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KI-generierte Inhalte können fehlerhaft sein.  Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso, gennaio 2026

                                  

Inhaltsverzeichnis

1.        2026: i possibili avvicendamenti nella Chiesa italiana. 1

2.        Papa Leone ai sindaci, dare spessore culturale e spirituale alle città. 1

3.        Diplomazia pontificia, un bilancio del 2025: numeri e curiosità. 1

4.        “La Famiglia, nido e culla di salvezza: quella di Dio”. 1

5.        Nelle diocesi italiane, si celebra il Natale e si chiude il Giubileo. 1

6.        Urbi et orbi di Natale: “Cristo Nostra Speranza rimane sempre con noi”. 1

7.        Natale: "Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona". 1

8.        L'albero di Natale, simbolo cristiano. 1

9.        Leone XIV: “formazione integrale antidoto agli abusi”. 1

10.  San Giuseppe ci mostra la via della piena realizzazione. IV Domenica di Avvento. 1

11.  Leone XIV, è possibile essere amici nella Curia Romana? Si agendo in Comunione per la Missione. 1

12.  La Presenza di Dio anche in cucina a Natale. 1

13.  L’ultima domenica di Avvento nelle diocesi italiane. 1

14.  Il Messaggio per la Pace di Papa Leone. 1

15.  Papa Leone XIV: l'inquietudine del cuore. 1

16.  I vescovi: la via Italiana per il dialogo. 1

17.  Incontro prenatalizio alla Missione di Kempten. 1

18.  Nel mondo cattolico l’atteggiamento verso i migranti è spesso condizionato da visioni errate. 1

19.  Appello per l’amnistia ai detenuti: “Offrire a tutti possibilità di ricominciare”. 1

20.  Gaudete. Il Signore è vicino. 1

21.  “Quando Dio viene nel mondo, si vede!”. 1

22.  “Chi si stanca di dialogare, si stanca di sperare la pace”. 1

23.  Vescovi europei. L’incontro della Sezione per le migrazioni 1

24.  Cei, una nuova Nota pastorale sull’insegnamento della religione. 1

25.  Incontro Migrazioni a Catania. “La Chiesa è accanto a chi migra”. 1

26.  L'identità europea si comprende solo in riferimento all’eredità cristiana. 1

27.  Mci di Kempten: festeggiati i 75 anni di p. Bruno. 1

28.  Concilio Vaticano II: 60 anni tra memoria e novità. 1

29.  “Nelle proposte formative sull’IA non si dimentichi l’etica”. 1

30.  Vaticano II: una svolta nella crisi?. 1

31.  Non solo fede: il presepe è arte, inclusione e memoria condivisa. 1

32.  Piena di grazia. Solennità dell'Immacolata Concezione. 1

33.  Convertitevi perché Dio è vicino. II Domenica di Avvento. 1

34.  Leone XIV: aiutare i giovani a osare di più, anche nell'IA. 1

35.  Un insegnante di religione sul recente sinodo. 1

36.  La dignità delle persone non si misura in ciò che possiedono. 1

37.  Commissione Petrocchi: confermato il no al diaconato femminile. 1

 

 

1.        Bischof Overbeck fordert „unbeirrbare Hoffnung“ für 2026. 1

2.        Pilgerboom im Vatikan: Über drei Millionen Gläubige bei Audienzen und Liturgien. 1

3.        Papst Leo XIV. zum Welttag des Friedens am 1. Januar 2026. 1

4.        Sternsinger-Start in Freiburg: Zusammen kann man viel schaffen. 1

5.        Papst betont Wert der christlichen Familie in despotischer Welt 1

6.        Heiliges Jahr 2025 in Deutschland offiziell beendet. 1

7.        Lasst uns Brücken bauen. 1

8.        Kardinal Reina schließt Heilige Pforte der Lateranbasilika. 1

9.        Stephanus-Tag: Der Glaube ist stärker als die Gewalt. 1

10.  Bischof Bätzing zum Weihnachtsfest. Eine heilsame Kraft der Menschheit. 1

11.  „Geschwisterlichkeit und Frieden sind keine Träumerei“. 1

12.  Gedanken von Päpsten zum Weihnachtsfest 1

13.  Bätzing für mehr gesellschaftlichen Zusammenhalt. 1

14.  60 Jahre Nostra Aetate: „Dialog ist fortlaufender Prozess“. 1

15.  Leo XIV.: Großes Schreiben zum Thema Priesteramt 1

16.  Solidaritätsbesuch von Bischof Bätzing im Heiligen Land. 1

17.  D/Heiliges Land: Hilfswerk fordert besseren Schutz für Christen. 1

18.  Heiliges Jahr stärkt Hoffnung. 1

19.  Verantwortung kennt keine Grenzen. 1

20.  Papst beschließt Jubiläumsaudienzen mit Appell für die Armen. 1

21.  Papst Leo XIV. an Kinder: „Frieden beginnt im Herzen“. 1

22.  Katholische Kirche kritisiert Rüstungsexporte. 1

23.  Technik, KI und Profit nicht vor Menschlichkeit stellen. 1

24.  Papst zum Weltfriedenstag: Frieden ist keine Utopie! 1

25.  ‚Economy of Francesco‘: „Gegenentwurf zu räuberischer Ökonomie“. 1

26.  Ein paar Zahlen und Fakten zu Weihnachten. 1

27.  USA: Bischöfe feiern Messe mit Migranten in Abschiebehaft. 1

28.  Fisichella: Heiliges Jahr ist eine außergewöhnliche Zeit. 1

29.  Familiensonntag 2025/2026. „Familie als Ort der Hoffnung“. 1

30.  Aufmerksam sein für Gottes Wirken in der Welt 1

31.  Weihnachtsgottesdienste: Nur jeder fünfte Deutsche plant Besuch ein. 1

32.  Frieden braucht die „Nähe des Herzens“. 1

33.  Migrantenseelsorge: Hoffnung zur Verwirklichung von Träumen. 1

34.  Was kirchliche Erneuerung bedeutet. 1

35.  Papst Leo verleiht Ratzingerpreis an Riccardo Muti 1

36.  Vatikan: Kein Zweckdenken in der Migrationsdebatte. 1

37.  Bischöfe stellen Impulse zur Zukunft der Sozialversicherungen vor. 1

38.  Papst verteidigt Europas zentrale Rolle in Friedensgesprächen. 1

39.  Erwachsenenkatechismus in neuer Onlineausgabe. 1

40.  EU-Bischöfe besorgt über Urteil zur Ehe. 1

41.  Redemptoris Mater Köln feiert 25 Jahre missionarische Priesterausbildung. 1

42.  Das Päpstliche Jahrbuch wird digital 1

43.  Mariä Empfängnis: Papst Leo betet erstmals an Mariensäule in Rom.. 1

44.  USA: Bischöfe werfen Trump Rassismus vor. 1

45.  Kard. Woelki zum Mitglied des Dikasteriums für die Selig- und Heiligsprechung ernannt. 1

46.  „Hoffen heißt teilnehmen“: Adventsappell von Papst Leo. 1

47.  KI ist kein Schicksal: Papst wirbt für mündigen Umgang. 1

48.  Begegnung zwischen Deutscher Bischofskonferenz und Koordinationsrat der Muslime. 1

49.  Papstwahl setzt Wikipedia-Rekord. 1

50.  Bistum Eichstätt stärkt Umweltmanagement. 1

51.  Beirut: Italienischer Priester kämpft gegen Ausbeutung von Migranten. 1

52.  Armut erkennen und handeln. 1

 

 

 

 

2026: i possibili avvicendamenti nella Chiesa italiana

 

Nel corso del 2026 diversi vescovi italiani compiranno 75 anni e saranno pertanto tenuti a presentare al Papa la rinuncia al loro ufficio come prescritto dalle norme canoniche - Di Marco Mancini

Roma. Nel corso del 2026 diversi vescovi italiani compiranno 75 anni e saranno pertanto tenuti a presentare al Papa la rinuncia al loro ufficio come prescritto dalle norme canoniche. E’ stato lo stesso Papa Leone XIV a ricordarlo ai vescovi italiani nel discorso tenuto ad Assisi lo scorso novembre durante l’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana. “ È bene che si rispetti la norma dei 75 anni per la conclusione del servizio degli Ordinari nelle diocesi e, solo nel caso dei Cardinali, si potrà valutare una continuazione del ministero, eventualmente per altri due anni”, sono state le parole del Pontefice pronunciate a Santa Maria degli Angeli.

Nel medesimo discorso Papa Leone ha anche ribadito l’intenzione – ove necessario – di proseguire nel percorso dell’accorpamento di alcune diocesi. “Le sfide dell’evangelizzazione e i cambiamenti degli ultimi decenni, che interessano l’ambito demografico, culturale ed ecclesiale – aveva osservato Leone XIV - ci chiedono di non tornare indietro sul tema degli accorpamenti delle diocesi, soprattutto laddove le esigenze dell’annuncio cristiano ci invitano a superare certi confini territoriali e a rendere le nostre identità religiose ed ecclesiali più aperte, imparando a lavorare insieme e a ripensare l’agire pastorale unendo le forze”. 

Al Nord Italia compiranno nel corso del 2026 i 75 anni Monsignor Mario Enrico Delpini, Arcivescovo metropolita di Milano, il 29 luglio e Monsignor Francesco Beschi, Vescovo di Bergamo, il 6 agosto.

Al Centro sarà la volta di Monsignor Fausto Tardelli, Vescovo di Pistoia e Vescovo di Pescia, il 5 gennaio; Monsignor Carlo Ciattini, Vescovo di Massa Marittima – Piombino, il 20 marzo e di Monsignor Francesco Manenti, Vescovo di Senigallia, il 26 giugno.

Al Sud invece compiranno 75 anni Monsignor Francesco Oliva, Vescovo di Locri – Gerace, il 14 gennaio; Monsignor Angelo Spinillo, Vescovo di Aversa, il 1° maggio; Monsignor Giuseppe Giuliano, Vescovo di Lucera – Troia, il 28 giugno; Monsignor Giuseppe Marciante, Vescovo di Cefalù, il 16 luglio; Monsignor Giovanni Accolla, Arcivescovo metropolita di Messina - Lipari - Santa Lucia del Mela, il 29 agosto.

Sono ancora in carica inoltre, nonostante il compimento dei 75 anni, Monsignor Bruno Forte, Arcivescovo metropolita di Chieti – Vasto, nato il 1° agosto 1949, prorogato per un biennio da Papa Francesco; Monsignor Tommaso Caputo, Arcivescovo-Prelato di Pompei, nato il 17 ottobre 1950; Monsignor Mario Toso, SDB, Vescovo di Faenza – Modigliana, nato il 2 luglio 1950; Monsignor Franco Maria Giuseppe Agnesi, Vescovo ausiliare di Milano, nato il 4 dicembre 1950; il Cardinale Oscar Cantoni, Vescovo di Como, nato il 1° settembre 1950; Monsignor Franco Giulio Brambilla, Vescovo di Novara, nato il 30 giugno 1949, prorogato da Papa Francesco per un biennio;  Monsignor Domenico Cornacchia, Vescovo di Molfetta - Ruvo - Giovinazzo – Terlizzi, nato il 13 febbraio 1950; Monsignor Domenico Sorrentino, Arcivescovo-Vescovo di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino e Arcivescovo-Vescovo di Foligno, nato il 16 maggio 1948, prorogato anch’egli da Papa Francesco.

Infine si attende la nomina del nuovo Arcivescovo metropolita di Sassari dopo il trasferimento nell’aprile scorso dell’Arcivescovo Gian Franco Saba alla guida dell’Ordinariato militare per l’Italia. Aci 30

 

 

 

 

 

Papa Leone ai sindaci, dare spessore culturale e spirituale alle città

 

L'udienza ai membri dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani - Di Angela Ambrogetti

Vaticano. Il potere come responsabilità e servizio, e "perché qualsiasi autorità possa esprimere queste caratteristiche, occorre incarnare le virtù dell’umiltà, dell’onestà e della condivisione".

Leone XIV lo ha detto ai membri dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani ricevuti in udienza questa mattina.  Ascolto "come dinamica sociale che attiva queste virtù" dice il Papa con l'attenzione ai più fragili. "La crisi demografica e le fatiche delle famiglie e dei giovani, la solitudine degli anziani e il grido silenzioso dei poveri, l’inquinamento dell’ambiente e i conflitti sociali sono realtà che non vi lasciano indifferenti" perché  "si diventa sindaci giorno dopo giorno, crescendo come amministratori giusti e affidabili".

Il Papa ricorda l'esempio del venerabile Giorgio La Pira e ricorda che "la coesione sociale e l’armonia civica richiedono in primo luogo l’ascolto dei più piccoli e poveri". E per questo esorta i sindaci ad essere "maestri di dedizione al bene comune, favorendo un’alleanza sociale per la speranza".

Un riferimento al Giubileo e alla "gioia di vivere" e una attenzione alla città che , dice il Papa, "conoscono purtroppo forme di emarginazione, violenza e solitudine che chiedono di essere affrontate". Leone XIV punta il dito "sulla piaga del gioco d’azzardo, che rovina molte famiglie. Le statistiche ne registrano in Italia un forte aumento negli ultimi anni. Come sottolinea Caritas Italiana nel suo ultimo Rapporto su povertà ed esclusione sociale, si tratta di un grave problema educativo, di salute mentale e di fiducia sociale". E poi i "disturbi psichici, depressioni, povertà culturale e spirituale, abbandono sociale. Sono segnali che indicano quanto ci sia bisogno di speranza. Per testimoniarla efficacemente, la politica è chiamata a tessere relazioni autenticamente umane tra i cittadini promuovendo la pace sociale".

Il Papa cita anche Don Primo Mazzolari,che diceva:"Il Paese ha bisogno anche di una maniera di sentire, di vivere, una maniera di guardarsi, una maniera di affratellarsi".

Ecco allora il compito della pubblica amministrazione per far "crescere i talenti delle persone, dando spessore culturale e spirituale alle città".

É la "logica di un’integrale promozione umana" ricorda Papa Leone XIV. aci 29

 

 

 

 

Diplomazia pontificia, un bilancio del 2025: numeri e curiosità

 

Quasi tutte coperte le nunziature apostoliche, e verso un nuovo ricambio generazionale. Il futuro della Segreteria di Stato. I numeri delle missioni della Santa Sede - Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano. Ci sono tre nunzi di un certo peso che dovranno lasciare l’incarico per aver raggiunto e superato i 75 anni, l’età della pensione. Il primo è il cardinale Christophe Pierre, nunzio negli Stati Uniti, la cui pensione (ha superato gli 80 anni, deve andare inderogabilmente) apre anche alla successione dell’ambasciatore del Papa in un posto chiave come Washington. Altro posto chiave presto vacante, la Terrasanta, perché il nunzio in Israele e e delegato apostolico a Gerusalemme e Palestina Tito Adolfo Yllana compirà 78. E poi la Siria, che ha come nunzio un altro cardinale, Mario Zenari, probabilmente chiamato alla pensione dal prossimo anno, dato che compirà 80 anni già il 5 gennaio.

Tuttavia, il ricambio generazionale quest’anno ha riguardato soprattutto la Segreteria di Stato. Miroslaw Wachowki, dopo quattro anni come “sottosegretario agli Esteri”, è stato inviato nella nunziatura chiave di Baghdad, mentre Monsignor Roberto Campisi, assessore della Segreteria di Stato, ha preso il posto di osservatore della Santa Sede presso l’UNESCO. C’è, dunque, un nuovo “vice ministro degli Esteri” in Segreteria di Stato, il monsignore romeno Mih?i?? Blaj, che prenderà in mano i dossier chiave, tra i quali quello del Vietnam e quello della Cina. Come assessore, invece, Leone XIV ha scelto fuori dalla Segreteria di Stato, chiamando il sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale Anthony Ekpo, che comunque era arrivato in dicastero dai ranghi della Terza Loggia e che ha scritto un libro di un certo successo sulla Curia romana.

Il ricambio generazionale ha riguardato anche le ambasciate presso la Santa Sede. C’è un nuovo ambasciatore residente, dalla Bielorussia, e una nuova ambasciata residente dal Kazakhstan, che sta sviluppando con la Santa Sede un dialogo sui temi interreligiosi.

La scomparsa di Papa Francesco nel corso dell’anno giubilare ha, giocoforza, fermato alcune attività diplomatiche. Il funerale di Papa Francesco è stato caratterizzato dall’incontro bilaterale tra il presidente USA Donald Trump e il presidente ucraino Volodomyr Zelensky, improvvisato nella Basilica di San Pietro dopo dei saluti con il presidente francese Macron e il premier inglese Starmer. Il cardinale Parolin, che al momento del funerale era decaduto dal suo incarico di Segretario di Stato vaticano, ha comunque incontrato Zelensky in un bilaterale nella Sala dei Concordati del Palazzo Apostolico, in maniera del tutto inusuale e fuori protocollo. Prosegue l’impegno della Santa Sede nel riportare a casa i bambini ucraini che si sono trovati in Russia, e Zelensky è stato già due volte in visita da Leone XIV a Castel Gandolfo, in Palazzo Barberini, che il Papa sta usando come residenza ogni volta che vuole “staccare”.

Leone XIV ha scelto anche un responsabile per i viaggi: monsignor José Nahúm Jairo Salas Castañeda,  Officiale della Sezione Affari Generali della Segreteria di Stato. Questi ha avuto come primo incarico l’organizzazione del viaggio di Leone XIV in Turchia e Libano, il primo viaggio internazionale del pontificato.

Da segnalare anche i buoni rapporti tra Cuba e Santa Sede, che hanno portato all’inizio dell’anno al rilascio di oltre 500 prigionieri politici. La Santa Sede, anche attraverso il Papa, ha dato più volte disponibilità per una mediazione sul conflitto in Ucraina, ma senza successo. Tra gli incontri di Leone XIV, quello con il governatore dell’Illinois, lo stato da cui proviene, Pritzker. Il colloquio avveniva alla vigilia di una legge sulla liberalizzazione dell’aborto che poi Pritzker ha firmato, dando ampie dichiarazioni sul suo colloquio con il Papa. Leone XIV ha però fermato la narrativa, sottolineando che la sua posizione, anche nell’incontro con Pritzker, era stata chiara e a favore della vita.

Tra le nunziature attualmente vacanti, Haiti (la cui situazione è stata nominata dal Papa nell’urbi et orbi di Natale), Sudan, Myanmar, Sri Lanka, Albania, Uganda, Congo, Gabon, Ecuador, Indonesia, Nicaragua. Da segnalare che il Nicaragua non ha nunzio dall’espulsione dell’arcivescovo Waldemar Sommertag nel marzo 2022, cui ha fatto seguito l’espulsione di tutti i diplomatici vaticani (i quali sono ora a San Salvador, mentre la nunziatura è presa in custodia dall’ambasciata di Italia a Managua) e a condizioni sempre più critiche per la Chiesa Cattolica, perché sacerdoti e religiosi espulsi continuano ad aumentare.

Il focus diplomatico della Santa Sede si è concentrato sulla Terrasanta, dove continua il conflitto che è seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre.

Nell’urbi et orbi di Natale, Leone XIV non ha menzionato la situazione in Nigeria, cui però aveva fatto riferimento in una delle conferenze improvvisate fuori da Palazzo Barberini a Castel Gandolfo. Non è stata menzionata nemmeno la situazione di Cipro, che invece era stata menzionata da Papa Francesco nell’urbi et orbi del Natale 2024. Il nord di Cipro è occupato da cinquanta anni, e si è costituito in uno Stato riconosciuto solo dalla Turchia. I nuovi equilibri geopolitici, con la Turchia sempre più presente, e la situazione in Terrasanta pone Cipro in una situazione complessa, che merita attenzione internazionale.

FOCUS NUNZIATURE

Tutti gli spostamenti dei nunzi del 2025

Il 14 gennaio, all’arcivescovo Gábor Pintér, nunzio in Nuova Zelanda e nelle Fiji, sono state aggiunte le nomine a rappresentante pontificio in Palau e nelle Micronesia e nel Vanuatu. Successivamente, riceverà anche l’incarico di nunzio Isole Cook, in Kiribati, nelle Isole Marshall, in Samoa e in Nauru, e quindi di delegato apostolico nell’Oceano Pacifico.

Il 15 gennaio Papa Francesco ha nominato monsignor Maurizio Bravi come nunzio apostolico in Papua Nuova Guinea e nelle Isole Salomone. Bravi, che era osservatore permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione Mondiale del Turismo, ha preso il posto di Maurizio Lalli, che era stato nominato nunzio a Papua ma non vi è mai arrivato perché fermato prima da una grave patologia.

L’Albania è vacante dal 21 gennaio 2025, quando l’arcivescovo Luigi Bonazzi ha lasciato dopo una lunga carriera diplomatica. Bonazzi è poi deceduto all’inizio di dicembre, per complicazioni dovute a una broncopolmonite. È andato in pensione il 13 febbraio l’arcivescovo Paul Tschang In-Nam, nunzio apostolico nei Paesi Bassi.

Il 15 marzo, Papa Francesco ha nominato nunzio apostolico in Burkina Faso Giancarlo Dellagiovanna, che fino a quel momento stava prestando servizio in Segreteria di Stato vaticana. Nello stesso giorno, Francesco aveva terminato la vacanza della nunziatura in Cile inviando come suo “ambasciatore” l’arcivescovo Kurian Mathew Vayalunkal, traferendolo dalla sede di Algeria e Tunisia.

Il 22 marzo, l’arcivescovo Bernardito Auza è stato nominato nunzio presso l’Unione Europea, andando a sostituire Noël Treanor, deceduto prematuramente. Auza veniva dall’incarico di nunzio in Spagna e, prima ancora, di Osservatore della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York.

Il 25 marzo, Ignazio Ceffalia, che fino a quel momento aveva servito nella nunziatura in Venezuela supplendo alla difficile vacanza del nunzio per diverso tempo, è stato nominato nunzio in Belarus. In quello stesso giorno, Papa Francesco ha nominato l’arcivescovo Brian Udaigwe nunzio apostolico in Etiopia, trasferendolo dal ruolo di nunzio in Sri Lanka, e poi l’arcivescovo Jean-Marie Speich nei Paesi Bassi. Quest’ultimo era stato fino a quel momento nunzio apostolico in Slovenia e delegato apostolico per il Kosovo.

Il 20 maggio, Leone XIV ha messo fine alla breve vacanza della nunziatura in Slovenia designando come suo “ambasciatore” a Lubiana l’arcivescovo Luigi Bianco, trasferito dal suo ruolo di nunzio in Uganda.

Il 23 maggio, è andato in pensione l’arcivescovo Ivo Scapolo, nunzio in Portogallo, lasciando a 70 anni, come è permesso solo ai rappresentanti pontifici, secondo un regolamento che li parifica agli ambasciatori degli altri Paesi.

Il 15 agosto, Eric Soviguidi è stato trasferito dall’incarico di Osservatore Permanente della Santa Sede all’UNESCO al ruolo di nunzio in Burkina Faso, cui ha poi aggiunto il ruolo di nunzio in Niger. Soviguidi ha sostituito l’arcivescovo Dellagiovanna appena cinque mesi dopo questi era stato inviato in Burkina Faso, senza che però sia stato reso noto il motivo né sia stata assegnata a Dellagiovanna una nuova sede.

Il 15 settembre, la breve vacanza di Spagna e Principato di Andorra è terminata con la nomina dell’arcivescovo Piero Pioppo a nunzio a Madrid. Pioppo era fino a quel momento nunzio in Indonesia e presso l’A.S.E.A.N.

Il 18 settembre, l’arcivescovo Miroslaw Wachowski è stato promosso dal suo incarico di sottosegretario per i Rapporti con gli Stati a nunzio in Iraq. In sei anni nella posizione di “viceministro degli Esteri” vaticano, Wachowski aveva curato la prosecuzione dei colloqui con la Cina per l’accordo sulla nomina dei vescovi e anche altri dossier chiave, come quello del Vietnam, che aveva portato alla nomina del primo rappresentante residente della Santa Sede ad Hanoi.

Il 3 novembre, Leone XIV ha dato all’arcivescovo Brian Udaigwe anche l’incarico di nunzio apostolico in Gibuti, Rappresentante Speciale presso l’Unione Africana e Delegato Apostolico in Somalia.

Il 22 novembre, alla vigilia del viaggio di Leone XIV in Turchia e Libano, il Papa ha nominato anche un nunzio in Algeria nella persona dell’arcivescovo Javier Herrera Corona, trasferito dall’incarico di nunzio in Repubblica del Congo e Gabon.

L’11 dicembre, invece, è stato nominato l’arcivescovo Andrés Carrascosa Coso come nunzio in Portogallo, trasferito dall’incarico di nunzio in Ecuador.

FOCUS AMBASCIATORI

Tutti gli ambasciatori accreditati nel 2025

Il 7 febbraio, Papa Francesco ha ricevuto le credenziali di Timur Primbetov, ambasciatore del Kazakhstan presso la Santa Sede. È il primo ambasciatore residente della nazione ex sovietica, toccata da Papa Francesco nel 2022 e impegnata con forza nel dialogo interreligioso. È stato l’ultimo ambasciatore ad aver presentato le credenziali a Papa Francesco, prima della morte del pontefice.

Il giro di credenziali è ripreso il 27 maggio, due settimane dopo l’elezione di Leone XIV. Il primo ambasciatore a presentare le credenziali al nuovo Papa è stato Hussein El Saharty, ambasciatore di Egitto presso la Santa Sede.

Il 3 giugno, Leone XIV ha ricevuto le credenziali dell’ambasciatore di Australia presso la Santa Sede Keith John Pitt, e nello stesso giorno anche Valdemar Suárez Diaz, ambasciatore della Repubblica Dominicana, ha presentato le sue credenziali.

Il 17 giugno, è stata la volta di David Medvabishvili, ambasciatore di Georgia presso la Santa Sede. Yury Ambrazevich, primo ambasciatore residente di Belarus presso la Santa Sede, ha presentato le credenziali al Papa il 21 giugno. Il 3 luglio, è stato da Papa Francesco Anthony Chung-Yi Ho, ambasciatore di Taiwan presso la Santa Sede. Chung prende il posto di Matthew Lee, che è stato per più di un decennio a Roma.

Il 28 agosto, Marcel Sene, ambasciatore del Senegal presso la Santa Sede, ha presentato le sue lettere credenziali, e il 5 settembre è stata la volta di Iván Velásquez Gómez, ambasciatore della Colombia.

Nominato dall’amministrazione Trump poco dopo l’inizio dell’amministrazione presidenziale, la conferma di Brian Burch come ambasciatore degli Stati Uniti da parte del Congresso ha impiegato molto tempo, anche a causa di un blocco democratico su alcuni voti. Finalmente, il 13 settembre, l’ambasciatore degli Stati Uniti ha potuto portare le sue lettere credenziali al primo Papa statunitense della storia.

Il 20 settembre, l’ambasciatore del Portogallo presso la Santa Sede, Maria Amélia Maio de Paiva, ha presentato le credenziali a Leone XIV, e il 9 ottobre è stata la volta dell’ambasciatore dell’Honduras, Gilliam Noemi Gómez Guifarro.

L’11 ottobre, Bruno Kahl, ambasciatore di Germania presso la Santa Sede, ha presentato le sue lettere credenziali. Prende il posto dell’ambasciatore Kotsch, chiamato ad un incarico nel governo.

Fadi Assaf, ambasciatore del Libano, ha presentato le credenziali a Leone XIV il 3 novembre, appena un mese prima del viaggio del Papa nel suo Paese.

Il 13 novembre, Ben Batabe Assorow, ambasciatore del Ghana, ha potuto presentare le credenziali al Papa, e il 15 novembre c’è stato il nuovo ambasciatore di Grecia, Despina Poulou.

Il 6 dicembre, Leone XIV ha ricevuto le credenziali di una serie di ambasciatori non residenti, e nell’occasione ha anche tenuto un discorso, in cui ha riaffermato “che la Santa Sede non resterà in silenzio di fronte alle gravi disparità, ingiustizie e violazioni dei diritti umani fondamentali nella nostra comunità umana e globale, sempre più divisa e prona ai conflitti”.

I nuovi ambasciatori erano: Farrukh Tursonov, dall’Uzbekistan; Gabriela Moraru, dalla Moldova; Essam Abdulaziz al-Jassim, dal Bahrein; Himalee Subhashini Arunatilaka, dallo Sri Lanka; Marghoob Saleem Butt dal Pakistan; Genevieve Kennedy dalla Liberia; Pannabha Chandraramya dalla Thailandia; Mafelile Molala dal Lesotho; Phaswana Cleopus Sello Moloto dal Sud Africa; Jovilisi Suveinakama dalle Fiji; Akillino Susaia dalla Micronesia; M?ris Selga dalla Lettonia; Sirpa Oksanen dalla Finlandia.

Il 19 dicembre, ha presentato le credenziali a Leone XIV Hyung Sik Shin, ambasciatore di Corea presso la Santa Sede, mentre il 20 dicembre è stata la volta di Leyde Ernesto Rodríguez Hernández, Ambasciatore di Cuba presso la Santa Sede. Cuba e Santa Sede festeggiano quest’anno i 90 anni di relazioni diplomatiche.

Nello stesso giorno, Koji Abe, ambasciatore del Giappone presso la Santa Sede, ha presentato le sue credenziali.

FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede alle Nazioni Unite di New York

La Santa Sede ha lo status di Osservatore Permanente presso le Nazioni Unite dal 1964. Non ha mai voluto lo status di Stato membro, nonostante questo fosse stato offerto più volte, per mantenere la propria libertà, evitare di votare (o non votare, che sarebbe comunque una presa di posizione) nelle risoluzioni sotto il Capo 7 della Carta ONU, che riguarda le dichiarazioni di guerra, e rimanere libera da qualunque politicizzazione.

Quest’anno, la Missione dell’Osservatore Permanente delle Nazioni Unite ha tenuto circa 53 interventi. Di questi, tre sono stati del Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, in occasione del premio Path to Peace che è stato conferito alla Segreteria di Stato vaticana, che ha coinciso anche con le celebrazioni per l’elezione di Leone XIV. Uno dalla professoressa Gabriella Gambino, sottosegretario del Dicastero Laici, Famiglia e Vita, che è stato capo delegazione della Santa Sede alla 69esima commissione sullo status delle donne che celebrava il trentesimo anniversario della Dichiarazione di Pechino. Sette dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, che ha partecipato all’assemblea generale delle Nazioni Unite che celebrava l’80esimo anniversario dell’organizzazione. Uno dall’arcivescovo Nugent, nunzio in Qatar, in occasione del secondo Summit mondiale lo sviluppo sociale organizzato dalle Nazioni Unite a Doha.

La Santa Sede alle Nazioni Unite di Ginevra

La missione di Ginevra è una missione di importanza centrale, perché non dedicata solo alle Nazioni Unite, ma anche all’UNCTAD, l’agenzia ONU per il Commercio; all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, tema cruciale per Papa Francesco; e al WIPO, l’Organizzazione Internazionale per la Proprietà Intellettuale dove si gioca la partita difficilissima dei brevetti dei vaccini.

Quest'anno, la missione ha distribuito 41 interventi. Da segnalare anche l’organizzazione di una conferenza per la cancellazione del debito estero, e diversi altri eventi di grande interesse portati avanti dalla missione.

La missione della Santa Sede a Vienna

La missione della Santa Sede a Vienna è casa del Rappresentante Permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OSCE), che la Santa Sede contribuì a fondare partecipando attivamente ai negoziati per il trattato di Helsinki nel 1975 e facendo includere in questo trattato il tema della libertà religiosa.

Questi è anche il rappresentante della Santa Sede verso l’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, di cui la Santa Sede è Paese fondatore.

Nel corso di quest’anno, la missione ha distribuito quindici interventi.

La Missione della Santa Sede alla FAO

Osservatore Permanente alla FAO e alle altre agenzie delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione è monsignor Fernando Chica Arellano, che non manca di sottolineare il problema della fame del mondo in diversi articoli per l’Osservatore Romano.

La rappresentanza della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa

La Santa Sede coopera con il Consiglio d’Europa dal 1962, e dal 7 marzo 1970 diventato Stato Osservatore. Al 2014, la Santa Sede aveva ratificato 6 convenzioni del Consiglio d’Europa e partecipato a diversi accordi parziali, sia come Stato membro che come Stato Osservatore.

La missione della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo ha lo scopo di intrattenere un dialogo costruttivo con i 47 Paesi membri del Consiglio e i 5 Paesi osservatori, allo scopo di appoggiare tutte le iniziative che puntino a costruire una società democratica fondata sul rispetto della dignità dell’essere umano.

Tra le attività della missione della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, quello di fare da trait d’union con MONEYVAL, il Comitato che valuta la trasparenza finanziaria dei Paesi che decidono di sottoporsi alla sua valutazioni. La Santa Sede è entrata nel processo MONEYVAL dal 2011, facendo una serie di progressi nell’attività finanziaria che sono stati certificati anche nell’ultimo rapporto sui progressi del dicembre 2017. L’ultimo rapporto MONEYVAL è stato pubblicato ad aprile 2021. Recentemente MONEYVAL ha accolto positivamente alcune riforme legislative della Santa Sede.

La missione della Santa Sede all’UNESCO

Sembra essere più silenziosa, la missione della Santa Sede all’UNESCO, l’agenzia ONU per la cultura. E durante quest’anno non sono stati diffusi interventi presso le assemblee dell’organizzazione, che vengono distribuiti con parsimonia.

L’Osservatore della Santa Sede all’Organizzazione Mondiale del Turismo

In pochi sanno che la Santa Sede ha un Osservatore anche all’organizzazione mondiale del Turismo. Dal 1988, si sono succeduti sette osservatori, e il penultimo è stato monsignor Maurizio Bravi, nominato nel 2016 e dall’inizio del 2025 inviato nunzio a Papua Nuova Guinea. Attualmente, la posizione è ricoperta da monsignor Jain Mendez, nominato il 1 settembre.

FOCUS TRATTATI

Per quanto riguarda accordi e concordati, si contano 261 accordi bilaterali della Santa Sede. Tra questi, alcuni sono modifiche di accordi, mentre altri sono accordi ancora in vigore. In tutto, secondo una relazione, ci sono 215 concordati e accordi tra la Santa Sede e 74 nazioni, e di questi 154 accordi sono stipulati con 24 nazioni europee. L’ultimo accordo è stato quello tra Santa Sede e Repubblica Ceca.

Va segnalato, tra i trattati, quello che ha definito lo status di un rappresentante residente della Santa Sede in Vietnam. È un passo verso i pieni rapporti diplomatici.

Santa Sede e Repubblica Italiana hanno stipulato quest’anno un accordo per un impianto agrivoltaico a Santa Maria di Ponte Galeria.

FOCUS NEWS

Terrasanta, il Cardinale Pizzaballa parla delle possibilità di pace

Nella Messa della notte di Natale nella Basilica della Natività di Betlemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha ricordato la situazione a Gaza, che ha visitato personalmente in occasione del Natale.

Il cardinale ha notato che “la sofferenza è ancora presente a Gaza”, e “le famiglie vivono in mezzo alle macerie”, in un futuro “fragile e incerto” causato da “scelte politiche, responsabilità umane, decisioni che spesso mettono gli interessi di pochi davanti a quelli di tutti”.

Il cardinale Pizzaballa ha detto che “il Natale ci invita a guardare oltre le logiche della dominazione, per riscoprire la forza dell’amore, della solidarietà e della giustizia”.

Dopo il viaggio in Mozambico: le impressioni del Cardinale Parolin

Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha concesso una intervista ai media vaticani a seguito del suo viaggio in Mozambico, dove è stato fino a Cabo Delgado, in una zona che ora è preda degli attacchi dell’ISIS.  

“Ho dedicato due giorni – ha detto il cardinale -  alla visita in Cabo Delgado per esprimere la vicinanza e la solidarietà della Chiesa universale e del Santo Padre alla popolazione che soffre per la violenza terroristica jihadista. Gli attacchi dei gruppi armati, che a partire dalla seconda metà del 2023 si sono estesi all’intera provincia di Cabo Delgado, hanno raggiunto pure le province di Nampula e Niassa”.

Parolin ha ricordato che il 6 settembre è stata uccisa la missionaria comboniana italiana Suor Maria De Coppi nella missione di Chipene, nella diocesi di Nacala e Provincia di Nampula, e che il conflitto a Cabo Delgado ha provocato 765 mila sfollati, secondo stime della fine del 2023.

Il 9 dicembre, Parolin ha visitato il campo di Naminawe, dove si trovano 9200 sfollati, e di questi circa 3700 bambini.

Il cardinale ha notato che questi “vivono in condizioni veramente disagiate. Nonostante l’appoggio di alcune organizzazioni caritative, accusano mancanza di cibo, di medicine e perfino di acqua potabile. E come se non bastasse, il ciclone Chido che ha colpito la zona a dicembre dell’anno scorso, ha severamente danneggiato le abitazioni costruite con materiali fragili”. 

Il Segretario di Stato vaticano ha poi sottolineato che “i bambini di quel campo, come le centinaia di migliaia negli altri campi disseminati in tutta la regione, rischiano di perdere il futuro perché non hanno sufficienti possibilità di istruzione. I giovani si sentono prigionieri come in un carcere a cielo aperto, perché mancando i mezzi di trasporto, non possono uscire per trovare dei piccoli lavori nelle città più vicine. È stata un’esperienza molto dolorosa. Tanta sofferenza, tanta tristezza, tante domande non risposte emergevano da quei volti!”

Parolin ha raccontato inoltre che “segnali di radicalizzazione cominciarono ad emergere in alcune zone della provincia di Cabo Delgado prima del 2017, a causa dell’azione di alcuni islamisti provenienti dalla Tanzania o transitati attraverso tale Paese. La violenza, che iniziò in quell’anno, si è poi aggravata a partire dal 2020. I gruppi armati, composti prevalentemente da adolescenti e giovani e raggruppati nell’Ahlu Sunna Wa Jama (ASWJ), associato allo Stato islamico, si ispirano all’ideologia della jihad e sognano di instaurare il Califfato. Ci sono stati e continuano ad esserci episodi di decapitazione di cristiani. Sebbene le cause profonde del conflitto siano numerose e complesse, non possiamo dimenticare che la religione, purtroppo, viene oggi usata da alcuni in maniera abusiva”.

Il cardinale ha notato che “per secoli le diverse religioni, in particolare il Cristianesimo e l’Islam, hanno convissuto in Mozambico in pace, armonia e rispetto reciproco. Oggi in Cabo Delgado, i terroristi sfruttano la povertà, la disoccupazione, il diffuso risentimento contro lo sfruttamento delle ingenti risorse locali che non apporta benefici visibili alla popolazione locale, le tensioni etniche e politiche, ecc. per attrarre i giovani”.

Anzi – ha aggiunto – “la popolazione musulmana locale, che costituisce la maggioranza della provincia di Cabo Delgado, si è opposta alla strumentalizzazione della religione, ma non mancano al suo interno crescenti simpatie per il movimento jihadista. Le moschee stanno progressivamente subendo un processo di radicalizzazione. La popolazione, soprattutto i cristiani e anche i musulmani moderati, vivono con paura e dolore. Alcuni dei nostri fedeli cattolici hanno affrontato la morte senza rinnegare la fede in Gesù crocifisso e risorto”.

Il cardinale ha poi parlato con commozione del lavoro della Chiesa sul campo, che non ha abbandonato le persone e ha avviato una grande azione umanitaria. Il cardinale ha fatto in particolare riferimento al servizio “concreto ed efficiente” della Caritas diocesana di Pemba.

Terrasanta, il nunzio nota che i cristiani non si arrendono

In una intervista ai media vaticani a seguito dell’incendio doloso dell’albero di Natale di Jenin, in Giordania, il nunzio in Israele, l’arcivescovo Adolfo Tito Yllana,  ha ribadito la condanna di un atto “che non aiuta la convivenza”, laddove cristiani (ortodossi e cattolici) vivono assieme.

Il nunzio ha affermato che i cristiani sono chiamati ad accogliere Gesù, cosicché “tutti, coloro che sono vicini e anche chi è più lontano, possano vedere come noi cristiani siamo riempiti della gloria, della gioia, che ci porta il dono dell’amore del Padre”.

Nigeria, liberi gli alunni rapiti nell’assalto ad una scuola cattolica

I 130 alunni rapiti nell’assalto alla scuola cattolica St. Mary di Papiri, in Nigeria, sono stati liberati il 21 dicembre. L’attacco alla chiesa, che si trova nello stato nigeriano di Niger, nella Nigeria centro-settentrionale, era avvenuto il 21 novembre.

In u comunicato diffuso dall’agenzia del Dicastero dell’Evangelizzazione Fides, la diocesi di Kontagora si è detta “profondamente grati al governo federale della Nigeria, al governo dello Stato del Niger, alle agenzie di sicurezza e a tutti gli altri partner i cui sforzi e interventi hanno contribuito al ritorno sane e salve delle vittime”, e ha espresso “il nostro sincero apprezzamento ai genitori, agli insegnanti, al clero, alle comunità religiose, alle organizzazioni umanitarie e al pubblico in generale per le loro preghiere, il loro sostegno e la loro solidarietà durante questo periodo difficile” continua il comunicato firmato da don Jatau Luka Joseph, Segretario diocesano.

Le autorità non hanno rivelato come sia avvenuto il rilascio né se siano stati pagati riscatti e nemmeno chi siano gli autori del rapimento di massa.

Nel suo comunicato, la diocesi di Kontagora sottolinea che “ulteriori aggiornamenti e informazioni, se necessario, saranno comunicati tempestivamente al pubblico attraverso canali appropriati e autorizzati, per garantire che tutte le dichiarazioni ufficiali siano accurate, trasparenti e chiare”. “La Diocesi si impegna a tenere completamente informate tutte le parti interessate mentre la situazione è ancora in evoluzione”.

Un primo gruppo di 100 ragazzi era stato liberato il 7 dicembre mentre una cinquantina di ragazzi si erano liberati da soli al momento del sequestro. Aci 27

 

 

 

 

 

“La Famiglia, nido e culla di salvezza: quella di Dio”

 

“Nella luce del Natale del Signore continuiamo a pregare per la pace, per le famiglie che soffrono a causa della guerra" - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. Domenica fra l’ottava di Natale, festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, Papa Leone XIV si affaccia alla finestra dello studio, nel Palazzo Apostolico Vaticano, per recitare l’Angelus con i fedeli in una Piazza San Pietro “illuminata” dall’albero di Natale e dal presepe. Il sole riscalda i tanti romani e i pellegrini che sono venuti a salutare il Papa.

“Oggi celebriamo la Festa della Santa Famiglia e la Liturgia ci propone il racconto della “fuga in Egitto – ricorda subito il Pontefice - È un momento di prova per Gesù, Maria e Giuseppe. Sul quadro luminoso del Natale si proietta infatti, quasi improvvisamente, l’ombra inquietante di una minaccia mortale, che ha la sua origine nella vita tormentata di Erode, un uomo crudele e sanguinario, temuto per la sua efferatezza, ma proprio per questo profondamente solo e ossessionato dalla paura di essere spodestato”.

“Nel suo regno Dio sta realizzando il miracolo più grande della storia, in cui trovano compimento tutte le antiche promesse di salvezza, ma questo lui non riesce a vederlo, accecato dal timore di perdere il trono, le sue ricchezze, i suoi privilegi”, spiega ancora Papa Leone XIV.

“A Betlemme c’è luce, c’è gioia. Ma di tutto ciò niente riesce a penetrare oltre le difese corazzate del palazzo reale, se non come eco distorta di una minaccia, da soffocare nella violenza cieca. Proprio questa durezza di cuore, però, evidenzia ancora di più il valore della presenza e della missione della Santa Famiglia che, nel mondo dispotico e ingordo che il tiranno rappresenta, è nido e culla dell’unica possibile risposta di salvezza: quella di Dio che, in totale gratuità, si dona agli uomini senza riserve e senza pretese”, commenta il Pontefice prima della preghiera mariana.

“In Egitto, infatti, la fiamma d’amore domestico a cui il Signore ha affidato la sua presenza nel mondo cresce e prende vigore per portare luce al mondo intero. Mentre guardiamo con stupore e gratitudine a questo mistero, pensiamo alle nostre famiglie, e alla luce che pure da esse può venire alla società in cui viviamo. Il mondo, purtroppo, ha sempre i suoi “Erode”, i suoi miti di successo ad ogni costo, di potere senza scrupoli, di benessere vuoto e superficiale, e spesso ne paga le conseguenze in solitudine, disperazione, divisioni e conflitti. Non lasciamo che questi miraggi soffochino la fiamma dell’amore nelle famiglie cristiane. Al contrario, custodiamo in esse i valori del Vangelo: la preghiera, la frequenza ai sacramenti – specialmente la Confessione e la Comunione – gli affetti sani, il dialogo sincero, la fedeltà, la concretezza semplice e bella delle parole e dei gesti buoni di ogni giorno”, è questo l’invito di Papa Leone nella Festa dedicata alla famiglia.

Subito dopo la recita dell’Angelus, il Papa passa ai consueti saluti. Saluti i gruppi presenti, come gli scout di Treviso e tanti altri. “Nella luce del Natale del Signore continuiamo a pregare per la pace, per le famiglie che soffrono a causa della guerra, per i bambini, gli anziani e le persone fragili. Affidiamoci alla Santa Famiglia di Nazareth”, conclude infine il Pontefice. Aci 28

 

 

 

 

 

Nelle diocesi italiane, si celebra il Natale e si chiude il Giubileo

 

La necessità della pace al centro delle riflessioni dei vescovi - Di Cesare Bolla

Roma. Sono state giornate intese quelle vissute nelle diocesi del mondo in questi giorni per il Natale e, domani, conclusione dell’anno giubilare a livello diocesano prima della conclusione del Giubileo che avverrà, con la chiusura della Porta Santa della Basilica di san Pietro il prossimo 6 gennaio.

“Natale è la vita vera, è accogliere il Signore che rende bella la nostra vita e ci fa entrare nella storia che non sono i grandi avvenimenti”, ha detto nell’omelia di Natale l’arcivescovo di Bologna, il card. Matteo Zuppi: “accogliamo il Verbo che si è fatto carne, perché oggi ci dona tutto quello che serve per la vita che non finisce e che nessuno può portar via: resiste al male e crea legami veri, quelli della comunione. Noi cerchiamo tutti l’amore e il Natale porta solo l’amore. Natale è una risposta, felicità vera perché ci chiede di vivere per qualcuno che non ci delude. Cambieremo noi stessi solo se impariamo ad amare Dio”. Il mondo “cerca luce vera, ha desiderio di futuro, di salvezza, di eterno e di quello che non finisce”, ha aggiunto il porporato sottolineando che “non si può vivere senza speranza. La speranza richiede responsabilità e il Natale è la responsabilità di un Figlio, di un Bambino per accoglierlo e farlo crescere in noi. Siamo oggi uomini del giorno perché il Verbo, che è il Principio di tutto, si fa visibile. Viene perché non possiamo vivere disprezzando quello Spirito che abbiamo dentro”. Il card. Zuppi, nella vigilia di Natale ha anche celebrato messa nella Hall Alta velocità della Stazione Centrale di Bologna e ha salutato, nel cortile della Curia, i rappresentanti delle Forze dell’Ordine che garantiscono la sicurezza anche nella Notte Santa e via radio le pattuglie e centrali operative di Polizia di Stato, Carabinieri,  Guardia di Finanza e Vigili del Fuoco. E nel giorno di Natale ha celebrato nella casa circondariale “Rocco D’Amato” di Bologna e ha partecipato al pranzo con i più fragili nella chiesa dell’Annunziata organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio della città.

“Siamo stati a Betlemme, là dove è nato il Principe della pace, il cui regno non ha fine, anche se adesso è un po’ disertata dai pellegrini e sarebbe, invece, molto importante che riprendessero i pellegrinaggi. Ma oggi questo invito, Venite adoremus, non ci costringe ad andare a Betlemme, perché celebriamo anche qui il mistero che ci salva – che proprio in Betlemme ha avuto origine – e che in ogni momento e situazione della storia viene accolto, adorato e dona la pace, così come cantano gli angeli”, ha detto l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini ricordando il recente viaggio dei vescovi lombardi in terra Santa. E commentando il Vangelo della nascita ricorda i pastori e l’annuncio che ricevono dall’Angelo: “perché l’angelo del Signore si presentò proprio a quei pastori che vegliavano nella notte facendo la guardia al proprio gregge? Io credo – ha detto - che l’angelo abbia visitato diverse case e luoghi di vita per portare il lieto annuncio. Si presentò, infatti, in primo luogo nei lussuosi palazzi dei ricchi. Ma i ricchi lo cacciarono via”. E poi i pastori:  “in quella notte, in ogni notte coloro che ascoltano l’angelo furono così avvolti di luce e il cantico delle schiere celesti li incantò nella notte”. “Non mandate via gli angeli – il monito del presule ambrosiano - piuttosto credete all’annuncio della gioia e mettetevi in cammino per cercare Gesù. Credete alla promessa della gioia: la troverete là dove abita il Signore, nella parola che viene proclamata, nel silenzio in cui c’è lo spazio perché l’annuncio possa essere ascoltato, nel mistero che celebriamo. Ascoltate la voce dell’angelo e credete alla promessa della gioia: là troverete là dove il Signore vi manda per praticare il suo comandamento, per amare, servire, perdonare, per annunciare il Principe della pace”. “Siate voi gli angeli che portano una notizia di vita e un annuncio di gioia perché questo mondo non muoia di tristezza e di disperazione, ma sia il luogo in cui le donne e gli uomini imparano a diventare figli di Dio”, ha concluso Delpini che dopo la celebrazione ha partecipato al pranzo con gli ospiti dell’Opera Cardinal Ferrari. 

“Adoriamo il Signore Gesù, nostro fratello e redentore, che ci ha permesso di diventare figli di Dio, rendendoci partecipi della sua natura divina. Ciò che Cristo è per natura, noi uomini, rinati nelle acque del Battesimo, lo diventiamo per grazia”, ha detto il vescovo di Como, il card. Oscar Cantoni:  “non solo ha restaurato la nostra dignità umana come immagine di Dio, ma ci ha resi partecipi della sua natura divina, così che un Padre della Chiesa (s. Atanasio) è giunto all’ardita affermazione che ‘il Figlio di Dio si è fatto uomo perché noi potessimo essere divinizzati’, ossia capaci di amare come Dio ama, fino a essere capaci di dare la vita, come ha fatto Gesù. La divinizzazione consiste per noi nella piena umanizzazione”. Per giungere a questa meta, è “necessario che il nostro cuore batta all’unisono col cuore di Gesù.  Purifichiamolo da tutto ciò che è orgoglio, che è durezza, disordine e ogni tiepidezza. Lasciamo che il Signore ci riempia del suo amore divino, così che né gli avvenimenti quotidiani, né le circostanze della vita possano riuscire a sconvolgerlo, e nel suo amore, possiamo trovare la nostra pace, che a nostra volta possiamo comunicare agli altri nostri fratelli e sorelle in umanità”.

“Mentre volge a conclusione il tempo di grazia dell’anno giubilare, la divinizzazione della natura umana è fondamento della speranza cristiana”, ha detto il vescovo di Sora-Cassino-Aquino – Pontecorvo, Gerardo Antonazzo: la generazione a “figli di Dio” orienta “irrevocabilmente il cammino di pellegrini verso la meta definitiva: ‘Quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è’ (1Gv 3,3). Quando questo si compirà in pienezza, sarà gioia piena e vita eterna. Ogni speranza sarà compiuta”.

Mentre l’Anno giubilare volge al termine “chiediamoci se il Natale cristiano ci appartiene ancora o se il nostro Natale è, ormai, postcristiano, ossia se è il Natale del consumismo, in tutte le sue forme e declinazioni, il Natale ridotto agli auguri di buone feste o, addirittura, alla festa delle luci d’inverno”, ha detto il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia aggiungendo che con il Natale cristiano, “l’impossibile accade! Il Natale cristiano è, quindi, far nostro l’impossibile che accade: Dio si fa uomo e ci introduce nella logica dell’incarnazione di Betlemme e di Nazareth (non una teoria astratta), ossia conta chi per il mondo ‘non’ conta”.  Per Moraglia il Natale cristiano è “l’impossibile che si realizza, perché Dio ha tempo per noi e il Dio cristiano include veramente la creazione volendola elevare ad un’intimità particolare; Dio, grembo materno e principio fecondativo. Insieme a loro ci sono i pastori e i Magi. Pur con le differenze che li caratterizzano, i pastori e i Magi rappresentano i bambini e i poveri che vengono per primi ad adorare il mistero di Dio che si fa uomo. Importante è notare come la povertà di spirito – e apertura a Dio – e va al di là ed oltre quella materiale”. Il Natale – ha quindi detto il patriarca di Venezia - è “il dono della pace; ciò di cui noi, in questo tempo, abbiamo bisogno e ne avvertiamo la nostalgia, soprattutto per le guerre a Gaza e in Ucraina, senza dimenticare le altre 60 guerre che si combattono, oggi, nel mondo, non meno crudeli di quelli a noi più note; il fatto è che sono più lontane e, quindi, meno conosciute ma non per questo meno sanguinose”.

“Dio in Gesù si fa carne e noi, uomini e donne di carne, possiamo comprendere pienamente quanto Dio ci ami, quanto Dio si sia abbassato per innalzarci, quanto desideri riempirci della sua luce, della sua vita, del suo amore perché noi, a nostra volta, nella nostra carne portiamo a tutti i segni concreti della sua vicinanza, del senso che vuol dare alla nostra vita e alla vita di coloro che incontrandoci devono incontrare Dio”, ha detto il vescovo di Tivoli e Palestrina, Mauro Parmeggiani: “Se non avessimo Dio che si è fatto uomo per noi saremmo rimasti come in sospeso anche nella fede. Infatti Dio si è fatto carne perché ci ha visti assetati di conoscenza, smarriti, pieni di interrogativi e poveri di risposte plausibili sul senso della vita. Il Figlio di Dio viene a comunicarci ciò che è assolutamente necessario sapere, se vogliamo trascorrere razionalmente e consapevolmente i nostri anni”.

“Dio non consegna una teoria, ma una presenza”, ha detto il vescovo di Vicenza, Giuliano Brugnotto: “la Chiesa ci fa celebrare il Natale non solo come ricordo commovente di una nascita del passato, ma come annuncio per l’oggi.  Un evangelo – buona notizia – che cambia la misura della vita”. Quel Bambino “non è soltanto segno di tenerezza; è la maniera di Dio di prendere parola dentro la nostra carne. Un Dio che non rimane lontano, non parla da sopra le nuvole, non si protegge con la distanza. Si espone. E l’esposizione di Dio comincia in un luogo dove nessuno lo cercherebbe: un riparo di fortuna, come i portici della nostra città o quelli che salgono a Monte Berico dove c’è sempre qualcuno che trova riparo per la notte”, ha spiegato il presule.

“Noi viviamo in un mondo che non è più lo stesso dopo la terza guerra mondiale a pezzi, le ferite non ancora rimarginate delle alluvioni, il continuo calo demografico, lo spopolamento delle aree interne, i giovani che migrano per motivi di lavoro e i tanti altri fattori di cambiamento culturale e sociale”, ha detto il vescovo di Faenza-Modigliana, Mario Toso. In un tempo di “disillusioni, di promesse allettanti, ma anche cruciali, quali quelle offerte dall’intelligenza artificiale, il Natale di Gesù, del Figlio di Dio, è sempre l’occasione di una rinascita, del ritorno in noi stessi, per uno sguardo disincantato sulle nostre reali condizioni storiche, dal punto di vista culturale, civile, economico, politico, ecologico, religioso. Il Natale potrebbe essere l’occasione per un bilancio più realistico sui risultati dei mancati traguardi nelle alleanze con altri Paesi in vista della pace tanto invocata, della crisi dello Stato sociale, della democrazia partecipativa e deliberativa, dell’Unione Europea, del suo ruolo nel mondo”. I credenti per il loro battesimo sono “chiamati – ha detto Toso - non solo a contemplare la regalità di Cristo, ma a partecipare ad essa, ad estenderla. Sono chiamati a servirla e a testimoniarla con la vita. Innanzitutto, vivendo nelle nostre comunità la pace che Cristo dona a tutti i suoi discepoli”.

