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    Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso 20 giugno – 3 luglio 2022

 

Inhaltsverzeichnis

1.     Sacro Cuore di Gesù. L’amore infinito di Dio, che si è fatto carne in Cristo per ogni vivente. 1

2.     Papa Francesco: “Chi riceve il corpo e il sangue di Cristo non solo mangia, viene saziato”. 1

3.     Papa Francesco: “La teologia è servizio alla fede viva della Chiesa”. 1

4.     Anno Famiglia Amoris Laetitia. Famiglia: un “nuovo catecumenato” per il sacramento del matrimonio. 1

5.     Papa Francesco ai Paolini: “Vivete la comunione nella fraternità”. 1

6.     Cristiani perseguitati. Report su sfollati interni e rifugiati: quando “la persecuzione non si ferma alle frontiere”. 1

7.     La famiglia non è un punto di arrivo, ma di partenza. Lo dice la FAFCE (e il Papa approva) 1

8.     Vangelo Migrante: Santissimo Corpo e Sangue di Cristo | Vangelo (Lc 9,11-17) 1

9.     L'Incontro mondiale delle Famiglie, un evento "diffuso" per arrivare a tutti 1

10.  Celebrazione della Solennità del Corpus Domini alla Mci di Kempten. 1

11.  X Incontro mondiale.Le famiglie siano protagoniste della pastorale e non solo destinatarie. 1

12.  Il Papa alle giovani coppie: "Niente sesso prima del matrimonio". 1

13.  Matrimoni, le nuove linee guida del Papa: “Giovani coppie, niente sesso prima delle nozze”. 1

14.  Covid, la Cei detta le nuove linee per la messa: mascherine non più obbligatorie, il ritorno delle acquasantiere. 1

15.  Verso l’Incontro Mondiale delle Famiglie. “La famiglia parte del piano di Dio”. 1

16.  Papa Francesco: "Davanti ai poveri non si fa retorica, ci si rimbocca le maniche". 1

17.  Il mistero centrale della fede. Santissima Trinità. 1

18.  Migrantes Bergamo: la mostra “Costellazioni Migratorie”. 1

19.  Germania: diocesi di Munster, apre nei prossimi giorni l’hospice di “Klara”. 1

20.  Famiglia in Europa. Papa Francesco: “L’inverno demografico è gravissimo, rimettere al centro la famiglia fondata sul matrimonio”. 1

21.  Papa Francesco, la famiglia fondata sul matrimonio uomo donna è luogo naturale di relazioni 1

22.  Papa Francesco rinuncia al viaggio in Africa: «Non vanificare le terapie al ginocchio». 1

23.  Il Papa ai Vescovi di Sicilia: "Abbracciare fino in fondo la vita di questo popolo". 1

24.  De Simone: "Riscoprire il rapporto fecondo tra teologia e pastorale". 1

25.  Vangelo Migrante: Santissima Trinità. Vangelo (Gv 16,12-15) 1

26.  Sapevate che giugno è il mese del Sacro Cuore di Gesù? Ecco il motivo. 1

27.  Il sodalizio Kirill-Orbán e la cristianità che si fa politica. 1

28.  Il Papa: "La vecchiaia ha una bellezza unica: camminiamo verso l’Eterno". 1

29.  La Chiesa alla prova. 1

30.  La vita di ogni essere umano è un valore e va difesa, secondo la Evangelium Vitae. 1

31.  Un’inutile strage. 1

32.  Attentato in Nigeria, la solidarietà dei vescovi italiani e l'affetto del Papa. 1

 

 

1.     Papst: Zuerst muss die Mentalität geändert werden. 1

2.     Sachsens Ministerpräsident Kretschmer beim Papst 1

3.     Papst wünscht sich Theologie in verständlicher Sprache. 1

4.     Missbrauch: Bischof von Münster bittet um Entschuldigung. 1

5.     Peterspfennig: Projekte im Wert von 10 Millionen Euro finanziert. 1

6.     „Kirche in Not“ sammelte Rekordbetrag von 133 Millionen Euro. 1

7.     Neue Leitlinien zur Ehepastoral: „Keine Zauberformel“. 1

8.     Papst: Wegwerfkultur ist Verrat an der Menschlichkeit. 1

9.     Jahrestagung Weltkirche und Mission 2022 beendet. „Das Christentum als Quelle von Frieden und Konflikten“. 1

10.  Franziskus äußert Sorge über Synodalen Weg in Deutschland. 1

11.  Wortlaut: Papstbotschaft zum Welttag der Armen 2022. 1

12.  Missbrauchsstudie belegt Fehler von Münsteraner Bischöfen. 1

13.  Liturgie bleibt stets im Wandel. Feier zum 75. Jubiläum des Deutschen Liturgischen Instituts. 1

14.  Papst am Dreifaltigkeitssonntag: Unsere Lebensweise revolutionieren. 1

15.  „Welt-Kirche im Aufbruch. Fokus: Afrika“. Jahrestagung des Cusanuswerks. 1

16.  Auf Anraten der Ärzte: Papst verschiebt Afrikareise. 1

17.  Bistum Limburg: „Bestürzt und fassungslos“. 1

18.  Papst an sizilianische Bischöfe und Priester: Licht und Schatten. 1

19.  Rheinländer an der Spree: Heiner Koch im Interview.. 1

20.  EU-Bischofskommission gegen „Recht auf Abtreibung". 1

21.  Papst Franziskus hebt Schönheit des Alters hervor. 1

22.  Papst: In Zukunft darf keiner mehr ausgeschlossen werden. 1

 

 

 

Sacro Cuore di Gesù. L’amore infinito di Dio, che si è fatto carne in Cristo per ogni vivente

 

La festa del S. Cuore di Gesù è ancora oggi significativa per noi cristiani? Che cosa può comunicare all’individuo del nostro tempo che dimostra a volte di avere un cuore incapace di provare sentimenti profondi e che spesso si lascia guidare da emozioni fuggenti? Diana Papa

 

La festa del S. Cuore di Gesù è ancora oggi significativa per noi cristiani? Che cosa può comunicare all’individuo del nostro tempo che dimostra a volte di avere un cuore incapace di provare sentimenti profondi e che spesso si lascia guidare da emozioni fuggenti? In che modo può guardare la vita da una nuova prospettiva chi cerca solo il proprio benessere, chi dilata lo spazio del proprio esistere, anche a scapito del bene comune?

Tutti, a vari livelli, abbiamo bisogno di riscoprire il nostro cuore di carne, per ravvivare l’esistenza. L’indifferenza o la rigidità non serve a nessuno. Un cuore che pulsa dà vita non solo a chi lo possiede, ma anche all’universo…Tutto è connesso!

Ma come dare vita al nostro cuore di carne? È il Signore stesso che nella Scrittura ci indica la modalità da seguire: “Il Signore, tuo Dio, ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino che hai fatto” (cfr. Dt 1, 31).

Nella relazione con Dio attraverso Gesù scopriamo la bellezza della paternità del Padre. Purtroppo abbiamo perso in questi anni alcuni riferimenti stabili. Anche la relazione con il Signore sembra affievolita. I genitori faticano a vivere concretamente la paternità e la maternità: spesso rinunciano al loro ruolo e lasciano posto al cameratismo. Quasi inconsapevolmente abbandonano i propri impegni genitoriali e non riescono a camminare con amore accanto ai propri figli per formarli, esortandoli, incoraggiandoli, senza confusione di ruoli e nel rispetto delle regole.

Lo sfilacciamento dei confini genitoriali spesso si riflette nei figli, nella società, nelle istituzioni! Abbiamo bisogno di imparare il rispetto delle regole, che non è controllo o oppressione, ma scelta quotidiana di libertà attraverso cui ognuno decide di dare tutto se stesso per la realizzazione di un progetto esistenziale non individuale ma personale e comunitario. La persona è sempre in relazione, l’individuo invece cura il solipsismo.

Riscoprire la paternità e la maternità di Dio nella relazione con lui significa imparare ad essere padre o madre, figlio o figlia: “Che dovrò fare per te, Èfraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce” (Os 6,4).

L’amore eterno di Dio non è a tempo, è senza fine. Seguendo con amore il nostro cammino, ci sorregge e non ci lascia per terra se cadiamo, non ci abbandona neanche quando pensiamo di fare a meno di lui.

Mentre risuonano le parole di Osea nel nostro cuore, percepiamo tutta la vicinanza affettiva del Signore? Come sperimentare che amare non è lasciarsi guidare solo dai ritmi delle nostre emozioni? Se il nostro cuore è spento, non proviamo più nulla per l’altro, tronchiamo la relazione, soprattutto quando identifichiamo l’amore solo con l’emotività. Sperimentando la fedeltà di Dio, impariamo a rimanere in relazione con l’altro, amandolo nella sua totalità anche nei tempi difficili.

“A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11, 3-4). “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (Os 11, 8).

Si coglie in questi versetti la tenerezza di Dio che fa vibrare le fibre dell’anima. Egli rende comprensibile il suo amore concreto per ogni sua creatura: continua ad amare anche quando la persona dimentica di essere amata da Lui. Si commuove e freme perché desidera che ogni vivente sia felice. Dona il proprio Figlio all’umanità, per rendere visibile il suo amore fedele di Padre che ama l’umanità.

Che cosa rappresenta per noi cristiani la solennità del Cuore di Gesù?

La memoria di quest’amore infinito di Dio che si è fatto carne in Cristo per ogni vivente.

Prima di dare la sua vita per noi, Gesù ha lasciato l’esempio per seguire le sue orme, incarnando l’amore tra la gente, beneficando e guarendo gli ammalati, rendendo visibile la prossimità del Padre presso gli emarginati e i peccatori del suo tempo, donando la speranza a chi non credeva più nella bellezza dell’esistenza. Ha chiamato, inoltre, a sé alcuni perché lo seguissero, per continuare ad annunciare con le opere e con la parola che Dio ama ogni creatura.

Ancora oggi Gesù Cristo conta sui battezzati, perché vivano il Vangelo ogni giorno con passione e con responsabilità, portando ovunque la giustizia, la pace, la gioia.  Forse è giunto il tempo di lasciare la finestra che consente di guardare dall’alto le vicende del mondo e scendere sulle strade battute dalla genteche, a volte, sembra aver perso il senso della propria vita, ma che in realtà possiede tanti valori che attendono di essere liberati per il bene di tutti!

Chissà se noi cristiani oggi decidiamo finalmente di buttarci nella mischia, per cogliere con e per gli altri tutto il bene esistente e portarlo alla luce… Proprio come fa continuamente con ciascuno di noi il Cuore di Gesù! Sir 18

 

 

 

Papa Francesco: “Chi riceve il corpo e il sangue di Cristo non solo mangia, viene saziato”

 

Dedicata al Corpus Domini la riflessione del Papa all’Angelus domenicale. Appelli per Ucraina e Myanmar - Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. saziati. Lo sottolinea Papa Francesco, nell’Angelus di oggi, che riflette sulla solennità del Corpus Domini, in Italia spostata dal giovedì alla domenica successiva.

Non c’è stata, per ragioni di salute, una celebrazione di Papa Francesco al Corpus Domini, e nemmeno la tradizionale processione da San Giovanni in Laterano a Santa Maria Maggiore che però da tempo il Papa non faceva, preferendo appuntamenti in “periferie” della capitale. Al termine dell’Angelus, l’appello alla comunità internazionale per il Myanmar, e – dopo i saluti – l’ennesimo appello per l’Ucraina.

“Non dimentichiamo – dice Papa Francesco - il martoriato popolo ucraino, popolo che sta soffrendo. Io vorrei che rimanga in tutti voi una domanda: cosa faccio io oggi per il popolo ucraino? Prego? Mi do da fare? Cerco di capire? Cosa faccio io per il popolo ucraino?”

Il Vangelo del giorno è quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci, che preconizza l’Eucarestia, perché tutti mangiarono e furono saziati, così come – dice Papa Francesco – “chi riceve con fede il Corpo e il Sangue di Cristo non solo mangia, ma viene saziato. Mangiare ed essere saziati: si tratta di due fondamentali necessità, che nell’Eucaristia vengono appagate”.

Papa Francesco affronta questi aspetti. Il primo è quello del miracolo, una moltiplicazione che avviene “quasi riservatamente, come alle nozze di Cana”, perché “il pane aumenta passando di mano in mano”, facendo così rendere conto alla folla che “Gesù si prende cura di tutto”.

Il Papa sottolinea che il Signore presente nell’Eucarestia fa proprio così, “ci chiama ad essere cittadini del Cielo, ma intanto tiene conto del cammino che dobbiamo affrontare qui in terra”.

Papa Francesco mette in guardia dal rischio “di confinare l’Eucaristia in una dimensione vaga, magari luminosa e profumata di incenso, ma lontana dalle strettoie del quotidiano”, e invece il Signore “prende a cuore tutti i nostri bisogni”, e così siamo chiamati a fare anche noi, tanto che “la nostra adorazione eucaristica trova la sua verifica quando ci prendiamo cura del prossimo, come fa Gesù: attorno a noi c’è fame di cibo, ma anche di compagnia, di consolazione, di amicizia, di buonumore, di attenzione”.

La sazietà, poi, non viene solo dall’abbondanza del cibo, ma anche dalla gioia e lo stupore di averlo ricevuto da Gesù, perché essere saziati significa “sapere che il nutrimento ci venga dato per amore”.

Papa Francesco spiega che “nel Corpo e nel Sangue di Cristo troviamo la sua presenza, la sua vita donata per ognuno di noi. Non ci dà solo l’aiuto per andare avanti, ma ci dà sé stesso: si fa nostro compagno di viaggio, entra nelle nostre vicende, visita le nostre solitudini, ridando senso ed entusiasmo”.

È, insomma, la presenza di Gesù a saziarci, perché “al calore della sua presenza la nostra vita cambia: senza di Lui sarebbe davvero grigia”.

Dopo l’Angelus, Papa Francesco ricorda la beatificazione, ieri, di alcuni religiosi della famiglia domenicana, “tutti uccisi in odio alla fede nella persecuzione religiosa che si verificò in Spagna” durane la guerra civile”, e ricorda anche il X incontro mondiale delle famiglie, che avrà luogo a Roma e in forma diffusa a partire dal 22 giugno.

Capitolo Myanmar: in una situazione di recrudescenza della violenza, in cui arrivano anche notizie di chiese bruciate, Papa Francesco guarda al grido di dolore che viene dal Myanmar proveniente da “tante persone cui manca assistenza umanitaria di base e costretti a lasciare le case”, e invita la comunità internazionale a non dimenticarsi “della popolazione birmana, perché diritto alla vita siano rispettati, come pure i luoghi di culto, le scuole, gli ospedali”. Aci 19

 

 

 

 

Papa Francesco: “La teologia è servizio alla fede viva della Chiesa”

 

Incontrando i formatori del seminario arcivescovile di Milano nel 150esimo anniversario della rivista “La Scuola Cattolica”, Papa Francesco riflette sul senso della teologia. Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. La teologia non è qualcosa di astratto, che serve solo alla formazione sacerdotale, ma è piuttosto alla base della fede viva della Chiesa, e deve farsi prossima e missionaria. Nel 150esimo anniversario della fondazione della rivista “La Scuola Cattolica” del Seminario Arcivescovile di Milano, Papa Francesco riflette sul ruolo della teologia nel mondo di oggi, e le restituisce una dignità fondamentale.

Era il 31 gennaio 1873 quando La Scuola Cattolica iniziò le sue pubblicazioni. Oggi è una rivista pubblicata dall’editrice Ancora e non ha mai rinunciato alla sua identità. Nata per contrapporsi alle pubblicazioni liberali del tempo, nasceva con il programma: “Siamo con il Papa sopra tutto, ad ogni costo”.

Il discorso del Papa è stato consegnato, non pronunciato, e non si sa come sia stato invece il dibattito con i redattori della rivista. Tuttavia vale la pena ripercorrere i passaggi salienti del testo del Papa.

Papa Francesco sottolinea prima di tutto che “la teologia è servizio alla fede viva della Chiesa”. Significa che la teologia non è buona solo per la formazione dei sacerdoti, perché “la comunità ha bisogno del lavoro di coloro che tentano di interpretare la fede, di tradurla e ritradurla, di renderla comprensibile, di esporla con parole nuove”.

Papa Francesco chiede che il linguaggio teologico sia “sempre vivo e dinamico”, mettendo da parte i moralismi che “a volte” sono contenute in prediche che il Papa considera “non abbastanza teologiche” perché “poco capaci di parlarci di Dio”.

“Uno dei maggiori malesseri del nostro tempo – dice Papa Francesco - è infatti la perdita di senso, e la teologia, oggi più che mai, ha la grande responsabilità di stimolare e orientare la ricerca, di illuminare il cammino”.

Il Papa invita dunque a domandarsi sempre “in che modo sia possibile comunicare la verità di fede oggi”, usando sì i mezzi di comunicazione ma “senza mai annacquare, indebolire o virtualizzare il contenuto da trasmettere”, e stando attenti a “non scivolare nell’autoreferenzialità”.

Papa Francesco chiede, quindi, “una teologia capace di formare esperti in umanità e prossimità”, perché da questo dipende anche il futuro delle vocazioni.

“Ogni persona – nota Papa Francesco - è un mistero immenso e porta con sé la propria storia familiare, personale, umana, spirituale. Sessualità, affettività e relazionalità sono dimensioni della persona da considerare e comprendere, da parte sia della Chiesa sia della scienza, anche in relazione alle sfide e ai cambiamenti socio-culturali”.

L’educatore deve dunque avere un “atteggiamento aperto”, per “incontrare tutta la personalità del chiamato”, in un percorso di discernimento chiamato ad “attivare processi finalizzati a formare sacerdoti e consacrati maturi, esperti in umanità e prossimità, e non funzionari del sacro”.

Papa Francesco descrive l’operato di un bravo formatore con la formula di “diaconia della verità”, perché in gioco “c’è l’esistenza concreta delle persone”, le quali “spesso vivono senza sicure certezze, senza orientamenti condivisi, sotto il martellante condizionamento di informazioni, notizie e messaggi molte volte contraddittori, che modificano la percezione della realtà, orientando all’individualismo e all’indifferentismo”.

Papa Francesco chiede che “i seminaristi e i giovani in formazione devono poter apprendere più dalla vostra vita che dalle vostre parole; poter imparare la docilità dalla vostra obbedienza, la laboriosità dalla vostra dedizione, la generosità con i poveri dalla vostra sobrietà e disponibilità, la paternità dal vostro affetto casto e non possessivo”.

Infine, Papa Francesco descrive la teologia come “al servizio dell’evangelizzazione”, e sottolinea che questa “non è mai proselitismo, ma attrazione a Cristo, favorendo l’incontro con Lui che ti cambia la vita, che ti rende felice e fa di te, ogni giorno, una nuova creatura e un segno visibile del suo amore”.

Il Papa invita a non sottrarsi “al dialogo con il mondo, con le culture e le religioni”, perché “il dialogo è una forma di accoglienza e la teologia che evangelizza è una teologia che si nutre di dialogo e di accoglienza”.

“Il dialogo e la memoria viva della testimonianza d’amore e di pace di Gesù Cristo – dice Papa Francesco -sono le vie da percorrere per costruire insieme un futuro di giustizia, di fraternità, di pace per l’intera famiglia umana. Ricordiamoci sempre che è lo Spirito Santo che ci introduce nel Mistero e dà impulso alla missione della Chiesa”.

Papa Francesco sottolinea dunque che “l’abito del teologo è quello dell’uomo spirituale, umile di cuore, aperto alle infinite novità dello Spirito e vicino alle ferite dell’umanità povera, scartata e sofferente”.

Senza umiltà, aggiunge Papa Francesco, “lo Spirito scappa via, senza umiltà non c’è compassione, e una teologia priva di compassione e di misericordia si riduce a un discorso sterile su Dio, magari bello, ma vuoto, senz’anima, incapace di servire la sua volontà di incarnarsi, di farsi presente, di parlare al cuore”.

Il Papa afferma che “la pienezza della verità, alla quale lo Spirito conduce, non è tale se non è incarnata. In effetti, insegnare e studiare teologia significa vivere su una frontiera, quella in cui il Vangelo incontra le necessità reali della gente”. E così, per il Papa, “anche i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite di molti”.

Papa Francesco mette in guardia dalla “teologia da tavolino”, propone invece una riflessione “capace di accompagnare i processi culturali e sociali, in particolare le transizioni difficili, facendosi carico anche dei conflitti”.

Da qui, la necessità di una “teologia viva” che dia sapore oltre che sapere e che sia “alla base di un dialogo ecclesiale serio, di un discernimento sinodale, da organizzare e praticare nelle comunità locali, per un rilancio della fede nelle trasformazioni culturali di oggi”.

Conclude Papa Francesco: “Una teologia che serva alla vita buona sia la via maestra del vostro impegno ecclesiale, degna di essere esposta tra le cose belle della vetrina della vostra rivista. Una teologia capace di dialogo con il mondo, con la cultura, attenta ai problemi del tempo e fedele alla missione evangelizzatrice della Chiesa e fedele anche al suo radicamento nel Seminario di Milano, chiamato a essere luogo di vita, discernimento e formazione”. Aci 17

 

 

 

Anno Famiglia Amoris Laetitia. Famiglia: un “nuovo catecumenato” per il sacramento del matrimonio

 

“Un documento che offre ai pastori, agli sposi e a tutti coloro che lavorano nella pastorale familiare, una visione e una metodologia rinnovata della preparazione al sacramento del matrimonio e a tutta la vita matrimoniale”. È “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale. Orientamenti pastorali per le Chiese particolari”, elaborato dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, per dar seguito ad un’indicazione ripetutamente espressa da Papa Francesco nel suo magistero, ossia “la necessità di un ‘nuovo catecumenato’ che includa tutte le tappe del cammino sacramentale: i tempi della preparazione al matrimonio, della sua celebrazione e degli anni successivi”, soprattutto quando gli sposi potrebbero attraversare delle crisi e dei momenti di scoraggiamento. Due, si legge in una nota del Dicastero, gli aspetti di novità del documento: “prima di tutto uno sguardo che è rivolto al futuro della famiglia, con una preparazione molto remota alla vocazione matrimoniale. Si tratta, infatti, di preparare il terreno iniziando a lavorare con i bambini, gli adolescenti e i giovani, piantando dei semi i cui frutti potranno vedersi negli anni a venire. Giovani che, altrimenti, probabilmente, non si sposerebbero mai. Questo perché la proposta non è semplicemente quella di rinnovare la preparazione immediata al matrimonio, ma di impostare una pastorale vocazionale che annunci ai bambini e agli adolescenti la vocazione al matrimonio, affinché siano accompagnati alla graduale scoperta di una chiamata alla vita familiare cristiana”.

“Una preparazione rapida dei fidanzati, poco prima della celebrazione del rito, infatti, non è più sufficiente oggigiorno perché la Chiesa possa prendersi davvero cura di coloro che il Signore chiama a sposarsi e a costruire una famiglia cristiana”, la constatazione del Dicastero. Negli Orientamenti, in secondo luogo, “viene sottolineata l’importanza del fatto che, accanto ai sacerdoti, ci siano delle coppie di sposi che accompagnano il catecumenato di coloro che chiedono il sacramento del matrimonio”: “La loro esperienza di vita matrimoniale è decisiva perché possano esserci comprensione, accoglienza e gradualità in questo percorso che, in tante parti del mondo, tra l’altro, è oggi spesso rivolto a coppie che già convivono e che possono così sentirsi comprese da chi vive la loro esperienza già familiare”. “La premura del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita – commenta il card. Kevin Farrell, Prefetto – è quella di trasmettere ai vescovi, agli operatori di pastorale familiare e ai formatori, l’invito del Santo Padre a ripensare seriamente la preparazione al matrimonio come un accompagnamento continuo prima e dopo il rito sacramentale. Una vicinanza competente e concreta, fatta di legami tra famiglie che si sostengono vicendevolmente”. Il documento è pubblicato in formato cartaceo dalla Libreria Editrice Vaticana e, per ora, è possibile trovarlo soltanto in lingua italiana. A breve verranno pubblicate le versioni in altre lingue straniere. M.N. sir 15

 

 

 

 

Papa Francesco ai Paolini: “Vivete la comunione nella fraternità”

 

Ricevendo i membri dell’XI Capitolo generale della Famiglia Paolina, Papa Francesco sottolinea il loro impegno nei mezzi di comunicazione. Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. Alla famiglia paolina riunita nell’XI capitolo generale, Papa Francesco rinnova, nel discorso consegnato, l’invito a seguire il carisma del fondatore, il Beato Giacomo Alberione, e anche di seguire, come è nel loro carisma, le orme di San Paolo, da cui imparare “la passione per il Vangelo e lo spirito missionario”. Ma aggiunge a braccio l'invito per una comunicazione "pulita", chiedendo loro di "redimere la comunicazione dallo stato in cui è oggi".

Era un capitolo importante, per la Famiglia Paolina che ha eletto l’ottavo successore del fondatore don Giacomo Alberione, don Domenico Soliman. Soliman, originario di Thiene (Vicenza), 56 anni, ha preso la prima professione nel 1986, la ha confermata nel 1992 ed è stato ordinato sacerdote nel 1995 a Vicenza. Postulatore generale della Famiglia Paolina dal 2018, attualmente ricopriva anche l’incarico di segretario generale della Società San Paolo.

Papa Francesco preferisce dunque consegnare il discorso, perché sa che lo leggeranno, e parlare a braccio.

"Voi - dice il Papa - siete apostoli della comunicazione. Della teologia della comunicazione si può parlare tanto… La passione di Dio è comunicarsi, sempre comunica: con il Figlio nello Spirito, e poi a noi. Comunicare è una delle cose che è più che una professione: è vocazione".

Papa Francesco ricorda che la vocazione dei paolini è proprio quella di "comunicare in modo pulito, evangelicamente", perché quella pulizia, onestà e completezza manca ai mezzi di comunicazione di oggi, e la "dis-informazione è all’ordine del giorno: si dice una cosa ma se ne nascondono tante altre".

"Dobbiamo far sì - ammonisce Papa Francesco  - che nella nostra comunicazione di fede questo non succeda, non accada, che la comunicazione venga proprio dalla vocazione, dal Vangelo, nitida, chiara, testimoniata con la propria vita. Non solo comunicare, ma anche redimere la comunicazione dallo stato in cui è oggi, nelle mani di tutto un mondo di comunicazione che o dice la metà, o una parte calunnia l’altra, o una parte diffama l’altra, o una parte sul vassoio offre degli scandali perché alla gente piace mangiare scandali, cioè mangiare sporcizia".

Papa Francesco aggiunge che "a comunicazione, quel rapporto tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che è nel segno della Trinità, diventa questo pasto indigesto, sporco, non pulito", invece la vocazione dei Paolini è quella "che la comunicazione sia fatta pulita, chiara, semplice. Non trascurare questo, è molto importante! Non è una professione".

La vocazione è l'identità, "non viene tanto dal gregge, ma dalla chiamata che ti ha tolto dal gregge", dice Papa Francesco, che invita comunque a "non dimenticare il gregge", a non farsi prendere dai fumi che "riempiono la testa perché sei uno importante, sei arrivato a monsignore, a cardinale… Niente, no, questo non serve a nulla".

Serve - dice il Papa - la pulizia, cioè da dove vengo, la realtà. E Dio si comunica sempre nella realtà: fate in modo che la vostra vita sia proprio la comunicazione della vostra vocazione, che nessuno di voi debba nascondere la propria identità vocazionale".

Per Papa Francesco, l'originalità è "essere chiari, trasparenti", è mettere se stessi nei discorsi e "in questo senso, i comunicatori sono poeti". 

"Andate avanti con una comunicazione pulita - esorta Papa Francesco - anche nel Capitolo, comunicate bene tra voi. Sempre ci sono difficoltà nel comunicare bene, e nella comunicazione c’è sempre anche qualche pericolo di trasformare la realtà". 

Papa Francesco nel discorso consegnato sottolinea che San Paolo “invita tutti noi a non conformarci alla mentalità del mondo, ma a lasciarci trasformare cambiando il nostro modo di pensare”, e ricorda che rinnovare il modo di pensare è proprio al centro della proposta di vita del beato Giacomo Alberione, che punta prima di tutto a cambiare la mentalità e conformarla a quella di Gesù Maestro.

Una “grande sfida” per i Paolini che sono “caratterizzati dal carisma istituzionale della comunicazione”, perché – dice Papa Francesco – “non è sufficiente utilizzare i mezzi di comunicazione per propagare il messaggio cristiano e il Magistero della Chiesa; occorre integrare il messaggio stesso nella nuova cultura creata dalla comunicazione moderna”.

Una delle chiavi è quella di mantenere “relazioni interpersonali nel mondo globalizzato e iperconnesso”, tema cruciale sia sul piano umano e sociale sia sul piano ecclesiale. Conta il rapporto da persona a persona, e “ormai, dopo i primi tempi di euforia per le novità tecnologiche, siamo consapevoli che non basta vivere in rete o connessi, bisogna vedere fino a che punto la nostra comunicazione, arricchita dall’ambiente digitale, effettivamente crea ponti e contribuisce alla costruzione della cultura dell’incontro”.

Papa Francesco ricorda che don Alberione ha voluto i paolini come uomini consacrati, che guardano al modello dell’apostolo Paolo, e li invita dunque ad imparare dall’apostolo “sempre di nuovo la passione per il Vangelo e lo spirito missionario, che nascendo dal suo ‘cuore pastorale’ lo spingevano a farsi tutto a tutti”.

Paolo, sottolinea Papa Francesco, “non agiva da solo, come un eroe isolato, ma sempre in collaborazione con i suoi compagni di missione”, e dunque da lui si deve imparare a lavorare in squadra e ad essere “artigiani di comunione, utilizzando i mezzi di comunicazione più efficaci e aggiornati per arrivare con la Buona Notizia alle persone dove e come vivono”.

Papa Francesco invita a coltivare lo stile di comunione “prima di tutto tra di voi, nelle vostre comunità e nella Congregazione, praticando quella sinodalità che in tutta la Chiesa ci siamo proposti di approfondire e soprattutto di esercitare ad ogni livello”. Anzi, chiede ai Paolini di mettere il loro carisma nel processo sinodale, vale a dire “di aiutare la Chiesa a camminare insieme valorizzando al meglio i mezzi di comunicazione”.

È un servizio, conclude Papa Francesco, “che da sempre vi vede attenti, ma che in questa fase chiede di essere pensato e studiato in maniera tematica”.

Chiosa il Papa: “In due parole, il tema è: sinodalità e comunicazione. Ma non vorrei che vi sentiste considerati solo su questo piano, diciamo ‘professionale’, della vostra specifica competenza. No, la comunione siete chiamati a viverla ordinariamente nella fraternità, nelle relazioni con le Comunità diocesane in cui vivete, e naturalmente con la grande e variegata Famiglia Paolina”.

E così, l’orizzonte dei Paolini deve essere “sempre quello di Paolo, cioè l’intera umanità del nostro tempo, a cui è destinato il Vangelo di Cristo, in modo speciale quanti appaiono come i ‘lontani’, gli indifferenti e persino gli ostili. Spesso, a ben guardare, queste persone nascondono in sé una nostalgia di Dio, una sete di amore e di verità”. Aci 18

 

 

 

 

Cristiani perseguitati. Report su sfollati interni e rifugiati: quando “la persecuzione non si ferma alle frontiere”

 

Diffuso oggi, 15 giugno, dall'organizzazione Porte Aperte/Open Doors, da 60 anni al servizio dei cristiani perseguitati, il Rapporto "Chiesa Profuga - Report 2022 su sfollati interni e rifugiati". Il Rapporto prende in esame il fenomeno poco conosciuto della Chiesa profuga, quella composta da cristiani costretti ad abbandonare le proprie case, città, paesi. Ne presentiamo una sintesi – di Daniele Rocchi

 

Una chiesa profuga, composta da cristiani costretti ad abbandonare le proprie case, città, paesi: è un fenomeno poco conosciuto quello che emerge dal rapporto di Porte Aperte/Open Doors, intitolato “Chiesa profuga” e che dimostra una relazione tra la persecuzione religiosa dei cristiani e la condizione di sfollato interno o di rifugiato. Esiste, infatti, una forte sovrapposizione tra Paesi di provenienza dei rifugiati e Paesi noti come peggiori violatori della libertà religiosa al mondo. Il quadro globale della persecuzione religiosa, si legge nel documento, offrirà sempre e solo una visione parziale, se ci si limiterà a considerare la Chiesa statica. La persecuzione religiosa, infatti, “non si ferma necessariamente alle frontiere”. Il Rapporto – pubblicato in vista della Giornata Mondiale del Rifugiato (20 giugno) e in concomitanza con le ultime cifre dell’Unhcr indicanti in 100 milioni il numero di sfollati nel mondo – parla dello “sfollamento dei cristiani dalle loro case e comunità” come di “una strategia deliberata di persecuzione religiosa, volta a cancellare la presenza della cristianità dalle regioni in cui la persecuzione è più intensa”. Secondo il Report, in 58 dei primi 76 paesi della World Watch List (WWL), (che mostra i livelli di persecuzione alti, molto alti o estremi affrontati dai cristiani, ndr.), i cristiani dichiarano di essere stati forzatamente sfollati dalle proprie case a causa della propria identità religiosa – come fattore unico o contributivo. Nel contesto dello sfollamento, si legge nel Report, violenza psicologica e insicurezza fisica sono sfide affrontate da tutti gli sfollati interni e rifugiati, ma la forma e l’intensità possono essere determinate dalla loro fede e attività cristiana. Si tratta di situazioni di diverso tipo, funzionari governativi, membri di diverse comunità, gruppi religiosi violenti che prendono di mira i cristiani sfollati. A influire sull’intensità e sulla forma di persecuzione incontrata sono l’età, il genere, il credo di provenienza, l’etnicità e la posizione pubblica di una persona.

