Notiziario religioso 18-28 giugno 2018

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Inhaltsverzeichnis

1.       Nave Aquarius: card. Cañizares (Valencia), “il Papa è commosso per la nostra generosità e accoglienza”  1

2.       Il Papa: "Famiglia immagine di Dio è solo uomo-donna. Aborto selettivo come nazismo"  1

3.       Migrazione internazionale: “Necessario l’aiuto di tutta la Comunità internazionale”  1

4.       Fine Ramadan. Mons. Spreafico (Cei): “Non dobbiamo dare ragione alla paura. La fede è una grande porta aperta”  1

5.       Papa Francesco: “Il primo diritto umano: il diritto alla speranza”  2

6.       Mons. Fisichella: Povertà creata dall’egoismo, dalla superbia, dall’avidità e dall’ingiustizia  2

7.       Papa Francesco: messaggio Giornata poveri, no a “voci stonate determinate da fobia”  3

8.       20 giugno Giornata Internazionale del Rifugiato  3

9.       Giornata mondiale dei poveri. Papa Francesco: no a “fobia” e a “politiche indegne”, sì a “serio esame di coscienza”  3

10.   La Chiesa è all’opposizione? No, sta cercando il dialogo  4

11.   Nave Aquarius: lettera degli Istituti dei missionari 4

12.   Scalabriniane: Vite da salvare, seguire moniti evangelici indicati da Papa  4

13.   Sant'Antonio e la devozione dei migranti 4

14.   Mons. Bruno Forte: Una finanza al servizio dell’economia reale  4

15.   Presentato il Documento Preparatorio dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica  5

16.   Pane dei pellegrini 6

17.   La Congregazione per la Dottrina della Fede al Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca card. Marx  6

18.   Germania: la devozione di San Cono a Donauwoerth  7

 

 

1.       Papst zum Welttag der Armen: Gelegenheit zur Neuevangelisierung  7

2.       K9-Kardinalsrat: Entwurf neuer Kurienordnung verabschiedet 7

3.       Jesuit zu Tauziehen um Flüchtlingsschiff: „Ein Skandal“  8

4.       Konversion zum Christentum im Kontext des Asylverfahrens  8

5.       „Etwas aufgeregt“: Franz Jung vor seiner Bischofsweihe  8

6.       Die Mitte suchen. Von Bischof em. Heinz Josef Algermissen  9

7.       Der Kommunionstreit und das Kirchenrecht 9

8.       Erstmals seit langem weniger als 20 italienische Papstwähler 10

9.       Werke der Barmherzigkeit sind Fortführung von Gottes Liebe für uns  10

10.   Frankreich: Frau als Vize-Sekretär der Bischofskonferenz  10

11.   Amtskirche auf Schlingerkurs  11

12.   Österreich schließt Moscheen  11

13.   Frankreich: Kirche will gegen Fremdenfeindlichkeit kämpfen  11

14.   Papstbotschaft an Bartholomaios I.: Klimaschutz und Migration  11

15.   Jahrestagung Weltkirche und Mission mahnt besseren Schutz der Religionsfreiheit an  11

16.   Kommunionstreit: Papst bremst deutsche Bischöfe  12

17.   Lob und Kritik. Söder trifft Papst – Kreuzpflicht tritt in Kraft 12

18.   Die katholische Kirche einigt sich mit der GEMA auf neuen Gesamtvertrag  13

 

 

 

Nave Aquarius: card. Cañizares (Valencia), “il Papa è commosso per la nostra generosità e accoglienza

 

“Il Papa mi ha detto di riferirvi che è commosso per il nostro comportamento e si felicita e congratula con la diocesi di Valencia per la prontezza e la generosità con cui ha reagito, e l’esempio di carità che si sta dando nei confronti di queste povere persone”: lo ha detto il cardinale Antonio Cañizares, arcivescovo di Valencia, in un messaggio inviato oggi alla sua diocesi dopo essere stato ricevuto ieri in udienza privata in Vaticano, in merito all’accoglienza nei confronti dei migranti della nave Aquarius e di altre due navi militari italiane che sbarcheranno a Valencia domenica. “Stiamo seguendo con vero e appassionato interesse, stupore, compassione e vergogna – scrive il cardinale Cañizares nel testo ricevuto poco fa dal Sir -, durante lunghi e angosciosi giorni, le traversie di 629 persone attraverso il Mediterraneo, un mare che sta diventando una tomba anonima, insaziabile e divoratrice che si è presa tantissime vittime dell’ingiustizia, degli egoismi dei potenti, delle crudeltà disumane, di bastardi interessi di mafie inconfessabili e delle chiusura in se stesse delle nazioni, senza ascoltare come si dovrebbe i Paesi più poveri da cui provengono queste vittime”. La vicenda dell’Aquarius, afferma, “ha travolto le nostre coscienze e ci ha rialzati in piedi per accudire chi bussa alla porta del cuore e alla coscienza collettiva dei popoli e delle nazioni. È un appello alle persone di buona volontà e soprattutto alla coscienza umanitaria e cristiana”. Il cardinale ricorda che, dopo l’arrivo al porto di Valencia, sarà organizzata l’accoglienza e la distribuzione dei profughi nelle diverse zone della Spagna. “Dal primissimo momento la diocesi si è messa a disposizione” per “accogliere, aiutare, sostenere e curare coloro che arrivano”, ricorda, ed è pronta “ad accogliere, proteggere, promuovere ed integrare i migranti e rifugiati” come insegna Papa Francesco. “Lo abbiamo fatto sapere alle nostre autorità della comunità autonoma, locale e nazionale e all’opinione pubblica – precisa -. Faremo tutto il necessario che rientra nelle nostre possibilità: senza calcoli”. La Delegazione diocesana per le migrazioni, la Caritas diocesana, l’Università Cattolica con “medici, infermieri, docenti, linguisti”, gli Ordini e le Congregazioni religiose, il seminario, le parrocchie, le famiglie, i sacerdoti, i laici, i volontari, le associazioni – conclude – “tutti si sono offerti e sono disposti a collaborare per dare una risposta cristiana di amore, carità e giustizia a questa situazione di emergenza”. Sir 15

 

 

 

 

 

Il Papa: "Famiglia immagine di Dio è solo uomo-donna. Aborto selettivo come nazismo"

 

CITTA' DEL VATICANO - "Oggi fa dolore dirlo: si parla di famiglie diversificate, di diversi tipi di famiglia. Sì, è vero che la parola famiglia è analoga" e ci sono "la famiglia delle stelle, la famiglia degli alberi, la famiglia degli animali..." ma "la famiglia, immagine di Dio, uomo e donna, è una sola". Lo ha detto papa Francesco ai delegati del Forum delle Famiglie ricevuti oggi in Vaticano. "Può darsi - ha aggiunto il Pontefice - che non siano credenti, ma se si amano e uniscono in matrimonio sono a immagine e somiglianza di Dio. Per questo il matrimonio è un sacramento grande".

 

Anche quello tra non credenti: "Se si amano e si uniscono in matrimonio sono immagine e somiglianza di Dio". Poi Bergoglio ha raccontato un aneddoto:  "Una volta ho incontrato degli sposi da dieci anni, senza figli. Ho saputo che loro non li volevano. Ma questa gente a casa aveva tre cani e due gatti". Poi c'è il caso di chi dice: "devo comprare una casa fuori, fare viaggi", ma il Papa rimarca che "i figli sono il dono più grande, i figli che si ricevono come vengono, come Dio li manda" anche se "a volte sono malati".

 

Dura quindi la condanna di Francesco dell'aborto selettivo. "Ho sentito dire che è di moda, o almeno abituale, che quando nei primi mesi di gravidanza si fanno gli studi per vedere se il bambino non sta bene o viene con qualcosa, la prima offerta è: lo mandiamo via. L'omicidio dei bambini: per risolvere la vita tranquilla si fa fuori un innocente". "Da ragazzo - ha aggiunto Francesco - la maestra che insegnava storia ci diceva della rupe, per buttarli giù, per salvaguardare la purezza dei bambini. Un'atrocità, ma noi facciamo lo stesso"."Perché - si è chiesto ancora il Papa, ad alta voce - non si vedono nani per la strada? Perché il protocollo di tanti medici dice: viene male, mandiamolo via". "Il secolo scorso - ha scandito il Pontefice - tutto il mondo si è scandalizzato per quello che facevano i nazisti. Oggi facciamo lo stesso ma con i guanti bianchi".

 

Un altro passaggio del discorso del Papa è dedicato all'infedeltà coniugale. "Una cosa che nella vita matrimoniale aiuta tanto è la pazienza, sapere aspettare. Ci sono nella vita situazioni di crisi forti, brutte, dove anche arrivano tempi di infedeltà". Di qui, la lode di Francesco alla "pazienza dell'amore che aspetta. Tante donne, ma anche l'uomo talvolta lo fa, nel silenzio hanno aspettato, guardando da un'altra parte, aspettando che il marito tornasse alla fedeltà. La santità che perdona tutto perché ama". LR 16

 

 

 

Migrazione internazionale: “Necessario l’aiuto di tutta la Comunità internazionale”

 

Si è tenuto il 14 giugno in Vaticano il “II Colloquio Santa Sede-Messico sulla migrazione internazionale”. Ecco il Messaggio che il Papa ha inviato ai partecipanti al Colloquio

Desidero far giungere il mio saluto a tutti i partecipanti a questo secondo Colloquio Santa Sede – Messico sulla migrazione internazionale, con un particolare ringraziamento per gli organizzatori e i relatori. Questo incontro avviene nel 25° anniversario del ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti Messicani e la Santa Sede. È pertanto un’occasione propizia per rafforzare e rinnovare i nostri legami di collaborazione e di intesa per continuare a lavorare insieme in favore dei bisognosi e degli scartati della società.

Nel momento attuale, in cui la Comunità internazionale è impegnata in due processi che condurranno ad adottare due patti globali, uno sui rifugiati e l’altro sulla migrazione sicura, ordinata e regolare, vorrei incoraggiarvi nel vostro compito e nel vostro sforzo affinché la responsabilità della gestione globale e condivisa della migrazione internazionale trovi il suo punto di forza nei valori della giustizia, della solidarietà e della compassione. A tal fine, occorre un cambiamento di mentalità: passare dal considerare l’altro come una minaccia alla nostra comodità allo stimarlo come qualcuno che con la sua esperienza di vita e i suoi valori può apportare molto e contribuire alla ricchezza della nostra società. Perciò, l’atteggiamento fondamentale è quello di «andare incontro all’altro, per accoglierlo, conoscerlo e riconoscerlo» (Omelia nella Messa per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 14 gennaio 2018).

Per far fronte e dare risposta al fenomeno della migrazione attuale, è necessario l’aiuto di tutta la Comunità internazionale, dal momento che esso ha una dimensione transnazionale, che supera le possibilità e i mezzi di molti Stati. Questa cooperazione internazionale è importante in tutte le tappe della migrazione, dal Paese di origine fino alla destinazione, come pure nel facilitare il ritorno e il transito. In ognuno di questi passaggi, il migrante è vulnerabile, si sente solo e isolato. Prendere coscienza di questo è di capitale importanza se si vuole dare una risposta concreta e degna a questa sfida umanitaria.

Vorrei infine segnalare che nella questione della migrazione non sono in gioco solo numeri, bensì persone, con la loro storia, la loro cultura, i loro sentimenti e le loro aspirazioni. Queste persone, che sono nostri fratelli e sorelle, hanno bisogno di una protezione continua, indipendentemente dal loro status migratorio. I loro diritti fondamentali e la loro dignità devono essere protetti e difesi. Un’attenzione speciale va riservata ai migranti bambini, alle loro famiglie, a quanti sono vittime delle reti del traffico di esseri umani e a quelli che sono sfollati a causa di conflitti, disastri naturali e persecuzioni. Tutti costoro sperano che abbiamo il coraggio di abbattere il muro di quella complicità comoda e muta che aggrava la loro situazione di abbandono e che poniamo su di loro la nostra attenzione, la nostra compassione e la nostra dedizione.

Rendo grazie a Dio per il lavoro e il servizio che prestate e vi esorto a continuare i vostri sforzi per andare incontro a questo grido dei nostri fratelli, che ci chiedono di riconoscerli come tali e di dare loro l’opportunità di vivere in dignità e pace, favorendo così lo sviluppo dei popoli. E imparto a tutti voi la Benedizione Apostolica. Francesco

 

 

 

 

Fine Ramadan. Mons. Spreafico (Cei): “Non dobbiamo dare ragione alla paura. La fede è una grande porta aperta”

 

“La diversità mette paura e la paura è un sentimento normale di fronte a chi non si conosce, ma noi non dobbiamo dare ragione alla paura. Nella Bibbia, quante volte leggiamo: non temere, abbi fede. Significa che la fede è una grande porta aperta verso l’incontro con l’altro, la sua conoscenza e, quindi, il dialogo”. Intervista a monsignor Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo, per la festa di "Eid El Fitr". Si conclude, infatti, oggi il Ramadan, mese nel quale tutti i musulmani del mondo hanno osservato il digiuno con tutte le sue regole - M. Chiara Biagioni

 

“Esprimiamo ai nostri fratelli e sorelle musulmane la nostra vicinanza in questo momento così importante per la loro vita spirituale. In questo tempo difficile, di grande contrapposizione in cui tante volte sembra che il mondo voglia portarci allo scontro e alla divisione, credo che il Ramadan vissuto dalla comunità musulmana come uno dei pilastri fondamentali della loro fede, possa portare anche nel nostro Paese frutti di pace, di bene e di reciproca comprensione e dimostrare che è possibile una convivenza migliore, più fraterna tra noi”. Raggiunto telefonicamente dal Sir, sono queste le prime parole che il vescovo di Frosinone, monsignor Ambrogio Spreafico, in qualità di presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo, esprime per la festa di “Eid El Fitr”. Si conclude, infatti, oggi il Ramadan, mese nel quale tutti i musulmani del mondo hanno osservato il digiuno con tutte le sue regole. Molti sono i vescovi italiani che hanno personalmente portato ai “fratelli musulmani” che vivono nelle loro città, gli auguri delle comunità cattoliche. L’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, scrive nel suo messaggio: “Possa il Dio della Pace, della Giustizia e dell’Amore condurre tutti i credenti a operare insieme come convinti costruttori di un mondo nuovo”. Mentre a Bologna l’arcivescovo Matteo Zuppi esprime questo augurio: “Dio ricompensi abbondantemente coloro che hanno digiunato con fedeltà, sopportando la fatica del caldo e delle lunghe giornate”. Questi messaggi – commenta il vescovo Spreaficosono

“un segno che dice che è possibile vivere insieme in questo Paese ed esprimere nella nostra differenza una fede che accoglie il diverso, lo straniero, il profugo. Un messaggio che dobbiamo dare insieme perché ne abbiamo tutti bisogno”.

Cosa intende dire?

La diversità mette paura e la paura è un sentimento normale di fronte a chi non si conosce, ma noi non dobbiamo dare ragione alla paura. Nella Bibbia, quante volte leggiamo: non temere, abbi fede. Significa che la fede è una grande porta aperta verso l’incontro con l’altro, la sua conoscenza e, quindi, il dialogo.

Le società europee stanno diventando sempre più multietniche e multireligiose ma non siamo capaci di rapportarci con la diversità. Che Italia deve emergere?

Sono convinto che gli italiani hanno nel cuore un profondo senso di accoglienza verso il diverso che oggi però viene oscurato da tanti fatti. È oscurato dalla paura, è oscurato da cifre che si danno sull’immigrazione che non sono reali. È oscurato da una propaganda che non aiuta la reciproca comprensione. Proviamo, allora, a capire meglio la realtà che abbiamo di fronte. L’immigrazione è un fenomeno che dobbiamo considerare a livello planetario. Non dobbiamo, cioè, dimenticare che ci sono Paesi del mondo, come il Libano e la Giordania, dove gli immigrati sono molti di più di quelli che noi italiani abbiamo accolto nel nostro Paese.

Teniamo aperto il cuore.

Governiamo il problema migratorio affinché tutti anche in Europa si prendano le loro responsabilità. E soprattutto ricordiamoci che siamo di fronte a esseri umani che non possiamo lasciare nel deserto o in mezzo al mare.

Spesso si vedono solo i problemi e i lati oscuri di una realtà. Che dono invece possono essere le comunità musulmane per il nostro Paese?

Un uomo e una donna di fede, al di là delle appartenenze religiose, sono un dono che arricchisce il luogo, la città, il paese. La fede, se vissuta nella sua profondità, come si vive durante il Ramadan per i musulmani o la Quaresima, l’Avvento e la Pasqua per i cristiani, può diventare occasione di grande rinnovamento spirituale in cui riscoprire anche le radici profonde dell’umanità. Quando un uomo e una donna vivono in maniera vera il proprio credo religioso, non può che uscire da questa fede un’energia di pace e di amore per gli altri. Perché l’amore di Dio è strettamente connesso all’amore per il prossimo, persino – noi diciamo – per il nemico.

Auguriamo oggi alle comunità islamiche che esprimano questa forza di pace e di amore che viene dalla fede nell’unico Dio. sir

 

 

 

 

Papa Francesco: “Il primo diritto umano: il diritto alla speranza”

 

Venerdì 15 giugno il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti al Convegno nazionale della Federazione Maestri del Lavoro d’Italia, in corso a Roma dal 14 al 17 giugno 2018. Ecco il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’Udienza

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Sono lieto di incontrarvi in occasione del vostro Convegno nazionale, che rappresenta una preziosa occasione di condivisione, oltre che di riflessione, su alcuni temi fondamentali per la nostra società e il nostro mondo. È importante il contributo che, come Maestri del Lavoro d’Italia e seguendo diverse strade, avete portato alla crescita di un contesto sociale più inclusivo e dignitoso per tutti. La vostra Federazione rappresenta in tal senso un esempio di impegno e di servizio al bene comune. Oltre a questo, visto il solenne riconoscimento pubblico ricevuto da ognuno dei suoi membri, essa porta il peso di una maggiore responsabilità, e il dovere di una costante e instancabile dedizione.

Fin dalla storica Enciclica Rerum novarum di Papa Leone XIII, la dottrina sociale della Chiesa ha posto il lavoro al centro delle questioni che riguardano la società. Il lavoro al centro. Il lavoro, infatti, sta al cuore della vocazione stessa data da Dio all’uomo, di prolungare la sua azione creatrice e realizzare, attraverso la sua libera iniziativa e il suo giudizio, un dominio sulle altre creature che si traduca non in asservimento dispotico, ma in armonia e rispetto. Siamo chiamati a contemplare la bellezza di tale progetto divino, che è fondato sulla concordia, quella tra gli esseri umani e quella con gli altri esseri viventi e la natura.

Al tempo stesso, guardiamo con preoccupazione alla condizione attuale dell’umanità e del creato, che portano impressi in profondità i segni del peccato, segni di inimicizia, di egoismo, di cieco privilegio di sé. Quante persone ancora rimangono escluse dal progresso economico. Quanti nostri fratelli soffrono perché schiacciati da violenza e guerre, o per il degrado dell’ambiente naturale. Quanti, ancora, sono oppressi per la marginalità in cui vengono relegati, e patiscono per la carenza di prospettive positive per il futuro, e quindi di speranza!

Non ci lascino mai passivi o indifferenti la debolezza e la sofferenza che toccano così tante persone, ma che possiamo diventare sempre più capaci di riconoscerle nei volti dei fratelli, per tentare di alleviarle. Che siamo sempre più solleciti nel cercare di rendere, a chi l’abbia perduta, la speranza di cui ha bisogno per vivere; essa infatti rappresenta, in qualche modo, il primo e più fondamentale diritto umano, dei giovani prima di tutto. Il diritto alla speranza, quella speranza cancellata oggi per tanta gente… Il primo diritto umano: il diritto alla speranza. La speranza in un futuro migliore passa sempre dalla propria attività e intraprendenza, quindi dal proprio lavoro, e mai solamente dai mezzi materiali di cui si dispone.

Non vi è infatti alcuna sicurezza economica, né alcuna forma di assistenzialismo, che possa assicurare pienezza di vita e realizzazione personale. Non si può essere felici senza la possibilità di offrire il proprio contributo, piccolo o grande che sia, alla costruzione del bene comune. Ogni persona può dare il suo apporto – anzi deve darlo! – così da non diventare passiva, o sentirsi estranea alla vita sociale. Per questa ragione, una società che non si basi sul lavoro, che non lo promuova concretamente, e che poco si interessi a chi ne è escluso, si condannerebbe all’atrofia e al moltiplicarsi delle disuguaglianze. All’opposto, una società che, in spirito sussidiario, cerchi di mettere a frutto le potenzialità di ogni donna e ogni uomo, di ogni provenienza ed età, respirerà davvero a pieni polmoni, e potrà superare gli ostacoli più grandi, attingendo a un capitale umano pressoché inesauribile, e mettendo ognuno in grado di farsi artefice del proprio destino, secondo il progetto di Dio.

Farsi artefici: quella dimensione “artigianale” dello sviluppo della propria vita, quella dimensione personale del lavoro. Nel dibattito di questi giorni di Convegno, avete messo in relazione la tematica del lavoro con il ricchissimo patrimonio ambientale, artistico e culturale italiano, che rappresenta per il Paese il bene comune più prezioso. I tesori del passato, infatti, vivono attraverso il tempo grazie alla cura di coloro a cui sono affidati, e l’ineguagliabile eredità di arte e cultura in Italia costituisce un potenziale unico, da mettere a frutto con politiche avvedute e strategie di lungo termine. Anche a voi, dunque, Maestri del Lavoro, spetta il compito morale e civile di diffondere, promuovere e ampliare la cura del “Bel Paese” (cfr F. PETRARCA, Canzoniere, CXLVI, v. 13).

