte, um zwei globale Modelle zur
Verringerung des Abstands zwischen Arm und Reich in einem Pitch vorzustellen,
wurde ohne weitere Erläuterung abgelehnt. Überraschenderweise erhielt ich dann
aber einige Tage später immerhin die Einladung zur Präsentation dieser Modelle
als Poster; das gab mir wieder neuen Mut. Letztlich fand diese
Posterpräsentation aber am Samstagabend von 21 bis 22 Uhr statt – das zeigt die
Bedeutung, die ihr die Veranstalter offensichtlich beigemessen haben, und war
für mich ein Wermutstropfen, mindestens. Nichtsdestotrotz hatte ich aber wieder
Hoffnung bezüglich der Sensibilität der Organisatoren bezüglich einer
Wirtschaft, die sich von Privilegien verabschiedet, was die Zielrichtung meiner
Modelle war. Uneingeschränkt positiv war dann für mich, dass ich am
Samstagmorgen in einem Workshop meine neu gegründete gemeinnützige Stiftung mit
dem Namen ‚Bridging Gaps‘ vorstellen konnte und dort gute Anregungen für eine
Optimierung erhielt.
Das
Highlight dieses Wochenendes war dann für mich das Statement von Schwester
Helen Alford, Professorin und Präsidentin der Päpstlichen Akademie für
Sozialwissenschaften (seinerzeit von Franziskus ernannt) am Sonntagmorgen bei
einem Round Table. Das war nach meinem Dafürhalten exzellent, wissenschaftlich
und auch zukunftsweisend. Aus deutscher Sicht erwähnenswert ist noch, dass an
diesem Round Table unangekündigt ein Unternehmer aus Deutschland erschien, und
zwar Rudolf Brenninkmeijer. Dieser Vertreter eines Bekleidungs-Weltkonzerns
erzählte sehr ausführlich über den unternehmerischen Familienverbund und die
Integration der Mitarbeiter; er beleuchtete, dass der katholische Glaube in
diesem Unternehmen eine starke Rolle gespielt hat und wohl immer noch spielt.“
Welche
Idee haben Sie von der Konferenz mitgenommen?
„Ich
würde gerne eine Universität in Rom dafür gewinnen, einen Studiengang ‚Economy
of Francesco‘ einzurichten – entweder die Universität LUMSA oder auch die
St.-Thomas-von-Aquin-Universität in Rom, an der Schwester Helen Alford tätig
ist. Als Thema für einen solchen Studiengang sehe ich zum einen die katholische
Soziallehre unter Bezugnahme auf das Zweite Vatikanische Konzil, insbesondere
auf den Text ‚Gaudium et spes‘, der nach meinem Dafürhalten Christus in die
Welt des Business trägt. Und ein zweites wichtiges Kernthema wäre aus meiner
Sicht die Diskussion über ein Unternehmerprofil, das sich ausrichtet an dem in
den USA in den 50er Jahren vorherrschenden sogenannten Unternehmer als
‚Staatsmann der Industrie‘. Dies ist ein Thema, das auch Schwester Alford
historisch behandelt hat und über das ich mich mit ihr auf dieser Veranstaltung
gut unterhalten konnte.
Als
drittes Thema würde ich dann vorschlagen, sich mit dem internationalen
Steuerrecht zu beschäftigen. In ihm liegt nach meinem Dafürhalten (und nicht
nur nach meinem!) der Schlüssel für die weltweite Bekämpfung der zunehmenden
Ungleichheit und Armut. Doch um diesen Ausblick etwas allgemeiner zu
formulieren: Ich hoffe, dass sich die ‚Economy of Francesco‘ als
erfolgsversprechender Gegenentwurf zur derzeitigen ‚räuberischen Ökonomie‘, wie
ich sie nennen möchte, etablieren kann.“
Gerhard
Vorwold ist Steuerrechtler (Jurastudium Münster und Freiburg; Prof. an der
Hochschule für Finanzen, Nordkirchen, Uni Münster, jurgrad); derzeit Direktor
der Stiftung „Bridging Gaps – Prof. Vorwold Stiftung“, Geschäftsführer der NGO
„close the gap – worldwide“ sowie „visiting scholar“ an der „Boston College Law
School“. Er hat in allen führenden deutschen Steuerrechtsverlagen publiziert.
Das Interview mit ihm führte Stefan v. Kempis. (vn 17)
Ein paar Zahlen und Fakten zu
Weihnachten
Das
Fest der Geburt Christi wird seit dem 4. Jahrhundert gefeiert - Franz von
Assisi „erfand" 1223 die Weihnachtskrippe. Der erste Wiener Christbaum
stand 1814 im Salon von Baronin Fanny Arnstein. Kathpress hat diese und weitere
Fakten rund um das höchste Fest der Christen gesammelt.
Mehr
als zwei Milliarden Christen weltweit feiern am 24./25. Dezember und am 6./7.
Januar das Fest der Geburt Christi und damit nach ihrem Glauben die
Menschwerdung Gottes. Rund 1,4 Milliarden Katholiken sowie Anglikaner,
Protestanten sind am 24. Dezember in dieser Feier vereint. Auch die orthodoxen
Kirchen von Konstantinopel, Alexandrien, Antiochien, Rumänien, Bulgarien,
Zypern, Griechenland, Albanien und Finnland feiern das Weihnachtsfest wie die
Westkirchen am 24./25. Dezember nach dem Gregorianischen Kalender. Nach dem
Julianischen Kalender feiern nach wie vor u.a. die russische und serbische
orthodoxe Kirche Weihnachten (6./7. Januar). Seit der Kalenderumstellung 2023
feiert auch die Orthodoxe Kirche der Ukraine (OKU) Weihnachten am 24./25.
Dezember.
Das
Weihnachtsfest am Heiligen Abend - 24. Dezember - ist die nach altem
kirchlichen Brauch übliche „Vor-Feier" (Vigil) eines Hochfestes. Der Tag
nach Weihnachten - 26. Dezember - wird bei den Katholiken als Hochfest des
Heiligen Stephanus begangen. Auch die evangelisch-lutherische Liturgieordnung
sieht die Feier des Stephanusfestes am 26. Dezember vor. In der
griechisch-orthodoxen Kirche wird der Stephanustag am 27. Dezember gefeiert.
Als
Ort für die Geburt Jesu nennt das Lukasevangelium Bethlehem bzw. dessen
Umgebung. Der historisch exakte Tag der Geburt Jesu ist jedoch unbekannt, da
für die ersten Christengenerationen die historisch genaue Definition dieses
Tages unbedeutend war. Als historisch gesichert gilt eine Feier des
Geburtsfestes Jesu am 25. Dezember des Jahres 336 in der römischen
Stadtliturgie. Von Rom aus verbreitete sich das Weihnachtsfest in der zweiten
Hälfte des 4. Jahrhunderts rasch nach Nordafrika, Oberitalien, Spanien und in
den Orient. Es entwickelte sich neben Ostern zum beliebtesten christlichen
Fest.
25.
Dezember als Festtag
Die
Frage, warum ausgerechnet der 25. Dezember als Weihnachtsdatum gewählt wurde,
löst unter Fachleuten Diskussionen aus. Einige Historiker gehen davon aus, die
Kirche habe den Termin bewusst gewählt, um das von den römischen Kaisern 274
eingeführte heidnische „Geburtsfest des unbesiegbaren Sonnengottes" („Sol
Invictus") neu zu deuten. Dabei wurde zunächst gleichzeitig das Fest der
Anbetung der Weisen begangen, das später auf den 6. Januar verlegt wurde. Eine
zweite Theorie meint, dass christliche Theologen schon im 3. Jahrhundert den im
Evangelium nicht genannten Geburtstag Christi am 25. Dezember berechneten, weil
man nach der Tradition vom 25. März als Tag seiner Empfängnis ausging.
Die
deutsche Bezeichnung „Weihnachten" ist erst seit dem 12. Jahrhundert
belegt; die Zusammensetzung enthält das untergegangene mittelhochdeutsche
Adjektiv „wich" mit der Bedeutung „heilig" und geht zurück auf die
Zeitbestimmung „zewihen nahten", was also „in den heiligen Nächten"
bedeutet.
Franz
von Assisi „erfand" die Krippe
Krippe
und Christbaum wurden erst relativ spät in das christliche Weihnachtsfest
aufgenommen. Beim Evangelisten Lukas heißt es: Maria „gebar ihren Sohn, den
Erstgeborenen. Sie wickelte ihn in Windeln und legte ihn in eine Krippe, weil
in der Herberge kein Platz für sie war." Der Heilige Franz von Assisi
hatte 1223 in Greccio als erster die Idee, zum Weihnachtsfest die Geburt
Christi im Stall von Bethlehem als „lebendes Bild" mit lebendigen Personen
und Tieren nachzustellen.
Erster
Christbaum in Wien Anfang des 19. Jahrhunderts
Der
Christbaum wurde erst im 19. Jahrhundert zu dem zentralen Weihnachtssymbol, das
er heute ist. Ein erster schriftlicher Hinweis auf geschmückte Tannenbäume zu
Weihnachten findet sich in der elsässischen Hauptstadt Straßburg im Jahre 1606.
Nach Österreich kam der Christbaum durch preußische protestantische - und
interessanterweise auch jüdische - Migranten.
In
Wien stand erstmals 1814 ein Christbaum, und zwar bei der jüdischen
Gesellschaftsdame Fanny von Arnstein. Während des Wiener Kongresses trafen sich
im Hause Arnstein prominente Vertreter aus Diplomatie, Wissenschaft, Kunst und
Journalismus. Der erste Beleg für ein Christbaumfest in Wien ist der Bericht
eines Metternich'schen Polizeispitzels. „Bei Arnstein war vorgestern nach
Berliner Sitte ein sehr zahlreiches Weihbaum- oder Christbaumfest",
vermerkte der Spitzel am 26. Dezember 1814. Daraus wurde vielfach abgeleitet,
dass im Hause der aus Berlin gebürtigen adeligen Gesellschaftsdame am 24.
Dezember 1814 der erste Wiener Christbaum aufgestellt wurde. (kap 16)
USA: Bischöfe feiern Messe mit
Migranten in Abschiebehaft
In
Zeiten wachsender Kritik an der restriktiven Migrationspolitik von US-Präsident
Donald Trump hat die katholische Kirche des Landes ein Zeichen gesetzt.
Bischöfe,
Priester und weitere Kirchenvertreter feierten in diesen Tagen einen
Gottesdienst mit 300 illegal eingereisten Migranten. Die aufwühlende Zeremonie
fand im Abschiebegefängnis Adelanto in Kalifornien statt.
„Dies
ist für uns einfach eine Gelegenheit, das zu tun, was wir immer tun: Mitgefühl
und Barmherzigkeit für die Schwächsten empfinden, für Menschen, die leiden und
keine Stimme haben“, sagte Bischof Alberto Rojas von San Bernardino dem Sender
ABC7. Er fügte hinzu: „Die Inhaftierten sollen wissen, dass sie nicht vergessen
sind. Die Kirche begleitet sie in ihrer Unsicherheit.“
Im
San Bernardino County leben rund 1,1 Millionen Einwohner mit
lateinamerikanischem Hintergrund. Zugleich ist es die sechstgrößte katholische
Diözese der USA. Der Besuch in dem Abschiebegefängnis ist Teil der kirchlichen
Bemühungen, den betroffenen Personen seelsorgerisch beizustehen. Persönliche
Gespräche mit den Inhaftierten waren bei der Messe nach Angaben von Beteiligten
nicht möglich. Dennoch waren viele Teilnehmer gerührt.
Emotionale
Szenen
Der
emeritierte Bischof von San Bernardino, Gerald Barnes, berichtete sichtlich
bewegt, die Insassen seien nach dem Gottesdienst zum Zaun gegangen und hätten
sich dort knieend festgehalten: „Es war sehr bewegend, und ich kann mir nur
vorstellen, was in ihren Köpfen vorging.“
Ein
Diözesansprecher erklärte, die Vorbereitung des Besuchs in der Haftanstalt habe
in Abstimmung mit der Einwanderungspolizei etwa drei Wochen gedauert. Die
beteiligten sechs Bischöfe bekräftigten im Nachgang ihre Forderung nach einer
umfassenden Einwanderungsreform. „Ich denke, sowohl Demokraten als auch
Republikaner sind sich einig, dass das Einwanderungssystem nicht funktioniert“,
sagte Bischof Oscar Cantú von San Jose: „Aber sie haben es immer wieder
versäumt, es zu reformieren.“
Weihbischof
Matthew Elshoff aus Los Angeles ergänzte, die Kontroverse um die
Einwanderungspolitik werfe einen wichtigen Aspekt auf, der in Vergessenheit
geraten sei: „Die Würde eines jeden Menschen - egal, wer er ist, egal, welche
Hautfarbe er hat, egal, welche Sprache er spricht, egal, welche Fehler er
begangen hat. Gerechtigkeit muss immer mit Barmherzigkeit einhergehen - und
Barmherzigkeit immer mit Gerechtigkeit.“
Bischöfe
kritisieren die Trump-Regierung
Die
katholische US-Bischofskonferenz hatte jüngst die Migrationspolitik der
Trump-Regierung mit deutlichen Worten kritisiert und ein „Klima der Angst“
beklagt: „Wir sind betrübt über den Stand der aktuellen Debatte und die
Verunglimpfung von Einwanderern. Wir sind besorgt über die Bedingungen in
Haftanstalten und den mangelnden Zugang zu Seelsorge“, schrieben die
Geistlichen in einer Stellungnahme. Sie warfen den Behörden überdies Willkür im
Umgang mit dem rechtlichen Status zahlreicher Migranten vor.
„Wir
sind beunruhigt über die Bedrohung der Unantastbarkeit von Gotteshäusern,
Krankenhäusern und Schulen. Wir sind betrübt, wenn wir Eltern begegnen, die
Angst haben, in Haft genommen zu werden, wenn sie ihre Kinder zur Schule
bringen. Und wir sind traurig, wenn wir versuchen, all jene zu trösten, die
schon von ihren Angehörigen getrennt wurden“, hieß es weiter in der Erklärung.
Laut
Regierungsangaben von Ende Oktober wurden in diesem Jahr bereits 527.000
illegal eingereiste Ausländer abgeschoben. 1,6 Millionen hätten die USA
freiwillig verlassen. Rund 66.000 Personen befanden sich den Angaben zufolge in
Abschiebehaft. (kap 15)
Fisichella: Heiliges Jahr ist eine
außergewöhnliche Zeit
Gegenüber
den vatikanischen Medien gab der Propräfekt des Dikasteriums für
Evangelisierung eine erste Bilanz des sich dem Ende zuneigenden Heiligen
Jahres. Er erinnerte an die ersten Monate mit Papst Franziskus, an dessen
Beerdigung mit 200.000 Jugendlichen, die sich zu ihrem Jubiläum in Rom
versammelt hatten, und an seinen ersten Dialog mit Leo XIV.: Rom habe sich
einmal mehr als „einladende und sichere Stadt“ erwiesen. Andrea De Angelis –
Vatikanstadt
„Jedes
Jubiläum bringt etwas Außergewöhnliches mit sich. Unsere Sprache ist stets von
Glauben und Nächstenliebe geprägt. Nun hatten wir ein Jahr lang die Freude und
die Verantwortung, über das Thema Hoffnung nachzudenken, und das hat uns
bereichert. Genau wie 2016 über die Barmherzigkeit.“ Erzbischof Rino
Fisichella, Propräfekt des Dikasteriums für Evangelisierung, sprach mit Radio
Vatikan über die Kostbarkeit dieser Zeit, in der der Vatikan und Rom Millionen
von Pilgern empfangen haben und dies noch einen Monat lang tun werden.
