DE.IT.PRESS
Notiziario Religioso della comunità italiana in
Germania - redazione: T. Bassanelli
- Webmaster: A. Caponegro IMPRESSUM
Notiziario
religioso, luglio-settembre 2026
Concistoro, contro la cultura della guerra
La Dottrina sociale della Chiesa come battaglia culturale
per proclamare la verità salvifica del Vangelo - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. Una riflessione sul superamento della
teoria della “guerra giusta” basata sul testo della Magnifica humanitas, ma
anche un dito puntato contro politici e istituzioni. Il cardinale
Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede ha tenuto la
introduzione alla seconda sessione dei lavori del Concistoro straordinario
voluto da Leone XIV.
Fernandez basandosi sia sull’enciclica sia sul Catechismo
della Chiesa cattolica parla della “proporzionalità” anche nella difesa. E fa
alcuni esempi: “È evidente, ad esempio, l’enorme sproporzionalità degli
interventi militari a Gaza e nel sud del Libano. Infatti, essendo territori
piccoli con pochi abitanti, la percentuale di morti civili rispetto alla
popolazione totale, l’enorme numero di bambini uccisi (in una proporzione molto
più alta rispetto ad altri paesi in guerra) e il numero di case bombardate ci
permettono di parlare di distruzione totale. Eppure, sia in Russia che nella
cooperazione degli Stati Uniti nelle guerre in Medio Oriente, la
giustificazione è sempre una qualche forma di “autodifesa”. Cosa è rimasto dei
criteri che cercavano di limitare le guerre? E tutto ciò senza contare il
dimenticato diritto internazionale umanitario”. E per questo “la stessa nozione
di legittima autodifesa deve essere meglio specificata affinché possa essere
compresa nel suo senso più stretto. Pertanto, la stessa nozione di guerra
giusta deve essere rivista e migliorata. Altrimenti, i classici criteri della
guerra giusta oggi diventano inutili e inefficaci”.
Ma il tema centrale è il “problema “culturale”
della potenza, che ci interroga oggi e che riguarda tutti i nostri paesi” ha
detto Fernandez. C’è da fare una “battaglia culturale” con tre cose che “noi
Vescovi non possiamo accettare”. Si parte dalla “squalifica, talvolta sfrenata,
di chi pensa diversamente, insieme a menzogne costanti delle quali nessuna
rende conto. Alla fine, una grande parte della popolazione sente che tutto è
uguale e si rassegna, se almeno le viene promesso un reddito economico minimo”.
E quindi “violenza, cinismo e dispettosi attacchi verbali da parte dei
leader politici, in alcuni paesi, hanno raggiunto livelli inimmaginabili poco
tempo fa.” C’è poi “l’imposizione di un “realismo politico” sulla guerra, dove
regna la volontà di potere” per cui “anche la popolazione critica finisce per
abituarsi alla violenza politica e alla guerra “come necessaria, inevitabile o
addirittura pulita”” e aggiunge: “A volte anche i Vescovi cadono in questa
trappola per non essere trattati da ingenui” Infine il cardinale si scaglia
contro “l’accettazione dell’incoerenza come strategia. Ad esempio, se un paese
è nemico, viene condannato come antidemocratico e sanzionato in vari modi, ma,
se è un paese alleato, si ignora che in esso non ci sono libertà di
espressione, diritti umani o democrazia”.
Fernandez fa un discorso fortemente politico e dice
che “questo non riguarda solo i leader fortemente criticati nel mondo, ma
anche l’Unione Europea. Quest’ultima, infatti, applica sanzioni economiche a un
paese, invia aiuti di denaro e armi a un altro, ma non fa lo stesso di fronte
ad altre invasioni ancora più gravi con conseguenze ancora più crudeli per
intere popolazioni. Queste contraddizioni presenti in tutto il mondo
suggeriscono che, nella pratica, le preoccupazioni si riducono alle convenienze
politiche ed economiche delle diverse aree del pianeta. Non esiste più un reale
e stabile contesto di verità e valori. E tutto ciò purtroppo torna utile agli
interessi dei potenti che avanzano senza controlli”. Un attacco frontale a
molte istituzioni e paesi.
Ma poi dice che c’è lo spazio nuovo per la Dottrina
sociale della Chiesa: “Il nostro insegnamento sociale, in verità, ha
un'integrità, un'armonia e una coerenza che non si trovano nella politica,
nelle proposte ideologiche o in altri settori della società. Se il nostro
messaggio difende la vita non ancora nata, allo stesso tempo si prende cura
anche dei migranti e si oppone fortemente alla guerra. Se si schiera con i
fragili e gli scartati o difende le popolazioni più deboli, è anche
incrollabile nel suo rifiuto dell’aborto. Allo stesso tempo, la Chiesa è
estranea agli interessi elettorali, non ricorre alla violenza verbale e non
reclama privilegi. Proclama sempre l’amore salvifico di Cristo, ma non lo
separa mai dalla costante difesa della dignità umana in ogni circostanza, in
quanto una tale difesa fa parte del cuore del Vangelo”. Ma la questione finale
è: “nelle nostre Chiese locali manteniamo la medesima coerenza e integrità che
si vede nell’insegnamento e nella testimonianza dei Pontefici” e ancora “stiamo
attenti a non cedere alla cultura del potere” e “ci sforziamo di alimentare la
cultura alternativa della fraternità e del bene comune”? aci 26
Terremoto in Venezuela: Caritas Italiana, al via raccolta fondi per aiutare
Caritas Italiana segue “con grande preoccupazione”
l’evolversi della situazione in Venezuela, dopo il violento terremoto che ha
colpito il Paese nella notte tra il 24 e il 25 giugno. La zona maggiormente
interessata è quella di La Guaira, dove si registrano gravi danni a edifici e
infrastrutture. Le due scosse, di magnitudo 7,2 e 7,5, hanno provocato finora
almeno 164 vittime e 971 feriti. Danni significativi sono stati segnalati anche
nella capitale Caracas e in diversi Stati del centro e del nord-ovest del
Paese. Il governo venezuelano ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale.
Caritas italiana è in costante contatto con Caritas Internationalis e con
Caritas Venezuela per monitorare l’evoluzione dell’emergenza e coordinare il
sostegno alle comunità colpite. Fin dalle prime ore successive al sisma, la
rete Caritas venezuelana si è attivata per raccogliere informazioni, valutare i
danni e organizzare una risposta umanitaria coordinata. Caritas Venezuela ha
aperto un centro nazionale di raccolta presso la sede della Conferenza
episcopale venezuelana e sta predisponendo ulteriori punti di raccolta nelle
diocesi. Sono già in corso iniziative per la distribuzione di acqua potabile,
alimenti non deperibili, medicinali essenziali e altri beni di prima necessità,
mentre le Caritas diocesane continuano la valutazione dei bisogni delle
popolazioni colpite. La rete ecclesiale ha inoltre ribadito l’importanza di una
risposta coordinata e responsabile per garantire interventi efficaci nelle aree
interessate.
Caritas italiana ricorda che l’emergenza colpisce un
Paese che da oltre dieci anni attraversa una profonda crisi economica e
sociale. Dal 2015 il Venezuela è segnato da un progressivo deterioramento delle
condizioni di vita della popolazione, aggravato dall’iperinflazione, dalla
carenza di alimenti e medicinali e dal collasso di numerosi servizi essenziali.
In questo contesto, Caritas italiana sostiene da anni la risposta della rete
Caritas alla crisi venezuelana con interventi di sicurezza alimentare,
nutrizione, salute, acqua e igiene. Accompagna bambini, donne in gravidanza e
famiglie in difficoltà, con screening nutrizionali, cure, kit alimentari e
supporto psicosociale. Lungo le rotte migratorie, promuove protezione, diritti
e percorsi sicuri per donne migranti esposte a violenza, tratta e sfruttamento.
“In questo momento il nostro pensiero va anzitutto alle vittime, ai feriti,
alle famiglie che hanno perso persone care e a quanti, in poche ore, hanno
visto crollare case, luoghi di vita e punti di riferimento”, dichiara don Marco
Pagniello, direttore di Caritas italiana. “Caritas italiana è vicina alla
Chiesa venezuelana e alla rete Caritas, che fin dalle prime ore si è messa al
servizio della popolazione”.
È possibile contribuire agli interventi di Caritas
italiana per l’emergenza, utilizzando il conto corrente postale n. 347013, o
donazione on-line, o bonifico bancario specificando nella causale “Emergenza in
Venezuela” tramite: Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma – Iban: IT 24 C
05018 03200 00001 3331 111; Banca Intesa Sanpaolo, piazza Paolo Ferrari 10,
Milano – Iban: IT 66 W 03069 09606 100000012474; Banco Posta, viale Europa 175,
Roma – Iban: IT 91 P 07601 03200 000000347013; UniCredit, via Taranto 49, Roma
– Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063 119. Sir 25
Concistoro: profonda responsabilità della costruzione della pace
Primo giorno di Concistoro Straordinario, seconda
sessione - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. Primo giorno di Concistoro
Straordinario, seconda sessione. Quella del pomeriggio che ha avuto inizio alle
ore 16:00 nell’Aula Paolo VI. Papa Leone, presente per l’inizio della sessione,
vi ha fatto ritorno per la plenaria.
La sintesi inviata successivamente dalla Sala Stampa
della Santa Sede riporta che subito il Cardinale Siongco David, nell’aprire e
moderare i lavori, ha ricordato la dolorosa situazione del Venezuela e le tante
vittime del terremoto delle scorse ore.
“Dopo la preghiera comune, il Cardinale ha introdotto la
Sessione, dal tema “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”, dedicata
alla riflessione sul capitolo V dell’Enciclica Magnifica humanitas, per
poi dare la parola al Cardinale Fernandez, per la sua relazione introduttiva.
Al termine, dopo un tempo di silenzio e preghiera, riprendendo la parola, il
Cardinale David ha aperto i lavori nei gruppi, secondo le modalità definite,
che sono durati, con una pausa, fino alle ore 18:20”, continua la sintesi
informativa.
11 gruppi hanno riferito in Aula, gli 8 del primo insieme
e 3 del secondo.
“Tutti i gruppi inoltre hanno espresso la profonda e
urgente responsabilità della costruzione della pace e della civiltà dell’amore.
In molti hanno sottolineato come questa necessiti di una testimonianza
credibile, anzitutto nella Chiesa, di una lingua diversa che guardi a tutti
come persone, non “altri”, un linguaggio fatto di ascolto, di perdono, di
riconciliazione, di giustizia riparativa, di gesti, capace di toccare il cuore
degli uomini e delle donne, di chi è in conflitto e aprirlo alla comprensione
delle ferite generate dal conflitto stesso, una lingua che faciliti la ricerca
dell’unità nella Chiesa. In questo senso vari gruppi hanno sottolineato come
tale testimonianza debba essere unita, di tutti i cristiani, per essere
credibile. Nello stesso contesto si è parlato della necessità del dialogo con
altre fedi e religioni, particolarmente con l’Islam, del coinvolgimento delle
istituzioni internazionali, e, in un tempo in cui la globalizzazione
dell’indifferenza rende insofferenti alla sofferenza altrui, della chiamata ad
ogni uomo e ad ogni donna ad assumersi la responsabilità della costruzione
della pace. In questa prospettiva, tutti i gruppi evidenziavano la centralità
della fede in Cristo, del Vangelo che cambia il mondo quando non si accetta che
sia solo teoria, e della vocazione originaria della Chiesa, perché esistono
situazioni che per essere affrontate hanno bisogno dell’intervento di Dio.
Alcuni gruppi in questa chiave segnalavano il lavoro della Chiesa in Terra
Santa e in Est Europa”, si legge ancora nella sintesi del pomeriggio di oggi.
“Da molte delle relazioni emergeva una profonda
gratitudine al Santo Padre per l’Enciclica e l’impegno unanime a sostenerlo e
unirsi al suo appello per la pace e alla sua condanna della guerra. In questo
quadro si inserisce anche la riflessione sul munus petrino, garanzia
dell’indipendenza della Chiesa dall’autorità politica, e il bisogno di gesti
che in questo tempo possano essere icone di pace”, queste ancora le notizie
dell’incontro di oggi pomeriggio.
Al termine della Sessione, attorno alle ore 19:30, Papa
Leone ha guidato la preghiera conclusiva. Domani un altro giorno di lavori, con
il discorso conclusivo del Papa che si attende in serata. Aci 26
Salute globale: riunite a Castel Gandolfo le organizzazioni cattoliche
Dall'impatto dell'intelligenza artificiale in medicina
alle conseguenze dei cambiamenti climatici e delle guerre sulla salute, fino
alle sfide poste da Aids, Ebola, tubercolosi, nutrizione e salute mentale. La
conferenza promossa in questi giorni da Caritas Internationalis rilancia il
ruolo della rete cattolica nella cooperazione sanitaria internazionale.
Presenti oltre 100 partecipanti da 28 Paesi. Leone XIV: "La salvezza
inizia con l'azione concreta di guarire le ferite di chi soffre". Di Patrizia
Caiffa
Dall’uso dell’intelligenza artificiale in ambito
sanitario (con i suoi pro e contro) all’impatto dei cambiamenti climatici e dei
conflitti sulla salute. Ma anche la valorizzazione della rete delle
organizzazioni cattoliche in collaborazione con Global Fund, Oms, UnAids, Gavi,
World Vision e Consiglio ecumenico delle Chiese per affrontare le sfide
sanitarie globali, fino a temi più specifici come l’Aids e la tubercolosi, la
disabilità, la nutrizione, l’epidemia di Ebola, la salute inclusiva, la
sicurezza alimentare e la nutrizione, il debito estero. È uno sguardo a 360°
gradi, multisettoriale ed integrato, quello che vede riuniti in questi giorni a
Castelgandolfo (Roma), fino al 25 giugno, un centinaio di rappresentanti di
organizzazioni Caritas provenienti da oltre 28 Paesi del mondo per la
conferenza “Un approccio olistico alla salute nella confederazione Caritas”,
promossa da Caritas Internationalis con il patrocinio del Dicastero per la
Promozione dello Sviluppo Umano Integrale. Al centro non solo le malattie
fisiche, ma anche il benessere mentale, sociale e spirituale. La salute sta
diventando infatti una delle questioni più importanti nelle politiche
internazionali e il declino allarmante dell’accesso ai servizi sanitari
alimenta sofferenza, esclusione e instabilità, ampliando disuguaglianze e
povertà. Papa Leone XIV ha inviato il 24 giugno un messaggio ai convegnisti,
firmato dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, nel quale auspica
che “le deliberazioni contribuiscano a un nuovo slancio di cooperazione e
solidarietà nei vostri sforzi per migliorare l’assistenza sanitaria ai malati
sulla base dei valori evangelici”. Il Papa incoraggia a proseguire il “contributo
alla missione della Chiesa, che annuncia il Regno di Dio attraverso la sua
presenza tra gli ammalati, dimostrando che la salvezza non è un’idea astratta,
ma inizia con l’azione concreta di guarire le ferite di chi soffre (cfr. Dilexi
Te, 52)”.
“La cura della salute è al centro di tutto ciò che
facciamo”, ha ribadito Alistair Dutton, segretario generale di Caritas
internationalis, ricordando che in diverse regioni la Chiesa realizza una vasta
rete di programmi sanitari innovativi e solidali, che forniscono un ricco
patrimonio di conoscenze ed esperienza. Nel mondo la sanità cattolica è “però
in difficoltà per il calo della presenza dei missionari e il taglio dei
finanziamenti, oltre a pregiudizi e avversioni secolari da parte di alcuni
approcci statali”, ha fatto notare Dutton. Ciò che contraddistingue
l’azione delle Caritas e delle organizzazioni ecclesiali è però la presenza
continuativa nei territori, a livello parrocchiale, diocesano e nazionale: “Le
persone che serviamo non vengono abbandonate quando i finanziamenti subiscono
tagli. Si rimane lì a condividere le difficoltà”. Anche la salute mentale
è un tema emerso più volte durante la conferenza. Rappresentanti delle
organizzazioni Caritas che operano in zone di conflitto — tra cui Ucraina,
Libano, Giordania e Terra Santa — hanno condiviso esperienze di supporto alle
comunità colpite da traumi, sfollamenti e violenze.
Intelligenza artificiale e salute. Negli Stati Uniti
esiste un servizio di chat gratuito via sms “Sister Hope” che aiuta le persone
a gestire lo stress e l’ansia utilizzando la tecnologia chatbot, disponibile 24
ore su 24, 7 giorni su 7. Ha raggiunto finora oltre 25.000 persone e supporta
le organizzazioni cattoliche caritative nell’ambito della salute mentale.
Sempre negli Usa è a disposizione delle realtà cattoliche una guida per
l’utilizzo etico dell’Intelligenza artificiale, che mette in guardia dai
rischi, soprattutto l’impatto sulla dignità umana, evidenziandone però le
opportunità nei diversi campi. Ne hanno parlato Scott Hurd e Ben Wortham, di
Catholic Charities Usa. L’Intelligenza artificiale può essere infatti
fenomenale quando può aiutare i medici a tracciare, ad esempio, una sorta di
“gemello digitale” del paziente per identificare le potenziali criticità
cliniche e i rischi di patologie, come raccontato da don Andrea Ciucci,
cancelliere della Pontificia Accademia della Vita. Citando le parole di un
bravo medico, don Ciucci ha però ricordato, che “il migliore strumento è ancora
la sedia, per sedersi allo stesso livello del paziente, parlare con lui e
accompagnarlo nei momenti difficili, perché la medicina non è solo tecnica ma
relazione umana”.
“La medicina e la ricerca farmaceutica sono tra i settori
in cui l’intelligenza artificiale sta producendo risultati sorprendenti – ha
precisato al Sir -. Si stanno aprendo possibilità che fino a poco tempo fa
sembravano impensabili. La sfida sarà garantire che questi benefici siano
accessibili a tutti e non soltanto a una minoranza privilegiata”. A suo parere
“la vera domanda – non è cosa fanno le macchine, ma che cosa vogliamo essere
noi. Quale idea di uomo e quale idea di futuro intendiamo costruire attraverso
queste tecnologie? Ogni tecnologia porta con sé opportunità e rischi: è sempre
stato così. Oggi abbiamo tra le mani strumenti potentissimi e dobbiamo
chiederci in quale direzione vogliamo orientarli”.
L’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute è un
aspetto poco considerato ma dai risvolti inquietanti. Siccità, inquinamento,
ondate di calore (“il killer silenzioso”), alluvioni, provocano patologie e
malanni di ogni tipo ma “spesso le comunità non sono consapevoli dei rischi
associati al clima”, ha osservato Giulia Amerio, di Caritas Internationalis. In
Bangladesh – uno dei Paesi più colpiti dai cambiamenti climatici perché la metà
dei suoi 170 milioni di abitanti vive in zone costiere o fluviali ed è soggetto
a cicloni, inondazioni, caldo estremo – la Caritas è molto attiva per
contrastarne gli effetti sulla salute e aiutare gli sfollati climatici, che nel
2050 raggiungeranno, nel piccolo Paese asiatico, la cifra di 19 milioni. “Negli
ultimi due anni abbiamo raggiunto oltre 600.000 persone tramite una rete di 93
servizi sanitari, inclusi 7 ospedali e 86 dispensari”, ha detto Daud Jibon Das,
direttore esecutivo di Caritas Bangladesh. Padre Aris Miranda, del Camillian
Disaster Service international ha raccontato invece il lavoro dei Camilliani
nel mondo in ambito sanitario, che mette al centro la donna per costruire
resilienza nelle comunità, mentre Leonardo Villani, dell’Università Cattolica
del Sacro Cuore di Roma, ha lanciato l’allarme: “Non c’è stato un periodo
peggiore per la biosfera” e aumentano “le minacce alla salute legate al
cambiamento climatico”. “Stiamo andando verso un mondo distopico?”, si è
chiesto: “Per evitare questo rischio è importante trasferire conoscenze e consapevolezza
nelle comunità e adottare strategie mirate nei vari settori”. Sir 25
"Molti cercano di escludere ogni riferimento a Dio dalla sfera
pubblica"
Discorso del Papa ai membri della "Association of
Jesuit Colleges and Universities"
Città del Vaticano. "Il nostro tempo è stato
definito un’epoca di cambiamenti epocali. Le società diventano sempre più
secolarizzate e molti cercano di escludere ogni riferimento a Dio dalla sfera
pubblica e dalla cultura popolare. I sistemi politici spesso non rispondono al
grido dei poveri, dei migranti e di coloro che il mondo considera emarginati.
Molti giovani si ritrovano senza speranza in un mondo che sembra privo della
promessa di un futuro migliore, mentre l’ambiente naturale continua a essere
degradato da quanti sfruttano le risorse del pianeta per interessi personali
anziché per il bene comune. Il nostro mondo è inoltre sempre più consapevole
dell’impatto crescente dell’intelligenza artificiale e degli effetti di vasta
portata che essa può avere sull’umanità". Lo ha detto stamane Papa Leone
XIV, ricevendo in Vaticano i membri della "Association of Jesuit Colleges
and Universities".
"Mostrare la via verso Dio attraverso gli Esercizi
Spirituali e il discernimento - ha osservato il Papa - si armonizza
naturalmente con il vostro impegno accademico. Camminare con i poveri e gli
esclusi del mondo, è particolarmente importante in un tempo in cui un numero
record di nostri fratelli e sorelle vive in condizioni di povertà. Molti sono
costretti a lasciare le proprie case per diverse ragioni, come la guerra, le
persecuzioni religiose o politiche, la fame e gli effetti del cambiamento
climatico. Le vostre istituzioni sono chiamate non solo a insegnare agli
studenti le ingiustizie subite da coloro che vivono ai margini della società,
ma anche a essere strumenti efficaci di cambiamento sistemico, proponendo nuovi
modelli fondati sulla solidarietà e sul bene comune. È altrettanto importante
offrire opportunità di istruzione superiore agli immigrati, ai rifugiati e a
coloro che provengono da contesti socioeconomici svantaggiati. In questo modo
essi potranno integrarsi più pienamente nelle società in cui vivono e
arricchire le comunità studentesche con le loro esperienze e prospettive".
"Vi invito a continuare a coltivare - ha spronato
ancora il Pontefice - questo senso di speranza nelle vostre comunità attraverso
opportunità di dialogo, servizio e preghiera, ricordando sempre che la
risurrezione di Cristo è la fonte ultima della speranza e che con Lui tutto è
possibile".
Infine è urgente "collaborare nella cura del creato.
Si tratta di un compito particolarmente importante alla luce delle conseguenze
del cambiamento climatico che sperimentiamo quotidianamente e dello
sfruttamento delle risorse da parte di pochi a danno del bene comune. Vi
incoraggio pertanto a perseverare nell’opera di sensibilizzazione delle vostre
comunità accademiche riguardo a questi pericoli. Il nostro tempo è sempre più
influenzato dall’intelligenza artificiale: è importante iniziare fin d’ora ad
affrontare le conseguenze, sia positive sia negative, di questi sviluppi. I
collegi e le università hanno in questo ambito un ruolo speciale da svolgere,
soprattutto offrendo nuovo impulso ai principi della Dottrina Sociale della
Chiesa in modo che risultino pertinenti ed efficaci nell’affrontare la
rivoluzione digitale". Aci 25
CEI: il 25 giugno a Roma c’è stata la firma del Patto tra le religioni
"Le religioni nello spazio pubblico e per la
coesione sociale”
Roma. Il 25 giugno, i responsabili delle religioni che
sono in Italia, hanno sottoscritto un Patto delle religioni “per dare
continuità e prospettiva al lavoro compiuto, rendendo al contempo ufficiale
l’esperienza chiamata “La via italiana del dialogo. Le religioni nello spazio
pubblico e per la coesione sociale”.
La firma del Patto è stata annunciata giorni fa dalla
Conferenza episcopale italiana. La firma è avvenuta oggi a Roma, presso
l’Auditorium dell’Ara Pacis, e per la CEI “rappresenta una tappa fondamentale
del percorso intrapreso nell’ambito del Cammino sinodale delle Chiese che sono
in Italia. A partire dal 2023, infatti, i leader delle religioni diffuse nel
Paese, si sono incontrati annualmente nella sede della Conferenza Episcopale
Italiana, avviando una riflessione comune sulla necessità di essere, nello
spazio pubblico, una risorsa capace di tessere dialogo, comunione e pace. Nel
2024, anche alcuni giovani, delegati dai responsabili delle religioni, si sono
ritrovati periodicamente per discutere e lavorare insieme, partecipando dallo
scorso anno alle riunioni ufficiali e diventando, sui territori, ambasciatori
di processi di conoscenza reciproca e di sensibilizzazione. Il cammino di
confronto tra i leader ha portato alla firma del Patto”.
Ecco chi ha firmato: l’Istituto Buddista Italiano Soka
Gakkai; Assemblea Spirituale Nazionale dei bahá’í d’Italia; Sikhi Sewa Society;
Istituto Tevere; Confederazione Islamica Italiana; Comunità Religiosa Islamica
Italiana; Assemblea dei Rabbini d’Italia; Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia;
Centro Islamico culturale d’Italia; Unione delle Comunità Islamiche d’Italia;
Unione Induista Italiana; Unione delle Comunità Ebraiche Italiane; Conferenza
Episcopale Italiana; Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia; Unione
Buddhista Italiana.
“La via italiana del dialogo interreligioso risponde a
una domanda di senso: quale rilievo, quale ricaduta ha il dialogo
interreligioso per la società in cui viviamo? Ciò che proponiamo è la via
maestra dell’incontro con l’altro, del dialogo tra diversi accogliendo quanto
dalle rispettive tradizioni può aiutare alla crescita della nostra società”,
sottolinea sempre sul sito della CEI Mons. Gaetano Castello, Vescovo ausiliare
di Napoli e Presidente della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il
dialogo.
“La firma del Patto è il frutto maturo di
un percorso che ha consolidato in noi la certezza che la via dell’ascolto
dell’altro e della conoscenza reciproca – spogliata da
pregiudizi e luoghi comuni – sia la chiave per valorizzare quel
patrimonio umano e spirituale che ogni tradizione porta in sé. Consegnare
questo Patto nelle mani del Presidente Mattarella ha, per le
nostre Comunità e per l’intera Nazione, un valore inestimabile nel complesso
contesto geopolitico che stiamo attraversando. La “Via italiana del
dialogo” vuole essere un contributo serio e sperimentato, offerto a una società
troppo spesso esposta a polarizzazioni ed estremismi che spingono a vedere
nell’altro – diverso per fede o cultura – un nemico. Al contrario, desideriamo
riflettere con apertura sui valori comuni per edificare una comunità civile che
riconosca, pur nelle sue diversità, il senso di un impegno corale per una
società più giusta, accogliente e inclusiva”, afferma il Card. Matteo Zuppi,
Arcivescovo di Bologna e Presidente della C
“La firma di questo Patto segna un passo importante nel
percorso di dialogo e collaborazione tra le comunità religiose presenti in
Italia. Il suo valore risiede soprattutto nell’impegno condiviso a continuare a
incontrarsi, confrontarsi e lavorare insieme, senza procedere ciascuno per
proprio conto. Vogliamo rafforzare una collaborazione stabile che
favorisca la conoscenza reciproca e promuova iniziative comuni capaci di far
conoscere e comprendere ai cittadini le diverse tradizioni religiose. Insieme
possiamo offrire un contributo concreto alla coesione sociale, al rispetto
reciproco e alla costruzione di una società sempre più inclusiva e consapevole
della ricchezza del pluralismo religioso”, dichiara Livia Ottolenghi,
Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Aci 25
Udienza. Leone XIV: “unità antidoto a divisioni nel mondo”
Il Papa ha dedicato ancora una volta l'udienza di oggi
alla Sacrosantum Concilium, soffermandosi sullo stetto legame tra la liturgia
eucaristica e la liturgia della Parola. Di M. Michela Nicolais
L’unità è “un potente antidoto ai fermenti di divisione
che minano il nostro mondo, le nostre comunità, le nostre famiglie, il nostro
cuore”. Ne è convinto Leone XIV , che ha dedicato ancora una volta la catechesi
dell’udienza di oggi, in piazza San Pietro, alla Sacrosanctum Concilium, la
costituzione conciliare che parla dell’Eucaristia con “accenti agostiniani”.
“L’Eucaristia è il sacramento del Regno che viene”, ha spiegato il Papa: “È il
Pane del cammino, che ci conduce verso la Patria celeste, fino al giorno beato
in cui Dio sarà tutto in tutti. E’ la forma del sacrificio spirituale dei
cristiani, in quanto via dell’unione con Dio e dell’unione reciproca. Così,
incorporandoci a Cristo, l’Eucaristia ci insegna ad adottare lo stile di vita
del Signore Gesù stesso, contrassegnato dal dono gratuito di sé.
Questo dono ci fa entrare, perciò, nella dinamica
dell’unità, che offre un potente antidoto ai fermenti di divisione che minano
il nostro mondo, le nostre comunità, le nostre famiglie, il nostro cuore”.
“Aprire più largamente i tesori della Bibbia, perché
venga offerta ai fedeli con maggiore abbondanza la mensa della Parola di Dio”,
l’invito di Leone, sulla scorta della lezione conciliare. “La riforma
liturgica ha tradotto questa richiesta in quel tesoro che è il Lezionario, cioè
il libro che raccoglie tutte le Letture bibliche per le celebrazioni
liturgiche”, ha ricordato il Papa: “Tale ampiezza è stata attinta alla fonte
più pura della Tradizione vivente, che coniuga la fedeltà alla tradizione con
l’apertura a un legittimo progresso”. “Quando partecipiamo all’Eucaristia siamo
invitati ad ascoltare la Parola di Dio e a nutrirci alla mensa del Signore,
dove lui stesso si offre al Padre”, ha sottolineato il Pontefice:“Queste due
parti della Messa, la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica, sono
così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto”.
“Per quanto riguarda la Parola, bisogna ricordare che non
si tratta soltanto di acquisire un sapere intellettuale sulle Scritture, ma di
ricevere la Parola viva ed efficace, rivolta da Dio a tutti e al tempo stesso a
ciascuno”, ha precisato Leone, citando Benedetto XVI: “L’Eucaristia ci apre
all’intelligenza della Sacra Scrittura, così come la Sacra Scrittura illumina e
spiega a sua volta il Mistero eucaristico”.
“Preghiamo per i giovani, affinché scelgano con saggezza
la scuola e l’università e discernano con prudenza la propria vocazione”. Lo ha
chiesto il Papa, durante i saluti ai fedeli di lingua polacca. Durante i saluti
ai fedeli di lingua italiana, che come di consueto concludono l’appuntamento
del mercoledì in piazza San Pietro, Leone XIV si è rivolto in particolare ai “fedeli
delle tante parrocchie qui presenti nonostante il caldo di questi giorni”, che
hanno contribuito al bagno di folla che si è registrato anche oggi in piazza
San Pietro, nonostante le temperature record sulla Capitale, come in molte
altre città italiane ed europee. Sir 24
Il no di Roma all’omelia ai laici
Il Vaticano, il Dicastero per il Culto Divino e la
Disciplina dei Sacramenti ieri (23.06) ha risposto negativamente alla richiesta
del presidente della Conferenza episcopale, il vescovo Heiner Wilmer, di
permettere a uomini e donne non ordinati ma con formazione teologica di
predicare durante la Messa. Con questa richiesta, Wilmer dava seguito a una
delle istanze del Cammino sinodale tedesco.
L’auspicio di consentire a laici e laiche di tenere
l’omelia, attraverso un indulto, una concessione in casi eccezionali, vista la
carenza di presbiteri, non è stato esaudito. Forte lo scontento del Comitato
centrale dei cattolici tedeschi che, nelle le parole della presidente Imre
Stetter-Karp, si aspettano dai vescovi che non ci sia una resa ma che vengano
portati nuovi argomenti a favore dell’omelia di laiche e laici.
La risposta di Roma colpisce in particolare le donne, ha
detto Ruth Fehlker, guida spirituale dell’associazione federale delle donne
cattoliche: «La decisione mostra ancora una volta quanto sia grande il divario
tra le realtà pastorali di molte Chiese locali e le direttive provenienti da
Roma», afferma Fehlker. «La domanda non è più se le donne siano capaci di
annunciare il Vangelo. La vera domanda è perché i responsabili a Roma
continuino a ignorare i carismi e le vocazioni di donne e uomini.»
Un articolo apparso su katholisch.de
(https://katholisch.de/artikel/69168-pastoraltheologe-vatikanabsage-hilft-nicht-gegen-klerikalismus)
riporta la posizione di Christian Bauer, teologo pastoralista a Münster secondo
il quale un argomento molto più forte a favore della predicazione dei laici
durante la Messa è il riconoscimento della loro dimensione ufficiale: i
referenti pastorali infatti sono incaricati ecclesiali inviati dal vescovo, e
quindi predicano a nome della Chiesa, non a titolo personale. Poiché questa
argomentazione non era presente nella richiesta tedesca, Roma non l’ha presa in
considerazione, rendendo discutibile la pertinenza del divieto, conclude Bauer.
Katholisch.de nell’articolo sopralinkato riporta anche l’analisi
del teologo liturgista italiano, Andrea Grillo, il quale concordando sulla
risposta di Roma, ne critica tuttavia l’argomentazione, in quanto tenere
l’omelia non è un atto clericale, ma un atto presidenziale. In questo modo apre
uno spazio di riflessione più ampia sul magistero ordinato. Scrive Grillo
nell’articolo che riportiamo sotto pubblicato oggi sul suo Blog Come se non:
tra le cose nuove che il Concilio Vaticano II ha restituito alla tradizione
liturgica, c’è la “omelia”. Non si tratta di un “commento alle Scritture”, ma
di un atto “presidenziale”, che spetta ordinariamente a colui che presiede la
celebrazione, o eventualmente al diacono. Non è atto clericale, ma atto
presidenziale.
L’errore di impostazione dell’argomentazione del
Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti consiste, scrive
Grillo, nel fatto „che ragionano non partendo da un atto liturgico comunitario,
come sembrano dire, ma da uno “status personale”, riferibile a individui senza
relazione“.
L’omelia come atto presidenziale sottolinea il legame fra
chi presiede e la comunità:
Non si tratta di un “commento alle Scritture”, ma di un
atto “presidenziale”, che spetta ordinariamente a colui che presiede la
celebrazione, o eventualmente al diacono. Non è atto clericale, ma atto
presidenziale.
Questo principio apre una prosepttiva del tutto nuova ed
è questa la questione più seria di aunto sembra, ossia „Perché possano “tenere
l’omelia” i soggetti potenziali debbono poter presiedere effettivamente le
comunità“.
Questo punto decisivo non emerge né dalla lettera tedesca
né dalla risposta romana, scrive Andrea Grillo. Conclude il teologo italiano
che „estendere la possibilità di “fare l’omelia” passa attraverso l’ampliamento
delle forme di presidenza. Se a presiedere potranno esserci non solo maschi
celibi, ma anche maschi sposati, donne nubili e donne sposate, ecco che la base
di chi può tenere l’omelia diventerà immediatamente più ampia“. Deleg.mci 24
Il neo-vescovo di Münster Wilmer pellegrino nella sua Diocesi
Il presidente dei vescovi tedeschi a piedi per conoscere
meglio la sua circoscrizione ecclesiastica - Di Giacomo König
Francoforte. Un pellegrino speciale ha percorso a piedi
nell’ultima settimana la diocesi di Münster. Si tratta di monsignor Heiner
Wilmer, neo-vescovo del distretto ecclesiastico con il maggior numero di
cattolici di tutto il Paese. Il 24 febbraio scorso il presule è stato eletto
presidente delle Conferenza Episcopale Tedesca e un mese dopo, il 26 marzo,
Papa Leone XIV lo ha nominato vescovo di Münster. L’obiettivo del suo
pellegrinaggio all’interno di quel territorio che presto dovrà amministrare è
conoscere meglio, una settimana prima del suo insediamento, le parrocchie, le
città e le persone di cui presto sarà pastore. Il vescovo indossa un berretto
blue con la scritta “Insieme si può fare”, che è il motto della sua iniziativa.
Monsignor Wilmer ha iniziato il suo pellegrinaggio
martedì 16 giugno visitando la zona di Oldenburg. È partito da Emstek e,
attraverso Höltinghausen, è giunto a Bethen. Come riferisce il portale
Katholisch.de, che lo ha seguito in questa “passeggiata”, non cammina da solo,
ma insieme ad un centinaio di persone che ha invitato a camminare con lui.
«Trovo davvero fantastico che inizi da noi il suo
pellegrinaggio attraverso la diocesi. In questo modo abbiamo la possibilità di
conoscerlo un po’ meglio e lui di conoscere noi. Sono curiosa di vedere che
tipo di persona sia», ammette con entusiasmo Friederike Asbree che fa parte del
team organizzativo composto da dieci persone che ha coordinato la giornata.
Il pellegrinaggio “conoscitivo” è iniziato dalla piazza
davanti alla Chiesa di Santa Margherita, a Emstek, dove è stato
provvidenzialmente allestito un padiglione, poi dimostratosi utilissimo per
ripararsi dalla forte pioggia. «È un onore e un privilegio essere oggi con voi.
E per me è un po’ come tornare a casa. Il mio primo vero lavoro è stato come
insegnante di storia, politica e naturalmente anche religione presso la
Liebfrauenschule di Vechta», ha spiegato monsignor Wilmer. Il pellegrinaggio è
iniziato infatti nell’Oldenburger Münsterland, che comprende appunto Vechta,
Cloppenburg, Emstek, Bethen. «Vorrei ascoltarvi, conoscervi e dialogare con
voi», ha spiegato il vescovo ai pellegrini che lo circondavano al momento della
partenza. Educatrici, agricoltori, soldati, insegnanti, ingegneri, poliziotte,
impiegati di banca, lavoratrici e lavoratori di vari settori hanno aderito con
entusiasmo all’invito del loro vescovo a percorrere insieme quasi dieci
chilometri.
Per lui proprio questi incontri con le persone sono stati
la cosa più importante. Il pellegrinaggio è stato tutto ispirato ed orientato
da una domanda del vescovo: «Quali esperienze fate con la fede e con Dio?».
L’idea del pellegrinaggio attraverso la sua diocesi, ha raccontato il presule,
gli è venuta durante una notte insonne: «Mi sono svegliato, mi sono girato nel
letto e ho pensato che il pellegrinaggio sarebbe stato un ottimo modo per
conoscere il territorio e la sua gente».
Una volta giunti ad Höltinghausen e consumata la pausa
pranzo con panini e torta, si sono formati dieci gruppi di discussione sulla
fede che hanno cercato di discutere domande come: «La fede ha un ruolo nel
lavoro di tutti i giorni?», «Che cosa è sacro per te sul posto di lavoro?»,
oppure «Che cosa mi dà forza per svolgere la mia professione?». Il vescovo
Wilmer si è soffermato presso ogni gruppo per ascoltare risposte e osservazioni.
Raggiunta l’ultima tappa di questa prima giornata, poco
prima di raggiungere il santuario mariano di Bethen presso Cloppenburg,
monsignor Wilmer ha tracciato un primo bilancio. «È stata una giornata
meravigliosa con la gente dell’Oldenburger Münsterland. Sono incredibilmente
grato per i tanti volti, gli incontri, le conoscenze e le conversazioni. È
straordinario vedere come qui le persone vivano la fede e si impegnino nel nome
di Dio affinché il mondo diventi un luogo migliore, in cui tutti possano vivere
bene», ha sottolineato il nuovo vescovo, lieto di osservare che la sua
iniziativa ha dato frutti positivi.
Nella basilica di Bethen, alla presenza di circa 1.500
fedeli, il vescovo Wilmer ha presieduto la Messa, ricordando che proprio qui,
nella regione dell’Oldenburg, i cristiani tedeschi si opposero al
nazionalsocialismo con la “Crociata della Croce” del 1936: «Se si interpellano
gli storici al riguardo, essi affermano: Cloppenburg era il centro politico
della resistenza, Bethen il centro spirituale, per opporre resistenza con
fedeltà, affinché la vita – ha concluso - potesse prosperare per tutti». Aci 23
Münster. Confessare Gesù e riconoscerci tra noi
Domenica 21 giugno, il vescovo dehoniano Heiner Wilmer,
presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha fatto il suo ingresso nella
diocesi di Münster.
Negli ultimi giorni ho compiuto un pellegrinaggio
attraverso la diocesi di Münster. Non solo da un luogo all’altro, ma da una
persona all’altra, da un’esperienza all’altra. Abbiamo camminato sull’asfalto,
sui ciottoli e sui sentieri di sabbia, attraversando splendidi boschi di faggi.
Il cammino di pellegrinaggio ci ha condotti lungo campi
di grano, impianti industriali e aziende commerciali, attraverso villaggi e
città. Abbiamo sentito il fresco austero di chiese antichissime, quel respiro
di pietra e di tempo che ci avvolge quando entriamo e per un attimo tutto tace.
Ci siamo seduti all’ombra delle querce, abbiamo condiviso il pane e ci siamo
passati le bottiglie d’acqua, in modo semplice e sobrio, eppure era più di un
semplice nutrimento.
Abbiamo sentito il vento, la pioggia sulla pelle, il sole
sul viso. Ci siamo seduti sull’erba, abbiamo mangiato insieme, parlato insieme
– e soprattutto: ci siamo ascoltati a vicenda.
Avevo solo una domanda: quali sono le vostre esperienze
con la fede?
Non: cosa ne pensate? Ma: cosa avete vissuto? Cosa vi ha
segnato? Dove la fede vi ha sostenuto – e dove è mancata? Dove si percepiva Dio
– dove è rimasto lontano? Dove vivete il dubbio? Come sopportate l’oscurità,
l’incomprensione, la lotta con Dio?
E ho sentito molte cose. Cose vulnerabili. Cose sincere.
Cose incomplete. Ho sentito parlare di fiducia – e di delusione. Di speranza –
e di fratture. E ho sentito persone che non si nascondono. Che lottano. Che
chiedono. Che credono – a modo loro.
E alla fine di questi giorni è accaduto qualcosa che mi
ha profondamente commosso: i nostri pellegrini si sono scambiati parole di
incoraggiamento per il cammino. Nessun grande programma. Nessuna risposta
pronta. Ma frasi semplici e forti che, messe insieme, dicono: Non abbiate
paura! Siate saldi! Rimanete saldi nella fede!
Ed è proprio qui che le nostre esperienze si intrecciano
con il Vangelo di questo giorno.
Gesù manda i suoi discepoli. Non li manda in un mondo
sicuro. Non li manda in una situazione chiara e semplice. Dice loro:
«Incontrerete resistenza. Sarete oppressi. Vivrete ciò che ha vissuto anche
Geremia: rifiuto, persecuzione, scherno». Geremia, il profeta, viene
imprigionato dal sacerdote Paschhur, torturato e legato al ceppo. Geremia viene
umiliato pubblicamente. Conosce la paura, conosce la stanchezza. La cosa
peggiore: Geremia si sente ingannato da Dio stesso, messo in ridicolo. Eppure
più tardi dirà: «Cantate al Signore, lodate il Signore; perché egli salva la
vita del povero dalla mano dei malfattori».
E Gesù dice: «Non temete. Non abbiate paura». E poi
quella frase nel Vangelo che riassume tutto: « Chiunque mi riconoscerà davanti
agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli». Cosa
significa – confessare? Riconoscersi?
Nel testo originale greco c’è la parola «homologéo».
Significa: dire la stessa cosa, essere d’accordo, unirsi al discorso.
Confessare non significa quindi, in primo luogo, affermare qualcosa. Confessare
significa: la mia vita è in sintonia con ciò che dico. Il mio cuore, la mia
parola, le mie azioni vanno tutte nella stessa direzione. Confessare significa:
essere in sintonia con Dio – e renderlo visibile. E proprio questo è tutt’altro
che facile.
Il nostro tempo è diventato turbolento. Peter Sloterdijk
parla del nostro tempo come di un campo di addestramento per il sovraccarico,
come di tensione continua, come di un esperimento senza rete di sicurezza.
Siamo divisi tra un profondo desiderio di senso, di durata, di eternità – e una
realtà che spesso si perde nell’attimo. Sentiamo che chi vede più in profondità
soffre di più. La sofferenza è il prezzo di una maggiore sensibilità.
E in questa situazione si ripropone la domanda: da che
parte stiamo? A chi ci affidiamo?
La diocesi di Münster conosce le risposte. Non risposte
astratte, ma vissute. La diocesi di Münster è ricca di voci profetiche. Ce ne
sono così tante qui. Vorrei citarne solo tre.
Penso ad Annette von Droste-Hülshoff. Nel suo racconto
«Die Judenbuche» arriva proprio dove fa male. Descrive la colpa, la violenza,
l’emarginazione. Guarda alle minoranze emarginate nella società e nella
religione, là dove gli altri distolgono lo sguardo. E si schiera – in modo
discreto, ma in modo innegabile – dalla parte di chi non ha voce.
E quando oggi ascoltiamo ciò che raccontano le persone
che sono state vittime di violenza, che sono state disprezzate, ferite, la cui
dignità è stata calpestata – allora sentiamo quanto sia vicina questa voce.
Sono le storie dei sopravvissuti all’abuso di potere. Storie che per molto
tempo non sono state ascoltate. Storie che non devono lasciarci indifferenti.
Qui diventa chiaro: Confessare significa: non distogliere
lo sguardo. Confessare significa: sopportare la verità. Confessare significa:
stare dalla parte dei feriti.
Allora penso a Maria Droste zu Vischering, nata qui
all’Erbdrostenhof di Münster e che conosciamo come suor Maria del Divino Cuore.
La sua vita la porta dal convento locale fuori nel mondo, in Portogallo, nella
città di Porto. Lascia ciò che le è familiare per recarsi là dove le persone, a
causa della rapida industrializzazione, sono emarginate: ragazze e donne
ridotte in povertà, costrette alla prostituzione ed emarginate, prive di
prospettive. Allo stesso tempo, suor Maria dal Divino Cuore è una donna di
profonda misticità. Una donna di preghiera, di raccoglimento interiore, di
dedizione a Dio.
In lei si uniscono due movimenti che vanno di pari passo:
misticismo e politica. Il legame interiore con Dio – e l’impegno concreto verso
l’uomo. La sua vita ci racconta che non abbiamo solo una responsabilità verso
le nostre famiglie, le relazioni umane e le comunità religiose, i nostri
villaggi e le nostre città, no: tutti noi abbiamo anche una responsabilità
verso il nostro paese e verso il mondo. Perché tutti abitiamo l’unica grande
casa e apparteniamo tutti insieme a una grande famiglia umana.
Confessare significa: uscire nel mondo dalla profondità
di Dio. Confessare significa: pregare – e agire. Confessare significa: cercare
Dio – e servire l’uomo.
E infine suor Maria Euthymia. Sotto il regime di terrore
nazista, in cui il mondo si divideva in amici e nemici, lei intraprese una
strada diversa. Lei vedeva l’essere umano. Si prende cura dei feriti.
Distribuisce il pane, anche ai nemici, nonostante il divieto. Fascia le ferite.
Anche là dove vengono tracciati i confini. Quando, nel campo di prigionia di
Dinslaken, viene a sapere della morte di suo fratello Hermann, caduto in Unione
Sovietica, si ferma. Prova un dolore infinito. E poi prosegue. Verso coloro che
hanno bisogno di lei, verso i prigionieri di guerra sovietici.
Confessare significa: fare il bene anche nell’incertezza.
Confessare significa padroneggiare l’arte delle zone grigie (Sloterdijk). Suor
Maria Euthymia incarna il silenzio assordante della voce profetica e l’agire
coraggioso.
E con questo siamo a noi. Confessare non significa essere
perfetti. Confessare non significa non avere dubbi. Confessare non significa
essere sempre sicuri. Confessare significa: orientarsi. Ancorarsi. Non
nascondersi.
Forse tutto inizia in piccolo. Una parola che non si
conforma. Un passo che non è comodo. Uno sguardo che vede davvero l’altro. E
forse in questo proviamo paura. La paura di urtare la sensibilità altrui. La
paura di rimanere soli. La paura di essere fraintesi.
Ma è proprio qui che sta la promessa di Gesù: Chi mi
riconosce me, anche il Padre che è nei cieli lo riconoscerà
Non dobbiamo proteggerci da soli dall’abisso
dell’umiliazione pubblica. Possiamo lasciarci sostenere da Dio. Heiner Wilmer,
dip 23
Papa Leone: "Anche oggi la Chiesa è interpellata dal fenomeno
migratorio"
A Sant'Angelo Lodigiano - paese natale di Santa Francesca
Cabrini - l'ultima tappa della visita in Lombardia di Papa Leone XIV - Di Marco
Mancini
Sant'Angelo Lodigiano. Prima di rientrare in Vaticano,
Papa Leone XIV si è recato a Sant’Angelo Lodigiano, in diocesi di Lodi, luogo
di nascita di Santa Francesca Cabrini, la religiosa che agli inizi del XX
secolo, fu paladina dei diritti dei migranti negli Stati Uniti.
La futura santa morì nel 1917 a Chicago, città natale di
Papa Leone. Santa Francesca Cabrini è stata beatificata nel 1938 da Papa Pio XI
e successivamente canonizzata da Papa Pio XII nel 1946.
Al suo arrivo il Papa – accolto da circa 5000 fedeli - ha
raggiunto la Parrocchia dei Santi Antonio Abate e Francesca Cabrini per
l’adorazione al Santissimo Sacramento e la venerazione del Cuore di Santa
Francesca Cabrini.
“Quando ho saputo – ha raccontato Leone XIV - che
Sant’Angelo Lodigiano dista pochi chilometri da Pavia, ho pensato di cogliere
l’occasione ed eccomi qua”.
Seguendo le indicazioni di Papa Leone XIII e di San
Giovanni Battista Scalabrini, Madre Cabrini – ha osservato il Papa -
“interpretò i segni dei tempi e comprese che il sogno di andare in Cina,
emulando San Francesco Saverio, si doveva realizzare là dove, in quel momento,
maggiore era il bisogno. Oggi quel segno, cioè il fenomeno migratorio, è
entrato in una fase diversa, sicuramente più complessa, eppure non meno capace
di interpellare la Chiesa”.
Se la santa vivesse oggi – si è chiesto il Papa – “cosa
le direbbe la sua anima missionaria? Da parte mia, ho ereditato e portato
avanti il Magistero di Papa Francesco con l’Esortazione apostolica Dilexi te
sull’amore verso i poveri, e là dove si parla della carità nella forma di
accompagnare i migranti, compare, proprio accanto a San Giovani Battista
Scalabrini, la figura di Santa Francesca Cabrini. Cosa c’è di più attuale di un
carisma missionario che si pone al servizio dei migranti?”.
Il Papa ha poi invitato i giovani ad approfondire la
conoscenza di Madre Cabrini. Chi la conosce “ne rimane conquistato. La sua
anima era nello stesso tempo contemplativa e attiva; era immersa nell’amore del
Cuore di Cristo e questo le dava una capacità di lavoro e una forza d’animo
straordinarie”.
“Originale e tanto fecondo – ha osservato nell’indirizzo
di saluto Monsignor Maurizio Malvestiti, vescovo di Lodi - è il connubio di
Madre Cabrini tra contemplazione e carità sociale, ambedue travolgenti e
lungimiranti nell'evangelica lettura dei tempi e delle cose nuove. Con
intuizioni ecumeniche e interreligiose ad attestare che nessuno è straniero
nella storia: tutti siamo chiamati a fraternità nella giustizia e nella pace”.
Aci 20
Contemplare non è esperienza esclusiva dei santi, ma ci rende apostoli
credibili
La preghiera per i rifugiati: nessuno può voltarsi
dall'altra parte di fronte a chi cerca protezione e sicurezza. Di Angela
Ambrogetti
Città del Vaticano. “Non bisogna pensare che “contemplare”
sia un’esperienza esclusiva, riservata ad alcuni santi o ai monaci e agli
eremiti”. Così Papa Leone XIV commenta le letture della liturgia di oggi, prima
della recita della preghiera dell’Angelus, e l’invito di Gesù alla missione.
Perché la forza dell’apostolato “al di là di tecniche e strumenti, si fonda
sull’opera dello Spirito Santo in noi e sull’autenticità della nostra
risposta”.
E allora tutti possiamo e dobbiamo sforzarci di
“custodire, tra gli impegni delle nostre giornate, momenti di quiete in cui
metterci in silenzio davanti a Dio, per ascoltare la sua voce, affidargli le
nostre gioie e le nostre preoccupazioni, rivedere con Lui la nostra vita.
Questo ci rende sempre più persone dalla fede solida e consapevole, e di
conseguenza apostoli credibili e liberi, uomini e donne capaci di riflettere la
luce del Vangelo in ogni ambiente e in ogni situazione della vita, e di
testimoniarlo anche là dove il suo valore non è compreso o accettato”.
Senza lasciarci vincere dalla paura o dallo sconforto. E
oggi, come allora “è impegnativo rimanere fedeli agli insegnamenti di Gesù e
annunciare la sua Parola: rispondere all’odio con l’amore, alla prepotenza con
la mitezza, allo scoraggiamento con la perseveranza. Per questo è necessario
che affondiamo le radici della nostra fede e della nostra missione in un
intenso rapporto con Lui” e solo così abbiamo la “forza di non arrenderci e di
continuare a trasmettere a tutti, in ogni circostanza, il suo messaggio di
speranza, d’amore e di pace. Il mondo ne ha tanto bisogno!”.
Dopo la preghiera mariana il Papa ha rivolto il suo
pensiero ai rifugiati in occasione della giornata mondiale promossa dalle
Nazioni Unite che ha celebrato il 75° anniversario della Convenzione sullo
Stato dei Rifugiati, “nata per proteggere quanti sono
perseguitati ( e costretti a lasciare la propria terra, la casa e la
famiglia. Auspico che lo spirito che animò l'elaborazione di questo
importante strumento internazionale continui ancora oggi a illuminare le
coscienze dei responsabili delle Nazioni. Nessuno può voltarsi dall'altra
parte di fronte a chi cerca protezione e sicurezza. Esorto inoltre tutti ad
accogliere coloro che sono vittime di persecuzione, perché possano
vivere in pace, con dignità e guardare al futuro con speranza”.
Il Papa ha anche salutato i membri del Dialogo
Internazionale Cattolico-Pentecostale: “La Chiesa crede come prega, e
riflettere insieme sul principio Lex Orandi, Lex Credendi è particolarmente
rilevante oggigiorno”. Poi un pensiero al Brasile con la preghiera per i
giovani sono morti qualche giorno fa in un grave incidente ferroviario.
Aci 21
Una visita che "rimarrà nella nostra memoria per molti anni”
Il grazie del Priore degli Agostiniani Prevost a Papa
Benedetto XVI - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. “Cari fratelli e sorelle, qui,
davanti alla tomba di sant'Agostino, vorrei idealmente riconsegnare alla Chiesa
e al mondo la mia prima Enciclica, che contiene proprio questo messaggio
centrale del Vangelo: Deus caritas est, Dio è amore (1 Gv 4,
8.16). Questa Enciclica, soprattutto la sua prima parte, è largamente debitrice
al pensiero di sant'Agostino, che è stato un innamorato dell'Amore di Dio, e lo
ha cantato, meditato, predicato in tutti i suoi scritti, e soprattutto
testimoniato nel suo ministero pastorale. Sono convinto, ponendomi nella scia
degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e dei miei venerati
Predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo
I e Giovanni Paolo II, che l'umanità contemporanea ha bisogno di
questo messaggio essenziale, incarnato in Cristo Gesù: Dio è amore. Tutto deve
partire da qui e tutto qui deve condurre: ogni azione pastorale, ogni trattazione
teologica. Come dice san Paolo: "Se non avessi la carità, nulla mi
giova" (cfr 1 Cor 13, 3): tutti i carismi perdono di senso e di
valore senza l'amore, grazie al quale invece tutti concorrono a edificare il
Corpo mistico di Cristo”.
Benedetto XIV lo disse il 22 aprile del 2007. Era a Pavia
per una visita che è diventata un vero incontro profetico. Ad accoglierlo a San
Pietro in Ciel d’Ora c’era un giovane Priore Generale degli agostiniani, Robert
Francis Prevost. Emozionato come si vede nelle immagini di quasi 20 anni fa.
E c’è un ricordo particolare di quella visita del 2007
che il Priore Prevost ha scritto in una lettera inviata a Benedetto XVI nel
momento della rinuncia a febbraio del 2013: “Da un punto di vista più
personale, vorrei anche ringraziarLa per i numerosi gesti cordiali, piccoli e
grandi, che ha fatto verso l’Ordine di S. Agostino. Particolarmente importante
è stata la visita alla basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, dove si
venera la tomba di Sant’Agostino, curata dagli Agostiniani. Grazie per averci
dedicato il prezioso dono del Suo tempo nella visita che ha voluto fare a
questo luogo così importante durante la visita pastorale alle diocesi di
Vigevano e Pavia. È stato molto apprezzato da tutti i membri dell’Ordine
Agostiniano e rimarrà nella nostra memoria per molti anni”.
Ma Prevost, che oggi torna come Papa Leone XIV, a pregare
davanti alle reliquie del santo di Ippona, nella basilica di San Pietro in Ciel
d’oro a Pavia è tornato tante volte. L'ultima un anno prima di essere
eletto Papa quando le spoglie di Agostino sono tornate nell'arca appena
restaurata. Era febbraio 2024, a 1300 anni dalla traslazione delle reliquie di
Sant’Agostino. Nell'omelia dei riferimenti che oggi fanno pensare come la
richiesta di preghiera per la pace. Insomma Prevost Pavia è un volto familiare.
E in un angolo vicino all’ Arca c’è l’album fotografico di Benedetto XVI e del
futuro Leone XIV: Alla fine a Pavia siamo tutti agostiniani” dice qualcuno. Aci
20
“Chiamati alla costruzione della Nuova Gerusalemme, civiltà dell’amore”
Il Papa ai Partecipanti ai “Borgo Laudato si’ Dialogues”
Città del Vaticano. Questa mattina il Papa ha ricevuto in
Udienza i partecipanti ai “Borgo Laudato si’ Dialogues”, ospitati dal 17 al 19
giugno 2026, nei Giardini Pontifici di Castel Gandolfo. Si tratta della prima
realizzazione di questo forum realizzato in collaborazione da Centro di
Alta Formazione Laudato si’, University of Notre Dame, Deloitte Switzerland e
Handshake Strategies.
I Borgo Dialogues – come fa sapere anche Vatican News –
hanno riunito rappresentanti del mondo imprenditoriale, organizzazioni
internazionali, mondo accademico, cultura, società civile e Chiesa per un
confronto sulle grandi sfide del nostro tempo.
Il Papa rivolge ai presenti un saluto in lingue inglese.
“Avete appena concluso due giorni di intenso lavoro presso Borgo Laudato Si' a
Castel Gandolfo. Vi siete riuniti per partecipare alla prima edizione dei
“Dialoghi del Borgo” – come stava spiegando poco fa il Cardinale Baggio – il
primo passo di un percorso volto a rinnovare e ripensare la leadership morale
in un mondo che oggi appare frammentato e smemorato delle proprie radici
storiche”, dice il Papa
“E, fratelli, avete discusso temi rilevanti che sono
anche motivo di attenzione per la Chiesa cattolica: l'intelligenza artificiale
e il suo rapporto con l'umanità, l'invecchiamento e la vitalità, lo sport e la
diplomazia, e il futuro della sostenibilità. Avete dato attuazione al desiderio
che ho recentemente espresso nella mia Lettera Enciclica Magnifica Humanitas:
«Entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, con i
quali condividiamo gli eventi, le domande e le aspirazioni dell'umanità.
Insieme a loro, cerchiamo di individuare nuovi percorsi per il bene comune e
per promuovere una vita dignitosa per tutti”, ricorda il Pontefice.
“Dinanzi alla tentazione di costruire la “torre di
Babele”, che rappresenta l’idolatria del profitto a scapito dei più vulnerabili
e fa aumentare il rischio della disumanizzazione, siamo chiamati a contribuire
alla costruzione della Nuova Gerusalemme, la civiltà dell’amore, in cui l’amore
è l’unico principio guida della vita economica, politica e culturale”, dice il
Pontefice nel suo discorso.
Il Papa ringrazia tutti per il proprio lavoro e chiede di
"coniugare la conoscenza locale con la responsabilità globale e a far
avanzare un processo volto a plasmare una leadership coraggiosa, oggi tanto
necessaria" aci 19
Convegno Nazionale Laici il 19-20 settembre a Paderborn
A Paderborn nella Maria-Immaculata-Haus si terrà dal 19
al 20 settembre il consueto Convegno Laici. Il tema di quest’anno ruoterà
intorno a spiritualità e virtù, le virtù teologali e cardinali. Il Convegno
Laici è un momento formativo per quanti sono attivi nelle comunità cattoliche
italiane in Germania.
Il costo per la partecipazione è di 180 euro, la metà è a
carico della comunità, l’altra a carico di chi partecipa. Iscrizioni entro e
non oltre il 18 luglio. Per le iscrizioni: scaricare dal sito della
Delegazione il volantino con il
programma e usare il link o il QR-Code del modulo jotform.
Radicati nella Spirito, guidati dalle Virtù
Il tema centrale del convegno è dedicato alle virtù
teologali e cardinali, espressione della vita battesimale, con l’obiettivo di
andare oltre a un approccio che le interpreta come singoli “atti” per
riscoprirle invece come atteggiamenti virtuosi, radicati nella grazia del
Battesimo e capaci di orientare la vita quotidiana del credente.
Il percorso è rivolto a laici con responsabilità nelle
comunità, in particolare membri dei consigli pastorali e figure di riferimento
locali. Non si tratta quindi di un corso per operatori pastorali professionali,
ma di un cammino pensato per circa 30 partecipanti, scelti in modo da favorire
un clima di lavoro intenso e realmente partecipato e che poi fungano da
moltiplicatori per la loro comunità.
Il Convegno Laici come nelle edizioni precedenti
privilegia impulsi di riflessioni brevi, spesso attinti dalle sacre scritture,
seguiti da riflessione condivisa, lavoro di gruppo e momenti di
interiorizzazione personale. L’obiettivo pastorale è quello di crescita dei
laici nella comunità nella comunione, partecipazione e missione (le parole
chiave del Sinodo universale, che fa da orizzonte teologico e pastorale).
Un altro aspetto, non secondario, del percorso del
Convegno Radicati nella Spirito, guidati dalle Virtù è la dimensione
interculturale: si intende creare un ponte tra la spiritualità vissuta nelle
comunità cattoliche italiane — fatta di rosari, pellegrinaggi, adorazione e
forme popolari di devozione — e gli approcci più ampi e strutturati alla
spiritualità, tipici del contesto tedesco. L’intento è favorire una
comprensione reciproca e una crescita comune, valorizzando la ricchezza delle
diverse sensibilità. Il momento clou di questo approccio sarà il momento di
preghiera e meditazione nel duomo di Paderborn, messo a disposizione del
Convegno Laici, con elementi tradizionali e interculturali, accompagnato da
musica e adorazione. Potranno essere riprese anche alcune risonanze personali
emerse durante la mattinata.
L’intero percorso formativo segue poi un ritmo
progressivo: il sabato mattina sarà incentrato sulla dimensione personale e
battesimale; il pomeriggio approfondirà la dimensione ecclesiale e comunitaria;
la domenica offrirà una sintesi che collega le virtù all’eucaristia, culmine e
nutrimento della vita virtuosa.
Il convegno si aprirà con un rito iniziale presso il
fonte battesimale, nella cappella della struttura ospitante: un momento
liturgico con professione di fede, rinnovo delle promesse e aspersione, per
radicare fin dall’inizio il percorso nella memoria viva del Battesimo.
Sabato sera Nel Duomo di Paderborn si terrà un momento di
preghiera e meditazione con elementi tradizionali e interculturali,
accompagnato da musica e adorazione. Potranno essere riprese anche alcune
risonanze personali emerse durante la mattinata.
Interverranno al Convegno Laici:
Gennaro Busiello, Napoli. A lui saranno affidati gli
impulsi formativi del sabato, la sintesi conclusiva domenica.
Thomas Raiser, già referente pastorale nella diocesi di
Rottenburg/Stoccarda, e
Bonaventura Onwukwe, missionario guanelliano di
Pforzheim. Loro prepareranno il momento liturgico iniziale e la serata
spirituale in Duomo.
Don Gregorio Milone, Delegato delle comunità e missioni
cattoliche italiane in Germania.
Paola Colombo, giornalista e referente della formazione
adulti (ufficio UDEP della Delegazione).
Don Gennaro Busiello, teologo morale, è presbitero
(ordinato nel 2014) dell’arcidiocesi di Napoli. È docente associato presso la
Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. È educatore presso il
Seminario maggiore di Napoli Capodimonte e referente diocesano per la tutela
dei minori e delle persone vulnerabili.
Thomas Raiser è stato Pastoralreferent per vent’anni
nella comunità italiana di Weiblingen, ha partecipato alla stesura delle linee
guida della pastorale della diocesi di Rottenburg/Stuttgart. È appassionato
della Calabria che ha scoperto grazie all’amicizia con le famiglie italiane
della comunità di Fellbach. Raiser è molto vicino alla spiritualità di
Gioacchino da Fiore, abate e teologo calabrese del XII sec., che ha ispirato il
suo lavoro in comunità. È autore della guida Joachimswege in Kalabrien (2024).
Bonaventura Onwukwe, è responsabile della Missione
cattolica italiana di Pforzheim. Nato e cresciuto in Nigeria, si è trasferito a
Roma per proseguire la sua formazione. Ha svolto gli studi teologici e ha
conseguito una specializzazione per formare formatori e animatori vocazionali.
Ordinato nel 2019 per la Congregazione dei Servi della Carità (Opera don
Guanella), ha lavorato in noviziato come assistente in Nigeria.del.-mci.de 17
Appello del Papa a riflettere sulle conseguenze della guerra e della
precarietà
L'Udienza ai partecipanti alla 99a Assemblea Plenaria
della Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali - Di Veronica
Giacometti
Città del Vaticano. Papa Leone XIV ha ricevuto questa
mattina in Udienza i partecipanti alla 99a Assemblea Plenaria della Riunione
delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali (ROACO).
La ROACO lavora in stretta sinergia con il Dicastero per
le Chiese Orientali della Santa Sede e sostiene finanziariamente e
pastoralmente i fedeli di rito orientale nel mondo.
Il Papa li accoglie ringraziandoli che oltre al lavoro
sui progetti di aiuto alle Chiese Orientali Cattoliche, si sono
concentrati su un argomento specifico: la formazione dei chierici e dei monaci
nei seminari e nei collegi orientali.
“Credo sia stata una scelta molto opportuna. Soccorrere
una Chiesa, infatti, non significa solo provvederla di mezzi materiali di
sussistenza, ma anche aiutarla a crescere nella sua identità e nella sua forza
evangelizzatrice, che poggiano sulla formazione dei ministri, chiamati a
diffonderne le ricchezze spirituali. E le comunità cattoliche orientali ne
custodiscono molte, condividendole con i fratelli e le sorelle delle Chiese
Ortodosse. Sì, le Chiese Orientali Cattoliche hanno un grande dono da arrecare
all’intera compagine cattolica, spesso ignara di abbracciare al suo interno
tradizioni ecclesiali diverse”, dice il Papa ai presenti in un discorso in
lingua inglese.