Che cosa porta i cristiani a fuggire? A livello globale, i principali agenti a determinare lo spostamento dei cristiani sono quattro: “la pressione familiare: coloro che si sono convertiti al cristianesimo hanno spesso riferito di essere stati estromessi dalle famiglie, minacciati di morte e sottoposti a pressioni così forti da considerare la fuga come l’unica scelta. La pressione statale: gli agenti governativi a livello nazionale e locale hanno il potere e le risorse per causare danni ai cristiani, incluso l’utilizzo di leggi che trattano temi quali la blasfemia, il matrimonio e la libertà di riunione”. Vi è poi “la pressione comunitaria: oltre alla famiglia, anche la comunità locale può rappresentare una potente e costante fonte di pressione, in particolare perché spesso controlla l’accesso alle risorse comunitarie”. Quarto fattore è dato dalla presenza di gruppi religiosi violenti: “in diversi Paesi in tutto il mondo, gruppi religiosi violenti continuano a prendere di mira e terrorizzare minoranze religiose come i cristiani, spesso nel tentativo di sradicarli dalla regione in cui operano. Questi gruppi proliferano in contesti caratterizzati da conflitto, insicurezza e illegalità”.

Analisi regionale delle cause. Nell’Africa subsahariana, secondo il Rapporto, i principali Paesi che generano rifugiati/sfollati interni cristiani sono Camerun, Repubblica Democratica del Congo (Rdc), Eritrea e Nigeria. Gruppi religiosi violenti, prevalentemente estremisti islamici, come al-Shabaab, Boko Haram, Stato islamico nella provincia dell’Africa, creano ambienti altamente pericolosi per i cristiani. Il ricorso non è solo ad attacchi fisici e sessuali, ma anche alla presa di mira di proprietà, bestiame e terreni dei cristiani. In Medio Oriente e Nord Africa sono Siria e Iran i Paesi che generano il maggior numero di rifugiati/sfollati interni cristiani. Quelli che lasciano il proprio paese per ragioni prevalentemente legate alla fede sono convertiti dall’Islam. Per loro, la minaccia principale può essere costituita dai familiari e dalle comunità di origine. Passando all’Asia, “Afghanistan, Myanmar e Pakistan sono i Paesi con il maggior numero di rifugiati/sfollati interni cristiani. Anche qui le principali fonti di pressione che portano le persone ad abbandonare le proprie case sono famiglia e comunità locale, con una forte pressione su chi si converte al cristianesimo da un’altra religione. Tali pressioni sono particolarmente evidenti in Pakistan, dove le minoranze religiose vivono sotto l’ombra di leggi contro l’apostasia e la blasfemia”. L’instabilità politica e l’ascesa di gruppi religiosi estremisti alimenta lo sfollamento nella regione, particolarmente in Myanmar. Migliaia di persone sono state costrette a fuggire nei Paesi confinanti, o a diventare sfollati interni. Tra essi anche altre minoranze, come i Rohingya. Nello sfollamento su larga scala dei Rohingya (la maggioranza dei quali è musulmana) dal Myanmar al Bangladesh, vi è un esiguo numero di convertiti cristiani che si trova ad affrontare un ulteriore livello di vulnerabilità a causa della fede. In America Latina, i cristiani sono primariamente colpiti da insicurezza e criminalità. Sebbene tutti i membri della comunità subiscano gli effetti della presenza di bande e attività criminali, i cristiani più attivi – particolarmente i pastori vengono presi di mira se la loro fede li induce a parlare contro l’autorità delle bande locali o a evangelizzare membri delle bande stesse. I cristiani indigeni in Messico e Colombia, quando si convertono, perdono il diritto ad avere voce nella comunità.

Impatto dello sfollamento. Le difficoltà del lavorare con una popolazione transitoria e fortemente eterogenea, si legge nel Report, rendono l’identificazione degli abusi collegati alla fede ancora più complessa di quando le comunità religiose emarginate si trovano nel proprio contesto di origine. Così “per avere un quadro completo sulla persecuzione religiosa, dobbiamo guardare sia alla Chiesa in patria che a quella in fuga – afferma Helene Fisher, specialista di persecuzione globale di genere di Porte Aperte – parte di questa strategia deliberata consiste nel dividere le comunità religiose. Lo sfollamento non è solo un sottoprodotto della persecuzione, ma in realtà, in molti casi, è una parte intenzionale di una strategia più ampia per sradicare il cristianesimo dalla comunità o dal Paese”. L’impatto a lungo termine dello sfollamento, secondo Porte Aperte, può cambiare radicalmente il volto di un Paese per generazioni. Ad esempio, in Iraq c’era più di un milione di cristiani prima che Saddam Hussein salisse al potere. Ora sono solo 166.000. Il numero di cristiani è diminuito durante il suo governo, ma la persecuzione nella regione è aumentata bruscamente dopo il 2003 e le pressioni sono arrivate al culmine nel 2014 con l’ascesa dell’Isis.

Appello. Per fare fronte alle molestie, all’emarginazione e alle vulnerabilità che i rifugiati sperimentano a causa della fede, Porte Aperte/Open Doors chiede, tra le varie cose, alla Comunità Internazionale di “accertarsi dell’integrazione, in tutti i programmi antidiscriminazione volti a proteggere e promuovere i diritti dei rifugiati, dei principi della Libertà di Credo e Religione, di garantire una partecipazione significativa dei rifugiati fuggiti da persecuzioni religiose nella progettazione, valutazione e attuazione di programmi e aiuti mirati e di includere la religione quale fattore di vulnerabilità in ogni valutazione effettuata nella pianificazione e nella programmazione per i rifugiati”. Necessario, inoltre, il coinvolgimento delle organizzazioni religiose locali, sia dei Paesi ospitanti che di quelli di origine, nella discussione sulla protezione e sull’assistenza dei rifugiati. Deve essere, infine, garantito, dai Paesi ospitanti, il principio di non refoulement previsto dalla Convenzione del 1951 e dal Protocollo del 1967. Secondo Eva Brown, Senior Specific Religious Persecution Analyst di Open Doors, “In alcuni casi, i governi e persino le organizzazioni internazionali con buone intenzioni possono purtroppo essere complici nell’intensificare la discriminazione contro i cristiani sfollati. Ecco perché la consapevolezza di questa vulnerabilità a più livelli è vitale, in modo da poter affrontare al meglio i bisogni degli sfollati e dei rifugiati emarginati”. Sir 15

 

 

 

 

La famiglia non è un punto di arrivo, ma di partenza. Lo dice la FAFCE (e il Papa approva)

 

Intervista a Vincenzo Bassi, presidente della Federazione delle Associazioni Famigliari Cattoliche in Europa. Dalle politiche per la famiglia al futuro dell’associazionismo famigliare- Di Andrea Gagliarducci

 

ROMA. Le famiglie non sono un punto di arrivo, sono un punto di partenza. Non sono solo beneficiarie delle politiche economiche, esse sono l’asse portante dello sviluppo. La politica per la famiglia è politica per il bene comune. Per questo, le politiche per la famiglia sono per il bene comune. Vincenzo Bassi, presidente della Federazione delle Associazioni Famigliari Cattoliche in Europa, è reduce dal giubileo dell’organizzazione di cui è presidente dal 2019. Da 25 anni, la FAFCE unisce le associazioni famigliari in Europa, facendo a Bruxelles e Strasburgo un lavoro prezioso e oscuro in difesa della famiglia da tutti i punti di vista.

Il 10 giugno, i membri della FAFCE hanno avuto una udienza con Papa Francesco, che ha tenuto un discorso ampio, toccando tutte le grandi sfide di oggi: dal no alla maternità surrogata alla difesa della vita, dalla condanna della pornografia alla necessità delle politiche familiari. Un discorso quasi provvidenziale, alla viglia dell’Incontro Mondiale delle Famiglie che si celebra a Roma dal 22 al 27 giugno.

Cosa ha colpito del testo del Papa?

Il discorso di Papa Francesco è un testo unico nel suo genere, perché ha affrontato molti degli aspetti sia politici che ecclesiali che morali che riguardano la famiglia. Ma, al di là di quello che ha fatto giustamente titolo, a me hanno colpito due aspetti. Il primo è il tema ambientale: il Papa ha sottolineato che lo sviluppo sostenibile senza famiglia è impossibile, perché avere figli non deve mai essere considerato una mancanza di responsabilità nei confronti del creato o delle sue risorse naturali. Il secondo: il fatto che il Papa abbia detto che la famiglia è un bene comune da premiare.

Il primo tema aiuta a introdurre il principio della natalità nelle grandi discussioni, a tutti i livelli. Il secondo aspetto aiuta a difendere questo tema dagli attacchi. Addirittura, una delle opposizioni alle politiche demografiche nasce dall’argomentazioni che anche i totalitarismi erano promotori di politiche demografiche. Ma è qui che entrano in gioco le associazioni familiari, perché sono loro che rappresentano le famiglie, che mostrano concretamente cosa è la famiglia e che mostrano come le politiche familiari sono nell’interesse delle famiglie stesse, non strumentali agli interessi dello stato. Le associazioni familiari devono poter avere un ruolo istituzionale. E siamo grati al Papa per aver introdotto questi temi nel discorso.

Quale è il ruolo della FAFCE in tutto questo?

La FAFCE si muove su due binari. Il primo binario è l’attività di rappresentanza delle associazioni familiari davanti le istituzioni europee, sia l’Unione Europee che al Consiglio d’Europa. Il secondo binario riguarda lo sviluppare il più possibile la comunione tra le conferenze episcopali e l’associazionismo famigliare cattolico.

Da un punto di vista più politico, il nostro obiettivo è quello di incrementare questo tipo di rappresentanza concentrandoci su questioni più urgenti rispetto ad altre, come quella della questione demografica.

Perché la demografia è un tema così importante?

Perché la scelta di chi vuole generare e non può va protetta. E i motivi per cui non si può generare sono tanti. Riteniamo che il tema demografico debba diventare un tema più europeo. La nostra esperienza ci insegna che è necessario coinvolgere e mettere insieme su questo argomento gli Stati nazionali, facendo poi diventare la generazione di famiglie un punto centrale per l’agenda europea. Invece, vediamo che anche nel PNR italiano non si pensa alle politiche per la natalità. Ci si deve invece ricordare che le famiglie iniziano i processi, non sono i destinatari dei processi. La famiglia dà motore, in termini demografici e in termini di mutualità. La visione comune è l’opposto, cioè che la famiglia beneficia del funzionamento della società. Noi riteniamo che sia vero piuttosto il contrario.

Si parlava di scelta di generare. Ma allo stesso tempo si parla di una scelta di non generare. C’è, in realtà una spinta verso il diritto a questa scelta molto forte, che ha visto nel corso degli anni l’introduzione dei famigerati diritti sessuali e riproduttivi. In che modo la scelta di generare o non generare sono diverse?

Generare figli non è mai un diritto per nessuno, neanche per chi questi figli li ha o li vuole avere. L’esperienza e la storia dell’uomo ci insegna che i figli vengono. Non c’è un automatismo, e preservare questa assenza di automatismo ci aiuta, sulla base della realtà, a spiegare che un figlio non è mai un diritto, ma è soprattutto una gioiosa responsabilità che il padre e la madre accolgono.

Che cosa invece significa creare un automatismo alla generazione dei figli?

Determina il fatto che la nascita è parte di una finzione. Non si può rischiare di snaturare la generazione di nuova vita, e invece gli strumenti che lo permettono vanno effettivamente a snaturare. E dirlo non significa difendere un privilegio o uno status quo, ma piuttosto scendere in campo per difendere l’essere umano.

Perché le famiglie non vogliono generare figli?

Tutto nasce dalla solitudine. Il rischio più grande, la malattia più grande della famiglia è la solitudine, che ti fa sentire inadeguato e non ti incoraggia ad assumerti questa gioiosa responsabilità. La famiglia per troppo tempo è stato considerata un dato un fatto, che semplicemente esiste e non implica una scelta vocazionale precisa. La famiglia è invece un donum, un atto di generosità che deve essere sostenuto, e non può essere sostenuto nella solitudine. Per questo parliamo di reti di famiglie. Una volta, c’erano i villaggi che contenevano una idea di famiglia, la sostenevano, la accettavano. Nessuno, in fondo, è preparato a formare una famiglia, perché questa non nasce da un interesse proprio, ma dall’interesse per l’altro. Se non è così, la famiglia nasce male.

C’è bisogno di una nuova cultura della famiglia?

I contenuti sono tutti importanti, e serviranno alle Chiese locali per portare avanti le varie iniziative. Io mi auguro che in un momento del genere, anche grazie all’imminente incontro mondiale delle famiglie, si comprenda il ruolo della famiglia come atto di generosità. Si deve recuperare questo aspetto, contenuto in tutti i documenti della Chiesa: la famiglia è un dono che deve essere sostenuto. Da lì ci deve essere una riflessione su come deve essere sostenuta la famiglia. Mettere in evidenza la famiglia in un periodo sinodale come quello nostro attuale ci aiuterebbe a far capire meglio che la Chiesa, in sé, è una comunità di famiglie. Aci 17

 

 

 

Vangelo Migrante: Santissimo Corpo e Sangue di Cristo | Vangelo (Lc 9,11-17)

 

Né a noi né a Dio è bastato darci solo la sua Parola. L’uomo ha così tanta fame che ha bisogno anche della Sua carne e del Suo sangue. E Dio non ha tenuto per sé né il Suo corpo “prendete e mangiate”; nè il Suo sangue “prendete e bevete”; e nemmeno il Suo futuro: “ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

La festa del Corpo e Sangue del Signore, questa domenica è raccontata dal Vangelo attraverso il segno del pane che non finisce. I dodici sono appena tornati dalla missione, Gesù li accoglie e li porta in disparte. Ma la gente di Betsaida li vede, accorre da loro e li stringe in un assedio che Gesù non può e non vuole congedare, diversamente da come i discepoli gli chiedono di fare.

Allora è Lui a riprendere la missione dei Dodici: “prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”.

In queste parole c’è tutto l’uomo: creatura che ha bisogno di Dio, di assoluto, di cure … e di pane; c’è tutta la missione di Gesù e della Sua Chiesa: insegnare, guarire, nutrire. E c’è il nome di Dio: Colui che si prende cura di tutti e di ciascuno.

Anche di ciascuno di noi, una di quelle cinquemila persone in una sera sospesa, la sera della vita, il tempo in cui si finalizza tutta l’esistenza: “il giorno cominciava a declinare”.  Gli apostoli hanno a cuore la situazione, si preoccupano della gente e di Gesù, ma non hanno soluzioni da offrire: che ognuno si risolva i suoi problemi da solo. Il loro cuore, che pure è buono, non vede oltre l’ognuno per sé, oltre la solitudine. Ma Gesù non li ascolta, Lui non ha mai mandato via nessuno. Vuole fare di quei bisogni e di quel luogo deserto, e di ogni deserto, una casa, dove si condividono pane e sogni. Per questo risponde: “voi stessi date loro da mangiare”. Gli apostoli non possono, non sono in grado, hanno soltanto cinque pani e due pesciolini. Ma a Gesù non interessa la quantità, e passa subito a un’altra logica: sposta l’attenzione da che cosa mangiare a come mangiare: “fateli sedere a gruppi”; come a dire: fate tavolate, create mense comuni, comunità dove ognuno possa ascoltare la fame dell’altro e faccia circolare il pane che avrà fra le mani.

Infatti non sarà lui a distribuire, ma i discepoli e, a sua volta, l’intera comunità. Il gioco divino, al quale in quella sera tutti partecipano, non è la moltiplicazione, ma la condivisione. In questo quel pane è una benedizione e non una guerra.

Il mistero della Sua presenza reale nel pane Eucaristico, da accogliere ed adorare, non può fare a meno di una mensa dove spezzarlo, condividerlo e distribuirlo. Solo così ci sarà dato di vedere anche i miracoli che fa. Il primo: sazia tutti! Non finisce mai! Il secondo: avanza!

Il popolo di Dio li vede e non smette di adorare e ringraziare! p. Gaetano Saracino, mig.on. 16

 

 

 

 

L'Incontro mondiale delle Famiglie, un evento "diffuso" per arrivare a tutti

 

Fra Marco Vianelli, direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia della Cei ci parla della preparazione in Italia - Di Simone Baroncia

 

ROMA. Un incontro mondiale con una formula inedita e multicentrica: accanto alla sede principale dell’evento, che rimane Roma, ci sono tante iniziative locali nelle diocesi di tutto il mondo, analoghe a quelle che contemporaneamente si svolgono nella capitale italiana.

Pur rimanendo infatti Roma la sede designata, ogni diocesi è centro di incontri locali per le proprie famiglie e le proprie comunità, come aveva detto tempo fa Papa Francesco: “Nei precedenti Incontri la maggior parte delle famiglie restava a casa e l’Incontro veniva percepito come una realtà distante, al più seguita in televisione, o sconosciuta alla maggior parte delle famiglie. Questa volta, avrà una formula inedita: sarà un’opportunità della Provvidenza per realizzare un evento mondiale capace di coinvolgere tutte le famiglie che vorranno sentirsi parte della comunità ecclesiale”.

A fra Marco Vianelli, direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia della Cei, chiediamo di raccontarci come si sono preparate le diocesi in vista dell’imminente incontro mondiale della famiglia: “Com’è ormai noto, l’Incontro Mondiale delle Famiglie del 22-26 giugno, avrà una forma multicentrica e diffusa. Questo significa che solo una piccola rappresentanza di famiglie (circa 2500/3000 persone) si ritroverà Roma, mentre tutte le diocesi e i territori, si sono attivati per organizzare cammini ed eventi.

In generale molte diocesi hanno intrapreso dei cammini di avvicinamento e preparazione che rispecchiassero e rispettassero le loro esigenze e i temi affrontati nell’anno. Alcune diocesi invece, hanno preferito mettere assieme le forze e organizzare un evento comune (a volte a livello di regione ecclesiastica, penso ad esempio all’Umbria o alla Campania). Prezioso per tutti è stato il materiale fornito dal Dicastero e dal vicariato di Roma (le catechesi e lo schema presente nel kit pastorale) sono state occasioni per raccogliere le famiglie e condividere con loro esperienze e vita. 

Un altro strumento utilizzato dalle diocesi è quello del pellegrinaggio. In molte si sono messi per strada per prepararsi ad un incontro fecondo. Da una ventina di diocesi è stata recepita la proposta offerta dall’Ufficio Nazionale per la Pastorale Familiare dal RNS e dal Forum delle Associazioni Familiari del pellegrinaggio con le famiglie che solitamente veniva fatto agli inizi di settembre.

Da ultimo, ma non per ultimo, molte piazze si riempiranno in occasione di momenti di festa e di celebrazione. Le famiglie si stringeranno attorno ai loro pastori nel fine settimana del 25 e 26 giugno per ricevere infine il mandato per una nuova evangelizzazione”.

L’incontro mondiale delle famiglie è diffuso: in quale modo la Chiesa si apre alla prossimità?

“La famiglia, piccola chiesa domestica, è il primo presidio di prossimità per le marginalità e per il dialogo con la ‘laicità’ o per dirla con un termine antico con la ‘secolarità’. La famiglia è per natura sua già Chiesa in uscita, abita già quel mondo che non è più cristiano, ma che non è insensibile alla bellezza e all’amore. La famiglia però ha bisogno di essere aiutata a prendere consapevolezza di cosa rappresenta e di cosa custodisce”. 

Come mettere al centro la famiglia sul piano pastorale e sociale?

“A mio avviso non si tratta di mettere al centro la famiglia, ma di riscoprire che l’unica forma di pastorale efficace per il prossimo futuro è quella di una pastorale integrata. Questo tempo la Chiesa sta scoprendo come la sinodalità sia la forma che le appartiene maggiormente e in quest’ottica la struttura che funziona meglio non è quella piramidale (in generale abbandonata da tempo) e nemmeno quella circolare (che pone tutti indistintamente sullo stesso piano, in un’uguaglianza che non valorizza le diversità) ma quella della rete. 

La rete non ha un centro, ma ha dei nodi. Luoghi dove s’incrociano e s’intrecciano diversi fili, da cui poi ripartono. Penso che la strategia per il futuro sia proprio questa. Costruire e consolidare reti relazionali. Per far questo dobbiamo dotarci di luoghi ecclesiali dove crescere nell’ascolto e nella capacità di prendere decisioni, che realizzino la comunione, in altre parole dovremmo dotarci di strumenti per la coprogettazione. Per poter passare dalla collaborazione alla corresponsabilità”. Aci 15

 

 

 

 

Celebrazione della Solennità del Corpus Domini alla Mci di Kempten

 

Kempten. Dopo la pausa dovuta alla pandemia, che, ahimè, non accenna a diminuire e che si presenta di nuovo con ulteriori varianti, particolarmente solenni  la Celebrazione Eucaristica e la Processione in occasione della Festa del Corpus Domini  del 16 Giugno scorso nella Parrocchia di St. Anton a Kempten. Il suggestivo Rito è stato concelebrato dal Decano Bernhard Hesse, dal Parroco Tobias Brantl e da altri tre Confratelli.

Molto significative le letture. Magnifica l'Omelia del Parroco a commento del brano sulla moltiplicazione dei pani. Brano evangelico letto anche in italiano in favore della Comunità Italiana presente.

Dopo questa solenne Liturgia, durante la quale imperversava una forte pioggia, poi, fortunatamente smessa, sotto un cielo piuttosto nuvoloso, che non prometteva niente di buono, la Processione – con tre stendardi in testa e il Santissimo portato sotto il baldacchino – ha preso il via, fermandosi all'altare allestito proprio di fronte alla chiesa, dove sono state eseguite le letture rituali e la prima benedizione. Il corteo ha proseguito quindi lungo le vie Maler Lochbihler  e Haubenschloß, fino al primo altare preparato nell'omonima Piazza,  davanti alla Grundschule del quartiere, dove sono state ripetute le varie funzioni previste.

Successivamente la Processione ha raggiunto il secondo altare, davanti allo Jägerdenkmal e, in seguito,  il terzo altare, allestito presso la Casa di Riposo della Croce Rossa Bavarese, nel Parco Hoefelmayr. Molto gradite le letture, le preghiere e la benedizione  dai numerosi ospiti seduti davanti alla struttura.

Poi il corteo ha preso la strada di ritorno passando per le vie: Waltenberger,   Hermann-von-Barth, Schellenberg e Maler-Lochbihler, fermandosi infine al quarto altare, posto proprio davanti alla chiesa. Altare, in cui, dopo le varie letture e la solenne impartizione della benedizione, è stata conclusa la solenne Processione, disturbata a tratti da qualche goccia di pioggia,  che – subito dopo la Cerimonia – si è trasformata in una pioggia vera e propria.

Tra i numerosi fedeli presenti, tra i quali Componenti del Consiglio Parrocchiale e altre personalità di spicco della città – incuranti del tempo non proprio propizio e del percorso piuttosto lungo e in salita – alcuni Membri della Comunità Cattolica Italiana  e del Circolo ACLI di Kempten, tra cui il Rag. Paolo Franco, Vicepresidente della Comunità, il Signor Sabino Scarvaglieri e il Dr. Fernando A. Grasso, Vicepresidente Vicario della ACLI Baviera e Presidente del Circolo locale. Fernando A. Grasso, de.it.press 16

 

 

 

 

X Incontro mondiale.Le famiglie siano protagoniste della pastorale e non solo destinatarie

 

È esperienza del nostro impegno trentennale nella pastorale familiare che quando vi è piena collaborazione tra sacerdoti e sposi, la Chiesa si rigenera, respira una brezza di pienezza e benessere che contagia tutta la comunità parrocchiale; laddove invece la relazione è faticosa, ne risente in pesantezza anche la comunità parrocchiale - Emma Ciccarelli, vice presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari

 

Tra pochi giorni prenderà il via a Roma il X Incontro mondiale delle famiglie. Un appuntamento importante per la Chiesa, per riflettere insieme sulla famiglia “prima chiesa domestica” e per rinnovare l’impegno a suo favore in un periodo di fortissime trasformazioni.

L’Incontro chiude l’anno “Famiglia Amoris Laetitia”, indetto il 19 marzo del 2021 per fare il punto sullo stato di attuazione dell’omonima esortazione apostolica, pubblicata nel 2015 dopo ben due Sinodi dedicati alla famiglia. Una congiuntura non casuale. Amoris Laetitia ha introdotto una rivoluzione pastorale importante che, attingendo a quell’umanesimo integrale tanto caro a Papa Francesco, ha inaugurato una stagione nuova, ripensando in particolare l’accompagnamento pastorale delle famiglie. Il documento, per molti aspetti innovativo, fatica però ancora ad essere assimilato e condiviso nei vari livelli della Chiesa.

Questo Incontro offre perciò l’occasione di focalizzare ancor di più il cammino fatto in questi anni e per rilanciare il valore della pastorale con le famiglie. Per le famiglie che vi partecipano o lo seguono sarà un’occasione importante, che speriamo possa dare senso e slancio ai tanti sforzi quotidiani che ogni famiglia fa per custodire la vita e il creato.

Anche a causa della crisi pandemica, l’Incontro per la prima volta si svolge in forma “multicentrica e diffusa”: la nuova formula ha consentito una maggiore attivazione e protagonismo da parte delle Diocesi sul tema, e soprattutto ha valorizzato le tante famiglie che operano sui territori, generando una maggiore solidarietà a livello locale. Tantissime le iniziative che si stanno proponendo in tutta Italia, una più bella delle altre. Questa mobilitazione fa ben sperare sia per gli stimoli che ha generato nelle chiese locali, sia per la prossimità alle famiglie e alle periferie.

L’auspicio è che le famiglie possano diventare sempre più protagoniste della pastorale e non solo destinatarie; ciò consente sia di avviare reti e percorsi all’interno delle diocesi, sia di sensibilizzare maggiormente le persone sulla bellezza dell’essere famiglia.

Per quanto mi riguarda, ho partecipato con la mia famiglia a diverse edizioni di questa manifestazione; quest’anno però abbiamo l’onore, con mio marito, di essere anche moderatori di un panel, “Sposi e sacerdoti insieme per costruire la Chiesa”, che prevede la testimonianza di tre coppie di sposi e di un sacerdote provenienti da Burundi, Lituania e Libano. Il tema costituisce uno snodo importante della missione della Chiesa: condividere insieme i percorsi di fede e l’impegno missionario, come coppie di sposi e come sacerdoti, è una sfida tutta ancora da sviluppare.

È esperienza del nostro impegno trentennale nella pastorale familiare che quando vi è piena collaborazione tra sacerdoti e sposi, la Chiesa si rigenera, respira una brezza di pienezza e benessere che contagia tutta la comunità parrocchiale; laddove invece la relazione è faticosa, ne risente in pesantezza anche la comunità parrocchiale. sir 15

 

 

 

 

Il Papa alle giovani coppie: "Niente sesso prima del matrimonio"

 

Il documento del Dicastero per i laici che traccia le nuove linee per la preparazione alle nozze: "Per le coppie in crisi a volte la separazione è inevitabile. Sia però estremo rimedio, se è stato vano ogni altro tentativo" - di Federica Angeli

 

Il Vaticano lancia una sfida ai giovani credenti fidanzati. E lo fa attraverso un documento che traccia le nuove linee per la preparazione al matrimonio. Si esorta la Chiesa ad avere il coraggio "di proporre la preziosa virtù della castità, per quanto ciò sia ormai in diretto contrasto con la mentalità comune". La castità prematrimoniale va presentata come autentica "alleata dell'amore", non come sua negazione.

Un documento che ribadisce principi consolidati nella chiesa da anni - la castità prima del matrimonio - ma spesso poco applicati. L'ultimo a ribadirlo era stato Papa Giovanni Paolo II nel 2003. Ma a riproporre e ricordare quel principio, oggi nel 2022, alla luce del cambiamento di tempi e del significato attribuito al sesso dal mondo dell'adolescenza, ha un sapore nuovo. Non vuole essere retrogrado, ma al contrario un invito al riappropriarsi di valori importanti. In questi termini è stata concepita la sfida che prevede diversi punti esplicitati passaggio dopo passaggio nello scritto diffuso alle giovani coppie in procinto di sposarsi.

La visione coniugale dell'amore

"I percorsi di educazione all'affettività e alla sessualità - precisa il documento  "Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale" proposto dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita - nell'orizzonte di una positiva e prudente educazione sessuale che vengono proposti ai ragazzi man mano che cresce la loro età non dovranno limitarsi al solo orizzonte dell'amore tout court, poiché questo, nell'interpretazione culturale dominante, viene compreso principalmente come amore romantico, ma andranno inseriti in una chiara visione coniugale dell'amore, inteso come reciproco donarsi degli sposi, come un saper amare e un saper lasciarsi amare, come uno scambio reciproco di affetto e di accoglienza incondizionata, come un saper gioire e un saper soffrire per l'altro".

Fondamentale l'educazione sessuale e all'affettività

E' particolarmente "urgente creare o potenziare percorsi pastorali rivolti soprattutto ai giovani nell'età della pubertà e dell'adolescenza. Date le sfide odierne, infatti, la famiglia non può e non riesce a essere l'unico luogo di educazione all'affettività. Perciò ha bisogno dell'aiuto della Chiesa". Proprio per questo, continua il documento, "sarà importante prevedere un'adeguata formazione dei formatori che accompagnano i giovanissimi nell'educazione alla sessualità e all'affettività, coinvolgendo esperti e creando sinergia, per esempio, con i consultori di ispirazione cristiana o i progetti pastorali di educazione all'affettività approvati e conosciuti dalla diocesi/eparchia o dalla conferenza episcopale".

I giovani sposi non devono pensare subito alla procreazione

Si legge ancora nel documento. "Vale la pena di aiutare i giovani sposi a saper trovare il tempo per approfondire la loro amicizia e per accogliere la grazia di Dio. Certamente la castità prematrimoniale favorisce questo percorso, perché dà tempo ai nuovi sposi di stare insieme, di conoscersi meglio, senza pensare immediatamente alla procreazione e alla crescita dei figli".

La castità il rispetto dell'altro e la non sottomissione

"Da coniugi, infatti, emerge, in modo ancora più evidente, l'importanza di quei valori e di quelle attenzioni che la virtù della castità - spiega infine la Santa Sede nelle nuove linee guida di preparazione al matrimonio con riferimento alla castità - insegna: il rispetto dell'altro, la premura di non sottometterlo mai ai propri desideri, la pazienza e la delicatezza con il coniuge nei momenti di difficoltà, fisica e spirituale, la fortezza e l'auto-dominio necessari nei tempi di assenza o di malattia di uno dei coniugi, etc. Anche in tale contesto, l'esperienza degli sposi cristiani sarà importante per spiegare l'importanza di questa virtù all'interno del matrimonio e della famiglia".

Separazione moralmente necessaria per coppie in crisi

"Nonostante tutto il sostegno che la Chiesa può offrire alle coppie in crisi, ci sono, tuttavia, situazioni in cui la separazione è inevitabile. A volte può diventare persino moralmente necessaria". Queste situazioni, annota il documento, "quando appunto si tratta di sottrarre il coniuge più debole, o i figli piccoli, alle ferite più gravi causate dalla prepotenza e dalla violenza, dall'avvilimento e dallo sfruttamento, dall'estraneità e dall'indifferenza". In ogni caso la "separazione deve essere considerata come estremo rimedio, dopo che ogni altro ragionevole tentativo si sia dimostrato vano".

Scrivere il "diario del matrimonio"

Agli sposi viene poi suggerito di tenere un 'diario del matrimonio', "per una sorta di verifica periodica della comunione coniugale, in cui annotare gioie e sofferenze e tutto ciò che costituisce il vissuto concreto della vita degli sposi". Un consiglio da terapia di coppia per tenere traccia di alti e bassi inevitabili in un percorso di coppia che possa aiutare a superare i momenti più duri. CdS 15

 

 

 

 

Matrimoni, le nuove linee guida del Papa: “Giovani coppie, niente sesso prima delle nozze”

 

Varate le nuove regole per la preparazione al matrimonio: percorsi più lunghi e suddivisi in diversi step

 

Il Vaticano vara nuove linee guida per la preparazione al matrimonio: percorsi più lunghi e suddivisi in vari step, catechesi che si prolunga anche dopo le nozze e una maggiore attenzione alle coppie in crisi.

L'obiettivo è quello di evitare che una persona per sposarsi in chiesa impieghi poche settimane e poi vada incontro ad un "fallimento", come dice il Papa, introducendo un vero e proprio "catecumenato" e ricordando che per diventare sacerdoti sono necessari invece anni e anni di seminario. Sul rapporto uomo-donna, parlando in un altro contesto, quello dell'udienza generale a Piazza San Pietro, Papa Francesco ha sottolineato che il servizio non è "una faccenda di donne". "Il servizio evangelico della gratitudine per la tenerezza di Dio non si scrive in nessun modo nella grammatica dell'uomo padrone e della donna serva", ha chiarito il Pontefice. Per arrivare al matrimonio cammini rinnovati, dunque, ma confermando la linea della Chiesa cattolica, a partire dalla castità. "Non deve mai mancare il coraggio alla Chiesa di proporre la preziosa virtù della castità, per quanto ciò sia ormai in diretto contrasto con la mentalità comune", si legge nel documento del Dicastero per i laici che traccia le nuove linee per la preparazione al matrimonio. "Vale la pena di aiutare i giovani sposi a saper trovare il tempo per approfondire la loro amicizia e per accogliere la grazia di Dio. Certamente la castità prematrimoniale favorisce questo percorso". E "anche nel caso in cui ci si trovasse a parlare a coppie conviventi, non è mai inutile parlare della virtù della castità". Astinenza che - sempre secondo il documento del Vaticano - può essere praticata in alcuni momenti anche nello stesso matrimonio. Per i ragazzi e i giovani, al di là della preparazione del matrimonio, si parla poi di educazione sessuale da ricevere nello stesso contesto di catechesi nelle parrocchie. Quanto invece alle coppie che già convivono, la Chiesa apre le porte al sacramento ma pensando a percorsi di catechesi ad hoc. "L'esperienza pastorale in gran parte del mondo mostra ormai la presenza costante e diffusa di 'domande nuove' di preparazione al matrimonio sacramentale da parte di coppie che già convivono, hanno celebrato un matrimonio civile e hanno figli. Tali domande - sottolinea il Dicastero per i laici - non possono più essere eluse dalla Chiesa, né appiattite all'interno di percorsi tracciati per coloro che provengono da un cammino minimale di fede; piuttosto richiedono forme di accompagnamento personalizzate". Il dopo-matrimonio dovrebbe prevedere un accompagnamento da parte della Chiesa sia perché permangono questioni importanti come "la regolazione delle nascite" o "l'educazione dei figli", ma anche per aiutare la coppia a non entrare in crisi anche se, in alcuni casi, sono "inevitabili", ammette il Vaticano e in quel caso l'accompagnamento dovrà essere garantito anche a coloro che vivono la fine del loro matrimonio. Il Papa oggi ha tenuto l'udienza generale tornando a parlare della vecchiaia e guardando anche alla sua attuale condizione: "Tutti gli anziani - ha detto - abbiamo dei limiti: anche io devo andare col bastone". LR 15

 

 

 

 

Covid, la Cei detta le nuove linee per la messa: mascherine non più obbligatorie, il ritorno delle acquasantiere

 

I vescovi: per la distribuzione delle ostie «si consiglia ai Ministri di indossare la mascherina e a igienizzare le mani»

 

«E' possibile tornare nuovamente a usare le acquasantiere, l'uso delle mascherine in Chiesa in occasione delle celebrazioni non è obbligatorio ma è raccomandato». E ancora: si continuerà a «osservare l'indicazione di igienizzare le mani all'ingresso dei luoghi di culto». Così la Presidenza della Conferenza episcopale italiana che, in occasione delle misure di prevenzione della pandemia che il governo ha allentato all'inizio del periodo estivo, ha inviato una lettera ai vescovi contenente alcuni consigli e suggerimenti relativi alle misure di prevenzione della pandemia.