Zeichen
der Hoffnung
In
dem Interview, das Orazio Coclite und Eugenio Bonanata im Medienstudio des
Vatikans auf dem Petersplatz führten, betonte der Erzbischof: „Hoffnung ist
etwas Konkretes, Hoffnung hat ein Gesicht, Hoffnung hat einen Namen. Wie Papst
Leo wiederholt betont hat, ist Hoffnung Jesus Christus, es ist dieses Leben,
das er uns schenkt, es ist das neue Leben der Taufe, das Leben, das wir
empfangen. Und dies“, fuhr er fort, „führt uns auch dazu, unsere Gegenwart zu
gestalten, es führt uns dazu, sicherzustellen, dass wir mit Blick auf die
Zukunft, die vor uns liegt, engagiert und verantwortungsbewusst gestalten, aber
mit einem Ziel vor Augen.“ Wir sprechen also nicht von einer abstrakten Idee,
sondern von einer greifbaren, sichtbaren, konkreten; dann gibt es Zeichen der
Hoffnung.
Das
Geschenk des Lebens
Eines
dieser wichtigen Zeichen ist sicherlich das Geschenk des Lebens. „Wir können
nicht leugnen, dass gerade in unserer Gegenwart das große Problem der sinkenden
Geburtenrate mit einem Mangel an Hoffnung zusammenhängt“, erklärt Erzbischof
Fisichella, „das heißt, mit dem Mangel an Freude, in die Zukunft blicken zu
können. Wir verschließen uns, wir sind nicht fruchtbar, wir geben das Geschenk
des Lebens nicht mehr von Generation zu Generation weiter. Aus dieser
Perspektive tragen wir eine große Verantwortung. Wir wissen, dass die
Weitergabe von Leben ein Bekenntnis zur Hoffnung, zur Freude und zum Vertrauen
in die Zukunft ist.“ Indem er die Heiligkeit des Menschen betont, zitiert der
Prälat einen Vorgänger Leos XIV. „Der heilige Paul VI. sprach vom Geheimnis der
Person, vom Sakrament der Person, und sagte, dass wir zwar jemanden sehen, aber
erkennen müssen, was hinter diesem Bild liegt! Da ist ein Bruder, da ist eine
Schwester, da entsteht eine Beziehung zwischen uns, die nicht leer ist, sondern
reich an Inhalten, die uns durch die Tatsache, einen Vater zu haben, geschenkt
werden. Wenn wir wahrhaft Kinder Gottes sind, ist die Konsequenz
unausweichlich: Wir müssen einander als Brüder erkennen.“
Hoffnung
wohnt im Herzen eines jeden Menschen.
Der
Erzbischof erklärt weiter: „Jedes Jubiläum bringt etwas Außergewöhnliches mit
sich. Um mit dem, was wir erleben, verbunden zu bleiben, ist unsere Sprache
stets von Glauben und Nächstenliebe geprägt. Wir sprechen fast nie von
Hoffnung.“ Das Heilige Jahr bot die Gelegenheit, über das Thema Hoffnung
nachzudenken. „Und ich glaube, dies hat uns bereichert, so wie wir es auch beim
Außerordentlichen Jubiläum der Barmherzigkeit (2016) getan haben, als wir ein
Jahr lang über Gottes grundlegendes Attribut sprachen: die Barmherzigkeit.“
Hoffnung besitze daher eine Kraft, die „grundlegend für das Leben jedes
Menschen, jedes Mannes, jeder Frau, für das Leben des Gläubigen ist. Sie ist
das Gegenteil von Verzweiflung, von Selbstverleugnung.“ Was also hinterlässt
uns dieses Heilige Jahr? „Das Bewusstsein, dass Hoffnung kein leeres Wort,
keine Utopie, keine Idee ist, sondern eine Person, die uns auffordert, mit
Zeichen zu leben, greifbare, sichtbare Zeichen dessen zu geben, was Hoffnung
bedeutet.“
Jubiläum
und Evangelisierung
Der
Propräfekt des Dikasteriums für Evangelisierung betont, dass es „kein Zufall“
sei, dass der Papst dem genannten Dikasterium die Organisation des Jubiläums
anvertraut habe, denn „dieses Heilige Jahr ist ein greifbares Zeichen der
Evangelisierung“. Ein Zeichen, das sich auch in den von Pilgern gefüllten
Straßen, insbesondere auf der Via della Conciliazione, zeigt. „Von der Piazza
Pia bis zur Heiligen Pforte führt ein Weg für betende Pilger, inmitten des
ständigen Kommens und Gehens von Menschen, Touristen und Römern. Jeder, der
vorbeikommt und eine Gruppe von Menschen mit dem Jubiläumskreuz beten, singen
und ihren Glauben zum Ausdruck bringen sieht, wird zum Nachdenken angeregt.
Aber was tun diese Menschen? Beten sie mitten auf der Straße? Diese Fragen stellen
wir uns alle. Wer sind sie, woher kommen sie, was wollen sie, welche Botschaft
wollen sie verkünden? Das regt uns zum Nachdenken an, und mir scheint, dass
dies eine der grundlegenden Dimensionen des Jubiläums ist. Ein wunderschönes
Zeugnis, das ansteckend wirkt.
Ein
Jubiläum, zwei Päpste
Das
Jubiläum wurde von Papst Franziskus initiiert und von Leo XIV. fortgeführt.
Franziskus starb am Ostermontag des Heiligen Jahres. Die Gedanken des Prälaten
kreisen insbesondere um das Begräbnis des Papstes. „Wir dürfen nicht vergessen,
dass das Jubiläum der Jugendlichen für diese Tage geplant war. Hier in Rom
feierten über 200.000 junge Männer und Frauen ihr Jubiläum und wollten –
unerwartet, selbst für uns Organisatoren – mit unglaublicher Intensität an der
Trauerfeier teilnehmen. Ich glaube, das muss in den Annalen der Geschichte
dieses Jubiläums festgehalten werden.“ Dann ging das Heilige Jahr mit Papst Leo
weiter, der am 8. Mai gewählt wurde. „Ein paar Tage nach seiner Wahl empfing er
mich“, erinnert sich Monsignore Fisichella. „Ich habe ihm das gesamte Programm
erläutert. Er sagte mir, er akzeptiere alles, was für das Jubiläum geplant war.
Kein Tag vergeht, an dem der Papst nicht an einer Veranstaltung teilnimmt und
die Gnade dieser Zeit hervorhebt.
Die
Stadt Rom
Wie
jedes Jubiläum erforderte auch dieses einen großen organisatorischen Aufwand
seitens der Stadt, deren Bischof der Papst ist. Erzbischof Fisichella betonte:
„Es bestand nicht nur ein Verantwortungsgefühl für dieses Ereignis für Italien,
für die Stadt Rom selbst, sondern es wurde auch die sogenannte Jubiläumsmethode
entwickelt, d. h. die Fähigkeit, die verschiedenen Ämter und Fachbereiche zu
koordinieren, im Bewusstsein, dass ein Ziel erreicht werden musste.“ Daher
könne man laut dem Erzbischof heute sagen, dass die Zusammenarbeit sehr positiv
verlaufen sei. Rom präsentierte sich einmal mehr als überaus gastfreundliche
Stadt, in der die Sicherheit hervorragend funktionierte, der öffentliche
Nahverkehr reibungslos lief und auch die Gesundheitsversorgung, angefangen bei
den Notaufnahmen der verschiedenen Krankenhäuser, überzeugte.
Der
Abschluss des Heiligen Jahres
Was
können wir zum Abschluss des Heiligen Jahres erwarten? „Wir müssen es erleben“,
so der Erzbischof abschließend, „mit derselben Intensität, mit der wir jeden
Tag dieses Heiligen Jahres erlebt haben. Vergessen wir nicht, dass bereits über
32 Millionen Pilger nach Rom gekommen sind, um an den verschiedenen
Jubiläumsveranstaltungen teilzunehmen. Das ist eine beachtliche Zahl, die aber
auch die große Bedeutung des Heiligen Jahres für das Volk Gottes verdeutlicht.“
(vn 15)
Familiensonntag 2025/2026. „Familie
als Ort der Hoffnung“
Mit
dem Familiensonntag würdigt die katholische Kirche die Familie als Ort des
Miteinander-Lebens, des Teilens der Freuden und der Sorgen des Alltags und
nicht zuletzt als primären Ort der Glaubensweitergabe. In diesem Jahr hat die
Deutsche Bischofskonferenz den Gedenktag, der am 28. Dezember 2025 (Fest der
Heiligen Familie) stattfindet, unter das familienpastorale Jahresmotto Familie
als Ort der Hoffnung gestellt. Der Familiensonntag greift damit das Motto des
Heiligen Jahres Pilger der Hoffnung auf.
„In
der Familie entstehen Ermutigung, Trost, Vertrauen und die Bereitschaft, sich
gegenseitig beizustehen. In der Familie wird Hoffnung weitergegeben – von den
Älteren an die Jüngeren, aber ebenso von Kindern und Jugendlichen an die
Erwachsenen“, sagt Erzbischof Dr. Heiner Koch (Berlin), Vorsitzender der
Kommission für Ehe und Familie der Deutschen Bischofskonferenz. In einer Zeit,
die von politischen Krisen, einer deutlichen Zunahme von psychischen
Erkrankungen gerade junger Menschen, gesellschaftlicher Unsicherheit, den
Folgen von Kriegen und den spürbaren Auswirkungen des Klimawandels geprägt sei,
brauche es Orte, an denen Hoffnung erfahrbar werde. Familien könnten für viele
Menschen ein solcher Ort sein.
„Wie
viel Mut und Zuversicht gibt es gerade kranken und leidenden Menschen am
Lebensende, wenn sie Besuch von einem kleinen Kind erhalten. Wie hoffnungsvoll
strahlen die erfahrungsgesättigten Augen. Die Familie ist ein Ort, an dem
Menschen lernen, über den Tag hinaus zu blicken, an gute Entwicklungen zu
glauben und daran mitzuwirken, dass das Leben auch in scheinbar ausweglosen
Situationen gelingt“, so Erzbischof Koch. Mit Blick auf das Ende des Heiligen
Jahres 2025 fügt er hinzu: „Hoffnung lebt von Gemeinschaft – und die Familie
ist einer der ersten und wichtigsten Räume, in denen diese Gemeinschaft
entsteht und wächst. Familie als Ort der Hoffnung – das heißt: Hier dürfen
Menschen erfahren, dass sie vor aller Leistung angenommen sind, dass ihr Leben
Sinn hat und dass sie nicht allein unterwegs sind.“
Die
Internetseite www.ehe-familie-kirche.de zum Familiensonntag bietet vielfältige
Informationen für Familien: beispielsweise Anregungen und Hintergrundtexte zur
Taufe, Erstkommunion und Firmung, Hinweise auf die katholischen
Familienbildungsstätten und Familienkreise sowie Medienempfehlungen für Kinder
und Erwachsene. Weiterführende Links und Kontakte der Ansprechpersonen für den
Familiensonntag in den (Erz-)Bistümern ergänzen den Informationsteil. Auf der
Internetseite sind außerdem ein DIN A4-Plakat zum Familiensonntag sowie
Webbanner zum Herunterladen zu finden. Hintergrund
Der
Familiensonntag wird seit einigen Jahren am Fest der Heiligen Familie, dem
Sonntag in der Weihnachtsoktav, gefeiert. In diesem Jahr fällt der
Familiensonntag auf den 28. Dezember 2025. Jährlich wird ein Jahresthema, das
familienpastorale Jahresmotto, von der Deutschen Bischofskonferenz festgelegt.
Diözesen, Gemeinden, Verbände und kirchliche Einrichtungen werden eingeladen,
sich mit eigenen Veranstaltungen und Initiativen zum jeweiligen Jahresthema
einzubringen und das Jahresmotto aufzugreifen. Dies kann auch an einem anderen
Sonntag im Kirchenjahr geschehen, wenn dieser der Gemeinde eher entgegenkommt.
Dbk 15
Aufmerksam sein für Gottes Wirken
in der Welt
Am
dritten Adventssonntag, dem Gaudete-Sonntag, hat Papst Leo XIV. dazu
aufgerufen, die Adventszeit zu nutzen, um „die Erwartung des Erlösers mit der
Aufmerksamkeit für das zu verbinden, was Gott in der Welt tut." Stefanie
Stahlhofen – Vatikanstadt
Wie
sich Gottes Wirken in der Welt erkennen lässt, das führte der Papst bei seinem
Mittagsgebet diesen Sonntag auch konkreter aus:
„Wer
er ist, verkündet Christus durch das, was er tut. Und was er tut, das ist für
uns alle ein Zeichen des Heils. Denn ein Leben ohne Licht, ohne Worte und ohne
Geschmack bekommt in der Begegnung mit Jesus wieder einen Sinn: Blinde sehen,
Stumme sprechen, Taube hören. Das von der Lepra entstellte Abbild Gottes
erlangt seine Unversehrtheit und Gesundheit zurück. Selbst die Toten, die
völlig empfindungslos sind, kehren zum Leben zurück (vgl. V. 5). Dies ist das
Evangelium Jesu, die frohe Botschaft, die den Armen verkündet wird: Wenn Gott
in die Welt kommt, bemerkt man es!"
Zum
Hören: Papst Leo XIV. beim Mittagsgebet am Gaudete-Sonntag: Im Advent für
Gottes Wirken in der Welt aufmerksam sein (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)
Von
diesem Gedanken ausgehend schlug das katholische Kirchenoberhaupt beim Angelus
einen Bogen zum Gaudete-Sonntag. Denn wer aufmerksam sei, für das, was Gott in
der Welt tut, der werde auch „die Freude der Freiheit erfahren können, die
ihrem Erlöser begegnet":
„Wenn
Gott in die Welt kommt, bemerkt man es!“
„Gaudete
in Domino semper – Freut euch im Herrn zu jeder Zeit!« (Phil 4,4). Mit eben
dieser Aufforderung beginnt die heilige Messe des heutigen Tages, dem dritten
Adventssonntag, der deshalb Gaudete-Sonntag genannt wird. Freuen wir uns also,
denn Jesus ist unsere Hoffnung, insbesondere in Zeiten der Prüfung, wenn das
Leben seinen Sinn zu verlieren scheint und uns alles düster vorkommt, wenn uns
die Worte fehlen und wir Mühe haben, unserem Nächsten zuzuhören."
„Freuen
wir uns also, denn Jesus ist unsere Hoffnung, insbesondere in Zeiten der
Prüfung, wenn das Leben seinen Sinn zu verlieren scheint und uns alles düster
vorkommt, wenn uns die Worte fehlen und wir Mühe haben, unserem Nächsten
zuzuhören“
Hoffnung
auch in Haft
Papst
Leo, der zuvor eine Messe mit Strafgefangenen zum aktuellen Heiligen Jahr
gefeiert hatte, ging auch auf das Tagesevangelium ein, das von Johannes dem
Täufer berichtet, der wegen seiner Predigten inhaftiert ist (vgl. Mt 14,3-5).