“La nostra Madre Chiesa è dunque unita, ma non uniforme;
il suo grembo fecondo ha dato alla luce varie tradizioni spirituali e
teologiche, riti e discipline diversi, che si arricchiscono a vicenda. Ci fa
bene approfondire tali tesori con i milioni di fratelli e sorelle orientali
cattolici, mentre auspichiamo passi in avanti verso la piena unità con tutte le
Chiese Orientali. Tutte le antiche Chiese d’Oriente ci riportano infatti alle
origini della fede, fanno risplendere la luce della grazia attraverso liturgie
dense di sacralità, manifestano nel culto di lode il mistero di Dio da adorare,
testimoniano la potenza della preghiera d’intercessione, offrono contenuti
spirituali che riempiono il cuore di meraviglia e grato stupore per la bellezza
che svelano”, aggiunge ancora il Pontefice.
Per il Pontefice la scelta di aiutare a promuovere la
formazione dei ministri sacri, mettendovi in ascolto di alcuni specialisti che
vi si dedicano, come avete fatto in questi giorni, “è un bel segno di concreta
attenzione a queste Chiese”.
“Carissimi, guardandovi e pensando al servizio silenzioso
e benefico che svolgete, e ai tanti benefattori che attraverso di voi destinano
risorse a chi ha bisogno, non posso non pensare a quanto denaro, in questo
oscuro frangente storico, viene sprecato per uccidere, gettato via da tanti che
fomentano le guerre. Mentre voi generate vita, loro seminano morte; mentre voi
tendete la mano al fratello, loro trovano nemici da schiacciare; mentre voi
create dialoghi, loro ricercano monologhi; mentre voi aprite vie di speranza,
loro rinchiudono i popoli nella paura; mentre voi costruite futuro, loro
distruggono il presente”, denuncia il Papa.
“Figlia della guerra, c’è una piaga di cui vorrei parlare
oggi e che continua a dissanguare soprattutto le Chiese Orientali. La definisco
con una parola: precarietà”, sottolinea il Pontefice.
“Quando un visitatore si reca in un Paese che ha
conosciuto conflitti sui quali è poi calato il silenzio, le cose sembrano
generalmente tranquille, anche se fortemente segnate dai drammi del passato.
Eppure quelle società sono indebolite dall’instabilità delle istituzioni, dalla
presenza di bande armate che si spartiscono il territorio, da una politica
condizionata e non di rado manipolata da agenti e interessi esterni, che non
opera con libertà, ma si barcamena tra mille sotterfugi, accordi segreti e
interessi di parte. E così si ingenera una perenne precarietà, che soffoca le
possibilità di sviluppo e ricade sempre sulla pelle dei più poveri”, spiega il
Papa.
“Vorrei rivolgere ancora una volta un appello a
riflettere sulle conseguenze della guerra e della precarietà, e a prevenirle
con intelligenza e responsabilità, perché tutto ciò non è frutto di un destino
inevitabile, ma di libere scelte e quindi di responsabilità moralmente
imputabili. La storia dimostra come le trame della violenza e della prepotenza,
del potere e del dominio, dei guadagni conseguiti senza giustizia e senza
scrupoli, si ritorcono non solo contro chi le subisce, ma anche contro chi le
persegue. Preghiamo Gesù, Signore della pace, e sollecitiamo le coscienze
perché siano sensibili allo sdegno; e si ridestino il rispetto per l’umanità e
un doveroso senso di civiltà!”, l’appello finale di Papa Leone XIV.
aci 18
Ruini e la sfida dell'irrilevanza
La morte del cardinale Camillo Ruini consegna alla Chiesa
italiana il tempo del bilancio e della gratitudine. Se ne va uno dei
protagonisti degli ultimi decenni, l'uomo che ha guidato la Conferenza
Episcopale Italiana per sedici anni e la Diocesi di Roma per diciassette, ma
soprattutto colui che ha posto al centro del cammino ecclesiale una domanda che
ci riguarda ancora oggi: quale spazio occupa la fede nella vita reale degli
uomini e delle donne del nostro tempo?
A questa domanda Ruini ha dato una risposta lucida e
coraggiosa. Il rischio che lo ha sempre inquietato aveva un nome preciso,
l'irrilevanza: la possibilità che il cristianesimo si ritirasse nel recinto del
privato, diventando ininfluente nelle grandi scelte della società. Era convinto
che la vera partita si giocasse sul terreno della cultura, là dove un popolo
maturava le proprie idee sull'uomo, sulla vita, sulla verità; e per questo
invitava i cattolici a non temere il confronto con la modernità, persuadendo
che fede e ragione possono camminare insieme.
Contro questa deriva ha costruito una stagione intera di
riflessione e di iniziativa. Il Progetto culturale orientato in senso
cristiano, da lui voluto e guidato dal 1997, ne è stata l'espressione più alta:
la volontà che la Chiesa tornasse a frequentare le grandi domande del pensiero
contemporaneo, misurandosi con la filosofia, la scienza, l'arte, nella certezza
che la fede aveva ancora qualcosa da dire alle questioni decisive
dell'esistenza.
Era, in fondo, un modo per avvicinare la Chiesa alla
realtà. Ruini chiedeva ai credenti di abitare il proprio tempo con intelligenza
e senza timori, di confrontarsi con le domande vere, di portare le ragioni
della fede nel cuore del dibattito pubblico, liberi da ogni complesso di
inferiorità. Immaginava una presenza capace di proposta, attiva nei luoghi dove
si forma la mentalità comune: l'università, la scuola, i media, la vita civile.
In questo orizzonte trova posto anche la sua attenzione
al mondo della comunicazione, e in particolare ai settimanali cattolici. Già
vent'anni fa, nel messaggio per i quarant'anni della nostra Federazione, ci
aveva chiesto di essere, di fronte ai mutati scenari culturali, «non spettatori
inermi e impauriti, ma protagonisti convinti e incisivi». In quei giornali
diocesani riconosceva «una delle espressioni più antiche e più diffuse»
dell'impegno mediatico della Chiesa italiana, segno della sua vitalità,
capacità di immettere nella vita pubblica un di più di consapevolezza sui
valori irrinunciabili. E indicava una strada ancora attuale: radicarsi nel
territorio, riscoprire le tradizioni locali, garantire «un'informazione libera
al servizio del bene comune».
Sapeva che nessuna testata cresce da sola: la forza dei
settimanali sta nella comunione tra le voci editoriali della Chiesa, in una
rete che moltiplica ciò che il singolo non potrebbe. Vale ancora di più nel
nostro presente: nell'epoca dei flussi digitali e delle parole consumate in
fretta, l'invito a essere protagonisti consapevoli suona più urgente che mai, e
chiede giornali capaci di respiro lungo, ancorati nelle comunità e liberi nel
giudizio. I nostri settimanali, presenti in ogni angolo del Paese, realizzano
ogni giorno quel desiderio di rilevanza che egli ci ha consegnato come compito:
una Chiesa che cammina nelle strade, ascolta, informa, accompagna.
Per noi della Fisc è un debito di riconoscenza. Ci ha
ricordato che comunicare la fede è una responsabilità che tocca il cuore della
missione. Ci ha insegnato che la qualità del pensiero e la serietà
dell'informazione sono forme alte di servizio alla comunità. La sua lezione
resta un monitor e un incoraggiamento: la verità chiede tempo, studio e
coraggio.
C'è infine un tratto che chi lo ha incontrato non
dimenticato. Dietro l'immagine dell'uomo potente, raffinata strategia della
vita ecclesiale e civile, si nascondeva una persona di disarmante semplicità.
Ascoltava con attenzione, accoglieva con cortesia, parlava senza esibire la
propria autorevolezza. La sua grandezza non aveva bisogno di mostrarsi. Era
l'umiltà di chi ha messo i propri talenti a servizio di qualcosa di più grande
di sé.
Oggi lo affidiamo al Signore con gratitudine. E
raccogliamo il testimone che ci lascia: far sentire la voce della fede dentro
la realtà, perché il Vangelo resta compagnia viva per gli uomini e le donne del
nostro tempo.
Comitato esecutivo della Fisc, dip 18.6.
La speranza cristiana: la lettura del Cardinale Ruini
Nel dicembre 2016 ACI Stampa ha intervistato il Cardinale
Ruini per parlare del suo libro "C’è un dopo? La morte e la
speranza". All'indomani della morte del porporato riproponiamo questa
intervista
Roma. Nel dicembre 2016 ACI Stampa ha intervistato il
Cardinale Camillo Ruini per parlare del suo libro "C’è un dopo? La morte e
la speranza", edito da Mondadori. All'indomani della morte del porporato
riproponiamo questa lunga intervista in omaggio alla Sua memoria.
Iniziamo dal titolo. C’è un dopo, un libro che si rivolge
non solo ai cristiani quindi?
Certamente, è un libro che si rivolge a tutti. E cerca di
non essere un libro tecnico perché lo possano leggere anche coloro che non
hanno fatto studi teologici.
Ci sono molti racconti personali nel libro, del suo
lavoro pastorale, con episodi che danno lo spunto alle spiegazioni che vengono
dopo. Quindi nello scrivere il libro c’era l’idea di dare un tono molto
personale o da saggio?
Il libro non è un saggio nel senso stretto, potremmo dire
che è un saggio con aspetti personali. In realtà è frutto dei miei studi, della
mia esperienza di vita e anche della mia situazione attuale, di persona molto
anziana per la quale l'aldilà diventa particolarmente vicino. Ma è anche frutto
del mio desiderio di rendere partecipi i lettori della speranza cristiana. Quindi
è anche un libro di testimonianza. Il libro ha una struttura logica con due
parti fondamentali. La prima è un aiuto a convincerci che c'è un dopo: si
tratta dei primi cinque capitoli, fino alla risurrezione di Cristo. Poi si dice
in che cosa consista questo dopo. Quindi una prima parte che motiva la speranza
in un dopo e la seconda che ne offre i contenuti.
Nella prima parte ci sono molti riferimenti a temi di
bioetica legati alla morte. Ha voluto presentare questi temi per renderli alla
portata di tutti?
Non direi, il libro parla del dopo, mentre la bioetica
riguarda l'etica della vita in questo mondo. Finita la vita terrena finiscono
anche i problemi di bioetica.
Nel libro ci sono moltissime citazioni di autori i più
diversi e lontani tra loro. Da Terzani a Schopenauer. L’ìdea è quella di
raccontare tutto quello che c’è sull’argomento?
Ho cercato di individuare quegli autori che, in un modo o
nell'altro, hanno inciso e incidono sulla mentalità comune, hanno fatto
cultura. Per esempio Tiziano Terzani, o anche Steve Jobs che per tanti è una
specie di oggetto di culto: ho scelto questi due come persone molto diverse tra
loro che però hanno in comune di rappresentare una mentalità naturalistica. Per
loro con la morte l'uomo ritorna alla natura. Il soggetto umano si dissolve,
non vi è una vita futura, un futuro personale, ma la vita dell'universo
continua. Questo è oggi il modo di porsi davanti alla morte di una parte non
trascurabile della popolazione.
Eminenza, ogni volta che si parla di speranza il pensiero
va alla speranza cristiana, oggetto dell'enciclica Spe Salvi di Papa Benedetto
XVI. Quanto ha influito il pensiero di Benedetto XVI nella stesura del suo
libro?
Ha influito moltissimo, con l’enciclica Spe Salvi e ancor
più con il libro Escatologia, che risale al 1977 ed è l'unico trattato
teologico sistematico che Ratzinger abbia pubblicato. Poi è stato pubblicato di
nuovo, con molte integrazioni, quando il cardinale Ratzinger era già diventato
Papa.
E' stato proprio Papa Benedetto a chiederle di fare
questo lavoro?
In certo senso sì. Avevo scritto con Andrea Galli
l’Intervista su Dio. Nel febbraio 2014 andai a trovare il Papa emerito che mi
chiese, inaspettatamente, di scrivere un altro libro perché il precedente era
ben riuscito e utile per molta gente, che poteva trovarvi una riflessione seria
sul problema di Dio, scritta in modo accessibile. Sul momento risposi che non
me la sentivo, anche per l’età orami molto avanzata. Inoltre non sono tanti i
temi di teologia sistematica che abbiano un interesse diffuso. La sera stessa
però mi venne in mente che un tema di quel genere poteva essere la morte e il
dopo, in linguaggio teologico i “novissimi” o l’escatologia. Era un argomento
che avevo studiato a lungo, in due anni ho concluso il lavoro.
Due anni, un lavoro intenso...
Ho dovuto documentarmi nuovamente, perché non potevo
limitarmi a quello che avevo letto trent’anni fa.
Lei ha deciso di affrontare anche l'escatologia
dell'Islam, la reincarnazione secondo il buddismo, il confronto con altre
religioni...
Sì, ma brevemente. Ho accennato all’escatologia delle due
religioni non cristiane oggi più influenti. L'islam, con il quale è in atto un
grande confronto, e il buddismo, che per non pochi cristiani rappresenta
l’alternativa religiosa più attraente. Come ha scritto il cardinale Ratzinger,
il buddismo, con le sue grandi capacità inclusive, si incontra in qualche modo
con il relativismo oggi diffuso in Occidente.
Tra le molte citazioni una è significativa a 500 anni
dalla Riforma: Lutero. C’è ancora quella paura della morte di cui parla Lutero?
Più che della morte, Lutero ha paura del dopo, in
concreto dell’inferno. Come potrò trovare Dio a me propizio? Questa è la sua
domanda. E la risposta che dà è profonda teologicamente e umanamente: in
sostanza è la risposta di San Paolo, cioè la fede-fiducia in Dio che ci salva
gratuitamente in Gesù Cristo, nella croce e risurrezione di Cristo. Questa
risposta di Lutero creò molti malintesi e contrasti tra cattolici e
protestanti, anche perché Lutero la pose in maniera esclusiva e polemica. Poi
quei malintesi si sono in gran parte chiariti, fino alla dichiarazione comune
del 1999 sulla giustificazione mediante la fede. Purtroppo però, mentre sul
punto centrale del contrasto, se non c'è una totale intesa vi siamo molto
vicini, su altri temi si sono create distanze che prima non c'erano. Sia per i
cattolici sia per i protestanti la domanda sulla salvezza eterna è diventata
purtroppo, di fatto, molto meno centrale di quanto fosse un tempo. Ma non è
sparita del tutto. Nel profondo molte persone si chiedono: "qual è il mio
destino?"... Confidano nella bontà di Dio ma avvertono i propri
fallimenti, la propria inadeguatezza.
Lei vuol dire che il senso del peccato c’è ancora?
E’ molto offuscato, ma non è del tutto sradicato perché
fa parte del profondo dell'essere umano, come il senso della dipendenza da Dio.
L'uomo infatti è bisogno di salvezza, non ha solo bisogno di salvezza. La
parola “paura” riguardo all’aldilà spesso viene intesa in senso
psicopatologico, quasi fosse una malattia psichica, dalla quale bisogna
liberarsi. Ma il timore di Dio non è una malattia psichica. Anche chi non ha un
grande senso del peccato capisce di aver sciupato molte cose nella propria
vita, di aver perso numerose occasioni di fare del bene a noi stessi e agli
altri.
Quale deve essere oggi l'annuncio del cristianesimo sulla
morte e sul dopo? Non trova che se ne parli troppo poco anche tra i cattolici?
A lungo i temi della vita eterna e dell'inferno erano
centralissimi nella predicazione. Poi si è rivalutata la positività della vita
presente, sottolineando giustamente che la speranza della vita eterna non ci
dispensa dall'impegno nel mondo, ma del “dopo” si è parlato troppo poco. Nelle
mie omelie, a Reggio Emilia e poi a Roma, introducevo quasi sempre il tema del
nostro eterno destino e constatavo che l'attenzione saliva. Il compito
fondamentale della Chiesa è annunciare Cristo risorto e la salvezza che Cristo
promette riguarda certamente questa vita, ma anche e soprattutto la salvezza
escatologica, come risulta dai Vangeli e da tutto il Nuovo Testamento che, a
differenza dall'Antico, ha un carattere fortemente escatologico: basta guardare
alle Beatitudini.
Verso la fine del libro lei torna ad avere un tono più
personale e parla della differenza tra la certezza della speranza e la certezza
del sapere, è la chiave di lettura che ha il cristiano davanti al “dopo”?
Direi di sì, perché la certezza del sapere è quella che
si basa sull’evidenza razionale, ed è difficile raggiungerla sul “dopo”. In
particolare, senza la rivelazione cosa sapremmo in concreto del dopo? La
certezza della speranza è invece quella che si basa sulla fede, sulla promessa
di Dio. E’ una speranza diversa dalle altre, perché non è un desiderio sospeso
nel vuoto. E’ la speranza che ha reso e continua a rendere i martiri cristiani
capaci di affrontare la morte pur di non rinunciare alla propria fede.
Perché dedica un intero capitolo del libro all'inferno?
E' il capitolo più difficile da scrivere perché ci mette
a confronto con il mistero dell'iniquità. E’ nota l’obiezione: "Se Dio è
infinitamente buono, come può permettere che gli uomini vadano
all'inferno?". Chi ha dato la più forte testimonianza dell’esistenza
dell’inferno è però Gesù stesso, ad esempio nel grande quadro del giudizio
finale: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno
preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, perché ho avuto fame e mi
avete dato da mangiare…” E invece: “Lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno,
preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi
avete dato da mangiare…”. Nello stesso tempo non bisogna dimenticare l'altro
aspetto: inferno e paradiso non stanno sullo stesso piano. Infatti la salvezza
è il centro del progetto di Dio, la non salvezza non è il progetto di Dio. E’
qualcosa al di fuori della volontà di Dio, che nasce dalla volontà libera delle
creature. Il regno di Dio è “Vangelo”, cioè lieto annuncio, perché è l'annuncio
della salvezza: non si tratta di due strade alla pari. Nel Vangelo di Giovanni
è detto chiaramente che Dio ha mandato il suo Figlio nel mondo non per
condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi però non crede è già
condannato perché ha rifiutato di credere. L'inferno è l'ostinazione nel
peccato, nel rifiuto di Dio. La misericordia di Dio è però più grande della
nostra libertà e conserva sempre l’ultima parola. Non sappiamo se qualche
essere umano sia effettivamente dannato. Lo sappiamo invece per il demonio:
perciò l'inferno non è "vuoto", anche se ovviamente non è un luogo.
Il fatto che si parli poco dell'inferno è conseguenza del
fatto che si tende a dimenticare il demonio?
Anche di questo, ma soprattutto del fatto che si tende a
dimenticare la libertà dell'uomo. Tutti parlano di libertà, però come libertà
da vincoli esterni: ad esempio la libertà di parola e di stampa, o anche la
libertà di qualcosa di negativo, come l’aborto. Ma gran parte della cultura
attuale, soprattutto scientifica, ritiene che l'uomo non sia interiormente
libero. La libertà sarebbe semplicemente l’assenza di una coazione esterna. Ma
la vera libertà umana è anche libertà interiore, che si ha quando, posto tutto
ciò che si richiede per agire, si può ancora scegliere di agire o di non agire,
e di agire in un senso o nell’altro. Se non ci fosse questa liberà non avrebbe
senso l’inferno e non avrebbe senso nemmeno la croce di Cristo. Saremmo solo
degli animali, più evoluti, ma sostanzialmente non diversi dagli altri animali.
Molte mancanze non mettono in gioco tutta la nostra libertà e non meritano una
condanna eterna, ma l’uomo è capace di ben altro, di scelte terribili e
raccapriccianti, come vediamo nella vita e nella storia.
Come diceva Giovanni Paolo II: la misericordia come
limite al male?
Sì, solo la misericordia di Dio può porre un limite non
superabile al male che noi possiamo fare.
Ad oggi davanti a questa cultura contemporanea, complessa
e razionalista, come definirebbe in poche parole la speranza cristiana?
La speranza cristiana è la fiducia in Dio, anzitutto, e
la convinzione che Dio mi aiuta a superare quelle difficoltà che da solo non
potrei mai superare. Aci 17
Camillo Ruini: addio al cardinale del progetto culturale
È morto a 95 anni il cardinale Camillo Ruini, presidente
della Cei dal 1991 al 2007, il mandato più lungo. Dalle prolusioni ai grandi
convegni, da Palermo a Verona fino agli eventi su Dio e su Gesù, emerge il suo
stile: spostare la presenza dei cattolici dalla politica alla cultura – di
Riccardo Benotti
Non tanto l’unità politica dei cattolici, quanto una
cultura capace di reggere il cambiamento. In questo spostamento di terreno sta
la cifra del card. Camillo Ruini, morto a Roma il 16 giugno all’età di 95 anni.
Segretario generale dal 1986 e poi presidente dal 1991 al 2007 per volontà di
Giovanni Paolo II, ha guidato la Conferenza episcopale italiana per il mandato
più lungo della sua storia, mentre era anche vicario del Papa per la diocesi di
Roma. Teologo prestato al governo della Chiesa, vedeva nella cultura, come
scrisse nel 1994, lo “spazio privilegiato di incarnazione del Vangelo” e di
confronto con le diverse visioni della vita. Le sue prolusioni e i convegni che
promosse restano la mappa più fedele del suo metodo, al punto che per
descriverlo si coniò un termine, “ruinismo”.
Dall’unità politica al Vangelo della carità
Nelle prime prolusioni da presidente, all’inizio degli
anni Novanta, Ruini affidava ancora la presenza dei cattolici alla loro unità
politica: ai vescovi, nel 1992, confidava che il tramonto del vecchio partito
non avrebbe lasciato per molto tempo alternative paragonabili. Fu il crollo di
quel mondo – Tangentopoli, la fine della Democrazia cristiana – a imporre la
svolta. Con la prolusione del 1994 coniò l’espressione “progetto culturale”, e
al Convegno ecclesiale di Palermo del 1995, celebrato sul tema “Il Vangelo
della carità per una nuova società in Italia“, la trasformò in linea condivisa,
poi rilanciata da Giovanni Paolo II e destinata a segnare il decennio. L’assise
di Palermo segnò il passaggio: archiviata la stagione del partito unico e la
vecchia “scelta religiosa”, la strada era quella di formare una mentalità
condivisa – su cultura, impegno sociale, poveri, famiglia e giovani – senza che
il pluralismo politico dei credenti significasse una “diaspora culturale”.
Prima di lasciare la Cei, nella prolusione alla 56ª Assemblea generale di
maggio 2006 e nella sessione primaverile del Consiglio permanente, aveva già
tracciato i contorni di quella che Verona avrebbe confermato come stagione
nuova. Al Convegno di Verona del 2006 – l’ultimo grande appuntamento del
mandato – indicava nella questione antropologica “una novità di grande
spessore“: il terreno sul quale si sarebbe giocata la presenza cristiana
nell’epoca che si apriva.
Bioetica, questione di Dio e nazione
Sul versante pubblico lo stesso metodo si faceva
fermezza. Nell’ultima prolusione da presidente, nel gennaio 2007, Ruini legava
l’evangelizzazione al “bene complessivo della nostra amata Nazione” e ribadiva
il rifiuto dell’eutanasia, spiegando la sofferta decisione di negare i funerali
religiosi a Piergiorgio Welby. Le sue prolusioni erano d’altronde anche una
lettura morale della vita del Paese, dal terrorismo internazionale al dolore
per Nassiriya. Erano gli anni dei principi non negoziabili e del referendum del
2005 sulla procreazione assistita: l’invito all’astensione – che contribuì a far
mancare il quorum bloccando la consultazione – gli valse insieme grande
influenza e accuse di ingerenza. Lasciata la Cei nel 2007, non abbandonò il
terreno scelto: alla guida del Comitato per il progetto culturale portò nel
dibattito pubblico due eventi internazionali aperti anche ai non credenti. Nel
2009, con Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto, chiamò a confronto
all’Auditorium della Conciliazione scienziati e filosofi di ogni orientamento,
sostenendo che sulla questione di Dio non è possibile restare neutrali. Nel
2012 fu la volta di Gesù nostro contemporaneo, attorno all’idea di un Cristo
presenza viva nella storia e non figura del passato. C’era poi l’altra metà del
suo stile, che derivava dalla sua fede incrollabile nel Risorto, che confessò
nel commiato del 7 marzo 2007: corrispondere ai Successori di Pietro era stato,
scrisse, “il primo criterio di orientamento della mia azione“. Uomo dei Papi
prima ancora che stratega, fedele al motto del suo stemma: veritas liberabit
nos. Sir 17
Morto don Dyckhoff, sacerdote tedesco della “preghiera della quiete”
Aveva studiato il padre del deserto Giovani Cassiano,
tramandandone la pratica contemplativa. Un ricordo personale - Di Giacomo König
Francoforte. Ricordo ancora bene il momento in cui
conobbi don Peter Dyckhoff, sacerdote tedesco scomparso lo scorso 4 giugno
2026, dopo una lunga malattia. Era il 2015. Lavoravo nell’ufficio comunicazione
della sezione tedesca di Aiuto alla Chiesa che Soffre di Germania a Monaco di
Baviera. Tra i miei compiti c’era quello di aiutare come cameraman nello studio
televisivo dell’opera di diritto pontificio che sostiene i cristiani
perseguitati nel mondo. Il sacerdote aveva scritto un nuovo libro sulla
“preghiera di quiete” e veniva a presentarlo in una nostra serie televisiva
chiamata appunto “Buch-Gespräche”, “Colloqui su un libro”, moderata da un mio
collega Anselm Blumberg, poi diventato anche un caro amico.
Prima di entrare in studio, l’ospite doveva fare un
passaggio “al trucco”, per evitare che la sua pelle avesse riflessi luminosi
sgradevoli in camera. Me ne occupai io. Ebbi così l’occasione di soffermarmi
sui tratti del suo volto. Don Dyckhoff aveva 78 anni - era nato nel 1937 a
Rheine, nella Westfalia - e già tanta vita si era sedimentata sulle pieghe
della sua pelle. Le osservai una ad una, passandoci sopra il cotone con un po’
di cipria opacizzante. Rimasi colpito dalla calma del suo viso, pieno di pace,
sereno, illuminato dai capelli bianchissimi. Notai che emanava una luce
particolare, la luce dei santi, pensai.
Arrivato da poco in Germania, non conoscevo nulla della
sua opera. Non sapevo che tutti gli studi della sua vita si erano concentrati
sulla spiritualità dei padri del deserto, in particolare sulla figura di
Giovanni Cassiano, un monaco del IV e V secolo che aveva appreso e trasmesso
una forma di preghiera contemplativa, consistente nella ripetizione mentale di
una frase di contenuto spirituale. Un tema su cui don Dyckhoff aveva scritto
molti libri, diversi tradotti anche in italiano, rivivificando questa
tradizione nel cuore dell’Europa.
La fortuna, o forse Qualcuno di ancora più potente,
decise quel giorno che io fossi l’operatore video a manovrare proprio la camera
di fronte a lui, quella che doveva cogliere le inquadrature più strette del suo
volto. L’intervista cominciò e di risposta in risposta, apprendevo
l’applicazione pratica della preghiera di quiete. Capii che proprio quello era
il segreto della pace sul volto di questo sacerdote. Raccontava che la sua vita
non era stata facile.
Dopo la maturità, percependo forse una vocazione al
sacerdozio, aveva intrapreso gli studi di teologia cattolica presso l’Istituto
di Teologia e Filosofia Sankt Georgen. Successivamente era passato alla facoltà
di psicologia dell’Università di Münster. Quando suo padre morì in un
incidente, aveva interrotto gli studi. Era il 1964, e a soli 27 anni aveva
ereditato l’azienda tessile dei genitori, senza averlo scelto e senza nutrire
dunque una vera passione per quel lavoro. Per senso di responsabilità si era
messo dietro la scrivania della posizione di comando, rimanendo ben presto
schiacciato da incombenze e doveri. Quel ruolo non faceva per lui. Presto perse
il controllo della sua vita, andò in cerca di ogni sorta di stordimento, per
procurarsi qualche momento di leggerezza, in un’esistenza piena di pesi. Poi la
svolta. Durante la trasmissione, disse di aver conosciuto questa preghiera di
quiete e aver iniziato a praticarla. Piano piano, con la pace tornò anche la
vocazione sacerdotale. A circa 40 anni, Peter Dyckhoff lasciò la direzione
dell'azienda e dal 1977 riprese gli studi di teologia. Fu ordinato sacerdote
nel 1981 a Bressanone, in Alto Adige.
Non era il primo ospite televisivo che riprendevo. Ma
lui, nei pochi minuti dell’intervista, riusciva a lasciare un segno, non solo
nella memoria della telecamera. Ma anche in me. A trasmissione finita non mi fu
difficile procurarmi i libri di don Dyckhoff. Le case editrici presso cui
pubblicava i suoi scritti sulla preghiera di quiete – davvero tantissimi -
mandavano alla nostra sede esemplari per la stampa, affinché potessimo
dedicargli degli approfondimenti. Soprii che gli scaffali del mio collega
Anselm erano pieni dei suoi libri. Cominciai a leggerli. Pian piano li lessi
tutti. Uno di essi conteneva le “istruzioni per l’uso” della preghiera di
quiete e anche le 32 frasi - alcune più lunghe, altre composte di una sola
parola - che la tradizione della Chiesa aveva tramandato nei secoli per praticare
la preghiera di quiete. Don Dyckhoff spiegava che bisognava leggerle tutte e
scegliere quella che lasciava risuonare dentro un’eco più forte. Era lo Spirito
Santo che suggeriva la frase giusta: ben oltre la comprensione umana, quella
frase era la salvezza, la mano tesa di Dio sull’orante. L’autore aggiungeva che
la frase non andava mai più cambiata nel corso della vita, se non con il
consenso del proprio padre spirituale, l’unico che poteva conoscerla. La
“parola”, infatti, non andava rivelata a nessuno e la preghiera non andava mai
abbandonata o interrotta. Mai. Praticandola ci si prendeva un impegno con Dio.
Trascurarla significava, scriveva ancora don Dyckhoff, esporsi al pericolo che,
dopo averne cacciati via alcuni, una schiera di demoni ancora peggiori
prendesse possesso della “casa” della nostra vita spirituale, come spiega Gesù
nel Vangelo dopo un esorcismo.
Dunque scelsi la mia frase. E da allora, da undici anni
ormai, pratico regolarmente la preghiera della quiete. Nel bene o nel male,
l’ho adattata ai miei tempi, ai miei impegni e alle mie modalità. So di essere
un autodidatta e quindi di commettere errori nella pratica, ma lo Spirito è
paziente e mi elargisce i suoi doni nonostante la mia sciatteria. Questo tipo
di preghiera è stato molte volte il salvagente della mia vita. Sono grato
dunque al sacerdote che, senza saperlo, me lo lanciò.
In uno dei suoi libri - Sterben im Vertrauen auf Gott,
“Morire confidando in Dio” - che lessi con avidità godendo della spiritualità
pacifica di questo uomo di Dio, don Dyckhoff spiega che la preghiera della
quiete è un po’ come lasciarsi andare, abbandonare sé stessi con la fiducia di
non cadere nel Nulla, ma di incontrare prima o poi le mani di Dio, pronte a
raccoglierci. Questo è ciò che rende la preghiera di quiete simile alla morte.
Sono sicuro dunque che don Dyckhoff è morto in pace, abbracciato dalla quiete
di Dio che ha invocato per tutta la vita.
Don Dyckhoff nel 2013 fondò la Stiftung Ruhegebet, la
Fondazione della Preghiera del Silenzio, per promuovere e preservare la
tradizione spirituale di questo tipo di preghiera attraverso dei seminari che i
suoi collaboratori tengono in tutta la Germania. In un necrologio, la
Fondazione ha reso omaggio al sacerdote defunto definendolo un “grande uomo di
fede e di preghiera”. Ha aggiunto che è venuto a mancare “dopo una lunga
malattia sopportata con ammirevole pazienza”. Con libri, conferenze e
trasmissioni radiofoniche e televisive – si legge ancora nel necrologio - ha
arricchito “innumerevoli persone” e la sua opera proseguirà, ha annunciato il
consiglio direttivo.
Uno dei rimpianti della mia vita di fede è di non aver
mai partecipato ad uno dei seminari sulla preghiera di quiete organizzati dalla
Fondazione. Ma, chissà, forse un giorno. Aci 16
La "cultura della cura" per costituire la civiltà dell'amore
Videomessaggio di papa Leone XIV in occasione del decimo
“Austrian World Summit”
Città del Vaticano. “La sostenibilità, l'ecologia
integrale e la cura del creato sono temi che da molti decenni destano
preoccupazione. La Chiesa è sempre stata consapevole che la questione ecologica
ha una dimensione morale. Infatti, la crisi ambientale non è un problema
isolato, ma piuttosto l'aspetto ecologico della crisi socio-economica
contemporanea”, così papa Leone XIV inizia il suo videomessaggio indirizzato ai
partecipanti al decimo Austrian World Summit che si tiene oggi a Vienna, presso
il Palazzo Hofburg.
E poi l’incoraggiamento e il suggerimento di tre temi,
basati sulle “virtù cristiane di fede, speranza e carità”. Il primo tema che il
pontefice individua è la fede: “Coloro che credono che il nostro mondo sia
stato creato da Dio e sia intrinsecamente buono sono chiamati ad assumersi una
responsabilità ancora maggiore nella cura del creato, poiché questo è un requisito
della loro fede”.
Poi, il secondo tema, la speranza: “Data la natura
globale delle sfide che stiamo affrontando - continua il pontefice nel
videomessaggio - è chiaro che molte persone sono preoccupate. C'è, infatti, una
crescente consapevolezza che la pace è minacciata dalla mancanza di rispetto
per il creato, dal saccheggio delle risorse naturali e da un progressivo
declino della qualità della vita dovuto ai cambiamenti climatici. Queste sfide
richiedono la cooperazione internazionale, insieme a un multilateralismo coeso
e lungimirante, per trovare soluzioni efficaci”. Un riferimento, poi, al
COP30: il pontefice auspica che i progressi della COP30 possano “essere seguiti
da una transizione giusta verso società in cui il bene comune prevalga sul
profitto e i modelli economici siano fondati sulla solidarietà e sulla dignità
umana”.
Infine, il tema dell'amore. L’amore per l’ambiente è “la
chiave per uno sviluppo autentico, poiché per rendere la società più umana, più
degna della persona umana”. In merito, un riferimento a papa Francesco, alla
sua Laudato si’. Papa Leone XIV parla di “amore civico e politico” ribadendo un
concetto del pontefice argentino.
Infine, una speranza: quella di promuovere la “cultura
della cura" e contribuire così alla “civiltà dell’amore”. Aci 16
Papa Leone XIV ai nonni e agli anziani: “Non abbiate paura della fragilità”
Reso noto il Messaggio 2026 - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. “Per bocca del profeta Isaia il
Signore promette che non si dimenticherà mai di nessuno di noi. Ci assicura che
i nostri volti li porta disegnati sulle palme delle sue mani e che il suo amore
è più grande di quello di una madre per suo figlio. Il profeta ci lascia
intravedere un dialogo intimo e serrato nel quale Dio si rivolge a ciascuno e
al popolo stesso dandogli del tu”. Con queste parole inizia il Messaggio del
Papa dedicato ai Nonni e degli Anziani per la Giornata Mondiale dedicata a loro
che si celebra la quarta domenica di luglio -quest’anno il 26 luglio -, sul
tema “Io invece non ti dimenticherò mai”. La Sala Stampa della Santa Sede ha
reso noto oggi il Messaggio.
“Sopra le esistenze di molti anziani, in particolare,
sembra essere disteso un velo che sfuma i tratti dei volti e ammanta di oblio.
È quello che accade nelle case dove regna la solitudine, e anche in quei luoghi
di ricovero dove la singolarità di ogni persona rischia di essere ridotta al
numero del suo letto o alla sua patologia. La celebrazione della Giornata
Mondiale dei Nonni e degli Anziani è un’opportunità per riscoprire che la
Chiesa è chiamata a essere madre di tutti e che ad ogni età è sempre possibile
scoprirsi figli e figlie di Dio”, scrive Papa Leone XIV nel Messaggio.
“Questa Giornata sia dunque uno stimolo per tutti, in
particolare per i più giovani, a riprendere la bella abitudine di visitare i
propri nonni, gli anziani della famiglia, e anche coloro che non ricevono
alcuna visita. Portate loro, con questo messaggio e la vostra presenza, la
vicinanza e l’affetto del Papa. Fate in modo che le parole del profeta “Io
invece non ti dimenticherò mai” prendano la forma di un tenero e affettuoso
incontro. «In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana
continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di
tenerezza, da menti attente e da parole buone”, dice ancora il Papa.
“La Chiesa conosce la sofferenza dei suoi figli più
anziani, sa bene che troppo spesso si guarda a loro con pregiudizio e li si
considera un peso; è consapevole che un’economia incentrata sul profitto indebolisce
i legami familiari; sa che molti anziani vengono lasciati dai figli costretti a
migrare o, in alcuni casi, a combattere in guerra. Per ognuno di questi motivi,
è lieta di annunciare la promessa del Signore: “Io invece non ti dimenticherò
mai!”, questo l’appello di Papa Leone XIV.
“La scoperta della tenerezza di Dio, per molti, avviene
nel corso dell’esistenza, talvolta proprio nell’ultimo tratto della vita.
Sempre più spesso, infatti, a differenza del passato, è possibile diventare
anziani senza aver avuto una reale esperienza di fede. L’età avanzata, in
questo caso, a partire dalle domande che in questa stagione della vita con più
urgenza ci si pone, può divenire il tempo opportuno per iniziare o riprendere
una vita spirituale… Mi sento di dirvi: non abbiate paura della fragilità!
Proprio questa debolezza cela in sé una nuova potenzialità che illumina anche
le altre età della vita”, conclude infine il Pontefice. Aci 15
“In occasione del Vertice del G7 che nel 2026 si riunisce
in Francia, noi, Presidenti delle Conferenze Episcopali dei Paesi membri del
G7, con il sostegno del Presidente della Commissione delle Conferenze
Episcopali dell’Unione Europea, rivolgiamo ai Capi di Stato e di Governo un
messaggio comune ispirato dal Vangelo e dalla dottrina sociale della Chiesa”.
Inizia così il testo dell’appello, in 4 punti, reso noto
venerdì 12 giugno. Di fronte ai conflitti armati, alle fratture geopolitiche,
alle disuguaglianze crescenti, alle sfide climatiche e ai mutamenti
tecnologici, i vescovi ricordano “che il fondamento dell’azione politica ed
economica deve essere sempre la dignità di ogni persona umana”.
I firmatari chiedono agli Stati del G7 “di riaffermare il
loro impegno a favore del multilateralismo, del rispetto del diritto
internazionale e della ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti. In un mondo
segnato dalla guerra e dall’instabilità, è più che mai necessario consolidare
le istituzioni internazionali, tutelare le popolazioni civili e promuovere i
diritti fondamentali, in particolare la libertà religiosa e la dignità delle
persone più vulnerabili”.
Essi invitano inoltre i Paesi del G7 “a riportare la
persona umana al centro dello sviluppo e della solidarietà internazionale e
chiediamo un ascolto reciproco più attento tra i popoli”; e, “di fronte al
rapido sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale”,
sottolineano “l’urgenza di una governance etica, trasparente e democratica, che
garantisca che tali innovazioni rimangano al servizio del bene comune e della
persona umana. Chiediamo un’attenzione particolare agli effetti che esse hanno
sui bambini e sui giovani, nonché sul rispetto delle libertà fondamentali”.
Al termine del quarto punto dell’appello – “Assumere una
responsabilità comune nei confronti del creato e delle persone sfollate” – un
riferimento esplicito alla questione della mobilità umana: “Ricordiamo inoltre
che i migranti e i rifugiati devono sempre essere accolti con dignità, pur
riconoscendo la legittima responsabilità degli Stati di preservare il bene
comune. Le persone costrette a fuggire dalla guerra, dalle persecuzioni, dalla
miseria o dalle catastrofi climatiche non possono essere considerate una
minaccia. Sono fratelli e sorelle nell’umanità”. Migr. 15
Papa Leone XIV: una Chiesa povera che cammina accanto ai poveri
Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la X Giornata
Mondiale dei Poveri Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano. Un Messaggio scritto nella memoria
liturgica di sant'Antonio di Padova, il santo “per eccellenza” dei
poveri. E' il Messaggio di papa Leone XIV per la X giornata dei poveri che
sarà celebrata domenica 15 novembre. Il titolo è tratto dal salmo 14: “Il
Signore è il rifugio del povero”.
Più volte papa Leone XIV si è concentrato sull'importanza
che ricoprono i poveri nella vita della Chiesa. Anche nel recente viaggio in
Spagna, ad esempio. Ed è l'esempio più vicino. Il pontefice parte da questo
versetto del salmo per parlare del tema della povertà: "L'espressione del
Salmo diventa criterio di giudizio per l'esistenza cristiana perché rivela il
volto di Dio e riconosce la povertà umana. In un momento storico drammatico,
infatti, quale fu la distruzione del tempio di Gerusalemme, il popolo si sentì
privato della presenza di Dio e sperimentò una miseria materiale e morale
senza precedenti". Non perde certamente di attualità questa Parola, per il
pontefice. Mette l'accento, poi, sulla “perdita di senso della trascendenza
nella vita quotidiana” che “non è più tanto una negazione teorica
dell'esistenza di Dio, piuttosto una “mancata considerazione della sua bontà e
misericordia per la costruzione della giustizia personale e sociale” sottolinea
il Messaggio.
I poveri ci ricordano che l'umanità non può vivere con
persone “una sopra l'altra” (nel senso di sopraffazione): dobbiamo sempre
ricordarci di essere piuttosto uno accanto all'altro. La discriminazione è
dietro l'angolo, ribadisce papa Leone nel messaggio: c'è nel nostro tempo “una
dissacrante logica di prevaricazione e di scarto che emargina e umiliante”. E
per questa discriminante, molto spesso, si fa anche utilizzo della tecnologia
che “radicalizza il pregiudizio nei loro riguardi e accresce la cortina di
indifferenza che circonda le loro cause”.
Il grido dei poveri, altro tema al centro del messaggio:
"Quanti sono oppressi, umiliati e indifesi crescono anche oggi nella
certezza di doversi abbandonare a Dio carichi di fiducia e di attesa. In questo
totale affidamento, rifiorisce il senso della propria dignità, si riconoscono
sorelle e fratelli con cui organizzare i propri sogni, la speranza diventa
silenziosamente realtà. Rifugiarsi in Dio equivale a trovare la protezione vera
e sicura, quella che i potenti non possono garantire e preferiscono
negare" continua il messaggio.
La ricchezza del povero, allora, è custodita nel sapere
"riconoscere più di altri l'essenziale, perché vive dell'essenziale. Più
simile di tutti a Cristo, riconosce Dio come proprio rifugio anche quando le
circostanze sembrano smentirlo, ed è colmo di speranza per la sua giustizia,
che non tarda a manifestarsi". L'unico davvero in cui è possibile trovare
rifugio è Dio, Cristo che “non solo protegge, ma condivide la povertà umana
fino alla croce”.
"In Cristo siamo chiamati dunque anche noi a
diventare poveri ea farci rifugio per il povero. La comunità cristiana non può
rimanere insensibile davanti ai tanti che oggi sono alla porta e rimanere
invisibili a quanti stanno chiusi tra le proprie mura. La Chiesa, per sua
stessa natura, è chiamata ad essere povera e rifugio per i poveri"
sottolinea il messaggio. Cita l'esortazione apostolica “Dilexi te” a riguardo:
"Verso i poveri Dio mostra predilezione: prima di tutto a loro è rivolta
la parola di speranza e di liberazione del Signore e, perciò, pur nella
condizione di povertà o debolezza, nessuno deve dover essere più abbandonato. E
la Chiesa, se vuole essere di Cristo, dev'essere Chiesa delle Beatitudini,
Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri, luogo in cui i
poveri hanno un posto privilegiato"
E, infine, pone alcune domande: Siamo segno di un Dio che
è rifugio per i poveri? Abbiamo coscienza della nostra povertà e la preferiamo
all'ingiusta ricchezza? Arriviamo là dove si trovano i poveri, sperimentando la
loro marginalità? Ne ascoltiamo i pensieri e ne condividiamo le attese? Ne
pronunciamo nomi con tenerezza divina? La nostra carità riattiva e sostiene in
loro il desiderio di giustizia e di riscatto? Domande che - secondo papa Leone
XIV - “obbligano a un serio esame di coscienza, per verificare quanto ancora
siamo chiamati a diventare a favore dei poveri e per la loro
liberazione”.
Nell'ultima parte, un ricordo, poi all'ottavo centenario
della morte di San Francesco d'Assisi che "ci sollecita a ricordare come,
giunto a Roma pellegrino alla tomba dell'apostolo Pietro, egli fu colto da
compassione per i mendicanti. Per comprendere e sperimentare la loro
sofferenza, si tolse i propri abiti e li scambiò coi vestiti stracciati di uno
di loro, sedendosi a chiedere l'elemosina e trascorrendo l'intera giornata in
mezzo ai poveri con gioia di spirito". Aci 14
Dalle diocesi, la Chiesa in Italia celebra sant'Antonio di Padova
La devozione al Santo da nord a sud - Di Cesare Bolla
Roma. In Italia sono molte le diocesi e le parrocchie che
celebrano in modo particolare la festa di sant’Antonio di Padova, che diventa
non un semplice appuntamento del calendario liturgico, ma un movimento di
persone devote che si mettono in cammino in pellegrinaggio e partecipano a
momenti di preghiera, processioni, ecc. Una festa che attraversa l’Italia:
pellegrini che arrivano da ogni parte a Padova e nelle chiese e santuari
dedicati al Santo, famiglie che affidano speranze e ferite, comunità che si
ritrovano attorno a questo religioso.
Una devozione concreta che fa dire al vescovo di Padova,
Claudio Cipolla: “si rimane sempre meravigliati quando una cosa antica continua
a rimanere significativa nel tempo. La devozione a sant’Antonio è certamente
una di queste realtà che hanno custodito la loro freschezza e capacità di
parlare lungo i secoli”. Sant’Antonio - aggiunge - ancora ci parla, interroga,
attira a sé; e lo fa, per così dire, “a cerchi concentrici”: dal luogo della
sua sepoltura in Basilica, alla città di Padova, all’Italia, fino a raggiungere
davvero tutti i paesi del mondo. È paradossale! Si fa fatica a capire come mai.
Per quanto ai suoi tempi fosse conosciuto, soprattutto nel Padovano; per quanto
siano molti i prodigi attribuiti alla sua intercessione, rimane difficile
rendere ragione di tutto l’affetto che gli viene dedicato. In fondo, quando si
ha a che fare con il Vangelo, c’è sempre qualcosa che sfugge, che va al di là
delle logiche umane e dei calcoli. Tante volte occorre proprio accettare come
vero e reale anche ciò che è inspiegabile, che sembra senza logica”.
Il vescovo patavino sottolinea che sant’Antonio “aveva a
cuore il silenzio”, aveva a “cuore la pace”, “aveva a cuore la giustizia”.
“Chiunque deve essere operatore di pace: non sono i mezzi
di cui disponiamo che ci fanno essere operatori di pace perché questa è la
logica del riarmo, ma è l’essere disarmati, che ci permette di chiedere il
disarmo, di parlare ammonendo i reggitori della Terra”, ha detto proprio a
Padova l’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, il card. Matteo Zuppi,
partecipando alla Tredicina. Ricordando l’ottavo centenario della morte di san
Francesco d’Assisi ha ricordato che “non faceva sconti: rivolgeva le sue
istanze ai reggitori e li metteva di fronte al giudizio di Dio. Ciò vale anche
per tutti quanti noi: per farlo dobbiamo essere disarmati. Anche sant’Antonio -
ha quindi aggiunto - era disarmato in questo. L’unica sua forza era la parola e
soprattutto l’esempio della sua vita”.
Molti i pellegrinaggi diocesani nella basilica di Padova
in questi tredici giorni che hanno preparato la festa liturgica di oggi. “È una
concomitanza molto bella” quella che accosta la figura di sant’Antonio a quella
di san Francesco nell’ottavo centenario dalla morte, ha detto il Patriarca di
Venezia, Francesco Moraglia.
A sant’Antonio è dedicato anche un tutorial dell’Associazione
WebCattolici Italiani (WeCa) dal titolo “Antonio: predicatore dotto e
comunicatore per le folle”, scritto da padre Paolo Floretta per raccontarne la
figura come modello di comunicazione pastorale.
In questi giorni è stato pubblicato anche un documento
della Conferenza Episcopale Italiana dal titolo “Radicati e costruiti in
Cristo”. Si tratta delle Linee di orientamento per l’attuazione del Documento
di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, approvato
nell’ultima Assemblea Generale per il prossimo quinquennio. Nel testo sono
indicate alcune priorità, riconosciute dai vescovi italiani a partire da una
rilettura globale del Documento di sintesi del Cammino sinodale, nel processo
di recezione del Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea
Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Questo documento non sostituisce il
Documento di sintesi né si sovrappone al discernimento delle Chiese locali,
delle Metropolie e/o delle Conferenze Episcopali Regionali, spiega la Cei.
E poi l’attenzione alla pastorale giovanile. “Posso
fidarmi di chi mi guida?” è la domanda al centro del nuovo episodio di La Fede
senza filtri, il podcast del Servizio Nazionale della Cei nel quale vengono
affrontati alcuni temi particolarmente sentiti dai giovani: la fiducia nelle
figure ecclesiali, il ruolo degli educatori, il bisogno di autenticità. “La
fiducia non si chiede, si guadagna col tempo, con la capacità di stare accanto
senza giudicare e camminando al tuo stesso passo”, afferma don Salvatore
Corvino, che nel podcast dialoga con Giorgia: “I giovani, quando immaginano
l’educatore ideale, non cercano l’esperto senza ferite né fragilità, ma -
sottolinea il sacerdote - un peccatore perdonato che cammini insieme, che
sappia ascoltare e proporre mete alte. Queste sono le uniche credenziali che
contano davvero”.
Domani a Geraci Siculo la Statio Ecclesiae Cephalocensis,
convocata dal vescovo di Cefalù, Giuseppe Marciante. La comunità diocesana si
ritroverà attorno al presule per pregare per le vocazioni al ministero
ordinato, alla vita consacrata, alla missione e a tutte le forme di servizio
ecclesiale e di testimonianza cristiana nelle famiglie, nei luoghi di lavoro,
nella scuola e nella società. “Abbiamo bisogno di comunità - dice Marciante -
che sappiano generare alla fede, accompagnare i giovani, accogliere chi è in
ricerca, sostenere chi è nel dolore e annunciare con gioia il Vangelo. Abbiamo
bisogno di uomini e donne che, avendo incontrato Cristo, sappiano dire con la
vita: ‘Abbiamo trovato il Signore’”.
E parlando di vocazioni, oggi a Brescia il vescovo
Pierantonio Tremolada consacrerà otto nuovi sacerdoti: don Andrea Coccoli, don
Giacomo Cottinelli, don Omar Scolari e don Andrea Tonni, formatisi nel
Seminario diocesano, e quattro religiosi: due Carmelitani Scalzi, padre
Benedetto Moser e padre Lorenzo Olivato, e due della Congregazione Figli di
Maria Immacolata-Pavoniani, padre Davide Invernizzi e padre Paul Chima Agu.
E giovedì, nella cattedrale di Cosenza, l’ordinazione
sacerdotale di don Matteo Agapito Biamonte, ordinato dall’arcivescovo di
Cosenza-Bisignano, Giovanni Checchinato. “Che il tuo cuore sia mite, per non
spaventare nessuno. Umile, per saper scendere nelle miserie di tutti.
Accogliente, per essere il ristoro degli affaticati. Diventa il volto, lo
sguardo e la carezza del cuore di Gesù per questo mondo che ha così tanto bisogno
d’amore”, ha detto il presule rivolgendosi al nuovo presbitero. Aci 13
Oggi il Papa dedica ancora una volta il suo tempo ai
migranti. Lo fa a Tenerife, nel suo ultimo giorno di viaggio - Di Veronica
Giacometti
Città del Vaticano. Oggi il Papa dedica ancora una volta
il suo tempo ai migranti. Lo fa a Tenerife, nel suo ultimo giorno di viaggio.
Il Pontefice, da Gran Canaria, si trasferisce in auto al Centro di accoglienza
Las Raíces per l’incontro con i migranti lì ospitati.
Il Centro di accoglienza Las Raíces è una struttura di
accoglienza temporanea per migranti situata in un’ex caserma militare nel
Comune di La Laguna, a Tenerife. È una delle strutture principali gestite dal
Ministero spagnolo dell’Inclusione e dalle ONG per gestire l’emergenza sbarchi
della Ruta Canaria. Sono presenti circa 600 migranti.
Papa Leone XIV viene accolto dal Direttore del Centro di
accoglienza Las Raíces. Dopo le parole di benvenuto del Vescovo di San
Cristóbal de La Laguna, Tenerife, Monsignor Eloy Alberto Santiago Santiago,
della Ministra dell’Inclusione, della Sicurezza Sociale e delle Migrazioni e le
testimonianze di due migranti, il Papa rivolge un saluto ai presenti in lingua
francese.
“Oggi nella Chiesa celebriamo la solennità del Sacro
Cuore di Gesù, che per i cristiani rappresenta l’amore misericordioso e
infinito di Dio per ogni essere umano. In questo contesto, è provvidenziale
poterci incontrare, vederci e soprattutto sapere che, al di là del nostro luogo
di provenienza, l’amore di Dio non conosce confini, non fa distinzioni, si dona
a tutti e ci raccoglie nell’unità. Vedendo i vostri volti e ascoltando le
vostre testimonianze, penso ai vostri cuori, feriti da tante difficoltà ma
anche consolati dall’amore ricevuto grazie ad altri cuori aperti, generosi e
misericordiosi. Il Cuore di Cristo ha sofferto ed è stato trafitto per amore,
ed è stato anche consolato da persone compassionevoli che si sono avvicinate
per alleviare il suo dolore”, dice il Pontefice in lingua francese davanti ai
migranti.
“Cari fratelli e sorelle, tutti — in qualche modo — siamo
migranti, tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste. Aiutiamoci
a fare di questo viaggio un evento più umano per tutti, offrendo ciò che è alla
portata di ciascuno. In questo senso, ringrazio per la collaborazione da parte
del Governo, delle diverse istituzioni e di tanti uomini e donne di buona
volontà, che rendono possibile questo concreto aiuto umanitario, che
restituisce speranza e dignità a tante persone”, commenta ancora il Pontefice.
Poi un riferimento al nome del centro che in italiano
significa radici. “Mi ha colpito il nome del vostro Centro di accoglienza, che
si chiama “Le Radici”. Al mio Predecessore, il caro Papa Francesco, che
desiderava tanto poter essere con voi, piaceva usare l’immagine delle radici
per indicare la necessità di non dimenticare le origini, di rimanere uniti e di
confidare nel Signore”, conclude Papa Leone XIV.
Al termine, il Pontefice visita una tenda e saluta alcuni
migranti. Poi incontra chi si occupa di loro, le realtà che ogni giorno
provvedono ai loro bisogni. Infatti Papa Leone XIV lascia il Centro Las
Raíces e raggiunge in auto la Plaza de Cristo per l’incontro con le realtà di
integrazione dei migranti.
Dopo un canto, le parole di benvenuto del Vescovo di
Tenerife e le testimonianze di un sacerdote venezuelano e di tre migranti, il
Papa anche a loro rivolge un discorso in spagnolo.
“È un piacere per me condividere questo momento con voi
qui, a San Cristóbal de La Laguna, sede di questa diocesi. Mi ha colpito ciò
che è stato detto di questa città: che è una città senza mura, una città
aperta. Forse questo particolare ci aiuta a capire che le barriere più
difficili da abbattere non sono sempre di pietra. A volte si trovano nello
sguardo, nella paura o nell’indifferenza. Il mare, che circonda queste isole,
ci porta storie che non sempre sappiamo leggere: storie di dolore, di speranza
e di ricerca. In una città senza mura, anche il cuore è chiamato ad aprirsi per
accoglierle. Per questo dobbiamo imparare il linguaggio della vicinanza, quello
che si capisce più con le mani che con le parole”, dice il Papa nel suo secondo
discorso di oggi.
“Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad
abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa
senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro. A voi,
cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino:
aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua,
rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune
e offrire con gratitudine i vostri doni”, il consiglio del Papa ai migranti.
“Dopo viaggi difficili e, a volte, diversi tentativi –
come nel caso di Khalid –, cercano qualcuno che dica loro, con i gesti prima
che con le parole: la tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è
invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato –
come ci diceva Mbacke. Ma cercano anche qualcos’altro: una possibilità concreta
di ricominciare, di imparare, di lavorare, di servire, di partecipare, di non
rimanere rinchiusi per sempre nella condizione di vittime”, dice il Papa
rispondendo alle domande che ha ascoltato.
Per il Pontefice “chi arriva nelle nostre parrocchie ha
bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione; e deve
anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e
della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la
coscienza e la libertà di ogni persona”.
“Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni
corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete
comparire davanti alla giustizia divina (cfr 2Cor 5,10). Spezzate quelle catene
e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio (cfr Is 58,6). Restituite
ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora
tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più
incallito”, l’appello forte del Papa a Tenerife.
Al termine dell’incontro, il Pontefice, in golf-cart,
compie un giro tra i fedeli e poi si trasferisce alla Casa Vescovile. Lungo la
strada, saluta alcuni malati, i rappresentanti di taluni Istituti religiosi e i
fedeli. Arrivato, quindi, alla Casa Vescovile, Papa Leone XIV saluterà dal
balcone la Comunità cattolica locale.
Sci 12
Papa Leone XIV: ai piccoli Dio rivela sé stesso
La Santa Messa nel Porto di Santa Cruz de Tenerife prima
della partenza alla volta di Roma - Di Antonio Tarallo
Santa Cruz de Tenerife. Altro giorno, l'ultimo del suo
viaggio apostolico in Spagna. Altra celebrazione eucaristica. Questa volta lo
scenario è diverso: nessuno stadio bensì un porto vicino al mare. Allo
sconfinato mare. Si tratta del porto di Santa Cruz de Tenerife. Dopo aver avuto
l'incontro con i migranti ospiti del Centro di accoglienza Las Raíces e
dopo l'incontro in Plaza de Cristo per con le realtà di integrazione dei
migranti , papa Leone si è poi recato alla Casa Vescovile e dal balcone del
palazzo ha voluto salutare tutti i presenti. Una frase, colpisce molto, di
questo momento. Assai significativo: “Siamo riconoscenti a Dio per il dono
della vita”. Un dono - che per il pontefice - vuol dire soprattutto avere
“capacità di amare e di essere amati”.
E tutto ciò è possibile viverlo nella celebrazione
eucaristica: quella capacità di amare nel luogo privilegiato in cui è possibile
sentirsi amati da Dio, con il dono dell'Eucaristia. Così come doni sono anche
il sole, il blu del mare che fa da “scenografia” a questa Santa Messa nella
solennità del Sacro Cuore di Gesù. Ed è proprio il mare che suscita nel
pontefice le prime parole - dopo il consueto ringraziamento per questo viaggio
che volge al termine - che arrivano dritte negli animi di chi ha partecipato
alla Santa Messa: “Davanti a noi il mare richiama l'infinito e così anche il
cielo, ma infinito è soprattutto il desiderio che unisce il cuore di Dio a
tanti cuori umani, le cui gioie e speranze, tristezze e angosce trovano eco nel
cuore della Chiesa”. Il mare. Il cielo. Ancora oggi, papa Leone XIV sembra
divenire un poeta: il poeta del Vangelo. E la poesia - si sa - guarda al mondo
umano soprattutto. E così il pontefice ribadisce che “nessun essere umano è
un'isola”. L'essere umano è fatto per l'incontro e “non c'è ostacolo, distanza,
pericolo o minaccia che possa impedire a ciascuno il suo viaggio” ribadisce
papa Leone XIV.
Un viaggio che non è solo fisico, ma soprattutto del
cuore che può chiamare ciascuno all'intima “chiamata all'esodo e all'incontro”.
Ed è il Cuore di Gesù a rivelarci “come non perderci, però, in un dinamismo
sterile”. Fa un richiamo a papa Francesco, nella sua omelia, il pontefice:
ricorda le parole della Laudato si' . Molte persone troppo presenti nell'essere
occupate non si accorgono che così facendo possono "travolgere tutto ciò
che hanno intorno a sé. Questo incide sul modo in cui si tratta
l'ambiente". E papa Leone XIV, allora, dopo questo si sofferma su ciò:
“Sono parole che interrogano anche la vocazione turistica di Tenerife, sia
riguardo al cuore di chi sceglie ricordo di trascorrere qui un periodo di
vacanza, sia per chi vive e lavora sull'isola a contatto con ospiti da tanti
Paesi del mondo”. E si domanda, domanda: "Che cosa cerca il cuore umano?
Come rispondere alla sua sete in modo non ingannevole?" Rimane importante
- in tutto ciò - “specialmente per chi si lascia orientare dal Vangelo, non
ridurre tutto a commercio e profitto”.
E al Vangelo fa riferimento papa Leone XIV, a un Vangelo
soprattutto dei poveri. Ed è proprio a loro, "ai minimi", a chi è
incapace magari "di pensiero e di parola" "che Dio ha rivelato
sé stesso. Li ha arricchiti di ciò che resta nascosto a chi è circondato di
ammirazione e successo" ricorda papa Leone XIV. Con l'”Esortazione
apostolica Dilexi te” il pontefice - ricorda egli stesso - ha voluto “porre
attenzione a tale posto privilegiato dei poveri nella Rivelazione divina e
nella missione della Chiesa”. E' questo è un “mistero”: un mistero che “risuona
in modo del tutto specifico in queste isole, al centro di rotte migratorie che
le rendono luogo di prima accoglienza di fratelli e sorelle il cui viaggio è in
genere esposto a pericoli e violenze inenarrabili” . Sono sempre i poveri -
ricorda papa Leone XIV - “fonte di saggezza”.
E, infine, un ringraziamento alla popolazione di
Tenerife: “Grazie per ciò che siete e per ciò che fate, rendendo quest'isola un
luogo in cui incontrare il cuore di Cristo nel volto amico e accogliente di
persone e comunità fraterne”. E un'esortazione: “Abbiate particolare attenzione
agli adolescenti e ai giovani, ricchi e poveri, residenti e ospiti: hanno
bisogno di essere conosciuti con uno sguardo che vede oltre le apparenze e
riconosce la profondità del loro cuore inquieto, non di rado già orientato,
magari inconsapevolmente, al Regno di Dio e alla sua giustizia”.
Alla fine della celebrazione, è il vescovo di San
Cristóbal de La Laguna (Tenerife), monsignor Eloy Alberto Santiago Santiago, a
pronunciare i ringraziamenti per questo viaggio apostolico tanto atteso: “È
stato un momento di grazia per questa Chiesa particolare che si trova al
crocevia tra Europa, America e Africa. Questa piccola e umile Chiesa nivariense
che – accogliendo il suo invito nell’Esortazione apostolica Dilexi te – vuole
essere Chiesa delle Beatitudini, Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina
povera con i poveri, luogo in cui i poveri hanno un posto privilegiato”. Il
papa ha fatto dono, dopo queste parole, di un calice. Ma poi anche alcune
parole da parte del papa in cui ha ringraziato Dio per questo viaggio. Ricorda
i luoghi che ha visitato e si dice veramente commosso per tutta l'accoglienza
ricevuta. "Da questo porto che porta il nome della Santa Croce" il
papa pensa alle tante ferite del mondo. E, infine, un'esortazione:
"Alziamo lo sguardo", che è poi il motto di questo viaggio. E in
conclusione aggiunge: "Amati fratelli grazie di cuore, rimaniamo uniti
nella preghiera".
Il popolo di Tenerife saluta papa Leone XIV che si
appresta a partire alla volta di Roma. Aci 12
Papa in Spagna. Mons. Mazuelos: “È qui per mettere al centro il tema della
migrazione”
Papa Leone XIV nelle isole Canarie mette al centro i
migranti: al molo di Arguineguin l’incontro simbolo. Il vescovo Mazuelos
racconta storie, cause e contraddizioni delle rotte atlantiche, tra
accoglienza, limiti europei e una Chiesa impegnata e missionaria. di M. Chiara
Biagioni
Papa Leone XIV oggi nelle Isole Canarie. Prima tappa a
Gran Canaria, poi domani la partenza per Santa Cruz de Tenerife. “Penso che
Papa Leone abbia seguito, in qualche modo, il cammino intrapreso da Papa
Francesco, che aveva manifestato più volte il desiderio di venire a Gran
Canaria per portare all’attenzione la realtà della migrazione e, soprattutto,
per essere vicino al popolo locale, che spesso si è trovato ad affrontare da
solo questa situazione complessa”. E’ il vescovo di Gran Canaria mons. José
Mazuelos Pérez a parlare al Sir di questa nuova tappa del viaggio apostolico di
Papa Leone nelle isole canarie. Il primo appuntamento è l’atteso incontro con i
migranti e con i volontari nel porto di Arguineguín, conosciuto come “molo
della vergogna” perché punto di approdo per migliaia di migranti che arrivano
qui dopo viaggi difficilissimi e spesso letali lungo la rotta atlantica. “Papa
Leone – dice il vescovo – ha scelto di mostrarsi vicino alla popolazione di
Gran Canaria e di mettere al centro il tema della migrazione, che rappresenta
un problema globale. Ritengo che questo sia uno dei motivi principali della sua
visita”.
Che storie arrivano su quest’isola?
Arrivano molte storie di migranti: persone che fuggono
dalla guerra o dalla povertà. Parlando con persone provenienti dal Senegal o
dal Ghana, emerge spesso il racconto di intere famiglie che si sono riunite per
raccogliere il denaro necessario a permettere a uno di loro di partire per la
Spagna o per l’Europa. Una volta arrivata a destinazione, questa persona può
garantire il benessere dell’intera famiglia. Per questo motivo chi parte è la
persona migliore di un ampio nucleo familiare e questo processo rappresenta una
sorta di “emorragia” per i paesi d’origine come Ghana, Gambia o Senegal: è un
danno per tutta la società. Inoltre, arriva molta gente dall’America Latina,
soprattutto per i legami storici e culturali tra le Canarie e paesi come
Venezuela e Cuba. Si dice spesso che il Venezuela sia “l’ottava isola” delle
Canarie. Dunque, abbiamo una migrazione latinoamericana e una migrazione
subsahariana perché le Canarie rappresentano la porta dell’Europa più vicina
all’Africa.
Ma che Europa trovano?
Alcuni sono spinti a migrare dalla povertà, altri invece
sono attratti dal paradiso europeo che vedono sui social, altri ancora sono
costretti a lasciare la loro terra da contesti di guerra. Esiste una
contraddizione: da un lato, le risorse naturali dei paesi africani attirano
interessi internazionali; dall’altro queste ricchezze generano conflitti. Le
persone sono costrette a fuggire dalle loro stesse terre ma non sono accolti da
chi li costringe a fuggire. Ad esempio, paesi come il Mali sono ricchi di
risorse ma anche teatro di conflitti internazionali. Oppure il Senegal, che
possiede importanti risorse ittiche: lo sfruttamento intensivo da parte di
flotte straniere lascia ai pescatori locali poche possibilità di sopravvivenza,
spingendoli a partire. Molti migranti arrivano quindi cercando opportunità e un
futuro migliore, spesso sostenuti dalle loro famiglie e comunità.
