DE.IT.PRESS
Notiziario Religioso della comunità italiana in
Germania - redazione: T. Bassanelli
- Webmaster: A. Caponegro IMPRESSUM
Notiziario religioso ottobre 2026
Il Rosario di ottobre per la pace, la mano tesa di Maria e la nostra
Dalla grotta di Lourdes Leone XIV invita i fedeli a
pregare il Rosario per tutto ottobre perché cessino le guerre, accompagnando la
preghiera con penitenza e misericordia. Una scelta che potrebbe sembrare una
scappatoia, ma che parte da una certezza: la pace è un dono da accogliere e far
fruttificare - di Cristiana Dobner
Pace sempre desiderata, sempre invocata. Cercata, troppo
spesso la storia lo dimostra, attraverso conquiste, carneficine e
sottomissioni.
È questa la pace a cui tutti aspirano?
Papa Leone ha continuato a richiamare tutti, non solo i
cristiani, non solo i credenti ma tutti coloro che nella nostra attuale storia
posseggono o detengono un potere decisionale, ad attuare un percorso di pace, a
concretare un quotidiano in cui tutti possano vivere da persone non
attanagliate da crimini, pericoli, attacchi, bombe e droni che colpiscono gli
inermi e distruggono.
Il Suo sguardo vuole una pace che possa dirsi “disarmata
e disarmante”.
In gioco vi sono però potere, guadagno economico,
prestigio.
Ora solo l’invito appare inefficace, Leone XIV ne è
perfettamente consapevole, per questo, davanti alla grotta dell’apparizione
della Madre di Dio a Bernardette, ha puntato nel profondo:
oggi invito tutti i fedeli e tutte le comunità cristiane
a pregare il santo Rosario, durante il prossimo mese di ottobre, con la
particolare intenzione che cessino le guerre e si faccia pace tra i popoli in
conflitto. Accompagniamo la preghiera con atti concreti di penitenza e di
misericordia e con l’impegno di favorire sempre il dialogo e la
riconciliazione.
Potrebbe sembrare una scappatoia, un gesto ripetitivo se
non fosse che alla sua radice vi è una certezza: la pace è un dono.
Il dono si accoglie con stupore, con gratitudine.
È necessario però farlo fruttificare, perché è fecondo
nella misura in cui incide nella persona, nelle persone e in tutto il loro
contesto quotidiano.
La richiesta è severa: atti concreti di penitenza, di
privazione, di cessione di sé dinnanzi al bisogno altrui, con uno sguardo che
si apra agli altri e non si rinchiuda se stessi.
Tuttavia rimane ancora fermo ad un livello orizzontale,
da non sottovalutare certamente ma privo di luce. Se si solleva però lo
sguardo, distogliendolo da sé, chi incontra?
Meglio CHI si incontra?
Miriam di Nazareth, la Vergine che ha accolto l’annuncio
dell’angelo e ha donato all’umanità Gesù, il Principe della Pace.
Chi meglio di una Madre può condurre su sentieri di pace?
Chi meglio di questa Madre intercede, cioè sa collocarsi
nel posto giusto, quello corretto? Intercedere significa stare in mezzo. Non
vuol dire intromettersi, entrare in rapporti o faccende che non riguardano.
Intercedere vuol stare in mezzo: fra il nostro io che
cerca ma annaspa, fra l’io di tutti coloro che non cercano, di tutti coloro che
vogliono la guerra e non ambiscono alla pace.
Miriam, la Madre, porge la Sua mano a ciascuno e guida
tracciando gesti, passi, sentieri in cui la pace regna. Rivolta al Padre è
l’altra Sua mano, in cui la nostra mano è resa da Lei colma di pace, con tutte
le ombre annullate, tutto è reso limpido, trasparente.
Allora il dono della pace è pronto per discendere
sull’umanità intera ed effondersi in luce nuova che nessuno può alterare o
spegnere.
Se è vero che la Mano di Miriam è sempre tesa verso di
noi, è ugualmente vero che noi consegniamo la nostra mano disarmata e
disarmante?
Non siamo dinnanzi ad un automatismo, siamo dinnanzi alla
provocazione più seria e reale che una creatura possa ricevere: accolgo quella
Mano, la faccio mia oppure la rifiuto e precipito nel buio della guerra?
Qui, ognuno e ognuna di noi, può diventare intercedente
se le scelte rispondono all’invito di Papa Leone: preghiera, guardare a Lei,
dalle sue mani apprendere la postura orante; penitenza: eliminare il superfluo
e il lusso ma anche sapersi negare quanto può essere necessario e vitale per
chi è allo stremo; misericordia: cuore aperto e dilatato verso tutti.
Non siamo soli e abbandonati nel buio. L’oscurità è
trapassata dalla luce delle Sue mani, lasciamo che ci stringano e rendiamone
grazie con la preghiera del Rosario in uno slancio filiale. Sir 28
Papa in Francia: “Lourdes santuario della speranza cristiana”
Il Papa ha trascorso il terzo giorno del viaggio in
Francia interamente a Lourdes. Centrale il tema della "massima
vigilanza" sugli abusi e quello della tutela della vita. No alla
"morte programmata". In serata la processione "aux
Flambeaux" – di M.Michela Nicolais
“Davanti alle correnti attuali che cercano di ridefinire
il valore della vita umana di fronte alla malattia, alla sofferenza o alla
vecchiaia, la Grotta di Massabielle si erge come un santuario della speranza
cristiana”. Ne è convinto Leone XIV, che nell’omelia della messa presieduta
alla Prairie del Santuario di Nostra Signora di Lourdes, davanti a 150mila
persone e 7milla malati, si è subito rivolto a questi ultimi: “Qui, nessuna
fragilità viene respinta. Le vostre stampelle, le vostre sedie a rotelle, le
vostre lacrime nascoste non sono ostacoli: sono il luogo per eccellenza in cui
siete pienamente rispettati, accolti e trasfigurati dall’amore infinito di
Dio”. Prima dell’Angelus, l’appello a recitare il Rosario, nel mese di
ottobre, affinché “ cessino le guerre e si faccia pace tra i popoli in
conflitto”. In serata la processione “aux Flambeaux”, la prima volta per un
Pontefice: “Bisogna venire qui a fare questa processione con voi, cari malati,
per percepirne pienamente la realtà”.
Massima vigilanza sugli abusi. La terza giornata del
viaggio del Papa in Francia, interamente trascorsa a Lourdes, è cominciata
incontrando i vescovi della Conferenza episcopale francese, esortati a
continuare a contrastare la “dolorosa piaga degli abusi”, sulla quale occorre
mantenere la “massima vigilanza”.
“Non lasciatevi scoraggiare dagli errori, dalle
incoerenze o persino dalle cadute”, l’’esortazione papale. Tema, questo,
ripreso anche nella parte centrale dell’omelia, il cui Leone – che nel
pomeriggio ha incontrato in privato sette vittime di abusi da parte di membri
del clero – si è soffermato sulla “esigenza di conversione coinvolge la Chiesa
nel suo pellegrinaggio terreno”. La Chiesa “deve avere il coraggio di vivere
questa conversione”: “Per guarire dalle ferite profonde, dalle infedeltà e dai
dolorosi smarrimenti commessi al suo interno, dobbiamo porci umilmente sotto lo
sguardo purificatore del Signore”.?
“Riconoscere i nostri errori è indispensabile per la
crescita spirituale”, come scriveva sant’Agostino: “Ti dispiaccia sempre ciò
che sei, se vuoi guadagnare ciò che non sei “.
La dignità non si misura. “È impossibile considerare
normale togliere la vita. Ciò che è legale non è necessariamente morale”.
Anche da Lourdes, come aveva fatto a Parigi, il Papa ha
usato parole ferme e chiare per riaffermare che “la persona umana è degna per
il semplice fatto di esistere e di avere come fine l’eternità”: “La sua dignità
non si misura e non si discute”.
“So che per alcuni di voi, a causa di particolari
patologie e di dolori talvolta terribili, l’orizzonte può apparire cupo,
incerto, senza via d’uscita”, ha detto Leone XIV incontrando gli operatori e
gli assistiti dell’Accueil Notre Dame, struttura sanitaria che accoglie anziani
e malati: “Ma nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra
dignità”. Al contrario, per il Papa, “è proprio in nome di questa dignità
inalienabile della persona umana che la tentazione di togliere la vita con il
pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta”.
No alla morte programmata. “Nessuno ha il diritto, mai,
sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un
determinato embrione o di una determinata persona anziana!
La medicina non potrà mai farsi serva della morte
programmata!”, il monito: la vocazione degli operatori sanitari è “prendersi
cura di una persona che soffre, e non eliminarla”. “Siate servitori
appassionati della vita”, l’invito ai presenti, esortati, da un lato, “a
sviluppare senza sosta le strutture di cura palliativa e di ricerca; dall’altro
ad accompagnare con tenerezza i malati, come avviene qui a Lourdes”.
Non temere le tempeste del mondo. Al termine dell’omelia
alla Prairie del Santuario di Nostra Signora di Lourdes, il Papa si è rivolto
nuovamente ai malati: “Siete davvero nel cuore della Chiesa, e il vostro ruolo
è insostituibile”.