„Ungeachtet
dessen verliert er nicht die Hoffnung und wird für uns zum Zeichen dafür, dass
die prophetische Stimme, auch wenn sie in Ketten liegt, eine freie Stimme
bleibt, die Wahrheit und Gerechtigkeit sucht", machte Papst Leo allen
Menschen in schwierigen Situationen Mut. Das Heilige Jahr 2025 hatte Papst
Franziskus ausgerufen und eröffnet. Es steht unter dem Motto „Pilger der
Hoffnung." Nach Franziskus‘ Tod Ende April hat der neue Papst die Feiern
des Heiligen Jahres fortgesetzt. Am 6. Januar 2026 wird Leo die Heilige Pforte
des Petersdoms feierlich schließen und damit das Heilige Jahr 2025 offiziell
beenden. (vn 14)
Weihnachtsgottesdienste: Nur jeder
fünfte Deutsche plant Besuch ein
Die
traditionelle Teilnahme am Weihnachtsgottesdienst verliert in Deutschland
weiter an Bedeutung. Einer repräsentativen Umfrage des
Meinungsforschungsinstituts Civey im Auftrag des Portals Web.de zufolge planen
lediglich 20 Prozent der Deutschen, an den Feiertagen fest einen Besuch in der
Kirche ein.
Weitere
10 Prozent der Befragten antworteten auf die Frage nach einer Teilnahme mit
„eher ja“, während 8 Prozent noch unentschieden waren. Dem gegenüber stehen
fast zwei Drittel (62 Prozent) der Bevölkerung, die angaben, „eher nicht“ oder
„auf keinen Fall“ an Weihnachten einen Gottesdienst besuchen zu wollen.
Deutliches
Nord-Süd-Gefälle bei der Teilnahme
Die
am Samstag veröffentlichte Befragung (durchgeführt zwischen dem 27. November
und dem 1. Dezember unter 5.000 Personen) zeigt erhebliche regionale
Unterschiede. In den meisten ostdeutschen Bundesländern plant im Durchschnitt
weniger als jeder Fünfte (unter 20 Prozent) den Besuch eines
Weihnachtsgottesdienstes.
Im
Westen Deutschlands sind die Zahlen zwar höher, es zeichnet sich jedoch ein
deutliches Nord-Süd-Gefälle ab. Die höchsten Beteiligungsquoten verzeichnen die
südlichen Bundesländer: In Bayern (37 Prozent) und in Baden-Württemberg (36
Prozent) pflegen deutlich mehr Menschen den Kirchgang als im Rest des Landes.
Auch
die Familiensituation spielt eine Rolle: Haushalte mit Kindern planen mit 41
Prozent tendenziell häufiger einen Kirchenbesuch als Haushalte ohne Kinder (27
Prozent).
Entwicklung
der Mitgliederzahlen spiegelt Umfrage wider
Die
Umfrageergebnisse korrespondieren mit der allgemeinen Entwicklung der
Mitgliederzahlen der beiden großen christlichen Kirchen in Deutschland. Im Jahr
2021 sank der Anteil der Katholiken und Protestanten erstmals auf unter 50
Prozent.
Im
vergangenen Jahr gehörten noch 23,7 Prozent der Bevölkerung der katholischen
Kirche und 21,5 Prozent der evangelischen Kirche an. Zusammengenommen
repräsentieren die Mitglieder beider Konfessionen damit nur noch 45,2 Prozent
der Gesamtbevölkerung. (kna 13)
Frieden braucht die „Nähe des
Herzens“
Papst
Leo XIV. hat an diesem Samstagvormittag die Teilnehmer des Jubiläums der
italienischen Diplomatie empfangen. In seiner Ansprache hob der Papst die
Hoffnung als fundamentale Tugend für das diplomatische Handeln hervor und
warnte davor, den Dialog im internationalen Kontext durch „beleidigende“
Sprache zu ersetzen. Mario Galgano - Vatikanstadt
Der
Papst begrüßte die Diplomaten im Vatikan, deren Pilgerreise durch die Heilige
Pforte diesem Treffen eine besondere Bedeutung verleihe.
Hoffnung
als Grundlage des Dialogs
Leo
XIV. definierte Hoffnung nicht als „ein verworrenes Verlangen nach ungewissen
Dingen“, sondern als eine feste Willensausrichtung auf das Wohl und die
Gerechtigkeit. Er betonte, dass diese Haltung für ihren Dienst entscheidend
sei: „In der Diplomatie sucht und unterstützt nur derjenige, der wirklich
hofft, stets den Dialog zwischen den Parteien und vertraut auf die gegenseitige
Verständigung, selbst angesichts von Schwierigkeiten und Spannungen.“
Der
Papst erinnerte daran, dass Verträge und Pakte durch eine „Übereinstimmung“
besiegelt werden. Diese „Nähe des Herzens“ (ad cor) unterscheide die
authentische diplomatische Mission von „interessiertem Kalkül im Hinblick auf
den Vorteil einer Partei oder dem Gleichgewicht zwischen Rivalen, welche die
jeweiligen Distanzen verbergen.“
Die
Wichtigkeit einer ehrlichen Sprache
Der
Papst ermutigte die Diplomaten, ihre Sprache im Sinne eines christlichen
Humanismus zu pflegen. Er mahnte, der Wert des gegebenen Wortes zeige, wie viel
der Mensch wert sei, der es ausspricht.
„Authentische
Christen zu sein und ehrliche Bürger zu sein bedeutet, einen Wortschatz zu
teilen, der fähig ist, die Dinge so zu benennen, wie sie sind, ohne
Doppeldeutigkeit, indem die Eintracht unter den Menschen gepflegt wird“, so Leo
XIV.
Er
stellte klar, dass im heutigen, von Konflikten verwundeten internationalen
Kontext, das Gegenteil des Dialogs nicht das Schweigen, sondern die Beleidigung
sei. Während das Schweigen das Zuhören ermögliche, sei die Beleidigung eine
„verbale Aggression, ein Krieg der Worte, der sich mit Lügen, Propaganda und
Heuchelei bewaffnet.“
Appell
zu Abrüstung und Frieden
Der
Papst forderte die Diplomaten auf, sich mit Hoffnung dafür einzusetzen,
„Erklärungen und Reden abzurüsten“ und bei der Kommunikation nicht nur auf
Schönheit und Präzision zu achten, sondern vor allem auf Ehrlichkeit und
Klugheit. „Wer es leid ist, einen Dialg zu führen, wird es leid sein, auf
Frieden zu hoffen.“
„Wer
es leid ist zu dialogieren, wird es leid sein, auf Frieden zu hoffen.“
Abschließend
erinnerte Papst Leo XIV. an den leidenschaftlichen Appell seines Vorgängers,
des Heiligen Paul VI., vor 60 Jahren vor der Generalversammlung der Vereinten
Nationen:
„Was
die Menschen eint, ist ein Pakt, der mit einem Schwur besiegelt werden muss,
der die zukünftige Geschichte der Welt ändern muss: Nicht mehr Krieg, nie mehr
Krieg! Der Friede, der Friede muss die Geschicke der Völker und der gesamten
Menschheit lenken!“ (Ansprache vor den Vereinten Nationen, 1965).
Der
Papst schloss mit dem Aufruf, Hüter des wahren Friedens zu sein und die Zeichen
der Zeit nach dem „Kodex des christlichen Humanismus“ zu deuten.
(vn
13)
Migrantenseelsorge: Hoffnung zur
Verwirklichung von Träumen
Überzeugt
von der gleichen Würde jedes Menschen kümmern sich die Franziskanerinnen der
Immaculata (F.M.I.) in der Migranteneinrichtung „Frontera Digna“ um diejenigen,
die sich auf die Suche nach einer besseren Zukunft begeben. Von Yamile López
„Alle,
die auswandern, soll man gleichermaßen lieben, denn wir sind alle Brüder und
Schwestern, wir sind alle Lebewesen mit oder ohne Fehler, aber wir sind alle
gleich“, antwortete Camilo auf die Bitte, darüber nachzudenken, was sein Leben
als Migrant für ihn bedeutet. Und so definierte er in zwei einfachen Zeilen,
wie Migration verstanden werden sollte, eine Mission, der sich die
Franziskanerinnen von Maria Immaculata durch die Seelsorge für Menschen in
Migrationsbewegungen widmen.
Vor
dreißig Jahren gründete die Diözese Piedras Negras an der mexikanischen Grenze
zu den Vereinigten Staaten eine Herberge für abgeschobene Bürger. Im Laufe der
Zeit und aufgrund der Umstände hat sie sich verändert und ist zur „Casa del
Migrante Frontera Degna“ geworden, einer „Oase“ für diejenigen, die in der
Hoffnung auf eine bessere Zukunft unterwegs sind.
Die
Mission besteht darin, dort zu arbeiten, wo es am nötigsten ist
Das
erste Mal arbeitete Sr. Isabel mit Migranten im Rahmen der Konferenz der
Ordensleute von El Salvador (CONFRES) zusammen, wobei es eher um die Risiken
der Migration ging. Dann begab sie sich auf die Route der Migranten und war in
acht Unterkünften von Guatemala bis nach Ixtepec in Mexiko unterwegs.
Im
Jahr 2018 reiste sie nach Bogotá und leistete zusammen mit anderen
Ordensschwestern einen besonderen Dienst für venezolanische Migranten, die in
jenen Jahren in großen Strömen nach Kolumbien kamen.
„Ich
ging jeden Morgen zum Busbahnhof von Salitre, um alle ankommenden
venezolanischen Migranten zu empfangen, ihnen bei der Orientierung zu helfen,
ihnen ein Glas frisches Wasser und ein Sandwich anzubieten, ihnen das Wort
Gottes vorzulesen, einige Wortgottesdienste zu feiern und auch die jungen
Frauen an die Scalabrini-Patres zu verweisen“, erinnert sich die Ordensfrau,
die von der Situation der Frauen bewegt ist: „Von den schüchternen jungen
Frauen, die mit ihren Koffern ankamen, war bekannt, dass sie in Bogotá zur
Prostitution gekauft oder verkauft worden waren, also gingen wir im Terminal
herum und erklärten ihnen, was Menschenhandel ist.“
Einige
Monate später reiste sie in Begleitung von zwei Schwestern nach Mexiko.
Solidarität
lässt Hoffnung aufleben
In
dieser Zeit haben die Schwestern viele Geschichten des Leids mit den Migranten
geteilt, darunter auch solche, die sie während der Covid-19-Pandemie erlebt
haben.
„Piedras
Negras ist ein Ort mit guten, solidarischen und engagierten Menschen. In dieser
Zeit haben sich auch die Pfarreien uns angeschlossen, um den Migranten eine
Mahlzeit zu servieren und ihnen weiterhin zu helfen“, unterstreicht Sr. Isabel.
Nur
die göttliche Vorsehung ist für sie eine Erklärung dafür, dass es gelang, sich
täglich um fast tausend Migranten zu kümmern. Es gab für alle Essen, eine
Matratze, eine Decke, medizinische Versorgung und seelischen Beistand; dafür
dankt sie den vielen Freiwilligen, den Pfarreien, den Ärzten ohne Grenzen und
dem Franziskanischen Netzwerk für Migranten.
Als
Ordensfrau helfen ihr das Gebet und die franziskanische Spiritualität, mit dem
Leid der Migranten umzugehen. Situationen wie die von schwangeren Frauen, die
entschlossen sind, den Fluss zu überqueren, in der falschen Hoffnung, dass ihr
Kind die Staatsbürgerschaft erhält, wenn es in den Vereinigten Staaten geboren
wird; andere, Opfer von Vergewaltigung oder Entführung, die verkauft wurden und
es geschafft haben, sich zu befreien, um in den Norden zu gelangen. Sie
erinnert sich an alle, viele rufen sie an, um sich zu bedanken, dass sie ihre
Träume verwirklichen können.
Die
Migration und die selige Maria Caridad Brader
Camilo
beschloss, sein Land zu verlassen, um ein besseres Leben für sich, seine Mutter
und seine Schwester zu suchen. „Die Botschaft, die ich allen Müttern (d.h.
Ordensfrauen) mitgeben möchte, ist, dass sie diese schöne und großartige
Arbeit, die sie mit allen Migranten leisten, nicht aufgeben sollen. Ich werde
nie den Tag vergessen, an dem die Unabhängigkeit meines Landes gefeiert wurde.
Man hat mich mit einem besonderen Mittagessen, mit Fahnen und typischen Speisen
und vielen kleinen Aufmerksamkeiten gefeiert.“
Migration
ist eine Realität, auf die man mit geschwisterlichem und synodalem Dienst
reagiert. Die Gründerin ihrer Kongregation, die selige Maria Caridad Brader,
verschrieb sich zu ihrer Zeit dem missionarischen Ideal und verließ ihre
Heimat, die Schweiz, um für die Völker zu arbeiten, die Ende des 19.
Jahrhunderts in Ecuador und Kolumbien vergessen wurden.
„Ich
denke, Mutter Caridad hätte Häuser oder Orte gegründet, an denen die Schwestern
an allen Grenzen präsent wären, denn so handelte sie. In der Geschichte gibt es
einige Beispiele, bei denen ihre Schule während eines Krieges geschlossen und
in ein Krankenhaus umgewandelt wurde und die Schwestern als Krankenschwestern
dienten, um den Verwundeten zu helfen.“ Und sie schließt: „Es ist dieser
missionarische Geist von Mutter Caridad, der uns täglich in Piedras Negras
ermutigt.“ #sistersproject
Was kirchliche Erneuerung bedeutet
Was
bedeutet kirchliche Erneuerung und was nicht? Um diese Frage kreiste die zweite
Adventsmeditation des päpstlichen Hauspredigers Roberto Pasolini an diesem
Freitag im Vatikan.
„Kirchliche
Erneuerung fällt niemals mit der Versuchung zusammen, alles einheitlich zu
gestalten“, arbeitete der Kapuzinerpater in seiner langen Predigt vor dem Papst
und der römischen Kurie heraus. „Eine Kirche, die sich erneuert, ist keine
einheitliche Kirche, sondern eine Kirche, die in der Lage ist, Vielfalt
anzunehmen und es dem Heiligen Geist zu überlassen, sie in einer Harmonie zu
ordnen, die größer ist als unsere Maßstäbe.“
Einheit
ist nicht Uniformität
Pasolini
verdeutlichte dies unter anderem an der biblischen Erzählung vom Turmbau zu
Babel. Aus dem Bau der Stadt Babel, mit ihrem hohen Turm, einer einzigen
Sprache und Gleichförmigkeit bis in jeden Ziegelstein, spreche das Bemühen,
einen „einzigen Sammelpunkt“ für die Menschheit zu schaffen, so der Ordensmann.
Es sei die Illusion einer vermeintlichen Einheit und Einstimmigkeit, der „Traum
von einer Welt, in der niemand anders ist, in der niemand Risiken eingeht, in
der alles vorhersehbar ist“.