Che futuro trovano una volta arrivati?
Spesso trovano porte chiuse. Le Canarie sono isole con
opportunità limitate, e molti aspirano a raggiungere la penisola o altri paesi
europei per lavorare. Tuttavia, uscire dall’isola non è semplice: servono mezzi
economici e autorizzazioni. Questo crea un grande problema, perché molti
rimangono bloccati.
Che Chiesa troverà Papa Leone?
Troverà una Chiesa viva, impegnata nell’accoglienza dei
migranti e nelle opere sociali a fianco dei più poveri. La Caritas qui conta
1.200 volontari. Ma è anche una Chiesa che si sta preparando alla nuova
evangelizzazione, seguendo quanto emerso nel Sinodo e alla luce
dell’insegnamento prima di Papa Francesco ed ora di Papa Leone. È una Chiesa
inserita in un contesto molto secolarizzato, segnato dal turismo, dal
consumismo e dalla ricerca del piacere immediato, ma dove emerge anche una
domanda profonda di senso. Siamo sempre più chiamati ad essere una Chiesa
pronta ad accogliere, come il padre del figlio prodigo, e ad aiutare, come il
buon samaritano, in un contesto in cui molte persone – soprattutto giovani –
sono ferite e in ricerca.
Che parole vi aspettate da Papa Leone?
Mi aspetto parole di speranza e di incoraggiamento. Papa
Leone – come recita anche il motto scelto per questa visita apostolica in
Spagna – invita ad “alzare lo sguardo”, a guardare oltre il presente, verso
Cristo, che può rispondere al desiderio di infinito che portiamo dentro. Questo
mi ricorda quanto diceva Benedetto XVI sulla necessità di aprire “finestre di
trascendenza” in un mondo che rischia di chiudersi in se stesso. Anche oggi è
fondamentale: abbiamo bisogno di riscoprire questa dimensione, e credo che Papa
Leone lo abbia molto chiaro.
Sir 11
Dio non è con chi impugna la spada
Milano – «Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non
possiamo credere in Gesù e uccidere l'innocente. Non possiamo credere in Gesù e
abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria». Con queste
parole, pronunciate il 10 giugno scorso durante l’omelia nella basilica della
Sagrada Familia di Barcellona, papa Leone XIV ha rilanciato con forza il
messaggio evangelico della pace e della fraternità tra i popoli.
Un richiamo netto che ribadisce come la guerra sia
incompatibile con il Vangelo e come il nome di Gesù non possa essere invocato
per giustificare la violenza, il dominio o l’uso delle armi.
Il tema del rapporto tra fede, politica e guerra è al
centro anche dell’editoriale pubblicato sul numero attualmente in edicola di
Vita Pastorale, firmato dal gesuita padre Francesco Occhetta, segretario
generale della Fondazione Fratelli Tutti. «In questi ultimi mesi – scrive
Occhetta – il Papa constata con amarezza che la guerra non è più percepita come
tragedia da evitare, ma tende a essere normalizzata dentro una cultura della
potenza, dove disponibilità di mezzi e capacità di dominio orientano le
decisioni politiche».
Anche dal punto di vista teologico, spiega l’editoriale,
parlare di un Dio dalla parte di chi combatte è da considerare teologicamente
falso, come ribadito da Papa Leone non appena arrivato in Spagna a proposito
della “guerra giusta”: «Nella tradizione cristiana, il “bellum iustum” non
intendeva giustificare la guerra, ma circoscriverla entro limiti rigorosi, per
ridurne la violenza e impedirne l’arbitrio. Tale dottrina – spiega Occhetta -
si articolava in quattro condizioni fondamentali (l’auctoritas principis, iusta
causa, Gaudium et spes, recta intentio). Alla luce delle trasformazioni
tecnologiche e della potenza distruttiva degli armamenti, il Magistero sociale
della Chiesa non perde l’occasione per ribadire che tali condizioni risultano
oggi difficilmente applicabili e giustificabili sul piano etico».
L’articolo inoltre prende a esempio l’episodio tra il
cattolico Vance e Papa Leone XIV per spiegare la contrapposizione tra una
visione fondata sulla logica della forza e una prospettiva che pone al centro
la dignità della persona, la fraternità tra i popoli e la costruzione della
pace attraverso il dialogo e il multilateralismo: «Per la Chiesa - conclude
Occhetta - la sfida è accompagnare i credenti in un contesto segnato da paure e
polarizzazioni, mantenendo uno sguardo evangelico che non legittimi la violenza
come soluzione ordinaria ai conflitti». Vita Pastorale giugno
Il Papa, la Croce di Cristo degli ultimi che diventano primi
Leone XIV a Sant' Agusti con gli ultimi e alla Sagrada
Familia - Di Angela Ambrogetti
Barcellona. Il Papa, attesissimo da una folla incredibile
che lo ha accompagnato per le strade della città, è arrivato al Tempio firmato
Gaudì nella serata dopo140 anni di attesa per il completamento e la benedizione
delle Torre di Gesù Cristo. E ricorda nella omelia che non siamo noi che diamo
posto a Dio ma Lui “dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il
posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi
che siamo peccatori”. Un entusiasmo dilagante, una celebrazione imponente, una
liturgia solenne. Al suo arrivo Valentina, una vivacissima ragazzina non
vedente, ha illustrato al Papa e ai Reali il modellino della Croce. Gioia e
commozione per un momento familiare. Poi la preghiera nelle cripta davanti alla
tomba di Gaudì il geniale architetto di cui si attende la beatificazione e di
cui si celebrano i cento anni della morte. Il Papa in ginocchio accende una
candela.
La incompiutezza non è un difetto, dice il Papa, ma
segna un lavoro sempre in corso “la sua imperfezione non è un difetto, perché
attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che
vogliamo onorare con coerenza” spiega Leone XIV. E ricorda che “davanti
alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi” e se
crediamo in Gesù “non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo
credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e
abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria.
Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo,
posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi,
dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno”.
Parla della catechesi delle tre facciate della basilica e
arriva alla Croce di Cristo: “ Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con
occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché
Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza” e
una Croce che “brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di
notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo”. Ma “occorre
passare attraverso la passione del Crocifisso, per essere
illuminati dalla gloria del Risorto” dice il Papa”. Poi
il pensiero va a Antoni Gaudì l’artista che ha fatto “del talento una lode e
della creatività la testimonianza del Creatore stesso”. E “in questo
tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano
eminenti canali di evangelizzazione” e “mentre alziamo lo sguardo a Lui,
il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere.
E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per
primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio
pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino,
come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo”.
Dopo la messa all’esterno della Basilica la benedizione
della Torre di Gesù Cristo e lo spettacolo di luci e fuochi d’artificio.
Dopo aver posto questa mattina, ai piedi Maria il
suo Ministero e la Chiesa, Papa Leone XIV aveva pranzato con i monaci del
Santuario di Montserrat con il ricordo al tempo in cui era parroco di una
parrocchia dedicata a Nostra Signora di Montserrat, a Trujillo, in Perù: “le
comunità monastiche sono esempio di sinodalità fin dalla loro fondazione” ha
detto, ma soprattutto “per il dono del silenzio, in un mondo pieno di rumore,
attività, distrazione” e, ha concluso: “il mondo ha bisogno di modelli che ci
invitino a vivere momenti di silenzio, a pregare”.
Prima di celebrare la messa alla Sagrada Familia lo
sguardo del Papa si è soffermato sui più deboli, nel quartiere Raval nella
chiesa di Sant Agustí conosciuta come la “cattedrale dei poveri”. La chiesa
barocca, costruita tra il 1728 e il 1750, è la sede di due confraternite, La
Macarena e Gran Poder che operano nel quartiere segnato da povertà,
immigrazione ed esclusione sociale, ma è anche una delle zone più
multiculturali della città con migranti che arrivano dall’ America Latina e
dall’ Asia. Un angolo della città vecchia. A fianco alla parrocchia le suore di
Madre Teresa di Calcutta.
Testimonianze, domande, tutte in catalano e le risposte
del Papa che ricorda anche l’inizio dei Mondiali di calcio, del football
americano, del suo fare sport che fa bene al corpo e all’anima. Una
lettera di un bambino che fa domande. E il Papa ricorda che “ogni bambino è un
sogno di Dio” e per questo “è essenziale chiedersi se vogliamo essere amici di
Gesù”. E se “anche se c’è sofferenza, Egli non abbandona mai alcuno dei suoi
figli, perché ci ha preparato una gioia eterna dove non ci saranno più
sofferenze né dolore”.
Scattano i ricordi, la visita negli anni 80 e il
“sentirsi a casa” e non solo perché una comunità agostiniana. Voleva essere
Papa? No ma volevo dedicare la mia vita a Dio.
Ma come ricambiare questo amore? Con amore risponde il
Papa. E parla dei nonni, degli anziani, della solitudine e del perdono: “Gesù
ci chiede di perdonare perché è l’unico modo per sperimentare la pace di Dio e
guarire le ferite spirituali”. E poiché siamo “chiamati ad amare Dio” siamo
invitati ad incontrare tutti. Questa è la carità evangelica. Sempre più necessaria
“nei tempi che stiamo vivendo, nei quali sembra essersi perso il senso della
sacra dignità della persona umana”. Una “dignità inalienabile” nella
creazione di uomo e donna, che “non dipende dalle capacità che possiede, dalle
ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge, ma dal dono che lo precede e lo
eccede, dato da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno”. Aci
10
Il Papa al porto di Gran Canaria: “La dignità umana non ha passaporto”
Il Papa al Porto di Arguineguín - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. Il Papa da Barcellona questa mattina
si è trasferito a Las Palmas de Gran Canaria. Arrivato alla base aerea di Gran
Canaria-Gando intorno alle 10.40 di Roma è stato accolto da parte di alcune
autorità locali. Il Papa trascorrerà queste ultime giornate del suo viaggio in
Spagna presso le Isole Canarie, un grande arcipelago situato nell’Oceano
Atlantico, al largo dell’Africa nord-occidentale, composto da sette isole
maggiori e altre isolette minori, tutte di origine vulcanica, che formano una
Comunità Autonoma della Spagna. L’attenzione di oggi va subito ai migranti.
Infatti la prima tappa del Papa alle Canarie è il Porto
di Arguineguín, sulla costa a sud dell’isola di Gran Canaria che viene chiamato
ancora il “Porto della vergogna” perché nel 2020 arrivarono, nel giro di una
settimana, circa 3.000 migranti che trovarono moltissime difficoltà.
Era appena scoppiata l’emergenza sanitaria legata al
Coronavirus. Dalla Mauritania e dal Senegal, dal Marocco e dal Sahara, numerosi
migranti raggiunsero le coste a bordo di imbarcazioni di fortuna. A causa della
pandemia, però, nessuno poteva accedere al porto: solo la Caritas si organizzò
per prestare soccorso ai naufraghi, fornendo cibo e materiale sanitario. Le
Isole Canarie rappresentano infatti uno dei punti di approdo all’Europa più
vicini al continente africano. Oggi Papa Leone XIV ha scelto di incontrare
tutte le realtà che, ogni giorno, sono impegnate nell’accoglienza e
nell’assistenza ai migranti.
Il Papa viene accolto dal Vescovo di Islas Canarias,
Monsignor José Mazuelos Pérez, dall’Amministratore delegato di Puertos Canarios
(Governo delle Isole Canarie), José Gilberto Moreno García, dal Sindaco di
Mogán, Onalia Bueno García, dal Vicario episcopale del Vicariato del Sud, don
Antonio Juan López González, dal Vicario della Pastorale sociale e dello
sviluppo umano, don José Ramón González Santana, dal Direttore della Caritas
diocesana delle Canarie, don Gonzalo Marrero Rodríguez, e dal Delegato per la
pastorale dei migranti, don Víctor Domínguez González.
“Oggi, in riva al mare, la Parola diventa concreta: qui
giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai della loro
dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone
di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere
Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza,
dopo il deserto, la notte e il mare”, dice il Papa ai presenti in lingua
spagnola.
Il messaggio di Papa Leone XIV alle Canarie è chiaro:
nessuno può dimenticarsi di questi uomini e di queste donne: “Vi sono persone
soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il
Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non
può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza,
la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù
non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte”.
Il Papa parla poi di alcuni mostri in particolare: “Anche
oggi esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella
disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e
l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo
sfruttamento o dall’oblio”.
Ma c’è la nostra speranza, Gesù. “Crediamo in un Dio che
soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere
la morte. Così ne ha fatto esperienza il popolo d’Israele, attraversando il Mar
Rosso per uscire dalla schiavitù. Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la
Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue
acque.”, dice il Papa a gran voce.
Per il Papa si tratta di “essere presenti là dove
l’essere umano soffre, dove le risorse non bastano e non c’è una lingua comune,
ma dove ancora possono parlare i gesti”.
Durante l’incontro Papa Leone XIV ascolta anche alcune
testimonianze: tra queste c’è quella di Blessing, nigeriana, una donna
costretta a lasciare il suo paese, una donna vittima di tratta e di
sfruttamento come molte altre purtroppo. “Vorrei che questo messaggio arrivasse
a te Blessing e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se
altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti
come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un
passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro.
Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia e
sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del
male; il tuo corpo non appartiene a chi si è approfittato di te; i tuoi giorni
non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura! La tua vita appartiene
a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti. E noi vogliamo
camminare con te, finché quella verità non tornerà a farsi sentire, più forte
del dolore”, queste le parole di coraggio e conforto del Pontefice ai migranti
delle Canarie e del mondo.
“Non consegnate la vostra esistenza a chi la
mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro
corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse
sono “canti delle sirene”, sono industrie di morte. Il vostro dramma deve
diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare
condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate
a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per
l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il
Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità
internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante. La dignità
umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale
contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di
accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere
con dignità nella propria terra La dignità umana non ha passaporto, né perde
valore quando attraversa una frontiera”, l’appello di Papa Leone XIV.
Al termine, prima di recarsi presso l’edicola della
Vergine del Carmelo per la benedizione di una croce realizzata con il legno di
un’imbarcazione di migranti, il Papa offre un omaggio floreale in memoria delle
vittime delle migrazioni via mare. Un minuto di silenzio, di preghiera e
riflessione.
Il discorso del Papa è dunque un forte richiamo alla
dignità dei migranti, alla lotta contro la tratta di esseri umani e alla
responsabilità condivisa di Stati, istituzioni e società civile nell'affrontare
il fenomeno migratorio. E anche e soprattutto la Chiesa deve stare in prima
linea su queste frontiere.
Il pomeriggio del Papa continua con l’incontro con
Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Religiosi, le Religiose, i Seminaristi e gli
Operatori pastorali presso la Cattedrale di Sant’Anna. Aci 11
“Agenda Digitale e Intelligenza Artificiale per ridisegnare il turismo”
Il ruolo dell'IA e della trasformazione digitale nel
turismo del futuro
Città del Vaticano. Comprendere il ruolo dell'IA e della
trasformazione digitale nel turismo del futuro. Questo il cuore del
Messaggio che il Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione,
Sezione per le Questioni Fondamentali dell’Evangelizzazione nel Mondo,
S.E. Mons. Rino Fisichella, invia, in occasione della 47° Giornata
Mondiale del Turismo che si celebra il 27 settembre 2026. Quest'anno il
tema scelto è “Agenda Digitale e Intelligenza Artificiale per ridisegnare il
turismo”.
"La Giornata Mondiale del Turismo, che ogni anno il
27 settembre invita l’intera comunità
mondiale a riflettere sul senso e sul valore di questa
straordinaria forma di incontro tra i popoli, propone quest’anno una sfida di
portata storica: comprendere il ruolo che l’intelligenza artificiale e la
trasformazione digitale possono avere nell’immaginare il turismo del
futuro", si legge nell'incipit del Messaggio.
In quanto "si è piuttosto chiamati a interrogarsi su
come si vuole promuovere la persona umana attraverso il turismo, e come le
nuove tecnologie possono realmente servire la dignità di ogni persona in vista
del bene comune, così come afferma Papa Leone XIV nella recente Lettera
Enciclica Magnifica Humanitas", riporta il Messaggio.
"Il turismo nasce da un desiderio antico quanto
l’umanità: conoscere l’altro, scoprire nuovi orizzonti, lasciarsi sorprendere
dalla bellezza del creato e dalla ricchezza delle culture. Questo desiderio è
profondamente umano e porta con sé anche una dimensione spirituale. In esso
risuona quella sete di infinito che abita nel cuore di ogni persona. Oggi, l’intelligenza
artificiale può certamente facilitare il viaggio: rendere più accessibili le
informazioni, personalizzare le esperienze, ottimizzare i percorsi, ridurre
l’impatto ambientale. Tutto ciò è prezioso. Ma nessuna tecnologia potrà mai
sostituire lo sguardo che si posa per la prima volta su un paesaggio mai visto,
la stretta di mano tra sconosciuti, la commozione davanti a un’opera d’arte o a
un luogo sacro. L’incontro con l’altro, con tradizioni diverse dalla propria,
può diventare occasione di crescita. Non si tratta di annullare le differenze o
di uniformare le culture, ma di favorire uno scambio che arricchisce
tutti", questo il cuore del Messaggio.
"Le piattaforme digitali e i sistemi di intelligenza
artificiale devono essere progettati e utilizzati in modo da favorire
l’incontro autentico tra le persone e i popoli, e non ridurlo a una mera
esperienza virtuale o a un consumo di immagini. Come si può osservare, esiste
una componente umana e personale che non può essere vanificata senza perdere il
senso profondo per cui ci si mette in viaggio. Questa dimensione è bene che
venga sempre
riconosciuta soprattutto da quanti operano nell’ambito
del turismo perché non si disperda un patrimonio che segna il passaggio di
generazione in generazione. Siamo chiamati a riscoprire il significato profondo
del viaggio: non come fuga dalla realtà, ma come cammino verso il creato, verso
l’altro, e verso Dio. Il turismo, quando è vissuto con autenticità e
responsabilità, può essere una scuola di fraternità, un’esperienza che allarga
il cuore e la mente, che educa alla ricchezza della diversità e alla
solidarietà. Quanti operano nel settore turistico e quanti sono impegnati nella
pastorale del turismo sono quindi chiamati alla vigilanza. L’intelligenza
artificiale può ridisegnare il turismo e renderlo più attraente.",
conclude il Messaggio. Aci 11
“Radicati e costruiti in Cristo”, le Linee per il Cammino sinodale in
Italia
“Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di
sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia” - Di Veronica
Giacometti
Roma. Sono state rese note le “Linee di orientamento per
l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che
sono in Italia” dal titolo “Radicati e costruiti in Cristo”, il documento
approvato dall’82ª Assemblea Generale per il prossimo quinquennio.
“Nel testo sono indicate alcune priorità, riconosciute
dai Vescovi italiani a partire da una rilettura globale del Documento di
sintesi del Cammino sinodale, nel processo di recezione del Documento finale
della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei
Vescovi. In questo senso, “Radicati e costruiti in Cristo” non sostituisce in
alcun modo il Documento di sintesi né si sovrappone al discernimento delle
Chiese locali, delle Metropolie e/o delle Conferenze Episcopali Regionali”, si
legge nel comunicato distribuito dalla CEI.
Il documento si articola in introduzione, quattro
capitoli e conclusione.
“Le linee di orientamento presentate sono quattro: la
prima riguarda la necessità di riconnettere vita e Vangelo, prendendo atto che
la fede e la sua trasmissione non possono più essere date per scontate. La
seconda, strettamente connessa alla prima, concerne la vita comunitaria che può
rappresentare una testimonianza concreta della fede a patto che ci sia un serio
ripensamento della Chiesa nel territorio affinché le comunità cristiane siano
vitali e attrattive. La terza linea tratta della “corresponsabilità
differenziata”, con attenzione alla presenza missionaria dei laici, agli
organismi di partecipazione e all’attivazione di ministeri battesimali. La
quarta chiede di verificare l’adeguatezza delle strutture per la trasmissione
della fede: comunità parrocchiali o interparrocchiali, Conferenze Episcopali
Regionali e alcuni aspetti della struttura della CEI”, riporta la nota
ufficiale che sintetizza il Documento.
Nel primissimo capitolo si evince il senso stesso di
questo documento oggi reso noto: “Non sostituisce il Documento di sintesi del
Cammino sinodale. Non intende sovrapporsi al discernimento delle Chiese locali,
delle Metropolie e/o delle Conferenze Episcopali Regionali. Indica alcune
priorità che dovranno illuminare la vita ecclesiale negli anni a venire”.
Un argomento ampiamente trattato nel testo è “la risposta
all’individualismo”. Il Documento di sintesi pone l’accento sul fatto che la
vita comunitaria dei credenti in Cristo potrebbe rappresentare oggi, in Italia,
un’autentica profezia rispetto allo sfilacciamento dei legami interpersonali
che contrassegna la società civile. Nello stesso tempo, nel testo viene
rilevato in maniera marcata come ciò si possa realizzare solo se si attua una
vera conversione della forma attuale delle comunità cristiane, a cominciare
dalle parrocchie”. In quanto “il Cammino sinodale ha mostrato l’urgenza di
rinnovare la forma delle parrocchie. L’auspicio è che queste siano luoghi di
relazioni reali e vitali”.
Un’altra linea di orientamento per le Chiese in Italia va
“rintracciata nella ricerca di quali ministeri battesimali siano necessari e
possano essere eventualmente istituiti, oltre a quelli già previsti dalla CEI e
ai molti ministeri di fatto. Tale prospettiva potrà favorire in modo concreto e
plastico, nelle nostre Chiese, la corresponsabilità differenziata dei
battezzati, che è alla radice di tutto il Cammino sinodale. Si tratta di un
input che dovrà trovare applicazione in modi diversificati nelle Chiese locali,
perché rappresenti una risposta alle necessità reali delle concrete comunità
cristiane e perché sia sempre evitato il rischio – paventato dallo stesso
Documento di sintesi – di favorire un processo di clericalizzazione di alcuni
laici”, si legge ancora nelle Linee di Orientamento.
Continua così lo stesso Documento: “La presenza concreta
di ministeri battesimali istituiti e di fatto potrà favorire l’uscita da una
forma ecclesiale in cui risulta riconoscibile solo il ministero del sacerdote.
Ciò porta spesso a considerare il ministero del presbitero – in pochi casi,
quello del diacono – come l’unico concepito ed esistente. È infatti oggi
evidente, anche in virtù della ricerca teologica, che sul ministero del prete
si sono concentrate lungo la storia le più disparate richieste, che non
attengono necessariamente al servizio che gli compete in forza del sacramento
dell’Ordine ricevuto, ma che hanno la loro radice nei sacramenti
dell’iniziazione cristiana. La corresponsabilità nella vita della comunità apre
all’esperienza di “diaconie pastorali” in cui si attua «il servizio di
animazione pastorale della comunità sempre di più come lavoro di squadra tra
presbiteri, diaconi, ministri istituiti e di fatto, laici e laiche, sposi,
consacrati e consacrate, anche attraverso la formazione di ‘équipe pastorali’ o
‘gruppi ministeriali’ a servizio di una o più parrocchie o di una unità
pastorale. Tale scelta, peraltro, permette di superare forme di isolamento
nella vita dei preti. Alla luce di tale corresponsabilità, è opportuno che in
Seminario i futuri presbiteri siano formati alla collaborazione con altri
fedeli”.
I Vescovi concludono che alla luce di tutto questo è
“indispensabile introdurre forme efficaci di verifica periodica del percorso
svolto. Ci si potrà domandare, nel tempo e a tutti i livelli, se le scelte
compiute aiutino realmente a riportare al centro il dono della fede, a far
crescere la vita comunitaria, a dare impulso alla responsabilità condivisa dei
battezzati, a rendere più adeguate e leggere le strutture ecclesiali, a far
maturare comunità più missionarie, più fraterne e più capaci di testimonianza.
La verifica, se vissuta con verità e libertà interiore, ci consentirà di
custodire quanto di buono è germogliato, di correggere ciò che si rivelasse
inadeguato e di continuare a lasciarci guidare dallo Spirito del Signore, che rinnova
incessantemente la sua Chiesa. A tal fine, per avviare, accompagnare e
verificare i diversi processi e percorsi, la Conferenza Episcopale Italiana
costituirà un Organismo di partecipazione ecclesiale a livello nazionale,
corrispondente all’équipe sinodale richiesta dalla Segreteria Generale del
Sinodo dei Vescovi e dal Documento di sintesi , in cui si sperimenti
ulteriormente la corresponsabilità tra le diverse vocazioni”, concludono i
vescovi italiani.
È disponibile per intero il testo online, sul sito
www.chiesacattolica.it. Aci 10
Leone XIV, per arrivare al cuore della città ci vuole il ritmo della musica
del Vangelo
La preghiera all'Almudena e la festa della diocesi nello
stadio Bernabéu - Di Angela Ambrogetti
Madrid. La Cattedrale dell’Almudena è di fronte al
Palazzo reale di Madrid. Un unico grande spazio tra il potere politico e quello
spirituale che segnano uno dei punti più significativi della città. Così come
lo stadio Santiago Bernabéu, altro luogo simbolo di Madrid.
Il Papa decide di pregare davanti all’ Almudena e di
parlare alla diocesi di Madrid allo stadio.
E all’Almudena, accolto dal suono a distesa delle campane
e dalla Regina Madre Sofia, fa un appello perché la “millenaria devozione
mariana, così sentita da tutti voi, è un segno delle radici cristiane che vi
caratterizzano e vi danno vita, ma anche della grande speranza che continua ad
animarvi per proseguire nel cammino”.
Ricorda la storia della devozione, con un crollo
provvidenziale di un muro che fece ritrovare l’immagine nascosta per
proteggerla e dice che “per edificare qualcosa di nuovo, bello e duraturo,
bisogna essere disposti ad abbattere muri, perché per ricominciare il cammino
sono necessari spazi che ci permettano di intravedere l’orizzonte” e invita gli
spagnoli “convinti che il Signore cammina con il suo Popolo santo, ascolta le
sue paure e accoglie con premura tutti i suoi sforzi di bene” a “non
venir meno nella vostra testimonianza di fede, per contemplare il disegno d’amore
del Padre”. E conclude con la preghiera: “aiutaci a essere costruttori di pace
e riconciliazione”.
Fede e carità nel cuore del messaggio del Papa in Spagna
ritornano in ogni discorso. La carità, l’attenzione al sociale hanno radici
solo nella fede perché solo così si può essere “costruttori di legami che
restaurino il linguaggio universale della comunione, dell’amore fraterno e
della concordia”.
Al suo arrivo allo stadio al Papa viene donata una
parpusa bianca, il tradizionale cappello madrileno, emozione ed applausi si
alternano alle testimonianze. Lo stadio stracolmo di gente entusiasta, più
di 80 mila persone, che lo applaude per minuti.
E le prime parole del Papa portano il pensiero alla
liturgia: “ il nostro cuore ha bisogno di cantare, cioè di interpretare gli
avvenimenti e le situazioni celebrando con gli altri il senso che sprigionano.
Per la Chiesa questo avviene in modo singolare nella liturgia, il grande
Memoriale della storia che ci ha salvati”.
Parla del Battesimo Leone XIV che “cessa di essere un
dono privato e si piega al bene comune”.
E serve un rapporto speciale tra la Chiesa e la città. E
"per arrivare al cuore della città occorre coltivare la consapevolezza che
la verità è sinfonica e sempre ci supera, coltivare il desiderio di trovare il
Risorto che è sempre più avanti di noi, ci precede e forse è già presente dove
ancora non lo abbiamo cercato”. Allora per il Papa serve più sinodalità e meno
burocrazia nelle parrocchie e serve “fiducia nel fatto, sempre più evidente,
che si può tornare alla fede o conoscerla per la prima volta in età adulta.
Disponetevi ad accogliere i nuovi inizi non come eccezione, ma come regola
della missione”. Una vera musica, quella “del Vangelo, col suo ritmo
coinvolgente”. E anche il Papa si unisce ai canti nello Stadio Bernabéu. E in
una breve visita al Museo del Real Madrid riceve una maglia speciale.
Gli applausi sono stati la vera punteggiatura di queste
giornate a Madrid. Applausi lunghi e intensi che hanno portato qualche lacrima
negli occhi del Papa anche quando ha donato la Rosa d’Oro per la immagine
dell’Almudena. Come quando negli schermi dello stadio tutti hanno rivisto
Prevost parlare a Madrid 10 anni fa. E poi la finte partita di calcio per
raccontare cosa fa la Diocesi, il coro di giovani sacerdoti, i racconti dei
migranti accolti nelle parrocchie.
Nel suo saluto in cattedrale il Cardinale José Cobo Cano
aveva ricordato la storia della Vergine dell’Almudena “la madre che appare
quando cadono i muri”, con quel nome di origine araba.
E nell’incontro con la diocesi il cardinale di Madrid
dice che “parlare del Battesimo ci rimanda all’acqua. E a Madrid, nelle sue
viscere più profonde, si trova una grande falda acquifera con un enorme volume
di acqua. Un’acqua del Battesimo che è la fonte di ciò che
siamo e il fondamento più profondo della nostra comunione
come Chiesa Popolo di Dio. Una comunione che, in questo momento storico così
lacerato e diviso, dobbiamo abbracciare con sempre maggiore intensità”.
Un abbraccio che la città ha riservato al Papa anche nel
tragitto in papamobile tra la Cattedrale e lo stadio, tra applausi e lanci di
petali di fiori dai balconi. E all’arrivo al Bernabéu il grido: “con tigo Leon
un solo Corazon!”. E il Papa risponde con una battuta nel suo discorso allo
stadio: Don José ha fatto una gran goal per sempre!
Nel pomeriggio in Nunziatura, Papa Leone XIV ha
incontrato la Presidente della Comunità di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, il capo
dell’opposizione e leader del Partido Popular, Alberto Núñez Feijóo, la Regina
emerita Sofía, e con lei altri membri della famiglia reale. Aci 8
Il Papa nella sede della Conferenza Episcopale Spagnola:
"Come vescovi siamo chiamati a essere principio visibile di
comunione" - Di Marco Mancini
Madrid. “Il cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa è un
processo di ascolto profondo. Essere capaci di riconoscere la voce di Dio, che
parla attraverso la comunità ecclesiale, è uno dei suoi valori fondamentali”.
Lo ha ribadito Papa Leone XIV stamane a Madrid, incontrando i vescovi spagnoli
nella sede della Conferenza Episcopale di Spagna.
“Come non ricordare qui – ha detto il Papa - l’immenso
patrimonio cristiano della vostra terra, l’enorme capacità di convocazione che
quella ricchezza ci fornisce: con la sua bellezza, che raggiunge anche il non
credente, o con i legami di appartenenza che è stata capace di intessere
nell’identità spirituale di ogni angolo di questo amato popolo, e che rimane
presente anche nei momenti in cui la sua fede vacilla. Una sfida enorme a cui
siamo chiamati a rispondere con coraggio, affinché questo patrimonio produca i
frutti di cui è capace”.
“Un altro tesoro che non possiamo dimenticare nel nostro
bagaglio – ha aggiunto - è il Viatico del pellegrino. Il Pane della Parola e
dell’Eucaristia ci è ancor più necessario del cibo materiale, perché ci apre la
strada della salvezza. Non si tratta di come rendere la celebrazione più o meno
attraente, ma sentire che, se siamo partecipi di quel Pane, la sua assenza ci
provoca un disagio che possiamo paragonare alla fame materiale”.
“Il compito deve essere che il nostro patrimonio sia
sempre uno strumento e un’opportunità di dialogo con coloro che incontriamo sul
nostro cammino. Siamo chiamati a costruire una nuova realtà, attraverso il
dialogo rispettoso e l’uso di nuovi linguaggi. Anche i linguaggi in questa era
digitale sono diversi e le culture che ora compongono il mosaico delle nostre
realtà, con migranti da tutte le parti del mondo, sono cambiate, ma lo spirito
deve rimanere”.
La prima caratteristica dello spirito da conservare – ha
osservato Leone XIV – “riguarda la capacità di comunicare, di parlare con ogni
realtà presente nel nostro territorio, di abbassarsi non solo per capire, ma
per condividere. Solo sulla base della condivisione di tutto ciò che di buono
c’è nel proprio patrimonio, apportando ciascuno il proprio contributo, potremo
costruire una realtà nuova in cui la fede possa radicarsi profondamente. Per
questo bisogna cominciare imparando il linguaggio dell’altro, avviare processi
e tessere legami dove poter seminare il seme del Regno”.
Vi è poi “la chiamata a creare realtà capaci esse stesse
di comunicare la propria esperienza di fede. Dopo le pianure deserte, troveremo
anche grandi città; in esse, il silenzio e la lontananza non sono fisici, ma
spirituali. Le risposte saranno diverse, ma analoghi i processi per arrivarci:
ascolto, comprensione, rispetto, generosità e franchezza”.
In un tempo di polarizzazioni e contrapposizioni sempre
più dure, alla Chiesa viene chiesta “una testimonianza di unità nella
pluralità: una comunione capace di accogliere la ricchezza dei doni, dei
carismi, delle sensibilità che lo Spirito Santo suscita nel Popolo di Dio. Il
volto di Cristo si lascia riconoscere nel mosaico vivente della Chiesa, dove
molte tessere, senza confondersi, convergono per manifestare la bellezza
dell’unico Signore”.
Come vescovi – ha spronato Papa Leone – “siamo chiamati a
essere principio visibile di comunione, innanzitutto della comunione con
Cristo, custodendo con amore la fede ricevuta, in docilità alla Parola di Dio e
alla viva Tradizione della Chiesa; poi, in comunione con il Successore di
Pietro e con la Chiesa universale, con il presbiterio e con la propria comunità
diocesana, con la vita consacrata, con i movimenti, con le associazioni e con ogni
carisma autentico che lo Spirito dona per l’edificazione comune. La vostra
missione chiede di custodire l’unità, favorire il dialogo, sanare le fratture e
accompagnare il cammino del popolo affidato alle vostre cure”.
Il Papa ha poi parlato di pastorale vocazionale che “non
può ridursi a una semplice ricerca di numeri. Essa nasce da comunità vive, da
sacerdoti gioiosi, da famiglie capaci di testimoniare la bellezza della
fedeltà, da una Chiesa che sa mostrare con semplicità che seguire Cristo non
impoverisce l’esistenza, ma la espande. Dove il Vangelo è vissuto con gioia,
servizio e comunione, anche la chiamata del Signore può essere nuovamente
ascoltata come promessa di vita”.
“I seminaristi – ha aggiunto – hanno diritto alla
migliore formazione possibile e la Chiesa, dal canto suo, ha diritto a
sacerdoti ben formati A volte ci risulta difficile presentare la vocazione dei
laici e la loro integrazione in questo cammino di vita che come Chiesa stiamo
compiendo. Dipende da noi che questi laici arrivino a percepire la loro
partecipazione a questo servizio ecclesiale come una chiamata che Dio rivolge
ad assumere responsabilità come cristiani, interiorizzandone lo spirito,
sentendosi parte della missione che il Signore ha affidato ai religiosi che
l’hanno realizzata”.
Poi il passaggio, doloroso, sulla piaga degli abusi. “La
comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la
giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e
nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto
sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione. Questa stessa
logica vale anche per le sfide di un mondo secolarizzato. Molti uomini e donne
del nostro tempo non rifiutano semplicemente Dio, spesso portano nel cuore una
profonda sete di senso, di verità, di appartenenza e di speranza, anche quando
non sanno darle un nome”. La Chiesa è chiamata a riconoscere questi desideri,
ad ascoltarli con rispetto e a offrire, come
Il Papa in conclusione ha invitato a guardare Maria e san
Giovanni d’Avila, patrono del clero spagnolo, in cui “la Chiesa riconosce la
vita sacerdotale che ogni vescovo è chiamato a custodire e a far crescere nel
proprio presbiterio”.
Nel suo indirizzo di saluto il Presidente della
Conferenza Episcopale Spagnola, Monsignor Luis Javier Argüello, Arcivescovo di
Valladolid, ha ricordato che “la Conferenza episcopale spagnola è stata creata
nel 1966. Celebriamo il nostro sessantesimo anniversario. Quale modo migliore
per festeggiarlo se non accogliendola in questo viaggio apostolico in Spagna!
La sua presenza ci aiuta a rendere visibile il dialogo tra ogni Vescovo, il
Papa e questa istituzione, frutto del Concilio Vaticano II, che coltiva
l’affetto collegiale e i servizi di preghiera e dialogo condiviso, insieme a
proposte di coordinamento pastorale o all’elaborazione di documenti, libri
liturgici e norme di applicazione nelle nostre Chiese”. Aci 8
Papa in Spagna: “La pace è un’esigenza morale”
Nel suo discorso al Parlamento spagnolo il Papa parte
dalla dignità di ogni essere umano per declinare i temi più scottanti dello
scenario geopolitico. Dalla difesa della vita ai migranti, dal "no"
alla guerra alla preoccupazione per il riarmo. Per la pace serve "coraggio
diplomatico, responsabilità etica e visione del futuro". Di M.Michela
Nicolais
“Ogni società veramente giusta si fonda sul
riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana”. E’ il
presupposto e, nello stesso tempo, il fulcro del primo discorso
di un Pontefice al Parlamento spagnolo, accolto con un applauso
interminabile. Leone XIV, nel pronunciare il suo intervento storico, cita
più volte la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, e – come aveva fatto dal
suo primo discorso in Spagna, nel Palazzo Reale – parla
alla nazione di cui è ospite ma allarga la riflessione all’Europa e
al mondo, in preda ad “una profonda crisi spirituale e culturale, che si
manifesta in molteplici forme di violenza, polarizzazione e diffidenza
reciproca”. In questo contesto, “la pace si presenta come un’aspirazione
politica e, ancor più, come una vera e propria esigenza
morale” che richiede “coraggio diplomatico, responsabilità etica
e una visione del futuro fondata sul rispetto dell’identità di ogni popolo e
sull’obbligo degli Stati di risolvere le loro controversie attraverso le vie
pacifiche offerte dal diritto internazionale”.
Dignità, giustizia e bene comune sono la misura delle
relazioni sociali. Prendendo la parola, il Papa rende omaggio prima di
tutto alla storia e alla cultura della Spagna, citando il don Chisciotte, Santa
Teresa d’Avila, Miguel de Unamuno e, in particolare, la Scuola di Salamanca,
che 500 anni fa “ha contribuito a formare una coscienza giuridica e morale
capace di ricordare che l’autorità comporta sempre una responsabilità e che
ogni essere umano dev’essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri”.
Per Leone, “quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la
giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello
sia nazionale sia internazionale”. “Questa è una delle grandi eredità della
Spagna: aver unito l’azione storica alla lucidità della ragione morale”,
tracciando così una direzione di marcia valida anche per l’oggi, nell’epoca
dell’intelligenza artificiale e del ritorno della guerra, con la “preoccupante”
corsa al riarmo.
“Di fronte alle trasformazioni del nostro tempo, il
nostro discernimento deve concentrarsi sul posto che occupa la persona umana
nelle nostre decisioni e su come si prospettano oggi, in modo nuovo, la dignità
del lavoro, la solidarietà, la politica sociale e il bene comune”, la proposta
del Pontefice: la dignità della persona “non può essere subordinata a consensi
sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze
del momento”.
Prima la vita. “Se la vita cessa di essere
riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre
società?”, il primo affondo di Leone: “Può dirsi pienamente giusta una comunità
che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi
soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?”.
“La difesa della vita umana non è una questione di
interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà”, afferma il
Papa: “Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento
fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza”,
perché “la grandezza morale di una nazione si manifesta,
soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite
segnate da maggiore fragilità”. Sostenere la famiglia significa rafforzare “la
stabilità spirituale e sociale delle nazioni”.
Il dramma dei migranti interpella le coscienze. “La
situazione dei migranti e dei rifugiati richiede una risposta che metta al
centro le persone, affronti le cause che le costringono a partire e vada oltre
la semplice gestione di flussi”, l’indicazione di rotta del Pontefice, che
chiede, da una parte, di offrire ai migranti “vie sicure e legali,
un’accoglienza rispettosa e reali possibilità di integrazione”, e dall’altra di
promuovere “il diritto di rimanere nella propria terra”. Sulle rotte
del mare, “è necessario rafforzare la prevenzione, il salvataggio e
l’assistenza alle vittime, specialmente nel quadro di una cooperazione
regionale e multilaterale”, perché “nessuna nazione può affrontare da
sola una sfida di questa portata”,
No a guerra e riarmo. “Le armi possono imporre
un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e
duratura”, le parole sulla “preoccupante” corsa al riarmo, anche in
Europa. “La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal
dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica
capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto
dalla guerra”, compresi quelli dell’intelligenza artificiale applicata in ambito
militare, che “richiede una rigorosa vigilanza etica”
Il diritto deve servire il bene. “Il pluralismo
politico non dovrebbe degenerare in discredito permanente dell’avversario”, il
monito alla politica, insieme a quello a “riscoprire il valore
indispensabile del dialogo come percorso paziente verso accordi giusti e
duraturi, fondati sul rispetto dei trattati, sulla trasparenza dell’azione
diplomatica e sulla sincera volontà di anteporre la pace al ricorso alla
forza”. Occorre promuovere “una cultura della reciprocità”, disarmare il
linguaggio e riconoscere la libertà religiosa: la fede non si impone, ma non
può essere “relegata al silenzio”. “Il diritto deve servire il bene”
e “una legge non raggiunge la sua vera grandezza per il semplice fatto di
essere stata formalmente approvata”, l’appello finale: “la raggiunge quando,
oltre ad essere valida nella forma, può presentarsi davanti alla dignità della
persona e superare tale esame senza vergognarsi”. Sir 8
La solennità del Corpus Domini a Kempten
Kempten. Particolarmente solenne la Celebrazione
Eucaristica e la Processione in occasione della Festa del Corpus Domini del
4 Giugno scorso nella Parrocchia di St. Lorenz di Kempten, a cui si è unita
anche quest'anno la Parrocchia di St. Anton, con il coinvolgimento della
Missione Cattolica Italiana e della Missione Cattolica Croata. Il suggestivo
Rito è stato concelebrato nell’imponente Basilica di St. Lorenz dal Padre
Thomas Rauch, Domkapitular e Parroco di St. Lorenz; dal Padre
Bernhard Hesse, Decano Cattolico di Kempten; dal Padre Bruno Zuchowski, Rettore
delle Missioni Cattoliche Italiane di Augsburg e Kempten; dal Rettore della
Messione Cattolica Croata di Kempten e dal Padre Justus Chigozie Oruh,
Cappellano di St. Lorenz.
Significative le Letture. Sia le Letture che le altre
Preghiere –eseguite anche negli Altari esterni allestiti in vari punti del
percorso della Processsione– sono state ripetute anche in italiano e in
croato. Magnifica, veramente suggestiva, veramente coinvolgente l'Omelia del
Decano Hesse, Incaricato per il Rinnovamento Carismatico dalla Diocesi.
Commentando il brano evangelico del girono egli ha portato dei paragoni e
paralleli veramente appropriati all'attuale situazione della nostra
società, in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più
poveri. E "il noi" viene, spesso sovrastato "dall'io". Dopo
questa prima parte della solenne Liturgia, conclusa con il solenne momento
dell'Adorazione –sotto un cielo leggermente coperto– la Processione ha preso il
via dalla scalinata principale della Basilica con il Santissimo sotto il
baldacchino, portato da fedeli e il Santissimo portato a turno dai
Celebranti, e con Bandiere e Gagliardetti, tra cui quello bellissimo
della Madonna della Pace della nostra Missione Cattolica Italiana.
Come in passato, una prima sosta ha avuto luogo
all'Altare allestito nell'Hofgarten con le Letture previste, le Preghiere
dei Fedeli e con la solenne Benedizione.
La Processione ha continuato quindi il suo
percorso, e si è fermata nella Klostersteige. Qui è avvenuta
un'altra Funzione all'Altare precedentemente preparato ai piedi della
Freitreppe. Da questo bellissimo altare ha impartito la Benedizione Padre
Bruno Zuchoski.
Subito dopo, il solenne corteo, si è avviato verso la
chiesa evangelica, posta nella St Mang Platz, dove i Fedeli Cattolici con il
loro Celebranti e con il Santissimo si sono incontrati davanti alla Campana
della Pace con la Parroca Dorothee Löser, da due anni Decana della Chiesa
Luterana di Kempten e che ha accolto i Fedeli e i Celebranti con fraterne e
calde parole di pace e accomiatandosi dai Ministri Cattolici –al termine– con
un caloroso abbraccio cristiano.
Poi la Processione ha proseguito il suo percorso sino
alla vicina chiesa di Christi Himmelfahrt e si è fermata all'altare allestito
davanti alla chiesa, dove –infine– è terminata la solenne
Celebrazione con la proclamazione di un altro brano evangelico, un’ultima
solenne Benedizione impartita dal Capitolare Padre Rauch e l’esecuzione del
suggestivo canto “Großer Gott, wir loben Dich”.
Al termine della cerimonia, prima del commiato finale, il
Parrocolo Rauch non ha mancato di ringraziare nuovamente i Concelebranti
e i Fedeli per la loro partecipazione, ripetendo quanto già fatto al
termine della Celebrazione Eucaristica e invitando i collaboratori a
partecipare a una piccola colazione nei localí della chiesa di Christi
Himmelfarhrt.
Tra i numerosissimi i partecipanti diversi membri
del Consiglio Comunale, E molti fedeli accorsi anche dai
dintorni. Presenti molti Membri del Consiglio Parrocchiale di St. Lorenz
anche alcuni bambini della Prima Comunione, una Delegazione degli
Unterillertaler con bandiera, una banda musicale, una Delegazione del
Movimento Cattolico Tedesco, KAB e diversi Membri delle Associazioni
Cristiane dei Lavoratori Italiani, ACLI (tra cui il Vicepresidente
Vicario della ACLI Baviera, Dr. Fernando A. Grasso nonché Presidente del
Circolo ACLI di Kempten, di cui fanno parte diversi Dirigenti Circoscrizionali
del KAB e alcuni Membri del Consiglio Pastorale della Missione Cattolica
Italiana di Kempten, a cominciare dal Rettore della Missione, Padre Zuchowski, dalla
Segretaria Baiano, e continuando con il Presidente Trovato (intervenuto
con la Famiglia), con il Consigliere Scarvaglieri (e Signora) e con altri
validi Collaboratori e Collaboratrici della Missione, tra cui il Signor Romano,
le Signore Leanza e Petralia, la cara Amica Mangano, vedova del compianto
Assistente Sociale Corrado, e tanti, tanti altri, di cui mi sfugge il
nome, con i quali mi scuso non avendo preso appunti durante l'evento.
Fernando A. Grasso, de.it.press 8
Papa Leone XIV: cultura e fede, costruzione dell'identità europea
L'intervento del pontefice all' Arena di Madrid.
L'incontro " Tessere reti con il Mondo della Cultura, dell'Arte,
dell'Economia e dello Sport” - Di Antonio Tarallo
Madrid. Giornata intensa per il pontefice, oggi, a
Madrid. Dopo stamane con la celebrazione eucaristica e la processione in
occasione della solennità del Corpus Domini , è il momento dell'incontro tanto
atteso all'Arena di Madrid: “Tessere reti con il mondo della cultura,
dell'arte, dell'economia e dello sport”. Un incontro che vede protagonisti
donne e uomini della cultura e dello sport: donne e uomini di buona volontà per
una società più giusta e più equa. Papa Leone arriva in papamobile, facendo un
giro tra le strade stracolme di Madrid. La folla è davvero tanta, numerosa e
festosa: canti, grida soprattutto. E' la gioia del popolo madrileno che scoppia
incontenibile: la gioia che accompagna papa Leone XIV fino alla sua entrata
nell'arena, anch'essa stracolma. Il pontefice saluta tra i corridoi della
platea, fino a salire sul grande palco.
Lo accoglie un canto, in spagnolo: le note fanno da
scenario sublime all'entrata di papa Leone XIV accolto con grande affetto da
tutti. Mani tese che vogliono incontrare quella del papa, del vescovo di Roma
giunto ieri in Spagna. Spetta al cardinale arcivescovo di Madrid, José Cobo
Cano, le parole di saluto indirizzate a papa Leone XIV. Prende spunto dalla
bellissima vetrata dell'arena che diventa - per il porporato - una metafora
degli stessi presenti a questo evento: una vetrata che diviene simbolo di ogni
fedele del mondo: “Oggi siamo come quella immensa vetrata attraversata dalla
luce”. Parole che vogliono richiamare all'importanza di “costruire un mondo
migliore, più giusto e più bello”. Parla del mondo di oggi, il cardinale José
Cobo Cano: "Il nostro tempo presenta una crepa pericolosa: la mancanza di
domande e di senso. Di fronte a questo, Santità, siamo chiamati a cercare
insieme le risposte; a unire frammenti sparsi della realtà — come tessere di
quella grande vetrata — per restituire la luce all'umanità. In definitiva,
l'autentica missione della Chiesa è annunciare la gioia del Vangelo e
testimoniare la convinzione che questa casa è sempre aperta a tutti".
Il mosaico - o meglio la vetrata, per continuare la
metafora del cardinale José Cobo Cano - degli interventi-testimonianze che si
susseguono è davvero vasto. Tante le voci, tanti i temi che questi volti
portano: l'attore Banderas p arla del dialogo tra Chiesa e intellettuali, un
dialogo millenario, ma parla anche di un'arte, di una cultura che è “ domanda,
riflessione, contrasto”; la voce accademica del Rettore dell'Università
Complutense, José María Coello de Portugal , pone l'attenzione sul mondo
universitario rispettoso “della diversità ma anche della verità”, dei “centri
all'avanguardia della conoscenza ma nel pieno rispetto dell'etica della
ricerca”, degli “spazi accademicamente eccellenti ma socialmente inclusivi”: di
ciò ha bisogno la società, la cultura. Il mondo delle aziende, rappresentato da
Antonio Garamendi, presidente della CEOE, Unai Sordo, segretario generale di
Comisiones Obreras; e Ángela Lopez de Miguel, presidente di CEPYME, si
soffermano sui cambiamenti della stessa società e dell'industria, ponendo la
massima attenzione sull'AI e promuovendo “Un nuovo contratto sociale per l'era
dell'intelligenza artificiale”. Teresa Perales e Carolina Marín, campionesse
olimpiche, invece, concentrano le loro testimonianze soprattutto sul valore
dello sport, contrapponendo “la gioia autentica di giocare per il piacere di
giocare” alla prestazione e “al successo a ogni costo, dove a volte sembra che
conti solo il guadagno economico o il superamento dei record”.
Parole, testimonianze che il pontefice segue
attentamente. Poi, arriva il momento delle sue parole. Ed è allora che l'arena
sembra sospesa, sembra in attesa delle sue tanto attese riflessioni: "In
questo splendido Paese è impossibile non ammirare l'impronta di creatività che
attraversa la sua storia e ne plasma l'identità. Una bellezza visibile nelle
sue città, nelle sue strade e nei monumenti, nelle sue piazze e nei giardini,
nelle sue università e chiese, nella musica, nella pittura e nella danza, nella
sua gastronomia" con queste parole papa Leone XIV comincia il suo
discorso, ovviamente, in lingua spagnola. Tutto ciò fa parte della tradizione
spagnola: tutto questo è l'eredità per le nuove generazioni. Ed è proprio di
eredità che parla papa Leone XIV e si chiede: quale eredità stiamo lasciando al
futuro e, di conseguenza, che tipo di comunità stiamo costruendo? Si
congratula, prima di tutto, prendendo spunto dalle parole delle testimonianze
da poco ascoltate, della possibilità di costruzione di una società che possiede
“una straordinaria capacità di produrre, innovare e comunicare”. Ma ciò non
basta perché - per papa Leone XIV - “sembra che abbiamo ancora bisogno di
imparare a custodire l'anima” di ciò che questa società genera. Bravi sì nel
comunicare, ma per il pontefice è importante chiedersi parimenti il ??perché,
per quale scopo, “con chi e per chi si produce” sottolinea. E su questa visione
del presente e del futuro soprattutto, ribadisce il ruolo della Chiesa che
vuole sempre dialogare con il mondo contemporaneo. A tal proposito cita san
Paolo VI che affermò davanti alle Nazioni Unite che, "indipendentemente
dall'opinione che si possa avere del Pontefice di Roma, la sua missione è ben
nota. In quanto esperta in umanità, la Chiesa non si disinteressa di nulla di
veramente umano": per questo motivo rimane fondamentale il dialogo. Papa
Leone XIV ancora una volta incentra il suo discorso - ricorda molto papa
Giovanni Paolo II, in questo - sulle grandi tematiche esistenziali dell'uomo. E
a queste domande, promuove una sola risposta: Gesù Cristo. Un Cristo uomo fra
gli uomini, si direbbe. Di aspetti di antropologia culturale ne è pregno il suo
discorso: ed è attraverso la cultura, appunto, che - ricorda il pontefice -l'uomo
“è” uomo, ancora di più. L'origine della parola cultura: da questo elemento
papa Leone XIV sottolinea un aspetto proprio del termine “cultura” che rimanda
ad altro concetto, “coltivazione”.
Altro tema, collaterale, a quello della cultura: la
comunicazione. Tema profondo e vicvo mai come nella nostra epoca e riguardo a
ciò mette in guardia da possibili distorsioni: "Nei vari ambiti
dell'attività umana dobbiamo prestare attenzione al linguaggio che si utilizza:
scritto, orale e, nell'ambiente digitale, anche quello delle immagini; perché
la comunicazione non è mai neutra. Ogni espressione comunica, trasmette; può
ferire o guarire, distruggere caratteristiche o aprire nuovi orizzonti,
seminare divisione o risvegliare la speranza nella possibilità di costruire
insieme qualcosa di genuinamente umano". Genuinità umana vuol dire anche
che l'uomo abbia una sua precipua dignità, essendo noi consapevoli "che il
Creatore ha intessuto l'essere umano con fili d'amore; poiché egli è stato
creato a immagine e somiglianza di Dio, che è amore. Qui risiede il fondamento
dell'inalienabile dignità umana", precisa papa Leone XIV. Nel suo discorso
sembrano convergere parole del passato (quelle di papa Giovanni Paolo II) e
quelle di un recente passato come quello di papa Benedetto XVI che all'arte e
alla cultura ha dedicato parole sempre importanti come quelle che cita papa
Leone XIV: "La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è
gioia, perciò crea bellezza". E insiste proprio sulla bellezza che tanto
attrae ogni uomo e che addirittura riesce a cambiarlo interiormente: una
canzone, una poesia, una chiesa silenziosa, una voce, uno sguardo, persino “una
partita di basket vissuta con gli amici” ricorda il pontefice. Cita, a
riguardo, i grandi poeti spagnoli: Lope de Vega, santa Teresa d'Avila o san
Giovanni della Croce, Calderón de la Barca, e anche san Tommaso d'Aquino. "Tutto
ciò mostra il legame tra il materiale e lo spirituale che costituisce la nostra
esistenza. Tessere reti significa servire in modo disinteressato. Uno sguardo
obiettivo rivela che uomini e donne mossi dalla fede hanno costruito ospedali e
scuole, hanno dato vita a iniziative di solidarietà e hanno parlato con un
linguaggio che nobilita le persone" ricorda il pontefice.
La cultura, la fede, come collanti per un'identità
europea: " È davvero possibile credere che l'Europa - che tanto amiamo -
sarebbe la stessa senza l'impronta della fede? Perché temere che l'eternità
permei la quotidianità? È ancora vivo il grido dei miei predecessori: Non
temete! Spalancate le porte a Cristo! Gesù Cristo non ci toglie nulla e ci dona
tutto" ricorda con forza il pontefice.
Ma il discorso di papa Leone XIV non si esaurisce
esclusivamente nell'aspetto culturale identitario. Va oltre e si spinge a dare
voce agli “esclusi”, ai poveri. Il loro “grido che, nella storia dell'umanità,
interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici
ed economici, e la Chiesa”. Un'ultima parola la riserva, poi, allo sport: si
concentra su come imparare il rispetto dell'avversario proprio su un campo da
gioco. E conclude papa Leone XIV: “Cari amici, vi invito
quindi a essere fili nuovi per tessere reti nuove che armonizzino tutti gli
ambizioni della vita, per intrecciare una società rinnovata in cui il tempo si
impregni di eternità, la cultura custodisca la memoria e favorisca il dialogo,
l'educazione promuova la ricerca della verità con spirito critico, l'arte
susciti stupore e generi emozioni nobili, l'impresa riconosca la dignità della
persona e il lavoro continui a essere motore di speranza”.
E dopo un breve momento musicale, a conclusione
dell'evento, la benedizione finale del pontefice. Aci 7
Papa Leone a Madrid: "Il Corpus Domini è un tornare alle radici della
fede"
Alla Messa presieduta da Papa Leone XIV a Madrid
partecipano 1 milione e 200mila fedeli - Di Marco Mancini
Madrid. Il secondo giorno del viaggio apostolico di Papa
Leone XIV in Spagna – il quarto dall’inizio del pontificato – si apre con la
celebrazione della Messa in occasione della Solennità del Corpus Domini.
Il Papa ha raggiunto a bordo della papamobile Plaza
Cibeles: qui ha ricevuto dal Sindaco di Madrid, José Luis Martínez-Almeida la
chiave d’oro della Città. “Che Madrid continui a essere una città
accogliente e inclusiva, dove la vita sociale si ispiri agli autentici valori
umani”, ha scritto Leone XIV firmando il libro d’onore del municipio di Madrid.
Secondo gli organizzatori si sono radunata in Plaza
Cibeles e nelle strade limitrofe circa 1 milione e 200mila persone per
partecipare alla Messa presieduta dal Papa.
“Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della
presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua
vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui,
come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con
un amore più forte della morte”, ha detto il Papa aprendo l’omelia.
“Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico
– ha sottolineato Leone XIV - è al cuore della vostra fede e della storia del
vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna,
il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un
ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio”.
La processione del Corpus Domini – ha aggiunto Papa Leone
– non è “una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica
o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza
del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane
per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra
storia, anche quelli più oscuri”.
Con la processione – ha detto ancora il Pontefice – “Egli
non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le
strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della
nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come
il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglie,
speranza per i più fragili, pace per chi soffre. Il Cristo che passa per le
strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i
soli e gli scartati”.
“Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio – ha
spiegato - quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo,
dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito
alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia
e ci rende costruttori di un mondo nuovo. Perciò, la memoria storica delle
processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo
nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita
personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del
futuro”. I
Bisogna “ricordare – ha spronato Papa Leone - proprio per
non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di
affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia. Ecco una consegna
per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo
Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla
quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti
a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e
disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che
si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una
scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati
ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire,
a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune”.
Poi un ammonimento: “l’Eucaristia non può essere onorata
soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella
fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in
un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno”.
“Gesù Eucaristico – ha concluso - è quell’eterna fonte
nascosta: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con
potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare. Torniamo a Lui con
amore sincero. Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le
aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia
e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di
pace, di giustizia e di gioia. Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte
eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare
i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno
perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche
protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro
che incontriamo”.
All’inizio della celebrazione ha preso la parola il
Cardinale Josè Cobo Cano, Arcivescovo di Madrid.
“Oggi – sono state le parole del porporato - usciamo
dalla comodità delle nostre chiese e andiamo nel cuore della città per
proclamare che Dio continua ad abitare in mezzo al suo popolo e ci invia a
costruire un mondo più fraterno, dove nessuno resti invisibile e dove il pane
giunga a tutti. Nelle mani del successore di Pietro, il Corpo di Cristo
percorrerà oggi le strade di Madrid. E questa immagine ci ricorderà ciò che la
Chiesa è chiamata a essere: un popolo che porta Cristo nella vita dei propri
concittadini, compagno di cammino per quanti sono stanchi e speranza per
tutti”.
Al termine della Messa, Papa Leone XIV presiederà la
processione del Corpus Domini al termine della quale impartirà la benedizione
eucaristica.
Conclusa la celebrazione, il Papa farà ritorno alla
Nunziatura Apostolica dove avrà luogo un incontro privato i membri dell’Ordine
Agostiniano. Aci 7
Leone XIV in Spagna, alle autorità gli esempi di San Giovanni della Croce e
Santa Teresa
Un discorso spirituale, un inizio di viaggio che
definisce la visita: il Papa va a confermare la Spagna nella fede. Di Andrea
Gagliarducci
Madrid. Non è un discorso di tipo politico, quello che
Leone XIV indirizza alle autorità di Spagna nel primo indirizzo del suo lungo
viaggio nel Paese. E ci sarà tempo e spazio per parlare di temi caldi, dalle
questioni migratorie che saranno toccate durante la tappa alle Canarie, ai
tempi dei rapporti tra Stato e Chiesa, che probabilmente saranno tema del
discorso del Papa alle Cortes l’8 giugno. Nel primo discorso, però, Leone XIV
dà due esempi, due modelli di santo tipicamente spagnoli: San Giovanni della
Croce e Santa Teresa d’Avila. Due esempi, e la richiesta per la Spagna di
mantenere la vocazione europea di pluralismo e dialogo che è stata parte della
sua storia.
È l’arrivo in un Paese cattolico, dove la regina ha
ancora il “privilegio del bianco” e può indossare quel colore di fronte al
Papa, e dove, comunque, la secolarizzazione non ha intaccato un’antica
tradizione cattolica. Ma è anche un Paese che va confermato nella fede, dice
Leone XIV, che in questo sembra aver ripreso il tema della “nuova
evangelizzazione” di Benedetto XVI.
Leone XIV esordisce: “Vengo tra voi a confermare,
incoraggiare, ispirare una rinnovata fedeltà dei credenti al Vangelo e una più
profonda riconciliazione e cooperazione tra le anime di questa nazione”.
Il Papa sottolinea che “il messaggio della pace, che in
questi tempi, purtroppo, risuona per alcuni ingenuo, per altri provocatorio,
trova accoglienza in chi non si chiude in ideologie preconfezionate ma si apre
alla verità”. Una verità – aggiunge il pontefice - che “è sempre più grande di
noi e per questo ci stupisce e ci attrae su sentieri di purificazione e di
riconciliazione, in cui il dialogo con gli altri – e con l’Altro con la
maiuscola – diventa fondamentale”.
Ed è qui che il Papa introduce le due figure di Giovanni
della Croce e Santa Teresa d’Avila, i quali “divennero amici nella passione per
il ministero divino”, con una “mistica dagli occhi aperti, vale a dire non
estranea alla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni,
al cuore della realtà”.
Il tema della notte di San Giovanni della Croce è il
primo tema sviluppato da Leone XIV. “Anche oggi – dice - quanto ci spaventa di
più, ciò che in molti provoca il buio della ragione e la violenza delle
emozioni, è l’ignoto, di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere
più mappe, il disorientamento”. Per questo servono “nella vita pubblica, uomini
e donne che intuiscano nel buio la luce, nella fine un possibile inizio, quasi
l’irrompere di una verità come luce che ancora acceca, ma che – se ci fidiamo e
troviamo pace – delicatamente ci porterà verso di sé”.
Poi, il Papa sviluppa il tema del castello interiore di
Santa Teresa d’Avila, perché “avanzando di stanza in stanza verso il luogo più
interno – cioè ciascuno verso il proprio cuore, santuario della verità –, lo
spazio si allarga, la mente si apre, le contraddizioni si compongono, le
tensioni si sciolgono, gli altri trovano posto, l’universo diventa casa”.
Non si tratta di “una fuga intimistica”, ma di un’apertura
che si realizza quando “torniamo in noi stessi”. Ed è per questo – sottolinea
il Papa – che “la libertà religiosa e di coscienza va tutelata”, poiché “oggi,
la tentazione di guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni
sembra crescere, invece di diminuire; la dignità umana non cessa di essere
violata. Allora abbiamo bisogno di cultura, di interiorità, di educazione
libera e di qualità, di trascendenza”.
Leone XIV ricorda che da questa notte oscura “uomini e
donne fedeli alla verità sono stati spinti ad avanzare di stanza in stanza fino
al punto in cui, nella coscienza, giustizia e pace si abbracciano”.
La Chiesa – aggiunge il Papa – “è a servizio di questa
sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza
evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, ed è pronta oggi a
mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace”.
Leone XIV invita “ad abbandonare le narrazioni divisive e
polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle
sterili semplificazioni all’apprezzamento”.
Leone XIV guarda alla “specifica vocazione dell’Europa”
di cui la Spagna è “protagonista originale e fondamentale”, considerando che
questo è il “dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere
giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che
interpellano ancora”.
Il dono è quello di “apprezzare la complessità e
studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire
quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il
mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle
spalle”.
Leone XIV si sofferma sulle nuove tecnologie, le quali
“sono divenute un ambiente artificiale in cui le nostre opzioni fondamentali
sono messe alla prova: al suo interno i pregiudizi si esasperano, il pensiero
critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte”.
Il Papa nota che “Il bene può resistere e comunicarsi, e
per quello serve “un’inversione di rotta negli investimenti su scuola,
università e ricerca, sulle comunità locali e sulla società civile come vivaio
di partecipazione e di mediazione culturale”.
Leone XIV punta anche il dito sulla sicurezza “che troppo
spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare
a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco”.
Il Papa guarda alla storia della Spagna, alla presenza
dell’Islam che per lungo tempo ebbe un peso anche politico, durante un periodo
in cui “non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di
contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani,
musulmani ed ebrei”.
In particolare, Leone XIV ricorda che “nella scuola di
traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni
collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico,
contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi
Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204)”, mentre “città come Cordoba e
Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi”.
Ed è anche questa “la verità che raccontano le città
europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei
secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti
in punti di ripartenza”.
E qui il Papa ricorda un altro figlio di Spagna, Ignazio
di Loyola, il quale “capì che non era utopia il bene da cui si sentiva attratto
e allora la sua crisi si trasformò in grazia”, e che può essere di esempio di
fronte “alle ‘cose nuove’ che oggi ci turbano e su cui le nostre sensibilità al
momento si dividono”.
In conclusione, Leone XIV esprime apprezzamento alla
Spagna “per la sua fedeltà al diritto internazionale e al
multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la
solidarietà fra i popoli”, incoraggiando “a coltivare anche al suo interno il
dialogo e l’amicizia sociale, a tenere conto del punto di vista dei poveri e
dei giovani nell’immaginare il futuro, a volgere in positiva armonia le istanze
di autonomia e quelle di unità, a favorire il processo di unione europea, non
in contrapposizione ad altre potenze, ma come dono per l’intera famiglia
umana”. Aci 6
Il papa ha incontrato le Associazioni studentesche cattoliche tedesche
Città del Vaticano. “Per quanto riguarda la vostra
identità cattolica, il vostro fermo impegno nella fede si riflette nei quattro
principi che guidano la vostra associazione: religio, scientia, amicitia e
patria. Di fronte al dispotismo e alle ideologie del passato, la fede cattolica
non è mai stata una semplice facciata o un'etichetta, ma piuttosto uno stile di
vita da condividere in ambito universitario e lavorativo” con queste parole,
papa Leone XIV ha salutato le associazioni cattoliche tedesche ricevute in
udienza in aula Nervi, in Vaticano. Un discorso in inglese che ha messo in
rilievo la dimensione comunitaria delle varie attività dell’associazione.