“Non ripartirete da Lourdes come siete arrivati:
ripartirete come missionari della speranza”, ha garantito Leone XIV: “È il
miracolo di questo luogo: suscitare la gioia della speranza proprio nel cuore
della prova e del dolore. La Vergine Maria risana i nostri sguardi e trasfigura
i nostri cuori donando loro la pace”. “Siate, nei vostri paesi, nelle vostre
diocesi e nelle vostre famiglie, testimoni attivi di questa forza e di questa
tenerezza divine”, l’augurio finale: “Non temete le tempeste del mondo: la
Santa Madre di Dio veglia sul vostro cammino, avvolge la Chiesa nel suo manto
di tenerezza e, come radiosa Stella del mattino, guida i vostri passi per farvi
nascere, nella gioia, alla vita stessa del suo Figlio Gesù”. Sir 27
112ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato
Minori migranti, quasi 53 milioni in fuga nel mondo. Uno
su cinque tra gli arrivi in Europa
Sono oltre 53 milioni i bambini nel mondo costretti alla
fuga per guerre, violenze e disastri climatici, mentre più di 500 milioni
vivono in aree di conflitto. In vista della 112ª Giornata mondiale del migrante
e del rifugiato, Papa Leone XIV richiama la responsabilità di tutti nella
tutela dei minori migranti, spesso vittime di sfruttamento, tratta e violenze
lungo le rotte della migrazione. Cresce l’allarme per i rischi di abusi,
sfruttamento e morte lungo le rotte verso l’Europa, con l’Italia prima porta
d’ingresso dei minori migranti – di Patrizia Caiffa
Nel mondo sono quasi 53 milioni i bambini costretti alla
fuga a causa di conflitti, violenze e disastri climatici. Di questi, circa 19,1
milioni sono rifugiati o richiedenti asilo all’estero, 29,4 milioni sono
sfollati interni per via delle guerre e 4,4 milioni sono sfollati a causa di
emergenze ambientali. A queste cifre si aggiungono almeno 37 milioni di minori
migranti internazionali che si spostano spinti da povertà e miseria. In totale,
oltre 500 milioni di bambini vivono oggi in zone di guerra, esposti al collasso
dei servizi sanitari ed educativi e a gravi crisi nutrizionali.
L’appello di Papa Leone XIV. L’attenzione sui minori
migranti è stata posta oggi da Leone XIV dopo l’udienza generale in Vaticano:
in vista della 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si
celebra la prossima domenica 27 settembre 2026 sul tema “Anche uno solo di
questi bambini”, il Papa ha rivolto un appello “alla responsabilità di tutti:
ognuno si senta coinvolto nella vita di questi ragazzi che vanno sempre
tutelati e assistiti”, denunciando le “sofferenze indicibili, violenze,
torture, sfruttamento e condizioni traumatiche” vissute dai giovanissimi
“costretti ad abbandonare la propria terra” e spesso perdendo la vita lungo le
rotte migratorie.
Violenze, abusi e diritti calpestati. Lungo i tragitti
migratori, bambini e adolescenti migranti affrontano infatti abusi di ogni
genere. Molti finiscono vittime di tratta, lavoro forzato, reclutamento in
gruppi armati o detenzione arbitraria. Le ragazze e le bambine sono esposte a
un alto rischio di violenze di genere e abusi sessuali. A ciò si sommano i
pesanti traumi psicologici derivanti dalla perdita della scuola, dalla
separazione dai familiari e dalla costante minaccia per la vita. Garantire
protezione, cure e inclusione a questi minori è un dovere morale e giuridico
improrogabile per la comunità internazionale.
L’Europa e le rotte della disperazione. L’Europa continua
a rappresentare una delle mete principali per chi scappa da conflitti e
povertà. Nel corso del 2025, sono giunti nel continente europeo oltre 155.100
tra rifugiati e migranti via mare, dei quali più di 35.300 erano minorenni. Nei
primi mesi del 2026, gli arrivi complessivi hanno superato quota 37.200, con
una proporzione costante di un minore ogni cinque persone. La rotta del
Mediterraneo si conferma drammatica: dal 2015 a oggi oltre 33.600 persone vi
hanno perso la vita, con un bilancio tragico lungo la via verso l’Italia dove
si registra la morte di un bambino al giorno nell’arco di un decennio. Nei
Paesi di primo approdo e lungo la rotta balcanica, le strutture di accoglienza
risultano spesso sovraffollate, aumentando i rischi di emarginazione.
L’Italia: prima porta d’ingresso per i minori migranti.
L’Italia si conferma il primo Paese d’arrivo per i minori rifugiati e migranti
in Europa. Nel corso del 2025 sono sbarcate 66.300 persone, tra cui oltre
14.000 minori. La grande maggioranza – circa 12.000 – è giunta senza genitori o
adulti di riferimento (Minori stranieri non accompagnati – Msna). Al 31 maggio
2026, nel sistema di accoglienza italiano si contavano oltre 14.300 minori
soli. Per rispondere a queste fragilità, l’Unicef e il Ministero dell’Interno
hanno promosso il programma Protect+ per rafforzare l’identificazione precoce e
la presa in carico di oltre 45.000 persone vulnerabili. Sir 27
Leone XIV ricorda alla Francia le proprie radici, e invoca il principio
della sana laicità
Il primo discorso di Leone XIV a corpo diplomatico e
società civile è un appello alla Francia perché guardi alle sue radici. Di
Andrea Gagliarducci
Parigi. Non c’è mai la parola eutanasia, nel discorso che
Leone XIV tiene al corpo diplomatico e alla società civile di Francia, nel
primo discorso del suo viaggio della “figlia primogenita” della Chiesa che ha
approvato una legge che liberalizza la pratica della "dolce morte".
Perché il tema, per il Papa, è ancora più grande. Ovvero, superare proprio
l’idea di fare dell’essere umano qualcosa di cui ci si possa disfare – e
infatti il Papa parla di “morti programmate”, e non è poco, e ribadisce la
centralità del diritto alla vita - e farlo considerando il ruolo fondamentale
della religione nella vita pubblica, attraverso quella giusta laicità che, dice
Leone XIV, “non consiste quindi nell’escludere la religione dalla sfera
pubblica o dall’istruzione, ma nell’impegnarsi affinché lo Stato e le
istituzioni religiose dialoghino tra loro e uniscano le loro forze al servizio
del bene comune, affinché il mondo abbia vita”.
Leone XIV ci ha abituato a discorsi densi, e questo non
fa eccezione. L’arrivo a Parigi prevede tutto il normale iter istituzionale:
l’incontro con il presidente francese Emmanuel Macron, che non sarà alla Messa
– ma nemmeno i suoi predecessori Chirac e Sarkozy c’erano stati, la laicitè in
Francia si nota anche da questi dettagli – ma che ha cercato di essere in tutti
i modi co-protagonista di un viaggio che per il Papa è soprattutto pastorale;
il passaggio all’Eliseo; e poi il consueto incontro con il corpo diplomatico,
che precede quello che il Papa terrà nel pomeriggio all’UNESCO.
Nel suo discorso, tenuto in francese, il Papa si appella
alla storia della Francia, e la declina per quello che è: la storia di una
nazione dalle grandi radici cristiane, fatta di opere cristiane che sono ancora
presenti e vive, da cui è partito un grande esempio per il mondo. Ci sono anche
alcune puntualizzazioni. Come quando, alla fine del suo intervento, il Papa
chiede ai francesi di non “rassegnarvi mai alla prospettiva di una guerra
considerandola inevitabile”, ma anzi “a promuovere senza sosta il dialogo e la
diplomazia”.
Il Papa comincia ricordando le sue origini familiari, che
sono anche lontanamente normanne e bearnesi, e lodando la Francia e il suo
“vasto patrimonio culturale e religioso”, notando come da secoli la Francia “risplende
come un faro culturale, artistico e spirituale, non solo in Europa, ma anche
nel mondo”, forte delle sue “scuole, cattedrali, università e accademie”,
notando come “l’illuminazione di menti francesi d’eccezione, che erano al
tempo stesso grandi cattolici, sottolinea quanto le scienze, le arti, la
letteratura e la filosofia possano contribuire al bene dell’umanità, quando
sono orientate alla ricerca del bello, del bene e del vero, affinché il mondo
abbia la vita”.
Leone XIV rimarca che l’eccellenza francese si nota in
vari ambiti, e si è visto in particolare nel cantiere di Notre-Dame, per il
quale ha ringraziato anche le istituzioni, notando come “la recente riapertura
della cattedrale alla celebrazione del culto divino, così come ai visitatori di
tutto il mondo, non è solo il coronamento di un’impresa tecnica, ma il simbolo
di una speranza ritrovata, la prova che ciò che si credeva distrutto per sempre
può rinascere grazie alla collaborazione di tutti, e la testimonianza di
un’unità realizzata nello sforzo comune”.
Leone XIV però ricorda anche le “ricche radici cristiane”
della Francia, che affonda le sue origini ai tempi di Ireneo e al Battesimo di
Clodoveo, e che passa attraverso il Rinascimento, il Grand Siécle, fino
all’Illuminismo, del quale il Papa ricorda la parte più cattolica, ovvero “il
riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, e
in particolare la libertà religiosa”.