Nel perseguire tale obiettivo, emerge come primaria la questione morale. Essa è giustamente posta al centro della vita della Fondazione, che si ispira ai valori della «correttezza, responsabilità e trasparenza» (Codice Etico, art.1), e si propone di vivere, testimoniare e diffondere questi stessi principi in tutto il contesto sociale, specialmente in quello lavorativo. Rinnovare il lavoro in senso etico significa infatti rinnovare tutta la società, bandendo la frode e la menzogna, che avvelenano il mercato, la convivenza civile e la vita stessa delle persone, soprattutto dei più deboli. Per fare questo, per testimoniare cioè i valori umani ed evangelici in ogni contesto e in ogni circostanza, è necessaria una tensione alla coerenza nella propria vita. Coerenza nella vita, e armonia nella propria vita.

C’è bisogno di concepire la totalità della propria vita «come una missione» (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 23): una missione armonica. Solo con questo spirito oblativo, solo se l’amore per i fratelli ci brucia dentro come un “carburante spirituale” – il quale, a differenza di quelli fossili, non si esaurisce ma si moltiplica con l’uso – la nostra testimonianza sarà davvero efficace, e capace di incendiare, mediante la carità, tutto il nostro mondo. «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, – dice Gesù ai discepoli – e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). A noi, oggi, è affidata questa fiamma; a noi è dato lo Spirito del Signore, Spirito di forza, di coinvolgimento, di santità e misericordia: «Ecco ora il momento favorevole!» (2 Cor 6,2).

Ci siano di guida, in questo cammino arduo ma entusiasmante, le Beatitudini di Gesù nel Vangelo (cfr Mt 5,3-11; Esort. ap. Gaudete et exsultate, 67-94): ci portino a guardare sempre con amore a Gesù stesso, che le ha incarnate nella sua Persona; ci mostrino che la santità non riguarda solo lo spirito, ma anche i piedi, per andare verso i fratelli, e le mani, per condividere con loro. Insegnino a noi e al nostro mondo a non diffidare o lasciare in balìa delle onde chi lascia la sua terra affamato di pane e di giustizia; ci portino a non vivere del superfluo, a spenderci per la promozione di tutti, a chinarci con compassione sui più deboli. Senza la comoda illusione che, dalla ricca tavola di pochi, possa “piovere” automaticamente il benessere per tutti. Questo non è vero.

Vi auguro un proficuo cammino associativo e soprattutto buon lavoro! Vi chiedo per favore di pregare anche per me, e invoco su di voi e sui vostri familiari la benedizione di Dio. Grazie! Francesco, dip 15

 

 

 

 

Mons. Fisichella: Povertà creata dall’egoismo, dalla superbia, dall’avidità e dall’ingiustizia

 

Giovedì 14 giugno Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre Francesco per la II Giornata Mondiale dei Poveri, istituita da Papa Francesco a conclusione del Giubileo della Misericordia la XXXIII Domenica del tempo ordinario, che quest’anno ricorre il 18 novembre 2018. Riportiamo  l’intervento di mons. Rino Fisichella

 

In vista della II Giornata Mondiale dei Poveri, che si celebrerà domenica 18 novembre, Papa Francesco ha firmato simbolicamente nella data del 13 giugno, memoria liturgica di Sant’Antonio da Padova, Patrono dei Poveri, il Messaggio che oggi viene presentato. L’indirizzo che Papa Francesco ha voluto apporre a questa II Giornata è chiaramente espresso dalle parole del Salmo 37 che hanno ispirato la realizzazione di quanto oggi viene offerto alla Chiesa: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta”.

Il contenuto del Messaggio si sviluppa intorno a tre verbi: “gridare”, “rispondere” e “liberare”. Per ognuno di questi tre, Papa Francesco elabora una breve sintesi esistenziale che provoca a riflettere. Anzitutto, ? si domanda, ? “come mai questo grido, che sale fino al cospetto di Dio, non riesce ad arrivare alle nostre orecchie e ci lascia indifferenti e impassibili?” (n.2). Il Papa risponde positivamente affermando che: “È il silenzio dell’ascolto ciò di cui abbiamo bisogno per riconoscere la loro voce. Se parliamo troppo noi, non riusciremo ad ascoltare loro. Spesso, ho timore che tante iniziative pur meritevoli e necessarie, siano rivolte più a compiacere noi stessi che a recepire davvero il grido del povero. In tal caso, nel momento in cui i poveri fanno udire il loro grido, la reazione non è coerente, non è in grado di entrare in sintonia con la loro condizione. Si è talmente intrappolati in una cultura che obbliga a guardarsi allo specchio e ad accudire oltremisura se stessi, da ritenere che un gesto di altruismo possa bastare a rendere soddisfatti, senza lasciarsi compromettere direttamente.” (n.2).

Il Papa afferma, inoltre, che la povertà “non è cercata, ma creata dall’egoismo, dalla superbia, dall’avidità e dall’ingiustizia. Mali antichi quanto l’uomo, ma pur sempre peccati che coinvolgono tanti innocenti, portando a conseguenze sociali drammatiche.” (n.4). Prendendo come icona il racconto del cieco Bartimeo (cf. Mc 10,46-52), Papa Francesco attesta nel Messaggio che tanti poveri si sono identificati in questo povero ai margini della strada, che molti volevano zittire. Anche oggi, sostiene il Papa, “le voci che si sentono sono quelle del rimprovero e dell’invito a tacere e a subire” (n.5). Per questo il richiamo di Papa Francesco è forte e lapidario: “Sono voci stonate, spesso determinate da una fobia per i poveri, considerati non solo come persone indigenti, ma anche come gente portatrice di insicurezza, instabilità, disorientamento dalle abitudini quotidiane e, pertanto, da respingere e tenere lontani.” (n.5).

La risposta dei credenti, pertanto, ha bisogno di essere coerente e deve sapere che un comportamento contrario, non solo rende indifferenti nei confronti dei poveri, ma paradossalmente allontana da Dio che sta loro vicino.

Da ultimo, il Papa mette in guardia dal “giocare per avere il primato di intervento” (n.7). Chiede, anzitutto ai cristiani di comprendere “quanto sia distante il nostro modo di vivere da quello del mondo, che loda, insegue e imita coloro che hanno potere e ricchezza, mentre emargina i poveri e li considera uno scarto e una vergogna” (n.8). Al contrario, i discepoli di Cristo “sono chiamati a rendere loro onore, a dare loro la precedenza, convinti che sono una presenza reale di Gesù in mezzo a noi.” (n.7). Questa è una veritiera opera di liberazione, perché aiuta a creare le condizioni necessarie per rispettare la dignità delle persone più deboli.

La Chiesa con questa Giornata intende ribadire la sollecitudine della comunità cristiana verso quanti vivono ai margini della società a causa della loro condizione di povertà. Acquisisce così solidità la tradizione fortemente voluta da Papa Francesco nel 2016 di avere una Giornata Mondiale dedicata ai Poveri. In piena aderenza a questo magistero, la premura del Santo Padre e della Chiesa vuole essere una chiamata per la comunità cristiana all’ascolto che si trasforma poi in intervento, in azione concreta, per affermare a voce alta il rifiuto dell’indifferenza e dell’impassibilità che attanagliano questo periodo storico più di altri. È un invito all’incontro con le diverse forme di sofferenza ed emarginazione in cui vivono tanti uomini e donne che siamo abituati a disegnare con il termine di “poveri”.

Di fronte a questa multiforme sofferenza e a questo grido di aiuto si impone la prima clamorosa verità su cui questo Messaggio si fonda: il Signore ascolta! La speranza di un Dio che ascolta viene proclamata per quanti a loro volta cercano l’abbraccio del Padre. Nessuno, dunque, può sentirsi escluso dall’amore di Dio; specialmente in un mondo che eleva spesso la ricchezza a primo obiettivo e rende chiusi in se stessi. Non è vano quindi il grido del povero. Non solo, questa dimensione relazionale di grido-ascolto ricorda come ogni iniziativa di aiuto e assistenza debba essere inquadrata in questa prospettiva di incontro con l’altro e non, invece, nel circuito chiuso dell’autocompiacimento delle coscienze. Insomma, è una provocazione forte ad ascoltare la voce del povero che grida.

Papa Francesco con le parole del Salmo, infine, consegna un messaggio di grande speranza, introducendo un’espressione di enorme impatto: «Ho cercato il Signore: mi ha risposto». È disarmante la semplicità con cui è espresso l’esito di questa ricerca. Il Signore, dunque, risponde! Per chi è nell’indigenza, questa certezza illumina una notte spesso sconfinata, che non conosce l’alba. La Giornata Mondiale dei Poveri, non lenirà probabilmente tutte le ferite che lacerano la vita di quanti vivono ai margini; e, tuttavia, vuole essere un segno di speranza e una provocazione a diventare strumenti di misericordia viventi nel tessuto capillare della società, della comunità e dell’incontro personale. “Probabilmente, è come una goccia d’acqua nel deserto della povertà; e tuttavia può essere un segno di condivisione per quanti sono nel bisogno” (n.3), poiché la consapevolezza di una goccia accende la speranza per una pioggia rinfrescante. Questa liberazione dunque, è il dono che la mano tesa di Dio offre al povero, attraverso i fedeli e le comunità che si fanno strumenti nelle sue mani. Una giornata, dunque, dove si celebra l’incontro con l’altro.

È in questa cornice che sono state immaginate alcune iniziative suggerite per tutta la Chiesa e che troveranno forma concreta anche in Vaticano, ad opera del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, con il supporto di alcuni finanziatori che fin d’ora ringrazio. Domenica 18 novembre alle ore 9.30 il Papa incontrerà i poveri, accompagnati dalle associazioni e dai gruppi parrocchiali, insieme, nella Basilica di San Pietro, dove si celebrerà la Santa Eucarestia. A seguire, Papa Francesco parteciperà al pranzo nell’Aula Paolo VI con circa 3.000 poveri, che sarà offerto da Rome Cavalieri – Hilton Italia in collaborazione con Ente Morale Tabor. Contemporaneamente, nelle tante parrocchie che hanno aderito all’iniziativa, nei centri di volontariato e in alcuni Collegi e scuole, ognuno secondo le proprie possibilità, verrà offerto un pranzo ai poveri, come momento di festa e condivisione. “In molte Diocesi, questa è stata un’esperienza che, lo scorso anno, ha arricchito la celebrazione della prima Giornata Mondiale dei Poveri. Molti hanno trovato il calore di una casa, la gioia di un pasto festivo e la solidarietà di quanti hanno voluto condividere la mensa in maniera semplice e fraterna.” (n.6).

Come esprime Papa Francesco nel Messaggio: “Vorrei che anche quest’anno e in avvenire, questa Giornata fosse celebrata all’insegna della gioia per la ritrovata capacità di stare insieme. Pregare insieme in comunità e condividere il pasto nel giorno della domenica.” (n.6). Sabato 17, come preparazione, verrà celebrata una Veglia di preghiera nella Basilica di San Lorenzo fuori le Mura, per tutte le associazioni di volontariato e per quanti, come veri operatori della misericordia, quotidianamente e con discrezione, prestano servizio di assistenza alle persone che vivono queste difficili realtà. Dopo i risultati incoraggianti ottenuti nella precedente edizione, con quasi 600 persone indigenti che hanno potuto ricevere cure mediche gratuite, verrà ripetuta l’esperienza del Presidio Sanitario.

Durante tutta la settimana da lunedì 12 a domenica 18, verrà allestito a Piazza Pio XII un Presidio Sanitario dove sin dalle prime ore della mattina, verranno offerte cure mediche per diverse specializzazioni. Dermatologia, infettivologia, cardiologia, ginecologia e andrologia, oculistica, podologia, analisi cliniche con responso a brevissimo termine, saranno le aree mediche coperte. Ad oggi, hanno dato la loro disponibilità, oltre che al Reparto Sanitario Vaticano, anche i rispettivi specialisti dell’Università Cattolica Gemelli e dell’Università di Tor Vergata. Siamo in attesa di ricevere altre adesioni significative nei prossimi giorni.

L’appello dunque è rivolto alle associazioni, alle parrocchie e a tutte quelle realtà che operano nell’ambito dell’assistenza ai poveri, perché possano agevolare ulteriormente quanti sono nel bisogno, a fruire di questo servizio, vincendo la naturale diffidenza che spesso caratterizza queste situazioni. Il Presidio probabilmente sarà in funzione fino a tarda sera. Con questo Messaggio Papa Francesco si rivolge a tutti i fedeli, singolarmente, attraverso le parrocchie e i gruppi di volontariato, perché rivolgano ancora di più lo sguardo verso i poveri, per ascoltare il loro grido spesso silenzioso ma espresso dallo sguardo eloquente, e riconoscere le loro necessità. L’invito, comunque, è quello di non dimenticare che la povertà sociale sulla quale in questa Giornata si vuole portare l’attenzione, è solo una delle molteplici forme di povertà che l’uomo moderno patisce. Il povero al quale simbolicamente viene tesa la mano, come ricorda il logo della Giornata Mondiale dei Poveri, rappresenta l’umanità intera, che nell’esperienza quotidiana, sa di avere bisogno dell’abbraccio di Dio, quanto dell’attenzione e solidarietà dei fratelli. Zenit 14

 

 

 

 

Papa Francesco: messaggio Giornata poveri, no a “voci stonate determinate da fobia

 

 “Quanti percorsi anche oggi conducono a forme di precarietà! La mancanza di mezzi basilari di sussistenza, la marginalità quando non si è più nel pieno delle proprie forze lavorative, le diverse forme di schiavitù sociale, malgrado i progressi compiuti dall’umanità…”. Nel messaggio per la seconda Giornata mondiale dei poveri, il Papa cita la figura di Bartimeo per esclamare: “Quanti poveri sono oggi al bordo della strada e cercano un senso alla loro condizione! Quanti si interrogano sul perché sono arrivati in fondo a questo abisso e su come ne possono uscire! Attendono che qualcuno si avvicini loro e dica: ‘Coraggio! Alzati, ti chiama!'”. “Purtroppo si verifica spesso che, al contrario, le voci che si sentono sono quelle del rimprovero e dell’invito a tacere e a subire”, l’analisi di Francesco, secondo il quale “sono voci stonate, spesso determinate da una fobia per i poveri, considerati non solo come persone indigenti, ma anche come gente portatrice di insicurezza, instabilità, disorientamento dalle abitudini quotidiane e, pertanto, da respingere e tenere lontani. Si tende a creare distanza tra sé e loro e non ci si rende conto che in questo modo ci si rende distanti dal Signore Gesù, che non li respinge ma li chiama a sé e li consola”. “I poveri sono i primi abilitati a riconoscere la presenza di Dio e a dare testimonianza della sua vicinanza nella loro vita”, scrive il Papa, ma “per superare l’opprimente condizione di povertà, è necessario che essi percepiscano la presenza dei fratelli e delle sorelle che si preoccupano di loro e che, aprendo la porta del cuore e della vita, li fanno sentire amici e famigliari”. Di qui l’apprezzamento per l’iniziativa del pranzo con i poveri, che ha caratterizzato la prima Giornata mondiale a loro dedicata “in molte diocesi”. “Molti hanno trovato il calore di una casa, la gioia di un pasto festivo e la solidarietà di quanti hanno voluto condividere la mensa in maniera semplice e fraterna”, l’omaggio del Papa, che esorta a ripetere l’esperienza “anche quest’anno e in avvenire”, in modo da celebrare la Giornata “all’insegna della gioia per la ritrovata capacità di stare insieme”. “Pregare insieme in comunità e condividere il pasto nel giorno della domenica”, spiega Francesco, è “un’esperienza che ci riporta alla prima comunità cristiana”. Sir 14

 

 

 

20 giugno Giornata Internazionale del Rifugiato    

 

Andria - “Sarà un appuntamento importante di incontro tra la cittadinanza e con i richiedenti protezione che la nostra città accoglie”. Così Andria di prepara, con una serie di iniziative, alla Giornata Internazionale del Rifugiato che si celebrerà il prossimo 20 giugno. La Comunità “Migrantesliberi, in collaborazione con l’Ufficio Migrantes della diocesi di Andria, promuove, per l’occasione, “diversi momenti di condivisione con l’intento di rafforzare l’incontro tra la comunità locale, i rifugiati ed i richiedenti asilo”, si legge in una nota.

Il 20 giugno lale 17,00 l’open house presso “Casa S. Croce – Rosario Livatino”, bene confiscato alla criminalità e sede dello Sprar. Dopo i saluti di don Geremia Acri, responsabile della Comunità “Migrantesliberi”, e di Francesca Magliano, assessore alle Politiche sociali del Comune di Andria, verrà presentato alla cittadinanza il progetto territoriale “Come.Te”. A parlarne, saranno Ottavia Matera, dirigente del settore socio-sanitario del Comune di Andria, e Alba Pistillo, responsabile Area migrazione e progetto Sprar della Comunità “Migrantesliberi”. Alle 19, presso la parrocchia San Riccardo in Andria, verrà celebrata la messa “in ricordo di quanti sono morti in mare, quanti sono colpiti dall’odio, dall’indifferenza e dai pregiudizi”. Alle 20, poi, sarà la volta dello spettacolo “L’Uomo Nero”, scritto da Sabino Liso e portato in scena nell’auditorium della parrocchia San Riccardo. Seguirà, alle 21, un momento di convivialità, presso gli spazi aperti dell’oratorio San Riccardo, con degustazione di piatti da tutto il mondo e musica. “L’intera comunità cittadina – spiegano i promotori – è invitata a partecipare per facilitare la costruzione di ponti e dialogo con i nostri amici, che vengono in Italia in cerca di futuro e soprattutto speranza”. mo

 

 

 

Giornata mondiale dei poveri. Papa Francesco: no a “fobia” e a “politiche indegne”, sì a “serio esame di coscienza”

 

"Gridare, rispondere, liberare". Sono i tre imperativi contenuti nel messaggio di Papa Francesco per la seconda Giornata mondiale dei poveri, in programma il 18 novembre. "Un serio esame di coscienza", la richiesta, per dire no alla "fobia" verso i poveri e rifuggire dal protagonismo nelle attività a loro dedicate. Politiche "indegne", la denuncia, spesso opprimono o intimoriscono i poveri. M.Michela Nicolais

 

“Un serio esame di coscienza” per capire chi sono davvero i poveri e se siamo davvero capaci di ascoltarli. A chiederlo è il Papa, nel messaggio per la seconda Giornata mondiale dei poveri, in programma il 18 novembre sul tema: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta”. Tre imperativi – “gridare, rispondere, liberare” – per contrastare una cultura che tende a ignorare i poveri, i rifiutati e gli emarginati, presa com’è dalla trappola del narcisismo e del protagonismo. E che dimentica che la povertà non è cercata, ma è frutto di mali – antichi quanto l’uomo, ma pur sempre peccati – dalle “conseguenze sociali e drammatiche”. Come la “fobia” verso i poveri, considerati gente che porta con sé insicurezza e instabilità, quindi da respingere e tenere lontani. “Voci stonate”, le definisce Francesco, che mette in guardia anche dalla tentazione della delega o dell’assistenzialismo e stigmatizza politiche “indegne di questo nome”, che opprimono i poveri o li intimoriscono con la violenza.

“Il Signore – scrive Francesco – ascolta i poveri che gridano a lui ed è buono con quelli che cercano rifugio in lui con il cuore spezzato dalla tristezza, dalla solitudine e dall’esclusione. Ascolta quanti vengono calpestati nella loro dignità e, nonostante questo, hanno la forza di innalzare lo sguardo verso l’alto per ricevere luce e conforto. Ascolta coloro che vengono perseguitati in nome di una falsa giustizia, oppressi da politiche indegne di questo nome e intimoriti dalla violenza; eppure sanno di avere in Dio il loro Salvatore”. “Nessuno può sentirsi escluso dall’amore del Padre, specialmente in un mondo che eleva spesso la ricchezza a primo obiettivo e rende chiusi in stessi”, il monito del Papa, che esorta a prestare la nostra attenzione “a quanti sono poveri, rifiutati ed emarginati”.

“È il silenzio dell’ascolto ciò di cui abbiamo bisogno per riconoscere la loro voce”, la tesi di Francesco: “Se parliamo troppo noi, non riusciremo ad ascoltare loro”. Tante iniziative “pur meritevoli e necessarie”, la denuncia, sono rivolte “più a compiacere noi stessi che a recepire davvero il grido del povero”.

 

 “Non è un atto di delega ciò di cui i poveri hanno bisogno, ma il coinvolgimento personale di quanti ascoltano il loro grido”: l’assistenza è necessaria in un primo momento, ma guai a trasformarsi in assistenzialismo. La Giornata mondiale dei poveri, spiega il Papa, “intende essere una piccola risposta che dalla Chiesa intera, sparsa per tutto il mondo, si rivolge ai poveri di ogni tipo e di ogni terra perché non pensino che il loro grido sia caduto nel vuoto. Probabilmente, è come una goccia d’acqua nel deserto della povertà; e tuttavia può essere un segno di condivisione per quanti sono nel bisogno, per sentire la presenza attiva di un fratello e di una sorella”.

“La povertà non è cercata, ma creata dall’egoismo, dalla superbia, dall’avidità e dall’ingiustizia”, ammonisce Francesco: “Quanti percorsi anche oggi conducono a forme di precarietà! La mancanza di mezzi basilari di sussistenza, la marginalità quando non si è più nel pieno delle proprie forze lavorative, le diverse forme di schiavitù sociale, malgrado i progressi compiuti dall’umanità…”.

“Quanti poveri sono oggi al bordo della strada e cercano un senso alla loro condizione! Quanti si interrogano sul perché sono arrivati in fondo a questo abisso e su come ne possono uscire!”. Come Bartimeo con Gesù, attendono che qualcuno si avvicini loro e li aiuti a rialzarsi. Al contrario, ricevono rimproveri e inviti a tacere o a subire:

“Sono voci stonate, spesso determinate da una fobia per i poveri, considerati non solo come persone indigenti, ma anche come gente portatrice di insicurezza, instabilità, disorientamento dalle abitudini quotidiane e, pertanto, da respingere e tenere lontani”.