«E' importante ribadire - scrive la Cei - che non deve partecipare alle celebrazioni chi ha sintomi influenzali e chi è sottoposto a isolamento perchè positivo al SARS-CoV-2». La Cei poi precisa che è possibile svolgere le processioni offertoriali. Per la distribuzione della Comunione «si consiglia ai Ministri di indossare la mascherina e a igienizzare le mani». Nella celebrazione dei Battesimi, delle Cresime, delle Ordinazioni e dell'Unzione dei Malati, le unzioni si possono effettuare «senza l'ausilio di strumenti».

Per finire, «i singoli Vescovi, nella considerazione delle varie situazioni e dell'andamento dell'epidemia nel loro territorio, possono adottare provvedimenti e indicazioni particolari». LS 15

 

 

 

 

Verso l’Incontro Mondiale delle Famiglie. “La famiglia parte del piano di Dio”

 

La Societas Theologicae Ecclesiae ha organizzato lo scorso 10 giugno un simposio sul tema della famiglia. Dalla famiglia come piano di Dio agli attacchi contro la famiglia, ecco di cosa si è parlato. Di Andrea Gagliarducci

 

ROMA. La famiglia è “piano di Dio”, garantisce “il futuro della socieà”, e viene sempre più attaccata a livello internazionale. La Societas Theologiae Ecclesiasticae, che fa riferimento alla Fondazione tedesca per le Virtù Cristiana, ha organizzato lo scorso 10 giugno un simposio a Roma su “Famiglia: nucleo della società e della Chiesa su piccola scala”. In vista dell’Incontro Mondiale per le Famiglie, il simposio aveva lo scopo di definire il concetto di famiglia secondo la visione cristiana, dipanandone il concetto in da diverse sfaccettature.

Stephan Kampowski, professore del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per gli Studi sul matrimonio e la famiglia, ha parlato della famiglia dal punto di vista antropologico. Kampowski ha detto che l’esperienza della famiglia è “così fortemente radicata nell’umanità che bisogna chiedersi come sia possibile che una realtà così fondamentale in molte società oggi non sia più percepita nella sua essenza e che le legislazioni e la giurisprudenza arrivano a dare il nome di famiglia ad altri tipi di relazioni che non hanno nulla a che fare con il matrimonio e la famiglia secondo l’idea tradizionale”.

In particolare, Kampowski ha sottolineato come, dopo la rivoluzione sessuale, ci sia stata una sostanziale separazione tra “sessualità e fertilità”, includendo così anche dei tipi di unione “sterile” come quella omosessuale. Ma, ha aggiunto, secondo il progetto di Dio può “esistere solo quella famiglia che garantisce il futuro della società e della Chiesa, e può essercene una sola: quella che, per sua struttura e per sua stessa natura, si pone interamente a servizio della vita”.

Hanna-Barbara Gerl-Falkoviz, filosofa delle religioni, ha invece tenuto un discorso dal titolo: “Fortunatamente diversi: uomo – donna – bambino”. Secondo la filosofa, l’uomo “diventa uomo e padre solo attraverso la donna”, e la donna “diventà donna e madre solo attraverso l’uomo”. La durata nel tempo di questa relazione “significa lealtà, e lealtà significa esclusività.

"La donna non si distacca dall'uno integra – ha detto Gerl-Falkovitz - è dissolta. È divinamente fornita all'uomo, è l'ultimo dono della potenza divina a lui come lui a sua volta lo è a lei; la soluzione di entrambi, il portare insieme di entrambi è l'evento ultimo della creazione, è l'azione di un dio, l'azione di un'origine che non conosce 'anche meglio'.”

Parlando del futuro della famiglia in Europa, la giornalista Birgit Kelle ha invece messo in luce come i governi tentino di minare il concetto stesso di famiglia, in particolare con le campagne LBGTI, la promozione dei cosiddetti diritti dei bambini e i tentativi di trasferire alcune competenze educative allo Stato, come succede sempre più spesso con mozioni all’interno dell’Unione Europea.

Ha detto Kelle: "Diritti sessuali. Diritti dei bambini. Diritti delle donne. Diritti riproduttivi. Tutti hanno in comune ciò che già sentiamo nelle politiche identitarie esuberanti di oggi: sebbene si parli di diversità individuale, questa si realizza in modo strano solo appartenendo alla presunta gruppo giusto. Il gruppo dei ‘vecchi bianchi’ è il perdente dell'ora. Quelli con preferenze sessuali esotiche, d'altra parte, sono i vincitori dello zeitgeist. Devi appartenere di nuovo al gruppo giusto per poter giocare a in alto. Alcuni sono solo uguali tra uguali. "

Kelle ha anche notato che la famiglia è “ignorata dalla politica”, un atteggiamento secondo lei parte di un “programma di sradicamento” in cui viene annacquato il diritto di discendenza e il bambino viene degradato a “oggetto acquistabile.

Birgit Kelle ha affermato che “il sostegno del nucleo familiare tradizionale non deve essere ristabilito, deve solo essere ricordato nei termini del suo valore. Non come un modo per preservare il vecchio, ma per preservare il nuovo. Perché anche la modernità non durerà se manteniamo infranti i suoi pilastri demografici e finanziari. E questa è e rimane la famiglia".

L’ultimo intervento al simposio è stato quello del vescovo Wolfgang Ipolt di Görlitz, che ha parlato di come la pastorale della famiglia sia “parte del mandato pastorale di ogni operatore di Chiesa”, e che i sacerdoti hanno proprio il compito di “incoraggiare e responsabilizzare le famiglie - coniugi e figli - a vivere la loro fede ea praticarla in famiglia".

Per il vescovo Ipolt, oggi c’è “urgente bisogno di una nuova valorizzazione” sia della vocazione familiare che di quella sacerdotale, e la Chiesa, “come ci mostrano alcuni dibattiti sul 'Cammino sinodale' in Germania - deve imparare ancora a non sperperare questo prezioso tesoro, ma ad utilizzarlo fiducioso nel suo annuncio e per offrire la cura pastorale”. Aci 15

 

 

 

 

Papa Francesco: "Davanti ai poveri non si fa retorica, ci si rimbocca le maniche"

 

E' stato presentato questa mattina presso la Sala Stampa della Santa Sede il Messaggio di Papa Francesco per la VI Giornata Mondiale dei Poveri che si celebra la XXXIII Domenica del Tempo Ordinario. Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. E' stato presentato questa mattina presso la Sala Stampa della Santa Sede il Messaggio di Papa Francesco per la VI Giornata Mondiale dei Poveri che si celebra la XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – quest’anno il 13 novembre 2022 – sul tema "Gesù Cristo si è fatto povero per voi".

"La Giornata Mondiale dei Poveri torna anche quest’anno come sana provocazione per aiutarci a riflettere sul nostro stile di vita e sulle tante povertà del momento presente", dice subito il Papa nel Messaggio.

Francesco purtroppo ricorda che dopo la pandemia, "una nuova sciagura si è affacciata all’orizzonte, destinata ad imporre al mondo uno scenario diverso: la guerra in Ucraina". "Qui il quadro si presenta più complesso per il diretto intervento di una superpotenza, che intende imporre la sua volontà contro il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Si ripetono scene di tragica memoria e ancora una volta i ricatti reciproci di alcuni potenti coprono la voce dell’umanità che invoca la pace", si legge nel Messaggio del Pontefice.

"Quanti poveri genera l’insensatezza della guerra!", dice il Papa. "Sono milioni le donne, i bambini, gli anziani costretti a sfidare il pericolo delle bombe pur di mettersi in salvo cercando rifugio come profughi nei Paesi confinanti. Quanti poi rimangono nelle zone di conflitto, ogni giorno convivono con la paura e la mancanza di cibo, acqua, cure mediche e soprattutto degli affetti", ricorda il Papa.

"Penso in questo momento alla disponibilità che, negli ultimi anni, ha mosso intere popolazioni ad aprire le porte per accogliere milioni di profughi delle guerre in Medio Oriente, in Africa centrale e ora in Ucraina. Le famiglie hanno spalancato le loro case per fare spazio ad altre famiglie, e le comunità hanno accolto con generosità tante donne e bambini per offrire loro la dovuta dignità. Tuttavia, più si protrae il conflitto, più si aggravano le sue conseguenze. I popoli che accolgono fanno sempre più fatica a dare continuità al soccorso; le famiglie e le comunità iniziano a sentire il peso di una situazione che va oltre l’emergenza. È questo il momento di non cedere e di rinnovare la motivazione iniziale. Ciò che abbiamo iniziato ha bisogno di essere portato a compimento con la stessa responsabilità", sottolinea il Papa nel Messaggio.

"Come membri della società civile, manteniamo vivo il richiamo ai valori di libertà, responsabilità, fratellanza e solidarietà. E come cristiani, ritroviamo sempre nella carità, nella fede e nella speranza il fondamento del nostro essere e del nostro agire", questo l'invito del Papa.

"Davanti ai poveri non si fa retorica, ma ci si rimbocca le maniche e si mette in pratica la fede attraverso il coinvolgimento diretto, che non può essere delegato a nessuno. Non si tratta, quindi, di avere verso i poveri un comportamento assistenzialistico, come spesso accade; è necessario invece impegnarsi perché nessuno manchi del necessario.", è chiaro il Papa.

"Quando l’unica legge diventa il calcolo del guadagno a fine giornata, allora non si hanno più freni ad adottare la logica dello sfruttamento delle persone: gli altri sono solo dei mezzi. Non esistono più giusto salario, giusto orario lavorativo, e si creano nuove forme di schiavitù, subite da persone che non hanno alternativa e devono accettare questa velenosa ingiustizia pur di racimolare il minimo per il sostentamento", denuncia il Papa.

"Il testo dell’Apostolo a cui si riferisce questa VI Giornata Mondiale dei Poveri presenta il grande paradosso della vita di fede: la povertà di Cristo ci rende ricchi. Se Paolo ha potuto dare questo insegnamento – e la Chiesa diffonderlo e testimoniarlo nei secoli – è perché Dio, nel suo Figlio Gesù, ha scelto e percorso questa strada", conclude Papa Francesco.

Monsignor Rino Fisichella presenta in conferenza stampa le numerose iniziative. "Papa Francesco attraverso l’impegno del Dicastero per l’evangelizzazione nella sezione che per competenza ha la responsabilità di questa Giornata Mondiale, vivrà questo momento con la tradizionale Celebrazione Eucaristica di Domenica 13 novembre e le diverse iniziative che nel corso della settimana precedente raggiungeranno le varie forme di povertà della sua Diocesi di Roma. Lo scorso anno, sono state raggiunte 5000 famiglie a cui è giunto un kit di medicinali da banco per far fronte alla pandemia e alle varie patologie di stagione, offerto da Angelini Pharma S.p.A., Procter & Gamble e Regia Congressi. Inoltre sono stati distribuiti tonnellate di viveri (generi alimentari di prima necessità come olio, sale, zucchero, passata di pomodoro, caffè, latte, riso,...) ottenuti per la generosità della Famiglia Fedeli dei Supermercati Elite e della famiglia Ferro della pasta La Molisana. Altrettanta solidarietà è stata espressa da Unipol Sai che ha permesso di pagare le bollette di acqua, luce, gas, assicurazioni e affitti a 500 famiglie che la disoccupazione e varie contingenze hanno reso impedite di corrispondere con il rischio di condizioni di vita disumane. Insomma, questo e tanto altro è stato reso possibile, come ci auguriamo continuerà ad esserlo", dice l'Arcivescovo in conferenza stampa. Aci 14

 

 

 

Il mistero centrale della fede. Santissima Trinità

 

Il commento al Vangelo domenicale di S.E. Monsignor Francesco Cavina Vescovo emerito di Carpi

 

CARPI. La Chiesa dopo la celebrazione della Pentecoste, con la quale abbiamo concluso il tempo pasquale, ci conduce a contemplare la Santissima Trinità, la quale, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. Soltanto Dio può darcene la conoscenza rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo”. La solennità della Santissima Trinità ci introduce, dunque, nella vita intima di Dio che né la forza della nostra intelligenza né la religione del popolo ebraico, con i suoi maestri e profeti, sono state in grado di potere conoscere. Essa ci è stata rivelata da Gesù Cristo. Nel testo evangelico proposto alla nostra riflessione, Gesù, infatti, oltre che parlare di se stesso, ci parla del Padre suo e dello Spirito Santo. Riguardo al Padre Egli dichiara: Tutto quello che il Padre, possiede è mio”. Tra Cristo e Dio-Padre esiste, da sempre, una intima relazione fondata sul dono e sull’amore, non sulla rivendicazione e sulla vanagloria.

Riguardo allo Spirito Santo, la terza Persona della Santissima Trinità, Gesù ci rivela qual è la sua missione: Mi glorificherà, perchè prenderà di quel che è mio e ve lo annunzierà. Egli procede dal Padre e dal Figlio ed è inviato per prendere il posto di Cristo, ma non per sostituirsi a Lui. La missione dello Spirito Santo, infatti, non è quella di dire parole sue né di cercare la sua gloria, ma di aiutare il cristiano a conoscere la Verità che Gesù ci ha rivelato per  poi interiorizzarla, viverla ed annunciarla.

La Trinità, dunque, è costituita dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo. E’ quanto noi professiamo nel Credo della Santa Messa: «Credo in un solo Dio in tre Persone uguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo». Dio dunque è Creatore e Padre a noi sempre vicino; è Figlio Unigenito che ha assunto una carne umana, è morto e risorto per liberarci dal peccato e dalla morte; è Spirito Santo che conduce il cosmo e la storia verso la pienezza finale. Nel mistero della Santa e Beata Trinità è compresa, quindi, la creazione (Dio Padre), la redenzione (Dio Figlio), la santificazione del mondo (Dio Spirito Santo). Dio, dunque, non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Il Papa emerito Benedetto XVI (Angelus del 2009) così ha spiegato il mistero trinitario: “ Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno”. 

Un Anonimo ci ha trasmesso il seguente dialogo, scarno ma essenziale, tra un musulmano e un cristiano. Diceva il musulmano: "Dio, per noi, è uno; come potrebbe avere un figlio?”. Rispose il cristiano: "Dio, per noi, è Amore; come potrebbe essere solo?”. Il Dio rivelato da Gesù è un Dio unico, in una piena comunione di Persone che si rivela a noi soprattutto come un "Dio misericordioso e pietoso”(cf. Gv 3,16; 1Gv 4,8). Dalla rivelazione di Dio amore noi possiamo anche scoprire il senso della nostra vita. L’esperienza ci insegna che solo l‘amore ci rende felici. Portiamo in noi un’esigenza insopprimibile di amare e di essere amati. Ebbene, questa è la prova più evidente che non siamo il frutto del caso, ma siamo fatti ad immagine della Trinità, che è amore. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore. Aci 12

 

 

 

Migrantes Bergamo: la mostra “Costellazioni Migratorie”

 

Bergamo – Da oggi e fino al 19 luglio, presso l’Abbazia di San Paolo d’Argon a Bergamo la mostra “Costellazioni migratorie”. La mostra è il frutto di un laboratorio con persone migranti, in cui rispecchiare il viaggio di ciascuno di noi e alzare lo sguardo al cielo, dice il direttore Migrantes della diocesi di Bergamo, don Sergio Gamberoni. Viaggi della speranza. Storie per riflettere nell’iniziativa promossa all’interno del progetto Fileo della Migrantes di Bergamo, della Caritas e del Centro missionario diocesano. La mostra – spiega don Gamberoni  – nasce da un laboratorio di formazione per operatori della pastorale per i migranti, che si è recentemente concluso e che ha visto la partecipazione di oltre venti persone. Nel laboratorio si è adottata la metodologia della narrazione e la mostra traspone in modo visivo quanto è emerso nel lavoro del gruppo». Sono sette i viaggiatori che hanno ripercorso le proprie storie e le hanno messe a disposizione di tutti: Basma dall’ Egitto, Monier dalla Colombia, Amina dal Marocco, Mamadou dal Senegal, Cecilia dalla Spagna, Chris dal Congo, Serge dalla Costa d’ Avorio. “Ciò che unisce tutti coloro che hanno intrapreso la via della migrazione – spiega il direttore Migrantes – è il desiderio di una vita migliore o la necessità di lasciare il proprio Paese. Durante il viaggio sono gli amici, gli incontri, i luoghi che diventano casa, a rappresentare dei punti luminosi, stelle che guidano il cammino. L’ invito è a guardare con stupore e gratitudine i punti luminosi e dare loro valore. I racconti dei nostri sette testimoni non sono solo fedeli al percorso cronologico e geografico, diventano esistenziali e in essi è possibile riconoscere passaggi di crescita”. Ad inaugurare la mostra don Sergio, i sette viaggiatori-testimoni e don Gianni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes. (R.Iaria) Mig.on.10

 

 

 

Germania: diocesi di Munster, apre nei prossimi giorni l’hospice di “Klara”.

 

Sommer (direttrice), “vogliamo creare un’atmosfera calda e familiare”

 

Aprirà, nei prossimi giorni, nella diocesi di Münster l’hospice di “Klara”, costruito nella cittadina di Marl, per consentire un’assistenza dignitosa per i malati terminali e per quelli soli in fine vita. Totalmente autofinanziato da una associazione di 1.075 volontari che ha raccolto due milioni di euro per la realizzazione della struttura e l’avviamento, l’hospice “è uno sforzo della comunità. Possiamo essere orgogliosi di ciò che abbiamo ottenuto”, afferma Ulrike Bertlich, la presidente dell’associazione Klara Hospice, che ha promosso instancabilmente la realizzazione dell’hospice negli ultimi sei anni. I primi ospiti potranno trasferirsi a Klara entro metà giugno. Il nuovo edificio è composto da dieci spaziose camere per gli ospiti; complessivamente la sua realizzazione è costata 3,9 milioni di euro. “Questi sei anni di preparazione, pianificazione e poi costruzione sono stati pieni di campagne sorprendenti e di generose donazioni”, afferma Bertlich, che è medico di famiglia ed è ancora stupito di aver raggiunto l’ambizioso obiettivo di consentire alle persone di Marl e delle vicine città di Dorsten, Herten e Haltern di morire con dignità. Idea vincente per la raccolta fondi è stata la colletta continua “Un euro per Klara”, che è stata utilizzata per pubblicizzare un canone mensile che coinvolge non solo i 1.075 volontari. L’idea per l’hospice è nata circa sei anni fa, quando don Ulrich Müller, parroco della chiesa di St. Franziskus a Marl, stava cercando un posto per un malato terminale della sua comunità, ma non se ne trovavano perché “non ci sono abbastanza posti disponibili nel Nord Reno-Westfalia”, sottolinea Bertlich. Circa 20 dipendenti lavoreranno nella struttura sotto la direzione di Michaela Sommer. “Vogliamo dare all’ospizio un’atmosfera calda e familiare”, afferma la direttrice, che ha lavorato per molti anni presso la più grande istituzione tedesca per le cure palliative, la casa dei Fratelli della Misericordia a Monaco. Sir 10

 

 

 

 

Famiglia in Europa. Papa Francesco: “L’inverno demografico è gravissimo, rimettere al centro la famiglia fondata sul matrimonio”

 

Papa Francesco, ricevendo in udienza la Fafce ha messo ancora in guardia l’Europa, e soprattutto l’Italia, dall’inverno demografico. “Madri e padri non vogliono la guerra”. “Il concetto di impronta ecologica non può essere applicato ai bambini”. “Dichiarare la pornografia come una minaccia alla salute pubblica”. No a “utero in affitto” e “pandemia della solitudine”. “Famiglia fondata sul matrimonio è al centro” - M. Michela Nicolais

 

 “Questo inverno demografico è grave, per favore state attenti, è gravissimo!”. Lo ha esclamato a braccio il Papa, mettendo l’accento “sulla carenza di nascite in Europa e soprattutto in Italia”. “Un’Europa che invecchia, che non è generativa è un’Europa che non può permettersi di parlare di sostenibilità e fa sempre più fatica a essere solidale”, l’analisi di Francesco durante l’udienza concessa ai membri delle Associazioni Familiari cattoliche in Europa: “Non si può parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà fra le generazioni, e questa solidarietà presuppone un equilibrio; ma proprio questo equilibrio manca oggi nella nostra Europa”. “Le politiche familiari non vanno considerate come strumenti del potere degli Stati, ma sono fondate in primis nell’interesse delle famiglie stesse”, ha affermato il Papa, secondo il quale “gli Stati hanno il compito di eliminare gli ostacoli alla generatività delle famiglie e di riconoscere che la famiglia costituisce un bene comune da premiare, con delle naturali conseguenze positive per tutti”. “Purtroppo in questo momento l’Europa, e direi specialmente le famiglie in Europa, vivono un momento che per molte è tragico e per tutte è drammatico a causa della guerra in Ucraina”, l’esordio di Francesco:

“Madri e padri, al di là della loro nazionalità, non vogliono la guerra. La famiglia è la scuola della pace”, ha detto il Papa associandosi alla dichiarazione delle Associazioni. “Le famiglie e le reti di famiglie sono state e sono in prima linea nell’accoglienza dei rifugiati, specialmente in Lituania, Polonia e Ungheria”, l’omaggio di Francesco: “Nel vostro impegno quotidiano per le famiglie, voi svolgete un duplice servizio: portate la loro voce presso le istituzioni europee e lavorate per formare reti di famiglie in tutta Europa. Questa missione è in piena consonanza con il percorso sinodale che stiamo vivendo, per fare sì che la Chiesa diventi più famiglia di famiglie”.

“Il fatto di avere figli non deve mai essere considerato una mancanza di responsabilità nei confronti del creato o delle sue risorse naturali”, l’obiezione del Papa: “il concetto di ‘impronta ecologica’ non può essere applicato ai bambini,

poiché essi sono una risorsa indispensabile per il futuro. Vanno invece affrontati il consumismo e l’individualismo, guardando alle famiglie come il miglior esempio di ottimizzazione delle risorse”. “La piaga della pornografia, diffusa ormai ovunque tramite la rete, va denunciata come un attacco permanente alla dignità dell’uomo e della donna”, ha denunciato inoltre Francesco: “Si tratta non soltanto di proteggere i bambini – compito urgente delle autorità e di noi tutti –, ma anche di dichiarare la pornografia come una minaccia per la salute pubblica”.

“Sarebbe una grave illusione pensare che una società in cui il consumo abnorme del sesso nella rete dilaga fra gli adulti sia poi capace di proteggere efficacemente i minori”, ha affermato Francesco, sottolineando che “le reti di famiglie, in cooperazione con la scuola e le comunità locali, sono fondamentali per prevenire e combattere questa piaga, sanando le ferite di chi è nel vortice della dipendenza”.

Altra “pratica inumana e sempre più diffusa” da stigmatizzare, quella dell’utero in affitto, dove “le donne, quasi sempre povere, sono sfruttate, e i bambini sono trattati come merce”.

La pandemia, infine, “ha messo in luce un’altra pandemia, più nascosta, di cui si parla poco: la pandemia della solitudine”: “Se molte famiglie si sono riscoperte come Chiese domestiche, è vero anche che troppe famiglie hanno fatto esperienza di solitudine, e la loro relazione con i Sacramenti si è fatta spesso meramente virtuale. Le reti di famiglie sono un antidoto alla solitudine. Esse infatti, per loro natura, sono chiamate a non lasciare nessuno indietro, in comunione con i pastori e le Chiese locali”.

“La famiglia fondata sul matrimonio è al centro”,

ha concluso il Papa: “È la prima cellula delle nostre comunità e dev’essere riconosciuta come tale, nella sua funzione generativa, unica e irrinunciabile. Non perché sia un’entità ideale e perfetta, non perché sia un modello ideologico, ma perché rappresenta il luogo naturale delle prime relazioni e della generazione”. “Quando la famiglia accoglie e va incontro agli altri, specialmente ai poveri e agli abbandonati, è simbolo, testimonianza, partecipazione della maternità della Chiesa”, ha garantito Francesco. Sir 10

 

 

 

 

Papa Francesco, la famiglia fondata sul matrimonio uomo donna è luogo naturale di relazioni

 

CITTÀ DEL VATICANO. "Portate la loro voce presso le istituzioni europee e lavorate per formare reti di famiglie in tutta Europa". Così Papa Francesco ha riassunto la missione della Federazione delle Associazioni Familiari Cattoliche in Europa, i cui associati sono a Roma in occasione dei 25 anni dalla fondazione. 

Una missione in "piena consonanza con il percorso sinodale che stiamo vivendo" ha detto il Papa, e "favorire la nascita e il consolidamento di reti di famiglie. È un servizio prezioso, perché c’è bisogno di luoghi, di incontri, di comunità in cui le coppie e le famiglie si sentano accolte, accompagnate, mai sole". A proposito delle sfide il Papa ha sottolineato che l'invecchiamento dell'Europa porta alla necessaria solidarietà tra generazioni e "gli Stati hanno il compito di eliminare gli ostacoli alla generatività delle famiglie e di riconoscere che la famiglia costituisce un bene comune da premiare, con delle naturali conseguenze positive per tutti". 

Avere figli non mette certo in difficoltà la tutela del creato, dice il Papa, "vanno invece affrontati il consumismo e l’individualismo".

La sfida più grave è la lotta alla pornografia: "Si tratta non soltanto di proteggere i bambini, compito urgente delle autorità e di noi tutti, ma anche di dichiarare la pornografia come una minaccia per la salute pubblica". E in questo senso le reti di famiglie sono fondamentali. Inoltre: "la dignità dell’uomo e della donna è minacciata anche dalla pratica inumana e sempre più diffusa dell’“utero in affitto”, in cui le donne, quasi sempre povere, sono sfruttate, e i bambini sono trattati come merce". 

Povertà, guerra, pandemia, solitudine si combattono grazie alle reti di famiglie secondo Papa Francesco. E per il Papa si parla sempre di "famiglia fondata sul matrimonio" tra uomo e donna come centro e " prima cellula delle nostre comunità e dev’essere riconosciuta come tale, nella sua funzione generativa, unica e irrinunciabile. Non perché sia un’entità ideale e perfetta, non perché sia un modello ideologico, ma perché rappresenta il luogo naturale delle prime relazioni e della generazione". Angela Ambrogetti, Aci 10

 

 

 

 

Papa Francesco rinuncia al viaggio in Africa: «Non vanificare le terapie al ginocchio»

 

Il Pontefice, che soffre di gonartrosi, sarebbe dovuto andare in Congo e in Sud Sudan dal 2 al 7 luglio. Questa mattina ha accolto la presidente della Commissione Ue von der Leyen sulla sedia a rotelle- di Gian Guido Vecchi

 

CITTÀ DEL VATICANO - I medici che gli curano il ginocchio dolente hanno insistito, lo facevano da tempo, e alla fine Francesco ha deciso, ieri sera: niente viaggio in Africa a luglio. L’annuncio è arrivato oggi con una dichiarazione del portavoce vaticano, Matteo Bruni: «Accogliendo la richiesta dei medici, e per non vanificare i risultati delle terapie al ginocchio tuttora in corso, il Santo Padre con rammarico si vede costretto a posticipare il Viaggio Apostolico nella Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan previsto dal 2 al 7 luglio p.v., a nuova data da definire».

Ormai, a tre settimane dalla partenza, era tutto già organizzato, a Goma avevano già iniziato i lavori per montare il palco in vista della Messa, il volo papale era già definito, un’ottantina di giornalisti di tutto il mondo aveva già iniziato le procedure consuete di vaccinazione e profilassi, e lo stesso il seguito. Ma il dolore si acuisce da mesi e non passa, da qualche settimana il Papa si sposta in sedia a rotelle e lo ha fatto anche stamattina, ricevendo la presidente della commissione Ue Ursula von der Leyen.

Francesco, 86 anni, come molte persone anziane soffre di gonartrosi, ovvero artrosi del ginocchio destro. I medici da mesi gli consigliano un’operazione. Finora il Papa ha resistito, anche se si tratterebbe di un’operazione più semplice di quella al colon, in anestesia generale, dell’anno scorso. L’artrosi grave al ginocchio provoca una degenerazione irreversibile delle cartilagini. In questi casi viene messa una «protesi di ginocchio», un’operazione che si compie in «anestesia selettiva», non generale, con un’epidurale o una spinale. Il paziente il giorno dopo può già stare in piedi, il recupero in genere è abbastanza breve ma un po’ faticoso. Francesco è andato avanti per qualche settimana con impacchi di ghiaccio e antidolorifici, finché non si è convinto a fare delle infiltrazioni.

A fine maggio, aveva detto scherzando ai vescovi italiani riuniti in assemblea: «Piuttosto che farmi operare, mio dimetto!». Una battuta malintesa, seguita da una risata, che tuttavia ha fatto rinascere come l’anno scorso voci di dimissioni imminenti. In realtà il Papa aveva aggiunto che «per governare dicono ci voglia la testa, non le gambe», e quindi finché la testa funzionerà andrà avanti. Ma la battuta è rivelatrice del suo stato d’animo: evitare finché possibile l’intervento. Solo che il dolore si acuisce, alla fine è stato costretto a dar retta ai medici. II programma estivo di Francesco prevede un altro viaggio, ancora più lungo, dal 24 al 30 luglio in Canada. Ora si tratta di vedere se ce la farà, o se un’operazione immediata permetterebbe di recuperare in tempo. CdS 10

 

 

 

Il Papa ai Vescovi di Sicilia: "Abbracciare fino in fondo la vita di questo popolo"

 

Nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano Papa Francesco riceve in Udienza i Vescovi e i Sacerdoti della Sicilia. Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano Papa Francesco riceve in Udienza i Vescovi e i Sacerdoti della Sicilia. "La Sicilia si trova al centro di percorsi storici che i popoli continentali disegnano - commenta subito il Papa - Essa ha spesso accolto i passaggi di questi popoli, ora dominatori ora migranti, e accogliendoli li ha integrati nel suo tessuto, sviluppando una propria cultura. Questo non significa che sia un’isola felice, perché la condizione di insularità incide profondamente sulla società siciliana, finendo per mettere in maggior risalto le contraddizioni che portiamo dentro di noi".

Sono circa 300 i sacerdoti siciliani che stanno prendendo parte al pellegrinaggio dei presbiteri di Sicilia a Roma in occasione del "XXX anniversario della Giornata Sacerdotale Regionale Mariana". Con loro venti vescovi e i giovani presbiteri siciliani che studiano presso le Pontificie università romane. L’appuntamento ha visto diversi intensi momenti di preghiera fino ad arrivare oggi all’udienza privata con Papa Francesco.

Per il Papa in Sicilia si assiste a "comportamenti e gesti improntati a grandi virtù come a crudeli efferatezze. Come pure, accanto a capolavori di straordinaria bellezza artistica si vedono scene di trascuratezza mortificanti. E ugualmente, a fronte di uomini e donne di grande cultura, molti bambini e ragazzi evadono la scuola rimanendo tagliati fuori da una vita umana dignitosa".

"L’attuale situazione sociale della Sicilia è in netta regressione da anni; un preciso segnale è lo spopolamento dell’Isola, dovuto sia al calo delle nascite – questo inverno demografico che stiamo vivendo tutti noi –sia all’emigrazione massiccia di giovani. La sfiducia nelle istituzioni raggiunge livelli elevati e la disfunzione dei servizi appesantisce lo svolgimento delle pratiche quotidiane, nonostante gli sforzi di persone valide e oneste, che vorrebbero impegnarsi e cambiare il sistema. Occorre comprendere come e in quale direzione la Sicilia sta vivendo il cambiamento d’epoca e quali strade potrebbe intraprendere, per annunciare, nelle fratture e nelle giunture di questo cambiamento, il Vangelo di Cristo", dice il Pontefice.

"I giovani stentano a percepire nelle parrocchie e nei movimenti ecclesiali un aiuto alla loro ricerca del senso della vita; e non sempre vi scorgono la chiara presa di distanza da vecchi modi di agire, errati e perfino immorali, per imboccare decisamente la strada della giustizia e dell’onestà", denuncia Papa Francesco.

“Io mi sono addolorato quando ho avuto nelle mani alcune pratiche che sono arrivate alle Congregazioni romane, qualche giudizio, sacerdoti, persone di chiesa: ma come mai si è arrivati a questa strada di ingiustizia e di disonestà?”, la confessione del Papa a braccio.