Der
Prediger stellte einen Bezug zu den Totalitarismen des 20. Jahrhunderts her und
erinnerte: „Immer wenn Einheit durch die Unterdrückung von Unterschieden
erreicht wird, ist das Ergebnis nicht Gemeinschaft, sondern Tod.“ Im heutigen
Zeitalter der sozialen Medien und Künstlichen Intelligenz sei die
Homogenisierung subtiler, so Pasolini weiter, und er verwies auf „Algorithmen,
die auswählen, was wir sehen, und Informationsblasen Gleichgesinnter schaffen“
sowie auf „künstliche Intelligenzen, die Sprache und Denken standardisieren und
die Komplexität des Menschen auf vorhersehbare Schemata reduzieren“. Auch die
Kirche sei vor Tendenzen der Gleichmacherei nicht gefeit.
Keine
Bestrafung
Die
durch Gott in Babel ausgelöste Sprachverwirrung sei in diesem Kontext eine
„Therapie“, hob Pasolini mit Blick auf die Erzählung von Babel hervor. Gott
habe „nicht bestrafen, sondern eine tödliche Fehlentwicklung verhindern“ und
die „gefährliche Utopie“ der Gleichförmigkeit abwenden wollen. Gott schaffe,
indem er trenne, betonte der päpstliche Hausprediger, „der Unterschied ist die
Grammatik der Existenz selbst“. Wenn die Menschheit dagegen Uniformität wähle,
kehre sie den Schöpfungsimpuls um und suche „eine Form der Sicherheit, die mit
der Verweigerung der Freiheit einhergeht“.
Die
spiegelbildliche Erzählung zu Babel sei die Erzählung von Pfingsten im Neuen
Testament, führte Pasolini weiter aus. In der Apostelgeschichte verstanden
Menschen aus verschiedenen Völkern, die verschiedene Sprachen sprachen, die
Apostel jeweils in ihrer eigenen Sprache (vgl. Apostelgeschichte 2,1-12).
Sprachliche Vielfalt wurde weder abgeschafft noch schrieb der Heilige Geist
eine einzige universelle Sprache vor.
„Die
Vielfalt bleibt bestehen, aber sie trennt nicht mehr. Es gibt keine
Einheitlichkeit, und doch gibt es Gemeinschaft. Es gibt keine einzige Stimme,
und doch hören alle dieselbe frohe Botschaft. Pfingsten ist Gottes Antwort auf
die Angst von Babel: nicht die Unterschiede beseitigen, um Einheit zu schaffen,
sondern sie in das Gewebe einer größeren Gemeinschaft verwandeln.“
Erneuerung
ist „geistlicher Kampf"
Pasolini
entfaltete seine Gedanken entlang verschiedener Stationen der Heiligen
Geschichte, vom Turmbau zu Babel bis zur Rückkehr Israels aus dem Exil, und er
stellte auch Bezüge zum heiligen Franz von Assisi und zum Zweiten Vatikanum
her.
Anhand
der bewegten Geschichte rund um den mühsamen Wiederaufbau der Mauern Jerusalems
und des Tempels zeigte er als zweites Element das Ringen auf, das mit
kirchlicher Erneuerung einhergeht. Die Mauerbauer hätten mit einer Hand
gearbeitet und mit der anderen die Waffe ergriffen. Pasolini deutete dieses
Ringen positiv als Bild eines geistlichen Kampfes. Erneuerung sei „niemals ein
naives oder friedliches Unterfangen“, sondern erfordere „einen ständigen
geistlichen Kampf“, so Pasolini:
„Denn
die Taufe befähigt uns nicht nur zum Aufbau, sondern auch zum Widerstand gegen
alles, was dem Evangelium entgegensteht. Wer aufhört zu kämpfen – gegen Stolz,
Faulheit, Illusionen oder Ideologien – hört auch auf, den Leib Christi
aufzubauen. Die Kirche erneuert sich in dem Maße, wie ihre Mitglieder bereit
sind, in einem authentischen geistlichen Kampf zu bleiben, ohne sich in die
Abkürzungen des reinen Konservatismus oder der unkritischen Innovation zu
flüchten.“
Als
endlich das Fundament des Jerusalemer Tempels gelegt war, gab es einen Moment
kollektiver Freude, aber auch Weinen im Volk, der „Gesang“ sei nicht einstimmig
gewesen, erinnerte der Prediger (vgl. Esra 3,12-13). Wiederaufbau sei niemals
„ein geradliniger Weg: „Er besteht aus Begeisterung und Tränen, aus neuen
Impulsen und tiefem Bedauern.“ Daraus leite sich für die Gemeinschaft eine
Herausforderung ab, benannte Pater Pasolini ein drittes Element kirchlicher
Erneuerung.
Gemeinschaft
als Ort unterschiedlicher Stimmen
„Gemeinschaft
ist niemals ein homogenes Gefühl, sondern der Ort, an dem unterschiedliche
Stimmen lernen, einander nahe zu bleiben, ohne sich gegenseitig auszulöschen.“
„Jede
echte Erneuerung erfordert die Bereitschaft, die Last der Gemeinschaft zu
tragen. Die Kirche wiederaufzubauen bedeutet, diese Verflechtung zu
akzeptieren: das Zusammenleben von Begeisterung und Nostalgie, von entstehenden
Hoffnungen und noch blutenden Wunden. Gemeinschaft ist niemals ein homogenes
Gefühl, sondern der Ort, an dem unterschiedliche Stimmen lernen, einander nahe
zu bleiben, ohne sich gegenseitig auszulöschen.“
Es
brauche zudem „die Fähigkeit, auch auf das zu hören, was nicht mit unserer
Sensibilität übereinstimmt, den Schmerz des anderen anzunehmen, ohne ihn zu
beurteilen, sich von seiner Geschichte berühren zu lassen“, so der päpstliche
Hausprediger weiter. In dieser geduldigen Fähigkeit, gemeinsam zu „leiden”,
werde die Kirche wieder wirklich „zum Zuhause für alle“.
Aktuelle
Lage der Kirche differenziert betrachten
Pasolini
rief in seiner Predigt dazu auf, auch die aktuelle Lage der Kirche in dieser
Optik zu begreifen. „Kritische Elemente“ und „Zeichen überraschender Vitalität“
stünden heute nebeneinander, schlug er einen differenzierten Blick vor.
Niedergang und Aufbruch schlössen sich nicht gegenseitig aus, hob er hervor.
Nicht angebracht seien Ideologien und Schuldzuweisungen, wohl aber ein Blick in
die Zukunft ohne Angst und Erneuerung „durch bescheidene und konkrete Gesten“
jedes Einzelnen.
„Niemand
kann allein die ganze Kirche erneuern. Und doch erneuert sich die Kirche nur
durch den kleinen Teil, den jeder Tag für Tag wiederaufzubauen bereit ist.
Letztendlich ist die Kirche nichts, was wir nach unseren Kriterien aufbauen
können: Sie ist ein Geschenk, das wir empfangen, bewahren und dem wir dienen
müssen.“
Für
Pater Roberto Pasolini ist es der zweite Durchgang von Adventspredigten im
Vatikan. Papst Leos Vorgänger Franziskus hatte den italienischen Kapuziner als
päpstlichen Hausprediger zum Nachfolger seines Mitbruders Raniero Cantalamessa
ernannt, der das Amt 44 Jahre lang innehatte. (vn 12)
Papst Leo verleiht Ratzingerpreis
an Riccardo Muti
Bei
einem Weihnachtskonzert im Vatikan hat Papst Leo XIV. an diesem Freitagabend
dem italienischen Dirigenten Riccardo Muti den diesjährigen Ratzingerpreis
übergeben. Die Auszeichnung verstehe sich als Anerkennung „für ein Leben, das
ganz der Musik gewidmet ist, einem Ort der Disziplin und der Offenbarung“, so
Leo, der in seiner Rede sowohl Joseph Ratzinger / Papst Benedikt als auch Papst
Franziskus würdigte.
Die
Übergabe des Preises fand am Ende des Konzerts statt. In der vatikanischen
Audienzhalle dirigierte Riccardo Muti Luigi Cherubinis A-Dur-Messe von 1825,
geschrieben für die Krönung des französischen Königs Karl X. Muti leitete das
von ihm gegründete Jugendorchester „Luigi Cherubini“ sowie den Chor „Guido
Chigi Saracini“ des Doms von Siena.
Papst
Leo XIV. verfolgte das Konzert von seinem weißen Sessel im Mittelgang der
Audienzhalle aus mit offensichtlicher Freude. In seiner Rede dankte er für die
Darbietung mit ihren Dutzenden Mitwirkenden und erinnerte an das
Musikverständnis der Kirche. Der heilige Augustinus habe Musik als „scientia
bene modulandi“ beschrieben, als Wissenschaft, „die es versteht, das Herz zu
Gott zu führen“. Musik sei ein Weg, „die höchste Würde des Menschen zu erkennen
und ihn in seiner wahren Berufung zu bestärken“.
Papst
Benedikt habe daran erinnert, dass „wahre Schönheit verwundet, das Herz öffnet
und es erweitert“, und in der Musik nach Gottes Stimme gesucht. Leo erinnerte
an die Begegnungen zwischen Muti und Benedikt über die Jahre, beginnend mit
Joseph Ratzingers Konzertbesuchen in Salzburg, München und Rom. Als Papst habe
Benedikt Aufführungen Mutis in der Audienzhalle besucht und ihm dort das
Großkreuz des Gregoriusordens verliehen. „Die Auszeichnung, die Sie heute
erhalten, ist die Fortsetzung dieser Beziehung, eines Dialogs, der sich dem
Geheimnis öffnet und auf das Gemeinwohl, auf Harmonie ausgerichtet ist“, so Leo
XIV.
Neben
dem ausgewiesenen Musikkenner Benedikt kam bei Leo aber auch Papst Franziskus
zur Sprache. Der argentinische Papst habe Musik als Kraft beschrieben, die
helfe, Gegensätze zu überwinden, um „in Harmonie zu sein, Dissonanzen zu
erkennen und zu korrigieren“. Harmonisieren bedeute, Gegensätze
zusammenzuhalten und sie zu einer höheren Einheit zu führen. In diesem
Zusammenhang betonte Leo XIV. auch die Bedeutung der Stille als Vorbereitung
auf Wahrheit.
Riccardo
Muti dankte in freier Rede für die Auszeichnung und überraschte mit einer
Liebeserklärung an Papst Leo: „Heiligkeit, vom ersten Moment an, als Sie
begonnen haben, Ihre Ideen und Vorstellungen zu äußern, habe ich Sie
geliebt", so der Dirigent von Weltrang. Muti bekannte sich zum einen
als treuer Katholik und zum anderen als polemischer Geist, und er erinnerte in
bewegten Worten an seine letzte Begegnung mit Papst Benedikt, die ihn sehr
berührt hatte.
Die
Schwestern, die dem emeritierten Papst den Haushalt führten, hätten ihm ein
kleines Buch Mutis mit dem Titel „Unendlichkeit zwischen den Noten“ vorgelesen
– ein Ausdruck von Wolfgang Amadeus Mozart. Darauf habe er mit seiner Frau den
alten Papst in den vatikanischen Gärten besuchen dürfen, und man habe über
Theologie, Musik, Spiritualität und auch moderne Opernregie gesprochen, die
Mozart mitunter „in den Schmutz zieht“. Bei der Verabschiedung habe Benedikt
ihn angesehen und gesagt: „Der arme Mozart möge in Frieden ruhen“, erinnerte
sich Muti. „Dies ist der letzte Satz, den ich aus dem Mund des Papstes gehört
habe und den ich immer in mir trage“, so der Dirigent. Der Ratzingerpreis sei
für ihn „nicht nur ein Grund großer Ehre, sondern auch eine Erinnerung an
Momente tiefer, fast mystischer Zuneigung“ zu Papst Benedikt, bekannte der 84
Jahre alte Muti in einem am Donnerstag ausgestrahlten Interview mit Radio
Vatikan.
Spenden
für Bildung
Papst
Leo XIV. wie erinnerte in seiner Rede auch an den Bildungsauftrag der Kirche.
Millionen von Kindern hätten weltweit keinen Zugang zu Schulbildung. Das
Konzert habe auch das Ziel verfolgt, dieses Bewusstsein zu schärfen und
Initiativen für Bildung zu stärken. Kardinal José Tolentino de Mendonça,
Präfekt des Dikasteriums für Kultur und Bildung, dankte in seiner Rede dem
Papst dafür, dass er die Spendengelder aus dem Weihnachtskonzert für
Bildungsprojekte der Stiftung „Gravissimum Educationis“ zur Verfügung stelle.
Pater
Federico Lombardi, Präsident der vatikanischen Stiftung Benedikt XVI. Joseph
Ratzinger, die den Ratzingerpreis vergibt, begründete die Auszeichnung mit
Mutis Lebenswerk und seiner Rolle in der Verbindung von Musik, Kirche und
Glaube. Neben Lombardi saß Erzbischof Georg Gänswein, der langjährige
Privatsekretär von Kardinal Ratzinger / Papst Benedikt und nunmehrige Nuntius
in den baltischen Ländern. Zahlreiche weitere Bischöfe und Kardinäle waren
ebenfalls anwesend, darunter der Erzbischof von Chicago, Kardinal Blaise
Cupich, den Maestro Muti in seiner Ansprache hervorhob; Riccardo Muti leitete
das Chicago Symphony Orchestra als Musikdirektor von 2010 bis 2023.
Die
Vatikanische Stiftung Joseph Ratzinger/Benedikt-XVI. verleiht den
Ratzingerpreis seit 2011. Jedes Jahr schlägt das wissenschaftliche Komitee der
Stiftung Persönlichkeiten vor, die sich in christlich inspirierter Kultur und
Kunst hervorgetan haben. Die meisten Preisträger bisher stammten aus der
Theologie, vertreten waren aber auch verdiente Exponenten der
Rechtswissenschaft und der Kunst aus verschiedenen Kontinenten und
Konfessionen. Auch der estnische Komponist Arvo Pärt ist unter den bisherigen Ratzinger-Preisträgern.
(vn 12)
Vatikan: Kein Zweckdenken in der
Migrationsdebatte
In
der Debatte um irreguläre Migration und Zuwanderung von Arbeitskräften hat sich
der Vatikan gegen Engführungen gewandt.
Bei
den 304 Millionen Migranten weltweit dürfe „nicht vergessen werden, dass jeder
Mensch auf der Flucht in erster Linie ein Mensch ist, dessen Rechte und
gottgegebene Würde im Mittelpunkt der internationalen Zusammenarbeit und
Migrationspolitik stehen muss“, erklärte Erzbischof Ettore Balestrero,
Ständiger Beobachter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen in Genf, am
Mittwoch.
Migranten
dürften nie auf Probleme oder auf nutzbare Chancen reduziert werden. Der
päpstliche Botschafter betonte in dem Zusammenhang die Rolle religiöser
Organisationen bei der Begleitung von Migranten. Mit ihrer langjährigen Präsenz
selbst in abgelegenen und unterversorgten Gebieten unterstützten sie Menschen
auf der Flucht, „lange bevor Migration zu einem internationalen Thema wurde“,
sagte Balestrero. Ebenso täten sie das auch noch nach dem Abflauen des
Medieninteresses.