Anzi, il motto francese “libertà, uguaglianza e
fraternità non sono semplici parole incise sui frontoni dei vostri edifici
pubblici, ma rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel
messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione”,
e non è un caso che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è stata
non a caso nella città di Parigi, e il Papa lo ricorda, come ricorda che un
“ruolo di primo piano” nella sua elaborazione è stato svolto dal giurista
francese e Premio Nobel per la Pace René Cassin. È un modo, questo, di
richiamare la Francia alle sue radici.
Leone XIV nota che “la questione del rispetto della
dignità umana e dei diritti e delle libertà fondamentali che derivano dalla
natura umana si pone in ogni epoca e deve accompagnare l’evoluzione della
società e il progresso tecnico”.
Leone XIV guarda alla sua enciclica Magnifica Humanitas,
la inquadra nella necessità di “riportare la persona umana al centro di ogni
riflessione”, sottolinea che “è urgente formare le menti a un discernimento
etico, capace di riconoscere ciò che è moralmente buono”, perché questo è
fondamentale per “riconoscere il vero bene che fa crescere l’uomo secondo la
sua vocazione primaria, nel rispetto incondizionato della sua libertà interiore
e della sua sacra dignità”.
È un dialogo “tanto più urgente nel contesto della
Francia odierna, dove persone di diverse appartenenze culturali e religiose
sono chiamate a convivere per dare il proprio contributo alla costruzione della
società”.
Ma la Francia, nota il Papa, “da secoli si distingue per
l’attenzione alla diversità e per un forte desiderio di solidarietà”, e lo fa
anche grazie all’opera di “uomini e donne rimasti fedeli alla loro umanità e ai
valori del Vangelo,” che hanno sempre operato per i più bisognosi, come fece
San Vincenzo de’ Paoli, le cui “testimonianze di attenzione e di servizio
costituiscono una vera e propria scuola di umanità sulla grandezza della cura e
un vibrante richiamo al valore unico e insostituibile di ogni essere umano”, e
rappresentano anche “un invito alla rinnovata fraternità che richiede di
imparare ad accogliere la vita senza condizioni, a sostenere la fragilità con
tenerezza, ad accompagnare con rispetto e nella fiducia reciproca ogni tappa
dell’esistenza, e a difendere con coraggio e compassione coloro che non hanno
voce o che non si sentono sufficientemente sostenuti”.
Leone XIV sottolinea che oggi c’è “la tentazione di
aspettarsi dalla scienza una soluzione e un conforto per tutte le nostre
sofferenze”, ma si rischia di “cadere nell’illusione”, perché “quando la
scienza e la tecnologia non sono guidate dalla coscienza, possono proporre
soluzioni immediate che sembrano rispondere ai desideri e alle sofferenze degli
uomini e delle donne, ma che in realtà possono allontanarli gravemente dal bene
a cui aspirano profondamente”.
Il Papa nota “con preoccupazione le attuali derive delle
società che rischiano di distorcere la scienza e la tecnologia trasformandole
in imprese lucrative che favoriscono le manipolazioni genetiche, la maternità
surrogata, l’acquisto di organi o l’offerta di una morte programmata” – e qui
il riferimento all’eutanasia è forte e preciso.
Il Papa chiede di non dimenticare “che il rispetto
reciproco e la tutela della vita di ogni persona umana sono una responsabilità
di ciascuno e di tutti, che inizia con una conversione dell’intelletto e del
cuore e richiede un impegno reale e disinteressato verso i nostri fratelli e le
nostre sorelle”.
Ma questo impegno è anche “espressione della giusta
laicità”, perché “il cristiano coinvolto nella vita pubblica, che agisce alla
luce della propria coscienza illuminata dalla fede, non può essere considerato
un proselitista o una minaccia all’unità della patria. Infatti, la vera laicità
non esclude la dimensione religiosa, ma, al contrario, sa trarne vantaggio come
risorsa educativa”.
Per questo, la scuola cattolica “occupa un posto di
rilievo nel panorama educativo di un Paese come la Francia, e il Papa
sottolinea che la giusta laicità non esclude la religione della vita publbica,
ma piuttosto un dialogo, come accade nell’ambito dell’Istanza di dialogo tra la
Santa Sede, la Chiesa cattolica in Francia e il Governo francese, poiché
“l’instancabile opera della Chiesa cattolica, attraverso la ricchezza delle sue
espressioni e istituzioni, è certamente preziosa e lodevole per il benessere
dell’intera società”.
Ma questa cooperazione tra Stato e Chiesa si nota anche
nella cooperazione tra Francia e Chiesa cattolica al servizio dei cristiani
d’oriente, che si esprime in particolare in collaborazione con Aiuto alla
Chiesa che Soffre e L’Œuvre d’Orient, e che è “una testimonianza eloquente in
cui cultura e fede si presentano come i pilastri che favoriscono l’armonia tra
diversi popoli e religioni al servizio della pace e della mediazione tra gli
uomini”.
Nota Leone XIV che “anche in questo ambito l’educazione
costituisce una sfida particolarmente importante. Essa rimane infatti uno dei
principali settori di cooperazione, trovando in particolare un’espressione
concreta e feconda attraverso il Fondo per le scuole d’Oriente. A questo
proposito, desidero esprimere la mia gratitudine a tutte le persone impegnate
in questo progetto che, sin dalla sua fondazione nel 2021, ha permesso di
fornire sostegno a oltre duecentosessanta istituti scolastici in Medio Oriente,
tra cui sette Università in Libano e l’Università di Betlemme”.
Questo porta il Papa a guardare al Medio Oriente, dove si
vive “il flagello della guerra” di fronte il quale non si deve essere
indifferenti, poiché “la gravità di queste situazioni deve interpellarci e
chiama ciascuno, là dove si trova, a una vera conversione del cuore e a un
cambiamento di atteggiamento”.
Leone XIV sottolinea che “la pace non è un equilibrio di
forze, ma si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia”, e
per questo esorta “a non rassegnarvi mai alla prospettiva di una guerra
considerandola ‘inevitabile’, ma a promuovere senza sosta il dialogo e la
diplomazia, al
fine di preservare società pacifiche, rispettose della
dignità e dei diritti della persona e dei popoli”.
Conclude il Papa: “Di fronte ai rumori di guerra e alle
crisi multiformi che scuotono il nostro mondo, la Francia ha la vocazione di
rimanere un instancabile artefice della pace e del multilateralismo, in
particolare all’interno della nostra cara Europa”.
Ed esorta: “Possa la Francia, fedele ai propri valori,
tracciare il solco di una pace disarmata e disarmante, e offrire con
responsabilità il proprio insostituibile contributo a favore della pace. Che la
vostra libertà cresca incessantemente nell’impegno per il bene comune; che la
vostra fraternità abbracci l’intera umanità; e che l’uguaglianza a cui aspirate
si fondi sempre sui fondamenti della giustizia e della carità, senza eliminare
le differenze tra le persone, ma facendole fruttificare armoniosamente a
beneficio di tutta la società”. Aci 25
«La monotonia non è un difetto del Rosario, è la sua
struttura. Anche il respiro è monotono, eppure ci tiene in vita. Serve a
consumare la fretta, a spegnere la pretesa di dire cose intelligenti e ci
riporta al livello dei bambini. È l’unica preghiera che un teologo e un
analfabeta possono recitare insieme senza che nessuno dei due si senta fuori
posto». Questo il fulcro della riflessione di don Luigi Maria Epicoco, parroco
di San Francesco di Paola a L’Aquila, che tiene esercizi spirituali in tutta
Italia, sul numero in edicola di Maria con te, il settimanale mariano del
Gruppo Editoriale San Paolo, su come vivere il mese di ottobre legato all’orazione
mariana per eccellenza e in cui cade la festa della Madonna del Rosario.
Proprio nei giorni in cui la Santa Sede ha annunciato che papa Leone XIV, il 1°
ottobre, reciterà un Rosario speciale nella “replica” della grotta di Lourdes
dei Giardini Vaticani con circa 1000 bambini delle parrocchie capitoline, il
teologo, che dal prossimo numero della rivista firmerà la rubrica Vivere il
Rosario, subentrando al servita fra Stefano Bordignon, offre alcuni preziosi
consigli per ottimizzare il valore spirituale di dell’orazione mariana: «Il
modo migliore per prepararsi è scegliere un luogo e un’ora, anche un lasso
breve, e restare fedeli. Non serve moltiplicare le coroncine, ma custodirne una
e, se possibile, recitarla con qualcuno: in famiglia, con un amico al telefono,
con chi è solo. Chi lo prega per un nemico, lentamente, smette di odiarlo. È
un’arma paradossale: non toglie la vita a nessuno, toglie a noi la voglia di
farlo. Non è una preghiera alla Madonna, ma con la Madonna. Non guardiamo
Cristo da soli, ma, come diceva la serva di Dio Natuzza Evolo, con gli occhi di
sua Madre. Lei non trattiene mai nessuno presso di sé: rimanda sempre al
Figlio, che, a sua volta, rimanda al fratello. Un Rosario che ci lascia
indifferenti verso chi ci è accanto non è ancora preghiera: è un esercizio. Chi
prega davvero finisce sempre per “sporcarsi le mani” con chi ha bisogno. E la
carità è la prova che il mistero contemplato ci ha davvero toccati». S. Paolo
press 25
Il 27 settembre la 112a Giornata mondiale del migrante e del rifugiato
“Domenica prossima, 27 settembre, ricorre la Giornata
mondiale del migrante e del rifugiato (GMMR)”. Lo ha ricordato ieri il Santo
Padre, Leone XIV, al termine dell’Udienza generale, facendo risuonare il tema
da lui scelto – “Anche uno solo di questi bambini” – per l’edizione di
quest’anno, la 112a: «Il mio pensiero va ai migranti e ai rifugiati,
specialmente ai minori costretti ad abbandonare la propria terra. I bambini e
gli adolescenti sono i più vulnerabili; spesso vivono sofferenze indicibili:
violenze, torture, sfruttamento, condizioni traumatiche e non di rado perdono
la vita lungo le rotte migratorie. Faccio un appello alla responsabilità di
tutti: ognuno si senta coinvolto nella vita di questi ragazzi, che vanno sempre
tutelati e assistiti».