Il Papa poi ricorda Don Puglisi e Rosario Livatino. "Come ignorare il silenzioso lavoro, tenace e amorevole, di tanti sacerdoti in mezzo alla gente sfiduciata o senza lavoro, in mezzo ai fanciulli o agli anziani sempre più soli? Per questo, in Sicilia, si guarda ancora ai sacerdoti come a guide spirituali e morali, persone che possono anche contribuire a migliorare la vita civile e sociale dell’Isola, a sostenere la famiglia e ad essere riferimento per i giovani in crescita. Alta ed esigente è l’attesa della gente siciliana verso i sacerdoti. E su questo, sui sacerdoti che sono vicini ai vecchi – rivela a braccio – ho ricevuto poco tempo fa lettera di uno dei vostri sacerdoti, che raccontava come ha accompagnato il vecchio parroco negli ultimi tempi di vita, fino all’ultimo momento. Tornava stanchissimo dal lavoro, ma la prima cosa era andare dal vecchio e farlo felice. E poi portarlo a letto, accompagnarlo fino a che si addormentasse…questi sono gesti grandi, e questa grandezza c’è anche tra voi, nel vostro clero”, dice Francesco.

"La chiave di tutto è nella sua chiamata, sulla quale appoggiarci per prendere il largo e gettare ancora le reti - continua Papa Francesco - noi pastori siamo chiamati ad abbracciare fino in fondo la vita di questo popolo. Stare accanto, essere vicini, ecco quello che siamo chiamati a vivere, per la fedeltà di Dio; per amore suo stiamo accanto fino in fondo, fino alle estreme conseguenze, quando ad esse conducono le circostanze di giustizia, di riconciliazione, di onestà e di perdono".

"E poi vi anima la grande devozione mariana della Sicilia, consacrata a Maria Immacolata, per la quale insieme, vescovi e sacerdoti, avete preso l’abitudine di celebrare una Giornata Sacerdotale Mariana. Continuate con questo. Il primo valore che si sottolinea con questa pratica è quello dell’unità, davvero cruciale dinanzi all’individualismo e alla frammentazione, se non alla divisione che incombe su di noi tutti. Tra il sacerdote e la Madre celeste si intreccia giorno dopo giorno un segreto dialogo che conforta e lenisce ogni ferita, che soprattutto allevia negli alti e bassi della quotidianità ai quali egli va incontro.", conclude cosi il Papa il suo discorso pensando a Maria.

"Ma carissimi, ancora i merletti, le monete..., ma dove siamo? Sessant’anni dopo il Concilio! Un po’ di aggiornamento anche nell’arte liturgica, nella “moda” liturgica! Sì, a volte portare qualche merletto della nonna va, ma a volte. È per fare un omaggio alla nonna, no? Avete capito tutto, no?, avete capito. È bello fare omaggio alla nonna, ma è meglio celebrare la madre, la santa madre Chiesa, e come la madre Chiesa vuole essere celebrata", dice a braccio il Papa.

“Il chiacchiericcio è una peste che distrugge la Chiesa, distrugge le comunità, distrugge l’appartenenza, distrugge la personalità. Scusatemi se predico queste cose che sembrano da prima Comunione, ma sono cose essenziali: non dimenticarle!", dice infine Francesco a braccio. Aci 9

 

 

 

De Simone: "Riscoprire il rapporto fecondo tra teologia e pastorale"

 

La giornata di riflessione è promossa sabato 11 giugno a Napoli da Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, Facoltà teologica Pugliese, Pontificia Facoltà teologica di Sicilia. Interverranno una quindicina di vescovi - Gigliola Alfaro

Una giornata di riflessione e incontro su “Vissuti ecclesiali e intelligenza della fede nel contesto del Mediterraneo”, con teologi e pastori del Sud Italia in dialogo “per ascoltarsi, conoscersi, sperimentare il gusto di lavorare insieme”. L’appuntamento è a Napoli, sabato 11 giugno, nella sede della sezione San Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale (Pftim). L’incontro si colloca all’interno di un progetto di ricerca su “Il Mediterraneo come luogo teologico” ed è promosso dalle tre Facoltà teologiche del Sud dell’Italia (Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, Facoltà teologica Pugliese, Pontificia Facoltà teologica di Sicilia), già da tempo impegnate a pensare la specificità di una elaborazione teologica nel contesto del Mediterraneo. A Giuseppina De Simone, coordinatrice del Biennio in Teologia fondamentale della Pftim sezione San Luigi, chiediamo di raccontarci il senso dell’iniziativa.

Professoressa, perché questo incontro?

Sarà un incontro vissuto in semplicità, ma molto significativo. Vorremmo che fosse l’inizio di un cammino che può portare dei frutti buoni nella vita della Chiesa, soprattutto in ordine a quel rinnovamento della teologia, tanto auspicato da Papa Francesco, perché

l’obiettivo di fondo è lavorare insieme per superare quel fossato che tante volte si lamenta tra la teologia e la pastorale,

ma anche per uscire da una certa autoreferenzialità della teologia, che è il rischio nel quale a volte cadiamo, preoccupati di mantenere una purezza della riflessione teologica a livello accademico, dimenticando talvolta il rapporto vivo e vitale con la realtà ecclesiale, con il vissuto delle nostre Chiese.

Come nasce questo appuntamento?

Stiamo lavorando da alcuni anni a una teologia dal Mediterraneo, ossia a un fare teologia che si lascia provocare e toccare dalla realtà significativa del Mediterraneo. Ci è sembrato importante incontrare alcuni vescovi del nostro Mezzogiorno, perché il Sud Italia è uno spaccato del Mediterraneo. Ritrovarsi insieme, teologi e pastori, a ragionare sul rapporto tra l’intelligenza della fede e i vissuti ecclesiali ci può aiutare a ripensare insieme cosa significa fare teologia in questo contesto particolare e se c’è uno specifico del vissuto ecclesiale e della fede nel Mediterraneo, a partire dalla storia che caratterizza le nostre terre, i nostri paesi, se questo specifico può riflettersi anche nel modo di fare teologia e se può esserci una teologia che si connota in maniera particolare a partire da questo contesto. Il senso dell’incontro, dunque, è mettersi insieme intorno a un tavolo, che è anche lo stile sinodale, per provare a camminare insieme, a lavorare insieme, a trovare il gusto di interrogarsi, di discutere, di confrontarsi, di immaginare insieme un modo di vivere l’esperienza ecclesiale in cui il vissuto di fede non sia sganciato dalla riflessione teologica e quest’ultima sappia essere alimentata dal vissuto di fede e sappia a sua volta alimentarlo. Dobbiamo ritrovare un rapporto fecondo.

Chi parteciperà all’incontro?

Saranno presenti tutte e cinque le Regioni ecclesiastiche del Sud dell’Italia, con rappresentanze da Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Saremo una cinquantina di persone. I vescovi presenti saranno una quindicina. Avremo, poi, delegazioni della Facoltà teologica pugliese e della Facoltà teologica di Sicilia, oltre ai docenti della Pftim. È importante sottolineare che quest’incontro è stato promosso dalle tre Facoltà teologiche. L’idea è quella di un lavoro in rete. Il Papa quando è venuto a Napoli nel 2019 ci ha detto, tra le altre cose, che la teologia si deve costruire in dialogo e uno dei criteri fondamentali del rinnovamento della teologia indicati da Papa Francesco anche nella “Veritatis gaudium” è proprio questo fare rete.

È un cammino che avete avviato?

Sì, stiamo sperimentando questo fare rete tra le tre Facoltà teologiche del Sud, è un fare rete tra le Facoltà teologiche e le Chiese del Sud Italia ed è un fare rete tra il vissuto di fede e l’elaborazione teologica. Si tratta non di rendere la teologia funzionale alla pastorale, ma di riportare la teologia nel grembo vivo della fede della Chiesa da cui nasce, in quel vissuto ecclesiale di fede di cui la teologia è chiamata ad essere intelligenza riflessa. Questo perché sia possibile un annuncio della fede ancora più incisivo e più profondamente radicato nei luoghi e nel tempo in cui il Signore ci ha posto. La particolarità non è qualcosa che limita: il ritrovare il senso profondo della specificità del Meridione e del Mediterraneo, in maniera più ampia, non è il rivendicare una particolarità che chiude, da pensare in termini di contrapposizione. È proprio riscoprendo il senso profondo di ciò che siamo e della nostra storia che possiamo dare un contributo più significativo a un processo più ampio di ripensamento e rinnovamento della teologia e di quell’annuncio della fede che non ha confini e che dobbiamo ritrovare in tutta la sua freschezza e incisività per la vita delle persone e in ordine alle sfide che viviamo.

Il Mediterraneo è uno spazio centrale, anche dal punto di vista geopolitico, in cui si condensano le grandi sfide attuali.

Serve anche un senso di un’attenzione viva, di una capacità di ascolto e di lettura, da portare avanti, superando la dicotomia tra il pensiero e l’esperienza, per recuperare la capacità di un pensiero che pensa la vita e, quindi, anche di una teologia che aiuta a pensare la vita, la storia. Questo è possibile solo se la teologia ritrova il suo rapporto vivo con la storia. Credo che il modo migliore perché questo accada sia anche recuperare il rapporto con una dimensione popolare del vissuto ecclesiale.

Come si svilupperà l’incontro?

In un primo momento sarà presentato il lavoro che stanno portando avanti le Facoltà teologiche di ricerca su “Il Mediterraneo come luogo teologico” e poi ci sarà un ampio spazio dedicato ai vescovi, che porteranno la realtà della fede della loro gente nelle comunicazioni che offriranno. Attraverso le problematiche, le risorse, le potenzialità che segnano la realtà delle Chiese locali, potremmo ricostruire il quadro delle Chiese del Sud Italia e le sfide che si trovano ad affrontare: la questione ambientale, dei migranti, le problematiche dei piccoli centri e delle aree interne saranno al centro del nostro incontro. Sir 10

 

 

 

Vangelo Migrante: Santissima Trinità. Vangelo (Gv 16,12-15)

 

La Pentecoste porta a termine la rivelazione di Dio Padre, Figlio e Spirito santo. Oggi il mistero della Trinità ci dice che quella ‘sequenza’ non è separata ma unita. Una questione, si sa, non di primissima comprensione, forse perché è necessaria un’operazione di astrazione per far coincidere l’uno e il tre …

È il Vangelo che, come sempre, ci apre la strada al mistero di Dio. Innanzitutto dice che esiste una verità tutta intera sulla nostra vita e va imparata a partire dalla meta: “lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future”.

Quali sono queste cose future? Nella vita, tutti aneliamo alla relazione, allo stare con gli altri ed essere uniti: mi sento veramente uomo quando amo e sono amato, quando accolgo e sono accolto. È la stessa verità della Vita del Padre e del Figlio, consegnata allo Spirito perché la annunci. Il sogno di Dio per l’uomo fatto a sua immagine e somiglianza e la Vita stessa di Dio-Trinità, coincidono.

Se guardiamo bene, Adamo non è stato fatto a immagine del Dio che crea, né a immagine del Verbo che era da principio presso Dio; e non fu fatto nemmeno ad immagine dello Spirito che si librava sulle acque. Molto di più, Adamo ed Eva sono stati fatti a immagine della comunione, del legame d’amore e di condivisione del Padre, del Figlio e dello Spirito. C’è un cromosoma divino in noi ed è la nostra identità più profonda: la relazione, un legame oltre ogni solitudine. Se viene meno, la vita pesa e fa paura perché è contro la nostra vera natura. Se Dio è Dio solo in questa comunione, allora anche l’uomo sarà uomo solo in una analoga relazione d’amore.

E questa è la verità tutta intera. È intera non perché ci dice solo come stanno le cose ma perché nelle cose ci mette qualcuno. La verità, infatti, non è solo un insieme di cose misurabili o fattuali. Perché sia compresa è necessario entrare in relazione con il reaale a cui essa si riferisce. Un conto è conoscere i dati biometrici di una persona, un conto è entrare in relazione con essa (stringerla, abbracciarla). Per questo lo Spirito non insegna un contenuto ma un modo di essere. Camminare verso un concetto è diverso dal camminare verso qualcuno. Perché? Perché comporta essere qualcuno. Questo scambio di relazioni necessarie per esistere e per comprendere il reale, sono il riflesso della Trinità: non un circuito chiuso, ma un flusso aperto che riversa continuamente amore, verità, intelligenza.

Mi disse una volta un monaco: al termine di una giornata puoi anche non aver mai pensato a Dio, mai pronunciato il suo nome. Ma se hai creato legami, se hai procurato gioia a qualcuno, se hai portato il tuo mattone di comunione, tu hai fatto la più bella professione di fede nella Trinità.

Se Dio è Trinità, noi ne siamo la copia più autentica. Ci ha fatti così! p. Gaetano Saracino, Mig.on 9

 

 

 

Sapevate che giugno è il mese del Sacro Cuore di Gesù? Ecco il motivo

 

Ogni anno la Chiesa cattolica dedica il mese di giugno al Sacro Cuore di Gesù. Ecco perchè. Di Veronica Giacometti

 

ROMA. Ogni anno la Chiesa cattolica dedica il mese di giugno al Sacro Cuore di Gesù, in cui viene ricordato e incoraggiato l'amore fedele e incondizionato di Cristo per l'umanità.

La devozione al Cuore di Gesù esiste da quando i primi cristiani meditavano sul costato e sul cuore aperto del Signore. Tuttavia, il 16 giugno 1675, Gesù apparve a una santa per incoraggiare la devozione al suo Sacro Cuore. Quel giorno infatti, come racconta ACI Prensa, il Figlio di Dio apparve in Francia a santa Margherita Maria d'Alacoque, monaca francese dell'Ordine della Visitazione di Santa Maria, e le mostrò il suo Cuore.

Il Cuore di Gesù era circondato da fiamme d'amore, coronato di spine e aveva una ferita aperta da cui sgorgava sangue, da cui ne usciva una croce. "Ecco il Cuore che ha tanto amato gli uomini, e invece dalla maggior parte degli uomini ricevo ingratitudine, irriverenza e disprezzo", disse Gesù alla santa.

Papa Benedetto XVI, come ricorda sempre ACI Prensa, ha affermato che "quando vediamo il Cuore del Signore, dobbiamo guardare al costato trafitto dalla lancia, dove risplende l'inesauribile volontà di salvezza di Dio".

Il Papa emerito ha sottolineato che "non può essere considerato un culto passeggero o devozionale: l'adorazione dell'amore di Dio, che ha trovato la sua espressione storico-devozionale nel simbolo del 'cuore trafitto', resta essenziale per un rapporto vivo con Dio".

"Ecco perché in questo mese noi cattolici siamo chiamati a dimostrare con le nostre opere la devozione al suo Cuore amoroso, come modo per corrispondere al grande amore di Gesù, morto per la nostra salvezza e rimasto nell'Eucaristia per indicarci la via della vita eterna", conclude ACI Prensa. Aci 9

 

 

 

 

Il sodalizio Kirill-Orbán e la cristianità che si fa politica

 

Salvo deroghe. Si potrebbe riassumere così il senso del sesto pacchetto di sanzioni approvato dall’Unione europea nei confronti della Russia, che se da un lato stringe ancor di più il cappio intorno al collo di Mosca, dall’altro dimostra ancora una volta come nel muro europeo ci sia un pertugio di oltre 93mila chilometri quadrati: l’Ungheria.

L’eccezione ungherese

Il primo ministro Viktor Orbán, dopo aver ottenuto una clausola sull’embargo del petrolio russo che garantisce a Budapest l’arrivo del greggio via terra grazie all’oleodotto di Druzhba, è riuscito a strappare agli altri 26 Paesi dell’Unione la rimozione dalla black list stilata da Bruxelles del patriarca di Mosca, Kirill.

Quest’ultimo, infatti, era stato inserito tra le personalità da sanzionare in quanto, tra le altre cose, “responsabile del sostegno o dell’attuazione di azioni o politiche che minano o minacciano” l’Ucraina e “uno dei più importanti sostenitori dell’aggressione dell’esercito russo contro l’Ucraina”. Budapest, però, si è messa di traverso, dimostrando ancora una volta la sua unicità nell’Unione e approfondendo la faglia che, da qualche settimana, sta lacerando quello che un tempo era un blocco unito, il gruppo di Visegrád.

Un successo per l’Ungheria e il suo primo ministro, che in una nota del proprio portavoce ha affermato come sarebbe stato “inappropriato” inserire il patriarca Kirill tra i soggetti da sanzionare, in quanto ciò avrebbe di fatto negato “i principi fondamentali della libertà religiosa”. Anche se, tra Orbán e il leader della Chiesa ortodossa russa, c’è qualcosa in più del mero formalismo giuridico.

Orbán-Kirill, la cristianità che si fa politica

Una “corrispondenza d’amorosi sensi”, avrebbe scritto Ugo Foscolo. Che, a ben guardare, c’è. In Ungheria, la maggioranza della popolazione è religiosa e, in particolare, cattolica. Orbán, al contrario, è calvinista. Anime diverse del cristianesimo, sul quale il primo ministro ungherese ha radicato fortemente il proprio governo e con il quale legittima la propria idea di società e di un ordine alternativo dell’Europa centro-orientale.

Nel 2017, in un discorso tenuto in Transilvania, Orbán ha spiegato come proprio i Paesi dell’est, 27 anni prima, vedevano nell’Europa il futuro. “Adesso, pensiamo che noi siamo il futuro dell’Europa”. Un avvenire diverso da quello occidentale, dunque, che si muova su una strada diversa da quella imboccata dagli altri, che si sono allontanati dalle radici cristiane del continente, dispersi nel multiculturalismo e nel relativismo.

Per Orbán la cristianità deve farsi politica e da questo passaggio dipende il futuro dell’Europa. Un concetto che, proprio per quegli “amorosi sensi”, trova sincera accoglienza nel patriarcato di Mosca. Kirill, del resto, non ha mai mancato nel suo sostegno al concittadino Vladimir Putin, anch’egli di San Pietroburgo come il patriarca. Un “miracolo di Dio”, come lo ha definito, che soprattutto negli ultimi anni si è accorto delle potenzialità agglutinanti dell’ortodossia nello spazio ex sovietico. Ucraina compresa.

Budapest vista da Francesco

Nell’incontro da remoto avvenuto tra il patriarca Kirill e papa Francesco, quest’ultimo ha ricordato al primo il ruolo dei religiosi: non cappellani di guerra, ma medici di campo. Al Corriere della Sera, in un’intervista, Bergoglio era stato ancor più chiaro, definendo Kirill come “chierichetto di Putin”.

Una forte presa di posizione, arrivata dopo i lunghi silenzi del patriarca. Se Francesco non ha esitato a definire “guerra” quella che Mosca presenta come “operazione militare speciale” in Ucraina, Kirill ha tergiversato per qualche giorno e, infine, ha avallato l’attacco. Una sorta di crociata, nell’immaginario del patriarca, che ha bollato come “forze del male” i Paesi ostili alla Russia e che, proprio per questo, consegna all’aggressione russa i crismi della lotta contro l’Apocalisse ovvero, la perdita dei valori cristiani.

Bergoglio, al contrario, non vede l’Apocalisse in arrivo. Lo sguardo di Francesco mantiene sempre un orizzonte ultraterreno: non si dà a questo mondo il compimento del bene. Per questo, cattolicesimo e cristianità non possono abbracciare sistemi politici o alleanze militari, perché ciò significa sacralizzare il contingente.

Per questo, l’uso che anche Orbán fa della religione, come anche altri leader politici, è fermamente condannato dal papa, sin dal suo insediamento nel 2013. Ciò, naturalmente, proprio in coerenza con questa impostazione, non preclude a incontri tra i due, uno dei quali avvenuto anche dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Dialogare con tutti, senza distinzioni tra buoni e cattivi, per Francesco è essenziale nella costruzione della pace. Pietro Mattonai, AffInt. 9

 

 

 

 

Il Papa: "La vecchiaia ha una bellezza unica: camminiamo verso l’Eterno"

 

Udienza Generale del Papa. "Nicodemo.Come può un uomo nascere quando è vecchio?" Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Il Papa continua il ciclo di catechesi sulla Vecchiaia, incentrando la sua riflessione sul tema "Nicodemo. "Come può un uomo nascere quando è vecchio?". Da una Piazza San Pietro calda e assolata il Pontefice commenta: "Tra le figure di anziani più rilevanti nei Vangeli c’è Nicodemo. Nel colloquio di Gesù con Nicodemo emerge il cuore della rivelazione di Gesù e della sua missione redentrice".

Gesù dice a Nicodemo che per “vedere il regno di Dio” bisogna “nascere dall’alto”. "Non si tratta di ricominciare daccapo a nascere, di ripetere la nostra venuta al mondo, sperando che una nuova reincarnazione riapra la nostra possibilità di una vita migliore. Questa ripetizione è priva di senso. Anzi, essa svuoterebbe di ogni significato la vita vissuta, cancellandola come fosse un esperimento fallito, un valore scaduto, un vuoto a perdere. No, non è questo. Questa vita è preziosa agli occhi di Dio: ci identifica come creature amate da Lui con tenerezza", dice Francesco.

"Nicodemo fraintende questa nascita, e chiama in causa la vecchiaia come evidenza della sua impossibilità: l’essere umano invecchia inevitabilmente, il sogno di una eterna giovinezza si allontana definitivamente, la consumazione è l’approdo di qualsiasi nascita nel tempo", continua Papa Francesco.

"L’obiezione di Nicodemo è molto istruttiva per noi - ne è convinto il Papa - Possiamo infatti rovesciarla, alla luce della parola di Gesù, nella scoperta di una missione propria della vecchiaia. Infatti, essere vecchi non solo non è un ostacolo alla nascita dall’alto di cui parla Gesù, ma diventa il tempo opportuno per illuminarla, sciogliendola dall’equivoco di una speranza perduta. La nostra epoca e la nostra cultura, che mostrano una preoccupante tendenza a considerare la nascita di un figlio come una semplice questione di produzione e di riproduzione biologica dell’essere umano, coltivano poi il mito dell’eterna giovinezza come l’ossessione – disperata – di una carne incorruttibile. Perché la vecchiaia è – in molti modi – disprezzata? Perché porta l’evidenza inconfutabile del congedo di questo mito, che vorrebbe farci ritornare nel grembo della madre, per ritornare sempre giovani nel corpo".

Per il Papa"in attesa di sconfiggere la morte, possiamo tenere in vita il corpo con la medicina e la cosmesi, che rallentano, nascondono, rimuovono la vecchiaia. Naturalmente, una cosa è il benessere, altra cosa è l’alimentazione del mito. Non si può negare, però, che la confusione tra i due aspetti ci sta creando una certa confusione mentale". "Tanti interventi chirurgici per apparire più giovani". Il Papa cita anche la Magnani quando dice che le rughe sono un simbolo di esperienza, maturità. "Si diventa solo giovani di faccia, ma quello che conta è il cuore", dice il Papa a braccio.

"La vita nella carne mortale è una bellissima “incompiuta”: come certe opere d’arte che proprio nella loro incompiutezza hanno un fascino unico. Perché la vita quaggiù è “iniziazione”, non compimento: veniamo al mondo proprio così, come persone reali, per sempre. Ma la vita nella carne mortale è uno spazio e un tempo troppo piccolo per custodire intatta e portare a compimento la parte più preziosa della nostra esistenza nel tempo del mondo", dice il Papa durante questa catechesi.

Per Francesco "la vecchiaia ha una bellezza unica: camminiamo verso l’Eterno". Il Papa poi sottolinea in ultimo "la tenerezza" dei vecchi, Dio è così, sa "accarezzare" e la vecchiaia ci aiuta a capire la tenerezza di Dio. "Andiamo avanti e guardiamo i vecchi, messaggeri di una vita vissuta". Aci 8

 

 

 

 

La Chiesa alla prova

 

C’è un’aria di diffusa liberazione nel Paese dai forti vincoli di una pandemia che, per troppo tempo, ha condizionato le nostre vite. Una liberazione che ha avuto il suo clou nel Primo maggio scorso, tornato a essere festeggiato in molte piazze d’Italia, proprio nei giorni in cui sono state abolite le restrizioni anti Covid. E ciò pur sotto la cappa di piombo del dramma bellico che si sta consumando in Ucraina. Tuttavia, accanto alla voglia di voltare pagina e celebrare il ritorno alla normalità, continua nella parte più sensibile del Paese l’esigenza di riflettere sulle conseguenze della pandemia sui più svariati ambiti della società. Si tratta di un discernimento che coinvolge anche la Chiesa e il cattolicesimo italiano, che escono frastornati da un periodo che da un lato ha scompaginato la normale vita delle comunità cristiane (e gli equilibri religiosi sin qui prevalenti) e dall’altro ha innescato varie sfide (dagli esiti incerti) circa il futuro della fede cristiana.

A detta di alcuni commentatori e figure religiose, l’esperienza della pandemia ha reso più evidente il declino della Chiesa e della cultura cattolica nell’Italia di oggi, la loro perdita di attrattività e di rilevanza sociale e spirituale. E ciò sia perché la Chiesa sembra essere stata del tutto marginale nella gestione dell’emergenza sanitaria, a fronte dell’apporto più fecondo e costruttivo offerto da altri attori sociali, quali i medici, gli infermieri, gli uomini di scienza. Sia, soprattutto, perché – a eccezione dell’importante ruolo avuto in tutto il periodo da papa Francesco – si è notata la carenza di figure religiose in grado di aiutare il Paese a riflettere in profondità sul dramma pubblico che si stava vivendo, sulle morti in solitudine e senza funerali, sulle bare accatastate, sul senso di eventi che hanno stravolto la vita umana, civile, ecclesiale. 

Al riguardo, qualche teologo ha parlato di una preoccupante evanescenza della dimensione escatologica del cristianesimo. Di qui il lamento per un mondo cattolico che continua a fare “l’infermiere della storia” (con riferimento a una carità sociale ancor viva e operosa pure in questi due anni di pandemia), anche se non pare più in grado di incidere sulle coscienze e di offrire un apporto significativo per il discernimento spirituale nelle diverse situazioni.

Oltre a ciò, l’esperienza della pandemia ci consegna un mondo ecclesiale e cattolico sempre più diviso e frammentato al proprio interno, che sta perdendo il suo collante di fondo. Molte chiese e comunità locali hanno perlopiù subìto gli eventi, senza mostrare una qualche capacità reattiva, coltivando magari l’attesa velleitaria che, nel breve periodo, tutto possa ritornare come prima; mentre altre realtà ecclesiali hanno sperimentato nuove forme di comunicazione religiosa e spirituale pur in un contesto di blocco o di sconvolgimento dell’attività pastorale ordinaria. 

In parallelo, l’esperienza della pandemia ha accentuato la distanza culturale e religiosa tra quanti vivono un’appartenenza cattolica nominale o anagrafica rispetto ai soggetti che esprimono un cattolicesimo più impegnato. È proprio l’area grigia della religiosità quella che ha vissuto il tempo della pandemia senza un particolare coinvolgimento religioso; e che nel post-pandemia appare restia a riprendere i contatti con gli ambienti ecclesiali, riducendo ulteriormente la sua presenza ai riti comunitari e la domanda di sacramenti.

Nell’operare un consuntivo dei cambiamenti intervenuti nel periodo, varie Chiese e comunità locali non si limitano, tuttavia, a riflettere sul calo della partecipazione ai riti comunitari, sulla difficoltà a riproporre nel tempo attuale le consuete attività pastorali, sul fatto che le quote giovani siano sempre meno presenti negli ambienti ecclesiali. Ciò in quanto – a detta di molti – la pandemia ha rappresentato per la Chiesa non solo un tempo di crisi, ma anche un “tempo di Grazia, ricco di Presenza e di presenze”; in particolare per le comunità e le parrocchie che l’hanno vissuto non in attesa che finisca, ma come un momento propizio per riflettere sulle cose che contano, anche da un punto di vista cristiano. 

In questo quadro, la sospensione o la riduzione delle attività ha permesso alle Chiese locali più sensibili (certo, non a tutte) di dedicare più tempo alla preghiera e alla formazione personale e comunitaria, anche attraverso l’utilizzo delle modalità on line (e coinvolgendo le famiglie nelle loro situazioni di vita); di riscoprire e rafforzare le relazioni sia tra i membri della comunità (tra i preti, i laici e le famiglie assidue), sia con le persone in difficoltà sul territorio; di dare più spazio alle domande di senso che oggi interpellano le coscienze, agli interrogativi sulla presenza/assenza di Dio nei periodi più bui della storia umana, al significato del vivere e del morire, al discernimento dei segni dei tempi attraverso il Vangelo.

In altri termini, il lockdown (con i piani pastorali “saltati”) sembra aver spinto la Chiesa di base a una presenza più essenziale nella società, più orientata all’annuncio e alla testimonianza del Vangelo, meno sbilanciata sul fare e sull’efficienza, più attenta alla relazione e alla collaborazione e fraternità interna.

Qualcuno parla di una conversione spirituale della Chiesa di base, a seguito appunto del lockdown. Altri di una Chiesa che si comprende e prefigura come più leggera, più snella, in quanto la riduzione al minimo delle attività ha avuto un effetto purificante. Per altri ancora, il lockdown ha fatto emergere la fragilità delle comunità parrocchiali, che era già ampiamente visibile anche se perlopiù nascosta dall’attivismo. Una fragilità che solleva la questione centrale del tipo di fede che viene proposta e trasmessa dalle varie comunità, di quale rappresentazione di Dio venga veicolata oggi dalla presenza cristiana; vista la “poca fede” delle persone che prima frequentavano e ora sono disperse, e il grande vuoto dei ragazzi e dei giovani negli ambienti ecclesiali. Franco Garelli, Vita Pastorale giugno

 

 

 

 

La vita di ogni essere umano è un valore e va difesa, secondo la Evangelium Vitae

 

 

Il rettore dalla Università cattolica di Lublino firma un accordo con la Università Cattolica di Roma - Di Justyna Galant

 

ROMA. La collaborazione scientifica e di ricerca con il Policlinico Gemelli e con l’Università „La Sapienza” a Roma è garanzia dell’alto livello di studi di medicina alla KUL, che cominceranno a breve – ha affermato il Prof. Miros?aw Kalinowski, Magnifico Rettore. Il 6 giugno 2022 a Roma la KUL ha firmato un accordo di collaborazione con l’Università „La Sapienza” e con il Policlinico Gemelli. All’incontro hanno partecipato il Ministro dell’Educazione e delle Scienze Przemyslaw Czarnek e il dr Radoslaw Sierpinski, Presidente dell’Agenzia di Ricerca Medica.

Durante l’incontro il Ministro Przemyslaw Czarnek ha sottolineato che nell’ambito medico, tutto ciò che è stato fatto, è per il prossimo, e questo si inserisce profondamente nella posizione cristiana. "Sono convinto che questo incontro ci permetta già da oggi di iniziare una collaborazione su concreti progetti scientifici, al cui centro vi è la persona” – ha affermato nell’incontro il Ministro per l’Educazione e la Scienza.

Il professor Kalinowski ha fatto presente che grazie alla collaborazione con i migliori atenei del mondo, gli studenti di medicina della KUL possano acquisire conoscenze sulla base delle ricerche più recenti e dai migliori specialisti. „Lo sviluppo di imprese educative, cliniche e sociali comuni, la collaborazione nell’ambito della ricerca scientifica e medica negli ospedali e nel territorio degli atenei medici, così come l’ampliamento e il rafforzamento delle capacità e dei potenziali sia dei lavoratori che degli studenti, sono solo alcune delle possibilità che risultano dall’accordo firmato oggi – ha affermato il Rettore della KUL.

"Ritengo che, oltre all’apertura di un nuovo indirizzo di studi, inizi un nuovo capitolo della storia dell’Università Cattolica di Lublino Giovanni Paolo II. Medicina nella KUL si iscrive in modo naturale alla visione profondamente cristiana della natura dell’essere umano come unità spirito-corpo. Questo ce lo ha insegnato S. Giovanni Paolo II, nostro docente per molti anni. Di questo vogliamo oggi vivere” – ha sottolineato il Rettore della KUL.

 Kalinowski riferendosi alle parole dell’Enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II ha sottolineato che la vita di ogni essere umano è un valore in sé stessa e il nostro compito è la difesa della sua inviolabilità, in ogni sua tappa. “Siamo chiamati ad abbracciare la vita con cura e rispetto, in particolare quella segnata dalla malattia e dalla vecchiaia. Pertanto vogliamo fare ogni sforzo per garantire che la formazione del futuro personale medico sia del più alto livello possibile” – ha dichiarato il Rettore della KUL.

L’Università Cattolica di Lublino Giovanni Paolo II nell’autunno 2023 inizierà la formazione dei futuri medici. Inizialmente potranno studiare medicina alla KUL 60 persone. In precedenza l’Istituto di Scienze della Salute della KUL aveva avviato una stretta collaborazione con il Medical College of Wisconsin negli USA nel campo degli scambi accademici e della ricerca medica, principalmente nel campo dell'oncologia. Inoltre la KUL collabora con la facoltà di medicina dell’Università di Pamplona, uno dei migliori centri privati di formazione per i medici. Aci 8

 

 

 

Un’inutile strage

 

«La corsa agli armamenti anche quando è dettata da una preoccupazione di legittima difesa... costituisce in realtà un furto, perché i capitali astronomici destinati alla fabbricazione e alle scorte delle armi costituiscono una vera distorsione dei fondi da parte dei gerenti delle grandi nazioni o dei blocchi meglio favoriti. La contraddizione manifesta tra lo spreco della sovrapproduzione delle attrezzature militari e la somma dei bisogni vitali non soddisfatti (Paesi in via di sviluppo, emarginati e poveri delle società abbienti) costituisce già un’aggressione verso quelli che ne sono vittime. Aggressione che si fa crimine: gli armamenti, anche se non messi in opera, con il loro alto costo uccidono i poveri, facendoli morire di fame». 