Kirche
will Migranten unterstützen
„Katholische
Organisationen werden durch ihr globales Netzwerk von Strukturen entlang der
Migrationsrouten ihre Mission fortsetzen, Menschen auf der Flucht unabhängig
von ihrem Hintergrund aufzunehmen, zu schützen, zu fördern und zu integrieren“,
sagte Balestrero. Der Vatikan-Vertreter äußerte sich anlässlich einer
Generaldebatte der Internationalen Organisation für Migration, die sich im
Auftrag der Vereinten Nationen um die Unterstützung von Migranten,
einschließlich Arbeitsmigranten und Geflüchtete, kümmert.
Praktische
Erwägungen zu Problemen oder Nutzen der Zuwanderung dürfen aus Sicht der
katholischen Kirche politische Entscheidungen nicht bestimmen. Sie pocht auf
unveräußerliche Würde und Rechte des Einzelnen. (kna 11)
Bischöfe stellen Impulse zur
Zukunft der Sozialversicherungen vor
„Zusammenhalt
durch Reformen sichern“
Für
einen „gerechten und verlässlichen Sozialstaat, der den Zusammenhalt in unserer
Gesellschaft sichert“, hat heute (11. Dezember 2025) Bischof Dr. Heiner Wilmer
SCJ (Hildesheim) geworben. Es brauche notwendige Reformen ohne Spaltung. „Der
gesellschaftliche Zusammenhalt wird auch dadurch gesichert, dass die Lasten für
den Sozialstaat gerecht auf alle verteilt werden“, so Bischof Wilmer in seiner
Funktion als Vorsitzender der Kommission für gesellschaftliche und soziale
Fragen der Deutschen Bischofskonferenz in der Bundespressekonferenz in Berlin.
Anlass war die Vorstellung des Kommissionspapiers Zusammenhalt durch Reformen
sichern. Impulse für einen gerechten und verlässlichen Sozialstaat.
Das
Dokument versteht sich als Beitrag zu einer sachlichen und ehrlichen Debatte
über eine gerechte und verlässliche Ausgestaltung des Sozialstaats. Dieser sei,
so Bischof Wilmer, eine kaum zu überschätzende Errungenschaft, die zukunftsfest
gemacht werden müsse. Der Sozialstaat fuße auf den Prinzipien der Solidarität
und der Subsidiarität, die auch unsere Gesellschaft zusammenhielten. „Die
Sozialversicherungssysteme sind Ausdruck dieser Idee. Man könnte sagen, sie
sind institutionalisierte Solidarität“, bekräftigte der Vorsitzende der
Arbeitsgruppe für sozialpolitische Fragen der Kommission, Weihbischof Dr. Dr.
Anton Losinger (Augsburg). Er fügte in der Bundespressekonferenz hinzu: „Die
Kirche versteht sich als Anwältin der Schwachen. Daher fordern wir dazu auf,
sozialpolitische Maßnahmen stets daraufhin zu prüfen, ob sie Armut verringern
oder gar verhindern.“ Damit das Sozialversicherungssystem auch in Zukunft
handlungsfähig bleibt, mahnt der Impulstext Reformen an: Durch den
demografischen Wandel müssten immer weniger Personen immer höhere Beiträge
zahlen. Das gefährde die Generationengerechtigkeit, die das System trage.
Das
Dokument der Kommission wirbt dafür, alle Optionen für eine nachhaltige
Finanzierung zu prüfen. Nur mehr Geld in das System einzuspeisen, durch höhere
Steuern oder höhere Beiträge, wäre nicht tragfähig und fände auch in der
Bevölkerung keine Mehrheit, erläuterte einer der Autoren, Prof. Dr. Martin
Werding, Inhaber des Lehrstuhls für Sozialpolitik und öffentliche Finanzen an
der Universität Bochum: „Daher muss auch in der Sozialpolitik priorisiert
werden.“ Er würdigte, dass die Bischöfe in ihrem neuen Dokument folgern, „dass
die generationengerechte Teilung demografisch bedingter Lasten zwischen Alt und
Jung in der nun anstehenden Phase akuter Alterung weiterverfolgt und
weiterentwickelt werden kann und sollte“.
Auch
Weihbischof Losinger bekräftigte „weniger Gießkanne, mehr Zielgenauigkeit“ als
Maßstab, gerade für unterstützende Leistungen der Sozialversicherungen. Dem
Text zufolge sollten sozialpolitische Maßnahmen vor allem jene Menschen
erreichen, die etwa von Altersarmut bedroht sind, obwohl sie lange in oder nahe
an Vollzeit sozialversicherungspflichtig beschäftigt waren. Zugleich seien die
demografischen Lasten breit und gerecht zu verteilen. Dafür, so Weihbischof
Losinger weiter, dürfe „auch ein höheres Renteneintrittsalter kein Tabu sein“.
Um
selbst unbequeme Maßnahmen diskutieren zu können, braucht es laut Bischof
Wilmer den Mut zu einer offenen Debatte, die auch eine Zumutung bedeuten könne.
Ein ehrliches Ringen um tragfähige Reformen für einen solidarischen und
zukunftsfähigen Sozialstaat stärke letztlich auch das Vertrauen in die
Demokratie und ihre Institutionen.Hinweise
Das
Dokument Zusammenhalt durch Reformen sichern. Impulse für einen gerechten und
verlässlichen Sozialstaat ist als PDF-Datei zum Herunterladen unter www.dbk.de
in der Rubrik Publikationen verfügbar. Dort kann die Publikation auch als
Broschüre (Die Deutschen Bischöfe – Kommission für gesellschaftliche und
soziale Fragen Nr. 59) bestellt werden. dbk 11
Papst verteidigt Europas zentrale
Rolle in Friedensgesprächen
Nach
einem Treffen mit dem ukrainischen Präsidenten Wolodymyr Selenskyj hat sich
Papst Leo XIV. am Dienstagabend vor seiner Residenz in Castel Gandolfo zu den
aktuellen diplomatischen Bemühungen, dem Schicksal entführter Kinder und der
Rolle Europas im Ukraine-Krieg geäußert. Mario Galgano - Vatikanstadt
Der
Papst betonte, dass der „Hauptpunkt“ des Gesprächs mit dem Präsidenten die
Friedensfrage und die „Wege zur Suche nach einer Einigung, einem
Waffenstillstand“ gewesen sei.
Hilfen
für entführte Kinder
Besonders
hob der Pontifex die Dringlichkeit der humanitären Aspekte hervor, insbesondere
in Bezug auf verschleppte Minderjährige:
„Wir
haben spezifisch über die Frage der entführten und gefangenen Kinder
gesprochen, wie die Kirche helfen kann, die Kinder in die Ukraine
zurückzubringen. Vor allem Hilfen auch auf einer Ebene, wie wir es oft
angeboten haben: dass der Heilige Stuhl bereit ist, sowohl Raum als auch
Gelegenheit für Verhandlungen anzubieten, was bisher nicht angenommen wurde.“
Er
bekräftigte jedoch die fortwährende Verfügbarkeit des Heiligen Stuhls: „Das
Angebot wurde nicht wahrgenommen, aber wir sind bereit, nach einer Lösung und
einem dauerhaften, aber auch gerechten Frieden zu suchen.“
Reisepläne
und die europäische Einheit
Auf
die Frage, ob er der Einladung des Präsidenten in die Ukraine folgen werde,
zeigte sich Papst Leo XIV. hoffnungsvoll, aber realistisch: „Ich hoffe ja, ich
weiß nicht wann. Man muss in diesen Dingen auch realistisch sein, vielleicht
kann es gemacht werden.“
Angesprochen
auf die anhaltende Infragestellung der Rolle Europas für den Frieden in der
Ukraine durch US-Präsident Donald Trump, verteidigte der Papst die
Relevanz des Kontinents vehement:
„Ich
denke, dass die Rolle Europas sehr wichtig ist. Die Einheit der europäischen
Länder ist in der Tat signifikant, besonders in diesem Fall. Eine
Friedensvereinbarung zu suchen, ohne Europa in die Gespräche einzubeziehen,
ist, sagen wir, nicht realistisch.“
Er
unterstrich, dass Europa Teil der Lösung sein müsse, da der Krieg in Europa
stattfinde und die gesuchten Sicherheitsgarantien – heute und in der Zukunft –
Europa betreffen: „Europa muss Teil davon sein. Leider verstehen das nicht alle
so, aber ich denke, es gibt hier eine sehr große Gelegenheit für die Führer
Europas, sich zu vereinen und gemeinsam nach einer Lösung zu suchen.“
Am
Ende des Gesprächs mit den Journalisten wurde Papst Leo von Chiaretto Yan
angesprochen, dem Autor des Buches „Mein chinesischer Traum“. Der Papst schien
ein gewisses Interesse zu zeigen und antwortete ihm, nachdem er das Buch
genommen hatte, mit den Worten: „I have been to China“ (Ich war schon einmal in
China).
Umzug
und Päpstliche Familie
Schließlich
gab der Papst Auskunft über seine mögliche Rückkehr in den Apostolischen Palast
im Vatikan. Die Arbeiten dort stünden kurz vor dem Abschluss.
Auf
die Frage, wann er umziehen werde und wie die päpstliche Familie
zusammengesetzt sei, antwortete Papst Leo XIV.: „Ich wohne gut, wo ich wohne,
im Sant'Uffizio (Dikasterium für die Glaubenslehre, Anm. d. Red).
Typischerweise wohnen die Privatsekretäre des Heiligen Vaters beim Papst, und
andere wird es voraussichtlich nicht geben.“ (vn 10)
Erwachsenenkatechismus in neuer
Onlineausgabe
Den
Glauben verstehen
Der
Katholische Erwachsenenkatechismus umfasst das umfangreiche Glaubensbekenntnis
der katholischen Kirche und ist als Leitfaden für deren Gläubige in Deutschland
und ihr christliches Leben zu verstehen – er besteht neben dem bereits 1992
erschienenen Weltkatechismus. Der Katholische Erwachsenenkatechismus, von der
Deutschen Bischofskonferenz herausgegeben, ist jetzt in einer neu gestalteten
Onlineversion unter erwachsenenkatechismus.dbk.de verfügbar. Über gut
strukturierte Sach- und Personenregister wird das zweibändige Werk zugänglich,
beispielsweise wenn man wissen möchte, was im Katechismus über Mutter Teresa,
Immanuel Kant oder Technik steht. Außerdem erleichtert eine Volltextsuche die
Recherche.
Der
erste Band (Das Glaubensbekenntnis der Kirche, 1985) erschließt die katholische
Lehre in drei Teilen: „Gott, der Vater“, „Jesus Christus“ und „das Werk des
Heiligen Geistes“. Der zweite Band (Leben aus dem Glauben, 1995) ist als
Orientierungshilfe für ein christliches Leben gedacht. Der Text erläutert die
zehn Gebote sowie das Hauptgebot der Liebe. Christliche Grundhaltungen wie
Glaube, Hoffnung, Liebe, Barmherzigkeit und Treue werden ebenso beschrieben wie
Maßstäbe christlichen Handelns.
Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz im Jahr 1985, Kardinal Joseph
Höffner (Köln), schreibt im Vorwort des ersten Bandes zu den Beweggründen der
Bischöfe, einen Erwachsenenkatechismus herauszugeben: „In der Nachfolge der
Apostel tragen wir Bischöfe eine besondere Verantwortung für die Verkündigung
des Wortes Gottes. Unsere Zeit, in der mancher in seinem Glauben verunsichert
wurde oder ihn nicht mehr richtig kennt, fordert zu verstärkten Anstrengungen
in der Glaubensunterweisung heraus.“ Und Kardinal Karl Lehmann (Mainz), der zur
Zeit der Veröffentlichung des zweiten Bandes Vorsitzender der Deutschen
Bischofskonferenz war, betont im Vorwort: „Der vorliegende zweite Band (…)
möchte den Christen helfen, sich selbst und der Welt Rechenschaft zu geben:
‚Seid stets bereit, jedem Rede und Antwort zu stehen, der nach der Hoffnung
fragt, die euch erfüllt‘ (1 Petr 3,15).“Hintergrund
Die
Grundlage für eine eigene Katechismusausgabe der katholischen Kirche in
Deutschland liegt in der Apostolischen Konstitution Fidei depositum von Papst
Johannes Paul II. begründet, in der er im Jahr 1992 schreibt: „Dieser
Katechismus (…) ist dazu bestimmt, zur Abfassung neuer örtlicher Katechismen zu
ermuntern und die zu unterstützen, die den verschiedenen Situationen und
Kulturen Rechnung tragen, aber zugleich sorgfältig die Einheit des Glaubens und
die Treue zur katholischen Kirche wahren.“ Bereits 1984 hatte die Deutsche
Bischofskonferenz während ihrer Frühjahrs-Vollversammlung beschlossen, den
Katholischen Erwachsenenkatechismus für die Mitglieder der katholischen Kirche
in Deutschland herauszugeben – auf der Grundlage des Zweiten Vatikanischen
Konzils und der Erkenntnisse der Würzburger Synode (1971–1975). Der Heilige
Stuhl hat das Werk approbiert. Dbk 10
EU-Bischöfe besorgt über Urteil zur
Ehe
Der
Verband von Bischofskonferenzen der Europäischen Union (Comece) ist besorgt
über ein Urteil des Gerichtshofs der Europäischen Union zur
gleichgeschlechtlichen Ehe.
Das
Urteil (Rechtssache Wojewoda Mazowiecki) verpflichtet einen Mitgliedstaat, eine
Ehe zwischen zwei EU-Bürgern gleichen Geschlechts anzuerkennen, die rechtmäßig
in einem anderen Mitgliedstaat geschlossen wurde, in dem sie ihre Freizügigkeit
und Aufenthaltsfreiheit ausgeübt haben. Die Führungsspitze der Comece erinnert
demgegenüber in einer Erklärung von diesem Dienstag an die „anthropologische
Sichtweise der Kirche, die auf dem Naturrecht basiert und die Ehe als
Verbindung zwischen einem Mann und einer Frau versteht“.
Der
Verband der EU-Bischofskonferenzen bekräftigt zwar, dass er die Rolle der
Rechtsprechung in der Europäischen Union in vollem Umfang anerkennt. Doch die
Entscheidung des Gerichtshofs scheine die Zuständigkeiten in der EU nicht zu
respektieren. Das Urteil könne nämlich Auswirkungen auf Fragen haben, die zum
Kernbereich der nationalen Zuständigkeiten (im konkreten Fall ist das Polen)
gehören.
Für
einige Mitgliedsstaaten ist die Definition von Ehe Teil ihrer nationalen
Identität
Die
Comece betont „die Notwendigkeit eines umsichtigen und vorsichtigen Vorgehens
in familienrechtlichen Fällen mit grenzüberschreitenden Auswirkungen“.
Unzulässiger Einfluss auf die nationalen Rechtssysteme der EU-Mitgliedstaaten
müsse vermieden werden. Das Urteil biete Gelegenheit, den aktuellen Stand und
die Ausrichtung der EU-Rechtsprechung in dieser Frage genauer ins Auge zu
fassen. Der Gerichtshof hat in seinem Urteil anerkeannt, dass die Vorschriften
über die Ehe „in die Zuständigkeit der Mitgliedstaaten fallen“.