Se sono numerose le iniziative organizzate dalle diocesi,
grazie agli Uffici Migrantes, per celebrare a livello locale la GMMR – se ne
può trovare una selezione nel notiziario digitale migrantesonline.it – la
Chiesa italiana si ritroverà idealmente riunita a Siena, nella S. Messa che
sarà celebrata il 27 settembre 2026 alle ore 11.00 nella Basilica di San
Bernardino all’Osservanza.
La celebrazione sarà presieduta dall’arcivescovo di
Siena-Colle Val D’Elsa-Montalcino e vescovo di Montepulciano-Chiusi-Pienza, il
card. Augusto Paolo Lojudice, presidente della Conferenza episcopale toscana.
Concelebrerà anche mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale della
Fondazione Migrantes. Annunciata anche la presenza di esponenti delle
istituzioni, dell’Università e del mondo produttivo. La Toscana è, infatti –
come avviene ogni anno, a rotazione – la Regione ecclesiastica individuata
dalla Chiesa italiana per seguire e accompagnare con particolare attenzione la
Giornata.
La Fondazione Migrantes ha predisposto, come di consueto
per l’occasione, il manifesto (in coda a questa nota: il disegno è di Federica
Morselli); e una serie di storie e materiali di approfondimento raccolti in un
numero speciale del mensile Migranti Press, aperto dall’editoriale del
presidente della Fondazione Migrantes, S.E. mons. Corrado Lorefice.
«In un mondo che costruisce muri – ha dichiarato mons.
Felicolo –, noi scegliamo le strade; in un tempo che separa, noi scegliamo di
incontrarci; in una società che teme il futuro, noi scegliamo la speranza.
Tutto converge in un’unica chiamata: custodire la mobilità umana come luogo
teologico, sociale e politico dove si rivela la verità dell’umano». Migr. 24
L’intervento di mons. Felicolo al Convegno nazionale delle Missioni
cattoliche italiane in Germania
Si è aperto questa mattina a Napoli il Convegno nazionale
delle Missioni cattoliche italiane in Germania, promosso dalla Delegazione
nazionale delle Missioni cattoliche italiane in Germania, in programma dal 21
al 25 settembre 2026 nel capoluogo campano sul tema “Oltre le frontiere. Essere
Chiesa ovunque tu vada”.
Ad aprire i lavori, mons. Pierpaolo Felicolo, direttore
della Fondazione Migrantes, e Antonio Bonifacio, direttore regionale della
Fondazione Migrantes per la Conferenza episcopale campana. A seguire, c’è stata
la relazione annuale di don Gregorio Milone, delegato nazionale delle Missioni
cattoliche italiane in Germania.
“Come Fondazione Migrantes – ha detto mons. Felicolo -,
la Chiesa Italiana ci ha affidato un compito importante: osservare e
approfondire i fenomeni migratori, rimanere attenti a ciò che accade, per
essere sempre pronti a camminare accanto ai migranti. Seguiamo gli italiani che
partono da ciascuna diocesi del nostro Paese fino ai luoghi in cui decidono di
risiedere, sia in Europa che oltreoceano”.
Appunto, “Oltre le frontiere” come recita il titolo del
Convegno, che il direttore generale della Fondazione Migrantes ha declinato
così: “Dobbiamo essere spinti dall’obiettivo di costruire una cultura della
fraternità e della solidarietà, che ci aiuta a superare stereotipi e
pregiudizi, oggi ancora presenti quando parliamo di migrazione. Da qui
quell’oltre richiamato dal titolo, oltre le frontiere, oltre le divisioni e le
identità. Probabilmente, anche, oltre noi stessi e le nostre strutture,
lasciandoci trasformare dalla migrazione e dalle differenze senza mai perdere
di dignità”.
Infine, una menzione anche del Messaggio di papa Leone
XIV per la imminente Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (27
settembre 2026). Il Pontefice nel testo fa riferimento a una “responsabilità
umanitaria e spirituale condivisa” in ragione della quale “le comunità di fede
sono chiamate a costruire spazi in cui ogni ragazza e ogni ragazzo siano
rispettati e valorizzati nelle rispettive identità culturali”. Così ha
commentato mons. Felicolo: “Non solo le persone migranti perché protagonisti di
progetto migratorio, ma anche chi deriva da progetti migratori, chi ha una
storia migratoria alle spalle e sta ancora costruendosi il suo angolo felice
nel mondo. In una epoca in cui la cifra migratoria contraddistingue il tempo
storico da noi tutti vissuto, nessuno è escluso dal richiamo a questa
responsabilità umanitaria e spirituale. Migr. 22
Alla vigilia della visita di Papa Leone in Francia,
l’arcivescovo di Parigi racconta una Chiesa attraversata da giovani cercatori
di senso, ferite e nuove attese – di M. Chiara Biagioni
(da Parigi) “La visita del Papa chiede a tutti di
metterci in suo ascolto. Ma anche il Papa viene per ascoltare e conoscere
questa Chiesa che è in Francia”. Sarà dunque un viaggio caratterizzato da
grandi eventi con grandi numeri ma segnato anche da incontri più discreti e di
ascolto reciproco come quello a Parigi all’Istituto cattolico di Parigi con i
membri dell’assemblea sinodale provinciale e alla Maison Bakhita, con le
associazioni che si occupano sul territorio di vulnerabilità e migrazione. Alla
vigilia della partenza di Papa Leone, è mons. Laurent Ulrich a raccontare al
Sir la Chiesa e il Paese che il Santo Padre troverà. L’arcivescovo parte
proprio da questo “movimento” di persone, per la maggioranza giovani adulti
sotto i 40 anni, che chiedono di battezzarsi. Un numero mai visto prima, in un
Paese fortemente secolarizzato, segnato dagli scandali degli abusi sessuali,
che gli stessi vescovi davano ormai in via di “sparizione”. E invece quest’anno
la Francia ha registrato a Pasqua più di 20.000 battesimi di adulti e
adolescenti, con un aumento del 20% rispetto all’anno precedente (2025) che già
aveva fatto segnare il record del numero più alto di battesimi di adulti a
Pasqua negli ultimi due decenni. La maggior parte dei convertiti sono giovani
adulti tra i 18 e i 25 anni, seguiti da vicino dalla fascia tra i 26 e i 40
anni.
Eccellenza, partiamo da qui. Lei personalmente come si
spiega questo movimento?
C’è una generazione di giovani sotto i 40 anni che sente
di non aver ricevuto molto, dal punto di vista spirituale, dalla generazione
precedente, quella dei propri genitori. Non voglio dire che i genitori della
generazione precedente non abbiano trasmesso nulla. Ma, sembra che fossimo
concentrati più sul benessere e su tutto ciò che vi ruota intorno, e meno sulla
costruzione di una struttura interiore capace di aiutarci ad affrontare le
sfide della vita. E’ ciò che sta facendo Papa Leone, così come aveva fatto, in
modo diverso e con un temperamento diverso, Papa Francesco. Oggi questi
giovani, parlo della generazione sotto i 40 anni, desiderano una vita
spirituale che li aiuti a vivere concretamente a vivere i propri impegni: al
servizio degli altri, della nazione, della pace, dell’educazione e di tutte
quelle che sono le grandi questioni della vita. La cosa interessante è che non
si tratta semplicemente di una generazione, diciamo, di persone ‘pie’.
È una generazione che desidera avere una fede
strutturata, capace di sostenere i propri impegni e le proprie scelte di vita.
Sono cercatori di senso e desiderosi di agire.
Quali sono le sue aspettative rispetto a questa novità
che si è manifesta nella vostra Chiesa?
La questione è: come può la Chiesa accogliere queste
persone? E come può la Chiesa lasciarsi trasformare dal loro arrivo? Perché
inevitabilmente questo movimento cambierà la Chiesa. Ma come? E quanto siamo
disposti noi a accogliere il nuovo che entra? Ne parleremo con il Papa sabato
mattina all’Istituto Cattolico di Parigi, davanti all’assemblea incaricata di
riflettere su questa questione.
Che Paese troverà il Papa?
Troverà un Paese che, diciamo, sta attraversando una fase
di difficoltà e fatica a delineare un progetto per il futuro.