 

“I poveri sono i primi abilitati a riconoscere la presenza di Dio e a dare testimonianza della sua vicinanza nella loro vita”, scrive il Papa, ma “per superare l’opprimente condizione di povertà, è necessario che essi percepiscano la presenza dei fratelli e delle sorelle che si preoccupano di loro e che, aprendo la porta del cuore e della vita, li fanno sentire amici e famigliari”. Di qui l’apprezzamento per l’iniziativa del pranzo con i poveri, che ha caratterizzato la prima Giornata mondiale a loro dedicata in molte diocesi e che Francesco esorta a replicare anche quest’anno e negli anni a venire.

“Davanti ai poveri non si tratta di giocare per avere il primato di intervento”, perché

“non è di protagonismo che i poveri hanno bisogno”,

sottolinea il Papa lodando le “innumerevoli iniziative” intraprese ogni giorno dalla comunità cristiana ed esortando alla collaborazione con altre realtà, ma “senza protagonismi di sorta”, perché “i veri protagonisti sono il Signore e i poveri”. No, allora, a “disprezzo e pietismo verso di essi”, sì invece alla capacità di “rendere loro onore, dare loro la precedenza, convinti che sono una presenza reale di Gesù in mezzo a noi”. Il mondo, invece, “insegue e imita coloro che hanno potere e ricchezza, mentre emargina i poveri e li considera uno scarto e una vergogna”. Sir 14

 

 

 

 

 

La Chiesa è all’opposizione? No, sta cercando il dialogo

 

Il personale e il linguaggio del nuovo governo sono estranei al mondo e al modo di ragionare dell’universo cattolico. Il caso della nave Aquarius - di Andrea Riccardi

 

La presentazione alla Camera del governo Conte, qualche giorno fa, è stata definita da Avvenire con un titolo severo in prima pagina, «Si cambia». Senza slanci. Eppure in passato il direttore del quotidiano, Tarquinio, aveva tentato un dialogo con i pentastellati tra le perplessità della segreteria della Conferenza episcopale italiana (Cei). Avvenire, parlando de «La povera visione» (titolo di un editoriale), nota nel programma di Conte il trionfo del pragmatismo venato da «parecchio giustizialismo» (inasprimento delle pene, legittima difesa allargata, agenti provocatori), tanto da concludere che più di un avvocato degli italiani, come promesso, «si tratta di un inquisitore».

La Chiesa all’opposizione? Non è la sua posizione. Ma il personale e il linguaggio del governo sono estranei al suo mondo e al suo ragionare. Lo si è visto nella recente vicenda della nave Aquarius. Un dialogo va tutto costruito. Intanto il presidente della Cei, Bassetti, ha posto alcuni «paletti» su temi come persona, lavoro, famiglia, Europa, progressività fiscale (quindi no flat tax), migranti... Anche il presidente dei vescovi europei, Bagnasco ha fatto sentire la sua voce sui migranti. La Cei pensa a un’Italia ancorata all’Europa e responsabile nel Mediterraneo. Al mondo mediterraneo, sarà dedicato un futuro grande convegno della Chiesa, che delineerà una visione dell’Italia nella regione.

Nell’ultimo anno, la Chiesa ha cercato di assumere una nuova posizione. Bisogna andare un anno indietro, quando fu archiviata la legge per la cittadinanza ai figli degli stranieri in Italia, lo ius culturae richiesto dai cattolici. Si misurò l’irrilevanza della Chiesa. Il riposizionamento è guidato dalla Cei. Non dal Papa né dal Vaticano. Forse monsignor Becciu, promosso cardinale, sarà l’ultimo italiano, Sostituto della Segreteria di Stato per questo pontificato. Oggi la presenza della Chiesa si delinea a partire dalla memoria della Preghiera per l’Italia del 1994, quando Giovanni Paolo II difese l’unità del Paese di fronte alle spinte secessionistiche. Vari vescovi hanno ripreso la preghiera il 2 e il 3 giugno scorsi: da quelli di Rovigo, Torino e Belluno, all’arcivescovo di Bologna, Zuppi, che ha fatto cantare il Te Deum per la Costituzione, ricordandola come espressione di umanesimo italiano, che molto deve al cristianesimo.

Il presidente della Cei Bassetti ha sostenuto lealmente Mattarella durante i negoziati per il governo, mentre ha raccomandato che non si mettesse in crisi il sistema Italia. Il Quirinale è stato il riferimento della Chiesa. La Chiesa considera negativo il clima di conflittualità, nella convinzione che una campagna elettorale permanente non faccia bene al Paese: «Rischiamo di mettere l’Italia in una situazione difficile da recuperare», ha dichiarato Galantino, segretario della Cei. Il tema del «bene comune» ritorna spesso. Il programma di Bassetti è di lungo periodo: «Dobbiamo... – ha detto – essere capaci di unire l’Italia e non certo di dividerla... il futuro del Paese significa anche rammendare il tessuto sociale dell’Italia con prudenza, pazienza e generosità».

L’idea del «rammendo» è centrale nella visione di Bassetti, che in questi mesi ha visitato molte realtà locali, confermando una leadership unificatrice e pacificante. Siamo lontani dalle emozioni e dalle lacerazioni di questi mesi. Anche se la Chiesa si è accorta che i suoi fedeli, pure i più legati alle sue istituzioni, sono spesso soggetti a un’attrazione emotiva verso i populismi. Manca una cultura cattolica e le scuole di formazione politica, attive nei decenni passati, sono state senza efficacia. Giovanni Paolo II diceva però che «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Un caposaldo del messaggio di Bassetti è l’invito al protagonismo dei cattolici in politica senza steccati. Il presidente della Conferenza episcopale ha giudicato poco fruttuosa la stagione della diaspora dei cattolici nei partiti: se i cattolici «non trovano – ha detto – una forma per esprimersi insieme, si rischia di essere inefficaci». Ma ha precisato: «quale sia la forma non sta a me dirlo». Però c’è una storia da riprendere, non da ripetere: «È venuto il momento di interrogarci se siamo davvero eredi di quella nobile tradizione o se ci limitiamo soltanto a custodirla...», insiste il cardinale quasi stimolando i laici cattolici. La proposta non è qualche riunione tra i vertici delle associazioni che si ripetono da anni senz’efficacia. È la recezione dell’inquietudine del popolo cattolico che avverte il bisogno di non assistere silente, a disagio di fronte alla politica, e non vuole essere subordinato alle emozioni che abitano una parte degli italiani.

CdS 13

 

 

 

 

Nave Aquarius: lettera degli Istituti dei missionari    

 

Roma - “Come cittadini e cristiani siamo esterrefatti e indignati della decisione del ministro degli interni Matteo Salvini, che impedisce alla nave Aquarius di portare in salvo nei porti italiani 629 migranti salvati in acque territoriali libiche”. Comincia così la lettera-appello indirizzata al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte dalla Conferenza degli istituti missionari italiani (Cimi), dal Segretariato unitario di animazione missionaria (Suam) e dalla Commissione Giustizia, Pace e Integrità del Creato (Gpic) della Cimi. “Il rifiuto di prestare soccorso ai migranti non ha precedenti nella nostra storia ed è in flagrante violazione delle convenzioni internazionali, di cui anche l’Italia è firmataria, che obbligano il soccorso in mare a chi è in pericolo di morte – affermano gli organismi di coordinamento di tutti i missionari italiani -. Tra i migranti sulla nave ci sono oltre cento minori non accompagnati e sette donne incinte. Una cinquantina di migranti sono stati salvati mentre erano a rischio di morire annegati”. I missionari deplorano la decisione di Malta, prima destinazione di sbarco, “che si è rifiutata di accettare l’attracco della nave Aquarius. Così come la chiusura della Francia e della Spagna (che all’ultima ora si è resa disponibile a ricevere la nave nel porto di Valencia) ad ogni possibilità di accoglienza dei migranti”. “Ma è deplorevole e vergognoso che l’Italia decida di allinearsi – sottolineano -, facendo così pagare a persone innocenti e bisognose di aiuto il prezzo di una diatriba tra Stati su chi si debba assumere la responsabilità di accoglierle”. “È vero – proseguono -, l’Italia non può essere lasciata sola di fronte a un fenomeno migratorio che ha una portata enorme e implicazioni internazionali (specie nel bacino del Mediterraneo) che chiamano in causa l’attenzione e il peso geopolitico dell’Unione europea. È quindi corretto e giusto che il governo italiano faccia sentire le propria voce a Bruxelles, chiedendo ai partner europei di farsi carico, anche loro, del dossier migranti”. Ma allo stesso tempo, precisano, “l’Italia non può sottrarsi al dovere di accogliere persone che, in gran parte, cercano di costruirsi una vita migliore in Europa e che, in alcuni casi, fuggono da guerre e da regimi dittatoriali”. “È importante – suggeriscono i missionari – che l’Italia mantenga un doppio ruolo: essere un porto sicuro per i migranti e nel contempo non smettere di sollecitare l’Europa a trovare soluzioni percorribili (non semplicemente fondate sul controllo militare delle aree di transito dei migranti, come avviene in Niger e Mali), anche nei Paesi di partenza dei migranti”. “I partner europei – concludono – devono essere sollecitati a spostare il baricentro delle proprie politiche verso il Mediterraneo”, anche “attraverso la pacificazione e la stabilizzazione degli Stati nordafricani”. (Sir 13)

 

 

 

Scalabriniane: Vite da salvare, seguire moniti evangelici indicati da Papa   

 

Roma - “Ci sono 629 vite umane che vanno salvate, si fa confusione tra salvare e accogliere e questo a prescindere dalle scelte politiche. Il caso, o meglio, le persone presenti sulla nave Aquarius sollecita il nostro essere persone con una coscienza morale che deve rabbrividire di fronte a questa situazione che sembra stia trattando di affari umani e non di persone”. E’ quanto dichiara in una nota suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Suore Missionarie Scalabriniane. “La vera lotta è da fare nei riguardi dei trafficanti di esseri umani, criminali senza scrupoli che approfittano delle speranze della povera gente – ha aggiunto – I corridoi umanitari sono una soluzione per gestire questi flussi ma è necessario che tutti capiscano come i quattro verbi indicati da Papa Francesco,accogliere’, ‘proteggere’, ‘promuovere’ e ‘integrare’ siano alla base di un percorso concreto di pace, dialogo e convivenza civile. La politica sta utilizzando criteri rigidi, di strapotere, perché il loro pensiero non rappresenta tutta l’Italia o l’Europa, per cui è da combattere anche questo agire politico. Si dia priorità – è la richiesta della religiosa -  a quella povera gente, disperata, a quel grido che spetta a noi raccogliere”. Mo 13

 

 

 

 

Sant'Antonio e la devozione dei migranti    

 

Palermo – Oggi, 13 giugno, è la festa di S. Antonio da Padova. E’ celebrata con grande fede e devozione da milioni di cattolici in tutto il mondo. La devozione verso S. Antonio nata a Padova si è estesa in tutto il mondo ad opera dei francescani che ne hanno diffuso la sua santità accompagnata da miriadi di miracoli. E’ un Santo definito taumaturgo: chi lo prega riceve grazie e miracoli. I francescani poi, nella loro evangelizzazione in molte parti del globo, hanno dedicato a questo santo un giorno della settimana: il martedì.

Ogni martedì le chiese cattoliche della Romania si riempiono di fedeli ortodossi che vanno a pregare il santo seppellito ai Padova. A lui rivolgono preghiere e suppliche scrivendo in dei foglietti le loro intenzioni.

Ogni martedì anche a Palermo la chiesa di S. Antonino in Corso Tukory, è un via vai di fedeli che vi si recano per innalzare preghiere al Santo dei miracoli. Ma questa volta non ci sono solo i cattolici o i cristiani ortodossi, ma bensì anche induisti e buddisti provenienti da diverse parti dell’est asiatico residenti nella città, in particolare srilankesi e mauriziani. La devozione a S. Antonio, conosciuto e venerato nel mondo cattolico, ha travalicato l’appartenenza religiosa specifica perché questo santo risponde ai bisogni dell’uomo, ai bisogni di pace, di salute, di prosperità, di lavoro, etc. S. Antonio entra nella vita di ogni giorno e si fa compagno di viaggio di quanti lo invocano e per loro intercede presso il Padre celeste elargitore di ogni dono e di ogni grazia, al di là di ogni appartenenza religiosa. I cattolici hanno “contagiato” di questa devozione i loro connazionali, penetrando il vissuto quotidiano. I membri di una comunità etnica, in quanto cattolici ricevono grazie da S. Antonio. Per osmosi anche quanti appartengono alla medesima area culturale, possono ricevere grazie dal medesimo santo se gli rivolgono preghiere e suppliche. Una pista per l’evangelizzazione è quella della pietà popolare se essa è intrisa del Vangelo e dell’annuncio kerigmatico della passione, morte e resurrezione di Cristo Signore. La comunicazione della “devozione” ai santi passa attraverso tutti gli aspetti della cultura e delle culture, cioè di tutto quel bagaglio umano ed esistenziale che ogni essere umano porta e conserva nella “valigia” della propria vita come “bagaglio” esistenziale. Proprio perché esistono delle relazioni umane interpersonali i cattolici hanno potuto trasmettere anche ai non cristiani la ricchezza della relazione con S. Antonio. Ciò è avvenuto inizialmente nei loro Paesi d’origine e continua ad essere vissuto e trasmesso anche oggi nel Paese che li ha accolti come Paese d’approdo del loro progetto migratorio.

I migranti non sono solo soggetti passivi del loro cammino umano e religioso, come il più delle volte noi pensiamo, ma bensì soggetti attivi nella trasmissione della fede in Cristo Gesù Salvatore del mondo. Soggetti attivi anche nel dialogo interreligioso ovunque essi si trovino e scelgano di vivere. Un dialogo costruito e vissuto “dal basso” che come operatori pastorali siamo interpellati a decodificare come uno dei “segni dei tempi”.

Dal tempo di Gesù molta gente continua a cercare “un segno”, a seguire Gesù perché egli continua in altro modo a compiere miracoli e prodigi. Noi speriamo e preghiamo perché tutti i credenti smettano di cercare i “doni di Dio” e sappiano accogliere e seguire il “Dio dei doni”. (Sergio Natoli, Migrantes Palermo)

 

 

 

 

Mons. Bruno Forte: Una finanza al servizio dell’economia reale

 

Oeconomicae et pecuniariae quaestiones” – Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario è il titolo di un importante documento della Congregazione per la Dottrina della Fede e del Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, pubblicato con la data del 17 maggio 2018. Il testo parte dalla costatazione della rilevanza sempre maggiore delle tematiche economiche e finanziarie nella vita quotidiana, “a motivo del crescente influsso esercitato dai mercati sul benessere materiale di buona parte dell’umanità”. Da qui deriva il bisogno di un’adeguata regolazione delle loro dinamiche, connessa ad una doverosa fondazione etica, “che assicuri al benessere raggiunto quella qualità umana delle relazioni che i meccanismi economici, da soli, non sono in grado di produrre” (n. 1). Senza un adeguato ordine etico, “l’arbitrio e l’abuso del più forte finiscono per dominare sulla scena umana” (n. 3). La verifica storica di questa convinzione è evidente: con la crescita del benessere economico globale nella seconda metà del XX secolo sono aumentate le disuguaglianze tra i vari Paesi e al loro interno, mentre “continua ad essere ingente il numero delle persone che vive in condizioni di estrema povertà” (n. 5) e aumenta il numero degli scartati e degli esclusi. Diventa perciò urgente “elaborare nuove forme di economia e finanza, le cui prassi e regole siano rivolte al progresso del bene comune e rispettose della dignità umana” (n. 6). Il Documento intende contribuire a questo scopo muovendosi nel solco dell’insegnamento sociale della Chiesa, secondo cui l’economia “ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 45).

Nella prospettiva di questa concezione etica un principio chiave è il no all’assolutizzazione del profitto, inteso come pura e semplice ottimizzazione dei guadagni pecuniari: nella trasmissione di beni fra persone vi è in gioco sempre più che qualcosa di materiale, “dato che i beni materiali sono spesso veicolo di altri beni immateriali, la cui concreta presenza o assenza determina in modo decisivo anche la qualità degli stessi rapporti economici (ad esempio fiducia, equità, cooperazione…)” (n. 9). In questa linea il testo arriva ad affermare che “nessun profitto è legittimo quando vengono meno l’orizzonte della promozione integrale della persona umana, della destinazione universale dei beni e dell’opzione preferenziale per i poveri” (n. 10). Ogni progresso del sistema economico va allora misurato “sulla base della qualità della vita che produce e dell’estensione sociale del benessere che diffonde, un benessere che non si può limitare solo ai suoi aspetti materiali” (ib.) e che va valutato con criteri ben più ampi della sola produzione interna lorda di un Paese (PIL), riferendosi anche a parametri quali la sicurezza, la salute, la crescita del “capitale umano”, la qualità della vita sociale e del lavoro. “Tutto ciò rende quanto mai urgente una rinnovata alleanza, fra agenti economici e politici, nella promozione di ciò che serve al compiuto sviluppo di ciascuna persona umana e della società tutta, coniugando nel contempo le esigenze della solidarietà con quelle della sussidiarietà” (n. 12). Con realismo il Documento osserva come “quel potente propulsore dell’economia che sono i mercati non è in grado di regolarsi da sé: infatti essi non sanno né produrre quei presupposti che ne consentono il regolare svolgimento (coesione sociale, onestà, fiducia, sicurezza, leggi…), né correggere quegli effetti e quelle esternalità che risultano nocivi alla società umana (disuguaglianze, asimmetrie, degrado ambientale, insicurezza sociale, frodi…)” (n. 13). In questa luce la minaccia che l’industria finanziaria condizioni l’economia reale fino a dominarla è tutt’altro che aleatoria: analogamente, va considerato immorale il processo per cui “la rendita da capitale insidi ormai da vicino e rischi di soppiantare il reddito da lavoro”, con la conseguenza che “il lavoro stesso, con la sua dignità, non solo divenga una realtà sempre più a rischio, ma perda altresì la sua qualifica di bene per l’uomo, trasformandosi in un mero mezzo di scambio all’interno di relazioni sociali rese asimmetriche” (n. 15). L’attività finanziaria, insomma, deve essere al servizio dell’economia reale, creando valore con mezzi moralmente leciti e favorendo “una smobilitazione dei capitali allo scopo di generare una circolarità virtuosa di ricchezza. Assai positive in tal senso, e da favorire, sono realtà quali il credito cooperativo, il microcredito, così come il credito pubblico a servizio delle famiglie, delle imprese, delle comunità locali e il credito di aiuto ai Paesi in via di sviluppo” (n. 16). Nell’attuale globalizzazione del sistema finanziario, allora, diventa urgente “un coordinamento stabile, chiaro ed efficace, fra le varie autorità nazionali di regolazione dei mercati, con la possibilità e, a volte, anche la necessità di condividere con tempestività delle decisioni vincolanti quando ciò sia richiesto dalla messa in pericolo del bene comune. Tali autorità di regolazione devono sempre rimanere indipendenti e vincolate alle esigenze dell’equità e del bene comune” (n. 22). Un compito che – se fosse assunto dall’Unione Europea – potrebbe renderla certo ben più vicina al sogno dei suoi Padri fondatori…

Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto (Sole/Zenit 10)

 

 

 

 

Presentato il Documento Preparatorio dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica

 

Tenuta la Conferenza stampa di presentazione del Documento Preparatorio dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, in programma nel mese di ottobre del prossimo anno 2019, sul tema: Amazzonia, nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale. Ecco l’intervento del Card. Lorenzo Baldisseri

 

Come è stato annunciato dal Santo Padre Francesco il 15 ottobre 2017, l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi, sul tema: “Amazzonia, nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”, avrà luogo nel mese di ottobre del prossimo anno 2019. I nuovi cammini di evangelizzazione sono pensati per e con il Popolo di Dio che abita in quella regione. Per questo motivo, fin dall’inizio del camino sinodale, la Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi ha lavorato in stretto collegamento con la Rete Ecclesiale Panamazzonica (REPAM), organismo che svolge le attività ecclesiali in quella regione.

Anche se il tema si riferisce ad un territorio specifico, come la Panamazzonia – e per questo motivo si parla di “Sinodo Panamazzonico” – le riflessioni che lo riguardano superano l’ambito regionale, perché esse attingono tutta la Chiesa e anche il futuro del pianeta. Tali riflessioni intendono far un ponte verso altre realtà geografiche simili quali, ad esempio: il bacino del Congo, il corridoio biologico Centroamericano, i boschi tropicali dell’Asia nel Pacifico, il sistema acquifero Guaranì. Questo grande progetto ecclesiale, civico ed ecologico permette di estendere lo sguardo al di là dei rispettivi confini e di ridefinire linee pastorali rendendole adeguate ai tempi di oggi. Anche per queste ragioni il Sinodo sarà celebrato a Roma. Nella regione panamazzonica, prioritaria è l’attenzione ai popoli nativi che la abitano. Questi popoli, come ha affermato Papa Francesco a Puerto Maldonado (19 gennaio 2018), mai sono stati così tanto minacciati come ora.

In secondo luogo si porrà attenzione al tema dell’ambiente, dell’ecologia e della cura del creato, la Casa Comune. Tutto questo sarà presentato alla luce dell’insegnamento e della vita della Chiesa, operante nella Regione. In questa linea oggi si pubblica il Documento Preparatorio, che raccoglie istanze, suggerimenti e propone piste per una adeguata preparazione all’Assemblea sinodale. Il Documento Preparatorio consta di una introduzione e tre parti, che corrispondono al metodo del “vedere, giudicare (discernere) e agire”; metodo già utilizzato precedentemente (Sinodo sulla famiglia) con buoni risultati. Si include infine, un Questionario sul quale le Chiese locali ed altri enti interessati lavoreranno.