“Annunciare e custodire il vero Natale di Gesù è il “compito” della Chiesa e dei cristiani ha detto il vescovo di Aversa, Antonio Di Donna. Mettendo in guardia da quelli che “addomesticano” il significato autentico della “memoria sovversiva” della nascita del Salvatore. Per vivere in profondità la grandezza i giorni di festività natalizie, bisogna avere il coraggio di “prendere sul serio” e “attraversare” le “diverse ragioni” che ostacolano e “svuotano dall’interno questa memoria forte del Natale del Signore”.  Secondo Di Donna, nei Paesi dell’Occidente europeo “Dio è diventato estraneo” alla vita delle persone, che considerandolo “quasi inutile” lo hanno “liquidato” e “relegato ai margini”, ridotto ad una “entità impersonale”. Aci 27

 

 

 

 

 

 

 

Urbi et orbi di Natale: “Cristo Nostra Speranza rimane sempre con noi”

 

Il primo urbi et orbi di Leone XIV, “Gesù nostra pace, perché ci libera dal peccato e ci indica la via per uscire dai conflitti”. La responsabilità via della pace. Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano. Dalla Terrasanta la cui sofferenza ha ascoltato e toccato con mano fino all’Asia del Sud colpita da calamità naturali. Dalle tensioni tra Cambogia e Tailandia fino agli appelli per un’Europa che si ricordi cristiana e un’America Latina nel mezzo dei problemi sociali e politici, con una menzione speciale per la martoriata ucraina. Nel suo primo urbi et orbi del giorno di Natale, Leone XIV, come tutti i pontefici, guarda al mondo intero, rinnova l’appello di pace, e ricorda che Cristo “nostra speranza rimane sempre con noi”, anche dopo l’Anno Santo che volge al termine, sottolineando che la via della pace è prima di tutto “la responsabilità”.

Leone XIV ha raggiunto la Loggia delle benedizioni dopo un passaggio in piazza, in papamobile, per salutare le 3 mila persone che si erano radunate lì per la Messa, e che sono quasi triplicate mentre si avvicinava il momento della benedizione urbi et orbi, fino ad un numero di 26 mila persone notificato dalla Sala Stampa della Santa Sede, nonostante la leggera pioggia.

Con Leone XIV, tornano anche le piccole tradizioni del Natale, come gli auguri che il Papa proclama dalla Loggia delle Benedizioni in varie lingue, a testimonianza dell’universalità della Chiesa. Il Papa fa gli auguri in italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, polacco, arabo e persino in cinese, prima di concludere con gli auguri in latino, che resta ancora la lingua della Chiesa. Dieci lingue, poi la preghiera dell'Angelus e quindi la benedizione.  

Leone XIV guarda prima di tutto al dato storico. Nota che “il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, non viene accolto e la sua culla è una povera mangiatoia per gli animali”. Perché  “il Verbo eterno del Padre, che i cieli non possono contenere ha scelto di venire nel mondo così. Per amore ha voluto nascere da donna, per condividere la nostra umanità; per amore ha accettato la povertà e il rifiuto e si è identificato con chi è scartato ed escluso”.

La vita del Figlio di Dio è caratterizzata dalla scelta – nota il Papa – “di non far portare a noi il peso del peccato, ma di portarlo lui a noi, di farsene carico”. Ma se questo lo poteva fare solo il Figlio di Dio, noi possiamo “assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità”, perché, come diceva Sant’Agostino – dice il Papa agostiniano – “Dio, che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi”, cioè “senza la nostra libera volontà di amare”.

“Chi non ama non si salva, è perduto”, afferma Leone XIV. La via della pace è “la responsabilità”, perché “se ognuno di noi – a tutti i livelli –, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe”.

Leone XIV sottolinea: “Gesù Cristo è la nostra pace prima di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali. Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace”.

E con la grazia di Gesù “possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”.

La panoramica dello “stato del mondo” comincia con il saluto a “tutti i cristiani, in modo speciale quelli che vivono nel Medio Oriente”. Il Papa ricorda il suo viaggio in Libano, dice di aver ascoltato le paure dei cristiani che vivono là e di “conoscere bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano”.

Leone XIV invoca “giustizia, pace e stabilità” per Libano, Palestina, Israele e la Siria. Affida al principe della pace “tutto il continente europeo”, chiedendo allo stesso tempo di “continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno”.

Leone XIV invita a pregare “in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”, ma chiede anche “pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo”.

Leone XIV guarda ai conflitti in Sudan, nel Sud Sudan, in Mali, in Burkina Faso e in Repubblica Democratica del Congo (ma senza menzionare la difficile situazione in Nigeria). Cita in modo particolare la situazione ad Haiti, facendo appello perché “cessi ogni forma di violenza nel Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione”.

Quindi, si sofferma sull’America Latina, chiede che “quanti hanno responsabilità politiche” nel subcontinente siano ispirati “perché, nel far fronte alle numerose sfide, sia dato spazio al dialogo per il bene comune e non alle preclusioni ideologiche e di parte”.

Il Papa poi porta attenzione sul Myanmar, prega per “un futuro di riconciliazione” nel Paese, che “ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani”.

Al Principe della Pace, Leone XIV chiede “che si restauri l’antica amicizia tra Tailandia e Cambogia e che le parti coinvolte continuino ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace”, e gli affida anche “le popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Oceania, provate duramente dalle recenti e devastanti calamità naturali, che hanno colpito duramente intere popolazioni”.

Ma se la responsabilità è la via della pace, allora va rinnovato “con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre”, perché “nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi”.

E allora Gesù si immedesima “con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane”.

Infine, il Papa sottolinea che “tra pochi giorni terminerà l’Anno giubilare. Si chiuderanno le Porte Sante, ma Cristo, nostra speranza, rimane sempre con noi! Egli è la Porta sempre aperta, che ci introduce nella vita divina. È il lieto annuncio di questo giorno: il Bambino che è nato è il Dio fatto uomo; egli non viene per condannare, ma per salvare; la sua non è un’apparizione fugace, egli viene per restare e donare sé stesso. In Lui ogni ferita è risanata e ogni cuore trova riposo e pace”. aci 25

 

 

 

 

 

Natale: "Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona"

 

Il Papa nell'omelia della Messa delle Notte di Natale: " La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente" - Di Marco Mancini

Città del Vaticano. Papa Leone XIV ha presieduto questa sera nella Basilica Vaticana, per la prima volta nel suo pontificato, la Messa della Notte di Natale.

“In questa notte – ha esordito il Papa nell’omelia, citando la Scrittura -il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.  Oggi – ha aggiunto Papa Leone – “viene Colui senza il quale non saremmo stati mai. Vive con noi chi per noi dà la sua vita, illuminando di salvezza la nostra notte. Non esiste tenebra che questa stella non rischiari, perché alla sua luce l’intera umanità vede l’aurora di una esistenza nuova ed eterna. È il Natale di Gesù, l’Emmanuele”.

“Nel Figlio fatto uomo – ha osservato - Dio non ci dona qualcosa, ma Sé stesso. Nasce nella notte Colui che dalla notte ci riscatta: la traccia del giorno che albeggia non è più da cercare lontano, negli spazi siderali, ma chinando il capo, nella stalla accanto. Il chiaro segno dato al mondo buio è infatti un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia  Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce. È divino il bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con tutti i suoi fratelli. La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente. Per illuminare la nostra cecità, il Signore ha voluto rivelarsi da uomo all’uomo, sua vera immagine, secondo un progetto d’amore iniziato con la creazione del mondo”.

“Finché la notte dell’errore oscura questa provvidenziale verità, allora - ha detto ancora il Papa citando Benedetto XVI -non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri. Così attuali, le parole di Papa Benedetto XVI ci ricordano che sulla terra non c’è spazio per Dio se non c’è spazio per l’uomo: non accogliere l’uno significa non accogliere l’altro. Invece là dove c’è posto per l’uomo, c’è posto per Dio: allora una stalla può diventare più sacra di un tempio e il grembo della Vergine Maria è l’arca della nuova alleanza”.

“Ammiriamo- è l’invito di Leone XIV-, la sapienza del Natale. Nel bambino Gesù, Dio dà al mondo una vita nuova: la sua, per tutti. Non un’idea risolutiva per ogni problema, ma una storia d’amore che ci coinvolge. Davanti alle attese dei popoli Egli manda un infante, perché sia parola di speranza; davanti al dolore dei miseri Egli manda un inerme, perché sia forza per rialzarsi; davanti alla violenza e alla sopraffazione Egli accende una luce gentile che illumina di salvezza tutti i figli di questo mondo”.

“Mentre un’economia distorta – ha ammonito il Papa nell’omelia - induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù. Ci basterà questo amore, per cambiare la nostra storia? La risposta viene appena ci destiamo, come i pastori, da una notte mortale alla luce della vita nascente, contemplando il bambino Gesù. Sopra la stalla di Betlemme, dove Maria e Giuseppe, pieni di stupore, vegliano il Neonato, il cielo stellato diventa «una moltitudine dell’esercito celeste». Sono schiere disarmate e disarmanti, perché cantano la gloria di Dio, della quale la pace è manifestazione in terra: nel cuore di Cristo, infatti, palpita il legame che unisce nell’amore il cielo e la terra, il Creatore e le creature”.

“Ora che il Giubileo – ha concluso il Pontefice - si avvia al suo compimento, il Natale è per noi tempo di gratitudine e di missione. Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al mondo. La contemplazione del Verbo fatto carne suscita in tutta la Chiesa una parola nuova e vera: proclamiamo allora la gioia del Natale, che è festa della fede, della carità e della speranza. È festa della fede, perché Dio diventa uomo, nascendo dalla Vergine. È festa della carità, perché il dono del Figlio redentore si avvera nella dedizione fraterna. È festa della speranza, perché il bambino Gesù la accende in noi, facendoci messaggeri di pace. Con queste virtù nel cuore, senza temere la notte, possiamo andare incontro all’alba del giorno nuovo”.

Prima di iniziare la Messa, Papa Leone - che per la prima volta dall'inizio del pontificato ha indossato la fascia bianca con il suo stemma papale ricamato - si era recato sul sagrato della Basilica per salutare e benedire i fedeli che non sono potuti entrare all’interno per seguire la Messa.

"La Basilica di San Pietro - ha detto il Papa - è molto grande, ma purtroppo non è abbastanza grande da accogliere tutti voi. Tante grazie per essere venuti qui questa sera. Vogliamo celebrare insieme la festa di Natale. Gesù Cristo che è nato per noi ci porta la pace, ci porti l’amore di Dio". Aci 24

 

 

 

 

 

L'albero di Natale, simbolo cristiano

 

La storia dell'albero di Natale, albero della vita, simbolo del Sacro Legno della Croce - Di Antonio Tarallo

Roma. Luci, profumi, colori, sentimenti soprattutto, che si mescolano e che rivivono ogni otto dicembre in quell’albero - sia esso piccolo o grande, vero o finto - che non può mancare in ogni casa: è l’albero di Natale che accompagnerà le nostre festività, che vedrà famiglie riunite a celebrare la Natività di Gesù Bambino.  Di solito, posto vicino al presepe, simbolo - per tutti - cristiano. Ma anche l’albero non è da meno in merito al simbolismo cristiano: ciò non sempre si ricorda, pensando che sia semplicemente una tradizione cosiddetta “pagana”. Eppure, proprio quell’abete evoca sia l’albero della vita piantato al centro dell’Eden, sia l’albero della croce di Cristo. Secondo tradizioni nordiche, addirittura, l’albero deve essere ornato con mele (in ricordo dell’albero dell’Eden) e ostie (simbolo di Cristo fatto carne) sospese ai verdi rami; inoltre, tra i doni posti sotto l’albero, non dovrà mancare il dono per i poveri.

In fondo, se volessimo fare un enorme salto nella storia, fin dall’antico Egitto proprio l’abete veniva considerato l’albero della natività, pianta sotto cui era nato il dio di Biblos. In Grecia l’abete era l’albero sacro di Artemide, protettrice delle nascite. Presso le popolazioni dell’Asia settentrionale, l’abete era considerato l’albero cosmico, piantato in mezzo all’Universo. Il significato cristiano dell’albero di Natale ha un’origine propria che risale ad una tradizione medievale, le rappresentazioni dei misteri che si svolgevano per le feste più importanti del calendario religioso: ci sono i “Misteri pasquali” e quelli di Natale.

Riguardo a quest’ultimi, durante la Santa Notte della Veglia del 24 dicembre, si metteva in scena, davanti ai portali delle chiese, la storia del peccato originale nel Paradiso. Nella Bibbia, come sappiamo bene, non viene certamente indicata la specie dell’albero; ogni nazione identificava l’albero del peccato originale con le piante locali. Fu in Germania che nacque la tradizione dell’abete: ovviamente, in quel periodo dell’anno, era assai difficile trovare un melo in fiore e così la scelta cadde su un albero sempreverde, l’abete appunto.

A questo si decise di appendere delle mele (quelle che poi più avanti saranno le nostre “palle di Natale”) per dare all’albero l’immagine della pianta dell’Eden. Così questo tipo di rappresentazione conferì all’albero di Natale il suo significato cristiano: nella notte del Natale il peccato dell’uomo è stato espiato per mezzo dell’incarnazione di Cristo.

Inoltre, poiché l’abete è una pianta sempreverde, simbolicamente ci riconduce al Figlio dell’uomo, “il Vivente”: è Gesù l’autentico “Albero della vita” (Ap 2,7). Fin qui il Vecchio Testamento, ma anche nel Nuovo, troviamo riferimenti all’albero: in San Giovanni, ad esempio, nel libro dell’Apocalisse al capitolo ventidue, con allusione al costato trafitto di Cristo, riporta in visione: “In mezzo alla piazza della città [santa] e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni”: è l’allegoria dell’albero della vita che simboleggia la Croce; le sue foglie, divengono così simbolo della universalità della salvezza. 

Ma se comunemente si fa risalire alla tradizione dell’albero di Natale alla Germania dei Misteri, delle sacre rappresentazioni, la storia risulterebbe incompleta se non si facesse riferimento a una leggenda che coinvolge San Bonifacio, il santo nato in Inghilterra intorno al 680, che evangelizzò le popolazioni germaniche. Si narra, infatti, che Bonifacio affrontò i pagani riuniti presso la Sacra Quercia del Tuono di Geismar per adorare il dio Thor. Il santo, con un gruppo di discepoli, arrivò nella foresta e, mentre si stava per compiere un rito sacrificale umano intorno proprio a tale quercia, gridò: “Questa è la vostra Quercia del Tuono e questa è la croce di Cristo che spezzerà il martello del falso dio Thor”; e così, presa un’ascia, cominciò a colpire l'albero fino a quando un forte vento fece cadere l’albero, spezzandolo in quattro parti. Dietro, l'imponente quercia, vi era un giovane abete verde. Aci 23

 

 

 

 

 

Leone XIV: “formazione integrale antidoto agli abusi”

 

Nella sua nuova lettera apostolica, Leone XIV esorta i preti ad uno "stile sinodale", chiedendo più collaborazione con i laici, perché il sacerdozio non è "una leadership esclusiva". "Vergogna per gli abusi", serve formazione integrale – di M.Michela Nicolais

“In questi ultimi decenni, la crisi della fiducia nella Chiesa suscitata dagli abusi commessi da membri del clero, che ci riempiono di vergogna e ci richiamano all’umiltà, ci ha reso ancora più consapevoli dell’urgenza di una formazione integrale che assicuri la crescita e la maturità umana dei candidati al presbiterato, insieme con una ricca e solida vita spirituale”. Lo scrive Leone XIV, nella lettera apostolica “Una fedeltà che genera futuro”, scritta in occasione del 60° anniversario dei decreti conciliari Optatam totius e Presbyterorum ordinis. “Tutti i presbiteri sono chiamati a curare sempre la propria formazione, per mantenere vivo

il dono di Dio ricevuto con il sacramento dell’Ordine”, l’appello del documento, in cui si sottolinea l’importanza della “fraternità presbiterale” e a “superare la tentazione dell’individualismo”: “nessun pastore esiste da solo” e “non può esistere un ministero slegato dalla comunione con Gesù Cristo e con il suo corpo, che e la Chiesa”. La fraternità sacerdotale, quindi, “va considerata come elemento costitutivo dell’identità dei ministri, non solo come un ideale o uno slogan, ma come un aspetto su cui impegnarsi con

rinnovato vigore”.

Seminario sia “scuola degli affetti”. Il tema della formazione, per il Papa, è centrale anche per far fronte al fenomeno di coloro che, dopo qualche anno o anche dopo decenni, abbandonano il ministero: “questa dolorosa realtà non è da interpretare solo in chiave giuridica, ma chiede di guardare con attenzione e compassione alla storia di questi fratelli e alle molteplici ragioni che hanno potuto condurli a una tale decisione. E la risposta da dare è anzitutto un rinnovato impegno formativo”. Di conseguenza, “il seminario, in qualunque modalità sia pensato, dovrebbe essere una scuola degli affetti”: di qui l’invito ai seminaristi a “un lavoro interiore sulle motivazioni che coinvolga tutti gli aspetti della vita”, perché “solo presbiteri e consacrati umanamente maturi e spiritualmente solidi possono assumere l’impegno del celibato e annunciare in modo credibile il Vangelo del Risorto”. No, allora, a “narcisismo ed egocentrismo”, perché “comunione, sinodalità e missione non si possono realizzare se, nel cuore dei sacerdoti, la tentazione dell’autoreferenzialità non cede il passo alla logica dell’ascolto e del servizio”.

Solidarietà tra parrocchie ricche e povere. “In parecchie nazioni e diocesi, non e ancora assicurata la necessaria previdenza per le malattie e l’anzianità”, denuncia il Papa, raccomandando la perequazione economica “tra quanti servono parrocchie povere e coloro che svolgono il ministero in comunità benestanti”. “La cura reciproca, in particolare l’attenzione verso i confratelli più soli e isolati, nonché quelli infermi e anziani, non può essere considerata meno importante di quella nei confronti del popolo che ci e affidato”, scrive Leone XIV, che stigmatizza le “derive della solitudine” ed esprime l’auspicio che “in tutte le Chiese locali possa nascere un rinnovato impegno a investire e promuovere forme possibili di vita comune”, nell’ottica di una Chiesa sinodale. “In un tempo di grandi fragilità, tutti i ministri ordinati sono chiamati a vivere la comunione tornando all’essenziale e facendosi prossimi alle persone, per custodire la speranza che prende volto nel servizio umile e concreto”, l’altra indicazione papale, insieme a quella di valorizzare il diaconato permanente.

Collaborazione tra preti e laici. “Il rapporto con il vescovo, la fraternita con gli altri presbiteri, il rapporto con i fedeli laici”, le tre coordinate dell’identità sacerdotale. “Anziché primeggiare o concentrare tutti i compiti in se stessi”, i preti “devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici”. In questo campo, per Leone XIV, “c’e ancora tanto da fare”: no, allora, al modello di sacerdozio come “una leadership esclusiva, che determina l’accentramento della vita pastorale e il carico di tutte le responsabilità affidate a lui solo, tendendo verso una conduzione sempre più collegiale, nella cooperazione tra i presbiteri, i diaconi e tutto il Popolo di Dio, in quel vicendevole arricchimento che e frutto della varietà dei carismi suscitati dallo Spirito Santo”.

Vigilare sull’esposizione mediatica. “Mentalità efficientista” e “quietismo” sono le due tentazioni opposte da cui i preti devono guardarsi i preti “nel nostro mondo contemporaneo, caratterizzato da ritmi incalzanti e dall’ansia di essere iperconnessi”. Nella lettera apostolica, Leone XIV mette in guardia inoltre da “ogni personalismo e ogni celebrazione di se stessi, nonostante l’esposizione pubblica cui talvolta il ruolo può obbligare”. In questo contesto, “l’esposizione mediatica, l’uso dei social network e di tutti gli strumenti oggi disponibili va sempre valutato sapientemente, assumendo come paradigma del discernimento quello del servizio all’evangelizzazione”. “In ogni situazione, i presbiteri sono chiamati a dare una risposta efficace, tramite la testimonianza di una vita sobria e casta, alla grande fame di relazioni autentiche e sincere che si riscontra nella società contemporanea”, l’altra indicazione di rotta per una “rinnovata Pentecoste vocazionale nella Chiesa”, perché “non c’è futuro senza la cura di tutte le vocazioni”. Sir 22

 

 

 

 

 

 

 

San Giuseppe ci mostra la via della piena realizzazione. IV Domenica di Avvento

 

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Carpi. La Chiesa, in questa ultima domenica di Avvento, propone alla nostra riflessione il brano che racconta “l’annuncio dell’Angelo” a san Giuseppe. E’ una pagina che ci introduce nel cuore di un uomo che si trova ad affrontare una prova dolorosa: la ‘mirabile’ maternità di Maria. Non sa come comportarsi e vive un vero dramma interiore fatto di silenzio, di interrogativi e di sofferenza. San Giovanni Paolo II, nell’Esortazione Apostolica Redemptoris Custos, illumina questo travaglio proponendo due differenti interpretazioni. La prima è conosciuta come la tesi del “sospetto”. Secondo questa lettura, Giuseppe, non conoscendo l’origine della gravidanza di Maria, avrebbe avuto il sospetto di un tradimento. Tuttavia, il Vangelo ci dice che era un uomo giusto (Mt 1.19). Pur in preda alla delusione, poiché voleva bene alla sua promessa sposa giunse alla determinazione di interpretare ed applicare la legge ebraica con amore. E, così, per non esporre Maria  alla pubblica ignominia prese la decisione di licenziarla in segreto.

L’altra interpretazione, chiamata “rispetto”, ci offre una chiave di lettura più profonda. Secondo questa tesi, Maria avrebbe confidato a Giuseppe il mistero della sua divina maternità. Giuseppe le crede, ma proprio per questo si sente piccolo, inadeguato, indegno di partecipare alla missione e dignità di Maria. Come Mosè davanti al roveto ardente, egli si toglie idealmente i sandali e non osa avvicinarsi: è  sconvolto e quasi schiacciato dalla grandezza dell’evento. che si sta rivelando davanti ai suoi occhi

La sua decisione di farsi da parte rivela che Giuseppe non era ancora a conoscenza del progetto che Dio aveva pensato per lui. Sarà l’angelo, nel sogno, a svelargli la sua missione: “Non temere di prendere con te Maria, tua sposa”. Con queste parole Dio affida a Giuseppe un compito altissimo: accogliere Maria come sposa, dare il nome al bambino, diventare il custode del Figlio di Dio fatto carne. Giuseppe, dunque, si trova a doversi confrontare con un evento imprevedibile e nient’affatto a misura della ragione umana. Come reagisce? Non discute, non pone condizioni. Si fida. Semplicemente: “Fece come gli aveva ordinato l’angelo”. Il Concilio Vaticano II ci ricorda che a "A Dio che rivela è dovuta 'l'obbedienza della fede, per la quale l'uomo si abbandona totalmente e liberamente a Dio, prestandogli il pieno ossequio dell'intelletto Queste parole si applicano perfettamente a san Giuseppe. La sua fede lo porta a fidarci completamente di Dio e ad accogliere la sua volontà, anche se questa lo conduce per vie che non aveva previsto né immaginato.

Così Giuseppe realizza il progetto di Dio su di lui: essere lo sposo della vergine Maria e  custode del Figlio di Dio. A prima vista il suo atteggiamento - a noi che siamo imbevuti di una mentalità che esalta l’autonomia e l’autosufficienza - può suscitare una reazione negativa. In realtà, Giuseppe ci mostra la via della vera libertà e della piena realizzazione. Nessuno di noi esiste per caso. Ognuno è voluto da Dio, il quale dimostra tanta fiducia in noi da affidarci una missione che coinvolge non solo la riuscita della nostra vita, ma anche quella dei nostri fratelli.

Scoprire e accogliere la volontà di Dio non significa rinunciare alla libertà, ma darle un senso vero, autentico. Solo vivendo la nostra vocazione possiamo essere davvero felici. Giuseppe, nel momento in cui comprende lo scopo della sua esistenza, risponde senza esitazioni. La sua vita diventa un dono, un servizio, un atto d’amore. Con la sua scelta silenziosa e coraggiosa, san Giuseppe ci insegna che la vita ci è data per amare Dio e i fratelli. È questo il segreto della sua grandezza silenziosa ed è questa la strada che il Signore indica anche a noi, perché impariamo, come lui a fidarci di Dio e a dire, con la vita, il nostro “sì”.

Da ultimo, merita attenzione anche un particolare spesso trascurato, ma di grande importanza. L’angelo non si limita a dire a Giuseppe che dovrà imporre il nome al figlio di Maria, ma gliene spiega anche il significato profondo: “Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Nulla, in questo annuncio, è casuale o secondario. Nel mondo biblico, imporre il nome significa riconoscere una missione e assumerne la responsabilità. Nel momento in cui Giuseppe dà al bambino il nome di Gesù – che significa “Dio salva” – egli diventa il primo a proclamare ufficialmente la Buona Novella. Annncia: Dio è presente in mezzo al suo popolo come Salvatore. Prima ancora che Gesù inizi la sua vita pubblica, è Giuseppe, nel silenzio della sua obbedienza, ad annunciare al mondo la salvezza che viene da Dio. In questo gesto semplice e decisivo si rivela ancora una volta la grandezza della sua vocazione. Attraverso l’esercizio della paternità, san Giuseppe entra in modo unico nel mistero della redenzione. Come insegna san Giovanni Paolo II, egli coopera, nella pienezza dei tempi, al grande disegno salvifico di Dio ed è davvero “ministro della salvezza”. Senza parole, senza clamore, ma con la fedeltà concreta e quotidiana di chi accoglie fino in fondo la volontà di Dio, san Giuseppe diventa parte viva dell’opera con cui il Signore salva il suo popolo. Aci 21

 

 

 

 

 

 

 

Leone XIV, è possibile essere amici nella Curia Romana? Si agendo in Comunione per la Missione

 

Lo scambio di auguri del Papa con la Curia Romana, mettere Cristo al centro - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. Un saluto speciale per il cardinale decano da parte del Papa per lo scambio di auguri alla Curia Romana ricorda ovviamente Papa Francesco che ha incoraggiato a "rimettere al centro la misericordia di Dio, a dare maggiore impulso all’evangelizzazione, ad essere Chiesa lieta e gioiosa, accogliente verso tutti, attenta ai più poveri".

Il Papa parla della missione e della comunione rileggendo la Esortazione apostolica Evangelii gaudium.

"La Chiesa è per sua natura estroversa, rivolta verso il mondo, missionaria" ha detto il Papa. Sfide sempre nuove e lo "stato di missione deriva dal fatto che Dio stesso, per primo, si è messo in cammino verso di noi e, nel Cristo, ci è venuto a cercare".

L'esodo di Dio è nel mistero del Natale "la missione del Figlio consiste nella sua venuta nel mondo Così, la missione di Gesù sulla terra, prolungata nello Spirito Santo in quella della Chiesa, diventa criterio di discernimento per la nostra vita, per il nostro cammino di fede, per le prassi ecclesiali, come pure per il servizio che svolgiamo nella Curia Romana".

Strutture che non appesantiscono, ma un lavoro missionario: "Anche il lavoro della Curia dev’essere animato da questo spirito e promuovere la sollecitudine pastorale al servizio delle Chiese particolari e dei loro pastori. Abbiamo bisogno di una Curia Romana sempre più missionaria, dove le istituzioni, gli uffici e le mansioni siano pensati guardando alle grandi sfide ecclesiali, pastorali e sociali di oggi e non solo per garantire l’ordinaria amministrazione".

Ma per questo serve la comunione dice il Papa infatti "il Natale ci ricorda che Gesù è venuto a rivelarci il vero volto di Dio come Padre, perché potessimo diventare tutti suoi figli e quindi fratelli e sorelle tra di noi".

Una nuova umanità quindi "non più fondata sulla logica dell’egoismo e dell’individualismo, ma sull’amore vicendevole e sulla solidarietà reciproca. Questo è un compito quanto mai urgente ad intra e ad extra".

E attenzione alla "apparente tranquillità" con "i fantasmi della divisione". Il Papa teme "la tentazione di oscillare tra due estremi opposti: uniformare tutto senza valorizzare le differenze o, al contrario, esasperare le diversità e i punti di vista piuttosto che cercare la comunione. Così, nelle relazioni interpersonali, nelle dinamiche interne agli uffici e ai ruoli, o trattando le tematiche che riguardano la fede, la liturgia, la morale e altro ancora, si rischia di cadere vittime della rigidità o dell’ideologia, con le contrapposizioni che ne conseguono".

Ma ovviamente la Chiesa di Cristo è cosa diversa. "in Cristo, pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola: “In Illo uno unum”. Siamo chiamati, anche e soprattutto qui nella Curia, ad essere costruttori della comunione di Cristo, che chiede di prendere forma in una Chiesa sinodale".

Papa Leone XIV sa anche che ci sono amarezze che portano ad una domanda: "è possibile essere amici nella Curia Romana? Avere rapporti di amichevole fraternità? Nella fatica quotidiana, è bello quando troviamo amici di cui poterci fidare, quando cadono maschere e sotterfugi, quando le persone non vengono usate e scavalcate, quando ci si aiuta a vicenda, quando si riconosce a ciascuno il proprio valore e la propria competenza, evitando di generare insoddisfazioni e rancori".

Serve una conversione che "diventa un segno anche ad extra, in un mondo ferito da discordie, violenze e conflitti, in cui assistiamo anche a una crescita di aggressività e di rabbia, non di rado strumentalizzate dal mondo digitale come dalla politica".

Ecco che il lavoro della Curia va pensato anche in questo orizzonte ampio. "Siamo discepoli e testimoni del Regno di Dio, chiamati ad essere in Cristo lievito di fraternità universale, tra popoli diversi, religioni diverse, tra le donne e gli uomini di ogni lingua e cultura. E questo avviene se noi per primi viviamo come fratelli e facciamo brillare nel mondo la luce della comunione".

E per questo serve mettere "Cristo al centro".

Così il Papa parla del Giubileo e dei 1700 anni del Concilio di Nicea il Vaticano II "che fissando lo sguardo su Cristo ha consolidato la Chiesa e l’ha sospinta incontro al mondo, in ascolto delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini d’oggi".

Il Papa poi ricorda l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, scritta dopo la terza Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. E si arriva al Sinodo e che tutta la Chiesa deve evangelizzare, e  che «la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione» ".

Il Papa conclude: "l’opera di ciascuno è importante per il tutto, e la testimonianza di una vita cristiana, che si esprime nella comunione, è il primo e più grande servizio che possiamo offrire" e con le parole di Bonhoeffer conclude: "«Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro. [...] Dio ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto»".

Sono anchei temi di cui con ogni probabilità si parlerà nel Concistoro straordinario del 7 e 8 gennaio, comunione e missione rapporto tra Curia e Chiesa universale, testimonianza cristiana atraverso la preghiera e la liturgia. 

Nel clima di famiglia del Natale il decano della Curia il cardinale Re porge gli auguri di Curia, Governatorato e diocesi. Le prime parole di vostra santità hanno scaldato i cuori dice e parla del tanto tempo dedicato agli incontri e alla forza del richiamo alla pace, e lo slancio al Giubileo.

Il cardinale ricorda il Giubileo dei giovani con ragazzi che arrivavano anche dai paesi in guerra. Re parla della visita in Turchia e Libano con l'impulso all'ecumenismo e il ricordo del Concilio, bussola per nostro tempo, dice.

Il Papa ha regalato a tutti il libro La pratica della presenza di Dio di cui aveva parlato in aereo di ritorno dal suo primo viaggio apostolico. Aci 21

 

 

 

 

 

 

La Presenza di Dio anche in cucina a Natale

 

Lo stile monastico per vivere la santità del Natale - Di Caterina Maniaci

Città del Vaticano. Che siano  avvolti da spire di neve bianche e morbide o che sui loro  tetti, campanili, giardini, chiostri brilli un tiepido sole invernale il Natale dei conventi, monasteri, abbazie conserva un sapore antico e forte. Luoghi da riscoprire, o da scoprire, in cui vivere  il senso di una festa che, anno dopo anno, viene letteralmente ricoperta da strati di inutili luccichii, di oggetti costosi e superflui, di discorsi melensi e parole che suonano false appena pronunciate. E in mezzo a tutto questo caos quasi isterico si fa strada il desiderio, la nostalgia di silenzio, di accoglienza, di bellezza, di preghiera, di Mistero.

Così, come per seguire una via controcorrente, spinti da quei desideri chiusi nel cuore si percorrono le strade dei pellegrini e si bussa alle porte dei monasteri, dei conventi, delle abbazie, magari dopo aver letto pagine che dischiudono alla visione dei loro tesori.

E’ l’esperienza che, dalla solitudine monastica allo spazio interiore quotidiano, si dipana tra le pagine di un libro straordinario, appena rieditato dalla Libreria Vaticana Editrice.  Un regalo nel significato più profondo del termine. Opera che papa Leone XIV ha indicato come  ‘esemplare’ per la sua vita spirituale per molti anni: La pratica della presenza di Dio, scritto da fra Lorenzo della Risurrezione, al secolo Nicolas Herman, un religioso carmelitano francese vissuto nel Seicento. Di famiglia contadina, si arruola nell’esercito durante la Guerra dei Trent’anni. A 26 anni cambia completamente e sceglie la vita religiosa, entrando nel convento dei carmelitani di Parigi. Conduce una vita semplice, lavorando come cuoco per la sua comunità. Il suo libro postumo, appunto  “La pratica della presenza di Dio” , lo ha reso noto in tutto il mondo.  Un vero e proprio  classico della spiritualità cristiana, nel quale la vita umana viene vissuta esattamente davanti alla presenza di Dio, nell'affidamento completo lungo le pratiche quotidiane.

Ed è proprio il Pontefice, nella prefazione allo scritto, a ricordare e sottolineare  il ruolo centrale   che esso ha assunto per lui stesso: “Come ho avuto modo di dire, insieme agli scritti di Sant’Agostino ed altri libri, questo è uno dei testi che più hanno segnato la mia vita spirituale e mi hanno formato su quale possa essere il cammino per conoscere e amare il Signore”.

Fra Lorenzo offre un insegnamento mistico di grande semplicità: vivere alla presenza di Dio in ogni momento diventa  la vera  sorgente della pace e della gioia. Un  carmelitano del Seicento potrebbe  sembrare un autore lontano nel tempo e distante dalla sensibilità odierna, anche per via del linguaggio. Non è così. E o spiega articolatamente papa Leone, sottolineando, tra le altre cose, che “come molti mistici, anche fra Lorenzo parla con grande umiltà ma anche con umorismo, poiché sa bene che ogni cosa terrena, anche la più grandiosa e perfino drammatica, è ben piccola cosa davanti all’amore infinito del Signore. Così, può dire ironicamente che Dio lo ha  ‘ingannato’, perché egli, entrato forse un po’ presuntuosamente in monastero per sacrificarsi ed espiare duramente i suoi peccati di gioventù, vi ha invece trovato una vita piena di gioia”.

Il Pontefice, dunque, invita a cominciare questo viaggio alla scoperta di un autentico  maestro nell’arte dell’attenzione spirituale, il quale aiuta a comprendere che non serve preoccuparsi di pregare o inventarsi tecniche particolari, o mutuate da chissà quali tradizioni culturali e religiose, per entrare in contatto con Dio quando si vive costantemente alla presenza del Signore. Anzi, «è necessario riporre tutta la nostra fiducia in Dio, disfarsi di ogni altra preoccupazione, perfino della quantità di devozioni particolari per quanto valide, poiché, in realtà esse sono solo mezzi per giungere al fine», ci ricorda Lorenzo.  Che è quello di stare accanto a Dio, sia che si canti un salmo o che si cucini una minestra o un dolce. Ne aveva parlato anche nel suo viaggio di ritorno dal Libano, rievocando quella figura di frate che, muovendosi nella cucina del suo convento, sperimentava concretamente la vicinanza di Dio.

Nelle abbazie si può assurgere alle vastità celesti anche in senso astronomico, se pensiamo che ad esempio nella meravigliosa abbazia di Praglia si sta creando  un centro di interesse proprio per l'astronomia grazie all'inaugurazione di un moderno osservatorio nella storica specola, con un potente telescopio remotizzato, e dunque ospita regolarmente eventi e incontri di divulgazione scientifica, come quello di domani,  20 dicembre 2025, con esperti INAF e SAIt,  per poter vivere l’esperienza di osservazione del cielo. 

E visto che stare davanti a Dio può accadere in ogni  momento, in chiesa come in cucina, come dimostra la vita stessa di fra Lorenzo,  dalla cucina dei conventi e dei monasteri sale un profumo che è anche preghiera, possiamo sfogliare molti volumi dedicate proprio alle attrattive delle pietanze monastiche.  Dal seguitissimo programma La cucina delle Monache, in un volume sono state raccolte  tante ricette, spesso degli autentici gioielli culinari,  del monastero benedettino di Sant’Anna, nel cuore del centro storico di Bastia Umbra, uno splendido borgo medievale a pochi chilometri da Assisi. Custodite in uno scrigno nell’antica  biblioteca del monastero, le ricette di questo libro sono state tramandate da generazioni di monache.  Per farci gioire anche a tavola,  alla presenza del Signore.

Fra Lorenzo della Risurrezione, La pratica della presenza di Dio, Lev Edizioni,  euro 11 aci 19

 

 

 

 

 

 

L’ultima domenica di Avvento nelle diocesi italiane

 

Roma. Domani è l’ultima domenica di Avvento: i cristiani si preparano al Natale e non mancano i messaggi dei vescovi ai fedeli oltre a tante iniziative di solidarietà in tutte le realtà diocesane in Italia.

“Il Natale è sempre un messaggio di speranza e pace per tutti perché Natale è la pace più grande, quella di Dio, e ci aiuta a comprendere quanto dobbiamo reimparare a vivere insieme. Il Natale è sempre un messaggio di speranza e di grande umanità anche per chi non crede. Che questo sia un Natale, al termine del Giubileo, di speranza e pace quotidiana”, scrive in un messaggio il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. 

“Accogliamone la luce in tutti coloro che non hanno più la forza di sognare un futuro degno di essere vissuto”, scrive il vescovo di Terni-Narni-Amelia, Francesco Soddu, in un messaggio augurale. Quello che la Chiesa ternana vuole vivere è “un Natale di pace e solidarietà, che faccia partecipi tutti, in modo particolare le persone sole, sofferenti, malate e bisognose, i giovani e le famiglie della gioia e dell’amore di Dio”, si legge in un comunicato annunciando che il presule vivrà momenti di incontro con i malati e operatori sanitari dell’ospedale di Terni, i detenuti della Casa circondariale di Terni, associazioni e movimenti ecclesiali e poi il 25 dicembre il pranzo di Natale offerto alle persone in situazioni di disagio, difficoltà e solitudine, che si terrà presso la parrocchia del Cuore Immacolato di Maria a Campomicciolo di Terni. Al tavolo, insieme a 120 invitati, anche il vescovo Soddu. “Riconoscere il Signore che viene e ci precede, anche nelle povertà, nelle solitudini e nei vuoti di relazione” è il messaggio del vescovo di Ariano Irpino-Lacedonia, Sergio Melillo: “in una stagione segnata da cambiamenti rapidi e legami fragili, siamo chiamati a riscoprire il senso profondo del Natale, sottraendolo alla fretta e restituendolo alla vita concreta delle persone e dei luoghi”, scrive nel messaggio aggiungendo che il Natale “non è solo una celebrazione” ma è “una presenza che chiede di essere accolta e custodita”. “Le comunità della nostra diocesi, sparse come luci discrete lungo le strade del territorio – scrive il vescovo - sono un vero presidio di Vangelo: non per occupazione degli spazi, ma per la qualità della presenza, per la capacità di prendersi cura, di restare accanto, di custodire le fragilità”. Per Melillo “annunciare il Vangelo oggi significa essere lievito di fraternità e di speranza nei luoghi concreti della vita, attraverso presìdi umili ma tenaci”.

“Non lasciamoci impressionare dalla vastità delle tenebre, la luce è ancora più forte ma ha bisogno di noi”, ha scritto il vescovo di Forlì-Bertinoro, Livio Corazza, sottolineando che Gesù “nasce vicino a Gerusalemme, la ‘Città della pace’, eppure, in pace, non lo è quasi mai stata”. “È più un sogno che una realtà”, commenta il vescovo: “non lo era in pace ai tempi di Isaia e non lo era neanche quando Gesù è nato”.

Il vescovo di Vicenza, Giuliano Brugnotto, incontrando i detenuti nel carcere “Del Papa” della città, ha detto che “qui, in carcere, sapete cosa significa desiderare un futuro diverso quando i giorni si assomigliano e certe etichette sembrano incollate addosso. Ma Dio oggi dice: io non vi definisco con il vostro passato; io preparo un futuro”.

 “In un tempo in cui si ha di mira il benessere più che il bene, il successo più che l’onestà, il possesso più che la rettitudine, è essenziale tener viva la consapevolezza che il bene è più del benessere, l’onestà e la rettitudine sono più del guadagno e del successo”, ha detto al Concerto di Natale in Cattedrale il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, spiegano che “non possiamo solo chiederci come fare per ottenere qualcosa o quanto ci costa ma è doveroso interrogarsi anche su ciò che è bene, giusto, vero”. Moraglia ha sottolineato che i gesti raccontano la ricchezza e la povertà di un uomo e “plasmano le relazioni personali e comunitarie. Banalizzandole – ossia togliendo loro senso e contenuto – si riduce tutto a puro funzionalismo per cui l’altro interessa solo se serve (pensiamo al rispetto della vita – soprattutto quando è fragile – dall’inizio alla fine). Così si costruisce la società dell’indifferenza, dell’individualismo, del rispetto negato e, infine, della guerra eletta a strumento di soluzione delle controversie tra Stati”.

Ieri messa di Natale per studenti e personale scolastico a Fano presieduta dal vescovo di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola, Andrea Andreozzi. Durante la messa il presule ha benedetto il calice e la pisside, portati all’altare da studenti e professori.

A Cagliari, domani, Concerto di Natale a favore delle mense per i poveri nell’auditorium del Conservatorio promosso dalla diocesi - attraverso la Caritas diocesana – e dal Conservatorio di Cagliari, in collaborazione con Meic, Sardegna grandi eventi, Lions, Rotary Club Cagliari nord, l’Associazione culturale italo-tedesca (Acit) di Cagliari. Al concerto parteciperà anche l’arcivescovo, Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei. L’iniziativa è finalizzata al sostegno delle mense per i poveri della diocesi di Cagliari.

A Senigallia ieri sera messa per i giovani in preparazione al Natale  presso la chiesa dei Cancelli.

E in vista del Natale la pastorale universitaria della diocesi di Catanzaro-Squillace, impegnata nell’università Magna Graecia e guidata da don Roberto Corapi, ha realizzato un programma di iniziative che ha coinvolto i giovani universitari, i professori, i medici e le autorità. Sono stati giorni all’insegna della solidarietà con le giornate “Telethon”, una raccolta di giocattoli per i bambini dell’istituto Palazzolo di santa Maria di Catanzaro, il pranzo solidale e la Messa prenatalizia, celebrata nella cappella del policlinico San Giuseppe Moscati, con la collaborazione di don Carlo Davoli cappellano del Policlinico. Don Corapi ha espresso parole di ringraziamento verso i volontari e i giovani. “Tutto questo – ha evidenziato il cappellano universitario – deve educare le coscienze per essere aperti ai bisogni di chi è meno fortunato di noi, non soltanto a Natale ma sempre”. Cesare Bolla, Aci 20

 

 

 

 

 

 

Il Messaggio per la Pace di Papa Leone

 

Messaggio di Papa Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale Della Pace. La forza delle sue parole - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. “La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante”. Questo è il titolo del Messaggio per la Pace di Papa Leone XIV. Oggi è stato reso noto il testo della Giornata numero LIX che si celebra il 1° gennaio 2026.

“La pace sia con voi!”. Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”, inizia proprio così il testo del Messaggio per la Pace.

“Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano. La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”, scrive chiaramente il Papa nel testo del Messaggio.

“Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace”, questo l’invito di Papa Leone XIV contenuto nel Messaggio per la pace.

Ma tutto questo incontra anche delle difficoltà e il Papa le menziona: “Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un particolare paradosso: “Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi….”.

Il Messaggio per la Pace è stato presentato presso la Sala Stampa della Santa Sede dal Card. M. Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

“Il Messaggio di Papa Leone per il 2026 è una riflessione che va ben oltre la politica o la strategia. Esso colloca la pace nella sua sede primaria, il cuore umano, indipendentemente dalla sua fede e soprattutto se cristiano. Il nostro, però, non è solo un cuore che ama la pace, ma è anche aggressivo verso sé stesso e verso gli altri. Siamo tentati di esercitare “dominio sugli altri” e di usare “pensieri e parole” come armi. Sant’Agostino chiama questo impulso libido dominandi, la famosa brama di dominio. Il Messaggio sottolinea l’importanza di intraprendere il disarmo del proprio cuore, nonostante la tentazione, di fronte all’orrore della nostra bellicosità, di abbandonare del tutto il desiderio di pace. Ciò si traduce in un “senso del realismo distorto o addirittura perduto. Ciò che è realistico, piuttosto, è che ognuno si assuma la responsabilità della pace.”, dice il Prefetto del Dicastero presso la Sala Stampa della Santa Sede.

“Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”, scrive Papa Leone nel testo del Messaggio.

Poi, una denuncia specifica del Pontefice. “Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”.

“Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico”, dice il Papa mettendo in guardia anche dall’IA.

Occorrono “una pace e una bontà disarmante”. “Forse per questo Dio si è fatto bambino – commenta ancora il Papa - Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture”.

“Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza”, suggerisce così Papa Leone nel Messaggio che porta la firma dell’8 dicembre 2025. Aci 19

 

 

 

 

 

Papa Leone XIV: l'inquietudine del cuore

 

L'udienza del mercoledì di papa Leone XIV. Fra i temi: la vita di oggi troppo frenetica, la capacità di fermarsi grazie all'incontro con il prossimo - Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano. Piazza San Pietro sempre gremita di fedeli. Ormai è diventata consuetudine con papa Leone XIV. Così come avviene ogni mercoledì, il pontefice, contento e sorridente con la sua papamobile fa il giro della piazza festante. Il popolo di fedeli accoglie il suo pontefice. Udienza del mercoledì, quella di oggi, dedicata al tema "La Risurrezione di Cristo e le sfide del mondo attuale. La Pasqua come approdo del cuore inquieto" .

"La vita umana è caratterizzata da un movimento costante che ci spinge a fare, ad agire. Oggi si richiede ovunque rapidità nel conseguimento di risultati ottimali negli ambiti più svariati. In che modo la risurrezione di Gesù illumina questo tratto della nostra esperienza? Quando parteciperemo alla sua vittoria sulla morte, ci riposeremo?", con queste domande inizia la meditazione di papa Leone XIV. 

E a rispondere a questi quesiti c'è la fede che ci dice: "sì, riposeremo. Non saremo inattivi, ma entreremo nel riposo di Dio, che è pace e gioia. Ebbene, dobbiamo solo aspettare, o questo ci può cambiare fin da ora? Siamo assorbiti da tante attività che non sempre ci rendono soddisfatti. Molte delle nostre azioni hanno a che fare con cose pratiche, concrete. Dobbiamo assumerci la responsabilità di tanti impegni, risolvere problemi, affrontare fatiche. Anche Gesù si è coinvolto con le persone e con la vita, non risparmiandosi, anzi donandosi fino alla fine” continua papa Leone XIV. 

Il papa si sofferma sulla vita quotidiana di oggi, in cui “il troppo fare, invece di darci pienezza” diventa molto spesso “un vortice che ci stordisce, ci toglie serenità, ci impedisce di vivere al meglio ciò che è davvero importante per la nostra vita”. Ed è così che allora ci sentiamo "stanchi, insoddisfatti: il tempo pare disperdersi in mille cose pratiche che però non risolvono il significato ultimo della nostra esistenza. A volte, alla fine di giornate piene di attività, ci sentiamo vuoti. Perché?".  E papa Leone XIV risponde allora a quest'altra domanda: "Perché noi non siamo macchine, abbiamo un "cuore", anzi, possiamo dire, siamo un cuore. Il cuore è il simbolo di tutta la nostra umanità, sintesi di pensieri, sentimenti e desideri, il centro invisibile delle nostre persone". E, in merito, cita l'evangelista Matteo che ci invita a “riflettere sull'importanza del cuore”: “Là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”, così l'evangelista. 

La meditazione, poi, si concentra sul cuore degli uomini che conserva - secondo il pontefice - “il vero tesoro, non nelle casseforti della terra, non nei grandi investimenti finanziari, mai come oggi impazziti e ingiustamente concentrati, idolatrati al sanguinoso prezzo di milioni di vite umane e della devastazione della creazione di Dio” sottolinea papa Leone XIV.

E poi, continua: “Leggere la vita nel segno della Pasqua, guardarla con Gesù Risorto, significa trovare l'accesso all'essenza della persona umana, al nostro cuore: cor inquietum”. Cor inquietum, espressione che il pontefice mutua da sant'Agostino: espressione che “ci fa comprendere lo slancio dell'essere umano proteso al suo pieno compimento”. 

"L'inquietudine è il segno che il nostro cuore non si muove a caso, in modo disordinato, senza un fine o una meta, ma è orientato alla sua destinazione ultima, quella del "ritorno a casa". E l'approdo autentico del cuore non consiste nel possesso dei beni di questo mondo, ma nel conseguimento di ciò che può colmarlo pienamente, ovvero l'amore di Dio, o meglio, Dio Amore" ribadisce papa Leone XIV. Ed è in questo discorso che si inserisce l'amore per il prossimo: "Solo amando il prossimo che si incontra lungo il cammino: fratelli e le sorelle in carne e ossa, la cui presenza sollecita e interroga il nostro cuore, chiamandolo ad aprirsi ea donarsi. Il prossimo ti chiede di rallentare, di guardarlo negli occhi, a volte di cambiare programma, forse anche di cambiare direzione" sottolinea il papa.

Infine, un invito che diviene anche esortazione: "Nessuno può vivere senza un significato che vada oltre il contingente, oltre ciò che passa. Il cuore umano non può vivere senza sperare, senza sapere di essere fatto per la pienezza, non per la mancanza".

Dopo i saluti e i riassunti della meditazione del papa nelle diverse lingue, nei saluti in lingua italiana il pontefice si è soffermato sull'importanza del Presepe, simbolo "non solo di fede ma anche della cultura e dell'arte cristiana". Poi, la recita del Pater noster e la benedizione finale. Aci 17

 

 

 

 

 

 

I vescovi: la via Italiana per il dialogo

 

Il messaggio della CEI per la giornata del dialogo ebraico cristiano del 17 gennaio 2026 - Di Angela Ambrogetti

Roma. I vescovi italiani esprimono il loro sdegno "per il vile attentato" che domenica "a Bondi Beach, in Australia, ha insanguinato l’Hanukkah, provocando numerosi morti e feriti. Ribadiamo la nostra ferma condanna dell’antisemitismo, esortando i cattolici italiani a ripudiare ogni forma di violenza, sia verbale sia fisica".

Un messsaggio che sottolinea che "la Chiesa in Italia non smetterà di contrastare l’odio verso gli ebrei perché fedele a ciò che ha di più caro e radicato nella sua coscienza: “Il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo”". Segue la Nostra Aeatate e si impegna "a diffondere una cultura della pace e della nonviolenza, non cedendo mai alle logiche della violenza, ma costruendo una società riconciliata. Nell’affidare all’amore misericordioso del Padre le vittime dell’insensato attacco e invocando la guarigione per quanti stanno soffrendo nel corpo e nello spirito, ci stringiamo alla comunità ebraica con il nostro affetto e la nostra amicizia".

Il 17 gennaio, alla vigilia della Settimana di preghiera per l'Unità dei Cristiani, si prega per il dialogo ebraico cristiano. Come ogni anno da 37 anni la Conferenza episcopale italiana propone una riflessione per approfondire il dialogo. E forse mai come in questo periodo è necessario capire la differenza tra religione e politica, e andare sempre più spediti verso la conoscenza reciproca.

Il tema del 2026 è "Uniti nella stessa benedizione “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3)".

Un cammino diverso ma "radicati nella stessa benedizione" scrive la Cei. Abramo cammina nella certezza della benedizione di Dio che "esprime una relazione di Alleanza".

Il testo rimanda ai 60 anni della dichiarazione Nostra Aetate, e si legge: "Negli ultimi tempi si sono vissuti momenti di tensione a causa di discorsi o iniziative non in sintonia con l’interlocutore o contenenti affermazioni ambigue. Non sono mancate, purtroppo, prese di posizione che hanno fomentato rigurgiti di antisemitismo. Desideriamo, pertanto, esprimere una posizione comune e condivisa della Chiesa cattolica italiana in merito al rapporto con le comunità ebraiche che sono in Italia".

Rafforzare un vincolo basato su Gesù Cristo che "ci lega al popolo ebraico. L’identità cristiana profonda non può fare a meno del popolo ebraico, della sua storia e della sua spiritualità". Ed è oggi "importante avviare una riflessione teologica sul rapporto tra il cristianesimo, nella sua forma attuale, e l’ebraismo così come esiste oggi, quale portatore di una tradizione di fede e di pensiero che si sono sviluppati negli ultimi due millenni sul fondamento talmudico. Ciò che si profila all’orizzonte è una migliore comprensione della missione della Chiesa in relazione alla missione del Popolo ebraico, considerati entrambi nell’orizzonte dell’unica Promessa di cui sono eredi indivisi".

Un cammino lungo e non sempre facile ma che va proseguito "con stima e riconoscenza" e con l'impegno a "studiare le Sacre Scritture e a lasciarci aiutare da loro in questo studio". I vescovi riprendono le parole di Leone XIV contro ogni "tipo di antisemitismo e di antigiudaismo".

I vescovi ricordano i sussidi per la Giornata basate su un lavoro comune come "Decostruire l’antigiudaismo cristiano", recentemente tradotto in italiano per volontà della CEI".

Ch Gesù sia per i cristiani il Messia è il punto di differenza, ma "ci impegniamo a rispettare lo sguardo del popolo ebraico e a vederlo come complementare e non antitetico" e "chiediamo il rispetto del nostro sguardo. Siamo differenti, ma fratelli e sorelle nell’unico Dio. Come tali desideriamo rispettarci e riconoscerci nelle nostre identità".

Poi si guarda all'attualità: "Ribadiamo e difendiamo il diritto degli ebrei ad avere uno Stato in cui poter vivere in sicurezza e serenità. Ovviamente ciò non toglie che l’approccio alla teologia della terra nella tradizione cristiana non coincida con quello ebraico". E il testo prosegue: "Ci riserviamo d’altronde la libertà e la possibilità di esercitare uno sguardo critico sulle scelte dei governi israeliani, come peraltro facciamo con i governi di altri Paesi e verso il nostro stesso governo. In questa luce, nel cammino verso una “via italiana del dialogo” è sempre più urgente interrogarci a proposito del giusto rapporto fra religione e spazio pubblico".

Ovviamente i vescovi rinnovano la "ferma e decisa condanna al terrorismo in ogni sua forma. Ribadiamo la nostra ferma e decisa condanna dell’atto terroristico e ignobile del 7 ottobre 2023. Siamo vicini alle vittime del popolo ebraico e a quelle del popolo palestinese nella tragedia Gaza e auspichiamo una soluzione che consenta a entrambi, come anche agli altri gruppi presenti in quei territori, una convivenza pacifica. Siamo vicini a tutte le persone che soffrono a causa del conflitto in atto". E l'invito a "tutti i cattolici che sono in Italia a ripudiare ogni antisemitismo e ogni espressione violenta contro il popolo ebraico".