Un Paese che ha reagito con vigore ma che è stato
profondamente segnato dalla crisi sanitaria del Covid nel 2020 e nel 2021. Da
una parte, c’è stata una forte capacità di reazione da parte dello Stato e, più
in generale, della collettività, che si è mobilitata per prendersi cura gli uni
degli altri, aiutarsi e sostenersi a vicenda. Ma la pandemia ha messo il Paese
in una situazione economica difficile, dalla quale sentiamo di non esserci
ancora ripresi del tutto. E questo, credo, sia molto preoccupante. È probabile
che, per molte persone, sia stato anche il punto di partenza di una ricerca.
Il Paese sta vivendo anche un periodo politico
estremamente caldo in vista delle elezioni presidenziali il prossimo anno. Cosa
ci si aspetta dal Papa?
Il Papa non viene per risolvere o curare un clima
pre-elettorale. Il Papa non si presenta come un politico e non arriva con un
programma politico. Si presenta piuttosto con quelle che lui definisce ‘parole
disarmanti’: parole cioè capaci di ristabilire la comprensione all’interno di
un popolo e un certo senso di unità. Credo che in un momento come questo, i
diversi partiti e i possibili candidati abbiano soprattutto bisogno dal Papa di
parole che aiutino la riconciliazione, piuttosto che di parole che potrebbero
ferire ulteriormente l’unità nazionale. Quindi possiamo aspettarci che pronunci
parole rassicuranti, capaci di ispirare il desiderio di vivere insieme e di
costruire un Paese unito. Ma non credo che si possa dire molto di più. Del
resto, spetta al Papa dire quello che deve dire.
E poi ci sono stati gli abusi sessuali che hanno causato
dolore, delusione, perdita di fiducia. Pensa che questa visita del Papa possa
contribuire a sanare queste ferite?
Il Papa incontrerà alcune vittime e, attraverso questo
incontro, vuole semplicemente mostrare il normale atteggiamento di un pastore
che incontra e ascolta la gente.
Non cercherà di fare scalpore, né di dare l’impressione
che tutto questo possa essere risolto con un semplice incontro.
Conosce e ha letto i dossier. Non è estraneo a questa
realtà. Ha familiarità con tutti i rapporti che sono stati pubblicati e con
tutto ciò che ne è seguito. Per questo, non è venuto per dimostrare qualcosa a
proposito delle organizzazioni e delle misure che la Chiesa in Francia ha messo
in atto, in particolare dopo il famoso rapporto CIASE del 2021. Non è questo
ciò che vuole dimostrare. Egli intende dire che la Chiesa è pronta a mettersi
di nuovo in ascolto e ad accompagnare le persone con grande vicinanza, amicizia
e rispetto, mantenendo al tempo stesso la giusta distanza. Ciò che il Papa
ritiene essenziale è permettere a coloro che sono stati feriti di sentirsi
ascoltati e accompagnati. Ed è proprio questo ciò che siamo chiamati a fare.
Quindi il Papa dice, in sostanza: «Ciò che voglio dimostrare è che vi ascolto e
che non posso dimenticare né ignorare la vostra sofferenza». E questo è il
segno più importante che posso darvi.
Quali sono le sue attese?
Ho molte attese anche per l’incontro di preghiera a
Notre-Dame. Il Papa viene a Notre-Dame non per visitarla da turista, ma per
vivere Notre-Dame come luogo di preghiera e di pellegrinaggio. Poi la veglia
con i giovani allo Stade de France e la visita alla Maison Bakhita, per
mostrare la sua personale vicinanza alle persone migranti e rifugiate, alle
persone con disabilità, alle persone senza dimora, spesso segnate da esperienze
legate alla prostituzione, al consumo e al traffico di stupefacenti. C’è,
quindi, anche un modo concreto di essere cristiani, presenti e vicini a queste
persone e a questi impegni. Sono questi gli argomenti sui quali ci si aspetta
che intervenga e sui quali anch’io mi aspetto che parli. E sono felice che
tutto questo avvenga qui, a Parigi. Sir 24
Oggi, l'udienza ai membri della Pontificia Accademia
delle scienze nella Sala Clementina - Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano. Un tema quanto mai “attuale” - così
la definisce papa Leone XIV - quella del futuro della scienza in un mondo in
cambiamento: questa è la linea guida del discorso del pontefice ai membri della
Pontificia Accademia delle Scienze ricevuti in udienza nel Palazzo apostolico
in occasione della Sessione Plenaria sul tema “Il futuro della scienza in un
mondo che cambia”. E nel discorso, in lingua inglese, il pontefice non poteva
che far riferimento alla Magnifica Humanitas, papa Leone XIV che pone
l'attenzione ai nuovi strumenti della scienza che “ci danno motivo di sperare
in un futuro migliore per l'umanità”.
Ma il pontefice mette in guardia sempre dai rischi che li
accompagnano: "L'intelligenza artificiale può essere utilizzata per la
sorveglianza, la manipolazione e la discriminazione. Sofisticate capacità
informatiche e armi autonome possono, se sviluppate o impiegate senza adeguata
tutele e senza la supervisione umana, introdurre nuovi pericoli per la
sicurezza e la pace internazionale" precisa il pontefice. Premesso ciò -
continua il papa - nel sottolineare "che il progresso tecnologico non è
mai una questione meramente tecnica. Ogni tecnologia riflette, in modo
esplicito o implicito, una particolare concezione della persona umana, della
società e del futuro che desideriamo costruire" così il pontefice
all'uditorio di stamane.
Il pontefice parla chiaro: "L'avanzamento
scientifico e tecnologico deve quindi essere accompagnato da una corrispondente
crescita della responsabilità. Più grande è il nostro potere di trasformare il
mondo, maggiore deve essere la nostra capacità di discernere ciò che serve
davvero alla dignità umana donata da Dio, di governare con saggezza e di
prenderci cura di coloro che potrebbero subire le conseguenze più gravi delle
nostre scelte".
Nelle parole del pontefice c'è spazio anche al
cambiamento climatico: e noi, oggi, siamo testimoni “di onde di calore,
siccità, inondazioni, tempeste, incendi boschivi e altri disastri naturali con
frequenza e intensità crescenti”. Sono problematiche - che secondo il papa -
“colpiscono più duramente i poveri, le comunità con meno risorse per
adattamenti e coloro i cui mezzi di sussistenza dipendono direttamente dalla
terra, dalle foreste e dagli oceani”. A queste problematiche "non possiamo
rispondere a queste sfide soltanto dopo che il disastro si è già verificato.
Dobbiamo passare dalla risposta all'emergenza alla prevenzione, dalla fragilità
alla preparazione, e da misure a breve termine a una visione saggia e di ampio
respiro per l'umanità".
La cooperazione tra le diverse discipline viene definita
“indispensabile” da parte di papa Leone XIV perché “la resilienza climatica -
propone papa Leone XIV - richiede la collaborazione di scienziati, ingegneri,
economisti, medici e studiosi delle scienze sociali, insieme alle comunità
locali e ai decisori politici”. Sono questi i motivi per cui papa Leone XIV ha
accolto - così continua - "con favore la serie di Summit sulla resilienza
climatica che la vostra Accademia ha promosso negli ultimi due anni, insieme
alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ea partner scientifici
provenienti da molte parti del mondo. È incoraggiante che questi incontri
riuniscano non solo scienziati, ma anche giovani, autorità pubbliche,
rappresentanti della società civile e membri di diverse tradizioni
religiose". Aci 24
Il Papa: “Il progresso tecnico e scientifico dev’essere animato dalla
carità”
La catechesi di oggi, in Piazza San Pietro - Di Veronica
Giacometti
Città del Vaticano. In Piazza San Pietro, il Papa,
continuando il ciclo di catechesi su “I Documenti del Concilio Vaticano II”,
incentra la meditazione di oggi sul “senso dell'attività umana nell'universo”
riflettendo sulla Costituzione pastorale Gaudium et spes. “Continuando il
nostro percorso sulla Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio
Ecumenico Vaticano II, giungiamo al terzo capitolo della prima parte, che ha un
titolo attraente: «L’attività umana nell’universo». La domanda di fondo è
questa: qual è il valore dell’attività umana nel mondo e quindi del progresso
tecnico, sociale, scientifico? Possiamo ricordare che, meno di quattro anni
dopo la chiusura del Concilio, nella notte fra il 20 e il 21 luglio del 1969,
l’uomo avrebbe messo piede per la prima volta sulla Luna”, dice subito il Papa
introducendo la catechesi di oggi ai fedeli riuniti per questa Udienza
Generale.
“Creato a immagine e somiglianza di Dio, l’essere umano è
soggetto di progresso. Con la libertà e l’intelligenza egli aumenta le proprie
conoscenze, facendo così progredire l’intera società. Lo vediamo facilmente
considerando i miglioramenti nelle condizioni di vita nel succedersi delle
generazioni. Per questo, alcuni pensatori hanno presentato il progresso
tecnico-scientifico come qualcosa che indebolisce il rapporto con Dio, fino a
farlo sembrare superfluo, o addirittura come antagonista rispetto alla fede
cristiana”, mette in guardia il Papa.