La prima parte del Documento, dedicata al “vedere”, delinea l’identità della Panamazzonia e l’urgenza dell’ascolto. Gli argomenti che vengono affrontati sono: il territorio; la varietà socioculturale; l’identità dei popoli indigeni; la memoria storica ecclesiale; la giustizia e i diritti dei popoli, così come la spiritualità e saggezza dei popoli amazzonici. La regione panamazzonica comprende più di sette milioni e mezzo di kilometri quadrati, con nove Paesi che condividono questo grande Bioma (Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, Venezuela, Surinam, Guyana e Guyana francese) e coinvolge sette Conferenze Episcopali. Il bacino idrografico dell’Amazzonia rappresenta per il nostro pianeta una delle maggiori riserve di biodiversità (dal 30 al 50% della flora e della fauna del mondo) e di acqua dolce (20% dell’acqua dolce non congelata di tutto il pianeta).

Inoltre, la regione possiede più di un terzo dei boschi primari del pianeta, ed è un importante fornitore di ossigeno per tutta la terra. La popolazione in questo immenso territorio è di circa 34 milioni di abitanti di cui oltre 3 milioni sono indigeni appartenenti a più di 390 etnie. Si includono pure popoli e culture di ogni tipo come afro-discendenti, contadini, coloni, ecc. Tutti vivono in un rapporto vitale con la vegetazione e le acque dei fiumi secondo i loro movimenti ciclici, quali straripamenti, riflussi e periodi di siccità. I centri abitati e le città in Amazzonia si sono rapidamente accresciuti di numero a causa del fenomeno migratorio verso le periferie, cosicché attualmente la popolazione tra il 70% e l’80% risiede in questi centri e città.

La ricchezza della foresta e dei fiumi è minacciata da grandi interessi economici, nei diversi punti del territorio, che provocano la deforestazione indiscriminata, la contaminazione dei fiumi e dei laghi, a motivo dell’uso di agro-tossici, di fuoriuscite di petrolio, dell’estrazione mineraria e la produzione di droghe. A tutto questo si aggiunge un aumento drammatico del traffico di persone, in particolare di donne e bambini, a scopo di ogni tipo di sfruttamento disumano. Fin dalla prima evangelizzazione la Chiesa è stata presente in modo forte e significativo, seppur con ombre, nella difesa e nello sviluppo dei popoli sino ai nostri tempi, in cui essa si è maggiormente coinvolta con la sua azione ecclesiale e sociale a riscatto dei popoli oppressi ed emarginati.

Al riguardo, particolarmente rilevanti sono stati gli interventi dell’Episcopato Latinoamericano attraverso i documenti di Medellín (1968), Puebla (1979), Santo Domingo (1992) e Aparecida (2007). Sulla giustizia e i diritti dei popoli, l’orientamento di Papa Francesco è chiaro: «Credo che il problema essenziale sia come conciliare il diritto allo sviluppo, compreso quello sociale e culturale, con la tutela delle caratteristiche proprie degli indigeni e dei loro territori. […] In questo senso dovrebbe sempre prevalere il diritto al consenso previo e informato» (Fr. FPI).

La seconda parte del Documento riguarda il “discernere” nuovi cammini a partire dalla nostra fede in Gesù Cristo, illuminati dal Magistero e la Tradizione della Chiesa. Quindi, il contenuto di questa parte è segnato dall’annuncio del Vangelo in Amazzonia, nelle sue diverse dimensioni: biblico-teologica, sociale, ecologica, sacramentale e ecclesiale-missionaria. I racconti biblici ispirano ad una riflessione profonda della realtà specifica dell’Amazzonia, del suo destino e la sua dimensione cosmica, a partire dalla Genesi sino all’Apocalisse. Alla luce della Parola di Dio si instaura la tensione tra il già e il non ancora che coinvolge la famiglia umana e il mondo intero. «L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità […] nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,19-22).

L’annuncio evangelico ha un “contenuto inevitabilmente sociale” (EG 177) ed implica l’impegno in favore dell’altro per migliorare la sua vita e così “far presente nel mondo il Regno di Dio” (EG 176). Questa dimensione sociale e comunitaria trova un’espressione rilevante proprio nel territorio Amazzonico in cui l’ecosistema si coniuga inseparabilmente con la vita delle persone e garantisce la stabilità e la salvaguardia della Casa Comune. Ne segue quindi, come ci ricorda Papa Francesco, che l’opera di evangelizzazione non può «mutilare l’integralità del messaggio del Vangelo» (EG 39), e allo stesso tempo non può non tener conto dell’esigenza di disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: la vicinanza, l’apertura al dialogo, la pazienza, l’accoglienza (cf. EG 165). Un elemento basilare che l’evangelizzazione deve considerare è quello dello sviluppo umano concepito come un processo integrale, ben espresso con la formula, spesso usata da Papa Francesco, «nel mondo tutto è collegato», quale paradigma della ecologia integrale (cf. LS 137- 142). Pertanto, il processo di evangelizzazione della Chiesa in Amazzonia non può prescindere dalla promozione e dalla cura del territorio (natura) e dei suoi popoli (culture). Per raggiungere questo scopo sarà necessario articolare i saperi ancestrali con le conoscenze contemporanee (cf. LS 143-146), con riferimento particolare all’utilizzo sostenibile del territorio e allo sviluppo coerente con i valori e le culture delle popolazioni.

Gli auspicati nuovi cammini di evangelizzazione della Chiesa in Amazzonia non possono reggersi se non con uno sguardo ecclesiale contemplativo della creazione e della pratica sacramentale. Infatti, «i sacramenti sono un modo privilegiato in cui la natura viene assunta da Dio e trasformata in mediazione della vita soprannaturale. Attraverso il culto siamo invitati ad abbracciare il mondo su un piano diverso» (LS 235). Come afferma il Documento Preparatorio la celebrazione del Battesimo mette in luce l’importanza dell’“acqua” come fonte di vita e di purificazione, facilitando l’inculturazione di riti e tradizioni del territorio. Così pure l’Eucaristia, secondo lo stesso Documento, ci riporta al «centro vitale dell’universo, il centro traboccante d’amore e di vita inesauribile» del Figlio incarnato, presente sotto le apparenze del pane e del vino, frutto della terra e del lavoro degli uomini (cf. LS 236). Nell’Eucaristia la comunità celebra un amore cosmico, in cui gli esseri umani, accanto al Figlio di Dio incarnato e a tutta la creazione, rendono grazie a Dio per la vita nuova in Cristo resuscitato (cf. ibidem). Pertanto, l’Eucaristia, mentre costituisce la comunità pellegrina e festiva, diventa «fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci orienta ad essere custodi di tutto il creato» (cf. LS ibidem).

Alla fine della seconda parte il Documento parla della dimensione ecclesiale e missionaria. Al riguardo si afferma che in una Chiesa “in uscita” (cf. EG 46), «per sua natura missionaria» (AG 2, Doc. Aparecida 347), tutti i battezzati hanno la responsabilità di essere discepoli missionari, partecipando alla vita ecclesiale con modalità diverse e all’interno di ambiti differenti. La presa di coscienza della dimensione missionaria fa sì che l’annuncio implichi l’affermazione dei principi morali anche nell’ordine sociale ed esige il rispetto dei diritti fondamentali della persona e la pratica della giustizia in favore dei poveri.

Rilevante è il senso religioso dei popoli dell’Amazzonia come espressione del sensus fidei. Tanto è così che lo stesso Papa Francesco ha voluto farvi riferimento con queste parole a Puerto Maldonado: «Ho voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione sincera per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture». La Chiesa, come ce lo ricorda Papa Francesco, deve essere una Chiesa “in uscita” (cf. EG 46), nella quale tutti i battezzati hanno la responsabilità di essere discepoli missionari, partecipando alla vita della medesima, in modo diverso e in diversi ambiti. In tale senso, una prospettiva missionaria nell’Amazzonia esige più che mai un magistero ecclesiale esercitato nell’ascolto dello Spirito Santo che agisce in tutto il popolo di Dio, e che garantisce l’unità e la diversità dei fedeli. Questa unità nella diversità, seguendo la tradizione della Chiesa, presuppone il sensus fidei del popolo di Dio. Così, Papa Francesco ha ripreso questo aspetto enfatizzato dal Concilio Vaticano II (cf. LG 12; DV 10), con queste parole: «In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, agisce la forza santificante dello Spirito che dà impulso ad evangelizzare.

Il Popolo di Dio è santo per questa unzione che lo fa infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non sbaglia […] Dio munisce la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che lo aiuta a discernere su quello che viene veramente da Dio» (EG 119). Il senso religioso in Amazzonia, come espressione del sensus fidei, ha bisogno dell’accompagnamento e della presenza dei pastori (cf. EN 48). “In questo ascolto reciproco tra il Papa (e le autorità ecclesiali) e gli abitanti del popolo amazzonico, si alimenta e si fortifica il sensus fidei del popolo e cresce il suo essere ecclesiale: «Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che udire» (EG 171).

La terza parte del Documento si riferisce all’“agire”. Si tratta, cioè, di trovare nuovi cammini pastorali per una Chiesa dal volto amazzonico, con dimensione profetica alla ricerca di ministeri e di linee di azione più adeguate in un contesto di ecologia veramente integrale. È Papa Francesco che ci indica la strada per capire l’espressione “volto amazzonico”. Infatti egli afferma a Puerto Maldonado: «quanti non abitiamo queste terre abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione. E risuonano le parole del Signore a Mosè: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai, è suolo santo” (Es 3,5)» (Francesco, PM). Quanto espresso lo si ritrova anche nel Documento Preparatorio che afferma: «l’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica è chiamata a individuare nuovi cammini per far crescere il volto amazzonico della Chiesa e anche per rispondere alle situazioni di ingiustizia della regione» (Doc. Prep. 12). Una rinnovata pastorale dell’Amazzonia esige allora la necessità di «rilanciare l’opera della Chiesa» (Doc. Aparecida, 11) nel territorio e di approfondire il «processo di inculturazione» (EG 126), con proposte concrete ed efficaci.

Negli ultimi decenni, anche grazie al grande impulso venuto dal Documento di Aparecida, la Chiesa in Amazzonia ha preso coscienza della necessità di «una maggiore presenza ecclesiale, per poter rispondere a tutto ciò che è specifico di questa regione a partire dai valori del Vangelo, avendo consapevolezza, fra l’altro, dell’immensa estensione geografica, tante volte di difficile accesso, della grande diversità culturale e del forte influsso esercitato da interessi nazionali e internazionali in cerca di un arricchimento economico facile attraverso le risorse presenti nella regione. Una missione incarnata esige di ripensare la scarsa presenza della Chiesa in rapporto all’immensità del territorio e alla sua varietà culturale» (Doc. Prep. 14). Infatti, per intervenire sulla presenza precaria della Chiesa e trasformarla in una presenza più capillare e incarnata, c’è bisogno di stabilire una gerarchia delle urgenze in Amazzonia. Una priorità è quella di precisare i contenuti, i metodi e gli atteggiamenti di una pastorale inculturata. Un’altra priorità è quella di proporre ministeri e servizi per i diversi agenti pastorali, che rispondano ai compiti e alle responsabilità della comunità (cf. Doc. Prep. 14). Come ha detto Papa Francesco, il compito della nuova evangelizzazione delle culture tradizionali che abitano nel territorio amazzonico e in altri territori, esige prestare ai poveri «la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (EG 198).

Pertanto, un attento ascolto di queste voci amazzoniche e della saggezza che esse esprimono, dovrà segnare l’indirizzo delle priorità per i nuovi cammini della Chiesa in Amazzonia. In questo modo, la Chiesa in Amazzonia si prepara secondo una “cultura dell’incontro” (EG 20), per celebrare l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi di ottobre 2019. Zenit 8

 

 

 

Pane dei pellegrini

 

1) Presenza nel mondo, per salvarlo

In questa domenica in cui si festeggia il Corpus Domini[1], festa di lode e di ringraziamento, la Chiesa non solo celebra l’Eucaristia, ma la reca solennemente in processione, annunciando pubblicamente che il Sacrificio di Cristo è per la salvezza del mondo intero. Bisogna portare Cristo  sulle strade del mondo, perché Colui che le fragili specie dell’Ostia velano è venuto sulla terra proprio per essere “la vita del mondo” (Gv 6, 51).

Con questa processione siamo annunciatori cioè missionari, e persone con una meta santa cioè pellegrini.

Siamo missionari perché camminando uniti attorno al Corpo di Colui, che è il Signore del cosmo e della storia, portiamo Cristo al mondo intero e con Lui l’annuncio di quella pace che Lui ci ha lasciato e che il mondo non può dare.  La nostra processione eucaristica ci permette di testimoniare con umile gioia che in quella piccola Ostia candida, che il Sacerdote porta devotamente, c’è la risposta agli interrogativi più assillanti. C’è il conforto di ogni più straziante dolore. C’è, in pegno, l’appagamento di quella sete bruciante di felicità e di amore che ognuno si porta dentro, nel segreto del cuore.

Siamo pellegrini perché andiamo verso l’eterna patria celeste. Siamo pellegrini non soltanto per l’inquietudine dell’eterno, che possediamo in comune con ogni essere umano, ma per vocazione. Cristo ci chiama a condividere la sua amicizia e la sua missione. Non siamo soli nel nostro pellegrinaggio: con noi cammina Cristo, Pellegrino che rinnova la presenza di Dio sulle strade del mondo, Pellegrino con i pellegrini sulla strada di Emmaus. Emmaus significa il luogo dove Cristo spezza se stesso quale Pane della vita, Pane degli angeli, Pane dei pellegrini “panis angelorum, factus cibus viatorum -” (Sequenza della Messa di oggi) che ci dà la forza di riprendere il cammino con Lui, per Lui, in Lui.

Oggi, “festa del Corpus Domini, abbiamo la gioia non solo di celebrare questo mistero, ma anche di lodarlo e cantarlo per le strade della città dove abitiamo. La processione che si fa al termine della Messa, possa esprimere la nostra riconoscenza per tutto il cammino che Dio ci ha fatto percorrere attraverso il deserto delle nostre povertà, per farci uscire dalla condizione servile, nutrendoci del suo Amore mediante il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue” (Papa Francesco)

Dunque per poter compiere il cammino della vita, che la processione di oggi significa, occorre cibarsi dell’Eucaristia, di questo Pane degli angeli che si è fatto cibo per gli uomini, affamati di verità, di amore e di libertà.

Stupiti della vicinanza grandissima di Cristo, che abita nelle nostre Chiese, che sta nelle nostre mani, che non aspetta altro che dimorare in noi, non ci resta che prendere come cibo Lui, che “ha preso la nostra carne e il nostro sangue perché la Sua carne e il Suo sangue possano essere la nostra vita” (Card. John Henri Newman).

Cerchiamo di avere lo stesso stupore della Vergine Maria che con sguardo rapito contemplava il volto di Cristo a Betlemme come a Gerusalemme. Dalla Culla alla Croce la Madonna non smise di guardare con fede amorosa il volto di Figlio e di stringerlo con pietà tra le sue braccia non appena nato e non appena morto, sia la nostra Madre celeste il modello di amore a cui deve ispirarsi la nostra adorazione eucaristica. In questo modo vivremo l’Eucaristia non come semplice gesto devozionale, ma come gesto della vita e che influisce sulla vita.

 

            2) Presenti alla Presenza

Il mistero[2] eucaristico ha tre aspetti: sacrificio, comunione e presenza. La festa del Corpo del Signore soprattutto celebra un aspetto, quello della presenza reale. Non possiamo e non dobbiamo separare i tre aspetti propri di questo mistero, ma ciò non ci impedisce oggi di riflettere principalmente sul mistero della presenza reale, per essere presenti a questa Presenza, che si dona completamente a noi.

“Ogni qualvolta noi facciamo un atto di fede nella Presenza reale del Cristo noi facciamo un atto che è molto superiore e quello di tutto Israele che ha passato il Mar Rosso. In questo caso, Israele passò dalla terra dell’esilio a una terra di libertà. E noi grazie all’Eucarestia passiamo da questo mondo a quello del Padre. (D. Divo Barsotti).

Il 15 ottobre 2015, nell’incontro di Benedetto XVI con i bambini della prima Comunione, uno di loro, Andre fece questa domanda: “La mia catechista, preparandomi al giorno della mia prima Comunione, mi ha detto che Gesù è presente nell’Eucaristia. Ma come? Io non lo vedo!”. Benedetto XVI rispose: “Sì, non lo vediamo, ma ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio, non vediamo la nostra ragione, tuttavia abbiamo la ragione. Non vediamo la nostra intelligenza e l’abbiamo. Non vediamo, in una parola, la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti, perché possiamo parlare, pensare, decidere… Così pure non vediamo, per esempio, la corrente elettrica, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono come funziona; vediamo le luci. In una parola, proprio le cose più profonde, che sostengono realmente la vita e il mondo, non le vediamo, ma possiamo vedere, sentire gli effetti. L’elettricità, la corrente non le vediamo, ma la luce la vediamo. E così via. E così anche il Signore risorto non lo vediamo con i nostri occhi, ma vediamo che dove è Gesù, gli uomini cambiano, diventano migliori. Si crea una maggiore capacità di pace, di riconciliazione… Quindi, non vediamo il Signore stesso, ma vediamo gli effetti: cosi? possiamo capire che Gesù è presente Andiamo dunque incontro a questo Signore invisibile, ma forte, che ci aiuta a vivere bene”.

Il cuore della risposta di Benedetto XVI colpisce davvero nel segno: “Proprio le cose invisibili sono le più profonde e importanti”. In fondo è il segreto che la volpe rivela al Piccolo Principe del bel racconto di Antoine de Saint-Exupery: “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”[3].

Poco sopra, ho proposto la Madonna come modello di persona adorante il Presente, il Figlio di Dio che aveva preso la sua carne. Adesso propongo come esempio un’altra Maria: la Maddalena. Presentiamoci al Cristo nel tabernacolo come questa donna si presentò ai piedi del Signore e ascoltava la sua parola (Lc 10, 39). Certamente era era più contenta di vedere Gesù più che di ascoltare le sue parole. Il suo volto santo, il suo sguardo, il suo sorriso, il suo perdono toccavano il cuore di Maria Maddalena. Gesù è lo stesso nel SS.mo Sacramento. Semplicemente mettiamoci ai suoi piedi come Maria, nella gioia di essere con Lui.

C’è anche l’esempio del contadino, parrocchiano del Santo Curato d’Ars. Questo umile, semplice lavoratore della terra, dopo una giornata nei campi stava in chiesa e guardava il tabernacolo, senza aprire bocca. Alla domanda del suo Santo parroco: “Che dici in questo tempo di adorazione?”, il contadino rispose: “Io guardo Lui e Lui guarda me”. Quando Gesù guarda un’anima, Lui le dona la sua somiglianza – diceva Santa Teresa d’Avila – ma occorre che quest’anima non smetta di fissare solamente su di Lui il suo sguardo. Quando San Pietro camminando sulle acque tolse gli occhi da Cristo per guardare la tempesta, cominciò ad affondare. Pietro imparò la lezione e ci insegna anche oggi a tenere fissi gli occhi sul volto del Signore “come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2 Pt 1,19). Se diamo tempo a Cristo nella preghiera e, in particolare, nell’adorazione avremo come dono Cristo stesso che ci tende la mano e ci tira fuori dall’acqua che affoga.

“L’adorazione nella sua essenza è un abbraccio con Gesù, nel quale gli dico:Io sono tuo e ti prego sii anche tu sempre con me’” (Benedetto XVI). L’adorazione del Ss.mo Sacramento è sempre preparazione e ringraziamento della Messa. Essa costituisce il momento per eccellenza nel quale sviluppiamo e facciamo cresce in noi l’offerta di noi stessi, completamente. In effetti, il significato dell’adorazione eucaristica non è solo quello di mettersi in ginocchio davanti alla presenza di Cristo nel sacramento, ma anche di unirci all’offerta pura e perfetta del nostro Salvatore. L’adorazione eucaristica ci dona il desiderio e la forza di metterci senza esitazione nelle mani di Dio, in totale e lieto abbandono in Lui.

Un esempio ditale offerta di sé ci viene dalla Vergini consacrate nel mondo. Queste donne manifestano con la vita ciò che il loro cuore crede e adora. Esse testimoniano che è possibile vivere eucaristicamente mediante la loro offerta totale a Cristo – Sposo eucaristico. Queste donne testimoniano come ogni consacrazione al Signore deve esprimersi sempre mediante l’offerta completa di sé. “il mistero eucaristico ha anche un intrinseco rapporto con la verginità consacrata, in quanto quest’ultima è espressione della dedizione esclusiva della Chiesa a Cristo, che lei accoglie come suo Sposo con fedeltà radicale e feconda. Nell’Eucaristia la verginità consacrata trova ispirazione e nutrimento della sua dedizione totale a Cristo”(Benedetto XVI,  Sacramentum Caritatis, 81).

Con un’esistenza che si alimenta del Corpo di Cristo, le donne consacrate mostrano che la verginità non è soltanto capacità di offrirsi completamente in dono a Dio, ma la di accogliere il dono di Dio, la scelta di Dio.

Con la loro vita alimentata dall’Eucaristia, sono testimoni visibili dell’amore di Dio invisibile mostrando nella semplicità della vita quotidiana che la vita umana può diventare eucaristia. Così mostrano che la preghiera diventa vita e la vita diventa preghiera. Mons. Follo

 

 

 

 

La Congregazione per la Dottrina della Fede al Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca card. Marx

 

Eminenza, Illustrissimo signor presidente!