L'invito per le comunità cattoliche è al confronto "con le comunità ebraiche per rinsaldare i rapporti e per testimoniare, nella nostra società, la vocazione delle religioni a creare dialogo e coesione sociale. Ci auguriamo, alla luce della situazione geo-politica, che si possano vivere nei vari territori momenti di incontro tra cristiani, ebrei e musulmani. Per offrire alla società, nella concretezza dei rapporti, la testimonianza di una vera ricerca di pace. Una via italiana del dialogo interreligioso. Auspichiamo gesti concreti di vicinanza fra comunità cristiane e comunità ebraiche". Aci 16

 

 

 

 

 

 

 

Incontro prenatalizio alla Missione di Kempten

 

Kempten. Anche quest'anno sono stati veramente numerosi i Connazionali –e non solo– che hanno partecipato all'ormai tradizionale Incontro Prenatalizio  in preparazione delle Celebrazioni dell'imminente Natale  presso la Missione Cattolica Italiana di Kempten, che si è svolto –nella sua prima parte– nella chiesa parrocchiale di St. Anton di Kempten, con la Celebrazione della S. Messa prefestiva della 3° Domenica di Avvento; e –nella sua seconda parte– negli adiacenti e spaziosi ambienti parrocchiali.

Il gioioso e fraterno evento, annunciato nel bollettino e nella pagina web della Missione, è stato organizzato, –come sempre– dalla Segretaria della Missione, l'instancabile Signora Pina Baiano, coadiuvata validamente da alcuni componenti del Consiglio Pastorale: gli infaticabili Coniugi Gisella e Giampiero Trovato   con i Figli Desirée e Ruben,  affiancati da alcuni Membri del Consiglio Pastorale e da altri volenterosi, tra i quali il Signor Ignazio Romano.

L'incontro ha avuto inizio alle 17:00  con la Celebrazione della S. Messa da parte di Padre Bruno Zuchowski, Rettore delle Missioni Cattoliche Italiane di Augsburg e Kempten.

Molto significativa e intonata a questa terza Domenica d'Avvento la sua Omelia  a commento delle letture e del brano evangelico di S. Matteo (Mt. 11, 2-11), in cui Gesù, parlando di Giovanni Battista, concludendo uno dei suoi discorsi afferma: "In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui".

I vari momenti della Celebrazione Liturgica sono stati intercalati da alcuni canti natalizi,  accompagnati alla chitarra –come sempre– dal Presidente Trovato, assistito dalla Signora Gisella e dal Figlio Ruben. Suggestiva la recita del Padre Nostro con i chierichetti che si tenevamo per mano con il Celebrante; come molti dei fedeli presenti, peraltro.

Al termine della S. Messa, i fedeli –invitati da Padre Bruno e dalla Signora Gisella– si sono avviati verso gli adiacenti locali della Parrocchia, sapientemente e amorevolmente addobbati nei minimi dettagli dalla Famiglia Trovato, dai loro più volenterosi collaboratori di sempre e dalla Signora Baiano, che attendeva nella sala tutti gli intervenuti.

Questa seconda parte della Festa ha avuto inizio con i saluti di benvenuto da parte del Padrone di Casa, Padre Bruno; da parte del Presidente Trovato; e da parte della Segretaria Baiano; che, dopo aver ringraziato i presenti per la loro partecipazione, hanno espresso i loro più vivi ringraziamenti a tutti coloro che nelle settimane precedenti li avevano supportati nella preparazione della festa. E concludendo con alcuni avvisi sullo svolgimento della serata.

Serata che è proseguita con un particolarmente saporito e ricco menù, servito impeccabilmente dal  servizio  di ristorazione  Schmaus della vicina Blaichach; catering concordato precedentemente dalla Missione, dopo aver  ricevuto le prenotazioni.  I presenti intervistati dal sottoscritto hanno confermato di essere rimasti soddisfatti del variegato e gustoso menù offerto da questo servizio.

Durante la cena –inframezzata da alcune simpatiche poesie e spassose scenette interpretate da alcuni ragazzi e adulti, tra cui i Trovato e Romano, e preparate dalla Segretaria, ha preso poi la parola  il Membro del Consiglio Pastorale, Dr. Fernando A. Grasso, Corrispondente Consolare di Kempten e dintorni, nonché Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera  e Presidente del Circolo ACLI di Kempten.

Grasso, dopo aver portato i saluti agli intervenuti da parte: del Consolato Generale d'Italia a Monaco di Baviera, delle ACLI Baviera e del locale Circolo ACLI, di cui fanno parte anche alcuni Membri del Consiglio Pastorale, in primis il Missionario Padre Bruno,  oltre a formulare a quest'ultimo i suoi più sinceri auguri per i suoi 75 anni, ha aggiunto quello di altri Confratelli, tra cui: il Parroco di St. Lorenz di Kempten, il Capitolare Padre Thomas Rauch e il Padre Tobia Bassanelli, già Delegato per le Missioni della Germania e della Scandinavia, nonché Redattore del Webgiornale che pubblica sempre i nostri articoli.

Padre Bruno è, inoltre, il Consigliere Spirituale delle ACLI Baviera. Tra gli altri Soci delle ACLI ricordiamo anche il Presidente Trovato, la Segretaria Baiano, la Vicepresidente del Circolo, Signora Emma Grenci, i Consiglieri:  Sabino Scarvaglieri e Emilio Mastrostefano ed altri, tra cui alcuni Amici tedeschi, interventi per la prima volta all'incontro.

Grasso ha anche accennato al recente evento voluto dal Presidente delle ACLI Baviera, Commendator Carmine Macaluso per celebrare a Kaufbeure il 70° Anniversario dei patti bilaterali del 1955 tra  l'allora Gemania dell'Ovest e l'Italia per l'invio di manodopera. Celebrazioni in forma ancora più ufficiale volute dal Ministro degli Interni Joachim Herrmann nella Residenza di Monaco di Baviera; incontro al quale Grasso, con altri connazionali, tra cui il Commendatore Antonino Tortorici e l'appena ricordato Commendator Macaluso, hanno avuto di essere invitati personalmente. Occasione in cui i tre hanno avuto il piacere –anche se brevemente– di conferire con il Ministro; che, ripetendo ciò che aveva appena detto nel suo discorso ufficiale, "di quanto fosse orgoglioso di quei "Gastarbeiter", che da "Lavoratori ospiti" erano divenuti parte integrante della società tedesca, contribuendo  con il loro onesto lavoro –indiscutibilmente– alla crescita della Germania –in special modo– alla prosperità della Baviera.

E qui Grasso non ha potuto fare a meno di ricordare il suo arrivo a Kempten nel lontano agosto del 1965, facendo i nomi dei primi connazionali incontrati in emigrazione, tra cui Vincenzo Emanuele (storico socio ACLI, presente in sala con la Consorte e con il figlio Domenico, noto interprete e traduttore) e il compianto Ilario Grenci, (storico socio ACLI, Sposo della Vicepresidente del Circolo ACLI).

Grasso ha  fatto inoltre altre comunicazioni riguardanti il rilascio dei documenti  da parte del Consolato e dei Comuni e sulle attuali diverse modalità di pagamento dell'IMU e della TARI, richieste dalle Amministrazioni Comunali, non sempre a favore degli italiani all'estero.

Al termine del suo intervento, prima di augurare una buona e allegra serata a tutti, Grasso ha ricordato ai presenti gli orari di ricevimento del suo ufficio multifunzionale, dove, oltre al disbrigo di pratiche consolari, vengono trattati questioni di carattere pensionistico e sociale.

Molto coinvolgenti gli scambi di notizie e opinioni tra i presenti. Particolarmente interessanti gli scambi di notizie nel lungo tavolo di Padre Bruno, in cui sedevano un gruppo di amici tedeschi, invitati da Grasso e che si sono dichiarati decisamenti entusiasti della serata.

Serata che, dopo un ottimo caffè e la degustazione di deliziosi pasticcini offerti dalla Missione, ha dato il via a giochi ed esibizioni canore diretti dal Signor Sergio Grimaldi, che, con il suo Gruppo "Amici di Eva" hanno più volte portato allegria nella nostra comunità con la recita del Dramma "Natale in Casa Cupiello".

Simpatica e movimentata la tombola,   che è stata diretta dai coniugi Trovato, supportati da alcuni dei piccoli ospiti, che estraevano a turno i biglietti dei fortunati.  Alcuni di loro per ben cinque volte, come la Signora Mangano, o più volte, come alcuni amici tedeschi, tra cui i Signori Mayr e i Signori Weixler.

Tra i presenti ricordiamo:  Padre Bruno, la Signora Pina Baiano e Famiglia, la Famiglia Trovato,  il Dr. F. A. Grasso, le Signore: Grenci,  Mangano, Sapienza,  le Famiglie: Emanuele, Romano, i Coniugi: Mastrostefano, Scarvaglieri, Montagna, Lo Re, Weixler, Güven, Mayr (tutti Aclisti! Tant'è che il Circolo ACLI di Kempten ha deciso di contribuire  finanziariamente per l'affitto della sala).

Erano presenti inoltre: Padre Pawel, il Signor Inzerilli,  le Famiglie: Boemi, Ecora, Gugliuzzo, Dell'Erba, Basta, Cecere, Perri, Di Palo, Leanza, Tritto, Catania, Grimaldi, Alongi, De Vito e altri ancora, di cui mi sfugge il nome. Anche perché alcuni hanno partecipato soltanto alla S. Messa...

L'allegro incontro è terminato  –per le famiglie in genere– alle 21:00 circa; per gli adulti più coraggiosi qualche ora dopo...

Fernando A. Grasso, de.it.press 16

 

 

 

 

 

 

 

Nel mondo cattolico l’atteggiamento verso i migranti è spesso condizionato da visioni errate

 

La nuova National Security Strategy degli Stati Uniti descrive l’Europa come un continente esposto a declino economico, pressione migratoria e rischi di “erosione civile”. Il documento sollecita gli Stati europei a rafforzare sovranità, identità e responsabilità strategica in un quadro instabile. Riccardo Benotti (SIR) ha intervistato Andrea Possieri, docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Perugia, che analizza le implicazioni politiche e culturali di questa lettura americana per il futuro del continente e per il rapporto transatlantico.

Nel documento statunitense di strategia nazionale emerge una lettura severa dell’Europa, fino a evocare il rischio di una “cancellazione della civiltà europea”. Che cosa indica questa espressione e quale idea di Europa trasmette il nuovo corso americano?

Quelle parole hanno suscitato sconcerto ma sono l’evoluzione di quanto affermato da James D. Vance a Monaco nel 2025. Più che una rottura con l’Europa, emerge una critica durissima all’Unione europea. Il riferimento ai valori è una presa di distanza dall’Europa tecnocratica e dall’egemonia progressista nel discorso pubblico. Si auspica il ritorno a un’Europa delle patrie, a dispetto dell’Europa di Bruxelles.

Quali elementi nuovi introduce la NSS rispetto a queste critiche già note?

L’idea non è nuova, ma oggi assume due forme inedite: viene formalizzata in un documento politico statunitense con tratti nazional-sovranisti, centrato su sicurezza, identità culturale e un forte culto della leadership; inoltre, in nome della stabilità tra Europa e Russia, si accompagna a una sostanziale legittimazione dell’operato di Putin in Ucraina. A quella terra serve pace, ma una pace giusta.

Il documento contrappone un’Europa delle patrie all’integrazione sovranazionale. Che idea di Unione europea emerge?

L’NSS mostra sfiducia verso l’integrazione europea sviluppatasi dagli anni Novanta. L’accento sulla sovranità nazionale suggerisce una preferenza per un’Europa composta da Stati forti e meno per un’unione politica. È un’impostazione che ridimensiona il ruolo dell’Unione europea nei processi decisionali e mette in discussione la sovranità condivisa.

La National Security Strategy 2025

Il documento propone una visione centrata sulla sovranità nazionale, sulla sicurezza dei confini e sul rafforzamento industriale. L’Europa è descritta come vulnerabile sul piano economico e demografico, con il rischio di “erosione civile”. La strategia chiede agli Stati europei maggiore responsabilità nella sicurezza e indica come priorità una rapida stabilizzazione del conflitto ucraino. Forte attenzione anche alla competizione con la Cina e alla protezione delle filiere strategiche.

L’impianto “America First” ridisegna i rapporti transatlantici. La tradizione del cattolicesimo democratico può offrire criteri utili?

Quella stagione è stata feconda per l’Italia e per l’Europa, pur non essendo riproponibile. Molte intuizioni restano attuali. De Gasperi richiamava la “Patria Europa” come argine agli eccessi nazionalistici. Le difficoltà che impedirono una vera Europa politica negli anni Cinquanta si ripresentano oggi.

Nonostante lo sconcerto per le parole americane e l’allarme provocato dalla Russia, non emergono forti capacità politico-culturali per un’autonomia strategica europea. Conservo però una speranza nelle generazioni cresciute dopo il 1989, più libere dalle pastoie ideologiche del Novecento: giovani pragmatici che possono contribuire a un nuovo patto fondato su solidarietà, dialogo e reciproco rispetto, come ricordava Montini.

Trump parla di migranti come “erosione civile”. Come si concilia questa narrazione con la visione cristiana dell’ospitalità?

Non si concilia. Il mondo cattolico ha sempre unito dignità umana, accoglienza e legalità. Oggi, invece, l’atteggiamento verso i migranti è spesso condizionato da visioni ideologiche o emotive e da scarsa conoscenza del fenomeno. Il discorso pubblico è segnato da due fattori: da un lato, la critica dell’immigrazione è diventata una risorsa simbolica a fini elettorali, leggendo i flussi come minaccia all’ordine pubblico e all’identità etnica; dall’altro, politiche migratorie poco efficaci hanno generato problemi nelle periferie, alimentando insicurezza e ostilità. Il nodo del futuro sarà l’integrazione, dunque la cittadinanza.

Se il rapporto transatlantico si indebolisse, quali spazi resterebbero all’Europa come mediatrice globale?

Per proporre una “terza via”, l’Europa deve essere un attore politico a tutti gli effetti. L’integrazione economico-istituzionale non è più sufficiente. Servirebbe un sussulto d’anima, altrimenti si rischia l’irrilevanza. Questo momento potrebbe favorire una nuova proposta politica, ma è necessaria una volontà dal basso che lavori, per esempio, a un’Assemblea costituente dell’Europa. Le difficoltà sono molte, ma il mutamento nasce solo dalla politica. L’unico modo per reagire al declino è prendere l’iniziativa, recuperando il progetto dei padri fondatori per un’Europa unita e solidale, modellata non dalla paura ma dalla responsabilità. Migr.on. 12

 

 

 

 

 

 

Appello per l’amnistia ai detenuti: “Offrire a tutti possibilità di ricominciare”

 

Il Papa ha auspicato amnistie e condoni durante la messa per il Giubileo dei detenuti, rilanciando l’appello di Francesco. Ha invitato a offrire a ogni persona la possibilità di ricominciare, denunciando le difficoltà del sistema carcerario e promuovendo una giustizia riparativa e inclusiva – di Riccardo Benotti

“Confido che in molti Paesi si dia seguito” all’auspicio di amnistie e condoni. Papa Leone XIV rilancia con forza, nella messa per il Giubileo dei detenuti celebrata questa mattina in San Pietro, il desiderio espresso da Papa Francesco nella Bolla Spes non confundit di concedere “forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società e ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento”. Il Pontefice ha ricordato che il Giubileo biblico era “un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare”. “Mentre si avvicina la chiusura dell’Anno giubilare, dobbiamo riconoscere che nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare”, ha affermato Leone XIV, sottolineando che

“sono molti a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”.

La celebrazione è avvenuta nella terza domenica di Avvento, detta “Gaudete”, la domenica della gioia, che ricorda “la dimensione luminosa dell’attesa: la fiducia che qualcosa di bello, di gioioso accadrà”.

Il richiamo a Francesco e i problemi del carcere

Il Papa ha ricordato le parole di Papa Francesco che un anno fa, il 26 dicembre 2024, aprendo la Porta Santa a Rebibbia, aveva esortato: “La corda in mano, con l’àncora della speranza. Spalancate le porte del cuore”. Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso l’eternità, Francesco invitava a mantenere viva la fede e a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore, ma anche a essere “operatori di giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo”. Leone XIV non ha mancato di richiamare i problemi strutturali del mondo carcerario: “Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro”.

E ha aggiunto: “Non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più”. Il carcere, ha osservato, “è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli”, ma proprio per questo “non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro”.

Conversione, misericordia e l’appello per il Congo

“Quando si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi”, ha affermato Leone XIV. Il Pontefice ha ricordato che anche tra le mura delle prigioni “maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità”, frutto di un lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario “alle persone private della libertà, ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di loro e per loro la giustizia”. “Il Giubileo è una chiamata alla conversione e proprio così è motivo di speranza e di gioia”, ha aggiunto. Il Papa ha richiamato l’immagine di Giovanni il Battista, “retto, austero, franco fino ad essere imprigionato per il coraggio delle sue parole”, non era “una canna sbattuta dal vento”, eppure “ricco di misericordia e di comprensione verso chi, sinceramente pentito, cercava con fatica di cambiare”. Citando Sant’Agostino, Leone XIV ha ricordato: “Partiti gli accusatori, sono state lasciate la misera e la misericordia”. L’invito è a promuovere “una civiltà fondata sulla carità”, come auspicava San Paolo VI nel 1975: “la civiltà dell’amore”. Il compito affidato a tutti, ha concluso, “non è facile”, ma “il Signore continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto e che tutti siano salvati”.

All’Angelus, Leone XIV ha lanciato un appello per la Repubblica Democratica del Congo: “Seguo con viva preoccupazione la ripresa degli scontri nella parte orientale del Paese”. Esprimendo vicinanza alla popolazione, il Pontefice ha esortato le parti in conflitto a “cessare ogni forma di violenza e a ricercare un dialogo costruttivo, nel rispetto dei processi di pace in corso”. Sir 14

 

 

 

 

 

Gaudete. Il Signore è vicino

 

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Carpi. La terza domenica di Avvento, la Domenica Gaudete, ci conduce al cuore stesso dell’esperienza cristiana: la gioia. Non una gioia superficiale o dettata dalle circostanze, ma la gioia che nasce dall’annuncio che il Signore è vicino. Il profeta Isaia, nella prima lettura della santa Messa, ci aiuta ad entrare in questa realtà.

Il testo si apre con un invito sorprendente:“Si rallegrino il deserto e la terra arida.” E’ un’immagine che quasi ci spiazza e ci fa sorridere perchè chi può chiedere a un deserto, a una terra arida - luoghi di improduttività e di morte -  di esultare? Eppure Isaia sceglie proprio questa immagine per dirci che la gioia cristiana non nasce quando tutto va bene, ma è possibile viverla anche nel deserto. Il deserto diviene, così, il simbolo dei nostri insuccessi, delle nostre paure, delle nostre aridità interiori. Ed è proprio lì che Dio fa sbocciare la vita. San Giovanni Crisostomo osserva: «Quando Dio visita, il deserto diventa giardino e il pianto diventa canto». Nessuna situazione è troppo desolata  perché Dio non possa trasformarla. La gioia cristiana è, anzitutto, una fiducia “ostinata” nella potenza creatrice del Signore, capace di operare dentro le nostre fragilità.

Il profeta prosegue dicendo:“Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti… Non temete! La gioia che Dio dona non è fuga dalla realtà, né  che maschera i problemi, è una forza. E’ la forza che permette di rialzarsi, di riprendere il cammino, di non lasciarsi schiacciare dalle prove. San’Agostino scrive: «La gioia del Signore non toglie le fatiche, ma le trasforma in cammino».È questo il miracolo discreto dell’Avvento: mentre attendiamo, Dio già ci sostiene; mentre camminiamo, Egli già viene verso di noi.

Isaia annuncia poi i segni della venuta di Dio,: si apriranno gli occhi dei ciechi, si schiuderanno gli orecchi dei sordi… il muto griderà di gioia.”Il Messia è capace di guarire l’uomo in profondità: apre gli occhi del cuore, scioglie la sordità interiore, restituisce la vita là dove sembrava esserci solo notte. La gioia nasce proprio da questa esperienza di guarigione e di rinnovamento che il Signore opera in noi.

Il profeta parla anche di «una strada nuova», la via santa aperta da Dio per il suo popolo. Il ritorno dall’esilio diventa immagine del nostro ritorno a Lui. La gioia non è la meta finale: è la compagna di viaggio che illumina il cammino, incoraggia e sostiene. È la gioia di chi continua a cercare il Signore e scopre che Lui ci è già venuto incontro.

Infine, Isaia conclude: “Fuggiranno tristezza e pianto… li seguiranno letizia e gioia.”È questa la promessa dell’Avvento: la gioia che Cristo porta non è fragile come quella del mondo. È una gioia che nessuno può togliere (cf. Gv 16,22), perché affonda le radici nella fedeltà di Dio. È la gioia di Maria nel Magnificat; la gioia dei pastori davanti al Bambino; la gioia di chi riconosce che Dio si fa vicino.

In questa Domenica Gaudete La Chiesa ci ripete: “Rallegratevi! Il Signore è vicino.” E se il Signore è vicino, allora la gioia è possibile. Sempre. Il cristiano non ignora la triste realtà della sofferenza, né minimizza il peso del male, ma sa che, con la morte e la resurrezione di Cristo, la storia ha cambiato direzione e cammina verso il compimento in cui ogni male, ogni sofferenza e anche il dramma del peccato saranno definitivamente vinti. Aci 14

 

 

 

 

 

“Quando Dio viene nel mondo, si vede!”

 

Città del Vaticano. Dopo la Messa celebrata per il Giubileo dei detenuti, Papa Leone XIV si affaccia dal Palazzo Apostolico in Piazza San Pietro per la recita dell’Angelus.

“Il Vangelo di oggi ci fa visitare in carcere Giovanni il Battista, che si trova prigioniero a motivo della sua predicazione. Ciò nonostante, egli non perde la speranza, diventando per noi segno che la profezia, anche se in catene, resta una voce libera in cerca di verità e di giustizia”, commenta il Papa.

“Chi cerca verità e giustizia, chi attende libertà e pace interroga Gesù. È proprio Lui il Messia, cioè il Salvatore promesso da Dio per bocca dei profeti? La risposta di Gesù porta lo sguardo su coloro che Lui ha amato e servito. Sono loro: gli ultimi, i poveri, i malati a parlare per Lui. Il Cristo annuncia chi è attraverso quello che fa. E quello che fa è per tutti noi segno di salvezza. Infatti, quando incontra Gesù, la vita priva di luce, di parola e di gusto ritrova senso: i ciechi vedono, i muti parlano, i sordi odono. L’immagine di Dio, deturpata dalla lebbra, riacquista integrità e salute. Persino i morti, del tutto insensibili, tornano alla vita. Questo è il Vangelo di Gesù, la buona notizia annunciata ai poveri: quando Dio viene nel mondo, si vede!”, dice il Papa prima della preghiera mariana.

“Dalla prigione dello sconforto e della sofferenza ci libera la parola di Gesù: ogni profezia trova in Lui il compimento atteso. È Cristo, infatti, che apre gli occhi dell’uomo alla gloria di Dio. Egli dà parola agli oppressi, ai quali violenza e odio hanno tolto la voce; Egli vince l’ideologia, che rende sordi alla verità; Egli guarisce dalle apparenze che deformano il corpo. Il Verbo della vita ci redime così dal male, che porta il cuore alla morte. Perciò, come discepoli del Signore, in questo tempo d’Avvento siamo chiamati a unire l’attesa del Salvatore all’attenzione per quello che Dio fa nel mondo”, conclude il Papa.

Poi, dopo la recita della preghiera mariana, il Pontefice passa ai consueti saluti. Il Papa ricorda in particolare i 124 martiri della diocesi spagnola di Jaén, beatificati ieri e quelli beatificati a Parigi.  “Lodiamo il Signore per questi martiri, coraggiosi testimoni del Vangelo, rimasti fedeli alla Chiesa”, dice il Papa.

Anche il Papa li divide in due gruppi: il primo, guidato da don Manuel Izquierdo Izquierdo, conta 58 compagni; il secondo, legato alla figura di don Antonio Montañés Chiquero, ne comprende 64. 

Poi un pensiero alla Repubblica Democratica del Congo. "Seguo con viva preoccupazione la ripresa degli scontri nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Mentre esprimo la mia vicinanza alla popolazione, esorto le parti in conflitto a cessare ogni forma di violenza e a ricercare un dialogo costruttivo, nel rispetto dei processi di pace in corso", conclude il Pontefice. Veronica Giacometti Aci 14

 

 

 

 

 

“Chi si stanca di dialogare, si stanca di sperare la pace”

 

Si è tenuta oggi in Vaticano la prima edizione del Giubileo della Diplomazia Italiana - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. Si è tenuta oggi in Vaticano la prima edizione del Giubileo della Diplomazia Italiana. Il Ministero degli Affari Esteri Tajani l’ha definita “una giornata storica”, anche l’incontro speciale, trasmesso in diretta, con Papa Leone XIV in Aula Paolo VI.

La giornata è iniziata con il pellegrinaggio giubilare con l’attraversamento della Porta Santa e la celebrazione eucaristica officiata dal Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin. Successivamente l’incontro con il Santo Padre.

“Sono particolarmente lieto di salutarvi e di accogliervi oggi, in occasione del Giubileo della Diplomazia Italiana. Il vostro pellegrinaggio attraverso la Porta Santa qualifica questo nostro incontro e ci permette di condividere la speranza che portiamo nell’animo e che desideriamo testimoniare al prossimo. Questa virtù, infatti, non riguarda un confuso desiderio di cose incerte, ma è il nome che la volontà assume quando tende fermamente al bene e alla giustizia che sente mancare”, dice il Papa accogliendo tutti.

“La speranza mostra allora un prezioso significato per il servizio che svolgete: in diplomazia, solo chi spera davvero cerca e sostiene sempre il dialogo fra le parti, confidando nella comprensione reciproca anche davanti a difficoltà e tensioni”, aggiunge Papa Leone XIV.

Per il Pontefice “è indicativo che patti e trattati siano suggellati da un accordo: questa vicinanza del cuore – ad cor – esprime la sincerità di gesti, come una firma o una stretta di mano, altrimenti ridotti a formalità procedurali. Appare così un tratto caratteristico, che distingue l’autentica missione diplomatica dal calcolo interessato a tornaconti di parte o dall’equilibrio tra rivali che nascondono le rispettive distanze”, continua Papa Leone.

“A nome del Padre, il Figlio parla con la forza dello Spirito Santo, compiendo il dialogo di Dio con gli uomini. Perciò tutti noi, fatti a immagine di Dio, sperimentiamo nel dialogo, ascoltando e parlando, le relazioni fondamentali della nostra esistenza. Non a caso chiamiamo madre la nostra lingua nativa, quella che esprime la cultura della nostra patria, unendo il popolo come una famiglia. Nella propria lingua, ogni Nazione attesta una specifica comprensione del mondo, i valori più alti come i costumi più quotidiani. Le parole sono quel patrimonio comune attraverso le quali fioriscono le radici della società che abitiamo. In un clima multietnico diventa allora indispensabile aver cura del dialogo, favorendo la comprensione reciproca e interculturale come segno di accoglienza, di integrazione, di fraternità. A livello internazionale, questo stesso stile può portare frutti di cooperazione e di pace, a patto che perseveriamo a educare il nostro modo di parlare”, continua il Papa in Aula Paolo VI.

“Sia essere autentici cristiani, sia essere cittadini onesti significa condividere un vocabolario capace di dire le cose come stanno, senza doppiezza, coltivando la concordia fra le persone. Perciò è nostro e vostro impegno, specialmente come Ambasciatori, favorire sempre il dialogo e tesserlo nuovamente, qualora si interrompesse”, raccomanda Papa Leone XIV.

“In un contesto internazionale ferito da prevaricazioni e conflitti, ricordiamo che il contrario del dialogo non è il silenzio, ma l’offesa. Laddove, infatti, il silenzio apre all’ascolto e accoglie la voce di chi ci sta davanti, l’offesa è un’aggressione verbale, una guerra di parole che si arma di menzogne, propaganda e ipocrisia…. Chi si stanca di dialogare, si stanca di sperare la pace”, continua il Pontefice.

“Impegniamoci con speranza a disarmare proclami e discorsi, curandone non solo la bellezza e la precisione, ma anzitutto l’onestà e la prudenza”, questa la raccomandazione più importante del Papa. Aci 13

 

 

 

 

 

 

 

Vescovi europei. L’incontro della Sezione per le migrazioni

 

Si è concluso l’incontro della Sezione per le migrazioni della Commissione per la pastorale sociale del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee), tenutosi a Catania, dal 9 all’11 dicembre 2025, sul tema: “Giubileo e Migrazioni: Camminare insieme nella speranza”. Ha introdotto i lavori S. Em. il cardinale Anders Arborelius, OCD, vescovo di Stoccolma (Svezia) e responsabile della Sezione, ricordando: «Ogni migrante è un essere umano che merita di essere trattato bene. Dobbiamo rispettare la dignità umana dei migranti — qualcosa che purtroppo non è garantita ovunque.»

La prima sessione di lavoro è proseguita con la relazione del prof. Carlo Colloca, docente dell’Università di Catania, che ha illustrato sfide e opportunità legate alla migrazione in Europa. La seconda sessione di lavoro, dedicata al tema «Migrazioni e impatto sullo sviluppo umano integrale», ha visto gli interventi di p. Avelino Chico SJ e del dott. Damiano Locci del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. Nella terza sessione, il dott. Davide Bernocchi, segretario generale di ICMC, ha illustrato la situazione negli Stati Uniti.  Nell’ultima sessione di lavoro, l’architetto Daniel Darmanin, presidente della Commissione per la pace e la giustizia di Malta, ha presentato Beyond GDP II, un progetto di ricerca che analizza le condizioni di vita e di lavoro dei cittadini di Paesi terzi a Malta.

Nell’incontro, le Conferenze episcopali sono state invitate a presentare un rapporto annuale per offrire una prospettiva generale della situazione dei migranti e rifugiati nel proprio Paese e gli interventi a riguardo della propria Commissione o Conferenza episcopale, gli aspetti nuovi e positivi soprattutto dal punto di vista pastorale, le sfide e le difficoltà che si affrontano al momento attuale. Per la Conferenza episcopale italiana è stato delegato S.E. mons. Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes: “È emersa la preoccupazione comune di una stretta dell’Ue sul diritto d’asilo, con il rischio di un indebolimento di un diritto fondamentale nella storia europea”. Migr. 12

 

 

 

 

 

 

 

Cei, una nuova Nota pastorale sull’insegnamento della religione

 

La Nota è stata approvata dalla 81a Assemblea Generale della CEI (Assisi, 17-20 novembre 2025), dopo un’ampia consultazione in tutte le Diocesi italiane.

Roma. Giunge oggi un nuova Nota pastorale a firma del cardinal Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, sull’insegnamento “della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo”. 

“A quarant’anni dalla firma dell’Intesa che dava attuazione all’Accordo di revisione del Concordato lateranense in materia di insegnamento della religione cattolica (Irc), la Conferenza Episcopale Italiana ha ritenuto opportuno fare il punto della situazione e richiamare l’attenzione sull’Irc, volendo evidenziare e rilanciare il suo servizio alla scuola” così inzia la Nota diffusa oggi dalla Cei. 

Sono trascorsi ben trentaquattro anni dalla prima e unica Nota pastorale che era stata pubblicata sull’argomento nel 1991 e così la Cei desidera confermare “la validità di una presenza scolastica che rispetta la libertà di coscienza di tutti e assicura un fondamentale servizio educativo”. Allo stesso tempo, a causa del cambiamento della società rispetto al 1991 - si parla del flusso migratorio - l’Irc “ha saputo aprirsi al confronto e al dialogo proprio grazie all’identità che la contraddistingue, che ne valorizza la portata culturale e formativa”. A tale proposito vengono ricordate le schede per conoscere l’Ebraismo e l’Islam, predisposte dagli uffici della Segreteria Generale della CEI rispettivamente con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica, in vista della redazione dei libri scolastici e della formazione degli insegnanti di religione.

Tema della nota, l’evoluzione della società: viene definito “cambiamento d’epoca”. Un cambiamento “in cui ci troviamo a vivere oggi, la natura istituzionale dell’Irc, la figura dell’insegnante di religione e i rapporti dell’Irc con la comunità ecclesiale”. Il documento della Cei prosegue poi con queste parole: “Continua a far pensare la possibilità offerta agli alunni più grandi di poter uscire da scuola privandosi di un’occasione formativa quale l’Irc o l’attività alternativa. Superiori alle criticità sono comunque i segnali di vitalità, da cui emerge come l’Irc si confermi uno strumento di arricchimento culturale, di attenzione educativa, di dialogo sincero con tutte le istanze provenienti dal mondo contemporaneo, avviandosi a proseguire con convinzione il suo servizio alla scuola”.

Si precisa, inoltre, che la Nota è stata approvata dalla 81ª Assemblea Generale della CEI (Assisi, 17-20 novembre 2025), dopo un’ampia consultazione in tutte le Diocesi italiane. E la Cei precisa che “a suo modo, è anche una conferma e un rilancio di quanto affermava papa Leone XIV il 27 ottobre 2025, all’apertura del Giubileo del mondo educativo: “Chi studia si eleva, allarga i propri orizzonti e le proprie prospettive, per recuperare uno sguardo che non si fissa solo in basso, ma è capace di guardare in alto: verso Dio, verso gli altri, verso il mistero della vita”. Aci 11

 

 

 

 

 

 

 

Incontro Migrazioni a Catania. “La Chiesa è accanto a chi migra”

 

Incontro della Sezione per le Migrazioni del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee) a Catania. Per tre giorni delegati delle Chiese europee e studiosi si sono confrontati sulle sfide della mobilità umana e sull’importanza della tutela delle persone più vulnerabili. Don Luis Okulik ribadisce la missione della Chiesa: tutelare la dignità umana, favorire canali sicuri e legali e sostenere l’integrazione. M. Chiara Biagioni

“La Chiesa è sempre accanto a chi migra”. Pur nelle diversità delle situazioni e dei contesti in Europa, la sua missione prioritaria e comune è “tutelare la dignità umana, aiutare le persone a trovare canali sicuri e legali per l’immigrazione e soprattutto aiutarle nel grande lavoro dell’integrazione, che è la chiave di una buona riuscita degli spostamenti”. E’ don Luis Okulik, Segretario della Commissione Pastorale sociale del Ccee, a delineare al Sir le conclusioni di un incontro che si è concluso oggi, giovedì 11 dicembre, a Catania, della Sezione per le Migrazioni del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee) che ha riunito per tre giorni delegati delle conferenze episcopali e studiosi per analizzare le sfide della mobilità umana e rafforzare la tutela delle persone più vulnerabili. Voluto a Catania dall’arcivescovo mons. Luigi Renna per offrire ai partecipanti un punto di osservazione diretto sulle dinamiche migratorie attuali, l’incontro si è centrato sul tema: “Giubileo e migrazioni: camminare insieme nella speranza”.

Don Okulik, quali criticità sono emerse in questi giorni di scambio e discussione tra delegati dei diversi paesi europei?

Le criticità sono molto diverse, poiché ogni Paese europeo dispone di leggi e normative differenti per la gestione dei flussi migratori. Tuttavia, esistono alcuni denominatori comuni, come la preoccupazione delle commissioni per l’educazione e il rispetto della legalità. Su questo fronte si lavora molto: si cerca di assistere i migranti con modalità diverse, pur sapendo che la complessità delle normative attuali e i continui cambiamenti legislativi rendono talvolta problematiche alcune questioni di legalità. Per questo l’attenzione è sempre rivolta a garantire la sicurezza, perché assicurando la legalità si tutela anche la sicurezza dei flussi migratori. È una delle principali preoccupazioni, poiché rappresenta il modo più concreto di difendere e tutelare la dignità delle persone.

Nel suo intervento introduttivo all’incontro, il sociologo Carlo Colloca ha richiamato l’attenzione sulle cosiddette aree iperprotette come i Cas, i Cara, le enclave spagnole di Ceuta e Melilla in Marocco o la “giungla” di Calais. Erigere muri in nome della sicurezza garantisce davvero protezione all’Europa?

Colloca ha fatto riferimento a queste strutture ricordando la sua partecipazione a una commissione d’inchiesta del Parlamento italiano e la collaborazione a ricerche per la Commissione Europea. In effetti il modello cosiddetto “militarizzato”, diffuso alcuni anni fa, non ha sempre garantito né la sicurezza dei Paesi né la tutela della dignità delle persone. Da qui la sua insistenza sulla necessità di trovare percorsi alternativi. Uno di questi che è ben conosciuto nella Chiesa Cattolica e non solo, è l’accompagnamento dei migranti attraverso canali sicuri, come la “sponsorship” delle migrazioni promossa da Sant’Egidio e da altri organismi cattolici e non cattolici che hanno adottato questo modello. Negli anni sono stati sperimentati approcci diversi, alcuni più rigidi, altri più aperti. L’esperienza insegna che non esiste un modello unico: ogni Paese deve individuare la soluzione più adatta.

Ciò che conta davvero è perseguire il benessere delle persone, sia dei migranti sia dei cittadini, evitando di concentrarsi esclusivamente su misure restrittive.

In questi giorni lei ha incontrato persone che vivono accanto ai migranti e li sostengono concretamente. Quando si parla di migranti, spesso si parla solo di numeri e di problemi, ma chi sono davvero le persone che raggiungono le nostre coste?

La loro provenienza è molto eterogenea: differiscono per età, per capacità di iniziare un lavoro o intraprendere un percorso di formazione. Si tratta quindi di categorie molto diverse. Negli ultimi anni prevalgono i migranti provenienti da Paesi in conflitto, da realtà segnate da collassi sociali, crisi economiche o disastri naturali. Tutti fattori che spingono alla migrazione e che lasciano ferite profonde nelle persone che arrivano in Europa. Il problema è che, anche quando non vi è una motivazione così drammatica alla partenza, il viaggio verso l’Europa rimane lungo, costoso e pericoloso, poiché mancano canali sicuri e garantiti. Questo percorso espone i migranti a gravi rischi per la vita, oltre a violenze e abusi. Ci troviamo quindi di fronte a una grande varietà di storie umane. Di fronte a questa complessità, le Commissioni, la Chiesa Cattolica e chi lavora con i migranti cercano – come ricordava spesso Papa Francesco – di partire dalla persona concreta.

Non si tratta di catalogare o individuare elementi comuni, ma di stare accanto a chi soffre e costruire, a partire dall’incontro personale, un percorso di aiuto che possa sostenere la persona e la sua famiglia.

Quale Chiesa emerge oggi in Europa?

Quella che si delinea è una Chiesa ricca di esperienza, segnata da apertura verso l’altro e disponibilità ad aiutare chi è nel bisogno. Allo stesso tempo, però, si avvertono segni di stanchezza e la diminuzione delle risorse, un tema molto attuale che incide sulle attività di sostegno. Nonostante queste difficoltà, prevale il desiderio – in linea con l’invito del Sinodo – di continuare a camminare insieme con speranza. Non si tratta di pretendere di risolvere ogni problema o di eliminare tutte le difficoltà o le tensioni che possono sorgere anche nelle comunità ecclesiali, ma di riconoscere che queste fanno parte del cammino. Sir 11

 

 

 

 

 

L'identità europea si comprende solo in riferimento all’eredità cristiana

 

L'udienza del Papa alla delegazione del Gruppo European Conservatories and Reformists del Parlamento Europeo. Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. "Lo scopo di poteggere l'eredità religiosa di questo continente, tuttavia, non è semplicemente quello di salvaguardare i diritti delle sue comunità cristiane, né è principalmente una questione di preservare particolari costumi o tradizioni sociali, che in ogni caso variano da luogo a luogo e nel corso della storia. È soprattutto un riconoscimento di un fatto". Papa Leone XIV lo ha ricordato nella udienza alla delegazione del Gruppo European Conservatories and Reformists del Parlamento Europeo.

Oltre al suo grazie il Papa ricorda il ruolo della rappresentanza democratica.  "Ricoprire una carica importante nella società comporta la responsabilità di promuovere il bene comune" ricorda e aggiunge che "uno degli scopi essenziali di un parlamento è proprio quello di consentire che tali punti di vista siano espressi e discussi. Tuttavia, il segno distintivo di ogni società civile è che le differenze siano discusse con cortesia e rispetto, per la capacità di dissentire, ascoltare attentamente e persino di entrare in dialogo con coloro che potremmo considerare avversari".  Cita san Tommaso Moro il Papa e poi dice: "faccio mio l'appello dei miei recenti predecessori secondo cui l'identità europea può essere compresa e promossa solo in riferimento alla sua eredità giudaico-cristiana".

Non si tratta solo di difendere i diritti delle comunità cristiane, ma di un contributo alla società europea e "in modo particolare, penso ai ricchi principi etici e ai modelli di pensiero che costituiscono il patrimonio intellettuale dell'Europa cristiana. Questi sono essenziali per salvaguardare i diritti conferiti da Dio e il valore intrinseco di ogni persona umana, dal concepimento alla morte naturale. Sono altrettanto fondamentali per rispondere alle sfide poste dalla povertà, dall'esclusione sociale, dalla privazione economica, nonché dalla crisi climatica in corso, dalla violenza e dalla guerra".

La voce della Chiesa va garantita anche con la sua dottrina sociale, e che "continui a essere ascoltata non significa riportare in auge un'epoca passata, ma assicurare che non vadano perdute risorse fondamentali per la cooperazione e l'integrazione future".

Leone XIV cita Benedetto XVI e il Discorso alla Società Civile, Westminster Hall, Londra, 17 settembre 2010 e aggiunge. "In effetti, questo dialogo pubblico, in cui i politici hanno un ruolo molto significativo, è fondamentale per rispettare la competenza specifica di ciascuno, nonché per fornire ciò di cui l'altro ha bisogno, vale a dire un ruolo di reciproca «purificazione» per garantire che nessuno dei due cada vittima di distorsioni (cfr. ibid.). La mia preghiera è che voi svolgiate il vostro ruolo impegnandovi positivamente in questo importante dialogo, non solo per il bene dei popoli d'Europa, ma di tutta la nostra famiglia umana". Aci 10

 

 

 

 

 

 

Mci di Kempten: festeggiati i 75 anni di p. Bruno

 

Kempten. Sabato scorso, 6 novembre 2025 –subito dopo la S. Messa prefestiva nella chiesa parrocchiale di St. Anton di Kempten– la nostra Comunità ha voluto festeggiare Padre Bruno Zuchowski, il Pastore che da tanti anni regge con tanto impegno e amore le Missioni Cattoliche Italiane di Augsburg e Kempten, con delle presenze mensili in alcune cittadine della Svevia.

Significanti - come sempre- le parole del Celebrante a commento della Lettura (Isaia 40. 3-9)  e del brano evangelico della 2° Domenica di Avvento (Matteo 3, 1-12), che mette a fuoco la figura di Giovanni Battista, che –citando il Profeta Isaia– annuncia:  "la voce di uno che grida nel deserto",   un precursore che invita alla conversione e prepara la via al Signore;  sottolineando il tema di speranza e preparazione alla venuta di Gesù e alla Festa dell'Immacolata Concezione, di Lunedì 8 Dicembre.

Molto lieta e animata la festa, che –come detto–  ha preso il via nei locali della Parrocchia dopo la Celebrazione. Un fraterno incontro, durante il quale, oltre ad essere stati offerti graditi doni al Rettore, da alcuni Membri del Consiglio Pastorale gli sono state tributate tante parole di gratitudine e di ringraziamento  per il complesso impegno nelle due Missioni, e non sono mancati tanti sinceri auguri di lunga vita. Ringraziamenti e auguri ai quali mi unisco io, assente a causa di impegni pregressi inderogabili, e il Parroco di St. Lorenz, Padre Thomas Rauch, che oggi, 7 Dicembre, dopo la S. Messa domenicale –accomiatandosi– mi ha chiesto di fare a Padre Bruno tanti auguri per il suo compleanno da parte sua.

Ringrazio per le foto e per i video che seguono la cara Amica Pina Baiano, Segretaria della Missione e Segretaria Organizzativa del nostro circolo ACLI.  Ringrazio –infine, particolarmente– il caro Padre Bruno, che mi ha inviato la bella ímmagine della Vergine Immacolata. Padre Bruno è da tanti anni Consigliere Spirituale delle ACLI.

Fernando A. Grasso, Membro del Consiglio Pastorale

 

 

 

 

 

 

Concilio Vaticano II: 60 anni tra memoria e novità

 

L'intervista a padre Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ed all’Istituto Teologico di Assisi - Di Simone Baroncia

Roma. “Ma osservate che cosa si verifica questa mattina: mentre chiudiamo il Concilio ecumenico, noi festeggiamo Maria Santissima, la Madre di Cristo, e perciò, come altra volta dicemmo, la Madre di Dio e la Madre nostra spirituale. Maria santissima, diciamo immacolata! cioè innocente, cioè stupenda, cioè perfetta; cioè la Donna, la vera Donna ideale e reale insieme; la creatura nella quale l’immagine di Dio si rispecchia con limpidezza assoluta, senza alcun turbamento, come avviene invece in ogni creatura umana. Non è forse fissando il nostro sguardo in questa Donna umile, nostra Sorella e insieme celeste nostra Madre e Regina, specchio nitido e sacro dell’infinita Bellezza, che può terminare la nostra spirituale ascensione conciliare e questo saluto finale? e che può cominciare il nostro lavoro Post-conciliare? Questa bellezza di Maria Immacolata non diventa per noi un modello ispiratore? una speranza confortatrice?”: con queste parole nel giorno della festa dell’Immacolata Concezione, 8 dicembre 1965, papa san Paolo VI chiudeva il Concilio Vaticano II, dopo aver ‘inviato’ otto messaggi al mondo. 

Però a distanza di 60 anni cosa rimane per la vita della Chiesa nel mondo contemporaneo, in quanto il Concilio Vaticano II è stato definito come una ‘bussola’ e, tuttora, rimane un punto di riferimento essenziale dal quale accogliere una preziosa eredità per custodirla e trasmetterla in forme sempre più efficaci, perché ripercorrere le tappe del Concilio Vaticano II non vuole essere un’opera di archeologismo, bensì un’opportunità per ri-visitare alcuni aspetti essenziali della vita ecclesiale.  Infatti in uno degli otto messaggi papa san Paolo VI tratteggiava questa immagine della Chiesa: ‘Questo Concilio consegna alla storia l’immagine della Chiesa cattolica raffigurata da quest’aula, piena di Pastori professanti la medesima fede, spiranti la medesima carità, associati nella medesima comunione di preghiera, di disciplina, di attività, e (ciò che è meraviglioso) tutti desiderosi d’una cosa sola, di offrire se stessi, come Cristo nostro Maestro e Signore, per la vita della Chiesa e per la salvezza del mondo’.

Partendo da queste sollecitazioni a padre Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla  Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ed all’Istituto Teologico di Assisi, chiediamo di raccontarci quale immagine della Chiesa è emersa dalla conclusione del Concilio Vaticano II:

“Il Concilio Vaticano II è stato realmente un punto di “non ritorno” da cui ripartire. La Chiesa ha vissuto un momento di transizione: dalla Chiesa europea alla Chiesa mondiale; e, nella sua universalità ha ritrovato se stessa. Essa aveva bisogno di ‘ricomprendersi’ per potersi ‘rivolgere’ al mondo in un modo più consapevole. La visione dinamica della Chiesa è uno degli aspetti centrali che si può cogliere come frutto maturo del Concilio, divenendo quindi una realtà che ascolta, che accoglie e partecipa attivamente in forza del sacramento del battesimo”. ‘Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. Tale dottrina abbraccia l’uomo integrale, composto di anima e di corpo, ed a noi, che abitiamo su questa terra, comanda di tendere come pellegrini alla patria celeste’: è l’inizio del Concilio Vaticano II.

In quale modo il Concilio Vaticano II ha ‘aiutato’ a diffondere e difendere la dottrina?

“La finalità pastorale ha caratterizzato questa convocazione conciliare, sottolineando una forte esigenza missionaria, di portare il Vangelo all’uomo moderno, facendo respirare un’atmosfera mondializzata. Il Concilio Vaticano II ha accelerato questo processo di inculturazione e trasmissione della fede grazie al dialogo con la cultura e il mondo contemporaneo, ponendosi in ascolto dei ‘segni dei tempi’. La Chiesa si inserisce, infatti, in una traiettoria che va dal Vangelo all’eschaton, dove la comunità ha il dovere di conservare fedelmente la memoria del Cristo salvatore, trasmettendola nella forma di chi, non avendo ancora raggiunto il proprio compimento, deve costantemente aprirsi alla novità del Regno che viene”. 

Per quale ragione era opportuno celebrare il Concilio Vaticano II?

“L’assise conciliare si può definire, tranquillamente, come una ‘nuova Pentecoste’, nel desiderio di rimettere al centro la Chiesa tra memoria e novità. Era necessario mettere a contatto il mondo moderno con le energie vivificatrici e perenni del Vangelo, sottolineando la connessione tra i princìpi e la prassi, ponendo entrambi a servizio del ‘bonum animarum’ di chi è già discepolo e dei lontani, che ignorano il Vangelo. Il Concilio Vaticano II, perciò, si è occupato della Chiesa nella sua natura, composizione, vocazione ecumenica e attività apostolica e missionaria”. ‘Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa…  A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo’: con queste parole, pronunciate il giorno 11 ottobre 1962, papa san Giovanni XXIII apriva il Concilio Vaticano II.

Perché per papa san Giovanni XXIII era (ed è) opportuno ‘dissentire da codesti profeti di sventura’?

“San Giovanni XXIII, definito papa di ‘transizione’, raccolse il filo interrotto del Concilio Vaticano I e rilanciò l’opportunità di una convocazione assembleare per guardare alla vita della Chiesa nell’ottica dell’aggiornamento e del rinnovamento, tenendo presente l’apertura ecumenica. Con il suo atteggiamento profetico, richiama la Chiesa intera ad un atteggiamento di fiducia, di ascolto e soprattutto di speranza nella prospettiva della piena comunione e riconciliazione tra i popoli. Lo stile del dialogo e, soprattutto, della pace diventano le vie preferenziali per proseguire nell’opera di evangelizzazione all’interno della Chiesa e, in particolare, nel mondo contemporaneo”.

Allora in quale modo il Concilio Vaticano II ha aiutato il 'mondo' a comprendere la Chiesa?

“Il Concilio ribadisce l’assunzione di un’ottica positiva del mondo, conferendogli una dignità teologica: il mondo è buono perché creato e sostenuto dal Creatore; ma il mondo è buono anche nell’ordine della redenzione. La Chiesa, pertanto, si trova nel mondo ed è chiamata a vivere e agire nel mondo, con un rapporto più profondo di ciò che implica una semplice proposizione locativa. Nella dimensione dello ‘scambio’ e grazie al mistero dell’incarnazione, il rapporto Chiesa-mondo può essere inteso sul piano della reciproca comunione e, di conseguenza, anche sul piano della solidarietà”. 

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Quindi dopo 60 anni cosa rimane del Concilio Vaticano II?

“La grande chiamata a vivere nella Chiesa tutti insieme come un unico ‘popolo partecipe’; la tensione tra la ‘regula fidei’ (‘regola della fede’, ndr.) e la dimensione contestuale delle culture; la centralità dell’evangelizzazione quale via preferenziale per vivere da testimoni credibili; l’apertura ecumenica come ‘locus’ teologico per incontrare in Cristo tutti i fratelli; il rinnovamento nella vita della Chiesa come un cammino permanente”. Aci 10

 

 

 

 

 

 

 

“Nelle proposte formative sull’IA non si dimentichi l’etica”

 

L’Intelligenza Artificiale sta rivoluzionando l’ambito scolastico, offrendo strumenti innovativi e applicazioni pratiche per educatori, docenti, dirigenti scolastici, sempre più alle prese con sperimentazioni didattiche, tecnologie usate con finalità di supporto, nuove normative di riferimento. Anche la scuola dell’infanzia, focalizzata sullo sviluppo dell’identità, dell’autonomia e delle competenze di bambine e bambini fra i tre e i sei anni, viene coinvolta in questo nuovo processo irreversibile. E, soprattutto in quest’ambito, si avverte l’esigenza di approcci specifici e particolari.

Da qui una nuova iniziativa promossa dalla Fondazione FISM Nazionale ETS, legata alla Federazione Italiana Scuole Materne, punto di riferimento per circa novemila realtà educative, frequentate da quasi mezzo milione di bambini e dove lavorano oltre quarantamila persone e migliaia di volontari. Si tratta di un seminario dal titolo “Insegnare con l’intelligenza artificiale”, ideato per avviare una riflessione consapevole sull’impiego dell’IA nella formazione del personale e nell’agire quotidiano delle scuole dell’infanzia.

“Stiamo assistendo al moltiplicarsi di proposte formative per chi lavora nei nostri presidi educativi, ma in larga parte tengono conto specialmente di aspetti e valutazioni di carattere economico. Invece occorre, soprattutto in questa fase, pensare di più agli aspetti di ordine etico nell’utilizzo dell’AI”, ha dichiarato il presidente della Fondazione FISM Nazionale ETS Mirco Cecchinato. Aggiungendo: “In modo particolare avendo ben presente la mission, il progetto educativo e valoriale, l’ispirazione cristiana, comunitaria, delle nostre scuole e dei nostri presidi pedagogici e culturali”.

Il convegno si terrà giovedì 11 dicembre dalle ore 16:30 alle 19. La partecipazione in presenza è prevista solo su invito, a Roma, presso la sede della Pontificia Accademia per la Vita, ma per tutti gli interessati sarà disponibile la diretta streaming sul canale Youtube della Fondazione FISM ETS. 

Dopo un saluto introduttivo del presidente della Fondazione Cecchinato, che aprirà i lavori, interverranno don Andrea Ciucci, coordinatore di Segreteria della Commissione presso la Pontificia Accademia per la Vita (“L’approccio etico all’uso dell’AI”); Stefano Pasta, docente universitario, formatore e membro del CREMIT - Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Innovazione e alla Tecnologia - Università Cattolica di Milano (“La formazione dell’insegnante in epoca AI”); Marco Sanavio, responsabile della comunicazione istituzionale dello IUSVE - Istituto Universitario Salesiano di Mestre (“La comunicazione educativa attraverso l’uso dell’AI”). Le conclusioni verranno affidate al consulente ecclesiastico FISM Nazionale, don Mario Della Giovanna. Fism 9

 

 

 

 

 

Vaticano II: una svolta nella crisi?

 

Esattamente 60 anni fa, oggi, si concludeva solennemente il Concilio Vaticano II, seguito poi dal rollback romano. Un ricordo del suo futuro.

Chiudete gli occhi per un attimo. Immaginate un cielo stellato di notte e osservate le luci scintillanti. È come per i sedici documenti del Concilio Vaticano II (1962-1965). Sono come punti luminosi nel cielo notturno, che anche nel XXI secolo possono servire da orientamento se si sa collegarli in una costellazione. Da questa immagine non è lontano il concetto di costellazione (dal latino stella).

Una “lettura della costellazione”[1] del Concilio Vaticano II consente di stabilire le proprie priorità (opzione di primo ordine), purché si mantenga la tensione con le altre priorità (opzione di secondo ordine). Se si riuscisse a coltivare sinodalmente questa “doppia opzione” tra la propria parte e il grande insieme, ne risulterebbe uno stile di approccio non solo ai testi conciliari, ma anche tra di noi, capace di pluralità e sensibile alle differenze.

La costellazione del Concilio

Al centro del Concilio vi sono quattro costituzioni che possono essere sovrapposte alle dimensioni fondamentali della pastorale ecclesiale: la costituzione sulla liturgia Sacrosanctum concilium, la costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, la costituzione sulla rivelazione Dei verbum (Martyria) e la costituzione pastorale sulla Chiesa Gaudium et spes (Diakonia).

Tutti e quattro i testi principali del concilio Vaticano II affondano le loro radici nei cambiamenti preconciliari della pastorale: SC nel movimento liturgico (actuosa participatio), LG nel movimento dei fedeli laici (la Chiesa si risveglia nelle anime), DV nel movimento biblico (réveil évangélique) e GS nel movimento missionario (la Chiesa deve uscire da sé stessa).

Squilibrio teologico. Questo modo di interpretare il Vaticano II attraverso le sue quattro costituzioni era già stato proposto dal Sinodo dei vescovi in occasione dell’anniversario del Concilio nel 1985, ma con un’enfasi diversa da quella che segue.

La formula sintetica con cui questo sinodo speciale, dominato da Joseph Ratzinger, ha sintetizzato il Concilio, presenta infatti uno squilibrio teologico conciliare. Essa riduce il plurale della costellazione dei suoi testi dottrinali a un singolare incentrato sulla liturgia: la Chiesa (LG) – sotto la parola di Dio (DV) – celebra i misteri di Cristo (SC) – per la salvezza del mondo (GS). Il verbo che dà senso a questa formula conciliare si riferisce alla liturgia come attività principale che determina l’essenza della Chiesa (“celebra i misteri di Cristo”).