“E questa lettura ha provocato un cambiamento di sguardo
sul mondo da parte dell’uomo contemporaneo, rispetto alle epoche precedenti. Un
tale pregiudizio si afferma soprattutto in quella parte della cultura
occidentale che ha perso il suo riferimento alla Rivelazione cristiana. Negli
umanesimi post-cristiani l’essere umano e Dio vengono erroneamente presentati
come rivali: per affermare le sue conoscenze, la sua libertà e il suo
progresso, l’uomo dovrebbe emanciparsi da Dio”, continua il Papa nella sua
catechesi.
Ma per il Pontefice “l’umanità – e con essa il lavoro, il
progresso e l’autonomia delle realtà create – non viene assorbita o annullata
dall’incontro con Dio, bensì assunta nella sua interezza, continuando ad
essere, in Cristo, libera e operosa: infatti, è in Lui che essa trova piena
verità e libertà. Inoltre, nella celebrazione eucaristica, il frutto del lavoro
umano, rappresentato dal pane e dal vino, viene posto ogni giorno sull’altare,
per essere trasformato nel Corpo e nel Sangue di Cristo”.
“I cristiani sono coinvolti come tutti nell’edificazione
della città degli uomini, puntando al fine di tutte le cose e all’incontro con
Dio, e ricordando questo fine ultimo a coloro con cui condividono l’avventura
del progresso, della scienza e della vita. Infine, ricordiamo che per diventare
autentico progresso umano – cioè di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – il
progresso tecnico e scientifico dev’essere animato e orientato dalla carità.
Solo così potrà essere posto sempre a difesa della dignità dell’uomo e
promuovere le condizioni di vita di tutti, specialmente dei più svantaggiati”,
conclude infine il Papa. Aci 23
San Francesco: una festa importante ad Assisi, nell’ottavo centenario della
morte
Una conferenza stampa a Roma ha presentato le iniziative
di quest’anno speciale
Assisi. Una conferenza stampa a Roma ha presentato le
iniziative di quest’anno per la Festa di San Francesco d’Assisi il prossimpo
3-4 ottobre. Quest’anno la festa assume un valore ancora più speciale,
nell’ottavo centenario della sua morte.
Innovando la tradizione infatti, per il pellegrinaggio
sul luogo del Transito e il gesto dell’offerta dell’olio presso la Tomba di San
Francesco non è stata coinvolta una singola Regione, non solo l’Italia ma -
almeno idealmente - tutto il mondo.
A caratterizzare questa particolare edizione, infatti,
sarà la presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella per
la celebrazione eucaristica e l’accensione della “Lampada Votiva dei Comuni
d’Italia”, che - per la prima volta - vedrà come protagonista la Città di
Assisi, nella persona del suo sindaco, Valter Stoppini, in rappresentanza di
tutto il popolo italiano. Il Presidente Mattarella, dopo la celebrazione,
rivolgerà un messaggio al Paese dalla Loggia del Sacro Convento di San
Francesco in Assisi.
Gli appuntamenti del programma e il significato delle
giornate della celebrazione nazionale del 3 (memoria del Transito del Santo e
celebrazione dei Vespri presso la Basilica papale di santa Maria degli Angeli
in Porziuncola) e del 4 ottobre sono stati illustrati nel dettaglio in una
conferenza stampa, che si è svolta oggi a Roma, nella sala Marconi di Palazzo
Pio.
“Concludere insieme il cammino dei centenari francescani
è un'occasione preziosa per tornare all'essenziale: la fraternità che San
Francesco ha vissuto e indicato a tutti, senza confini né esclusioni. In un
tempo segnato da conflitti che sembrano non trovare via d'uscita, il suo
esempio ci ricorda che la pace non è un'utopia, ma un cammino concreto che si
costruisce giorno per giorno, a partire dagli ultimi e dai più fragili.
Rinnovando il rito dell’accensione della lampada con l’offerta dell’olio, intendiamo
assumere un impegno concreto: tenere accese la luce della pace, costruita ogni
giorno con pazienza, dialogo e giustizia. A san Francesco affidiamo l'Italia,
l'Europa e un mondo che ha ancora troppa paura di deporre le armi: la sua
intercessione susciti conversione dei cuori e coraggio delle scelte”, ha
sottolineato il cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente
della CEI.
“Le celebrazioni del 3-4 ottobre consentiranno, ancora
una volta, di riproporre all’attenzione generale la figura di san Francesco
d’Assisi inerme araldo di pace: una figura che tanto ha ancora da dire a un
mondo in cui spirano invece venti di guerra, quando molti sembrano desiderosi
di mostrare i muscoli, quasi a voler veicolare il concetto che non con la forza
del diritto debbano dirimersi le questioni, ma con il diritto della forza”, ha
evidenziato monsignor Felice Accrocca, Vescovo di Assisi – Nocera Umbra –
Gualdo Tadino e di Foligno.
“Celebrare la festa di san Francesco in questo
anniversario è certamente una bellissima opportunità, ma - probabilmente -
anche un grande dovere: è necessario ri-cordare, cioè riportare al centro del
cuore degli uomini e delle donne di oggi che la pace, la fraternità, la gioia,
la condivisione non sono dei miraggi, non sono delle utopie. Al contrario sono
proprio delle opportunità concrete. E Cristo - cioè l’Amore che ci raggiunge e
che condividiamo - è la via. Francesco d’Assisi ce lo mostra, ce lo ri-corda e
ci invita a camminare con e come lui su questo medesimo sentiero”, ha aggiunto
fr. Marco Moroni, Custode del Sacro Convento di San Francesco in Assisi.
“Nell’ottavo centenario della morte di san Francesco, la
Porziuncola vuole essere ancor di più un luogo da cui far giungere un messaggio
di incontro e di speranza. Qui Francesco volle concludere la sua vita terrena,
lasciando ai suoi fratelli una grande eredità di fraternità e di
riconciliazione. Accogliere quest’anno pellegrini, autorità e rappresentanti
provenienti da tutta Italia significa per noi rinnovare la vocazione della
Porziuncola a essere casa aperta a tutti, luogo di perdono e di pace”, ha
dichiarato fr. Saul Tambini, Custode del Convento della Porziuncola in Santa
Maria degli Angeli.
Sabato 3 ottobre
Santa Maria degli Angeli - Convento della Porziuncola -
Refettorietto: Ore 09:30 - Premio Frate Jacopa 2026. Basilica di Santa
Maria degli Angeli Ore 10.30: Offerta dei Fiori Ore 11:00 - Solenne
Celebrazione Eucaristica
Assisi - Santuario della Spogliazione. Ore 15: Ricordo
degli ultimi momenti di vita di san Francesco prima della sua discesa alla
Porziuncola.
Santa Maria degli Angeli Ore 15:30: La città di Assisi e
la regione Umbria incontrano i presidenti di Regione e i sindaci dei comuni
capoluogo delle Regioni. Piazza Garibaldi, Ore 16:30: Storico corteo civile con
i gonfaloni, Ore 17:00 - Accoglienza delle autorità. Basilica Ore 17.30:
Solenne commemorazione “Nel Transito di san Francesco". Sagrato della
Basilica di Santa Maria degli Angeli. Ore 20:30: In Cammino con san Francesco:
pellegrinaggio notturno con soste presso il Santuario di San Damiano, la Basilica
di Santa Chiara, la Piazza del Comune, per concludersi nella Basilica di San
Francesco. Prenotazione obbligatoria e gratuita al seguente link:
https://book.sanfrancescovive.org/it/wl/d4b5b7/5b2882/?UkHdf=3 ottobre
Assisi - Piazza del Comune. Ore 20.30; Festa in Piazza
Domenica 4 Ottobre
Assisi - Palazzo Comunale. Ore 08:15: Incontro tra le
autorità e la Municipalità di Assisi. Piazza del Comune Ore 08:50: Storico
corteo civile con i gonfaloni. Basilica di San Francesco – Sagrato. Ore 09:15:
Accoglienza. Chiesa superiore Ore 09:45: Celebrazione eucaristica (Diretta
Rai). Loggia del Sacro Convento Ore 11:20: Messaggi della Famiglia Francescana
e del Presidente Mattarella Basilica di San Francesco Ore 16.00: Vespri pontificali,
processione, benedizione all'Italia e al mondo. Aci 23
Ecologia integrale. Al via il corso nazionale per comunità e parrocchie
La sesta edizione, promossa da Caritas Italiana, Focsiv e
Fondazione Lanza, si svolgerà online dal 5 ottobre al 14 dicembre. Il corso si
è aperto ieri, 21 settembre, con un evento pubblico sull’ecologia integrale
nell’era dell’intelligenza artificiale. Iscrizioni entro il 5 ottobre.
L’ecologia integrale come stile di vita, coerenza nella
fede, impegno civile. L’appello lanciato da papa Francesco con la Laudato Sì’
ha messo radici. E da anni è diventato un percorso offerto a operatori
pastorali, associazioni, movimenti, singoli cittadini. Il “Corso nazionale di
Formazione per comunità e parrocchie verso l’ecologia integrale” – giunto alla
VI edizione e promosso da Caritas italiana, Focsiv e Fondazione Lanza – prende
il via il 5 ottobre prossimo e si articolerà in sei lezioni online, fino al 14
dicembre 2026, tutti i lunedì dalle 17.30 alle 19.30. Tre i temi in programma:
ecologia economica, ecologia sociale ed ecologia naturale.