Die
Bischöfe erinnern daran, dass Artikel 9 der Charta der Grundrechte der
Europäischen Union besagt, dass „das Recht, eine Ehe zu schließen und eine
Familie zu gründen, nach den einzelstaatlichen Rechtsvorschriften über die
Ausübung dieser Rechte gewährleistet wird“. Sie weisen außerdem darauf hin,
dass für einige Mitgliedstaaten die Definition der Ehe Teil ihrer nationalen
Identität ist.
Warnung
vor antieuropäischer Stimmung
Das
Urteil könnte aus ihrer Sicht den Druck zur Änderung des nationalen
Familienrechts verstärken und zu einer Angleichung der eherechtlichen Wirkungen
führen, obwohl die EU gar kein Mandat zur Harmonisierung des Familienrechts
habe.
Das
könnte auch die Rechtsunsicherheit erhöhen, fürchten die EU-Bischöfe. Und sie
rufen nicht zuletzt die „derzeit schwierige Lage in der EU und die
Polarisierung in unseren Gesellschaften“ in Erinnerung. In einem solchen Umfeld
könnten „solche Urteile antieuropäische Stimmungen in den Mitgliedstaaten
schüren und leicht für diesen Zweck instrumentalisiert werden“. (comece 9)
Redemptoris Mater Köln feiert 25
Jahre missionarische Priesterausbildung
Das
Priesterseminar Redemptoris Mater in Köln hat am Sonntag, dem 7. Dezember 2025,
sein silbernes Jubiläum gefeiert. Das Seminar, das im Jahr 2000 von Kardinal
Joachim Meisner als Diözesanseminar für die Neuevangelisierung gegründet wurde,
dankt Gott für 36 geweihte Priester und zwei Diakone aus zwölf Nationen,
darunter acht Deutsche.
Im
Zentrum der Hauptfeierlichkeiten stand ein feierlicher Gottesdienst im Seminar,
den der Kölner Erzbischof, Kardinal Rainer Woelki, leitete. Unter den
Konzelebranten befanden sich Kardinal Anders Arborelius aus Stockholm und
Kardinal Antonio Maria Rouco (emeritierter Erzbischof von Madrid) sowie
zahlreiche Priester, die dem Seminar verbunden sind.
Missionarische
Ausrichtung und Bindung an den Bischof
Kardinal
Woelki hob in seiner Predigt die zwei charakteristischen Aspekte des
Redemptoris Mater-Seminars hervor: die Bindung an den Ortsbischof und die
missionarische Ausrichtung. Diese beiden Merkmale seien eine Verbindung zum
apostolischen Ursprung der Kirche.
Das
Seminar ist aus der Erfahrung des Neokatechumenalen Weges – einer katholischen
Form der postbaptismalen Initiation – entstanden und verbindet die diözesane
mit der missionarischen Priesterausbildung. Die dort ausgebildeten Priester
sind vorwiegend im Erzbistum Köln als Kapläne, Pfarrvikare und mittlerweile
vier leitende Pfarrer tätig. Sie übernehmen jedoch auch andere Aufgaben, wie
den Dienst des Spirituals in einem Seminar in Angola, Tätigkeiten als
Jugendseelsorger oder Richter am Bischöflichen Gericht, oder widmen sich einer
akademischen Laufbahn als Theologiedozenten.
Die
Feierlichkeiten unterstrichen die Bedeutung der Unterstützung durch Laien, die
das Seminar seit Jahren durch Gebet, ehrenamtlichen Dienst und materielle
Spenden begleiten.
Evangelisierung
in der säkularisierten Welt
Bereits
am Tag zuvor fand in Zusammenarbeit mit dem Kölner Generalvikariat eine
Veranstaltung unter dem Titel „Taten und Worte. Inspirationen aus Evangelii
nuntiandi“ statt, die dem 50. Jahrestag des Apostolischen Schreibens von Papst
Paul VI. gewidmet war.
Die
Veranstaltung widmete sich der Evangelisierung in der heutigen säkularisierten
Welt. Kardinal Arborelius hielt die Hauptrede und wies darauf hin, dass eine
gelungene Evangelisierung voraussetze, „sich zunächst selbst evangelisieren zu
lassen“. (pm 9)
Das Päpstliche Jahrbuch wird
digital
Das
„Päpstliche Jahrbuch“ (Annuario Pontificio) erscheint erstmals auch in einer
digitalen Ausgabe. Seit diesem Montag ist es auch als App herunterladbar.
Salvatore Cernuzio
In
der Datenbank lassen sich zahlreiche Informationen zu Dikasterien der römischen
Kurie, Diözesen, Ordensgemeinschaften, religiösen Instituten und Nuntiaturen
sofort abrufen. Das Projekt wurde vom Staatssekretariat und dem Dikasterium für
Kommunikation realisiert und dem Papst vorgestellt. Leo, der nach Einschätzung
der „New York Times“ der erste Papst auf der Höhe der modernen Technologie ist,
griff als Erster auf das Portal zu.
„Ich
danke Euch! Das ist wirklich ein schöner Dienst und wird von großem Nutzen
sein“, sagte der Papst. „Ich ermutige Euch, in diesem Geist fortzufahren, also
in einem Geist des Dienstes an der Kirche. Ihr geht nicht nur einer normalen
Arbeit nach, sondern leistet wirklich einen Dienst, damit das, was in Sorgfalt
und Aufmerksamkeit entsteht, mit der Zeit zu einer noch größeren Hilfe wird.“
Ziegelsteindickes
Opus
Das
„Annuario“ ist Nachfolgerin des „Liber Pontificalis“, einer mittelalterlichen
Sammlung von Angaben zu Päpsten. Seit Mitte des 20. Jahrhunderts hat sich das
ziegelsteindicke Werk mit aufgeprägtem Papstwappen als grundlegendes Instrument
für alle etabliert, die offizielle Informationen über die Struktur der
katholischen Weltkirche suchen. Dank der App ist nun erstmals der Zugriff auf
das „Annuario“ von jedem Gerät aus möglich. Das „Who is who“ des Heiligen
Stuhls wird überall und jederzeit abrufbar.
Die
neue Plattform erlaubt natürlich – und auch das ist ein Novum – eine ständige
Aktualisierung von Informationen wie Ernennungen, Änderungen in Ämtern und
Veränderungen in kirchlichen Strukturen. Früher musste man dazu auf die
Veröffentlichung der nächsten Papierausgabe einmal im Jahr warten. Ein weiterer
wichtiger Aspekt ist die Möglichkeit, erweiterte Suchanfragen durchzuführen.
Um
Anmerkungen wird gebeten
„In
einer Zeit, in der die Kommunikation immer schneller und globaler wird,
bedeutet die Bereitstellung eines sofortigen und zuverlässigen Zugangs zu
Informationen über das Leben der Kirche – mit gesicherten Daten – den Einsatz
von Technologie im Dienste der kirchlichen Mission“, betont der Substitut im
vatikanischen Staatssekretariat, Erzbischof Edgar Peña Parra. „Das ist ein
Zeichen der Aufmerksamkeit, Transparenz und Verantwortung gegenüber der
katholischen Gemeinschaft und allen, die versuchen, die Realität der Kirche in
der Welt zu verstehen.“ Das Staatssekretariat bittet alle Nutzer der Plattform,
ihre Anmerkungen und Vorschläge zur Verbesserung des Dienstes an die Adresse
annuariopontificio@sds.va zu senden.
Die
Plattform ist unter der Adresse https://www.annuariopontificio.catholic/ und
über eine App für iOS und Android verfügbar. Um sie nutzen zu können, müssen
Sie sich für die Webversion registrieren oder die App über den Apple Store bzw.
den Google Store herunterladen. Es ist ein Abonnementsystem mit zwei Tarifen
vorgesehen, das einen ständigen Zugang und die tägliche Aktualisierung der
Daten garantiert. (vn 9)
Mariä Empfängnis: Papst Leo betet
erstmals an Mariensäule in Rom
Am
Hochfest der ohne Erbsünde empfangenen Jungfrau und Gottesmutter Maria hat
Papst Leo XIV. der Muttergottesstatue im Herzen der Ewigen Stadt den
traditionellen Besuch des Bischofs von Rom abgestattet. In seinem Gebet auf dem
Spanischen Platz vertraute er die Welt im ausklingenden Heiligen Jahr der
Hoffnung der Fürsprache Mariens an und gab dem Wunsch Ausdruck, dass sich „nach
den Heiligen Pforten auch die Türen von Häusern und Oasen des Friedens öffnen“
mögen. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt
Der
8. Dezember ist in Italien nicht nur der Tag, an dem in den Wohnungen der
Christbaum geschmückt und die Krippe aufgestellt wird. Es ist auch einer der
bedeutendsten Feiertage Italiens. Er läutet die Vorweihnachtszeit ein und hält
einen Termin bereit, der den Römern und dem Bischof von Rom gleichermaßen am
Herzen liegt: Das Gebet an einem der beeindruckendsten Mariendenkmäler der
Ewigen Stadt, der fast 27 Meter hohen Mariensäule, die 1856 - nach der
Verkündigung des Dogmas von der Unbefleckten Empfängnis Mariens durch Papst
Pius IX. - errichtet wurde. Die Marienfigur spielt eine wichtige Rolle in der
römischen Volksfrömmigkeit. „Immacolata“ war früher in Italien auch ein
beliebter Frauenname.
Wie
jedes Jahr säumten unzählige Römer und Pilger die engen Gassen an der Piazza di
Spagna, einer der beliebtesten Einkaufsstraßen der Ewigen Stadt, als das offene
Papamobil mit dem Heiligen Vater an diesem milden Dezembertag an der
Mariensäule vorfuhr.
Die
Ankunft des Papstes wurde von den Klängen populärer italienischer Marienlieder
begleitet, wie dem „Dell'aurora Tu sorgi più bella“ (Mit der Morgendämmerung
erhebst du dich noch schöner):
„Wie
eine Lilie bist du unbefleckt, wie eine Rose strahlst du unter den Blumen. Du
eroberst die Herzen der Engel, du bist der Stolz und Schmuck der Erde,“ sang
der Chor unter Begleitung des vatikanischen Gendarmeriekorps, als Papst Leo vom
Generalvikar Seiner Heiligkeit für das Bistum Rom, Kardinal Baldassare Reina,
und Bürgermeister Roberto Gualtieri begrüßt wurde. Vor der Mariensäule waren
schon zahlreiche Blumengrüße niedergelegt worden – und auch Papst Leo ehrte die
Jungfrau Maria mit einem prachtvollen Bouquet weißer Rosen.
Hoffnung
für eine geprüfte Menschheit
In
seinem Gebet pries das Kirchenoberhaupt Maria für ihre Reinheit und ihr mutiges
„Ja“ zum Plan Gottes. Mit Blick auf das Heilige Jahr der Hoffnung, das
zahlreiche Pilger nach Rom geführt hat, legte er der Gottesmutter die
Menschheit ans Herz, „die geprüft, ja oft niedergedrückt“, deren Hoffnung aber
noch nicht erloschen sei:
„Schau,
o Maria, auf die vielen Söhne und Töchter, in denen die Hoffnung nicht
erloschen ist:
Lass
in ihnen aufkeimen, was dein Sohn gesät hat…. Möge die Hoffnung des Jubeljahres
in Rom
und
in jedem Winkel der Erde erblühen; die Hoffnung auf die neue Welt, die Gott
bereitet und
deren
Juwel und Morgenröte du bist, o Jungfrau.“
Die
Kunst der Versöhnung lernen
Der
Pontifex gab dem Wunsch Ausdruck, dass sich die Hoffnung „auf die neue Welt,
die Gott bereitet“, von Rom aus in der ganzen Welt verbreiten werde.
„Mögen
sich nach den Heiligen Pforten nun auch andere Türen öffnen, die Türen von
Häusern und Oasen des Friedens, in denen die Würde wieder erblüht, zur
Gewaltlosigkeit erzogen wird und man die Kunst der Versöhnung lernt,“ betete
der Papst an der Mariensäule auf dem Spanischen Platz.
Kirche
mit und unter den Menschen sein…
Der
Muttergottes legte er die Kirche ans Herz, „die die Freuden und Hoffnungen, die
Trauer und Ängste unserer Zeitgenossen aufnimmt, besonders der Armen und
Leidenden“. Sie möge „Sauerteig im Teig einer Menschheit sein, die
Gerechtigkeit und Hoffnung erfleht“, so der Wunsch des Papstes.
Abschließend
vertraute er die Menschen, die in unserer schnelllebigen und
erfolgsorientierten Welt vor großen Herausforderungen stehen, noch mit
folgenden Worten Maria an:
„Bitte
für uns, die wir mit Veränderungen ringen, die uns unvorbereitet und machtlos
zu treffen scheinen. Schenke uns Träume, Visionen und Mut, du, die du mehr als
jeder andere weißt, dass für Gott nichts unmöglich ist – und dass Gott nichts
allein vollbringt.“
Die
Päpste und die Immacolata
Am
8. Dezember 1854 verkündete der selige Papst Pius IX. das Dogma von der
Unbefleckten Empfängnis Mariens. Drei Jahre später, am 8. September 1857,
segnete und weihte derselbe Papst das Monument der Unbefleckten Jungfrau an der
Piazza di Spagna. Papst Pius XII. begann im „Marienischen Jahr“ 1953 den
Brauch, Maria am Hochfest der Unbefleckten Empfängnis mit einem Blumengruß an
der Piazza di Spagna die Ehre zu erweisen. Im Jahr 1958 begab sich der heilige
Papst Johannes XXIII. persönlich zum Spanischen Platz und legte zu Füßen des
Monuments einen Korb weißer Rosen nieder. Anschließend besuchte er die Basilika
Santa Maria Maggiore. Dieser Brauch wurde auch von allen nachfolgenden Päpsten
fortgeführt, zuerst von seinem direkten Nachfolger Paul VI., der zum Abschluss
des Zweiten Vatikanischen Konzils am 8. Dezember 1965 zu Füßen der Jungfrau
Maria betete und später während der Ölkrise nicht im Wagen, sondern in einer
Kutsche zu ihr fuhr. Auch Johannes Paul II. und Benedikt XVI. haben den Termin
zu Maria Empfängnis nie ausgelassen – ebensowenig wie der bekennende
Marienverehrer Papst Franziskus, der diese Tradition um einen Stopp in der
Basilika „Santa Maria Maggiore“ erweitert hat. (vn 8)
USA: Bischöfe werfen Trump
Rassismus vor
Scharfe
Kritik an Äußerungen von Donald Trump über somalische Einwanderer kommt aus der
US-Bischofskonferenz.
„Jedes Kind Gottes hat Wert und Würde“,
erklärte der für ethnische Gleichheit und Versöhnung zuständige Bischof Daniel
Garcia aus Austin/Texas in einer Stellungnahme, die die Bischofskonferenz am
Wochenende veröffentlichte. „Eine Sprache, die eine Person oder Gemeinschaft
aufgrund ihrer ethnischen Zugehörigkeit oder ihres Herkunftslandes
herabwürdigt, ist mit dieser Wahrheit unvereinbar.“
Ohne
den Präsidenten beim Namen zu nennen, sagte Garcia weiter: „Ich fordere alle -
Amtsträger, Gemeindevorsteher und Einzelpersonen - auf, sich einer
herabwürdigenden und entmenschlichenden Sprache zu enthalten“. Es gelte
stattdessen, „die reichen Gaben zu erkennen, die Nachbarn aus verschiedenen
Kulturen in unsere Gemeinschaften einbringen“. Jeder dieser Beiträge werde
geschätzt und gebraucht. Für ein gemeinsames Zusammenleben brauche es
Gastfreundschaft, Respekt und Verständnis.