Ho voluto iniziare questa mia riflessione citando un documento del 3 giugno 1976: La Santa Sede e il disarmo generale. Sono passati 46 anni, ma è ancora un testo di grande attualità. Per tutti. Per i credenti, a cominciare da noi pastori, e per tutte le donne e gli uomini che vogliono la pace. Sono parole nette, chiare e taglienti: aggressione che si fa crimine. Condanna che si riallaccia a tutta la tradizione del Magistero della Chiesa. Penso a papa Benedetto XV che nel 1917 definì la guerra che era in corso una «inutile strage». E penso anche ai numerosissimi interventi di papa Francesco, ad esempio il 24 marzo scorso: «Io mi sono vergognato quando ho letto che non so, un gruppo di Stati si sono compromessi a spendere il due per cento, credo, o il due per mille del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta adesso... la pazzia, eh? La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo, non facendo vedere i denti, come adesso, no?, un mondo ormai globalizzato, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali». E quante volte parlando della guerra Francesco ha usato parole come: ripugnante, disumana, barbara, sacrilega. La corsa agli armamenti e le spese militari portano alla strage folle della guerra.

Secondo dati autorevoli del Sipri, nel 2021 la spesa militare nel mondo ha raggiunto la cifra di 2.113 miliardi di dollari. Non ci sono parole! È davvero una follia! E qui in Italia il Parlamento ha approvato a larghissima maggioranza, solo 19 contrari, un ordine del giorno che impegna il Governo ad avviare l’incremento delle spese per la Difesa verso il traguardo del 2% del Pil. Che vuol dire passare dagli attuali 68 milioni di euro al giorno a circa 104 milioni di euro al giorno: 36 miliardi annui! E tutto sullo scenario orrendo della guerra in Ucraina, che diventa quasi occasione di stimolo a investire ancor di più in armi. Altro che pace! E, infatti, sentiamo risuonare sempre di più, per bocca di politici e commentatori vari, la tetra e sanguinosa frase degli antichi «Si vis pacem, para bellum». Sì, davvero stiamo preparando nuove guerre. Forse vogliamo andare verso la Terza guerra mondiale? Anche con le bombe atomiche, presenti sul territorio italiano a Ghedi e Aviano?

E non ci vuole grande intelligenza per capire che tutti questi soldi investiti per le armi vengono inevitabilmente sottratti ad altre esigenze fondamentali per la comunità: sanità, scuola, lavoro, ambiente ecc. Ora addirittura abbiamo sentito la proposta di togliere l’Iva alle armi. Siamo travolti sia a livello nazionale che a livello mondiale da un’economia sempre più armata. Dove i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Ce lo ricordava già Paolo VI nella Populorum progressio del 1967 al n. 53: «Quando tanti popoli hanno fame ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile. Noi abbiamo il dovere di denunciarlo. Vogliano i responsabili ascoltarci prima che sia troppo tardi».

Purtroppo i politici sanno “girare bene la frittata” e arrivano anche a dire – come il Sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè (un anno fa circa, a proposito degli aerei caccia F-35 dal costo di circa 150 milioni di euro l’uno): «Gli F-35 possono anche essere sistemi di difesa e utilizzati a scopi civili». Come si può dire questo? Giustificare una spesa così folle mascherata con improbabili e impossibili usi civili? Certo siamo chiamati a testimoniare la speranza, e la pace è più forte della guerra. Penso, ad esempio, anche con l’adesione alla campagna banchearmate.org, che invita a scrivere alla propria banca, chiedendo se è coinvolta nel traffico di armi. E, in caso affermativo, arrivare anche a chiudere il proprio conto presso quell’Istituto bancario.

Sono giorni di dolore e di pianto. Un pianto che ci chiede di denunciare i grandi interessi... come affermava papa Francesco a Redipuglia il 13 settembre 2014: «Anche oggi le vittime sono tante Come è possibile questo? È possibile perché anche oggi dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante!». Siamo invitati a non tacere, a «obbedire a Dio invece che agli uomini» (At 5).

Credo sia un imperativo morale per tutta la Chiesa: rendere ragione della speranza che è in noi. Come ci ricordava don Tonino Bello, ora venerabile, già presidente di Pax Christi, all’Arena di Verona il 30 aprile 1989: «Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire, che la nonviolenza attiva è criterio di prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena se non abbiamo la forza di dire tutto questo, rimarremo lucignoli fumiganti invece che essere ceri pasquali». Giovanni Ricchiuti, Vita pastorale giugno

 

 

 

 

Attentato in Nigeria, la solidarietà dei vescovi italiani e l'affetto del Papa

 

La vicinanza dei vescovi in Italia e il telegramma di cordoglio di Papa Francesco

 

CITTÀ DEL VATICANO. "Esprimiamo profondo cordoglio per il brutale attacco che a Owo, nello Stato di Ondo, ha provocato decine di vittime tra i fedeli che ieri celebravano la Solennità di Pentecoste. Ci stringiamo al vostro dolore, invocando per quanti sono stati uccisi la misericordia del Padre e la consolazione del Paraclito per le loro famiglie". Sono queste le parole che il Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ha inviato a Monsignor Jude Ayodeji Arogundade, Vescovo di Ondo, per l'attacco avvenuto ieri in una chiesa in Nigeria. Ieri hanno perso la vita 50, tra cui bambini. Sono altrettanti i fedeli rimasti feriti.

"Nel manifestare solidarietà e vicinanza all’intera Chiesa di Nigeria, assicuriamo la nostra preghiera affinché lo Spirito non faccia mancare la sua forza e il suo conforto a quanti soffrono. Come il Cireneo, condividiamo il dramma di quanto avvenuto, portando insieme a voi il peso della Croce, nella consapevolezza che il nostro cammino sarà sempre rischiarato dalla luce della Risurrezione. Il male non avrà mai l’ultima parola! Anche se l’oscurità e la morte sembrano avvolgere il mondo, siamo certi che la forza della preghiera e il dono della fede diraderanno le nubi. A lei, ai fratelli Vescovi e a tutte le donne e gli uomini di buona volontà della Nigeria, l’affetto delle Chiese che sono in Italia", dice Zuppi.

Anche Papa Francesco con un telegramma a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, esprime la sua vicinanza spirituale alla diocesi di Ordo. Francesco assicura la sua "vicinanza spirituale a tutti coloro che sono stati colpiti da questo atto di indicibile violenza", quindi "raccomanda le anime dei morti alla misericordia di Dio" ed "implora la guarigione e la consolazione divina sui feriti e su coloro che vivono il lutto". Aci 7

 

 

 

Papst: Zuerst muss die Mentalität geändert werden

 

Um eine auf dem Evangelium basierende Denk- und Lebensweise in der Gesellschaft zu verbreiten, muss die Mentalität verändert werden. Dies sagte Papst Franziskus am Samstagmittag im Vatikan während einer Audienz mit den Teilnehmern des Generalkapitels der Gesellschaft des Heiligen Paulus (Pauliner). Mario Galgano - Vatikanstadt

 

Der Ausdruck man solle „die Denkweise erneuern“ sei das Herzstück „für ein geistliches und apostolisches Leben“, so der Papst an seine Gäste im Vatikan gerichtet. Dies habe der Gründer der Pauliner, der selige Giacomo Alberione, für Sie ausgearbeitet und kodifiziert hat, und zwar ausgehend von der Erfahrung des Apostel Paulus. Es reiche nicht aus, die Medien zu nutzen, um die christliche Botschaft und das Lehramt der Kirche zu verbreiten, fuhr Franziskus fort; die Botschaft selbst müsse in die neue, durch die moderne Kommunikation entstandene Kultur integriert werden. Dies sei eine Kultur, die noch vor den Inhalten entstehe, „weil es neue Kommunikationswege mit neuen Sprachen, neuen Techniken und neuen psychologischen Einstellungen gibt“. In seiner freigehaltenen Rede erläuterte der Papst:

„Nehmen wir die heutigen Medien: Es mangelt an Sauberkeit, an Ehrlichkeit, an Vollständigkeit. Desinformation ist an der Tagesordnung: Es wird etwas gesagt, aber vieles andere wird verschwiegen. Wir müssen dafür sorgen, dass dies in unserer Glaubenskommunikation nicht geschieht. Es muss vielmehr eine Kommunikation gefördert werden, die genau aus der Berufung kommt, aus dem Evangelium, klar und deutlich und die mit dem Leben den Glauben bezeugt.“

Zwischenmenschliche Beziehungen

Ein zentrales Thema in diesem Zusammenhang seien die zwischenmenschlichen Beziehungen in der globalisierten und hypervernetzten Welt. Es sei ein Schlüsselthema sowohl auf menschlicher und sozialer als auch auf kirchlicher Ebene, denn das gesamte christliche Leben beginne und entwickele sich in den Beziehungen von Mensch zu Mensch. Und inzwischen, nach der anfänglichen Euphorie über die technologischen Neuerungen, müssten wir uns bewusst sein, dass es nicht ausreichE, „im Netz“ oder „vernetzt“ zu leben, sondern dass wir sehen müssten, inwieweit unsere Kommunikation, die durch das digitale Umfeld bereichert werde, tatsächlich Brücken baue und zum Aufbau einer Kultur der Begegnung beitrage. Und wörtlich sagte der Papst:

„Versucht, diesen Stil der Gemeinschaft vor allem unter euch, in euren Gemeinschaften und in der Kongregation zu pflegen, indem ihr die Synodalität praktiziert, wie wir vorgeschlagen haben, in der ganzen Kirche zu vertiefen und vor allem auf allen Ebenen auszuüben. Ich wende mich an Sie und bitte Sie, Ihr Charisma in den Dienst dieses Prozesses zu stellen, d.h. der Kirche zu helfen, den Weg gemeinsam zu gehen, indem Sie die Medien optimal nutzen. Es handelt sich um einen Dienst, dem Sie schon immer Ihre Aufmerksamkeit geschenkt haben, der aber in dieser Phase thematische Überlegungen und Studien erfordert. In zwei Worten zusammengefasst, geht es um Synodalität und Kommunikation.“

Was ist die Gesellschaft des heiligen Paulus?

Mit der Gründung der Gesellschaft (Brüder und Priester) am 20. August 1914 durch den italienischen Seligen Priester Giacomo Alberione, nahm die „Paulus-Familie“ ihren Anfang. Heute besteht die Gesellschaft des Heiligen Paulus aus verschiedenen Ordensinstituten und Säkularinstituten. Die kirchliche Approbation erfolgte für die Paulus-Schwestern am 27. Juni 1949 durch Papst Pius XII. Heute sind die Brüder, Priester und Schwestern auf allen Kontinenten in über 30 Ländern vertreten. Das Zentrum in Rom bilden Institut und Heiligtum um die Basilika Santa Maria Regina degli Apostoli alla Montagnola. In Deutschland besteht eine Niederlassung in München. Das Ziel der Gesellschaft ist die „Verkündung und Verbreitung des Evangeliums durch die Massenmedien“ und Leben und Arbeiten im Lichte der paulinischen Theologie. Seit 2004 ist Silvio Fausto der Generalsuperior des Ordens. (vn/sanpaolo.org 18)

 

 

 

 

Sachsens Ministerpräsident Kretschmer beim Papst

 

Sachsens Ministerpräsident Michael Kretschmer war an diesem Freitag im Vatikan bei Papst Franziskus zu Besuch. Bei dem ungewöhnlich langen Gespräch ging es unter anderem um den Ukraine-Krieg, aber auch um den Synodalen Weg in Deutschland.

Es sei ein „sehr bewegendes und konzentriertes Gespräch“ mit dem Papst gewesen, sagte Kretschmer im Anschluss vor Journalisten im Vatikan. „Franziskus ist eine beeindruckende Persönlichkeit, voller Kraft und voller Klarheit und einem Willen zu gestalten. Es ist gut, dass wir diesen Heiligen Vater jetzt in dieser schwierigen Zeit haben“, würdigte Sachsens Ministerpräsident das Kirchenoberhaupt. Er nehme viele Mut machende Aussagen und Gedanken aus der Begegnung wieder mit nach Hause.

„Dieser Konflikt kann nicht auf dem Schlachtfeld entschieden werden, er muss am Verhandlungstisch entschieden werden, und das so schnell wie möglich“

Besonders habe ihn persönlich interessiert, wie der Papst den Krieg in der Ukraine sehe: „Natürlich ist das Thema, welches uns heute alle bewegt, hier in Rom, bei uns in Deutschland und überall auf der Welt, dieser furchtbare Krieg in der Ukraine und wir alle wünschen uns, dass Frieden herrscht und wir alle wollen unseren Beitrag dazu leisten, dass die Waffen wieder schweigen. Dieser Konflikt kann nicht auf dem Schlachtfeld entschieden werden, er muss am Verhandlungstisch entschieden werden - und das so schnell wie möglich, weil die Folgen für die Menschen in der Ukraine so furchtbar sind und wir verhindern müssen, dass wir alle auf der Welt hier in ein einziges Chaos gestürzt werden. Natürlich liegt der Schlüssel für diesen Frieden in Moskau, das muss man auch immer wieder so deutlich sagen.“

In diesem Zusammenhang seien die Wortmeldungen des Papstes nicht nur wichtig, sondern an „Eindrücklichkeit und Eindringlichkeit“ kaum zu überbieten, und das sei „genau das Richtige“, betont Kretschmer: „Ich glaube, der Papst hat mit seiner Wortmeldung seinen moralischen Standpunkt sehr klar gemacht. Es ist ein Verbrechen, was hier stattfindet, und das muss beendet werden und es müssen alle daran mitwirken, dass wieder Frieden entsteht. Dies einmal deswegen, weil dort, wo dieser Krieg gerade tobt, sehr viele Menschen sterben und ins Unglück gestüzt werden, aber insgesamt auch die Situation auf der Welt sehr bedrohlich wird, braucht es viel mehr Akteure, die den Frieden suchen. Das ist das, was er gesagt hat, und das finde ich sehr richtig.“

 

Synodaler Weg: Signal und Aufbruch

Doch auch über den Synodalen Weg habe man sich ausgetauscht und über die Frage, welche Diskussionen es Rom dazu gebe. Er selbst habe auf dieser Reise und durch die dabei stattfindenden Gespräche nochmals neue Einsichten in das Reformprojekt der katholischen Kirche in Deutschland erhalten und gemerkt, „wie wichtig es den katholischen Christen in Deutschland ist, dass es ein Signal, einen Weg des Aufbruchs und der Selbstvergewisserung nach diesen furchtbaren sexuellen Übergriffen gibt. Sie leiden darunter, sie wollen da einen klaren Schnitt machen, ein klares Verhältnis dazu entwickeln.“

Der Weg aus der Krise in Deutschland sei in dem Projekt des Synodalen Weges identifiziert worden, zu dem man auch in Rom viele Fragen spüre, meint Kretschmer. „Es wird viel Kommunikation brauchen, auch hier mit dem Heiligen Vater und dem Heiligen Stuhl, um damit zu einem Ergebnis zu kommen. Es gibt derzeit glaube ich viele Fragen, noch nicht zu jedem Punkt eine Antwort, aber das Anliegen, dass dieses Thema (Missbrauch, Anm. d. Red.) geklärt wird, dass es für die Zukunft ausgeschlossen ist, dass diese Kirche, die so wichtig ist für den gesellschaftlichen Zusammenhalt in Deutschland, die so eine große Rolle in vielerlei Hinsicht hat, indem sie Themen anspricht, indem sie im Sozialbereich engagiert ist, indem sie Menschen auffängt und ihnen Orientierung und Haltung gibt - das ist so enorm wichtig und deshalb wünsche ich Ihnen sehr, dass Sie damit erfolgreich sind,“ so Kretschmer an die Adresse seiner katholischen Begleiter.

Ein weiterer Punkt des Gesprächs habe sich um Umweltpolitik gedreht. Es gehe darum, der jungen Generation bei dem wichtigen Thema Hoffnung zu geben und sie einzubeziehen, nicht in „Depression zu stürzen“, betonte Sachsens Ministerpräsident: „Es braucht eine positive Energie, um diese großen Herausforderungen des Klimaschutzes zu klären und die gelingen nicht in Traurigkeit und Hoffnungslosigkeit, sondern immer nur durch einen positiven Antritt. Und dieses Positive, dieses Mutmachende, ist etwas, was der Papst uns immer wieder gesagt hat, und er hat an dieser Stelle auch genau Recht.“

Viel Vermittlungseinsatz des Papstes

Er sei froh über den ökumenischen Ansatz, den man bei der katholischen Kirche in Sachsen, aber auch deutschlandweit und bei Papst Franziskus in ganz besonderer Weise spüre, so Kretschmer, der selbst der evangelischen Kirche angehört: „Man kann ihm nur dankbar sein, dass er so viel Kraft darauf aufwendet, die Weltreligionen zusammen im Gespräch zu halten und auch dort das Gemeinsame und Verbindende und Frieden zu suchen. Denn wir haben nur dann eine gute Zukunft, im Kleinen, in einem Ort, in einem Land, in einer Stadt, auf der Welt, wenn diese Religionen miteinander im Gespräch und im Einklang sind. Und das braucht Führung, Persönlichkeiten, die genau diese Haltung vorleben. Das ist bei Papst Franziskus genau der Fall und wir können dankbar sein, dass er diese Aufgabe so annimmt.“

Der Ministerpräsident kam unter anderem in Begleitung des katholischen Bischofs von Dresden-Meißen, Heinrich Timmerevers, und der Vorsitzenden des Katholikenrates seines Bistums, Martina Breyer, nach Rom. Timmerevers wird in der kommenden Woche zu einer Privataudienz bei Papst Franziskus empfangen. Für das Apostolische Almosenamt brachte die Delegation eine gemeinschaftliche Sachspende von 83 Schlafsäcken mit, um für die Bedürftigen, die durch den karitiativen Arm des Papstes betreut werden, konkrete Hilfe zu leisten. Weitere Gesprächspartner in Rom waren der Präventionsexperte P. Hans Zollner sowie die Basisgemeinschaft Sant’Egidio. Kretschmer traf auch mit Vertretern der Region Latium zusammen, um eine Regionalpartnerschaft für Sachsen und Latium auf den Weg zu bringen.

Am Donnerstagabend hatte Bischof Timmerevers in der deutschsprachigen Gemeinde Santa Maria dell'Anima auch eine Messe zum Patronatsfest des Bistums Dresden-Meißen gefeiert. Der 16. Juni ist der Gedenktag des heiligen Benno, der im elften Jahrhundert auf dem Meißner Bischofsstuhl saß.  (vn 17)

 

 

 

Papst wünscht sich Theologie in verständlicher Sprache

 

Theologie ist ein „Dienst am lebendigen Glauben der Kirche“. Das hat Papst Franziskus an diesem Freitag gegenüber Ausbildern des Erzbischöflichen Seminars von Mailand betont, die er anlässlich des 150-jährigen Jubiläums der theologischen Zeitschrift „La Scuola Cattolica" in Audienz empfing.

 „Viele denken ja, dass der einzige Nutzen von theologischer Wissenschaft darin bestünde, künftige Priester, Ordensleute oder auch Mitarbeitende in der Seelsorge und Religionslehrende auszubilden. Auch in der Kirche erwartet man sich nicht immer besonders viel von der theologischen Wissenschaft… Doch die Gemeinschaft braucht die Arbeit derer, die versuchen, den Glauben zu interpretieren, zu übersetzen, verständlich zu machen, auch mit neuen Worten: Das ist eine Arbeit, die jede Generation von neuem leisten muss.“

Für eine lebendige theologische Sprache

Darum müsse aber auch die Sprache der Theologie „immer lebendig, dynamisch“, um Verständlichkeit bemüht sein, fuhr Franziskus fort. „Oft bestehen die Predigten oder Katechesen zu einem guten Teil aus Moralismen, die nicht sehr theologisch sind – also nicht dazu imstande, zu uns von Gott zu sprechen und auf die Fragen nach Sinn zu antworten, die das Leben der Menschen begleiten.“

Die Suche nach Sinn anregen

„Oft bestehen die Predigten oder Katechesen zu einem guten Teil aus Moralismen“

Das Gefühl, dass es keinen Sinn im Leben gebe, sei eine der Haupt-Herausforderungen unserer Zeit, so der Papst weiter.

„Die Theologie hat heute mehr denn je die große Aufgabe, die Suche nach dem Sinn zu stimulieren und zu orientieren, den Weg zu erleuchten. Fragen wir uns immer von neuem, wie wir die Wahrheit des Glaubens heute kommunizieren können und wie wir dabei auch die sprachlichen, sozialen, kulturellen Veränderungen einbeziehen können.“

Es müsse immer „die Verbindung zwischen Glauben und Leben“ sichtbar bleiben: „Seien wir vorsichtig, nicht in die Selbstbezüglichkeit abzurutschen“.

(vn 17)

 

 

 

 

Missbrauch: Bischof von Münster bittet um Entschuldigung

 

Der Bischof von Münster, Felix Genn, hat für den Umgang mit Missbrauchsskandalen in seinem Bistum um Entschuldigung gebeten. Das sagte er an diesem Freitag vor der Presse in seiner Bischofsstadt.

 

Genn bedankte sich bei allen, die an der Missbrauchs-Studie zum Bistum Münster mitgewirkt haben. Die von Forschern der Uni Münster erstellte Studie, die am letzten Montag vorgestellt wurde, attestiert früheren und heute aktiven Bischöfen große Fehler im Umgang mit Missbrauchsfällen; auch hätten sie zur Vertuschung von Fällen beigetragen. Die Studie spricht von 610 Betroffenen und fast 200 Beschuldigten im Zeitraum von 1945 und 2020. Genn nannte die Studie an diesem Freitag „umfassend, seriös und fundiert“.

„Das, was die Wissenschaftler im Blick auf Beschuldigte und kirchliche Verantwortungsträger darstellen, zeugt von einer massiven Diskrepanz zwischen Predigen und Handeln, zwischen dem, was kirchliche Verantwortungsträger die Menschen lehrten, und den Maßstäben, die sie an sich selbst anlegten.“

Genn räumt Fehler ein

„Habe auch selbst Fehler gemacht“

Der Bischof übernahm auch ausdrücklich die Verantwortung für eigene Fehler im Umgang mit sexuellem Missbrauch. „Als Bischof von Essen hatte ich etwa mit dem Fall des Priesters H. zu tun, der im Gutachten der Erzdiözese München und Freising ausführlich dargestellt wird: ein mehrfacher Missbrauchstäter, der von Essen nach München und Freising versetzt worden war, lange bevor ich Bischof von Essen wurde. In diesem Fall habe ich mich auf das verlassen, was die Verantwortlichen in München mir zugesagt haben. Das war rückblickend ein Fehler.“

Auch als Bischof von Münster habe er im Umgang mit sexuellem Missbrauch Fehler gemacht. „Insbesondere war ich in den Anfangsjahren als Bischof von Münster bei manchen Auflagen, die ich Beschuldigten gemacht habe, zu milde und habe nicht hart genug durchgegriffen. In einzelnen Fällen waren die Auflagen nicht genau genug formuliert oder wurden nicht hinreichend kontrolliert. Auch habe ich Pfarreien nicht rechtzeitig oder hinreichend über Missbrauchstäter, die bei ihnen im Einsatz waren, informiert.“ Genn beteuerte, er habe aus diesen Fehlern gelernt.

Keine Rücktrittsgedanken

Zurücktreten will der Bischof von Münster allerdings nicht: Er habe nicht vertuscht und habe auch nicht „die Interessen der Institution über die Sorge um die Betroffenen gestellt“. Die ihm verbleibende Amtszeit wolle er nutzen, um „mit höchstem Engagement“ gegen Missbrauch zu kämpfen.

Die Studie wirft nach Genns Eindruck „ein erschreckendes Licht auf die institutionellen und systemischen Faktoren sexuellen Missbrauchs“ und „auf die verheerenden Auswirkungen einer rigiden Sexualmoral, eines völlig überhöhten Priesterbildes, eines geschlossenen Systems, das wesentlich von Männern geprägt und bestimmt war“.

„Bin bereit, Macht abzugeben“

Die Forscher zeigten auch deutlich auf, dass sexueller Missbrauch immer auch Missbrauch von Macht sei. „In der katholischen Kirche wurde er durch ein gänzlich fehlgeleitetes Verständnis von Autorität und Hierarchie, das sich insbesondere in einem überhöhten Priesterbild zeigte, begünstigt. Damit muss Schluss sein.“

Er selbst sei bereit, Macht abzugeben, machte Genn deutlich. „Als Bischof bin ich Seelsorger und ‚Mitbruder‘, zugleich aber auch Vorgesetzter und Richter. Das empfinde ich als problematisch. Und wenn ich es richtig verstehe, sehen die Wissenschaftler das auch so…“ Darum stelle er sich „gern und freiwillig“ den Urteilen kirchlicher Verwaltungsgerichte „und damit einer unabhängigen Kontrollinstanz“. Er habe eine Prüfung in Auftrag gegeben, „wie und unter welchen Umständen eine vorübergehende diözesane kirchliche Verwaltungsgerichtsbarkeit im Bistum Münster jetzt schon eingeführt werden könnte, obwohl es noch keine Festlegungen hierzu aus Rom und auf Ebene der Deutschen Bischofskonferenz gibt“. Ein Ergebnis dieser Prüfung soll bis Jahresende vorliegen.

Genn will sich an Entscheidungen diözesaner Gremien binden

„Weiter möchte ich Macht abgeben, indem ich die Gremienstruktur in unserem Bistum neu ordnen werde… Obwohl kirchenrechtlich die Letztverantwortung in vielen Fragen beim Bischof bleiben wird, bin ich bereit, mich im Rahmen einer Selbstverpflichtung an die Entscheidungen diözesaner Gremien zu binden und das auch verbindlich festzuschreiben.“

Personalentscheidungen im Bistum Münster sollten in Zukunft „transparenter, nachvollziehbarer und partizipativer“ getroffen werden. Dafür setzt der Bischof auf eine geänderte Zusammensetzung der Personalkonferenz, in der bislang nur Männer („überwiegend Priester“) sitzen. Außerdem wird im Bistum ab dem 1. Januar nächsten Jahres eine Person im Einsatz sein, die überprüfen soll, dass die Auflagen gegen beschuldigte Kleriker auch eingehalten werden. Und Genn kündigte an, dass im Bistum eine unabhängige Aufarbeitungskommission eingerichtet wird.

Kein eigener Betroffenenbeirat im Bistum Münster

Mit dem früheren Hamburger Erzbischof Werner Thissen, dem die Studie „ein deutliches Fehlverhalten im Umgang mit sexuellem Missbrauch im Bistum Münster“ nachweist, habe er in dieser Woche gesprochen, so Genn. „Er bekennt sich, was er bereits öffentlich getan hat, zu diesen schweren Fehlern.“ Der emeritierte Domkapitular Theodor Buckstegen, dem ebenfalls „massives Fehlverhalten“ bescheinigt wird, habe ihn – Genn – gebeten, „ihn als Domkapitular zu entpflichten. Ich werde dieser Bitte nachkommen“.

Einen eigenen Betroffenenbeirat für das Bistum Münster will Bischof Genn nicht. „Stattdessen beschreiten wir den Weg einer völlig bistumsunabhängigen, selbst organisierten Betroffenenbeteiligung.“ Auch der Beraterstab zum Umgang mit sexuellem Missbrauch sei „bereits seit einigen Jahren mit Menschen besetzt, die unabhängig vom Bistum sind“. (vn 17)

 

 

 

 

Peterspfennig: Projekte im Wert von 10 Millionen Euro finanziert

 

Der Vatikan hat das Budget 2021 für die Kollekte zur Unterstützung der Wohltätigkeitswerke des Papstes weltweit veröffentlicht. Dank des sogenannten Peterspfennigs konnten rund 47 Millionen Euro gesammelt werden, mit denen Hilfsprojekte in 67 Ländern finanziert wurden. Die USA, Italien und Deutschland gehören zu den größten Beitragszahlern. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Der Haushaltsplan des Peterspfennigs ist diesmal fünf Seiten lang. Darin sind die Zahlen der traditionellen Kollekte, die Ende Juni weltweit gesammelt wird, aufgelistet: Mittel, die der Großzügigkeit einzelner Gläubiger, Diözesen und karitativer Organisationen zu verdanken sind, wie es in der Mitteilung aus dem Vatikan heißt.

Im vergangenen Jahr wurden insgesamt fast 47 Millionen Euro gesammelt, genau gesagt 46,9 Millionen Euro, während die Ausgaben 65,3 Millionen Euro betrugen. Zum Vergleich: Im Jahr 2020 lag die Kollekte leicht über 44 Millionen (44,1), aber schon von 2015 bis 2020 - so erinnerte der Präfekt des Wirtschaftssekretariats (SpE), Jesuitenpater Juan Antonio Guerrero Alves - hatte der Obolus einen Rückgang von 23 Prozent zu verzeichnen, der sich im Jahr 2020 aufgrund der Pandemie um weitere 18 Prozent verringerte.

Die Gesamtsumme der im Jahr 2021 gesammelten Gelder setzt sich aus den verschiedenen Posten zusammen, die den Spendenfluss speisen, angefangen bei der Kollekte am Hochfest der Heiligen Petrus und Paulus in allen Diözesen der Welt - bis hin zu den Spenden, die durch Überweisungen, Schenkungen, Vermächtnisse, Erbschaften und durch die Gutschriften auf der Website https://www.obolodisanpietro.va/en/dona.html eingehen. Der größte Teil der Spenden (65 Prozent) kam von den Diözesen, weitere rund 10 Prozent von Stiftungen sowie kleinere Beträge von privaten Spendern und religiösen Einrichtungen. Geografisch gesehen leisteten die USA (29,3 Prozent) den größten Beitrag 2021, gefolgt von Italien (11,3 Prozent), Deutschland (5,2 Prozent), Südkorea (3,2 Prozent) und Frankreich (2,7 Prozent). Die nach Ländern aufgeschlüsselten Sammlungen machten 75 Prozent des Gesamtbetrags aus, der Rest wurde dem Heiligen Stuhl von Stiftungen und religiösen Instituten gespendet.

Die Verteilung der Summen

Die Bereiche, für die der Peterspfennig Mittel bereitstellt, betreffen zum einen den Dienst der römischen Kurie und zum anderen die zahlreichen karitativen Werke, die den Bedürftigsten direkt helfen. Von den 65,3 Mio. Euro, die im Jahr 2021 ausgegeben wurden, wurden 46,9 Mio. Euro durch die im Laufe des Jahres eingegangenen Spenden finanziert, während die restlichen 18,4 Mio. Euro aus dem eigenen Vermögen des Obolus finanziert wurden. 55,5 Millionen Euro wurden für die vom Heiligen Stuhl geförderten Aktivitäten zur Erfüllung der Apostolischen Mission des Papstes aufgewendet, während - wie bereits erwähnt - etwa 10 Millionen Euro (genauer gesagt 9,8 Millionen) für Hilfsprojekte bereitgestellt wurden.

Hilfe für die Ärmsten

Für die Unterstützung von Diözesen mit geringen Mitteln, Ordensinstituten und Gläubigen in Not (Arme, Kinder, ältere Menschen, Randgruppen, aber auch Opfer von Naturkatastrophen, Kriegsopfer, Flüchtlinge, Migranten usw.) hat der Heilige Stuhl im Jahr 2021 mehr als 35 Millionen Euro gespendet, von denen ein Teil, nämlich die bereits erwähnten 9,8 Millionen Euro, aus dem Obolus stammt, wodurch 157 Projekte in 67 Ländern gefördert werden konnten. Afrika war der Hauptbegünstigte (41,8 Prozent), gefolgt von Amerika (23,5 Prozent), Asien (8,2 Prozent) und Europa (1 Prozent). Drei Interventionsbereiche sind hervorzuheben: soziale Projekte (Bau von Schulen, Projekte zum Schutz der Menschenwürde usw.), Unterstützung der Evangelisierungspräsenz von Kirchen in Schwierigkeiten (z. B. Bau von Wohnheimen in Suda Sudan und Indonesien) und die Ausweitung und Erhaltung der Evangelisierungspräsenz (Bau neuer Kirchen).

Hilfe für die Mission des Papstes

Die 55,5 Millionen Euro, die 2011 zur Unterstützung des päpstlichen Dienstes bereitgestellt wurden, machten 23 Prozent der Gesamtausgaben der Dikasterien für die apostolische Mission im selben Jahr aus, ohne die Verwaltungsausgaben (in Höhe von 237,7 Millionen). Es handelt sich um die durch die jüngste apostolische Konstitution Praedicate Evangelium erneuerten Strukturen, die mit dem Papst in seiner Sendung als Oberhaupt der Weltkirche in den Bereichen zusammenarbeiten, in denen die Evangelisierung zum Ausdruck kommt (geistliche, erzieherische, justizielle, kommunikative, politische Nächstenliebe, diplomatische Tätigkeit usw.).

Vor einem Jahr, am Vorabend der Kollekte, betonte der Präfekt des Wirtschaftssekretariats, der Jesuit Juan Antonio Guerrero Alves, im Interview mit Radio Vatikan die Bedeutung des vom Obolus garantierten Beitrags: „Es ist wichtig, zusammenzuarbeiten, weil wir nicht glauben können, dass die Mission der Kirche ohne den Beitrag der Gläubigen aufrechterhalten werden kann. Die Verkündigung des Evangeliums in der ganzen Welt, mit allem, was sie mit sich bringt, setzt eine Unterstützungsstruktur voraus“. (vn 16)

 

 

 

 

„Kirche in Not“ sammelte Rekordbetrag von 133 Millionen Euro

 

Im Finanzjahr 2021 hat das internationale katholische Hilfswerk „Kirche in Not“ (ACN) mehr als 133 Millionen Euro an Spenden (2020: 122,7 Millionen Euro) gesammelt, um verfolgten und notleidenden Christen auf der ganzen Welt zur Seite zu stehen.

 

Allein der Schweizer Ableger des Hilfswerkes erhielt im vergangenen Jahr den Betrag von über 8,5 Millionen Euro.

Im Jahr 2021 habe die Großzügigkeit der Wohltäter in mehr als 23 Ländern es „Kirche in Not“ ermöglicht, Hilfsprogramme in einem Umfang von 105,9 Millionen Euro zu unterstützen. Das teilte das Hilfswerk an diesem Donnerstag mit. Für diese „beispiellose Unterstützung“ im zweiten Jahr der Covid-19-Pandemie könne „Kirche in Not“ seinen Unterstützern „im Namen unserer verfolgten Brüder und Schwestern einfach nur Danke sagen“. „Wir sind überzeugt, dass Gott ihnen diese Großzügigkeit reichlich lohnen wird”, sagte der geschäftsführende Präsident, Thomas Heine-Geldern.