Il primo ambito parte dalla necessità di superare il
paradigma della “crescita economica illimitata”, ripensando cioè il significato
del modello economico che finora ha prodotto esclusione, disuguaglianze e
consumo del capitale naturale: un approccio non al servizio dello sviluppo, ma
spesso solo del profitto. L’ecologia integrale invece propone un’economia che
serva le persone e il bene comune, ponendo limiti nella gestione del Creato.
Il secondo ambito insiste su una delle conseguenze più
drammatiche della crisi climatica: l’aumento delle migrazioni causate da eventi
estremi, desertificazione, degrado degli ecosistemi. Gli sfollati climatici ci
ricordano che la crisi ecologica ha un volto umano, che c’è un legame tra
degrado ambientale e disuguaglianze sociali.
Il terzo ambito, infine, è pensato per i territori dove
gli effetti della crisi diventano esperienza concreta, ma anche spazio di
cambiamento con politiche per la natura capaci di integrare adattamento
climatico, tutela degli ecosistemi, pianificazione territoriale e rigenerazione
urbana. Rafforzando la resilienza delle comunità, a partire dai più deboli.
Leone XIV con la Magnifica Humanitas ha raccolto il
testimone di Papa Francesco. E il corso è partito proprio da qui, con l’evento
inaugurale online aperto al pubblico, svoltosi ieri 21 settembre, dal titolo:
“Ecologia integrale nell’era dell’Intelligenza Artificiale: il contributo
dell’Enciclica Magnifica Humanitas”. Dal 5 ottobre, il via alle lezioni per gli
iscritti. Il 25 gennaio 2027 infine l’evento speciale “Dalle Cop a Santa Marta:
quali prospettive per i negoziati sulla crisi climatica”. Con la Conferenza di
Santa Marta, promossa in Colombia ad aprile da un gruppo di Paesi del Nord e
del Sud insieme a scienziati e società civile, è stato avviata un’alternativa
più proattiva ed efficiente rispetto alla tradizionale Conferenze delle parti
promosse dall’Onu. Per iscriversi basta compilare entro il 5 ottobre prossimo
il forum disponibile sui siti di Caritas Italiana, Focsiv o Fondazione Lanza, o
direttamente a questo link. È richiesta una quota di adesione di 35 euro. Tra i
media partner Avvenire fornirà l’accesso gratuito al giornale on line per tutto
il periodo del corso. Agli iscritti verranno forniti registrazioni, slide e
documenti e un attestato di partecipazione. Luca Liverani, Sir 22
Julini (Pax Christi): “La pace bisogna tirarla fuori da dentro di noi”
Norberto Julini, già coordinatore nazionale del movimento
cattolico sorto nel secondo dopoguerra, rilegge per il Sir la fase storica
attuale, segnata da conflitti e violenza. Con una riflessione spirituale torna
all’essenziale del messaggio evangelico; richiama il magistero papale; segnala
la voce dei “profeti di pace” e ricorda il dovere di ciascuno verso la
costruzione di una pace vera e duratura – di Gianni Borsa
La guerra, anzi le guerre che funestano il mondo, si
moltiplicano. Un numero crescente di Paesi e di popoli ne paga un prezzo
elevatissimo. È possibile immaginare, in un futuro prossimo, un mondo
finalmente in pace? Ne parliamo con Norberto Julini, che è stato coordinatore
del movimento Pax Christi Italia dal 2021 al 2025.
“Vorrei provare a rispondere ricordando Edgar Morin –
afferma Julini –, autorevole filosofo e sociologo che ha attraversato da
testimone gran parte del secolo scorso per congedarsi da noi lo scorso mese di
maggio a 104 anni. “La posta in gioco della storia, oggi come oggi, è la più
alta di sempre: nientemeno che i destini dell’umanità come tale. Occorre
prenderne coscienza. Altro che ‘non esistono più le grandi cause’ e altri
stanchi ritornelli! È mai esistita una causa più essenziale, più vitale, più
pura e più bella?”. E, dunque, una causa non solo possibile, ma necessaria. Uno
dei più solenni e profetici segni del pontificato di Papa Francesco, quasi un
sigillo, fu l’indizione del Giubileo 2025 con la bolla “La speranza non
delude”: a quella virtù teologale posta da Dio nel nostro cuore di “templi
dello Spirito Santo” quali siamo, dobbiamo fare riferimento per il nostro
pensare ed agire: virtù teologale che sostiene la vita e permette di non cadere
nella paura. Quale altro pensiamo che sia il peccato “imperdonabile” secondo
Gesù se non la perdita della speranza e dunque del senso della vita stessa? Per
questo siamo stati chiamati ad essere “pellegrini di speranza”, ben oltre la
chiusura dell’anno giubilare.
La speranza può dunque trasformare il mondo?
La speranza è la risposta che noi diamo a un invito che
ci arriva dal futuro. Dove il futuro è vita vera. Lo accolgo oggi quando passo
dall’irresponsabilità alla responsabilità, dalla guerra alla nonviolenza, dal
respingimento all’accoglienza e alla cittadinanza. Il martire della fede
Dietrich Bonhoeffer in “Resistenza e resa” scriveva: “Ci sono uomini che
ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio, sperare in un futuro
terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti
accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono nella
rassegnazione o in una pia fuga dal mondo alla responsabilità per la
continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future. Può
darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi
interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore”. Quale lavoro se
non a partire da noi stessi e da quell’altra divina virtù che è la carità: essa
è relazione, la grande malata di questi tempi di individualismo consumistico e
che ci consuma. Considero per questo la nota pastorale “Educare a una pace
disarmata e disarmante” del dicembre scorso un documento che è bussola per il
nostro cammino. Educare alla pace è una buona notizia perché dice che la pace
ce l’hai già dentro, devi imparare a “tirarla fuori” per metterla a servizio
tuo e degli altri. La mia non è una risposta di tecnica politica, ma è una
proposta di conversione personale che si fa testimonianza quotidiana di agire
politico.
Pax Christi non cessa di diffondere i suoi messaggi di
pace. Quali speranze possiamo nutrire davvero?
Nutrire speranze non deve fermarsi ovviamente a tensione
puramente spirituale, ma deve farsi capacità di “organizzare la speranza”. Pax
Christi è un movimento internazionale per la pace che si è costituito al
termine dell’immane tragedia europea e mondiale, assegnandosi come missione di
Pregare, Studiare ed Agire. È abbastanza curioso che un movimento si prefigga
di studiare, eppure le madri ed i padri fondatori, donne di fede e vescovi
francesi e tedeschi, intravidero fin d’allora che occorre conoscere per agire e
che “la realtà è più importante dell’idea” (EG, 231) e bisogna fare i conti con
i dati, la loro analisi, la lettura dei “segni dei tempi”. Pax Christi sta
lavorando intensamente sul tema della nonviolenza. Un istituto internazionale
ad hoc è stato costituito a Roma, l’Istituto cattolico per la nonviolenza.
Abbiamo pubblicato “La nonviolenza di Gesù. Operare la pace secondo i vangeli”
(Zikkaron 2023). E “Poteri e nonviolenza – Organizzare la speranza” (Nerbini,
2026). Questo testo è stato pensato quale laboratorio di idee e di pratiche, e
si connota per essere un work in progress aperto da usare quale strumento per
dibattiti e lavori di gruppo nelle scuole, nelle parrocchie, in gruppi di amici
in modo tale che la riflessione continui e sia generativa di impegno condiviso.
Ci sono segnali positivi su pace e non violenza?
Vi è la constatazione che è in crescita, specie
nell’ultima generazione dei più giovani, una tendenza al cambiamento di cui si
osservano segni incoraggianti. Le straordinarie mobilitazioni dal basso, specie
sul tema del conflitto israelo-palestinese, ne sono la prova. C’è voluta la
tragedia del genocidio in corso in quella terra che noi chiamiamo santa per
risvegliare le nostre coscienze: laggiù sta accadendo qualcosa di tale gravità
da indurci a pensare che se consentiamo che ciò accada senza un sussulto di
sdegno e un impulso al coraggio di denunciare e di agire per fermare uno
scempio di umanità che compromette quel giuramento di un “mai più” la guerra,
la sopraffazione, la violazione di ogni diritto umanitario, ci esponiamo a un
rischio di caos dal quale nessuno uscirà indenne, ben al di là dei confini di
quel piccolo territorio in cui la tragedia si compie.
Una voce chiara e determinata sul versante della pace è
quella di Papa Leone, così come lo era quella del suo predecessore, Papa
Francesco. Sono parole che possono toccare i cuori dei leader del mondo?