Chiesa sensibile al mondo. La dinamica del Concilio stesso suggerisce un diverso punto focale: posto nella costituzione pastorale Gaudium et spes[2] .In essa era in discussione la questione pastorale fondamentale del Vaticano II: la Chiesa nel mondo di oggi – che cosa vuol dire?

Un riassunto autentico del Concilio sarebbe quindi: la Chiesa (LG) – a servizio della salvezza del mondo (GS) – attraverso i misteri di Cristo (SC) – sotto la parola di Dio (DV). Questa formula sintetica è confermata nei due testi quadro che, in quanto primi e ultimi documenti approvati dal Concilio, ne rappresentano il punto centrale non solo dal punto di vista storico ma anche sistematico: il Messaggio al mondo (20 ottobre 1962) e la Gaudium et spes (7 dicembre 1965).

Marie-Dominique Chenu, che ha ispirato non solo il suddetto messaggio, ma anche la successiva costituzione pastorale, delinea l’immagine ideale di una Chiesa “sensibile al mondo” in modo nuovo: “Il Concilio dovrà definire il problema della Chiesa […] in base alle dimensioni del mondo […]. Non si deve sottovalutare l’importanza […] della riforma liturgica, della rinascita di comunità veramente cristiane, del rinnovamento dei metodi dell’apostolato e del ripristino della funzione episcopale, che sono tutti giustamente all’ordine del giorno del prossimo Concilio, ma tutte queste questioni importanti trovano la loro luce […] nella visione di un mondo nuovo […]”.[3]

Svolta restaurativa

L’8 dicembre 1965 il Concilio si concluse solennemente, ma già il 9 dicembre iniziò la lotta romana contro il Concilio. Durante il lunghissimo doppio pontificato di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (1978-2013), questa tendenza acquisì addirittura «egemonia culturale» (A. Gramsci) nella Chiesa universale.

Dopo la breve primavera conciliare sotto Giovanni XXIII e Paolo VI (1958-1978), iniziò un “periodo invernale” (Karl Rahner), che solo sotto i papi Francesco e Leone XIV (2013-oggi) si sta trasformando in un disgelo – e il cui periodo di grande freddo ha influenzato anche il sentimento ecclesiale dell’autore di queste righe.

Come molti altri, anche io ho imparato a distinguere, in una schizo-ecclesiologia cognitivamente dissonante, tra la mia esperienza parrocchiale locale e una politica ecclesiale globale, la cui elaborazione teologica non è ancora nemmeno iniziata.

Nuova evangelizzazione. Un momento chiave in questo passo indietro romano è stato il già citato sinodo speciale per l’anniversario del Concilio nel 1985. Esso stabilì un’interpretazione romana del Vaticano II che, partendo da una lettura negativa del periodo postconciliare, avrebbe dovuto contenere i cambiamenti allora in atto nella Chiesa universale: in riferimento alla liberazione politica (America Latina), all’inculturazione cristiana (Africa), al dialogo interreligioso (Asia) e alla secolarizzazione sociale (Europa, Nord America).

Il 1985 era già iniziato con un colpo di scena nella politica ecclesiastica: il Rapporto sulla fede di Joseph Ratzinger, in cui si parlava di una necessaria “restaurazione”. Al centro di questa contro-riforma c’era l’idea di una nuova evangelizzazione ricristianizzante, che allo stesso tempo rappresentava un manifesto allontanamento dal concetto olistico di evangelizzazione di papa Paolo VI espresso nell’Evangelii nuntiandi’[4]: che iniziava con l’auto-conversione della Chiesa ed era all’insegna della gioiosa sequela di Gesù nell’orizzonte del regno di Dio. Il sinodo speciale romano per l’anniversario del Concilio è sinonimo di conflitti massicci tra le Chiese locali e il centro della Chiesa universale, che hanno interessato tutti gli ambiti del popolo di Dio:

* Vescovi: uno strumento centrale di questa politica ecclesiale restauratrice furono nomine episcopali altamente controverse (compreso un questionario sulla fedeltà a Roma, la contraccezione, l’ordinazione delle donne, il celibato, ecc.). I vescovi sgraditi venivano destituiti dal loro ufficio, come accadde a Jacques Gaillot in Francia nel 1995.

* Preti: si arrivò a una completa riclericalizzazione, che portò persino a norme più severe in materia di abbigliamento. Ai “sacerdoti conciliari” vestiti in modo normale seguirono i “sacerdoti di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI” con il colletto romano. Inoltre, nel 1994, l’enciclica Ordinatio sacerdotalis approssimò il divieto dell’ordinazione delle donne a una dottrina infallibile.

* Vita religiosa: anche in questo caso ci furono interventi autorevoli, il più importante dei quali fu la nomina di un nuovo generale dei gesuiti nel 1981. A Roma si puntò soprattutto sui nuovi movimenti spirituali come Comunione e Liberazione o il Neocatecumenato, nonché sul potente Opus Dei, elevato a prelatura personale nel 1982.

* Laici: nella Christifideles laici, Giovanni Paolo II mise in guardia dal «livellamento tra il sacerdozio comune e il sacerdozio ministeriale» (23). I ministri ecclesiastici non ordinati, come gli operatori pastorali tedeschi, furono messi al loro posto con l’«Istruzione sui laici» del 1997.

* Teologi: nel 1979 Hans Küng fu privato dell’autorizzazione all’insegnamento, dando inizio a tutta una serie di condanne dottrinali. Nel 1989 oltre 700 professori di teologia di tutto il mondo firmarono la Dichiarazione di Colonia. Nello stesso anno Roma pubblicò una Professio fidei obbligatoria nella tradizione del giuramento antimodernista.

Alle proteste dei teologi seguirono quelle dei laici impegnati. Un esempio fu il Kirchenvolksbegehren austriaco del 1995, che prese forma a partire dallo scandalo degli abusi sessuali che coinvolse l’arcivescovo di Vienna Groër. La successiva scoperta degli abusi sessuali perpetrati dai sacerdoti in tutto il mondo (e della loro copertura da parte dei vescovi, che hanno protetto i colpevoli invece di proteggere le vittime) ha inaugurato una nuova fase del periodo postconciliare, che ha caratterizzato il pontificato di Benedetto XVI.

Quest’ultimo fu eletto nel 2005 come successore di Giovanni Paolo II perché prometteva la massima continuità nella lotta contro la “dittatura del relativismo”.

Questo pontificato ha raggiunto il suo punto più basso durante la Pasqua dell’Anno Sacerdotale 2010, quando il cardinale decano Angelo Sodano, che aveva già svolto un ruolo ambiguo come nunzio durante le dittature militari di estrema destra in America Latina, ha assicurato al papa in un discorso di solidarietà che le critiche alla Chiesa per i casi di abuso non erano altro che un chiacchiericcio del momento.

Una svolta nella crisi

Anche se papa Benedetto XVI è stato meno indulgente del suo predecessore in materia di abusi sessuali, fu solo il suo successore Francesco ad affrontare realmente le cause sistemiche di questa crisi epocale della Chiesa. Egli individuò nel clericalismo la causa strutturale principale degli abusi e raccomandò la sinodalità come antidoto efficace: abusi, clericalismo e sinodalità sono profondamente interconnessi.

Nel corso di una corrispondente svolta sinodale, papa Francesco ha compiuto diversi cambiamenti di paradigma, allontanandosi dalla linea restauratrice dei suoi predecessori, anche se molti di essi non sono stati sufficientemente incisivi: limitazione del centralismo romano nel senso di una “decentralizzazione salutare”; coinvolgimento di tutto il popolo di Dio nei processi sinodali (compreso il diritto di voto),; apertura a forme di vita “irregolari” (ad esempio divorziati risposati, omosessuali); rottura con la dottrina sociale classica a favore di un approccio teologico della liberazione (inclusa la riabilitazione di Gustavo Gutièrrez, Leonardo Boff e la canonizzazione di Oscar Romero) e molto altro ancora.

Attraverso il buco della serratura

Quello che ne è seguito, anche per l’ambito pastorale di lingua tedesca, non è tanto un cammino di uscita dalla crisi che la Chiesa stessa aveva prodotto, quanto piuttosto un movimento all’interno di essa che ha prodotto una ulteriore fase di ricezione del Concilio.

L’ampiezza pastorale globale di una Chiesa conciliare aperta sia all’interno che all’esterno non è stata finora quasi recepita dal mainstream cattolico locale.

Se si chiede ai cattolici cosa abbia portato di nuovo il Concilio, essi citeranno soprattutto riforme rivolte all’interno: sono stati installati i cosiddetti “altari rivolti al popolo” e la messa viene celebrata nella lingua nazionale. Oppure: i laici sono stati valorizzati ed è stato istituito un consiglio parrocchiale.

Questa immagine offre uno sguardo microstorico attraverso il buco della serratura nella vita quotidiana di una parrocchia postconciliare:

Nell’area europea, la ricezione del Concilio ha consistito principalmente in una riorganizzazione interna della Chiesa (nel senso di liturgia e koinonia), piuttosto che in una missione nel mondo (di diakonia e martyria): il culto costituisce il divenire comunità.

L’attenzione si è concentrata sulle due costituzioni Sacrosanctum concilium e Lumen gentium. Solo con il pontificato di papa Francesco le altre due costituzioni, Gaudium et spes e Dei verbum, sono diventate sempre più centrali – una dinamica estroversa della missione nel mondo che sfida letteralmente la dinamica introversa della raccolta nella Chiesa: il servizio all’uomo come testimonianza di Dio.

Il Concilio ritorna così in Europa con una svolta latinoamericana. Perché una Chiesa in senso conciliare non è solo “a casa dentro”, ma anche “a casa fuori”. Attenzione però: non si tratta affatto di un appello “missionario” nel senso della nuova evangelizzazione, che dovrebbe distrarre dall’urgente necessità di affrontare i problemi sistemici della Chiesa (non dobbiamo ruotare solo intorno a noi stessi).

Fedeltà creativa al Concilio. Piuttosto, vale il paradosso missionario: chi esce all’esterno si trova confrontato con le patologie del proprio interno (“come, sei della Chiesa? Non voglio avere niente a che fare con essa”). Non si può eludere l’auto-conversione della Chiesa come presupposto per una nuova credibilità.

Perché una Chiesa clericale e coloniale, omofoba e misogina, identitaria e autoritaria, è un ostacolo manifesto all’evangelizzazione. Le questioni strutturali riflettono i contenuti della fede, altrimenti non sono conformi al Vangelo. Ciò significa che non deve esserci una “competizione tra vittime” (Regina Ammicht-Quinn) tra gli emarginati dalla società e quelli dalla Chiesa. Pertanto, anche il Cammino sinodale in Germania è in fedeltà creativa al Concilio.

Auto-evangelizzazione. Come già nel concilio Vaticano II, si tratta dell’auto-evangelizzazione della Chiesa nel senso dell’Evangelii nuntiandi, di cui oggi si celebra anche il 50° anniversario.

In definitiva, è come nel caso dei preti operai francesi dopo la II Guerra mondiale che hanno compreso il Vangelo proprio tra quei lavoratori che in realtà volevano convertire alla Chiesa. In breve: i sacerdoti (SC) lasciano l’interno della Chiesa (LG), escono nel mondo (GS) e lì scoprono le tracce di Dio (DV).

La via per arrivarci è indicata da Ad gentes, un altro testo conciliare sulla missione globale della Chiesa: “Come Cristo stesso penetrò nel cuore degli uomini per portarli attraverso un contatto veramente umano alla luce divina, così i suoi discepoli, animati intimamente dallo Spirito di Cristo, debbono conoscere gli uomini in mezzo ai quali vivono ed improntare le relazioni con essi ad un dialogo sincero e comprensivo, affinché questi apprendano quali ricchezze Dio nella sua munificenza ha dato ai popoli; ed insieme devono tentare di illuminare queste ricchezze alla luce del Vangelo […].

Come quindi Cristo percorreva tutte le città e i villaggi, sanando ogni malattia ed infermità come segno dell’avvento del regno di Dio, così anche la Chiesa […] si unisce a tutti gli uomini di qualsiasi condizione, ma soprattutto ai poveri ed ai sofferenti […]. Essa infatti condivide le loro gioie ed i loro dolori, conosce le aspirazioni e i problemi della vita, soffre con essi nell’angoscia della morte” (11-12).

[1] Cf. Ch. Bauer: Optionen des Konzils? Umrisse einer konstellativen Hermeneutik des Zweiten Vatikanums, in: Zeitschrift für katholische Theologie 134 (2012), 141-162.

[2] Il cardinale romano Brandmüller ha recentemente reagito alle critiche tradizionaliste al Concilio con un argomento tradizionalista (cf. la tesi di dottorato Pastorale Lehrverkündigung di Florian Kolfhaus), che ignora in linea di principio il significato dogmatico della costituzione pastorale: “I documenti veramente importanti, cioè le costituzioni sulla liturgia, sulla Chiesa, sulla Sacra Scrittura, sono duraturi e si inseriscono pienamente nella tradizione ecclesiale. […] È curioso che i tradizionalisti si scaglino proprio contro i testi che, a differenza delle costituzioni citate, hanno il minimo grado di vincolatività e sono solo dichiarazioni. Mi riferisco alla Nostra aetate sugli elementi di verità nelle altre religioni e alla Dignitatis humanae sulla libertà di fede e di coscienza”.

[3] M.-D. Chenu: Vie conciliaire de l’Église et sociologie de la foi, in: Id.: La foi dans l’intelligence. La Parole de dieu II, Parigi 1964, 371–383, 381.

[4] Cf. Ch. Bauer: Vom Lehren zum Hören. Offenbarungsmodelle und Evangelisierungskonzepte im Übergang vom Ersten zum Zweiten Vatikanum, in: J. Knop-M. Seewald (a cura di): Das Erste Vatikanische Konzil. Eine Zwischenbilanz 150 Jahre danach, Darmstadt 2019, 95-116. Christian Bauer, SettNews 8

 

 

 

 

 

Non solo fede: il presepe è arte, inclusione e memoria condivisa

 

Tra statuine, presepi viventi e ricordi familiari, l’allestimento natalizio conserva un significato profondo, anche per chi non crede. Il presepe unisce epoche, culture e generazioni, sfidando ogni anno le polemiche ideologiche e riaffermandosi come simbolo di inclusione e umanità condivisa – di Giuseppe Lorizio

Si avvicina il momento di tirar fuori dalle cantine gli scatoloni con le statuine, la carta per il cielo e le montagne, la Sacra Famiglia, il bue e l’asinello, gli angeli, i pastori, i Magi prima a cavallo o sul cammello, poi appiedati e inginocchiati, e soprattutto il mitico “pastore della meraviglia”, senza il quale mancherebbe un elemento essenziale del presepe. È anche il caso di chiederci come possiamo arricchire il nostro allestimento e magari fare un salto a San Gregorio Armeno per procurarci qualche nuova statuina.

Eppure, ogni anno in questa occasione non mancano le polemiche. Le aveva già previste il genio di Eduardo nel suo capolavoro Natale in casa Cupiello: “Concetta: Io nun capisco che ’o faie a ffa, stu Presebbio. Na casa nguaiata, denare ca se ne vanno… E almeno venesse bbuono! Tommasino: Non viene neanche bene. Luca: E già, come se fosse la prima volta che lo faccio! Io sono stato il padre dei Presepi… venivano da me a chiedere consigli… mo’ viene lui e dice che non viene bene. Tommasino: A me non mi piace. Luca: Questo lo dici perché vuoi fare il giovane moderno che non ci piace il Presepio… Il superuomo. Il presepio che è una cosa commovente, che piace a tutti quanti… Tommasino: A me non mi piace. Ma guardate un poco, mi deve piacere per forza?”.

Tuttavia, con buona pace dell’amato autore partenopeo, non si tratta tanto di una controversia generazionale. Non di rado, infatti, fra le mie conoscenze registro l’insistente richiesta dei ragazzi rivolta ai genitori o ai nonni (magari ex sessantottini): ma quando facciamo il presepe? Come anche lo ritrovo in case abitate da persone che si dicono non credenti o diversamente credenti. Tra l’altro, l’allestimento del presepe ha resistito nel tempo al tentativo di sostituirlo col più laico albero di Natale. La saggezza popolare, nella maggior parte dei casi, ha tenuto insieme le due tradizioni, rivelandosi inclusiva piuttosto che escludente.

La polemica viene messa in atto piuttosto da parte di quanti sostengono posizioni laiciste di tipo ideologico (che si intravedono nella risposta del padre a Tommasino) e quanti fanno propria l’ostinazione dell’anziano Lucariello. La disputa, spesso strumentalizzata da entrambe le parti, riguarda piuttosto l’esibizione del presepe in ambienti pubblici, che – si dice – devono essere rigorosamente laici, ossia neutrali per non offendere quanti non si riconoscono nella fede cristiana. Una sana laicità, al contrario, dovrebbe interrogarsi sul senso autentico di questa tradizione, piuttosto che avviare crociate iconoclaste che finiscono con l’offendere chi crede.

A supportare il divieto di allestire il presepe in luoghi pubblici, spesso si invoca il contesto pluralistico nel quale siamo inseriti e che ovviamente ci appartiene. Eppure, non c’è nulla di più plurale del presepe. Una pluralità che si mostra nei diversi personaggi e che li pone tutti sullo stesso piano: dagli umili pastori, a quanti svolgono altri mestieri, alla nobiltà dei Magi coi loro ricchi mantelli e i loro cammelli. E il presepe è capace di tenere insieme anche personaggi di diverse epoche e latitudini. Resta fuori o ai margini del presepe solo chi detiene il potere e considera la nascita del Bambino un pericolo per la propria autorità, brigando per eliminarlo e perpetrando una strage degli innocenti, che – ahimè – continua ancora oggi da parte di chi imbraccia le armi contro popolazioni inermi.

E qui si mostra ancora una volta la valenza culturale e artistica dell’evento cristiano. Se, infatti, dovessimo distruggere ogni opera d’arte che ad esso si ispira, saremmo certamente molto più poveri di bellezza. Tale espressione artistica si rivela nella fattura dell’ambiente presepiale e nelle figure dei personaggi, ma anche, in maniera viva e dinamica, nelle rappresentazioni dei presepi viventi che percorreranno i nostri borghi e vedranno protagonisti persone di ogni ceto e appartenenza. E si tratta di un messaggio anche per chi non crede, che si fermerà a questo aspetto profondamente culturale, contemplando l’umanità precaria di un Bambino, laddove chi crede vi scorgerà l’umanità di Dio stesso. Sir 8

 

 

 

 

 

 

 

Piena di grazia. Solennità dell'Immacolata Concezione

 

Il commento al Vangelo di S. E. Mons. Francesco Cavina

Roma. Con la solennità dell’Immacolata Concezione, la Chiesa celebra la grandezza della Vergine Maria e il suo ruolo unico nell’opera della redenzione del mondo. Una parola del vangelo ci aiuta a cogliere il senso di questa festa. L’arcangelo Gabriele saluta la giovane donna di Nazareth, chiamata a divenire Madre di Dio, con parole inusuali: “piena di grazia”. Questa espressione nel linguaggio biblico ha il significato di perdonata, riscattata, graziata dalla misericordia divina. Maria, dunque, è “piena di grazia” perchè Dio l’ha preservata dalla colpa originale, rendendola un Tempio, un Tabernacolo incontaminato che accoglie il Verbo incarnato. Dio, in altre parole, si è riservato, nella palude in cui vive l’umanità a causa del peccato, “un giardino fiorito” su cui posarsi e giungere a noi.

Nella figura della Vergine noi possiamo contemplare lo splendore della nostra origine. Dio aveva pensato e creato l’uomo santo e immacolato, come un riflesso della Sua vita divina. Ma Adamo ed Eva non hanno saputo custodire questo meraviglioso progetto di Dio. Credendo alla menzogna del Diavolo, hanno aperto la porta al peccato e a tutte le sue conseguenze. Tuttavia, il Signore, nella sua infinità bontà, non ha abbandonato l’umanità. Ha deciso di innalzare una diga indistruttibile contro il male, affidando a Maria un ruolo centrale nel suo progetto di salvezza.

Con il suo libero “Sì”, Maria sancisce la pace tra il cielo e la terra: Dio e l’uomo tornano di nuovo ad incontrarsi. Con la nascita nella carne del Figlio di Dio non solo viene riparato il peccato dei nostri Primogenitori e degli Angeli ribelli, ma si realizza pure l’antica promessa: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gn 1, 3). Parole queste che ci dicono che il trionfo di Cristo sul Diavolo è anche il trionfo di Maria Cristo e della Chiesa. Maria, dalla quale è nato l’autore della vita, partecipa della regalità del suo divin Figlio sul mondo. Per questo è invocata come “Aiuto dei cristiani”, “Consolatrice degli afflitti”, “Rifugio dei peccatori”.

Mi sembra importante, nella nostra riflessione, sottolineare che la parola “grazia” nel linguaggio comune richiama anche l’idea di bellezza e di amabilità. Maria, quindi, non è soltanto la creatura privilegiata perché preservata dal peccato, ma è anche “graziosa”, “bella” non secondo i criteri umani, ma secondo la bellezza di chi lascia Dio agire nella propria vita. Come osserva san Cirillo di Alessandria: “Occorreva che colei che avrebbe partorito il più bello tra i figli degli uomini fosse lei stessa di una meravigliosa bellezza”.

Volgiamo, ora, tutti il nostro sguardo alla statua dell’Immacolata, presente in quasi tutte le chiesa del mondo. La sua figura alta, proporzionata, avvolta dalla luce divina,  trasmette grandezza e misericordia. La corona di dodici stelle ci ricorda la sua regalità, ma la sua espressione è affabile e accogliente. Guarda chi si inginocchia davanti a Lei per pregare e sembra dire: Figlio mio, non temere…Tu hai bisogno di tutto, ma io posso tutto, ed il mio desiderio è di darti tutto. Confida in me. Anche persone lontane dalla fede, come il comico francese Gad Elmaleh, hanno scoperto la profondità della vita cristiana attraverso Maria, che lui ha definito “il suo amore più bello” (2023).     

Cari fratelli e sorelle, che cosa diremo, allora, all’Immacolata Vergine Maria, in questa solennità a Lei dedicata? Innanzitutto vogliamo indirizzarLe la nostra lode: “Vergine santa, tu sei veramente la Donna che affascina. Tu sei la purezza che suscita il desiderio dell’imitazione. Tu sei tota pulchra tutta bella! Tu portaci a Cristo: In te confidiamo!” Con la sua bellezza, la Madonna, ci ricorda che nella vita c'è una sola cosa che deturpa l'uomo: la lontananza da Dio. Nello stesso tempo ci ricorda che la vera bellezza, quella che è capace di riempire in cuore è l’amicizia di Gesù, che libera e ci tiene lontani dal sudiciume che è il peccato. Maria Santissima, infine, ci permette di toccare con mano che quando ci si apre all’amore del Signore l’impossibile diventa possibile.

Chiediamo dunque alla Vergine di guidarci a non accontentarci di una vita mediocre o superficiale, ma di alimentare nel cuore il desiderio di seguire il Signore, che ci libera dal male e dall’egoismo, donandoci la vera libertà e la gioia dell’amore autentico. Aci 8

 

 

 

 

 

 

Convertitevi perché Dio è vicino. II Domenica di Avvento

 

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Carpi. Il Vangelo di questa seconda domenica di Avvento ci presenta una figura che domina questo tempo santo: Giovanni Battista, che si presenta come una voce che risuona nel deserto (Mt 3,1-12): una voce, però, particolare: non attira l’attenzione su di sé, ma la orienta su di un Altro; non intrattiene, ma scuote; non seduce, ma invita alla conversione.

Giovanni appare “nel deserto della Giudea”. Il deserto, nella Bibbia e nella spiritualità cristiana, ha una grande importanza. Esso non è solo un luogo geografico, ma il luogo dell’incontro con Dio, perchè il Signore si rivela e parla dove l’uomo fa silenzio e smette di coprirsi di rumori. Il messaggio di Giovanni è chiaro, asciutto, radicale: «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino». Non dice “convertitevi perché siete cattivi” ma “convertitevi perché Dio è vicino”. La conversione non nasce dalla paura, ma dalla vicinanza di Dio. È la gioia di preparare la casa per un Ospite atteso. Convertirsi significa cambiare direzione, tornare a rimettere Dio al centro della propria vita. Giovanni, quindi, ci aiuta a comprendere che l’Avvento non è tempo di sentimentalismi, ma di decisioni: è il tempo che il Signore ci dona per operare le scelte che davvero contano per la vita.

L’evangelista Matteo ci presenta  Giovanni con pochi tratti essenziali: un uomo vestito di peli di cammello, con una cintura di cuoio ai fianchi, che si nutre di locuste e miele selvatico. Il suo stile di vita testimonia un distacco vissuto, una libertà incarnata, una verità abitata. L’Avvento ci domanda la stessa coerenza: ridurre il superfluo, alleggerire il cuore, vivere con sobrietà, perché solo chi vive leggero può correre incontro a Cristo.

Giovanni scuote, richiama, converte. Le folle accorrono e i potenti lo temono. Eppure proprio nel momento di massimo successo personale, egli dice: «Colui che viene dopo di me è più forte di me… Io non sono degno di portargli i sandali». Ecco la grandezza del Battista: non si sostituisce a Cristo, non si appropria della missione, Il vero profeta non attira l’attenzione su di sè, ma conduce a Gesù. E questa è la missione di ogni battezzato. Il vero discepolo non si mette al centro, ma lascia che Cristo diventi centro. Ci troviamo così’ di fronte ad un’altra sfida dell’Avvento: smettere di riempire la vita di “io” e lasciare spazio al “Tu” di Dio. Lasciare che sia Lui a guidare, a illuminare, a dare forma alla nostra vita.

Giovanni parla anche di giudizio e dice: «Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». È un’immagine che non deve spaventarci. Essere battezzati “in Spirito Santo e fuoco” dal Salvatore che verrà, significa lasciare che Cristo ci immerga nel suo Spirito, che è luce per comprendere, forza per cambiare, calore per amare. Si tratta di  un’immersione che continua lungo tutta la vita

Giovanni Battista, dunque, è davvero il modello dell’Avvento: ci invita al silenzio che ascolta; ci richiama alla conversione che rinnova; ci offre uno stile di sobrietà che libera; ci insegna l’umiltà che prepara la via al Signore; ci mostra la forza del fuoco dello Spirito che purifica.

E noi come possiamo vivere tutto questo in modo concreto? Possiamo, per esempio, sostituire qualche momento davanti alla televisione o allo smartphone con la lettura di un buon libro di spiritualità, o con la vita di un santo che ci ispiri e ci accompagni. Sono scelte piccole, ma reali, che aprono spazio a Dio e liberano il cuore. Così, quando il Signore verrà — perché verrà — ci troverà pronti ad accoglierlo, con una vita che ha imparato a brillare della sua luce. Aci 7

 

 

 

 

 

 

Leone XIV: aiutare i giovani a osare di più, anche nell'IA

 

Venerdì scorso il Papa ha ricevuto i partecipanti a una Conferenza sull'intelligenza artificiale e ha centrato il discorso sulle premure della Chiesa verso i giovani in questo ambito in evoluzione – di GIOVANNI TRIDENTE

 Venerdì scorso, Papa Leone XIV ha ricevuto nella Sala del Concistoro i partecipanti alla Conferenza su Intelligenza Artificiale e bene comune - promossa dalla Fondazione Centesimus Annus e dalla rete di Università Cattoliche SACRU - e ha pronunciato quello che, al momento, si potrebbe definire uno dei discorsi più articolati sul tema dell’IA.

Aiutare le nuove generazioni a osare per la libertà

L’aspetto dell’intervento che colpisce di più è la centralità che il Pontefice ha attribuito alla premura della Chiesa per le “nuove generazioni”, che “vanno aiutate e non ostacolate nel loro cammino verso la maturità e la responsabilità” e rese capaci “di sviluppare i propri talenti e di rispondere alle esigenze del tempo e ai bisogni degli altri con spirito libero e generoso”.

Gli stessi giovani - ha detto il Papa - vanno messi nelle condizioni “di apprendere a utilizzare questi strumenti con la loro personale intelligenza, aperti alla ricerca della verità, a una vita spirituale e fraterna, allargando i loro sogni e l’orizzonte delle loro decisioni mature”.

Da parte loro, gli adulti devono invertire la rotta dell’idea di crescita che hanno, che - ha riflettuto Leone XIV - probabilmente non corrisponde a quella delle nuove generazioni, desiderose di essere diverse e migliori.

A tal riguardo, bisogna anche “recuperare e rafforzare la loro fiducia nella capacità umana di determinare l’evoluzione di queste tecnologie”, mediante “un’azione coordinata e corale che coinvolga la politica, le istituzioni, le imprese, la finanza, l’educazione, la comunicazione, i cittadini e le comunità religiose”.

Si tratta di un cammino fatto di “impegno comune”, “responsabilità condivisa” e “partecipazione diffusa” che, in definitiva, porterà a “riconoscere e rispettare ciò che caratterizza la persona umana e ne garantisce la crescita armoniosa”. Senza per questo essere “consumatori passivi” di una tecnologia artificiale, incapaci di stupore e di contemplazione e di un genuino confronto “con il mistero e con le domande ultime della nostra esistenza”.

Prendersi la responsabilità

In un precedente incontro avuto proprio con dei giovani americani il 21 novembre scorso, Papa Leone XIV aveva parlato loro di educazione e responsabilità personale nell’uso dell’IA, attraverso “modi che aiutano a crescere, mai in modi che distraggono dalla propria dignità o dalla propria vocazione alla santità”.

Questo perché “la sicurezza non riguarda solo le regole”.

Il mandato di Papa Francesco

C’è anche da dire che l’udienza concessa da Leone XIV ai membri della Centesimus Annus di venerdì scorso si inserisce a esito di un mandato specifico che la stessa Fondazione aveva ricevuto da Papa Francesco nel giugno 2024. In quella occasione, il Pontefice argentino li invitò a domandarsi a che cosa servisse l’IA, indicando diversi fattori e aspetti da esplorare, da cui sarebbe dipesa la risposta.

Tra questi aspetti c’era, senza dubbio, il tema della responsabilità; i riferimenti al mondo dell’educazione, della formazione e della comunicazione come ambiti in cui agevolare lo sviluppo della capacità critica nei confronti dell’IA; le considerazioni sugli effetti legati alle capacità relazionali e cognitive delle persone.

A distanza di un anno, Centesimus Annus e la rete SACRU hanno pubblicato la ricerca intitolata proprio “Artificial Intelligence and Care of Our Common Home: A Focus on Industries, Finance, Education and Communication” sottoposta dunque al nuovo Pontefice (disponibile gratuitamente in pdf a questo link).

Ancora una volta, dunque, si rende manifesta la continuità tra il cammino di riflessione e di stimolo avviato da Papa Francesco sui temi dell’IA e l’eredità accolta e rinnovata da Leone XIV. An.Dig. 8

 

 

 

 

Un insegnante di religione sul recente sinodo

 

Roma. “Lo scorso 25 ottobre i delegati e i vescovi hanno votato il Documento finale. Si è chiusa così una fase importante, avviata quattro anni fa accogliendo l’invito di papa Francesco, che ha visto una partecipazione a vario titolo di almeno 500.000 persone" come ha ricordato alla CEI il cardinale Zuppi.

Sergio Ventura, docente di religione cattolica nei licei romani, delegato della diocesi di Roma per il cammino sinodale racconta l'impatto del sinodo sui giovani.

“Se non ci lasciamo distogliere dalla ‘vexata quaestio’ Chiesa-Democrazia, non possiamo non vedere nella partecipazione il motore della sinodalità. A quanto risulta, i giovani hanno partecipato al cammino sinodale facendosi sentire, indicando alcuni temi e dando una certa direzione ad altri. Certo, non possiamo pretendere che questo protagonismo abbia riguardato tutti i giovani ma lo stesso vale per gli adulti.

Non dimentichiamo che viviamo nell’epoca della disintermediazione e della crisi della democrazia. Il vero problema, secondo me, è che alcuni giovani (ed alcuni adulti) che avrebbero potuto e dovuto partecipare non lo hanno fatto. Per scetticismo o per paura di avallare un processo non condiviso, questo non lo so. Ma sono convinto che tale atteggiamento ha ‘danneggiato’ il tentativo dello Spirito di far dialogare gli opposti per condurli, più o meno docilmente, verso quella verità più profonda di cui parlavo prima”.

Quale è il ruolo degli insegnanti di religione, secondo il documento sinodale?

“Da un lato è stato riconosciuto in modo esplicito l’aspetto culturale e professionale del loro ruolo, sempre un po’ sacrificato rispetto a quello educativo, anche se tale aspetto non è emerso in tutta la sua portata di mediazione teologica tra contenuti cristiano-cattolici e mondo giovanile. Dall’altro lato, un paragrafo decisivo è restato vittima di un refuso da correggere per meglio rappresentare quanto emerso chiaramente dal cammino sinodale: gli insegnanti – e quelli di religione in particolare – sono stati l’orecchio che ha permesso di cogliere quei ‘segni dei tempi’ emergenti dal mondo giovanile che la Chiesa ‘ufficiale’ non coglie perché questi giovani (spesso con le rispettive famiglie) le gravitano intorno lontano, molto lontano…”.

Simone Baroncia, Aci 6

 

 

 

 

 

 

La dignità delle persone non si misura in ciò che possiedono

 

Il Papa saluta gli organizzatori del Concerto con i Poveri - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. "Che bello poter dire con il cuore e la mente: Dio è carità, è amore! (cfr 1Gv 4,16). Guardando a Lui possiamo imparare ad amare come Egli ci ha amato; possiamo scoprire che il comandamento dell’amore risponde alle nostre necessità più autentiche, perché è quando amiamo che realizziamo veramente noi stessi". Papa Leone XIV lo ha detto agli Organizzatori e gli Artisti del Concerto con i poveri - giunto alla sua VI edizione - che ha luogo sabato 6 dicembre nell’Aula Paolo VI in Vaticano.

Parlando del Mistero dell' Incarnazione il Papa ha citato Benedetto XVI ha ricordato che Dio è amore e quindi il Concerto con i poveri, "non è soltanto un’esibizione di bravi artisti o una semplice rassegna musicale, per quanto bella possa essere, e neanche un momento di solidarietà per sistemare la nostra coscienza di fronte alle ingiustizie della società". Ed è nei poveri che Dio ha qualcosa da dirci e "Ci ricorda che la dignità degli uomini e delle donne non si misura in ciò che possiedono: noi non siamo i nostri beni e le nostre cose, bensì figli amati da Dio; e questo stesso amore dev’essere la cifra del nostro agire nei confronti del prossimo. Per questo, nel nostro Concerto i fratelli e le sorelle più fragili occupano i primi posti".

E parlando del ruolo della musica dice: "Nella liturgia, in particolare, il canto non è mai una “colonna sonora”, un semplice sottofondo, ma è destinato a elevare l’animo per condurlo quanto più vicino possibile al mistero che si celebra". E parlando di arte aggiunge: "Quanto sono importanti nella musica la cura, l’impegno, l’arte e, infine, l’armonia che da esse deriva: è davvero un dono prezioso che Dio ha fatto a tutta l’umanità". E conclude: " Cantate e suonate con arte e, soprattutto, con il cuore, perché davvero la musica può rappresentare una forma d’amore, una via pulchritudinis che conduce a Dio". Aci 5

 

 

 

 

 

 

Commissione Petrocchi: confermato il no al diaconato femminile

 

La Commissione ha insistito sull’urgenza di valorizzare la “diakonia battesimale”, come fondamento di qualunque ministerialità ecclesiale - Di Marco Mancini

Città del Vaticano. Inviata a Papa Leone XIV lo scorso 18 settembre la relazione della Commissione sul diaconato femminile, presieduta dal cardinale Giuseppe Petrocchi. Stamane Leone XIV ha deciso di far pubblicare le conclusioni.

“Lo status quaestionis intorno alla ricerca storica e all’indagine teologica, considerati nelle loro mutue implicazioni, esclude - scrive l'Arcivescovo emerito de L'Aquila - la possibilità di procedere nella direzione dell’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del sacramento dell’ordine. Alla luce della Sacra Scrittura, della Tradizione e del Magistero ecclesiastico, questa valutazione è forte, sebbene essa non permetta ad oggi di formulare un giudizio definitivo, come nel caso dell’ordinazione sacerdotale”.

La Commissione con 9 sì ed un no ha formulato l’auspicio che venga ampliato “l’accesso delle donne ai ministeri istituiti per il servizio della comunità, assicurando così anche un adeguato riconoscimento ecclesiale alla diaconia dei battezzati, in particolare delle donne. Questo riconoscimento risulterà un segno profetico specie laddove le donne patiscono ancora situazioni di discriminazione di genere”.

"Appare indispensabile, come condizione previa per successivi discernimenti - sottolinea il Cardinale Petrocchi - incentivare un rigoroso e allargato esame critico condotto sul versante del diaconato in sé stesso, cioè sulla sua “identità” sacramentale e sulla sua “missione” ecclesiale, chiarendo alcuni aspetti “strutturali” e pastorali che attualmente non risultano interamente definiti. In questa “diakonia alla verità” la Chiesa deve agire con “parresia” evangelica, ma anche con la dovuta libertà valutativa e trasparenza discorsiva".

"Ritengo importante rimarcare - conclude il porporato - che la Commissione ha insistito sull’urgenza di valorizzare la “diakonia battesimale”, come fondamento di qualunque ministerialità ecclesiale. In tale quadro, deve essere sempre meglio compresa e sviluppata la “dimensione mariana”, come anima di ogni “diakonia”, nella Chiesa e nell’Umanità". Aci 4

 

 

 

 

 

 

 

Bischof Overbeck fordert „unbeirrbare Hoffnung“ für 2026

 

Zum Jahreswechsel mahnt der Essener Bischof Franz-Josef Overbeck, sich nicht von den aktuellen Krisen entmutigen zu lassen. In seiner Neujahrsbotschaft definiert er Hoffnung nicht als naiven Optimismus, sondern als das Festhalten an menschlichen Werten – gerade dann, wenn der Erfolg ungewiss scheint.

Angesichts anhaltender politischer Instabilität und wachsender gesellschaftlicher Sorgen hat der Essener Bischof Franz-Josef Overbeck zu einem mutigen Start in das neue Jahr aufgerufen. In seiner am Montag veröffentlichten Botschaft zum Jahr 2026 betonte der Ruhrbischof, dass christliche Zuversicht eine wesentliche Stütze für das Gemeinwesen sei.

„Was auch immer kommen mag, Gott wird uns das Nötige an Weisheit und Kraft schenken, um uns allen Herausforderungen zu stellen“, erklärte Overbeck. Er sieht die Kirche in der Pflicht, als „integrative und stärkende Kraft“ zu wirken, um aktiv zu verbinden, „was derzeit auseinanderzufallen droht“.

Menschlichkeit durch Engagement

Ein zentraler Punkt seiner Botschaft ist das konkrete Wirken der Gläubigen. Das berufliche und ehrenamtliche Engagement in Pfarreien, Kitas, Schulen und Verbänden sei kein reiner Selbstzweck, sondern stelle sicher, dass die Gesellschaft „mitfühlend und menschlich“ bleibe. Overbeck würdigte diesen Einsatz als einen unverzichtbaren Beitrag zum sozialen Zusammenhalt, der über rein wirtschaftliche oder politische Logiken hinausgehe.

Hoffnung ist kein Wunschdenken

Besonders deutlich grenzte der Bischof den Begriff der christlichen Hoffnung von oberflächlichem Positivismus ab. Hoffnung sei weit mehr als „naiver Optimismus oder bloßes Wunschdenken“. Vielmehr bedeute Hoffen laut Overbeck, „unbeirrt am Sinn und Wert unseres Tuns festzuhalten, selbst dann, wenn der Erfolg ungewiss ist oder lange auf sich warten lässt“.

In einer Zeit, die von vielen als Phase der Unsicherheit wahrgenommen wird, versteht der Essener Oberhirte den Glauben als Kompass, der die Kraft gibt, Verantwortung für das Ganze zu übernehmen und der Resignation entgegenzuwirken. (kna 30)

 

 

 

 

 

Pilgerboom im Vatikan: Über drei Millionen Gläubige bei Audienzen und Liturgien

 

Das Heilige Jahr 2025 hat dem Vatikan einen außerordentlichen Besucherandrang beschert. Wie die Präfektur des Päpstlichen Hauses bekannt gab, nahmen insgesamt über 3,1 Millionen Menschen an Audienzen und liturgischen Feiern teil. Die Statistik dokumentiert ein bewegtes Jahr, das vom Abschied von Papst Franziskus und dem Beginn des Pontifikats von Leo XIV. geprägt war. Mario Galgano - Vatikanstadt

Die Bilanz des Jahres 2025 spiegelt die große Zahlendimension bei den Ereignissen im kleinsten Staat der Welt wider. Insgesamt 3.176.620 Gläubige nahmen im Laufe des Jahres an den verschiedenen öffentlichen Terminen des Papstes teil. Diese Zahl umfasst Generalaudienzen, Jubiläumsaudienzen, Sondersitzungen, liturgische Feiern sowie das sonntägliche Mittagsgebet.

Das letzte Kapitel von Papst Franziskus

In den ersten vier Monaten des Jahres, die noch in das Pontifikat von Papst Franziskus fielen, verzeichnete der Vatikan insgesamt 262.820 Teilnehmer. Davon entfielen rund 60.500 auf die acht General- und Jubiläumsaudienzen zu Beginn des Heiligen Jahres. Ein Großteil der Gläubigen (130.000) versammelte sich sonntags zum Angelus bzw. Regina Coeli auf dem Petersplatz. Die Statistik berücksichtigt hierbei, dass die öffentlichen Termine nach der Krankenhauseinweisung von Franziskus am 14. Februar weitgehend ausgesetzt wurden, bevor er am 21. April verstarb.

Massenandrang unter Papst Leo XIV.

Mit der Wahl von Papst Leo XIV. am 8. Mai und der Fortsetzung des Heiligen Jahres stiegen die Zahlen sprunghaft an. In der Zeit von seiner Wahl bis zum Jahresende wurden 2.913.800 Teilnehmer registriert.

Besonders die 36 General- und Jubiläumsaudienzen unter dem neuen Pontifex erwiesen sich als Publikumsmagnete mit über einer Million Besuchern. Die liturgischen Feiern – oft im Zeichen des Jubiläums stehend – zogen rund 796.500 Menschen an.

Rekordmonate im Herbst und Winter

Die Auswertung der Präfektur zeigt klare Spitzenwerte. Der Monat Oktober markierte den absoluten Höhepunkt des Pilgerjahres. Allein zu den Audienzen kamen rund 295.000 Menschen, während die liturgischen Feiern zirka 200.000 Teilnehmer zählten. Zum Abschluss des Jahres suchten besonders viele Gläubige die spirituelle Nähe beim Angelus-Gebet. Rund 250.000 Menschen beteten im letzten Monat des Jahres gemeinsam mit dem Papst auf dem Petersplatz.

Insgesamt unterstreichen diese Zahlen, dass das Heilige Jahr trotz der traurigen Nachricht vom Tod Papst Franziskus nichts von seiner Anziehungskraft verloren hat und Papst Leo XIV. die Herzen der Pilger im Sturm erobern konnte. Vn 30

 

 

 

 

 

 

Papst Leo XIV. zum Welttag des Friedens am 1. Januar 2026

 

Erzbischof Bentz: „Zeugen des unbewaffneten und entwaffnenden Friedens werden“

„Der Friede sei mit euch!“ Mit diesem programmatischen Verweis auf seine ersten Worte als neuer Bischof von Rom beginnt Papst Leo XIV. seine Botschaft zum Weltfriedenstag, den die katholische Kirche wie jedes Jahr am 1. Januar begeht. Den 59. Weltfriedenstag 2026 hat der Papst unter das Motto gestellt: Der Friede sei mit euch allen: hin zu einem ‚unbewaffneten und entwaffnenden‘ Frieden. Es sei wichtig, diesen Frieden nicht für fern und unmöglich zu halten. Mehr als ein Ziel sei der Friede etwas Gegenwärtiges und ein Weg: ein Grundsatz, der unsere Entscheidungen leite und bestimme.

Die gewaltfreie Antwort Jesu habe die Jünger verstört. Doch „die Christen müssen von dieser Neuheit prophetisch Zeugnis ablegen, eingedenk jener tragischen Ereignisse, an denen sie allzu oft mitgewirkt haben.“ Friede müsse gelebte Wirklichkeit sein, ansonsten entstehe eine „Logik der Gegensätzlichkeit“. Die Wahrnehmung von Bedrohungen werde dazu genutzt, vieles zu rechtfertigen: so etwa kontinuierlich steigende Militärausgaben und der militärische Einsatz von KI, angetrieben durch private Wirtschafts- und Finanzinteressen. Als Gegenbeispiel führt Papst Leo XIV. den hl. Franziskus an, der in den „Elendsvierteln der Ausgestoßenen“ innerlich den wahren Frieden gefunden und sich von jedem Verlangen, andere zu beherrschen, befreit habe. In diesem Sinne fordert der Papst, dass „wir gemeinsam zu einem entwaffnenden Frieden beitragen (…)“. Denn: „Die Güte ist entwaffnend. Vielleicht ist Gott deshalb Kind geworden.“ Nichts vermöge uns so sehr zu verwandeln wie ein Kind. Auch hier betont Papst Leo XIV., dass es einer Erneuerung des Herzens und des Verstandes bedürfe, um umfassende Abrüstung und Frieden zu erreichen. Dabei sieht Leo XIV. vor allem auch die Religionen und die Politik in der Verantwortung: Gewalt dürfe niemals religiös gerechtfertigt und der Weg des Völkerrechts nicht konterkariert werden. Vielmehr seien interreligiöser Dialog und die Stärkung der supranationalen Institutionen erforderlich. Es sei nötig, „alle geistlichen, kulturellen und politischen Initiativen zu fördern und zu unterstützen, die die Hoffnung am Leben erhalten (…).“

Der Vorsitzende der Deutschen Kommission Justitia et Pax, Erzbischof Dr. Udo Markus Bentz (Paderborn), würdigt die Botschaft des Papstes und ermutigt, sie – nicht nur am Welttag des Friedens – in die Arbeit der Kirche aufzunehmen: „Papst Leo XIV. erläutert sehr grundlegend, wie wirklicher Frieden in unserer von Ausgrenzung und Gewalt geplagten Welt gelingen kann. Die Botschaft ist ein starkes Plädoyer für die Achtung des Völkerrechts und die Bedeutung des interreligiösen Dialogs, das ich mir ganz und gar zu eigen mache.“ Zwar nenne Papst Leo XIV. keine konkreten Länder, doch gebe es weltweit zahlreiche Beispiele, an denen die Bedeutung dieser Orientierungen deutlich würden: Die Notwendigkeit einer konsequenten Beachtung völkerrechtlicher Normen erschließe sich zum Beispiel mit Blick auf die Situation im Kongo oder im Nahen Osten, so Erzbischof Bentz. Die schwierige Lage in Nigeria wiederum zeige, wie grundlegend der interreligiöse Dialog für ein friedliches Miteinander sei. Erzbischof Bentz fordert daher dazu auf: „Lassen wir uns nicht nur in diesen Tagen von dem Kind in der Krippe verwandeln, damit auch wir Zeugen des unbewaffneten und entwaffnenden Friedens werden.“ dbk 29

 

 

 

 

 

Sternsinger-Start in Freiburg: Zusammen kann man viel schaffen

 

Bald ist es wieder so weit: Zahlreiche Kinder werden als Sternsinger verkleidet von Haus zu Haus ziehen, singen, Segen bringen und Spenden für Kinder in Not sammeln. Am Dienstag (30. Dezember) wird die bundesweite Aktion Dreikönigssingen 2026 offiziell eröffnet: 1.000 Sternsingerinnen und Sternsinger sowie rund 200 Begleiter werden dazu in Freiburg erwartet. In Zusammenarbeit mit der Erzdiözese Freiburg haben wir uns vorab unter Stensinger-Kindern, Organisatoren und Gastgebern umgehört. Dieter Waldraff und Stefanie Stahlhofen - Erzbistum Freiburg/Vatikanstadt

Das Kindermissionswerk „Die Sternsinger" und der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ)  arbeiten bei der Aktion Dreikönigssingen zusammen. Marie-Christine Meier, BDKJ-Diözesanleiterin in der Erzdiözese Freiburg, blickt voraus auf die große bundesweite Eröffnung in Freiburg:

„Ich freue mich vor allem auf die hoffentlich strahlenden Augen und glücklichen Gesichter der Sternsingerinnen und Sternsinger. Ich freue mich darauf, Kinder und Jugendliche in der Stadt zu sehen, in Kontakt zu kommen und da einfach auch zu zeigen:, Wir bringen nicht nur den Segen, sondern wir sind auch ein Segen`", sagt die BDKJ-Diözesanleiterin in der Erzdiözese Freiburg. „Segen bringen, Segen sein“ lautet auch das Motto der Sternsinger und dafür steht auch die bundesweite Eröffnung der 68. Aktion Dreikönigssingen am Dienstag  in Freiburg. 

Zum Hören: Sternsinger-Start in Freiburg: Zusammen kann man viel schaffen (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)

„Wir bringen nicht nur den Segen, sondern wir sind auch ein Segen“

„Wir haben uns ganz bewusst für die Stadt Freiburg als Austragungsort entschieden. Einmal natürlich, weil das Freiburger Münster eine wahnsinnig tolle Kulisse für den Gottesdienst ist, aber auch, weil es uns für die Veranstaltung besonders wichtig war zu zeigen: Wir sind Kirche, wir gehen raus, wir finden im Stadtbild statt. So sind die Könige und Königinnen den ganzen Tag über in ihren Gewändern, mit ihren Sternen in der Stadt unterwegs, gehen dorthin, wo die Menschen sind. Und ich finde, das ist ein sehr tragfähiges Bild von Kirche, dass es in der heutigen Zeit braucht."

„Wir gehen dorthin, wo die Menschen sind. Und ich finde, das ist ein wahnsinnig tragfähiges Bild von Kirche, dass es in der heutigen Zeit braucht“

Rund 1000 Jungen und Mädchen aus ganz Deutschland werden zur großen Eröffnungsaktion des Dreikönigssingens 2026 in Freiburg erwartet. Der Eröffnungsgottesdienst mit Erzbischof Stephan Burger im Freiburger Münster am Nachmittag ist schon ausgebucht; kann aber auch per Livestream verfolgt werden. Die meisten Sternsinger bei der großen Eröffnung kommen aus Freiburg und Umgebung - so auch Samuel, Lisa, Emma und Larissa. Sie sind zwischen 11 und 14 Jahre und können kaum erwarten, dass es los geht. 

„Ich finde, das ist eine schöne Gemeinschaft, in der man dann da ist. Und es macht auch Spaß, an die Türen zu laufen, zu klingeln, zu singen und den Segen anzuschreiben.- Wir stehen sozusagen für die drei Könige, die dann zum Jesuskind kommen und dann den Segen bringen- Und wir schreiben noch ans Haus C plus M plus B. Und das soll halt nicht Caspar Melchior Balthasar heißen, sondern: Der Herr segne dieses Haus, und dann noch die Jahreszahl, damit man auch weiß, dass der Segen für das ganze Jahr gilt."

„Das soll halt nicht Caspar Melchior Balthasar heißen, sondern: Der Herr segne dieses Haus und dann noch die Jahreszahl, damit man auch weiß, dass der Segen für das ganze Jahr gilt“

Schule statt Fabrik – Sternsingen gegen Kinderarbeit

Verkleidet als die heiligen drei Könige, die Weisen aus dem Morgenland, werden die jungen Freiburger so wie zehntausende Mädchen und Jungen deutschlandweit dieser Tage wieder als Sternsingerinnen und Sternsinger den Segen Gottes zu den Menschen bringen, singen und: Spenden sammeln, um Kindern auf der ganzen Welt zu helfen. Jedes Jahr hat die Aktion einen besonderen Fokus.

„Sehr krass, dass manche Kinder einfach nicht in die Schule gehen dürfen“

Dieses Jahr lautet das Motto „Schule statt Fabrik – Sternsingen gegen Kinderarbeit." Dazu sagen die Freiburger Sternsinger:

„Ich finde es auch blöd, dass die nicht gleich behandelt werden wie wir und nicht in die Schule gehen dürfen und hart arbeiten müssen. Ich merke selber immer, wie viel ich in der Schule lerne und wie viel mir das im Leben bringt. Und wenn man das nicht hat, dann hat man auch einen Großteil seiner Bildung nicht. Und das finde ich schon sehr krass, dass manche Kinder einfach nicht in die Schule gehen dürfen. - Also wir finden das wahrscheinlich öfter blöd, dass wir in die Schule gehen müssen. Aber man muss auch daran denken, dass viele die Chance nicht bekommen und dann aus ihrer Zukunft auch nichts machen können und dann vielleicht auf der Straße landen... Ich finde es auch sehr schön zu sehen, wie vielen Kindern auch am Herzen liegt, dass es anderen Kindern auch gut geht. Alleine kann man ja nicht so viel bewirken. Aber zusammen kann man halt ziemlich viel schaffen. Und dann, wenn man diese ganze große Gemeinschaft sieht, dann sieht man auch, wie viele wir sind und wie gut es klappen kann."

„Sehr schön zu sehen, wie vielen Kindern auch am Herzen liegt, dass es anderen Kindern auch gut geht. Alleine kann man ja nicht so viel bewirken. Aber zusammen kann man ziemlich viel schaffen“

Das Ziel, Kinderarbeit weltweit zu stoppen ist noch lange nicht erreicht: 138 Millionen Kinder und Jugendliche müssen noch immer - teilweise unter besonders ausbeuterischen und gesundheitsschädlichen Bedingungen - arbeiten. Den großen Eröffnungsgottesdienst der 68. Aktion Dreikönigssingen am Dienstagnachmittag um 15 Uhr im Freiburger Münster leitet der Freiburger Erzbischof Stephan Burger. Er hat auch schon mit eigenen Augen gesehen, wie Kinderarbeit konkret aussehen kann:

„Ich konnte vor einigen Jahren selbst in Indien unterwegs sein und habe dort erleben müssen und sehen können, wie Kleinkinder an Webstühlen arbeiten, stundenlang in der gleichen Haltung und wie diese kleinen Finger bemüht waren, diese Knoten zu knüpfen, damit in unseren Breiten dann billiger Teppiche erworben werden können - und was es für Schäden verursacht, was das für die Kinder bedeutet, nachher später kein normales Leben führen zu können."

„Ich konnte vor einigen Jahren selbst in Indien unterwegs sein und habe dort erleben müssen und sehen können, wie Kleinkinder an Webstühlen arbeiten, stundenlang in der gleichen Haltung“

Von Indien ist es nicht weit nach Bangladesch - ebenfalls berühmt berüchtigt für Kinderarbeit. Auf dem Plakat der Aktion 2026 ist die zwölfjährige Nour aus Bangladesch zu sehen. Die Aktion Dreikönigssingen will dieses Mal an diesem Beispielland zeigen, wo die Hilfe der Sternsinger ankommt und wie Kinder dort gestärkt und geschützt werden können. Pfarrer Dirk Bingener, Präsident des Kindermissionswerks „Die Sternsinger", erklärt:

„Zunächst einmal machen die Kinder auf das Thema aufmerksam, dass ihre Altersgenossen arbeiten müssen. Das Zweite ist: Sie sammeln Spenden. Damit können wir unseren Projektpartner ARKTF, das ist eine Stiftung in Bangladesch beispielsweise, unterstützen. Der Partner hat 10.000 Kinder aus der Kinderarbeit befreit. Und dann wird es auch darum gehen, zu schauen: Was kann ich persönlich tun, also in meinem Einkaufsverhalten beispielsweise. Die Sternsinger-Aktion gibt die Gelegenheit, ganz konkret etwas zu tun. Wir sind diesem Problem nicht ohnmächtig ausgeliefert, sondern wir können etwas tun, und zwar Schritt für Schritt und jeder an seiner Stelle."