Immancabile il riferimento alla rivoluzione tecnologica
in atto anche in ambito educativo, mettendo in risalto l’umanità. Gli echi
della recente enciclica di papa Leone XIV si fanno sentire. Ed è sull’umanità
che si concentra il pontefice mettendo in risalto di quanto l’uomo sia “sempre
relazionale”, limitato, e perciò chiamato a diventare “un dono per
l'altro”.
Papa Leone prende spunto poi dal motto delle
associazioni: “In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”.
E, in merito, dice: “Queste parole testimoniano il vero fondamento, il dialogo
critico e la costante dedizione che caratterizzano la vostra associazione. Il
rapporto tra i membri di molte associazioni non si limita alla condivisione di
conoscenze, ma matura in stima reciproca. Non si limita alle idee, ma diventa
una pratica collaborativa”.
Infine, l’esortazione, “nella gioia della fraternità” a
“promuovere l'evangelizzazione della cultura: le vostre organizzazioni
universitarie attraggono continuamente nuovi giovani perché testimoniano
passione, competenza e autentica amicizia cristiana”. La vita dello studente -
per il pontefice - è “seguire una vocazione” in cui “la ricerca della verità è
un bene che vale la pena desiderare e trasmettere”. Il campo della cultura, in
tutto questo, gioca un ruolo fondamentale essendo “bene dell'umanità”: “la
verità ci rende liberi, mentre la menzogna distorce nomi e cose”. Sono queste
le basi per un auspicato “umanesimo cristiano”. Cita Benedetto XVI, cita papa
Francesco: cita il papa tedesco per l’importanza dell’umana; cita papa
Francesco per l'ecologia integrale che “mette in luce il fatto che il mondo è
pieno di significato, e non un'entità inerte da plasmare arbitrariamente o per
sete di potere”.
Ciò che sottolinea di più è che l’umano è fatto per la
“trascendenza”: “Orientando la nostra sete di vita e di giustizia, di saggezza
e di amore, scopriamo insieme la verità nel conoscere, nel fare e nel credere.
Dopotutto, gli esseri umani sono sempre alla ricerca di Dio, ed Egli si è
rivelato a noi come nostro Salvatore. Non è dunque nonostante le nostre azioni,
ma proprio attraverso ciò che facciamo che sviluppiamo una relazione con Dio,
che diventa un cammino verso la santità. Sì, la missione culturale dei
cristiani è quella di orientare la società e la storia verso questo culmine di
una vita centrata su Dio” conclude il pontefice. Aci 5
Visita di Papa Leone XIV in Spagna. La gioia della Spagna in “cifre”
La visita di Leone XIV mobilita chiesa, città e
istituzioni tra Madrid, Barcellona e Canarie. Migliaia i volontari e le forze
dell’ordine dispiegati in campo. Un evento ecclesiale e civile che punta a
favorire partecipazione, accoglienza ma soprattutto un incontro “personale” con
il Papa. M. Chiara Biagion
I numeri della macchina organizzativa sono sbalorditivi
tra agenti di sicurezza, volontari, personale medico e ovviamente loro:
pellegrini e fedeli. La visita del Papa sta generando un’immensa attesa e la
Spagna si è preparata al suo arrivo con un dispiegamento di forze di portata
impressionante. Dal 6 al 12 giugno, Leone XIV visiterà Madrid, Barcellona, Gran
Canaria e Santa Cruz de Tenerife. Su invito del card. José Cobo, arcivescovo di
Madrid, e del vescovo di Getafe, mons. Ginés García Beltrán, le campane delle
chiese di Madrid e della diocesi di Getafe suoneranno a festa sabato 6 giugno,
quando l’aereo su cui viaggia Papa Leone XIV atterrerà all’aeroporto di Madrid
per iniziare una visita di quattro giorni nella capitale, “come espressione
della profonda gioia – ha scritto l’arcivescovo Cobo -, del ringraziamento a
Dio e del benvenuto della nostra Chiesa diocesana”.
Ai grandi eventi, si sono registrate oltre 600.000
persone, anche se gli organizzatori prevedono una partecipazione molto
maggiore. A entrare nei dettagli della macchina organizzativa, è il sito
spagnolo “Religion Digital”. Nello specifico, oltre 300.000 persone si sono
iscritte a Madrid per partecipare alla Messa di domenica 7 giugno in Plaza de
Cibeles e più di 220.000 alla veglia con i giovani in Plaza de Lima. Si prevede
tuttavia che il numero dei fedeli alla messa raggiungerà un milione di presenze
mentre si attendono circa 500.000 pellegrini alla veglia di preghiera.
L’incontro diocesano con la provincia ecclesiastica di Madrid allo stadio
Santiago Bernabéu dovrebbe richiamare 70.000 fedeli, mentre per l’incontro con
il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport”, la “Movistar
Arena” dovrebbe essere quasi al completo con circa 12.000 persone. A
Barcellona, invece, la veglia allo Stadio Olimpico Lluís Companys di Barcellona
dovrebbe attirare circa 40.000 persone, mentre 8.000 fedeli parteciperanno alla
Messa alla Sagrada Familia (4.000 all’interno della chiesa e 4.000
all’esterno). Sono invece oltre 45.000 i pellegrini che si sono iscritti per
partecipare alla Messa allo Stadio di Gran Canaria a Las Palmas, mentre più di
29.000 si sono registrati per la messa che concluderà il viaggio di Papa Leone
al porto di Santa Cruz, a Tenerife.
Per la visita, sono stati mobilitati quasi 22.000
volontari. Saranno identificati dal colore delle loro magliette in base alle
loro responsabilità: i volontari generici indosseranno l’arancione; i volontari
per l’accessibilità il blu; i volontari per l’informazione il verde; e il team
organizzativo il rosso. Tra Madrid, Barcellona e Isole Canarie, in totale,
23.500 agenti saranno impiegati per garantire la sicurezza durante la visita.
Per quanto riguarda invece il personale sanitario e della protezione civile,
mille operatori saranno a disposizione dei partecipanti agli eventi previsti a
Madrid, dove saranno allestiti dieci posti medici avanzati. Inoltre, sempre a
Madrid, saranno disponibili punti di distribuzione d’acqua gratuiti per aiutare
le persone ad affrontare il caldo. Anche sul fronte tecnico, il dispiegamento
delle forze è ingente: in plaza de Cibeles a Madrid saranno installati 42
schermi e 30 per la Veglia Giovanile. Qualcosa che l’arcivescovo di Madrid ha
definito come “il più grande dispiegamento tecnico che questa città abbia visto
da molto tempo”.
La sfida, dice, “è dare a chiunque venga la possibilità
di stare con il Papa, di accompagnarlo. La cosa importante non è tanto vedere
il Papa quanto stare con il Papa”.
Per agevolare gli spostamenti durante questo periodo, il
Ministero dei Trasporti e della Mobilità Sostenibile ha predisposto una serie
di servizi speciali e aggiuntivi. Anche i collegamenti aerei sono stati
potenziati. Ai media della conferenza episcopale spagnola, José Luis Martínez
Almeida, sindaco di Madrid, ha raccontato il lavoro che il Consiglio Comunale
sta facendo da settimane per garantire mobilità, sicurezza e attenzione alle
centinaia di migliaia di persone che parteciperanno agli eventi previsti. Ed ha
aggiunto: “Leone XIV è una bussola morale per i tempi in cui viviamo”. Sir 5
La missione educativa della scuola cattolica
L'intervista al presidente nazionale FIDAE Virginia
Kaladich
Di Simone Baroncia
Roma. In un tempo segnato da crisi demografica, fragilità
educative e trasformazioni sociali profonde, la scuola cattolica rivendica il
proprio ruolo come presidio di futuro: è stato questo il messaggio emerso
dall’81^ Assemblea Nazionale della FIDAE sul tema ‘Educare come atto di
speranza’, aperta dalla presidente nazionale FIDAE, Virginia Kaladich, che
nella sua relazione aveva ‘fotografato’ la situazione attuale: “E’ ormai
evidente che ogni giorno le nostre scuole affrontano sfide che sembrano
soffocare il loro respiro: la carenza di personale religioso, la lentezza con
cui gli enti locali erogano i contributi, la difficoltà di reperire docenti
qualificati e l’inverno demografico che sta riducendo progressivamente l’utenza
del sistema scolastico”.
Nonostante le difficoltà, la FIDAE aveva rivendicato una
missione chiara: “Crediamo fermamente che la nostra missione sia quella di
supportare, orientare e formare, per garantire alle nuove generazioni scuole
che continuano a ispirare con la dedizione e l’amore che mettono nel loro
lavoro... La progettualità pedagogica deve essere sempre più all’avanguardia,
accompagnando ogni alunno in un percorso che sviluppi non solo competenze, ma
anche valori umani... La scuola ha il compito di non rassegnarsi, ma di
stimolare nelle nuove generazioni il desiderio di un cambiamento profondo”.
Alla presidente della FIDAE chiediamo per quale motivo
l’educazione è un atto di speranza: “Educare è uno dei più grandi atti di
speranza, perché significa credere nei giovani, nei loro talenti e nel loro
futuro. Vuol dire accompagnare ogni ragazzo in una crescita completa, umana e
spirituale, aiutandolo a scoprire il senso della propria vita e il valore del
proprio contributo alla società. Viviamo un tempo complesso, segnato da
profondi cambiamenti sociali e culturali, che rischiano di generare sfiducia.
Ma educare significa continuare a seminare fiducia, responsabilità e desiderio
di bene. Come ricordava papa san Giovanni Paolo II, ‘il futuro comincia
oggi’, e comincia dai nostri ragazzi. Come FIDAE crediamo in una
scuola che faccia respirare futuro, attraverso relazioni autentiche, attenzione
alla persona e passione educativa”.
In quale modo la scuola può stimolare al cambiamento?
“La scuola stimola al cambiamento quando non si limita a
trasmettere conoscenze, ma accende nei giovani domande profonde, senso critico
e desiderio di costruire il bene. Il vero cambiamento nasce infatti da una
visione della persona nella sua interezza: culturale, relazionale, etica e
spirituale. È qui che la dimensione antropologica cristiana offre un contributo
decisivo, perché rimette al centro la dignità di ogni essere umano, il valore
della fraternità e la responsabilità verso gli altri e verso il creato. Una
scuola autenticamente educativa non forma soltanto studenti competenti, ma
persone capaci di amare, di prendersi cura del bene comune e di affrontare il
presente con speranza e coraggio. Le competenze, da sole, non bastano se
non diventano strumenti per generare ciò che è buono, giusto e bello.
Come FIDAE crediamo in una scuola che sappia costruire comunità
inclusive, dove ciascuno si senta accolto e valorizzato. La scuola cattolica,
in particolare, non può adattarsi passivamente al mondo così com’è, ma deve
contribuire a renderlo più umano, indicando ai giovani la strada della
solidarietà, della pace e della speranza”.
Quindi la formazione educativa deve essere integrale?
“Certamente. La formazione educativa deve essere
integrale, perché la persona non è fatta soltanto di competenze o risultati
scolastici, ma di relazioni, emozioni, desideri e senso della vita. Educare
significa accompagnare i ragazzi nella loro crescita umana, culturale e
interiore, aiutandoli a scoprire i propri talenti e a costruire con fiducia il
proprio progetto di vita. Per questo oggi è fondamentale investire non solo
nella qualità della didattica, ma soprattutto nella qualità delle relazioni
educative. I giovani hanno bisogno di adulti significativi: insegnanti,
educatori e famiglie capaci di ascoltare, incoraggiare e testimoniare con
autenticità valori credibili. Sono le relazioni generative a
lasciare il segno, perché fanno sentire ogni ragazzo accolto, riconosciuto e
valorizzato. La scuola cattolica è chiamata a formare persone libere,
responsabili e capaci di abitare il mondo con competenza e umanità. Anche la
pace nasce qui, tra i banchi di scuola: nelle parole che scegliamo, nel
rispetto reciproco, nella capacità di trasformare il conflitto in dialogo.
Educare alla pace significa insegnare ai giovani a disinnescare la violenza,
anche quella verbale, per costruire una società più giusta, fraterna e
umana”.
Allora per quale motivo l’educazione è opera corale?
“Nessuno educa da solo, proprio per quello che abbiamo
appena detto: è a scuola che ci giochiamo il futuro delle nostre comunità e di
tutta la società, per questo è chiaro che ci vuole l’apporto e l’impegno di
tutti. La crescita di un ragazzo nasce dall’incontro e dalla collaborazione tra
scuola, famiglia, docenti, territorio e comunità educante. Senza tralasciare
poi il ruolo, fondamentale, delle istituzioni pubbliche. Quando queste
realtà dialogano e condividono un orizzonte comune, i giovani percepiscono
coerenza, fiducia e sostegno. La scuola cattolica, in particolare, crede molto
nel valore delle alleanze educative: soltanto facendo rete possiamo affrontare
le fragilità e le sfide di questo tempo. Educare significa costruire relazioni,
e le relazioni richiedono ascolto, corresponsabilità e presenza. È proprio
questa dimensione comunitaria che rende l’educazione un’esperienza viva e
generativa di futuro”.
Qual è il ‘compito’ della scuola cattolica?
“La scuola cattolica ha un compito grande e prezioso:
essere ogni giorno un presidio di futuro, di speranza e di umanità. Non si
tratta soltanto di offrire un servizio scolastico, ma di vivere una vera
missione educativa fondata sulla cura della persona e sulla carità educativa,
quella capacità di prendersi a cuore ogni ragazzo, nessuno
escluso. Educare significa accompagnare, ascoltare, incoraggiare e
sostenere i giovani nel loro cammino di crescita umana, culturale e spirituale.
In un tempo segnato da fragilità, solitudini e incertezze, la scuola cattolica
è chiamata a essere una comunità accogliente, capace di far sentire ogni
studente riconosciuto, valorizzato e amato. Anche davanti alle difficoltà
che attraversano oggi il mondo della scuola (dalla crisi demografica alle sfide
economiche) continuiamo a credere con forza che educare significhi formare
uomini e donne capaci di costruire il bene comune. E’ questa la più autentica
carità educativa: prendersi cura del futuro attraverso i giovani,
accompagnandoli verso l’età adulta con responsabilità, speranza e fiducia nella
vita”.
Nei giorni scorsi è stata pubblicata la prima enciclica
di papa Leone XIV, ‘Magnifica Humanitas’, in cui ha sottolineato il compito
educativo della scuola nell’era dell’Intelligenza Artificiale’: “In un tempo
segnato da trasformazioni rapidissime, papa Leone XIV invita a non cedere alla
sindrome di Babele, cioè alla tentazione di costruire un futuro dominato dalla
tecnica, dal profitto e dall’omologazione, dimenticando la centralità della
persona. Al contrario, propone la via di Neemia: ricostruire legami, comunità e
responsabilità condivise. La tecnologia può educare, connettere e aprire
opportunità straordinarie, ma non può sostituire la relazione educativa, l’ascolto
e la crescita integrale della persona. Nessun algoritmo potrà mai prendere
il posto di uno sguardo educativo autentico. Nella scuola cattolica
l’intelligenza artificiale deve essere accompagnata da un chiaro riferimento
antropologico cristiano, che metta sempre al centro la persona, la relazione
educativa e il discernimento etico. L’Intelligenza Artificiale è uno strumento
utile, ma non può sostituire il ruolo educativo del docente e della comunità
scolastica”. Aci 5
I pontefici e l'Eucaristia: in quel Pane spezzato, l'unità della Chiesa
Aspettando la solennità del Corpus Domini - Di Antonio
Tarallo
Roma. Acistampa, in attesa della solennità del Corpus
Domini, vi accompagnerà in un viaggio alla riscoperta del valore
dell'Eucaristia. Oggi, la seconda puntata di questo affascinante viaggio.
Dopo la prima puntata sul senso dell'Eucaristia, oggi
proponiamo ai nostri lettori una veloce carrellata sulle riflessioni, sulle
meditazioni, sulle parole che gli ultimi pontefici della Chiesa hanno voluto
offrire sul tema eucaristico. Certamente è difficile fare una cernita, vista
l'importanza della tematica. Eppure, è necessario. Quindi questo breve sunto
non potrà che risultare se non un ritratto “impressionista”: brevi pennellate
per un immenso “soggetto pittorico”.
“Sì, sì, il Sacramento dell'altare è esaltazione, la
prima, la fondamentale dell'insegnamento e della volontà di Cristo Nostro
Signore: l'unum sint, l'unum sint della preghiera della sua ultima cena!
(…)La liturgia del Corpus Domini è il dispiegamento, in faccia al cielo e alla
terra, di quanti siamo i componenti del mistico gregge e di quanto abbiamo. (…)
Ecco: alla cupola festosa del tempio massimo fanno corona le due braccia del
colonnato, su cui prolungano la loro testimonianza, in espressive statue di
pietra, gli uomini insigni di venti secoli di cristianesimo: martiri,
confessori, dottori. Pacifica vittoria di Cristo: servizio universale della sua
Chiesa: trionfo di unità e di pace. Qui siamo e ci sentiamo sulle soglie del
Concilio, che questa basilica adunerà nel prossimo ottobre. Una sola fede, a
tutti comune; una comune partecipazione alle stesse fonti della grazia; un
palpito solo di preghiera, di sacrificio e di lavoro per il nome, il regno e la
volontà del Signore” così papa Giovanni XXIII si esprimeva riguardo
l’Eucaristia nella celebrazione del Corpus Domini del 21 giugno 1962. Il
Concilio Vaticano II era ormai alle porte. E papa Roncalli, nel celebrare il
Corpus Domini quasi quattro prima dell’assise che avrebbe cambiato la Chiesa,
focalizzava l’attenzione su quanto il Corpus di Cristo fosse fonte di grazia e
soprattutto di unità nella Chiesa. “Pacifica vittoria di Cristo: servizio
universale della sua Chiesa: trionfo di unità e di pace”, parole che vengono
scolpite nella storia. Parole che fanno “da riflesso” all’Eucaristia. Si
specchiano nell’Eucaristia.
Un’Eucaristia - secondo il successore san Paolo VI - che
deve essere “conservata come il centro spirituale della comunità religiosa e
parrocchiale”. Così papa Montini scriveva nella sua Lettera enciclica Mysterium
fidei del settembre 1965. E sempre nello stesso documento, troviamo
sottolineato quel mysterium proprio dell’Eucaristia: “Anzitutto vogliamo
ricordare una verità, a voi ben nota, ma assai necessaria a respingere ogni
veleno di razionalismo, verità che molti cattolici hanno suggellato col proprio
sangue e che celebri Padri e Dottori della Chiesa costantemente hanno
professato e insegnato, che cioè l'Eucaristia è un altissimo mistero, anzi
propriamente, come dice la Sacra Liturgia, il mistero di fede”.
Mentre papa Albino Luciani, Giovanni Paolo I, si
esprimeva in questo modo: “Questo è un pane straordinario, entrando in te, ti
dichiara netto: Vengo a cambiarti; da qua in avanti, nuovi pensieri, nuovi
affetti, virtù nuove; penserai come penso io, desidererai quello che desidero
io!”. Parole semplici che arrivano dritte al cuore del fedele.
“Onorando il Santissimo Sacramento, noi compiamo anche
una profonda azione di rendimento di grazie che eleviamo al Padre, poiché
attraverso suo Figlio egli ha visitato e redento il suo popolo. Mediante il
sacrificio della Croce, Gesù ha dato la vita al mondo e ha fatto di noi i suoi
figli adottivi, a sua immagine, instaurando rapporti particolarmente intimi,
che ci permettono di chiamare Dio col nome di Padre” così Giovanni Paolo II
nella sua Lettera sull’adorazione eucaristica del maggio 1996. L’Eucaristia,
uno “strumento” per sentirsi ancor di più figli di Dio.
Assai preziose le parole che papa Benedetto XVI riserva
al dono dell’Eucaristia. Il pontefice fa riferimento, con parole pregnanti
nella sua Esortazione apostolica postsinodale “Sacramentum caritatis”, al suo
valore profondamente radicato nella Chiesa: l’insistenza sul fatto che
l’Eucaristia, in quanto sacrificio di Cristo, è anche sacrificio della Chiesa e
del singolo credente. La “Sacramentum caritatis” (in italiano “Il Sacramento
della carità”) era la prima Esortazione apostolica post-sinodale di papa
Benedetto XVI, promulgata il 22 febbraio 2007, ricorrenza della festa della
Cattedra di San Pietro Apostolo, interamente dedicata all’Eucaristia, memoriale
del dono di Cristo e sacramento supremo dell’amore divino. E durante l’omelia
pronunciata a Bari il 29 maggio del 2005 in occasione del XXIV Congresso
eucaristico nazionale affermava: “Non c’è nulla di autenticamente umano –
pensieri, parole e opere – che non trovi nel Sacramento dell’Eucaristia la
forma adeguata per essere vissuto in pienezza”.
Papa Francesco: “L’Eucaristia è la risposta di Dio alla
fame più profonda del cuore umano, alla fame di vita vera: in essa Cristo
stesso è realmente in mezzo a noi per nutrirci, consolarci e sostenerci nel
cammino”. Tramite il suo account @Pontifex in nove lingue e con milioni di
followers sul social X, il pontefice argentino ricordava così la solennità del
Corpus Domini nel 2024.
E arriviamo a Prevost che l'anno scorso, come pontefice,
ha presieduto alla processione del Corpus Domini il 22 giugno 2025. Una
processione densa di significati. E nella Santa Messa in piazza San Giovanni in
Laterano, a Roma, affermava che "Cristo è la risposta di Dio alla
fama dell'uomo, perché il suo corpo è il pane della vita eterna: prendete e
mangiatene tutti! L'invito di Gesù abbraccia la nostra esperienza quotidiana:
per vivere, abbiamo bisogno di nutrirci della vita, togliendola a piante e
animali. Eppure, mangiare qualcosa di morto ci ricorda che anche noi, per
quanto mangiamo, moriremo. Quando invece ci nutriamo di Gesù, pane vivo e vero,
viviamo per Lui. Offrendo tutto sé stesso, il Crocifisso Risorto si consegna a
noi, che scopriamo così d'essere fatti per nutrirci di Dio La nostra natura
affamata porta il segno di un'indigenza che viene saziata dalla grazia
dell'Eucaristia".
Parole, volti della Chiesa, piccoli "tasselli"
del grande mosaico che è la Chiesa tutta unita in quel Corpo e Sangue che sarà
celebrato fra pochi giorni. Aci 4
Il benvenuto delle Donne in Vaticano al nuovo Prefetto per la Comunicazione
Montse Alvarado
Un messaggio di auguri che indica uno stile - Di Angela
Ambrogetti
Città del Vaticano. “A nome dell’Associazione Donne in
Vaticano (D.VA) desidero esprimerLe gli auguri più fervidi per il nuovo
incarico di Prefetto del Dicastero per la Comunicazione, affidatoLe dal Santo
Padre”.
Il primo vero benvenuto ad Maria Montserrat Alvarado come
nuovo Prefetto del dicastero della comunicazione in Vaticano arriva dalle
donne. “La nostra associazione è formata, come dice il nome, da donne
laiche, religiose e consacrate che lavorano o che hanno lavorato nella Santa
Sede, nella Curia Romana e nelle istituzioni ad essa collegate. La nostra
presenza è quella di creare una rete di conoscenza, di amicizia e di
solidarietà sempre più costruttiva e fruttuosa fra tutte le socie, per
promuovere la loro crescita professionale, umana e spirituale. Per rispondere
alla nostra vocazione di donne, il nostro modello è Maria Madre della Chiesa
che ci sprona a valorizzare al meglio tutto ciò che la femminilità comprende e
significa, cercando di essere testimoni di fraternità come figlie dell’unico Padre,
e guardando al futuro come donne di autentica cristiana speranza. Con rinnovati
auguri di un servizio proficuo, invochiamo di cuore la benedizione del Signore
per la Sua missione ecclesiale affidandoLa alla protezione e all’intercessione
della Vergine Santissima”. La firma è della presidente Margherita Maria
Romanelli, professoressa all’ Auxilium, ma sono molte le donne che lavorano in
Vaticano che lavorano con la Associazione e molte vengono dal mondo dei media.
L’Associazione Donne in Vaticano in Vaticano D.VA è
formata, come dice il nome, da donne che lavorano o che hanno lavorato nella
Santa Sede, nella Curia Romana, nelle istituzioni ad essa collegate, che siano
laiche, religiose o consacrate. Finalità’: fare rete nello spirito di
fraternità tra uomini e donne.
Così dopo le prime reazioni alla notizia della scelta del
Papa arriva ora il momento della preparazione al lavoro. Montse Alvarado, come
tutti noi a EWTN la chiamiamo, avrà 40 anni all’inizio del suo mandato, ed ha
guidato come test di ingresso la presentazione della prima enciclica di Papa
Leone XIV.
Giovane, talentuosa, fedele al Vangelo e leale al Papato
Alvarado è americana come il Papa, latina di origine e statunitense di
formazione. La sua è una grande sfida ed è un segnale preciso da parte del
Papa: nella Chiesa non c’è destra o sinistra che si contrappongono, ma ci deve
essere comunione attorno al Vangelo. Il resto sono sfumature. La linea di Leone
XIV diventa sempre più chiara. Disarmare non significa solo combattere le
guerre ma ogni tipo di inutile contrapposizione che diventa divisione.
Lavorando con lei da diversi anni so bene che la sua
dedizione e il suo amore per la Chiesa la rendono un’ottima scelta.
E a chi si sorprende che sia una donna a capo di un
Dicastero ricordo che quel dicastero è già diretto da un laico. Che differenza
c’è tra un uomo e una donna?
A quelli delle donne in Vaticano aggiungo i miei auguri
personali come Editor in Chief di Acistampa, parte della famiglia EWTN e dal
2015 al servizio della Chiesa e del Papato. Aci 4
Papa Leone: "Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della
liturgia"
L'udienza del mercoledì in piazza San Pietro - Di Antonio
Tarallo
Città del Vaticano. Piove, un po', in piazza San Pietro.
O meglio, ogni tanto qualche goccia. Prima dell'udienza generale del mercoledì,
Roma è sotto la pioggia. Ma poi, ecco il papà. E la pioggia si arresta, almeno
un po'. Non è certo il maltempo che ferma il popolo di Dio che vuole
abbracciare il pontefice, soprattutto nel suo giro in papamobile. Non fa nulla
se la città di Roma si è svegliata con la pioggia. L'importante è essere con il
pontefice, essere vicino a lui e dimostrargli affetto, stima, vicinanza. Ed è
così.
Il papa riprende, oggi, nella sua udienza, il ciclo di
catechesi su “I Documenti del Concilio Vaticano II” e incentra la sua
meditazione sul tema: Costituzione Sacrosanctum Concilium. Il rito, il segno,
il simbolo. Tre parole chiave per la Chiesa. Tutte e tre importanti. Ed è su
questi tre lemmi che il pontefice concentra l'attenzione nel suo discorso.
Ricorda come il Concilio Vaticano II, facendo tesoro del prezioso lavoro del
Movimento liturgico, "ci ha aiutato a riscoprire una verità molto viva
nella coscienza della Chiesa antica e nell'insegnamento dei Padri. I riti della
liturgia cristiana non sono un rivestimento esteriore del mistero sacramentale,
un insieme di cerimonie arbitrarie, ma sono la mediazione ecclesiale attraverso
cui il dono divino ci raggiunge" precisa il pontefice. E ricorda come il
Mysterium fidei “si attua nella liturgia attraverso i riti e le
preghiere”.
“E' il rito che dà forma all'azione liturgica e,
attraverso di essa, alla nostra vita, generando in noi una sensibilità
spirituale che ci rende capaci di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù
Cristo. Naturalmente ciò avviene se noi non restiamo estranei o muti spettatori
rispetto alla liturgia, ma vi partecipiamo con tutto noi stessi – corpo, mente
e cuore –, in obbedienza al comando del Signore”, dice il pontefice. E
aggiunge: "Attraverso il sacro rito veniamo così formati all'ascolto della
Parola di Dio, al rendimento di grazie e all'adorazione, alla condivisione
fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un'assemblea dai
molti volti, riunita dalla stessa fede".
Ma cosa è rito? Papa Leone XIV ci parla di "sequenza
di gesti e di preghiere ben definita, che talora può contrastare con la nostra
individuale tendenza alla spontaneità. La sua logica, però, non è quella di
imbrigliare la libertà in schemi. Al contrario, con la sobrietà solenne dei
suoi ritmi, il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci
all'essenziale". Ed è nel rito che “sperimentiamo una logica di
gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere
preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo
Spirito Santo”. E sempre rito ha una sua particolare “grammatica”: segni e
simboli propri della liturgia. Richiama il Catechismo della Chiesa
Cattolica che approfondisce il valore di questi segni, ricordando che “il loro
significato nell'opera della creazione e nella cultura umana, si precisa negli
eventi dell'Antica Alleanza e si rivela pienamente nella persona e nell'opera
di Cristo”.
E si sofferma sul segno dell'acqua: “dalle origini della
creazione al diluvio, dal passaggio del Mar Rosso al Giordano, fino all'acqua
che sgorga dal costato di Cristo e diventa segno sacramentale dell'immersione
nella sua morte e risurrezione”. “Segno” e “simbolo” sono termini che spesso
vengono usati come sinonimi. Ma, in realtà, precisa il pontefice il “segno è
simbolico quando è capace di rimandare non solo a un'idea, ma a un intero
sistema di significati e di valori”. I simboli, inoltre, “hanno una singolare
dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li
compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto, generando
appartenenza, toccando il cuore e la mente, suscitando autentiche relazioni
ecclesiali”.
E concludiamo: "Abbiamo bisogno di lasciarci educare
dai riti della liturgia, curando con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza
delle nostre celebrazioni e impegnandoci in un'autentica mistagogia.
L'esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un'opportuna
catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti
quell'apertura all'incontro con Dio che, nella logica dell'incarnazione, può
avvenire solo coinvolgendo tutto l'uomo: spirito, anima e corpo”.
E prima della benedizione, alcune parole "ai sacerdoti
e ai religiosi del Medio Oriente: accompagno con la mia preghiera e la mia
benedizione il vostro ministero e le attese dei rispettivi paesi". E
infine, anche altre parole "ai giovani, ai malati e agli sposi
novelli. Questa settimana si celebra la solennità del Santissimo Corpo e
Sangue di Cristo o, secondo la più nota formulazione latina, la solennità
del Corpus Domini. Nell'Eucaristia contempliamo Gesù pane spezzato e donato per
ciascuno di noi, espressione della pietà eucaristica popolare sono le
processioni con il Santissimo Sacramento che si svolgono nelle strade di
tanti paesi. A tale proposito incoraggio a mantenere viva questa bella
manifestazione di pubblica testimonianza della fede". Aci 3
Germania, morto a 110 anni don Bruno Kant, sacerdote più vecchio al mondo
Ringraziava Dio per una vita così lunga: “Vale la pena
vivere e, come prete, sono sempre stato felice” - Di Giacomo König
Francoforte. A chi lo andava a trovare diceva sempre che
era la preghiera che lo manteneva giovane. E forse era davvero così. Don Bruno
Kant, l’uomo più vecchio della Germania e il sacerdote più vecchio del mondo,
se n’è andato a 110 anni compiuti, venerdì scorso, 29 maggio. Viveva a
Eichenzell‑Löschenrod, vicino Fulda, nel Land dell’Assia. Lo scorso 26
febbraio, il giorno del suo ultimo genetliaco, aveva ricevuto gli auguri di compleanno
di Papa Leone XIV, come riportato dal quotidiano locale Fuldaer Zeitung. Il
Pontefice, in quella ricorrenza, lo ringraziava del suo lungo ministero
sacerdotale e del suo servizio alla Chiesa: «Mi ha fatto molto piacere sapere
che il 26 febbraio celebrerai il tuo 110º compleanno e ti invio le mie più
calorose felicitazioni e benedizioni».
«Con la scomparsa del parroco Bruno Kant – ha commentato
l’attuale parroco di Eichenzell-Löschenrod, Guido Pasenow - la nostra comunità
parrocchiale perde una persona che per molti anni ne ha rappresentato il cuore.
Anche dopo essersi ritirato dal ministero attivo, è rimasto per molti fedeli un
interlocutore stimato, un assistente pastorale e un accompagnatore spirituale.
Siamo grati per tutto ciò che ha donato alla nostra comunità».
In mano, don Kant, teneva sempre il suo breviario, di cui
diceva che era il suo “l'ultimo prezioso ricordo” che gli era rimasto. Più
volte al giorno recitava il Padre nostro, l’Ave Maria e il Credo. Era nato nel
1916 a Werblin, in quella che allora era la Prussia occidentale. Aveva
trascorso l’infanzia a Zoppot, vicino Danzica, che oggi si chiama Sopot e
appartiene alla Polonia. A nove anni il giovane Bruno decide di diventare
sacerdote. Ai tempi, andava a scuola in bus dal suo villaggio fino a Danzica,
per imparare latino e greco. Ancora recentemente poteva recitare il Padre
nostro in latino, anche se non riusciva a terminare più la preghiera: «È colpa
della mia demenza», ammetteva.
Conseguì la maturità proprio a Danzica nel 1934 e iniziò
gli studi di teologia a Braunsberg e Friburgo. Arruolato nel 1943, finì
prigioniero dei sovietici e, dopo il suo ritorno nel 1948, riprese gli studi a
Fulda. Suo padre perse la vita in guerra, una spina nel fianco della sua fede
che rimarrà a lungo: «Ho sempre avuto una fede salda – confessava poco prima di
morire - ma mi sono chiesto come il buon Dio possa permettere tanta assurdità,
sventura e malvagità nel mondo». Spiegava però che proprio questo era stato il
motivo della sua vocazione: «Volevo diventare sacerdote perché pensavo che,
dopo tutte le delusioni che avevo vissuto, forse avrei potuto migliorare un po’
il mondo».
La sua ordinazione sacerdotale avvenne proprio a Fulda,
uno dei luoghi di pellegrinaggio più importanti della Germania, nel 1950. Don
Kant prestò servizio come parroco in diverse parrocchie della Diocesi di Fulda,
tra cui, per oltre trent’anni, nella parrocchia di Sant’Egidio a
Petersberg-Marbach, cittadina dove, come segno di affetto e gratitudine, gli
hanno perfino dedicato una strada. La comunità gli è rimasta nel cuore,
commentava sempre quando indicava una foto della sua vecchia parrocchia, appesa
alla parete: «Questa è la mia chiesa parrocchiale, a cui penso sempre. Mi sta
sempre a cuore». Tra il 1981 e il 1986 fu decano del decanato di Hünfeld. Poi,
nel 1991, raggiunse l’età della pensione.
In questo ultimo tempo della sua vita, don Kant giocava
regolarmente a sudoku e a scacchi, per tenere allenata la mente, e faceva anche
un po’ di ginnastica, per lo più in casa. Circa 8 anni fa aveva smesso di
guidare. Da qualche anno aveva dovuto rinunciare alla celebrazione regolare
della Santa Messa del mercoledì sera, anche se non ha mai smesso di andare a
visitare i malati e lo ha fatto fin quando gli è stato possibile farlo.
Quando, poco prima di morire tracciava un bilancio della
sua fede e della sua vita, diceva che Dio non gli aveva risparmiato
l’esperienza di alcune situazioni difficili, come quella della prigionia,
durante la seconda Guerra mondiale. Un ricordo carico di sofferenza che
tuttavia non gli faceva perdere la gratitudine per tutto quello che aveva
ricevuto: «A Dio devo tutto, anche il fatto di essere ancora qui. Lo ringrazio
per avermi concesso una vita così lunga, perché vale la pena vivere», amava
ripetere. La sua fede, negli anni, non è mai venuta meno e alla fine della vita
gli era rimasto, indefesso, un senso di pienezza, che gli ha fatto chiudere gli
occhi, pieno di felicità: “Ho sempre creduto in Dio, perché questo mi ha dato
un senso e una speranza. Sono sempre stato felice come sacerdote e non mi sono
mai pentito della mia scelta”. Aci 3
80 anni della Repubblica. Card. Zuppi: "Non può essere solo
memoria"
Lo scrive il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente
della CEI, nel messaggio inviato al Capo dello Stato in occasione degli 80 anni
della Repubblica - Di Marco Mancini
Roma. "Questi ottant’anni racchiudono una storia
iniziata con donne e uomini che, dopo la guerra, hanno scelto di ricominciare
insieme, portando le differenze nel rispetto della vita democratica.
Ricostruire quando tutto sembra distrutto, cercare ciò che unisce in condizioni
di profonda divisione e credere nel futuro nonostante il dolore ha richiesto
coraggio e fiducia". Lo scrive il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente
della Conferenza Episcopale Italiana, nel messaggio inviato al Capo dello Stato
Sergio Mattarella in occasione degli 80 anni della Repubblica che si celebrano
domani.
"La Repubblica - osserva il Cardinale Zuppi - non è
solo un ordinamento: è un patto tra generazioni che trova concreta attuazione
nel lavoro, nella scuola, nella cura, nella giustizia, nell’accoglienza, nella
pace e nella partecipazione".
"La Chiesa - ricorda ancora l'Arcivescovo di Bologna
- ha sempre voluto cooperare con lo Stato nel pieno rispetto della libertà
religiosa e di coscienza, promuovendo dignità, solidarietà e bene comune, in
armonia con i valori fondanti della Repubblica. Le Chiese in Italia guardano a
questo anniversario con riconoscenza per il cammino compiuto e con
preoccupazione per le ferite presenti: la povertà crescente, la denatalità, la
sfiducia, le disuguaglianze, la violenza verbale, l’indifferenza e la
tentazione di chiudersi in un destino individuale. Le nostre comunità rifiutano
la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e, ispirate dall’insegnamento
di papa Leone, avvertono come urgente il compito di educare alla pace,
custodire la democrazia e costruire comunità".
"L’80° anniversario - prosegue il porporato - non
può essere solo memoria: deve diventare promessa. Non basta celebrare ciò che
abbiamo ricevuto; occorre rinvigorirlo, preservarlo e mantenerlo vivo, con lo
stesso spirito che apre al futuro. Possa questo anniversario richiamare tutti a
custodire e rinnovare il patto che ci unisce, per consegnare alle future generazioni
una Repubblica più giusta, coesa e fraterna, sempre nella prospettiva
europea". Aci 1
Cosa ci dice "Magnifica humanitas" su educazione e comunicazione
A una settimana dalla pubblicazione di Magnifica
Humanitas, forse possiamo permetterci un gesto controcorrente: smettere per un
momento di commentarla e provare a lasciarla lavorare.
Lo scorso 25 maggio 2026 è stata presentata
in Vaticano la prima Enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas. Nel
precedente numero di questa nostra newsletter - in cui ci siamo soffermati sul
“lungo percorso” che ha portato alla stesura dell’articolato documento leonino
- ne avevamo promesso uno specifico approfondimento, che adesso siamo in grado
di condividere.
Possiamo intanto partire da un gesto controcorrente:
smettere per un momento di commentarla e provare a lasciarla lavorare.
Eppure, nelle ore successive alla diffusione abbiamo
tutti assistito a un profluvio di sintesi, dichiarazioni, entusiasmi, letture
quasi istantanee. Era prevedibile. Un’enciclica sulla custodia della persona
umana nel tempo dell’intelligenza artificiale non poteva che attirare
l’attenzione di chi, da anni, prova a capire che cosa stia accadendo al nostro
modo di conoscere, lavorare, comunicare, educare.
Il rischio, però, è quello che accompagna spesso i
documenti più attesi: consumarli troppo in fretta. Citare le frasi più
efficaci, sistemarle in qualche post, riconoscersi in ciò che già pensavamo e
passare oltre.
A me, invece, interessa provare a fare l’operazione
opposta. Non chiedere subito che cosa l’enciclica “dice sull’IA”, ma che cosa
chiede a noi, una volta terminata la lettura. Perché il punto, mi pare, non è
aggiungere un altro documento alla già lunga bibliografia curiale sulla
tecnologia, quanto capire se questo testo riesce a cambiare davvero qualcosa
nel nostro modo ordinario di abitare l’ecosistema digitale.
Lasciare sedimentare
La prima impressione, a bocce un po’ più ferme, è che
Magnifica Humanitas non sia esclusivamente un’enciclica sull’intelligenza
artificiale, e anche questo è stato già detto :). L’IA rappresenta piuttosto il
contesto storico, la questione emergente, la “cosa nuova” che costringe il
Magistero sociale a un ulteriore approfondimento. Ecco perché il soggetto reale
del documento è l’uomo. O meglio, la qualità umana dello sviluppo in un tempo
in cui la tecnica ha acquisito una capacità inedita di entrare nella vita
quotidiana, nei processi decisionali, nell’immaginario collettivo (MH, 4).
Trama, cantiere, cura
Leggendo l’Enciclica, mi sono ritrovato ad appuntare tre
parole, che non pretendono di riassumere tutto il documento, ma almeno a me
aiutano a tenerne insieme un certo movimento che lo caratterizza: trama,
cantiere, cura.
La trama è sostanzialmente ciò che riceviamo. L’Enciclica
insiste molto sulla Dottrina sociale della Chiesa come patrimonio vivo, non
come deposito statico. Questo mi sembra importante, perché nel dibattito
sull’IA domina spesso una specie di presentismo tecnologico: tutto appare
nuovo, urgente, senza precedenti, e dunque anche sganciato da ogni sapienza
precedente. Leone XIV fa l’operazione contraria. Colloca l’intelligenza
artificiale all’interno di una storia più lunga, quella delle domande sociali
che la Chiesa ha imparato a leggere nel tempo, da Rerum novarum in poi (MH, 3;
45). È come se dicesse: non abbiamo già tutte le risposte, ma non siamo neppure
privi di memoria.
Il cantiere è ciò che siamo chiamati a costruire. Qui
l’immagine di Neemia è decisiva. Non c’è un eroe solitario che salva la città o
una tecnologia provvidenziale che risolve da sola le fratture del tempo. C’è,
piuttosto, un popolo che ricostruisce, ciascuno per la propria parte,
ascoltando, coordinando, affrontando resistenze (MH, 8). È un’immagine molto
concreta, perfino faticosa. A ciascuno il suo tratto di muro: scienziati,
ricercatori, imprenditori, lavoratori, educatori, legislatori, società civile,
comunità di fede (MH, 13). Siamo di fronte, insomma, a una responsabilità
distribuita, condivisa.
Infine, la cura, tutto ciò che decidiamo di prenderci a
cuore. In questo senso, potremmo anche ragionare in termini di “benessere”,
anche se il rischio è di ridurlo a una categoria individuale, quasi
amministrativa. La cura, invece, obbliga in un certo modo a “uscire da sé”.
Chiede attenzione, prossimità, tempo, responsabilità. Il Papa lo dice quando
ricorda che il vero “realizzarsi” non nasce dalla rimozione della fragilità, ma
da una crescita in cui libertà e responsabilità si intrecciano con la cura
reciproca e la solidarietà (MH, 12). È qui che il discorso sull’IA smette di
essere astratto e porta a considerare cosa ci sta davvero a cuore mentre ne
utilizziamo gli strumenti?
Comunicazione ed educazione alla prova della vita
quotidiana
Questa chiave di lettura mi sembra particolarmente
feconda per due ambiti che in questa newsletter trattiamo spesso: la
comunicazione e l’educazione. Del resto, nel Documento stesso appaiono come
luoghi concreti nei quali si verifica, o viene a mancare, la custodia
dell’umano.
Chi lavora nella comunicazione lo sa bene: oggi non
mancano i contenuti quanto piuttosto le condizioni affinché questi contenuti
possano diventare anche comprensione. L’IA, da questo punto di vista, rende
ancora più urgente la questione. Non a caso, possiamo produrre testi, sintesi,
titoli, immagini, video, post, reel con una rapidità un tempo impensabile. Ma
sappiamo bene che la velocità della produzione spesso non coincide con la
qualità di ciò che diciamo in pubblico.
Per questo mi ha colpito il modo in cui il documento
rilegge il racconto di Babele. Quando un progetto umano viene costruito
sull’autosufficienza, sull’uniformità e sulla pretesa di dominare, “la
comunicazione si spezza” e gli esseri umani non si comprendono più (MH, 7). È
un’immagine biblica, certo, ma è anche una diagnosi sorprendentemente attuale.
Viviamo iperconnessi, eppure spesso incapaci di ascoltarci. Parliamo
moltissimo, ma non sempre comunichiamo. Reagiamo a tutto, ma comprendiamo poco.
Da qui il passaggio sull’immaginario collettivo. Leone
XIV osserva che chi controlla piattaforme digitali da una parte e mezzi di
comunicazione dall’altra possiede una notevole capacità di incidere su ciò che
una società considera desiderabile, credibile, importante (MH, 136). È una
frase che dovrebbe interessare non solo i giornalisti, ma chiunque lavori in
un’istituzione, in una scuola, in un’università, in un ufficio comunicazione,
in una comunità ecclesiale, perché si sta parlando di come formare il nostro
sguardo davanti alla realtà.
Quando prepariamo un comunicato, una lezione, una
newsletter, una pagina web, una campagna social, non stiamo semplicemente
trasmettendo informazioni. Stiamo contribuendo, nel nostro piccolo, a ordinare
l’attenzione di qualcuno. Stiamo dicendo che cosa merita di essere guardato,
con quale tono, con quali priorità, con quali parole. Questo tipo di
responsabilità non viene meno con l’IA; semmai diventa più esigente, perché si
abbassa la soglia tecnica della produzione e si alza la soglia morale della
selezione.
Ecco perché l’ecologia della comunicazione di cui parla
l’Enciclica non si costruisce solo ricorrendo a grandi norme sulle piattaforme,
ma comincia anche dal rifiutarsi di pubblicare ciò che non abbiamo davvero
assunto, verificato e compreso (MH, 137-138).
Sul versante educativo, il documento compie un passo
ulteriore.
“Ogni tecnologia educa chi la utilizza” (MH, 140). Questa
frase andrebbe presa sul serio nelle scuole, nelle università, nelle famiglie,
nelle redazioni, negli uffici, anche nelle comunità ecclesiali. Perché sposta
il discorso: non si tratta solo di educare all’uso della tecnologia ma di riconoscere
che la tecnologia, mentre la usiamo, sta educando noi stessi.
Viene educato, ad esempio, il nostro rapporto con il
tempo, perché ci abitua all’immediatezza; il nostro rapporto con la fatica,
perché rende più facile saltare alcuni passaggi; il nostro rapporto con le
domande, perché ci offre risposte prima ancora che abbiamo imparato a formulare
bene un problema; il nostro rapporto con noi stessi, perché rischia di farci
percepire come inutilmente lente alcune operazioni che sono invece essenziali
alla maturazione del nostro pensiero.
Per questo il Papa aggiunge che educare all’uso dell’IA
significa anche educare a decidere quando e per cosa non usarla (MH, 140). E
questo non significa diffidenza verso la tecnologia, ma un modo per ridare
dignità alla necessità del discernimento.
Le conseguenze sono molto operative. In una scuola o in
un’università - lo abbiamo detto più volte - non basta semplicemente
autorizzare o vietare ChatGPT. Occorre spiegare quali passaggi del lavoro
intellettuale possono essere assistiti dalle macchine e quali invece devono
restare attraversati personalmente dallo studente. Una sintesi può aiutare a
orientarsi, ma non può sostituire l’incontro con un testo difficile. Una
revisione linguistica può migliorare la forma, ma non può generare al posto
nostro un giudizio. Una traccia può sbloccare la scrittura, ma non può
diventare il pensiero che non abbiamo maturato.
Lo stesso vale per chi insegna. L’IA può aiutare a
preparare materiali più accessibili, rubriche più chiare, esempi meglio
calibrati, feedback più ordinati. Ma non può sostituire lo sguardo educativo.
Non può sapere davvero che cosa sta accadendo in una classe, quali fragilità
attraversano un gruppo, quale studente ha bisogno di essere incoraggiato e quale
invece deve essere provocato a fare un passo in più. Sempre che si assuma sul
serio che la relazione educativa non è un flusso di contenuti ottimizzabili, ma
si fonda anzitutto su un incontro.
E vale anche per le famiglie. L’Enciclica richiama con
concretezza i rischi di un’esposizione precoce e non mediata ai dispositivi
digitali: dai contenuti violenti o manipolatori alle dinamiche di sfruttamento
dei minori (MH, 141). Qui non siamo più nel grande dibattito sull’etica dell’IA,
ma nella vita quotidiana, nella fatica di accompagnare un adolescente dentro un
modello commerciale costruito per catturare attenzione.
Proviamo a tirare le fila.
La custodia dell’umano non avviene solo nelle grandi
dichiarazioni, ma anche nelle micro-decisioni con cui scegliamo di non delegare
tutto ciò che possiamo delegare, o di non automatizzare tutto ciò che possiamo
automatizzare. Di non velocizzare tutto ciò che ha bisogno di tempo o di non
pubblicare tutto ciò che siamo capaci di produrre.
Il ruolo che ci spetta, allora, non ha nulla di eroico: è
piuttosto un lavoro artigianale. Prendere a cuore un pezzo del cantiere.
Custodire una parte della trama. Avere cura della parola, della formazione,
della libertà interiore, della responsabilità pubblica.
Può sembrare poco, ma, se ci riflettiamo, è esattamente
il punto da cui ricomincia, ogni volta, una civiltà.
Giovanni Tridente, de.it.press 1.6.
"Il metodo scout mette al centro la persona"
Papa Leone XIV incontra in Aula Paolo VI in Vaticano più
di 3mila Scout
d'Europa
Città del Vaticano. Papa Leone XIV incontra questa
mattina in Aula Paolo VI in Vaticano più di 3mila membri dell’Associazione
Italiana Guide e Scout d’Europa Cattolici che quest’anno compie 50 anni.
“In questi cinquant’anni, l’Associazione Italiana Guide e
Scouts d’Europa Cattolici ha consolidato uno specifico stile educativo per
declinare la testimonianza della fede. Utilizzando gli strumenti elaborati
secondo l’intuizione di Baden-Powell, voi accompagnate ragazzi e ragazze
all’incontro con Gesù, Maestro di vita buona, Amico fedele, Guida giusta e
forte per il nostro cammino”, dice subito il Papa.
Per il Papa “la vita all’aria aperta, il contatto con la
natura sono dimensioni imprescindibili delle vostre attività, che parlano della
bontà di Dio attraverso le tracce che il Creatore stesso ha lasciato nella
creazione”, continua il Pontefice nel suo discorso ai presenti.
“La coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre
scelte sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere.
Insieme a loro, vivete dunque la bellezza della fede nei gesti quotidiani e
nella preghiera condivisa, nei Sacramenti e nel discernimento della vocazione
di ciascuno: rispondete con generosità all’appello di Cristo, che vi invita a
salire in cima, a prendere il largo, a percorrere insieme il sentiero della virtù”,
continua il Papa nel suo discorso agli scout.
Per Leone XIV “il metodo scout mette al centro la
persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana”. Il Papa
poi nel suo discorso sottolinea che la scelta pedagogica dell’associazione
prevede l’educazione “in distinte sezioni maschili e femminili, per dedicare ai
ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica”. In questo modo
“esplorare le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere
uomo” diventa “una dinamica propedeutica” all’incontro con l’altro, "per
la reciproca maturazione".
"In questa fase storica così complessa, apprezzo
anche la vostra scelta di coltivare come associazione la dimensione dell’europeismo,
non a livello politico, ma culturale, rinnovando l’impegno a costruire
un’Europa dei popoli, non solo degli affari, unita dai più alti valori
dell’umanesimo cristiano. A tal fine, il servizio è il punto che unifica tutti
gli elementi del metodo di Baden-Powell: è il cuore del suo pensiero educativo.
Servire significa mettere le proprie capacità e il proprio tempo a disposizione
degli altri, in piena gratuità, senza aspettarsi nulla in cambio. Attraverso il
servizio si sviluppano altruismo, solidarietà, attenzione verso il prossimo e
senso di responsabilità sociale", continua il Papa nel suo discorso.
“L’avventura dello scoutismo aiuta a scoprire come la
nostra umanità viene illuminata e coinvolta dall’opera di Dio, vero educatore
di tutti noi”, conclude il Pontefice. Aci 1
Leichter Anstieg bei katholischen
Priesterweihen
Die
katholische Kirche in Deutschland verzeichnet in diesem Jahr insgesamt 30
Priesterweihen und damit einen leichten Anstieg nach dem bisherigen Tiefststand
von 25 Weihen im Jahr 2025. Das ergab eine aktuelle Umfrage der Katholischen
Nachrichten-Agentur (KNA) in den 27 Bistümern.
Die
Deutsche Bischofskonferenz veröffentlicht ihre offiziellen Zahlen in der Regel
erst zu Beginn des Folgejahres. Die meisten Priesterweihen, nämlich fünf, gibt
es der Umfrage zufolge im Bistum Rottenburg-Stuttgart, gefolgt vom Erzbistum
Berlin mit vier Weihen. Je drei Neupriester gibt es in Eichstätt, Köln und
München-Freising. Die (Erz-)Bistümer Freiburg und Trier melden je 2
Priesterweihen.
Elf
Bistümer ohne Neupriester
Jeweils
einen Neupriester gibt es in Paderborn, Speyer, Dresden-Meißen, Passau,
Augsburg, Würzburg, Regensburg und Bamberg. Keine Weihen gibt es 2026 in den 11
Bistümern Aachen, Münster, Essen, Limburg, Hamburg, Hildesheim, Osnabrück,
Mainz, Görlitz, Magdeburg und Erfurt.
Das
Bistum Fulda konnte auf Anfrage noch keine Zahlen nennen, verwies aber darauf,
dass im März ein 31-jähriger Ukrainer nach byzantinischem Ritus zum Priester
geweiht wurde. Er betreut die Ukrainische Kirchengemeinde und ist auch in der
Seelsorge im Bistum tätig.
Die
Deutsche Ordensobernkonferenz teilte mit, sie erhalte die aktuellen Zahlen aus
den einzelnen Ordensgemeinschaften erst zum Jahresende. In den letzten
Jahren hatte es dort sechs (2025), elf (2024) und vier (2023) Priesterweihen
gegeben. 1966 gab es 15 mal so viele Weihen Der 29. Juni, das Fest Peter und
Paul, war lange Zeit der klassische Termin für Priesterweihen in der
katholischen Kirche. Inzwischen weihen viele Bistümer aber auch zu Pfingsten
und an anderen Terminen.
Generell:
Sinkende Zahlen
Die
Zahl der Priesterweihen in Deutschland geht seit vielen Jahren im Trend stark
zurück. So gab es etwa 1966, also vor 60 Jahren, noch 447 Priesterweihen in den
27 deutschen Bistümern, knapp 15-mal so viele wie in diesem Jahr. 1976 waren es
schon nur 182, 1986 wieder 254. 1996 gab es 186 Weihen, 2006 insgesamt 121 und
2016 noch 77. Seit 2008 lag die Zahl dauerhaft unter 100, seit 2021 unter 50.
(kna 26)
Papst ermutigt Kardinäle zu
Mitarbeit bei Leitung der Kirche
Leo
XIV. hat die Kardinäle zur Mitarbeit bei der Leitung der Kirche ermuntert. Er
äußerte sich an diesem Freitag zum Auftakt einer großen Kardinalversammlung im
Vatikan, eines sogenannten außerordentlichen Konsistoriums. Stefan von Kempis – Vatikanstadt
In
seiner Predigt bei einer Messfeier im Petersdom am Freitagmorgen appellierte er
an ihre Kollegialität, brachte diese mit dem synodalen Prinzip in Verbindung
und äußerte sich auch zum päpstlichen Primat. Damit rief er drei innerkirchlich
sehr wichtige Stichworte auf.
„Indem
wir zusammenarbeiten, wird unsere Kollegialität zu einer Synthese der
Synodalität, an der alle Getauften in der Einheit des Volkes Gottes teilhaben.
Denn die Synodalität und das Kollegium sind Formen der christlichen
Brüderlichkeit, die uns als Getaufte und als Bischöfe verbindet. Deshalb wird
die Hilfe, die ihr mir bei der Ausübung des Petrusdienstes leisten könnt, bei
mir auf jemanden treffen, der bittet, nicht auf jemanden, der befiehlt. Die
Autorität des Primats liegt nämlich bei demjenigen, der zuhört und nur deshalb
führt, bei demjenigen, der lernt und nur deshalb lehrt – stets in der Nachfolge
des einen Meisters.“
„Die
Autorität des Primats liegt bei demjenigen, der zuhört und nur deshalb führt,
bei demjenigen, der lernt und nur deshalb lehrt“
Das
Prinzip der Kollegialität wurde besonders im Text Lumen gentium des Zweiten
Vatikanischen Konzils entwickelt. Es bedeutet, dass die „Körperschaft der
Bischöfe … in Gemeinschaft mit dem Bischof von Rom … als seinem Haupt …
gleichfalls Träger der höchsten und vollen Gewalt über die ganze Kirche“ ist
(LG 22). Das Prinzip der Synodalität wiederum ist vor allem vom verstorbenen
Papst Franziskus (2013-25) in Erinnerung gerufen und als grundlegend für die
katholische Kirche beschrieben worden. Für eine katholische Weltsynode, die im
Herbst 2024 zu Ende gegangen ist, läuft derzeit die Umsetzungsphase.
Was
den päpstlichen Primat betrifft, den das Erste Vatikanische Konzil einst
definiert hat, betont Leo XIV. auch hier den kollegialen Aspekt besonders.
Damit liegt er auf einer Linie mit dem Dokument Der Bischof von Rom, das die
Ökumene-Behörde des Vatikans 2024 veröffentlicht hat. Kurz gefasst lässt sich
sagen, dass der Papst an diesem Freitag ein Bekenntnis zur Zusammenarbeit mit
anderen – im spezifischen Fall mit den Bischöfen – und zu einer kollegialen
Ausübung seines Primats abgelegt hat.
Zweitägige
Beratungen der Kardinäle mit dem Papst
Die
Messe des Papstes mit Kardinälen markierte den Beginn eines zweitägigen
Konsistoriums, also einer Versammlung zu wichtigen Fragen der Kirche hinter
verschlossenen Türen im Vatikan. Solche Konferenzen mit seinen Kardinälen will
der Papst regelmäßig durchführen. In der Apsis des Petersdoms feierte Leo mit
den Kardinälen, die man manchmal als „Senat des Papstes“ einstuft, eine
Eucharistiefeier, um Gott für die anstehenden Diskussionen „um Stärke und
Weisheit zu bitten“.
„Die
Umsetzung der Synode, um die wir uns bemühen, lädt alle ein, in der Einheit des
Glaubens, in der Förderung des Friedens und im Gehorsam gegenüber dem
lebendigen Wort, das Jesus ist, voranzuschreiten. In diesem Licht erfordern die
enormen und schnellen kulturellen Veränderungen, dass wir stets unsere
Aufmerksamkeit darauf richten und versuchen, die ewigen Wahrheiten in einer
Sprache auszudrücken, die deren ständige Neuheit durchscheinen lässt.“
Die
Wunden der Menschheitsfamilie
Das
war größtenteils ein Zitat aus der Programmschrift Evangelii Gaudium des
Franziskus von 2013, auf die sich Papst Leo immer wieder bezieht. „Das eine
Wort, welches Mensch geworden ist, drückt sich in allen Sprachen aus: Christus,
der gestorben und auferstanden ist, ist der wahre Weinstock, der mittels aller
Kulturen, die die Christen von innen heraus verwandeln, Frucht bringt. So lässt
der Heilige Geist in der Kirche geschwisterliches Einvernehmen, Nächstenliebe
und missionarischen Eifer erblühen.“
Im
Glauben lasse sich „die wahre Freiheit erleben“, predigte Leo des Weiteren.
„Während wir alle Völker zu dem Glauben einladen, in dem wir wahrhaft frei
sind, fügen internationale Spannungen und Konflikte der Menschheitsfamilie
schwere Wunden zu. Dennoch mangelt es in der Kirche und in der Welt nicht an
Initiativen und Erfahrungen, die zur Achtung der Menschenwürde, der
Gerechtigkeit, des Rechts und schlichtweg des Menschlichen aufrufen – sie
nehmen sogar zu. Dies ist ein Grund zur Hoffnung, weil es die Schönheit des
Wirkens Gottes bezeugt, der uns nach seinem Bild und Gleichnis geschaffen hat,
als Zeichen seiner Herrlichkeit in der Welt.“
„Krieg
ist niemals des Menschen würdig - und er ist niemals von Gott gesegnet“
Wenn
dieses Zeichen verletzt werde, dann seien „wir alle verletzt“, so der Papst.
„Deshalb ist der Krieg niemals des Menschen würdig und ist er niemals von Gott
gesegnet, weil uns der Schöpfer mit Verstand und Willen ausgestattet hat, um
die Konflikte als Menschen und nicht als Raubtiere zu lösen, die möglicherweise
sogar mit hochtechnologischen Waffen ausgerüstet sind. Die Einheit der
Menschheitsfamilie geht den einzelnen Völkern und Staaten voraus.“
Das
sei „nicht bloß eine biologische Gegebenheit“, sondern ein „ethisches Prinzip“,
insistierte der Papst. Und er skizzierte das christliche Zeugnis als
„Prophezeiung einer neuen Welt“ und als ein „kulturelles und soziales Projekt,
das die menschliche Entwicklung ganzheitlich fördert“. „Während die Kirche das
Evangelium unter Freuden und Verfolgungen verkündet, schlägt sie sich niemals
auf eine Seite: Sie ist für alle da und richtet das gleiche Wort der Bekehrung
und des Heils an einen jeden.“ (vn 26)
Papst ruft Jesuiten-Hochschulen zu
Antwort auf gesellschaftliche Krisen auf
Papst
Leo XIV. hat im Vatikan die Präsidenten und Repräsentanten der jesuitischen
Colleges und Universitäten aus Nordamerika zu einer Audienz empfangen. In
seiner Ansprache verwies das Kirchenoberhaupt auf die jahrhundertelange
Tradition des Jesuitenordens im Bildungsbereich und verknüpfte den Dank für die
historische Arbeit mit einer Analyse gegenwärtiger globaler Krisen. Mario
Galgano - Vatikanstadt
Die
heutige Epoche sei von tiefgreifenden Veränderungen geprägt, die sich unter
anderem in einer fortschreitenden Säkularisierung der Gesellschaften und dem
Versuch, Gott aus der Öffentlichkeit zu verdrängen, äußerten. Zudem reagierten
politische Systeme unzureichend auf die Nöte von Armen und Migranten, während
die natürlichen Ressourcen der Erde oft eigennützig statt zum Gemeinwohl
genutzt würden.
Als
Orientierung für den Hochschulbereich hob der Papst die vier im Jahr 2019
bestätigten universellen apostolischen Präferenzen des Jesuitenordens hervor.
Bezüglich der ersten Präferenz, dem Weg zu Gott durch geistliche Übungen,
erklärte das Kirchenoberhaupt, dass Wissenschaft und die Suche nach Wahrheit
letztlich eine Suche nach Gott darstellten. Angesichts eines wachsenden
Interesses junger Menschen am Glauben ermutigte der Papst die Institutionen, an
den Hochschulen weiterhin Gelegenheiten für die Teilnahme an den Exerzitien
anzubieten.
An
der Seite der Armen und Ausgegrenzten
Hinsichtlich
der Absicht, an der Seite der Armen und Ausgegrenzten zu stehen, betonte der
Papst die Pflicht der Bildungseinrichtungen, nicht nur über bestehende
Ungerechtigkeiten zu informieren, sondern durch neue Modelle der Solidarität
systemische Veränderungen anzustoßen. Höhere Bildung müsse zudem verstärkt für
Einwanderer, Flüchtlinge und sozial Benachteiligte geöffnet werden, um deren
gesellschaftliche Integration zu erleichtern und den universitären Austausch
durch diverse Perspektiven zu bereichern. Zur dritten und vierten Präferenz –
der Begleitung der Jugend und der Bewahrung der Schöpfung – hieß es, die
Hochschulen sollten Orte der Hoffnung sein und durch ökologische Nachhaltigkeit
sowie Einfachheit im praktischen Alltag ein direktes Vorbild im Umweltschutz
liefern.
Ein
weiterer Schwerpunkt der Ansprache lag auf den Auswirkungen der Künstlichen
Intelligenz und neuer Technologien, deren Reichweite noch nicht vollständig
absehbar sei. Leo XIV. rief dazu auf, sich frühzeitig mit den positiven wie
negativen Konsequenzen dieser Entwicklung auseinanderzusetzen. Den
Universitäten komme dabei die Aufgabe zu, die Prinzipien der kirchlichen
Soziallehre so weiterzuentwickeln, dass sie angesichts der digitalen Revolution
eine wirksame Relevanz entfalten können. Zum Abschluss rief der Papst dazu auf,
die Tradition fortzusetzen, Menschen im Dienst für andere auszubilden, und
erteilte den Anwesenden sowie deren Gemeinschaften den apostolischen Segen. Vn
25
Papst ernennt Weihbischof für
Hamburg
Papst
Leo XIV. hat den bisherigen Rektor des Hamburger Priesterseminars Johannes Zehe
zum Weihbischof in Hamburg berufen. Der Vatikan und das Erzbistum gaben die
Ernennung an diesem Mittwoch zeitgleich bekannt.
Zehe
gehört dem Klerus der Erzdiözese Hamburg an, geboren wurde er 1963 in
Neustrelitz in der damaligen Deutschen Demokratischen Republik. Vor seinem
Theologiestudium absolvierte er eine akademische Musikausbildung in Berlin. Die
Priesterweihe empfing er 1999 in Hamburg, die Bischofsweihe wird am 10. Oktober
stattfinden.
Bisher
wirkte Zehe laut dem vom Vatikan veröffentlichen Lebenslauf unter anderem als
Pfarrvikar in den Gemeinden Ahrensburg, Bargeheide und Neubrandenburg; Leiter
der Jugendpastoral; Pfarrer in Neubrandenburg, gleichzeitig Dekan des dortigen
Dekanats, sowie in Lübeck; Rektor des Erzbistumsseminars Hamburg (seit
2023). Johannes Zehe ist aktuell Pastor und Pfarradministrator in
der Pfarrei Heilige Elisabeth, zu der mehrere Gemeinden im Südosten
Hamburgs und Schleswig-Holsteins gehören. Dazu gehört im Hamburger Stadtteil
Bergedorf die Kirche St. Marien.
Hamburger
Erzbischof Heße hoch erfreut
Als
Erzbischof wirkt in Hamburg seit 2015 der gebürtige Kölner Stefan Heße. Er
sagte in einer ersten Stellungnahme, er freue sich „sehr, dass mit
Johannes Zehe jemand das Amt des Weihbischofs übernimmt, der in vielen
verschiedenen Aufgabenbereichen Erfahrungen sammeln konnte". Der künftige
Weihbischof werde „mit seinen geistlichen, menschlichen und pastoralen Gaben
eine große Bereicherung für uns darstellen". Heße bat die Gläubigen im
Erzbistum, den neuen Weihbischof im Gebet zu begleiten.