Diverse Projekte

Von den 105,9 Millionen Euro flossen 92,8 Millionen (87,6 Prozent) in die Finanzierung von 5.298 Projekten in 132 Ländern weltweit, in denen die Kirche unter Verfolgung oder extremer Armut leide. Weitere 13,1 Millionen Euro (12,4 Prozent) wurden für die Erfüllung von „Kirche in Not“ Mission der Information, der Interessenvertretung für die verfolgte und leidende Kirche und des Gebets verwendet. Dazu gehört beispielsweise die Durchführung der jährlichen RedWeek oder die Produktion und Verbreitung des Berichts „Religionsfreiheit weltweit“.

Zusätzlich wurde ein Überhang in Höhe von 4,6 Millionen Euro für die Projektarbeit im Jahr 2022 zurückgestellt. Von den Gesamtausgaben in Höhe von 128,5 Millionen Euro waren 8,6 Millionen Euro (6,7 Prozent) Verwaltungsausgaben; 14 Millionen Euro (10,9 Prozent) wurden für Wohltäterbetreuung und Fundraising aufgewendet. Das katholische Hilfswerk verwies darauf, dass sie ihre Einnahmen „ausschließlich von Privatpersonen“ erhielten, „da das Hilfswerk keine öffentlichen Zuschüsse annimmt“. (pm 16)

 

 

 

Neue Leitlinien zur Ehepastoral: „Keine Zauberformel“

 

Keine „Zauberformel“, sondern eher ein „Kleid“ für Paare und Eheleute, das passen muss: So beschreibt Papst Franziskus die Ehepastoral in einem Vorwort zu neuen Vatikan-Leitlinien, die Vorschläge zu einer intensiveren Begleitung von Paaren und Eheleuten bündeln. Das Dokument veröffentlichte der Vatikan an diesem Mittwoch.

Es sei „eine Pflicht, diejenigen, die den Wunsch äußern, sich in der Ehe zu vereinen, mit Verantwortungsbewusstsein zu begleiten, damit sie vor den Traumata der Trennung bewahrt werden und niemals den Glauben an die Liebe verlieren“, heißt es in dem vom Papst verfassten Vorwort zu dem fast 100-seitigen Dokument. Darin wirbt Franziskus für eine umfangreiche und verantwortungsvolle Begleitung von angehenden Eheleuten und eine „pastorale Erneuerung“ auf diesem Weg.

Wie Priester oder Ordensleute seien auch Eheleute „Kinder der Mutter Kirche“, heißt es in Franziskus‘ Einleitung weiter. So sei eine umfangreichere Begleitung dieser Gruppe, die „die Mehrheit der Gläubigen“ stellt, eine Frage der Gerechtigkeit. Für das Wirken von Ehepaaren in Kirchengemeinden, Freiwilligengruppen, Vereinen und Bewegungen findet der Papst lobende Worte. Als Eltern seien sie „Hüter des Lebens“, auch kümmerten sich Paare um Senioren, Menschen mit Behinderung und in Armut.

Familie und Ehe als Priorität

Mit zwei Synoden zum Thema Ehe und Familie, dem Apostolischen Schreiben „Amoris laetitia“ und dem in der kommenden Woche endenden „Jahr der Familie“ hat der argentinische Papst dem Thema Ehe und Familie große Aufmerksamkeit in der Kirche verschafft. Immer wieder hat er zu neuem Engagement für die Familie ermutigt und sich dabei an die Liebenden und Familien wie auch an deren Seelsorger und geistliche Begleiter gewandt.

Mit den an diesem Mittwoch veröffentlichten Leitlinien, den „Katechumenalen Wegen für das Eheleben“, macht der Vatikan, genauer das Dikasterium für die Laien, die Familien und das Leben, nun konkrete Vorschläge, wie diese Begleitung aussehen kann. Die vorerst nur auf Italienisch und Spanisch verfügbaren Leitlinien richten sich an Priester, Eheleute und alle, die in der Familien-Seelsorge tätig sind und geben Orientierung in drei Phasen: Ehevorbereitung, Feier der Hochzeit und die ersten Jahre des Ehelebens.

Papst will auch Orientierung für Paare nach Trennung

Die Leitlinien sollten mit „Eifer und Kreativität“ jeweils an die konkrete soziale und kirchliche Lage vor Ort angepasst werden, ermutigt der Papst die Ortskirchen. Sie seien „keine Zauberformeln, die automatisch funktionieren“, sondern wie „ein Kleid, das für die Menschen, die es tragen werden, maßgeschneidert sein muss“, formuliert Franziskus.

Auch äußert der Papst in dem Vorwort den Wunsch, „so bald wie möglich“ ein weiteres Dokument zur Verfügung zu stellen, das eine pastorale Begleitung von Paaren aufzeigt, deren Ehe gescheitert ist und die in einer neuen Verbindung leben oder zivil wiederverheiratet sind. Die Kirche wolle diesen Paaren „nahe sein“ und „mit ihnen den Weg der Liebe gehen“, zitierte der Papst aus seinem Apostolischen Schreiben „Amoris laetitia“ (vgl. 306). Es gehe hierbei um Nähe, Aufnahme und „Hilfe bei der Unterscheidung und der Beteiligung“, so Franziskus. (vn 15)

 

 

 

Papst: Wegwerfkultur ist Verrat an der Menschlichkeit

 

Bei der Generalaudienz auf dem Petersplatz hat Franziskus einmal mehr vor den Gefahren der Wegwerfkultur gewarnt. „Es ist eine Selektion des Lebens nach seiner Nützlichkeit, nach der Jugend - und nicht nach dem Leben, wie es ist: mit der Weisheit und den Grenzen der alten Menschen“, betonte das Kirchenoberhaupt in der Ansprache, mit der er seine Katechesenreihe zum Sinn und Wert des Alters fortführte.  Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

 

„Wenn wir alt sind, können wir nicht mehr dasselbe tun wie in der Jugend: Der Körper hat einen anderen Rhythmus, und wir müssen auf ihn hören und seine Grenzen akzeptieren. Wir alle haben sie. Auch ich muss jetzt mit dem Stock gehen. Krankheit belastet ältere Menschen anders als junge Menschen. Sie kommt als harter Schlag in einer Zeit, die ohnehin schon schwer genug ist,“ leitete der Papst seine Katechese ein.

Ausgehend vom Evangeliumsbericht über die Heilung der Schwiegermutter des Petrus aus dem Markusevangelium (1,29-31) erklärte Franziskus, dass die Sorge um alte und kranke Menschen eine christliche Gemeinschaftsaufgabe ist.

„Ältere Menschen sollten oft und viel Besuch bekommen. Wir sollten diese drei Zeilen des Evangeliums nie vergessen. Vor allem heute, wo die Zahl der älteren Menschen stark zugenommen hat - auch im Bezug zu den jungen Menschen, weil wir ja diesen demographischen Winter erleben. Man hat heute weniger Kinder, es gibt also viele alte und wenig junge Menschen. Wir müssen uns verpflichtet fühlen, alte Menschen, die oft allein sind, zu besuchen und ihre Anliegen im Gebet vor den Herrn zu bringen.“

Einmal mehr kritisierte der Papst die Wegwerfkultur unserer Zeit, „die die älteren Menschen auszulöschen scheint.

„Sie tötet sie nicht, aber sie löscht sie gesellschaftlich aus, als wären sie eine Last, die man mit sich herumtragen muss und die man besser versteckt. Das ist ein Verrat an der Menschlichkeit, das ist hässlich, es ist eine Selektion des Lebens nach seiner Nützlichkeit, nach der Jugend - und nicht nach dem Leben, wie es ist: mit der Weisheit und den Grenzen der alten Menschen. Ältere Menschen haben uns so viel zu geben: die Weisheit des Lebens. Wir können so viel von ihnen lernen: Deshalb müssen wir ja auch den Kindern schon beibringen, sich um ihre Großeltern zu kümmern, zu ihren Großeltern zu gehen. Der Dialog zwischen Jung und Alt, Kindern und Großeltern ist von grundlegender Bedeutung für die Gesellschaft, für die Kirche, ja für die Gesundheit des Lebens. Wo es keinen Dialog zwischen Jung und Alt gibt, fehlt etwas, und dann wächst eine Generation ohne Vergangenheit, ohne Wurzeln, heran,“ brachte Franziskus ein dringliches Problem unserer Zeit auf den Punkt.

Auch ältere Menschen könnten und sollten der Gemeinschaft dienen, so Franziskus. Es tue ihnen gut, Aufgaben und Verantwortung zu übernehmen und ihre Dankbarkeit für die Gaben, die sie von Gott erhalten haben, könne auch die Menschen in ihrer Umgebung zu Freude, Dankbarkeit und Gottvertrauen animieren.

„Bitte lasst uns dafür sorgen, dass die alten Menschen - die Großväter und die Großmütter - den Kindern, den jungen Menschen, nahe sind, um diese Lebenserfahrung, diese Lebensweisheit weiterzugeben. In dem Maße, in dem wir die Verbindung zwischen Jung und Alt herstellen, wird es auch mehr Hoffnung für die Zukunft unserer Gesellschaft geben,“ so die abschließende Bitte des Papstes bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch. (vaticannews 15)

 

 

 

 

Jahrestagung Weltkirche und Mission 2022 beendet. „Das Christentum als Quelle von Frieden und Konflikten“

 

In Würzburg ist heute (15. Juni 2022) die dreitägige Jahrestagung der Konferenz Weltkirche zu Ende gegangen. 120 Vertreterinnen und Vertreter der weltkirchlichen Arbeit in Deutschland und internationale Gäste widmeten sich dem Thema „Das Christentum als Quelle von Frieden und Konflikten“. Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg), Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, betonte die Aktualität friedensethischen Denkens: „Der völkerrechtswidrige Angriff Russlands auf die Ukraine hat den Menschen in Deutschland und in Europa dramatisch vor Augen geführt, dass der Friede keine Selbstverständlichkeit darstellt. Bewaffnete Konflikte sind eine grausame Realität. Nicht selten werden sie religiös aufgeladen. Umso mehr müssen wir uns fragen, welche Rolle das Christentum und die Kirchen in Konflikten und in Friedensprozessen spielen sollen.“

 

Eröffnet wurde die Tagung mit drei Grundlagenreferaten. Die Politikwissenschaftlerin Dr. Claudia Baumgart-Ochse ging der Frage nach, welche Rolle Religionen in Konflikten einnehmen und mahnte zu einem differenzierten Blick. Weder ließe sich pauschal sagen, dass Religionen konfliktverschärfend, noch dass sie konfliktmindernd wirken würden. Viel eher müssten regionale Kontexte, religiöse Eigendynamiken und politische Instrumentalisierungen des Religiösen beachtet werden. Resümierend warnte sie davor, das Narrativ der konfliktfördernden Religionen und des friedliebenden säkularen Staates zu übernehmen: „Der Mythos der religiösen Gewalt dient dazu, ein religiöses, fanatisches, gewalttätiges Gegenüber zu konstruieren, das mit dem säkularen, friedliebenden, vernünftigen Selbst kontrastiert.“

 

Im Anschluss daran zeigte der Theologe und Friedensethiker Prof. em. Dr. Heinz-Günter Stobbe, dass es gegenwärtig keiner grundlegenden Revision der kirchlichen Friedensethik bedürfe. Er machte jedoch auch deutlich, dass „die Kirche keinen Masterplan für den Frieden hat. Sie wisse aber mit Sicherheit, wie schnell alle Friedenspläne zu Asche verbrannt werden, wenn es den Menschen an einigen elementaren Tugenden, besonders an Friedfertigkeit fehle“.

 

Der Geschäftsführer der Deutschen Kommission Justitia et Pax, Dr. Jörg Lüer, skizzierte die zur Überwindung des Gewaltproblems notwendigen Schritte. Diese beruhten im Wesentlichen auf den drei Säulen Wahrheit, Gerechtigkeit und Versöhnung. Hier stelle sich eine anspruchsvolle und komplexe Herausforderung: „Versöhnungsprozesse sind in erster Linie Konfliktprozesse und setzen daher auch Konfliktfähigkeit voraus. Für Versöhnung gibt es keine Patentrezepte – vielmehr sind ein langer Atem und kontextspezifische Lösungen gefragt.“

 

Im Anschluss daran hatten die Teilnehmerinnen und Teilnehmer die Gelegenheit, sich in Arbeitsgruppen mit der konkreten Friedensarbeit der Kirchen und Religionen in bestimmten Kontexten vertraut zu machen: in Simbabwe, Palästina und Israel, Brasilien, Bosnien, im Irak und Syrien, in der Ukraine und auf den Philippinen. Die gewonnenen Einsichten zur kirchlichen Friedenspraxis konnten durch zwei Vorträge aus internationaler Perspektive vertieft werden. So beschrieb der Bischof von Hong Kong, Stephen Chow Sau Yan SJ, den kirchlichen Beitrag zum Frieden unter den besonderen Bedingungen in Hong Kong und China. Dabei komme es auch darauf an, „hoffnungsvoll auf den Gott der Geschichte zu vertrauen, ohne – angesichts der politischen Entwicklungen – in Naivität zu verfallen“.

 

Die vatikanische Sichtweise stellte der ehemalige Präfekt des Dikasteriums für den Dienst zugunsten der ganzheitlichen Entwicklung des Menschen, Kardinal Peter Turkson, vor. Ausgehend von der päpstlichen Sozialverkündigung machte er deutlich, dass Friede niemals ohne Gerechtigkeit erreichbar sei. Die päpstliche Friedenslehre bestehe aus „verlässlichen Bausteinen für eine gerechtere und friedlichere Gesellschaft“: (1) einer realistischen Wahrnehmung der Probleme der jeweiligen Zeit; (2) einer umfassenden Vision für die Zukunft der Menschheit und ein gerechtes Zusammenleben; (3) Vertrauen und Geduld in die langandauernden Friedensprozesse; (4) eine Kultur des Friedens, die von der Überzeugung getragen ist, dass Frieden möglich sei und (5) einer ständigen Verpflichtung zum Dialog mit Gesellschaft, Politik und anderen Religionen.

 

Einen weiteren Impuls zum Frieden in der Welt setzte Ralf Becker. Als Koordinator des Projekts „Sicherheit neu denken“ stellte er das im Auftrag der Evangelischen Landeskirche in Baden erarbeitete Konzept vor. Es beinhaltet im Kern die Vision einer Konversion der militärischen zur zivilen Sicherheitspolitik. Eine solche Sicherheitspolitik ruhe auf fünf Säulen: gerechte Außenbeziehungen, nachhaltige Entwicklung der EU-Anrainerstaaten, Teilhabe an der internationalen Sicherheitsarchitektur, resiliente Demokratie und die Konversion der Bundeswehr und der Rüstungsindustrie.

 

In seinem Abschlussstatement zur Jahrestagung dankte Bischof Bertram Meier allen Organisationen, die den kirchlichen Dienst am Frieden aktiv mittragen und gestalten. „Religionen sind nicht per se gewaltförderlich, aber auch nicht quasi-automatisch friedensfördernd. Religionen haben Potenzial für den Frieden. Das Christentum hat Potenzial für den Frieden. Dieses gilt es zu entfalten“, so Bischof Meier, der die Bedeutung dieses Engagements unterstrich: „Der Einsatz für den Frieden ist für die Kirche keine Kür, sondern Pflicht. Denn die Kirche ist das Sakrament des Friedens!“

 

Hintergrund. Veranstalter der Jahrestagung ist die „Konferenz Weltkirche“, in der die Deutsche Bischofskonferenz, die deutschen (Erz-)Bistümer, die Hilfswerke, die Deutsche Ordensobernkonferenz (DOK), die katholischen Verbände, das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) und andere weltkirchlich tätige Einrichtungen zusammenarbeiten. Dbk 15

 

 

 

 

Franziskus äußert Sorge über Synodalen Weg in Deutschland

 

„Es gibt eine sehr gute evangelische Kirche in Deutschland. Wir brauchen nicht zwei.“ Das hat Papst Franziskus eigenen Worten zufolge Bischof Georg Bätzing, dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, über den Synodalen Weg gesagt.

In einem bereits vor einem knappen Monat geführten Interview mit den Jesuitenzeitschriften, das am Dienstag erschien, verlieh der Papst erneut seiner Befürchtung Ausdruck, das Reformvorhaben der Kirche in Deutschland sei zu abgehoben. „Problematisch wird es, wenn der Synodale Weg von den intellektuellen, theologischen Eliten ausgeht und stark von äußeren Zwängen beeinflusst wird. Es gibt einige Diözesen, in denen der Synodale Weg mit den Gläubigen, mit dem Volk, langsam beschritten wird.“

Franziskus verwies auf seinen Brief an das pilgernde Volk Gottes in Deutschland von 2019. Er habe diesen Brief selbst geschrieben und einen Monat lang dazu gebraucht. „Ich wollte die Kurie nicht einbeziehen. Ich habe es selbst gemacht“, so der Papst. „Dort habe ich geschrieben, was ich denke.“

Erneuerung? Eher spontane Dinge

Mit Blick auf kirchliche Erneuerung in Europa merkte der Papst an, er sehe eine Erneuerung „in den spontanen Dingen, die entstehen: Bewegungen, Gruppen, neue Bischöfe, die sich daran erinnern, dass ein Konzil hinter ihnen steht“. Auch „Gruppen, die der Kirche durch soziale oder pastorale Hilfe ein neues Gesicht geben“ seien „Zeichen der Erneuerung“, etwa in Frankreich, so der Papst weiter.

Sorge äußerte der Papst weiter über rückwärtsgewandte Gruppen in der Kirche, die hinter das Zweite Vatikanische Konzil zurückwollten. „Der Restaurationismus ist gekommen, um das Konzil zu knebeln“, formulierte der Papst. In den USA gebe es etwa eine „beeindruckende Zahl“ an rückwärtsgewandten Gruppen, auch aus Argentinien sei ihm über Schwierigkeiten diesbezüglich berichtet worden. Diese Gruppierungen akzeptierten das Konzil „in einigen Bereichen noch nicht“, so der Papst. Man müsse hier wohl Geduld haben. So sei es „auch wahr, dass es ein Jahrhundert dauert, bis ein Konzil Wurzeln schlägt. Wir haben also noch vierzig Jahre Zeit, um sie zu etablieren“, so Franziskus.

Nicht hinter das Konzil zurück

Es gelte heute „Persönlichkeiten zu retten, die das Konzil und die Treue zum Papst verteidigt haben“, empfahl der Papst. Als Beispiel eines kirchlichen Erneuerers in nachkonziliarer Zeit nannte er den spanischen Jesuiten-Generaloberen P. Pedro Arrupe, der in den 1970er Jahren von konservativen kirchlichen Kräften zu blockieren versucht wurde, von Papst Paul VI. jedoch gewürdigt wurde. „Für uns ist dieser General heute ein Heiliger, aber er musste viele Angriffe über sich ergehen lassen“, erinnerte Franziskus, der selber Jesuit ist.

Franziskus über Lage im Erzbistum Köln: Abwarten und abwägen

Kardinal Rainer Maria Woelki bleibt als Erzbischof von Köln vorerst im Amt, „aber ich habe sein Rücktrittsgesuch in der Hand“. Mit diesen Worten hat sich Papst Franziskus in einem am Dienstag veröffentlichten Interview zur Lage in Köln geäußert. Der große Druck dort erschwere die Unterscheidung.

Als die Lage „sehr turbulent“ gewesen sei, habe er Kardinal Woelki gebeten, für sechs Monate wegzugehen, „damit sich die Dinge beruhigten und ich klar sehen konnte“, erklärte der Papst im Gespräch mit den Jesuitenzeitschriften. Danach habe er den Kardinal gebeten, ein Rücktrittsgesuch vorzulegen, was dieser auch getan habe, zusätzlich zu einem Entschuldigungsbrief an die Diözese, wie der Papst bemerkte. „Ich habe ihn an seinem Platz gelassen, um zu sehen, was passieren würde, aber ich habe seinen Rücktritt in der Hand.“

„Ich warte, bis es keinen Druck mehr gibt, um etwas zu erkennen“

In Köln gebe es viele Gruppen, die Druck ausübten, erklärte Franziskus weiter, „und unter Druck ist es nicht möglich, zu unterscheiden“. Darüber hinaus habe das Erzbistum „ein wirtschaftliches Problem“, weshalb er eine Visitation dort in Erwägung ziehe. „Ich warte, bis es keinen Druck mehr gibt, um etwas zu erkennen“. Die Tatsache, dass es unterschiedliche Standpunkte gebe, sei an sich „in Ordnung“, aber Druck schaffe Schwierigkeiten, die nicht weiterhelfen.

Köln sei aber nicht die einzige Diözese in der Welt mit Konflikten. „Und ich behandle sie wie jede andere Diözese in der Welt, die Konflikte erlebt.“ (vn 14)

 

 

 

 

Wortlaut: Papstbotschaft zum Welttag der Armen 2022

 

Hier finden Sie die Botschaft von Papst Franziskus zum VI. Welttag der Armen (13.11.2022) in voller Länge und in der offiziellen Übersetzung auf Deutsch.

 

Jesus Christus wurde euretwegen arm (vgl. 2 Kor 8,9)

1. »Jesus Christus [...] wurde euretwegen arm« (2 Kor 8,9). Mit diesen Worten wendet sich der Apostel Paulus an die ersten Christen in Korinth, um ihr Engagement für die Solidarität mit ihren bedürftigen Brüdern und Schwestern zu begründen. Der Welttag der Armen ist auch in diesem Jahr wieder eine gesunde Provokation, um uns zu helfen, über unsere Lebensweise und die vielen Formen der Armut der Gegenwart nachzudenken.

„Der Welttag der Armen ist auch in diesem Jahr wieder eine gesunde Provokation“

Vor einigen Monaten begann die Welt langsam den Sturm der Pandemie hinter sich zu lassen und Anzeichen für einen wirtschaftlichen Aufschwung zu zeigen, der Millionen von durch Arbeitsverlust verarmten Menschen Erleichterung bringen würde. Es zeigte sich ein vorsichtiger Optimismus, weil trotz der bleibenden schmerzlichen Erinnerung an den Verlust geliebter Menschen die Aussicht bestand, endlich zu direkten zwischenmenschlichen Beziehungen zurückzukehren, sich wieder ohne Zwänge und Einschränkungen zu begegnen. Und dann zeichnete sich eine neue Katastrophe am Horizont ab, die der Welt ein anderes Szenario aufzwingen sollte.

Kriege und Armut

Der Krieg in der Ukraine reiht sich ein in die regionalen Kriege, die in den letzten Jahren Tod und Zerstörung gebracht haben. Hier ist das Bild jedoch komplexer, da eine „Supermacht“ direkt eingreift und ihren Willen gegen den Grundsatz der Selbstbestimmung der Völker durchsetzen will. Es wiederholen sich Szenen von tragischer Erinnerung, und wieder einmal überdeckt die gegenseitige Erpressung einiger weniger Mächtiger die Stimme der nach Frieden rufenden Menschheit.

2. Wie viele arme Menschen bringt der Wahnsinn des Krieges hervor! Wo immer wir unseren Blick hinwenden, sehen wir, wie die Gewalt die Wehrlosen und Schwächsten trifft. Es gibt Deportationen von Tausenden von Menschen, insbesondere von Kindern, um sie zu entwurzeln und ihnen eine andere Identität aufzuzwingen. Die Worte des Psalmisten angesichts der Zerstörung Jerusalems und des Exils der jungen Juden werden wieder aktuell: »An den Strömen von Babel, / da saßen wir und wir weinten, wenn wir Zions gedachten. An die Weiden in seiner Mitte hängten wir unsere Leiern. Denn dort verlangten, die uns gefangen hielten, Lieder von uns, / unsere Peiniger forderten Jubel […] Wie hätten wir singen können die Lieder des Herrn, fern, auf fremder Erde?« (Ps 137,1-4).

Millionen von Frauen, Kindern und älteren Menschen sind gezwungen, sich der Gefahr der Bomben auszusetzen, nur um sich in Sicherheit zu bringen und als Flüchtlinge in Nachbarländern Zuflucht zu suchen. Diejenigen, die in den Konfliktgebieten bleiben, leben jeden Tag in Angst und ohne Nahrung, Wasser, medizinische Versorgung und vor allem ohne ihre Lieben. In dieser Lage bleibt die Vernunft auf der Strecke, und die Leidtragenden sind viele einfache Menschen, die zu den ohnehin schon zahlreichen Notleidenden hinzukommen. Wie können wir so vielen Menschen in Ungewissheit und Unsicherheit eine angemessene Antwort geben, um Erleichterung und Frieden zu bringen?

3. In diesem widersprüchlichen Kontext findet der VI. Welttag der Armen statt, mit der vom Apostel Paulus aufgegriffenen Aufforderung, den Blick auf Jesus zu richten: er, »der reich war, wurde euretwegen arm, um euch durch seine Armut reich zu machen« (2 Kor 8,9). Bei seinem Besuch in Jerusalem war Paulus auf Petrus, Jakobus und Johannes getroffen, die ihn gebeten hatten, die Armen nicht zu vergessen. Die Gemeinde in Jerusalem befand sich nämlich aufgrund der Hungersnot, die das Land heimgesucht hatte, in einer schwierigen Lage. Und der Apostel hatte sich sofort darum gekümmert, eine große Sammlung zugunsten dieser armen Menschen zu organisieren. Die Christen in Korinth erwiesen sich als sehr mitfühlend und hilfsbereit. Auf Anweisung von Paulus sammelten sie jeden ersten Tag der Woche, was sie angespart hatten, und alle waren sehr großzügig.

Als ob seit diesem Moment keine Zeit vergangen wäre, vollziehen auch wir jeden Sonntag während der Eucharistiefeier dieselbe Geste und legen unsere Gaben zusammen, damit die Gemeinschaft auf die Not der Ärmsten antworten kann. Es ist ein Zeichen, das die Christen immer mit Freude und Verantwortungsbewusstsein gesetzt haben, damit es keinem Bruder oder keiner Schwester an dem Nötigsten fehlt. Dies bezeugt bereits der Bericht des heiligen Justinus, der im zweiten Jahrhundert dem Kaiser Antoninus Pius die Sonntagsfeiern der Christen so beschrieb: »An dem Tage, den man Sonntag nennt, findet eine Versammlung aller statt, die in den Städten oder auf dem Lande wohnen; dabei werden die Erinnerungen der Apostel oder die Schriften der Propheten vorgelesen, solange es möglich ist. […]. Darauf findet die Austeilung und die Teilnahme an den durch die Danksagung geweihten Dingen statt. Den Abwesenden aber wird er durch die Diakonen gebracht. Wer aber die Mittel und guten Willen hat, gibt nach seinem Ermessen, was er will, und das, was da zusammenkommt, wird bei dem Vorsteher hinterlegt; dieser kommt damit Waisen und Witwen zu Hilfe, solchen, die wegen Krankheit oder aus sonst einem Grunde bedürftig sind, den Gefangenen und den Fremdlingen« (Erste Apologie, LXVII, 1-6).

4. Zurück zur Gemeinde in Korinth: Nach dem anfänglichen Enthusiasmus begann ihr Engagement zu erlahmen und die vom Apostel vorgeschlagene Initiative verlor an Schwung. Dies ist der Grund, warum Paulus in einem leidenschaftlichen Schreiben die Kollekte wieder neu anstößt: «jetzt sollt ihr das Begonnene zu Ende führen, damit das Ergebnis dem guten Willen entspricht - je nach eurem Besitz« (2 Kor 8,11).

Dank für Aufnahme von Flüchtlingen

Ich denke in diesem Moment an die Bereitschaft, die in den letzten Jahren ganze Nationen dazu bewegt hat, ihre Türen zu öffnen, um Millionen von Flüchtlingen aus den Kriegen im Nahen Osten, in Zentralafrika und jetzt in der Ukraine aufzunehmen. Die Familien haben ihre Häuser weit geöffnet, um Platz für andere Familien zu schaffen, und die Gemeinschaften haben viele Frauen und Kinder großzügig aufgenommen, um ihnen die ihnen gebührende Würde zukommen zu lassen. Je länger der Konflikt jedoch andauert, desto schlimmer werden seine Folgen. Für die Gastländer wird es immer schwieriger, kontinuierliche Hilfe zu leisten; Familien und Gemeinden beginnen, die Last einer Situation zu spüren, die über den Notfall hinausgeht. Jetzt ist es an der Zeit, nicht aufzugeben und die ursprüngliche Motivation zu erneuern. Was wir begonnen haben, muss mit der gleichen Verantwortung zu Ende geführt werden.

5. Solidarität bedeutet nämlich genau das: das Wenige, das wir besitzen, mit denen zu teilen, die nichts haben, damit niemand leidet. Je mehr der Sinn für die Gemeinschaft und das Miteinander als Lebensform wächst, desto mehr Solidarität entwickelt sich. Andererseits muss man bedenken, dass es Länder gibt, in denen in den letzten Jahrzehnten der Wohlstand vieler Familien erheblich gestiegen ist und sie einen gesicherten Lebensstandard erreicht haben. Dies ist ein positives Ergebnis von Privatinitiativen und Gesetzen, die das Wirtschaftswachstum unterstützt haben, kombiniert mit konkreten Anreizen für Familienpolitik und soziale Verantwortung. Das Kapital an Sicherheit und Stabilität, das erreicht wurde, möge nun mit denjenigen geteilt werden, die gezwungen waren, ihre Heimat und ihr Land zu verlassen, um sich zu retten und zu überleben. Als Mitglieder der Zivilgesellschaft müssen wir den Mahnruf zu den Werten der Freiheit, der Verantwortung, der Brüderlichkeit und der Solidarität lebendig erhalten. Und als Christen finden wir in der Nächstenliebe, im Glauben und in der Hoffnung stets die Grundlage unseres Seins und Handelns.

Nächstenliebe ist kein Zwang

6. Es ist interessant, dass der Apostel die Christen nicht zu einem Werk der Nächstenliebe zwingen will. So schreibt er: »Ich meine das nicht als strenge Weisung« (2 Kor 8,8); vielmehr will er, dass sich ihre Liebe »als echt erweist« in der Fürsorge und den Eifer für die Armen (vgl. ebd.). Die Grundlage der Bitte des Paulus ist sicherlich das Bedürfnis nach konkreter Hilfe, aber seine Absicht geht darüber hinaus. Er ruft dazu auf, dass die Kollekte ein Zeichen der Liebe sein soll, wie sie von Jesus selbst bezeugt wurde. Kurz gesagt, die Großzügigkeit gegenüber den Armen findet ihre stärkste Motivation in der Entscheidung des Gottessohnes, der sich selbst arm machen wollte.

Der Apostel scheut sich in der Tat nicht zu bekräftigen, dass diese Wahl Christi, diese „Erniedrigung“ seiner selbst, eine Gnade ist, ja »die Gnade unseres Herrn Jesus Christus« (2 Kor 8,9), und nur wenn wir sie für uns annehmen, können wir unserem Glauben konkreten und kohärenten Ausdruck verleihen. Die Lehre des gesamten Neuen Testaments schöpft ihre Einheit aus diesem Thema, das sich auch in den Worten des Apostels Jakobus widerspiegelt: »Werdet aber Täter des Wortes und nicht nur Hörer, sonst betrügt ihr euch selbst! Wer nur Hörer des Wortes ist und nicht danach handelt, gleicht einem Menschen, der sein eigenes Gesicht im Spiegel betrachtet: Er betrachtet sich, geht weg und schon hat er vergessen, wie er aussah. Wer sich aber in das vollkommene Gesetz der Freiheit vertieft und an ihm festhält, wer es nicht nur hört und es wieder vergisst, sondern zum Täter des Werkes geworden ist, wird selig sein in seinem Tun« (Jak 1,22-25).

7. Angesichts der Armen nützen keine großen Worte, sondern man krempelt die Ärmel hoch und setzt den Glauben durch das persönliche Engagement in die Praxis um, welches nicht an andere delegiert werden kann. Manchmal kann jedoch eine gewisse Laxheit eintreten, die zu inkonsequentem Verhalten führt, z. B. zu Gleichgültigkeit gegenüber den Armen. Es kommt auch vor, dass sich einige Christen aufgrund einer übermäßigen Anhänglichkeit an Geld in den Missbrauch von Gütern und Vermögenswerten verstricken. Dies sind Situationen, die einen schwachen Glauben und eine träge und kurzsichtige Hoffnung offenbaren.

„Angesichts der Armen nützen keine großen Worte, sondern man krempelt die Ärmel hoch und setzt den Glauben durch das persönliche Engagement in die Praxis um“

Wir wissen, dass das Problem nicht das Geld selbst ist, denn es ist Teil des täglichen Lebens und der sozialen Beziehungen der Menschen. Wir müssen vielmehr über den Wert nachdenken, den das Geld für uns hat: Es darf nicht zu einem absoluten Wert werden, als ob es der Hauptzweck wäre. Eine solche Anhänglichkeit hindert uns daran, den Alltag realistisch zu betrachten, und vernebelt unsere Sicht, so dass wir die Bedürfnisse anderer nicht erkennen können. Es gibt nichts Schädlicheres für einen Christen und eine Gemeinschaft, als sich vom Götzen des Reichtums blenden zu lassen, der einen an eine oberflächliche und zum Scheitern verurteilte Lebenseinstellung bindet.

Keine Wohlfahrtsmentalität!