„Die Sternsinger-Aktion gibt die Gelegenheit, ganz konkret etwas zu tun. Wir sind diesem Problem nicht ohnmächtig ausgeliefert, sondern wir können etwas tun, und zwar Schritt für Schritt und jeder an seiner Stelle“

Im Jahr  2025 kamen laut den Organisatoren der Aktion übrigens bundesweit mehr als 48 Millionen Euro an Spenden zusammen. Das Kindermissionswerk „Die Sternsinger" und der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) konnten dadurch weltweit Hilfsprojekte für Kinder und Jugendliche fördern.

Münsteraner Sternsinger bei Neujahrsgottesdienst mit Papst

Nach der offiziellen bundesweiten Eröffnung der Aktion Dreikönigssingen 2026 am 30. Dezember in Freiburg steht für vier Sternsingerinnen aus dem Bistum Münster dann schon bald ein ganz besonderer Termin an: Die Sternsingerinnen Mia (14), Theresa (13), Pia (10) und Anna aus der Pfarrei St. Franziskus in Marl werden am Donnerstag, 1. Januar, um 10 Uhr den Neujahrsgottesdienst mit Papst Leo XIV. im Petersdom mitfeiern. 19 weitere Sternsingerinnen und Sternsinger aus Österreich, der Schweiz, Italien, der Slowakei und aus Ungarn sind am Neujahrstag ebenfalls im Vatikan dabei. In ihren festlichen Gewändern werden Anna und Theresa gemeinsam mit der österreichischen Sternsingerin Clara (14) aus dem Burgenland sogar an der Gabenprozession im Petersdom teilnehmen.

Die Mädchen und Jungen sind rund um den Jahreswechsel zu Gast in Rom. Unter anderem besuchen sie die Päpstliche Schweizergarde, überbringen dort ihren Segen und feiern gemeinsam mit den Gardisten Gottesdienst. Die Sternsingerinnen aus Marl werden darüber hinaus den Segen an der Deutschen Botschaft beim Heiligen Stuhl anschreiben.

Am 29. Dezember 2026 ist dann Münster Gastgeber der bundesweiten Eröffnung der übernächsten Aktion Dreikönigssingen in Deutschland. Zahlreiche Mädchen und Jungen werden dann - so wie nun in Freiburg -  in Münster erwartet. Traditionell wählt das gastgebende Bistum die Delegation für die Romfahrt im davorliegenden Aktionsjahr aus. Der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) im Bistum Münster hatte dazu einen Wettbewerb gestartet. Gewinner waren die Marler Sternsingerinnen mit einem Video, das ihren kreativen Einsatz für Kinder in der Einen Welt zeigt.

Papst, Bundespräsident, Bundeskanzler

Das Engagement der Sternsingerinnen und Sternsinger sowie ihrer jugendlichen und erwachsenen Begleitenden genießt große Wertschätzung. Päpste segnen seit 25 Jahren Sternsinger an Neujahr im Petersdom. Im Bundespräsidialamt und im Bundeskanzleramt werden Sternsingergruppen seit inzwischen mehr als 40 Jahren empfangen. Seit 2008 tragen Sternsingerinnen und Sternsinger aus mehreren europäischen Ländern ihren Segen auch in das Europaparlament. 2004 wurden die Sternsinger in Münster mit dem Westfälischen Friedenspreis ausgezeichnet. 2015 erfolgte die Aufnahme des „Sternsingens“ in das bundesweite Verzeichnis des immateriellen Kulturerbes.

Sternsinger erstmals auch bei EU-Kommission

20 Sternsingerinnen und Sternsinger aus Deutschland, Ungarn, Rumänien, Italien, Österreich und Belgien werden Mitte Januar im Europaparlament und erstmals bei der EU-Kommission empfangen. Am Mittwoch, 14. Januar, ziehen sie mit ihren Sternen und Kronen ins Europaparlament ein. Zu Gast sind die Königinnen und Könige in Brüssel zum zweiten Mal bei Sabine Verheyen, Vizepräsidentin des Europaparlaments. Der Empfang im Parlamentsgebäude beginnt um 14.00 Uhr. Im Vorfeld besuchen die Sternsinger aus sechs Nationen um 9.30 Uhr das Sekretariat der COMECE (Kommission der Bischofskonferenzen der Europäischen Gemeinschaft). Die Vertretung der deutschen Sternsinger übernehmen Annalena (15), Jakob (13), Sam (13) und Emily (13) aus der Pfarrei St. Knud in Husum (Nordfriesland, Erzbistum Hamburg).

Passend zum deutschen Aktionsthema „Schule statt Fabrik – Sternsingen gegen Kinderarbeit“ werden die Mädchen und Jungen im Alter von neun bis 15 Jahren im Europarlament die Lebenssituation arbeitender Kinder aus verschiedenen Ländern vorstellen und ihre Wünsche an die Europapolitik zum Einsatz gegen Kinderarbeit vortragen. Bereits zum 18. Mal seit 2008 tragen die Königinnen und Könige ihren Segen ins Europaparlament. 

Mehr als 1,4 Milliarden Euro Spenden seit Aktionsstart 1959 

Seit dem Start der Aktion 1959 kamen beim Dreikönigssingen laut den Organisatioren insgesamt mehr als 1,4 Milliarden Euro zusammen, mit denen Projekte für benachteiligte und Not leidende Kinder in Afrika, Lateinamerika, Asien, Ozeanien und Osteuropa gefördert wurden. Mit den Mitteln aus der deutschlandweiten Solidaritätsaktion von Kindern für Kinder werden Projekte in den Bereichen Bildung, Ernährung, Gesundheit, Kinderschutz, Nothilfe, pastorale Aufgaben und soziale Integration unterstützt. Bundesweite Träger sind das Kindermissionswerk „Die Sternsinger" und der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ).

Bedeutende Sternsinger-Termine

Dienstag, 30. Dezember 2025: Bundesweite Eröffnung der 68. Aktion Dreikönigssingen in Freiburg (Erzdiözese Freiburg)

Donnerstag, 1. Januar 2026: Sternsinger aus Marl (Bistum Münster) nehmen am Neujahrsgottesdienst mit Papst Leo XIV. im Petersdom (Vatikan) teil

Sonntag, 4. Januar 2026, 9.30 Uhr: Live-Übertragung des TV-Gottesdienstes im ZDF mit Sternsingern aus der Pfarrei St. Bonifatius in Herne

Anfang Januar 2026: Sternsingergruppen aus allen 27 deutschen Diözesen werden im Bundeskanzleramt in Berlin empfangen

Dienstag, 06. Januar 2026, 11.00 Uhr: Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier empfängt in Berlin Sternsinger aus Dortmund-Aplerbeck (Erzbistum Paderborn)

Mittwoch, 14. Januar 2026, 14.00 Uhr: Sabine Verheyen, Vizepräsidentin des Europäischen Parlaments, empfängt Sternsinger in Brüssel, darunter eine Gruppe aus dem Erzbistum Hamburg

Donnerstag, 15. Januar, Magnus Brunner, österreichischer Kommissar für Inneres und Migration, empfängt die Sternsingerinnen und Sternsinger erstmals am Sitz der EU-Kommission. Der Empfang im Berlaymont-Gebäude in Brüssel beginnt um 9.00 Uhr.

(erzbistum freiburg/kindermissionswerk „die Sternsinger" 28)

 

 

 

 

 

 

Papst betont Wert der christlichen Familie in despotischer Welt

 

Am Fest der Heiligen Familie hat Papst Leo an diesem Sonntag den Wert der christlichen Familie hervorgehoben und vor skrupellosen Machtinteressen und Materialismus gewarnt, die sie bedrohen. Anne Preckel - Vatikanstadt

Beim Mittagsgebet ging Leo XIV. am Petersplatz auf die biblische Erzählung von der Flucht der Heiligen Familie nach Ägypten ein (vgl. Mt 2,13-15.19-23). König Herodes hatte in Betlehem die Ermordung aller Kinder in Jesu Alter angeordnet. Der hartherzige König sei „wegen seiner Grausamkeit gefürchtet“ worden, „aber gerade deshalb zutiefst einsam“ gewesen, so Leo XIV. in seiner Katechese.

Geblendet

„In seinem Reich vollbringt Gott das größte Wunder der Geschichte, in dem alle alten Heilsverheißungen ihre Erfüllung finden, doch er kann dies nicht sehen, geblendet von der Angst, seinen Thron, seinen Reichtum und seine Privilegien zu verlieren. In Betlehem herrscht Licht und Freude: Einige Hirten haben die himmlische Verkündigung empfangen und vor der Krippe Gott verherrlicht (vgl. Lk 2,8-20), aber nichts davon dringt durch die abgeschotteten Verteidigungsanlagen des Königspalastes, außer als verzerrtes Echo einer Bedrohung, die mit blinder Gewalt erstickt werden muss.“

Gegenüber der Hartherzigkeit des Gewaltherrschers hob der Papst Wert und Sendung der Heiligen Familie hervor. Sie sei in der „despotischen und gierigen Welt, die der Tyrann repräsentiert“, Gottes Antwort der Liebe gewesen. Josef, der gehorsam der Stimme des Herrn gefolgt sei, brachte angesichts der drohenden Gefahr Ehefrau und Kind in Ägypten in Sicherheit. Auf diese Weise konnte Jesus überleben und in der „häuslichen Liebe“ der Heiligen Familie der Welt das Licht der Hoffnung leuchten.

Herodes heute

„..mit ihrem Erfolgsmythos um jeden Preis, mit skrupelloser Macht, leerem und oberflächlichem Wohlstand.. Lassen wir nicht zu, dass diese Trugbilder die Flamme der Liebe in den christlichen Familien ersticken“

„Während wir mit Staunen und Dankbarkeit auf dieses Geheimnis blicken, denken wir an unsere Familien und an das Licht, das auch von ihnen auf die Gesellschaft, in der wir leben, ausgehen kann“, stellte der Papst einen Bezug zu Familien heute her. „Leider gibt es in der Welt immer wieder ,Herodes‘-Figuren, mit ihrem Erfolgsmythos um jeden Preis, mit skrupelloser Macht, leerem und oberflächlichem Wohlstand, und oft zahlt die Welt dafür mit Einsamkeit, Verzweiflung, Spaltungen und Konflikten. Lassen wir nicht zu, dass diese Trugbilder die Flamme der Liebe in den christlichen Familien ersticken.“

Der Papst ermutigte dazu, die Werte des Evangeliums zu kultivieren und zu bewahren: das Gebet, den Empfang der Sakramente, insbesondere der Beichte und Kommunion, sowie „echte Zuneigung“, „aufrichtigen Dialog“, „tägliche gute Taten“ und eine „schlichte“, doch „konkrete“ Kommunikation.

Familien als Hoffnungsträger

„Dann werden die Familien zu einem Licht der Hoffnung für unser Umfeld, zu einer Schule der Liebe und zu einem Werkzeug der Erlösung in den Händen Gottes“, so Papst Leo. Er griff hier auf Worte seines Vorgängers Franziskus zurück (vgl. Homilie bei der Heiligen Messe zum 10. Weltfamilientreffen, 25. Juni 2022). „Bitten wir also den Vater im Himmel, durch Fürsprache Mariens und des heiligen Josef, unsere Familien und alle Familien der Welt zu segnen, damit sie nach dem Vorbild der Familie seines menschgewordenen Sohnes wachsen und für alle ein wirksames Zeichen seiner Gegenwart und seiner ewigen Liebe sein mögen.“ (vn 28)

 

 

 

 

 

Heiliges Jahr 2025 in Deutschland offiziell beendet

 

Weihbischof Lohmann schreibt Brief an die Pilgerinnen und Pilger der Hoffnung

Mit einem Gottesdienst im Xantener Dom ist heute (28. Dezember 2025) offiziell das Heilige Jahr 2025 in Deutschland beendet worden. Papst Franziskus hatte in seinem Einberufungsschreiben für das Heilige Jahr festgelegt, dass dieses am heutigen Tag in den Ortskirchen endet und am 6. Januar 2026 in Rom. Der Beauftragte der Deutschen Bischofskonferenz für das Heilige Jahr, Weihbischof Rolf Lohmann (Münster), würdigte in seiner Predigt während des Gottesdienstes das besondere Pilgerjahr als großen Erfolg: „Auch wenn die schweren Portale der Patriarchalbasiliken in Rom in wenigen Tagen wieder geschlossen werden, müssen wir unsere Türen und Tore, unsere Herzen und Arme öffnen, um die hoffnungsvolle Botschaft des Evangeliums allen Menschen zu bringen. Wir wollen sie einladen, sich dieser Botschaft anzuschließen, sie anzunehmen und aus ihr heraus das Leben zu gestalten und den Glauben zu vertiefen.“

Mit zahlreichen Veranstaltungen ist das Heilige Jahr in Deutschland begleitet worden. Viele Gläubige haben sich auch an den Jubiläumsfeierlichkeiten in Rom beteiligt. Allein 15 Diözesanwallfahrten waren eigens nach Rom organisiert worden. Dort haben nach Angaben des Vatikans mehr als 32 Millionen Menschen das Heilige Jahr als Pilger begangen, das unter dem Leitwort Pilger der Hoffnung stand. „In Rom ist mir bewusst geworden, wie bereichernd es ist, ‚Weltkirche‘ zu erleben. Gerade den jungen Menschen, die im Heiligen Jahr Rom besucht haben und durch die Heiligen Pforten geschritten sind, hat es gut getan, sich als Gemeinschaft zu erleben und zu erfahren, dass der Glaube trägt und Hoffnung verbreitet in einer komplizierten und mitunter problembeladenen Welt“, so Weihbischof Lohmann. Er fügte hinzu: „Das Heilige Jahr ist beendet. Beendet ist aber nicht unser Auftrag, als ‚Pilger der Hoffnung‘ unseren Weg weiterzugehen, Tore der Gottes- und Nächstenliebe weit aufzumachen und dafür zu sorgen, dass Glaube, Hoffnung und Liebe Säulen sind, die tragen.“ Ausdrücklich forderte der Weihbischof dazu auf, Position zu beziehen: „Stellen wir uns bewusst vor alle Menschen, die Hass, Anfeindung und Ausgrenzung erfahren, geben wir ihnen Sicherheit und Gastfreundschaft, lassen wir sie teilhaben an der Hoffnung, die Christus selber ist.“

Im Gottesdienst schaute Weihbischof Lohmann auch nach vorne, denn Papst Leo XIV. hatte vor wenigen Wochen ein weiteres Heiliges Jahr angekündigt: „Machen wir uns auf zum nächsten Außerordentlichen Heiligen Jahr 2033, wo wir 2000 Jahre Jesu Tod und Auferstehung festlich begehen, und das nicht nur in Rom, sondern auf Wunsch des Papstes auch in Jerusalem. Unsere Pilgerschaft zu diesem weiteren Jubiläum hin soll geprägt sein von der Vertiefung des Glaubens, von der Haltung des Evangeliums und von einer Zeugenschaft, die Menschen anzieht und mitnimmt und ihnen Halt und Orientierung gibt“, so Weihbischof Lohmann.

Mit dem Abschlussgottesdienst des Heiligen Jahres in Xanten veröffentlichte Weihbischof Lohmann gleichzeitig einen Brief an die Pilgerinnen und Pilger der Hoffnung. Das Dokument versteht sich als Reflexion zum Heiligen Jahr und entwickelt eine Perspektive für den weiteren Weg der Kirche. Es gehe darum, die Fragen der Menschen ernst zu nehmen: „Wir wollen hören, was gedacht wird und welche Vorstellungen Menschen vom Christ- und Kirchesein heute haben. Wir müssen bereit sein, glaubwürdig Konsequenzen aus den Erfahrungen des Missbrauchs in unserer Kirche zu ziehen und mit Vertrauen die synodalen Prozesse in unserem Land und auf Weltebene weitergehen. Mit Gemeinschaft und Teilhabe in der Sendung möchten wir als Kirche Glaubwürdigkeit und Ernsthaftigkeit zurückgewinnen und für den Dialog auf allen Ebenen verlässlicher Partner sein. Das ist bei allen Um- und Aufbrüchen wichtig“, schreibt Weihbischof Lohmann. Er ist fest überzeugt: „Das Heilige Jahr wirkt länger, als es gedauert hat.“ Dbk 28

 

 

 

 

 

 

Lasst uns Brücken bauen

 

Kaum eine Brücke steht in Deutschland für so viel wie die Talbrücke Rahmede. Einerseits für kaputte Infrastruktur, Vollsperrung, Staus und Umwege sowie andererseits für Politik, die Verfahren für den Brückenneubau verkürzt hat, für eine schnelle Bauzeit und eine feierliche Wiedereröffnung. Doch gerade an Weihnachten wird deutlich: Brücken verbinden viel mehr als nur zwei Täler…

Die Geduld in der Stadt Lüdenscheid wurde während der Bauzeit von zwei Jahren und zwei Monaten auf eine harte Probe gestellt. Die Anwohner haben gemeinsam, mal mehr, mal weniger meckernd, geduldig den Autobahnverkehr in ihrer Stadt ertragen. Am Ende ist alles gut geworden. Die Stadt hat zu Weihnachten mit der Wiederfreigabe des ersten Brückenabschnitts auf der A45 ein verfrühtes Weihnachtsgeschenk bekommen. Die Infrastruktur wurde wiederhergestellt. Pendler, Lieferanten, Spediteure und Co. kommen nun wieder ohne lange und teure Umwege zum Ziel.

Gemeinsames Handeln in schweren Zeiten

All das wäre nicht möglich gewesen, wenn Politik, Wirtschaft und Bürger nicht gemeinsam durch diese schwere Zeit gegangen wären. 

Eine Brücke steht nicht nur als Stahl- oder Betonkoloss in der Landschaft. Sie ist viel mehr als nur ein Bauwerk. Sie verbindet zwei Talhälften miteinander. Bildlich gesprochen bedeutet es, dass sie auch Menschen miteinander verbindet. Es wird deutlich, dass man alles gemeinsam schaffen kann, wenn man nur will.

Bei Planungen müssen Kompromisse eingegangen werden, es entsteht Streit bei der Umsetzung eines gemeinsamen Ziels: der Verfolgung von gemeinsamen Interessen mit unterschiedlichen Wegen. Und doch nähert sich das trennende Tal mit dem Bau einer Brücke an. Schritt für Schritt. Ganz langsam, kaum sichtbar. Plötzlich steht sie da. Man hat einen Kompromiss oder auch einen Weg für eine gemeinsame Zusammenarbeit gefunden. Die Kontrahenten stehen sich nun jeder auf seiner Seite der Brücke gegenüber und können sich die Hand geben. Sie haben es geschafft. Sie sind erleichtert, dass es doch so schnell funktioniert hat.

Eine Brücke verbindet nicht nur Täler, sondern auch Menschen

Sie trennen keine Abrisskanten mehr, sie sind nicht mehr nur getrennt, sondern haben gemeinsam an einer Sache gearbeitet. Und doch muss eine Brücke immer gewartet werden, damit die Verbindung von Straße zur Brücke nicht bröckelt und plötzlich ein Bauwerk in der Landschaft steht, wo eine Verbindung fehlt, weil sie brüchig geworden ist. 

Auf die Gesellschaft bezogen bedeutet es: zuhören, aushalten und miteinander sprechen. Nur so findet man einen gemeinsamen Nenner, mit dem gearbeitet werden kann. Denn Nächstenliebe ist kein Gefühl, sondern eine Haltung. Sie dient dem Gemeinwohl und einer solidarischen Haltung, in der sich um andere gekümmert wird. „Ich nehme dich so an, wie du bist“, ist wohl die Kernaussage des Begriffes Nächstenliebe.

Brücken tragen viel Verantwortung

Um bei dem Bild der Brücken zu bleiben: Sie entstehen dort, wo Menschen bereit sind, Verantwortung füreinander zu übernehmen und nicht ausschließlich ihre eigenen Interessen zu verfolgen. Eine Brücke trägt und verbindet Menschen nicht nur statisch, sondern auch symbolisch. Sie hält viel aus, weil sie durch Menschen in unterschiedlichen Betrieben gemeinsam gebaut wurde. Menschen haben eine gemeinsame Sache im Kopf gehabt: die schnelle Fertigstellung einer Brücke, damit der Verkehr wieder fließen kann. 

Übertragen auf unseren Alltag kann einmal geschaut werden, wo wir selbst Brücken bauen können. Sei es in der Kirche, in der Nachbarschaft oder auch im Beruf. Allein funktioniert es nicht. Es geht nur gemeinsam, indem über ein Problem gesprochen und nach einer konstruktiven Lösung gesucht wird. Denn die Kommunikation gerät gerade in der heutigen Zeit oftmals in Vergessenheit.

Fazit: Indem wir miteinander sprechen, etwas gemeinsam erreichen, bauen wir Brücken. Zu uns selbst und auch zu anderen. Daher lasst uns Brücken bauen und so nicht nur tiefe Täler überwinden.

Jenny Musall, kath.de 28

 

 

 

 

 

Kardinal Reina schließt Heilige Pforte der Lateranbasilika

 

Während das Heilige Jahr der Hoffnung seinem Ende entgegengeht, hat Kardinalvikar Baldo Reina an diesem Samstag die Heilige Pforte der Kathedrale von Rom geschlossen. In seiner Predigt mahnte er, die „Abwesenheit von Gerechtigkeit und Frieden“ in der Stadt nicht länger hinzunehmen und die Hoffnung der Millionen Pilger in den Alltag zu tragen.

Mario Galgano - Vatikanstadt

In Gemeinschaft mit den Diözesen weltweit, die an diesem Wochenende das Ende des lokalen Jubiläumsjahres begehen, hat Kardinal Baldo Reina, Generalvikar des Papstes für die Diözese Rom, die Heilige Pforte der Basilika San Giovanni in Laterano geschlossen.

Die feierliche Zeremonie, begleitet von den Gesängen des Diözesanchors unter der Leitung von Monsignore Marco Frisina, ist der Vorbote für das finale Ereignis am 6. Januar: Dann wird Papst Leo XIV. die Heilige Pforte des Petersdoms schließen und damit das Jubeljahr offiziell beenden, das mehr als 32 Millionen Pilger und Touristen in die Ewige Stadt geführt hat.

Wo ist Gott in der Krise?

In seiner Predigt schlug Kardinal Reina eine Brücke vom Weihnachtsfest zum Fest des Evangelisten Johannes. Ausgehend von der Frage der Jünger am leeren Grab – „Wo ist der Herr zu suchen?“ – spannte er den Bogen zur sozialen Realität Roms. Viele Menschen, so der Kardinal, sähen in ihrem Leben heute nur noch ein „leeres Grab“ als Zeichen der Abwesenheit Gottes und der Solidarität.

„Können wir unseren Glauben bekennen, ohne uns um jene zu kümmern, die aufgrund ihrer Lasten, ihres Schmerzes und der Ungerechtigkeiten nichts anderes als Leere sehen?“, fragte Reina kritisch. Er prangerte die „Abwesenheit von Aufmerksamkeit für ökonomische und existenzielle Nöte“ an, die tiefe Kluft zwischen Peripherie und Zentrum sowie die Einsamkeit, die selbst vor dem Klerus nicht halt mache.

Ein Katalog der Versäumnisse

Die Predigt des Kardinalvikars las sich wie eine Bestandsaufnahme der städtischen und globalen Krisen. Er kritisierte den Mangel an Visionen in einer Kultur ohne „glaubwürdige Lehrer“; die Abwesenheit von Gerechtigkeit, die gleichen Chancen auf Arbeit, faire Löhne und Wohnraum im Wege steht, sowie den Verlust von Frieden in einer Welt, in der die „Logik des Stärkeren“ regiert.

„Wir müssen Missionare der Verklärung aller sozialen und existenziellen Orte sein“, forderte Reina. Die Heilige Pforte im Lateran trage nun die „Abdrücke der Streicheleinheiten“ all jener Millionen Menschen, die dort in diesem Jahr Barmherzigkeit gesucht haben.

Ein neuer Abschnitt für Rom

Auch wenn die Pforte nun physisch geschlossen sei, betonte der Kardinal, dass der auferstandene Herr weiterhin „durch verschlossene Türen tritt“. Er erinnerte an die Worte von Papst Leo XIV., der Rom als ein „Laboratorium der Synodalität“ bezeichnet hatte. Die Kirche von Rom sei nun aufgerufen, „Taten des Evangeliums“ in einer Stadt zu vollbringen, die von wachsender Armut und desorientierten Jugendlichen gezeichnet ist.

Mit dem Segen und dem Aufruf, das Jubeljahr als „verstreutes Sakrament der Nähe Gottes“ im Gedächtnis zu behalten, endete die Feier. Die Diözese Rom tritt nun in eine neue Etappe ein, in der die Hoffnung des Jubiläums im konkreten Einsatz für die Schwächsten Gestalt annehmen soll.

Älteste Heilige Pforte der Geschichte

Die Heilige Pforte der Lateranbasilika ist die erste in der Geschichte der Heiligen Jahre: Papst Martin V. durchschritt sie während des Heiligen Jahres 1423. Erst zu Weihnachten 1499 führte Papst Alexander VI. die Öffnung der Heiligen Pforte auch im Petersdom ein. Das heutige Bronzeportal wurde zum Heiligen Jahr 2000 geschaffen. Die Durchquerung einer Heiligen Pforte ist nach katholischer Lehre, in Verbindung mit einer Beichte und anderen Auflagen, Vorbedingung für einen Nachlass der zeitlichen Sündenstrafen.

Kardinal Reina hatte bereits am Heiligen Abend die Heilige Pforte im römischen Gefängnis Rebibbia geschlossen, die Papst Franziskus (2013-2025) am 26. Dezember 2024 geöffnet hatte - erstmals überhaupt in einer Justizvollzugsanstalt. Die Schließung der Heiligen Pforte in Sankt Paul vor den Mauern vollzieht am Sonntag ab 10 Uhr Kardinal James Harvey, Erzpriester der zweitgrößten Kirche Roms. (vn27)

 

 

 

 

 

 

Stephanus-Tag: Der Glaube ist stärker als die Gewalt

 

Am Gedenktag des ersten Märtyrers der Christenheit hat Leo XIV. für Hoffnung, Gewaltlosigkeit und gelebte Geschwisterlichkeit geworben. Das Zeugnis des heiligen Stephanus zeigt, dass das Licht Gottes selbst im Leid nicht erlischt und der Logik der Gewalt die Kraft von Vergebung, Frieden und Hoffnung entgegensetzt. Das betonte Papst Leo am 2. Weihnachtstag beim Angelusgebet auf dem Petersplatz. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

Am 26. Dezember, nur einen Tag nach dem Weihnachtsfest, begeht die katholische Kirche den Gedenktag des heiligen Stephanus. Er war der Erste, der sein Leben hingab für den Glauben, und er wurde damit auch zum ersten Opfer der beginnenden Christenverfolgung.

„Das Martyrium ist die Geburt in den Himmel: Ein gläubiger Blick sieht nämlich selbst im Tod nicht mehr bloß Dunkelheit,“ führte der Papst aus. „Die Erzählung in der Apostelgeschichte bezeugt, dass diejenigen, die Stephanus seinem Martyrium entgegengehen sahen, vom hellen Glanz seines Gesichtes und von seinen Worten überrascht waren. (...) Es ist das Gesicht eines Menschen, der nicht gleichgültig aus der Geschichte scheidet, sondern ihr mit Liebe begegnet. Alles, was Stephanus tut und sagt, spiegelt die göttliche Liebe wider, die in Jesus erschienen ist, dem Licht, das in unserer Finsternis aufgestrahlt ist.“

Den Frieden über die eigenen Ängste stellen

Stephanus sei also das Sinnbild eines Menschen, der der Geschichte nicht mit Hass, sondern mit Hingabe begegne. Ein Zeichen dafür, dass keine Macht über das Werk Gottes zu siegen vermöge: „Überall auf der Welt gibt es Menschen, die sich für die Gerechtigkeit entscheiden, auch wenn es sie etwas kostet; Menschen, die Frieden über ihre eigenen Ängste stellen, die den Armen dienen statt sich selbst,“ stellte der Pontifex fest.

Den Bogen zur Weihnachtserzählung spannend, erinnerte er daran, dass uns die Geburt Jesu zu einem Leben als Kinder Gottes rufe, eine Einladung sei, sich bewusst für das Licht, für Gerechtigkeit, Frieden und Geschwisterlichkeit zu entscheiden – auch wenn dies Widerstand hervorrufe, besonders bei jenen, die um Macht und Einfluss fürchten.

Der Christ hat keine Feinde, sondern Brüder und Schwestern

„Wer heute an den Frieden glaubt und den unbewaffneten Weg Jesu und der Märtyrer gewählt hat, wird oft lächerlich gemacht, aus der öffentlichen Debatte verdrängt und nicht selten beschuldigt, Gegner und Feinde zu begünstigen. Der Christ hat jedoch keine Feinde, sondern Brüder und Schwestern, die auch dann Brüder und Schwestern bleiben, wenn man sich nicht versteht.“

Den Grund für die Freude von Weihnachten verortet der Papst in der „Beharrlichkeit derer, die Geschwisterlichkeit bereits leben und auch in ihrem Gegner die unauslöschliche Würde der Töchter und Söhne Gottes erkennen.“

„Deshalb vergab Stephanus seinen Feinden als er starb, wie Jesus: für eine Kraft, die wahrer ist als die der Waffen. Es ist eine ungeschuldete Kraft, die in jedem Herzen bereits vorhanden ist und die wieder aktiviert wird und sich auf unwiderstehliche Weise mitteilt, wenn jemand beginnt, seinen Nächsten mit anderen Augen zu betrachten, ihm Aufmerksamkeit und Anerkennung zu schenken,“ stellte der Pontifex abschließend fest. Vn 26

 

 

 

 

 

 

Bischof Bätzing zum Weihnachtsfest. Eine heilsame Kraft der Menschheit

 

Die Geburt Jesu hat alles zum Guten gewendet und die Geschicke der Menschheit in neue Bahnen gelenkt. Davon hat der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, heute (25. Dezember 2025) im Weihnachtsgottesdienst in Limburg gepredigt: „Jesus ist der neue Mensch, mit dem sich jeder Mensch verbinden kann, um sich auf das Abenteuer der Menschenfreundlichkeit einzulassen. In der Nacht von Bethlehem wurde der neue Mensch geboren. Mit ihm kann alles anders, kann alles gut werden.“

Weihnachten entfalte bis heute eine heilsame Kraft für die Menschheit und habe große Bedeutung für weltweite Solidarität, für das Einstehen für Menschenwürde und für die Übernahme von globaler Verantwortung. Ausgehend von einer „großen Perspektive“ auf die Welt verdeutlichte Bischof Bätzing, wie klein und zugleich kostbar der Mensch im Gefüge des Universums sei. Deshalb tragen die Menschen auch Mitverantwortung für die Lebensbedingungen heutiger und künftiger Generationen. „Und weil ich von großen Zusammenhängen überzeugt bin und von der Bedeutung selbst kleinster Schritte, mutiger Entscheidungen und beherzten gemeinsamen Handelns, darum sehe ich all die ums sich greifenden Tendenzen der Abschottung heutzutage so kritisch.“

Abschottung, egoistischer Nationalismus und ein Denken nach dem Motto „Wir zuerst“ widerspreche der christlichen Botschaft, betonte der Bischof. Demokratie und gesellschaftlicher Zusammenhalt ließen sich nur stärken, wenn Solidarität gelebt werde – zwischen Generationen, zwischen Starken und Schwachen, Gesunden und Kranken. Auch der Schutz des Lebens in all seinen Phasen sowie ein konsequentes Handeln gegen die Folgen des Klimawandels seien Ausdruck dieser Verantwortung.

Mit der Geburt Jesu sei eine neue Dynamik in die Welt gekommen. Gott habe sich in Jesus selbst entäußert und sei Mensch geworden – verletzlich, bedürftig und den Menschen gleich. „Der Gott, zu dem sich Christinnen und Christen bekennen, ist so frei, sich aller göttlichen Macht zu entäußern, sich leer zu machen, bedürftig und angewiesen wie ein Kind, um so in sich einen unendlich großen Freiraum zu schaffen für echte Achtsamkeit, wahre Freundschaft und großzügiges Erbarmen“, sagte Bischof Bätzing. Weihnachten stehe damit für einen radikalen Gegenentwurf zu Macht, Gewalt und Gleichgültigkeit. Diese Botschaft wirke bis heute. Die Weihnachtsgeschichte, die Lieder und die Krippen berührten Menschen jeden Alters und hielten die Sehnsucht nach Frieden, Gerechtigkeit und Zuversicht wach. Dbk 25

 

 

 

 

 

„Geschwisterlichkeit und Frieden sind keine Träumerei“

 

Kardinal Reinhard Marx ist überzeugt, dass das Christentum als „eine universale Botschaft der Freiheit, der Würde, der Geschwisterlichkeit aller“ Teil des Kernprofils Europas bleiben und eine Renaissance erleben wird.

Laut Manuskript seiner Weihnachtspredigt an Heiligabend im Münchner Liebfrauendom fordert der Erzbischof von München und Freising die Christen dazu auf, in Europa ihren „Platz einzunehmen, deutlich, klar und präsent inmitten der gegenwärtigen Herausforderungen“, und die „Vision einer geschwisterlichen Welt“ gegen „Eigeninteressen, Resignation und Zynismus“ zu verteidigen. Der Predigttext wurde vorab veröffentlicht.

Kardinal Marx erinnert an das Weihnachtsevangelium und an die Verletzlichkeit Jesu, der geboren worden sei als jüdisches Kind „inmitten einer widersprüchlichen Welt, die geprägt war von Misstrauen, Angst, Gewalt, Krieg und Ungerechtigkeit“. In diesem Zusammenhang zeigt sich der Erzbischof „entsetzt über den wachsenden Antisemitismus weltweit“ und fügt hinzu: „Wir stehen an der Seite unserer älteren jüdischen Geschwister!“

„Entsetzt über wachsenden Antisemitismus weltweit“

Trotz der bedrohlichen Umstände setzten nach Ansicht von Marx die Geburt Jesu und seine Lebensgeschichte „für immer und unzerstörbar eine Bewegung in Gang, die den Kräften des Untergangs, der Gewalt, der Niedertracht und der Sünde nicht das Spielfeld überlässt“. Auch heute, „angesichts der dunklen Zeichen einer zerrissenen Welt, der Gewalt, des Nationalismus und der Vorherrschaft allein ökonomischer Interessen“, hält der Erzbischof von München und Freising daran fest, dass „der Glaube an einen Gott der Geschwisterlichkeit und des Friedens“ keine „utopische Träumerei“ sei.

„Einen offenen Himmel im Auge behalten“

Vielmehr zeige „die Geschichte der Menschheit, dass die Antwort auf die Herausforderungen nicht Resignation und Zynismus sein müssen“. Das „Ja zu einer Hoffnung – trotz alledem“ sei eine „tiefgehende Kraft, die auch über dunkle Zeiten und Katastrophen hinweg die Vision einer geschwisterlichen Welt und einen offenen Himmel im Auge behält“.

Ohne diese Hoffnung, die in der christlichen Weihnachtsbotschaft zum Ausdruck komme, fehle Europa ein entscheidendes Element, betont Kardinal Marx: „Was wäre unser Land, was wäre Europa, was wäre der sogenannte Westen ohne die Botschaft von Weihnachten?“ Das Kind in der Krippe zeige „einen geheimnisvollen Gott, der Bruder aller Menschen geworden ist“, und schließe daher „Menschen aller Kulturen und Völker zusammen und macht den Blick auf die eine Menschheitsfamilie frei, auf das gemeinsame Haus aller Menschen, das dieser wunderbare Planet darstellt“, so der Erzbischof. Diese „christliche Hoffnung ist das Wichtigste, das wir im Augenblick brauchen, suchen und uns schenken lassen sollten“. (pm 24)

 

 

 

 

 

Gedanken von Päpsten zum Weihnachtsfest

 

Was haben die Päpste der letzten Jahrzehnte zum Hochfest der Geburt Christi gesagt? Das wollen wir Ihnen einmal in einer Übersicht vorstellen. Amadeo Lomonaco

Pius XII. spricht am Heiligen Abend 1942 in einem Moment, in dem der Zweite Weltkrieg und die Judenvernichtung in Europa unzählige Menschen in Bedrängnis bringen. In seiner Radiobotschaft versteckt der Papst, auch wenn er aus Sorge vor Repressalien nicht offen gegen die Shoah zu protestieren wagt, in versteckter Form von ihr: „Hunderttausende von Menschen sind ohne eigenes Verschulden, manchmal nur aufgrund ihrer Nationalität oder Abstammung, zum Tod oder zu einem fortschreitenden Verfall verurteilt.“

Pius XII. lancierte seine Weihnachtsbotschaft über Radio Vatikan

Zwei große Gesten am Fest der Geburt Jesu: Pius‘ Nachfolger Johannes XXIII. besucht am Heiligabend 1958 das vatikanische Kinderkrankenhaus Bambin Gesù. Und Paul VI. feiert 1968 die Christmette mit Arbeitern, im Stahlwerk von Taranto. Dabei spricht er seine Sorge an, dass die Kirche in der Moderne immer größere Schwierigkeiten hat, die Arbeiter und ähnliche Milieus zu erreichen.

Christmette in einem Stahlwerk

„Wir sprechen zu Euch aus tiefstem Herzen. Wir wollen Euch etwas ganz Einfaches sagen – nämlich, dass uns das Gespräch mit Euch ziemlich schwerfällt. Es scheint so, als ob es zwischen Euch und uns keine gemeinsame Sprache gäbe. Ihr lebt in einer Welt, die der Welt, in der wir als Männer der Kirche leben, fremd ist. Ihr denkt und arbeitet auf eine ganz andere Weise als die Kirche! Wir haben Euch gerade eben gesagt, dass wir Brüder und Freunde sind: Aber ist das wirklich wahr? Denn wir alle spüren diese offensichtliche Tatsache: Arbeit und Religion sind in unserer modernen Welt zwei getrennte, voneinander losgelöste, oft sogar gegensätzliche Dinge. Das war früher nicht so.“

„Sei für uns die Tür, die uns in das Geheimnis des Vaters führt“

Johannes Paul II. öffnet an Heiligabend 1999 die Heilige Pforte – das Heilige Jahr 2000 beginnt. Der von seiner Krankheit schon deutlich gezeichnete Papst predigt: „Du bist der Christus, der Sohn des lebendigen Gottes! An der Schwelle zum dritten Jahrtausend grüßt dich die Kirche, Sohn Gottes, der du in die Welt gekommen bist, um den Tod zu besiegen. Du bist gekommen, um das menschliche Leben durch das Evangelium zu erleuchten. Die Kirche grüßt dich und möchte gemeinsam mit dir in das dritte Jahrtausend eintreten. Du bist unsere Hoffnung. Du allein hast Worte des ewigen Lebens. ...Sei für uns die Tür, die uns in das Geheimnis des Vaters führt. Lass niemanden von seiner Umarmung der Barmherzigkeit und des Friedens ausgeschlossen bleiben!“

Benedikt und die Gottesfrage

Nachfolger des polnischen Papstes wird der Deutsche Joseph Ratzinger – Benedikt XVI. An Heiligabend 2012, nur zwei Monate vor seinem Rücktritt, ruft der Papst die Zuhörenden dazu auf, bei sich Platz für den kommenden Herrn zu schaffen.

„So erhält die große moralische Frage, wie es bei uns um Flüchtlinge, Migranten und Zuwanderer steht, eine noch grundlegendere Bedeutung: Haben wir wirklich Platz für Gott, wenn er zu uns kommen will? Haben wir Zeit und Raum für ihn? Ist es nicht vielleicht Gott selbst, den wir zurückweisen? Das beginnt damit, dass wir keine Zeit für Gott haben. Je schneller wir uns bewegen können, je effektiver die Instrumente werden, die uns Zeit sparen, desto weniger Zeit haben wir zur Verfügung. Und Gott? Die Frage, die ihn betrifft, scheint nie dringend zu sein. Unsere Zeit ist bereits vollständig ausgefüllt.“

Franziskus und die Hoffnung

In der Heiligen Nacht 2024 öffnet sich wieder eine Heilige Pforte, startet erneut ein Heiliges Jahr – diesmal ist es der argentinische Papst Franziskus, der es eröffnet. Ein Auszug aus seiner Predigt:

„Uns allen ist es aufgetragen, Hoffnung dorthin zu bringen, wo sie verloren gegangen ist: dorthin, wo das Leben verwundet ist, wo Erwartungen enttäuscht wurden, wo Träume zerbrochen sind, wo Misserfolge das Herz zerbrechen; dorthin, wo die Erschöpfung derer herrscht, die nicht mehr weitermachen können, wo die bittere Einsamkeit derer herrscht, die sich besiegt fühlen, wo das Leiden die Seele zerfrisst; in den langen, leeren Tagen der Gefangenen, in den engen, kalten Zimmern der Armen, an den Orten, die durch Krieg und Gewalt entweiht sind. Hoffnung dorthin bringen, Hoffnung dort säen.“ (vn 24)

 

 

 

 

 

Bätzing für mehr gesellschaftlichen Zusammenhalt

 

Für den Limburger Bischof Georg Bätzing war 2025 ein „Jahr mit großen Ambivalenzen“. Das sagte er an diesem Dienstag im ZDF-Morgenmagazin. Vor allem die Krisensituationen und Kriege der Welt, wie etwa in der Ukraine und in Gaza, seien besorgniserregend. „Es gibt aber auch große Hoffnungen.“ So könne sich etwa die Lage in der Ukraine bald zum Besseren wenden. Benedikt Lang - Rom/Vatikanstadt

Der Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz hofft für Deutschland, dass „die Menschen irgendwie spüren, wir müssen mehr zusammenhalten. Wir brauchen Solidarität.“ Das Leitwort des Heiligen Jahres Pilger der Hoffnung habe für dieses Bewusstsein einen wichtigen Beitrag geleistet.

Die Papstwahl

Der Bischof hob in dem Gespräch auch die zurückhaltende Art sowie das den Menschen zugewandte Verhalten des neuen Papstes Leo XIV. hervor. Besonders bei Themen „Frieden und Armut setzt er Akzente, die für alle Menschen anknüpfungsfähig sind“, so Bischof Bätzing.

Gespaltene Gesellschaft

Eine Herausforderung für die Gesellschaft der Bundesrepublik sei die zunehmende politische Spaltung. Die Kirche könne durch die Verkündigung des Evangeliums diesem Trend entgegenwirken. Die Frohe Botschaft „will die Menschen sammeln. Gegen Spaltungen will sie Sammlungen in Gang setzen, um die Themen Gerechtigkeit, Frieden, Liebe, Verständigung, Dialog“ gesellschaftsfähig zu machen.

„Kirche muss politisch sein, denn die Botschaft des Evangeliums ist politisch“, hob der Vorsitzende der Bischofskonferenz im Kontext der Diskussion über die Rolle der Kirche in Deutschland hervor. Er betonte jedoch, dass die Kirche „keine Alltagspolitik“ betreibe. Diese Rolle komme den Politikerinnen und Politikern zu. Gleichzeitig würdigte der Bischof das Engagement der Politikerinnen und Politiker, da der politische Diskurs „heute ein ganz schön schwieriges Geschäft“ sei.

Die Kirche gebe lediglich Orientierungshilfen und trete für bestimmte Themen in konkreten politischen Debatten ein. Bätzing nannte als Beispiele die Diskussionen um den Lebensschutz am Anfang und am Ende des Lebens. Die Kirche wolle Orientierung geben, „damit die Diskussion auf Argumenten basiert und nicht nur ein Schlagabtausch der gegenseitigen Positionen ist“. (zdf 23)

 

 

 

 

 

60 Jahre Nostra Aetate: „Dialog ist fortlaufender Prozess“

 

Anlässlich des 60-Jahr-Jubiläums des Konzilsdokumentes Nostra Aetate reflektiert der Oberrabbiner von Rom im Radio Vatikan-Interview über unternommene Schritte und weiter bestehende Herausforderungen im Dialog zwischen Juden und Katholiken. Fabio Colagrande – Vatikanstadt

Riccardo Di Segni, Oberrabbiner der Jüdischen Gemeinde Roms, fordert eine Unterscheidung zwischen Antisemitismus und Antijudaismus und warnt vor der „politischen Verunreinigung“, die heute „die Atmosphäre stört und stark verändert und Missverständnisse und Fehlinterpretationen hervorruft“. Um den Dialog neu zu beleben, betont er die Notwendigkeit, „ein Klima herzlicher Beziehungen wiederherzustellen“ und „wirklich zu sehen, was wir gemeinsam erreichen können“.

Vor 60 Jahren

Vor sechzig Jahren eröffnete die Konzilserklärung Nostra Aetate „einen neuen Horizont der Begegnung, des Respekts und der spirituellen Gastfreundschaft“ und pflanzte – wie Papst Leo XIV. erinnerte – „einen Samen der Hoffnung auf interreligiösen Dialog“, der mit der Zeit wachsen sollte. Ein Weg, der für den Papst heute „dringender denn je“ ist, denn Dialog „ist keine Taktik oder ein Mittel zum Zweck, sondern eine Lebensweise, eine Reise des Herzens“.

Im Interview mit Radio Vatikan geht Di Segni der Bedeutung von Nostra Aetate nach und betont, dass der jüdisch-christliche Dialog „ein fortlaufender Prozess“ sei und dass heute „konkrete Gesten“ nötig seien, um „ein Klima herzlicher Beziehungen wiederherzustellen“ und „wirklich zu sehen, was wir gemeinsam tun und gemeinsam aufbauen können“.

Interview

Rabbiner Di Segni, mit der Erklärung Nostra Aetate im Jahr 1965 erkannte die katholische Kirche erstmals explizit ihre spirituelle Verbindung zum Judentum an und verurteilte alle Formen des Antisemitismus. Welche Wirkung hatten solche Worte damals auf die jüdische Gemeinde?

Erlauben Sie mir, klarzustellen, dass die Kirche ihre Beziehung zum Judentum nie aufgegeben hat; sie ist grundlegend und unverzichtbar. Was sich mit der Erklärung Nostra Aetate geändert hat, ist das Verhältnis der Kirche zum zeitgenössischen Judentum, dem Judentum nach dem Kommen Jesu. Vor Nostra Aetate hätte dieses Verhältnis von Konflikt, Verachtung und dem Versuch der Verdrängung anderer Juden geprägt sein können. Mit Nostra Aetate hat sich die Beziehung zum Judentum, die nie geleugnet wurde, zu einer positiven und partnerschaftlichen entwickelt.

Was die Verurteilung des Antisemitismus betrifft: Betrachtet man die genauen Worte (in der Erklärung, Anm. d. Red.), so wurden sie sehr sorgfältig gewählt und abgewogen, da es von einer bestimmten Gruppe von Bischöfen starken Widerstand gab. Es handelte sich nicht um eine Verurteilung, sondern um eine „Bekundung“, aber es war ein bedeutender Schritt nach vorn. Daher wurde diese Erklärung damals mit Spannung erwartet und positiv aufgenommen. Manche reagierten zwar vorsichtig, weil sie die weitere Entwicklung abwarten wollten, aber die Resonanz war in jedem Fall eindeutig positiv.

Wie viel muss Ihrer Ansicht nach noch getan werden, um die in diesem Dokument formulierten Hoffnungen zu verwirklichen?

Sechzig Jahre sind vergangen, die Welt hat sich verändert, und auch der gesamte dogmatische Prozess rund um diese Erklärung hat sich deutlich weiterentwickelt. Heute kann sie als sehr vorsichtige, zurückhaltende Erklärung gelten, die seither durch wichtigere Dokumente bestärkt und bekräftigt wurde. Die Begegnung, der Dialog zwischen der christlichen und der jüdischen Welt, ist ein fortlaufender Prozess, der täglich neu bewertet werden muss. Daher bleibt noch viel zu tun, insbesondere auf allgemeiner Ebene, und wir benötigen vor allem die Mittel, um die aktuellen Schwierigkeiten zu bewältigen; dies ist die Herausforderung von heute.

Was bedeutet dieses Dokument für die jüdische Gemeinde heute im Dialog mit der katholischen Kirche, und wie haben jüdische Vertreter in den letzten 60 Jahren auf Nostra Aetate reagiert?

Einige Jahre später erschien ein Buch mit Dokumenten der katholischen Kirche und jüdischer Vertreter zu diesem Thema. Dabei wurde berücksichtigt, dass es keine einheitliche Organisation, sondern viele Vertreter gibt. Auffällig war das Ungleichgewicht: In dem 500-seitigen Buch waren 400 Dokumente christlichen, aber nur 100 jüdischen Ursprungs. Dies führte zu einer gewissen Skepsis, aber auch zu Misstrauen und Zurückhaltung, da die genauen Bedingungen des Wandels unklar waren. Zwar fand ein Wandel statt, doch war dieser sehr komplex. Aus jüdischer Sicht, auch im orthodoxen Lager – und dies ist eine wichtige Entwicklung der letzten Jahre –, wuchs das Interesse, die Bereitschaft zum Dialog und zur Zusammenarbeit. Die Ziele dieses Dialogs müssen noch genauer definiert werden, da Christen oft die Notwendigkeit eines Dialogs auf theologischer Ebene betonen, während die jüdische Perspektive die sozialen und praktischen Aspekte sowie das gemeinsame Zeugnis in den Vordergrund stellt.

Antisemitismus und Antijudaismus

Nostra Aetate erklärt, dass die Kirche, wie bereits erwähnt, „Hass, Verfolgung und alle Formen des Antisemitismus, die sich zu jeder Zeit und von jedermann gegen Juden richten“, zutiefst verurteilt. Dieses Bekenntnis gilt auch heute noch, doch welchen Nachwirkungen und konkreten Realitäten sieht sie sich aktuell gegenüber?

Zunächst einmal müssen wir, selbst bei entschiedenen Stellungnahmen gegen Antisemitismus, klar definieren, was wir unter Antisemitismus verstehen. Es ist ein Begriff mit Geschichte, der im 20. Jahrhundert Rassenhass gegen Juden und damit eine besondere Form antijüdischer Feindseligkeit bezeichnete. Daneben existiert aber auch der Antijudaismus, also eine stark polemische Haltung gegenüber dem Judentum als Religion, aufgrund der Werte und Botschaften, die es vermittelt. Daher müssen wir genau definieren, wogegen wir kämpfen. Darüber hinaus ist die politische Vergiftung das drängendste aktuelle Problem. In dem Sinne, dass das, was geschieht – und das haben wir in den letzten Jahren am Beispiel des Krieges um Gaza gesehen –, darin besteht, dass politische Dimensionen mit Nachdruck in diese Diskussionen eingreifen, sie stören und die Atmosphäre erheblich verändern, wodurch Missverständnisse und Fehlinterpretationen entstehen.

Juden, Christen und Muslime sind alle Nachkommen Abrahams, die drei sogenannten abrahamitischen Religionen. Nostra etate konzentrierte sich aus katholischer Sicht vor allem auf die jüdischen „älteren Brüder“ und sprach auch über Muslime. Wie wichtig ist Ihrer Meinung nach ein dreiseitiger Dialog zwischen Juden, Christen und Muslimen heute?

Jede Religion hat ihre eigenen Herausforderungen, Schwierigkeiten und Ziele im Verhältnis zu den anderen: Es gibt den jüdisch-christlichen, den jüdisch-muslimischen und den christlich-muslimischen Dialog. Darüber hinaus gibt es aber auch Bedürfnisse, Aufrufe zum Zeugnis und gemeinsames Handeln, die diese abrahamitischen Religionen betreffen, da sie sich spirituell mit der Botschaft ihres alten Gründers identifizieren. Daher schließt Zusammenarbeit nicht aus, sondern ist unbedingt notwendig.

„Die Menschen brauchen Zeichen, konkrete Gesten“

Welche Hoffnungen haben Sie für die Zukunft des interreligiösen Dialogs, und insbesondere, was erhoffen Sie sich vom Engagement der katholischen Kirche und anderer religiöser Partner für die Förderung dieses Dialogs?

Wie ich bereits erwähnte, wurde die heutige Agenda durch politische Ereignisse beeinträchtigt und getrübt. Gerade nach den letzten Jahren, die von vielen Rückschlägen und Missverständnissen geprägt waren, ist es notwendig, ein Klima herzlicher Beziehungen wiederherzustellen und wirklich zu erkennen, was wir gemeinsam erreichen und aufbauen können. Es ist wichtig, dies zu erklären, da es von der Öffentlichkeit leicht übersehen wird. Die Dokumente, über die wir sprechen, sind theologischer Natur, daher liest sie kaum jemand, versteht sie kaum jemand, weiß nicht, was dahintersteckt. Eine Geste wie die von Johannes Paul II. und seinen Nachfolgern, der Besuch einer Synagoge, hat viel mehr Eindruck hinterlassen und die Öffentlichkeit positiv beeinflusst. Die Menschen brauchen Zeichen, konkrete Gesten, und daran müssen wir arbeiten, ebenso wie daran, die Botschaften natürlich einem immer breiteren Publikum zugänglich zu machen.

Und halten Sie einen theologischen Dialog zwischen Juden und Katholiken für möglich?

Wir streben keinen theologischen Dialog an. Für uns muss jeder Glaube so bleiben, wie er ist, während wir gleichzeitig eine respektvolle Beziehung zum anderen aufbauen. Das mag wie ein einfaches Ziel klingen, ist es aber keineswegs, und deshalb müssen wir uns sehr dafür einsetzen.

Das Interview mit Professor Riccardo Di Segni wurde für den Podcast „Raggi di verità“ von Radio Vatikan – Vatican News aufgezeichnet. (vn 23)

 

 

 

 

 

Leo XIV.: Großes Schreiben zum Thema Priesteramt

 

Leo XIV. hat ein Apostolisches Schreiben zum Thema Priesteramt veröffentlicht. Es richtet sich an alle Katholiken (nicht nur an Priester) und soll „Identität und Funktion des geweihten Amtsträgers im Licht dessen betrachten, was der Herr heute von der Kirche verlangt“.

Der Titel des zwölfseitigen Schreibens lautet „Eine Treue, die Zukunft schafft“. Unmittelbarer Anlass ist der sechzigste Jahrestag der Konzilstexte „Optatam totius“ und „Presbyterorum ordinis“. Leo lädt dazu ein, diese beiden Texte neu zu lesen; sie seien weiter von großer Aktualität. Der erste Satz des Papst-Schreibens lautet: „Eine Treue, die Zukunft schafft, dazu sind die Priester auch heute berufen, in dem Bewusstsein, dass Beharrlichkeit in der apostolischen Sendung uns die Möglichkeit gibt, uns über die Zukunft des Dienstes Gedanken zu machen und anderen zu helfen, die Freude der priesterlichen Berufung zu erfahren.“

Das Schreiben, das an diesem Montag vom Vatikan veröffentlicht wurde, berührt zahlreiche Fragen rund um das Thema Priester. Der weltweite synodale Prozess, der vom verstorbenen Papst Franziskus auf den Weg gebracht worden ist, hat auch immer wieder Fragen nach einer Neudeutung des Priesterbilds aufgeworfen, nicht zuletzt in Reaktion auf Missbrauchsskandale.

Ein langer Satz zum Thema Missbrauch

Leo XIV. fordert, dass sich die Priesterausbildung nicht auf die Zeit im Seminar beschränken darf: Sie müsse auch nach der Weihe permanent weitergehen, um ständige „menschliche, geistliche, intellektuelle und pastorale Erneuerung“ mit sich zu bringen. Auf das Thema Missbrauch geht der Papst mit einem einzigen, obgleich langen Satz ein. Zitat: „In den letzten Jahrzehnten hat die Krise des Vertrauens in die Kirche, die durch Missbrauchstaten von Geistlichen ausgelöst wurde, welche uns mit Scham erfüllen und uns zur Demut mahnen, uns noch stärker bewusstgemacht, wie dringend notwendig eine ganzheitliche Ausbildung ist, die das menschliche Wachsen und Reifen der Priesteramtskandidaten zusammen mit einem tiefen und soliden geistlichen Leben gewährleistet.“

Wenn Priester ihr Amt aufgeben

Das Phänomen von Priestern, die ihr Amt aufgeben, darf nach Papst Leos Dafürhalten „nicht nur unter rechtlichen Gesichtspunkten betrachtet werden“. Nötig sei vielmehr „eine aufmerksame und mitfühlende Auseinandersetzung mit der Geschichte dieser Brüder und den vielfältigen Gründen, die sie zu einer solchen Entscheidung veranlasst haben könnten“. Zur Antwort auf diese „schmerzliche Tatsache“ müsse eine noch bessere, ganzheitlichere Priesterausbildung gehören, die eine menschliche und geistliche Reife fördert. „Es geht darum, die Berufung zu bewahren und sie wachsen zu lassen, auf einem beständigen Weg der Umkehr und der erneuerten Treue.“

Der Papst ruft die Priester dazu auf, brüderliche Gemeinschaft untereinander zu pflegen und sich gegenseitig zu stützen. „Es ist kein Zufall, dass das Zweite Vatikanische Konzil fast immer im Plural von den Priestern sprach: Kein Hirte existiert allein!“ Wichtig sei, so fährt Leo dann fort, die Gemeinschaft aller Geweihten. An dieser Stelle findet sich, etwas überraschend, ein Exkurs zum ständigen Diakonat.