Auch
der ernannte Weihbischof selbst zeigte sich in der Aussendung des Erzbistums
Hamburg erfreut. „Die Nachricht, dass ich Weihbischof werden soll, hat mich
unerwartet erreicht. Ich sehe es als großes Geschenk an. Das packe ich nun aus
und sehe, wie ich damit umgehen kann“, sagt Johannes Zehe.
Ein
Weihbischof ist ein katholischer Bischof, der keinen eigenen Diözesanbezirk
leitet, sondern dem zuständigen Ortsbischof als Helfer zur Seite steht. Er wird
vom Papst ernannt, um den Bischof bei Leitungsaufgaben, Visitationen und
Weihehandlungen wie Firmungen oder Priesterweihen zu unterstützen.
Hamburg
ist Deutschlands zweitgrößte Metropole nach Berlin, der Anteil der Katholiken
liegt im Erzbistum bei etwa fünf Prozent der Bevölkerung. (vn 24)
Vatikan und Italien: Religionen im
Einsatz für Frieden und Dialog
Akademiker,
Wissenschaftler und Vertreter verschiedener Religionen haben sich von Dienstag
bis Mittwoch in Rom bei einer Tagung zum Thema „Buddhisten, Christen, Hindus,
Jains und Sikhs in Europa: Brüderlichkeit durch Dialog und Zusammenarbeit
schaffen“ getroffen. Organisator war das vatikanische Dikasterium für
interreligiösen Dialog. Am Donnerstag wollen Vertreter der
Religionsgemeinschaften in Italien einen Pakt zu Dialog und sozialem
Zusammenhalt unterzeichnen.
Bei
der Tagung am Angelicum in Rom hatten die Teilnehmer das gemeinsame Engagement
für die Förderung einer Kultur der Begegnung und Zusammenarbeit zum Wohle aller
bekräftigt, um „Brüderlichkeit und Frieden“ in der Welt zu schaffen, teilte das
Dikasterium für interreligiösen Dialog zum Ende des Treffens diesen Mittwoch
mit. Die Veranstaltung brachte Menschen zusammen, die sich für die
Stärkung der menschlichen Brüderlichkeit durch interreligiösen Dialog und
Zusammenarbeit in Europa einsetzen.
Die
Konferenz fand laut dem Dikasterium in einer herzlichen Atmosphäre und im
Geiste des Respekts und der Offenheit statt und bot Gelegenheit zum Zuhören,
Lernen und zur gegenseitigen Bereicherung. Die Teilnehmer hätten „über die
Herausforderungen nachgedacht, denen sich heutige Gesellschaften
gegenübersehen, und die Bedeutung von Dialog und Zusammenarbeit als Mittel zur
Förderung von Verständnis, Solidarität und Hoffnung bekräftigt". Als
eines der Ergebnisse betonten die Teilnehmer, dass Gläubige, „sich niemals der
Aufgabe entziehen dürfen, das Wachstum der Brüderlichkeit durch konkrete Taten
zu fördern, die Frieden, Harmonie und das Wohlergehen aller begünstigen."
Sie bekräftigten zudem, wie wichtig es sei, „heute gegenseitigen Respekt, Zusammenarbeit
und gemeinsames Engagement zu stärken und dabei gleichzeitig in den jeweiligen
religiösen Traditionen verwurzelt zu bleiben“.
„Gegenseitigen
Respekt, Zusammenarbeit und das gemeinsame Engagement stärken und dabei
gleichzeitig in den jeweiligen religiösen Traditionen verwurzelt bleiben“
Italien:
Religionsvertreter unterzeichnen Pakt für Frieden
Am
Donnerstag wollen Vertreter der Religionsgemeinschaften in Italien „zum ersten
Mal in der Geschichte" des Landes einen Pakt zu Dialog und sozialem
Zusammenhalt unterzeichnen. Das berichtet der italienische katholische
Pressedienst „Sir" diesen Mittwoch. Das Abkommen mit dem
Titel „La via italiana del dialogo. Le religioni
nello spazio pubblico e per la coesione sociale" (etwa: Der italienische
Weg des Dialogs. Die
Religionen im öffentlichen Raum und für sozialen Zusammenhalt) wollen demnach
das Italienische Buddhistische Institut Soka Gakkai, die Nationale Geistliche
Versammlung der Bahá’í Italiens; die Sikhi Sewa Society; das Istituto Tevere;
der Italienische Islamische Verband; die Italienische Islamische
Religionsgemeinschaft; die Versammlung der Rabbiner Italiens; die Heilige
Orthodoxe Erzdiözese Italiens; das Islamische Kulturzentrum Italiens; die Union
der Islamischen Gemeinschaften Italiens; die Italienische Hinduistische Union;
die Union der Jüdischen Gemeinden Italiens; die Italienische Bischofskonferenz;
der Verband der Evangelischen Kirchen in Italien und die Italienische Buddhistische
Union unterschreiben. Die Unterzeichnung des Pakst ist für 9.30 Uhr in Rom im
Auditorium der Ara Pacis angesetzt; a m Nachmittag um 16 Uhr soll der Pakt dem
italienischen Staatspräsidenten, Sergio Mattarella, im Quirinal
überreicht werden.
„Die
einflussreichsten religiösen Vertreter des Landes werden in einem Akt der
Verantwortung zusammenkommen, um den sozialen Zusammenhalt durch den
interreligiösen Dialog zu stärken“
Treffen
seit 2023, nun Meilenstein
Das
Abkommen stellt laut den beteiligten Religionen einen „wesentlichen
Meilenstein“ eines im Jahr 2023 begonnenen Weges dar. Seitdem treffen sich die
Führer der im Land verbreiteten Religionen jährlich am Sitz der Italienischen
Bischofskonferenz. Gaetano Castello, Weihbischof von Neapel und
Vorsitzender der Kommission für Ökumene und Dialog, erklärt: „Was wir
vorschlagen, ist der Königsweg der Begegnung mit dem Anderen, des
Dialogs." Es gehe darum, das aus den jeweiligen Traditionen aufzunehmen,
„was zum Wachstum unserer Gesellschaft beitragen kann.“
Die
Unterzeichnung des Pakts der Religionen sei ein „historischer und sehr
symbolträchtiger Tag für die italienische Geschichte und für die Rolle der
Religionen in der Gesellschaft“, erklärte Yahya Pallavicini, Imam und
Vizepräsident der italienischen islamischen Religionsgemeinschaft CO.RE.IS.,
dem italienischen katholischen Pressedienst „Sir". „Die einflussreichsten
religiösen Vertreter des Landes werden in einem Akt der Verantwortung
zusammenkommen, um den sozialen Zusammenhalt durch den interreligiösen Dialog
zu stärken.“ (pm/vn/sir 24)
Leo XIV.: Eucharistie als
Gegenmittel gegen Spaltungen
Die
Eucharistie führt Christen in eine Dynamik der Einheit hinein und wirkt den Kräften
der Spaltung entgegen. Das hat Papst Leo XIV. bei der Generalaudienz an diesem
Mittwoch hervorgehoben. Die Eucharistie sei „ein wirksames Gegenmittel gegen
die Spaltungskräfte“, die „unsere Welt, unsere Gemeinschaften, unsere Familien
und unser Herz untergraben“.
Der
Papst setzte seine Katechesereihe über die Dokumente des Zweiten Vatikanischen
Konzils fort und sprach neuerlich über die Liturgiekonstitution „Sacrosanctum
Concilium“. Im Mittelpunkt seiner Betrachtung stand die Eucharistie als Schule
christlichen Lebens und die Einheit zwischen Wort Gottes und Eucharistie.
Wer
an der Eucharistie teilnehme, werde in Christus eingegliedert und lerne, den
Lebensstil Jesu anzunehmen, erklärte Leo XIV. Dieser Lebensstil sei „durch die
unentgeltliche Selbsthingabe gekennzeichnet“. Aus der Gemeinschaft mit Christus
erwachse eine Haltung, die Menschen miteinander verbinde und Einheit fördere:
Die Gläubigen gelangten, so der Papst, „durch Christus, den Mittler, von Tag zu
Tag zu immer vollerer Einheit mit Gott und untereinander“.
Leo
XIV. verwies auch auf die Rolle der versammelten Gemeinde bei der
Eucharistiefeier. Das Opfer werde „nicht nur durch die Hände des Priesters,
sondern auch gemeinsam mit ihm“ dargebracht. Die Eucharistie sei daher Ausdruck
des geistlichen Opfers aller Christen. Zugleich sei sie auf die Vollendung des
Reiches Gottes ausgerichtet. Leo nannte die Eucharistie das „Sakrament des
kommenden Reiches“ und das „Brot für den Weg“, das die Gläubigen „zur
himmlischen Heimat führt, bis zu jenem seligen Tag, an dem ,Gott alles in allen
sein wird´“, so der Papst mit einem Pauluszitat aus dem ersten Korintherbrief.
Wort
Gottes und Eucharistie: Ein einziger Kultakt
Von
dort aus lenkte der Papst den Blick auf die beiden Grundteile der Messe,
Wortgottesdienst und Eucharistiefeier. Sie gehörten untrennbar zusammen. Beide
Teile „sind so eng miteinander verbunden, dass sie einen einzigen Kultakt
ausmachen“, zitierte Leo aus der Konzilskonstitution.
Was
das Hören und Vertiefen der Bibeltexte in der Liturgie anlangt, stellte der
Papst klar, „dass es nicht nur darum geht, intellektuelles Wissen über die
Heilige Schrift zu erwerben“. Christen seien aufgerufen, das „lebendige und
wirksame“ Wort Gottes zu empfangen, das sich zugleich an die ganze Kirche und
an jeden Einzelnen richte. Dieses Wort nähre und stärke gemeinsam mit dem
eucharistischen Brot und führe zum neuen Leben in Christus. In diesem
Zusammenhang zitierte Leo seinen Vorgänger Benedikt XVI. (2005-2013) mit den
Worten: „Die Eucharistie öffnet uns für das Verständnis der Heiligen Schrift,
ebenso wie die Heilige Schrift ihrerseits das eucharistische Geheimnis
beleuchtet und erklärt.“
„Die
Eucharistie öffnet uns für das Verständnis der Heiligen Schrift, ebenso wie die
Heilige Schrift ihrerseits das eucharistische Geheimnis beleuchtet und erklärt“
Leo
XIV. erinnerte in diesem Zusammenhang an die Liturgiereform des Zweiten
Vatikanischen Konzils. Das Konzil habe gefordert, „die Schatzkammer der Bibel
weiter aufgetan werden soll“, damit die wichtigsten Teile der Heiligen Schrift
dem Volk Gottes verkündet würden. Diese Vorgabe habe ihren Niederschlag im
Lektionar gefunden, dem Buch mit den biblischen Lesungen der Liturgie. „Diese
Fülle wurde aus der reinsten Quelle der lebendigen Tradition geschöpft, die die
,Treue zur Tradition´ mit der Offenheit für einen ,berechtigten Fortschritt´
verbindet“, erklärte Leo mit Zitaten aus der Liturgie-Konstitution.
Zum
Abschluss der Katechese rief Leo XIV. dazu auf, sich von dem Geheimnis
innerlich verändern zu lassen, das die Kirche in der Liturgie feiere. „Lasst
uns im Glauben aus dieser Quelle des göttlichen Lebens schöpfen - und lassen
wir uns von dem Geheimnis, das wir feiern, verwandeln.“ (vn 24)
Vatikan: Keine Laienpredigt in
Eucharistiefeier
„Es
ist nicht möglich, die (…) beantragte Ausnahmegenehmigung zu erteilen, die es
einem ordnungsgemäß beauftragten Laien unter außergewöhnlichen Umständen
gestatten würde, während der Eucharistiefeier anstelle der Predigt zu
sprechen“: Diese Antwort aus dem Dikasterium für den Gottesdienst und die
Sakramentenordnung erreichte dieser Tage den DBK-Vorsitzenden Heiner Wilmer,
der eine entsprechende Anfrage formuliert hatte.
Eine
Predigt durch Laien außerhalb der Eucharistiefeier sei jedoch nach wie vor
erlaubt und möglich. Das teilte das zuständige Dikasterium an diesem Dienstag
in einer Presseaussendung mit.
Demnach
habe Bischof Wilmer die Antwort auf seine Anfrage vom 30. März 2026 bereits am
17. Juni erhalten. In der Pressemitteilung wird seitens des Dikasteriums
unterstrichen, dass man die „pastoralen Sorgen“ schätze, die die Formulierung
des Antrags begleitet hätten. Dessen ungeachtet bekräftigt das Dikasterium
jedoch, „dass von der geltenden Disziplin nicht durch eine Ausnahmegenehmigung
abgewichen werden kann, da die Vorbehaltung der Predigt für einen Priester oder
Diakon keine rein disziplinarische Norm ist, sondern sich aus dem Wesen der
Liturgie selbst“ ergebe.
Die
Predigt sei „ein wesentlicher Bestandteil des Wortgottesdienstes“, „untrennbar
mit der Verkündigung des Evangeliums verbunden“ und stelle eine „Ausübung des
munus docendi dar, das den geweihten Amtsträgern durch das Weihesakrament
anvertraut wurde“, wird in dem Dokument weiter erläutert. Das Wort Gottes im
Rahmen einer liturgischen Feier zu verkünden, sei „untrennbar mit dem
sakramental empfangenen Auftrag und mit der Einheit verbunden, die Wort und
Sakrament in der Eucharistiefeier miteinander verbindet“.
Ausbildung
für ansprechende Predigten fördern
In
dem Brief an den Vorsitzenden der deutschen Bischofskonferenz wird nach
Vatikanangaben von diesem Dienstag zudem betont, dass die „ständige
Weiterbildung der geweihten Amtsträger“ gefördert werden müsse, um
sicherzustellen, dass die Predigt „ihre pastorale und spirituelle Wirksamkeit
voll entfalten“ könne. Eines der Argumente, das gerne dafür herangezogen wird,
Laien und darunter vor allem Frauen an den Ambo zu lassen, ist gerade die
Tatsache, dass diese ihre Predigten und Auslegungen besonders ansprechend
gestalten.
Wie
das zuständige Dikasterium abschließend erinnert, sieht die geltende kirchliche
Disziplin bereits heute „zahlreiche Formen der Verkündigung des Wortes und der
Predigt“ vor, die Laien anvertraut werden können – sofern dies außerhalb der
Feier der Eucharistie und im Einklang mit dem kanonischen Recht geschehe und
„dem jeweiligen Charakter dieser verschiedenen Formen der Verkündigung des
Evangeliums“ angemessen sei. (vn 23)
Bischof Wilmer zu den Empfehlungen
der Alterssicherungskommission
„Es
braucht generationengerechte und sozial ausbalancierte Reformen“
Die
von der Bundesregierung eingesetzte Alterssicherungskommission hat heute (23.
Juni 2026) ihre Empfehlungen veröffentlicht. Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, würdigt in einer ersten
Stellungnahme die konstruktive Zusammenarbeit der Mitglieder der Kommission:
„Sich kompromissbereit zu zeigen, ist eine grundlegende Tugend und ermöglicht
demokratische Entscheidungen – dies gilt sowohl für die anstehenden Reformen im
Sozialstaat als auch für den öffentlichen Diskurs.“
Bischof
Wilmer erinnert daran, dass generationengerechte und sozial ausbalancierte
Reformen benötigt würden. Das habe bereits die Kommission für gesellschaftliche
und soziale Fragen der Deutschen Bischofskonferenz in ihrem im Dezember 2025
vorgelegten Papier Zusammenhalt durch Reformen sichern. Impulse für einen
gerechten und verlässlichen Sozialstaat hervorgehoben. Er bekräftigt, dass die
gesetzliche Rentenversicherung eine unverzichtbare Säule des Sozialstaats in
Deutschland sei: „Die Solidarität einer Gesellschaft zeigt sich im erwerbs- und
umlagebasierten Rentensystem wie in einem Brennglas. Vor allem der
demografische Wandel fordert das bestehende Modell heraus und macht Reformen
notwendig. Die Lasten zwischen Alt und Jung müssen dabei gerecht verteilt
werden, Erwerbsarbeit muss sich lohnen und Armut muss entgegengewirkt werden“,
so Bischof Wilmer. Gleichzeitig hob er den Vorschlag zum Thema
Renteneintrittsalters hervor: „Wir werden die Empfehlungen der Kommission
eingehend prüfen. Die Idee, das Renteneintrittsalter an die Lebenserwartung zu
koppeln und bis 2041 zunächst auf 67,5 Jahre moderat ansteigen zu lassen,
scheint uns ein probates Mittel zu sein, um die finanziellen Probleme der
gesetzlichen Rentenversicherung zu mildern.“
Die
Überlegung, die sogenannte abschlagsfreie Rente für besonders langjährig
Versicherte abzuschaffen, sei ebenfalls sinnvoll. Bischof Wilmer: „Wichtig ist
aber, dass für Personen, die nachgewiesenermaßen das Renteneintrittsalter nicht
erreichen können, angemessene Lösungen bereitstehen. Ich bin froh, dass die
Kommission auch dies im Blick hat und hier einen Lösungsvorschlag unterbreitet.
Das gilt ebenso für die Empfehlung, zur Stabilisierung der Rentenversicherung
einerseits den Nachhaltigkeitsfaktor ab 2032 wieder einzuführen und
andererseits die gesetzliche Rentenversicherung zur Sicherung eines
angemessenen Rentenniveaus um eine obligatorische kapitalgedeckte
Rentenkomponente zu ergänzen, die paritätisch finanziert werden soll. Es ist zu
begrüßen, dass die Kommission an eine steuerfinanzierte Übergangsregelung
gedacht hat, bis die Erträge der Kapitalrente greifen.“
Die
Aussage der Kommission, dass Leistungen, die einer gesamtgesellschaftlichen
Aufgabe dienen, vollständig aus dem Bundeshaushalt zu tragen und nicht den
Beitragszahlern aufzulasten sind, unterstreicht Bischof Wilmer ausdrücklich:
„Je eher das gelingt, umso nachhaltiger können Reformen wirken und auf eine
breite Akzeptanz in der Bevölkerung stoßen. Gleichzeitig erinnere ich daran,
dass ein weiteres Kriterium jeder Reform des Sozialstaats die Belange armer
Menschen sein müssen. Wir begrüßen es, dass die Kommission ihr Augenmerk auch
auf die Altersarmut und die verdeckte Armut richtet. Es ist eine Frage
gesamtgesellschaftlicher Verantwortung, diese besonders vulnerablen Gruppen
gezielt und passgenau zu unterstützen. Das betrifft auch die Sorgen derjenigen,
die trotz langer Beschäftigungsdauer nur geringe Ansprüche fürs Alter erworben
haben. In diesem Kontext ist die verpflichtende Einbeziehung der Minijobs in
die gesetzliche Rentenversicherung und eine Freibetragsregelung für
Grundsicherungsempfänger im Alter ein wichtiger Schritt.“
Mit
Blick auf die von den Bischöfen vorgelegten Impulse für einen gerechten und
verlässlichen Sozialstaat erinnert Bischof Wilmer, dass in diesem Dokument aus
Gründen der sozialen Gerechtigkeit ebenfalls die Einbindung von Selbstständigen
in die gesetzliche Rentenversicherung sowie die wirkungsgleiche Übertragung
aller Reformen auf die Beamtenversorgung als sinnvoll erachtet wird: „Die Idee
der Rentenversicherung als einer Erwerbstätigenversicherung erscheint
zielführend. Nun gilt es, die anstehende politische und gesellschaftliche
Debatte zu den Reformvorschlägen weiter konstruktiv zu führen. Wir brauchen
Debatten, in denen wir einander zuhören, die zusammenführen und das Vertrauen
in unsere Demokratie stärken. Die Kirche wird sich daran aufmerksam
beteiligen.“ Dbk 23
Papst: Hunger wirkt
destabilisierend, niemand darf vergessen werden
In
der aktuellen politischen Gemengelage werden eher Kriege „genährt“, als
Menschen „ernährt“: Diese bittere Bestandaufnahme kommt von Papst Leo XIV., bei
einem Besuch am römischen Sitz des Welternährungsprogramms WFP, das humanitäre
Nothilfe weltweit leistet. Gleichzeitig ruft das Kirchenoberhaupt zu einer
ernsthaften gemeinsamen Anstrengung auf, um die Situation der Millionen
Hungernden auf der Welt zu bessern. Christine Seuss - Vatikanstadt
Das
Welternährungsprogramm setzt sich weltweit dafür ein, in Notsituationen Leben
zu retten und in Konflikten und bei Naturkatastrophen Nahrungsmittelhilfe zu
leisten – ein Einsatz, der „in tiefem Einklang mit dem Auftrag der katholischen
Kirche, die Menschenwürde zu wahren und die Geschwisterlichkeit zu fördern“,
steht, würdigte Papst Leo XIV. bei seinem Besuch im Süden Roms, wo er
Führungskräfte und Mitarbeitende der internationalen Organisation sowie bei ihr
akkreditierte Diplomaten traf. In über 120 Ländern und Territorien ist die
Organisation präsent, um in einem milliardenschweren Kraftakt Nahrung und
andere lebensnotwendige Mittel an die Menschen zu verteilen, die durch Krisen
zu Bedürftigen geworden sind. Dieses Engagement sieht Papst Leo auch als
grundlegend für die katholische Kirche, wie er in seiner Ansprache deutlich
machte:
„Gemeinsam
stehen wir vor der dringenden Aufgabe, Hunger und Unterernährung zu bekämpfen
und die ihnen zugrunde liegenden strukturellen Ursachen anzugehen“, so der
Papst im Plenarsaal des WFP. Doch um dieser Aufgabe wirksam gerecht zu werden,
müsse man die „vor uns liegenden Herausforderungen, ihre Ursachen und mögliche
Wege zu dauerhaften Lösungen in den Blick“ nehmen:
„Heute
haben sich Krisen von isolierten Ereignissen zu dauerhaften Realitäten
entwickelt, die geprägt sind von langanhaltenden Konflikten, chronischer
Ernährungsunsicherheit, wirtschaftlicher Instabilität und zunehmenden
Klimakrisen. Daraus ergibt sich eine grundlegende Frage: Welche globalen
Strukturen sind in der Lage, solche Bedingungen hervorzubringen,
aufrechtzuerhalten und mitunter sogar zu normalisieren?“, so die drängende
Frage des US-amerikanischen Papstes am Sitz der Einrichtung, die zu großen
Teilen aus Mitteln der USA gefördert wird – tatsächlich kommen die
Exekutivdirektoren des WFP üblicherweise aus den Vereinigten Staaten.
Die
Herausforderung bestehe jedenfalls längst nicht mehr allein
darin, „wie“ man interveniere, vielmehr gehe es darum zu verstehen,
„warum das System fortwährend genau jene Probleme erzeugt, die es anschließend
zu beheben gezwungen ist“, lud er zum Nachdenken ein. Angesichts einer
zunehmend fragmentierten internationalen Ordnung ohne echten gemeinsamen
ethischen Horizont hätten die Staaten ihre Ressourcen zunehmend auf „nationale
Sicherheit, Wirtschaftswachstum und innere Stabilität“ ausgerichtet – und dabei
„den engen Zusammenhang zwischen diesen Zielen und der multilateralen
Zusammenarbeit außer Acht gelassen“, so die Analyse des Papstes, der in diesem
Trend ein „bemerkenswertes Paradoxon“ verortet:
„Eine
noch nie dagewesene globale Produktionskapazität steht wachsenden Räumen
extremer Verwundbarkeit gegenüber. Dieselben Kräfte, die das
Wirtschaftswachstum vorantreiben, verschärfen oft Ausgrenzung und
Marginalisierung. Obwohl die Linderung menschlichen Leids grundsätzlich
allgemein als unerlässlich anerkannt wird, besteht zunehmend die Gefahr, dass
humanitäre Belange in der Hierarchie internationaler Prioritäten in den
Hintergrund gedrängt werden.“
Doch
gerade „in der Kluft zwischen grundsätzlicher Anerkennung und praktischer
Priorisierung“ sei eine „fortschreitende Bürokratisierung der Solidarität“ zu
erkennen, die letztlich dazu führen könne, dass diejenigen, die „keinen
quantifizierbaren Wert erzeugen“, unsichtbar würden, so die Warnung des
Kirchenoberhauptes:
„Diese
doppelte Dynamik stellt eine ernsthafte ethische Herausforderung dar: Der
Mensch steht nicht mehr konsequent im Mittelpunkt des internationalen Handelns.
(…) Tatsächlich werden leichter Konflikte „genährt“ als Menschen ernährt.
Diese Realität legt nicht nur operative Defizite offen, sondern auch ein
grundlegendes Ungleichgewicht politischer und moralischer Prioritäten.“
„Hunger
ist nicht nur ein humanitäres Problem – er untergräbt auch den sozialen
Zusammenhalt“
Die
Folgen dieser Art von schiefer Priorisierung reichten jedoch weit über die
unmittelbar Betroffenen hinaus, lud der Papst ein, den Blick zu weiten:
„Hunger
ist nicht nur ein humanitäres Problem – er untergräbt auch den sozialen
Zusammenhalt, erhöht das Risiko von Konflikten und fördert Zwangsmigration.“
Darüber hinaus schwächt er die Fähigkeit von Staaten und Gesellschaften, solide
Institutionen aufzubauen, eine wirksame Bildung zu gewährleisten und eine
nachhaltige wirtschaftliche Entwicklung zu fördern. Auf diese Weise verfestigt
er Kreisläufe der Fragilität, die letztlich die gesamte internationale
Gemeinschaft betreffen“, so Papst Leo XIV., der das erste Mal das
Welternährungsprogramm besuchte.
Humanitäres
Handeln, das werde vor diesem Hintergrund deutlich, sei „kein Randaspekt der
internationalen Ordnung“, schärfte der Papst seinen Zuhörern ein. Vielmehr
spiegele es die Verantwortung der Weltgemeinschaft wider, „die Solidarität zu
stärken, Ausgrenzung entgegenzuwirken und die jedem Menschen innewohnende, von
Gott gegebene Würde anzuerkennen“:
„Über
das bloße Krisenmanagement hinaus verkörpern internationale Institutionen daher
den Grundsatz der geteilten Verantwortung und bekräftigen, dass die
internationale Gemeinschaft die Sorge um jene Menschen verbindet, die am
meisten gefährdet sind.“
„Über
das bloße Krisenmanagement hinaus verkörpern internationale Institutionen (...)
den Grundsatz der geteilten Verantwortung“
Dies
mache die Arbeit des Welternährungsprogramms über eine rein politische,
wirtschaftliche oder technische Natur hinaus relevant, als „konkreter Ausdruck
internationaler Solidarität“, würdigte der Papst weiter: „Wo staatliche
Strukturen zurücktreten und lokale Netzwerke zerfallen, trägt seine Präsenz
dazu bei, zu verhindern, dass humanitäre Krisen zu einem irreversiblen
Zusammenbruch eskalieren.“
In
diesem Zusammenhang sei ein „erneuertes Bekenntnis zur multilateralen
Zusammenarbeit unerlässlich“, forderte der Papst: „Dauerhafter Frieden und eine
ganzheitliche, nachhaltige Entwicklung des Menschen sind nur durch die
Beteiligung aller möglich, getragen von einem echten internationalen Dialog und
einer Zusammenarbeit, die auf das Gemeinwohl ausgerichtet ist. Ein solcher
Ansatz erfordert einen festen politischen Willen, der in der Lage ist,
kurzfristige Perspektiven zu überwinden und in globale öffentliche Güter zu
investieren.“
Deshalb
wolle er „an die Regierungen und Völker der Welt“ appellieren, „ihr Engagement
zu erneuern und zu verstärken, die Mittel zur Bekämpfung des Hungers und seiner
Ursachen aufzustocken und die Hindernisse zu beseitigen, die verhindern, dass
die Hilfe diejenigen erreicht, die sie benötigen“, so der Papst am Sitz der
Einrichtung, die sich fast vollständig durch freiwillige Beiträge von Staaten,
internationale Organisationen, Unternehmen und über private Spender finanziert.
Schwindende
finanzielle Mittel für größere Not
Für
das Jahr 2025 erhielt das WFP offiziellen Angaben zufolge insgesamt rund 6,52
Milliarden US-Dollar an Beiträgen, womit rund 121 Millionen Menschen geholfen
werden konnte. Die Vereinigten Staaten waren dabei mit rund 2,07 Milliarden
US-Dollar der mit Abstand größte Geldgeber – allerdings wurden die Beiträge der
USA im Gegensatz zum Vorjahr um rund die Hälfte gekürzt, so dass insgesamt rund
30 Prozent an Hilfen eingebrochen sind. Die Zusammenarbeit mit der Kirche und
der Zivilgesellschaft könnten für das Engagement nützlich sein, erinnerte Leo
XIV., der gleichzeitig dazu einlud, unnötige Bürokratie abzubauen und effektive
Kontrolle über die verwendeten Mittel auszuüben:
„Ebenso
wichtig ist es, der Kommodifizierung grundlegender menschlicher Bedürfnisse
entgegenzuwirken. Nahrung, Wasser und Gesundheitsversorgung dürfen nicht
wirtschaftlichen Erwägungen oder geopolitischen Interessen untergeordnet
werden.“
Ernährungssicherheit,
so erinnerte der Papst weiter, sei „ein wesentlicher Bestandteil globaler und
ganzheitlicher Sicherheit“, ein Aspekt, der die verstärkten Aktivitäten des WFP
über die unmittelbare Hilfe hinaus auf langfristige Initiativen besonders
wünschenswert erscheinen lasse.
Lackmustest
für Glaubwürdigkeit der internationalen Zusammenarbeit
„Es
geht hier nicht nur um die Wirksamkeit einer Organisation, sondern auch um die
Glaubwürdigkeit der internationalen Zusammenarbeit selbst. Ihre Organisation
zeigt, dass ein neuer Weg möglich ist; er erfordert jedoch den entschlossenen
Willen, übermäßig Komplexes zu vereinfachen, dem Wesentlichen Vorrang einzuräumen
und sicherzustellen, dass niemand vergessen wird“, so das abschließende Resümee
des Papstes, der aus seiner Wertschätzung für die Arbeit der internationalen
Organisation und seiner Mitarbeiter keinen Hehl machte. Anschließend kam er
noch zu einer kurzen Videokonferenz mit Ländervertretern des WFP aus
„Frontgebieten" zusammen und bestärkte sie in ihrem Einsatz in
herausfordernder Umgebung. Die Mitarbeitenden der römischen Einrichtung hatten
dann noch die Gelegenheit, dem Papst im Hof der Institution im römischen Süden
die Hände zu schütteln.
Eingangs empfing die brasilianische Diplomatin Carla
Barroso Carneiro den Papst. Sie ist seit 2026 Präsidentin des Exekutivrats (Executive
Board) des Welternährungsprogramms und gleichzeitig Botschafterin und Ständige
Vertreterin Brasiliens bei den in Rom ansässigen UN-Organisationen, darunter
WFP, FAO und IFAD. Sir betonte in ihren einführenden Worten die gemeinsame
Verantwortung im Kampf gegen den Hunger und verwies auf die Agenda 2030 für
nachhaltige Entwicklung, deren Ziele nur durch weitere große Anstrengungen der
internationalen Gemeinschaft erreicht werden könnten.
Die
wichtige Rolle der Frauen
Besonders
hob sie hervor, dass Millionen von Geflüchteten und Vertriebenen weiterhin nach
Frieden, Würde und Freiheit von Hunger strebten. Ihre Situation verdeutliche
zudem, dass Ungleichheiten häufig zu Instabilität und Konflikten beitrügen. In
Kürze werde auch der Internationale Tag der Frauen in der Diplomatie begangen
(24. Juni), so die Diplomatin, die in diesem Zusammenhang den Beitrag von
Frauen zu Dialog, Zusammenarbeit und Frieden würdigte.
Der
ehemaligen Exekutivdirektorin des WFP, Cindy McCain, fiel anschließend die
Aufgabe zu, Papst Leo einzuführen. Die Arbeit ihrer Organisation bestehe darin,
täglich die am stärksten von Hunger betroffenen Menschen zu unterstützen,–
insbesondere Menschen in Konfliktgebieten, Vertriebene sowie Opfer von
Naturkatastrophen wie Dürren und Überschwemmungen, erläuterte die
US-Diplomatin, die im Februar 2026 angekündigt hatte, ihr Amt aus
gesundheitlichen Gründen niederzulegen. Seit Juni führt der schwedische Diplomat
Carl Skau die Institution kommissarisch.
Frieden
ermöglicht Entwicklung
Das
WFP arbeite auch unter schwierigsten Bedingungen mit dem Ziel, dass niemand
vergessen werde, erinnerte McCain, die in ihrer kurzen Ansprache auch den
Friedensappell des Papstes aufgriff. Hunger und Konflikte seien eng miteinander
verbunden, denn wo Krieg herrsche, litten Menschen Hunger und wo Frieden
entstehe, könnten Gemeinschaften sich entwickeln und selbst versorgen. Daher
sei der unermüdliche Einsatz des Papstes für Frieden, Gewaltfreiheit und den
Schutz der Schwächsten heute wichtiger denn je, so ihr Appell.
Im
Zusammenhang mit dem Besuch des Papstes hatte das WFP auch die Installation „A
Place at the Table“ vorgestellt. Diese besteht aus Schalen und Tellern aus
verschiedenen Gemeinden weltweit, in denen das Programm tätig ist. Die
Gegenstände stünden für die Erinnerungen, Traditionen und Identität der
Menschen, die sie täglich nutzen, so das WFP in einer Presseaussendung zu der
Initiative. Die Installation mache deutlich, dass Hunger nicht nur eine
statistische Größe sei, sondern das Leben konkreter Menschen betreffe, wobei
alltägliche Essgeschirre dabei zu einem Symbol der globalen Hungerkrise werden
sollten, so das Welternährungsprogramm. (vn 22)
Papst zum Weltflüchtlingstag:
Verfolgte aufnehmen
Papst
Leo XIV. hat zum Weltflüchtlingstag zu Aufnahme und Schutz aufgerufen: „Niemand
darf sich von denen abwenden, die Schutz und Sicherheit suchen. Ich fordere
zudem alle auf, diejenigen aufzunehmen, die Opfer von Verfolgung sind, damit
sie in Frieden und Würde leben und hoffnungsvoll in die Zukunft blicken können",
sagte der Papst diesen Sonntag nach seinem Mittagsgebet. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt
Anlass
war der Weltlfüchtlingstag der Vereinten Nationen, der immer am 20. Juni
begangen wird. Der Papst erinnerte in dem Zusammenhang auch an den 75.
Jahrestag der Genfer Flüchtlingskonvention, „die ins Leben gerufen wurde, um
diejenigen zu schützen, die verfolgt werden und gezwungen sind, ihre Heimat,
ihr Zuhause und ihre Familie zu verlassen." Das katholische
Kirchenoberhaupt mahnte eine Einhaltung der Genfer Flüchtlingskonvention an:
„Ich
hoffe, dass der Geist, der die Ausarbeitung dieses wichtigen internationalen
Instruments beseelte, auch heute noch das Gewissen der Verantwortlichen der
Nationen erleuchtet."
Im
Jahr 2026 jährt sich die Verabschiedung der Genfer Flüchtlingskonvention zum 75
Mal. Sie bietet Millionen Menschen Schutz. Der „Global Trends Report 2025“
des UNHCR, des Flüchtlingshilfswerks der Vereinten Nationen, schätzt, dass
117,8 Millionen Menschen – weltweit jeder 70. – aufgrund von Konflikten, Gewalt
und Verfolgung zur Flucht gezwungen wurden. Davon sind 38 Prozent Kinder.
Zum
Hören: Podcast Papst - Leo XIV. zum Weltflüchtlingstag: Verfolgte aufnehmen
(Audio-Beitrag für Radio Vatikan)
„Hoffe,
dass der Geist, der die Ausarbeitung dieses wichtigen internationalen
Instruments beseelte, auch heute noch das Gewissen der Verantwortlichen der
Nationen erleuchtet“
Gebete
für Opfer eines Unfalls in Brasilien
Papst
Leo XIV. gedachte nach seinem Mittagsgebet auf dem Petersplatz auf
Portugiesisch auch den Opfern eines Verkehrsunfalls in Brasilien, bei dem
sieben Jugendliche starben.
„Ich
wende mich an die Pilger aus Brasilien und versichere ihnen, dass ich für die
jungen Menschen bete, die vor einigen Tagen bei einem Verkehrsunfall im
Bundesstaat Ceará ums Leben gekommen sind." (vn 21)
Bischof Wilmer als Bischof von
Münster ins Amt eingeführt
„Die
Wegrichtung nicht verlieren“
Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, ist
heute (21. Juni 2026) in sein neues Amt als Bischof von Münster eingeführt
worden. Mit einem Festgottesdienst im Dom trat er somit offiziell die Nachfolge
von Bischof Dr. Felix Genn an, der im vergangenen Jahr in den Ruhestand
getreten ist.
In
einem Grußwort gratulierte der stellvertretende Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Bischof Dr. Michael Gerber, dem Münsteraner Bischof zur
neuen Aufgabe: „Unser Glückwunsch kommt aus tiefem Herzen. Wir haben Dich in
den vergangenen Jahren als Mitbruder kennengelernt, der aus einer geistlichen
Tiefe schöpft, der theologisch fundiert und erfahrungsbezogen authentisch
argumentiert und dem es ein großes Anliegen ist, kollegial zu agieren und
Brückenbauer zu sein.“ Bischof Gerber fügte hinzu, dass sich die Menschen im
Bistum Münster auf ihren neuen Bischof freuen dürften.
„Mit
dieser Amtseinführung endet für Dich, lieber Bischof Heiner, ein Pilgerweg der
vergangenen Tage, der Dich durch Dein neues Bistum geführt hat. Du wirst jetzt,
jeden Tag neu, als Pilger in Deinem Bistum aufbrechen. Im Namen der Deutschen
Bischofskonferenz wünschen wir Dir dazu Gottes Segen, mitpilgernde Weggefährten
und jene, die Dir helfen, die Wegrichtung nicht zu verlieren“, so Bischof
Gerber. Vorsitzender der Bischofskonferenz und Bischof von Münster zu sein,
bedeute, zwei große Aufgabenpakete zu übernehmen. Dabei dankte Bischof Gerber
auch für den engagierten Einsatz Bischof Wilmers als Vorsitzender der
Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen der Deutschen
Bischofskonferenz und als Europabischof. Er fügte hinzu: „Wir wünschen Dir
einen guten Weg im Bistum Münster, Weitblick und Ausblick, Einsichten und
Perspektiven, die Deinen Weg prägen und begleiten. Mit dem Bischofsstab in der
Hand wirst Du so für viele Menschen im Bistum ein Pilger der Hoffnung.“
Dbk
21
Flüchtlingsbischof Heße fordert
einheitliche Bestimmungen
Wenn
Geflüchtete Deutschland verlassen müssen, gelten je nach Bundesland
unterschiedliche Regeln. DBK-Flüchtlingsbischof Stefan Heße will das ändern und
und blickte auf die Innenministerkonferenz, die bis Freitag in Hamburg tagt
hat.
Der
katholische Flüchtlingsbischof Stefan Heße hat sich angesichts der in Hamburg
tagenden Innenministerkonferenz für einheitliche Regeln bei der Rückkehr von
Geflüchteten ausgesprochen. „In manchen Bundesländern erhalten die Menschen vor
ihrer Rückkehr ein sogenanntes Handgeld, in anderen nicht; auch die Höhe
variiert stark. Dies führt zu zusätzlicher Unsicherheit und Konflikten“, sagte
Heße am Donnerstag der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA).
„Es
wäre sinnvoll, hier faire Bedingungen zu schaffen und jedem eine angemessene
Unterstützung für den Neustart in der alten Heimat zu gewähren.“ Die Menschen,
die Deutschland verlassen müssen, müssten dies in Sicherheit und Würde tun
können. „Für uns als Kirche ist klar: Auch für sie tragen wir Verantwortung“,
so der Erzbischof von Hamburg.
Heße:
Geflüchtete brauchen Bleibeperspektive
Von
der Innenministerkonferenz erhofft sich Heße zudem mehr Hilfe auch für jene
Geflüchteten, die in Deutschland bleiben können. Bei vielen von ihnen sorgten
unklare Perspektiven für einen hohen Leidensdruck. „Deshalb ist es so wichtig,
dass sie eine verlässliche und rechtssichere Bleibeperspektive erhalten. Ich
hoffe, dass bei der Innenministerkonferenz in Hamburg die richtigen Weichen
gestellt werden.“
Heße
erlebt nach eigenen Angaben immer wieder Menschen, die aus der Ukraine und
Syrien nach Deutschland gekommen sind und sich auf einem guten Integrationsweg
befinden. „Trotz aller Herausforderungen gelingt es ihnen, hier zu arbeiten,
ihren Lebensunterhalt selbst zu sichern und am gesellschaftlichen Leben
teilzuhaben.“
Im
Vorfeld der Innenministerkonferenz forderte Hamburgs Innensenator Andy Grote
(SPD), die rechtlichen Hürden für die Abschiebung straffälliger Flüchtlinge
unabhängig vom Herkunftsland zu senken. Grote ist zugleich Vorsitzender der
Innenministerkonferenz von Bund und Ländern, deren Treffen bis Freitag dauerte.
(kna 20)
Papst würdigt Mutter Cabrini,
Schutzpatronin der Migranten
Mit
bewegenden Worten hat Papst Leo bei seinem Besuch in Sant’Angelo Lodigiano der
heiligen Francesca Saverio Cabrini gedacht. In ihrer Geburtsstadt würdigte er
die Schutzpatronin der Migranten als eine Heilige, deren Lebenswerk bis heute
nichts von seiner Aktualität verloren hat. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt
Der
Stopp in Sant’Angelo Lodigiano fand im Rahmen des Kurzbesuchs von Papst Leo
XIV. in der Lombardei statt, einer Region, die eng mit dem Leben der
Ordensgründerin verbunden ist. Da die Visite auf den Weltflüchtlingstag fiel,
der am 20. Juni begangen wird, setzte Papst Leo damit auch ein besonderes
Zeichen der Verbundenheit mit Menschen auf der Flucht.
Nach
der Anbetung des Allerheiligsten Altarsakraments und der Verehrung des Herzens
der hl. Francesca Cabrini richtete der Papst in der Basilika “Santi Antonio
Abate e Francesca Cabrini” ein Grusswort an die Anwesenden.
„Ich
bin hier, um Mutter Cabrini zu ehren, Schutzpatronin der Migranten und erste
US-amerikanische Heilige. Sie wurde 1850 hier in Sant’Angelo Lodigiano geboren
und starb 1917 in Chicago, meiner Heimatstadt,“ betonte Papst Leo das besondere
Band, das ihn mit dieser Heiligen verbindet, die eine Brücke zwischen ihrer
italienischen Heimat und der Neuen Welt schlug.
Eine
Frau mit einer außergewöhnlichen Mission
Francesca
Saverio Cabrini zählt zu den bedeutendsten Gestalten der modernen
Kirchengeschichte. Schon früh verspürte sie den Wunsch, als Missionarin nach
China zu gehen und dem Vorbild des heiligen Franz Xaver zu folgen. Doch als sie
über die Ausrichtung ihrer Kongregation entscheiden musste, suchte sie den Rat
des Papstes.
„Und
Leo XIII. sprach klare Worte: „Nicht nach Osten, sondern nach Westen“ – zum
Dienst an den Tausenden italienischen Auswanderern in Amerika,“ zitierte der
Papst seinen Vorgänger und Namensgeber. Unterstützt worden sei diese Vision
auch vom heiligen Bischof Giovanni Battista Scalabrini, dem großen Apostel der
Migranten.
Dort
hingehen, wo die Not am größten ist
Mutter
Cabrini habe „die Zeichen der Zeit verstanden“ und erkannt, „dass sich ihr
Traum, dem Beispiel des heiligen Franz Xaver zu folgen und nach China zu gehen,
dort verwirklichen sollte, wo die Not in jenem Augenblick am größten war,“ so
der Papst weiter.
Mutter
Cabrini erkannte darin den Ruf Gottes. Sie gründete Schulen, Waisenhäuser,
Krankenhäuser und soziale Einrichtungen für Einwanderer. Mit unermüdlichem
Einsatz bereiste sie die Vereinigten Staaten sowie zahlreiche andere Länder.
Ihr Wirken war geprägt von einer tiefen Spiritualität und einem praktischen
Sinn für die Nöte der Menschen.
Migration
als Herausforderung der Gegenwart
In
seiner Ansprache stellte Leo XIV. die Frage, was Mutter Cabrini wohl heute
angesichts der weltweiten Migrationsbewegungen tun würde. Die Migration habe
sich seit dem 19. Jahrhundert verändert und sei komplexer geworden, doch sie
fordere die Kirche weiterhin heraus.
Wörtlich
sagte der Papst: „Fragen wir uns: Wenn Mutter Francesca heute leben würde, was
würde ihr missionarisches Herz ihr sagen? Oder besser: Was würde das Herz
Christi ihrem Herzen sagen, dem Herzen einer Frau, das dem Herrn und dem Dienst
an seinem Reich geweiht ist?“
Das
Kirchenoberhaupt erinnerte auch an die enge Verbindung zwischen dem Wirken
Mutter Cabrinis und dem Pontifikat von Papst Franziskus, der als Kind
italienischer Auswanderer den Dienst an Migranten zu einem zentralen Anliegen
seiner Amtszeit gemacht hatte. Die heilige Cabrini sei ein Vorbild dafür, wie
christliche Nächstenliebe konkret gelebt werden könne.
Besonders
hob Papst Leo hervor, dass die Kraft der Heiligen aus ihrer tiefen Verehrung
des Heiligsten Herzens Jesu schöpfte. Diese Liebe sei der Motor ihres Wirkens
gewesen. Cabrini habe Migranten überall aufgesucht – in Elendsvierteln,
Gefängnissen und Bergwerken.
„Brüder
und Schwestern, was könnte aktueller sein als dieses Charisma? Ich sage dies
hier, vor der Reliquie des Herzens von Mutter Cabrini, die aus dem Mutterhaus
in Codogno hierher gebracht wurde. Ich sage dies, während ich ihre geistlichen
Töchter, die Missionsschwestern vom Heiligsten Herzen Jesu, herzlich grüße und
ihnen danke. Was könnte aktueller sein als ein missionarisches Charisma, das
sich in den Dienst der Migranten stellt?“
Der
Appell an die Jugend
Abschließend
richtete der Papst noch einen eindringlichen Appell besonders an junge
Menschen. Sie sollten die Schriften, Briefe und Tagebücher der heiligen Cabrini
lesen und sich von ihrem Mut inspirieren lassen, so sein Wunsch. Ihre
Persönlichkeit vereine kontemplative Tiefe mit außergewöhnlicher Tatkraft,
gemäß ihrem Leitspruch aus dem Philipperbrief: „Alles vermag ich durch den, der
mich stärkt.“
Mit
Blick auf die Kirche der Lombardei äußerte Papst Leo den Wunsch, dass sie auch
weiter jene Eigenschaften verkörpern möge, die auch Francesca Cabrini
ausgezeichnet hätten: Liebe zu Christus, Einsatz für die Armen, missionarischer
Eifer und die Bereitschaft, gemeinsam auf dem Weg der Heiligkeit voranzugehen.
Hintergrund
Francesca
Cabrini gründete 1880 den Orden der Missionsschwestern vom Heiligsten Herzen.
Auf Veranlassung von Papst Leo XIII. wanderte die Tochter italienischer Bauern
1889 in die USA aus, um sich dort der zahlreichen italienischstämmigen
Immigranten anzunehmen. 1909 erhielt sie die amerikanische
Staatsbürgerschaft. Sie starb 1917 in Chicago, wo das Mutterhaus ihres Ordens
errichtet wurde, an Malaria. Sie wurde 1938 selig- und 1946
heiliggesprochen – als erste US-Amerikanerin. In der katholischen Kirche
wird Francesca Cabrini als Schutzpatronin der Migranten
verehrt.
Der
Gruß vor der Rückkehr in den Vatikan
Bevor
er in den Hubschrauber stieg, um in den Vatikan zurückzukehren, blieb Papst Leo
noch kurz auf dem Sportplatz, um die rund 2.200 Anwesenden – darunter viele
Jugendliche und Kinder – zu grüßen. Er dankte ihnen für ihr Zeugnis der
Hoffnung und sagte: „Ihr jungen Menschen könnt die Welt verändern. Wir warten
auf euch!“
Danach
stieg Papst Leo in den Hubschrauber. Um 20.18 Uhr hob dieser in Richtung
Vatikanstadt ab. (vn 20)
Papst an Kirche in Pavia: Experten
im Zuhören und Begleiten sein
Papst
Leo XIV. hat diesen Samstag bei seinem Pastoralbesuch im norditalienischen
Pavia für eine lebendige Kirche geworben. Konkret rief das katholische
Kirchenoberhaupt in seiner Predigt beim Wortgottesdienst in der Basilika San
Pietro in Ciel d'Oro vor rund 1.800 Teilnehmenden am Nachmittag dazu auf, in
guten wie schlechten Zeiten nah bei den Menschen zu sein, ihnen zuzuhören, sie
zu begleiten und auch für kirchenferne Menschen da zu sein.
Stefanie
Stahlhofen - Vatikanstadt
„Als
lebendige Steine sind wir dazu berufen, eine fest in der Region verwurzelte
Kirche zu sein, eine Kirche, die inmitten der Mühen und Hoffnungen der Menschen
unterwegs ist, die Experte in der Kunst des Zuhörens und der Begleitung ist und
die Beziehungen pflegt - zu Familien, zu denjenigen, die sich auf den
Empfang der Sakramente vorbereiten, sowie zu denjenigen, die nur gelegentlich
vorbeischauen oder dem Glaubensleben fernstehen", sagte Papst Leo XIV..
Ausgehend von der Lesung aus dem ersten Petrusbrief, die die Christen als
lebendige Steine beschreibt, die das „geistige Haus" aufbauen, stellte Leo
XIV. die Frage:
„Wie
können wir heute hier in Pavia eine lebendige Kirche sein?" Petrus gebe
dazu in seinem Brief bereits einen entscheidenden Hinweis: Es
gelte, mit Christus vereint zu sein, „dem lebendigen Stein, der von den
Menschen verworfen, von Gott aber auserwählt wurde. Christus ist das Fundament
des geistlichen Bauwerks, er ist der Eckstein, der als Grundlage für unseren
kirchlichen Weg, für unser pastorales Handeln und für die Evangelisierung
gelegt wurde (vgl. V. 4–5)."
„Christus
ist das Fundament des geistlichen Bauwerks, er ist der Eckstein, der als
Grundlage für unseren kirchlichen Weg, für unser pastorales Handeln und für die
Evangelisierung gelegt wurde“
Die
Verbundenheit mit Christus, dem Eckstein, ermögliche es der Kirche, die
aktuelle heutigen Herausforderungen bei der Weitergabe des Glaubens
anzugehen. „In einer Zeit, in der viele Menschen den Sinn für das
Geistliche verloren zu haben scheinen oder aus verschiedenen Gründen das
Angebot des christlichen Glaubens für ihr Leben nicht mehr als attraktiv
empfinden, sind wir vor allem dazu aufgerufen, die Botschaft des Evangeliums zu
verkünden – eine freudige und befreiende Botschaft von Jesus Christus, die die
Schönheit des Glaubens für unser Leben und für unsere Gesellschaft zum
Vorschein bringt. Es besteht heute mehr denn je die Notwendigkeit, Menschen bei
der Entdeckung oder Wiederentdeckung des Glaubens zu begleiten",
unterstrich der Papst.
„Es
besteht heute mehr denn je die Notwendigkeit, Menschen bei der Entdeckung oder
Wiederentdeckung des Glaubens zu begleiten“
Die
katholische Kirche in Pavia ist für Papst Leo diesbezüglich übrigens schon auf
einem guten Weg; er lobte sie für ihre „Gemeinschaft mit langer Tradition,
die in der Stadt und in der Region lebendig und präsent bleibt, die die Zeichen
der Zeit und ihre Herausforderungen im Blick behält, ohne sich von den Mühen,
dem säkularisierten Umfeld und den Schwierigkeiten bei der Weitergabe des
Glaubens entmutigen zu lassen." Er erinnerte zugleich daran, sich stets
von Christus und dem Evangelium leiten zu lassen. Priester und Ordensleute
ermutigte der Papst, immer wieder zum Herrn zurückzukehren.
Was
der heilige Augustinus heute noch lehrt
Leo
XIV., der selbst dem Augustinerorden angehört, bezog sich in diesem
Zusammenhang auch auf den heiligen Augustinus:
„In
diesem Zusammenhang strahlt die Gestalt des heiligen Augustinus in besonderem
Glanz. Sein Denken, die Geschichte seiner Bekehrung und seine Spiritualität
erinnern uns an den Wert und den Vorrang der Innerlichkeit: ,Geh nicht hinaus,
sondern kehre in dich selbst ein; im inneren Menschen wohnt die Wahrheit.` (De
vera religione, 39,72)"
„Geh
nicht hinaus, sondern kehre in dich selbst ein; im inneren Menschen wohnt die
Wahrheit“
Es
sei wichtig, sich nicht in Äußerlichkeiten zu verlieren oder dort Sinn und
Orientierung zu suchen, betonte der Papst. Diese Versuchung sei in der
heutigen, hektischen Zeit immer wieder groß, gerade auch unter der Jugend.
Papst Leo XIV. bekräftigte die katholische Kirche in Pavia in der
Evangelisierung. Es gelte, „ alle mit der Freude des Evangeliums zu
erreichen".
Evangelisierung,
Synodalität und Hoschschulseelsorge
Leo
würdigte auch die Schritte der Ortskirche für einen synodalen Stil im
Gemeinschaftsleben sowie traditionelle Wege der Pfarreien verbunden mit neuen
Initiativen der Evangelisierung. Er warb dafür, Armen nahe zu sein und ging in
der Universitätsstadt Pavia auch explizit auf die Hochschulseelsorge ein. Die
Universität von Pavia ist eine der ältesten Unis Italiens und Europas.
„Das
Studium und die wissenschaftliche Erarbeitung spornen die Gläubigen an, ein
Glaubensangebot zu durchdenken, das fähig ist, die Suche nach Wahrheit,
Gerechtigkeit und Schönheit zu erhellen, die das menschliche Herz bewegt“
„Und
gerade hier in Pavia unterstreiche ich die Bedeutung der Universitätsseelsorge
und des Dialogs mit der Kultur. Das Studium und die wissenschaftliche
Erarbeitung spornen die Gläubigen an, ein Glaubensangebot zu durchdenken, das
fähig ist, die Suche nach Wahrheit, Gerechtigkeit und Schönheit zu erhellen,
die das menschliche Herz bewegt."
Verehrung
des heiligen Augustinus
In
der Basilika San Pietro in Ciel d'Oro in Pavia befinden sich seit dem 8.
Jahrhundert die sterblichen Überreste des heiligen Augustinus (354-430).
Tausende Pilger kommen, um das Grab des Bischofs von Hippo und Kirchenlehrers
zu besuchen. An diesem besonderen Ort feierte Papst Leo XIV. diesen
Donnerstagnachmittag mit den Bischöfen der Lombardei, dem Klerus, Priestern,
Mitbrüdern des Augustinerordens und weiteren Ordensleuten den Wortgottesdienst
- und er vererehte auch die Reliquien des Heiligen.
Der
Generalprior der Augustiner, Pater Joseph L. Farrell, sagte in seinem Grußwort
an Papst Leo XIV.:
„Mit
Ihrem heutigen Besuch als ,Sohn des Augustinus` und Glied unserer eigenen
Ordensfamilie schenken Sie uns die Gnade, gemeinsam mit Ihnen am Grab des
Lehrers der Gnade (Doctor Gratiae) zu beten, und erweisen uns die Ehre, mit
Ihnen unseren Akt der Weihe und Anvertrauung an den heiligen Vater Augustinus
zu erneuern."
Leo
XIV. hatte übrigens, bevor er Papst wurde, als Generalprior des
Augustinerordens am 22. April 2007 das Grußwort der Augustiner an Papst
Benedikt XVI. gehalten, als dieser Pavia und die Basilika im Rahmen seines
damaligen Pastoralbesuchs besuchte.
Papst
Leo XIV. grüßte nach seinem Besuch der Basilika an diesem Samstagnachmittag
noch kurz die Gläubigen, die sich vor der Basilika versammelt hatten, und
erteilte seinen Segen. (vn 20)
Neues EU-Asylsystem: Schwache
Schutzstandards kritisiert
Vertreter
von UNHCR, Kirche und Asylorganisationen nennen bei einer Podiumsdiskussion
Risiken für Schutzsuchende und Menschenrechte. Sie kritisieren beschleunigte
Verfahren, Auslagerung von Verantwortung und zunehmend ablehnende Haltungen.
Vertreter
von Hilfsorganisationen, Politik, Kirche und Zivilgesellschaft haben bei einer
Diskussion in Wien ihre Sorge über die Auswirkungen des neuen Gemeinsamen
Europäischen Asylsystems (GEAS) auf den Flüchtlingsschutz geäußert. Zu der
Veranstaltung unter dem Titel „GEAS - ein Abschied von der Genfer
Flüchtlingskonvention?“ hatte das Pfarrnetzwerk Asyl in die Pfarre St. Johann
Nepomuk eingeladen. Anlass der Debatte war neben dem Inkrafttreten der Reform
des europäischen Asylrechts am 12. Juni, auch das 75-Jahr-Jubiläum der Genfer
Flüchtlingskonvention.
Menschenrechte
sind Schutzrechte
Lukas
Gahleitner-Gertz von der Asylkoordination Österreich sprach von einer
Fortsetzung des bisherigen Systems. Europa habe schon bisher über ein
gemeinsames Asylsystem verfügt, „das Problem war nur, dass es nicht
funktioniert hat“. Die Grundidee, Asylverfahren an den Außengrenzen
abzuwickeln, sei nicht neu. Im neuen GEAS erkenne er keinen grundlegenden
Richtungswechsel: „Wir sehen leider eine Vertiefung des bisherigen Systems,
also es ist kein Paradigmenwechsel.“
„Wir
sehen leider eine Vertiefung des bisherigen Systems, also es ist kein
Paradigmenwechsel“
Zwar
enthalte die Reform einzelne Verbesserungen, insgesamt überwögen aber
beschleunigte Verfahren, verkürzte Fristen und zusätzliche Hürden beim Zugang
zu Rechten. Er warnte zugleich vor einer Entwicklung zu großen
Unterbringungseinrichtungen fernab gesellschaftlicher Zentren. Wo Begegnungen
fehlten, könnten Vorurteile leichter wachsen. Menschenrechte seien Schutzrechte
für alle Bürgerinnen und Bürger: „Menschenrechte sind im Wesentlichen
Abwehrrechte von uns allen gegen einen totalitären Staat“.
Externalisierte
Verantwortung
Die
Vertreterin des UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR, Ruth Schöffl, erinnerte an die
Bedeutung der Genfer Flüchtlingskonvention. Als Flüchtling gelte eine Person,
die sich „aus der begründeten Furcht von Verfolgung“ außerhalb ihres
Herkunftslandes befinde und dessen Schutz nicht in Anspruch nehmen könne.
Besorgt zeigte sie sich über die zunehmende Auslagerung von Asylverfahren oder
Rückführungen in Drittstaaten. Gleichzeitig enthalte die Reform aber auch
positive Elemente wie Resettlement-Programme und humanitäre Aufnahmewege.
Kontrolle
mit Respekt und Fairness
Der
frühere Caritas-Direktor und niederösterreichische Pfarrer Helmut Schüller
warnte vor einer schleichenden Absenkung des Menschenrechtsstandards: „Durch
die Abwertung von Menschen in bestimmten Lebenssituationen gibt es für diese
weniger Rechtsschutz als für andere“, sagte er. Staatliche Kontrolle sei
legitim, „aber Kontrolle kann mit Respekt geschehen“.
„aber
Kontrolle kann mit Respekt geschehen“
Am
Ende der Diskussion stand ein Appell zu gesellschaftlichem Engagement. Die
Unterstützung von Hilfsorganisationen, persönliche Begegnungen und die
Bereitschaft zum Dialog seien wichtige Beiträge gegen Polarisierung und
Ausgrenzung.
Feindselige
Grundhaltung
Scharfe
Kritik an Österreichs Umsetzung der Reform äußerte die Leiterin der Wiener
Pfarrcaritas und Vizepräsidentin der Katholischen Aktion Österreich, Katharina
Renner. Die Bundesregierung habe angekündigt, „über die strengen Vorgaben der
EU hinauszugehen“. Zudem würden Schutzsuchende vielfach „als lästiges Übel
verhandelt werden, von dem man sich abschotten will“.
Statt
die Not der Betroffenen in den Blick zu nehmen, würden Menschen und ihre
Fluchtgründe „abschätzig kommentiert“. Dies schaffe eine feindselige
Grundhaltung und erschwere eine langfristig tragfähige Migrationspolitik. Es
sei „unchristlich“, wenn keine Lösungen unter Wahrung der Menschenwürde
angestrebt werden, kritisierte Renner. Dies erzeuge Unsicherheit, Angst und
Perspektivenlosigkeit und zugleich würden die Potenziale von Migrantinnen und
Migranten für Gesellschaft und Arbeitsmarkt übersehen. (kap 18)
Abschied von Kardinal Ruini: Ein
Leben im Dienst der Kirche
Diesen
Donnerstagnachmittag hat Papst Leo XIV. im Petersdom in Rom die Trauerfeier für
Kardinal Camillo Ruini geleitet. In seiner Predigt erinnerte das
Kirchenoberhaupt daran, dass der verdiente Kirchenmann als Hirte, Theologe und
Gestalter der kirchlichen Gegenwart ein Erbe zurücklässt, das weit über die von
ihm bekleideten Ämter hinausreicht. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt
Kardinal
Camillo Ruini ist am Abend des 16. Juni im Alter von 95 Jahren in Rom
verstorben. Der aus dem norditalischen Modena stammende Geistliche war als
Stellvertreter des Papstes für die Diözese Rom von 1991 bis 2008 einer der
engsten Mitarbeiter von Papst Johannes Paul II., und danach von Papst Benedikt
XVI. Fast zwei Jahrzehnte lang stand er der italienischen Bischofskonferenz
vor. Bei den feierlichen Exequien in Rom waren Spitzenvertreter aus Kirche,
Politik und Gesellschaft zugegen, etwa der ehemalige italienische
Ministerpräsident und Präsident der Europäischen Kommission, Romano Prodi, und
der ehemalige Senatspräsident Marcello Pera.
Der
prägende Einfluss auf das kirchliche Leben in Italien
In
seiner Predigt erinnerte Papst Leo daran, dass der Tod von Kardinal Camillo
Ruini das Ende eines langen Lebens im Dienst der Kirche markiert, das in
besonderer Weise die kirchliche Entwicklung in Italien und darüber hinaus
geprägt hat.
„Ihm
sind Einsichten und Initiativen zu verdanken, die den Weg der kirchlichen und
auch der zivilen Gemeinschaft zutiefst geprägt haben,“ würdigte der Papst den
einflussreichen italienischen Kardinal, „dem die Kirche in Italien sehr viel
verdankt“. Er erinnerte auch an Ruinis „unermüdliches Engagement für die
Förderung des Beitrags der katholischen Welt in den unterschiedlichsten
Bereichen des religiösen, zivilen und politischen Lebens in Italien; an die
großartige Arbeit der Diözesansynode und deren Umsetzung hier in Rom; an seine
aktive und dialogorientierte Präsenz auf den verschiedenen Ebenen des
kirchlichen Lebens wie auch in der säkularen Welt und in der Gesellschaft.“
Klarheit
im Glauben
Ruini
gehörte zu jener Generation von Hirten, die in einer Zeit gesellschaftlicher
und kultureller Umbrüche auf Klarheit im Glauben und auf die Dialogfähigkeit
der Kirche in der Öffentlichkeit gesetzt hätten, so der Papst weiter. Dabei
habe er die Kirche als eine lebendige Gemeinschaft verstanden, die in die
Gesellschaft hineinwirkt und dort Verantwortung übernimmt.
Seine
theologische Grundhaltung war geprägt von der Überzeugung, dass der Mensch
seine Erfüllung in der Wahrheit findet, die aus dem Glauben erwächst. Und die
Wahrheit, die den Dienst Ruinis beseelt habe, sei die Überzeugung gewesen, dass
„nichts die Liebe Gottes besiegen oder uns von ihr trennen kann, denn sie ist
das Geschenk des Herrn, sie kommt von ihm und wird uns geschenkt über alle
unsere Verdienste und Schwächen hinaus,“ präzisierte der Papst.
Die
Kraft des Gebets
Der
Glaube war für Kardinal Ruini nicht Theorie, sondern gelebte Beziehung zu Gott,
die sich im Gebet, in der Liturgie und in der persönlichen Verantwortung
konkretisierte. So habe er auch selbst bezeugt, dass „eine der Kräfte, die ihn
– seit seiner Kindheit – in seinem langen Leben begleitet haben, das Gebet war:
einfach und von Herzen kommend, in den frühesten Jahren noch ungeschliffen und
im Laufe der Zeit gereift, bis hin zu den Jahren der Gebrechlichkeit und der
Krankheit,“ so Papst Leo.
Die
Nähe zu heiligen Päpsten: Paul VI. und Johannes Paul II.
Seine
Nähe zu den großen Gestalten der Kirche seiner Zeit - Paul VI. und vor allem
Johannes Paul II. - fiel in eine Zeit, in der die Kirche weltweit neue
Antworten auf Fragen zu Freiheit, Moderne und Glauben suchte. Über den heiligen
Papst aus Polen schrieb der Kardinal in seinem geistlichen Testament: „In
Johannes Paul II. habe ich deine Gegenwart erfahren, Herr; ich konnte die
Einheit im Gebet mit Händen greifen, die Untrennbarkeit von Gebet, Leben und
Apostolat, den Glaubensmut, der die Geschichte lenkt, sowie die Fähigkeit zu
lieben und zu vergeben.“
„In
Johannes Paul II. habe ich deine Gegenwart erfahren, Herr“
Die
Wahrheit wird uns befreien
Mit
Verweis auf das Bischofsmotto Ruinis – die Wahrheit wird uns befreien (Joh
8,32) – erinnerte der Papst daran, dass „wir für die Wahrheit und das Gute
geschaffen sind, und nur darin Einheit, Frieden und Erfüllung finden, im
irdischen Leben und in der Ewigkeit.“ Und diese Botschaft sei besonders in
unserer Zeit relevant, „in der man durch relativistische Tendenzen und
fließende Vorstellungen von der Wirklichkeit und vom Menschen leicht aus der
Bahn geworfen“ werden könne.