Al termine del nostro colloquio fraterno del 3 maggio 2018 sul documento "Mit Christus gehen…" ["Camminare con Cristo. Sulla pista dell’unità. Matrimoni interconfessionali e partecipazione comune all’eucaristia. Un sussidio pastorale della conferenza episcopale tedesca"] abbiamo stabilito insieme che io avrei informato Il Santo Padre dell'incontro.

Già nell'udienza del 11 maggio 2018 ho parlato con papa Francesco del nostro incontro e gli ho consegnato una sintesi del colloquio. Il 24 maggio 2018 ho nuovamente discusso della questione con il Santo Padre. A seguito di questi incontri vorrei portare a Sua conoscenza i seguenti punti, con l'esplicito consenso del papa.

1. I molteplici sforzi ecumenici della conferenza episcopale tedesca, in particolar modo l’intensa collaborazione con il consiglio della Chiesa evangelica di Germania, meritano riconoscimento e apprezzamento. La comune memoria della Riforma nel 2017 ha mostrato che negli anni e decenni passati è stata trovata una base che permette di dare insieme testimonianza di Gesù Cristo, il salvatore di tutti gli uomini, e di lavorare insieme in maniera fattiva e decisa in molti ambiti della vita pubblica. Questo ci incoraggia ad andare avanti con fiducia sulla via di una sempre più profonda unità.

2. Il nostro colloquio del 3 maggio 2018 ha mostrato che il testo del sussidio solleva una serie di problemi di notevole rilevanza. Il  Santo Padre è perciò giunto alla conclusione che il documento non è maturo per essere pubblicato. I motivi essenziali di questa decisione possono essere riassunti come segue:

a. La questione dell’ammissione alla comunione di cristiani evangelici in matrimoni interconfessionali è un tema che tocca la fede della Chiesa e ha una rilevanza per la Chiesa universale.

b. Tale questione ha degli effetti sui rapporti ecumenici con altre Chiese e altre comunità ecclesiali, che non sono da sottovalutare.

c. Il tema riguarda il diritto della Chiesa, soprattutto l'interpretazione del canone 844 CIC. Poiché in alcuni settori della Chiesa ci sono a questo riguardo delle questioni aperte, i competenti dicasteri della Santa Sede sono già stati incaricati di produrre una tempestiva chiarificazione di tali questioni a livello di Chiesa universale. In particolare appare opportuno lasciare al vescovo diocesano il giudizio sull’esistenza di una "grave necessità incombente".

3. Per il Santo Padre è una grande preoccupazione che nella conferenza episcopale tedesca resti vivo lo spirito della collegialità episcopale. Come il Concilio Vaticano II ha sottolineato, "le conferenze episcopali possono oggi portare un molteplice e fecondo contributo acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente" (Costituzione dogmatica "Lumen gentium" n. 23).

Portando questo a Sua conoscenza Le porgo fraterni saluti e auguri di benedizione.  Luis F. Ladaria, S.I.

 

 

 

 

Germania: la devozione di San Cono a Donauwoerth   

 

Donauwoerth - Si celebrerà sabato 23 giugno nella Chiesa della Santa Croce in Donauwoerth la festa di San Cono con la celebrazione della Messa a cui parteciperanno i devoti del Vallo di Diano che vivono e lavorano in Germania. E’   un momento di fede e di incontro di coloro sono emigrati già dagli anni 60 in Germania. A presiedere la liturgia eucaristica don Andrea La Regina, sacerdote della diocesi di Teggiano-Policastro e responsabile macro-progetti di Caritas Italiana. Qualcuno pensa - spiega don Andrea - che la religiosità popolare che gli italiani emigrati professano sia il “residuo di un tempo passato che è spazzato via dalla globalizzazione e che l’integrazione debba essere solamente un’omologazione. Ma non è così”. Ogni anno la  Fondazione Migrantes presenta il Rapporto sugli Italiani nel Mondo in cui si analizzano le diverse esperienze di fede delle varie comunità che mostrano una ricchezza di esperienza umana e religiosa che funge da solida base per la vita comunitaria dei nostri migranti. Parliamo dell’esperienze in America del Sud e del Nord e anche in Europa vi sono iniziative interessanti legate sia alle missioni cattoliche che alle varie associazioni di connazionali, aggiunge: “l’identità storico - religiosa è un elemento di forza e non vuole essere un’iniziativa di nicchia, ma è il professare la fede e conservare il patrimonio di religiosità e di valori umani da condividere con le identità culturali e religiose di approdo. E’ un modo di condividere la ricchezza della fede e della devozione ai Santi nelle nuove comunità in un confronto ricco di condivisione maturazione della coscienza ecclesiale e civile. Così - conclude il sacerdote -  si contribuisce a creare, contro la solitudine e l’omologazione un processo di globalizzazione senza valori solidali  in cui ogni identità culturale contribuisce allo sviluppo integrale  e alla pace fra i popoli nella giustizia  e nel rispetto della dignità di ogni persona e nella ricerca del bene comune”. mo

 

 

 

Papst zum Welttag der Armen: Gelegenheit zur Neuevangelisierung

 

Eine Einladung, die Begegnung mit den Armen als besondere Gelegenheit zur Neuevangelisierung zu leben, kommt von Papst Franziskus in seiner Botschaft zum Welttag der Armen. Diese hat der Vatikan an diesem Donnerstag veröffentlicht. „Da ist ein Armer; er rief und der Herr erhörte ihn“ (Ps 34,7) ist das Psalmwort, anhand dessen Franziskus seine Überlegungen entfaltet. Christine Seuss - Vatikanstadt

Dieser Psalm, so der Papst, ermögliche es heute auch uns, zu verstehen, wer die wahrhaft Armen seien. Man habe sich mittlerweile daran gewohnt, die vielen Brüder und Schwestern, die in Not lebten, allgemein als „arm“ zu bezeichnen. Gott, so erinnert Franziskus, hat eine besondere Zuneigung zu den Menschen, die im irdischen Leben mit Füßen getreten, verfolgt und ausgegrenzt werden.

Drei Worte des Psalms seien es, die die Beziehung zwischen Gott und den Armen in besonderer Weise charakterisierten, führt Franziskus weiter aus. Diese Worte seien: „schreien“, „antworten“ und „befreien“.

“ An einem Welttag wie diesem sind wir zu einer ernsthaften Gewissenserforschung aufgerufen, um uns darüber klar zu werden, ob wir wirklich fähig sind, auf die Armen zu hören ”

Der Schrei, den der Arme in seiner Verzweiflung und Einsamkeit zum Himmel richte, werde von Gott erhört. Doch, so die Mahnung des Papstes, wir selbst müssten Gewissenserforschung darüber vornehmen, weshalb ein Schrei, der bis zu Gott dringe, von uns ignoriert werden könne. Zum Hinhören gehörten auch die Stille, das Schweigen, das auch im Getöse einiger „verdienstvoller und notwendiger Initiativen“ untergehen könne, die „häufig mehr darauf ausgerichtet sind, uns selbst zu gefallen, als darauf, den Schrei des Armen wirklich wahrzunehmen“.

Man sei allzu gefangen in einer Kultur, die der Selbstbeschau diene, so dass man fälschlicherweise das Gefühl haben könne, eine „Geste der Selbstlosigkeit“ entpflichte einen von seiner Verantwortung, ohne sich vertieft einzubringen.

“ Der Welttag der Armen will eine kleine Antwort sein, die sich von der Kirche, die über die ganze Welt verstreut ist, an die Armen jeder Art und jeden Landes richtet, damit sie nicht denken, ihr Schrei sei auf taube Ohren gestoßen. ”

Die „Antwort“ des Herrn auf den Ruf des Armen sei hingegen eine „Anteilnahme voller Liebe“ an dessen Situation. Gleichzeitig sei sie ein Appell an jeden Gläubigen, „innerhalb der Grenzen des menschlich Möglichen“ ebenso zu handeln. Hierbei sei es mit Almosen nicht getan, erinnert der Papst, denn es sei das persönliche Engagement, das wirklich wertvoll für die Geschwister in Not sei.

Eine Absage an rein materielle karitative Unterstützung also, während die Notwendigkeit von „liebevoller Zuwendung“ (Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 199) betont wird, „die den anderen als Person ehrt und sein Wohl sucht“.

“ Die Armut wird nicht gesucht, sondern vom Egoismus, vom Stolz, von der Gier und von der Ungerechtigkeit erzeugt. ”

Ein drittes Wort, „befreien“: Das Eingreifen Gottes, das in zahlreichen Bibelstellen geschildert wird, befreit den Armen aus seiner Situation und gibt ihm die Möglichkeit, „zügig“ voranzuschreiten und „die Welt mit klaren Augen“ zu sehen.

Doch es dürfe nicht beim Eingreifen Gottes bleiben, vielmehr sei „jeder Christ und jede Gemeinschaft“ berufen, „Werkzeug Gottes für die Befreiung und die Förderung der Armen zu sein, so dass diese sich vollkommen in die Gesellschaft einfügen können“, zitierte Franziskus abermals aus seinem Programmschreiben Evangelii gaudium (187).

“ Wie viele Wege führen auch heute noch zu Formen der mangelnden Absicherung! ”

Es sei leider die herrschende Tendenz, eine Distanz zwischen sich und dem Armen, den man als störendes Element wahrnehme, zu schaffen, beklagt Franziskus. Er weist darauf hin, dass man „sich auf diese Weise vom Herrn Jesus distanziert, der sie nicht zurückweist, sondern sie zu sich ruft und sie tröstet“.

Anschließend geht der Papst auf konkrete Initiativen ein, die mit dem Welttag des Armen in Verbindung stehen können. Unter ihnen, an erster Stelle, das gemeinsame Mahl, das neben der Sättigung des hungrigen Magens auch eine echte Form der Gemeinschaft und des Dialogs mit den benachteiligten Menschen darstelle. 

“ Oft gelingt es in der Zusammenarbeit mit anderen Akteuren, die zwar nicht vom Glauben, aber von der menschlichen Solidarität bewegt sind, eine Hilfe zu bringen, die wir alleine nicht verwirklichen könnten. ”

Dabei warnt der Papst davor, den Glauben als Alleinstellungsmerkmal für solidarisches und karitatives Handeln zu sehen. Die Begrenztheit der menschlichen Mittel mache es nötig, Formen der Zusammenarbeit zu suchen, während der evangelische Auftrag der Nächstenliebe nicht darauf ausgerichtet sei, sich selbst und sein Handeln in den Vordergrund zu rücken, so die päpstliche Mahnung.

„Wir sind bewegt vom Glauben und vom Gebot der Nächstenliebe“, führt Franziskus in seiner Botschaft aus, „doch wissen wir andere Formen der Hilfe und der Solidarität anzuerkennen, die sich teilweise dieselben Ziele setzen; wenn wir nur nicht das vernachlässigen, was uns eigen ist, nämlich alle zu Gott und zur Heiligkeit zu führen.“ Der „Dialog zwischen den verschiedenen Erfahrungen“ und die „Demut, unsere Mitarbeit zu leisten ohne irgendeine Art von Geltungsdrang“, sei eine „angemessene und völlig evangeliumsgemäße Antwort“, die wir verwirklichen könnten.

“ In dem Maß, in dem man fähig ist, dem Reichtum seinen rechten und wahren Sinn zu geben, wächst man in der Menschlichkeit und wird fähig, zu teilen ”

Gleichzeitig helfe uns der „Schrei des Armen“, uns aus unserer Gleichgültigkeit aufzurütteln, „welche die Frucht eines zu sehr immanenten und an die Gegenwart gebundenen Lebens ist“. Der Einsatz für die Armen wird so zu einer Wohltat, die nicht nur dem Armen, sondern auch dem Wohltäter zugutekommt und Hoffnung schafft.

Er lade nun alle Mitglieder der Gemeinschaft, Bischöfe, Priester, Diakone, aber auch alle Personen des geweihten Lebens und Laien dazu ein, den Welttag des Armen als einen „bevorzugten Moment der Neuevangelisierung zu leben“, so Franziskus abschließend. Es seien die Armen, die uns evangelisierten, „indem sie uns helfen, jeden Tag die Schönheit des Evangeliums zu entdecken“. Diese Gelegenheit der Gnade dürfe nicht auf taube Ohren stoßen, betont Franziskus in seiner Botschaft, die auf den 13. Juni 2018, den liturgischen Gedenktag des hl. Antonius von Padua, datiert ist.

 

Sorge um die Armen schon bei der Namenswahl

Seit seinem Amtsantritt hat Papst Franziskus eine besondere Sorge um Arme und Ausgegrenzte erkennen lassen. Bereits bei seiner Wahl zum Papst, so erzählte Franziskus später selbst, habe ihn ein befreundeter Mitkardinal, der betagte Brasilianer Claudio Hummes, umarmt und ihm zugeraunt: ,Vergiss die Armen nicht´! Dies habe ihn auch dazu bewogen, im Andenken an den großen Heiligen aus Assisi den Namen Franziskus zu wählen, ließ der Papst anschließend verlauten.

Während seines Pontifikates hat er sich immer wieder darum bemüht, auf die Situation von Benachteiligten aufmerksam zu machen, und diverse Initiativen zu diesem Zweck auf den Weg gebracht. Den Welttag der Armen hat der Papst im Jahr 2016 ausgerufen. Im Rahmen des Welttages sind Diözesen, Caritaseinrichtungen und Private aufgerufen, spezielle Aktionen zugunsten armer Menschen zu organisieren. Er findet seit 2017 am vorletzten Sonntag des Kirchenjahres, also dem Sonntag vor Christkönig, statt. In diesem Jahr fällt der Welttag auf den 18. November. VN 1

 

 

 

K9-Kardinalsrat: Entwurf neuer Kurienordnung verabschiedet

 

Der Kardinalsrat für Strukturreformen im Vatikan hat den Entwurf einer neuen Kurienordnung verabschiedet. Das Dokument trägt den vorläufigen Titel „Praedicate Evangelium" („Predigt das Evangelium") und soll Franziskus zur Begutachtung und weiteren Bearbeitung vorgelegt werden, teilte Vatikansprecher Greg Burke zum Abschluss der jüngsten Beratungsrunde der Kardinäle mit.

Es war das 25. Treffen seit der Berufung des Reformgremiums 2013. Die neue Kurienordnung soll das seit 1988 gültige Dokument „Pastor Bonus" ablösen.

Wie Burke sagte, widmete sich ein Großteil der dreitägigen Beratungen dem Entwurf des neuen Papiers, einer sogenannten Apostolischen Konstitution. Der Papst habe an den meisten Arbeitsrunden persönlich teilgenommen. Aus Deutschland war Münchens Kardinal Reinhard Marx angereist.

Nur Pell fehlte bei den Sitzungen

 

Von den neun Kardinälen fehlte nach Angaben des Sprechers lediglich George Pell, der derzeit in Australien vor Gericht steht. Pell ist seit Juni 2017 als Präfekt des vatikanischen Wirtschaftssekretariates beurlaubt. An seiner Stelle berichtete der Sekretär des Wirtschaftsrates Brian Ferme über Finanzstrukturreformen des Heiligen Stuhls und der Verwaltung des Vatikanstaats, wie Burke mitteilte.

Kardinal Sean Patrick O'Malley aus Boston referierte über die von ihm geleitete päpstliche Kinderschutzkommission. Burke sagte weiter, die Mitgliedschaften im Kardinalsrat blieben auch über die sonst im Vatikan übliche Amtszeit von fünf Jahren hinaus bestehen. Der Sprecher berief sich dafür auf den Sekretär des Kardinalsrates, Bischof Marcello Semeraro.

Das nächste Treffen des Gremiums findet vom 10. bis 12. September in Rom statt.  (kna - 13)

 

 

 

D: Kirchen kritisieren FIFA

 

Hochrangige Vertreter der Kirchen in Deutschland kritisieren den Weltfußballverband FIFA für die Auswahl der Gastgeberländer für Fußball-Weltmeisterschaften.

„Hier sind unentschuldbare Fehlentscheidungen gefallen", sagte der Berliner Erzbischof Heiner Koch der Katholischen Nachrichten-Agentur: „Ich bin der Meinung, dass bei der Auswahl der gastgebenden Nationen deutlich strengere Maßstäbe gerade im Hinblick auf die Menschenrechtslage angelegt werden müssen."

Wenn Sportler zur nationalen Inszenierung genutzt werden

 

Der Sportbeauftragte der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), der hessen-nassauische Kirchenpräsident Volker Jung, forderte „viel mehr Transparenz" bei der Vergabe künftiger Weltmeisterschaften. Die FIFA werde ihrer Verantwortung bei der Auswahl der Gastgeberländer "schon seit Jahren nicht mehr gerecht", sagte er am Mittwoch in Darmstadt. Bei der WM in Russland drohe die Gefahr, dass „Sportler instrumentalisiert und zur nationalen Inszenierung genutzt werden".

Am Mittwoch wird in Russland entschieden, wer die WM in acht Jahren 2026 ausrichten darf. Zur Wahl stehen Marokko und eine gemeinsame Kandidatur von USA, Kanada und Mexiko. 2022 wird die WM in Katar stattfinden, was immer wieder heftig kritisiert wird angesichts der Lage im Land und der Arbeitsbedingungen beim Bau der Stadien.

Die Erfolgsaussichten der Kritik realistisch sehen

Nach Ansicht Jungs ist es auch Aufgabe der Kirchen, „auf die schwierige Situation von Menschenrechtsverletzungen oder einer aggressiven Politik hinzuweisen". Zugleich müssten die Erfolgsaussichten solcher Kritik „realistisch" gesehen werden.

Bei aller berechtigten Kritik an der am Donnerstag beginnenden Turnier sei es wichtig, „nicht den Sport und die Sportler aus dem Blick zu verlieren". Er halte „nichts von übertriebenen Erwartungen in aktuellen politischen Fragen an die Funktionäre und Sportler", sagte Jung und fügte hinzu: „Sie können politische Versäumnisse nicht aufarbeiten." (kna 13)

 

 

 

Jesuit zu Tauziehen um Flüchtlingsschiff: „Ein Skandal“

 

Den neuen Leiter des Jesuiten-Flüchtlingsdienstes in Deutschland, Jesuitenpater Claus Pfuff, macht es geradezu fassungslos, dass es um das Rettungsschiff „Aquarius“ mit 629 Flüchtlingen an Bord ein derartiges Tauziehen zwischen Italien und Malta gegeben hat.

Lange war es ungewiss, ob und wo das Rettungsschiff anlegen könnte, letztlich hat sich Spanien dazu bereit erklärt, den Menschen eine erste Zuflucht zu bieten. Pater Pfuff ist erst seit diesem Montag neuer Leiter des Jesuiten-Flüchtlingsdienstes. Er hat jahrelange Erfahrungen mit Migranten. Unsere Kollegen vom Kölner Domradio haben mit Pater Pfuff gesprochen.

 

„Für mich ist es ein Skandal, dass wir Menschen in Not – darunter schwangere Frauen und Minderjährige – nicht einmal mehr an Land gehen lassen. Damit ist eine große Anfrage an unser Konzept von Europa verbunden: Was heißt es, wenn Menschen in Not nicht mehr geholfen wird? Wohin möchten wir als Europa wirklich steuern? Es ist für mich nicht nur eine Frage dieses einzelnen Schiffes, sondern eine Frage für die Zukunft Europas.“

Was in der Diskussion gerne vergessen werde sei, dass es sich bei den Migranten um Menschen handele, die „eine lange Geschichte hinter sich haben“, so Pfuff.

“ Diese Menschen kommen mit einem Trauma hier an ”

„Es sind keine Menschen, die mal kurz ans Mittelmeer gereist sind und bei Problemen wissen, spätestens in zwei Tagen kriege ich wieder etwas zu essen, dann klappt die Versorgung wieder. Die Menschen tragen eine große Ungewissheit in sich. Sie kommen mit einem Trauma hier an und werden dann noch so schlimmen Erfahrungen ausgesetzt. Ich denke, gerade für solche Menschen ist es ein Horror, nicht zu wissen, was passiert. Und ich denke auch, jeder von uns kann nachvollziehen, wie schlimm es ist, wenn man vor einer Ungewissheit steht, wenn man eine Diagnose erwartet und nicht genau weiß, was mit einem passiert. Mit dieser Ungewissheit so zu spielen, finde ich unverantwortlich.“

“ Wir tragen mit Schuld an den Ursachen für die Flucht ”

Er plädiere dafür, das Einzelschicksal der Flüchtlinge in den Blick zu nehmen, so Pfuff. Die Menschen kämen schließlich nicht „auf Urlaub“ nach Europa, sondern würden durch die Not getrieben. „Und man muss natürlich sehen, dass wir an den Ursachen für die Flucht mit Schuld tragen. Durch unsere Lebensführung und den Klimawandel, der entsteht, aber auch durch Waffenexporte.“ (domradio 13)

 

 

 

 

Konversion zum Christentum im Kontext des Asylverfahrens

 

Fachtagung der Deutschen Bischofskonferenz und der EKD in Münster

 

Wie werden Menschen mit muslimischem Hintergrund auf dem Weg zur Taufe begleitet? Was ist, wenn staatliche Behörden die Glaubwürdigkeit der Konversion bezweifeln? Und welche Gefahren drohen Konvertiten in ihren Heimatländern? Wenn Flüchtlinge aus islamisch geprägten Ländern Christen werden, berührt dies eine ganze Reihe wichtiger Fragen: seelsorgliche, aufenthaltsrechtliche, existentielle. Immer häufiger werden Taufe und Konversion Gegenstand des Asylverfahrens. Die Vielschichtigkeit der Thematik verdeutlichte eine Fachtagung, die das Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz und das Kirchenamt der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) gemeinsam mit der Akademie Franz Hitze Haus am 11. und 12. Juni 2018 in Münster veranstaltet haben. Unter den insgesamt 80 Teilnehmern waren Seelsorger, Praktiker der kirchlichen Flüchtlingsarbeit, Rechtsanwälte, Richter und Mitarbeiter staatlicher Behörden.