Ein Loblied auf Ständige Diakone

„In diesem Zusammenhang ist vor allem das Amt des ständigen Diakons, das nach dem Vorbild Christi, des Dieners, gestaltet ist, lebendiges Zeichen einer Liebe, die nicht an der Oberfläche bleibt, sondern sich herabbeugt, zuhört und sich schenkt. Die Schönheit einer Kirche, die aus Priestern und Diakonen besteht, die zusammenarbeiten, verbunden durch die gleiche Leidenschaft für das Evangelium und Aufmerksamkeit für die Ärmsten, wird zu einem leuchtenden Zeugnis der Gemeinschaft. Nach den Worten Jesu (vgl. Joh 13,34-35) erhält die christliche Verkündigung aus dieser Einheit, die in der gegenseitigen Liebe verwurzelt ist, Glaubwürdigkeit und Kraft. Deshalb ist der Diakonat, insbesondere wenn er in Gemeinschaft mit der eigenen Familie gelebt wird, ein Geschenk, das es zu erkennen, zur Geltung zu bringen und zu unterstützen gilt.“

Zusammenarbeit mit Laien: „Noch viel zu tun“

Das Apostolische Schreiben betont auch die nötige Zusammenarbeit der Priester mit den Laien. In diesem Bereich gebe es „noch viel zu tun“. „Der Impuls des (von Papst Franziskus angestoßenen, weltweiten) synodalen Prozesses ist eine nachdrückliche Einladung des Heiligen Geistes, entschlossene Schritte in diese Richtung zu unternehmen. Ich bekräftige daher meinen Wunsch, die Priester einzuladen, ihre  Herzen zu öffnen und sich an diesen Prozessen zu beteiligen, die wir derzeit erleben.“ Auch in einer synodalen Kirche büße das Priesteramt „nichts von seiner Bedeutung und Aktualität“ ein.

Synodalität ebne nicht die Unterschiede ein, sondern arbeite vielmehr ihren jeweiligen Wert heraus; sie sei „eine der wichtigsten Chancen für die Priester der Zukunft“. „Um eine Ekklesiologie der Gemeinschaft immer besser zu verwirklichen, muss der Dienst des Priesters das Modell eines exklusiven Führungsstils überwinden, der zu einer Zentralisierung der Pastoral und zur Last all der ihm allein übertragenen Verantwortlichkeiten führt. Stattdessen muss der Dienst des Priesters zu einem immer kollegialeren Führungsstil gelangen, in Zusammenarbeit zwischen den Priestern, den Diakonen und dem gesamten Volk Gottes.“

Zölibat und Priestermangel nicht ausführlich behandelt

Interessant ist, dass vom Pflichtzölibat der Priester in dem neuen Apostolischen Schreiben nur beiläufig die Rede ist. Nur Männer, die menschlich reif und von solider Spiritualität seien, „können die Verpflichtung zum Zölibat auf sich nehmen und das Evangelium des Auferstandenen glaubwürdig verkünden“, heißt es auf Seite vier. Und auf der vor-vorletzten Seite werden die Priester zu einem „bescheidenen und keuschen Leben“ ermuntert. Das stelle eine Antwort dar auf den „großen Hunger der heutigen Gesellschaft nach authentischen und aufrichtigen Beziehungen“.

Auch die Krise der Berufungen in mehreren Teilen der Welt macht der Papst erst ganz am Schluss zum Thema. Auch wenn der Priestermangel ganz unterschiedliche Gründe habe, müsse die Kirche doch einmal „die Fruchtbarkeit der pastoralen Praxis“ überprüfen. In jedem Bereich der Seelsorge müsse die Berufungsperspektive immer mitgedacht werden. (vn 22)

 

 

 

 

 

 

Solidaritätsbesuch von Bischof Bätzing im Heiligen Land

 

Dialog und Verständigung in Israel und Palästina

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, wird unmittelbar nach Weihnachten zu einem viertägigen Besuch ins Heilige Land reisen. Vom 27. bis 30. Dezember 2025 macht er sich ein Bild von der aktuellen Situation und wird die enge Verbundenheit der katholischen Kirche in Deutschland mit den Menschen in der Region, insbesondere auch mit der christlichen Minderheit, zum Ausdruck bringen. Geplant sind Besuche in Tel Aviv, Jerusalem und Betlehem.

Rund zwei Monate nach dem Inkrafttreten der Waffenruhe zwischen Israel und der Terrororganisation Hamas ist die Lage in der Region weiterhin angespannt. Terror und Krieg haben tiefe Spuren in der israelischen und palästinensischen Gesellschaft hinterlassen. Das Massaker des 7. Oktober 2023 und der mehr als zwei Jahre währende Krieg im Gazastreifen haben die Perspektive auf eine friedliche Koexistenz von Israelis und Palästinensern in weite Ferne rücken lassen. „Die Freilassung der überlebenden Geiseln, die zumindest offiziell bestehende Waffenruhe und die internationalen Friedensbemühungen haben einen Schritt in die richtige Richtung dargestellt. Von einem echten Frieden kann aber noch lange keine Rede sein. Die Gewalt hat unzählige Opfer gefordert und viele Menschen sind nachhaltig traumatisiert. Die humanitäre Katastrophe im Gazastreifen, die durch die Überschwemmungen zusätzlich verschärft wird, ist verheerend. Umso wichtiger ist es, sich den Menschen zuzuwenden. Ich will das Gespräch mit Israelis und Palästinensern suchen, will erfahren, wie sie die aktuelle Situation erleben, welche Ängste und Hoffnungen sie haben und welche Perspektiven sie für ein friedliches Zusammenleben sehen“, so Bischof Bätzing.

Neben Gesprächen mit Vertretern der Kirche, wie dem Lateinischen Patriarchen von Jerusalem, Kardinal Pierbattista Pizzaballa, und dem Apostolischen Nuntius, Erzbischof Adolfo Yllana, will sich Bischof Bätzing auch mit Repräsentanten aus Judentum und Islam treffen. Den Auftakt der Reise bildet ein Besuch der Holocaust-Gedenkstätte Yad Vashem: „Das jüngste Attentat auf Jüdinnen und Juden während der Chanukka-Feierlichkeiten in Australien führt uns auf bedrängende Weise vor Augen, wie sehr der Antisemitismus weltweit zugenommen hat. Mit meinem Besuch möchte ich ein klares Signal senden gegen jede Form von Judenhass“, so Bischof Bätzing. Zum Programm gehört zudem der Besuch des jüdischen Heiligtums der Westmauer sowie der muslimischen Heiligtümer Felsendom und al-Aqsa-Moschee.

Mit dem Botschafter der Bundesrepublik Deutschland, Steffen Seibert, und der Repräsentantin Deutschlands in den Palästinensischen Autonomiegebieten, der Gesandten Anke Schlimm, will Bischof Bätzing insbesondere über die aktuelle humanitäre Lage sowie über politische Perspektiven für eine friedliche und gerechte Zukunft in der Region ins Gespräch kommen. Um Fragen des Dialogs und der Verständigung zwischen Israelis und Palästinensern sowie zwischen Juden, Christen und Muslimen soll es im Austausch mit Vertretern politischer Stiftungen und lokaler zivilgesellschaftlicher Organisationen gehen.

Beim Besuch im palästinensischen Bethlehem wird Bischof Bätzing unter anderem mit dem Bürgermeister der Stadt zusammentreffen und eines der größten Waisenhäuser in der Region besuchen: „In diesem zu Ende gehenden Heiligen Jahr komme ich auch als Pilger der Hoffnung ins Heilige Land. Es ist für mich besonders bewegend, in der Weihnachtsoktav inmitten der gegenwärtigen Umstände den Ort aufzusuchen, an dem Jesus geboren wurde. Die Begegnung mit den Kindern von Bethlehem, die keine Eltern mehr haben, führt mir vor Augen, dass Christus für jeden von uns geboren wurde. Von Weihnachten geht ein Licht der Hoffnung aus in dieser von Gewalt und Leid verdunkelten Zeit“, so Bischof Bätzing. DBK 22

 

 

 

 

 

D/Heiliges Land: Hilfswerk fordert besseren Schutz für Christen

 

Zum Gebetstag für verfolgte Christen warnt missio München vor der Lage im Heiligen Land. Christen würden bedroht, gerade junge Menschen wanderten ab. An die Bundesregierung hat das Hilfswerk eine konkrete Forderung.

Angesichts des Gebetstags für verfolgte und bedrängte Christen am 26. Dezember macht das katholische Hilfswerk missio München auf die Lage von Christen im Heiligen Land aufmerksam. „Es ist eine Tragödie und zutiefst gefährlich für die Gesellschaft im Heiligen Land, wenn Christinnen und Christen an einem der bedeutendsten Orte ihrer 2000-jährigen Geschichte weiter so zerrieben werden“, sagte missio-Präsident Wolfgang Huber laut Mitteilung des Hilfswerks.

Christen würden nicht nur beschimpft und bespuckt, sondern sogar ermordet. Viele junge Christen verließen das Land. „Dabei sind es die Christen, die in dieser dauerhaft von Konflikten und Kriegen geplagten Region ihren Dienst an den Menschen durch Schulen, Altenheime oder Krankenhäuser aufrecht halten“, so Huber.

Appell an Bundesregierung

Die Bundesregierung müsse ihre Beziehungen zur israelischen Regierung nutzen, um Unterstützung und Sicherheit auf den Weg zu bringen, heißt es. Nicht nur wegen des Menschenrechts auf Würde und Religionsfreiheit, sondern auch, weil die Christen engagierte Bürger seien. „Sie bereichern und stabilisieren eine Gesellschaft. Dadurch spielen sie eine wichtige Rolle und können eine Brücke sein bei Bemühungen um Toleranz und um einen echten Frieden.“

Am 26. Dezember gedenkt die katholische Kirche des heiligen Stephanus, der als erster Märtyrer des Christentums gilt. Seit 2012 wird in Anlehnung daran an diesem Datum auch der Gebetstag für verfolgte und bedrängte Christen begangen.

(kna/pm -21)

 

 

 

 

 

Heiliges Jahr stärkt Hoffnung

 

Weihbischof Rolf Lohmann zieht kurz vor dem Abschluss des Heiligen Jahres 2025 eine positive Bilanz für Deutschland. Er sieht das Jubiläum als Impuls mit nachhaltiger Wirkung für die Kirche.

Der Beauftragte der Deutschen Bischofskonferenz für das Jubiläumsjahr, Weihbischof Rolf Lohmann, spricht von einer insgesamt sehr positiven Erfahrung. Das Leitwort Pilger der Hoffnung habe in einer Zeit von Krisen, Kriegen und Ängsten eine besondere Bedeutung gewonnen.

Lohmann betont die geistliche Tiefe des Heiligen Jahres. Begegnungen mit jungen Menschen, das gemeinsame Pilgern und das Durchschreiten der Heiligen Pforten hätten den Glauben gestärkt. Besonders eindrücklich war für ihn die Firmung vieler Jugendlicher in Rom. Ebenso war das Jubiläum der Bischöfe für ihn sehr eindrucksvoll, da sich dabei die Internationalität der Kirche gezeigt habe.

„Die Erfahrung von Vergemeinschaftung spielt eine große Rolle in einer Zeit, in der wir auf der anderen Seite Individualisierung und Vereinsamung erleben. Das ist unser Auftrag, dem entgegenzuwirken.“

Über das Jubiläumsjahr hinaus sieht Lohmann einen Auftrag. Hoffnung dürfe nicht enden, wenn das Heilige Jahr abgeschlossen sei. Kirche ist gerufen, diese Hoffnung weiterzutragen und Zeugin dafür zu sein.

Große Resonanz haben Pilgerangebote der Diözesen gefunden. 15 Diözesen organisierten Wallfahrten nach Rom, viele davon waren rasch ausgebucht. Hinzu kamen zahlreiche Reisen von Verbänden und Jugendgruppen.

„Wir haben einen Auftrag: eine Botschaft den Menschen zu bringen, die dieses Thema Hoffnung nach vorne stellt. Für mich ist dieses Heilige Jahr ein Auftrag an uns, an unsere Diözesen, aber auch an die Pastoral, diesen Weg auch inhaltlich weiterzugehen.“

Die Planung und Durchführung des großen Events haben gut funktioniert. Pilgerbüro, digitale Angebote und die vatikanische Pilger-App haben den Ablauf erleichtert. Das Heilige Jahr sei für viele Gläubige eine prägende Erfahrung. Weltweit nahmen rund 32 Millionen Menschen am Heiligen Jahr teil. (kna 20)

 

 

 

 

 

 

Verantwortung kennt keine Grenzen

 

Der für Flüchtlingsfragen beauftragte Bischof der Deutschen Bischofskonferenz ruft zu Solidarität mit Geflüchteten auf. Er fordert Aufnahmewege und warnt vor einer Abschottung wohlhabender Staaten.

Erzbischof Stefan Heße, der Flüchtlingsbischof der Deutschen Bischofskonferenz, hat zu einer stärkeren internationalen Verantwortung für Geflüchtete aufgerufen. Flucht sei ein globales Phänomen, das gemeinsame Antworten erfordere. „Unsere Verantwortung für Geflüchtete endet nicht an den deutschen oder europäischen Außengrenzen“, erinnerte er.

Der Erzbischof wendete sich gegen die Politik der Abschottung und gegen die Verlagerung von Verantwortung auf ärmere Länder. „Statt einer immer weiter voranschreitenden Auslagerung von Verantwortung braucht es eine stärkere Unterstützung für Erstaufnahmeländer im Globalen Süden“, schreibt der Hamburger Erzbischof.

Die Kirchen setzten dem Trend sinkender Aufnahmebereitschaft ein anderes Verständnis entgegen. Sie engagieren sich für internationale Zusammenarbeit und konkrete Solidarität.

Globale Verantwortung

Stefan Heße kritisierte, dass humanitäre Aufnahmeprogramme zunehmend unter Druck gerieten: „Abschottungstendenzen und drastische Kürzungen von Hilfsgeldern sorgen dafür, dass die Idee einer globalen Verantwortungsteilung grundsätzlich in Frage gestellt wird.“

Weltweit seien infolge von Krieg und Gewalt mehr als 122 Millionen Menschen auf der Flucht. Die meisten suchen Schutz als Binnenvertriebene oder in Nachbarstaaten. Vor allem ist dies im Globalen Süden so, wo die Lebensbedingungen oft prekär seien.

Besonders schwierig sei die Lage für schutzbedürftige Gruppen wie Menschen mit Behinderungen, chronisch Erkrankte, traumatisierte Personen, unbegleitete Minderjährige sowie Opfer von Menschenhandel oder sexualisierter Gewalt. Für sie bieten humanitäre Aufnahmeprogramme eine wichtige Perspektive. Der Bedarf an solchen Programmen sei laut dem UN-Flüchtlingshilfswerk deutlich größer geworden. (kna 20)

 

 

 

 

 

Papst beschließt Jubiläumsaudienzen mit Appell für die Armen

 

Vor einem vollbesetzten Petersplatz hat Papst Leo XIV. an diesem Samstagvormittag die letzte der von seinem Vorgänger eingeführten Jubiläumsaudienzen gehalten. In einer leidenschaftlichen Ansprache definierte er die Hoffnung als „schöpferische Kraft Gottes“ und kritisierte die ungerechte Verteilung des weltweiten Reichtums. Mario Galgano - Vatikanstadt

Es war ein bewegender Moment auf dem Petersplatz, als das katholische Kirchenoberhaupt an diesem Samstag die Serie der samstäglichen Jubiläumsaudienzen abschloss. Trotz des nahenden Endes des Heiligen Jahres mahnte der Papst, dass die Christen weiterhin „Pilger der Hoffnung“ bleiben müssten. Hoffnung sei kein passives Warten, sondern eine göttliche Kraft, die aktiv neues Leben hervorbringe.

Gott als „Schoß der Barmherzigkeit“

Mit Blick auf das bevorstehende Weihnachtsfest betonte Papst Leo XIV., dass die Ankunft Gottes in der Welt keine Drohung darstelle. „Ohne Jesus könnte die Aussage ‚Der Herr ist nahe‘ fast wie eine Drohung klingen“, so der Papst. Im Jesuskind jedoch offenbare sich Gott als ein „Schoß der Barmherzigkeit“. In ihm gebe es keine Verurteilung, sondern die schöpferische Kraft der Vergebung, die immer wieder neues Leben ermögliche.

Kritik an der Ausbeutung der Erde

Besonders deutlich wurde Papst Leo XIV., als er auf die aktuelle Lage der Welt und der Schöpfung zu sprechen kam. Unter Berufung auf den Apostel Paulus beschrieb er den Zustand der Erde als „Seufzen in Geburtswehen“.

„Viele Mächtige hören diesen Schrei nicht: Der Reichtum der Erde liegt in den Händen einiger weniger, sehr weniger, und konzentriert sich ungerechtfertigterweise immer mehr in den Händen derer, die oft nicht auf das Stöhnen der Erde und der Armen hören wollen.“

„Hoffen heißt sehen, dass diese Welt zur Welt Gottes wird.“

Das katholische Kirchenoberhaupt erinnerte daran, dass Gott die Güter der Schöpfung für alle bestimmt habe. Die Aufgabe des Menschen sei es, „zu zeugen, nicht zu rauben“. Er unterschied scharf zwischen der bloßen Überheblichkeit der Macht, die zerstöre, und der wahren Kraft Gottes, die Leben entstehen lasse.

Maria als Vorbild der Hoffnung

Zum Abschluss der Katechese verwies der Papst auf Maria von Nazareth als das vollkommene Vorbild der Hoffnung. Da sie dem Wort Gottes „ein Gesicht, einen Körper und eine Stimme“ gegeben habe, seien auch die Gläubigen heute aufgerufen, das Wort Gottes in der Welt „zu gebären“.

„Hoffen heißt sehen, dass diese Welt zur Welt Gottes wird“, erklärte Papst Leo XIV. zum Ende der Audienz. Er rief dazu auf, den Schrei der Armen in eine „Geburt“ zu verwandeln und Jesus durch das eigene Handeln in der heutigen Zeit eine neue Stimme zu geben. (vn 20)

 

 

 

 

 

 

Papst Leo XIV. an Kinder: „Frieden beginnt im Herzen“

 

Wenige Tage vor Weihnachten hat Papst Leo XIV. eine Delegation der italienischen Katholischen Aktion im Vatikan empfangen. In seiner Ansprache rief er die Jugendlichen dazu auf, den Frieden nicht nur als Abwesenheit von Krieg zu verstehen, sondern als konkrete Tat der Versöhnung im Alltag.

Mario Galgano - Vatikanstadt

Papst Leo XIV. traf an diesem Freitag mit den Kindern und Jugendlichen der Azione Cattolica Ragazzi (ACR) zusammen. Der Papst dankte den jungen Gästen für ihren gelebten Glauben und betonte die Bedeutung ihrer Identität als Weggefährten Jesu innerhalb der Kirche.

 „Platz für alle“ an der Krippe

Bezugnehmend auf das aktuelle Jahresthema des Verbandes – „Es ist Platz für alle“ – schlug das katholische Kirchenoberhaupt eine Brücke zum Weihnachtsgeschehen. „Rund um den Herrn, der Mensch wird, um uns zu retten, ist Platz für jeden: für jedes Kind, jeden Jugendlichen und jeden alten Menschen“, erklärte Papst Leo XIV. Er erinnerte daran, dass Gottes Sohn bei seiner Geburt zwar kein Haus fand, aber an die Herzen der Menschen klopfte, um sie mit Liebe zu erfüllen.

„Rund um den Herrn, der Mensch wird, um uns zu retten, ist Platz für jeden: für jedes Kind, jeden Jugendlichen und jeden alten Menschen“

Vorbilder für die heutige Zeit

Der Papst ermutigte die Jugendlichen, modernen Vorbildern des Glaubens nachzueifern. Er nannte explizit die neuen Heiligen Pier Giorgio Frassati und den jungen Carlo Acutis. Diese hätten gezeigt, dass die Nachfolge Jesu durch Werke der Nächstenliebe und Leidenschaft für das Evangelium strahlend und frei mache. „Wenn ihr wie sie handelt“, so das katholische Kirchenoberhaupt, „wird eure Friedensbotschaft leuchten.“

Ein besonderes Weihnachtsgeschenk: Versöhnung

Besonders eindringlich wurde Papst Leo XIV., als er über den Begriff des Friedens sprach. Frieden sei mehr als die bloße Abwesenheit von Konflikten; er sei eine „auf Gerechtigkeit gegründete Freundschaft zwischen den Völkern“. Er mahnte an, dass dieser globale Friede im Kleinen beginne: in der Familie, in der Schule und im Sportverein.

An die Jugendlichen gewandt, gab der Papst eine konkrete „Hausaufgabe“ für das Fest auf: „Denkt vor der heiligen Weihnachtsnacht an eine Person, mit der ihr Frieden schließen wollt“

„Denkt vor der heiligen Weihnachtsnacht an eine Person, mit der ihr Frieden schließen wollt. Das wird ein kostbareres Geschenk sein als alles, was man in Geschäften kaufen kann, denn Friede ist ein Geschenk, das man wirklich nur im Herzen findet.“

„Aktion“ für den Frieden

Das katholische Kirchenoberhaupt schloss seine Ansprache mit einem Wortspiel zum Namen der Vereinigung: Frieden zu stiften sei eine „Katholische Aktion“ (Azione Cattolica) im besten Sinne des Wortes. Trotz einer kleinen Verspätung nahm sich der Papst am Ende Zeit, jedes Kind persönlich zu begrüßen und kleine Weihnachtsgeschenke zu verteilen. (vn 19)

 

 

 

 

 

Katholische Kirche kritisiert Rüstungsexporte

 

Die evangelische und katholische Kirche in Deutschland sehen die Bilanz für die deutschen Rüstungsexporte skeptisch. Prälat Karl Jüsten, Vorsitzender der „Gemeinsamen Konferenz Kirche und Entwicklung", kritisiert im Interview mit unserem Partnersender Domradio die Neuausrichtung der Rüstungspolitik der neuen Bundesregierung.

Domradio*: Was macht die neue Regierung in Ihren Augen falsch? 

Prälat Dr. Karl Jüsten (katholischer Vorsitzender der Gemeinsamen Konferenz Kirche und Entwicklung (GKKE)): Sie ist natürlich an die von der Regierung selbst aufgestellten Richtlinien gebunden, bzw. die Richtlinien der Europäischen Union. Daran hält sie sich auch im Großen und Ganzen. Wir stellen nur fest, dass sich die Trends geändert haben. Meine evangelische Kollegin Anne Gidion hat heute in der Pressekonferenz darauf hingewiesen, dass Indien nun als ein Land angesehen wird, welches den NATO-Ländern oder den befreundeten Drittländern gleichgestellt werden soll. Das sehen wir sehr kritisch. Indien hat im Inneren große Probleme und in der Region Konflikte auszuhalten, bzw. trägt selbst zu Konflikten bei. 

Die Exporte in die Ukraine sind in diesem Jahr zurückgegangen. Das liegt vor allen Dingen daran, dass die Ukraine ihre eigene Rüstung extrem ausgebaut hat und Dinge herstellt, die wir nicht liefern könnten, weil wir in unserer eigenen Rüstung noch nicht so weit sind. So ist der Rückgang an dieser Stelle zu erklären. 

„Die reale Bedrohungslage Israels existiert nach wie vor. Von daher bekommt Israel auch aus einem guten Grund noch immer Rüstungen“

Domradio: Auch Israel steht stark im Fokus. Dort sind die Rüstungsexporte stark angestiegen. In Deutschland wird darüber heftig gestritten. Im August hat die Bundesregierung aufgrund der humanitären Lage in Gaza einen Lieferstopp verhängt, der nach dem erreichten Waffenstillstand wieder aufgehoben wurde. Im vergangenen Jahr haben Sie deutlich gemacht, dass Israel das Recht habe, sich zu verteidigen. Sie knüpften Ihre Bedingungen für Rüstungsexporte jedoch an die Einhaltung von Menschenrechten. Wie beurteilen Sie die Gemengelage ein Jahr später?

Jüsten: An dieser Einschätzung hat sich bei uns nichts geändert. Nach diesem wirklich bestialischen Angriff der Hamas aus dem Gazastreifen heraus am 7. Oktober 2023 hat Israel nach wie vor das Recht der Selbstverteidigung. Das hat es in den letzten Jahren natürlich auch genutzt. Die reale Bedrohungslage Israels existiert nach wie vor. Von daher bekommt Israel auch aus einem guten Grund noch immer Rüstungen aus der Bundesrepublik Deutschland. Israel sollte sich verteidigen können. 

Domradio: In diesem Jahr gab es Berichte über Angriffe radikaler jüdischer Siedler auch auf Christen im Westjordanland. Sie sollen zum Teil von israelischen Soldaten unterstützt worden sein. Welche Bedeutung messen Sie als Kirchenvertreter diesen Berichten bei? 

Jüsten: Wir schauen natürlich sehr darauf, dass Israel das humanitäre Völkerrecht beachtet und respektiert; sowohl in den besetzten Gebieten als auch im Gazastreifen. Wann immer wir eindeutige Nachrichten haben, dass sich Israel daran nicht hält oder halten sollte, treten wir mit unseren israelischen Freunden in Gespräche ein. 

„Der Bundeskanzler hat die Waffenlieferung für den Gazastreifen in der Vergangenheit ausgesetzt – wie wir finden, zu Recht“

Domradio: Sie sprachen auch von möglichen Sanktionen. Welche Sanktionen wären das in diesem Fall? 

Jüsten: Der Bundeskanzler hat die Waffenlieferung für den Gazastreifen in der Vergangenheit ausgesetzt – wie wir finden, zu Recht. Er sagte, der damals neu einsetzende Krieg gegen Gaza finde nicht unsere Unterstützung und deshalb könne es keine Waffenlieferungen geben. Das haben wir unterstützt. 

Wir finden die Waffenlieferungen in dieses Gebiet aktuell auch etwas verfrüht, weil wir noch nicht erkennen können, dass sich die Lage im Gazastreifen so stabilisiert hat, dass wir von einer friedlichen Ordnung ausgehen können. Darüber hinaus ist die humanitäre Lage der Menschen im Gazastreifen katastrophal. 

„Sobald die Waffen schweigen, braucht es natürlich keine Rüstungsexporte mehr“

Domradio: Die Rüstungsexportzahlen für die Ukraine sind im ersten Halbjahr 2025 sehr stark zurückgegangen. Gleichzeitig greift Russland das Land mit immer massiverer Gewalt an. In den letzten Tagen scheint jedoch eine Lösung des Konflikts in Sicht zu sein. Auch zwischen Israel und der Hamas herrscht – zumindest offiziell – ein Waffenstillstand. Was glauben Sie: Wie werden sich die Zahlen der Rüstungsexporte für Israel und die Ukraine in Zukunft entwickeln?

Jüsten: Das hängt in der Tat sehr stark von dem Kriegsgeschehen in den Ländern ab. Sobald die Waffen schweigen, braucht es natürlich keine Rüstungsexporte mehr. Deshalb sind wir dem Bundeskanzler und der Bundesregierung dankbar, dass es ihnen gelungen ist, diesen Gipfel nach Berlin zu holen und konkrete Fortschritte auf dem Weg zu einem Waffenstillstand in der Ukraine zu machen; nicht zu den Bedingungen Russlands, sondern der Ukraine. 

Als das angegriffene Land, welches das Recht hat, sich zu verteidigen, muss es selbstverständlich mit seinen Forderungen in einem Waffenstillstandsabkommen vorkommen. Das haben die Europäer richtigerweise erkannt. Sie haben sich an die Seite von Selenskyj gestellt und damit einen erheblichen Beitrag dazu geleistet, dass die US-amerikanische Position nun eine etwas andere ist. Wir hoffen sehr, dass die Waffen in diesem Land bald schweigen. 

Das Interview führte Jan Hendrik Stens für das Domradio (domradio 18) 

 

 

 

 

 

Technik, KI und Profit nicht vor Menschlichkeit stellen

 

„In einem Kontext, in dem Technologie und künstliche Intelligenz unsere Aktivitäten zunehmend steuern und beeinflussen, ist es heute dringend erforderlich, sich dafür einzusetzen, dass sich Unternehmen in erster Linie und vor allem als menschliche und geschwisterliche Gemeinschaften verstehen." Das hat Papst Leo XIV. diesen Donnerstag gefordert. Das katholische Kirchenoberhaupt mahnte bei einer Audienz für italienische Arbeitsberater auch mehr Sicherheit am Arbeitsplatz an. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

Der Papst lobte die rund 280 Audienzteilnehmer anlässlich des 60-jährigen Bestehens der Vereinigung der Arbeitsberater (Associazione Consulenti del Lavoro) für Aus- und Weiterbildung im Bereich der Unfallverhütung. Dies sei „Dienst am Leben". Es gebe jedoch auch heute noch zu viele Unfälle und auch Todesfälle am Arbeitsplatz:

„Orte, die eigentlich Lebensräume sein sollten – an denen Menschen jeden Tag einen Großteil ihrer Zeit verbringen und einen Großteil ihrer Energie aufwenden –, verwandeln sich häufig in Orte des Todes und der Trostlosigkeit. Deshalb möchte ich Sie daran erinnern, dass ,Sicherheit am Arbeitsplatz wie die Luft zum Atmen ist: Wir erkennen ihre Bedeutung erst, wenn sie auf tragische Weise fehlt, und dann ist es immer zu spät!`", mahnte Papst Leo mit einem eindringlichen Zitat seines Vorgängers im Amt, Papst Franziskus.  

„Sicherheit am Arbeitsplatz ist wie die Luft zum Atmen: Wir erkennen ihre Bedeutung erst, wenn sie auf tragische Weise fehlt, und dann ist es immer zu spät!“

Mangelde Arbeitssicherheit ist in Italien seit Jahren ein Problem. Bis Oktober sind laut italienischen Medienberichten allein in diesem Jahr 657 Menschen bei der Arbeit ums Leben gekommen. Es gab sechs Todesopfer mehr als im gleichen Zeitraum 2024; die meisten Unfälle ereignen sich im Baubereich. International für Schlagzeilen sorgte etwa im November der Einsturz eines Turms am Forum Romanum in Rom bei Restaurierungsarbeiten - ein Arbeiter kam ums Leben. 

Plädoyer für Menschlichkeit und Nächstenliebe am Arbeitsplatz

„Liebe Freunde, ihr habt eine wichtige Aufgabe. Ich ermutige euch, diese mit Leidenschaft und Engagement zu erfüllen, im Bewusstsein, dass viele Brüder und Schwestern auf euren Beitrag angewiesen sind, um ihre Arbeit in Ruhe verrichten zu können", machte Papst Leo den Arbeitsberatern Mut, sich weiterhin für gute Bedingungen für alle am Arbeitsplatz einzusetzen. Neben dem Thema Arbeitssicherheit betonte der Papst, dass auch Menschlichkeit und Nächstenliebe wichtig seien:

„Ich bitte euch, immer die Augen offen zu halten für die Menschen, die vor euch stehen, besonders für diejenigen, die in Schwierigkeiten sind und weniger Möglichkeiten haben, ihre Bedürfnisse zu äußern und ihre Interessen durchzusetzen. Das ist ein großer Akt der Gerechtigkeit und Nächstenliebe."

„Ich bitte euch, immer die Augen offen zu halten für die Menschen, die vor euch stehen, besonders für diejenigen, die in Schwierigkeiten sind und weniger Möglichkeiten haben, ihre Bedürfnisse zu äußern und ihre Interessen durchzusetzen“

Bindeglied zwischen Führungskräften und Mitarbeitern 

Konkret warb der Papst etwa für Unterstützung und Verständnis von Arbeitnehmern mit kleinen Kindern, kranken oder hilfsbedürftigen älteren Familienmitgliedern. Arbeitsberater hätten als Bindeglied zwischen Führungskräften und Mitarbeitern eine wichtige Funktion. Die Vermittlerrolle sei ebenso zentral, wie der Schutz der Menschenwürde und die Förderung der Arbeitssicherheit. Das katholische Kirchenoberhaupt warnte die Arbeitsberater vor einer „übermäßigen Bürokratisierung der Beziehungen" sowie vor „Distanz und Realitätsferne" und auch vor Parteilichkeit: 

„Ich lade Sie daher ein, Ihren Beruf nicht unter dem Druck der Arbeitgeberseite auszuüben, als ob der Rest weniger wichtig wäre."

„Beruf nicht unter dem Druck der Arbeitgeberseite ausüben, als ob der Rest weniger wichtig wäre“

Soziallehre der katholischen Kirche am Arbeitsplatz umsetzen

Wie schon sein Vorgänger Papst Franziskus, betonte auch Papst Leo XIV. noch eimal, dass beim Thema Arbeit „der Mensch, die Familie und ihr Wohl" im Fokus stehen müssten und nicht etwa „das Kapital noch die Gesetze des Marktes oder der Profit." Demenstprechend lud er alle ein, die Soziallehre der katholischen Kirche umzusetzen. Sie müsse „bei jeder Unternehmensplanung und -konzeption berücksichtigt werden, damit die Würde der Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer anerkannt wird und sie konkrete Antworten auf ihre tatsächlichen Bedürfnisse erhalten", forderte Papst Leo XIV. (vn/rai 18) 

 

 

 

 

 

Papst zum Weltfriedenstag: Frieden ist keine Utopie!

 

„Der Friede sei mit euch allen: hin zu einem ,unbewaffneten und entwaffnenden‘ Frieden“: Mit diesen programmatischen Worten von Leo XIV. aus seiner ersten Ansprache als Papst ist auch die Botschaft zum Weltfriedenstag 2026 überschrieben, die der Vatikan an diesem Donnerstag veröffentlichte. Darin warnt der Papst davor, Frieden als „Utopie“ abzutun, und prangert zunehmende Gewaltbereitschaft und Wettrüsten an, die „weit über das Prinzip der legitimen Verteidigung“ hinausgehen.

Als Datum der Unterzeichnung trägt die Botschaft den 8. Dezember 2025, das Hochfest der Unbefleckten Empfängnis Mariä. Der Weltfriedenstag wird weltweit am 1. Januar begangen, dem Hochfest der Gottesmutter.

In seiner Botschaft zu diesem Tag greift Leo XIV. nicht nur Ansätze aus seiner allerersten Ansprache als Papst auf, sondern entfaltet sie weiter, indem er unter anderem darauf hinweist, dass auch die Kommunikation und Bildungsprogramme mittlerweile von einer unkritischen Übernahme und Vermittlung von Bedrohungsszenarien durchdrungen seien, welche eine intensive allgemeine Wiederaufrüstung unausweichlich scheinen lassen. Außerdem unterstreicht er, dass der Einsatz für Frieden zwar nicht auf „Glaubende“ beschränkt sei, den Religionen jedoch eine besonders wichtige Rolle in der Vermittlung einer friedlichen Haltung zukomme. Scharf kritisiert Leo in diesem Zusammenhang den Missbrauch des Namens Gottes, um Gewalt zu rechtfertigen.

Die Regierenden nimmt er in die Pflicht, sich dem Dialog nicht zu verschließen und das Bewusstsein dafür zu schärfen, dass die zunehmenden technologischen Möglichkeiten zu einer „Delegation“ von Entscheidungen über Leben und Tod von Menschen führen, ebenso wie für die Tatsache, dass es gerade die konzentrierten Finanz- und Wirtschaftsinteressen einzelner Gruppierungen sind, die Staaten in diese Spirale der Zerstörung treiben. Eine Absage erteilt er jedoch der Haltung von Hoffnungslosigkeit, die das Fehlen von Frieden als selbstverständlich annimmt und somit auch Anstrengungen für den Frieden im Ansatz lähmt.

Seine mehrseitige Botschaft ist in drei Haupt-Abschnitte gegliedert: Zunächst entfaltet er die Nuancen des Ostergrußes Jesu „Der Friede sei mit dir!“, während er anschließend die politische und moralische Bedeutung der mittlerweile eng mit dem Pontifikat von Leo XIV. verbunden Worte vom „unbewaffneten“ und „entwaffnenden“ Friede erläutert.

„Der Friede sei mit dir!“

In Zeiten von Krieg, Angst und gesellschaftlicher Verunsicherung drohe das Licht des Friedens übersehen zu werden, räumt Leo in seiner Botschaft ein. Dennoch bleibe der Friede gegenwärtig, wolle „in den Herzen wohnen“ und besitze die sanfte Kraft, Gewalt zu widerstehen und sie zu überwinden. Doch während dem Bösen ein klares „Genug!“ entgegengerufen werde, trage der Friede eine Perspektive der Ewigkeit in sich, die der Auferstandene erschlossen habe, so Papst Leo, der in seiner Botschaft auch mehrfach den heiligen Augustinus zitiert.

Würdigend hebt Leo XIV. jene Menschen hervor, die inmitten globaler Konflikte – in einem von Papst Franziskus als „Dritten Weltkrieg in Stücken“ beschriebenen Kontext – wie „Wächter in der Nacht“ am Frieden festhalten. Zugleich warnt er in seiner aktuellen Botschaft davor, den Blick für das Licht zu verlieren. Wo Hoffnungslosigkeit, Angst und verzerrte Weltbilder überhandnähmen, werde der Friede als unrealistisch oder unerreichbar abgetan. Der heilige Augustinus habe die Christen jedoch dazu aufgerufen, eine innige Freundschaft mit dem Frieden zu schließen, ihn zuerst im eigenen Inneren zu bewahren und von dort aus weiterzugeben. „Ob wir nun über die Gabe des Glaubens verfügen oder ob uns scheint, dass wir sie nicht hätten, liebe Brüder und Schwestern, öffnen wir uns für den Frieden! Nehmen wir ihn an und erkennen wir ihn, statt ihn für fern und unmöglich zu halten“, so der Appell des Papstes.

Sich dem Frieden öffnen, unter allen Umständen

Dieser Weg müsse jedoch bewusst gewählt werden. Auch dort, wo Zerstörung und Verzweiflung dominieren, gebe es Menschen, die den Frieden leben und bezeugen. Wie der auferstandene Jesus durch verschlossene Türen zu den verängstigten Jüngern gelangte, so erreiche sein Friede auch heute durch die Stimmen und Gesichter seiner Zeugen die Welt. Diese Gabe ermögliche es, das Gute nicht zu vergessen und sich immer wieder neu dafür zu entscheiden.

Der unbewaffnete Friede

Ein zentraler Abschnitt widmet sich dem „unbewaffneten Frieden“ Jesu. In seinen Abschiedsworten mache Jesus deutlich, dass sein Friede grundlegend anders sei als der Friede der Welt, erinnert Leo in seiner Botschaft zum Weltfriedenstag 2026. Die gewaltfreie Haltung Christi, die er bis zur Gefangennahme und zum Tod am Kreuz durchhielt, habe selbst seine Jünger verunsichert. Dennoch habe er sie aufgefordert, diesen Weg mitzugehen, und weise jede bewaffnete Verteidigung entschieden zurück: „Der Friede des auferstandenen Jesus ist unbewaffnet, weil sein Kampf unter ganz bestimmten historischen, politischen und sozialen Umständen unbewaffnet war“, erläutert Leo. Es sei Aufgabe der Kirche und ihrer Mitglieder, hiervon gemeinsam und prophetisch Zeugnis zu geben, auch im Bewusstsein eigener historischer Verstrickungen in Gewalt, so die Mahnung des Papstes.

Frieden ein unerreichbares Ideal?

In seinem Text beschreibt er weiter ein weit verbreitetes Gefühl der Ohnmacht angesichts zunehmender Unsicherheit in der Welt. Werde Frieden nur als unerreichbares Ideal betrachtet, erscheine es plötzlich legitim, Kriege zu führen, um Frieden zu schaffen, zeigt Leo einen nur allzu oft vernachlässigten logischen Widerspruch auf. Denn diese Denkweise führe zu einer Kultur der Aggressivität im privaten wie im öffentlichen Leben und präge zunehmend auch politische Strategien, so die besorgte Bestandsaufnahme des Kirchenoberhauptes.

Irrationale Logik der Abschreckung

Die Logik der Abschreckung – insbesondere der nuklearen Abschreckung – kritisiert Leo in Widerspruch zum derzeit herrschenden politischen Paradigma als irrational, da sie auf Angst statt auf Recht, Gerechtigkeit und Vertrauen gründe. Eindringlich wird auf die massiv steigenden weltweiten Militärausgaben hingewiesen sowie auf eine Bildungspolitik, die Bedrohungswahrnehmungen verstärkt und militärisches Denken normalisiert: „Statt einer Kultur der Erinnerung, die das im 20. Jahrhundert gewonnene Problembewusstsein bewahrt und die Millionen Opfer jenes Jahrhunderts nicht vergisst, werden Kommunikationskampagnen und Bildungsprogramme in Schulen und Universitäten sowie in den Medien vorangetrieben, die Bedrohungswahrnehmungen verbreiten und eine rein militärisch geprägte Vorstellung von Verteidigung und Sicherheit vermitteln”, legt der Papst den Finger in die Wunde.

Unbedingter Dialog

Demgegenüber wird der Weg des Dialogs als der wirksamste Weg zum Frieden bekräftigt. In diesem Zusammenhang zitiert er das Zweite Vatikanische Konzil und insbesondere Gaudium et spes, um auf die besondere Gefahr moderner Kriegführung hinzuweisen und die enorme Verantwortung politischer und militärischer Entscheidungsträger zu unterstreichen. Neue Bedrohungen entstünden zudem durch den Einsatz künstlicher Intelligenz im militärischen Bereich, der Entscheidungen über Leben und Tod zunehmend an Maschinen delegiere und damit grundlegende humanistische Prinzipien untergrabe, so die Mahnung des Papstes, der in seinem Text eindringlich ein Erwachen des Gewissens und des kritischen Denkens fordert und die Konzentration wirtschaftlicher Interessen anprangert, welche die Aufrüstung vorantreiben.

Wehrlosigkeit entwaffnet 

Im Abschnitt über den „entwaffnenden Frieden“ betont Papst Leo, dass Güte eine machtvolle und doch entwaffnende Kraft sei. Die Menschwerdung Gottes – seine Geburt als wehrloses Kind in Bethlehem – deutet er in seinem Text als radikales Zeichen des göttlichen Friedens, das mitten ins Herz des Menschen treffe. Denn besonders die Begegnung mit Schwachen, Verletzlichen und Kindern könne Herzen verwandeln und bestehende Machtlogiken infrage stellen, stellt Leo fest. Johannes XXIII. habe als erster die Perspektive einer „umfassenden Abrüstung“ eingeführt, die nur durch eine Erneuerung von Herz und Geist möglich sei. Wahrer Friede könne nicht durch militärisches Gleichgewicht entstehen, sondern allein durch gegenseitiges Vertrauen, zitiert Leo seinen Vorgänger, der mit seiner Enzyklika „Pacem in terris“ von 1963 einen wichtigen Beitrag zur Friedenstheologie geleistet hat.

Missbrauch des Namens Gottes „Blasphemie"

Den Religionen komme bei der Förderung von Frieden in der Tat eine besondere Verantwortung zu, gibt Leo weiter zu bedenken: Sie müssten verhindern, dass Gedanken, Worte oder der Name Gottes selbst zu Waffen werden. „Leider gehört es zunehmend zum derzeitigen Gesamtbild, dass Worte des Glaubens Einzug halten in politische Kämpfe, dass Nationalismus gepriesen wird und dass Gewalt und bewaffneter Kampf religiös gerechtfertigt werden. Die Gläubigen müssen diesen Formen der Blasphemie, die den heiligen Namen Gottes verdunkeln, aktiv entgegentreten, in erster Linie durch ihre Lebensweise“, fordert Leo.

Der Text verurteilt entschieden Nationalismus, religiös legitimierte Gewalt und den Missbrauch des Glaubens für politische Kämpfe. Stattdessen werden Gebet, Spiritualität, ökumenischer und interreligiöser Dialog sowie eine aktive Friedenspraxis eingefordert. Gemeinden sollten zu „Häusern des Friedens“ werden, in denen Dialog, Gerechtigkeit und Vergebung konkret gelebt werden: „Denn heute ist es mehr denn je nötig, durch aufmerksame und fruchtbare pastorale Kreativität zu zeigen, dass der Friede keine Utopie ist.”

Die politische Dimension des Friedens

Abschließend betont Leo in seiner Botschaft die nicht zur Verhandlung stehende politische Dimension des Friedens. Diplomatie, Vermittlung, Völkerrecht und die Stärkung supranationaler Institutionen werden als entwaffnende Wege beschrieben, die angesichts wachsender Machtungleichgewichte dringend erneuert werden müssen. „Gerechtigkeit und Menschenwürde sind heute mehr denn je den Machtungleichgewichten zwischen den Stärksten ausgesetzt. Wie kann man in einer Zeit der Destabilisierung und Konflikte leben und sich vom Bösen befreien?”, fragt der Papst. Fatalistische Haltungen, die Gewalt als unvermeidlich darstellen, seien letztlich eine perfide Strategie der Machterhaltung, lässt Leo mit einem Verweis auf Aussagen von Benedikt XVI. und dessen Nachfolger Franziskus durchblicken. Dieser Manipulation gelte es mit Aktivitäten zu begegnen, die in der Gesellschaft ein „entsprechendes Bewusstsein“, „Strukturen verantwortungsbewusster Vereinigungen, gewaltfreie Beteiligungsformen und eine Praxis wiederherstellender Gerechtigkeit“ förderten, „im Kleinen wie im Großen“, gibt Leo zu bedenken.

Gemeinsam für Frieden wirken

Mit einem hoffnungsvollen Wunsch kommt der Papst zum Ende seiner Botschaft: Das Heilige Jahr der Hoffnung, so Leo, solle die Menschen zu einer inneren Entwaffnung führen, auf die Gott mit der Erfüllung seiner Verheißungen antwortet. Es gelte, „unsere Kräfte (zu) bündeln“, damit wir „gemeinsam zu einem entwaffnenden Frieden beitragen“, der aus „Offenheit“ und „evangeliumsgemäßer Demut“ entstehe, so die zusammenfassende Einladung des Kirchenoberhauptes zum Weltfriedenstag 2026. (vn 18)

 

 

 

 

 

 

‚Economy of Francesco‘: „Gegenentwurf zu räuberischer Ökonomie“

 

Wie geht Wirtschaft zusammen mit Gerechtigkeit und einem guten Leben für alle? Darauf versucht die von Papst Franziskus inspirierte Bewegung „Economy of Francesco“ eine Antwort zu geben. Sie tagte unlängst in Castelgandolfo bei Rom. An der Konferenz nahm auch der deutsche Steuerrechtler Gerhard Vorwold teil, wir fragten ihn nach den Inhalten.

Interview

Professor Vorwold, Sie haben vom 28.-30.11.2025 am weltweiten Jahrestreffen der Bewegung „Economy of Francesco“ in Castelgandolfo teilgenommen. Diese Bewegung tritt für ein alternatives, gerechteres Wirtschaftsmodell ein und war vor allem vom verstorbenen Papst Franziskus inspiriert. Wie ist sie denn nach Ihrem Eindruck ins neue Pontifikat hinübergekommen, haben sich da Akzente verschoben?

„Eine gute Frage! Nach meinem Eindruck hatte das ‚Economy of Francesco World Event 2025‘ mehr Substanz als das Initiativ-Event 2022 in Assisi zur Gründung der ‚Economy of Francesco‘. Aber wirkliche Fortschritte auf dem Gebiet, wie die Wirtschaft nun aussehen soll, hat es meines Erachtens leider auch diesmal nicht gegeben.

Und um auf den zweiten Teil Ihrer Frage nach dem Übergang in das neue Pontifikat einzugehen: Nach seinen eigenen Worten will Leo XIV. den von Franziskus eingeschlagenen Weg gemeinsam mit den Jugendlichen weitergehen. Aber nichtsdestotrotz denke ich, Leo ist eine andere Persönlichkeit – ein Augustiner und kein Jesuit, vorsichtiger und konzilianter. Ein Nachfolger und kein Ersatz, kein Franziskus Zwei. Leo ist Leo!“

Das Motto hieß „Neustart für die Wirtschaft“ – wie war das denn gemeint, und wie wurde es eingelöst?

„Zum Motto ‚Neustart für die Wirtschaft‘ lässt sich Kritisches anmerken. Die Veranstalter haben diesen offiziellen Slogan ;Restart the Economy‘ auf eigenartige Weise aufgesplittet in zwei Wörter: Rest-art. Also ‚Ruhepause‘ und ‚Kunst‘. Es ging also offensichtlich gar nicht um einen ‚Restart‘, und damit ist eigentlich schon viel gesagt. Ein Neustart der Wirtschaft war leider nicht das Thema, das die Veranstalter als Schwerpunkt im Auge hatten. Wohltuend anders dann aber die von Schwester Alessandra Smerelli verlesenen Grußworte unseres neuen Papstes – da war dann doch von einem Neustart der Wirtschaft die Rede. Ich zitiere: ‚Eine neugestartete Wirtschaft ist nicht nur eine Produktionsmaschine, sondern eine Aktivität, die Menschen, Gemeinschaften und unserem gemeinsamen Zuhause neues Leben einhaucht. Neustart bedeutet, uns von den Fesseln der Ungerechtigkeit zu befreien, das Beschädigte wiederherzustellen und Räume zu schaffen, in denen jeder Mensch Würde und Hoffnung atmen kann.‘

Da kann ich nur sagen: Das war wohltuend und treffend auch zur Linie von Leos verstorbenem Vorgänger. Doch um diese unterschiedliche Darstellung und Interpretation noch mal auf den Punkt zu bringen: Meines Erachtens zeigt diese Verschiebung des Inhalts durch die Organisationen deutlich, dass es auch oder gerade im Bereich der Wirtschaft starke Kräfte gibt, die die Dinge so belassen wollen, wie sie sind.“

Was „bringt“ so eine Konferenz?

„Also, ganz generell waren die vielen Möglichkeiten des Networking, des Austauschs sowie die Zugewandtheit und Offenheit, die ich bei vielen Teilnehmern spürte, ein wichtiger Sinngehalt für diese Veranstaltung. Es entwickelte sich über das Wochenende ein wachsendes Miteinander, ein gegenseitiges sich Bestärken. Erfreulich war für mich in diesem Zusammenhang auch die Herzlichkeit des (meines Erachtens aber eher unpolitischen) Präsidenten der ‚Economy of Francesco‘-Stiftung, Erzbischof Domenico Sorrentino von Assisi.

Was war für Sie das Highlight der Konferenz? Und wo liegen die Schwächen einer solchen Veranstaltung?

„Um mit den Schwachstellen anzufangen: Es wurde eigentlich gar nicht diskutiert, wie diese neue Wirtschaft aussehen könnte. Um es an einem Beispiel aufzuhängen: Mein Antrag, den ich Wochen vorher gestellt hatte, um zwei globale Modelle zur Verringerung des Abstands zwischen Arm und Reich in einem Pitch vorzustellen, wurde ohne weitere Erläuterung abgelehnt. Überraschenderweise erhielt ich dann aber einige Tage später immerhin die Einladung zur Präsentation dieser Modelle als Poster; das gab mir wieder neuen Mut. Letztlich fand diese Posterpräsentation aber am Samstagabend von 21 bis 22 Uhr statt – das zeigt die Bedeutung, die ihr die Veranstalter offensichtlich beigemessen haben, und war für mich ein Wermutstropfen, mindestens. Nichtsdestotrotz hatte ich aber wieder Hoffnung bezüglich der Sensibilität der Organisatoren bezüglich einer Wirtschaft, die sich von Privilegien verabschiedet, was die Zielrichtung meiner Modelle war. Uneingeschränkt positiv war dann für mich, dass ich am Samstagmorgen in einem Workshop meine neu gegründete gemeinnützige Stiftung mit dem Namen ‚Bridging Gaps‘ vorstellen konnte und dort gute Anregungen für eine Optimierung erhielt.

Das Highlight dieses Wochenendes war dann für mich das Statement von Schwester Helen Alford, Professorin und Präsidentin der Päpstlichen Akademie für Sozialwissenschaften (seinerzeit von Franziskus ernannt) am Sonntagmorgen bei einem Round Table. Das war nach meinem Dafürhalten exzellent, wissenschaftlich und auch zukunftsweisend. Aus deutscher Sicht erwähnenswert ist noch, dass an diesem Round Table unangekündigt ein Unternehmer aus Deutschland erschien, und zwar Rudolf Brenninkmeijer. Dieser Vertreter eines Bekleidungs-Weltkonzerns erzählte sehr ausführlich über den unternehmerischen Familienverbund und die Integration der Mitarbeiter; er beleuchtete, dass der katholische Glaube in diesem Unternehmen eine starke Rolle gespielt hat und wohl immer noch spielt.“

Welche Idee haben Sie von der Konferenz mitgenommen?

„Ich würde gerne eine Universität in Rom dafür gewinnen, einen Studiengang ‚Economy of Francesco‘ einzurichten – entweder die Universität LUMSA oder auch die St.-Thomas-von-Aquin-Universität in Rom, an der Schwester Helen Alford tätig ist. Als Thema für einen solchen Studiengang sehe ich zum einen die katholische Soziallehre unter Bezugnahme auf das Zweite Vatikanische Konzil, insbesondere auf den Text ‚Gaudium et spes‘, der nach meinem Dafürhalten Christus in die Welt des Business trägt. Und ein zweites wichtiges Kernthema wäre aus meiner Sicht die Diskussion über ein Unternehmerprofil, das sich ausrichtet an dem in den USA in den 50er Jahren vorherrschenden sogenannten Unternehmer als ‚Staatsmann der Industrie‘. Dies ist ein Thema, das auch Schwester Alford historisch behandelt hat und über das ich mich mit ihr auf dieser Veranstaltung gut unterhalten konnte.

Als drittes Thema würde ich dann vorschlagen, sich mit dem internationalen Steuerrecht zu beschäftigen. In ihm liegt nach meinem Dafürhalten (und nicht nur nach meinem!) der Schlüssel für die weltweite Bekämpfung der zunehmenden Ungleichheit und Armut. Doch um diesen Ausblick etwas allgemeiner zu formulieren: Ich hoffe, dass sich die ‚Economy of Francesco‘ als erfolgsversprechender Gegenentwurf zur derzeitigen ‚räuberischen Ökonomie‘, wie ich sie nennen möchte, etablieren kann.“

Gerhard Vorwold ist Steuerrechtler (Jurastudium Münster und Freiburg; Prof. an der Hochschule für Finanzen, Nordkirchen, Uni Münster, jurgrad); derzeit Direktor der Stiftung „Bridging Gaps – Prof. Vorwold Stiftung“, Geschäftsführer der NGO „close the gap – worldwide“ sowie „visiting scholar“ an der „Boston College Law School“. Er hat in allen führenden deutschen Steuerrechtsverlagen publiziert. Das Interview mit ihm führte Stefan v. Kempis. (vn 17)

 

 

 

 

 

 

Ein paar Zahlen und Fakten zu Weihnachten

 

Das Fest der Geburt Christi wird seit dem 4. Jahrhundert gefeiert - Franz von Assisi „erfand" 1223 die Weihnachtskrippe. Der erste Wiener Christbaum stand 1814 im Salon von Baronin Fanny Arnstein. Kathpress hat diese und weitere Fakten rund um das höchste Fest der Christen gesammelt.