„Wenn
wir auf das Leben von Kardinal Ruini blicken – darauf, wie er gelebt hat und
wie er diese Welt verlassen hat –, dann können wir ein Zeichen für die Kraft
und die Festigkeit erkennen, mit der der Mensch wächst und reift, wenn er in
der Wahrheit, die von Gott kommt, den Mittelpunkt und das tragende Fundament
seines Daseins findet.“
Die
Predigt von Papst Leo endete mit einem Dankeswort an all jene, die dem Kardinal
„bis zuletzt mit hingebungsvoller Treue zur Seite standen“ und der Bitte an den
Herrn, dem Verstorbenen „den Lohn des Friedens zu gewähren, der kein Ende hat.“
Vn 18
32.000 Einsätze in der
Notfallseelsorge pro Jahr
Evangelische
und katholische Kirche danken ihren Notfallseelsorgenden
Aus
Anlass des 21. Ökumenischen Bundeskongresses Notfallseelsorge und Krisenintervention
in Erfurt haben heute (18. Juni 2026) die Evangelische Kirche in Deutschland
(EKD) und die Deutsche Bischofskonferenz den vielen Menschen gedankt, die sich
bundesweit in der Notfallseelsorge engagieren. Allein im Jahr 2025 wurden rund
32.000 Einsätze durchgeführt – durchschnittlich mehr als 80 pro Tag. Mehrere
Tausend Ehrenamtliche sowie hauptamtlich Mitarbeitende begleiten Betroffene
nach schweren Unfällen, plötzlichen Todesfällen, Naturkatastrophen und anderen
belastenden Ereignissen.
Die
Ratsvorsitzende der EKD, Bischöfin Kirsten Fehrs, würdigt den Dienst der Haupt-
und Ehrenamtlichen in der Notfallseelsorge: „Ich stehe bewundernd davor, mit
welchem Mitgefühl und welcher Professionalität zugleich die
Notfallseelsorgenden diesen brachialen Schmerz von Menschen mit aushalten, für
die von einem Moment auf den anderen die Welt zusammenbricht. Und wie sehr die
Notfallseelsorge, die flächendeckend in Deutschland präsent ist, auch zu einer
gesellschaftlichen Resilienz beiträgt. So, dass Krisen und Ängste uns nicht
überwältigen, sondern überwunden werden können. Denn sie vermittelt Menschen in
ihrer Fassungslosigkeit: Du bist nicht allein. Du musst da nicht allein durch.
Danke für all Ihre Kraft und Zeit, danke für Ihre Empathie und die feine
Intuition, mit der Sie erkennen, wann ein Wort trägt und wann Schweigen die
größere Hilfe ist.“
Weihbischof
Dr. Reinhard Hauke, in der Deutschen Bischofskonferenz für die Notfallseelsorge
zuständig, betont: „Notfallseelsorge zeigt Kirche in einer ihrer wichtigsten
Aufgaben: Menschen in existenziellen Krisen beizustehen. Besonders dankbar sind
wir für die vielen Ehrenamtlichen, die sich für diesen Dienst qualifizieren
lassen und ihn mit großer Verlässlichkeit ausüben.“ Es sei gut, wenn es
Menschen gebe, die anderen bei der Bewältigung von Krisen helfen. Dabei gehe es
immer um konkrete Menschen mit ihrer konkreten Bedrängnis:
„Notfallseelsorgerinnen und –seelsorger, die an die Gegenwart Gottes in der Not
glauben, werden vielleicht und hoffentlich den Mut aufbringen, von ihrer
persönlichen Hoffnung zu sprechen, ohne den Betroffenen etwas überstülpen zu
wollen. Mit diesem Zeugnis laden wir ein, eine Hoffnung zu haben. Diese
Hoffnung ist ein Schatz, den uns niemand nehmen kann und der leuchten soll“, so
Weihbischof Hauke.
Noch
bis Freitag beraten rund 300 Fachleute aus Kirche, Psychosozialer
Notfallversorgung, Wissenschaft und Praxis im Evangelischen Augustinerkloster
zu Erfurt über die Zukunft der Notfallseelsorge. Unter dem Leitwort „Alles
bleibt anders. Resilienzen neu denken“ stehen Fragen der Krisenbewältigung,
gesellschaftlichen Resilienz und der Begleitung von Menschen in
Ausnahmesituationen im Mittelpunkt. „Betroffene brauchen keine schnellen
Antworten, sondern Präsenz, Ruhe. Wichtig ist ein Gegenüber, das ihre Not aushält
und hilft, erste Schritte in ein völlig verändertes Leben zu gehen. Genau darin
liegt die besondere Stärke der Notfallseelsorge“, erklären die Vorsitzenden der
katholischen und evangelischen Fachkonferenzen, Diakon Stephan Koch und
Kirchenrat Dirk Wollenweber.
Hintergrund.
Der 21. Ökumenische Bundeskongress Notfallseelsorge und Krisenintervention
findet vom 17. bis 19. Juni 2026 im Evangelischen Augustinerkloster zu Erfurt
statt. Veranstaltet wird er im Auftrag der Konferenz Evangelische Notfallseelsorge
in der EKD und der Bundeskonferenz Katholische Notfallseelsorge. Heute Abend
(18. Juni) feiern die Teilnehmenden in der Augustinerkirche einen ökumenischen
Gottesdienst mit Bischöfin Kirsten Fehrs und Weihbischof Dr. Reinhard Hauke.
Die
Notfallseelsorge ist Teil der Psychosozialen Notfallversorgung (PSNV) in
Deutschland. Sie arbeitet eng mit Rettungsdiensten, Polizei, Feuerwehren und
weiteren Hilfsorganisationen zusammen. Die ökumenische Zusammenarbeit von
evangelischer und katholischer Kirche prägt den Dienst seit vielen Jahren und
gewährleistet ein flächendeckendes Angebot für Menschen in akuten
Krisensituationen. Dbk 18
Neue Zahlen zur
Ministrantenpastoral: Rund 300.000 junge Menschen engagieren sich bundesweit
Rund
300.000 Kinder, Jugendliche und junge Erwachsene engagieren sich in Deutschland
als Ministrantinnen und Ministranten. Das zeigt eine aktuelle Auswertung der
deutschen Bistümer, die heute (18. Juni 2026) beim Forum Ministrantenpastoral
in Wiesbaden vorgestellt wurde. Der Anteil weiblicher Ministrantinnen liegt
bundesweit bei rund 54 Prozent.
„Die
Ministrantinnen und Ministranten gehören zu einer der stärksten und
sichtbarsten Formen kirchlicher Jugendarbeit in Deutschland“, erklärt
Weihbischof Johannes Wübbe (Osnabrück), Vorsitzender der Jugendkommission der
Deutschen Bischofskonferenz. „Wer ministriert, weiß nicht nur um Abläufe von
Gottesdiensten. Junge Menschen gestalten ihr religiöses Leben aktiv und machen
dabei ganz eigene Glaubenserfahrungen. Das ist Jugendpastoral im besten Sinn:
nah an den jungen Menschen und verbunden mit dem Leben der Kirche vor Ort.“ Die
Zahlen wurden beim Forum Ministrantenpastoral vorgestellt, das vom 16. bis 18.
Juni 2026 von der Arbeitsstelle für Jugendseelsorge der Deutschen
Bischofskonferenz (afj) veranstaltet wurde. Rund 60 Fachleute aus den deutschen
Bistümern sowie Vertreterinnen und Vertreter aus Wissenschaft, Ausbildung und
pastoraler Praxis berieten über die Zukunft der Ministrantenpastoral.
Die
Auswertung zeigt, dass der Ministrantendienst trotz rückläufiger katholischer
Jugendjahrgänge einer der größten Orte kirchlicher Jugendpastoral bleibt.
Beispielsweise weist das Bistum Rottenburg-Stuttgart mit 21.290 Ministrantinnen
und Ministranten die höchste absolute Zahl aus. Das Erzbistum Paderborn
erreicht mit 55 Prozent den höchsten Anteil weiblicher Ministrantinnen. Im
Bistum Dresden-Meißen engagieren sich 3.400 Ministrantinnen und Ministranten.
Bezogen auf die Katholikenzahlen des Bistums entspricht dies rund 2,7 Prozent.
Gerade in einem Diaspora-Bistum macht diese Zahl deutlich, welche Bedeutung der
Ministrantendienst für die Sichtbarkeit jungen kirchlichen Lebens hat.
Aktuelle
Ergebnisse der 6. Kirchenmitgliedschaftsuntersuchung (KMU) weisen gleichzeitig
darauf hin, dass Ministrantenerfahrungen innerhalb katholischer
Glaubensbiografien junger Menschen an Bedeutung gewinnen. Unter den 14- bis
21-jährigen westdeutschen Katholikinnen und Katholiken mit Erstkommunion- oder
Firmungserfahrung geben 47 Prozent an, selbst Ministrantin oder Ministrant
gewesen zu sein. In den älteren Generationen ist dieser Anteil deutlich
niedriger. Bischof Dr. Klaus Krämer (Rottenburg-Stuttgart), Präsident des
internationalen Ministrantenbundes CIM, betont die Bedeutung dieses
Engagements: „Ministrantinnen und Ministranten zeigen, dass junge Menschen
nicht nur Gäste in der Kirche sind. Sie gestalten Liturgie mit und übernehmen
Verantwortung. Der Dienst am Altar verbindet junge Menschen über Grenzen,
Sprachen und Kulturen hinweg.“
Ein
Schwerpunkt des Forums Ministrantenpastoral war die Frage, wie junge Menschen
in einer sich wandelnden kirchlichen Wirklichkeit erreicht werden können. Dabei
wurde auch die wachsende Bedeutung mehrsprachiger und international geprägter
Ministrantengruppen deutlich. Zudem berieten die Teilnehmenden über die
Unterstützung ehrenamtlicher Gruppenleiterinnen und Gruppenleiter sowie über
zeitgemäße Formen liturgischer Bildung. Die Ergebnisse der Ministrantenzählung
sollen weiter ausgewertet und die Vernetzung der Bistümer soll gestärkt werden.
Auch die Beteiligung von Ministrantinnen und Ministranten an zukünftigen
Entwicklungsprozessen soll weiter ausgebaut werden.
Hintergrund.
Der Coetus Internationalis Ministrantium (CIM) ist der internationale
Zusammenschluss der Verantwortlichen für die Ministrantenpastoral in
zahlreichen Ländern. Er wurde 1960/1961 gegründet, um die weltweite Vernetzung
von Ministrantengruppen zu fördern und den Austausch über pastorale Konzepte zu
ermöglichen. Eine der wichtigsten Aufgaben des CIM ist die Organisation der
internationalen Ministrantenwallfahrten, die regelmäßig stattfinden. Zuletzt
reisten im Sommer 2024 rund 50.000 Ministrantinnen und Ministranten zur
internationalen Ministrantenwallfahrt nach Rom. Präsident des CIM ist Bischof
Dr. Klaus Krämer (Rottenburg-Stuttgart).
Die
Arbeitsstelle für Jugendseelsorge der Deutschen Bischofskonferenz (afj) ist die
Fachstelle für Jugendfragen der Deutschen Bischofskonferenz. Sie unterstützt
die Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz und arbeitet an zentralen
Fragen katholischer Jugendpastoral in Deutschland. Dbk 18
„Würde des Menschen darf nicht von
politischen Grenzen abhängen“
Die
Schweizer Stimmbevölkerung hat am 14. Juni 2026 die Volksinitiative „Keine
10-Millionen-Schweiz!“ (auch bekannt als Nachhaltigkeitsinitiative) abgelehnt.
Die Nationaldirektorin der kirchlichen Dienststelle migratio, Isabel Vasquez,
äußerte sich differenziert zu dem Ausgang der Abstimmung. Mario Galgano -
Vatikanstadt
Die
Vorlage, welche eine verfassungsmäßige Obergrenze der ständigen Wohnbevölkerung
auf zehn Millionen Menschen vor dem Jahr 2050 festlegen wollte, scheiterte an
den Urnen mit 54,79 Prozent Nein-Stimmen sowie an der Mehrheit der Stände. Bei
einer Stimmbeteiligung von fast 60 Prozent offenbarte das Ergebnis eine
geografische Differenzierung zwischen städtischen Zentren und ländlichen
Gebieten. Die Schweizer Bischofskonferenz (SBK) und die Römisch-Katholische
Zentralkonferenz der Schweiz (RKZ) hatten sich bereits im Vorfeld im Rahmen
ihres gemeinsamen Migrationskonzepts für eine Migrationspolitik ausgesprochen,
die auf Rechten und zwischenmenschlicher Solidarität aufbaut, anstatt starre
demografische Grenzen festzulegen.
„Migratio begrüßt das klare Nein zur
Obergrenze“, erklärte Vasquez. Ihrer Ansicht nach berührte die Vorlage
fundamentale Prinzipien des Zusammenlebens: „Die Initiative hätte die Würde und
die Rechte von Menschen an eine Zahl gebunden. Aus Sicht der katholischen
Kirchen ist die Würde des Menschen unantastbar. Sie darf nicht von politischen
Grenzen abhängen.“
„Die
Initiative hätte die Würde und die Rechte von Menschen an eine Zahl gebunden.“
Theologische
und konzeptionelle Grundlagen
Als
theologische und konzeptionelle Grundlage für diese Positionierung verwies
Vasquez auf die bestehenden Richtlinien der katholischen Institutionen in der
Schweiz sowie auf lehramtliche Schreiben der Weltkirche. „Das Migrationskonzept
der Schweizer Bischofskonferenz und der römisch-katholischen Zentralkonferenz
der Schweiz betont: Migration ist eine menschliche Realität. Sie verlangt
Verantwortung, Solidarität und Respekt. Und das ist unser Arbeitsmaterial, das
Migrationskonzept. Auch die Enzyklika Magnificat humanitas von Papst Leo XIV.
erinnert daran, dass christliche Gesellschaften von Verantwortung und
Barmherzigkeit geprägt sein sollen, nicht von Angst. Das Nein ist deshalb ein
wichtiges Zeichen für eine menschenwürdige und verantwortliche
Migrationspolitik“, betonte die Direktorin.
Gleichzeitig
lenkte Vasquez den Blick auf die soziologischen und wirtschaftlichen Ursachen,
die zu dem knappen Ergebnis beigetragen haben. „Das Resultat zeigt, dass eine
Mehrheit der Bevölkerung keine starre Begrenzung möchte, die internationale
Abkommen gefährdet und das Familienleben einschränkt. Die hohe Stimmbeteiligung
von fast 60 Prozent macht deutlich, wie sehr das Thema die Gesellschaft bewegt.
Gleichzeitig zeigt der hohe Anteil an Ja-Stimmen, dass es in der Bevölkerung
Unsicherheiten gibt über Wohnraum, Verkehr, gesellschaftliche Veränderungen und
die Zukunft des Landes. Die Abstimmung offenbart auch eine gewisse Spaltung
zwischen urbanen und ländlichen Regionen sowie zwischen den Regionen, wo
weniger Migrantinnen und Migranten im Alltag präsent sind, wo die Zustimmung
zur Initiative höher war. Das bestätigt, wie wichtig Begegnung, Dialog und
Aufklärung sind. Das sind zentrale Aufgaben der Migrationspastoral“, führte
Vasquez aus.
Auswirkungen
Hinsichtlich
der außenpolitischen und ökonomischen Auswirkungen hob sie hervor, dass ein Ja
spürbare Konsequenzen für die Eidgenossenschaft nach sich gezogen hätte. „Auch
für die Schweiz hat das Nein zudem eine internationale Bedeutung, weil die
Initiative die Personenfreizügigkeit und die bilateralen Abkommen gefährdet
hätte. In einer Zeit, in der die Generation der Babyboomer in Pension geht und
viele Branchen, insbesondere Pflege, Bildung und Industrie, auf ausländische
Fachkräfte angewiesen sind, wäre eine Obergrenze wirtschaftlich und sozial
schädlich gewesen.“
„Für
Migrantinnen und Migranten ist das Ergebnis ein gemischtes Signal.“
Für
die direkt betroffenen Personen mit Migrationshintergrund in der Schweiz stellt
das Abstimmungsergebnis laut Vasquez eine Ambivalenz dar. „Für Migrantinnen und
Migranten ist das Ergebnis ein gemischtes Signal. Es gibt Erleichterung auf der
einen Seite über das Nein, aber auch ein Bewusstsein, dass ein großer Teil von
fast 45 Prozent der Bevölkerung kritisch bleibt. Für die Kirche ergibt sich
daraus der Auftrag, Brücken zu bauen, Sorgen ernst zu nehmen und gleichzeitig
die Rechte und die Würde der Schwächsten zu verteidigen. Im europäischen
Kontext, in dem vielerorts eine restriktive Migrationspolitik im Trend liegt, setzt
die Schweiz jetzt mit diesem Votum einen Gegenakzent. Eine offene, solidarische
und menschenwürdige Gesellschaft ist möglich, auch in schwierigen Zeiten.“ (vn
17)
Leo XIV. begrüßt USA-Iran-Abkommen
und beklagt Eskalation in der Ukraine
Papst
Leo XIV. hat an diesem Mittwochvormittag im Rahmen der Generalaudienz im
Vatikan aktuelle internationale Entwicklungen kommentiert. Vor den
abschließenden Grußworten äußerte sich das Kirchenoberhaupt sowohl zu den
diplomatischen Fortschritten im Verhältnis zwischen der Islamischen Republik
Iran und den Vereinigten Staaten von Amerika als auch zur anhaltenden Gewalt in
der Ukraine. Mario Galgano - Vatikanstadt
Der
Papst zeigte sich erfreut über die Einigung zwischen Teheran und Washington. Er
bedankte sich bei den Vermittlern Katar und Pakistan für ihre Bemühungen.
Wörtlich sagte der Papst:
„Ich
begrüße die Einigung zwischen der Islamischen Republik Iran und den Vereinigten
Staaten von Amerika, die am Freitag unterzeichnet werden soll, als ermutigendes
Ergebnis geduldiger Dialog- und Verhandlungsbemühungen. Ich spreche den Ländern
meinen Dank aus, die sich dafür eingesetzt haben, das Zusammentreffen der
Parteien zu fördern und diese Einigung zu ermöglichen. Ich hoffe, dass dieses
Abkommen dazu beitragen wird, das gegenseitige Vertrauen, die Sicherheit und
die Stabilität im Nahen Osten zu stärken und den Dialog sowie die
Zusammenarbeit zwischen den Völkern zu fördern.“
„Ich
spreche den Ländern meinen Dank aus, die sich dafür eingesetzt haben, das
Zusammentreffen der Parteien zu fördern...“
Die
jüngsten diplomatischen Verhandlungen zwischen dem Iran und den USA stehen vor
dem Hintergrund langjähriger Spannungen, die insbesondere durch das iranische
Atomprogramm, gegenseitige Sanktionen und geopolitische Konflikte im Nahen
Osten geprägt sind. Nach dem einseitigen Ausstieg der USA aus dem
internationalen Atomabkommen (JCPOA) im Jahr 2018 und der anschließenden
Wiedereinführung wirtschaftlicher Beschränkungen durch Washington hatte Teheran
seine Urananreicherung schrittweise ausgeweitet. Das nun bevorstehende Abkommen
wird in diplomatischen Kreisen als Versuch gewertet, durch völkerrechtliche
Vereinbarungen über Handelsbeziehungen und Sicherheitsgarantien eine weitere
Eskalation in der Region zu verhindern und die Schifffahrtswege in der
strategisch bedeutsamen Straße von Hormuz zu sichern.
Krieg
in der Ukraine
Im
Gegensatz dazu verwies das Kirchenoberhaupt mit Trauer auf die Berichte über
den Krieg in der Ukraine.
„Es erreichen uns schmerzhafte Nachrichten
über den Krieg in der Ukraine, der sich weiter ausbreitet. Zahlreiche
unschuldige Opfer, getötete Rettungskräfte, Kirchen und Kulturerbestätten, die
von den Flammen verwüstet wurden. Ich bin in Gedanken bei all jenen, die um
ihre Angehörigen trauern, bei den Verletzten und bei denen, die inmitten der
Gewalt weiterhin mutig im Dienst des Lebens stehen. Ich lade alle ein, dafür zu
beten, dass dieser Krieg ein Ende findet. Bitten wir den Herrn, Wege des
Dialogs zu eröffnen, den Hass zu besänftigen und einen gerechten und
dauerhaften Frieden zu ermöglichen.“
„Ich
bin in Gedanken bei all jenen, die um ihre Angehörigen trauern.“
Der
vom Papst beklagte Konflikt in der Ukraine führte unterdessen zu neuen Schäden
an historisch bedeutsamen Stätten des Landes, darunter auch beim jüngsten
Angriff auf das Höhlenkloster in Kyiv. Die im 11. Jahrhundert gegründete Kyiver
Pechersk Lawra gehört zum UNESCO-Weltkulturerbe und gilt als eines der
wichtigsten Heiligtümer der orthodoxen Christenheit im osteuropäischen Raum.
Durch die Ausweitung der kriegerischen Handlungen geraten vermehrt religiöse
Zentren und zivile Infrastrukturen in die Schusslinie, was zu Bränden und
Zerstörungen an den historischen Klosteranlagen und Kirchengebäuden führte und
die internationale Besorgnis über den Schutz des kulturellen Erbes in der
Ukraine wachsen lässt. (vn 17)
Was man von Frankreichs
Erwachsenentaufen lernen kann
Die
Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz hat im Rahmen einer
Delegationsreise nach Paris das Phänomen der Erwachsenentaufen in Frankreich
untersucht. Hintergrund sind veränderte religiöse Suchbewegungen in
säkularisierten Gesellschaften, wie sie auch in Deutschland durch die jüngste
Kirchenmitgliedsuntersuchung festgestellt wurden.
Mario
Galgano – Vatikanstadt
Katharina
Karl, Professorin für Pastorale Theologie an der Katholischen Universität
Eichstätt-Ingolstadt und Beraterin der Jugendkommission, begleitete die Reise
und erläutert die Erkenntnisse der Exkursion.
Unterschiedliche
Rahmenbedingungen durch das laizistische System
In
Frankreich erschwert das laizistische Staatsprinzip eine genaue statistische
Erfassung der katholischen Bevölkerung, da keine offiziellen Daten vorliegen.
Die Kirche orientiert sich daher an den Einwohnerzahlen der Regionen statt an
Mitgliederlisten. Aufgrund der historischen Trennung von Staat und Kirche
verfügt die französische Kirche über geringe finanzielle Mittel und ist im
staatlichen oder sozialen Bereich kaum institutionell verankert. Die Arbeit
konzentriert sich auf die klassische Gemeindepastoral und die
Glaubensverkündigung in den Pfarreien, die überwiegend durch ehrenamtliche
Kräfte getragen werden.
Trotz
dieser Strukturen verzeichnen die französischen Diözesen seit fünf Jahren ein
Wachstum bei den Anfragen nach dem Katechumenat, der Vorbereitung auf die
Taufe. Die Zunahme betrifft städtische Regionen stärker als ländliche Gebiete,
ist jedoch landesweit spürbar. Die Bistümer um Paris widmen sich dieser
Entwicklung derzeit in einer speziellen Versammlung, der sogenannten
Provinzversammlung der Kirche der Île-de-France. Dabei steht die Frage im
Vordergrund, wie Gemeinden Menschen dauerhaft dabei unterstützen können, einen
christlichen Lebensstil zu führen.
Soziale
Zusammensetzung und Motive der Taufbewerber
Die
Personen, die ein Katechumenat beginnen, lassen sich keinem einheitlichen
Milieu zuordnen. Die Anfragen stammen aus allen gesellschaftlichen Schichten,
einschließlich sozial prekärer Bereiche. Ungefähr die Hälfte der Taufbewerber
verfügt über einen familiären, christlichen Hintergrund ohne eigene religiöse
Praxis. Die andere Hälfte besitzt keine Vorkenntnisse über das Christentum. Der
Anteil von Konversionen aus dem Islam liegt unter zehn Prozent. Viele Bewerber
sind in Frankreich geboren, weisen jedoch eine diverse ethnische Herkunft auf,
die häufig mit der Migrationsgeschichte ihrer Familien zusammenhängt.
Als
Motive für das Interesse am Christentum werden persönliche Krisenerfahrungen
wie Krankheiten oder Verluste genannt, ebenso wie die Suche nach Orientierung
in einer komplexen Welt. Einige Befragte gaben an, dass das regelmäßige
Gebetsleben von Menschen in ihrem Umfeld oder die Erfahrung von Frieden und
Trost während eines Gottesdienstes den Impuls zur Kontaktaufnahme gaben. Auch
eine Faszination für die Liturgie wird als wesentlicher Faktor beschrieben.
Impulse
für die Pastoraltheologie in Deutschland
Die
Erkenntnisse aus Frankreich lassen sich aufgrund der abweichenden kirchlichen
und finanziellen Strukturen nicht als fertiges Modell auf Deutschland
übertragen. Dennoch liefert der Austausch theologische Impulse für die Praxis
in Deutschland. Da wäre zum einen die Etappen der Begleitung: In Frankreich
wird jedem Taufbewerber eine feste Begleitperson zugeordnet, die am Alltag des
Katechumenen Anteil nimmt. Zudem spielen rituelle Schritte im
Vorbereitungsprozess eine zentrale Rolle, die als Strukturierung des
christlichen Lebens verstanden werden . In Deutschland sind
Erwachsenentaufen demgegenüber oft auf spezifische Stellen für
Glaubensorientierung konzentriert und weniger stark im regulären Pfarrgemeinden
verankert.
Ein
weiterer Punkt betrifft die Offenheit der Gemeinden: Die französische Kirche
steht vor der Aufgabe, traditionelle Gemeindestrukturen für neue Mitglieder zu
öffnen. Die Erfahrung zeigt, dass etablierte Gruppen bisweilen dazu neigen,
sich abzukapseln. Das theologische Konzept der Gastfreundschaft kann
hierbei als zentraler Begriff dienen, um interkulturelle und religiöse
Unterschiede innerhalb des Katholizismus zu bewältigen.
Und
schließlich gehe es um den internationalen Austausch: Angesichts globaler
Krisen und der damit verbundenen Verwundbarkeit von Individuen plädiert Karl
für einen verstärkten internationalen Austausch in der Pastoraltheologie.
Während in Deutschland die gesellschaftliche Wirksamkeit der Kirche im Fokus
steht und auch bleiben muss, bietet der Blick nach Frankreich ergänzende
Perspektiven für die Begleitung individueller religiöser Suchbewegungen und die
Qualifizierung von Ehrenamtlichen. (vn 16)
Vatikan warnt vor Entmenschlichung
durch Künstliche Intelligenz
Der
Vatikan hat vor den ethischen Risiken Künstlicher Intelligenz im
Sicherheitsbereich gewarnt. Bei einem interreligiösen Dialog am Institut der
Vereinten Nationen für Abrüstungsforschung (UNIDIR) in Genf betonte Erzbischof
Ettore Balestrero am Freitag, dass KI dem Schutz der Menschenwürde und dem
Frieden dienen müsse. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt
Die
Entwicklung Künstlicher Intelligenz (KI) im Bereich Sicherheit und Verteidigung
wirft nach Ansicht des Heiligen Stuhls dringende ethische Fragen auf. Bei einem
interreligiösen Dialog zum Thema „Künstliche Intelligenz, Sicherheit und
Ethik“, der vom Institut der Vereinten Nationen für Abrüstungsforschung
(UNIDIR) in Genf angestoßen wurde, appellierte Erzbischof Ettore Balestrero,
Apostolischer Nuntius und Ständiger Beobachter des Heiligen Stuhls bei den
Vereinten Nationen, an die internationale Gemeinschaft, KI konsequent am Wohl
des Menschen auszurichten.
In
seinen Eröffnungsworten würdigte Balestrero die Initiative von UNIDIR-Direktor
Robin Geiss als besonders zeitgemäß. Dies gelte nicht nur im Hinblick auf die
bevorstehenden internationalen Beratungen zur Regulierung von KI im
militärischen Bereich, sondern auch vor dem Hintergrund der kürzlich
veröffentlichten Enzyklika Magnifica Humanitas von Papst Leo XIV.
Die
Gefahr einer zunehmenden Bewaffnung und Automatisierung von KI-Systemen
Der
Vatikan-Diplomat verwies darauf, dass anhaltende Konflikte und globale
Spannungen die Menschheit vor neue Herausforderungen stellen. Gerade deshalb
sei eine ernsthafte Auseinandersetzung mit den ethischen Folgen von KI im
Sicherheits- und Rüstungssektor unverzichtbar. Der Heilige Stuhl setze sich
seit Jahren „als Vertragspartei mehrerer Abrüstungs- und
Rüstungskontrollverträge aktiv für die Wahrung eines menschenzentrierten
Ansatzes ein“. Dabei warne er insbesondere vor den Gefahren einer zunehmenden
Bewaffnung und Automatisierung von KI-Systemen.
„Befreiung
der Technologie von Logiken der Herrschaft, Ausgrenzung und Zerstörung“
Mit
Verweis auf Papst Leos erste Enzyklika „Magnifica Humanitas“ zitierte
Balestrero dessen Forderung, KI müsse „entwaffnet“ werden. Gemeint sei damit
nicht eine Ablehnung technologischen Fortschritts, sondern die „Befreiung der
Technologie von Logiken der Herrschaft, Ausgrenzung und Zerstörung.“ Künstliche
Intelligenz müsse so gestaltet und eingesetzt werden, dass die Heiligkeit des
menschlichen Lebens sowie die unveräußerliche Würde jedes Menschen gewahrt
bleibe.
Chancen
von KI: Schutz von Zivilisten und Krisenprävention
Der
Vatikanvertreter verwies aber auch auf die positiven Potenziale der
Technologie. KI könne etwa dazu beitragen, „Zivilisten besser zu schützen,
Konfliktregionen effektiver zu unterstützen sowie Frühwarnsysteme und die
Reaktion auf Krisen zu verbessern.“ Weitere friedensfördernde Anwendungen seien
noch nicht vollständig erforscht.
Dennoch
warnte Balestrero vor einer unkritischen Begeisterung für technische
Innovationen. Wenn KI von Ethik und Verantwortung abgekoppelt werde, bestehe
die Gefahr, dass „Entscheidungen über Leben und Tod schneller und
unpersönlicher getroffen“ würden. Zudem könne die Technologie
Verantwortlichkeiten verschleiern und eine Denkweise fördern, in der man Gegner
lediglich als statistische Größen und Opfer als „Kollateralschäden“ wahrnehme.
Nach
Auffassung von Papst Leo XIV, auf den sich der Erzbischof mehrfach bezog, sei
die Welt bereits von einem „technokratischen Paradigma“ umgeben, das Effizienz
und Macht über menschliche Werte stelle. Die KI-Revolution verstärke diese
Entwicklung zusätzlich. Der Wunsch nach vollständiger Kontrolle und der
Reduzierung unserer Schwächen könne langfristig „eine menschenfeindliche
Anschauung als richtig und normal erscheinen lassen“ (Magnifica Humanitas.
112).
Die
Grundprinzipien der katholischen Soziallehre hochhalten
Wenn
die Technologie zum obersten Maßstab werde, laufe der Mensch Gefahr, „auf
Daten, ein Rädchen im Getriebe oder eine Ware“ reduziert zu werden, führte
Balestrero weiter aus. Der Heilige Stuhl setze dem eine Ethik entgegen, die auf
den Grundprinzipien der katholischen Soziallehre basiert: Menschenwürde,
Gemeinwohl, universale Bestimmung der Güter, Subsidiarität, Solidarität und
Gerechtigkeit. Diese Werte seien entscheidende Maßstäbe, um zu beurteilen, ob
technologische Entwicklungen tatsächlich dem Menschen dienten oder ihn
beherrschten.
Der
Erzbischof unterstrich, dass die Gestaltung einer gerechten digitalen Zukunft
nur durch einen umfassenden Dialog gelingen könne. Dazu müssten „diejenigen,
die die Systeme entwickeln, und diejenigen, die von ihnen betroffen sind“
ebenso miteinbezogen werden wie „reichere und ärmere Länder, Institutionen und
Einzelpersonen, Machtzentren und Peripherien.“ Nur so „werden wir in der Lage
sein, eine Zukunft nicht für einige wenige Privilegierte, sondern für die
gesamte Menschheitsfamilie zu gestalten“ (Ansprache von Papst Leo XIV. bei der
Vorstellung der Enzyklika Magnifica Humanitas, 25. Mai 2026).
Liebe
zu Gott und zum Nächsten muss stärker sein als Streben nach Macht
Abschließend
richtete der Erzbischof einen besonderen Appell an die Glaubensgemeinschaften.
Durch ihr Zeugnis und ihr Engagement seien sie dazu berufen, dafür einzutreten,
dass die Liebe zu Gott und zum Nächsten stärker bleibe als das Streben nach
Macht und Einfluss. Künstliche Intelligenz dürfe nicht zum Werkzeug
egoistischer Interessen werden, sondern müsse dem Menschen und dem Frieden
dienen.
Der
Friede kommt von Gott
„Wir
glauben, dass der Friede von Gott kommt“, erklärte Balestrero. Die Menschheit
sei großartig, weil sie Anteil an Gottes Größe habe. Deshalb dürfe man nicht
müde werden, auch im Bereich der Künstlichen Intelligenz für eine Kultur des
Respekts gegenüber der Würde jedes einzelnen Menschen einzutreten. (vn 15)
Papst
fordert sichere Wege und kritisiert Europas Abschottung
Papst
Leo XIV. fordert auf Gran Canaria sichere und legale Wege für Geflüchtete.
Europa dürfe Menschenwürde nicht beschwören und zugleich hinnehmen, dass
Mittelmeer und Atlantik zu „Friedhöfen ohne Grabsteine“ werden. Von Robert
Messer
Papst
Leo XIV. hat Europa davor gewarnt, sich an den Tod von Migranten auf den
Fluchtrouten über das Meer zu gewöhnen. Bei einem Besuch am Hafen von
Arguineguín auf Gran Canaria sagte das Oberhaupt von weltweit etwa 1,4
Milliarden Katholiken, der Kontinent dürfe nicht die Menschenwürde beschwören
und zugleich hinnehmen, dass das Mittelmeer und der Atlantik zu „Friedhöfen
ohne Grabsteine“ würden.
Der
Papst forderte „sichere und legale Wege“ für Migration. Die Menschenwürde
erfordere dies, sagte Leo. Er mahnte zudem Rettung und Hilfe für Menschen in
Not sowie echte Zusammenarbeit gegen Menschenhändler an. Es reiche nicht aus,
„Ankünfte zu verwalten, Zahlen zu verteilen, Grenzen verstärkt zu sichern oder
Todesfälle zu beklagen, wenn sie bereits eingetreten sind“.
Die
Kanaren – vor allem bei Deutschen beliebte Ferieninseln – sind seit vielen
Jahren ein Hotspot der Fluchtbewegung von der westafrikanischen Küste über den
Atlantik nach Europa. Insbesondere zwischen 2020 und 2024 prägte das Phänomen
die Inseln. Vergangenes Jahr ging die Zahl der Bootsmigranten zwar stark
zurück. Auf dem Höhepunkt der Krise kamen 2024 aber binnen eines Jahres fast
50.000 Menschen irregulär auf den Kanarischen Inseln an.
„Kai
der Schande“ unweit von Ferienort Maspalomas
Symbol
der humanitären Notlage wurde der Hafen von Arguineguín auf Gran Canaria – der
sogenannte „Muelle de la Vergüenza“, der „Kai der Schande“. Dort harrten im
August 2020 zeitweise fast 3.000 Menschen unter prekären Bedingungen aus,
obwohl der Bereich nur für etwa 500 Personen ausgelegt war. Sie schliefen im
Freien, die hygienischen Verhältnisse waren entsetzlich.
An
jenem Hafen im Süden von Gran Canaria, nur eine halbe Stunde Autofahrt vom
Urlaubsort Maspalomas entfernt, traf der Papst nun Migranten sowie Vertreter
der Kirche und humanitärer Organisationen, die sie betreuen und die sie bei der
Integration in die spanische Gesellschaft unterstützen. Eine Frau aus Nigeria,
die Opfer von Menschenhandel wurde, ließ ihre Fluchtgeschichte von einer
anderen Frau vortragen, die die entsetzlichen Details unter Tränen verlas.
Papst:
Migranten keine Zahlen oder Aktennummern
An
die Migranten gerichtet sagte Leo: „Ihr seid keine Zahlen und keine
Aktennummern. Ihr seid Menschen mit einer Familie und einem Zuhause, das ihr
zurückgelassen habt; mit Träumen, die niemand das Recht hat, zu missachten.“
Scharf
geißelte er Schlepper als mafiöse Organisationen. „Überlasst eure Existenz
nicht denen, die damit Handel treiben. Glaubt nicht denen, die euch ein
leichtes Paradies im Tausch für euren Körper, euer Geld, euer Schweigen oder
eure Freiheit versprechen“, sagte Leo wieder an die Adresse der Migranten.
Er
hoffe, die Stimme der Migranten erreiche diejenigen, die in dieser Frage
entscheidende Verantwortung tragen – etwa zivile Behörden, Parlamente,
Regierungen und internationale Organisationen. Mit jedem ankommenden Boot
stelle sich die Frage: „Welche Welt haben wir geschaffen, wenn so viele Brüder
und Schwestern den Tod riskieren müssen, um Leben zu suchen?“
Blumenkranz
im Wasser
Zum
Gedenken an die Tausenden Todesopfer der gefährlichen Atlantikroute legte Leo
im Hafen von Arguineguín einen Blumenkranz im Wasser nieder und segnete ein
Kreuz, das aus Holzteilen von Migrantenbooten gefertigt wurde.
Der
Besuch von Gran Canaria gehört zur letzten Etappe der mehrtägigen Spanien-Reise
des Papstes. Zuvor besuchte Leo Madrid und Barcelona. Am Freitag fliegt er von
Gran Canaria weiter auf die Nachbarinsel Teneriffa. Dort trifft er ebenfalls
Migranten in der Aufnahmeeinrichtung Las Raíces. (dpa/mig 15)
Papst: „Gehen wir dorthin, wo die
Armen sind?“
„Der
Herr ist die Zuflucht des Armen“ (vgl. Ps 14,6) ist Leitwort des diesjährigen
Welttages der Armen, der am 15. November begangen wird. In seiner Botschaft
dazu, die an diesem Sonntag (14. Juni 2026) veröffentlicht wurde, ruft der
Papst auch die Kirche zur Gewissenserforschung auf. Und er lenkt den Blick auf
die Verstärkung von Diskriminierung und Gleichgültigkeit durch digitale Medien.
Anne Preckel - Vatikanstadt
In
seiner Botschaft stellt der Papst einen Zusammenhang zwischen der „Abwesenheit
Gottes“ und sozialer Ungerechtigkeit und Ausgrenzung her. „Die Abwesenheit
Gottes lässt die Menschen nicht mehr in wechselseitiger Achtung nebeneinander
stehen, vielmehr stehen sie im Zeichen der Herrschaft und Übervorteilung einer
über dem anderen. So zeigt sich eine unselige Logik der Übervorteilung und
Ausgrenzung, die marginalisiert und erniedrigt. In dieser Lage befinden sich
nicht nur einzelne Menschen, sondern ganze Bevölkerungsgruppen.“ Mit Blick auf
diejenigen, die ausgrenzen, spricht der Papst von „Verdorbenheit“, „die
gleichermaßen bedauerlich wie diskriminierend“ sei.
„Eine
unselige Logik der Übervorteilung und Ausgrenzung, die marginalisiert und
erniedrigt.“
Digitale
Welt verschärft Diskriminierung
Die
digitale Technik verstärke Vorurteile und Gleichgültigkeit in Bezug auf Armut,
hält der Papst weiter fest. „Der Schrei der Armen nach Gerechtigkeit wird heute
durch vielfältige, immer subtilere Techniken erstickt, bis all ihre Bemühungen,
ihren Forderungen Gehör zu verschaffen, verstummen. Die digitale Welt
radikalisiert die Vorurteile ihnen gegenüber und verstärkt den Schleier der
Gleichgültigkeit, der ihre Anliegen verhüllt.“
Während
die Mächtigen den Armen Schutz und Sicherheit verweigerten, könnten die
Bedürftigen in Gott und im Glauben ihrer unveräußerlichen Würde sicher sein.
„Alle, die in Bedrängnis sind, die Ungerechtigkeit und Kränkung erfahren, die
leiden und Schmerzen haben, die einsam sind und keinen Sinn im Leben finden,
können beim Herrn Trost und neuen Lebensmut finden.“ Das Wesentliche werde von
den Armen überhaupt besser erkannt.
Ohne
Gesicht und Stimme
Die
Armen unserer Tage seien die Vergessenen und Ausgegrenzten, fährt der Papst
fort: „Sie sind nicht nur ohne Brot, sondern auch ohne Stimme und ohne
Gesicht.“ Vor diesem Hintergrund ruft Leo XVI. auch die Christen und die Kirche
zur Gewissensprüfung auf und stellt kritische Fragen: „Sind wir Zeichen eines
Gottes, der den Armen Zuflucht bietet? Sind wir uns unserer eigenen Armut
bewusst und ziehen wir sie dem ungerechten Reichtum vor? Gehen wir dorthin, wo
die Armen sind, und spüren wir ihre Marginalisierung? Hören wir ihnen zu und
haben wir Anteil an ihren Erwartungen? Sprechen wir ihre Namen mit göttlicher
Zärtlichkeit aus? Belebt und fördert unsere Nächstenliebe in ihnen den Wunsch
nach Gerechtigkeit und Befreiung?“
„Sind
wir Zeichen eines Gottes, der den Armen Zuflucht bietet?“
Eine
arme Kirche der Seligpreisungen
Gegenüber
der Gier der Mächtigen und der Not der Menschen, „die wohnungslos, arbeitslos,
bildungsfern, hungrig oder krank sind“, müssten Christen und die Kirche Trost
und Hilfe anbieten. „Die christliche Gemeinschaft darf nicht gleichgültig
bleiben gegenüber den vielen, die heute vor der Tür stehen und für diejenigen,
die sich in ihren eigenen vier Wänden einschließen und unsichtbar bleiben. Die
Kirche ist ihrem Wesen nach dazu berufen, arm zu sein und den Armen Zuflucht zu
bieten“, erinnert der Papst und bekräftigt damit einen Leitsatz seines
Vorgängers Papst Franziskus.
„Die
Kirche, wenn sie Kirche Christi sein will, muss eine Kirche der Seligpreisungen
sein, eine Kirche, die den Kleinen Raum schafft, die arm und zusammen mit den
Armen auf dem Weg ist, und die ein Ort ist, an dem die Armen einen
privilegierten Platz haben« (Dilexi te Nr. 21).“
Mut
zu neuen Wegen „von unten“
Wie
der heilige Franz von Assisi, der seine Kleider gegen die zerlumpten Gewänder
eines Bettlers eintauschte, gelte es den Armen wirklich nahe zu sein und ihnen
zuzuhören, „anstatt nur über die zu reden“, so der Papst. Und er ermutigt zu
einem Umdenken und zu neuen Wegen „von unten“: „Wer Gott als Zuflucht hat, ist
frei, prophetische Entscheidungen zu treffen, die bezeugen, dass alles von
unten her neu gedacht werden kann – in Demut und Brüderlichkeit, denn nur diese
heilen eine von Überheblichkeit verwundete Welt.“
Der
10. Welttag der Armen sei eine wichtige Gelegenheit, diese „Umkehr des Herzens“
in die Tat umzusetzen, so Leo XIV. Unterzeichnet wurde seine Botschaft am 13.
Juni 2026, dem Gedenktag des heiligen Antonius von Padua.
Welttag
wird dieses Jahr am 15. November begangen
Leos
Vorgänger Franziskus hatte den Welttag der Armen 2017 ins Leben gerufen und ihn
regelmäßig selbst mit Armen verbracht, beispielsweise durch gemeinsame
Messfeiern oder Mittagessen. Rund um den Welttag organisiert das Dikasterium
für die Evangelisierung gemeinsam mit dem Dikasterium für die Nächstenliebe
regelmäßig spezielle Dienstleistungen für Arme. So wurde etwa eine kostenlose
medizinische Versorgung für Bedürftige beim Vatikan eingerichtet. Der Welttag
der Armen ist somit ein Aufruf zum Handeln und zeigt die Zentralität der
Bedürftigen im Leben und Selbstverständnis der Kirche.
Der
Welttag der Armen findet jeweils am 2. Sonntag vor dem 1. Advent statt. In 2016
wird er am 15. November begangen. (vn 14)
Kinderschutzkommission: Neue
Statuten regeln Kompetenzen und Verfahren
Das
Presseamt des Heiligen Stuhls hat die aktualisierten Statuten der Päpstlichen
Kinderschutzkommission „Tutela Minorum“ bekannt gegeben. Die Genehmigung durch
Papst Leo XIV. erfolge „ad experimentum“ für einen Zeitraum von drei Jahren.
Die Überarbeitung der seit 2015 bestehenden Statuten wurde notwendig, um das
Gremium an die Vorgaben der im März 2022 verkündeten Apostolischen Konstitution
„Praedicate Evangelium“ zur Neuordnung der Römischen Kurie anzupassen.
Alessandro Di Bussolo und Mario Galgano - Vatikanstadt
Der
Präsident der Kommission, Erzbischof Thibault Verny, erklärte, dass die neuen
Statuten auf den Rückmeldungen von Betroffenen, Fachleuten des Kinderschutzes
und Erfahrungen der Ortskirchen basieren. Die Richtlinien zielen darauf ab,
Schutzkonzepte in die Strukturen der Kirche einzubinden. Zu den Kernelementen
gehören die Berücksichtigung von Perspektiven der Opfer und Überlebenden sowie
der Definition des Verhältnisses zu anderen Behörden im Vatikan. Die Regelungen
dienen der Festlegung von Verantwortlichkeiten und Verfahrensweisen auf
internationaler Ebene.
Stellung
innerhalb der Kurie und Aufgabenbereiche
Die
Richtlinien definieren die Kinderschutzkommission als Beratungsorgan für den
Papst im Bereich des Schutzes von Minderjährigen und schutzbedürftigen Personen
vor Missbrauch. Die Berichterstattung an das Kirchenoberhaupt erfolgt über den
Präsidenten. Das Gremium ist dem Dikasterium für die Glaubenslehre zugeordnet
und arbeitet mit diesem beim Informationsaustausch, der Entwicklung von
Schutzmethoden, der Erstellung des Jahresberichts und bei Ausbildungsprogrammen
zusammen.
Der
Präsident oder der Sekretär der Kommission sind gesetzte Mitglieder des
Dikasteriums für die Glaubenslehre. Zudem nehmen Vertreter dieses Dikasteriums
als Beobachter an den Plenarversammlungen der Kommission teil. Die Kommission
steuert den Dienst an der Gesamtkirche durch die Förderung lokaler
Verantwortlichkeiten und Kompetenzen der Kuriendikasterien, ohne direkt eine
regierende Funktion auszuüben.
Regionale
Unterstützung und Meldesysteme
Das
Gremium unterstützt die Ortskirchen beim Aufbau von regionalen und nationalen
Meldesystemen sowie von Anlaufstellen. Diese Einrichtungen haben die Aufgabe,
Betroffene anzuhören und zu begleiten, wobei der Schutz von Daten,
Vertraulichkeit und Persönlichkeitsrechten vertraglich geregelt ist. Die
Kommission kann in Zusammenarbeit mit dem Dikasterium für die Glaubenslehre in
die Abläufe der Ad-limina-Besuche eingebunden werden. Über die Konferenzen der
höheren Ordensoberen erfolgt zudem eine Kooperation im Bereich der
Ordensgemeinschaften zur Vermittlung von Verfahrensweisen und zur Stärkung der
Eigenverantwortung der jeweiligen Institute.
Jahresbericht
und Zusammenarbeit im Vatikan
Die
Kommission erarbeitet einen jährlichen Bericht über die kirchlichen
Schutzmaßnahmen und Verfahren. Dieses Dokument entsteht unter Beteiligung der
Dikasterien und lokaler Kirchenstrukturen. Nach einer Konsultation mit dem
Staatssekretariat wird der Bericht dem Papst vorgelegt, der über die
Veröffentlichung entscheidet. Der Bericht erfasst den Stand des Kinderschutzes
in der weltweiten Kirche und unterscheidet zwischen überprüften Maßnahmen,
erklärten Praktiken, eingegangenen Informationen, strukturellen Defiziten und
Empfehlungen.
In
Absprache mit dem Staatssekretariat kann die Kinderschutzkommission den
Leitungen der Dikasterien Empfehlungen übermitteln. Bei wiederholten Verstößen
oder Mängeln in lokalen Schutzsystemen leitet das Gremium seine Bewertungen an
das zuständige Dikasterium weiter, welches die jeweilige Entscheidungsbefugnis
behält. Das Ziel bleibt die Etablierung eines gemeinsamen Rahmens, dessen
Grundsätze unter Berücksichtigung lokaler Kontexte und des jeweiligen
staatlichen Zivilrechts umgesetzt werden.
Zusammensetzung
des Gremiums
Die
Kommission umfasst maximal 23 vom Papst ernannte Mitglieder. Die Leitung
obliegt dem Präsidenten, der von einem Sekretär unterstützt wird. Das Gremium
tritt zwei mal jährlich zu einer Plenarversammlung zusammen und ist in
regionale Gruppen sowie Arbeitskreise unterteilt. Die Führungsebene wird durch
einen Exekutivrat beraten, dem der Präsident, der Sekretär und drei Kommissare
angehören. Dieses ständige Organ kann durch zwei externe Sachverständige für
finanzielle und administrative Fragen ergänzt werden. Für die Umsetzung des
Mandats können zudem regionale Berater herangezogen werden. (vn 13)
Der Appell des Papstes und unsere
Verantwortung
Der
Chefredakteur der vatikanischen Medien, Andrea Tornielli, beleuchtet in diesem
Leitartikel die jüngste Reise von Papst Leo XIV. in Spanien. Andrea Tornielli
„Hört
auf damit! Bekehrt euch!“ Der Ausruf von Papst Leo XIV. auf der Plaza del
Cristo de La Laguna in Teneriffa erinnert an den eindringlichen Appell des
heiligen Johannes Paul II., der nach der heiligen Messe am 9. Mai 1993 in
Agrigent die Mafiosi mit spontan gesprochenen Worten zur Umkehr ermahnte.
Damals wandte sich der Papst an die Mitglieder der Cosa Nostra, sein dritter
Nachfolger richtet sich an die Menschenhändler, die Migranten auf der Suche
nach einer Zukunft versklaven und ihnen Gewalt antun.
Zunächst
hörte Leo XIV. einigen Migranten zu, die von ihren Erfahrungen berichteten. In
seiner Ansprache griff er dann bei seinen eindringlichsten Appellen auf die
Heilige Schrift zurück: „Hört auf damit! Bekehrt euch!“, diese Worte sind ein
Echo des im Markusevangelium überlieferten Aufrufs Jesu zur Umkehr. „Die Tränen
und das Blut dieser Brüder und Schwestern schreien zu Gott, und er sieht ihr
Leiden“: Dies erinnert an die Reaktion Gottes auf die Ermordung Abels durch
Kain, von der das Buch Genesis erzählt, und an den Abschnitt aus dem Buch
Exodus, wo Gott die Klage seines Volkes hört.
Reisewunsch
von Franziskus verwirklicht
Der
Nachfolger Petri, der mit den beiden letzten Etappen der Spanienreise auf Gran
Canaria und Teneriffa einen Reisewunsch von Papst Franziskus verwirklicht hat,
mahnte: „Das Geld, das man den Armen in ihrer Schutzlosigkeit abnimmt, bringt
weder Frieden noch Ehre noch Zukunft.“ Die Menschenhändler warnte er mit Worten
aus dem zweiten Korintherbrief des heiligen Paulus, dass sie sich für jedes
verlorene Leben, jede betrogene Familie, jeden unterdrückten Menschen, jede
bedrohte Frau, jeden ausgebeuteten Arbeiter „vor der göttlichen Gerechtigkeit
verantworten müssen“. Er forderte sie auf, die von ihnen versklavten Menschen
zu befreien, und verwies darauf, dass Gottes Barmherzigkeit selbst den verstocktesten
Sünder, der die Schutzlosigkeit von Frauen, Kindern und Männern ausnutzt,
erreichen kann, „doch nur durch die enge Pforte der Wahrheit, der Gerechtigkeit
und der Bekehrung“, wie es im Buch des Propheten Ezechiel heißt.
Auch
wenn der an die Menschenhändler gerichtete Aufruf zur Umkehr am stärksten und
prophetischsten war, darf man die anderen Worte nicht vergessen, die Leo XIV.
in den beiden Tagen auf den Kanarischen Inseln gesagt hat. Im Hafen von
Arguineguín in Las Palmas de Gran Canaria verbeugte sich der Papst vor der
Würde der Migranten und verwies darauf, dass sie weder „Zahlen“ noch
„Aktennummern“, sondern „Menschen mit einer Familie und einem Zuhause, das ihr
zurückgelassen habt; mit Träumen, die niemand das Recht hat, zu missachten“.
Ganz klar sagte er, dass ihr Leben „geschützt werden muss“.
Gewissensprüfung
Leo
XIV. forderte dann eine Gewissensprüfung „für die Herkunftsländer, die
Bedingungen für Frieden, Gerechtigkeit und Entwicklung schaffen müssen; für die
Transitländer, die dazu aufgerufen sind, die Schwachen zu schützen und sie
nicht in die Hände krimineller Netzwerke zu überlassen; für Europa, das nicht
die Menschenwürde proklamieren kann und sich dabei nicht daran gewöhnen darf,
dass das Mittelmeer und der Atlantik zu Friedhöfen ohne Grabsteine werden; für
die internationale Gemeinschaft, die zu einer wirksamen und beharrlichen
Zusammenarbeit aufgerufen ist“. Es fehlte auch nicht an Worten, die an die
Kirche gerichtet waren: sie müsse „sich dieser Frage stellen“, denn „die Aufnahme
von Migranten darf weder eine Nebensache sein noch allein einigen Freiwilligen
überlassen werden“. Man könne sich nicht vor dem Altar niederknien, um Christus
in der Eucharistie anzubeten, und dann über das Leid dieser unserer Brüder
hinwegsehen.
Im
Hafen von Arguineguín forderte der Bischof von Rom „legale und sichere Wege,
Rettung und Hilfe, echte Zusammenarbeit gegen Menschenhändler, wirksamen
Opferschutz, ernsthafte Aufnahme- und Integrationsprozesse sowie politische
Maßnahmen, die es jedem Menschen ermöglichen, in seiner Heimat in Würde zu
leben“. Und er forderte alle – die zivilen Behörden, die Parlamente, die
Regierungen und die internationalen Organisationen – auf, sich eine
grundlegende Frage zu stellen, die man als „strukturell“ bezeichnen könnte:
„Welche Welt haben wir geschaffen, wenn so viele Brüder und Schwestern den Tod
riskieren müssen, um Leben zu suchen?“
Die
Etappe auf den Kanaren war ein Meilenstein des Pontifikats. Wie es bereits
Franziskus auf Lesbos getan hatte, so erinnerte auch Leo an die Familie von
Nazareth, das Jesuskind, Maria und Josef, die zur Flucht nach Ägypten gezwungen
waren, um das Leben des Gottessohnes zu retten, gegen den sich der Zorn des
Herodes richtete. Jene Familie, die Heilige Familie, „bleibt für alle Zeiten
Vorbild und Zuflucht für jede Flüchtlingsfamilie, jeden Migranten und jeden
Menschen, der sein Land aus Angst, Verfolgung oder Not verlassen muss“, sagte
der Papst mit einem Zitat aus der Apostolischen Konstitution Exsul Familia von
Pius XII. Christen dürfen nicht vergessen, dass ihr menschgewordener Gott
Migrant und Flüchtling war. Daher sind sie aufgerufen, sein Antlitz in den
Gesichtern der Schwestern und Brüder zu erkennen, die auf der Suche nach einer
Zukunft an die Türen unserer Länder klopfen. (vn 13)
Botschaft zum Welttag des
Tourismus: Algorithmus vs. Staunen
Die
fortschreitende Digitalisierung und der Einzug der künstlichen Intelligenz
stehen im Mittelpunkt des kommenden Welttags des Tourismus am 27. September
2026. Das Dikasterium für die Evangelisierung hat hierzu eine Botschaft
herausgegeben, die den technologischen Wandel im Reisesektor nicht bloß als
wirtschaftliche oder technische Entwicklung versteht, sondern als eine
tiefgreifende kulturelle und anthropologische Herausforderung. Mario Galgano
In
der von Pro-Präfekt Rino Fisichella unterzeichneten Botschaft wird
hervorgehoben, dass Technologie niemals neutral sei. Sie nehme stets das
Gesicht derer an, die sie entwickeln, finanzieren und regulieren, so die
Botschaft unter Bezug auf Papst Leos Enzyklika Magnifica humanitas. Die Kirche
verweigere sich dem digitalen Fortschritt keineswegs, fordere jedoch eine klare
ethische Führung, so Fisichella in der Botschaft. Künstliche Intelligenz könne
eine wertvolle Verbündete für einen nachhaltigen und barrierefreien Tourismus
sein, solange sie ein Werkzeug im Dienst des Menschen bleibe und sich nicht in
ein System der Kontrolle oder des Ausschlusses verwandele.
Die
unersetzbare Dimension der Begegnung
Das
Reisen entspringe einem urmenschlichen Verlangen, den Anderen zu begreifen,
neue Horizonte zu entdecken und sich von der Schönheit der Schöpfung berühren
zu lassen. Diese spirituelle Dimension und Sehnsucht nach Unendlichkeit lasse
sich nicht digitalisieren. Keine noch so fortgeschrittene Technologie könne den
ersten analogen Blick auf eine unbekannte Landschaft, den Händedruck zwischen
Fremden oder die tiefe Rührung vor einem Kunstwerk oder an einem heiligen Ort
ersetzen. Die digitalen Plattformen müssten daher so gestaltet werden, dass sie
reale Begegnungen fördern, anstatt das Reisen auf den reinen Konsum virtueller
Bilder zu reduzieren.
Gleichzeitig
biete die Künstliche Intelligenz bei ethischer Ausrichtung erhebliche Chancen
für weltweite Gerechtigkeit. Menschen mit Behinderungen erhalten durch
intelligente Systeme Zugang zu Orten, die ihnen bislang verschlossen blieben.
Zudem könnten lokale Gemeinschaften in Entwicklungsländern ihre Kultur
eigenständig präsentieren, und auch die ökologischen Auswirkungen von
Touristenströmen lassen sich präziser steuern. Technik werde so zu einem
Instrument der Geschwisterlichkeit, sofern nicht der Profit, sondern das
Gemeinwohl die Richtung vorgibt.
Die
Gefahren von Überwachung und sozialer Spaltung
Die
pastorale Analyse spare jedoch auch die Schattenseiten des digitalen Wandels
nicht aus. Wenn der Reisende zum bloßen Datensatz und die Kultur zur
optimierten Show verkomme, gehe das Wesentliche verloren. Das Erlebnis
verflache auf das, was der Algorithmus als gefällig vorausberechnet, wodurch
die Offenheit für das Unerwartete blockiert werde. Das echte Staunen sei jedoch
eine Form der Erkenntnis, die den Weg zur Kontemplation erst ebne.
Zudem
drohe eine Vertiefung der sozialen Kluft durch die digitale Ausgrenzung jener
Regionen und Menschen, die keinen Zugang zu modernen Technologien besitzen.
Schließlich berge die massive Sammlung von Verhaltensdaten der Reisenden
erhebliche Risiken. Ohne klare internationale und verbindliche Normen drohe
eine lückenlose Überwachung, die mit der Würde und Freiheit des Individuums
unvereinbar sei.
Der
Tourismus müsse eine Schule der Fraternität bleiben. Die Verantwortlichen in
Politik, Wirtschaft und Pastoral seien aufgefordert, wachsam zu bleiben, damit
der Mensch in seiner Gesamtheit als freies und beziehungsfähiges Wesen
geschützt werde – eine Würde, die kein Algorithmus jemals vollständig erfassen
könne. (vn 11)
Gemeinsame Erklärung der
Bischofskonferenzen aus den G7-Ländern
„Brücken
bauen für Frieden, Gerechtigkeit und die Menschenwürde“
Vom
15. bis 17. Juni 2026 findet im französischen Évian-les-Bains der diesjährige
G7-Gipfel der führenden demokratischen Industrienationen statt. Aus diesem
Anlass wenden sich erstmals die Katholischen Bischofskonferenzen aus den
beteiligten Ländern heute (12. Juni 2026) mit einer gemeinsamen Erklärung an
die Staats- und Regierungschefs der G7. Die Vorsitzenden der
Bischofskonferenzen von Frankreich, Deutschland, Großbritannien, Italien,
Japan, Kanada und den USA rufen vor dem Hintergrund der weltweiten Krisen dazu
auf, Brücken zu bauen „für Frieden, Gerechtigkeit und die Menschenwürde“.
Die
Bischöfe sehen die Regierungen der G7-Staaten in einer besonderen Verantwortung
für das Wohlergehen der globalen Gemeinschaft. Ihre Entscheidungen hätten
direkte Auswirkungen auf die weltweite Bevölkerung, auf die internationale
Stabilität sowie auf die Zukunft der jüngeren Generationen. Dabei stellen die
Vorsitzenden zu Beginn ihrer Erklärung klar, „dass die Würde eines jeden
Menschen die Grundlage jedweder politischen und ökonomischen Führung bleiben
muss“.
Zentrale
Forderungen an die Staats- und Regierungschefs der G7 sind die Stärkung des
Multilateralismus und des Völkerrechts, eine Entwicklungspolitik, die auf
internationaler Solidarität und gleichberechtigten Partnerschaften mit den
Ländern des Globalen Südens aufbaut, internationale Regeln für künstliche
Intelligenz (insbesondere zum Schutz von Kindern und Jugendlichen) sowie die
Übernahme von Verantwortung beim Schutz der Schöpfung und bei der Aufnahme von
Flüchtlingen.
Diese
Forderungen verbinden die Vorsitzenden der Bischofskonferenzen mit der
Bereitschaft, die weltumspannende Kirche in den Dienst der internationalen
Gemeinschaft zu stellen: „Durch ihre Präsenz vor Ort, ihren humanitären Einsatz
und ihre Fähigkeit, Brücken zwischen Völkern zu bauen, bleibt die katholische
Kirche ein glaubwürdiger Partner für Frieden und Dialog.“
Anlässlich
der heutigen Veröffentlichung erklärt der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer: „Es ist ein wichtiges Zeichen,
dass wir als kirchliche Vertreter aus den G7-Staaten erstmals eine solche
Erklärung veröffentlichen. Sie knüpft an den Appell ‚Christinnen und Christen
für Europa – Die Kraft der Hoffnung‘ an, den die Vorsitzenden der
Italienischen, Französischen, Polnischen und Deutschen Bischofskonferenz am 13.
Februar 2026 veröffentlicht haben. Uns allen ist es mit dem heutigen Text ein
Anliegen, die Kirche zu Gehör zu bringen. Denn wir wollen unseren Beitrag zum
Erhalt der Zivilgesellschaft leisten und – ganz im Sinne von Papst Leo XIV. –
zu aktuellen politischen Fragen Stellung beziehen. Die Friedensethik der Kirche
kann ein Schlüssel sein, um die politisch Verantwortlichen der G7-Staaten an
die Fundamente der Menschenwürde, der Gerechtigkeit und der Versöhnung zu
erinnern. Wir brauchen eine weltweite humanitäre Wende, die wieder den Menschen
in den Fokus allen Handelns stellt.“ Dbk 12
Papst beendet Spanienreise mit
Appell für Migranten
Leo
XIV. hat seine einwöchige Spanienreise beendet. Von Teneriffa aus kehrt er an
diesem Freitagnachmittag nach Rom zurück. Stefan von Kempis
Seine
letzten Termine auf den Kanarischen Inseln nutzte der Papst zu neuerlichen
Appellen, beim Thema Migration die Menschenwürde nicht aus den Augen zu
verlieren. Dass sich Menschen gezwungen sähen, auf lebensgefährlichen Routen über
das Meer zu migrieren, brandmarkte er als ein „Versagen der
Menschheitsfamilie“; wenn Integration nicht gelinge, bedeute das einen „stillen
Schiffbruch“. Der Papst sprach auch Menschenhändlern und Schleppern ins
Gewissen: „Hört auf damit, bekehrt euch!“
Die
Kanarischen Inseln waren die letzte Etappe von Leos erster größerer
Europareise. Begonnen hatte die Tour in der spanischen Hauptstadt Madrid, wo er
als erster Papst überhaupt vor dem dortigen Parlament das Wort ergriff. In
Barcelona feierte er eine Messe in der Basilika Sagrada Família des Architekten
Antoni Gaudí und segnete ihren Christusturm, den mittlerweile höchsten
Kirchturm der Welt.
Überraschendes
Echo in spanischer Gesellschaft
Im
Mittelpunkt der Ansprachen Leos XIV. bei seiner Spanienreise stand der Respekt
vor der Menschenwürde; sie gelte uneingeschränkt, für das ungeborene Leben wie
für alte Menschen oder Migranten. „Jede wahrhaft gerechte Gesellschaft gründet
auf der Anerkennung der unantastbaren Würde des Menschen“, formulierte der
Papst am Montag im Plenarsaal des spanischen Parlaments. „Diese Würde geht
jeder Zuerkennung vonseiten des Staates voraus. Sie steht jedem Menschen allein
aufgrund seiner Existenz zu und muss daher jede positive Rechtsordnung prägen.“
Die
Visite des Papstes ist in der spanischen Gesellschaft auf ein überraschendes
Echo und Interesse gestoßen. An einer Messfeier und Fronleichnamsprozession mit
Leo im Stadtzentrum von Madrid nahmen am vergangenen Sonntag 1,2 Millionen
Menschen teil. Obwohl mehr als neunzig Prozent der Spanier getauft sind, ist
die religiöse Praxis doch im Sinkflug. Das Ansehen der Bischofskonferenz und
der Kirche überhaupt hat durch Missbrauchsskandale stark gelitten. Während
seines Aufenthalts in Madrid hat sich der Papst auch mit spanischen
Missbrauchsopfern getroffen. (vn 12)
Erwachsenentaufen verändern das
kirchliche Leben in Frankreich
Delegation
der Deutschen Bischofskonferenz zieht positive Bilanz ihrer Reise
Heute
(12. Juni 2026) ist die Reise einer Delegation der Jugendkommission und der
Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz nach Frankreich zu Ende
gegangen. Die Gruppe hielt sich seit dem 8. Juni 2026 im Erzbistum Paris sowie
in den Bistümern Créteil und Saint-Denis auf. Im Mittelpunkt der Gespräche
standen die deutlich gestiegenen Zahlen von Katechumenen und Neugetauften sowie
die Auswirkungen dieser Entwicklung auf das kirchliche Leben in Frankreich.
Der
Vorsitzende der Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr.