 Zu Beginn der Tagung beleuchtete Prof. Dr. Klaus von Stosch (Professor für Systematische Theologie am Institut für Katholische Theologie der Universität Paderborn) das Phänomen der Konversion im Christentum und Islam aus vergleichender Perspektive. Während Konvertiten zum Islam oftmals das Hören des Korans als Gotteserlebnis gilt, steht für Konvertiten zum Christentum die Begegnung mit einer konkreten Person im Mittelpunkt: In Jesus Christus erfahren sie Gottes Gegenwart. Prof. von Stosch plädierte für Formen der Taufvorbereitung, die achtsam mit der religiösen Prägung von Konvertiten umgehen und ihnen eine Entwicklung ermöglichen, die zu einer Versöhnung mit dem früheren Glauben führt.

 In seinem Vortrag zum Taufverständnis der christlichen Kirchen hob Prof. Dr. Christian Grethlein (Professor für Praktische Theologie an der Evangelisch-Theologischen Fakultät der Universität Münster) den inklusiven Charakter der Taufe hervor: Grundsätzlich ist jeder Mensch zur Taufe eingeladen – unabhängig von Herkunft, Geschlecht oder sozialem Stand. Jenseits konfessioneller Grenzen stellt die Taufe die Grundlage und das Zentrum des Christseins dar. Für die Identität von Kirche und Christentum ist sie wesentlich. Prof. Grethlein erinnerte daran, dass in den beiden großen Kirchen in Deutschland über Jahrhunderte hinweg die Kindertaufe der Normalfall war. Durch die Taufbegleitung von Geflüchteten kommen Gemeinden nun wieder verstärkt mit Fragen der Erwachsenentaufe in Berührung.

 In dem sich anschließenden Podiumsgespräch tauschten sich katholische, evangelische und freikirchliche Seelsorger über Gemeinsamkeiten und Besonderheiten der pastoralen Praxis in der Taufvorbereitung aus. Betont wurde, dass der Taufe eine intensive Vorbereitungsphase vorausgeht, die es dem Taufbewerber ermöglicht, die christliche Botschaft immer besser verstehen zu lernen und in die kirchliche Glaubenspraxis hineinzuwachsen. Die Zeit der Vorbereitung bietet nicht zuletzt auch die Gelegenheit, die eigenen Motive für den Taufwunsch zu reflektieren. In der katholischen Kirche sieht das Kirchenrecht für erwachsene Taufbewerber einen gründlichen Katechumenat vor, der in der Regel mindestens ein Jahr dauert. In den evangelischen Landeskirchen gibt es ähnliche Regelungen. Der Austausch zeigte, dass sich die Kirchen und ihre Seelsorger der hohen Verantwortung, die sie durch die Taufe von Geflüchteten übernehmen, bewusst sind.

 In einem weiteren Podiumsgespräch erörterten eine Entscheiderin des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge (BAMF), ein Rechtsanwalt und ein Verwaltungsrichter Konversion aus aufenthaltsrechtlicher Sicht. Dabei wurde deutlich, dass die Konversion von Asylbewerbern im Spannungsfeld zwischen kirchlichem Selbstverständnis und staatlichem Verwaltungshandeln steht.

 Die Veranstaltung endete mit einem vertieften Blick auf die Herkunftsländer von Konvertiten: Zunächst skizzierte Prof. Dr. Harald Suermann (Direktor des Missionswissenschaftlichen Instituts Missio, Aachen) die rechtlichen, administrativen und persönlich-gesellschaftlichen Probleme, mit denen sich Konvertiten in islamischen Ländern konfrontiert sehen. Den konkreten Bedrohungen, die mit dem Glaubenswechsel einhergehen, war ein Podiumsgespräch mit Experten zur Situation in Afghanistan, im Iran und in Ägypten gewidmet.

 

Die Tagung schärfte das Bewusstsein dafür, dass Konversionen im Kontext des Asylverfahrens einer besonderen Sensibilität bedürfen – sei es in der kirchlichen Seelsorge oder im staatlichen Verwaltungshandeln. Zentral für einen verantwortungsvollen Umgang mit Konversionsfällen ist der Respekt vor der Gewissensentscheidung und der Religionsfreiheit jedes Menschen.

 

Hinweis. Grundlegende Informationen zu der Thematik enthält die Arbeitshilfe Christus aus Liebe verkündigen. Zur Begleitung von Taufbewerbern mit muslimischem Hintergrund (2009, aktualisiertes Teilkapitel 2.2 „Aufenthaltsrechtliche Aspekte“ 2016), die das Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz herausgegeben hat. Die Arbeitshilfe ist als pdf-Datei zum Herunterladen in der Rubrik Publikationen verfügbar. Dort kann diese auch als Broschüre bestellt werden. dkk 13

 

 

 

„Etwas aufgeregt“: Franz Jung vor seiner Bischofsweihe

 

Premiere für den Dom von Würzburg: Die Weihe von Franz Jung an diesem Sonntag wird die erste eines Diözesanbischofs im Kiliansdom sein, der nach dem Zweiten Weltkrieg wiederaufgebaut wurde. Die Weihe Jungs wird der Bamberger Erzbischof Ludwig Schick vornehmen. Der neue Bischof ist „etwas aufgeregt“, wie er im Gespräch mit dem Domradio zugab.

 „Wir haben aber einen Rundgang gemacht durch den ganzen Dom, alle Schauplätze des Weihegottesdienstes mal besichtigt, sodass man langsam auch mit den Örtlichkeiten vertraut wird und auch mit der Feier, wo die sich abspielt und was dann passiert. Und es gibt eine gewisse Sicherheit in der Vorbereitung auch auf diesen Gottesdienst.“

Ach ja, genau – wie bereitet sich eigentlich ein Mann auf seine Weihe zum Bischof vor?

Kann ich das einlösen?

„Ende April hatte ich mir eine ganze Woche Stille gegönnt in Exerzitien. Das war eine Zeit des persönlichen Rückblicks auf das, was bislang war und das, was dann kommen wird. Für mich die letzten Tage und Wochen immer wieder besonders die Weiheversprechen.“

Es seien ja doch“ ganz besondere Dinge, die man da noch mal verspricht“. „Insbesondere das Apostelamt wahrzunehmen, das Evangelium treu zu verkünden, den Priestern und Diakonen ein guter Vater zu sein, für die Armen und Heimatlosen einzustehen und auch den Verirrten als guter Hirte nachzugehen. Es sind ja große Dinge, die man da verspricht und wo man sich selbst immer fragt: Kann ich das einlösen? Wie will ich das einlösen? Werden wir gemeinsam einen guten Weg finden?“

 

Veränderung ist unabweisbar - das sieht jeder

Die wohl größte Herausforderung, vor der Jung in seinem Bistum stehen wird, ist wohl die „Pastoral der Zukunft“: Unter diesem Motto läuft in der Diözese seit knapp zwei Jahren schon ein Strukturprozess, der die Zahl von derzeit noch gut 600 Pfarreien drastisch reduzieren soll. So etwas hat Jung in Speyer als Generalvikar auch schon durchgeführt. Wie erklärt man solche kontrollierten Schrumpfungen den Gläubigen?

„Als Erstes würde ich sagen, dass eine Veränderung unabweisbar ist, das sieht, glaube ich, jeder. Der Status quo, so wie Kirche vor noch wenigen Jahrzehnten war, ist es nicht mehr. Die Veränderung findet jetzt schon statt und die Frage ist 'Wie kann man diese Veränderung, die jetzt hier Platz gegriffen hat, wie kann man die positiv gestalten?' Da ist natürlich Angst kein guter Faktor. Angst tendiert dazu, immer das Alte um jeden Preis festhalten zu wollen. Auch wenn man sieht, dass es eigentlich gar keinen Sinn hat. Das heißt, die Angst abzulegen und gemeinsam nach einem guten Weg für die Zukunft zu sorgen. Und diesen Weg zu besprechen. Ich glaube, das Erfolgsrezept in Speyer war, dass wir das tatsächlich kommunikativ und partizipativ gestaltet haben, sodass keiner Angst haben muss, dass irgendwelche Dinge passieren, bei denen er nicht weiß, was da passiert und dass er auch nie die Möglichkeit gehabt hätte, noch mal seines dazuzugeben und es in einer positiven Weise mitzugestalten. Ich glaube, das ist die Herausforderung, vor der wir stehen.“

 

Wir müssen die Schnittstellen schaffen

Der Grund für diese Strukturprozesse ist natürlich die abnehmende Zahl der Kirchenmitglieder. Wie kann man denn Menschen, vor allem junge Menschen, auch wieder für Kirche begeistern?

„Indem man schaut, wie deren Lebenswelt strukturiert ist und wo Punkte sind, an die man anknüpfen kann als Kirche. Das ist nicht nur die Herausforderung für junge Menschen, sondern für alle heute. Ich sag immer so schön: Wir müssen die Schnittstellen schaffen. Die sind nicht einfach wie in volkskirchlichen Zeiten, sondern wir müssen gucken, wo können wir anknüpfen an deren Lebenswelt. Das sehe ich viele Möglichkeiten. Das eine sind Gottesdienste mit Stille und Ruhe. Der normale Gemeinde-Gottesdienst spricht die ältere Generation an. Ich glaube, die junge Generation sucht Meditation, sucht Innerlichkeit und wir haben noch viel zu wenige Formate dafür.“

“ Projekte, die die Welt verändern ”

Und sonst? „Projekte, die die Welt verändern“, das sagt der kommende Bischof von Würzburg ganz ohne Ironie. „Junge Menschen suchen nach dem, was sie gestalten können, wo man sieht, dass man etwas bewirken kann. Das heißt eine Pastoral, die auch stark sozial orientiert ist, so wie es Papst Franziskus uns ja auch immer wieder ins Stammbuch schreibt.“  (domradio 9)

 

 

 

Die Mitte suchen. Von Bischof em. Heinz Josef Algermissen

 

Auf vielfachen Wunsch wird die Predigt, die Bischof Heinz Josef Algermissen am Morgen seiner Emeritierung, am Dienstag, 5. Juni 2018, im Pontifikalamt im Hohen Dom zu Fulda (Priestertag) gehalten hat, als Bischofswort veröffentlicht.

 

Das Wort „Mitte“ ist ein wichtiges Wort unserer Heilsgeschichte mit Gott. Vom Alten Testament bis zur Geheimen Offenbarung, von den ersten bis zu den letzten Seiten der Bibel kommt es vor, in der Einheitsübersetzung 181mal.

„Groß ist in eurer Mitte der Heilige Israels“ (Jes 12, 6).

„Ist der Herr in unserer Mitte oder nicht?“, fragen die Israeliten bei ihrem Zug durch die Wüste (Ex 17, 7).

Im Neuen Testament begegnet es uns z. B. bei der Heilung des Menschen mit der verdorrten Hand: „Komm, stell dich in die Mitte!“ (Mk 3, 2).

Oder ganz anders: Im Johannes-Evangelium ziehen die Schriftgelehrten die Ehebrecherin in die Mitte, um sie zu steinigen (Joh 8, 3). Als sie nach dem Weggang derer, von denen keiner den ersten Stein werfen wollte, allein dasteht, heißt es sehr tiefgründig: „Jesus blieb allein zurück mit der Frau, die noch in der Mitte stand“ (Joh 8, 9). Jetzt steht sie nämlich erst richtig in der Mitte – bei Jesus, der ihr trotz ihrer Sünde Barmherzigkeit und einen Neuanfang schenkt. Das ist eine mich heute tief bewegende Frage.

 

Liebe Mitbrüder, was kann ich Ihnen auf dem Weg in die Zukunft mitgeben, das mich selbst berührt und auf meinem priesterlichen Weg bestimmt hat?

Jesus Christus muss unbedingt und jedenfalls die Mitte unseres priesterlichen Lebens sein. „In persona Christi capitis“ handeln können wir glaubwürdig nur, wenn wir aus der Mitte der Begegnung mit Christus leben und bereit sind, mit ihm in der Mitte der Menschen zu wohnen, in ihrer Mitte zu leben und zu wirken, um sie in ihren Herzen zu berühren, wie es nach der Pfingstpredigt des Petrus heißt: „Als sie das hörten, traf es sie mitten ins Herz“ (Apg 2, 37). Wer sich auf diese Mitte einlässt, verliert alle taube Mittelmäßigkeit. Nichts ist schlimmer in der Kirche als laue, graue und kraftlose Mittelmäßigkeit! Das gilt besonders für die Amtsträger.

 

Liebe Mitbrüder! Die Lesung aus dem Epheserbrief macht deutlich, dass die Mitte unseres Glaubens nicht ein schmaler Minimalismus ist, kein kleinster gemeinsamer Nenner, den irgendwie die meisten noch mitmachen können, sondern eine Fülle, die es immer neu zu ermessen gilt: „Durch den Glauben wohne Christus in euren Herzen“, d. h. in Eurer Wesensmitte.

„In der Liebe verwurzelt und auf sie gegründet, sollt ihr zusammen mit allen Heiligen dazu fähig sein, die Länge und Breite, die Höhe und Tiefe zu ermessen und die Liebe Christi zu verstehen, die alle Erkenntnis übersteigt. So werdet ihr mehr und mehr von der ganzen Fülle Gottes erfüllt“ (Eph 3, 17 ff).

Ein ganz und gar wesentlicher Satz aus der Lesung, der uns auch deutlich macht, dass die Konsequenz der Liebe Christi jenseits aller menschlichen Erkenntnis ist.

Also kein Ende des Suchens! In dieses andauernde Abenteuer vom Suchen nach der Mitte in Jesus Christus und nach der Begegnung mit den Menschen ist der Priester in besonderer Weise hineingestellt.

Vor allem bei der Feier der Hl. Eucharistie versammelt er die Menschen zur Mitte hin und lässt Christus in das Innerste des Menschen gelangen. So innerlich wie kein Mensch einem anderen innerlich nahe sein kann, sagt Augustinus.

In der Feier der Versöhnung, dem Bußsakrament, trägt der Priester dazu bei, dass Menschen wieder ihre Mitte finden, vor Gott und mit sich selbst ins Reine kommen.

In der Krankensalbung holt er den Kranken in die Mitte, um ihm Aufrichtung zu schenken, wenn er von Gott in schwerer Krankheit tröstend berührt wird.

Und wenn dem Priester heute mehr als früher der Dienst der Einheit in der Vielfalt kirchlicher Dienste obliegt, dann ist es umso wichtiger, dass er selbst aus der Mitte lebt und zur Mitte führt. Ohne das Zentrum im Haupt des Leibes, der die Kirche ist, zu finden, sind unsere Gemeinden in Gefahr zu Konventikeln zu werden.

 

Liebe Mitbrüder, da ist uns der Apostel der Deutschen, unser Glaubensvater und Bistumspatron, der hl. Bonifatius, Beispiel und Wegweiser:

Dreimal ist er Anfang des 8. Jahrhunderts nach Rom gereist. Er lebte in enger Verbindung mit den Päpsten Gregor II. und Gregor III., hatte mit ihnen einen regen Briefwechsel. Bonifatius band sich an die Institution des Papsttums, auch wenn es im 8. Jahrhundert wirklich kein Kinderspiel war, über die Alpen und durch unsicheres Land zu gehen.

Wer sich solchem Weg aussetzt, wird zum Zeugen für den Nachfolger Petri. Die innere Verbindung mit ihm stärkt unsere Kirche und garantiert die Einheit. Sie hilft uns, in der Mitte zu bleiben und, dass wir uns nicht im Zeitgeist auflösen.

 

Nichts anderes will auch Jesus mit seiner Einladung und Berufung der Jünger zeigen. Die erste Begegnung mit seinen künftigen Aposteln ist der Beginn eines großen Abenteuers, wie Papst Johannes Paul II. einmal gesagt hat.

„Was sucht ihr?“, „Wo wohnst du?“, „Kommt und seht!“ Und sie gingen mit ihm und sahen, wo er wohnte, und blieben jenen Tag bei ihm.

 

Was sahen sie?

Sicher nicht ein prachtvoll eingerichtetes Haus oder eine Wohlfühlatmosphäre. Sie sahen vielmehr, dass er unter den Menschen wohnte: „Die Füchse haben Höhlen und die Vögel des Himmels Nester, der Menschensohn aber hat nichts, wo er den Kopf hinbetten könnte.“ (Lk 9, 58). Seine Speise ist es, den Willen des Vaters zu tun (vgl. Joh 4, 34). Doch die Jünger ließen sich innerlich berühren und mitziehen, so dass sie bei ihm blieben.

Der Funke springt über auf Simon, Andreas führte ihn zu Jesus. Und dann auch auf Philippus und Nathanael. „Komm und sieh!“, mit den Worten Jesu lädt Philippus den Skeptiker ein. „Wir haben ihn gefunden; er wohnt mitten unter uns!“

Nathanael kann es nicht glauben. Jesus erinnert ihn an die uralte Geschichte vom Traum Jakobs von der Himmelsleiter: „Amen, amen, ich sage euch: Ihr werdet den Himmel geöffnet und die Engel Gottes auf- und niedersteigen sehen über dem Menschensohn.“ (Joh 1, 51).

 

Was für den flüchtenden Jakob damals Verheißung war, ist für uns Priester heute die rettende Zusage: „Mitten auf dem Stein eures Alltags, in der Härte gerade der oft bedrückenden Erfahrungen und ermüdenden Enttäuschungen, sollt ihr wissen: Ich bleibe in eurer Mitte, vielleicht nicht in großer Macht und Herrlichkeit, sondern eher in der verborgenen Kraft des Geistes, die auch heute Menschen im Herzen erfasst und die Kraft zum Zeugnis schenkt.“

 

Die Zahlen sind kleiner geworden und werden es in Zukunft noch deutlicher. Die Belastung ist mitunter – wie die letzten Jahre zeigten – schier unerträglich. Das deutliche Weniger-Werden gilt auch hinsichtlich von äußerer Macht und Einfluss. Sie schwinden und wir werden zur Demut erzogen. Aber die Kraft überzeugter und überzeugender Menschen bleibt und ist nach wie vor von vielen ersehnt und gesucht.

„Ich will in eurer Mitte wohnen“ heißt dann nicht so sehr: „Ich verspreche euch Macht und Einfluss“, sondern vielmehr „Wenn ich in eurer Mitte wohne, kann ich euch zur geistlichen Schwung-Kraft machen für eine Welt und Gesellschaft, die ihren inneren Schwung verloren hat und von einer Krise in die nächste springt, die sich an zweifelhaften Ästen festhält, wie etwa Macht, Konsum und Wachstumsgläubigkeit.“

 

Das für mich immer noch gültige und zukunftsweisende Apostolische Schreiben „Evangelii Nuntiandi“ von Papst Paul VI. zeigt uns bereits im Jahr 1975 notwendige Schritte zur Evangelisierung. Es sind dies das Zeugnis des Lebens und des Wortes, die Zustimmung des Herzens, das seine Mitte gefunden hat, und die Feier der Sakramente.

Danke, liebe Mitbrüder, für Ihre Bereitschaft, Jesus Christus zu suchen und ihn in Ihrer Mitte wohnen zu lassen sowie Menschen immer wieder zur Mitte hin mitzunehmen. Das ist die Bedingung der Möglichkeit, in dieser Zeit „missionarisch Kirche zu sein“. Danke auch dafür, dass Sie mich als Ihren Bischof bei unzähligen persönlichen Gesprächen über die Jahre immer wieder in Ihre Glaubensmitte mit einbezogen haben.

Ich danke Ihnen, dass Sie den Herrn in Ihren Gemeinden bezeugen, mitleiden und, so gut Sie können, Wunden heilen.

Gott segne Sie auf dem Weg in die Zukunft und schenke Ihnen die Kraft des Hl. Geistes, um auf der Suche nach der Mitte nicht zu erlahmen!

Bonifatiusbote“ vom 17. Juni 2018

 

 

 

 

Der Kommunionstreit und das Kirchenrecht

 

Der Kommunionstreit ist sozusagen hausgemacht: Das sagt der Kirchenhistoriker Hubert Wolf von der Uni Münster. Denn die Diskussion, ob bei konfessionsgemischten Ehepaaren der evangelische Partner im Einzelfall zur katholischen Kommunion gehen darf – ist im Grunde eine Frage des Kirchenrechts. Marion Sendker - Vatikanstadt

 

Das bot früher viel Spielraum für Einzelfallentscheidungen. Heute ist es starr und darf kaum noch interpretiert werden.

Zwar sind im weltweit gültigen kirchlichen Gesetzbuch Ausnahmen geregelt, wann einem Protestanten die Eucharistie gespendet werden darf. Die sind aber sehr eng und müssen wortlautgetreu befolgt werden.

“ Ja, das riecht mir so, als ob es in die Richtung des Case Law ginge! ”

Lösungsvorschläge in der Diskussion um Eucharistie und Subsidiarität finden sich seiner Ansicht nach in der rechtlichen Tradition, insbesondere im „Corpus Iuris Canonici“: Das ist alles, was bis zur Einführung des Codex Iuris Canonici vor 100 Jahren galt; eine zum Teil wilde und unübersichtliche Sammlung an Einzelfallentscheidungen, päpstlichen Kommentaren oder Erlassen. 

Zum Nachhören

„Ich glaube, diese Vorgeschichte und diese Traditionen gehören aber zu der Diskussion, was möglich ist und was nicht. Es scheint bei Papst Franziskus ein bisschen in die Richtung zu gehen, dass der Einzelfall berücksichtigt werden soll. Man soll in einer Reihe von Gewissensentscheidungen dem Einzelnen dann helfen – ja, das riecht mir so, als ob es in diese Richtung des Case Law ginge!“

 

Braucht die Kirche ein flexibleres Rechtssystem?