Es geht also nicht um eine Wohlfahrtsmentalität gegenüber den Armen, wie es oft der Fall ist, sondern es geht darum, sich dafür einzusetzen, dass es niemandem am Nötigsten fehlt. Es ist nicht der Aktivismus, der rettet, sondern die aufrichtige und großherzige Aufmerksamkeit, mit der man sich einem armen Menschen als Bruder nähert, der seine Hand ausstreckt, damit ich aus der Lähmung, in die ich gefallen bin, erwache. Daher gilt: »Niemand dürfte sagen, dass er sich von den Armen fernhält, weil seine Lebensentscheidungen es mit sich bringen, anderen Aufgaben mehr Achtung zu schenken. Das ist eine in akademischen, unternehmerischen oder beruflichen und sogar kirchlichen Kreisen häufige Entschuldigung. […] [Es] darf sich niemand von der Sorge um die Armen und um die soziale Gerechtigkeit freigestellt fühlen« (Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 201). Es ist dringend notwendig, neue Wege zu finden, die über den Ansatz jener Sozialpolitiken hinausgehen, die »verstanden wird als eine Politik „gegenüber“ den Armen, aber nie „mit“ den Armen, die nie die Politik „der“ Armen ist und schon gar nicht in einen Plan integriert ist, der die Völker wieder miteinander vereint« (Enzyklika Fratelli tutti, 169). Stattdessen müssen wir nach der Haltung des Apostels streben, der an die Korinther schreiben konnte: »Denn es geht nicht darum, dass ihr in Not geratet, indem ihr anderen helft; es geht um einen Ausgleich« (2 Kor 8,13).

„Es gibt eine Armut, die reich macht“

8. Es gibt ein Paradoxon, das heute wie damals schwer zu akzeptieren ist, weil es der menschlichen Logik widerspricht: Es gibt eine Armut, die reich macht. Indem er an die „Gnade“ Jesu Christi erinnert, will Paulus bekräftigen, was er selbst gepredigt hat, nämlich dass der wahre Reichtum nicht in der Ansammlung von »Schätze[n] hier auf der Erde, wo Motte und Wurm sie zerstören und wo Diebe einbrechen und sie stehlen« (Mt 6,19) besteht, sondern in der gegenseitigen Liebe, die uns dazu motiviert, die Lasten des anderen zu tragen, damit niemand im Stich gelassen oder ausgeschlossen wird. Die Erfahrung von Schwäche und Begrenztheit, die wir in den letzten Jahren gemacht haben, und nun die Tragödie eines Krieges mit globalen Auswirkungen müssen uns etwas Entscheidendes lehren: Wir sind nicht auf dieser Welt, um zu überleben, sondern damit allen ein würdiges und glückliches Leben ermöglicht wird. Die Botschaft Jesu zeigt uns den Weg und lässt uns entdecken, dass es eine Armut gibt, die erniedrigt und tötet, und eine andere Armut, seine eigene, die befreit und gelassen macht.

Wegwerfkultur und Armut

Die Armut, welche tötet, ist das Elend, das Ergebnis von Ungerechtigkeit, Ausbeutung, Gewalt und ungerechter Verteilung der Ressourcen. Das ist die verzweifelte Armut, die keine Zukunft hat, weil sie von der Wegwerfkultur aufgezwungen wird, die weder Perspektiven noch Auswege bietet. Das ist die Armut, welche Menschen in extreme Bedürftigkeit bringt und dadurch auch die spirituelle Dimension untergräbt, die, auch wenn sie oft übersehen wird, existiert und zählt. Wenn das einzige Gesetz die Gewinnberechnung am Ende des Tages ist, dann gibt es keine Hemmungen mehr, der Logik der Ausbeutung von Menschen zu folgen: die Anderen sind nur Mittel. Gerechte Löhne, gerechte Arbeitszeiten gibt es nicht mehr, und es werden neue Formen der Sklaverei geschaffen, unter denen die Menschen leiden, die keine Alternative haben und diese bittere Ungerechtigkeit hinnehmen müssen, um das Existenzminimum zusammenzukratzen.

Dagegen ist die Armut, die befreit, diejenige, die sich uns als verantwortungsvolle Entscheidung präsentiert, um Ballast abzuwerfen und sich auf das Wesentliche zu konzentrieren. In der Tat kann man bei vielen Menschen leicht Unzufriedenheit erkennen, weil sie das Gefühl haben, dass etwas Wichtiges fehlt und sie sich wie ziellose Wanderer auf die Suche danach begeben.  Auf der Suche nach dem, was sie befriedigen kann, müssen sie sich den Geringen, Schwachen und Armen zuwenden, um so endlich zu begreifen, was sie wirklich brauchen. Die Begegnung mit den Armen ermöglicht es, viele Ängste und substanzlose Befürchtungen zu überwinden und zu dem vorzustoßen, was im Leben wirklich zählt und was uns niemand wegnehmen kann: die wahre und unentgeltliche Liebe. Die Armen sind in der Tat, noch bevor sie Empfänger unserer Almosen sind, Individuen, die uns helfen, uns von den Fesseln der Rastlosigkeit und der Oberflächlichkeit zu befreien.

„Die Armut, die befreit, präsentiert sich uns als verantwortungsvolle Entscheidung, um Ballast abzuwerfen und sich auf das Wesentliche zu konzentrieren“

Johannes Chrysostomus, ein Kirchenvater und Kirchenlehrer, der in seinen Schriften das Verhalten der Christen gegenüber den Armen scharf anprangert, schrieb: »Wenn du nicht vertraust, dass Armut Reichtum bewirken kann, so denke an deinen Herrn und höre auf, zu zweifeln. Denn wäre der Herr nicht arm geworden, so wärest du nicht reich geworden. Das ist gerade das Wunderbare, dass die Armut Reichtum erzeugt hat. Unter Reichtum versteht aber hier der Apostel die Gottseligkeit, die Reinigung von Sünden, die Gerechtigkeit und Heiligkeit und all jene unzähligen Güter, die der Herr uns schon gewährt hat und noch gewähren wird. Und all dieses ist uns aus der Armut erwachsen« (Homilien über den Zweiten Korintherbrief, 17.1).

9. Der Text des Apostels, auf den sich dieser VI. Welttag der Armen bezieht, zeigt das große Paradox des Glaubenslebens: Die Armut Christi macht uns reich. Paulus konnte diese Lehre weitergeben - und die Kirche kann sie verbreiten und über die Jahrhunderte hinweg bezeugen -, weil Gott in seinem Sohn Jesus diesen Weg gewählt hat und ihn gegangen ist. Weil er für uns arm geworden ist, wird unser Leben erhellt und verwandelt und erhält einen Wert, den die Welt nicht kennt und nicht geben kann. Der Reichtum Jesu besteht in seiner Liebe, die sich niemandem verschließt und allen entgegenkommt, vor allem diejenigen, die an den Rand gedrängt und des Nötigsten beraubt sind. Aus Liebe hat er sich erniedrigt und menschliche Gestalt angenommen. Aus Liebe wurde er ein gehorsamer Diener, bis hin zum Tod am Kreuz (vgl. Phil 2,6-8). Aus Liebe wurde er zum »Brot des Lebens« (Joh 6,35), damit niemandem das Lebensnotwendige fehlt und er die Nahrung für das ewige Leben finden kann. So wie damals für die Jünger des Herrn scheint es auch heute noch schwierig zu sein, diese Lehre zu akzeptieren (vgl. Joh 6,60); aber das Wort Jesu ist deutlich. Wenn wir wollen, dass das Leben über den Tod triumphiert und die Würde von der Ungerechtigkeit befreit wird, dann ist der Weg der seine: Er besteht darin, der Armut Jesu Christi zu folgen, das Leben aus Liebe zu teilen, das Brot der eigenen Existenz mit den Brüdern und Schwestern zu brechen, angefangen bei den Geringsten, bei denen, denen das Nötigste fehlt, damit Gleichheit erreicht wird, die Armen vom Elend und die Reichen von der Selbstgefälligkeit befreit werden, die beide hoffnungslos sind.

Beispiele christlicher Armut

10. Am 15. Mai habe ich Bruder Charles de Foucauld heiliggesprochen, einen Mann, der reich geboren wurde und auf alles verzichtete, um Jesus zu folgen und mit ihm arm und ein Bruder für alle zu werden. Sein Einsiedlerleben, zunächst in Nazareth und dann in der Wüste der Sahara, das aus Schweigen, Gebet und Teilen bestand, ist ein beispielhaftes Zeugnis christlicher Armut. Es wird uns guttun, über diese Worte von ihm nachzudenken: »Verachten wir nicht die Armen, die Kleinen, die Arbeiter; sie sind nicht nur unsere Brüder in Gott, sondern auch diejenigen, die Jesus in seinem äußeren Leben am vollkommensten nachahmen. Sie stellen genau Jesus, den Arbeiter von Nazareth, dar. Sie sind die Erstgeborenen unter den Auserwählten, die ersten, die an die Wiege des Erlösers gerufen wurden. Sie waren der alltägliche Umgang Jesu, von seiner Geburt bis zu seinem Tod [...]. Lasst uns sie ehren, lasst uns in ihnen die Bilder Jesu und seiner heiligen Eltern ehren [...]. Lasst uns für uns selbst [die Bedingung] annehmen, die er für sich selbst angenommen hat [...]. Lasst uns nie aufhören, in allem arm zu sein, Brüder der Armen, Gefährten der Armen, lasst uns wie Jesus die Ärmsten der Armen sein, und wie er lasst uns die Armen lieben und uns mit ihnen umgeben« (Kommentare zum Lukasevangelium, Meditation 263)[1]. Für Bruder Charles waren dies nicht nur Worte, sondern eine konkrete Lebensweise, die ihn dazu brachte, mit Jesus die Hingabe des Lebens selbst zu teilen.

Möge dieser VI. Welttag der Armen zu einer Gelegenheit der Gnade werden, eine persönliche und gemeinschaftliche Gewissensprüfung vorzunehmen und uns zu fragen, ob die Armut Jesu Christi unser treuer Begleiter im Leben ist.

Rom, St. Johannes im Lateran, 13. Juni 2022, Gedenktag des Heiligen Antonius von Padua.

[1] Meditation Nr. 263 über Lk 2,8-20: C. DE FOUCAULD, La Bonté de Dieu. Méditations sur les saints Evangiles (1), Nouvelle Cité, Montrouge 1996, 214-216. VN 14

 

 

 

 

Missbrauchsstudie belegt Fehler von Münsteraner Bischöfen

 

Ehemalige und heute aktive Bischöfe haben nach einer Studie im Bistum Münster große Fehler im Umgang mit Missbrauchsfällen begangen und zur Vertuschung beigetragen. Die Untersuchung wurde am Montag von der Universität Münster vorgestellt. Die Zahl der Missbrauchsbeschuldigten liegt demnach deutlich höher als in einer früheren Studie.

Michael Keller (Amtszeit 1947-1961), Joseph Höffner (1962-1969), Heinrich Tenhumberg (1969-1979) und Reinhard Lettmann (1980-2008) hätten verurteilte Geistliche immer wieder in der Seelsorge eingesetzt und damit weitere Taten ermöglicht, heißt es in der am Montag vorgestellten Untersuchung.

Dem aktuellen Bischof Felix Genn (72) bescheinigen die Autoren um die Historiker Thomas Großbölting und Klaus Große Kracht zwar, den Umgang mit Missbrauchsfällen den Regeln der Deutschen Bischofskonferenz angepasst zu haben. Gleichwohl habe der seit 2009 amtierende Oberhirte eine längere Phase gebraucht, um seiner Verantwortung für Intervention und Prävention gerecht zu werden. In seinen ersten Jahren sei der Bischof Missbrauchstätern, sofern sie Reue zeigten, kirchenrechtlich nicht immer mit der gebotenen Strenge begegnet. Genn habe eingeräumt, gegenüber Beschuldigten „zu sehr als Seelsorger und zu wenig als Dienstvorgesetzter gehandelt zu haben". 

Genn wurde die Untersuchung erst nach der Vorstellung ausgehändigt. In einem ersten Statement zeigte sich der Münsteraner Bischof davon überzeugt, dass Missbrauch in der Kirche nur durch vollkommen unabhängige Institutionen aufgearbeitet werden könne. „Das haben die Wissenschaftler der WWU getan. Auf eine solche Aufarbeitung haben alle und haben insbesondere Sie und alle Betroffenen sexuellen Missbrauchs einen Anspruch“, so Genn, der sein Verständnis darüber äußerte, wenn Betroffene keine Bitte um Entschuldigung akzeptieren wollten.

„Sehr gewiss bin ich mir, dass eine Bitte um Entschuldigung nicht ausreicht. Mit dem Eingeständnis von Fehlern und einer ehrlichen Reue muss eine wirkliche Umkehr verbunden sein. Konkret heißt das für mich: Es müssen über das hinaus, was schon geschehen ist, weitere Konsequenzen im Umgang mit sexuellem Missbrauch im Bistum Münster gezogen werden. Das ist für mich eine Verpflichtung, an der ich mich messen lassen möchte.“

„Die Betroffenen sind die Opfer, ich bin Teil der Organisation, aus der die Täter kamen und kommen“

Am Freitag werde er die Konsequenzen bekannt geben, die er aus der Studie ziehen wolle, kündigte Bischof Genn an. Bereits jetzt sei klar, dass es um die Betroffenen sexuellen Missbrauchs gehe. „Allerdings möchte ich mich davor hüten, Betroffene zu vereinnahmen oder eine Solidarität mit ihnen zu konstruieren, auf die ich kein Anrecht habe. Die Betroffenen sind die Opfer, ich bin Teil der Organisation, aus der die Täter kamen und kommen. Die Betroffenen erwarten völlig zu Recht, dass wir als kirchliche Verantwortungsträger alles tun, um sexuellen Missbrauch und seine Vertuschung in der Kirche künftig zu verhindern.“

Es gehe weiterhin „um eine möglichst umfassende und unabhängige Aufarbeitung der Vergangenheit“, für die mit der WWU-Studie noch nicht der Schlusspunkt gesetzt werden könne, ebenso wie um „die Übernahme von Verantwortung“: „Ich übernehme selbstverständlich die Verantwortung für die Fehler, die ich selbst im Umgang mit sexuellem Missbrauch gemacht habe. Ich war und bin Teil des kirchlichen Systems, das sexuellen Missbrauch möglich gemacht hat. Das bin ich seit vielen Jahren an verantwortlicher Stelle: als Regens und Weihbischof in Trier, als Bischof von Essen und Münster. Von daher habe ich neben der persönlichen auch eine institutionelle Verantwortung.“ In dieser doppelten Hinsicht trage er auch eine „Mitverantwortung“ für das „Leid von Menschen, die sexuell missbraucht wurden“, betonte Genn.

Ein Vorwurf in einem Fall trifft auch den heutigen Essener Bischof Franz-Josef Overbeck, der früher Weihbischof in Münster war. Overbeck habe 2009 als Übergangsleiter des Bistums entschieden, den Fall eines beschuldigten Mitarbeiters nicht der Missbrauchskommission vorzulegen. Die Vorwürfe gegen den heute noch lebenden Geistlichen aus dem Jahr 1997 seien damit nicht vollständig aufgearbeitet.

Viele Täter gingen straffrei aus

Die WWU-Untersuchung zählt nach Auswertungen von Akten und Betroffenen-Interviews 610 Betroffene und 196 Beschuldigte zwischen 1945 und 2020. Damit liegt die Zahl der Beschuldigten um ein Drittel höher als in der 2018 vorgestellten MHG-Studie der Bischofskonferenz. Die Gründe seien, dass Zeitraum und Methoden variierten und sich weitere Betroffene gemeldet hätten. Missbrauchsvorwürfe betreffen 4,1 Prozent aller Priester zwischen 1945 und 2020. 40 Prozent der Beschuldigten seien Mehrfachtäter. Neun von zehn Beschuldigten hätten keine strafrechtlichen Konsequenzen erfahren.

Teils seien Täter in andere Bistümer oder ins Ausland versetzt worden, so die Forschenden. Die Flucht in andere Staaten sei durch kirchliche Netzwerke wie Caritas International gelungen. Höffner habe beim Zweiten Vatikanischen Konzil (1962-1965) Kontakte ins Ausland geknüpft.

Internationale Netzwerke für die Flucht

„Die katholische Kirche ist Täterorganisation", sagte Großbölting. Auch Laien hätten einen Priester als „heiligen Mann“ betrachtet und zur Vertuschung beigetragen. Er kritisierte, dass die Aufarbeitung nur durch Druck von außen erfolgt. Neben den inzwischen umgesetzten Maßnahmen zur Prävention und Aufklärung müsse im Bistum nun auch eine Debatte über die Machtstrukturen folgen. Betroffene beklagten immer wieder auch Defizite in der Kommunikation des Bistums mit ihnen.

Politik sollte sich nicht nur auf Kirche konzentrieren

In einem Interview mit dem Magazin „Cicero“ vom Montag warf Großbölting jedoch auch der Politik vor, die Aufarbeitung von sexuellem Missbrauch in den verschiedenen Bereichen der Gesellschaft zu verschleppen. In der öffentlichen Wahrnehmung dominiere die Beschäftigung mit der katholischen Kirche. Diese gesellschaftliche Wahrnehmung sei aber verzerrt: „Kommunionunterricht ist für Kinder nicht gefährlicher als der Sportverein“, so Großbölting. Es sei richtig, die speziellen katholischen Mechanismen zu verstehen, über katholische Machtkonstellationen, über die katholische Sexualmoral zu reden, so der Historiker. Es spiele auch eine Rolle, so das Ergebnis der Untersuchung, dass die Kirche lange „auf dem hohen Ross der moralischen Instanz" gesessen habe. Dennoch beklagt Großbölting Zurückhaltung der Politik, die die katholische Kirche mit dem Problem alleine lasse. „Gelegentlich macht es schon den Eindruck, dass die Politik diese Auseinandersetzung scheut und froh ist, dass alle nur über die Kirche reden.“

Unabhängige Studie - Genn hatte die Ergebnisse nicht vorab

Das Bistum Münster hatte die am 1. Oktober 2019 begonnene Studie in Auftrag gegeben und den Forschenden Unabhängigkeit zugesichert. Anders als andere Diözesen entschied sich Münster gegen ein juristisch angelegtes Gutachten wie in Köln oder München, sondern beauftragte das Team aus vier Historikern und einer Ethnologin. Sie übergaben die Studie nach der Medienpräsentation Genn, der zur Wahrung der Unabhängigkeit zuvor keine Ergebnisse erfahren sollte.

(kna/pm 13)

 

 

 

 

Liturgie bleibt stets im Wandel. Feier zum 75. Jubiläum des Deutschen Liturgischen Instituts

 

Das Deutsche Liturgische Institut (DLI) hat heute (12. Juni 2022) sein 75-jähriges Jubiläum in Trier gefeiert. 1947 gegründet, prägte das DLI mit Sitz in Trier unter anderem die liturgischen Reformen des Zweiten Vatikanischen Konzils mit und nimmt bis heute wichtige Aufgaben zur Förderung der Liturgie im deutschen Sprachgebiet wahr.

 

„Besonders in der Zeit vor und nach dem Konzil gingen von Trier weitreichende Impulse für die Erneuerung des Gottesdienstes aus, die das Liturgische Institut zu einer ‚Marke‘ werden ließen, die bis heute in der Fachwelt einen klangvollen Namen hat“, betonte Pfarrer Dr. Marius Linnenborn, Leiter des DLI, bei der Vorstellung der Festschrift Für die Förderung und Erneuerung der Liturgie. 75 Jahre Deutsches Liturgisches Institut 1947–2022. Die Aufgaben des Instituts gingen nicht aus: „So wie die Kirche sich immer erneuert, ist auch die Liturgie nie ein für alle Mal fertig“, so Pfarrer Linnenborn.

 

Mit Bezug auf den Gründungsauftrag des Instituts und auf die Liturgiekonstitution des Zweiten Vatikanischen Konzils identifizierte Bischof Dr. Stephan Ackermann, Vorsitzender der Liturgiekommission der Deutschen Bischofskonferenz, die Förderung der pastoralliturgischen Bewegung als „vornehmste Existenzbegründung“ des Instituts. „Inmitten tiefgreifender kirchlicher und gesamtgesellschaftlicher Veränderungen galt und gilt der Einsatz des Instituts dem Anliegen, die Liturgie der Kirche und die jeweilige Zeit so aufeinander hin zu vermitteln, dass die ‚Liturgiefähigkeit des Menschen‘ ebenso wie die ‚Menschenfähigkeit der Liturgie‘ gefördert und entwickelt werden.“ Man dürfe mit Dankbarkeit feststellen, dass das DLI, zusammen mit seinen Schwesterinstituten in Österreich und der Schweiz sowie in enger Verbindung mit der Deutschen Bischofskonferenz und ihrer Liturgiekommission, in vielfältiger fachlicher Vernetzung auf nationaler, internationaler und ökumenischer Ebene, in seinen Bildungs- und Publikationsangeboten und nicht zuletzt durch seine wissenschaftliche Abteilung und seine einzigartige Spezialbibliothek diesem Auftrag gerecht werde.

 

Künftige Herausforderungen seien laut Bischof Ackermann die Ausdünnung des kirchlichen und vor allem des gottesdienstlichen Lebens, der Rückgang der pastoralen Berufe und die daraus resultierende Anpassung pfarrlicher und diözesaner Strukturen. Die Auswirkungen der Corona-Pandemie auf die Liturgie seien noch nicht in Gänze absehbar. Es sei daher nun auch am DLI, die Entwicklungen im digitalen Bereich zu beobachten, Orientierung zu geben und mitzugestalten. Dabei sei insbesondere eine liturgische Qualitätssicherung unentbehrlich. Des Weiteren habe die Aufarbeitung des sexuellen Missbrauchs in der katholischen Kirche auch für den Bereich der Liturgie die Sensibilität für die Frage nach Machtverhältnissen erhöht. Alle übertragene Macht in der Liturgie sei immer so einzusetzen, „dass die verschiedenen liturgischen Dienste zum Tragen kommen und die tätige Teilnahme des ganzen Gottesvolkes in der Vielfalt seiner Glieder gefördert wird“. Ohne einen regen Austausch zwischen Theologie und Humanwissenschaften, zwischen Lehre und Praxis, werde dies nicht gelingen können.

 

In ihrer Festansprache „Liturgie – Zeitzeichen und Quelle des Aufbruchs“ betonte die Generalsekretärin der Deutschen Bischofskonferenz, Dr. Beate Gilles, den bleibenden Wert und Auftrag der Liturgie gerade auch in Krisenzeiten der Kirche. „Liturgie ist ehrlich und hält uns die Spiegel vor; aber wir schauen da nur ungern hinein; das ist ein Fehler; Gottesdienst sollte als Spiegel der Situation unserer Kirche viel stärker im Blick sein. Unsere Liturgie ist ein Zeitzeichen, und wenn wir heute auf den Gottesdienst schauen, dann wird die Krise, dann wird die Entfremdung zwischen Kirche und Gläubigen sichtbar“, so Dr. Gilles. Sie fügte hinzu: „Wenn heute viele Gläubige ganz aus der Kirche austreten, dann sind sie oft sehr viel früher schon aus dem Gottesdienst ausgezogen. Hier hätten bei uns bereits viel früher die Alarmglocken schrillen müssen. Aber weil alles erst einmal so weiterlaufen kann, ist es einfacher, solche Anzeichen zu ignorieren.“

 

Die Generalsekretärin rief dazu auf, in besonderer Weise auch künftig auf die Qualität von Liturgie zu achten: „In einer Zeit, in der Gottesdienst vielfach nicht mehr als Verpflichtung angesehen wird, spielt die Qualität eine deutlich größere Rolle. Menschen entscheiden sich bewusst, einen Gottesdienst mitzufeiern. Theologisch ist vollkommen unhinterfragt, dass Liturgie nicht eine Option unseres Glaubens ist, sondern ganz wesentlich unsere Kirche konstituiert. Wenn ich daher nach der Qualität frage, wechsle ich die Perspektive und akzeptiere, dass nicht nur der Mensch ‚liturgiefähig‘, sondern auch die Liturgie ‚menschenfähig‘ werden muss.“ Als Performance, so Dr. Gilles, sei Liturgie gleichzeitig diagnostisch, „weil wir den Istzustand unserer Kirche an ihr ablesen können, und sie ist prognostisch, weil sie das Potential hat, Zukunft aufscheinen zu lassen.“ So stecke in der Liturgie immer ein immenses und vielfältiges Potential, das insbesondere die Gemeinschaft der Gläubigen erfahrbar mache, die oft an anderen Stellen schmerzhaft vermisst werde. Dr. Beate Gilles fügte hinzu: „Aber es braucht Menschen, die dieses Potential suchen und nutzen, und es braucht die liturgischen Fachleute, die dieses Potential für weite Kreise heben und gestalten können. Das DLI wird diese Potentiale – dessen bin ich gewiss – auch in den kommenden Jahren heben. Es wird die Spannungen, die daraus resultieren, aushalten und helfen, sie auszuhalten. Es wird so die Kirche entwickeln. Dazu wünsche ich allen, die daran mitwirken, weiterhin das Gespür, die entscheidenden Themen zu entdecken und kraftvolle Impulse zu setzen.“

 

Hintergrund. Das Deutsche Liturgische Institut (DLI) ist eine Einrichtung der Deutschen Bischofskonferenz. Zu seinen Aufgaben gehören die Redaktion der liturgischen Bücher im deutschsprachigen Raum sowie wissenschaftliche Grundlagen- und Bildungsarbeit zu Entwicklungen im Bereich des Gottesdienstes. Zudem beherbergt das DLI mit 85.000 Bänden und 250 laufenden Zeitschriften eine der weltweit bedeutendsten Spezialbibliotheken zur Liturgiewissenschaft und Liturgiepastoral. Regelmäßige Veröffentlichungen sind die Zeitschrift Gottesdienst und das Liturgische Jahrbuch. Seit 20 Jahren richtet das DLI die wissenschaftliche Tagung „Trierer Sommerakademie“ aus; seit 1985 vermittelt der Lehrgang „Liturgie im Fernkurs“ interessierten Ehrenamtlichen Grundlagen und Praxishilfen liturgischer Bildung für ihren Dienst in den Gemeinden. Das Jubiläum wird flankiert von einer siebenwöchigen Summer School, in der amerikanische und deutsche Studierende miteinander in Austausch kommen. Neben der Festschrift erscheinen eine Sonderausgabe der Zeitschrift Gottesdienst zum Thema „Einladend Gottesdienst feiern“ und die Notenhefte zum Liedwettbewerb „Du bringst meine Seele zum Leuchten. Neue ökumenische Sonntagslieder“. Weitere Informationen gibt es auf www.liturgie.de. Dbk 12

 

 

 

 

 

Papst am Dreifaltigkeitssonntag: Unsere Lebensweise revolutionieren

 

„Gott, in dem jede Person für die andere und nicht für sich selbst lebt, fordert uns auf, mit den anderen und für die anderen zu leben.“ Das betonte Franziskus am Sonntag nach Pfingsten, den Katholiken und Protestanten als Dreifaltigkeitssonntag begehen. Silvia Kritzenberger – Vatikanstadt

 

Der Dreifaltigkeitssonntag wurde bereits um das Jahr 1000 in fränkischen und gallischen Benediktinerklöstern gefeiert. Da er nicht ein Ereignis aus dem Leben Jesu, sondern eine kirchliche Glaubenswahrheit in den Mittelpunkt stellt, zählt er - wie beispielsweise auch Fronleichnam - zu den sogenannten „Ideenfesten“. Dabei geht es um ein entscheidendes Geheimnis des Christentums: die Lehre vom dreieinigen Gott.

Bei seinen Überlegungen ging Franziskus von dem Passus im Johannesevangelium (16,14-15) aus, in dem uns Jesus die beiden anderen göttlichen Personen vorstellt.

 

„Vom Geist sagt er: "Er wird mich verherrlichen; denn er wird von dem, was mein ist, nehmen und es euch verkünden." Und im Bezug auf den Vater stellt er fest: "Alles, was der Vater hat, ist mein“ (Joh 16,14-15).“

Von diesen Bibelzitaten ging Franziskus zu folgendem Denkanstoß über:

 

„Wenn wir sprechen, wollen wir immer, dass Gutes über uns gesagt wird – und oft sprechen wir nur über uns selbst und über das, was wir tun. Welcher Unterschied zum Heiligen Geist, der spricht, indem er andere verkündet! Und was den Besitz angeht: wie sehr neigen wir doch dazu, das, was wir haben, zu verteidigen; wie schwer fällt es uns, es mit anderen zu teilen – selbst mit denen, die nicht einmal das Nötigste haben! Schöne Worte sind einfach; in der Praxis sieht das alles aber ganz anders aus!“

 

Der dreieinige Gott, der „die Liebe ist“, müsse nämlich vor allem mit Taten, durch das „Zeugnis unseres Lebens“, bezeugt werden, und nicht nur mit „schönen Worten“, brachte der Papst den Inhalt der Feier der Heiligen Dreifaltigkeit auf den Punkt.

 

„Denken wir an die guten, großzügigen, sanftmütigen Menschen, denen wir begegnet sind: Wenn wir uns an ihre Denk- und Handlungsweise erinnern, können wir darin einen kleinen Abglanz der Liebe Gottes erkennen. Und was bedeutet es, zu lieben? Nicht nur Gutes zu wollen und Gutes zu tun, sondern vor allem auch, andere willkommen zu heißen, ihnen Raum zu geben und Raum für sie zu schaffen.“

 

An dieser Stelle verwies der Papst auf die besondere Bedeutung des Kreuzzeichens, bei dem wir die Namen der göttlichen Personen sprechen:

 

„In jedem Namen ist die Gegenwart des anderen enthalten. Der Vater zum Beispiel wäre kein solcher ohne den Sohn; auf dieselbe Weise kann man sich den Sohn nicht allein vorstellen, sondern immer nur als Sohn des Vaters. Und der Heilige Geist ist wiederum der Geist des Vaters und des Sohnes. Kurzum: die Dreifaltigkeit lehrt uns, dass man nie ohne den anderen sein kann.“

 

Und das wiederum zeige uns, dass wir auf der Erde seien, um nach Gottes Ebenbild zu leben: auf andere angewiesen und auf sie ausgerichtet.

 

„Stellen wir uns also diese letzte Frage: Bin auch ich im täglichen Leben ein Abbild der Dreifaltigkeit? Bleibt das Kreuzzeichen, das ich jeden Tag mache, eine Geste um ihrer selbst willen, oder inspiriert es meine Art zu sprechen, den anderen zu begegnen, zu antworten, zu urteilen, zu vergeben?“, schloss der Papst seine Katechese zum Dreifaltigkeitssonntag. (vaticannews 12)

 

 

 

 

„Welt-Kirche im Aufbruch. Fokus: Afrika“. Jahrestagung des Cusanuswerks

 

Im Dialog mit Gästen aus mehreren afrikanischen Ländern hat sich die Jahrestagung 2022 der Bischöflichen Studienförderung Cusanuswerk dem Thema „Welt-Kirche im Aufbruch“ gewidmet. Rund 800 Stipendiatinnen und Stipendiaten, Ehemalige und Fachleute aus Wissenschaft und Kirche, Wirtschaft, Politik, Kultur und Medien kamen von Freitag bis Sonntag (10. bis 12. Juni 2022) in Baarlo/Venlo (Niederlande) zusammen, um über die Zukunftsperspektiven der katholischen Kirche zu diskutieren. Im Fokus stand dabei die katholische Kirche in Afrika. Die größte Veranstaltung des Begabtenförderungswerks der katholischen Kirche in Deutschland fand erstmals in Kooperation mit dem Katholischen Akademischen Ausländer-Dienst (KAAD) statt.

 

Die Kirche ist im Aufbruch – in Deutschland und überall auf der Welt. Die Zahl der Katholikinnen und Katholiken wächst in etwa so schnell wie die Weltbevölkerung. Dabei wird die katholische Kirche afrikanischer: Mehr als die Hälfte der Mitglieder, die binnen eines Jahres neu hinzugezählt werden, leben in den Ländern Afrikas. Auf der Jahrestagung des Cusanuswerks wurde deutlich: Aufbruch und Wandel, aber auch Dialog und internationale Zusammenarbeit sind notwendig, damit die katholische Kirche als weltweit größte institutionell organisierte Religionsgemeinschaft menschliche Entwicklung, Frieden und Versöhnung auch in Zukunft wirksam fördern kann. Ausgangspunkt für die Auseinandersetzung waren der Synodale Weg, den die katholische Kirche in Deutschland gemeinsam geht, und die Weltbischofssynode, die aktuell unter Beteiligung von Gläubigen in allen Ländern der Welt vorbereitet wird.

 

„Wir erkunden bei dieser Jahrestagung das Potenzial der Religion, insbesondere des Christentums und des Katholizismus, in einer Haltung, die jede Asymmetrie zu vermeiden sucht und immer auch die Austauschprozesse, die Verbindungen und Wechselwirkungen im Blick hat. Was können die Kirchen und Gesellschaften Europas und Afrikas voneinander lernen – und wie können Sie sich gegenseitig unterstützen?“, so Prof. Dr. Georg Braungart, Leiter des Cusanuswerks, im Rahmen der Eröffnung der Tagung. In vielen Ländern Afrikas wachse nicht nur die Zahl der Gläubigen. Vielmehr erfahren auch die Wirtschaft, die Universitäten und die Mittelschicht seit den 1990er Jahren eine geradezu atemberaubende Dynamik, so der Generalsekretär des Cusanuswerks, Dr. Thomas Scheidtweiler. Von hier gingen wesentliche Impulse für die Weltgemeinschaft aus.

 

Zum Auftakt der Jahrestagung forderte Weihbischof Dr. Christoph Hegge, Beauftragter der Deutschen Bischofskonferenz für das Cusanuswerk, neue Anstrengungen, den Markenkern von Christentum und Kirche zu erkennen. Es sei höchste Zeit für evidenzbasiertes Handeln und  einen Perspektivenwechsel, so Weihbischof Hegge: „Menschen interessieren sich über alle Sprach- und Kulturgrenzen hinweg für Sinnfragen, für den Umgang mit Leid und Schuld, für die Frage der Gestaltung von Beziehungen und eben auch ganz konkret für Gott. Wenn sich für die Menschen die Kirche in diesen Themen nicht als überaus relevant erweist, wenn das Glaubens- und Lebensangebot im Raum der Kirche nicht einen sichtbaren und erfahrbaren Qualitätssprung markiert, dann versinken wir in der Bedeutungslosigkeit. Wir müssen uns fragen, woher die missionarische Dynamik in Afrika, die Glaubensfreude der Menschen kommt und welche existenzielle Relevanz sie für ihr Leben besitzt.“

 

Prof. Dr. Bernhard Spielberg (Lehrstuhl für Pastoraltheologie an der Universität Freiburg, die globale Entwicklung der katholischen Kirche) analysierte in einem Impulsvortrag einzelne Aspekte von Aufbrüchen im weltkirchlichen Kontext. In einem Podiumsgespräch diskutierte er mit Pater Dr. Moses Asaah Awinongya SVD (Dozent für Dogmatik und Ökumenischer Dialog, Köln), Sr. Jacinta Kitonyi (Pastoralreferentin, Rhede), Dorothee Klüppel (Misereor, Aachen) und Prof. Dr. Dr. Claude Ozankom (Fundamentaltheologie, Religionsphilosophie und Theologie der Religionen, Bonn) die Chancen der Weltbischofssynode. Es gelte, die Vielfalt und das Glaubenszeugnis unterschiedlicher katholischer Ortskirchen zur Geltung zu bringen.