Peter Kohlgraf (Mainz), erklärte zum Abschluss der Reise: „Die Begegnungen in
Frankreich haben uns beeindruckt. Wir haben erlebt, wie Menschen den Weg zum
Glauben finden, und durften persönliche Zeugnisse von Neugetauften hören. In
den Gesprächen mit Vertretern der Französischen Bischofskonferenz, mit
Taufbegleiterinnen, Neugetauften, Katechumenen sowie Theologinnen und Theologen
am Institut Catholique de Paris wurde deutlich, dass die steigende Zahl von
Neugetauften ein pastorales Phänomen ist, das zunehmend zur Transformation der
Pfarreien führt. Dabei findet diese Veränderung nicht separiert von den
Gemeinden statt, sondern ist an sie rückgebunden.“
Die
Fragen, wie diese Entwicklung der hohen Taufzahlen zur Transformation der
Pfarreien beiträgt, und welche pastoralen Konsequenzen daraus erwachsen, werden
die Kirche in Frankreich in den kommenden Jahren intensiv beschäftigen. Dies
wurde auch im Sekretariat der Französischen Bischofskonferenz deutlich, wo die
Delegation zum Austausch eingeladen war. Das Gespräch mit den Kirchenvertretern
aus Deutschland führten Bischof Olivier Leborgne (Arras, Frankreich), Präsident
der Kommission „Initiation et Vie Chrétienne“, Bischof Olivier de Germay (Lyon,
Frankreich), Mitglied des Ständigen Rates der Französischen Bischofskonferenz,
und Catherine Chevalier, die im Sekretariat der Französischen Bischofskonferenz
für Katechese, Katechumenat und Familien zuständig ist.
Die
Aufnahme und Begleitung neuer Christinnen und Christen verändert die Gestalt
kirchlichen Lebens und stellt die Frage nach neuen Formen von Gemeinschaft,
Beteiligung und Glaubensvertiefung. Diesen und weiteren Aspekten wird sich die
kommende Provinzversammlung der Metropolie Paris widmen, über die P. Maximilien
de la Martinière, der Generalsekretär der Kirchenversammlung, die Delegation
informierte. Bei ihrer Reise traf die Delegation außerdem mit zwei katholischen
Influencern zusammen. Bei allen Gesprächen ist deutlich geworden, dass Menschen
auf sehr unterschiedlichen Wegen mit dem Glauben in Berührung kommen – im
Gottesdienst, im persönlichen Gespräch, durch glaubwürdige Zeuginnen und Zeugen
und zunehmend auch über digitale Räume. Die Ergebnisse der Reise werden in die
weiteren Beratungen der Deutschen Bischofskonferenz einfließen.
Der
Delegation in Frankreich gehörten neben Bischof Kohlgraf an: Bischof Heinrich
Timmerevers (Dresden-Meißen), Vorsitzender der Kommission für Erziehung und
Schule, Prof. Dr. Katharina Karl (Eichstätt), Beraterin der Jugendkommission,
Prof. Dr. Jan Loffeld (Utrecht), Berater der Pastoralkommission, und Prof. Dr.
Bernd Hillebrand (Graz), Berater der Jugendkommission. Dbk 12
Jahrestagung Konferenz Weltkirche
Bischof
Meier: Demokratie lebt von Vertrauen und Verantwortung
Heute
(10. Juni 2026) ist die Jahrestagung „Weltkirche und Mission“ der Konferenz
Weltkirche in Würzburg zu Ende gegangen. Seit dem 8. Juni 2026 diskutierten
Fachleute aus Kirche, Wissenschaft und Zivilgesellschaft über
Handlungsspielräume, Risiken und Verantwortung der Kirchen in politischen
Kontexten, in denen Freiheitsrechte eingeschränkt werden und
zivilgesellschaftliche Räume unter Druck geraten.
Der
Vorsitzende der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof
Dr. Bertram Meier (Augsburg), betonte die Relevanz des Themas: „Kirche lebt nie
im luftleeren Raum. Sie lebt in konkreten Gesellschaften, unter konkreten
politischen Bedingungen – in Demokratien ebenso wie in autoritären Systemen.“
Die Frage nach dem Verhältnis von Kirche und politischer Macht gehöre deshalb
zum Kern weltkirchlicher Verantwortung. In vielen Regionen der Welt schränkten
die Regierungen politische Partizipation ein, schwächten unabhängige
Institutionen und begrenzten die Freiheitsrechte systematisch. Unter solchen
Umständen gerieten auch Religionsfreiheit und zivilgesellschaftliches
Engagement unter Druck. Zugleich verwies Bischof Meier auf die bleibende
normative Orientierung christlichen Handelns: „Der Mensch ist nach dem Ebenbild
Gottes geschaffen. Daraus erwächst seine unverfügbare Würde – und mit ihr
Rechte und Pflichten, die nicht zur Disposition stehen.“ Keine politische Macht
könne diese Würde verleihen oder relativieren.
Die
Tagung nahm diese Grundfragen aus unterschiedlichen Perspektiven in den Blick.
Der Politikwissenschaftler Prof. Dr. Michael Zürn (Wissenschaftszentrum Berlin
für Sozialforschung und Freie Universität Berlin) ordnete autoritäre
Regierungsformen im internationalen Kontext ein und analysierte ihre zunehmende
Bedeutung. Er betonte, dass demokratische Systeme ihre Legitimität langfristig
nur sichern können, wenn sie allen Menschen einen gerechten Zugang zu zentralen
öffentlichen Gütern wie Gesundheit, Bildung, Wohnen und Mobilität ermöglichen.
Die
Theologin Prof. Dr. Regina Elsner (Universität Münster) ging der Frage nach,
wie Kirchen in autoritären Systemen zwischen Anpassung, Kooperation und
Widerstand agieren. Kirchliches Handeln müsse unter autoritären Bedingungen
häufig zwischen Anpassung, Kooperation und Widerstand vermitteln.
Vereinfachende moralische Urteile würden dieser Realität oft nicht gerecht.
Anpassungstendenzen seien nicht per se als kirchliches Versagen zu werten; in
manchen Kontexten seien sie überlebensnotwendig.
Eine
weitere Perspektive eröffnete Prof. Dr. Hille Haker (Loyola University
Chicago), die sich mit christlichem Nationalismus in den USA auseinandersetzte.
Sie analysierte die Verbindungen zwischen christlich-nationalistischen
Strömungen und politischen Machtzentren. Aus ihrer Perspektive gebe es seitens
der Kirche und Theologie hierauf bisher nur unzureichende Antworten, weshalb es
dringend geboten sei, neue Ansätze einer politischen Ethik zu entwickeln.
Ein
Gespräch zwischen Bischof Wolfgang Ipolt (Görlitz), Sr. Margareta Hutnyk OSBM
(Ukraine) und Dr. Peter Ce?uch (Slowakei) beleuchtete historische Erfahrungen
und gegenwärtige Herausforderungen im Umgang mit autoritären politischen
Systemen in Mittel- und Osteuropa. Es zeigte sich, wie stark kirchliche
Handlungsmöglichkeiten von politischen Rahmenbedingungen geprägt sind und wie
langfristig die Folgen autoritärer Herrschaft nachwirken. Dennoch gelinge es
der Kirche und gläubigen Menschen immer wieder, auch unter schwierigen
Bedingungen den Glauben zu leben und weiterzugeben.
Die
Diskussionen wurden durch Workshops vertieft, in denen Fragen der
Entwicklungszusammenarbeit unter autoritären Bedingungen, von Religionsfreiheit
und Christenverfolgung, religiöse Aspekte neurechter Ideologie sowie die
Situation von Kirchen in China, Nicaragua, Belarus und dem Sudan behandelt
wurden.
Zum
Abschluss richtete sich der Blick auf politische und kirchliche Perspektiven im
Umgang mit autoritären Regimen. Neben Bischof Meier diskutierten Barbara
Lochbihler (ehem. Vizepräsidentin des UN-Ausschusses gegen das
Verschwindenlassen) und Dr. Jörg Lüer (Geschäftsführer der Deutschen Kommission
Justitia et Pax) über Verantwortung, Handlungsmöglichkeiten und Grenzen
internationaler Politik sowie kirchlicher Akteure. Dabei verdeutlichte Frau
Lochbihler die Herausforderungen: „Autoritäre Regierungen, aber auch
demokratisch strukturierte Regierungen versuchen heute wie auch in der
Vergangenheit, die universelle Gültigkeit der Menschenrechte zu relativieren
und stellen sie als ihren Kulturen zutiefst fremd dar. Bürgerinnen und Bürger
mit abweichenden Meinungen, Dissidenten, kritische Journalisten und
Menschenrechtsaktivisten, die auf Probleme und Fehlentwicklungen hinweisen,
werden als dekadent, als Kriminelle, als Terroristen, als Staatsfeinde und
Verräter dargestellt. Dadurch wird gerechtfertigt, sie zu diskreditieren, sie
mundtot zu machen, zu verfolgen und letztlich auch zu töten. Es gilt heute mehr
denn je, diejenigen solidarisch und konkret zu unterstützen, die vor Ort für
Menschenrechtsschutz eintreten und Menschenrechtsverletzungen aufdecken und
anprangern.“ Angesichts der Gefahren wies Dr. Lüer darauf hin, dass es „in den
Auseinandersetzungen mit den Autoritären und Rechtsextremen darauf ankommen
wird, dass wir unseren ethischen Kompass sowie unsere solidarische
Geschlossenheit klar haben. Der Gegner wird immer wieder versuchen, uns zu
spalten und in falsche Abwägungssituationen zu bringen. Das Einzige, was hilft,
sind Wahrhaftigkeit, Klugheit und Solidarität.“ Ergänzend betonte Bischof
Meier, dass die Auseinandersetzung mit autoritären Vorstellungen auch für
Deutschland relevant sei: „Auch unsere freiheitlich-demokratische Grundordnung
steht unter Druck, was uns zu Wachsamkeit und klaren Positionierungen
verpflichtet. Wir wissen, dass die Demokratie von Vertrauen, von Verantwortung
und von der Bereitschaft, Konflikte gewaltfrei auszutragen, lebt. Wo diese
Grundlagen erodieren, ist auch die Kirche gefordert, ihre Stimme zu erheben.
Schweigen wäre in solchen Situationen kein Zeichen von Neutralität, sondern von
Gleichgültigkeit. Dazu gehört auch die klare Feststellung, die die deutschen
Bischöfe 2024 getroffen haben: Völkischer Nationalismus ist mit dem
christlichen Gottes- und Menschenbild unvereinbar.“
Hintergrund
Veranstalter
der Jahrestagung Weltkirche ist die „Konferenz Weltkirche“, in der die Deutsche
Bischofskonferenz, die deutschen (Erz-)Bistümer, die Hilfswerke, die Deutsche
Ordensobernkonferenz (DOK), die katholischen Verbände, das Zentralkomitee der
deutschen Katholiken (ZdK) und andere weltkirchlich tätige Einrichtungen
zusammenarbeiten. Dbk 10
Papst in Abtei Montserrat: „Legen
wir die Rüstungen nieder"
Nach
einem Gefängnisbesuch im Umland von Barcelona ist Papst Leo am Mittwoch in
einer traditionsreichen spanischen Benediktinerabtei eingekehrt. An dem auf
einem Berg gelegenen Marienwallfahrtsort „Unsere Lieben Frau von Monserrat“
betete er mit Benediktinern den Rosenkranz und rief zu Geschwisterlichkeit und
Gewaltlosigkeit auf. Anne Preckel - Vatikanstadt
Herzstück
des Pilgerortes und seiner historischen Klosteranlage ist die Wallfahrtskirche
der Jungfrau von Montserrat, in der die Holzstatue der Schutzpatronin
Kataloniens aus dem 12. Jahrhundert verehrt wird. Schon im 9. Jahrhundert
hatten Hirtenjungen dort eine Marienfigur gefunden.
Glorreicher
Rosenkranz
Die
glorreichen Geheimnisse des Rosenkranzgebetes wurden bei der Gebetsfeier mit
dem Papst von Pater Lluis Maria vorgetragen, der seit 42 Jahren ununterbrochen
jeden Tag das Mariengebet mit den Pilgern spricht. Der Papst vertraute seinen
Dienst und das Wirken der gesamten Kirche der „Schwarzen Madonna“ an – „in
einer Welt, die nach Gerechtigkeit und Frieden schreit“, wie er formulierte.
Die
Verehrung der Madonna von Montserrat, auch „Mare de Déu“ und im Volksmund
liebevoll „La Moreneta“ genannt, hat eine lange Tradition. Der bekannte
Wallfahrtsort und seine Geschichte erzähle über „Frömmigkeit, Dankbarkeit und
Hoffnung“, so der Papst, der auch die Leiden der christlichen Märtyrer
erwähnte, die im Umfeld des Klosters während des Spanischen Bürgerkrieges
(1936-39) ihr Leben ließen. Die Benediktinerabtei Montserrat gilt als Ort der
Bewahrung des Erbes der katalanischen Sprache und Kultur durch die
Jahrhunderte.
„Ich
freue mich, hier zu Füßen der Moreneta zu sein, um ihr im Vertrauen auf ihre
mütterliche Fürsprache meinen Petrusdienst und die Sendung der Kirche in einer
Welt anzuvertrauen, die nach Gerechtigkeit und Frieden schreit“
Die
Gottesmutter Maria sei für das Leben jedes Christen von grundlegender Bedeutung
und wecke „die edelsten Gefühle eines Menschen“, unterstrich Leo XIV., der
Worte von Papst Franziskus aufgriff, der 2023 die „Schwarze Madonna“ in der
Marienwallfahrtsstätte ehrte. Tatsächlich bewirke die Gottesmutter in uns
„tiefgehende Bekehrungen“. Das habe sich auch beim heiligen Ignatius von Loyola
gezeigt, der im Wallfahrtsort von Monserrat im Gebet vor der Jungfrau seine
Waffen als Ritter ablegte und „ein neues Leben im Dienst Christi“ begann. Ihn
persönlich habe die Moreneta immer begleitet, ergänzte der Papst und verwies
auf seine Zeit als Pfarrer der Gemeinde Santa Maria de Montserrat in
Trujillo, Peru. „Danke, Katalonien, für euren Glauben.“
Herz
nach Maßstäben des Evangeliums bilden
Leo
XIV. lud dazu ein, Mariens Beispiel zu folgen – sie lehre uns, „unser Herz nach
den Maßstäben des Evangeliums zu bilden“, auf Christi Stimme zu hören und uns
von ihm verwandeln zu lassen. Dieser Weg der Nächstenliebe sei entschieden
gewaltlos, betonte der Papst, ja er halte verborgener Gewalt den Spiegel vor.
„Diese
verborgene Gewalt tarnt sich oft als eine Art Rüstung, mit der wir versuchen,
unsere Wunden, unsere Ängste oder das Leid zu verdecken, das uns durch
Ungerechtigkeiten zugefügt wurde.“
„Jesus
weist uns den Weg der Barmherzigkeit, der Versöhnung, der Wahrheit und der
Güte. Gleichzeitig entlarvt er die Gewalt, die sich in unseren Worten und
Haltungen verbergen kann: erniedrigende Kritik, zerstörerische Verurteilung und
spaltende Aggressivität. Diese verborgene Gewalt tarnt sich oft als eine Art
Rüstung, mit der wir versuchen, unsere Wunden, unsere Ängste oder das Leid zu
verdecken, das uns durch Ungerechtigkeiten zugefügt wurde.“
„Das
göttliche Kind in Marias Armen trägt keine Rüstung, und er selbst wird sich später,
nackt am Kreuz, ganz dem Vater hingeben, um uns mit der unbewaffneten und
entwaffnenden Kraft der Liebe zu retten.“
„Legen
wir Rüstungen nieder“
Die
Maria von Montserrat mit dem wehrlosen Jesuskind auf ihrem Schoß „lädt uns ein,
einander zu lieben“, so Papst Leo. „Legen wir heute zu ihren Füßen die
Rüstungen nieder, die unser Herz nach und nach verhärtet haben“, rief er zu
Friedfertigkeit und Geschwisterlichkeit auf.
Maria
möge „uns ausschließlich mit den Waffen Gottes rüsten“, fuhr der Papst fort,
der die Worte des heilige Paulus einflocht: „Steht also da, eure Hüften
umgürtet mit Wahrheit, angetan mit dem Brustpanzer der Gerechtigkeit, die Füße
beschuht mit der Bereitschaft für das Evangelium des Friedens. Vor allem greift
zum Schild des Glaubens! […] Und nehmt den Helm des Heils und das Schwert des
Geistes, das ist das Wort Gottes!“ (Eph 6,14-17).
Geschwisterlichkeit
und Friedfertigkeit überall
Der
Papst rief zu Geschwisterlichkeit auf und dazu, niemanden auszuschließen,
Spaltungen zu überwinden und Gemeinschaft zu kultivieren. Von Monserrat aus
ermutigte er dazu, Friedfertigkeit in allen Beziehungen und Lebensbereichen zu
pflegen:
„Bitten
wir Maria, die Königin des Friedens, dass sie uns lehrt, von verletzenden
Worten, voreiligen Urteilen, Lästereien und Verleumdungen abzusehen. Und dass
wir lernen, die Liebe in der Familie, unter Freunden, am Arbeitsplatz, in den
sozialen Netzwerken, in politischen Debatten und in christlichen Gemeinschaften
zu bewahren und zu pflegen, damit der Hass der Hoffnung und dem Frieden
weicht.“
„Möge
Maria, die Mutter der Kirche, uns stets zu Jesus führen“, rief der Papst
abschließend zum Gebet zur Muttergottes auf.
„Für
die Katalanen wirst du immer die Fürstin sein, für die Spanier und die ganze
Welt die Liebe; Sag uns: „Ihr seid mein Schatz, ich bin eure Mutter, fürchtet
euch nicht“. Amen.“
Erinnerung
an Zeit als Missionar in Peru
Leo
XIV. war bevor er Papst wurde lange Zeit als Missionar in Peru tätig. Daran
erinnerte er in freien Worten nun in Barcelona: „Mit großer Rührung habe ich an
meine Jahre als Pfarrer der Pfarrei Santa Maria de Montserrat in Trujillo,
Peru, zurückgedacht. Die Moreneta hat mich immer begleitet. Danke, Katalonien,
für euren Glauben."
„Die
Moreneta hat mich immer begleitet. Danke, Katalonien, für euren Glauben“
Grußworte
von Abt und Bischof
Vor
dem Rosenkranzgebet fuhr der Papst unter Glockengeläut auf den Vorplatz der
Basilika, wo er vom Abt des Kloster, dem Ortsbischof und rund 1.000 Kindern
begrüßt wurde. Das Benediktinerkloster ist Wirkungsstätte eines der ältesten
Knabenchöre Europas, der die Gebetsfeier musikalisch untermalte.
Der
Abt von Montserrat, Manel Gasch i Hurios, sagte in seinem Grußwort: „Ihr Besuch
bestärkt uns im Glauben und bestätigt uns in der Bedeutung dieses
jahrtausendealten Heiligtums und Klosters“. Er formulierte die Hoffnung, dass
das Pilgern zum Wallfahrtsort für alle Pilger „ein Weg zu Jesus Christus“ sein
könne.
Der
Bischof von Sant Feliu de Llobregat, Br. Xabier Gómez García, sprach in seinem
Grußwort vor dem Papst von „unermessliche Freude, Sie auf dem heiligen Berg von
Montserrat zu empfangen, wohin das katalanische Volk und viele Pilger
hinaufsteigen, um dem Herrn Jesus unter dem Blick der Moreneta zu begegnen.“
Segen
für Gläubige und Pilger
Nach
dem Rosenkranzgebet wandte sich der Papst vom Balkon aus mit spontanen Worten
an die versammelte Gemeinde auf dem Vorplatz der Basilika und spendete seinen
Segen.
Die
Abtei Unserer Lieben Frau von Montserrat liegt etwa 40 km von Barcelona
entfernt auf einer Höhe von 720 Metern an einem Berghang. Teil der historischen
Klosterstruktur sind das antike Portal einer romanischen Kirche aus dem 12. und
ein gotischer Kreuzgang aus dem 14. Jahrhundert. (vn 10)
Papst in Barcelona: Propheten der
Einheit sein, auch wenn es Opfer erfordert
Christen
sollten in einer von Spaltungen zerrissenen Welt Baumeister der Einheit sein.
Das hat Papst Leo beim Gebet der Mittagshore in der Kathedrale Santa Creu i
Santa Eulàlia von Barcelona gesagt. Unmittelbar vor der Begegnung war er, von
Madrid kommend, in der katalanischen Metropole eingetroffen. Papst Leo sprach
während seiner Ansprache absatzweise auch den für die Gegend typischen Dialekt,
der dem Spanischen nur entfernt ähnelt.
Der
Papst verweilte nach Einzug in die Kathedrale zunächst einen Moment zum Gebet
in der Kapelle, in der das Allerheiligste aufbewahrt wird. Nachdem Leo XIV.
Platz genommen hatte, wurde in der Kirche die Mittagshore gebetet, die eine
Atmosphäre der Andacht und des Innehaltens schuf.
Gemeinsam
für Einheit einstehen
In
seiner Predigt wandte sich der Papst an die anwesenden Gläubigen, darunter die
Weihbischöfe, Diözesanvertreter, Mitarbeiter der Kathedrale und freiwilligen
Helfer. Dementsprechend dicht war die erste Ansprache des Kirchenoberhauptes
bei seiner Etappe in Barcelona.
Die
versammelten Kirchenvertreter rief Leo auf, gemeinsam für Einheit einzustehen
und dabei nicht zu vergessen, dass jedes Glied, auch das schwächste, eine
zentrale Rolle im Gesamtgefüge habe. Besonders in einer von Spaltungen und
Individualismus geprägten Welt seien die Christen dazu berufen, Zeugen der
Einheit, des Friedens und der Gemeinschaft zu sein und so am Aufbau einer
versöhnten Gesellschaft mitzuwirken.
Ausgehend
von zwei Bildern, dem des Leibes und der Braut – in Sacrosanctum Concilium (84)
wird das Stundengebet als „Stimme der Braut, die zum Bräutigam spricht“
bezeichnet - erläuterte Papst Leo die Bedeutung des Zusammenhaltes in der
Gemeinschaft.
„Das
erste Bild erinnert uns daran, dass die Kirche – und insbesondere diese
Versammlung, die reich ist an Gaben, Charismen und den vielfältigen
Lebensgeschichten jedes Einzelnen – vor allem eine geliebte Braut ist“, so Leo,
der mit Blick auf eine Empfehlung seines Vorgängers Franziskus unterstrich,
dass die Diözesangemeinschaft stets „von der Begegnung mit Christus“ ausgehen
müsse, um „in der Geschwisterlichkeit und in der Verkündigung der Frohbotschaft
des Evangeliums“ zu wachsen.
Ein
familiäres Umfeld
„Seine
(Franziskus', Anm.) Worte zeigen, welches Klima wir in unserem Umfeld, in den
Familien, in den Pfarreien, an den Arbeits- und Ausbildungsstätten, in den
Einrichtungen der Kurie und in jedem anderen Lebensbereich verbreiten sollen:
ein familiäres Klima, in dem wir zusammen leben, uns unserer gemeinsamen
Kindschaft und Berufung bewusst sind, solidarisch, offen, fähig zu
Barmherzigkeit, zu Opfer, gegenseitiger Achtung und Vergebung.“
Barcelona
blicke diesbezüglich auf eine „große kirchliche Tradition“ zurück, lobte der
Papst mit Blick auf den Einsatz der Gemeinschaft „jenseits aller Polarisierung
für Harmonie und Gemeinschaftsbildung", den schon Johannes Paul II. bei
seinem Besuch 1982 hervorgehoben habe.
Wie
in einem Leib
Dies
führe zum „zweiten Bild“, dem des Leibes, das in der Lesung thematisiert wurde:
„Wenn
Christus der Bräutigam ist, der uns zuerst geliebt hat, so ist er auch das
Haupt, mit dem wir als Glieder eines einzigen Leibes verbunden sind, einer im
Dienst des anderen“, so Leo, der jeden Einzelnen dazu aufrief, die „empfangenen
Charismen unter Achtung der anvertrauten Dienste“ einzubringen.
„Wie
in einem Leib gibt es auch unter uns stärkere und schwächere Glieder: einige
sind sichtbar und erfüllen nach außen hin klare Aufgaben, andere sind verborgen
und wirken von innen heraus“
„Wie
in einem Leib gibt es auch unter uns stärkere und schwächere Glieder: einige
sind sichtbar und erfüllen nach außen hin klare Aufgaben, andere sind verborgen
und wirken von innen heraus – manchmal unermüdlich und in lebenswichtigen
Funktionen, ohne dass es jemand bemerkt“, so das Kirchenoberhaupt. Zwar gebe es
„viele Bilder“, mit denen Vielfalt und Bedeutung der Rollen und Aufgaben der
einzelnen Akteure veranschaulicht werden könnten, doch die Botschaft sei „immer
dieselbe“:
„Im
Reichtum der empfangenen Gaben sind wir stark, weil wir vereint sind und wir
sind vereint, weil wir vom selben Geist beseelt sind, dem Geist Christi,
welcher der Geist der Gemeinschaft ist, zum Heil aller (vgl. Eph 4,4).“
Daher
sei es „für jeden von uns wichtig“, nicht zuzulassen, dass die von Gott
gewollte „Einheit zerstört“ werde, mahnte Leo XIV.. Barcelona werde auch als
„Cap i Casal de Catalunya“ bezeichnet, wechselte er erneut ins Katalanische:
„Dies
verleiht dieser Gemeinschaft, euch allen, den Einwohnern Barcelonas und den
Katalanen, eine besondere Berufung und Verantwortung, mit Gottes Hilfe zu
Baumeistern der Einheit zu werden.“
Friedenszeugen
in einer zerrissenen Welt
„In
diesem Geist wollen auch wir in einer von Kriegen und Spaltungen zerrissenen
Welt, in einer zunehmend fragmentierten und individualistischen Gesellschaft
,Märtyrer' sein, das heißt, Zeugen und Propheten der Einheit, der Aufnahme, der
Eintracht und des Friedens, selbst wenn dies Opfer und Verzicht erfordert“
In
Kürze werde die Gemeinschaft die Reliquien der heiligen Eulalia verehren, die
Mitpatronin der Kathedrale, der Erzdiözese und der Stadt, unterstrich Leo XIV.
mit Blick auf das Martyrium der Jungfrau, die der Legende nach wegen ihres
christlichen Glaubens unter Kaiser Diokletian nach schwerer Folter im
Jugendalter getötet wurde. Wie der heilige Augustinus betont habe, seien alle
Christen mit den Märtyrern verbunden, da sie demselben Leib Christi angehörten
– auch wenn sie die Heiligkeit der Märtyrer nicht erreichen, paraphrasierte
Papst Leo den heiligen Gründer seines Ordens:
„Liebe
Brüder und Schwestern: In diesem Geist wollen auch wir in einer von Kriegen und
Spaltungen zerrissenen Welt, in einer zunehmend fragmentierten und
individualistischen Gesellschaft ,Märtyrer' sein, das heißt, Zeugen und Propheten
der Einheit, der Aufnahme, der Eintracht und des Friedens, selbst wenn dies
Opfer und Verzicht erfordert.“
Wie
die Jungfrau Eulalia und viele andere Märtyrer auch gelte es, mit unserem „Ja“
zu antworten, „wenn nötig dazu bereit, uns selbst zu sterben, unser Leben zu
verlieren, um es wiederzufinden, auf das Überflüssige zu verzichten, um auf dem
aufzubauen, was wesentlich ist und ewig währt (vgl. Mt 16,24-26)“, so der
abschließende Appell des Papstes.
Gebet
am Grab der Heiligen Eulalia
In
seinen Grußworten vor der Papstansprache dankte der Erzbischof von Madrid,
Kardinal Juan José Omella Omella, dem Papst „von Herzen“ dafür, die Einladung
angenommen zu haben. Er betonte, der erste „Akt“ in der katalanischen Stadt sei
das gemeinsame Stundengebet, so Omella, dessen Diözese den Papst „mit großem
Enthusiasmus“ empfange.
Nach
Abschluss der Sext begab sich der Papst in die Krypta der Kathedrale, um dort
am Grab der Heiligen Eulalia zu beten. Danach wandte sich der Papst vor
der Kathedrale mit spontanen Worten an die versammelten Gläubigen:
„Mit
großer Freude grüße ich euch alle, euch alle, danke, dass ihr hier seid. Danke
für eure Geduld. Danke für eure Freude. Lasst uns alle den Glauben an Christus
feiern. Jesus Christus, der uns dazu berufen hat, als ein Volk zu leben,
vereint im Glauben. Gott segne euch alle."
Danach
ging der Papst zu Fuss zur Erzbischöflichen Residenz, um dort in privatem
Rahmen zu Mittag zu essen.
Bis
Donnerstag wird sich Papst Leo – nebst einem Abstecher nach Montserrat am
Mittwoch – in Barcelona aufhalten, bevor er nach Las Palmas de Gran Canaria
weiterreisen wird. (vn 9)
Historisch: Der Papst im spanischen
Parlament
Leo
XIV. hat eine historische Rede im spanischen Parlament gehalten. Dabei
erinnerte er die Abgeordneten beider Kammern in Madrid an den absoluten Vorrang
der Menschenwürde. Stefan von Kempis – Vatikanstadt
„Jede
wahrhaft gerechte Gesellschaft gründet auf der Anerkennung der unantastbaren
Würde des Menschen“, so der Papst. „Diese Würde geht jeder Zuerkennung
vonseiten des Staates voraus und darf nicht wechselhaften gesellschaftlichen
Konsensen oder den momentanen Mehrheitsmeinungen untergeordnet werden. Sie
steht jedem Menschen allein aufgrund seiner Existenz zu und muss daher jede
positive Rechtsordnung prägen.“
Damit
nahm Leo den Gedanken auf, den sein Vorgänger Benedikt XVI. im September 2011
bei einem denkwürdigen Auftritt vor dem Deutschen Bundestag in Berlin
ausgefaltet hatte. Zugleich proklamierte Papst Leo, dass die Rede von der
Menschenwürde „nicht abstrakt bleiben“ dürfe. Er forderte dementsprechend den
Schutz des Lebens, mehr Hilfen für Familien, einen menschlichen Umgang mit
Migranten und auf internationalem Level stärkeres Engagement für Frieden,
Abrüstung und den Schutz des Völkerrechts.
„Jede
gerechte Gesellschaft gründet auf der Anerkennung der Würde des Menschen“
Am
Eingang des „Palacio de las Cortes“, der sich in der Madrider Innenstadt auf
dem Gelände eines früheren Klosters erhebt, war der Papst von den Präsidenten
des Kongresses und des Senats willkommen geheißen worden. Die Hymnen Spaniens
und der Vatikanstadt erklangen. Auch wenn einige Politiker zumal der linken
Protestpartei „Podemos“ vorab Zweifel daran geäußert hatten, ob die Einladung
eines Papstes in die Kammer opportun sei, war das Halbrund doch vollbesetzt.
Auch die Spitzenvertreter des Verfassungs- und des Obersten Gerichts waren
erschienen, außerdem der von Korruptionsvorwürfen gegen seine Partei PSOE in
die Schusslinie geratene sozialistische Regierungschef Pedro Sánchez. Auf der
Besuchertribüne waren zwei seiner Vorgänger im Amt des Ministerpräsidenten zu
sehen, José Maria Aznar und Mariano Rajoy, beide von der oppositionellen
konservativen Volkspartei PP. Vor Beginn seines Auftritts im Plenarsaal schüttelte
der Papst mehreren herausragenden Abgeordneten die Hand, darunter Santiago
Abascal von der rechtsextremen Vox-Partei.
Leo
machte klar, dass er seinen Besuch in der Herzkammer der Madrider Politik als
„Zeichen der Verbundenheit mit Spanien“ verstanden wissen wollte, nicht etwa
als Einmischung in eine Sphäre, die ihn nichts angehe. Die Kirche „respektiert
die Eigenständigkeit der Institutionen“, versicherte er gleich zu Beginn seiner
auf Spanisch verlesenen Rede. Er zitierte Don Quijote und den Denker Miguel de
Unamuno, bezog sich aber vor allem auf die „Schule von Salamanca“ des 16.
Jahrhunderts, um hervorzuheben, dass Spanien schon früh den Menschen eingestuft
habe „als jemanden, dessen Würde über jedem Nutzen steht und in dessen Dienst
die Gesetzgebung steht“.
Die
„Frage von Salamanca“
„So
führten sie in die geschichtliche Unterscheidung die Frage nach dem
unantastbaren Wert jedes Menschen und den ethischen Grenzen der Macht ein. Man
muss anerkennen, dass die Gesellschaft und auch die Kirche nicht immer den
Einsichten gerecht wurden, die in ihrer eigenen christlichen Tradition
Widerhall fanden.“
Die
„Frage von Salamanca“ beschäftige Politik und Gesetzgebung auch heute noch.
Wenn die Überzeugung vom absoluten Vorrang der Menschenwürde lebendig bleibe,
werde das Recht „zum Schutz für alle und zur Garantie gegen die Durchsetzung
partikularer Interessen und Agenden“, sagte der Papst.
„In
diesem Sinne stellt sich die Frage: Welche Zukunft haben unsere Gesellschaften,
wenn das Leben nicht mehr als grundlegender Wert anerkannt wird? Kann eine
Gemeinschaft, die das ungeborene Kind, den alten Menschen, den Kranken, den
still Leidenden oder denjenigen, der ganz auf die Fürsorge anderer angewiesen
ist, ausblendet, als wirklich gerecht bezeichnet werden? Die Verteidigung des
menschlichen Lebens ist weder eine Partei- noch eine konfessionelle
Angelegenheit: Sie ist ein zivilisatorisches Ziel. … Deshalb zeigt sich die
moralische Größe einer Nation vor allem in ihrer Fähigkeit, jene Leben zu
begleiten, zu schützen und zu lieben, die sich in einer besonders fragilen Lage
befinden.“
Lebensschutz,
Hilfe für Familien, menschlicher Umgang mit Migranten
Leo
XIV. fuhr fort, indem er Familien als „erste Schule der Menschlichkeit“
bezeichnete; wer sie unterstütze, stärke die Stabilität der Nation. Im
Schulwesen müssten die moralischen, kulturellen und religiösen Überzeugungen
der Eltern respektiert werden. „Auch die tragische Migrationskrise stellt heute
eine Anfrage an das Gewissen der Nationen und an die ethischen Grundlagen der
internationalen Ordnung dar.“ Das Thema Migranten sei „weit mehr als eine rein
demografische oder wirtschaftliche Frage“, nämlich „eine vorrangig moralische
und rechtliche Angelegenheit“.
„Die
Situation von Migranten und Flüchtlingen erfordert eine Antwort, die den
Menschen in den Mittelpunkt stellt, die die Ursachen ihres Weggangs angeht und
über die bloße Steuerung der Migrationsströme hinausgeht. (…) In den letzten
Jahren haben die immer gefährlicher werdenden Routen die enormen Kosten dieses
oft verschwiegenen oder ignorierten Problems deutlich gemacht. (…) Keine Nation
kann eine Herausforderung dieser Größenordnung alleine bewältigen. Daher ist
eine koordinierte, solidarische und wirksame Reaktion unerlässlich, die den
Migranten Schutz, Aufnahme und echte Integrationschancen gewährleisten kann.
Wenn die institutionelle Reaktion nahbar, gerecht und koordiniert ausfällt,
sind Grenzen nicht länger Orte der Verlassenheit, sondern können zu Räumen
werden, in denen die Menschenwürde verantwortungsvoll geschützt wird.“
Frieden,
Abrüstung, Religionsfreiheit
Dann
ging Leo zum Thema Frieden über. Er rief „nach einem öffentlichen Diskurs, der
Andersdenkende respektiert“, und einem achtsamen Umgang mit Sprache (das galt
der aufgeheizten spanischen Innenpolitik) und nach „diplomatischem Mut“,
Abrüstung und dem Respekt des Völkerrechts (das galt der internationalen Ebene).
„Die internationale Gemeinschaft ist gefordert, den unschätzbaren Wert des
Dialogs als geduldigen Weg zu gerechten und dauerhaften Vereinbarungen
wiederzuentdecken, die auf der Einhaltung von Verträgen, der Transparenz
diplomatischer Maßnahmen und dem aufrichtigen Willen beruhen, den Frieden der
Anwendung von Gewalt vorzuziehen.“ Der Papst nannte des Weiteren die Gedanken-,
Gewissens- und Religionsfreiheit eine „Frage, die für jede wahrhaft
demokratische Gesellschaft entscheidend ist“, und verteidigte das
Beichtgeheimnis sowie das Recht „des Religiösen“, sich nicht aus der
Öffentlichkeit ins Private verdrängen zu lassen.
„Möge
diese edle Nation niemals die Erinnerung an ihre Wurzeln verlieren, noch den
Mut, in die Zukunft zu blicken. Möge Spanien weiterhin ein Ort der Begegnung,
der Kultur, der Solidarität und der Hoffnung sein. Und möge es im öffentlichen
Leben stets gelingen, die Festigkeit der Überzeugungen mit der Noblesse des
Dialogs und der Größe des Dienstes zu verbinden.“
„Politische Vielfalt sollte nicht in eine
permanente Abwertung des Gegners ausarten“
Parteipolitisch
lässt sich die Rede des Papstes im Parlament keiner Seite zuordnen. Die
sozialistische Minderheitsregierung von Regierungschef Pedro Sánchez dürfte
sich in ihrer internationalen Friedenspolitik und der Massenlegalisierung
sogenannter „illegaler“ Einwanderer bestätigt fühlen; Leos Worte zu Familie,
Schule und Lebensschutz ähneln hingegen eher den Anliegen der konservativen
oppositionellen Volkspartei. An ausnahmslos alle gerichtet war der Appell des
Papstes zur Versachlichung der innenpolitischen Debatten. „Politische Vielfalt
sollte nicht in eine permanente Abwertung des Gegners ausarten“, das schrieb
Leo an diesem Montag vor allem den spanischen Parteien ins Stammbuch. Nach
seiner Rede klatschten die Anwesenden im Stehen minutenlangen Beifall; von der
vollbesetzten Besuchertribüne war sogar mehrfach ein Viva il Papa zu hören. (vn
8)
Im Stadion von Madrid: „Tor!“ gegen
Diskriminierung und Rassismus
Beim
Treffen mit der Diözesangemeinschaft von Madrid im Bernabéu-Stadion – Heimstatt
des weltbekannten Clubs Real Madrid – berichteten Teilnehmer dem Papst am Abend
des dritten Reisetages von ihren Erfahrungen. Im Verlauf der Begegnung, die von
Anspielungen auf Fußball durchzogen war, gab es auch einen wahrhaften
„Match-Kommentar“, wo von einer „barrierefreien“ Aufnahme für Migrantenfamilien
und vom „hohem Pressing“ für Gottsuchende, die eine pastorale Antwort brauchen,
die Rede war. Edoardo Giribaldi und Christine Seuss – Vatikanstadt
Im
Stadion Santiago Bernabéu, der „Heimstatt“ von Real Madrid, hallt an diesem
Abend sehr oft ein Wort wider, das mehr als viele andere vereint: „Tor!“ Die
Torschüsse der „Blancos“, wie die Mannschaft von Real Madrid genannt wird,
werden ja schließlich aus jedem Winkel gefilmt und noch Wochen später von
Fußballbegeisterten diskutiert.
Doch
es gibt auch Treffer, die nicht in die Annalen des Spektakelfußballs eingehen,
die in Stille und Diskretion erzielt werden, aber vielleicht noch
entscheidender sind: ein Mensch, der den Weg nach Hause findet, eine Familie,
die die Hoffnung wiederentdeckt, ein Jugendlicher, der einen neuen Sinn für
sein Leben erkennt, ein Migrant, der aufhört, sich unsichtbar zu fühlen, ein
älterer Mensch, der sich wieder begleitet fühlt. Das sind die „Tore der
Kirche“, die beim Treffen mit dem Papst an diesem Abend, 8. Juni 2026, das
Leitmotiv der Erfahrungsberichte bilden.
Fürchte
nicht die Stille, sondern die Dissonanz
Dieser
öffentliche Termin zum Abschluss des dritten Reisetages in Spanien ist ein
wahres Eintauchen in die „Spielaktionen“, die nicht nur auf dem Rasen des
Bernabéu, sondern in ganz Madrid Gestalt annehmen - manchmal auch gut „behütet“
im Schatten einer „parpusa blanca“, der traditionellen Madrider Kopfbedeckung,
die der Papst als Willkommensgruß erhalten hat.
Die
ersten Worte richtete der Erzbischof von Madrid, Kardinal José Cobo Cano, an
den Papst, in denen er die Aufforderung des heiligen Augustinus aufgriff, „mit
dem Leben zu singen“, indem dabei die verschiedenen Stimmen einer Kirche zum
Einsatz kommen, die in der spanischen Hauptstadt keine Scheu habe, Prozesse in
Gang zu setzen, und es vorziehe, „die Stimmen in Einklang zu bringen“, anstatt
sie zu erheben.
Ein
guter Gesang, so fuhr der Erzbischof fort, lasse zudem Raum für die Stille, die
vom Papst selbst in seinen früheren Ansprachen so sehr gewürdigt wurde und die
es ermögliche, „das Flüstern des Geistes zu entdecken, das in der Freiheit und
im Inneren jeder Stimme widerhallt“. Nicht das Schweigen sei das Problem, so
Cobo Cano, sondern die Dissonanz: „Eine Kirche, in der jede Realität für sich singt,
mag sehr aktiv sein, ist aber nicht unbedingt bedeutungsvoll.“ Das ist die
„diskrete“ Philosophie der Madrider Kirche, in der „jeder ohne allzu viele
Erklärungen unsererseits erkennen kann, dass dieser Gesang nicht nur von uns,
sondern von Gott ausgeht und dass in ihm eine Hoffnung wohnt, die es wert ist,
gehört zu werden“.
Synergie
zwischen Laien und Priestern
Nach
der Begrüßung durch den Kardinal und der Vorführung eines Videos, das „die
Realität Madrids“ schildert, nahm diese im ersten Beitrag Gestalt an, nämlich
dem von Susana Aregui, Vertreterin des Diözesanrats der Laien. Sie berichtete,
dass sie die universelle Mission der Kirche stark spüre, die dazu berufen sei,
in „Mitverantwortung und Gemeinschaft“ zu wachsen, im Zusammenwirken von
Hirten, Priestern und Ordensleuten mit Bewegungen, Vereinigungen und neuen
Realitäten. Diese seien „nur dann fruchtbar, wenn wir in der Gemeinschaft
unsere Charismen in den Dienst der Kirche und der Evangelisierung stellen“.
Anschließend
ergriff Jesús Moure das Wort, ebenfalls Pastoralratsmitglied und zweifacher
Familienvater mit Behinderung: „In den Momenten der Freude und der
Schwierigkeiten des Lebens habe ich mich auf die Familie und die Kirche
gestützt und die Kraft des Herrn an meiner Seite gespürt, um meinen Glauben zu
leben“, so Moure. Die Realität der Pastoralräte sei „nach außen gerichtet, auf
Mission“, denn sie wolle alle erreichen und die Einheit der Aktivitäten und
Bestrebungen zwischen Laien und Priestern durch die Anwesenheit von
Koordinatoren fördern, die von Kardinal Cobo Cano selbst gewünscht worden
seien, so der Bericht des in der Gemeinde aktiven Familienvaters.
Der
dritte Bericht stammte von einem Priester, Fausto Calvo, der von den Treffen
berichtete, die die Priester der Erzdiözese im Rahmen des sogenannten
„Convivium“ abhalten. Durch dieses, so erklärte er, werde deutlich, dass – wie
der heilige Johannes Paul II. bekräftigte – „der priesterliche Dienst eine
zutiefst gemeinschaftliche Form“ habe. Eine Harmonie, die nicht nur durch die
Erzählung zum Ausdruck kommen sollte, sondern auch durch die offizielle Hymne
des Convivium, die dem Papst vorgetragen wurde.
Die
Live-Berichterstattung über die „gelungenen Aktionen“
Daraufhin
folgte ein etwas ungewöhnlicherer Bericht in Form einer Live-Übertragung von
zwei bekannten Sportjournalisten, die sonst für hochrangige Matches für die
Zuschauer im Stadion und vor den Fernsehbildschirmen kommentieren, Manolo Lama
und Paco González: „Heiliger Vater, hallo! Eine festliche Atmosphäre, ein bis
zum Bersten gefülltes Stadion… aber Achtung, heute wird das große Spiel in ganz
Madrid ausgetragen“, beginnt Manolo, der zusammen mit Paco die erste „Aktion“
beschreibt: die offenen Pfarreien in den schwierigsten Stadtvierteln. Ein
„perfekter Pass gegen die Einsamkeit“, für ein Tor, das „ohne Scheinwerfer,
aber mit viel Herz“ erzielt wurde. Ein weiteres Spielschema: „Eine volle
Kantine, niemand fragt dich, woher du kommst … man empfängt dich mit einem
Lächeln und gibt dir das Gefühl, zu Hause zu sein“. Ein makelloser Abschluss
und ein Punkt gegen die Ungleichheit.
Angriff,
sicher, aber auch Verteidigung, dieses „hohe Pressing“, das die Jugendlichen
nicht allein lässt, die Gott suchen, aber nicht wissen, wo sie anfangen sollen
… sie kommen mit Zweifeln, Verletzungen und Fragen. Hinter diesem Pressing
steht die „Mannschaft der Pfarrei“, die keine Reden auf der Tribüne hält,
sondern zuhört, begleitet und mitgeht, denn „niemand ist Ersatzspieler“,
sondern alle sind Stammspieler.
Weiter:
„Spielwechsel … wir haben eine Familie, die andere ohne Etikettierungen und
ohne Angst aufnimmt … es sind Freiwillige der Caritas, die gerade erst andere
Menschen aufgenommen haben, die vor kurzem in Spanien angekommen sind“. Was für
eine Ballkontrolle, und was für ein Tor gegen den Rassismus, jubelt der
Sportjournalist. Eine Mannschaft also, die sich nicht in der Verteidigung
verschanzt, sondern „den Blick hebt“, ohne Einzelstars und mit vollem Einsatz
bis zum Schlusspfiff.
Gegen
Rassismus und Diskriminierung
Im
Folgenden gibt es dann der Bericht derjenigen, die direkt von diesen „Toren“
profitieren: eine Migrantenfamilie, Jorge Barco und Liliana Torres, ein
peruanisches Ehepaar, das seit 29 Jahren verheiratet ist und vor vier Jahren
mit einem Ziel nach Spanien kam: „unserer Tochter einen sichereren Ort zum
Leben zu bieten, an dem sie eine höhere Ausbildung absolvieren kann, die es ihr
ermöglicht, sich eine bessere Zukunft aufzubauen“. Der anfänglichen Angst,
geschürt durch die „Geschichten, die wir über Rassismus und Diskriminierung
gehört hatten“, stand eine herzliche Aufnahme gegenüber, die den beiden Eltern
die Möglichkeit gab, das empfangene Wohlwollen aktiv zurückzugeben. „Bei der
Caritas haben wir die Möglichkeit, ehrenamtlich tätig zu sein und im Rahmen des
Programms EASE (Raum für sozialpädagogische Begleitung) als Betreuer für Kinder
im Vor- und Jugendalter zu arbeiten. Außerdem nehmen wir als Betreuer am
Programm Mamartesanas teil, wo wir Mütter, von denen viele in prekären
Situationen leben, unterstützen, indem wir ihnen einen ruhigen und einladenden
Ort bieten“.
Die
Antwort auf die Fragen des Lebens
Zum
Abschluss die Geschichte von Álvaro, einem 33-jährigen Neugetauften, der lange
Zeit „einen Weg gegangen ist, der Gott völlig fremd war, und zwar nicht nur
fremd, sondern auf dem er den Herrn bewusst abgelehnt hat“. Die Fragen nach dem
Sinn des Lebens stellen sich jedoch unweigerlich, und die Antworten fehlen.
„Aus diesem Gefühl heraus entstand ein neues Interesse an den Dingen Gottes;
ich begann, die Schönheit und den perfekten Plan in allen Dingen dieser Welt zu
sehen, Dinge, die ich zuvor nicht gesehen hatte.“ Seine alte Schulbibel, die
bei seiner Mutter aufbewahrt wurde, zog ihn über ein Jahr lang an, „bis ich
eines Tages, als ich dort war, beschloss, sie mit nach Hause zu nehmen. Die
ersten Seiten der Genesis faszinierten mich, und ich konnte es kaum erwarten,
das Zeugnis von Jesus im Neuen Testament zu lesen“. Nach und nach, so erzählt
Álvaro, habe er „die Angst verloren“ und gesehen, wie sich sein Leben
veränderte. „Das war der größte Segen, den ich in meinem Leben erhalten habe.“
„Jetzt, in weniger als einem Monat, werde ich heiraten, und es geht nicht mehr
nur um mich, sondern darum, gemeinsam mit meiner Familie näher zu Gott zu
kommen.“ (vn 8)
Kirchen würdigen ökumenische
Krankenhausseelsorge
Die
katholische und die evangelische Kirche in Deutschland haben heute (8. Juni
2026) die ökumenische Krankenhausseelsorge gewürdigt. Anlässlich der
Vorstellung einer gemeinsamen Logopräsenz dankten Bischof Dr. Peter Kohlgraf
(Mainz), Vorsitzender der Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz,
und Landesbischof Friedrich Kramer von der Evangelischen Kirche in
Mitteldeutschland für den Dienst von rund 2.000 Krankenhausseelsorgerinnen und
-seelsorgern in Deutschland.
„Die
Zusammenarbeit der evangelischen und katholischen Krankenhausseelsorge ist ein
starkes ökumenisches Zeugnis. Im Krankenhaus wird Ökumene nicht zuerst
diskutiert, sondern gelebt – im gemeinsamen Dienst an den Menschen“, so Bischof
Kohlgraf in einem Video-Grußwort. Er fügte hinzu: „Gerade in einer Zeit, in der
viele Menschen nach Orientierung suchen und kirchliche Präsenz nicht mehr
selbstverständlich ist, hat die Krankenhausseelsorge eine besondere Bedeutung.
Sie ist ein Ort, an dem Menschen Kirche oft in sehr konzentrierter und
glaubwürdiger Weise erfahren.“
Landesbischof
Kramer formulierte in seinem Gruß für die Kirchen der Evangelischen Kirche in
Deutschland (EKD): „In den Kliniken unseres Landes ist die Ökumene tägliche
vertrauensvolle Praxis. Wenn Du krank bist, fragst Du manchmal nicht: Kommt
jetzt der Priester oder Pfarrer oder die Pfarrerin. Es ist gut, wenn jemand
vorbeikommt. … Und Seelsorgende schauen auch nach den Ärztinnen und Ärzten,
nach dem Pflegepersonal und den Reinigungskräften.“ Mit Blick auf das Logo
unterstrich er: „Wo dieses Logo draufsteht, da ist verlässliche,
hochqualifizierte christliche Seelsorge drin: zugewandt, professionell und vom
Evangelium her gedacht.“
Das
Logo ist von einer ökumenischen Arbeitsgruppe entwickelt worden. Die
Wort-Bild-Marke ist inspiriert von frühchristlichen Christusmonogrammen und
kombiniert ein Kreuz mit den stilisierten Buchstaben K und S, ergänzt durch den
Schriftzug Krankenhausseelsorge. Das Logo steht für die Qualität und
Verlässlichkeit kirchlicher Krankenhausseelsorge und kann überall dort geführt
werden, wo kirchlich beauftragte und entsprechend qualifizierte Seelsorgerinnen
und Seelsorger diesen Dienst verantworten. Im Laufe der Jahre hat sich
Krankenhausseelsorge immer weiter professionalisiert und genießt hohe
Anerkennung und Wertschätzung. Sie richtet sich nicht nur an Patientinnen und
Patienten, sondern auch an Angehörige und Klinikpersonal – unabhängig von deren
religiös-weltanschaulicher Zugehörigkeit. Die Seelsorgerinnen und Seelsorger
sind in nahezu jedem größeren Krankenhaus vertreten, egal ob freigemeinnützig,
privat oder kommunal betrieben oder Uniklinikum.
Zudem
besteht seit Langem eine intensive ökumenische Zusammenarbeit in den einzelnen
Kliniken wie auf übergeordneter Ebene. Diese hat in den vergangenen Jahren auch
durch Rahmenvereinbarungen zwischen Diözesen und Landeskirchen an Struktur und
Verbindlichkeit gewonnen. Konkret bedeutet dies etwa die ökumenische Aufteilung
von Stationen, gemeinsame Rufbereitschaft und gegenseitige Vertretung in
klinischen Ethikkomitees und vielerorts auch eine gemeinsam verantwortete
Ehrenamtsarbeit. Die geistlichen Angebote von evangelischer und katholischer
Krankenhausseelsorge sind keine Konkurrenz, sondern ergänzen sich gegenseitig.
Vor
diesem Hintergrund soll das ökumenische Logo Krankenhausseelsorge als ein
gemeinsames, flächendeckendes und qualitätsgesichertes Angebot von katholischer
und evangelischer Kirche sichtbar machen. Ergänzend zu bestehenden lokalen und
regionalen Logos wird es mit zunehmender Verbreitung einen deutschlandweiten
Wiedererkennungseffekt bieten. Dbk 8
Kulturtreffen in Madrid: Papst
erinnert an Europas christliche Wurzeln
Von
der spanischen Hauptstadt aus hat Leo XIV. Europa an seine christlichen Wurzeln
erinnert. „Kann man wirklich glauben, dass das Europa, das wir so sehr lieben,
ohne die Spuren des Glaubens dasselbe wäre?“, so der Papst vor Persönlichkeiten
aus Kultur und Kunst, Wirtschaft und Sport am Sonntagabend in Madrid. Stefan
von Kempis
Diese
Frage warf der Papst am zweiten Tag seines Spanienbesuchs bei einer Rede in der
„Movistar Arena“ auf. „Ein objektiver Blick zeigt, dass vom Glauben bewegte
Männer und Frauen Krankenhäuser und Schulen errichtet, solidarische Initiativen
ins Leben gerufen und eine Sprache benützt haben, die die Würde des Menschen
achtet.“
Das
sagte Leo XIV., der aus den USA stammt und lange in Peru gewirkt hat, bei
seiner Begegnung mit Persönlichkeiten aus den Bereichen Kunst, Kultur,
Wirtschaft und Sport. Etwa 15.000 Menschen nahmen an der Begegnung teil. Sie
empfingen den Papst mit einem fast zehnminütigen Applaus.
„Habt
keine Angst!“
„Deshalb
ist es angebracht, sich ehrlich zu fragen, ob die Welt – und insbesondere
Europa – ihre Identität ohne den geistigen Einfluss, der ihre Geschichte
geprägt hat, hätte entwickeln können.“ Das sei „keine Provokation, sondern eine
Einladung“, erläuterte der Papst. Es gelte, darüber nachzudenken, „ob die
Ewigkeit, die durch die Menschwerdung Jesu Christi in Raum und Zeit
eingedrungen ist, wieder mit dem Alltäglichen versöhnt werden kann“. Der
Verweis auf Christus machte klar, dass es Papst Leo in diesem Moment speziell
um die christlichen Wurzeln Europas ging.
„Kann
man wirklich glauben, dass das Europa, das wir so sehr lieben, ohne die Spuren
des Glaubens dasselbe wäre? Warum sollten wir uns davor fürchten, dass die
Ewigkeit den Alltag durchdringt? Der Ruf meiner Vorgänger ist noch immer
lebendig: Habt keine Angst! Öffnet, ja reißt die Tore weit auf für Christus!
Christus nimmt nichts und gibt alles.“
„Warum
sollten wir uns davor fürchten, dass die Ewigkeit den Alltag durchdringt?“
Johannes
Paul, Benedikt und Franziskus
Das
war ein wörtliches Zitat aus der Predigt von Papst Johannes Paul II.
(1978-2005) bei seiner Amtseinführung im Oktober 1978 in Rom. Wobei das
„Christus nimmt nichts und gibt alles“ auf die Amtseinführung von Benedikt XVI.
(2005-13) zurückgeht. An dieses Doppelzitat schloss Leo etwas unvermittelt
einen Passus an, der sich um die soziale Frage dreht und der sich an sein
Schreiben „Dilexi te“ anlehnt – ein Schreiben, das zu großen Teilen auf seinen
Vorgänger Franziskus (2013-25) zurückgeht.
„Ich
möchte mit lauter Stimme fragen: Wer wird trotz seiner Talente und Fähigkeiten
ausgegrenzt? Wir dürfen nicht übersehen, dass die Lage der Armen ein Schrei
ist, der in der Geschichte der Menschheit unser Leben, unsere Gesellschaften,
die politischen und wirtschaftlichen Systeme sowie die Kirche ständig
herausfordert.“
„Wer
wird trotz seiner Talente und Fähigkeiten ausgegrenzt?“
Antonio
Banderas und der Vertrag von Lissabon
Über
die mögliche Aufnahme eines Gottesbezugs in eine EU-Verfassung ist zu Beginn
des Jahrhunderts erbittert gestritten worden. Befürworter, die an die jüdisch-christlichen
Wurzeln des Kontinents erinnerten, scheiterten– wie dann auch die EU-Verfassung
selbst letztlich nicht zustande kam. Eine Formulierung, die das „kulturelle,
religiöse und humanistische Erbe Europas“ erwähnt, schaffte es aber 2009 in den
EU-Vertrag von Lissabon.
Vor
Papst Leo hatte schon der weltbekannte spanische Schauspieler Antonio Banderas
(„Zorro“, „Evita“) an den Beitrag des Christentums erinnert. „Wir übertreiben
nicht, wenn wir sagen, dass die Kirche die größte Kunstproduzentin in der
Geschichte der Menschheit gewesen ist… Bei der Suche nach Antworten auf die
großen Fragen unserer Existenz nähern wir uns alle – auch wenn uns das nicht
unbedingt bewusst ist – der Transzendenz an… In einer Welt, die hektisch wird
und zersplittert, hilft uns die Kunst, die Tiefe und die Seele wiederzufinden,
die uns künstliche Intelligenzen zu rauben versuchen.“
„Welches
Erbe hinterlassen wir?“
Papst
Leo bekannte, es sei bei einem Besuch in Spanien „unmöglich, die Spuren der
Kreativität nicht zu bewundern, die seine Geschichte durchziehen und seine
Identität prägen“. Doch stelle er sich dabei unwillkürlich auch eine Frage:
„Welches Erbe hinterlassen wir der Zukunft und welche Art von Gemeinschaft
lassen wir damit entstehen?“ Die Kirche sei sich „sowohl ihrer Erfolge als auch
ihrer Fehler im Laufe der Geschichte bewusst“ – und sehne sich danach, im
Dialog mit der heutigen Welt zu bleiben. Die entscheidenden Fragen lauten dabei
aus der Sicht des Papstes: „Was bedeutet es, wahrhaft menschlich zu sein?“ Was
säen wir? Welche Werte bewahren wir, welche lassen wir sterben?
„Das
sind tiefgreifende, notwendige Fragen, die nicht ignoriert werden können. Um
diese Fragen zu klären, bedarf es eines gesellschaftlichen Dialogs, den wir mit
der Kunst des Netzknüpfens vergleichen können und der Begegnung, Zuhören,
Dialog und Respekt erfordert.“ Die Kirche beteilige sich an diesem Dialog mit
dem Anspruch, eine „Expertin in Menschlichkeit“ zu sein.
„Was
bedeutet es, wahrhaft menschlich zu sein?“
Ein
paar Tipps von einer „Expertin in Menschlichkeit“
„Dies
bedeutet beispielsweise, dass die Universität der Arbeitswelt nicht den Rücken
zukehrt und nicht auf die Wahrheit verzichtet; dass die Wirtschaft den
Arbeitnehmer nicht nur als einen Faktor in der Gleichung ihrer Interessen
betrachtet; dass die Kunst nicht nur für die Eliten bestimmt ist; dass der
Sport nicht auf ein Spektakel reduziert oder zu einem reinen Geschäft gemacht
wird; dass der technologische Fortschritt die Älteren, die Armen und diejenigen
berücksichtigt, die keine Stimme haben.“
Es
sei aus christlicher Sicht wichtig, dass man „die Gier der einen mäßigt und die
Hoffnung der anderen nährt“. Und dass man – wie Leo XIV. es auch in seiner
Enzyklika Magnifica humanitas getan hat – darauf beharrt, „dass wirtschaftliche
und institutionelle Strukturen nur in dem Maße gerecht sind, wie sie der
ganzheitlichen Entwicklung des Menschen dienen und die verantwortungsvolle
Teilhabe aller fördern“.
„Die
Gier der einen mäßigen und die Hoffnung der anderen nähren“
Neue
Netze knüpfen
„Liebe
Freunde, ich lade euch daher ein, … neue Netze zu knüpfen, die alle
Lebensbereiche in Einklang bringen, um eine erneuerte Gesellschaft zu
gestalten, in der die Zeit von Ewigkeit durchdrungen ist, die Kultur das
Gedächtnis bewahrt und den Dialog fördert, die Bildung die Suche nach der
Wahrheit mit kritischem Geist fördert, die Kunst Staunen weckt und edle Gefühle
hervorruft, die Wirtschaft die Würde des Menschen anerkennt und die Arbeit
weiterhin Motor der Hoffnung bleibt.“ Vn 8
Papst in Spanien: Nein zu
Polarisierung, Ja zum Frieden
Leo
XIV. hat Politik und Gesellschaft in Spanien dazu aufgerufen, der „Kultur der
Konfrontation“ eine Absage zu erteilen. Zugleich lobte er den Einsatz Spaniens
für Frieden und Völkerrecht. Stefan von Kempis – Vatikanstadt
Samstagmittag
im „Palacio Real“, dem Königspalast von Madrid: Kurz nach seiner Ankunft in
Spanien, das er bis zum 12. Juni bereisen will, trifft der Papst auf die
politische und gesellschaftliche Elite des Landes sowie auf Diplomaten. In
seiner ersten großen Rede im Beisein von König Felipe VI. und dem
sozialistischen Regierungschef Pedro Sánchez erinnert der Gast aus Rom zunächst
an „die uralte Verbindung zwischen dem christlichen Glauben und diesem Land“.
Und er lobt seine Gastgeber: „Es ist ein Volk voller Leidenschaft, das das
Leben liebt und dies auch zeigt!“
Für
„Prozesse der Läuterung und Versöhnung“
Doch
schon im zweiten Absatz seiner Rede wirbt Leo „um eine tiefere Versöhnung und
Zusammenarbeit zwischen den verschiedenen Kräften“ in Spanien, spricht von
nötigen „Prozessen der Läuterung und Versöhnung“, vom Imperativ des Dialogs. Er
beklagt die Orientierungslosigkeit vieler Menschen angesichts der Umbrüche
unserer Epoche und stellt fest: „Unsere Zeit, die scheinbar von schrecklichen
Ungleichgewichten und Konflikten erschüttert wird, schreit in ihrem Innersten
nach Frieden...“
„Heute
scheint die Versuchung, durch das Schüren von Polarisierungen an Popularität zu
gewinnen, eher zu wachsen als abzunehmen; die Menschenwürde wird weiterhin
verletzt. Deshalb brauchen wir Kultur, Innerlichkeit, eine freie und qualitativ
hochwertige Bildung, wir brauchen Transzendenz. … Die katholische Kirche steht
im Dienst dieses Verlangens des menschlichen Herzens. Nicht aufdringlich,
sondern indem sie das Evangelium bezeugt...“
Erste
große Rede von Papst Leo in Spaniens Hauptstadt Madrid: Ein Bericht von Radio
Vatikan
„Wir
müssen jenen identitären Ansätzen entfliehen, die alles zu erklären scheinen,
aber die Welt mit Gespenstern und Feinden bevölkern“
Papst
Leo ruft die Spanier dazu auf, „die spaltenden und polarisierenden“ Debatten,
die ihr öffentliches Leben kennzeichnen, zu überwinden und sich speziell in den
sozialen Medien vor „Vorurteilen“ und „tödlichen Impulsen“ zu hüten. Es gelte
etwa beim Blick auf die spanische Geschichte, „von fruchtlosen Vereinfachungen
zu einer fruchtbaren Anerkennung ihrer Komplexität zu gelangen“.
„Ich
sehe hier eine besondere Berufung für Europa, bei der Spanien eine grundlegende
und wichtige Rolle spielt", erklärte der Papst. Mit Blick auf die
Versuchung rechtsextremer Politik, die in Gestalt der Partei Vox auch in
Spanien seit etlichen Jahren im Aufwind ist, fügte er hinzu: „Die
Vielschichtigkeit schätzen und ergründen, lernen, sie nicht zu leugnen und sie
als Segen anzunehmen, jenen identitären Ansätzen entfliehen, die alles zu
erklären scheinen, aber die Welt mit Gespenstern und Feinden bevölkern: Darin
besteht die Aufgabe derer, die eine große Geschichte hinter sich haben.“
Sicherheit
kommt nicht von Waffen und Mauern
Der
Gast aus Rom fordert mehr Investitionen in Schulen, Hochschulen und Forschung,
in lokale Gemeinschaften und zur Stärkung der Zivilgesellschaft. „Sicherheit,
von der wir uns allzu oft einbilden, sie käme von Waffen und Mauern, entsteht
vielmehr dadurch, dass wir lernen, gemeinsam mit anderen voranzugehen,
gemeinsam zu wachsen, Seite an Seite. Eure eigene Geschichte bezeugt dies. Die
Präsenz des Islam auf der Iberischen Halbinsel beispielsweise war eine langjährige
politische, kulturelle und religiöse Gegebenheit. In dieser Zeit gab es nicht
nur Konfrontation, sondern man versuchte auch, einen Raum für Begegnung,
Gespräch und Dialog zwischen Christen, Muslimen und Juden über Sinn und
Wahrheit zu schaffen.“
Leo
erinnert in seiner Rede an einige große Gestalten Spaniens: die Heiligen
Johannes vom Kreuz, Teresa von Ávila und Ignatius von Loyola, aber auch an die
mittelalterlichen Philosophen Averroes (1126–1198), der Muslim, und Maimonides
(1138–1204), der Jude war. Am Ende seines Auftritts fasst der Papst seine
Erwartungen an Spanien noch einmal bündig zusammen.
Papst
erwähnt Philosophen aus dem islamischen Spanien des Mittelalters
„Majestäten,
Königliche Hoheiten, meine Damen und Herren, ich danke Ihrem Land für seine
Treue zum Völkerrecht und zum Multilateralismus, die sich in einem aktiven
Engagement für den Frieden und die Solidarität unter den Völkern niederschlägt.
Gleichzeitig ermutige ich Sie, auch in Ihrem Land den Dialog und die soziale
Freundschaft zu pflegen, die Perspektiven der Armen und der Jugendlichen bei
der Gestaltung der Zukunft zu berücksichtigen, die Forderungen nach Autonomie
und Einheit in Einklang zu bringen und den Prozess der europäischen Einigung
voranzutreiben – nicht im Gegensatz zu anderen Mächten, sondern als ein
Geschenk für die ganze Menschheitsfamilie. Gott segne Spanien!“
König
spricht Thema Missbrauch an
König
Felipe VI. hatte den Papst in einer kurzen Ansprache im Säulensaal seines
Palastes willkommen geheißen. Dabei würdigte er die christliche Prägung
Spaniens und die „immense soziale Arbeit“, die die Kirche leiste. Dazu stünden
die Missbrauchsskandale – „die allerdings nicht representativ für die ganze
kirchliche Gemeinschaft sind“ – in starkem Kontrast, so der Monarch. „Ihre
Klarheit und Stärke sind wesentlich für einen Prozess der Heilung und der
Entschädigung für den entstandenen Schaden; sie sind es für die Opfer, für die
Gläubigen, für die Kirche und auch für die Gesellschaft als ganze.“
Es
ist die neunte Reise eines Papstes nach Spanien, und die erste seit anderthalb
Jahrzehnten. Außer Madrid wird Leo auch Barcelona und die Kanarischen Inseln
besuchen. (vn 6)
Deutsche CV-Studenten: „Papst warnt
uns vor Selbstabgrenzung“
Couleur
tragende deutsche Verbindungsstudenten, vereint im Cartellverband, waren an
diesem Freitag in Audienz bei Leo XIV. Die Worte des Papstes waren eine
Bestärkung für die jungen katholischen Männer, er sprach aber auch die Gefahr
einer Selbstabgrenzung an, sagte uns der oberste Repräsentant des
Cartellverbandes David Piepenberg im Interview.