 Das so genannte Einzelfallrecht hat sich seit dem Hochmittelalter über Jahrhunderte hin entwickelt und legitimierte bis 1918 eine in pastoraler Hinsicht flexible Praxis. Die Abkehr von diesem kasuistischem Rechtssystem zu einem für die Weltkirche geltenden und eher starren Gesetzbuch stand im Zeichen des Zeitgeistes des 18. und 19. Jahrhunderts und spiegelte den internationalen Trend zu einheitlichen Grundgesetzen.

Spätestens aber seit dem Zweiten Vatikanum ist es Lehre der Kirche, dass die Kirche in und  aus Teilkirchen besteht, also nicht nur aus Rom.. Es geht im Grunde um die Anwendung des Subsidiaritätsprinzip auch auf die Kirche, und das heißt, Probleme sollen zunächst dort entschieden werden, wo sie entstanden sind.

“ Subsidiarität heißt auch, dass, sofern die untere Ebene keine Entscheidung oder keinen Konsens finden kann, dann Rom helfend eingreifen muss. ”

Dieses Prinzip, um das es im Streit der deutschen Bischofskonferenz auch geht, sei aber keine Einbahnstraße, betont Wolf: „Subsidiarität heißt auch, dass, sofern die untere Ebene keine Entscheidung oder keinen Konsens finden kann, dann Rom helfend eingreifen muss. Für die Weltkirche ist es dann wichtig zu fragen: ‚Wo sind die Dinge, über die wir nicht diskutieren können? Und wo kann sich Kirche durchaus im Sinne von Enkulturation in bestimmte Kontexte hineinbegeben und bestimmte äußere Formen und Dinge verändern?‘ Das wird man aber in jedem Punkt diskutieren müssen.“

 

Ein Paradigmenwechsel muss her

Solche Diskussionen seien indes keine Absagen an eine zentralistisch organisierte Kirche, denn über das Kirchenrecht entscheidet nach wie vor der Papst, so Wolf. Es gehe hier mehr um einen Paradigmenwechsel und eine ganzheitliche Betrachtung der Kirche, deren Geschichte älter ist als die des einheitlichen Kirchenrechts. 

„Wenn der Papst neue Modelle sucht, was gibt es dann besseres, als auf die Tradition der Kirche zu setzen? Ich muss nichts Neues erfinden. Ich glaube, Reformen gelingen nicht gegen den Geist der Tradition, sondern mit dem Geist der Tradition. Und katholische Tradition ist pluriformer als man denkt.“

 

Kirchenrecht kann darf kaum interpretiert werden

Der Kirchenhistoriker schlägt deswegen eine Interpretation des geltenden Rechts aus seiner Historie vor. Was in den meisten Rechtsordnungen der Welt in der Gesetzesanwendung Gang und Gäbe ist, sei dem Vatikan fremd.

Dort gelte das geschriebene Wort – meistens ohne Interpretationsspielraum für Kirchenrichter, denn das würde ja wieder ins Fallrecht führen – und das hat man 1918 nach langen Jahren der Diskussion abgeschafft.

“ Entschuldigung, wie viele Evangelien gibt es? ”

Diese wortlautgetreue Herangehensweise decke sich dagegen nicht unbedingt mit dem Buch aller Bücher – der Bibel; genauer mit den Evangelien, so Wolf: „Entschuldigung, wie viele Evangelien gibt es? Es gibt vier und die widersprechen sich. Zum Beispiel kennt das Johannesevangelium kein Abendmahl, sondern nur die Fußwaschung. Wenn Johannes die Fußwaschung in den Vordergrund stellt und die Synoptiker das Abendmahl – dann könnte man ja jetzt hart interpretierend sagen, dass es bei Johannes nicht zur Botschaft gehöre. Aber so ist es nicht.“

 

Einheitskatholizismus hat es nie gegeben

Zum Katholischen gehörten gerade unterschiedliche Interpretationen der Botschaft Jesu. Das Kirchenrecht sei dahingehend aber zu eng und auch nicht im ursprünglichen Wortsinn von katholisch, aus dem Griechischen von katholon – das Ganze umfassend.

Einheitskatholizismus habe es in der Geschichte der Kirche nie gegeben, betont der Historiker und Priester. In dem Sinne trifft er vielleicht das, was Franziskus nicht müde wird zu betonen: Es geht um Unterscheidung und um Einheit in Vielfalt.

 

Mehr Mut, liebe Kirche!

Diese Vielfalt, die durchaus auch als Widerspruch gesehen werden kann, habe es immer wieder in der Kirchengeschichte gegeben.

“ Katholisch ist vom Prinzip her nicht gleichmacherisch! ”

Aber der Einheit hat es nie geschadet, bemerkt Wolf. Warum sollte das jetzt bei der Frage um Kompetenzen von nationalen Bischofskonferenzen und geteilter Eucharistie anders sein?

Mehr Mut, fordert der Wissenschaftler: „Katholisch ist vom Prinzip her nicht gleichmacherisch, hat aber einen Einheitspunkt – und der ist Jesus Christus, Gottes Sohn.“ NV 11

 

 

 

 

Erstmals seit langem weniger als 20 italienische Papstwähler

 

Erstmals seit 60 Jahren hat das Kardinalskollegium weniger als 20 Papstwähler aus Italien. Mit seinem 80. Geburtstag am Freitag verlor Kurienkardinal Angelo Amato sein Stimmrecht im Konklave. Damit sank die Zahl der italienischen Papstwähler auf 19; sie liegt damit insgesamt bei nur noch einem Sechstel - historisch ohnegleichen.

1946 waren zum ersten Mal überhaupt seit dem frühen 15. Jahrhundert italienische Kardinäle in der Minderheit. Gut zwölf Jahre später, beim Tod von Papst Pius XII. 1958, waren von insgesamt 53 Kardinälen nur noch 17 Italiener.

Ende Juli findet ein neues Konsistorium statt

Sein Nachfolger Johannes XXIII. (1958-1963) ernannte im Dezember 1958 in seinem ersten Konsistorium 23 neue Senatoren, davon 13 aus Italien.

Derzeit sind von 212 Kardinälen noch 114 zur Papstwahl berechtigt. Ende Juni nimmt Papst Franziskus 14 neue Mitglieder auf, davon 3 Italiener. (kap 9)

 

 

 

Werke der Barmherzigkeit sind Fortführung von Gottes Liebe für uns

 

In den kleinen Dingen zeigt sich Gottes grenzenlose Liebe und auch die Barmherzigkeit eines Christen: Am Herz-Jesu-Fest lädt Papst Franziskus alle dazu ein, Gesten der Zärtlichkeit in unseren Alltag zu streuen.

Anne Preckel und Adriana Masotti – Vatikanstadt

 

Diese Liebe Gottes steht am Hochfest Heiligstes Herz Jesu besonders im Mittelpunkt, ging der Papst in seiner Predigt im vatikanischen Gästehaus Santa Marta auf das Hochfest an diesem Freitag ein. Dabei sei es Gott, der uns zuerst liebte – „Gott ist so: immer der Erste. Er ist der Erste, der auf uns wartet, der Erste, der uns liebt, und der Erste, der uns hilft.“ Die Propheten hätten dies anhand des Mandelblüten-Symbols verdeutlicht, dieser Blüte, die als eine der ersten im Frühling aufgehe.

“ Das ist eine Liebe, die man nicht verstehen kann. Eine Liebe, die jedes Wissen übertrifft, alles übertrifft. ”

Diese Liebe zu verstehen, sei allerdings nicht leicht, fuhr der Papst dann fort. Der Apostel Paulus umschreibe dieses Mysterium in der Tat mit dem Begriff des „unergründlichen Reichtums Christi“ (vgl. Eph 3, 8-19), griff der Papst einen Passus aus dem Brief des Apostels Paulus an die Epheser auf. Und er führte dazu aus: 

„Das ist eine Liebe, die man nicht verstehen kann. Eine Liebe Christi, die jedes Wissen übertrifft, alles übertrifft. So groß ist Gottes Liebe. Ein Dichter sagte, sie sei ,wie das Meer, uferlos, unendlich tief…‘ – ein grenzenloses Meer. Das ist die Liebe, die wir verstehen müssen, die Liebe, die wir empfangen.“

In der Heilsgeschichte habe Gott diese Liebe offenbart, „er war ein großer Pädagoge“, formulierte der Papst. Doch Gottes Liebe komme nicht in Gesten der Macht zum Ausdruck, präzisierte er, sondern zeige sich in väterlichen Sorge, im An-die-Hand-Nehmen seines Volkes – „wie ein Papa“. Dies habe der Prophet Hosea gut beschrieben (vgl. Hos 11). 

“ Wie zeigt Gott seine Liebe? Mit großen Dingen? Nein, er macht sich klein. ”

„Wie zeigt Gott seine Liebe? Mit großen Dingen? Nein, er macht sich klein, macht sich klein, klein, mit diesen Gesten der Zärtlichkeit, der Güte. Er macht sich klein. Er nähert sich an. Und mit dieser Nähe, diesem Sich-Klein-Machen lässt er uns die Größe dieser Liebe verstehen. Das Immense wird durch das Kleine begreifbar.“

Und schließlich schickte Gott seinen Sohn Jesus, und zwar „in Fleisch und Blut“, so der Papst weiter. Jesus habe „sich selbst bis hin zu seinem eigenen Tod gedemütigt“, lenkte er den Blick auf die Kreuzigung. Dieses Mysterium der Liebe Gottes, des größten Opfers, verweise auf den Weg des Christen im Alltag, die Werke der Barmherzigkeit.

“ Wenn uns Jesus den Weg des Christen lehren will, verweist er darauf, woran wir einmal gemessen werden würden ”

„Wenn uns Jesus den Weg des Christen lehren will, sagt er wenige Dinge, er verweist darauf, woran wir einmal gemessen werden würden. Und was sagt er dann? Er sagt nicht: ,Ich denke, dass Gott so ist. Ich habe Gottes Liebe verstanden.’ Nein, nein… - Ich habe Gottes Liebe im Kleinen verwirklicht: ich habe dem Hungrigen zu essen gegeben, dem Durstigen zu trinken, ich habe den Kranken besucht, den Gefangenen. Die Werke der Barmherzigkeit sind wirklich der Weg der Liebe, den uns Jesus lehrt - in Fortführung der großen Liebe Gottes!"

Es brauche keine großen Reden über die Liebe, sondern Männer und Frauen, „die diese kleinen Dinge für Jesus, für den Vater zu tun verstehen“, so Papst Franziskus abschließend. (vatican news 8)

 

 

 

Frankreich: Frau als Vize-Sekretär der Bischofskonferenz

 

Sie ist 60 Jahre alt, Mutter von vier Kindern, Großmutter von acht Enkelkindern: Christine Naline, zuerst verantwortlich für die Ausbildung von Katecheten in Lille, dann von Laien in der kirchlichen Mission in Nanterre, wird stellvertretende Generalsekretärin der französischen Bischofskonferenz.

Dazu wurde sie vom Ständigen Rat ernannt. Ab dem 1. September wird sie für eine erste Amtszeit von drei Jahren als Nachfolgerin des Priesters Gérard Le Stang das Amt übernehmen. Es ist das erste Mal in Frankreich, dass eine Frau in so hoher Position mit der Koordination der nationalen Seelsorge betraut wird. Vor Christine Naline war bereits eine andere Frau, Corinne Boilley, als stellvertretende Generalsekretärin (die erste überhaupt) der Bischofskonferenz im Einsatz. Sie war für wirtschaftliche, soziale und rechtliche Angelegenheiten zuständig gewesen.

„Ich war beeindruckt von dieser Wahl der Bischöfe. Sie zeigt, dass sie die Taufberufung aller Mitglieder des Volkes Gottes ernst nehmen”, erklärte Christine Naline der Tageszeitung „la Croix". 2016 bat Monsignore Michel Aupetit, der damalige Bischof von Nanterre (später Erzbischof von Paris), sie und ihren Mann, das Jubiläum zum 50-jährigen Bestehen der Diözese zu organisieren. Für sie war es eine weitere von vielen Aufgaben in ihrem Leben als Katholikin. „Aber jedes Mal - betont sie - antworte ich erst nach einer Zeit der Unterscheidung, weil es nicht meine Absicht ist, eine Karriere in der Kirche zu machen".

Generalsekretär der Französischen Bischofskonferenz ist der Priester Olivier Ribadeau Dumas, der auch als Sprecher fungiert. Ihm stehen vier Vize-Generalsekretäre zur Seite. Corinne Boilley, deren Mandat bereits 2015 verlängert worden war, ersetzte der Ständige Rat nun durch den Wirtschaftsfachmann Ambroise Laurent.

Andere Frauen auf der ganzen Welt haben bereits angesehene Positionen in der Kirche inne. Schwester Anna Mirjam Kaschner ist seit September 2009 Generalsekretärin der skandinavischen Bischofskonferenz, Schwester Hermenegild Makoro wirkt seit März 2012 als Generalsekretärin der Südafrikanischen Katholischen Bischofskonferenz. (pm 7)

 

 

 

Amtskirche auf Schlingerkurs

 

Das Hickhack um die Zulassung evangelischer Ehepartner/-innen zur Kommunion geht weiter. Erst sagen die deutschen Bischöfe Ja, dann sagt Rom vielleicht, wenig später nein und Kardinal Marx spricht weiter von einem Mal sehen…selbst der aufmerksame Beobachter hat Schwierigkeiten dem Ganzen noch zu folgen.

Kirche macht's wie die SPD

Die Erinnerungen an die Debatten um eine Neuauflage der GroKo in der SPD sind kaum verblasst, da legt die Leitung der katholischen Kirche nach mit einem kräftigen Schlingerkurs. Mittendrin: Papst Franziskus, der einerseits immer wieder eine heilsame Dezentralisierung gefordert hat, aber offenbar andererseits einen Rückzieher macht, sobald es konkret wird. Von daher ist nicht nur Kardinal Marx kirchenpolitisch beschädigt, sondern auch der Heilige Vater in Rom.

Wie jeder Vergleich hinkt natürlich auch dieser. Aber das Wirrwarr tut weder der Kirche gut, noch hat es die SPD in der Wählergunst vorangebracht. In beiden Fällen drängt sich der Verdacht einer Nabelschau auf. Die SPD hat gut verhandelt, warum sollte sie ihr Wahlprogramm nicht umsetzen? Die Kirchenbasis hat längst reagiert, warum sollten aufmerksame Bischöfe den Glaubenssinn aller Gläubigen (von dem man in Katechesen, Vorträgen und Predigten so gerne spricht) nicht trauen?

Vogel statt Glaubwürdigkeit

Im Kopf höre ich schon die Einwände: hier geht es ums Ganze, um das Kirchenverständnis, um den Wert der Eucharistie… das mag alles richtig sein! Doch erinnern wir uns: es geht um die überschaubare Zahl von evangelischen Ehepartner/-innen, die an die katholische Realpräsenz glauben! Wenn es nicht möglich ist, auf diese kleine Gruppe von Intensivchristen zuzugehen, gerät die Glaubwürdigkeit von Ökumene, verkündigter Barmherzigkeit und heilsamer Dezentralisierung kräftig ins Wanken. Vielleicht denken daher auch viele im Sinne von Andrea Nahles fulminanter Parteitagsrede: „soll ich euch mal was sagen, was ich glaube, was die Bürgerinnen und Bürger machen: die zeigen uns nen Vogel!“ Simon Schwamborn, Kath.de 8

 

 

 

Österreich schließt Moscheen

 

Österreich zieht Konsequenzen aus dem Skandal von Kriegsspielen in Moscheen:

sieben Gebetshäuser sollen geschlossen werden, zahlreiche Imame könnten ausgewiesen werden.

Österreichs rechtskonservative Regierung greift hart gegen radikale Muslime durch. Auf einer Pressekonferenz verkündete Bundeskanzler Sebastian Kurz (ÖVP) heute morgen, dass sieben Moscheen geschlossen und möglicherweise rund 60 Imame ausgewiesen werden. Die Regierung versucht so, dem politischen Islamismus in Österreich entgegenzuwirken. „Parallelgesellschaften, politischer Islam und Radikalisierungstendenzen haben in unserem Land keinen Platz“, so Kurz.

Hintergrund war eine Prüfung einiger österreichischer Moscheen und Verbände, in denen radikal islamistische Einflüsse vermutet wurden. Im April hatte eine Wiener Moschee Schlagzeilen gemacht, als Aufnahmen von Kindern auf Facebook auftauchten, die dort Kriegsszenarien simulierten. Die in Tarnkleidung angezogenen Kinder marschierten und salutierten vor einer türkischen Flagge, einige imitierten Leichen.

Etwa acht Prozent der Österreicher sind Muslime und 14 Prozent von ihnen gelten als fundamentalistisch.

Als Konsequenz der darauf folgenden Untersuchung, die laut Kultusminister Gernot Blümel (ÖVP) in Kooperation mit der Islamischen Glaubensgemeinschaft (IGGÖ) ablief, wird der Betrieb in der Moschee nun untersagt. Damit darf dort in Zukunft weder gepredigt, noch Koranunterricht abgehalten werden. Die Moschee gehört dem Dachverband der Türkisch-Islamischen Union (ATIB) an, die bereits früher aufgrund ihrer türkisch-nationalistischen Ausrichtung in der Kritik gestanden hatte. Sie soll außerdem unter dem Einfluss der Grauen Wölfe stehen, einer türkisch-faschistischen Organisation. Laut IGGÖ war die ATIB-Moschee ohne Genehmigung betrieben worden.

Kultusminister Blümel kündigte weiterhin an, dass die Regierung gegen die Arabische Kultusgemeinde vorgehen und diese auflösen werde. Der Verein betreibt mindestens sechs Moscheen in Wien, die allesamt ihren Dienst einstellen müssen. Der Kultusgemeinde werden salafistische Umtriebe vorgeworfen, außerdem habe sie „keine positive Grundeinstellung zu Staat und Gesellschaft in Österreich“, heißt es in einer Presseerklärung.

Neben den Schließungen sollen außerdem Imame des ATIB ausgewiesen werden, die finanzielle Unterstützung aus der Türkei erhalten haben. Die Auslandsfinanzierung verstößt gegen das österreichische Islamgesetz. Die ersten elf Verfahren sind laut Bundeskanzleramt bereits eingeleitet, insgesamt könnten bis zu 40 Prediger der ATIB mitsamt Familien ausgewiesen werden. Die Regierung hat darüber hinaus ein Verfahren zur vollständigen Ausflösung der islamischen Dachorganisation eingeleitet.

Seit dem 1. März gilt in Österreich ein neues Islamgesetz. Religiöse muslimische Vereine unterliegen damit genauen Regeln – und auch Bildungseinrichtungen müssen sich umstellen.

Von den rund 260 Imamen in Österreich sollen aber nur jene des ATIB betroffen sein. „Muslimische Gläubige haben es nicht verdient, unter Generalverdacht gestellt zu werden“, erklärte Vizekanzler Heinz-Christian Strache (FPÖ). Daher seien sie „vor Missbrauch durch einzelne zu schützen“.

Die seit Dezember regierende Koalition zwischen Österreichischer Volkspartei (ÖVP) und Freiheitlicher Partei Österreichs (FPÖ) fährt einen harten Kurs in der Einwanderungspolitik. Ende Mai hatte sie Pläne angekündigt, bis zum Sommer eine neue Regelung auf den Weg zu bringen, welche die Auszahlung der gesetzlichen Mindestsicherung an ein Mindestmaß an Sprachkenntnissen knüpfen soll.  Florence Schulz EA 8

 

 

 

Frankreich: Kirche will gegen Fremdenfeindlichkeit kämpfen

 

Mehrere kirchliche Organisationen in Frankreich haben einen verstärkten Kampf gegen Fremdenfeindlichkeit angekündigt. Es gehe auch darum, Ängste und Nöte wahrzunehmen und den Franzosen zu helfen, den anderen „als einen Reichtum und nicht als Bedrohung“ wahrzunehmen, heißt es in einer am Donnerstag veröffentlichten Erklärung.

Beteiligt sind unter anderen die nationale Migrantenpastoral der Französischen Bischofskonferenz, der Jesuiten-Flüchtlingsdienst (JRS) und die Caritas. Einer neuen Studie der Organisationen zufolge lehnen 61 Prozent der französischen Katholiken eine totale Grenzschließung für Migranten ab. 70 Prozent unterstützten das Konzept einer Integration durch Arbeit. 60 Prozent lehnten die Strategie ab, vorrangig bildungs- und ausbildungsstärkere Migranten aufzunehmen.

Ein Gefühl kultureller Unsicherheit

55 Prozent der französischen Katholiken verneinten die Aussage, es sei „problematisch, dass die Mehrheit der Einwanderer nach Frankreich Muslime sind“. 22 Prozent urteilten, dass der Islam unvereinbar mit der französischen Gesellschaft sei. 47 Prozent erklärten, dass Muslime dieselben Werte verfolgten wie sie selbst. Zugleich äußerte ein Drittel der praktizierenden Katholiken das Gefühl kultureller Unsicherheit. Sie hätten den Eindruck, dass der Islam in Frankreich immer weiter an Bedeutung gewinnt. (kna 7)

 

 

 

Papstbotschaft an Bartholomaios I.: Klimaschutz und Migration

 

Papst Franziskus hat erneut die auf dem Weg nach Europa ertrunkenen Migranten beklagt. Das Mittelmeer sei zu einem „Grab für Männer, Frauen und Kinder“ geworden; viele von ihnen hätten nur vor den unmenschlichen Bedingungen in ihrer Heimat fliehen wollen, schrieb der Papst in einer Botschaft an das Ehrenoberhaupt der Orthodoxie, Patriarch Bartholomaios I.