„Gegen
eine herabwürdigende und entmenschlichende Sprache“
Trump
hatte vor wenigen Tagen am Ende einer Kabinettssitzung über Einwanderer aus
Somalia gesagt: „Ich will sie nicht in unserem Land haben“. Die USA könnten den
einen oder den anderen Weg einschlagen – „und wir werden den falschen Weg
einschlagen, wenn wir weiterhin Müll in unser Land lassen“.
Das
von Hunger und Gewalt erschütterte Somalia am Horn von Afrika gehört zu einer
Gruppe von Ländern, die Trump mit einem Einreiseverbot in die USA versehen hat.
Zudem soll künftig der Abschiebeschutz für in Minnesota lebende Somalier
aufgehoben werden. Die Aufenthalts- und Arbeitserlaubnis von Menschen mit
somalischen Wurzeln, die legal in den USA leben, soll überprüft werden. (kna 7)
Kard. Woelki zum Mitglied des
Dikasteriums für die Selig- und Heiligsprechung ernannt
Papst
Leo XIV. hat an diesem Samstag mehrere Kardinäle und Bischöfe zu neuen
Mitgliedern des Dikasteriums für die Selig- und Heiligsprechung (Dicastero
delle Cause dei Santi) ernannt, darunter den Erzbischof von Köln, Kardinal
Rainer Maria Woelki.
Die
Mitglieder eines Dikasteriums beraten den Präfekten und nehmen an den
Vollversammlungen der Behörde teil. Neben Kardinal Woelki ernannte der Papst
folgende weitere Mitglieder: Kardinal Angelo De Donatis
(Großpönitentiar); Kardinal Roberto Repole (Erzbischof und Metropolit von
Turin und Bischof von Susa, Italien); Kardinal Ángel Fernández Artime
(Pro-Präfekt des Dikasteriums für die Institute geweihten Lebens und die
Gesellschaften apostolischen Lebens); Erzbischof Fortunato Morrone
(Erzbischof und Metropolit von Reggio Calabria-Bova, Italien); Bischof
Alfonso Vincenzo Amarante (Rektor der Päpstlichen Lateranuniversität)
sowie Bischof S?awomir Oder (Bischof von Gliwice, Polen)
Was
das Dikasterium für die Selig- und Heiligsprechung macht
Das
Dikasterium für die Selig- und Heiligsprechung ist eine zentrale Behörde der
Römischen Kurie. Es ist ausschließlich für die Durchführung und Überwachung der
Prozesse zuständig, die zur Selig- oder Heiligsprechung von Personen führen.
Seine
Hauptaufgaben umfassen die Vorbereitung, also die Prüfung der
Dokumentation und Beweise (zum Beispiel der heroische Tugendgrad oder das
Martyrium) von Kandidaten auf Diözesanebene. Es geht auch um
die Untersuchung, d.h. sorgfältige Prüfung der gesammelten Akten
(Positio) durch historische Experten und Theologen. Dann geht es um
die Wunderprüfung, also wird bei Bedarf die wissenschaftliche
und theologische Untersuchung der dem Kandidaten zugeschriebenen Wunder
untersucht. Und schliesslich die Entscheidung: Die Vorlage der Ergebnisse
gehen an den Papst, der die endgültige Entscheidung über die Selig- oder
Heiligsprechung trifft. (vn 6)
„Hoffen heißt teilnehmen“:
Adventsappell von Papst Leo
Zum
Beginn des Advents hat Papst Leo die Gläubigen dazu aufgerufen, die „Zeichen
der Zeit“ aufmerksam zu lesen und die christliche Hoffnung aktiv zu leben.
Advent bedeute nicht passives Warten, sondern Bereitschaft, sich von Gott
„einbeziehen“ zu lassen.
Weihnachten
offenbare einen Gott, „der Maria, Josef, die Hirten, Simeon, Anna und später
die Jünger ruft, teilzunehmen“, erinnerte Papst Leo. Daher gelte: „Hoffen
heißt teilnehmen“, so das Kirchenoberhaupt in der Katechese bei seiner
Sonderaudienz auf dem Petersplatz, zu der sich rund 30.000 Pilger eingefunden
hatten. Es war die erste öffentliche Audienz im Advent für Papst Leo, der erst
diesen Dienstag aus dem Libanon zurückgekehrt war. Die ursprünglich angesetzte
Generalaudienz am Mitwoch, 3. Dezember, war abgesagt worden, um ihm ein wenig
Erholung in Castel Gandolfo zu ermöglichen.
Das
Jubiläumsmotto „Pilger der Hoffnung“ sei kein kurzlebiger Slogan, betonte der
Papst in seiner heutigen Ansprache, sondern „ein Lebensprogramm“ für Menschen,
„die unterwegs sind und erwarten, aber nicht mit den Händen im Schoß, sondern
indem sie mitwirken“.
Leo
erinnerte in diesem Zusammenhang an die Lehre des Zweiten Vatikanischen
Konzils, dass niemand allein die Zeichen der Zeit deuten könne: „Gemeinsam, in
der Kirche und mit vielen Brüdern und Schwestern liest man die Zeichen Gottes,
der durch die geschichtlichen Umstände kommt.“ Der Glaube müsse sich im Alltag
bewähren – mit „Verstand, Herz und hochgekrempelten Ärmeln“.
Ein
zentrales Beispiel: Alberto Marvelli
Ein
zentrales Beispiel für gelebte christliche Hoffnung sei der selige Alberto
Marvelli, ein junger italienischer Ingenieur und Laienaktivist, der sich im
Zweiten Weltkrieg selbstlos für Verletzte und Geflüchtete engagierte. Seine
Hingabe habe gezeigt, „dass das Dienen am Reich Gottes Freude schenkt, auch
inmitten großer Risiken“. Marvelli starb mit 28 Jahren, nachdem er auf dem Weg
zu einer politischen Versammlung von einem Militärfahrzeug überfahren wurde.
Sein Leben zeige, dass „die Welt besser wird, wenn wir ein wenig Sicherheit und
Ruhe verlieren, um das Gute zu wählen“.
Es
gelte also, sich selbst zu prüfen, so die Einladung des Papstes: „Nehme ich an
irgendeiner guten Initiative teil, die meine Talente fordert? Habe ich den
Horizont und den Atem des Reiches Gottes, wenn ich einen Dienst tue? Oder tue
ich es murrend und beklage mich, dass alles schlecht läuft?“ Ein Lächeln sei
„das Zeichen der Gnade in uns“. Hoffnung sei immer gemeinschaftlich,
unterstrich Leo abschließend: „Niemand rettet die Welt allein. Und nicht einmal
Gott will sie allein retten… denn gemeinsam ist es besser.“
Der
heilige Nikolaus
Appelle
mit Blick auf die Weltlage gab es bei dieser Audienz keine, doch erinnerte
Papst Leo in seinen Grüßen an die polnisch-sprachigen Pilger daran, dass die
Kirche an diesem Samstag, 6. Dezember, den Gedenktag des Heiligen Nikolaus
begeht. Indem wir in der Liturgie an den heiligen Nikolaus erinnern, den
Bischof, der für seine Sensibilität gegenüber den Bedürftigen bekannt ist,
lernen wir, dass schenken glücklicher macht als empfangen, so der Papst.
Deutschsprachige
Grüße, ebenso wie Grüße in einigen anderen Sprachen (Chinesisch, Arabisch) gab
es an diesem Samstag keine. Diese Lesungen sind jeweils abhängig davon, wie
viele Gruppen aus den einzelnen Sprachregionen sich für die Audienzen anmelden. (vn
6)
KI ist kein Schicksal: Papst wirbt
für mündigen Umgang
Künstliche
Intelligenz mündig nutzen und gestalten: Papst Leo hat einem passiven Umgang
mit KI eine Absage erteilt. „Der Mensch ist dazu berufen, als Mitarbeiter am
Schöpfungswerk mitzuwirken und nicht nur passiver Konsument von Inhalten zu
sein, die durch künstliche Technologie erzeugt werden“, sagte er am Freitag
gegenüber Teilnehmern einer KI-Konferenz. Anne Preckel
Leo
XIV. empfing Mitglieder der Konferenz „Artificial Intelligence and Care of Our
Common Home“ im Vatikan. Die Tagung, die an diesem Freitagnachmittag in Rom
stattfindet, wurde von der Stiftung „Centesimus Annus“ in Kooperation mit dem
katholischen Universitäten-Netzwerk SACRU („Strategic Alliance of Catholic
Research Universities“) ausgerichtet.
„Der
Mensch ist dazu berufen, als Mitarbeiter am Schöpfungswerk mitzuwirken und
nicht nur passiver Konsument von Inhalten zu sein, die durch künstliche
Technologie erzeugt werden. Unsere Würde liegt in unserer Fähigkeit zu
reflektieren, frei zu wählen, bedingungslos zu lieben und authentische
Beziehungen zu anderen einzugehen“, erinnerte der Papst vor seinen Besuchern.
KI
= Reichtum und Macht?
Es
stelle sich heute die Frage, wie KI-Entwicklung wirklich dem Gemeinwohl dienen
könne und nicht dazu genutzt werde, bloß „Reichtum und Macht in den Händen
einiger weniger anzuhäufen“, rief Leo XIV. zum Nachdenken auf.
Künstliche
Intelligenz habe Einfluss auf kritisches Denken und Urteilsvermögen, Lernen und
zwischenmenschliche Beziehungen, sie eröffne „neue Horizonte für Kreativität,
werfe aber auch Bedenken auf. Der Papst nannte hier „mögliche Auswirkungen auf
die Offenheit der Menschheit für Wahrheit und Schönheit sowie auf ihre
Fähigkeit zum Staunen und zur Kontemplation“. Leo XIV. wünscht sich ein
Nachdenken über das Wesen des Menschen, um mit dieser Technologie angemessen
umgehen zu können.
Bei
seiner Audienz lenkte der Papst den Blick vor allem auf junge Generationen.
Auswirkungen von KI auf die intellektuelle und neurologische Entwicklung von
Kindern und Jugendlichen müssten sorgfältig untersucht werden. KI dürfe die
Entwicklung junger Menschen und die Entwicklung der Gesellschaft nicht
behindern.
„Die
neuen Generationen müssen auf ihrem Weg zur Reife und Verantwortung unterstützt
und nicht behindert werden. Das Wohlergehen der Gesellschaft hängt von ihrer
Fähigkeit ab, ihre Talente zu entfalten und mit Großzügigkeit und geistiger
Freiheit auf die Anforderungen der Zeit und die Bedürfnisse anderer zu
reagieren.“
Was
der Mensch ist - keine marginale Frage
Dass
wir heute auf riesige Daten- und Informationsmengen zugreifen könnten, bedeute
nicht, dass der Mensch dazu in der Lage sei, daraus „Sinn und Wert“ abzuleiten,
stellte der Papst klar. Dafür brauche es vielmehr eine Reflexion über
„Geheimnisse und Kernfragen unserer Existenz“. Die heute vorherrschende Kultur
und Wirtschaft werte eine solche Reflexion ab und mache sie lächerlich,
kritisierte Leo XIV.
KI
müsse dem Gemeinwohl, der Wahrheitssuche und der Geschwisterlichkeit dienen,
verdeutlichte der Papst einmal mehr. Es sei „unerlässlich“, junge Menschen zu
einem mündigen Umgang mit KI zu schulen. Dabei ermutigte der Papst zugleich zu
mehr Gestaltungswillen. KI ist kein passiv hinzunehmendes Schicksal, so Leo
XIV. sinngemäß.
„Um
gemeinsam mit unseren jungen Menschen eine Zukunft aufzubauen, die das
Gemeinwohl fördert und das Potenzial der künstlichen Intelligenz nutzt, ist es
notwendig, ihr Vertrauen in die Fähigkeit des Menschen, die Entwicklung dieser
Technologien zu steuern, wiederherzustellen und zu stärken. Dieses Vertrauen
wird heute zunehmend durch die lähmende Vorstellung untergraben, dass ihre
Entwicklung einem unvermeidlichen Weg folgt.“
Verpflichtung
für Gemeinwohl: neue Weichenstellung notwendig
Leo
XIV. rief zu einer grundsätzlichen Neuausrichtung der technologischen
Entwicklung auf – weg von Profit- und Machtinteressen, hin zu Partizipation und
Gemeinwohl. Es brauche „ein koordiniertes und konzertiertes Vorgehen von
Politik, Institutionen, Wirtschaft, Finanzwesen, Bildung, Kommunikation,
Bürgern und Religionsgemeinschaften“, so der Papst.
„Akteure
aus diesen Bereichen sind aufgefordert, eine gemeinsame Verpflichtung
einzugehen, indem sie diese gemeinsame Verantwortung übernehmen. Diese
Verpflichtung steht über allen parteipolitischen Interessen oder Gewinnen, die
sich zunehmend in den Händen einiger weniger konzentrieren. Nur durch eine
breite Beteiligung, die jedem die Möglichkeit gibt, mit Respekt gehört zu
werden, auch den Bescheidensten, wird es möglich sein, diese ehrgeizigen Ziele
zu erreichen.“
Die
Initiative und Forschung des SACRU-Centesimus-Netzwerkes sei in diesem Kontext
ein wertvoller Beitrag, lobte der Papst. Die Konferenzteilnehmer ermutigte er
dazu, ihre Arbeit mit Kreativität fortzusetzen.
Die
Päpstliche Akademie für das Leben lancierte 2020 mit Vertretern der
italienischen Regierung und aus der Tech-Branche ein
Selbstverpflichtungs-Programm für eine Ethik der Künstliche Intelligenz. Dem
sogenannten „Rome Call for AI Ethics“ schlossen sich seitdem Vertreter der
Politik, Wirtschaft und Religionen an. (vn 5)
Begegnung zwischen Deutscher
Bischofskonferenz und Koordinationsrat der Muslime
Den
Dialog in Zeiten der Polarisierung fortsetzen
Gestern
(4. Dezember 2025) hat in Germersheim das jährliche Treffen zwischen Vertretern
der Deutschen Bischofskonferenz und des Koordinationsrates der Muslime in
Deutschland (KRM) stattgefunden. Anlässlich des 60. Jahrestags der
Konzilserklärung Nostra aetate – Über das Verhältnis der Kirche zu den
nichtchristlichen Religionen lag ein inhaltlicher Schwerpunkt auf der
Entwicklung der christlich-muslimischen Beziehungen seit dem Zweiten
Vatikanischen Konzil. Des Weiteren fand ein offener Austausch zu aktuellen
Herausforderungen im interreligiösen Dialog statt. Dabei bot sich auch die
Gelegenheit, über die Haltung beider Religionsgemeinschaften zum Nahostkonflikt
sowie zu Tendenzen der gesellschaftlichen Polarisierung in Deutschland ins
Gespräch zu kommen.