Mehr als zwei Milliarden Christen weltweit feiern am 24./25. Dezember und am 6./7. Januar das Fest der Geburt Christi und damit nach ihrem Glauben die Menschwerdung Gottes. Rund 1,4 Milliarden Katholiken sowie Anglikaner, Protestanten sind am 24. Dezember in dieser Feier vereint. Auch die orthodoxen Kirchen von Konstantinopel, Alexandrien, Antiochien, Rumänien, Bulgarien, Zypern, Griechenland, Albanien und Finnland feiern das Weihnachtsfest wie die Westkirchen am 24./25. Dezember nach dem Gregorianischen Kalender. Nach dem Julianischen Kalender feiern nach wie vor u.a. die russische und serbische orthodoxe Kirche Weihnachten (6./7. Januar). Seit der Kalenderumstellung 2023 feiert auch die Orthodoxe Kirche der Ukraine (OKU) Weihnachten am 24./25. Dezember.

Das Weihnachtsfest am Heiligen Abend - 24. Dezember - ist die nach altem kirchlichen Brauch übliche „Vor-Feier" (Vigil) eines Hochfestes. Der Tag nach Weihnachten - 26. Dezember - wird bei den Katholiken als Hochfest des Heiligen Stephanus begangen. Auch die evangelisch-lutherische Liturgieordnung sieht die Feier des Stephanusfestes am 26. Dezember vor. In der griechisch-orthodoxen Kirche wird der Stephanustag am 27. Dezember gefeiert.

Als Ort für die Geburt Jesu nennt das Lukasevangelium Bethlehem bzw. dessen Umgebung. Der historisch exakte Tag der Geburt Jesu ist jedoch unbekannt, da für die ersten Christengenerationen die historisch genaue Definition dieses Tages unbedeutend war. Als historisch gesichert gilt eine Feier des Geburtsfestes Jesu am 25. Dezember des Jahres 336 in der römischen Stadtliturgie. Von Rom aus verbreitete sich das Weihnachtsfest in der zweiten Hälfte des 4. Jahrhunderts rasch nach Nordafrika, Oberitalien, Spanien und in den Orient. Es entwickelte sich neben Ostern zum beliebtesten christlichen Fest.

25. Dezember als Festtag

Die Frage, warum ausgerechnet der 25. Dezember als Weihnachtsdatum gewählt wurde, löst unter Fachleuten Diskussionen aus. Einige Historiker gehen davon aus, die Kirche habe den Termin bewusst gewählt, um das von den römischen Kaisern 274 eingeführte heidnische „Geburtsfest des unbesiegbaren Sonnengottes" („Sol Invictus") neu zu deuten. Dabei wurde zunächst gleichzeitig das Fest der Anbetung der Weisen begangen, das später auf den 6. Januar verlegt wurde. Eine zweite Theorie meint, dass christliche Theologen schon im 3. Jahrhundert den im Evangelium nicht genannten Geburtstag Christi am 25. Dezember berechneten, weil man nach der Tradition vom 25. März als Tag seiner Empfängnis ausging.

Die deutsche Bezeichnung „Weihnachten" ist erst seit dem 12. Jahrhundert belegt; die Zusammensetzung enthält das untergegangene mittelhochdeutsche Adjektiv „wich" mit der Bedeutung „heilig" und geht zurück auf die Zeitbestimmung „zewihen nahten", was also „in den heiligen Nächten" bedeutet.

Franz von Assisi „erfand" die Krippe

Krippe und Christbaum wurden erst relativ spät in das christliche Weihnachtsfest aufgenommen. Beim Evangelisten Lukas heißt es: Maria „gebar ihren Sohn, den Erstgeborenen. Sie wickelte ihn in Windeln und legte ihn in eine Krippe, weil in der Herberge kein Platz für sie war." Der Heilige Franz von Assisi hatte 1223 in Greccio als erster die Idee, zum Weihnachtsfest die Geburt Christi im Stall von Bethlehem als „lebendes Bild" mit lebendigen Personen und Tieren nachzustellen.

Erster Christbaum in Wien Anfang des 19. Jahrhunderts

Der Christbaum wurde erst im 19. Jahrhundert zu dem zentralen Weihnachtssymbol, das er heute ist. Ein erster schriftlicher Hinweis auf geschmückte Tannenbäume zu Weihnachten findet sich in der elsässischen Hauptstadt Straßburg im Jahre 1606. Nach Österreich kam der Christbaum durch preußische protestantische - und interessanterweise auch jüdische - Migranten.

In Wien stand erstmals 1814 ein Christbaum, und zwar bei der jüdischen Gesellschaftsdame Fanny von Arnstein. Während des Wiener Kongresses trafen sich im Hause Arnstein prominente Vertreter aus Diplomatie, Wissenschaft, Kunst und Journalismus. Der erste Beleg für ein Christbaumfest in Wien ist der Bericht eines Metternich'schen Polizeispitzels. „Bei Arnstein war vorgestern nach Berliner Sitte ein sehr zahlreiches Weihbaum- oder Christbaumfest", vermerkte der Spitzel am 26. Dezember 1814. Daraus wurde vielfach abgeleitet, dass im Hause der aus Berlin gebürtigen adeligen Gesellschaftsdame am 24. Dezember 1814 der erste Wiener Christbaum aufgestellt wurde. (kap 16)

 

 

 

 

 

USA: Bischöfe feiern Messe mit Migranten in Abschiebehaft

 

In Zeiten wachsender Kritik an der restriktiven Migrationspolitik von US-Präsident Donald Trump hat die katholische Kirche des Landes ein Zeichen gesetzt.

Bischöfe, Priester und weitere Kirchenvertreter feierten in diesen Tagen einen Gottesdienst mit 300 illegal eingereisten Migranten. Die aufwühlende Zeremonie fand im Abschiebegefängnis Adelanto in Kalifornien statt.

„Dies ist für uns einfach eine Gelegenheit, das zu tun, was wir immer tun: Mitgefühl und Barmherzigkeit für die Schwächsten empfinden, für Menschen, die leiden und keine Stimme haben“, sagte Bischof Alberto Rojas von San Bernardino dem Sender ABC7. Er fügte hinzu: „Die Inhaftierten sollen wissen, dass sie nicht vergessen sind. Die Kirche begleitet sie in ihrer Unsicherheit.“

Im San Bernardino County leben rund 1,1 Millionen Einwohner mit lateinamerikanischem Hintergrund. Zugleich ist es die sechstgrößte katholische Diözese der USA. Der Besuch in dem Abschiebegefängnis ist Teil der kirchlichen Bemühungen, den betroffenen Personen seelsorgerisch beizustehen. Persönliche Gespräche mit den Inhaftierten waren bei der Messe nach Angaben von Beteiligten nicht möglich. Dennoch waren viele Teilnehmer gerührt.

Emotionale Szenen

Der emeritierte Bischof von San Bernardino, Gerald Barnes, berichtete sichtlich bewegt, die Insassen seien nach dem Gottesdienst zum Zaun gegangen und hätten sich dort knieend festgehalten: „Es war sehr bewegend, und ich kann mir nur vorstellen, was in ihren Köpfen vorging.“

Ein Diözesansprecher erklärte, die Vorbereitung des Besuchs in der Haftanstalt habe in Abstimmung mit der Einwanderungspolizei etwa drei Wochen gedauert. Die beteiligten sechs Bischöfe bekräftigten im Nachgang ihre Forderung nach einer umfassenden Einwanderungsreform. „Ich denke, sowohl Demokraten als auch Republikaner sind sich einig, dass das Einwanderungssystem nicht funktioniert“, sagte Bischof Oscar Cantú von San Jose: „Aber sie haben es immer wieder versäumt, es zu reformieren.“

Weihbischof Matthew Elshoff aus Los Angeles ergänzte, die Kontroverse um die Einwanderungspolitik werfe einen wichtigen Aspekt auf, der in Vergessenheit geraten sei: „Die Würde eines jeden Menschen - egal, wer er ist, egal, welche Hautfarbe er hat, egal, welche Sprache er spricht, egal, welche Fehler er begangen hat. Gerechtigkeit muss immer mit Barmherzigkeit einhergehen - und Barmherzigkeit immer mit Gerechtigkeit.“

Bischöfe kritisieren die Trump-Regierung

Die katholische US-Bischofskonferenz hatte jüngst die Migrationspolitik der Trump-Regierung mit deutlichen Worten kritisiert und ein „Klima der Angst“ beklagt: „Wir sind betrübt über den Stand der aktuellen Debatte und die Verunglimpfung von Einwanderern. Wir sind besorgt über die Bedingungen in Haftanstalten und den mangelnden Zugang zu Seelsorge“, schrieben die Geistlichen in einer Stellungnahme. Sie warfen den Behörden überdies Willkür im Umgang mit dem rechtlichen Status zahlreicher Migranten vor.

„Wir sind beunruhigt über die Bedrohung der Unantastbarkeit von Gotteshäusern, Krankenhäusern und Schulen. Wir sind betrübt, wenn wir Eltern begegnen, die Angst haben, in Haft genommen zu werden, wenn sie ihre Kinder zur Schule bringen. Und wir sind traurig, wenn wir versuchen, all jene zu trösten, die schon von ihren Angehörigen getrennt wurden“, hieß es weiter in der Erklärung.

Laut Regierungsangaben von Ende Oktober wurden in diesem Jahr bereits 527.000 illegal eingereiste Ausländer abgeschoben. 1,6 Millionen hätten die USA freiwillig verlassen. Rund 66.000 Personen befanden sich den Angaben zufolge in Abschiebehaft. (kap 15)

 

 

 

 

 

 

Fisichella: Heiliges Jahr ist eine außergewöhnliche Zeit

 

Gegenüber den vatikanischen Medien gab der Propräfekt des Dikasteriums für Evangelisierung eine erste Bilanz des sich dem Ende zuneigenden Heiligen Jahres. Er erinnerte an die ersten Monate mit Papst Franziskus, an dessen Beerdigung mit 200.000 Jugendlichen, die sich zu ihrem Jubiläum in Rom versammelt hatten, und an seinen ersten Dialog mit Leo XIV.: Rom habe sich einmal mehr als „einladende und sichere Stadt“ erwiesen. Andrea De Angelis – Vatikanstadt

„Jedes Jubiläum bringt etwas Außergewöhnliches mit sich. Unsere Sprache ist stets von Glauben und Nächstenliebe geprägt. Nun hatten wir ein Jahr lang die Freude und die Verantwortung, über das Thema Hoffnung nachzudenken, und das hat uns bereichert. Genau wie 2016 über die Barmherzigkeit.“ Erzbischof Rino Fisichella, Propräfekt des Dikasteriums für Evangelisierung, sprach mit Radio Vatikan über die Kostbarkeit dieser Zeit, in der der Vatikan und Rom Millionen von Pilgern empfangen haben und dies noch einen Monat lang tun werden.

Zeichen der Hoffnung

In dem Interview, das Orazio Coclite und Eugenio Bonanata im Medienstudio des Vatikans auf dem Petersplatz führten, betonte der Erzbischof: „Hoffnung ist etwas Konkretes, Hoffnung hat ein Gesicht, Hoffnung hat einen Namen. Wie Papst Leo wiederholt betont hat, ist Hoffnung Jesus Christus, es ist dieses Leben, das er uns schenkt, es ist das neue Leben der Taufe, das Leben, das wir empfangen. Und dies“, fuhr er fort, „führt uns auch dazu, unsere Gegenwart zu gestalten, es führt uns dazu, sicherzustellen, dass wir mit Blick auf die Zukunft, die vor uns liegt, engagiert und verantwortungsbewusst gestalten, aber mit einem Ziel vor Augen.“ Wir sprechen also nicht von einer abstrakten Idee, sondern von einer greifbaren, sichtbaren, konkreten; dann gibt es Zeichen der Hoffnung.

Das Geschenk des Lebens

Eines dieser wichtigen Zeichen ist sicherlich das Geschenk des Lebens. „Wir können nicht leugnen, dass gerade in unserer Gegenwart das große Problem der sinkenden Geburtenrate mit einem Mangel an Hoffnung zusammenhängt“, erklärt Erzbischof Fisichella, „das heißt, mit dem Mangel an Freude, in die Zukunft blicken zu können. Wir verschließen uns, wir sind nicht fruchtbar, wir geben das Geschenk des Lebens nicht mehr von Generation zu Generation weiter. Aus dieser Perspektive tragen wir eine große Verantwortung. Wir wissen, dass die Weitergabe von Leben ein Bekenntnis zur Hoffnung, zur Freude und zum Vertrauen in die Zukunft ist.“ Indem er die Heiligkeit des Menschen betont, zitiert der Prälat einen Vorgänger Leos XIV. „Der heilige Paul VI. sprach vom Geheimnis der Person, vom Sakrament der Person, und sagte, dass wir zwar jemanden sehen, aber erkennen müssen, was hinter diesem Bild liegt! Da ist ein Bruder, da ist eine Schwester, da entsteht eine Beziehung zwischen uns, die nicht leer ist, sondern reich an Inhalten, die uns durch die Tatsache, einen Vater zu haben, geschenkt werden. Wenn wir wahrhaft Kinder Gottes sind, ist die Konsequenz unausweichlich: Wir müssen einander als Brüder erkennen.“

Hoffnung wohnt im Herzen eines jeden Menschen.

Der Erzbischof erklärt weiter: „Jedes Jubiläum bringt etwas Außergewöhnliches mit sich. Um mit dem, was wir erleben, verbunden zu bleiben, ist unsere Sprache stets von Glauben und Nächstenliebe geprägt. Wir sprechen fast nie von Hoffnung.“ Das Heilige Jahr bot die Gelegenheit, über das Thema Hoffnung nachzudenken. „Und ich glaube, dies hat uns bereichert, so wie wir es auch beim Außerordentlichen Jubiläum der Barmherzigkeit (2016) getan haben, als wir ein Jahr lang über Gottes grundlegendes Attribut sprachen: die Barmherzigkeit.“ Hoffnung besitze daher eine Kraft, die „grundlegend für das Leben jedes Menschen, jedes Mannes, jeder Frau, für das Leben des Gläubigen ist. Sie ist das Gegenteil von Verzweiflung, von Selbstverleugnung.“ Was also hinterlässt uns dieses Heilige Jahr? „Das Bewusstsein, dass Hoffnung kein leeres Wort, keine Utopie, keine Idee ist, sondern eine Person, die uns auffordert, mit Zeichen zu leben, greifbare, sichtbare Zeichen dessen zu geben, was Hoffnung bedeutet.“

Jubiläum und Evangelisierung

Der Propräfekt des Dikasteriums für Evangelisierung betont, dass es „kein Zufall“ sei, dass der Papst dem genannten Dikasterium die Organisation des Jubiläums anvertraut habe, denn „dieses Heilige Jahr ist ein greifbares Zeichen der Evangelisierung“. Ein Zeichen, das sich auch in den von Pilgern gefüllten Straßen, insbesondere auf der Via della Conciliazione, zeigt. „Von der Piazza Pia bis zur Heiligen Pforte führt ein Weg für betende Pilger, inmitten des ständigen Kommens und Gehens von Menschen, Touristen und Römern. Jeder, der vorbeikommt und eine Gruppe von Menschen mit dem Jubiläumskreuz beten, singen und ihren Glauben zum Ausdruck bringen sieht, wird zum Nachdenken angeregt. Aber was tun diese Menschen? Beten sie mitten auf der Straße? Diese Fragen stellen wir uns alle. Wer sind sie, woher kommen sie, was wollen sie, welche Botschaft wollen sie verkünden? Das regt uns zum Nachdenken an, und mir scheint, dass dies eine der grundlegenden Dimensionen des Jubiläums ist. Ein wunderschönes Zeugnis, das ansteckend wirkt.

Ein Jubiläum, zwei Päpste

Das Jubiläum wurde von Papst Franziskus initiiert und von Leo XIV. fortgeführt. Franziskus starb am Ostermontag des Heiligen Jahres. Die Gedanken des Prälaten kreisen insbesondere um das Begräbnis des Papstes. „Wir dürfen nicht vergessen, dass das Jubiläum der Jugendlichen für diese Tage geplant war. Hier in Rom feierten über 200.000 junge Männer und Frauen ihr Jubiläum und wollten – unerwartet, selbst für uns Organisatoren – mit unglaublicher Intensität an der Trauerfeier teilnehmen. Ich glaube, das muss in den Annalen der Geschichte dieses Jubiläums festgehalten werden.“ Dann ging das Heilige Jahr mit Papst Leo weiter, der am 8. Mai gewählt wurde. „Ein paar Tage nach seiner Wahl empfing er mich“, erinnert sich Monsignore Fisichella. „Ich habe ihm das gesamte Programm erläutert. Er sagte mir, er akzeptiere alles, was für das Jubiläum geplant war. Kein Tag vergeht, an dem der Papst nicht an einer Veranstaltung teilnimmt und die Gnade dieser Zeit hervorhebt.

Die Stadt Rom

Wie jedes Jubiläum erforderte auch dieses einen großen organisatorischen Aufwand seitens der Stadt, deren Bischof der Papst ist. Erzbischof Fisichella betonte: „Es bestand nicht nur ein Verantwortungsgefühl für dieses Ereignis für Italien, für die Stadt Rom selbst, sondern es wurde auch die sogenannte Jubiläumsmethode entwickelt, d. h. die Fähigkeit, die verschiedenen Ämter und Fachbereiche zu koordinieren, im Bewusstsein, dass ein Ziel erreicht werden musste.“ Daher könne man laut dem Erzbischof heute sagen, dass die Zusammenarbeit sehr positiv verlaufen sei. Rom präsentierte sich einmal mehr als überaus gastfreundliche Stadt, in der die Sicherheit hervorragend funktionierte, der öffentliche Nahverkehr reibungslos lief und auch die Gesundheitsversorgung, angefangen bei den Notaufnahmen der verschiedenen Krankenhäuser, überzeugte.

Der Abschluss des Heiligen Jahres

Was können wir zum Abschluss des Heiligen Jahres erwarten? „Wir müssen es erleben“, so der Erzbischof abschließend, „mit derselben Intensität, mit der wir jeden Tag dieses Heiligen Jahres erlebt haben. Vergessen wir nicht, dass bereits über 32 Millionen Pilger nach Rom gekommen sind, um an den verschiedenen Jubiläumsveranstaltungen teilzunehmen. Das ist eine beachtliche Zahl, die aber auch die große Bedeutung des Heiligen Jahres für das Volk Gottes verdeutlicht.“ (vn 15)

 

 

 

 

 

 

 

Familiensonntag 2025/2026. „Familie als Ort der Hoffnung“

 

Mit dem Familiensonntag würdigt die katholische Kirche die Familie als Ort des Miteinander-Lebens, des Teilens der Freuden und der Sorgen des Alltags und nicht zuletzt als primären Ort der Glaubensweitergabe. In diesem Jahr hat die Deutsche Bischofskonferenz den Gedenktag, der am 28. Dezember 2025 (Fest der Heiligen Familie) stattfindet, unter das familienpastorale Jahresmotto Familie als Ort der Hoffnung gestellt. Der Familiensonntag greift damit das Motto des Heiligen Jahres Pilger der Hoffnung auf.

„In der Familie entstehen Ermutigung, Trost, Vertrauen und die Bereitschaft, sich gegenseitig beizustehen. In der Familie wird Hoffnung weitergegeben – von den Älteren an die Jüngeren, aber ebenso von Kindern und Jugendlichen an die Erwachsenen“, sagt Erzbischof Dr. Heiner Koch (Berlin), Vorsitzender der Kommission für Ehe und Familie der Deutschen Bischofskonferenz. In einer Zeit, die von politischen Krisen, einer deutlichen Zunahme von psychischen Erkrankungen gerade junger Menschen, gesellschaftlicher Unsicherheit, den Folgen von Kriegen und den spürbaren Auswirkungen des Klimawandels geprägt sei, brauche es Orte, an denen Hoffnung erfahrbar werde. Familien könnten für viele Menschen ein solcher Ort sein.

„Wie viel Mut und Zuversicht gibt es gerade kranken und leidenden Menschen am Lebensende, wenn sie Besuch von einem kleinen Kind erhalten. Wie hoffnungsvoll strahlen die erfahrungsgesättigten Augen. Die Familie ist ein Ort, an dem Menschen lernen, über den Tag hinaus zu blicken, an gute Entwicklungen zu glauben und daran mitzuwirken, dass das Leben auch in scheinbar ausweglosen Situationen gelingt“, so Erzbischof Koch. Mit Blick auf das Ende des Heiligen Jahres 2025 fügt er hinzu: „Hoffnung lebt von Gemeinschaft – und die Familie ist einer der ersten und wichtigsten Räume, in denen diese Gemeinschaft entsteht und wächst. Familie als Ort der Hoffnung – das heißt: Hier dürfen Menschen erfahren, dass sie vor aller Leistung angenommen sind, dass ihr Leben Sinn hat und dass sie nicht allein unterwegs sind.“

Die Internetseite www.ehe-familie-kirche.de zum Familiensonntag bietet vielfältige Informationen für Familien: beispielsweise Anregungen und Hintergrundtexte zur Taufe, Erstkommunion und Firmung, Hinweise auf die katholischen Familienbildungsstätten und Familienkreise sowie Medienempfehlungen für Kinder und Erwachsene. Weiterführende Links und Kontakte der Ansprechpersonen für den Familiensonntag in den (Erz-)Bistümern ergänzen den Informationsteil. Auf der Internetseite sind außerdem ein DIN A4-Plakat zum Familiensonntag sowie Webbanner zum Herunterladen zu finden. Hintergrund

Der Familiensonntag wird seit einigen Jahren am Fest der Heiligen Familie, dem Sonntag in der Weihnachtsoktav, gefeiert. In diesem Jahr fällt der Familiensonntag auf den 28. Dezember 2025. Jährlich wird ein Jahresthema, das familienpastorale Jahresmotto, von der Deutschen Bischofskonferenz festgelegt. Diözesen, Gemeinden, Verbände und kirchliche Einrichtungen werden eingeladen, sich mit eigenen Veranstaltungen und Initiativen zum jeweiligen Jahresthema einzubringen und das Jahresmotto aufzugreifen. Dies kann auch an einem anderen Sonntag im Kirchenjahr geschehen, wenn dieser der Gemeinde eher entgegenkommt. Dbk 15

 

 

 

 

 

Aufmerksam sein für Gottes Wirken in der Welt

 

Am dritten Adventssonntag, dem Gaudete-Sonntag, hat Papst Leo XIV. dazu aufgerufen, die Adventszeit zu nutzen, um „die Erwartung des Erlösers mit der Aufmerksamkeit für das zu verbinden, was Gott in der Welt tut." Stefanie Stahlhofen – Vatikanstadt

Wie sich Gottes Wirken in der Welt erkennen lässt, das führte der Papst bei seinem Mittagsgebet diesen Sonntag auch konkreter aus:

„Wer er ist, verkündet Christus durch das, was er tut. Und was er tut, das ist für uns alle ein Zeichen des Heils. Denn ein Leben ohne Licht, ohne Worte und ohne Geschmack bekommt in der Begegnung mit Jesus wieder einen Sinn: Blinde sehen, Stumme sprechen, Taube hören. Das von der Lepra entstellte Abbild Gottes erlangt seine Unversehrtheit und Gesundheit zurück. Selbst die Toten, die völlig empfindungslos sind, kehren zum Leben zurück (vgl. V. 5). Dies ist das Evangelium Jesu, die frohe Botschaft, die den Armen verkündet wird: Wenn Gott in die Welt kommt, bemerkt man es!"

Zum Hören: Papst Leo XIV. beim Mittagsgebet am Gaudete-Sonntag: Im Advent für Gottes Wirken in der Welt aufmerksam sein (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)

Von diesem Gedanken ausgehend schlug das katholische Kirchenoberhaupt beim Angelus einen Bogen zum Gaudete-Sonntag. Denn wer aufmerksam sei, für das, was Gott in der Welt tut, der werde auch „die Freude der Freiheit erfahren können, die ihrem Erlöser begegnet":

„Wenn Gott in die Welt kommt, bemerkt man es!“

„Gaudete in Domino semper – Freut euch im Herrn zu jeder Zeit!« (Phil 4,4). Mit eben dieser Aufforderung beginnt die heilige Messe des heutigen Tages, dem dritten Adventssonntag, der deshalb Gaudete-Sonntag genannt wird. Freuen wir uns also, denn Jesus ist unsere Hoffnung, insbesondere in Zeiten der Prüfung, wenn das Leben seinen Sinn zu verlieren scheint und uns alles düster vorkommt, wenn uns die Worte fehlen und wir Mühe haben, unserem Nächsten zuzuhören."

„Freuen wir uns also, denn Jesus ist unsere Hoffnung, insbesondere in Zeiten der Prüfung, wenn das Leben seinen Sinn zu verlieren scheint und uns alles düster vorkommt, wenn uns die Worte fehlen und wir Mühe haben, unserem Nächsten zuzuhören“

Hoffnung auch in Haft

Papst Leo, der zuvor eine Messe mit Strafgefangenen zum aktuellen Heiligen Jahr gefeiert hatte, ging auch auf das Tagesevangelium ein, das von Johannes dem Täufer berichtet, der wegen seiner Predigten inhaftiert ist (vgl. Mt 14,3-5).

„Ungeachtet dessen verliert er nicht die Hoffnung und wird für uns zum Zeichen dafür, dass die prophetische Stimme, auch wenn sie in Ketten liegt, eine freie Stimme bleibt, die Wahrheit und Gerechtigkeit sucht", machte Papst Leo allen Menschen in schwierigen Situationen Mut. Das Heilige Jahr 2025 hatte Papst Franziskus ausgerufen und eröffnet. Es steht unter dem Motto „Pilger der Hoffnung." Nach Franziskus‘ Tod Ende April hat der neue Papst die Feiern des Heiligen Jahres fortgesetzt. Am 6. Januar 2026 wird Leo die Heilige Pforte des Petersdoms feierlich schließen und damit das Heilige Jahr 2025 offiziell beenden. (vn 14) 

 

 

 

 

 

 

Weihnachtsgottesdienste: Nur jeder fünfte Deutsche plant Besuch ein

 

Die traditionelle Teilnahme am Weihnachtsgottesdienst verliert in Deutschland weiter an Bedeutung. Einer repräsentativen Umfrage des Meinungsforschungsinstituts Civey im Auftrag des Portals Web.de zufolge planen lediglich 20 Prozent der Deutschen, an den Feiertagen fest einen Besuch in der Kirche ein.

Weitere 10 Prozent der Befragten antworteten auf die Frage nach einer Teilnahme mit „eher ja“, während 8 Prozent noch unentschieden waren. Dem gegenüber stehen fast zwei Drittel (62 Prozent) der Bevölkerung, die angaben, „eher nicht“ oder „auf keinen Fall“ an Weihnachten einen Gottesdienst besuchen zu wollen.

Deutliches Nord-Süd-Gefälle bei der Teilnahme

Die am Samstag veröffentlichte Befragung (durchgeführt zwischen dem 27. November und dem 1. Dezember unter 5.000 Personen) zeigt erhebliche regionale Unterschiede. In den meisten ostdeutschen Bundesländern plant im Durchschnitt weniger als jeder Fünfte (unter 20 Prozent) den Besuch eines Weihnachtsgottesdienstes.

Im Westen Deutschlands sind die Zahlen zwar höher, es zeichnet sich jedoch ein deutliches Nord-Süd-Gefälle ab. Die höchsten Beteiligungsquoten verzeichnen die südlichen Bundesländer: In Bayern (37 Prozent) und in Baden-Württemberg (36 Prozent) pflegen deutlich mehr Menschen den Kirchgang als im Rest des Landes.

Auch die Familiensituation spielt eine Rolle: Haushalte mit Kindern planen mit 41 Prozent tendenziell häufiger einen Kirchenbesuch als Haushalte ohne Kinder (27 Prozent).

Entwicklung der Mitgliederzahlen spiegelt Umfrage wider

Die Umfrageergebnisse korrespondieren mit der allgemeinen Entwicklung der Mitgliederzahlen der beiden großen christlichen Kirchen in Deutschland. Im Jahr 2021 sank der Anteil der Katholiken und Protestanten erstmals auf unter 50 Prozent.

Im vergangenen Jahr gehörten noch 23,7 Prozent der Bevölkerung der katholischen Kirche und 21,5 Prozent der evangelischen Kirche an. Zusammengenommen repräsentieren die Mitglieder beider Konfessionen damit nur noch 45,2 Prozent der Gesamtbevölkerung. (kna 13)

 

 

 

 

 

Frieden braucht die „Nähe des Herzens“

 

Papst Leo XIV. hat an diesem Samstagvormittag die Teilnehmer des Jubiläums der italienischen Diplomatie empfangen. In seiner Ansprache hob der Papst die Hoffnung als fundamentale Tugend für das diplomatische Handeln hervor und warnte davor, den Dialog im internationalen Kontext durch „beleidigende“ Sprache zu ersetzen. Mario Galgano - Vatikanstadt

Der Papst begrüßte die Diplomaten im Vatikan, deren Pilgerreise durch die Heilige Pforte diesem Treffen eine besondere Bedeutung verleihe.

Hoffnung als Grundlage des Dialogs

Leo XIV. definierte Hoffnung nicht als „ein verworrenes Verlangen nach ungewissen Dingen“, sondern als eine feste Willensausrichtung auf das Wohl und die Gerechtigkeit. Er betonte, dass diese Haltung für ihren Dienst entscheidend sei: „In der Diplomatie sucht und unterstützt nur derjenige, der wirklich hofft, stets den Dialog zwischen den Parteien und vertraut auf die gegenseitige Verständigung, selbst angesichts von Schwierigkeiten und Spannungen.“

Der Papst erinnerte daran, dass Verträge und Pakte durch eine „Übereinstimmung“ besiegelt werden. Diese „Nähe des Herzens“ (ad cor) unterscheide die authentische diplomatische Mission von „interessiertem Kalkül im Hinblick auf den Vorteil einer Partei oder dem Gleichgewicht zwischen Rivalen, welche die jeweiligen Distanzen verbergen.“

Die Wichtigkeit einer ehrlichen Sprache

Der Papst ermutigte die Diplomaten, ihre Sprache im Sinne eines christlichen Humanismus zu pflegen. Er mahnte, der Wert des gegebenen Wortes zeige, wie viel der Mensch wert sei, der es ausspricht.

„Authentische Christen zu sein und ehrliche Bürger zu sein bedeutet, einen Wortschatz zu teilen, der fähig ist, die Dinge so zu benennen, wie sie sind, ohne Doppeldeutigkeit, indem die Eintracht unter den Menschen gepflegt wird“, so Leo XIV.

Er stellte klar, dass im heutigen, von Konflikten verwundeten internationalen Kontext, das Gegenteil des Dialogs nicht das Schweigen, sondern die Beleidigung sei. Während das Schweigen das Zuhören ermögliche, sei die Beleidigung eine „verbale Aggression, ein Krieg der Worte, der sich mit Lügen, Propaganda und Heuchelei bewaffnet.“

Appell zu Abrüstung und Frieden

Der Papst forderte die Diplomaten auf, sich mit Hoffnung dafür einzusetzen, „Erklärungen und Reden abzurüsten“ und bei der Kommunikation nicht nur auf Schönheit und Präzision zu achten, sondern vor allem auf Ehrlichkeit und Klugheit. „Wer es leid ist, einen Dialg zu führen, wird es leid sein, auf Frieden zu hoffen.“

„Wer es leid ist zu dialogieren, wird es leid sein, auf Frieden zu hoffen.“

Abschließend erinnerte Papst Leo XIV. an den leidenschaftlichen Appell seines Vorgängers, des Heiligen Paul VI., vor 60 Jahren vor der Generalversammlung der Vereinten Nationen:

„Was die Menschen eint, ist ein Pakt, der mit einem Schwur besiegelt werden muss, der die zukünftige Geschichte der Welt ändern muss: Nicht mehr Krieg, nie mehr Krieg! Der Friede, der Friede muss die Geschicke der Völker und der gesamten Menschheit lenken!“ (Ansprache vor den Vereinten Nationen, 1965).

Der Papst schloss mit dem Aufruf, Hüter des wahren Friedens zu sein und die Zeichen der Zeit nach dem „Kodex des christlichen Humanismus“ zu deuten.

(vn 13)

 

 

 

 

 

 

Migrantenseelsorge: Hoffnung zur Verwirklichung von Träumen

 

Überzeugt von der gleichen Würde jedes Menschen kümmern sich die Franziskanerinnen der Immaculata (F.M.I.) in der Migranteneinrichtung „Frontera Digna“ um diejenigen, die sich auf die Suche nach einer besseren Zukunft begeben. Von Yamile López

„Alle, die auswandern, soll man gleichermaßen lieben, denn wir sind alle Brüder und Schwestern, wir sind alle Lebewesen mit oder ohne Fehler, aber wir sind alle gleich“, antwortete Camilo auf die Bitte, darüber nachzudenken, was sein Leben als Migrant für ihn bedeutet. Und so definierte er in zwei einfachen Zeilen, wie Migration verstanden werden sollte, eine Mission, der sich die Franziskanerinnen von Maria Immaculata durch die Seelsorge für Menschen in Migrationsbewegungen widmen.

Vor dreißig Jahren gründete die Diözese Piedras Negras an der mexikanischen Grenze zu den Vereinigten Staaten eine Herberge für abgeschobene Bürger. Im Laufe der Zeit und aufgrund der Umstände hat sie sich verändert und ist zur „Casa del Migrante Frontera Degna“ geworden, einer „Oase“ für diejenigen, die in der Hoffnung auf eine bessere Zukunft unterwegs sind.

Die Mission besteht darin, dort zu arbeiten, wo es am nötigsten ist

Das erste Mal arbeitete Sr. Isabel mit Migranten im Rahmen der Konferenz der Ordensleute von El Salvador (CONFRES) zusammen, wobei es eher um die Risiken der Migration ging. Dann begab sie sich auf die Route der Migranten und war in acht Unterkünften von Guatemala bis nach Ixtepec in Mexiko unterwegs.

Im Jahr 2018 reiste sie nach Bogotá und leistete zusammen mit anderen Ordensschwestern einen besonderen Dienst für venezolanische Migranten, die in jenen Jahren in großen Strömen nach Kolumbien kamen.

„Ich ging jeden Morgen zum Busbahnhof von Salitre, um alle ankommenden venezolanischen Migranten zu empfangen, ihnen bei der Orientierung zu helfen, ihnen ein Glas frisches Wasser und ein Sandwich anzubieten, ihnen das Wort Gottes vorzulesen, einige Wortgottesdienste zu feiern und auch die jungen Frauen an die Scalabrini-Patres zu verweisen“, erinnert sich die Ordensfrau, die von der Situation der Frauen bewegt ist: „Von den schüchternen jungen Frauen, die mit ihren Koffern ankamen, war bekannt, dass sie in Bogotá zur Prostitution gekauft oder verkauft worden waren, also gingen wir im Terminal herum und erklärten ihnen, was Menschenhandel ist.“

Einige Monate später reiste sie in Begleitung von zwei Schwestern nach Mexiko.

Solidarität lässt Hoffnung aufleben

In dieser Zeit haben die Schwestern viele Geschichten des Leids mit den Migranten geteilt, darunter auch solche, die sie während der Covid-19-Pandemie erlebt haben.

„Piedras Negras ist ein Ort mit guten, solidarischen und engagierten Menschen. In dieser Zeit haben sich auch die Pfarreien uns angeschlossen, um den Migranten eine Mahlzeit zu servieren und ihnen weiterhin zu helfen“, unterstreicht Sr. Isabel.

Nur die göttliche Vorsehung ist für sie eine Erklärung dafür, dass es gelang, sich täglich um fast tausend Migranten zu kümmern. Es gab für alle Essen, eine Matratze, eine Decke, medizinische Versorgung und seelischen Beistand; dafür dankt sie den vielen Freiwilligen, den Pfarreien, den Ärzten ohne Grenzen und dem Franziskanischen Netzwerk für Migranten.

Als Ordensfrau helfen ihr das Gebet und die franziskanische Spiritualität, mit dem Leid der Migranten umzugehen. Situationen wie die von schwangeren Frauen, die entschlossen sind, den Fluss zu überqueren, in der falschen Hoffnung, dass ihr Kind die Staatsbürgerschaft erhält, wenn es in den Vereinigten Staaten geboren wird; andere, Opfer von Vergewaltigung oder Entführung, die verkauft wurden und es geschafft haben, sich zu befreien, um in den Norden zu gelangen. Sie erinnert sich an alle, viele rufen sie an, um sich zu bedanken, dass sie ihre Träume verwirklichen können.

Die Migration und die selige Maria Caridad Brader

Camilo beschloss, sein Land zu verlassen, um ein besseres Leben für sich, seine Mutter und seine Schwester zu suchen. „Die Botschaft, die ich allen Müttern (d.h. Ordensfrauen) mitgeben möchte, ist, dass sie diese schöne und großartige Arbeit, die sie mit allen Migranten leisten, nicht aufgeben sollen. Ich werde nie den Tag vergessen, an dem die Unabhängigkeit meines Landes gefeiert wurde. Man hat mich mit einem besonderen Mittagessen, mit Fahnen und typischen Speisen und vielen kleinen Aufmerksamkeiten gefeiert.“

Migration ist eine Realität, auf die man mit geschwisterlichem und synodalem Dienst reagiert. Die Gründerin ihrer Kongregation, die selige Maria Caridad Brader, verschrieb sich zu ihrer Zeit dem missionarischen Ideal und verließ ihre Heimat, die Schweiz, um für die Völker zu arbeiten, die Ende des 19. Jahrhunderts in Ecuador und Kolumbien vergessen wurden.

„Ich denke, Mutter Caridad hätte Häuser oder Orte gegründet, an denen die Schwestern an allen Grenzen präsent wären, denn so handelte sie. In der Geschichte gibt es einige Beispiele, bei denen ihre Schule während eines Krieges geschlossen und in ein Krankenhaus umgewandelt wurde und die Schwestern als Krankenschwestern dienten, um den Verwundeten zu helfen.“ Und sie schließt: „Es ist dieser missionarische Geist von Mutter Caridad, der uns täglich in Piedras Negras ermutigt.“ #sistersproject

 

 

 

 

 

Was kirchliche Erneuerung bedeutet

 

Was bedeutet kirchliche Erneuerung und was nicht? Um diese Frage kreiste die zweite Adventsmeditation des päpstlichen Hauspredigers Roberto Pasolini an diesem Freitag im Vatikan.

„Kirchliche Erneuerung fällt niemals mit der Versuchung zusammen, alles einheitlich zu gestalten“, arbeitete der Kapuzinerpater in seiner langen Predigt vor dem Papst und der römischen Kurie heraus. „Eine Kirche, die sich erneuert, ist keine einheitliche Kirche, sondern eine Kirche, die in der Lage ist, Vielfalt anzunehmen und es dem Heiligen Geist zu überlassen, sie in einer Harmonie zu ordnen, die größer ist als unsere Maßstäbe.“

Einheit ist nicht Uniformität 

Pasolini verdeutlichte dies unter anderem an der biblischen Erzählung vom Turmbau zu Babel. Aus dem Bau der Stadt Babel, mit ihrem hohen Turm, einer einzigen Sprache und Gleichförmigkeit bis in jeden Ziegelstein, spreche das Bemühen, einen „einzigen Sammelpunkt“ für die Menschheit zu schaffen, so der Ordensmann. Es sei die Illusion einer vermeintlichen Einheit und Einstimmigkeit, der „Traum von einer Welt, in der niemand anders ist, in der niemand Risiken eingeht, in der alles vorhersehbar ist“.

Der Prediger stellte einen Bezug zu den Totalitarismen des 20. Jahrhunderts her und erinnerte: „Immer wenn Einheit durch die Unterdrückung von Unterschieden erreicht wird, ist das Ergebnis nicht Gemeinschaft, sondern Tod.“ Im heutigen Zeitalter der sozialen Medien und Künstlichen Intelligenz sei die Homogenisierung subtiler, so Pasolini weiter, und er verwies auf „Algorithmen, die auswählen, was wir sehen, und Informationsblasen Gleichgesinnter schaffen“ sowie auf „künstliche Intelligenzen, die Sprache und Denken standardisieren und die Komplexität des Menschen auf vorhersehbare Schemata reduzieren“. Auch die Kirche sei vor Tendenzen der Gleichmacherei nicht gefeit.

Keine Bestrafung

Die durch Gott in Babel ausgelöste Sprachverwirrung sei in diesem Kontext eine „Therapie“, hob Pasolini mit Blick auf die Erzählung von Babel hervor. Gott habe „nicht bestrafen, sondern eine tödliche Fehlentwicklung verhindern“ und die „gefährliche Utopie“ der Gleichförmigkeit abwenden wollen. Gott schaffe, indem er trenne, betonte der päpstliche Hausprediger, „der Unterschied ist die Grammatik der Existenz selbst“. Wenn die Menschheit dagegen Uniformität wähle, kehre sie den Schöpfungsimpuls um und suche „eine Form der Sicherheit, die mit der Verweigerung der Freiheit einhergeht“.

Die spiegelbildliche Erzählung zu Babel sei die Erzählung von Pfingsten im Neuen Testament, führte Pasolini weiter aus. In der Apostelgeschichte verstanden Menschen aus verschiedenen Völkern, die verschiedene Sprachen sprachen, die Apostel jeweils in ihrer eigenen Sprache (vgl. Apostelgeschichte 2,1-12). Sprachliche Vielfalt wurde weder abgeschafft noch schrieb der Heilige Geist eine einzige universelle Sprache vor.

„Die Vielfalt bleibt bestehen, aber sie trennt nicht mehr. Es gibt keine Einheitlichkeit, und doch gibt es Gemeinschaft. Es gibt keine einzige Stimme, und doch hören alle dieselbe frohe Botschaft. Pfingsten ist Gottes Antwort auf die Angst von Babel: nicht die Unterschiede beseitigen, um Einheit zu schaffen, sondern sie in das Gewebe einer größeren Gemeinschaft verwandeln.“

Erneuerung ist „geistlicher Kampf"

Pasolini entfaltete seine Gedanken entlang verschiedener Stationen der Heiligen Geschichte, vom Turmbau zu Babel bis zur Rückkehr Israels aus dem Exil, und er stellte auch Bezüge zum heiligen Franz von Assisi und zum Zweiten Vatikanum her.

Anhand der bewegten Geschichte rund um den mühsamen Wiederaufbau der Mauern Jerusalems und des Tempels zeigte er als zweites Element das Ringen auf, das mit kirchlicher Erneuerung einhergeht. Die Mauerbauer hätten mit einer Hand gearbeitet und mit der anderen die Waffe ergriffen. Pasolini deutete dieses Ringen positiv als Bild eines geistlichen Kampfes. Erneuerung sei „niemals ein naives oder friedliches Unterfangen“, sondern erfordere „einen ständigen geistlichen Kampf“, so Pasolini:

„Denn die Taufe befähigt uns nicht nur zum Aufbau, sondern auch zum Widerstand gegen alles, was dem Evangelium entgegensteht. Wer aufhört zu kämpfen – gegen Stolz, Faulheit, Illusionen oder Ideologien – hört auch auf, den Leib Christi aufzubauen. Die Kirche erneuert sich in dem Maße, wie ihre Mitglieder bereit sind, in einem authentischen geistlichen Kampf zu bleiben, ohne sich in die Abkürzungen des reinen Konservatismus oder der unkritischen Innovation zu flüchten.“

Als endlich das Fundament des Jerusalemer Tempels gelegt war, gab es einen Moment kollektiver Freude, aber auch Weinen im Volk, der „Gesang“ sei nicht einstimmig gewesen, erinnerte der Prediger (vgl. Esra 3,12-13). Wiederaufbau sei niemals „ein geradliniger Weg: „Er besteht aus Begeisterung und Tränen, aus neuen Impulsen und tiefem Bedauern.“ Daraus leite sich für die Gemeinschaft eine Herausforderung ab, benannte Pater Pasolini ein drittes Element kirchlicher Erneuerung.

Gemeinschaft als Ort unterschiedlicher Stimmen

„Gemeinschaft ist niemals ein homogenes Gefühl, sondern der Ort, an dem unterschiedliche Stimmen lernen, einander nahe zu bleiben, ohne sich gegenseitig auszulöschen.“

„Jede echte Erneuerung erfordert die Bereitschaft, die Last der Gemeinschaft zu tragen. Die Kirche wiederaufzubauen bedeutet, diese Verflechtung zu akzeptieren: das Zusammenleben von Begeisterung und Nostalgie, von entstehenden Hoffnungen und noch blutenden Wunden. Gemeinschaft ist niemals ein homogenes Gefühl, sondern der Ort, an dem unterschiedliche Stimmen lernen, einander nahe zu bleiben, ohne sich gegenseitig auszulöschen.“

Es brauche zudem „die Fähigkeit, auch auf das zu hören, was nicht mit unserer Sensibilität übereinstimmt, den Schmerz des anderen anzunehmen, ohne ihn zu beurteilen, sich von seiner Geschichte berühren zu lassen“, so der päpstliche Hausprediger weiter. In dieser geduldigen Fähigkeit, gemeinsam zu „leiden”, werde die Kirche wieder wirklich „zum Zuhause für alle“.

Aktuelle Lage der Kirche differenziert betrachten

Pasolini rief in seiner Predigt dazu auf, auch die aktuelle Lage der Kirche in dieser Optik zu begreifen. „Kritische Elemente“ und „Zeichen überraschender Vitalität“ stünden heute nebeneinander, schlug er einen differenzierten Blick vor. Niedergang und Aufbruch schlössen sich nicht gegenseitig aus, hob er hervor. Nicht angebracht seien Ideologien und Schuldzuweisungen, wohl aber ein Blick in die Zukunft ohne Angst und Erneuerung „durch bescheidene und konkrete Gesten“ jedes Einzelnen.

„Niemand kann allein die ganze Kirche erneuern. Und doch erneuert sich die Kirche nur durch den kleinen Teil, den jeder Tag für Tag wiederaufzubauen bereit ist. Letztendlich ist die Kirche nichts, was wir nach unseren Kriterien aufbauen können: Sie ist ein Geschenk, das wir empfangen, bewahren und dem wir dienen müssen.“

Für Pater Roberto Pasolini ist es der zweite Durchgang von Adventspredigten im Vatikan. Papst Leos Vorgänger Franziskus hatte den italienischen Kapuziner als päpstlichen Hausprediger zum Nachfolger seines Mitbruders Raniero Cantalamessa ernannt, der das Amt 44 Jahre lang innehatte. (vn 12)

 

 

 

 

 

 

Papst Leo verleiht Ratzingerpreis an Riccardo Muti

 

Bei einem Weihnachtskonzert im Vatikan hat Papst Leo XIV. an diesem Freitagabend dem italienischen Dirigenten Riccardo Muti den diesjährigen Ratzingerpreis übergeben. Die Auszeichnung verstehe sich als Anerkennung „für ein Leben, das ganz der Musik gewidmet ist, einem Ort der Disziplin und der Offenbarung“, so Leo, der in seiner Rede sowohl Joseph Ratzinger / Papst Benedikt als auch Papst Franziskus würdigte.

Die Übergabe des Preises fand am Ende des Konzerts statt. In der vatikanischen Audienzhalle dirigierte Riccardo Muti Luigi Cherubinis A-Dur-Messe von 1825, geschrieben für die Krönung des französischen Königs Karl X. Muti leitete das von ihm gegründete Jugendorchester „Luigi Cherubini“ sowie den Chor „Guido Chigi Saracini“ des Doms von Siena.

Papst Leo XIV. verfolgte das Konzert von seinem weißen Sessel im Mittelgang der Audienzhalle aus mit offensichtlicher Freude. In seiner Rede dankte er für die Darbietung mit ihren Dutzenden Mitwirkenden und erinnerte an das Musikverständnis der Kirche. Der heilige Augustinus habe Musik als „scientia bene modulandi“ beschrieben, als Wissenschaft, „die es versteht, das Herz zu Gott zu führen“. Musik sei ein Weg, „die höchste Würde des Menschen zu erkennen und ihn in seiner wahren Berufung zu bestärken“.

Papst Benedikt habe daran erinnert, dass „wahre Schönheit verwundet, das Herz öffnet und es erweitert“, und in der Musik nach Gottes Stimme gesucht. Leo erinnerte an die Begegnungen zwischen Muti und Benedikt über die Jahre, beginnend mit Joseph Ratzingers Konzertbesuchen in Salzburg, München und Rom. Als Papst habe Benedikt Aufführungen Mutis in der Audienzhalle besucht und ihm dort das Großkreuz des Gregoriusordens verliehen. „Die Auszeichnung, die Sie heute erhalten, ist die Fortsetzung dieser Beziehung, eines Dialogs, der sich dem Geheimnis öffnet und auf das Gemeinwohl, auf Harmonie ausgerichtet ist“, so Leo XIV.

Neben dem ausgewiesenen Musikkenner Benedikt kam bei Leo aber auch Papst Franziskus zur Sprache. Der argentinische Papst habe Musik als Kraft beschrieben, die helfe, Gegensätze zu überwinden, um „in Harmonie zu sein, Dissonanzen zu erkennen und zu korrigieren“. Harmonisieren bedeute, Gegensätze zusammenzuhalten und sie zu einer höheren Einheit zu führen. In diesem Zusammenhang betonte Leo XIV. auch die Bedeutung der Stille als Vorbereitung auf Wahrheit.

Riccardo Muti dankte in freier Rede für die Auszeichnung und überraschte mit einer Liebeserklärung an Papst Leo: „Heiligkeit, vom ersten Moment an, als Sie begonnen haben, Ihre Ideen und Vorstellungen zu äußern, habe ich Sie geliebt", so der Dirigent von Weltrang. Muti bekannte sich zum einen als treuer Katholik und zum anderen als polemischer Geist, und er erinnerte in bewegten Worten an seine letzte Begegnung mit Papst Benedikt, die ihn sehr berührt hatte.

Die Schwestern, die dem emeritierten Papst den Haushalt führten, hätten ihm ein kleines Buch Mutis mit dem Titel „Unendlichkeit zwischen den Noten“ vorgelesen – ein Ausdruck von Wolfgang Amadeus Mozart. Darauf habe er mit seiner Frau den alten Papst in den vatikanischen Gärten besuchen dürfen, und man habe über Theologie, Musik, Spiritualität und auch moderne Opernregie gesprochen, die Mozart mitunter „in den Schmutz zieht“. Bei der Verabschiedung habe Benedikt ihn angesehen und gesagt: „Der arme Mozart möge in Frieden ruhen“, erinnerte sich Muti. „Dies ist der letzte Satz, den ich aus dem Mund des Papstes gehört habe und den ich immer in mir trage“, so der Dirigent. Der Ratzingerpreis sei für ihn „nicht nur ein Grund großer Ehre, sondern auch eine Erinnerung an Momente tiefer, fast mystischer Zuneigung“ zu Papst Benedikt, bekannte der 84 Jahre alte Muti in einem am Donnerstag ausgestrahlten Interview mit Radio Vatikan.

Spenden für Bildung

Papst Leo XIV. wie erinnerte in seiner Rede auch an den Bildungsauftrag der Kirche. Millionen von Kindern hätten weltweit keinen Zugang zu Schulbildung. Das Konzert habe auch das Ziel verfolgt, dieses Bewusstsein zu schärfen und Initiativen für Bildung zu stärken. Kardinal José Tolentino de Mendonça, Präfekt des Dikasteriums für Kultur und Bildung, dankte in seiner Rede dem Papst dafür, dass er die Spendengelder aus dem Weihnachtskonzert für Bildungsprojekte der Stiftung „Gravissimum Educationis“ zur Verfügung stelle.

Pater Federico Lombardi, Präsident der vatikanischen Stiftung Benedikt XVI. Joseph Ratzinger, die den Ratzingerpreis vergibt, begründete die Auszeichnung mit Mutis Lebenswerk und seiner Rolle in der Verbindung von Musik, Kirche und Glaube. Neben Lombardi saß Erzbischof Georg Gänswein, der langjährige Privatsekretär von Kardinal Ratzinger / Papst Benedikt und nunmehrige Nuntius in den baltischen Ländern. Zahlreiche weitere Bischöfe und Kardinäle waren ebenfalls anwesend, darunter der Erzbischof von Chicago, Kardinal Blaise Cupich, den Maestro Muti in seiner Ansprache hervorhob; Riccardo Muti leitete das Chicago Symphony Orchestra als Musikdirektor von 2010 bis 2023.

Die Vatikanische Stiftung Joseph Ratzinger/Benedikt-XVI. verleiht den Ratzingerpreis seit 2011. Jedes Jahr schlägt das wissenschaftliche Komitee der Stiftung Persönlichkeiten vor, die sich in christlich inspirierter Kultur und Kunst hervorgetan haben. Die meisten Preisträger bisher stammten aus der Theologie, vertreten waren aber auch verdiente Exponenten der Rechtswissenschaft und der Kunst aus verschiedenen Kontinenten und Konfessionen. Auch der estnische Komponist Arvo Pärt ist unter den bisherigen Ratzinger-Preisträgern. (vn 12)

 

 

 

 

 

Vatikan: Kein Zweckdenken in der Migrationsdebatte

 

In der Debatte um irreguläre Migration und Zuwanderung von Arbeitskräften hat sich der Vatikan gegen Engführungen gewandt.

Bei den 304 Millionen Migranten weltweit dürfe „nicht vergessen werden, dass jeder Mensch auf der Flucht in erster Linie ein Mensch ist, dessen Rechte und gottgegebene Würde im Mittelpunkt der internationalen Zusammenarbeit und Migrationspolitik stehen muss“, erklärte Erzbischof Ettore Balestrero, Ständiger Beobachter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen in Genf, am Mittwoch.

Migranten dürften nie auf Probleme oder auf nutzbare Chancen reduziert werden. Der päpstliche Botschafter betonte in dem Zusammenhang die Rolle religiöser Organisationen bei der Begleitung von Migranten. Mit ihrer langjährigen Präsenz selbst in abgelegenen und unterversorgten Gebieten unterstützten sie Menschen auf der Flucht, „lange bevor Migration zu einem internationalen Thema wurde“, sagte Balestrero. Ebenso täten sie das auch noch nach dem Abflauen des Medieninteresses.

Kirche will Migranten unterstützen

„Katholische Organisationen werden durch ihr globales Netzwerk von Strukturen entlang der Migrationsrouten ihre Mission fortsetzen, Menschen auf der Flucht unabhängig von ihrem Hintergrund aufzunehmen, zu schützen, zu fördern und zu integrieren“, sagte Balestrero. Der Vatikan-Vertreter äußerte sich anlässlich einer Generaldebatte der Internationalen Organisation für Migration, die sich im Auftrag der Vereinten Nationen um die Unterstützung von Migranten, einschließlich Arbeitsmigranten und Geflüchtete, kümmert.

Praktische Erwägungen zu Problemen oder Nutzen der Zuwanderung dürfen aus Sicht der katholischen Kirche politische Entscheidungen nicht bestimmen. Sie pocht auf unveräußerliche Würde und Rechte des Einzelnen. (kna 11)

 

 

 

 

 

Bischöfe stellen Impulse zur Zukunft der Sozialversicherungen vor

 

„Zusammenhalt durch Reformen sichern“

Für einen „gerechten und verlässlichen Sozialstaat, der den Zusammenhalt in unserer Gesellschaft sichert“, hat heute (11. Dezember 2025) Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ (Hildesheim) geworben. Es brauche notwendige Reformen ohne Spaltung. „Der gesellschaftliche Zusammenhalt wird auch dadurch gesichert, dass die Lasten für den Sozialstaat gerecht auf alle verteilt werden“, so Bischof Wilmer in seiner Funktion als Vorsitzender der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen der Deutschen Bischofskonferenz in der Bundespressekonferenz in Berlin. Anlass war die Vorstellung des Kommissionspapiers Zusammenhalt durch Reformen sichern. Impulse für einen gerechten und verlässlichen Sozialstaat.

Das Dokument versteht sich als Beitrag zu einer sachlichen und ehrlichen Debatte über eine gerechte und verlässliche Ausgestaltung des Sozialstaats. Dieser sei, so Bischof Wilmer, eine kaum zu überschätzende Errungenschaft, die zukunftsfest gemacht werden müsse. Der Sozialstaat fuße auf den Prinzipien der Solidarität und der Subsidiarität, die auch unsere Gesellschaft zusammenhielten. „Die Sozialversicherungssysteme sind Ausdruck dieser Idee. Man könnte sagen, sie sind institutionalisierte Solidarität“, bekräftigte der Vorsitzende der Arbeitsgruppe für sozialpolitische Fragen der Kommission, Weihbischof Dr. Dr. Anton Losinger (Augsburg). Er fügte in der Bundespressekonferenz hinzu: „Die Kirche versteht sich als Anwältin der Schwachen. Daher fordern wir dazu auf, sozialpolitische Maßnahmen stets daraufhin zu prüfen, ob sie Armut verringern oder gar verhindern.“ Damit das Sozialversicherungssystem auch in Zukunft handlungsfähig bleibt, mahnt der Impulstext Reformen an: Durch den demografischen Wandel müssten immer weniger Personen immer höhere Beiträge zahlen. Das gefährde die Generationengerechtigkeit, die das System trage.