Ausdrücklich erinnerte Franziskus an den Zusammenhang zwischen Klimawandel und Migration. Anlass der Botschaft ist ein von Bartholomaios I. in Athen veranstaltetes internationales Umweltsymposium.

Franziskus äußerte sich besorgt über einen „wachsenden Exodus von Klimamigranten und Umweltflüchtlingen“. Die Gesellschaft müsse sich fragen, welche Welt sie der kommenden Generation hinterlassen wolle. Er verlangte eine „ernste Gewissenserforschung“. Die Schöpfung sei niemandes Privatbesitz; ihre Nutzung müsse auf die Rechte jedes Menschen und jedes Volkes Rücksicht nehmen.

Der Papst bekräftigte weiter die Teilnahme der katholischen Kirche an dem Weltgebetstag für die Schöpfung, der auf Initiative des orthodoxen Patriarchen am 1. September begangen wird. Franziskus schrieb, er sei fest entschlossen, die Zusammenarbeit mit dem Ökumenischen Patriarchat sowie mit Christen anderer Konfessionen und mit „allen Menschen guten Willens“ zugunsten einer nachhaltigen und umfassenden Entwicklung fortzusetzen.

Das Symposium „Toward a Greener Attica. Preserving the Planet and Protecting its Peopletagt von Dienstag bis Freitag in Athen. Als Vertreter der katholischen Kirche nehmen der für Entwicklungsfragen zuständige Kurienkardinal Peter Turkson und der nigerianische Kardinal John Olorunfemi Onaiyekan aus Abuja teil. Zu den Rednern zählen auch der US-amerikanische Wirtschaftswissenschaftler Jeffrey Sachs und der deutsche Klimaexperte Hans Joachim Schellnhuber vom Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung.

(kna 6)

 

 

 

Jahrestagung Weltkirche und Mission mahnt besseren Schutz der Religionsfreiheit an

                         

Rund 140 Vertreter der weltkirchlichen Arbeit in Deutschland und Gäste aus Indien, Pakistan, Kirgistan und der Arabischen Halbinsel haben sich auf der diesjährigen Jahrestagung Weltkirche und Mission, die vom 4. bis 6. Juni 2018 in Würzburg stattgefunden hat, für einen engagierteren Schutz der Religionsfreiheit in allen Teilen der Welt ausgesprochen. Dahinter steht die Sorge um bedrängte religiöse Minderheiten, zu denen in einigen Staaten auch viele Christen zählen. Kirchenvertreter aus Indien, Pakistan, Kirgistan, Saudi-Arabien und Bahrein berichteten über die Situation in ihren Ländern und machten deutlich, welchen Herausforderungen die Glaubensgemeinschaften gegenüberstehen.

 

In einer gemeinsam verabschiedeten Erklärung zur Religionsfreiheit heißt es: „Wir müssen feststellen, dass die rechtlichen Instrumente zum Schutz der Religionsfreiheit nicht ausreichen, um dieses Menschenrecht umfassend abzusichern. Deshalb drängen wir auch in unserer Gesellschaft und in unserer Kirche darauf, für das Recht auf Religionsfreiheit im nationalen und internationalen Dialog mit mehr Nachdruck einzutreten, nicht zuletzt bei den Vereinten Nationen.“

 

Erzbischof Dr. Ludwig Schick (Bamberg), Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, machte in seiner Eröffnungsrede deutlich, dass die Kirche als Anwalt derer fungiere, die unter religiöser Diskriminierung und Bedrängung leiden. Dazu gehörten weltweit in großer Zahl Christen, aber auch viele Gläubige anderer Religionen. „Das Recht auf Religionsfreiheit als ein Menschenrecht ist von zentraler Bedeutung. Aber der universale Geltungsanspruch dieses Menschenrechts wird in vielen Teilen der Welt in Frage gestellt, uminterpretiert und ausgehöhlt, so dass die Schutzinstrumente, die im Rahmen der Vereinten Nationen entwickelt wurden, sich oft als unzureichend erweisen. Es liegt an uns Christen, allen Menschen zu helfen, die ihren Glauben, ihre Weltanschauung nicht frei leben können. Ihr Leid lässt uns nicht unberührt! Wir beten für diese Menschen und wir bringen uns ein, ohne dabei die eine Religion über die andere zu stellen.“

 

Sebastian Francis Shaw OFM, Erzbischof von Lahore, lenkte den Blick der Konferenzteilnehmer auf die Situation religiöser Minderheiten in Pakistan. Statt 25 Prozent zum Zeitpunkt der Staatsgründung im Jahre 1947 gehörten heute weniger als fünf Prozent der pakistanischen Bevölkerung anderen Religionen als dem Islam an. Das Engagement zur Durchsetzung der Religionsfreiheit sei dort deshalb von existentieller Bedeutung.

 

Prof. Dr. Heribert Hirte MdB (CDU/CSU) berichtete vom Engagement des Stephanuskreises, eines Forums innerhalb der CDU/CSU-Bundestagsfraktion, dem in dieser Wahlperiode über 80 Abgeordnete angehörten. Weltweit setze sich der Kreis für die Religionsfreiheit ein, wobei der Fokus besonders auf der Situation bedrängter Christen liege. „Uns Mitglieder eint die Überzeugung, dass für die Religionsfreiheit auf internationaler politischer Ebene noch stärker hör- und sichtbar eingetreten werden muss – und zwar in allen Bereichen: In der Entwicklungs- und Wirtschaftspolitik ebenso wie in der Bildungspolitik. Deshalb freuen wir uns, dass es in dieser Legislaturperiode auf Regierungsebene einen Sonderbeauftragten für Religionsfreiheit gibt. Um die Öffentlichkeit besser für die Brisanz dieses Themas zu sensibilisieren und den interreligiösen Dialog zu stärken, brauchen wir auch die Unterstützung der Medien. In Deutschland wünsche ich mir angesichts wachsender religiöser Vielfalt eine breite Debatte über die hohe Bedeutung von Religionen und deren mögliche Grenzen in einem säkularen Staat.“

 

Prof. Dr. Roman Siebenrock wies darauf hin, dass die Religionsfreiheit als Menschenrecht nicht allein Folge der Aufklärung gewesen sei, sondern u. a. auch aus zahlreichen katholischen Traditionslinien hervorginge. Prof. Dr. Rotraud Wielandt verdeutlichte am Beispiel der Erklärung islamischer Gelehrter aus verschiedenen Teilen der islamischen Welt, die 2016 in Marrakesch zusammengekommen waren, dass auch Muslime durch Rückgriff auf genuin islamische Überlieferungen im Lichte der Erfordernisse des Lebens in der modernen Welt einen Beitrag zur Durchsetzung der staatsbürgerlichen Gleichheit der Angehörigen verschiedener Religionen leisten könnten. Prof. Dr. Heiner Bielefeldt, bis 2016 UN-Sonderberichterstatter für Religions- und Weltanschauungsfreiheit, sieht die Anerkennung der Religionsfreiheit als Menschenrecht auf mehreren Ebenen bedroht: „Zum einen gibt es zahlreiche konkrete Verletzungen der Religionsfreiheit, unter denen vor allem Minderheiten, Dissidenten, Konvertiten oder Angehörige angeblich ‚landesfremder‘ Religionsgemeinschaften leiden. Zum anderen sehen wir aber auch Bedrohungen auf einer Grundsatzebene – etwa, wenn autoritäre Staaten die Religionsfreiheit zu einer Art ‚Ehrschutz‘ bestimmter Religionen ummünzen und auf diese Weise ihren freiheitsrechtlichen Kern verdunkeln.“ Dabei stellte er klar: Nicht die Religion als solche sei das zu schützende Objekt, sondern jeder einzelne Mensch, der frei seinen Glauben und seine Weltanschauung wählen und leben können müsse.

Hintergrund. Veranstalter der Jahrestagung ist die „Konferenz Weltkirche“, in der die Deutsche Bischofskonferenz, die deutschen (Erz-)Bistümer, die Hilfswerke, die Deutsche Ordensobernkonferenz (DOK), die Verbände, das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) und andere weltkirchlich tätige Einrichtungen zusammenarbeiten. Dbk 6

 

 

 

 

Kommunionstreit: Papst bremst deutsche Bischöfe

 

Der Vatikan lehnt die von den deutschen Bischöfen mehrheitlich beschlossene Handreichung zum Kommunionempfang von nicht-katholischen Ehepartnern in ihrer bisherigen Form ab.

Das Dokument werfe eine Reihe ungelöster Probleme von erheblicher Tragweite auf, heißt es in einem Brief von Erzbischof Luis Ladaria an den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx. Wörtlich schreibt der Präfekt der Glaubenskongregation, Papst Franziskus sei zu dem Schluss gekommen, „dass das Dokument noch nicht zur Veröffentlichung reif ist“.

Die Frage, ob nicht-katholische Ehepartner die Kommunion empfangen könnten, betreffe die Kirche als Ganzes, und habe Auswirkungen auf die ökumenischen Beziehungen zu anderen Kirchen und kirchlichen Gemeinschaften, heißt es in Ladarias Schreiben, das auf den 25. Mai datiert. Am Montagmorgen hatte das Portal kath.net darüber berichtet.  

 

Ladaria: Das Thema berühre den Glauben der Kirche

Weiter verweist der Präfekt der Glaubenskongregation auf die entsprechenden Regelungen des Kirchenrechts. Dort heißt es in Canon 844, dass die Sakramente nur Katholiken gespendet werden dürfen. Eine Ausnahme gestattet das Kirchenrecht lediglich bei Todesgefahr oder einer anderen „schweren Notlage". Ein Urteil darüber obliege letztlich dem Ortsbischof. Die zuständigen Vatikanbehörden seien beauftragt, diese und andere offenen Fragen demnächst auf Ebene der katholischen Weltkirche zu klären, so Ladaria. Er betonte, das Thema berühre den Glauben der Kirche und habe Bedeutung für die Universalkirche.

Damit deutet sich eine Wende im Ringen um die Kommunionfrage für gemischtkonfessionelle Paare an, die am Wochenende auch schon der Kölner Kardinal Woelki anklingen ließ. Er wandte sich dagegen, Sonderregelungen weiter zu normieren. „Pastoral begründete Ausnahmeregelungen dürfen nicht als neue Normen festgeschrieben werden." Zugleich betonte er, schon jetzt könnten evangelische Ehepartner von Katholiken in Ausnahmefällen die Kommunion erhalten. Diese Frage gehöre aber in den Raum der persönlichen Seelsorge, der geistlichen Begleitung und der individuellen Gewissensentscheidung der Gläubigen.

 

Appell an den „Geist der Kollegialität"

Zugleich setzt der Vatikan weiterhin auf den konstruktiven Dialog der deutschen Bischöfe untereinander. Ladarias Brief endet mit einem Appell an den „Geist der Kollegialität" in der Deutschen Bischofskonferenz.

Die Bischöfe hatten sich im Februar mit Dreiviertel-Mehrheit auf die Handreichung geeinigt, wonach nicht-katholische Ehepartner im Einzelfall zur Kommunion zugelassen werden können. Sieben Bischöfe mit dem Kölner Kardinal Rainer Maria Woelki an der Spitze baten daraufhin schriftlich den Vatikan um Klarstellung, ob eine solche Regelung überhaupt von einer einzelnen Bischofskonferenz beschlossen werden kann. Der Vatikan verwies den Konflikt zunächst an die deutschen Bischöfe zurück. Marx äußerte sich zuletzt zuversichtlich, dass er und seine Amtsbrüder bei einem ihrer nächsten Treffen zu einer einvernehmlichen Lösung finden würden. (kna 4)

 

 

 

Lob und Kritik. Söder trifft Papst – Kreuzpflicht tritt in Kraft

 

Der 1. Juni 2018 bleibt Markus Söder gewiss noch lange in Erinnerung: Seine umstrittene Kreuzpflicht ist in Kraft getreten und in Rom traf der Ministerpräsident Papst Franziskus. Derweil reißt die Kritik in Bayern nicht ab.

Bayerns Ministerpräsident Markus Söder (CSU) hat am Freitag Papst Franziskus im Vatikan getroffen – just an dem Tag, an dem die umstrittene Kreuzpflicht in Bayern in Kraft getreten ist. Franziskus empfing Söder in Audienz, wie der Vatikan am Freitag nach dem Treffen mitteilte. Im Zusammenhang mit dem Kreuzerlass habe er Unterstützung sowohl vom emeritierten Papst Benedikt XVI. als auch von anderen hochrangigen Vatikanvertretern erhalten, sagte Söder vor Journalisten. Nach dem Kreuzerlass müssen seit 1. Juni im Eingangsbereich der Dienstgebäude des Freistaats Kreuze angebracht sein.

„Benedikt begrüßt ausdrücklich unsere Aktivitäten beim Kreuz“, betonte Söder. Auch der vatikanische Außenminister, Erzbischof Paul Gallagher, habe „Rückendeckung“ gegeben. Die Mehrheit der Bayern und die Mehrheit der Stimmen aus der Kirche seien ebenfalls positiv ausgefallen. Das Kreuz sei „in erster Linie ein religiöses Symbol“, in Bayern komme ihm jedoch darüber hinaus eine Bedeutung als Zeichen einer in der Verfassung verankerten Identität zu, unterstrich der Ministerpräsident, der in Rom auch dem emeritierten Papst Benedikt XVI. einen Besuch abstattete.

Mit Franziskus führte Söder nach eigenem Bekunden ein religiöses Gespräch. Benedikt habe bei seiner anschließenden Begegnung einen „geistig sehr frischen Eindruck“ gemacht. Im Gespräch mit ihm sei es um aktuelle Fragen in Deutschland, in Bayern und auf europäischer Ebene gegangen.

Die Opposition, die seit Tagen die Kreuzpflicht heftig kritisiert, legte am Freitag nach: „Ein souveräner Ministerpräsident würde den Fehler einräumen und den Erlass zurücknehmen“, sagte die bayerische SPD-Chefin Natascha Kohnen der „Augsburger Allgemeinen“. Söder habe das Kreuz für ein Wahlkampf-Manöver für die Landtagswahl im Oktober missbraucht. „Das hat mich wie viele andere Christinnen und Christen empört.“

Opposition kritisiert Söder

Auch Landtagsvizepräsidentin Ulrike Gote von den Grünen sprach sich dafür aus, die Kreuz-Pflicht wieder abzuschaffen. „Wir gehen davon aus, dass der Kreuz-Erlass verfassungswidrig ist“, sagte sie der Zeitung. Der CSU-Regierung sei dies wohl selbst bewusst. Daher nehme die Staatsregierung weder Kontrollen noch Sanktionen vor und flüchte sich jetzt in Ausnahmen von der Regel.

Der FDP-Spitzenkandidat für die Landtagswahl, Martin Hagen, kritisierte Söder ebenfalls: „Unbestritten bereichert ein Handeln nach dem christlichen Menschenbild auch im säkularen Staat des 21. Jahrhunderts die Politik.“ Wer allerdings den Rückweg zur Vermengung von Staat und Kirche in Amtsstuben markieren wolle, der nutze weder Staat noch Kirche, weder Bürgern noch Gläubigen. „Jedes Kreuz in jeder Amtsstube ist ein Fall von Amtsanmaßung – und der administrative Erlass dazu umso mehr.“

Eva Bulling-Schröter, Spitzenkandidatin der bayerischen Linken, bezeichnete den Kreuzerlass als „Instrumentalisierung des Christentums“, die „widerlich“ sei. „Religiöse Symbole per Zwang zu verordnen, widerspricht unserem Recht der religiösen Selbstbestimmung.“ Der Parlamentarische Geschäftsführer der Linken-Fraktion im Bundestag, Jan Korte, sprach von einem „Affentheater“ und „gesellschaftlicher Klimavergiftung durch die CSU“.

Söder verteidigt Kreuzerlass

Söder verteidigte unterdessen am Freitag seine Entscheidung: Das Kreuz sei natürlich zuerst ein religiöses Symbol, aber eben auch ein Symbol für Identität. Bereits jetzt hingen in Gerichtssälen und in Schulen Kreuze, sagte Söder im Radiosender Bayern 2, „insofern ist das eine, wie ich finde, völlig angemessene Sache“. Bewusst solle es keinen Zwang geben, „aber wir haben die klare Vorschrift und Empfehlung“.

In einer „Ökumenischen Erklärung“ stellten sich am Freitag rund 80 Theologen, die in Bayern lehren oder von dort stammen, hinter Söder und den Kreuzerlass. „Wir erklären, dass wir für jedes in öffentlichen Räumen sichtbare Kreuz dankbar sind“, schreiben sie. „Denn das Kreuz steht für die in Gott gründende Würde des Menschen, die eines der wesentlichen Würdefundamente ist und die unsere Demokratie nicht aus sich selbst hervorzubringen vermag.“

Es sei für sie unverständlich, dass sich einige kirchliche Stimmen oder Organisationen mit den Laizisten, die die Kreuze schon lange zumindest aus öffentlichen Gebäuden verbannen wollen, solidarisierten, kritisieren die Verfasser. „Eine solche Haltung grenzt an Selbstaufgabe, was gerade die Menschen anderer Religionen nicht schätzen und viele Christgläubige befremdet.“ Man sei dankbar, dass sich die Staatsregierung auch künftig wie schon bisher der christlichen Tradition Bayerns verpflichtet wisse – wie auch dem Geist der nach Kriegsende 1945 verabschiedeten Präambel der Bayerischen Verfassung. Dort heiße es, dass es in Bayern nie mehr eine „Staats- und Gesellschaftsordnung ohne Gott“ und damit ohne Achtung des Gewissens und der Menschenwürde geben dürfe.

Die Kreuzpflicht

Ende April hatte die bayerische Staatsregierung beschlossen, die allgemeine Geschäftsordnung für die Behörden des Freistaats zu ändern. Im Paragraf 28 heißt es nun: „Im Eingangsbereich eines jeden Dienstgebäudes ist als Ausdruck der geschichtlichen und kulturellen Prägung Bayerns gut sichtbar ein Kreuz anzubringen.“ Gemeinden, Landkreisen und Bezirken bleibt es selbst überlassen, ob sie ein Kreuz aufhängen, laut Staatskanzlei wird ihnen aber empfohlen, entsprechend zu verfahren. Betroffen vom Kreuzerlass sind mehr als tausend Dienstgebäude.

Ausgenommen sind die Bereiche Wissenschaft und Kunst – also Museen, Hochschulen, Theater oder Opernhäuser. Wo und wie die Kreuze angebracht werden, soll den Behördenleitern überlassen sein. Kontrollen, ob tatsächlich Kreuze aufgehängt werden, sind aber nicht geplant.

Auch aus den Kirchen hatte es teils harsche Kritik am Kreuzerlass gegeben. Kardinal Reinhard Marx (München) kritisierte ihn scharf, weil er „Spaltung, Unruhe, Gegeneinander“ schaffe. Der evangelische Landesbischof Heinrich Bedford-Strohm sagte, das Kreuz sei „das Zeichen unseres Herrn und Heilands Jesus Christus“ und nicht unterschiedlicher politischer Überzeugungen.

(epd/mig 4)

 

 

 

Die katholische Kirche einigt sich mit der GEMA auf neuen Gesamtvertrag

 

Der Verband der Diözesen Deutschlands (VDD) hat sich mit der GEMA auf eine neue Regelung zur pauschalen Vergütung von urheberrechtlich relevanter Musik bei Aufführungen auf Gemeindeveranstaltungen und Konzerten verständigt. Die Kirchengemeinden müssen die Vergütungen für die musikalischen Aufführungen nun nicht mehr selbst zahlen.

 

Der neu ausgehandelte Vertrag zwischen der katholischen Kirche und der GEMA hat eine Laufzeit von fünf Jahren. Das gibt den katholischen Einrichtungen langfristig Planungs- und Rechtssicherheit bei der Durchführung der Veranstaltungen. Durch die Pauschalzahlung sind zahlreiche Veranstaltungen der kirchlichen Einrichtungen abgedeckt. Konzerte der Ernsten Musik oder Gospelgesang unterliegen lediglich einer Meldepflicht. Nur Konzerte der Unterhaltungsmusik sind vom Vertrag nicht erfasst und sind sowohl zu melden als auch zu vergüten. Zudem wurde der Vertrag mit Rückwirkung ab dem 1. Januar 2018 geschlossen. Somit sind bereits durchgeführte und gemeldete Veranstaltungen nachträglich von der neuen pauschalen Regelung erfasst. Bereits gestellte Rechnungen werden von der GEMA storniert, gegebenenfalls bereits bezahlte Rechnungen werden zurückerstattet.

 

„Wir freuen uns, dass es gelungen ist, mit der GEMA wieder eine vertragliche Regelung für die Musiknutzungen bei Aufführungen in kirchlichen Einrichtungen zu erreichen“, sagt Pater Dr. Hans Langendörfer SJ, Geschäftsführer des VDD.

 

In den Verhandlungen in 2017 konnte zunächst keine Einigung über einen neuen Pauschalvertrag zur Abdeckung von Musiknutzungen auf Kirchenfesten und in Konzerten erreicht werden. Zu weit lagen die Vorstellungen über die Geltungsdauer des Vertrages, über den Umfang der vertraglich zu vereinbarenden Meldepflichten und über die Höhe der jährlich zu zahlenden Vergütung auseinander.

 

Die Kündigung des bisher geltenden Pauschalvertrages durch die GEMA hatte vielfach zu erheblichen Verunsicherungen in den Pfarreien und Gemeinden geführt. „Ich bin der festen Überzeugung, dass mit dem neuen Pauschalvertrag eine gute Vereinbarung sowohl für die Urheber der Musikwerke als auch für unsere Einrichtungen gefunden wurde“, so Langendörfer.

 

Der VDD hat das Mandat, für die (Erz-)Diözesen und deren Einrichtungen in Deutschland Verträge mit den Verwertungsgesellschaften zu schließen. Dbk 5