Der
Münchner Germanistikstudent ist der sogenannte „Vorortspräsident“ des
Cartellverbandes, dem deutschlandweit etwa 5.000 Studenten und 20.000 Ehemalige
angehören. Gudrun Sailer fragte ihn zunächst nach seinen Eindrücken von der
Papstaudienz.
Interview
David
Piepenberg: Papst Leo hat sich als ein sehr nahbarer Papst gezeigt. Er hat
einen starken Bezug zu uns als deutschen Studenten hergestellt. Er hat
einige deutsche Worte verwendet, er hat einige Prinzipien unseres Verbandes
angesprochen, die gezeigt haben, dass er sich wirklich die Zeit genommen hat,
sich mit uns auseinanderzusetzen, uns angemessen zu empfangen. Das hat uns
sehr gefreut und auch berührt.
Der
Papst hat Sie unter anderem dazu aufgerufen, christlichen Humanismus in
Deutschland und Europa zu leben. Was heißt das für die Angehörigen des
Cartellverbandes, ungefähr 5000 in ganz Deutschland, was heißt das für Sie
konkret?
Piepenberg:
Eines unserer vier Prinzipien ist das Religio-Prinzip, im katholischen Glauben
verankert zu sein. Das ist natürlich auch das christliche Menschenbild,
das wir in unserem Leben, im Studium, aber eben auch bei uns in den
Verbindungen pflegen und verinnerlichen müssen. Ich bin dem Papst sehr
dankbar, dass er diese Formulierung gefunden hat und dass er uns dazu animiert
hat, das nicht zu vergessen, sondern dass wir das auch immer lebende Beispiele
dieses christlichen Humanismus sind.
Papst
Leo hat Sie außerdem dazu eingeladen, die Bundestagsrede seines Vorvorgängers
Papst Benedikt XVI. von 2011 zu vertiefen, vor allem hinsichtlich einer
ganzheitlichen Ökologie des Menschen. Was verbindet Sie denn als
Cartellverband mit Papst Benedikt?
Piepenberg:
Papst Benedikt spielt bei vielen Verbindungen in unserem Verband eine ganz
große Rolle, weil er in einigen Mitglied war. Das führt natürlich zu einem
gewissen Stolz, dass er quasi unser Papst, nicht nur im deutschen Sinne,
sondern auch ganz klar für unseren Verband. Aber das darf nicht dabei
bleiben, dass das nur eine Galionsfigur ist, sondern man muss sich auch immer
wieder inhaltlich damit auseinandersetzen, was dieser Papst Benedikt gesagt hat
und was er zu uns gesprochen hat. Und ich verstehe Papst Leos Anmerkungen
dahingehend, dass das uns wieder mehr ins Bewusstsein zu rufen, ihn nicht nur
als Galionsfigur zu sehen, sondern auch inhaltlich uns mit Papst Benedikt
auseinandersetzen müssen.
Leo
XIV. hat außerdem betont, dass katholische Gläubige in der Gesellschaft
keine Parteifahnen schwenken, sondern für Gemeinwohl eintreten. Wie verbindet
sich dieser Aspekt mit dem Selbstverständnis des Cartellverbandes?
Piepenberg:
Ich denke, er spricht hier eine gewisse Gefahr an, die man natürlich haben
könnte. Als Verbindungsstudenten tragen wir unsere Farben, wir gehen mit
Fahnen auf die Straße, unsere Verbindungsfarben zeigen wir nach
außen. Aber das darf nicht dazu führen, dass wir uns irgendwie als eine
spezielle Gruppe sehen, sondern wir sind Teil der gesamtheitlichen katholischen
Kirche. Und jeder Cartellbruder, wie wir sagen, hat auch aus seinem
Glauben heraus eine Verantwortung, sich für die Gesellschaft einzusetzen. Viele
haben das schon getan. Unser aktueller Bundeskanzler (Friedrich Merz) ist
ja zum Beispiel auch Mitglied bei uns. Und ja, wir dürfen uns in der Hinsicht
eben nicht separieren, sondern wir müssen in der Gesellschaft sein, mit Band
oder ohne.
Wenn
man zum ersten Mal auf eine Gruppe von CV-Studenten stößt, wenn sie unterwegs
sind mit Fahnen, mit einer Art von Uniform, mit Band und farbigem Käppchen,
fragt man sich, was das ist. Wie fassen Sie in der kürzestmöglichen Form
zusammen, wofür der Cartellverband steht?
Piepenberg:
Für mich ist das insbesondere eine starke Traditionsbewusstheit. Also wir
führen gewisse akademische Traditionen, die es schon seit Jahrhunderten gibt,
fort in diesen besonderen Trachten, nenne ich es, und mit gewissen
Ritualen. Es ist eine sehr in der Geschichte, im Traditionsbewusstsein
verwurzelte Bewegung. Es ist aber eben auch eine stolze Bewegung, die sich
nicht verstecken möchte, sondern die auch nach außen hin zeigen möchte, was sie
auszeichnet. Unsere Prinzipien, unser Glaube, das ist etwas, was wir nicht
verstecken wollen, sondern was wir nach außen tragen wollen, um damit auch
vielleicht auf andere treffen zu können, die sich uns anschließen können.
Was
ist genau das, was Sie nach außen tragen möchten?
Piepenberg:
Das ist unser katholischer Glaube, das ist das Akademische, dass wir alle
Studenten sind, dass wir Wissenschaft betreiben, dass wir an die Wahrheit
glauben und auf die Wahrheit gründen wollen. Dann die Lebensfreundschaft
und die Lebensfreude, die dazugehört, die wir untereinander pflegen, aber die
wir auch natürlich nach draußen tragen. Und es ist auch unsere
staatsbürgerliche Verantwortung, für unsere Gesellschaft einzutreten. Das macht
den Cartellverband aus.
Bei
der Audienz hat Papst Leo auch ein paar Worte Deutsch gesprochen, unter
anderem: „Ich bin Ausländer“. Ob er Deutschland besuchen wird, steht noch
nicht fest. Was hat er Ihnen eigentlich am Rand der Audienz sonst noch so
mitgegeben auf den Weg?
Piepenberg:
Er hat uns, glaube ich, alle sehr bestärkt in dem, was wir tun, dass wir als
junge Menschen für den Glauben uns einsetzen, dass wir auch sichtbares Zeugnis
für unseren Glauben in der Gesellschaft abliefern. Es ist eine große Ehre
gewesen, dass er uns diese Audienz gewährt hat. Allein das zeigt uns ja,
dass er uns unterstützen und bestärken möchte. Und ich habe es heute bei allen
Teilnehmern an der Audienz gesehen: neben der emotionalen Ergriffenheit war da
auch ganz klar ein starkes Gemeinschaftsgefühl. Wir sind hier als Verband
und wir haben die Unterstützung des Papstes, und damit wollen wir nach
Deutschland zurückkehren und das in unserem Alltag, in unserem Leben
weitertragen. (vn 5)
Leo legt deutschen
Studentenbewegungen christlichen Humanismus ans Herz
Für
katholische Werte in der Gesellschaft und das menschliche Gemeinwohl
einzutreten – dazu hat Leo XIV. an diesem Freitag Mitglieder katholischer
Studentenbewegungen aus Deutschland aufgerufen. Dabei gehe es nicht darum, ein
Parteidenken zu vertreten, verdeutlichte der Papst. In seiner Rede zitierte er
unter anderem Papst Benedikt, der selbst Mitglied einer katholischen Studentenverbindung
war. Sich selbst nannte Papst Leo, scherzhaft, einen Ausländer. Anne Preckel –
Vatikanstadt
Ein
paar deutsche Wörter waren an diesem Freitag aus dem Munde des
US-amerikanischen Papstes zu hören. Leo XIV., der laut Angaben seines Bruders
derzeit seine Deutschkenntnisse ausbaut, empfing im Vatikan Mitglieder
verschiedener katholischer Studentenbewegungen aus Deutschland und begrüßte sie
mit einem „Herzlich willkommen!“
„Ich
bin ein Ausländer.“
„Man
sagt mir, die Deutschen seien sehr pünktlich! - Ich bin ein Ausländer...",
so Leo XIV. scherzhaft, der sich für sein Zuspätkommen
entschuldigte.
In
seiner auf Englisch gehaltenen Rede erinnerte Leo XIV. an die Bedeutung des
christlichen Humanismus und den Einsatz für Gerechtigkeit und Gemeinwohl. Dabei
verwies er auf die Grundsätze der katholischen Studentenverbindungen, die ein
Bekenntnis zum Glauben enthalten: religio, scientia, amicitia und patria -
übersetzt: Religion, Wissenschaft, Freundschaft und Heimat.
Christlicher
Lebensstil wirkt in der Gesellschaft
In
Zeiten des „Despotismus und der Ideologien“ sei der christliche Glaube keine
„Fassade“, sondern „Lebensstil“ gewesen, nahm der Papst auf die bewegte
deutsche und europäische Geschichte Bezug. In der Gegenwart gelte es,
„Verheißungen und Täuschungen der heutigen Zeit“ zu erkennen und eine gerechte
und friedliche Gesellschaft aufzubauen, unterstrich er. Dazu könnten Vernunft
wie auch der Glaube dienen, griff Leo XIV. ein Lieblingsthema des deutschen
Papstes Benedikt XVI. auf.
„Genau
wie der Gebrauch der Vernunft klärt auch das Licht des Glaubens die
Verheißungen und Täuschungen der heutigen Zeit auf und fordert jeden Einzelnen
heraus, sein Bestes zu geben, um zum Aufbau einer gerechten und friedlichen
Gesellschaft beizutragen.“
Dass
christliche Überzeugungen über die Studentenbewegungen in Wissenschaft,
Politik, Berufswelt und Gesellschaft ausstrahlten, „kommt nicht nur eurem Land
zugute, sondern ganz Europa, in dessen Mitte Deutschland liegt“, zeigte sich
der US-amerikanische Papst überzeugt.
„In
seiner unhintergehbar männlichen oder weiblichen Gestalt ist der Mensch in der
Tat stets relational und begrenzt.“
Mit
Blick auf die Herausforderungen der technologischen Revolution betonte der
Papst - wie auch in seiner jüngsten Enzyklika „Magnifica humanitas“ - die
Zentralität des Menschen. Er rief die Studierenden dazu auf, „der Erforschung
und Förderung unseres gemeinsamen Menschseins“ besondere Aufmerksamkeit zu
widmen. „In seiner unhintergehbar männlichen oder weiblichen Gestalt ist
der Mensch in der Tat stets relational und begrenzt und deshalb dazu gerufen,
sich selbst zur Aufgabe zu werden und den anderen zu einem Geschenk.“
Kirche
vertritt keine Partei
„Da
ihr alle Christus, dem einzigen Herrn und Meister des Lebens, nachfolgt,
vertretet ihr die katholischen Werte in der Gesellschaft nicht als
Parteigänger, sondern als Verfechter des Gemeinwohls der Menschheit.“
Christen
träten für menschliches Gemeinwohl ein – jenseits von Parteidenken, Moden und
Individualismus – , erinnert Leo XIV. weiter, und er rief zu einer
„Evangelisierung der Kultur“ auf.
„Da
ihr alle Christus, dem einzigen Herrn und Meister des Lebens, nachfolgt,
vertretet ihr die katholischen Werte in der Gesellschaft nicht als
Parteigänger, sondern als Verfechter des Gemeinwohls der Menschheit. In
Deutschland, in Italien und auf der ganzen Welt stärkt derselbe katholische
Glaube unsere Zusammenarbeit, ohne Kompromisse mit dem Zeitgeist einzugehen und
ohne individualistische Vorlieben über die gemeinsame Tradition der Kirche zu
stellen.“
Christlicher
Humanismus statt Karrierismus
Papst
Leo nahm auf das Motto der Studentenverbindungen Bezug: „In necessariis unitas,
in dubiis libertas, in omnibus caritas“ – übersetzt etwa „Im Notwendigen
Einmütigkeit, im Zweifel Freiheit, in allem aber Nächstenliebe“. Die Mitglieder
rief er zum engagierten Studium auf, ohne dem Karrierismus zu verfallen.
„Dadurch
dass wir unser Bestes geben, werden wir zu Verantwortungsträgern in der
Gesellschaft, ohne uns zu Karrieren verführen zu lassen, in denen es vor allem
ums Geld geht. Erkennen wir vielmehr, dass Kultur das Gut der Menschheit ist:
Die Wahrheit macht uns frei, während die Unwahrheit Namen und Dinge
verfälscht.“
In
diesem Zusammenhang unterschied Leo zwischen „Beruf“ und „Berufung“ und flocht
erneut deutsche Begriffe in seine Rede ein.
„Angesichts
dessen, was den Menschen entmenschlicht – insbesondere die Kleinen, Armen oder
Kranken –, bitte ich euch, Zeugen des christlichen Humanismus zu sein“
Wesentlich
sei Sorge vor allem um die Schwächsten, betonte der Papst weiter: „Angesichts
dessen, was den Menschen entmenschlicht – insbesondere die Kleinen, Armen oder
Kranken –, bitte ich euch, Zeugen des christlichen Humanismus zu sein.“
Benedikts
Bundestagsrede vertiefen
Beim
christlichen Humanismus gehe es um eine kohärente und integrale Ökologie des
Menschen, führte Leo weiter aus. Und er lud dazu ein, die Rede des deutschen
Papstes Benedikt XVI. im Deutschen Bundestag (Ansprache vom 22.9.2011) hierzu
zu vertiefen. Auch Papst Franziskus‘ Enzyklika „Laudato sì“ von 2015 (vgl.
10-11, 62) schlage eine ganzheitliche Vision des Menschen und seiner Umwelt
vor, erinnert Papst Leo.
„Auf
die Fürsprache des heiligen Bonifatius, des Apostels Deutschlands, möget ihr
Zeugen dieser Weisheit des Evangeliums in der deutschen und europäischen
Gesellschaft sein“, legte er seinen Gästen ans Herz. „Mit Wertschätzung für
eure Verbindungen erteile ich euch und euren Angehörigen gern meinen
Apostolischen Segen", so Leo, der sich mit einem „Danke sehr!“ auf Deutsch
verabschiedete.
Mehr
als 120 Studentenverbindungen
Der
Cartellverband der katholischen deutschen Studentenverbindungen besteht nach
eigenen Angaben aus mehr als 120 Verbindungen bundesweit. Mitgliedsverbände
gibt es aber auch in der Schweiz, Italien und Polen. Neben etwa 4.000 Studenten
sind in den Verbindungen auch viele Berufstätige aus Wirtschaft, Gesellschaft
und Politik organisiert. Erkennungsmerkmal sind Stoffbänder in verschiedenen
Farbkombinationen, die die Mitglieder quer über den Oberkörper tragen. Darin
unterscheidet er sich auch vom deutlich kleineren Kartellverband katholischer
deutscher Studentenvereine, dem nur nichtfarbentragende Verbindungen angehören.
Die
Studentenbewegungen versammeln sich in diesen Tagen erstmals außerhalb von
Deutschland zu einer so genannten Cartellversammlung. Dabei handelt es sich um
das höchste beschlussfassende Organ des Cartellverbandes der katholischen
deutschen Studentenverbindungen (CV). Bei der Papstaudienz waren auch
zahlreiche Ehefrauen, Partnerinnen und weitere Familienangehörige der
Verbandsmitglieder mit dabei. (vn 5)
Nothelle-Wildfeuer: „Magnifica
humanitas“ auf Weiterentwicklung ausgelegt
Papst
Leo hat mit seiner Enzyklika „Magnifica humanitas“ nicht nur das Thema der Künstlichen
Intelligenz behandelt, sondern dabei auch die kirchliche Soziallehre als solche
weiterentwickelt. Dabei habe er sie mit einigen Aussagen ganz persönlich
überrascht, sagte uns im Gespräch die deutsche Theologin Ursula
Nothelle-Wildfeuer. Christine Seuss
Ursula
Nothelle-Wildfeuer ist Lehrstuhlinhaberin für Christliche Gesellschaftslehre an
der Theologischen Fakultät der Albert-Ludwigs-Universität Freiburg. Aufgrund
ihrer einschlägigen Expertise war sie auch dabei, als die Deutsche
Bischofskonferenz das neue Lehrschreiben von Papst Leo XIV. vorgestellt hat.
Wir fragten sie, wie man die Rahmenerzählung der heiligen Stadt Jerusalem und
des Turms von Babel in der Enzyklika Magnifica humanitas einordnen könne, mit
der das Schreiben anhebt.
„Damit
signalisiert Papst Leo eigentlich, was die Kernfrage seiner Enzyklika sein
soll, nämlich: ,Wohin wollen wir mit der Menschheit angesichts dieses
technologischen oder technologisch bedingten Epochenwandels? Letztlich steht
dieser Turmbau zu Babel für eine Menschheit, die Macht um ihrer selbst willen
entwickelt oder anhäuft, sich beeindruckt zeigt und eine gewisse
Einheitlichkeit anstrebt - man könnte fast sagen: eine Uniformität. Das wird ja
dann im Blick auf die Sprache daraus, die auch - auf KI übertragen - eine
einzige technologische Sprache sein soll, eine einzige Richtung vorgibt.“
Hier
ein Ausschnitt aus dem Gespräch zum Nachhören
Gegen
das technokratische Paradigma
Implizit
sei hier allerdings auch schon die Kritik zu erkennen, dass es sich dabei um
eine Entwicklung handele, die - letztlich von Gott und seinem Segen abgekoppelt
- auf Selbstermächtigung hinauslaufe, gibt Ursula Nothelle-Wildfeuer zu
bedenken.
„Und
damit wird dieses Babel-Projekt eigentlich Symbol für einen Fortschritt, der
Vielfalt der Gleichförmigkeit opfert und Würde der Effizienz unterwirft. Es
steht eigentlich für das, was dieser Papst und auch Papst Franziskus schon mit
dem technokratischen Paradigma kritisiert haben. Und das Bild von der Stadt
Jerusalem dagegen ist ein wirkliches Gegenbild nach dem Exil: Aus Trümmern
heraus wird die Stadt nicht durch einen genialen Einzelnen, sondern Stein für
Stein durch das gemeinsame Engagement des ganzen Volkes wieder aufgebaut. Da
sind alle mit ihren Fähigkeiten, jeder mit dem, was er kann und beitragen will,
gefragt.“
Keine
Mauer gegen Migranten
In
letzter Zeit sei sie jedoch häufig auf die Interpretation gestoßen, dass diese
aufgebaute Mauer auch abgrenzen solle – und somit auf die Migrationsfrage im
Sinn einer nötigen Abschottung anwendbar sei.
„Ich
glaube aber, dass das in diesem Bild tatsächlich nicht passt, denn gerade ganz
am Schluss der Enzyklika, in der Nummer 242, wird ja noch einmal ganz deutlich
gemacht, dass alles, was an Toren verteidigt wurde, fällt – so dass die Tore
für alle dauerhaft geöffnet sind. Das ist schon auch ein Symbol und ein Zeichen
dieser Stadt: Alle Völker haben ein Recht, in diese Stadt zu kommen!“
Würde
des Menschen und Gottesbeziehung
Auch
der ständige Gottesbezug in der Enzyklika – insgesamt 101 Male wird „Gott“
genannt – sei kein Zufall und ein „deutliches Zeichen dafür“, dass der Papst
nicht vorrangig ein technologisches oder technologiekritisches Papier schreiben
wollte:
„Sondern
er will den Fokus richten auf den Menschen, den er nie losgelöst von Gott als
seinem Schöpfer und als demjenigen, dessen Ebenbild der Mensch darstellt, in
den Blick nehmen will. Das heißt, ohne diese Gottesbeziehung geht es eigentlich
in dieser Enzyklika überhaupt nicht. Und der Papst sagt, auch der Umgang mit
diesem Epochenwandel geht gar nicht anders, als auf den Menschen zu schauen,
den er selbstverständlich als Abbild und Ebenbild Gottes sieht – und in diesem
Kontext verortet er somit auch dessen Würde.“
Rerum
novarum 2.0
Bei
der ersten Vorstellung der Enzyklika in Bonn hatte die Professorin direkt nach
der Erstveröffentlichung des Textes an der Seite des Vorsitzenden der deutschen
Bischofskonferenz, Bischof Heiner Wilmer, das Wort ergriffen. Schon bei dieser
Gelegenheit hatte sie unterstrichen, dass Leo XIV. mit seiner Enzyklika ein
Versprechen eingelöst habe, das er mit seiner Namenswahl gegeben habe, ja, dass
man mit Blick auf „Magnifica humanitas“ gar von einer „Rerum novarum 2.0“
sprechen könnte:
„Papst
Leo hat ja tatsächlich wenige Tage nach seiner Wahl auch seine Namenswahl
begründet, indem er auf Leo XIII. Bezug genommen hat. Er hat bei dieser
Gelegenheit gesagt, dass Leo XIII. damals die große industrielle Revolution und
die Umwälzungen, die damit für die Gesellschaft und für jeden einzelnen
Menschen verbunden waren, zum Anlass genommen habe, sich über die Würde des
Menschen im Kontext dieser sozialen Frage, die da entstand, Gedanken zu machen.
Das wurde noch nicht ,Würde des Menschen‘ genannt, denn das ist eine
Terminologie des letzten Jahrhunderts und des jetzigen Jahrhunderts - aber vom
Gedanken her war das schon klar.“
Die
Soziallehre der Kirche weiterdenken
Leo
XIV. hat mehrfach deutlich gemacht, dass er die Menschheit inmitten eines
Epochenwechsels sieht. Dieser sei, so auch das Leitmotiv in seiner Enzyklika,
vergleichbar mit der Industrialisierung, die Leo XIII. in „Rerum novarum“ zum
Ausgangspunkt seiner Überlegungen machte:
„Und
dieses ,Rerum novarum 2.0‘ wird zweitens dadurch gerechtfertigt, dass Leo XIV.
die Herausforderungen der Zeit als so gravierend ansieht, dass er sagt, dass in
diesem Zusammenhang auch die Soziallehre neu bedacht werden muss. Das heißt,
nicht die einfache Anwendung dessen, was wir bisher hatten, auf das, was sich
jetzt tut, sondern so wie Leo XIII. die Soziallehre überhaupt entwickelt hat,
so sagt Leo XIV. jetzt: Wir müssen sie angesichts dieses neuen Umbruchs noch
mal neu und weiterdenken.“
Erweiterung
und Verzahnung der Soziallehre
Interessant
sei in diesem Zusammenhang auch die Herangehensweise des Papstes, so
Nothelle-Wildfeuer. Leo setze verschiedene Akzente, mit denen er deutlich
mache, dass es ihm um eine Erweiterung gehe:
„Zum
einen sagt er, die Soziallehre muss sich herausfordern lassen, neu gedacht zu
werden aufgrund dieser technologischen Entwicklung. Zweitens sagt er dann: Die
Soziallehre ist kein Handbuch, sondern sie entsteht beziehungsweise verändert
sich auf dem Weg, den wir miteinander gehen. Da geht es um die Frage der
Wahrheit, die nicht einfach anzuwenden ist, sondern die gefunden wird im Umfeld
von Kultur und Miteinander.“
Bei
genauem Hinsehen erweitere er auch die Zahl der Prinzipien, so die Freiburger
Theologin. Denn Papst Leo XIV. füge zu den bisher geläufigen Prinzipien
Gemeinwohl, Solidarität, Subsidiarität nun als neue Prinzipien auch die soziale
Gerechtigkeit und die allgemeine Bestimmung der Güter hinzu.
„Diese
kennen wir natürlich immer schon in der Soziallehre. Aber dass es sich dabei um
Prinzipien handelt, das ergänzt jetzt er, und das plausibilisiert er auch sehr
gut. Das Entscheidende ist aber eigentlich die Architektur, also wie die
Vernetzung der Prinzipien untereinander beschrieben wird. Denn neu ist auch,
dass die Prinzipien oder Kriterien nicht einfach hintereinander wie in einem
Katalog aufgezählt werden.“
Mitarbeiter
auf Augenhöhe gesucht
Auffallend
sei darüber hinaus, dass Papst Leo XIV. keine spezifische Anrede in dieser
seiner ersten Enzyklika verwende, im Gegensatz zur herkömmlichen
Vorgehensweise, wobei am Schluss der Anredeliste in den Sozialenzykliken seit
„Pacem in terris“ (1965) die Anrede „an alle Menschen guten Willens“ nicht
fehlen durfte.
„Das
findet sich als Anrede nicht. Aber man kann schon sagen, dass er diese
,Menschen guten Willens‘ praktisch anspricht, aber nicht nur als Adressaten,
sondern er formuliert, dass es sich dabei quasi um Weggefährten handelt, mit
denen er gemeinsam - wir würden heute sagen: auf Augenhöhe - agieren und
sprechen möchte. Also nicht nur, dass er sie ansprechen will, sondern er macht
noch einmal stärker den Appell: Wir sind gemeinsam unterwegs!“
Das
3. Kapitel: Scharnier der Enzyklika
Das
dritte Kapitel, in dem es um die Beziehung zwischen Mensch und Technik geht,
sei letztlich so etwas wie der „Kern“ oder ein „Scharnier“ innerhalb des
Textes, so die Überlegungen von Nothelle-Wildfeuer weiter. Zunächst übernehme
Leo XIV. freilich die Formulierung seines Vorgängers Papst Franziskus, der sehr
kritisch von einem technokratischen Paradigma sprach:
„Aber
ich glaube, hier im 3. Kapitel wird der Akzent etwas verschoben, weil Leo XIV.
technologische Entwicklung nicht nur kritisiert, sondern sie durchaus auch
positiv würdigt, aber immer an den Menschen bindet. Das heißt, inwiefern
dient eine solche Entwicklung dem Menschen in seiner Würde und der Menschheit
als Ganzes, also ihrem Gemeinwohl?“
Die
Innerlichkeit des Glaubens und seine soziale Dimension
Dies
sei nicht nur theologisch sehr stark durchdacht und begründet, sondern es
gelinge Papst Leo in diesem Kapitel auch, eine „kulturpessimistische Haltung“
zu überwinden, die zunehmend spürbar sei, je weiter das Zweite Vatikanische
Konzil (1962-65) zurückliege:
„Es
ist ihm gelungen, das tatsächlich zu wenden und diesen Kulturpessimismus nicht
fortzusetzen, sondern die Entwicklung als etwas zu nehmen, das er nochmal
rückbinden möchte an diese Frage nach der Würde, nach der Anthropologie, nach
dem Gemeinwohl - aber eben in ihrer Ambivalenz und auch in ihrer positiven
Seite zu sehen. Ich glaube, das ist ein ganz entscheidender Punkt, womit er
dann auch deutlich macht, dass es im Glauben nicht nur um Innerlichkeit geht,
sondern dass diese soziale Dimension, dieses Leben des Glaubens auch in
gesellschaftlichen Strukturen, ganz zentral dazugehört.“
Das
fünfte Kapitel: Zuspitzung der zugrundeliegenden Frage
Im
fünften und letzten Kapitel, das er dem Krieg und Frieden widme, spreche Papst
Leo auch von „der Zivilisation der Liebe“, erinnert Nothelle-Wildfeuer. Dabei
handele es sich allerdings nicht um ein naives Gedankengespinst, sondern um das
„Umsetzen von Nächstenliebe in gerechte Strukturen“, letztlich „der Kern
dessen, was die Enzyklika theologisch äußert“, so die Professorin:
„Ich
habe mich zu Beginn gewundert, warum er Krieg und Frieden nicht unter den
Anwendungsfeldern im Kapitel zuvor erwähnt hat, weil es dabei ja um ein
Themenfeld geht, in dem KI ganz besonders intensiv diskutiert werden muss. Der
Grund dafür ist - und deswegen ist es dann auch sinnvoll, dass es sich um ein
eigenes Kapitel handelt –, dass genau hier eigentlich all die Fragen von KI und
der Menschenwürde in ihrer Zuspitzung auf Leben und Tod debattiert werden
müssen.“
Man
könne mit Fug und Recht sagen, dass in diesem Kapitel die „Grundfrage der
Enzyklika“ behandelt werde, unterstreicht Nothelle-Wildfeuer weiter:
„Der
zweite Punkt, warum dieses fünfte Kapitel vielleicht der Höhepunkt ist, sind
sicher einige Aussagen, die darin getroffen werden. Zum Beispiel, ,die KI soll
entwaffnet werden‘. Oder es heißt dann weiter, ,es gibt keinen Algorithmus, der
den Krieg als gerecht darstellen kann‘. Damit verbunden ist die deutliche
Aussage, dass die Theorie des gerechten Krieges eigentlich überwunden werden
sollte. Auch da schließt er an Franziskus an, aber er macht es hier noch einmal
eigens sehr deutlich.“
Weiterentwicklung
des Verständnisses vom „gerechten Krieg“
Dies
stoße angesichts der Tatsache, dass KI-Systeme schon längst in Konflikten
eingesetzt werden und an mancher Stelle sogar dabei unterstützen könnten, dass
der Krieg „weniger unmenschlich“ werde – beispielsweise durch die punktuelle
Bombardierung feindlicher militärischer und nicht ziviler Ziele - durchaus auf
kritische Nachfragen, räumt Nothelle-Wildfeuer ein.
„Aber
nach meinem Verständnis will er sagen, dass die klassischen Kriterien des
gerechten Krieges im Zeitalter von KI überhaupt nicht mehr eingehalten werden
können. Und - das war damals auch schon Franziskus‘ Argument, welches er hier
auch noch mal aufnimmt - dass nämlich immer die Gefahr bestehe, dass man
jedwedes kriegerische Tun mit irgendeinem dieser Kriterien dann doch wieder
rechtfertigt.“
Eine
Verteidigung in strengem Sinn sei allerdings gerechtfertigt, so dass es sich
bei der Haltung von Papst Leo keinesfalls um einen naiven Pazifismus handele,
gibt Nothelle-Wildfeuer zu bedenken. In der deutschsprachigen Theologie werde
schon seit langem immer wieder das Konzept des gerechten Friedens debattiert,
ein Begriff, den der Papst hier zwar nicht explizit verwende, aber der
letztlich auf seine Überlegungen anwendbar sei:
„Wo
also Dialog und Bemühungen um Gerechtigkeit und Entwicklung - im Anschluss an
Populorum progressio - ganz deutlich mit hineingehören, da ist Verteidigungskrieg
nicht ausgeschlossen. Aber die Perspektive ist eine ganz andere, das Ziel ist
ein anderes - und die Erweiterung um diese Dimension spielt eine entscheidende
Rolle.“
Differenzierte
Herangehensweise in der Tradition von Augustinus
Doch
auch wenn sich Leo bei der Ablehnung des Begriffs vom „Gerechten Krieg“ an
seinem Vorgänger Franziskus orientiere, werde er auch den Differenzierungen des
heiligen Augustinus in diesem Bereich noch gerecht, zeigt sich die Professorin
für Christliche Gesellschaftslehre überzeugt:
„Denn
er führt ja relativ klar an, dass eines der Probleme diese Einstellung zum
Krieg ist, die sich durch KI gestützte Waffensysteme natürlich auch verändert.
Der Krieg ist wieder weiter weg. Es sind vielleicht nicht mehr direkt Menschen
vor Ort, denen man quasi ins Gesicht schaut. Das sagt er ja auch an einer
Stelle sehr deutlich. Das heißt, der Krieg wird zur Normalität. Das genau haben
Augustinus und auch Thomas von Aquin mit diesem ,gerechten Krieg‘ gerade
verhindern wollen.“ Denn eines der Kriterien für den „gerechten“ Krieg sei ja
gerade die ultima ratio – also die Tatsache, dass alle anderen Optionen nach
sorgfältiger Abwägung und intensiven Bemühungen verworfen werden müssen. Die
Angst des Papstes sei nun, dass dies völlig aus dem Blick gerate, wenn die
Kriegshandlungen durch KI entpersonalisiert und von sich geschoben - vom
Algorithmus sozusagen „erledigt“ - werden könnten:
„Und
ich glaube, diese Sorge, dass Krieg ökonomisiert und normalisiert wird, dass
damit eine ganze Rüstungsindustrie immer weiter angeheizt wird und - auch das
fällt im Text - dass der Krieg praktisch zu einem Mittel der Politik wird,
obwohl wir eigentlich gerade erst froh darüber waren, über diese Einstellung
hinausgekommen zu sein: All das macht diese Sorge, dass wir dorthin
zurückkommen, sehr berechtigt. Und das alles sind Elemente, die, so glaube ich,
auch bei Augustinus mit dem Konzept des gerechten Krieges nicht gemeint sind,
sondern gerade in dessen Sinne vermieden werden sollten.“
Sklaverei,
aktuelle Konflikte und kircheninterne Gültigkeit der Soziallehre
Einige
der Aussagen in dem Text hätten sie allerdings auch persönlich positiv
überrascht, verrät Nothelle-Wildfeuer:
„Also
einmal die Aussage, dass er sich dafür entschuldigt, dass die Theologie so
lange nicht reagiert habe auf das moralische Problem der Sklaverei, sondern das
sogar auch gedeckt habe. Auch in diesem Fall gibt es eine Vorstufe bei
Franziskus. Es ist hier diskret in seinem Text eingebaut, aber es klingt so,
als sei es ihm ein zentrales Anliegen, das an dieser Stelle auf jeden Fall zu
sagen.“
Die
zweite Stelle betreffe die äußerst deutliche Aussage, dass jeder Versuch, eine
Nation zu vernichten oder zu unterwerfen, „zutiefst unmoralisch und
inakzeptabel“ sei:
„Da
nennt er keinen Aggressor, kein betroffenes Land. Aber es ist klar, an welchen
Stellen der Welt das besonders relevant sein sollte. Der dritte Punkt wäre,
dass er mit eigenen Abschnitten die Soziallehre, die er hier noch mal
entwickelt hat, auch auf die Kirche bezieht und sagt: Das muss doch auch im
Inneren der Kirche gelten. Er buchstabiert sogar einzelne Prinzipien, die er
genannt hat, mit Blick auf die Kirche aus. Das haben wir bis dahin noch nicht
gehabt und finde ich einen großen, wichtigen Fortschritt.“
Offen
für eine Weiterentwicklung
Dass
die Enzyklika aufgrund der rasanten Entwicklungen in der KI schon in eineinhalb
Jahren völlig überholt sein könnte, glaubt die Theologin hingegen nicht:
„Zum
einen ist die Grundaussage ja gerade nicht: ,Wir kritisieren den Stand 2026‘,
sondern es wird ein Kriterium genannt, an dem die Entwicklung von KI gemessen
werden sollte oder was eingebracht werden sollte, um KI weiterzuentwickeln.
Denn es geht ja in dieser Enzyklika gerade weg davon, dass die Ethik immer im
Nachhinein kommt, in dem Sinn, dass sich schon etwas entwickelt hat und dann
erst die ethischen Überlegungen und Beschränkungen eingebracht werden. Gerade
das will er ja nicht, sondern er macht ja sehr deutlich, dass es Ethik und
Kriterien schon bei der Entwicklung und Weiterentwicklung von KI braucht.“
Außerdem
arbeite Leo in seinem Text klar heraus, dass die derzeitige Entwicklung, mit
der die Menschheit sich konfrontiert sehe, die Sozialethik zur Neubesinnung
herausfordere:
„Damit
will er meiner Auffassung nach aber auch nicht wieder ein festes System
schaffen, das dann für die nächsten fünfzig Jahre statisch ist. Sondern er
signalisiert ja gerade, dass die fortdauernde Entwicklung auch wieder eine
Herausforderung für die Sozialethik selbst ist, damit am Ball und in der
Weiterentwicklung zu bleiben.“ (vn 4)
Konsistorium: Austausch über
Weltpolitik, Enzyklika und Synode
In
einem Schreiben an alle teilnehmenden Kardinäle hat der Dekan des
Kardinalskollegiums, Kardinal Giovanni Battista Re, die detaillierte
Tagesordnung des kommenden Konsistoriums bekanntgegeben, welches vom 26. bis
zum 29. Juni in der vatikanischen Audienzhalle und der Synodenaula stattfinden
wird. Mario Galgano - Vatikanstadt
Die
viertägigen Beratungen markieren eine institutionelle Neuerung, da Papst Leo
XIV. am Ende der vergangenen Januartagung den Wunsch geäußert hatte, dieses
Format künftig in Kontinuität zu den Generalkongregationen als jährliche feste
Einrichtung fortzuführen.
Ein
Raum des gegenseitigen Hörens und der globalen Bestandsaufnahme
Das
erklärte Ziel des Pontifex ist es, die reichhaltigen Erfahrungen und den Rat
des weltweiten Kardinalskollegiums unmittelbar fruchtbar zu machen. Das Treffen
versteht sich ausdrücklich als ein Raum des gegenseitigen Zuhörens, des
kollektiven Unterscheidungsvermögens und der gemeinsamen Vertiefung von
Kernfragen, die das Leben und den Auftrag der Kirche in der Gegenwart
betreffen. Kardinal Re betont in seinem Schreiben, dass der Erfolg dieser
Arbeit maßgeblich von einer Atmosphäre der Freiheit, des Vertrauens und der
Freimütigkeit abhängt, um zu einer echten, geteilten Erkenntnis zu gelangen.
Der Papst baue dabei auf die aktive Mithilfe und die Unterstützung jedes
einzelnen Kardinals in seinen jeweiligen lokalen Verantwortungsbereichen.
Aus
diesem Grund widmet sich die erste Arbeitssitzung vollumfänglich der
internationalen Gesamtlage sowie den konkreten Realitäten der Ortskirchen. Die
versammelten Mitglieder des Kollegiums sind aufgerufen, sich entlang zweier
zentraler Leitfragen auszutauschen. Zum einen steht zur Debatte, welche
spezifischen Leiden, Spannungen und seelsorglichen Herausforderungen die ihnen
anvertrauten Völker und kirchlichen Gemeinschaften derzeit am stärksten belasten.
Zum anderen sollen jene Zeichen der Hoffnung, der Treue zum Evangelium und der
gelingenden Versöhnung herausgearbeitet werden, die als positive Impulse in das
gemeinsame Bewusstsein der Weltkirche eingebracht werden können.
Die
Zivilisation der Liebe
Der
theologische und friedensethische Schwerpunkt des Konsistoriums liegt auf der
fundierten Auseinandersetzung mit der neuen päpstlichen Enzyklika „Magnifica
humanitas“. Sowohl die zweite als auch die dritte Sitzungsperiode konzentrieren
sich auf dieses programmatische Dokument. Ein besonderes Augenmerk gilt dem
fünften Kapitel, welches die Kultur der Macht der Zivilisation der Liebe
gegenüberstellt. In einer globalen Realität, die zunehmend von Polarisierung,
Gewalt und eskalierenden Konflikten geprägt ist, erinnert das Schreiben an die
mahnenden Worte des Papstes, wonach der Frieden kein isoliertes Thema unter
vielen darstellt, sondern die fundamentale Bedingung für das universale
Gemeinwohl sowie der eigentliche Prüfstein für die moralische Reife der Völker
ist.
In
diesem Kontext erhalten jene Kardinäle, die aus vom Krieg gezeichneten
Territorien anreisen, das Wort, um eindringlich Zeugnis darüber abzulegen, wie
schmerzhaft diese Realität ihre alltägliche pastoralerefahrung berührt.
Gleichzeitig sind die übrigen Konzilsteilnehmer aufgefordert, über das
bedenkliche Wiederaufleben jener sprachlichen, logischen und praktischen Muster
nachzudenken, welche die Möglichkeiten einer Versöhnung und des friedlichen
Zusammenlebens systematisch untergraben. Die Debatte zielt im Kern darauf ab,
die endgültige Überwindung der traditionellen Theorie des gerechten Krieges zu
untermauern, da diese in der modernen Realität allzu oft missbraucht wird, um
kriegerische Handlungen jeglicher Art moralisch zu rechtfertigen. Gemeinsam
sollen stattdessen konkrete Wege ermittelt werden, die den Völkern und
christlichen Gemeinschaften helfen können, den Frieden dauerhaft zu bewahren
und aktiv aufzubauen.
Ganzheitliche
Entwicklung und die synodale Zukunft
Die
dritte Sitzung knüpft an die programmatische Perspektive an, das Fundament im
Guten zu errichten, was sowohl die Einleitung als auch den Schlussteil der
Enzyklika prägt. Hierbei geht es um die Aufforderung, die tiefgreifenden
Transformationen unserer Epoche im Licht des Evangeliums zu deuten. Das
menschliche Verlangen nach Glück und Erfüllung soll konstruktiv auf eine
ganzheitliche menschliche Entwicklung ausgerichtet werden. Damit untersteicht
der Papst seinen bereits zu Beginn des Jahres formulierten Anspruch, dass die
Kirche den Blick nicht egozentrisch auf sich selbst richten darf, sondern sich
den drängenden Transformationsprozessen der gesamten Menschheit stellen muss.
Das
finale Segment des Konsistoriums widmet sich dem organisatorischen und
strukturellen Fortgang der innerkirchlichen Reformen. Der erste Teil der
letzten Sitzung dient dazu, die Mitglieder des Kollegiums über den aktuellen
Stand des synodalen Umsetzungsprozesses zu informieren, wobei ein aktuelles
Arbeitsdokument im Hinblick auf die kommenden Synodenversammlungen der Jahre
2027 und 2028 die Leitlinien, Kriterien und Instrumente der Vorbereitung
vorgibt. Der Abschluss des Treffens ist für den freien und direkten Dialog der
Kardinäle mit dem Papst reserviert, wobei für die einzelnen Wortbeiträge eine
präzise Redezeit von jeweils drei Minuten vorgesehen ist.
Die
intensiven Arbeitstage finden ihren feierlichen Abschluss am 29. Juni, dem
Hochfest der Apostelfürsten Petrus und Paulus, in der Peterskirche. Im Rahmen
eines feierlichen Gottesdienstes wird Papst Leo XIV. die Pallien segnen und sie
den neu ernannten Metropoliterzbischöfen überreichen. Ein gemeinsam
konzelebrierter Gottesdienst am vorausgehenden Sonntag findet hingegen, in
Übereinstimmung mit früheren Mitteilungen der Präfektur des Päpstlichen Hauses,
nicht statt. (vn 4)
Generalaudienz: Papst ermuntert zu
aktiver Beteiligung an der Liturgie
Papst
Leo XIV. hat alle Glaubenden zur aktiven Beteiligung an der Liturgie ermuntert.
Man solle „der Liturgie gegenüber nicht fremd oder stumme Zuschauer bleiben,
sondern mit unserem ganzen Selbst – Körper, Verstand und Herz – daran
teilnehmen“. Stefan von Kempis – Vatikanstadt
Das
sagte er an diesem Mittwoch bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz.
„Durch den heiligen Ritus werden wir so zum Hören auf das Wort Gottes, zur
Danksagung und Anbetung, zum brüderlichen Miteinander und zur kirchlichen
Gemeinschaft erzogen. Wir entdecken, dass wir eine Gemeinde mit vielen
Gesichtern sind, vereint durch denselben Glauben.“
Die
„aktive Beteiligung“ gehört zu den Grundpfeilern des katholischen
Verständnisses von Liturgie. Erläutert wurde sie in der Konstitution
„Sacrosanctum Concilium“ des Zweiten Vatikanischen Konzils, auf die sich auch
die Liturgiereform der Kirche stützt. Leo XIV. äußert sich in diesen Wochen in
den Ansprachen bei seiner Generalaudienz systematisch zu den Texten des
Konzils; derzeit ist der gerade erwähnte Grundlagentext zur Liturgie dran.
„Die
Riten der christlichen Liturgie sind keine äußere Hülle des sakramentalen
Geheimnisses, keine Ansammlung willkürlicher Zeremonien, sondern die kirchliche
Vermittlung, durch die das göttliche Geschenk uns erreicht“
„Das
Zweite Vatikanische Konzil hat, indem es die wertvolle Arbeit der Liturgischen
Bewegung aufgriff, dazu beigetragen, eine Wahrheit wiederzuentdecken, die im
Bewusstsein der alten Kirche und in der Lehre der Kirchenväter sehr lebendig
war. Die Riten der christlichen Liturgie sind keine äußere Hülle des
sakramentalen Geheimnisses, keine Ansammlung willkürlicher Zeremonien, sondern
die kirchliche Vermittlung, durch die das göttliche Geschenk uns erreicht.
Genau aus diesem Grund lädt das Konzil dazu ein, das Mysterium fidei zu
verstehen, das sich in der Liturgie durch die Riten und Gebete verwirklicht.“
Ritus
gibt dem Leben Gestalt
Der
Ritus gebe „der liturgischen Handlung und durch sie unserem Leben Gestalt“, so
der Papst. Gekennzeichnet sei er durch „eine klar definierte Abfolge von Gesten
und Gebeten“. Das könne zwar „manchmal unserer individuellen Neigung zur
Spontaneität entgegenstehen“. Doch die Logik des Ritus bestehe nicht darin,
„die Freiheit in Schemata zu zwängen“. Vielmehr unterbreche er „mit der
feierlichen Nüchternheit seiner Rhythmen“ den hektischen Alltag und führe
zurück zum Wesentlichen. Das war eine verhüllte Absage an allzu viel
Kreativität am Altar. Ritus, das sei „eine Pause, die das Herz erneuert“, und
Einübung in einen „vom Heiligen Geist erfüllten Rhythmus“.
Verhüllte
Absage an allzu viel Kreativität am Altar
Der
Papst ging auch auf Zeichen und Symbole im liturgischen Bereich ein. Die beiden
Begriffe würden oft synonym verwendet. „Tatsächlich ist ein Zeichen symbolisch,
wenn es nicht nur auf eine Idee, sondern auf ein ganzes System von Bedeutungen
und Werten verweisen kann. So wird beispielsweise, wenn wir mit Weihwasser
besprengt werden, in uns das Bewusstsein für das bei der Taufe empfangene
Geschenk und unsere Zugehörigkeit zum neuen Leben in Christus wiederbelebt.“
Symbole
hätten nicht nur „einen praktischen Charakter“ (etwa das Niederknien oder der
Friedensgruß), sondern auch „eine einzigartige performative und verwandelnde
Dimension“. Sie schafften Zugehörigkeit, berührten Herz und Verstand und
weckten authentische kirchliche Beziehungen, so Leo XIV. Mit einem Zitat aus
einem Schreiben seines Vorgängers Franziskus zum Thema Liturgie drückte er
seine Hoffnung aus, dass die Menschen wieder „symbolfähig“ würden.
Sich
von den Riten erziehen lassen
„Wir
müssen uns von den Riten der Liturgie erziehen lassen, indem wir mit Feingefühl
und ohne Willkür auf die Schönheit unserer Feiern achten und uns einer
authentischen Mystagogie widmen. Die Erfahrung einer lebendigen und andächtigen
Liturgie, begleitet von einer angemessenen mystagogischen Katechese, ist die
beste Ressource, um in allen jene Offenheit für die Begegnung mit Gott zu
wecken, die im Sinne der Menschwerdung nur unter Einbeziehung des ganzen
Menschen – Geist, Seele und Leib – stattfinden kann.“
Auf
den Zwist zwischen Rom und der schismatisch orientierten Piusbruderschaft ging
Papst Leo bei seiner Katechese nicht ein. Dabei rührt der Konflikt unter
anderem an den Bereich der Liturgie. Die Piusbrüder lehnen die Liturgiereform,
die auf dem Zweiten Vatikanischen Konzil gründet, ab. (vn 3)
Ticketpreis für Kölner Dom steht
fest
Der
Kölner Dom, die meistbesuchte Sehenswürdigkeit in Deutschland und eine der
bedeutendsten Kirchen weltweit, wird für touristische Besuche kostenpflichtig.
Wie das Metropolitankapitel an diesem Dienstagvormittag bekannt gab, müssen
Besucher ab dem 1. Juli 2026 ein Ticket lösen.
Dompropst
Guido Assmann stellte das neue Konzept sowie die Preisgestaltung in Köln vor.
Das Domkapitel bezeichnet die Neuerung als eine „Besichtigungsgebühr“. Die
dadurch generierten Einnahmen sollen dazu beitragen, die Instandhaltung des
gotischen Bauwerks für künftige Generationen zu sichern.
Ein
reguläres Ticket für den touristischen Zugang zum Innenraum wird 12 Euro
kosten. Damit liegt der Preis unter den Eintrittsgebühren anderer lokaler
Einrichtungen wie dem benachbarten Museum Ludwig, das 19,80 Euro verlangt, oder
dem Kölner Zoo mit einem Mindesteintritt von 22,50 Euro. Für bestimmte
Personengruppen ist ein reduzierter Preis von 6 Euro vorgesehen. Diese
Ermäßigung gilt für Schülerinnen und Schüler ab 14 Jahren, Auszubildende,
Studierende, Begleitpersonen von Schülergruppen sowie für Inhaber eines in
Nordrhein-Westfalen ausgestellten Sozialpasses.
Das
Preis-Konzept
Das
Konzept sieht zudem verschiedene Befreiungen von der Ticketpflicht vor. Kinder
bis einschließlich 13 Jahren erhalten freien Eintritt, welcher neben dem
Dom-Innenraum auch für die Schatzkammer und die Turmbesteigung gilt. Ebenfalls
von der Gebühr befreit sind Menschen mit einer Schwerbehinderung und deren
Begleitpersonen sowie die Mitglieder des Zentral-Dombau-Vereins. Der Zugang zu
den Gottesdiensten und der Besuch der Kirche zum Zweck des persönlichen Gebets
bleiben generell kostenfrei.
Der
Kölner Dom blickt auf eine jahrhundertealte Bau- und Kulturgeschichte zurück.
Die Bischofskirche beherbergt die Reliquien der Heiligen Drei Könige, die im
Jahr 1164 durch Erzbischof Rainald von Dassel von Mailand nach Köln überführt
wurden. Der Grundstein für den heutigen gotischen Neubau wurde im Jahr 1248
gelegt, worauf 1322 die Weihe des Chores folgte. Bis zum Jahr 1560 wurden das
Mittelschiff, die Querhäuser sowie die Seitenschiffe errichtet, bevor die
Arbeiten aufgrund von Streitigkeiten im Zuge der Reformation und wegen eines
Mangels an finanziellen Mitteln für Jahrhunderte eingestellt wurden. Mit der
neuen Gebühr soll die Finanzierung des dauerhaften Unterhalts des historischen
Denkmals auf eine breitere Basis gestellt werden. (domradio 2)
Leo XIV. ernennt Laiin zur
Präfektin des Kommunikations-Dikasteriums
Maria
Montserrat Alvarado ist derzeit als Präsidentin und operative Direktorin von
EWTN News tätig. Sie wird Paolo Ruffini im November ablösen, um den von Papst
Franziskus angestoßenen Prozess der Reform und Erneuerung weiterzuführen.
In
Mexiko-Stadt geboren, hat Alvarado akademische Titel an der Florida
International University und der George Washington University erworben. Von
2009 bis 2023 hatte sie Führungspositionen beim „Becket Fund for Religious
Liberty" inne, wo sie sich mit verschiedenen Initiativen für die
Verteidigung der Religionsfreiheit und die Förderung der Menschenwürde
eingesetzt hat. Seit 2023 ist sie Präsidentin und operative Direktorin von EWTN
News, der journalistischen Sektion des Eternal Word Television Network. Diese
zeichnet für die internationalen Medienplattformen verantwortlich, die Inhalte
in sieben Sprachen über Fernsehen, Radio, Printmedien, digitale Medien und
soziale Medien produzieren.
Mit
der Nominierung von Alvarado führt Papst Leo XIV. den von Papst Franziskus
angestoßenen Prozess der Reform und Erneuerung der Römischen Kurie weiter, in
dessen Verlauf gläubigen Laien, Männern wie Frauen, Verantwortungs- und
Führungspositionen im Dienst der Universalkirche anvertraut wurden. Alvarado
ist die erste Frau, die keinem religiösen Orden angehört, die zur Präfektin
eines Dikasteriums des Heiligen Stuhls ernannt wurde.
Für
die Kommunikation des Heiligen Stuhls zuständig
Das
Dikasterium, das von Papst Franziskus am 27. Juni 2015 im Rahmen der
Kurienreform eingerichtet wurde, verantwortet die Kommunikations-Systeme des
Heiligen Stuhls, darunter Vatican News, Radio Vatikan, L’Osservatore Romano,
Vatican Media (Foto-Service, Audio und Video), den Pressesaal des Heiligen
Stuhls, die Vatikanische Verlagsbuchhandlung (LEV), die Vatikanische Druckerei
Tipografia Vaticana sowie die Vatikanische Filmothek. Über die ihm anvertrauten
operativen und technischen Funktionen hinaus vertieft und entwickelt das
Dikasterium auch die theologischen und pastoralen Aspekte der kirchlichen
Aktivitäten auf dem Feld der Kommunikation. Alvarado folgt auf Paolo Ruffini,
den Papst Franziskus 2018 als ersten Laien zum Präfekten eines Dikasteriums der
Römischen Kurie ernannt hatte und der im kommenden Oktober 70 Jahre alt wird.
In
einer Erklärung nach der Bekanntgabe ihrer Ernennung hat Alvarado betont: „Auch
wenn diese Ernennung unerwartet kommt, nehme ich sie mit dem ehrlichen Wunsch
an, dem Heiligen Vater am Beginn seines Pontifikates zu dienen. Ich bin Paolo
Ruffini für seine Leitung in den vergangenen Jahren dankbar und kann es kaum
erwarten, die wichtige Arbeit der Stärkung des Dikasteriums in einem Geist der
Freundschaft und Hoffnung weiter zu führen, damit es weiterhin der Kirche in
Rom und überall zu Dienst dabei sein kann, Jesus der Welt zu kommunizieren.”
Wunsch,
Dikasterium im Dienst des Papstes zu stärken
Ruffini
hat seinerseits in einem Brief an die Mitarbeiter des Dikasteriums für die
Kommunikation erklärt: „Das Dikasterium hat in seiner DNA die Pflicht
eingeschrieben, stets im Einklang mit der Welt der Kommunikation zu bleiben,
die sich rasch weiterentwickelt. Seit unserer Gründung als Institution war und
bleibt dies unser Leitstern: niemals stillzustehen, den Staffelstab
weiterzugeben, ohne das Laufen zu unterbrechen, genau hier und jetzt, in diesem
Augenblick, präsent zu sein – als Maßstab für eine Kommunikation, die ein
Werkzeug der Gemeinschaft ist, die im Laufe der Zeit wächst. Ich bin nun auf
die letzte Etappe meiner Laufbahn eingeschwenkt, kurz bevor ich – auf der
langen Reise, die unser Berufsleben darstellt – mit Erreichen des 70.
Lebensjahres, dem vorgesehenen Rentenalter, den Staffelstab an Montserrat
Alvarado als nächste Präfektin übergeben werde. Wir kennen uns gut. Und in den
kommenden Monaten werden wir eng zusammenarbeiten, im Geist der Gemeinschaft,
der uns in der Kirche verbindet.”
„Ich
bin der großen Familie des Dikasteriums für den Weg, den wir gemeinsam in
diesen acht Jahren zurückgelegt haben, dankbar”, so Ruffini weiter: „Wir leiten
nun den Prozess ein, um in den kommenden Monaten einen reibungslosen Übergang
zu gewährleisten, mit dem Ziel, das Dikasterium bei seinem weiteren Wachstum im
Dienst des Papstes und seiner Mission in einem Geist von Einheit und Öffnung zu
helfen.”
Michael
P. Warsaw, Präsident des Verwaltungsrates und Geschäftsführer von EWTN, hat
unterstrichen, dass Alvarado sich „das Vertrauen und den Respekt aller verdient
hat, die das Privileg hatten”, während der Jahre in dem Sender „an ihrer Seite
zu arbeiten”. „Wir versichern sie der Gebete, der Ermutigung und der vollen
Unterstützung der EWTN-Familie, während sie diese wichtige Mission im Dienst
von Papst Leo XIV. und seinem Pontifikat antritt.” (vn 2)
Papst würdigt Bildungsarbeit der
katholischen Pfadfinder Europas
An
diesem Montagvormittag hat Papst Leo XIV. eine Vertretung der „Associazione
Italiana Guide e Scouts d’Europa Cattolici“ zu einer Audienz im Vatikan
empfangen. Bei den Gästen handelt es sich um Mitglieder, Gruppenleiter sowie
geistliche Assistenten des italienischen Zweigs der katholischen
Pfadfinderinnen und Pfadfinder Europas, die anlässlich des 50-jährigen
Bestehens ihres Verbandes nach Rom gereist sind. Mario Galgano - Vatikanstadt
In
seiner Ansprache setzte das Kirchenoberhaupt das Jubiläum – in Anlehnung an das
gewählte Motto „Wenn es Gott gefällt, für immer!“ – in Bezug zum jüngst
gefeierten Pfingstfest und wünschte der Gemeinschaft einen Impuls im Sinne
eines neuen Pfingstereignisses, das den Glauben stärkt und zu rechtem Handeln
im Leben anregt.
Spezifischen
Erziehungsstil
Der
Papst betonte, dass der Verband in den vergangenen fünf Jahrzehnten einen
spezifischen Erziehungsstil gefestigt habe. Basierend auf den pädagogischen
Ansätzen des Gründers Robert Baden-Powell begleite die Organisation Kinder und
Jugendliche auf ihrem Lebens- und Glaubensweg. Als wesentliche Säulen dieser Arbeit
hob er den Aufenthalt im Freien und den direkten Kontakt zur Natur hervor,
durch die die Schöpfung erfahrbar werde. Diese Erfahrungen sollten stets mit
der Lektüre der Heiligen Schrift verknüpft werden. In diesem Kontext zitierte
Leo XIV. seinen Vorgänger Papst Franziskus, welcher die Pfadfinder im Jahr 2019
dazu aufgerufen hatte, das Evangelium wie ein Navigationsgerät und als Karte
des Lebens täglich zu nutzen.
„Nutzt
täglich das Evangelium wie ein Navigationsgerät und als Karte des Lebens.“
An
die anwesenden Gruppenleiter gewandt, erklärte das Kirchenoberhaupt, dass die
Kohärenz der eigenen Lebensführung und die Reife der persönlichen
Entscheidungen ein wichtiges Vorbild für die anvertrauten Jugendlichen
darstellten. Es gelte, den Glauben im Alltag, im gemeinsamen Gebet und in den
Sakramenten zu leben. Eine tragende Rolle komme dabei auch den priesterlichen
Assistenten zu, welche die Verbindung zwischen der Kirche und dem Verband
gewährleisten und die Mitverantwortung für die spirituelle Entwicklung der
Jugend tragen.
Bewusste
Trennung der Aktivitäten in geschlechtsspezifischen Sektionen
Ein
besonderes Merkmal der pädagogischen Konzeption des Verbandes bildet die
bewusste Trennung der Aktivitäten in geschlechtsspezifische Sektionen für
Jungen und Mädchen. Der Papst erläuterte, dass diese Struktur dazu diene, den
Jugendlichen eine differenzierte Aufmerksamkeit zukommen zu lassen. Das
Erkunden der Grundlagen des Frau- und Mannseins bereite auf eine authentische
und bewusste Begegnung mit dem jeweils anderen Geschlecht vor und fördere die
gegenseitige Reifung mit dem Ziel, die Mitglieder zu verantwortungsvollen
Christen und Staatsbürgern heranzubilden.
Darüber
hinaus fand die europäische Ausrichtung des Verbandes Erwähnung. Leo XIV.
begrüßte das Bestreben, eine europäische Dimension zu pflegen, die sich nicht
auf politischer Ebene bewege, sondern auf kultureller Basis zur Gestaltung
eines Europas der Völker beitrage, welches durch die Werte des christlichen
Humanismus geeint sei. Der uneigennützige Dienst am Nächsten bilde den Kern der
Pfadfindermethode, entwickle Altruismus sowie Solidarität und befreie den
Einzelnen von der Tendenz zur Selbstbezogenheit. Zum Abschluss der Begegnung
rief der Papst die Anwesenden dazu auf, das Engagement fortzusetzen, und erteilte
der Pfadfindergemeinschaft den apostolischen Segen. Vn 1
Bischof Wilmer bekräftigt
umstrittenen Satz über Machtmissbrauch
Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Heiner Wilmer, hält an
seiner umstrittenen Aussage fest, wonach der Missbrauch von Macht in der DNA
der Kirche stecke. „Ich habe dafür viel Haue bekommen - auch
international", sagte der bisherige Bischof von Hildesheim, der nach
Münster wechselt, am Montag. „Ich stehe aber zu der Aussage", so Wilmer
auf Journalistenfragen in Hildesheim.
Machtmissbrauch
sei kein ausschließlich kirchliches Problem, erklärte Wilmer. „Missbrauch von
Macht gibt es nicht nur in der Kirche, sondern in allen Systemen." Überall
dort, wo Menschen in Gruppen, Verbänden oder Organisationen zusammenwirkten,
bestehe die Gefahr, dass Macht missbraucht werde.
Wilmer
verweist auf die Jünger Jesu
Zur
Begründung verwies der Bischof auch auf die Bibel. „Wenn Sie das Neue Testament
aufschlagen, da streiten sich schon die Jünger darum, wer vorne sitzt."
Machtmissbrauch und Seilschaften seien deshalb eine „uralte Geschichte".
Wilmer
hatte kurz nach seinem Amtsantritt 2018 in Hildesheim in einem Interview
gesagt: „Ich glaube, der Missbrauch von Macht steckt in der DNA der
Kirche." Um Machtmissbrauch zu begrenzen, brauche es Kontrolle und
Gewaltenteilung. Die Formulierung stießt damals vor allem bei konservativen
Bischöfen weltweit auf Kritik.
DBK-Vorsitzender
setzt auf Aufarbeitung
Wilmer
betonte nun, dass Institutionen stets wachsam gegenüber Machtmissbrauch sein
müssten. Die Gefahr bestehe überall dort, wo Menschen Verantwortung ausübten.
In Hildesheim hatte der Bischof die Aufarbeitung sexualisierter Gewalt zu einem
Schwerpunkt seiner Amtszeit erklärt. In dem norddeutschen Bistum mit knapp
500.000 Katholiken läuft derzeit eine weitere unabhängige Studie zur
Aufarbeitung von Missbrauchsfällen.
Wilmer
wechselt am 21. Juni als Bischof nach Münster. Im Februar wurde der Ordensmann
von den Herz-Jesu-Priestern zudem zum Vorsitzenden der Deutschen
Bischofskonferenz gewählt. (kna 1)
Papst an Päpstliche Missionswerke:
Vereint im Dienst an der Weltkirche
Die
diesjährige Generalversammlung der Päpstlichen Missionswerke in Rom stand ganz
im Zeichen des Dankes und der Rückschau. In seiner Ansprache an die Teilnehmer,
die der Papst diesen Montag in Audienz empfing, hat der Pontifex zu einem
erneuerten missionarischen Eifer aufgerufen und die großen Meilensteine der
Missionsarbeit gewürdigt, die die Weltkirche in diesem Jahr feiern kann. Silvia
Kritzenberger - Vatikanstadt
Gleich
zwei bedeutende Meilensteine für die Missionswerke prägen das aktuelle
Kirchenjahr: Vor genau 100 Jahren führte Papst Pius XI. auf Bitte des
Päpstlichen Werkes der Glaubensverbreitung den Weltmissionssonntag ein. Seit
einem Jahrhundert bildet dieser Tag im Oktober nun schon das Herzstück der
solidarischen Unterstützung für junge Kirchen weltweit.
In
seiner Ansprache an die im Vatikan versammelten Generalsekretäre und
Nationaldirektoren würdigte Papst Leo die „vielen missionarischen Initiativen,
die dank der Großzügigkeit der Gläubigen am Weltmissionssonntag möglich“ seien
und verwies auch auf den 110. Gründungstag der Päpstlichen Missionsunion (POM),
die Papst Paul VI. als „Seele“ der Päpstlichen Missionswerke bezeichnet hatte.
Hoffnungsträger
in einer schwierigen Zeit
In
einer Zeit, die von geopolitischen Krisen und bewaffneten Konflikten
erschüttert wird, wies das Kirchenoberhaupt den Päpstlichen Missionswerken eine
entscheidende Rolle als Hoffnungsträger und Friedensstifter zu.
„In
diesem Zusammenhang erfüllt das Päpstliche Kindermissionswerk eine besonders
wertvolle Aufgabe, indem es Kindern auf der ganzen Welt, insbesondere in
Regionen, die von Hass und Gewalt heimgesucht sind, das Licht des Glaubens und
den Trost der christlichen Nächstenliebe bringt,“ betonte der Papst und
würdigte auch das Werk des Heiligen Apostels Petrus, welches die Ausbildung
einheimischer Priester und Ordensleute sichert.
„Eins
in Christus, vereint in der Mission“
Das
diesjährige Thema des Weltmissionssonntags „Eins in Christus, vereint in der
Mission“ beschrieb Papst Leo als Arbeitsauftrag für die Zukunft der gesamten
Kirche und lud alle dazu ein, „die Dringlichkeit einer fortwährenden
missionarischen Umkehr anzunehmen und gemeinsam nach Wegen zu suchen, eine missionarische
Kirche für die Heilung unserer Welt zu sein, die von Spannungen, Konflikten und
Kriegen geprägt ist.“
Papst
Leo erinnerte die Anwesenden daran, dass die Arbeit der Päpstlichen
Missionswerke „für die weltweite Evangelisierung unverzichtbar“ bleibe und jede
Form kirchlicher Mission auf Christus ausgerichtet bleiben müsse.
Jesus
ins Zentrum stellen
„Bei
allem, was wir für das Werk der Evangelisierung tun, müssen wir stets Jesus
Christus ins Zentrum stellen und das schöne Prinzip des Evangeliums hochhalten,
das Johannes der Täufer wie folgt ausgedrückt hat: ‚Er muss wachsen, ich aber
geringer werden' (Joh 3,30)“, so sein Appell.
Abschließend
vertraute der Papst die Mitarbeiter, Wohltäter und Unterstützer der
Missionswerke der Fürsprache Mariens, „Königin der Missionen“, sowie aller
Missionsheiligen an und erteilte ihnen seinen Apostolischen Segen.
Generalversammlung
in Rom
Die
jährliche Generalversammlung der Päpstlichen Missionswerke (POM) findet derzeit
in Rom statt. Die Tagung, an der über 100 nationale Direktoren aus aller Welt
teilnehmen, ist für den Zeitraum vom 27. Mai bis zum 3. Juni angesetzt.
Vn
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