 

Den Festvortrag am Sonntagvormittag zum Thema „The Church in Africa and Patriarchy: African Women Speak out“ hielt Prof. Dr. Philomena Njeri Mwaura (Department of Philosophy and Religious Studies, Kenyatta University, Nairobi, Kenia). Den Abschluss der Jahrestagung prägte der Festgottesdienst, der von Kardinal Berhaneyesus D. Souraphiel CM, Erzbischof der Äthiopisch-katholischen Kirche und Metropolit der Kirchenprovinz Addis Abeba, und Weihbischof Hegge gefeiert wurde.

 

Ein besonderer Höhepunkt der Jahrestagung war die Vergabe des Preises für innovative Netzwerkideen – gefördert von der Evonik Stiftung. Das Cusanuswerk prämierte drei Projektideen, die sich nachhaltig für Demokratieförderung, Bildungsgerechtigkeit und Dialog einsetzen: Der Verein youmocracy – Demokratie braucht Dich!, in dem sich zahlreiche Stipendiatinnen und Stipendiaten des Cusanuswerks engagieren, will zur Schaffung einer vorurteilsfreien und respektvollen Diskussionskultur 30 zusätzliche überparteiliche Diskussionsforen etablieren und in drei Schulworkshops junge Menschen im Rahmen der freiheitlich-demokratischen Grundordnung zu gesellschaftspolitischen Themen weiterbilden. Der Verein ApplicAid setzt sich unter Beteiligung von Geförderten und Ehemaligen des Cusanuswerks für mehr Bildungsgerechtigkeit und einen gerechten Zugang zu Stipendien ein. Durch das ausgezeichnete Projekt „Applicator-Community“ erhalten die teilnehmenden Geförderten im Rahmen eines Mentorings digitale Vernetzungsmöglichkeiten sowie konkrete Unterstützung im Bewerbungsprozess um ein Stipendium. Mit der „Cusanischen Zwei-Quadratmeter-Börse“ soll eine digitale Plattform im Cusanuswerk geschaffen werden, um die überregionale und generationenübergreifende Vernetzung zu erhöhen. Vermittelt werden können über die Börse sowohl Anfragen zu Unterkünften als auch Möglichkeiten der Mitwirkung an ehrenamtlichen Initiativen, Diskussionsabenden sowie Dialogformaten zur Förderung der Vernetzung zwischen Geförderten und Ehemaligen. Darüber hinaus sprach die Jury dem Projekt „Interdisziplinäres Wissenschaftskolleg“ einen Anerkennungspreis zu, da es durch seinen Vorbildcharakter in besonderem Maße zur Nachahmung und Initiierung ähnlicher Projekte inspiriert. In Berlin soll ein interdisziplinäres Nachwuchskolleg eingerichtet werden, das Promovierenden ein Forum bietet, sich über ihre Dissertationen auszutauschen.

 

„Innovative und nachhaltigkeitsfördernde Ideen gibt es viele in der cusanischen Gemeinschaft. Wir verdanken es der Evonik Stiftung, dass die besten Ideen für die Gesellschaft in Wert gesetzt werden und viele andere ermutigen, ihre Vorhaben gemeinsam weiter voranzubringen“, sagte der Generalsekretär des Cusanuswerks, Dr. Thomas Scheidtweiler.

 

 

Hintergrund. Die Bischöfliche Studienförderung Cusanuswerk ist das Begabtenförderungswerk der katholischen Kirche in Deutschland. Mit staatlichen, kirchlichen und privaten Zuwendungen hat das Cusanuswerk bereits rund 11.000 herausragend begabte katholische Studierende und Promovierende gefördert – ideell und finanziell. Cusanerinnen und Cusaner tragen mit fachlicher Exzellenz und herausragendem Engagement zum Gemeinwohl bei, ein Leben lang und vielfach in besonders verantwortungsvollen Positionen von Kirche und Gesellschaft, von Wissenschaft, Kultur, Politik und Wirtschaft. Das Cusanuswerk wurde von der European Foundation for Quality Management mit dem Zertifikat „EFQM Recognised for Excellence – 4 star“ ausgezeichnet.

 

Der Preis für innovative Netzwerkideen – gefördert von der Evonik Stiftung wurde 2022 erstmals mit einem Gesamtbudget von rund 17.500 Euro vergeben. Die Auswahl der Preise nahm eine Jury, bestehend aus Dr. Heike Bergandt (Geschäftsführerin der Evonik Stiftung), Prof. Dr. Peter Funke (Vorsitzender des Beirats des Cusanuswerks und ehemaliger Vize-Präsident der Deutschen Forschungsgemeinschaft), Prof. Dr. Wim Kösters (Vorstand der Stiftung Begabtenförderung Cusanuswerk), Matthias Kopp (Pressesprecher der Deutschen Bischofskonferenz), Celina Wigand (Vorstand der Stipendiatinnen und Stipendiaten), Dr. Rudolph Vollmer (Mitglied und Sprecherin des Altcusanerrats) sowie Prof. Dr. Georg Braungart (Leiter des Cusanuswerks), Dr. Thomas Scheidtweiler (Generalsekretär des Cusanuswerks) und Dr. Andrea Kleene (Referentin für Alumni und Netzwerkförderung) vor.

Weitere Informationen sind unter www.cusanuswerk.de verfügbar.

Hinweis: Das Grußwort von Weihbischof Dr. Christoph Hegge finden Sie in der Anlage sowie unter www.dbk.de. Dbk 12

 

 

 

 

Auf Anraten der Ärzte: Papst verschiebt Afrikareise

 

Matteo Bruni, Leiter des vatikanischen Pressebüros: „Der Heilige Vater sieht sich gezwungen, die für Anfang Juli geplante Apostolische Reise in den Kongo und den Südsudan zu verschieben“.

 

Papst Franziskus sieht sich gezwungen, seine nächste Afrikareise, die ihn in der ersten Juliwoche in die Demokratische Republik Kongo und den Südsudan führen sollte, auf ein noch zu bestimmendes Datum zu verschieben. Dies teilte der Direktor des Presseamtes des Heiligen Stuhls, Matteo Bruni, am Freitag Mittag mit.

„Noch zu bestimmender Termin“

„Auf Anraten der Ärzte, und um die Resultate der noch laufenden Kniebehandlungen nicht zunichte zu machen, sieht sich der Heilige Vater zu seinem Bedauern gezwungen, die für den 2. bis 7. Juli geplante Apostolische Reise in die Demokratische Republik Kongo und den Südsudan auf einen noch zu bestimmenden Termin zu verschieben.“

Die Pilgerreise nach Afrika sollte zwei Stationen im Kongo (in der Hauptstadt Kinshasa und in der Stadt Goma sowie eine im Südsudan (in der Hauptstadt Juba) umfassen. Neben den Standardterminen einer Papstreise mit Regierungs- und Kirchenvertretern des Gastlandes waren auch Begegnungen mit Gewaltopfern und Binnenflüchtlinge geplant. Die Vorbereitungen für die Reise liefen in den beiden Ländern bereits auf Hochtouren.

Papst Franziskus leidet seit einiger Zeit unter Knieproblemen, weswegen er derzeit auch viel im Rollstuhl sitzt. VN 10

 

 

 

 

Bistum Limburg: „Bestürzt und fassungslos“

 

Das Bistum Limburg trauert um den Leiter seines Priesterseminars. Der Geistliche ist an diesem Donnerstag tot aufgefunden worden. Kurz zuvor hatte ihn sein Bischof wegen Vorwürfen übergriffigen Verhaltens von allen Ämtern freigestellt.

„Die Geschehnisse erschüttern uns im Bistum Limburg und weit darüber hinaus“, so eine Erklärung auf der Internetseite des Bistums an diesem Freitag. „Der Tod trifft uns sehr, ruft Bestürzung und Fassungslosigkeit hervor und hinterlässt viele Fragen.“

Der Priester sei im Auftrag von Bischof Georg Bätzing „jahrelang mit verantwortungsvollen Ämtern betraut“ gewesen. Am Mittwoch sei er „in einem persönlichen Gespräch zu Vorwürfen übergriffigen Verhaltens angehört worden“, so wie es die entsprechenden kirchlichen Ordnungen vorsähen. Im Anschluss daran habe Bätzing ihn von allen Ämtern freigestellt, „um die Vorwürfe prüfen und aufklären zu können“.

„Wahrlich herausfordernde Situation“

„Der Tod des Priesters ist für alle im Bistum, besonders auch für den Bischof, die Personalverantwortlichen und die Bistumsleitung sehr bedrückend“, so die Stellungnahme aus Limburg. Die aufrichtige Anteilnahme des Bischofs und des Bistums gelte der Familie des Verstorbenen. „Zugleich sind wir in Gedanken auch bei denen, die die Vorwürfe gemeldet haben. Wir werden alles tun, um im Bistum in dieser wahrlich herausfordernden Situation eng zusammenzustehen.“

Das Statement macht auch deutlich, warum sich das Bistum erst verspätet zu der Angelegenheit geäußert hat. Zunächst habe man die Familie sowie Haupt- und Ehrenamtliche im Bistum über diese „schreckliche Nachricht“ informieren wollen. (bistum limburg 10)

 

 

 

Papst an sizilianische Bischöfe und Priester: Licht und Schatten

 

Papst Franziskus hat sizilianische Bischöfe und Priester aufgerufen, ihrem Volk nahe zu sein und sich in Zärtlichkeit und Vergebung zu üben. Gerade angesichts von Arbeitslosigkeit, Gewalt und einer Abwanderung der Jugend brauche die Bevölkerung der süditalienischen Insel die Hilfe der Kirche. Diese habe Lichtgestalten wie den Seligen Anti-Mafiapriester Pino Puglisi hervorgebracht, es habe aber auch kriminelle Geistliche gegeben, sagte Franziskus. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

 

„Die Jugendlichen finden in den Pfarreien und kirchlichen Bewegungen kaum Hilfe bei ihrer Suche nach dem Sinn des Lebens und nicht immer herrscht dort eine klare Distanzierung von früheren Vorgehensweisen, die falsch und sogar unmoralisch waren, um sie entschieden auf den Weg der Gerechtigkeit und Wahrheit zu führen. Es war schmerzlich für mich, als in meinen Händen auch Akten angekommen sind aus römischen Kongregationen, in denen es Urteile zu Priestern und Kirchenleuten gab: Aber wie, wie nur, sind sie auf einen solchen Weg der Ungerechtigkeit und Unehrlichkeit gekommen?", sagte das Kirchenoberhaupt diesen Donnerstag zu sizilianischen Priestern und Bischöfen, die er im Vatikan in Audienz empfing.

Zugleich würdigte Papst Franziskus auch positive Beispiele, wie den palermitanischen Geistlichen und Antimafia-Kämpfer Pino Puglisi, den er 2013 selig gesprochen hatte:

„Wie könnten wir die seligen Pino Puglisi und Rosario Livatino vergessen, aber auch weniger bekannte Leute, Frauen und Männer, die in allen Lebenslagen stets treu zu Christus und dem sizilianischen Volk hielten? Wie könnten wir das stille, beharrliche und liebevolle Wirken so vieler Priester unter Menschen ignorieren, die entmutigt oder arbeitslos sind, die für Kinder oder ältere Menschen da sind, die zunehmend allein sind?"

„Wie könnten wir das stille, beharrliche und liebevolle Wirken so vieler Priester unter den Menschen ignorieren, die entmutigt oder arbeitslos sind, für Kinder oder ältere Menschen da sind, die zunehmend allein sind?“

Papst Franziskus lobte Sizilien auch für die Gastfreundschaft gegenüber Migranten und Flüchtlingen. Die italienische Insel hat viele (Boots-)Migranten aufgenommen. Palermos Bürgermeister Leoluca Orlando etwa ist für seine Hilfsbereitschaft in diesem Punkt bekannt. Papst Franziskus nutzte die Begegnung mit den Priestern und Bischöfen aus Sizilien aber auch, um ihnen ein wenig die Leviten zu lesen - wie öfter bei seinen Reden an kirchliche Verantwortungsträger, verurteilte das Kirchenoberhaupt Karrierestreben und Schwatzhaftigkeit und rief seine Schäfchen zu Einheit auf. Ellenlange, ausschweifende Predigten seien zu vermeiden, mahnte der Papst außerdem. Er würdigte dafür die Marienfrömmigkeit der sizilianischen Geistlichen. Sie sollten sich auch bewusst sein, dass das Volk auf sie als Priester und Bischöfe setze, so Franziskus:

„Die Erwartungen der sizilianischen Bevölkerung an die Priester sind hoch und anspruchsvoll. Bleibt daher bitte nicht auf der Mitte des Wegs stehen!“

„Auf Sizilien werden Priester noch als geistliche und moralische Führungspersonen angesehen, Menschen, die auch dazu beitragen können, die zivile und soziale Lebensqualität der Insel zu verbessern, die Familien zu unterstützen und ein Bezugspunkt für die heranwachsende Jugend zu sein. Die Erwartungen der sizilianischen Bevölkerung an die Priester sind hoch und anspruchsvoll. Bleibt daher bitte nicht auf halbem Weg stehen!", so der Appell von Papst Franziskus. (vn 9) 

 

 

 

Rheinländer an der Spree: Heiner Koch im Interview

 

Er kommt aus Düsseldorf, wurde 2013 Bischof von Dresden-Meißen und ist seit 2015 Erzbischof von Berlin: Heiner Koch ist erst der zehnte Leiter des jungen, bunten Hauptstadt-Erzbistums. Stefan Kempis von Radio Vatikan hat mit ihm gesprochen.

Berlin = Diaspora – wie ist das für Sie?

„Das ist eine neue Erfahrung, die ich ähnlich als Bischof von Dresden hatte. Wir sind in Berlin 25 Prozent Christen: 10 Prozent Katholiken (das ist sehr viel) und 13, 14 Prozent Protestanten… Die größte Gruppe bei uns neben der Gruppe der Muslime (6 Prozent) sind die Menschen, die noch nie eine Berührung hatten mit einer kirchlichen Gemeinschaft. Die sich also – im Gegensatz zum Westen – nicht von der Kirche verabschiedet haben, sondern die noch nie eine Berührung mit ihr hatten. Diesen Menschen die Frage nach Gott nahezubringen: Das ist für uns die große Herausforderung. Dass es möglicherweise doch einen Gott gibt – und was das bedeutet.“

„Sie müssen immer wissen: Sie sind ein Außenseiter“

Und wie macht man das? Wie machen Sie das? Haben Sie da Ideen, Strategien, ganz unbetretene Pfade?

„Zunächst einmal: Wir leben vor allen Dingen mit den Menschen zusammen. Nicht nur ich, sondern unsere Kirchen, die Laien… Wir leben mit den Menschen zusammen und versuchen eine vertrauensvolle Basis aufzubauen für das Gespräch, das Miteinander. Außerdem bringen wir unsere Institutionen ein. Wir haben in Berlin 28 Schulen – für ein Bistum mit 400.000 Katholiken ist das enorm viel, zumal wir nicht diese finanzielle und staatliche Unterstützung bekommen, die man zum Beispiel in Nordrhein-Westfalen gibt.

In den Schulen haben wir auch viele, die nicht gläubig sind. Familien, die zum ersten Mal dort mit dem Glauben in Berührung kommen. Bewusst wollen sie als Ungetaufte, dass ihre Kinder zu diesen Schulen gehen; wir haben einen hohen Andrang auf diese Schulen. In den Medien sind wir recht präsent: weil wir so exotisch sind, dass es schon wieder spannend ist, was wir denken.

Wir haben einen guten Kontakt in den politischen Bereich; zum Erzbistum Berlin gehören drei Landesregierungen: Mecklenburg-Vorpommern, Brandenburg und Berlin, dazu die Bundesregierung. In vielen Fragen sind wir wirklich gut im Gespräch. Aber Sie müssen immer wissen: Sie sind ein Außenseiter, sind eine Minderheit – wenn auch eine respektierte und geachtete –, die Fragen stellen kann und Lösungen mit sucht. Die nicht für alles Lösungen hat, aber mit nach ihnen sucht.“

 „Wir sind froh, dass es Menschen gibt, die Gott ernst nehmen“

Sorgt Ihre Lage dafür, dass Sie auch ökumenisch etwas enger zusammenrücken? Vielleicht auch interreligiös? Berlin ist ja auch der Ort des ‚House of One‘, das, glaube ich, noch im Bau befindlich ist…

„Also, die Ökumene ist bei uns eine gewachsene Größe, das ist ein großer Vorteil. In der Zeit der DDR und Ostberlins sprach man allgemein von den ‚Christen‘, da hat man nicht mehr unterschieden, ob das katholisch oder evangelisch ist. Und die haben zusammengehalten und halten heute noch zusammen. Wir sind die Christen, die Minderheit der Christen, und wir stützen uns gegenseitig! Das ist Ökumene, von unten gewachsen – das ist sehr viel wert.

Auch der interreligiöse Dialog hat bei uns eine hohe Bedeutung. Ich habe gute Kontakte zu den jüdischen Gemeinden, die auch wieder sehr viele Untergruppierungen hat, und auch zu den Muslimen – wobei das natürlich schwierig ist. Es gibt da sehr unterschiedliche muslimische Richtungen, aber zu einigen – gerade zu denen, die sehr offen und aufgeschlossen sind – haben wir wirklich gute Kontakte.

Gerade die jüdischen und die muslimischen Mitbürgerinnen und Mitbürger bringen immer wieder die These ein, dass Berlin eine Stadt ist, in der es gläubige Menschen nicht leicht haben. Wir müssen zusammenstehen, damit der Glaube an den Gott nicht untergeht. Ich kann mich noch genau daran erinnern, wie ein Verantwortlicher der jüdischen Gemeinde mir bei einer Veranstaltung sagte: ‚Wenn ihr die Kreuze in der Öffentlichkeit aufgebt, dann kommen als nächstes die Judensterne… Diese Angst ist da. Doch ich muss sagen: Wir haben ein gutes Verhältnis, bei aller Unterschiedlichkeit, die da ist. Wir sind froh, dass es Menschen gibt, die Gott ernst nehmen.“

 „Wir sind das jüngste Bistum, vom Altersdurchschnitt her“

Ich habe oft gehört, der typische Berliner Katholik habe polnische Wurzeln, sei ein bisschen simpel gestrickt und eher nicht intellektuell satisfaktionsfähig. Jetzt gibt es aber ein Katholisches Institut an der Humboldt-Uni.

„Also zunächst einmal ist das Publikum – die Mitglieder der katholischen Kirche in Berlin – ein höchst heterogenes. Da sind die, die aus Schlesien gekommen sind; aber natürlich sind viele aus Polen. Ich habe drei polnischen Nachbarbistümer, und die Grenzen sind sehr offen und fließend.

Wir haben auch – das muss man ja auch mal als Vorteil hervorheben – an der Ostgrenze viele, sehr viele Polen, die nach Deutschland kommen und hier leben und die plötzlich da eine katholische Blüte auch mitbegründen.

Aber vor allem haben wir Menschen aus aller Herren Ländern: 30 Prozent der Katholiken im Erzbistum Berlin sind nicht deutschstämmig. Das betrifft die Unterschiedlichkeit und auch das intellektuelle Niveau. Wir sind das jüngste Bistum, vom Altersdurchschnitt her, und das merkt man natürlich an der Studenten- und Schullandschaft.

Ich bin sehr erfreut darüber, dass wir jetzt auch in der akademischen Welt durch das Katholische Institut an der Humboldt Universität, die eigentlich nicht-kirchlich, nicht-religiös, nicht-theologisch ausgeprägt war, doch wirklich in den zwei letzten Jahren einen guten Start hatten. Wir haben gerade das Institut eröffnet, zusammen mit allen Repräsentanten der Universität und der Gesellschaft. Und ich merke, dass jetzt bei aller Skepsis vor zwei, drei Jahren (‚Was soll Theologie hier? Das bringt doch nichts, wenn wir eine Eliteuniversität sein wollen...') so viel Lob und Anerkennung für die Theologie an dieser Universität vom Präsidenten, von der Dekanin der Philosophischen Fakultät und von der Wissenschaftssenatorin gekommen ist, dass ich wirklich nur froh sein kann, dass wir jetzt diesen Kommunikationsort haben. Nicht, dass die jetzt alle Christen werden – aber die Kommunikation läuft, auch auf intellektuellem Niveau. Und dafür bin ich sehr dankbar.“

 „Wir müssen darauf hinarbeiten, dass die Menschen sich sehr bewusst entscheiden“

Sie waren ja früher im Erzbistum Köln. Wie geht es Ihnen jetzt, wenn Sie noch mal nach Köln zurückkommen? Was würden Sie denen gerne sagen, was Sie in Berlin verstanden haben und was man in Köln vielleicht noch nicht so weiß?

„Also, der große Vorteil des Rheinlandes ist, dass die Tradition des christlichen Glaubens dort verankert ist: in Einrichtungen, im Leben, in der Gesellschaft, an Brauchtum. Das fehlt uns, das fehlt uns… Was wir stärker haben, ist, dass die Leute bei uns entschiedener sind. Wir Christen sind entschiedener. Und ich kann nur sagen: Ich glaube, dass das der Weg in die Zukunft ist. Wir müssen darauf hinarbeiten, dass die Menschen sich sehr bewusst entscheiden. Es werden wahrscheinlich weniger sein, aber mehr bewusst entschieden – das wird die Herausforderung sein.“ (vn 8)

 

 

 

 

EU-Bischofskommission gegen „Recht auf Abtreibung"

 

Die Vertretung der katholischen Bischöfe bei der EU hat vor einer für Mittwochabend im Europaparlament angesetzten Debatte zum Thema Schwangerschaftsabbruch erneut betont, dass weder europäisches noch internationales Recht ein anerkanntes „Recht auf Abtreibung" vorsehen.

Kein Staat könne daher verpflichtet werden, Abtreibung zu legalisieren, zu erleichtern oder zu ihrer Durchführung beizutragen, erklärte COMECE-Generalsekretär Manuel Barrios Prieto am Mittwoch in Brüssel. Ausdrücklich mahnte er zur Achtung der vertraglich festgelegten Zuständigkeiten der Mitgliedstaaten.

 

Barrios zitierte aus einer Erklärung des ständigen Ausschusses der COMECE vom Februar. „Wir sind uns der Tragik und der Komplexität der Situationen bewusst, in denen sich Mütter befinden, die einen Schwangerschaftsabbruch in Erwägung ziehen", hielten die Bischöfe damals fest. „Weder dürfen Frauen in Not allein gelassen werden, noch kann das Lebensrecht des ungeborenen Kindes außer Acht gelassen werden. Beide müssen jede nötige Hilfe und Unterstützung erhalten."

 

Auf Antrag von Sozialdemokraten, Liberalen und Grünen debattiert das EU-Parlament am Mittwochabend über eine Resolution zur – wörtlich - „weltweiten Bedrohung von Abtreibungsrechten". Als unmittelbarer Anlass dient die Diskussion um die sich abzeichnende Aufhebung des Grundsatzurteils „Roe v. Wade" durch den Supreme Court der USA. Am Donnerstag sollen die in Straßburg tagenden Europaparlamentarier über die Resolution abstimmen.

 

„Recht auf Abtreibung"? 

Erst im Februar hatte Frankreichs Präsident Emmanuel Macron vorgeschlagen, ein „Recht auf Abtreibung" in die EU-Grundrechtecharta aufzunehmen. Auch damals kritisierten die EU-Bischöfe, dies wäre ein „ungerechtes Gesetz ohne ethische Grundlage, das zu ständigen Konflikten zwischen den Bürgern der EU führen würde".

 

COMECE-Generalsekretär Barrios äußerte nun zudem große Sorge ob der „Negierung des Grundrechts auf Verweigerung aus Gewissensgründen", die eigentlich eine Ausprägung jener Gewissensfreiheit darstelle, die auch in der EU-Grundrechtecharta proklamiert wird. Alarmiert sei die EU-Bischofskommission zudem darüber, „dass das Recht von Gesundheitseinrichtungen, bestimmte Dienstleistungen, einschließlich Abtreibung, zu verweigern, geschwächt oder sogar verweigert wird".

In der COMECE sind die Bischofskonferenzen der 27 EU-Mitgliedstaaten vertreten. Sitz des Sekretariats ist Brüssel. Die Kirchenvertreter dort halten Kontakt zu Parlamenten und Regierungen, um Politik im Sinne der kirchlichen Soziallehre mitzugestalten. (kap 8)

 

 

 

 

Papst Franziskus hebt Schönheit des Alters hervor

 

Papst Franziskus hat Jugendwahn und Schönheits-OPs eine Absage erteilt und stattdessen auf die Schönheit des Alters hingewiesen. Bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz erinnerte das Kirchenoberhaupt diesen Mittwoch an die Weisheit und Lebenserfahrung von Seniorinnen und Senioren. Der Papst lobte auch eine besondere Zärtlichkeit älterer Menschen. Stefanie Stahlhofen

 

Vatikanstadt. „Beobachtet einen Großvater oder eine Großmutter, wie sie ihre Enkel anschauen, wie sie ihre Enkel streicheln: diese Zärtlichkeit, die frei von allen menschlichen Prüfungen ist, die die menschlichen Prüfungen überwunden hat und fähig ist, frei Liebe zu geben, die liebende Nähe des einen zum anderen. Diese Zärtlichkeit öffnet die Tür zum Verständnis der Zärtlichkeit Gottes. Vergessen wir nicht, dass der Geist Gottes Nähe, Mitgefühl und Zärtlichkeit bedeutet. (...) Und das Alter hilft uns, diese Dimension Gottes, die Zärtlichkeit, zu verstehen", so Papst Franziskus. Der 85-Jährige setzte bei der Generalaudienz seine Katechesereihe zur Würde des Alters fort und ging dabei diesen Mittwoch auch auf das Thema Jugendwahn ein:

„Falten sind ein Symbol für Erfahrung, ein Symbol für das Leben, ein Symbol für Reife, ein Symbol dafür, dass man eine Reise gemacht hat“

„Während wir darauf warten, den Tod zu besiegen, können wir den Körper mit Medikamenten und Kosmetika am Leben erhalten, die das Alter verlangsamen, verbergen oder es bei Seite schieben. Natürlich ist Wellness eine Sache und Mythenbildung eine andere. Es lässt sich jedoch nicht leugnen, dass die Verwechslung der beiden Aspekte uns in eine gewisse geistige Verwirrung bringt. Die Verwechslung von Wohlbefinden mit dem Füttern des Mythos der ewigen Jugend. Es wird so viel getan, um diese Jugendlichkeit wiederzuerlangen: so viele Tricks, so viele Operationen, um jung zu scheinen."

Über Falten freuen

Ein paar Falten sind aus Sicht von Papst Franziskus gar nicht schlimm, im Gegenteil. In freier Rede berichtete er hier von der italienischen Schauspielerin Anna Magnani. Als man ihr sagte, man müsse ihre Falten entfernen, soll sie geantwortet haben: ,Nein, fassen Sie sie nicht an! So viele Jahre hat es gedauert, sie zu bekommen: Rühren Sie sie nicht an!` Papst Franziskus machte dazu klar:

„Falten sind ein Symbol für Erfahrung, ein Symbol für das Leben, ein Symbol für Reife, ein Symbol dafür, dass man eine Reise gemacht hat. Rührt sie nicht an, um jung zu werden, jung im Gesicht: was zählt, ist die ganze Persönlichkeit, was zählt, ist das Herz, und das Herz bleibt mit jener Jugendlichkeit eines guten Weines, der umso besser ist, je älter er wird."

„Was zählt, ist die ganze Persönlichkeit, was zählt, ist das Herz, und das Herz bleibt mit jener Jugendlichkeit eines guten Weines, der umso besser ist, je älter er wird“

Die Frage des Nikodemus

Als Ausgangspunkt für seine Überlegungen zum Alter hatte Papst Franziskus bei seiner Generalaudienz diesen Mittwoch die Erzählung über Nikodemus aus dem Johannesevangelium (Joh 3, 3-6) gewählt. Jesus sagt Nikodemus, dass man, um das Reich Gottes zu sehen „von oben geboren werden" muss. Das versteht Nikodemus nicht, er sieht das Alter hier als Hindernis und sagt: „Wie kann ein Mensch, der schon alt ist, geboren werden?". Dazu erläuterte der Papst:

„Es geht nicht darum, wiedergeboren zu werden, unser Kommen in die Welt zu wiederholen, in der Hoffnung, dass eine neue Reinkarnation uns wieder die Möglichkeit eines besseren Lebens eröffnet. Diese Wiederholung ist sinnlos. Im Gegenteil, es würde dem Leben, das wir gelebt haben, jeden Sinn nehmen und es auslöschen, als wäre es ein gescheitertes Experiment, ein verfallener Wert, eine Leerstelle, die weg kann. Nein, darum geht es nicht. Dieses Leben ist in Gottes Augen kostbar: Es kennzeichnet uns als von ihm zärtlich geliebte Geschöpfe."

„Aus dieser Perspektive hat das Alter eine einzigartige Schönheit: Wir gehen auf das Ewige zu“ Franziskus betonte, es gehe darum, auch im Alter die „Liebe für das endgültige Ziel" nicht zu vergessen: „Aus dieser Perspektive hat das Alter eine einzigartige Schönheit: Wir gehen auf das Ewige zu. Niemand kann in den Mutterleib zurückkehren, nicht einmal sein technologischer und konsumorientierter Ersatz. Das zu tun, gibt keine Weisheit, gibt keinen vollendeten Weg, ist künstlich. Es wäre traurig, selbst wenn es möglich wäre. Der Alte geht vorwärts, seinem Ziel entgegen, dem Himmelreich Gottes. er geht mit seiner Lebenserfahrung voran. Das Alter ist also eine besondere Zeit, um die Zukunft von der technokratischen Illusion des biologischen und roboterhaften Überlebens zu befreien, aber vor allem, weil es sich der Zärtlichkeit des schöpferischen und erzeugenden Schoßes Gottes öffnet." (vn 8) 

 

 

 

 

 

Papst: In Zukunft darf keiner mehr ausgeschlossen werden

 

Papst Franziskus hat mehr Nächstenliebe und Inklusion angemahnt. „Wir müssen all jene ins Zentrum rücken, die am Rand leben - an allen Peripherien, sowohl physisch als auch existenziell -, dort, wo es viele Migranten und Flüchtlinge, Vertriebene und Opfer des Menschenhandels gibt", sagt er in einer Videobotschaft vom Dienstag. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

 

Papst Franziskus stellt dann im Video allen die Frage: „Was bedeutet es Eurer Meinung nach, die Schwächsten in den Mittelpunkt zu stellen?” Die Antworten darauf kommen von Menschen aus aller Welt. Sie erinnern daran, immer das Evangelium als Maßstab für das Handeln im Leben  zu nehmen, und zu bedenken, dass jeder von uns in schwierige Situationen kommen kann. Wichtig sei auch, mit allen Menschen zu reden, ihnen zuzuhören auf die Bedürfnisse anderer einzugehen, hält jemand anders fest. 

Positives Beispiel der Integration

Zum Ende des fast vierminütigen Videos erzählt Ana aus Venezuela die Geschichte ihrer Auswanderung aus dem Land. Sie und ihre Familie entschieden, als die Lage in Venezuela sehr schlecht war, die Heimat zu verlassen, um eine bessere Zukunft für ihre Kinder zu finden. In Ecuador gelang ihr dies: Ana startete mit Hilfe der Kirche bei der dortigen Caritas ein Projekt für Familien, das Frühförderung und Logopädie anbietet. Sie sagt: „Das war die beste Idee, die Gott mir geschenkt hat! Hier schreiben wir unsere Geschichte neu."

„Das war die beste Idee die Gott mir geschenkt hat... Hier schreiben wir unsere Geschichte neu“

Mitmachen

Der Vatikan lädt alle ein, von eigenen Erfahrungen zu berichten und auf die  Frage zu antworten, die Papst Franziskus zu Beginn des Videos stellt, nämlich: „Was bedeutet es Eurer Meinung nach, die Schwächsten in den Mittelpunkt zu stellen?” 

Dazu kann jeder einen eigenen Beitrag mit einem kurzen Video oder Foto an media@migrants-refugees.va schicken oder sich über die Social Media Kanäle der Vatikan-Abteilung für Migranten und Flüchtlinge melden. Die Sektion freut sich auch über schriftliche oder multimediale Zeugnisse und Fotos von Ortskirchen und anderen katholischen Akteuren, die ihr gemeinsames Engagement in der Migranten- und Flüchtlingsseelsorge vorstellen. Auf der Internetseite migrants-refugees.va gibt es zudem  Material zum Welttag für Migranten und Flüchtlinge - auch auf Deutsch - das frei verwendet und weitergegeben werden kann.

Hintergrund. Die Videobotschaft von Papst Franziskus hat die im Vatikan für Entwicklung zuständige Abteilung erstellt, um auf den Welttag der Migranten und Flüchtlinge im September einzustimmen. Er steht dieses Jahr unter dem Motto: „Mit Migranten und Flüchtlingen die Zukunft bauen“. Das soll den Blick darauf lenken, dass Migranten und Flüchtlinge in ihren Gastländern etwas zum gesellschaftlichen Leben beizutragen haben. Der kirchliche Welttag findet am 25. September statt – und zwar schon zum 108. Mal. Papst Benedikt XV. hatte ihn 1914 ausgerufen. (vn 7)