Das Dokument der Kommission wirbt dafür, alle Optionen für eine nachhaltige Finanzierung zu prüfen. Nur mehr Geld in das System einzuspeisen, durch höhere Steuern oder höhere Beiträge, wäre nicht tragfähig und fände auch in der Bevölkerung keine Mehrheit, erläuterte einer der Autoren, Prof. Dr. Martin Werding, Inhaber des Lehrstuhls für Sozialpolitik und öffentliche Finanzen an der Universität Bochum: „Daher muss auch in der Sozialpolitik priorisiert werden.“ Er würdigte, dass die Bischöfe in ihrem neuen Dokument folgern, „dass die generationengerechte Teilung demografisch bedingter Lasten zwischen Alt und Jung in der nun anstehenden Phase akuter Alterung weiterverfolgt und weiterentwickelt werden kann und sollte“.

Auch Weihbischof Losinger bekräftigte „weniger Gießkanne, mehr Zielgenauigkeit“ als Maßstab, gerade für unterstützende Leistungen der Sozialversicherungen. Dem Text zufolge sollten sozialpolitische Maßnahmen vor allem jene Menschen erreichen, die etwa von Altersarmut bedroht sind, obwohl sie lange in oder nahe an Vollzeit sozialversicherungspflichtig beschäftigt waren. Zugleich seien die demografischen Lasten breit und gerecht zu verteilen. Dafür, so Weihbischof Losinger weiter, dürfe „auch ein höheres Renteneintrittsalter kein Tabu sein“.

Um selbst unbequeme Maßnahmen diskutieren zu können, braucht es laut Bischof Wilmer den Mut zu einer offenen Debatte, die auch eine Zumutung bedeuten könne. Ein ehrliches Ringen um tragfähige Reformen für einen solidarischen und zukunftsfähigen Sozialstaat stärke letztlich auch das Vertrauen in die Demokratie und ihre Institutionen.Hinweise

Das Dokument Zusammenhalt durch Reformen sichern. Impulse für einen gerechten und verlässlichen Sozialstaat ist als PDF-Datei zum Herunterladen unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen verfügbar. Dort kann die Publikation auch als Broschüre (Die Deutschen Bischöfe – Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen Nr. 59) bestellt werden. dbk 11

 

 

 

 

 

Papst verteidigt Europas zentrale Rolle in Friedensgesprächen

 

Nach einem Treffen mit dem ukrainischen Präsidenten Wolodymyr Selenskyj hat sich Papst Leo XIV. am Dienstagabend vor seiner Residenz in Castel Gandolfo zu den aktuellen diplomatischen Bemühungen, dem Schicksal entführter Kinder und der Rolle Europas im Ukraine-Krieg geäußert. Mario Galgano - Vatikanstadt

Der Papst betonte, dass der „Hauptpunkt“ des Gesprächs mit dem Präsidenten die Friedensfrage und die „Wege zur Suche nach einer Einigung, einem Waffenstillstand“ gewesen sei.

Hilfen für entführte Kinder

Besonders hob der Pontifex die Dringlichkeit der humanitären Aspekte hervor, insbesondere in Bezug auf verschleppte Minderjährige:

„Wir haben spezifisch über die Frage der entführten und gefangenen Kinder gesprochen, wie die Kirche helfen kann, die Kinder in die Ukraine zurückzubringen. Vor allem Hilfen auch auf einer Ebene, wie wir es oft angeboten haben: dass der Heilige Stuhl bereit ist, sowohl Raum als auch Gelegenheit für Verhandlungen anzubieten, was bisher nicht angenommen wurde.“

Er bekräftigte jedoch die fortwährende Verfügbarkeit des Heiligen Stuhls: „Das Angebot wurde nicht wahrgenommen, aber wir sind bereit, nach einer Lösung und einem dauerhaften, aber auch gerechten Frieden zu suchen.“

Reisepläne und die europäische Einheit

Auf die Frage, ob er der Einladung des Präsidenten in die Ukraine folgen werde, zeigte sich Papst Leo XIV. hoffnungsvoll, aber realistisch: „Ich hoffe ja, ich weiß nicht wann. Man muss in diesen Dingen auch realistisch sein, vielleicht kann es gemacht werden.“

Angesprochen auf die anhaltende Infragestellung der Rolle Europas für den Frieden in der Ukraine durch US-Präsident Donald Trump, verteidigte der Papst die Relevanz des Kontinents vehement:

„Ich denke, dass die Rolle Europas sehr wichtig ist. Die Einheit der europäischen Länder ist in der Tat signifikant, besonders in diesem Fall. Eine Friedensvereinbarung zu suchen, ohne Europa in die Gespräche einzubeziehen, ist, sagen wir, nicht realistisch.“

Er unterstrich, dass Europa Teil der Lösung sein müsse, da der Krieg in Europa stattfinde und die gesuchten Sicherheitsgarantien – heute und in der Zukunft – Europa betreffen: „Europa muss Teil davon sein. Leider verstehen das nicht alle so, aber ich denke, es gibt hier eine sehr große Gelegenheit für die Führer Europas, sich zu vereinen und gemeinsam nach einer Lösung zu suchen.“

Am Ende des Gesprächs mit den Journalisten wurde Papst Leo von Chiaretto Yan angesprochen, dem Autor des Buches „Mein chinesischer Traum“. Der Papst schien ein gewisses Interesse zu zeigen und antwortete ihm, nachdem er das Buch genommen hatte, mit den Worten: „I have been to China“ (Ich war schon einmal in China).

Umzug und Päpstliche Familie

Schließlich gab der Papst Auskunft über seine mögliche Rückkehr in den Apostolischen Palast im Vatikan. Die Arbeiten dort stünden kurz vor dem Abschluss.

Auf die Frage, wann er umziehen werde und wie die päpstliche Familie zusammengesetzt sei, antwortete Papst Leo XIV.: „Ich wohne gut, wo ich wohne, im Sant'Uffizio (Dikasterium für die Glaubenslehre, Anm. d. Red). Typischerweise wohnen die Privatsekretäre des Heiligen Vaters beim Papst, und andere wird es voraussichtlich nicht geben.“ (vn 10)

 

 

 

 

 

 

Erwachsenenkatechismus in neuer Onlineausgabe

 

Den Glauben verstehen

Der Katholische Erwachsenenkatechismus umfasst das umfangreiche Glaubensbekenntnis der katholischen Kirche und ist als Leitfaden für deren Gläubige in Deutschland und ihr christliches Leben zu verstehen – er besteht neben dem bereits 1992 erschienenen Weltkatechismus. Der Katholische Erwachsenenkatechismus, von der Deutschen Bischofskonferenz herausgegeben, ist jetzt in einer neu gestalteten Onlineversion unter erwachsenenkatechismus.dbk.de verfügbar. Über gut strukturierte Sach- und Personenregister wird das zweibändige Werk zugänglich, beispielsweise wenn man wissen möchte, was im Katechismus über Mutter Teresa, Immanuel Kant oder Technik steht. Außerdem erleichtert eine Volltextsuche die Recherche.

Der erste Band (Das Glaubensbekenntnis der Kirche, 1985) erschließt die katholische Lehre in drei Teilen: „Gott, der Vater“, „Jesus Christus“ und „das Werk des Heiligen Geistes“. Der zweite Band (Leben aus dem Glauben, 1995) ist als Orientierungshilfe für ein christliches Leben gedacht. Der Text erläutert die zehn Gebote sowie das Hauptgebot der Liebe. Christliche Grundhaltungen wie Glaube, Hoffnung, Liebe, Barmherzigkeit und Treue werden ebenso beschrieben wie Maßstäbe christlichen Handelns.

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz im Jahr 1985, Kardinal Joseph Höffner (Köln), schreibt im Vorwort des ersten Bandes zu den Beweggründen der Bischöfe, einen Erwachsenenkatechismus herauszugeben: „In der Nachfolge der Apostel tragen wir Bischöfe eine besondere Verantwortung für die Verkündigung des Wortes Gottes. Unsere Zeit, in der mancher in seinem Glauben verunsichert wurde oder ihn nicht mehr richtig kennt, fordert zu verstärkten Anstrengungen in der Glaubensunterweisung heraus.“ Und Kardinal Karl Lehmann (Mainz), der zur Zeit der Veröffentlichung des zweiten Bandes Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz war, betont im Vorwort: „Der vorliegende zweite Band (…) möchte den Christen helfen, sich selbst und der Welt Rechenschaft zu geben: ‚Seid stets bereit, jedem Rede und Antwort zu stehen, der nach der Hoffnung fragt, die euch erfüllt‘ (1 Petr 3,15).“Hintergrund

Die Grundlage für eine eigene Katechismusausgabe der katholischen Kirche in Deutschland liegt in der Apostolischen Konstitution Fidei depositum von Papst Johannes Paul II. begründet, in der er im Jahr 1992 schreibt: „Dieser Katechismus (…) ist dazu bestimmt, zur Abfassung neuer örtlicher Katechismen zu ermuntern und die zu unterstützen, die den verschiedenen Situationen und Kulturen Rechnung tragen, aber zugleich sorgfältig die Einheit des Glaubens und die Treue zur katholischen Kirche wahren.“ Bereits 1984 hatte die Deutsche Bischofskonferenz während ihrer Frühjahrs-Vollversammlung beschlossen, den Katholischen Erwachsenenkatechismus für die Mitglieder der katholischen Kirche in Deutschland herauszugeben – auf der Grundlage des Zweiten Vatikanischen Konzils und der Erkenntnisse der Würzburger Synode (1971–1975). Der Heilige Stuhl hat das Werk approbiert. Dbk 10

 

 

 

 

 

EU-Bischöfe besorgt über Urteil zur Ehe

 

Der Verband von Bischofskonferenzen der Europäischen Union (Comece) ist besorgt über ein Urteil des Gerichtshofs der Europäischen Union zur gleichgeschlechtlichen Ehe.

Das Urteil (Rechtssache Wojewoda Mazowiecki) verpflichtet einen Mitgliedstaat, eine Ehe zwischen zwei EU-Bürgern gleichen Geschlechts anzuerkennen, die rechtmäßig in einem anderen Mitgliedstaat geschlossen wurde, in dem sie ihre Freizügigkeit und Aufenthaltsfreiheit ausgeübt haben. Die Führungsspitze der Comece erinnert demgegenüber in einer Erklärung von diesem Dienstag an die „anthropologische Sichtweise der Kirche, die auf dem Naturrecht basiert und die Ehe als Verbindung zwischen einem Mann und einer Frau versteht“.

Der Verband der EU-Bischofskonferenzen bekräftigt zwar, dass er die Rolle der Rechtsprechung in der Europäischen Union in vollem Umfang anerkennt. Doch die Entscheidung des Gerichtshofs scheine die Zuständigkeiten in der EU nicht zu respektieren. Das Urteil könne nämlich Auswirkungen auf Fragen haben, die zum Kernbereich der nationalen Zuständigkeiten (im konkreten Fall ist das Polen) gehören.

Für einige Mitgliedsstaaten ist die Definition von Ehe Teil ihrer nationalen Identität

Die Comece betont „die Notwendigkeit eines umsichtigen und vorsichtigen Vorgehens in familienrechtlichen Fällen mit grenzüberschreitenden Auswirkungen“. Unzulässiger Einfluss auf die nationalen Rechtssysteme der EU-Mitgliedstaaten müsse vermieden werden. Das Urteil biete Gelegenheit, den aktuellen Stand und die Ausrichtung der EU-Rechtsprechung in dieser Frage genauer ins Auge zu fassen. Der Gerichtshof hat in seinem Urteil anerkeannt, dass die Vorschriften über die Ehe „in die Zuständigkeit der Mitgliedstaaten fallen“.

Die Bischöfe erinnern daran, dass Artikel 9 der Charta der Grundrechte der Europäischen Union besagt, dass „das Recht, eine Ehe zu schließen und eine Familie zu gründen, nach den einzelstaatlichen Rechtsvorschriften über die Ausübung dieser Rechte gewährleistet wird“. Sie weisen außerdem darauf hin, dass für einige Mitgliedstaaten die Definition der Ehe Teil ihrer nationalen Identität ist.

Warnung vor antieuropäischer Stimmung

Das Urteil könnte aus ihrer Sicht den Druck zur Änderung des nationalen Familienrechts verstärken und zu einer Angleichung der eherechtlichen Wirkungen führen, obwohl die EU gar kein Mandat zur Harmonisierung des Familienrechts habe.

Das könnte auch die Rechtsunsicherheit erhöhen, fürchten die EU-Bischöfe. Und sie rufen nicht zuletzt die „derzeit schwierige Lage in der EU und die Polarisierung in unseren Gesellschaften“ in Erinnerung. In einem solchen Umfeld könnten „solche Urteile antieuropäische Stimmungen in den Mitgliedstaaten schüren und leicht für diesen Zweck instrumentalisiert werden“. (comece 9)

 

 

 

 

 

 

Redemptoris Mater Köln feiert 25 Jahre missionarische Priesterausbildung

 

Das Priesterseminar Redemptoris Mater in Köln hat am Sonntag, dem 7. Dezember 2025, sein silbernes Jubiläum gefeiert. Das Seminar, das im Jahr 2000 von Kardinal Joachim Meisner als Diözesanseminar für die Neuevangelisierung gegründet wurde, dankt Gott für 36 geweihte Priester und zwei Diakone aus zwölf Nationen, darunter acht Deutsche.

Im Zentrum der Hauptfeierlichkeiten stand ein feierlicher Gottesdienst im Seminar, den der Kölner Erzbischof, Kardinal Rainer Woelki, leitete. Unter den Konzelebranten befanden sich Kardinal Anders Arborelius aus Stockholm und Kardinal Antonio Maria Rouco (emeritierter Erzbischof von Madrid) sowie zahlreiche Priester, die dem Seminar verbunden sind.

Missionarische Ausrichtung und Bindung an den Bischof

Kardinal Woelki hob in seiner Predigt die zwei charakteristischen Aspekte des Redemptoris Mater-Seminars hervor: die Bindung an den Ortsbischof und die missionarische Ausrichtung. Diese beiden Merkmale seien eine Verbindung zum apostolischen Ursprung der Kirche.

Das Seminar ist aus der Erfahrung des Neokatechumenalen Weges – einer katholischen Form der postbaptismalen Initiation – entstanden und verbindet die diözesane mit der missionarischen Priesterausbildung. Die dort ausgebildeten Priester sind vorwiegend im Erzbistum Köln als Kapläne, Pfarrvikare und mittlerweile vier leitende Pfarrer tätig. Sie übernehmen jedoch auch andere Aufgaben, wie den Dienst des Spirituals in einem Seminar in Angola, Tätigkeiten als Jugendseelsorger oder Richter am Bischöflichen Gericht, oder widmen sich einer akademischen Laufbahn als Theologiedozenten.

Die Feierlichkeiten unterstrichen die Bedeutung der Unterstützung durch Laien, die das Seminar seit Jahren durch Gebet, ehrenamtlichen Dienst und materielle Spenden begleiten.

Evangelisierung in der säkularisierten Welt

Bereits am Tag zuvor fand in Zusammenarbeit mit dem Kölner Generalvikariat eine Veranstaltung unter dem Titel „Taten und Worte. Inspirationen aus Evangelii nuntiandi“ statt, die dem 50. Jahrestag des Apostolischen Schreibens von Papst Paul VI. gewidmet war.

Die Veranstaltung widmete sich der Evangelisierung in der heutigen säkularisierten Welt. Kardinal Arborelius hielt die Hauptrede und wies darauf hin, dass eine gelungene Evangelisierung voraussetze, „sich zunächst selbst evangelisieren zu lassen“. (pm 9)

 

 

 

 

 

Das Päpstliche Jahrbuch wird digital

 

Das „Päpstliche Jahrbuch“ (Annuario Pontificio) erscheint erstmals auch in einer digitalen Ausgabe. Seit diesem Montag ist es auch als App herunterladbar. Salvatore Cernuzio

In der Datenbank lassen sich zahlreiche Informationen zu Dikasterien der römischen Kurie, Diözesen, Ordensgemeinschaften, religiösen Instituten und Nuntiaturen sofort abrufen. Das Projekt wurde vom Staatssekretariat und dem Dikasterium für Kommunikation realisiert und dem Papst vorgestellt. Leo, der nach Einschätzung der „New York Times“ der erste Papst auf der Höhe der modernen Technologie ist, griff als Erster auf das Portal zu.

„Ich danke Euch! Das ist wirklich ein schöner Dienst und wird von großem Nutzen sein“, sagte der Papst. „Ich ermutige Euch, in diesem Geist fortzufahren, also in einem Geist des Dienstes an der Kirche. Ihr geht nicht nur einer normalen Arbeit nach, sondern leistet wirklich einen Dienst, damit das, was in Sorgfalt und Aufmerksamkeit entsteht, mit der Zeit zu einer noch größeren Hilfe wird.“

Ziegelsteindickes Opus

Das „Annuario“ ist Nachfolgerin des „Liber Pontificalis“, einer mittelalterlichen Sammlung von Angaben zu Päpsten. Seit Mitte des 20. Jahrhunderts hat sich das ziegelsteindicke Werk mit aufgeprägtem Papstwappen als grundlegendes Instrument für alle etabliert, die offizielle Informationen über die Struktur der katholischen Weltkirche suchen. Dank der App ist nun erstmals der Zugriff auf das „Annuario“ von jedem Gerät aus möglich. Das „Who is who“ des Heiligen Stuhls wird überall und jederzeit abrufbar.

Die neue Plattform erlaubt natürlich – und auch das ist ein Novum – eine ständige Aktualisierung von Informationen wie Ernennungen, Änderungen in Ämtern und Veränderungen in kirchlichen Strukturen. Früher musste man dazu auf die Veröffentlichung der nächsten Papierausgabe einmal im Jahr warten. Ein weiterer wichtiger Aspekt ist die Möglichkeit, erweiterte Suchanfragen durchzuführen.

Um Anmerkungen wird gebeten

„In einer Zeit, in der die Kommunikation immer schneller und globaler wird, bedeutet die Bereitstellung eines sofortigen und zuverlässigen Zugangs zu Informationen über das Leben der Kirche – mit gesicherten Daten – den Einsatz von Technologie im Dienste der kirchlichen Mission“, betont der Substitut im vatikanischen Staatssekretariat, Erzbischof Edgar Peña Parra. „Das ist ein Zeichen der Aufmerksamkeit, Transparenz und Verantwortung gegenüber der katholischen Gemeinschaft und allen, die versuchen, die Realität der Kirche in der Welt zu verstehen.“ Das Staatssekretariat bittet alle Nutzer der Plattform, ihre Anmerkungen und Vorschläge zur Verbesserung des Dienstes an die Adresse annuariopontificio@sds.va zu senden.

Die Plattform ist unter der Adresse https://www.annuariopontificio.catholic/ und über eine App für iOS und Android verfügbar. Um sie nutzen zu können, müssen Sie sich für die Webversion registrieren oder die App über den Apple Store bzw. den Google Store herunterladen. Es ist ein Abonnementsystem mit zwei Tarifen vorgesehen, das einen ständigen Zugang und die tägliche Aktualisierung der Daten garantiert. (vn 9)

 

 

 

 

 

Mariä Empfängnis: Papst Leo betet erstmals an Mariensäule in Rom

 

Am Hochfest der ohne Erbsünde empfangenen Jungfrau und Gottesmutter Maria hat Papst Leo XIV. der Muttergottesstatue im Herzen der Ewigen Stadt den traditionellen Besuch des Bischofs von Rom abgestattet. In seinem Gebet auf dem Spanischen Platz vertraute er die Welt im ausklingenden Heiligen Jahr der Hoffnung der Fürsprache Mariens an und gab dem Wunsch Ausdruck, dass sich „nach den Heiligen Pforten auch die Türen von Häusern und Oasen des Friedens öffnen“ mögen. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

Der 8. Dezember ist in Italien nicht nur der Tag, an dem in den Wohnungen der Christbaum geschmückt und die Krippe aufgestellt wird. Es ist auch einer der bedeutendsten Feiertage Italiens. Er läutet die Vorweihnachtszeit ein und hält einen Termin bereit, der den Römern und dem Bischof von Rom gleichermaßen am Herzen liegt: Das Gebet an einem der beeindruckendsten Mariendenkmäler der Ewigen Stadt, der fast 27 Meter hohen Mariensäule, die 1856 - nach der Verkündigung des Dogmas von der Unbefleckten Empfängnis Mariens durch Papst Pius IX. - errichtet wurde. Die Marienfigur spielt eine wichtige Rolle in der römischen Volksfrömmigkeit. „Immacolata“ war früher in Italien auch ein beliebter Frauenname.

Wie jedes Jahr säumten unzählige Römer und Pilger die engen Gassen an der Piazza di Spagna, einer der beliebtesten Einkaufsstraßen der Ewigen Stadt, als das offene Papamobil mit dem Heiligen Vater an diesem milden Dezembertag an der Mariensäule vorfuhr.

Die Ankunft des Papstes wurde von den Klängen populärer italienischer Marienlieder begleitet, wie dem „Dell'aurora Tu sorgi più bella“ (Mit der Morgendämmerung erhebst du dich noch schöner):

„Wie eine Lilie bist du unbefleckt, wie eine Rose strahlst du unter den Blumen. Du eroberst die Herzen der Engel, du bist der Stolz und Schmuck der Erde,“ sang der Chor unter Begleitung des vatikanischen Gendarmeriekorps, als Papst Leo vom Generalvikar Seiner Heiligkeit für das Bistum Rom, Kardinal Baldassare Reina, und Bürgermeister Roberto Gualtieri begrüßt wurde. Vor der Mariensäule waren schon zahlreiche Blumengrüße niedergelegt worden – und auch Papst Leo ehrte die Jungfrau Maria mit einem prachtvollen Bouquet weißer Rosen.

Hoffnung für eine geprüfte Menschheit

In seinem Gebet pries das Kirchenoberhaupt Maria für ihre Reinheit und ihr mutiges „Ja“ zum Plan Gottes. Mit Blick auf das Heilige Jahr der Hoffnung, das zahlreiche Pilger nach Rom geführt hat, legte er der Gottesmutter die Menschheit ans Herz, „die geprüft, ja oft niedergedrückt“, deren Hoffnung aber noch nicht erloschen sei:

„Schau, o Maria, auf die vielen Söhne und Töchter, in denen die Hoffnung nicht erloschen ist:

Lass in ihnen aufkeimen, was dein Sohn gesät hat…. Möge die Hoffnung des Jubeljahres in Rom

und in jedem Winkel der Erde erblühen; die Hoffnung auf die neue Welt, die Gott bereitet und

deren Juwel und Morgenröte du bist, o Jungfrau.“

Die Kunst der Versöhnung lernen

Der Pontifex gab dem Wunsch Ausdruck, dass sich die Hoffnung „auf die neue Welt, die Gott bereitet“, von Rom aus in der ganzen Welt verbreiten werde.

„Mögen sich nach den Heiligen Pforten nun auch andere Türen öffnen, die Türen von Häusern und Oasen des Friedens, in denen die Würde wieder erblüht, zur Gewaltlosigkeit erzogen wird und man die Kunst der Versöhnung lernt,“ betete der Papst an der Mariensäule auf dem Spanischen Platz.

Kirche mit und unter den Menschen sein…

Der Muttergottes legte er die Kirche ans Herz, „die die Freuden und Hoffnungen, die Trauer und Ängste unserer Zeitgenossen aufnimmt, besonders der Armen und Leidenden“. Sie möge „Sauerteig im Teig einer Menschheit sein, die Gerechtigkeit und Hoffnung erfleht“, so der Wunsch des Papstes.

Abschließend vertraute er die Menschen, die in unserer schnelllebigen und erfolgsorientierten Welt vor großen Herausforderungen stehen, noch mit folgenden Worten Maria an:

„Bitte für uns, die wir mit Veränderungen ringen, die uns unvorbereitet und machtlos zu treffen scheinen. Schenke uns Träume, Visionen und Mut, du, die du mehr als jeder andere weißt, dass für Gott nichts unmöglich ist – und dass Gott nichts allein vollbringt.“

Die Päpste und die Immacolata 

Am 8. Dezember 1854 verkündete der selige Papst Pius IX. das Dogma von der Unbefleckten Empfängnis Mariens. Drei Jahre später, am 8. September 1857, segnete und weihte derselbe Papst das Monument der Unbefleckten Jungfrau an der Piazza di Spagna. Papst Pius XII. begann im „Marienischen Jahr“ 1953 den Brauch, Maria am Hochfest der Unbefleckten Empfängnis mit einem Blumengruß an der Piazza di Spagna die Ehre zu erweisen. Im Jahr 1958 begab sich der heilige Papst Johannes XXIII. persönlich zum Spanischen Platz und legte zu Füßen des Monuments einen Korb weißer Rosen nieder. Anschließend besuchte er die Basilika Santa Maria Maggiore. Dieser Brauch wurde auch von allen nachfolgenden Päpsten fortgeführt, zuerst von seinem direkten Nachfolger Paul VI., der zum Abschluss des Zweiten Vatikanischen Konzils am 8. Dezember 1965 zu Füßen der Jungfrau Maria betete und später während der Ölkrise nicht im Wagen, sondern in einer Kutsche zu ihr fuhr. Auch Johannes Paul II. und Benedikt XVI. haben den Termin zu Maria Empfängnis nie ausgelassen – ebensowenig wie der bekennende Marienverehrer Papst Franziskus, der diese Tradition um einen Stopp in der Basilika „Santa Maria Maggiore“ erweitert hat. (vn 8)

 

 

 

 

 

USA: Bischöfe werfen Trump Rassismus vor

 

Scharfe Kritik an Äußerungen von Donald Trump über somalische Einwanderer kommt aus der US-Bischofskonferenz.

 „Jedes Kind Gottes hat Wert und Würde“, erklärte der für ethnische Gleichheit und Versöhnung zuständige Bischof Daniel Garcia aus Austin/Texas in einer Stellungnahme, die die Bischofskonferenz am Wochenende veröffentlichte. „Eine Sprache, die eine Person oder Gemeinschaft aufgrund ihrer ethnischen Zugehörigkeit oder ihres Herkunftslandes herabwürdigt, ist mit dieser Wahrheit unvereinbar.“

Ohne den Präsidenten beim Namen zu nennen, sagte Garcia weiter: „Ich fordere alle - Amtsträger, Gemeindevorsteher und Einzelpersonen - auf, sich einer herabwürdigenden und entmenschlichenden Sprache zu enthalten“. Es gelte stattdessen, „die reichen Gaben zu erkennen, die Nachbarn aus verschiedenen Kulturen in unsere Gemeinschaften einbringen“. Jeder dieser Beiträge werde geschätzt und gebraucht. Für ein gemeinsames Zusammenleben brauche es Gastfreundschaft, Respekt und Verständnis.

„Gegen eine herabwürdigende und entmenschlichende Sprache“

Trump hatte vor wenigen Tagen am Ende einer Kabinettssitzung über Einwanderer aus Somalia gesagt: „Ich will sie nicht in unserem Land haben“. Die USA könnten den einen oder den anderen Weg einschlagen – „und wir werden den falschen Weg einschlagen, wenn wir weiterhin Müll in unser Land lassen“.

Das von Hunger und Gewalt erschütterte Somalia am Horn von Afrika gehört zu einer Gruppe von Ländern, die Trump mit einem Einreiseverbot in die USA versehen hat. Zudem soll künftig der Abschiebeschutz für in Minnesota lebende Somalier aufgehoben werden. Die Aufenthalts- und Arbeitserlaubnis von Menschen mit somalischen Wurzeln, die legal in den USA leben, soll überprüft werden. (kna 7)

 

 

 

 

 

 

Kard. Woelki zum Mitglied des Dikasteriums für die Selig- und Heiligsprechung ernannt

 

Papst Leo XIV. hat an diesem Samstag mehrere Kardinäle und Bischöfe zu neuen Mitgliedern des Dikasteriums für die Selig- und Heiligsprechung (Dicastero delle Cause dei Santi) ernannt, darunter den Erzbischof von Köln, Kardinal Rainer Maria Woelki.

Die Mitglieder eines Dikasteriums beraten den Präfekten und nehmen an den Vollversammlungen der Behörde teil. Neben Kardinal Woelki ernannte der Papst folgende weitere Mitglieder: Kardinal Angelo De Donatis (Großpönitentiar); Kardinal Roberto Repole (Erzbischof und Metropolit von Turin und Bischof von Susa, Italien); Kardinal Ángel Fernández Artime (Pro-Präfekt des Dikasteriums für die Institute geweihten Lebens und die Gesellschaften apostolischen Lebens); Erzbischof Fortunato Morrone (Erzbischof und Metropolit von Reggio Calabria-Bova, Italien); Bischof Alfonso Vincenzo Amarante (Rektor der Päpstlichen Lateranuniversität) sowie Bischof S?awomir Oder (Bischof von Gliwice, Polen)

Was das Dikasterium für die Selig- und Heiligsprechung macht

Das Dikasterium für die Selig- und Heiligsprechung ist eine zentrale Behörde der Römischen Kurie. Es ist ausschließlich für die Durchführung und Überwachung der Prozesse zuständig, die zur Selig- oder Heiligsprechung von Personen führen.

Seine Hauptaufgaben umfassen die Vorbereitung, also die Prüfung der Dokumentation und Beweise (zum Beispiel der heroische Tugendgrad oder das Martyrium) von Kandidaten auf Diözesanebene. Es geht auch um die Untersuchung, d.h. sorgfältige Prüfung der gesammelten Akten (Positio) durch historische Experten und Theologen. Dann geht es um die Wunderprüfung, also wird bei Bedarf die wissenschaftliche und theologische Untersuchung der dem Kandidaten zugeschriebenen Wunder untersucht. Und schliesslich die Entscheidung: Die Vorlage der Ergebnisse gehen an den Papst, der die endgültige Entscheidung über die Selig- oder Heiligsprechung trifft. (vn 6)

 

 

 

 

 

 

„Hoffen heißt teilnehmen“: Adventsappell von Papst Leo

 

Zum Beginn des Advents hat Papst Leo die Gläubigen dazu aufgerufen, die „Zeichen der Zeit“ aufmerksam zu lesen und die christliche Hoffnung aktiv zu leben. Advent bedeute nicht passives Warten, sondern Bereitschaft, sich von Gott „einbeziehen“ zu lassen.

Weihnachten offenbare einen Gott, „der Maria, Josef, die Hirten, Simeon, Anna und später die Jünger ruft, teilzunehmen“, erinnerte Papst Leo. Daher gelte: „Hoffen heißt teilnehmen“, so das Kirchenoberhaupt in der Katechese bei seiner Sonderaudienz auf dem Petersplatz, zu der sich rund 30.000 Pilger eingefunden hatten. Es war die erste öffentliche Audienz im Advent für Papst Leo, der erst diesen Dienstag aus dem Libanon zurückgekehrt war. Die ursprünglich angesetzte Generalaudienz am Mitwoch, 3. Dezember, war abgesagt worden, um ihm ein wenig Erholung in Castel Gandolfo zu ermöglichen.

Das Jubiläumsmotto „Pilger der Hoffnung“ sei kein kurzlebiger Slogan, betonte der Papst in seiner heutigen Ansprache, sondern „ein Lebensprogramm“ für Menschen, „die unterwegs sind und erwarten, aber nicht mit den Händen im Schoß, sondern indem sie mitwirken“.

Leo erinnerte in diesem Zusammenhang an die Lehre des Zweiten Vatikanischen Konzils, dass niemand allein die Zeichen der Zeit deuten könne: „Gemeinsam, in der Kirche und mit vielen Brüdern und Schwestern liest man die Zeichen Gottes, der durch die geschichtlichen Umstände kommt.“ Der Glaube müsse sich im Alltag bewähren – mit „Verstand, Herz und hochgekrempelten Ärmeln“.

Ein zentrales Beispiel: Alberto Marvelli

Ein zentrales Beispiel für gelebte christliche Hoffnung sei der selige Alberto Marvelli, ein junger italienischer Ingenieur und Laienaktivist, der sich im Zweiten Weltkrieg selbstlos für Verletzte und Geflüchtete engagierte. Seine Hingabe habe gezeigt, „dass das Dienen am Reich Gottes Freude schenkt, auch inmitten großer Risiken“. Marvelli starb mit 28 Jahren, nachdem er auf dem Weg zu einer politischen Versammlung von einem Militärfahrzeug überfahren wurde. Sein Leben zeige, dass „die Welt besser wird, wenn wir ein wenig Sicherheit und Ruhe verlieren, um das Gute zu wählen“.

Es gelte also, sich selbst zu prüfen, so die Einladung des Papstes: „Nehme ich an irgendeiner guten Initiative teil, die meine Talente fordert? Habe ich den Horizont und den Atem des Reiches Gottes, wenn ich einen Dienst tue? Oder tue ich es murrend und beklage mich, dass alles schlecht läuft?“ Ein Lächeln sei „das Zeichen der Gnade in uns“. Hoffnung sei immer gemeinschaftlich, unterstrich Leo abschließend: „Niemand rettet die Welt allein. Und nicht einmal Gott will sie allein retten… denn gemeinsam ist es besser.“

Der heilige Nikolaus

Appelle mit Blick auf die Weltlage gab es bei dieser Audienz keine, doch erinnerte Papst Leo in seinen Grüßen an die polnisch-sprachigen Pilger daran, dass die Kirche an diesem Samstag, 6. Dezember, den Gedenktag des Heiligen Nikolaus begeht. Indem wir in der Liturgie an den heiligen Nikolaus erinnern, den Bischof, der für seine Sensibilität gegenüber den Bedürftigen bekannt ist, lernen wir, dass schenken glücklicher macht als empfangen, so der Papst. 

Deutschsprachige Grüße, ebenso wie Grüße in einigen anderen Sprachen (Chinesisch, Arabisch) gab es an diesem Samstag keine. Diese Lesungen sind jeweils abhängig davon, wie viele Gruppen aus den einzelnen Sprachregionen sich für die Audienzen anmelden. (vn 6)

 

 

 

 

 

 

KI ist kein Schicksal: Papst wirbt für mündigen Umgang

 

Künstliche Intelligenz mündig nutzen und gestalten: Papst Leo hat einem passiven Umgang mit KI eine Absage erteilt. „Der Mensch ist dazu berufen, als Mitarbeiter am Schöpfungswerk mitzuwirken und nicht nur passiver Konsument von Inhalten zu sein, die durch künstliche Technologie erzeugt werden“, sagte er am Freitag gegenüber Teilnehmern einer KI-Konferenz. Anne Preckel

Leo XIV. empfing Mitglieder der Konferenz „Artificial Intelligence and Care of Our Common Home“ im Vatikan. Die Tagung, die an diesem Freitagnachmittag in Rom stattfindet, wurde von der Stiftung „Centesimus Annus“ in Kooperation mit dem katholischen Universitäten-Netzwerk SACRU („Strategic Alliance of Catholic Research Universities“) ausgerichtet.

„Der Mensch ist dazu berufen, als Mitarbeiter am Schöpfungswerk mitzuwirken und nicht nur passiver Konsument von Inhalten zu sein, die durch künstliche Technologie erzeugt werden. Unsere Würde liegt in unserer Fähigkeit zu reflektieren, frei zu wählen, bedingungslos zu lieben und authentische Beziehungen zu anderen einzugehen“, erinnerte der Papst vor seinen Besuchern.

KI = Reichtum und Macht?

Es stelle sich heute die Frage, wie KI-Entwicklung wirklich dem Gemeinwohl dienen könne und nicht dazu genutzt werde, bloß „Reichtum und Macht in den Händen einiger weniger anzuhäufen“, rief Leo XIV. zum Nachdenken auf.

Künstliche Intelligenz habe Einfluss auf kritisches Denken und Urteilsvermögen, Lernen und zwischenmenschliche Beziehungen, sie eröffne „neue Horizonte für Kreativität, werfe aber auch Bedenken auf. Der Papst nannte hier „mögliche Auswirkungen auf die Offenheit der Menschheit für Wahrheit und Schönheit sowie auf ihre Fähigkeit zum Staunen und zur Kontemplation“. Leo XIV. wünscht sich ein Nachdenken über das Wesen des Menschen, um mit dieser Technologie angemessen umgehen zu können.

Bei seiner Audienz lenkte der Papst den Blick vor allem auf junge Generationen. Auswirkungen von KI auf die intellektuelle und neurologische Entwicklung von Kindern und Jugendlichen müssten sorgfältig untersucht werden. KI dürfe die Entwicklung junger Menschen und die Entwicklung der Gesellschaft nicht behindern.

„Die neuen Generationen müssen auf ihrem Weg zur Reife und Verantwortung unterstützt und nicht behindert werden. Das Wohlergehen der Gesellschaft hängt von ihrer Fähigkeit ab, ihre Talente zu entfalten und mit Großzügigkeit und geistiger Freiheit auf die Anforderungen der Zeit und die Bedürfnisse anderer zu reagieren.“

Was der Mensch ist - keine marginale Frage

Dass wir heute auf riesige Daten- und Informationsmengen zugreifen könnten, bedeute nicht, dass der Mensch dazu in der Lage sei, daraus „Sinn und Wert“ abzuleiten, stellte der Papst klar. Dafür brauche es vielmehr eine Reflexion über „Geheimnisse und Kernfragen unserer Existenz“. Die heute vorherrschende Kultur und Wirtschaft werte eine solche Reflexion ab und mache sie lächerlich, kritisierte Leo XIV.

KI müsse dem Gemeinwohl, der Wahrheitssuche und der Geschwisterlichkeit dienen, verdeutlichte der Papst einmal mehr. Es sei „unerlässlich“, junge Menschen zu einem mündigen Umgang mit KI zu schulen. Dabei ermutigte der Papst zugleich zu mehr Gestaltungswillen. KI ist kein passiv hinzunehmendes Schicksal, so Leo XIV. sinngemäß.

„Um gemeinsam mit unseren jungen Menschen eine Zukunft aufzubauen, die das Gemeinwohl fördert und das Potenzial der künstlichen Intelligenz nutzt, ist es notwendig, ihr Vertrauen in die Fähigkeit des Menschen, die Entwicklung dieser Technologien zu steuern, wiederherzustellen und zu stärken. Dieses Vertrauen wird heute zunehmend durch die lähmende Vorstellung untergraben, dass ihre Entwicklung einem unvermeidlichen Weg folgt.“

Verpflichtung für Gemeinwohl: neue Weichenstellung notwendig

Leo XIV. rief zu einer grundsätzlichen Neuausrichtung der technologischen Entwicklung auf – weg von Profit- und Machtinteressen, hin zu Partizipation und Gemeinwohl. Es brauche „ein koordiniertes und konzertiertes Vorgehen von Politik, Institutionen, Wirtschaft, Finanzwesen, Bildung, Kommunikation, Bürgern und Religionsgemeinschaften“, so der Papst.

„Akteure aus diesen Bereichen sind aufgefordert, eine gemeinsame Verpflichtung einzugehen, indem sie diese gemeinsame Verantwortung übernehmen. Diese Verpflichtung steht über allen parteipolitischen Interessen oder Gewinnen, die sich zunehmend in den Händen einiger weniger konzentrieren. Nur durch eine breite Beteiligung, die jedem die Möglichkeit gibt, mit Respekt gehört zu werden, auch den Bescheidensten, wird es möglich sein, diese ehrgeizigen Ziele zu erreichen.“

Die Initiative und Forschung des SACRU-Centesimus-Netzwerkes sei in diesem Kontext ein wertvoller Beitrag, lobte der Papst. Die Konferenzteilnehmer ermutigte er dazu, ihre Arbeit mit Kreativität fortzusetzen.

Die Päpstliche Akademie für das Leben lancierte 2020 mit Vertretern der italienischen Regierung und aus der Tech-Branche ein Selbstverpflichtungs-Programm für eine Ethik der Künstliche Intelligenz. Dem sogenannten „Rome Call for AI Ethics“ schlossen sich seitdem Vertreter der Politik, Wirtschaft und Religionen an. (vn 5)

 

 

 

 

 

 

Begegnung zwischen Deutscher Bischofskonferenz und Koordinationsrat der Muslime

 

Den Dialog in Zeiten der Polarisierung fortsetzen

Gestern (4. Dezember 2025) hat in Germersheim das jährliche Treffen zwischen Vertretern der Deutschen Bischofskonferenz und des Koordinationsrates der Muslime in Deutschland (KRM) stattgefunden. Anlässlich des 60. Jahrestags der Konzilserklärung Nostra aetate – Über das Verhältnis der Kirche zu den nichtchristlichen Religionen lag ein inhaltlicher Schwerpunkt auf der Entwicklung der christlich-muslimischen Beziehungen seit dem Zweiten Vatikanischen Konzil. Des Weiteren fand ein offener Austausch zu aktuellen Herausforderungen im interreligiösen Dialog statt. Dabei bot sich auch die Gelegenheit, über die Haltung beider Religionsgemeinschaften zum Nahostkonflikt sowie zu Tendenzen der gesellschaftlichen Polarisierung in Deutschland ins Gespräch zu kommen.

Als Gastgeber des Treffens betonte der Sprecher des Koordinationsrats der Muslime, Ali Mete: „Die Erklärung Nostra aetate ist ein Meilenstein und Wendepunkt im interreligiösen Dialog. Das vatikanische Dokument stellt auch heute eine wichtige Basis für den gesellschaftlichen Zusammenhalt dar. Der KRM bekräftigt sein Engagement, diesen Dialog mit allen Religionsgemeinschaften auf Augenhöhe fortzuführen. In einer Zeit, die von Spannungen und Konflikten geprägt ist, ist es für uns Religionsgemeinschaften wichtiger denn je, uns glaubwürdig für Frieden, Gerechtigkeit und Toleranz einzusetzen. Unsere jeweilige religiöse Lehre verpflichtet uns, uns gegen Hass, Gewalt und Diskriminierung zu stellen – sei es hier in Deutschland, in der Ukraine oder im Nahen Osten.“

Vonseiten der Deutschen Bischofskonferenz begrüßte Weihbischof Prof. Dr. Karlheinz Diez (Fulda) die muslimischen Gesprächspartner. Als Mitglied der Unterkommission für den Interreligiösen Dialog nahm er in Vertretung von Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg) teil. Neben der bleibenden Bedeutung von Nostra aetate unterstrich er, dass die katholische Kirche dem interreligiösen Dialog gerade auch unter schwierigen Rahmenbedingungen verpflichtet bleibe: „Wir leben in einer Welt, in der autoritäre Tendenzen vielerorts wieder im Aufwind sind. Wo das Recht des Stärkeren propagiert wird, geraten die Menschenrechte schnell unter die Räder. Während die Bereitschaft zu echter Solidarität abnimmt, wird der Drang zu Nationalismus und Abschottung stärker. Wie soll es da möglich sein, die Logik der Konfrontation zu überwinden? Es war Papst Franziskus, der uns immer wieder anschaulich gezeigt hat, was es bedeutet, im Anderen nicht einen Gegner, sondern den Nächsten zu sehen. Sein Weg war der Weg der Geschwisterlichkeit, dem wir uns in unseren interreligiösen Begegnungen weiterhin verpflichtet wissen. Christinnen und Christen stehen in der Verantwortung, die Menschenwürde aller zu verteidigen, unabhängig von Herkunft oder Religion. Deshalb tritt die Kirche auch niemals nur für ihre eigenen Rechte ein, sondern engagiert sich weltweit für universelle Religionsfreiheit.“Hintergrund

Von katholischer Seite haben neben den Mitgliedern und Beratern der Unterkommission für den Interreligiösen Dialog der Deutschen Bischofskonferenz auch diözesane Islambeauftragte an der Begegnung teilgenommen. Im 2007 gegründeten Koordinationsrat der Muslime (KRM) sind aktuell die folgenden Verbände vertreten: Türkisch-Islamische Union der Anstalt für Religion (DITIB), Islamrat für die Bundesrepublik Deutschland (IRD), Zentralrat der Muslime in Deutschland (ZMD), Union der Islamisch-Albanischen Zentren in Deutschland (UIAZD) und Zentralrat der Marokkaner in Deutschland (ZRMD). Die katholischen und muslimischen Dialogpartner haben vereinbart, dass sie sich jährlich als Gastgeber für das Treffen abwechseln. Die Selimiye-Moschee in Germersheim, in der das Treffen stattfand, gehört zu den Moscheegemeinden, die im Dezember 2024 unter dem Dach der Schura Rheinland-Pfalz – Landesverband der Muslime e. V. einen Vertrag mit dem Land Rheinland-Pfalz geschlossen haben. 2024 wurde die Selimiye-Moschee mit dem Integrationspreis der Stadt Germersheim ausgezeichnet.  Dbk 5

 

 

 

 

Papstwahl setzt Wikipedia-Rekord

 

Die Wahl von Papst Leo XIV. hat ein weltweites Informationsinteresse ausgelöst. Auf Wikipedia führte dies zu hohen Zugriffszahlen.

Die Papstwahl hat im Jahr 2025 einen starken Anstieg der Abrufe auf Wikipedia verursacht. Nach Angaben der Wikimedia Foundation zählte der Artikel über den im Mai gewählten Pontifex mehr als 22 Millionen Seitenaufrufe und erreichte damit Platz fünf der englischsprachigen Jahresrangliste.

In der Mitteilung heißt es, dass zeitweise bis zu 800.000 Seitenaufrufe pro Sekunde registriert wurden. Im Normalbetrieb liege der Durchschnitt bei etwa 130.000 Aufrufen pro Sekunde. Die Nachfrage nach Informationen über Leo XIV. übertraf damit viele politische oder kulturelle Beiträge. Auch der Artikel über Papst Franziskus verzeichnete anlässlich seines Todes einen deutlichen Anstieg und belegte Platz elf.

Jahresranking

Der meistgeklickte Eintrag der englischsprachigen Wikipedia war 2025 der Artikel über Charlie Kirk, der im Sommer ermordet wurde. Die Seite wurde nach Angaben der Stiftung etwa doppelt so häufig aufgerufen wie jene über Papst Leo XIV. Auf Rang zwei lag die Lister der im Jahr 2025 Verstorbenen. Platz drei belegte der Artikel über den Mörder Ed Gein (dessen Leben und Untaten erst kürzlich in einer Netflix-Serie für ein größeres Publikum verarbeitet wurden) und auf Rang vier folgte der Eintrag über den US-Präsidenten Donald Trump. (kna 4)

 

 

 

 

 

Bistum Eichstätt stärkt Umweltmanagement

 

Das Bischöfliche Ordinariat Eichstätt erfüllt weiterhin die Anforderungen der europäischen Umweltmanagementnorm und wurde erneut für drei Jahre EMAS zertifiziert. Das System wurde im Ordinariat bereits 2015 eingeführt und legt besonderen Wert auf Energie- und Materialeffizienz sowie einen bewussten Umgang mit Ressourcen.

EMAS bedeutet Eco-Management and Audit Scheme. Nach Angaben des Bistums bestätigten ein externer Prüfer sowie die Industrie- und Handelskammer München und Oberbayern das Ergebnis. 

Das Bistum betrachtet EMAS als zentrales Instrument auf dem Weg zur Treibhausgasneutralität. In den vergangenen zehn Jahren wurden zahlreiche Maßnahmen umgesetzt. Das Ordinariat bezieht ausschließlich Ökostrom der Stadtwerke Eichstätt, verwendet in den Büros fast nur Recyclingpapier und lässt Druckaufträge, wenn möglich, klimaneutral ausführen.

Nächste Schritte

„Zu einem erfolgreichen Umweltmanagement gehört auch die Sensibilisierung der Mitarbeitenden“, heißt es aus dem Bistum. Daher finden regelmäßig Informationsveranstaltungen statt, unter anderem mit Hinweisen zur Müllvermeidung und zum Energiesparen am Arbeitsplatz.

Als nächster Schritt plant die Diözese eine softwaregestützte Energiedatenerfassung aller EMAS-zertifizierten Gebäude, um weitere Einsparpotenziale zu erkennen. Zudem wird geprüft, zusätzliche Photovoltaikanlagen auf Gebäuden des Ordinariats zu installieren. Der Fuhrpark soll auf E-Mobilität umgestellt werden. Darüber hinaus planen die Stadtwerke Eichstätt ein Nahwärmenetz, bei dem die Diözese als einer der Projektpartner und größter Abnehmer vorgesehen ist. (kna 4)

 

 

 

 

 

Beirut: Italienischer Priester kämpft gegen Ausbeutung von Migranten

 

Mitten in Beirut, in der Pfarrei St. Joseph Amonot, hat sich eine Anlaufstelle für englischsprachige Migranten und Geflüchtete aus der ganzen Welt etabliert. Geleitet wird sie von dem italienischen Priester Don Carlo Giorgi, einem „jungen, alten Priester“ mit einer ungewöhnlichen Vorgeschichte: Der 57-Jährige war vor seinem neunmonatigen Priesteramt und den neun Jahren im Libanon 20 Jahre lang als Journalist in Mailand tätig.

Salvatore Cernuzio - Korrespondent im Libanon

Don Giorgi, der dem Neokatechumenalen Weg angehört, dient in der Pfarrei, die zur Heimat für Menschen geworden ist, die vor Armut und Gewalt flohen oder auf der Suche nach Arbeit sind. „Unsere ist eine universale Messe für die ganze Welt. Jeden Sonntagmorgen um 11 Uhr in St. Joseph ist wirklich die ganze Welt versammelt“, beschreibt Don Giorgi das bunte Gemeindeleben.

Das Kafala-System als große Not

Die Migranten, die oft nicht die komplizierten Visa-Anforderungen europäischer Länder erfüllen können, sehen im Libanon eine Zwischenlösung. Doch die Not ist groß, besonders aufgrund des sogenannten Kafala-Systems.

Dieses rechtliche System bindet Arbeitskräfte sehr streng an ihre Arbeitgeber, was oft zu schweren Missbräuchen führt. „Der Arbeitgeber hat das Recht, dieser Person den Pass zu entziehen, sie im Haus festzuhalten oder sie herauszulassen“, erläutert Don Giorgi. Viele Migranten verlieren bei Jobverlust ihre Dokumente, was sie schutzlos macht. Der Priester berichtet von der Mutter zweier Mädchen aus seiner Pfarrei: „Nur weil sie die Dokumente nicht hatte, wurde sie verhaftet und ist seit drei Monaten im Gefängnis. Sie hat nichts getan! Und die Kinder sind jetzt ohne Mutter.“

„Welcome home!“: Die Kirche als Zufluchtsort

Die zentrale Aufgabe der Pfarrei ist daher, den Menschen „ein Zuhause“ zu geben. Das Motto, mit dem der Pfarrer die Messe eröffnet, lautet konsequent: „Welcome home! Willkommen zu Hause!“ Die spirituelle und materielle Hilfe ist umfassend: Es gibt Bibelkurse, Sakramentenpastoral, und jede Woche bereitet eine andere Gemeinschaft ein ethnisches Mittagessen für rund 200 Personen aus den Philippinen, Sri Lanka, Nigeria und dem Sudan zu.

Das Engagement der Pfarrei zeigte sich besonders während des Krieges, als die Kirche ihre Türen für alle Flüchtlinge aus dem Süden öffnete, die alles durch die israelischen Bombardierungen verloren hatten. Darunter waren auch Hunderte Muslime. „Wir hatten die Möglichkeit, etwa hundert Muslime aufzunehmen, und die Pfarrei wurde für mehrere Monate zu einem Schutzraum“, berichtet Don Giorgi. Die Muslime seien erstaunt gewesen: „Mir haben mindestens drei Personen gesagt, dass sie noch nie eine solche Liebe gesehen hatten.“

Für Don Giorgi liegt der Sinn dieser Arbeit nicht in der Konversion: „Es geht nicht darum, jemanden zu bekehren, sondern zu zeigen, dass das Evangelium wahr ist, dass das Evangelium ein lebendiges Wort ist, das das Leben verändert und allem Geschmack verleiht.“

Die Hoffnung auf Papst Leo XIV.

Mit Blick auf den Besuch von Papst Leo XIV. im Libanon betonte Don Giorgi, die Worte des Papstes hätten ins Schwarze getroffen: „Die Kirche als Haus für alle.“ Die libanesische Bevölkerung, die seit Jahrzehnten unter Konflikten leidet, setze große Hoffnungen in den Besuch: „Die Leute hoffen zutiefst, dass dieser Papst dem Krieg ‚ein Ende‘ setzt, dass er ein Wort spricht, das die Herzen bekehren kann.“ Er appelliert an alle, dem Wort des Papstes zuzuhören, damit tatsächlich etwas geschehen und der Krieg beendet werden könne. (vn 3)

 

 

 

 

 

 

Armut erkennen und handeln

 

Erzbischof Burger und Bischof Wilmer zum 7. Armuts- und Reichtumsbericht der Bundesregierung

Im Bundeskabinett ist heute (3. Dezember 2025) der 7. Armuts- und Reichtumsbericht der Bundesregierung vorgelegt worden. Der Vorsitzende der Kommission für caritative Fragen der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Stephan Burger (Freiburg), und der Vorsitzende der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ (Hildesheim), begrüßen den Bericht. Er ermögliche es, in einer langfristigen und detaillierten Betrachtung Herausforderungen der wirtschaftlichen Entwicklung und des Sozialstaates zu identifizieren. Die soziale Lage in Deutschland könne so bewertet und, wo nötig, verbessert werden. Wörtlich erklären die Bischöfe:

Erzbischof Stephan Burger: „Soziale Maßnahmen müssen vor allem bei den Menschen ankommen, die die größten Nöte haben. Der Bericht zeigt, dass derzeit die Möglichkeiten der Unterstützung oft nicht in Anspruch genommen werden. Daher braucht es umfassende Informationen und niedrigschwellige Angebote. Die systematische Einbindung der Perspektive von Menschen mit Armutserfahrung in den Bericht ist begrüßenswert. Eine Frage, die angesichts des demografischen Wandels, des Fachkräftemangels und weiterer Faktoren zunehmend zu einer Frage von Arm und Reich werden dürfte, ist die Sicherung einer menschenwürdigen Pflege für alle, die sie aufgrund von Alter, Krankheit oder Behinderung benötigen. Hier braucht es kluge politische Weichenstellungen und eine gesamtgesellschaftliche Kraftanstrengung, um Lasten solidarisch und gerecht zu verteilen. Unser Dank gilt allen, die sich haupt- oder ehrenamtlich für Menschen in Not engagieren. Ihr caritativer und solidarischer Einsatz ist so unverzichtbar wie lobenswert. Das ist tätige Nächstenliebe!“

Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ: „Der 7. Armuts- und Reichtumsbericht der Bundesregierung bestätigt, dass zu den häufigsten Ursachen für Armut Arbeitslosigkeit oder eine Beschäftigung im Niedriglohnsektor zählen. Es muss daher ein politisches und gesellschaftliches Anliegen bleiben, Menschen in angemessene Arbeit zu bringen und sie dort zu halten. Arbeit bedeutet Broterwerb. Sie geht aber darüber hinaus: Menschen können am Arbeitsplatz Sinn und Gemeinschaft erfahren. Das haben wir bereits im April in unserem Dokument Die versöhnende Kraft der Arbeit gesagt. Denn die Konsequenz von Armut ist oft der Verlust von sozialer, gesellschaftlicher und politischer Teilhabe.“ Hintergrund

Die Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen der Deutschen Bischofskonferenz hat bereits im April 2025 die Bedeutung von Arbeit für die Entfaltung der menschlichen Person sowie für ein gelingendes Miteinander in ihrem Text Die versöhnende Kraft der Arbeit. Ein Impulspapier zum gesellschaftlichen Zusammenhalt hervorgehoben. Dieses Dokument ist als Broschüre in der Reihe Die Deutschen Bischöfe – Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen (Nr. 57) erschienen und kann unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen bestellt oder als PDF-Datei heruntergeladen werden. dbk 3