Als
Gastgeber des Treffens betonte der Sprecher des Koordinationsrats der Muslime,
Ali Mete: „Die Erklärung Nostra aetate ist ein Meilenstein und Wendepunkt im
interreligiösen Dialog. Das vatikanische Dokument stellt auch heute eine
wichtige Basis für den gesellschaftlichen Zusammenhalt dar. Der KRM bekräftigt
sein Engagement, diesen Dialog mit allen Religionsgemeinschaften auf Augenhöhe
fortzuführen. In einer Zeit, die von Spannungen und Konflikten geprägt ist, ist
es für uns Religionsgemeinschaften wichtiger denn je, uns glaubwürdig für
Frieden, Gerechtigkeit und Toleranz einzusetzen. Unsere jeweilige religiöse
Lehre verpflichtet uns, uns gegen Hass, Gewalt und Diskriminierung zu stellen –
sei es hier in Deutschland, in der Ukraine oder im Nahen Osten.“
Vonseiten
der Deutschen Bischofskonferenz begrüßte Weihbischof Prof. Dr. Karlheinz Diez
(Fulda) die muslimischen Gesprächspartner. Als Mitglied der Unterkommission für
den Interreligiösen Dialog nahm er in Vertretung von Bischof Dr. Bertram Meier
(Augsburg) teil. Neben der bleibenden Bedeutung von Nostra aetate unterstrich
er, dass die katholische Kirche dem interreligiösen Dialog gerade auch unter
schwierigen Rahmenbedingungen verpflichtet bleibe: „Wir leben in einer Welt, in
der autoritäre Tendenzen vielerorts wieder im Aufwind sind. Wo das Recht des
Stärkeren propagiert wird, geraten die Menschenrechte schnell unter die Räder.
Während die Bereitschaft zu echter Solidarität abnimmt, wird der Drang zu
Nationalismus und Abschottung stärker. Wie soll es da möglich sein, die Logik
der Konfrontation zu überwinden? Es war Papst Franziskus, der uns immer wieder
anschaulich gezeigt hat, was es bedeutet, im Anderen nicht einen Gegner,
sondern den Nächsten zu sehen. Sein Weg war der Weg der Geschwisterlichkeit, dem
wir uns in unseren interreligiösen Begegnungen weiterhin verpflichtet wissen.
Christinnen und Christen stehen in der Verantwortung, die Menschenwürde aller
zu verteidigen, unabhängig von Herkunft oder Religion. Deshalb tritt die Kirche
auch niemals nur für ihre eigenen Rechte ein, sondern engagiert sich weltweit
für universelle Religionsfreiheit.“Hintergrund
Von
katholischer Seite haben neben den Mitgliedern und Beratern der Unterkommission
für den Interreligiösen Dialog der Deutschen Bischofskonferenz auch diözesane
Islambeauftragte an der Begegnung teilgenommen. Im 2007 gegründeten
Koordinationsrat der Muslime (KRM) sind aktuell die folgenden Verbände
vertreten: Türkisch-Islamische Union der Anstalt für Religion (DITIB), Islamrat
für die Bundesrepublik Deutschland (IRD), Zentralrat der Muslime in Deutschland
(ZMD), Union der Islamisch-Albanischen Zentren in Deutschland (UIAZD) und
Zentralrat der Marokkaner in Deutschland (ZRMD). Die katholischen und
muslimischen Dialogpartner haben vereinbart, dass sie sich jährlich als
Gastgeber für das Treffen abwechseln. Die Selimiye-Moschee in Germersheim, in
der das Treffen stattfand, gehört zu den Moscheegemeinden, die im Dezember 2024
unter dem Dach der Schura Rheinland-Pfalz – Landesverband der Muslime e. V.
einen Vertrag mit dem Land Rheinland-Pfalz geschlossen haben. 2024 wurde die
Selimiye-Moschee mit dem Integrationspreis der Stadt Germersheim
ausgezeichnet. Dbk 5
Papstwahl setzt Wikipedia-Rekord
Die
Wahl von Papst Leo XIV. hat ein weltweites Informationsinteresse ausgelöst. Auf
Wikipedia führte dies zu hohen Zugriffszahlen.
Die
Papstwahl hat im Jahr 2025 einen starken Anstieg der Abrufe auf Wikipedia
verursacht. Nach Angaben der Wikimedia Foundation zählte der Artikel über den
im Mai gewählten Pontifex mehr als 22 Millionen Seitenaufrufe und erreichte
damit Platz fünf der englischsprachigen Jahresrangliste.
In
der Mitteilung heißt es, dass zeitweise bis zu 800.000 Seitenaufrufe pro
Sekunde registriert wurden. Im Normalbetrieb liege der Durchschnitt bei etwa
130.000 Aufrufen pro Sekunde. Die Nachfrage nach Informationen über Leo XIV.
übertraf damit viele politische oder kulturelle Beiträge. Auch der Artikel über
Papst Franziskus verzeichnete anlässlich seines Todes einen deutlichen Anstieg
und belegte Platz elf.
Jahresranking
Der
meistgeklickte Eintrag der englischsprachigen Wikipedia war 2025 der Artikel
über Charlie Kirk, der im Sommer ermordet wurde. Die Seite wurde nach Angaben
der Stiftung etwa doppelt so häufig aufgerufen wie jene über Papst Leo XIV. Auf
Rang zwei lag die Lister der im Jahr 2025 Verstorbenen. Platz drei belegte der
Artikel über den Mörder Ed Gein (dessen Leben und Untaten erst kürzlich in
einer Netflix-Serie für ein größeres Publikum verarbeitet wurden) und auf Rang
vier folgte der Eintrag über den US-Präsidenten Donald Trump. (kna 4)
Bistum Eichstätt stärkt
Umweltmanagement
Das
Bischöfliche Ordinariat Eichstätt erfüllt weiterhin die Anforderungen der
europäischen Umweltmanagementnorm und wurde erneut für drei Jahre EMAS
zertifiziert. Das System wurde im Ordinariat bereits 2015 eingeführt und legt
besonderen Wert auf Energie- und Materialeffizienz sowie einen bewussten Umgang
mit Ressourcen.
EMAS
bedeutet Eco-Management and Audit Scheme. Nach Angaben des Bistums bestätigten
ein externer Prüfer sowie die Industrie- und Handelskammer München und
Oberbayern das Ergebnis.
Das
Bistum betrachtet EMAS als zentrales Instrument auf dem Weg zur
Treibhausgasneutralität. In den vergangenen zehn Jahren wurden zahlreiche
Maßnahmen umgesetzt. Das Ordinariat bezieht ausschließlich Ökostrom der
Stadtwerke Eichstätt, verwendet in den Büros fast nur Recyclingpapier und lässt
Druckaufträge, wenn möglich, klimaneutral ausführen.
Nächste
Schritte
„Zu
einem erfolgreichen Umweltmanagement gehört auch die Sensibilisierung der
Mitarbeitenden“, heißt es aus dem Bistum. Daher finden regelmäßig
Informationsveranstaltungen statt, unter anderem mit Hinweisen zur
Müllvermeidung und zum Energiesparen am Arbeitsplatz.
Als
nächster Schritt plant die Diözese eine softwaregestützte Energiedatenerfassung
aller EMAS-zertifizierten Gebäude, um weitere Einsparpotenziale zu erkennen.
Zudem wird geprüft, zusätzliche Photovoltaikanlagen auf Gebäuden des
Ordinariats zu installieren. Der Fuhrpark soll auf E-Mobilität umgestellt
werden. Darüber hinaus planen die Stadtwerke Eichstätt ein Nahwärmenetz, bei
dem die Diözese als einer der Projektpartner und größter Abnehmer vorgesehen
ist. (kna 4)
Beirut: Italienischer Priester
kämpft gegen Ausbeutung von Migranten
Mitten
in Beirut, in der Pfarrei St. Joseph Amonot, hat sich eine Anlaufstelle für
englischsprachige Migranten und Geflüchtete aus der ganzen Welt etabliert.
Geleitet wird sie von dem italienischen Priester Don Carlo Giorgi, einem
„jungen, alten Priester“ mit einer ungewöhnlichen Vorgeschichte: Der 57-Jährige
war vor seinem neunmonatigen Priesteramt und den neun Jahren im Libanon 20
Jahre lang als Journalist in Mailand tätig.
Salvatore
Cernuzio - Korrespondent im Libanon
Don
Giorgi, der dem Neokatechumenalen Weg angehört, dient in der Pfarrei, die zur
Heimat für Menschen geworden ist, die vor Armut und Gewalt flohen oder auf der
Suche nach Arbeit sind. „Unsere ist eine universale Messe für die ganze Welt.
Jeden Sonntagmorgen um 11 Uhr in St. Joseph ist wirklich die ganze Welt
versammelt“, beschreibt Don Giorgi das bunte Gemeindeleben.
Das
Kafala-System als große Not
Die
Migranten, die oft nicht die komplizierten Visa-Anforderungen europäischer
Länder erfüllen können, sehen im Libanon eine Zwischenlösung. Doch die Not ist
groß, besonders aufgrund des sogenannten Kafala-Systems.
Dieses
rechtliche System bindet Arbeitskräfte sehr streng an ihre Arbeitgeber, was oft
zu schweren Missbräuchen führt. „Der Arbeitgeber hat das Recht, dieser Person
den Pass zu entziehen, sie im Haus festzuhalten oder sie herauszulassen“,
erläutert Don Giorgi. Viele Migranten verlieren bei Jobverlust ihre Dokumente,
was sie schutzlos macht. Der Priester berichtet von der Mutter zweier Mädchen
aus seiner Pfarrei: „Nur weil sie die Dokumente nicht hatte, wurde sie
verhaftet und ist seit drei Monaten im Gefängnis. Sie hat nichts getan! Und die
Kinder sind jetzt ohne Mutter.“
„Welcome
home!“: Die Kirche als Zufluchtsort
Die
zentrale Aufgabe der Pfarrei ist daher, den Menschen „ein Zuhause“ zu geben.
Das Motto, mit dem der Pfarrer die Messe eröffnet, lautet konsequent: „Welcome
home! Willkommen zu Hause!“ Die spirituelle und materielle Hilfe ist umfassend:
Es gibt Bibelkurse, Sakramentenpastoral, und jede Woche bereitet eine andere
Gemeinschaft ein ethnisches Mittagessen für rund 200 Personen aus den
Philippinen, Sri Lanka, Nigeria und dem Sudan zu.
Das
Engagement der Pfarrei zeigte sich besonders während des Krieges, als die
Kirche ihre Türen für alle Flüchtlinge aus dem Süden öffnete, die alles durch
die israelischen Bombardierungen verloren hatten. Darunter waren auch Hunderte
Muslime. „Wir hatten die Möglichkeit, etwa hundert Muslime aufzunehmen, und die
Pfarrei wurde für mehrere Monate zu einem Schutzraum“, berichtet Don Giorgi.
Die Muslime seien erstaunt gewesen: „Mir haben mindestens drei Personen gesagt,
dass sie noch nie eine solche Liebe gesehen hatten.“
Für
Don Giorgi liegt der Sinn dieser Arbeit nicht in der Konversion: „Es geht nicht
darum, jemanden zu bekehren, sondern zu zeigen, dass das Evangelium wahr ist,
dass das Evangelium ein lebendiges Wort ist, das das Leben verändert und allem
Geschmack verleiht.“
Die
Hoffnung auf Papst Leo XIV.
Mit
Blick auf den Besuch von Papst Leo XIV. im Libanon betonte Don Giorgi, die
Worte des Papstes hätten ins Schwarze getroffen: „Die Kirche als Haus für
alle.“ Die libanesische Bevölkerung, die seit Jahrzehnten unter Konflikten
leidet, setze große Hoffnungen in den Besuch: „Die Leute hoffen zutiefst, dass
dieser Papst dem Krieg ‚ein Ende‘ setzt, dass er ein Wort spricht, das die
Herzen bekehren kann.“ Er appelliert an alle, dem Wort des Papstes zuzuhören,
damit tatsächlich etwas geschehen und der Krieg beendet werden könne. (vn 3)
Erzbischof
Burger und Bischof Wilmer zum 7. Armuts- und Reichtumsbericht der
Bundesregierung
Im
Bundeskabinett ist heute (3. Dezember 2025) der 7. Armuts- und Reichtumsbericht
der Bundesregierung vorgelegt worden. Der Vorsitzende der Kommission für
caritative Fragen der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Stephan Burger
(Freiburg), und der Vorsitzende der Kommission für gesellschaftliche und
soziale Fragen der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ
(Hildesheim), begrüßen den Bericht. Er ermögliche es, in einer langfristigen
und detaillierten Betrachtung Herausforderungen der wirtschaftlichen
Entwicklung und des Sozialstaates zu identifizieren. Die soziale Lage in
Deutschland könne so bewertet und, wo nötig, verbessert werden. Wörtlich
erklären die Bischöfe:
Erzbischof
Stephan Burger: „Soziale Maßnahmen müssen vor allem bei den Menschen ankommen,
die die größten Nöte haben. Der Bericht zeigt, dass derzeit die Möglichkeiten
der Unterstützung oft nicht in Anspruch genommen werden. Daher braucht es
umfassende Informationen und niedrigschwellige Angebote. Die systematische
Einbindung der Perspektive von Menschen mit Armutserfahrung in den Bericht ist
begrüßenswert. Eine Frage, die angesichts des demografischen Wandels, des
Fachkräftemangels und weiterer Faktoren zunehmend zu einer Frage von Arm und
Reich werden dürfte, ist die Sicherung einer menschenwürdigen Pflege für alle,
die sie aufgrund von Alter, Krankheit oder Behinderung benötigen. Hier braucht
es kluge politische Weichenstellungen und eine gesamtgesellschaftliche
Kraftanstrengung, um Lasten solidarisch und gerecht zu verteilen. Unser Dank
gilt allen, die sich haupt- oder ehrenamtlich für Menschen in Not engagieren.
Ihr caritativer und solidarischer Einsatz ist so unverzichtbar wie lobenswert.
Das ist tätige Nächstenliebe!“
Bischof
Dr. Heiner Wilmer SCJ: „Der 7. Armuts- und Reichtumsbericht der Bundesregierung
bestätigt, dass zu den häufigsten Ursachen für Armut Arbeitslosigkeit oder eine
Beschäftigung im Niedriglohnsektor zählen. Es muss daher ein politisches und
gesellschaftliches Anliegen bleiben, Menschen in angemessene Arbeit zu bringen
und sie dort zu halten. Arbeit bedeutet Broterwerb. Sie geht aber darüber
hinaus: Menschen können am Arbeitsplatz Sinn und Gemeinschaft erfahren. Das
haben wir bereits im April in unserem Dokument Die versöhnende Kraft der Arbeit
gesagt. Denn die Konsequenz von Armut ist oft der Verlust von sozialer,
gesellschaftlicher und politischer Teilhabe.“ Hintergrund
Die
Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen der Deutschen
Bischofskonferenz hat bereits im April 2025 die Bedeutung von Arbeit für die
Entfaltung der menschlichen Person sowie für ein gelingendes Miteinander in
ihrem Text Die versöhnende Kraft der Arbeit. Ein Impulspapier zum
gesellschaftlichen Zusammenhalt hervorgehoben. Dieses Dokument ist als
Broschüre in der Reihe Die Deutschen Bischöfe – Kommission für
gesellschaftliche und soziale Fragen (Nr. 57) erschienen und kann unter
www.dbk.de in der Rubrik Publikationen bestellt oder als PDF-Datei
heruntergeladen werden. dbk 3