Considero Papa Leone un degno successore di Papa
Francesco e penso che sia stato da lui prescelto per garantire la continuità
del suo magistero. L’enciclica “Magnifica Humanitas” è da leggersi come
ulteriore ed aggiornato sviluppo delle precedenti “Laudato si’” e “Fratelli
tutti”. E tutte queste encicliche mi pare traggano spunti dalle quattro “pietre
angolari” della “Pacem in Terris”: Verità, Giustizia, Libertà e Carità, su cui
costruire una casa comune sulla roccia del Vangelo. Mi chiede se sia possibile
che queste parole profetiche tocchino i cuori dei leader: dico che è necessario
che ciò avvenga e se non saranno i calcoli delle reciproche convenienze di
sovranità in competizione per garantirsi le residue risorse di un pianeta in
accelerata consumazione, saranno le dure repliche della storia ad indurli a
prenderne atto e a farsi ascolto per conseguenti decisioni. Ma non dobbiamo
lasciarli soli rinchiudendoci nell’indifferenza e nel senso d’impotenza: vi è
invece necessità di riscoprire la potenza della rivolta sdegnata dei popoli che
soffrono e aspirano alla convivenza pacifica. Un principio che sta nei nostri
cuori e non un fine che ci sta dinanzi.
Ognuno – si dice spesso – può avere un ruolo nella
costruzione di una “pace quotidiana”. Cosa può fare, ogni giorno, nel suo
piccolo, ciascuno di noi?
Tante cose! Ciascuno di noi non è piccolo, ha in sé
un’origine divina e una vocazione santa: “Siate santi”, ci è stato chiesto dal
Vivente in cui crediamo. Il dovere di vivere la nostra “pace quotidiana” è
anzitutto esercizio paziente e benevolo di sane relazioni con le sorelle ed i
fratelli con i quali viviamo. Dunque, la pace bisogna tirarla fuori da dentro
di noi, custodirla, praticarla. Mi soffermerei, però, su tre doveri di
delegittimazione. Anzitutto delegittimare la violenza per l’alterità: l’essere
umano è creato per una libertà che è soprattutto compito di cura per il
fratello e la sorella. L’alterità che mi sta dinanzi può magari essere scomoda
e potenzialmente conflittuale, ma io ne sono comunque compartecipe e
responsabile. Secondo, delegittimare l’inimicizia: quella prospettiva che fa
della dialettica amico/nemico il motore della vita associata. Terzo,
delegittimare la guerra: non esiste guerra che si possa dire giusta. Anche
dinanzi all’ingiustizia o all’aggressione, la via d’uscita è una resistenza
pacifica, che privilegia la vita sulla giustizia, in un amore agli altri che
svela la cattiveria dei malvagi non sposandone i metodi. Occorre dedicare
un’attenzione privilegiata alla nonviolenza attiva. Possiamo essere noi stessi
tessitori di pace all’interno delle comunità, con uno stile nuovo e con prassi
concrete. Dobbiamo fare obiezione di coscienza: la difesa della patria non si
assicura solo con il ricorso alle armi, ma passa per la cura della civitas,
attraverso l’obiezione di coscienza e il servizio civile. È doverosa la presa
di distanza da quelle realtà economiche che sostengono la produzione ed il
commercio di armi. Anche il mahatma Ghandi ci esortava ad essere ciascuno di
noi “il cambiamento che desideri nel mondo”. E possiamo esserlo. Sir 22
Cei. Card. Zuppi: “L’Italia è un paese da evangelizzare”
Libertà, pace politica, accoglienza, educazione, primato
dell'annuncio. Sono alcune parole risuonate nella prolusione del card. Zuppi al
Cep. "Non può esistere un diritto a morire". L'esempio di San
Francesco e i 50 anni dal primo Convegno ecclesiale nazionale. di M.Michela
Nicolais
“Non possiamo accontentarci di parlare a chi già ci
ascolta”. Ne è convinto il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e
presidente della Cei, che introducendo il Consiglio permanente dei vescovi
italiani, in corso a Roma fino al 23 settembre, ha rinnovato a Papa Leone XIV
“l’affetto e la gratitudine delle nostre Chiese per la vicinanza espressa anche
attraverso le visite nei territori italiani”.
“Parlare a chiunque, con uno sguardo libero capace di
comprenderne le attese e accompagnarne la ricerca”, la postura scelta dalla
Chiesa italiana a 50 anni dal primo Convegno ecclesiale nazionale. “Anche il
dialogo con la cultura nasce da una fede vissuta, pensata, capace di rendere
ragione della propria speranza”, ha sottolineato il cardinale, che ha aperto il
suo intervento con il ricordo del card. Ruini.
“Chiediamo al Signore di aiutarci a essere una Chiesa
libera di annunciare, perché radicata in Lui e vicina alla vita delle persone”.
“Dare continuità e attuazione alle proposte del Documento
di sintesi del Cammino sinodale, Lievito di pace e di speranza, che in parte
sono già in cantiere nelle singole diocesi e in parte allo studio della Cei,
compresa la riforma dello Statuto”. Questa la priorità, all’insegna della
sinodalità.
Accoglienza. “Non basta sapere chi è il nostro
prossimo. Occorre fermarsi, avvicinarsi, assumersi la responsabilità di quella
vita”, la lezione del Papa a Lampedusa. “Ma la prossimità non può essere
affidata soltanto alla generosità dei singoli. Deve trovare espressione nella
cultura, nelle leggi, nelle scelte politiche ed economiche”, l’appello del
cardinale: “È la responsabilità richiamata dal Papa anche per l’Europa:
accogliere, proteggere, promuovere e integrare, lavorando insieme perché
nessuno sia costretto a lasciare la propria terra. La dignità delle persone
chiede risposte comuni e lungimiranti, capaci di superare la paura e
l’indifferenza alla sofferenza altrui”.
Libertà. La libertà, a cui il Santo Padre ha fatto
riferimento a San Marino, “si misura nella responsabilità verso gli altri, nel
primato della coscienza, nella capacità di donarsi. “Il bene non cresce
tenendoci al riparo dalla realtà, ma riconoscendolo e promuovendolo dentro la
vita, accettando la fatica dell’incontro”, l’impegno educativo rilanciato dal
Papa al Meeting di Rimini. Poi il riferimento al tema della verifica pastorale,
al centro del recente discorso di Leone XIV alla Chiesa di Roma e alla lezione
della Magnifica humanitas, “bussola preziosa” da non lasciare cadere.
Pace politica. In questo tempo in cui è avvenuto “un vero
cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una
preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica
internazionale”, è più urgente che mai rivalutare la figura di San Francesco,
alla vigilia degli ottocento anni del transito del patrono d’Italia, insieme a
santa Caterina da Siena, che la Chiesa italiana celebrerà ad Assisi il 4
ottobre prossimo. Lo scenario internazionale rischia di “sfuggire di mano a
quei leader che si sentono padroni della situazione”: “Solo la fine della
guerra può garantire che tutti, popoli grandi e piccoli, non siano travolti da
un conflitto più grande”. “Essere ogni giorno persone di pace – la lezione del
Poverello – che rispettano l’altro, accolgono i poveri, curano la formazione
propria e altrui, custodiscono il bene comune e soprattutto la vita dal suo
nascere sino alla fine”, superando la logica del nemico a favore di quella
della fraternità.
“L’Italia è un Paese da evangelizzare”. Cinquant’anni
dopo il primo Convegno ecclesiale nazionale, celebrato a Roma nel 1976 su
“Evangelizzazione e promozione umana”, questa affermazione “è un’eredità
e un impegno per noi”: quei vescovi, infatti, per Zuppi “avevano centrato la
vocazione permanente della nostra Chiesa: comunicare il Vangelo agli italiani e
alle italiane, che cambiano con il passare delle generazioni”. Dal primo
appuntamento di Roma fino al Cammino sinodale, passando per i Convegni
decennali nazionali, “il nesso tra evangelizzazione e attenzione all’uomo resta
il criterio per leggere questo tempo di guerre e nuove fragilità”, la tesi di
Zuppi che ha definito “non più rinviabile una riflessione sulle nostre
strutture, secondo quanto emerso dal Cammino sinodale”.
Educazione. “La questione educativa non è un tema tra gli
altri”, le parole all’inizio dell’anno scolastico: “i recenti episodi di
violenza ci interrogano profondamente”. La prima sfida non più rinviabile è
quella delle disuguaglianze educative: “Non possiamo accettare che il luogo di
nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le
opportunità di apprendimento di un ragazzo”.
La seconda urgenza riguarda il cambiamento tecnologico:
“L’intelligenza artificiale può offrire risorse preziose, ma non sostituisce
l’opera educativa. La scuola non compete con le macchine nel fornire risposte
rapide, ma insegna a porre le domande che rendono umana la vita. Nessun
algoritmo può prendere il posto dello sguardo di un insegnante che incoraggia,
corregge, comprende e accompagna”. La terza sfida è “custodire la capacità di
pensare, in un mondo saturo di stimoli, informazioni e connessioni”.
Fine vita e otto per mille. “Seguiamo con preoccupazione”
il dibattito sul fine vita, ha rivelato il presidente della Cei, auspicando “un
confronto parlamentare ampio, responsabile, attento alle necessità dei
cittadini e libero da strumentalizzazioni e ipocrisie”.
“Non può esistere un diritto a morire”: la Chiesa
“rigetta l’accanimento terapeutico e riconosce la liceità della rinuncia a
trattamenti sproporzionati: distingue però questa rinuncia dall’intenzione di
procurare la morte. Tra l’accanimento e l’anticipazione della morte c’è uno
spazio che le istituzioni hanno il dovere di riempire prima di aprirne altri:
quello delle cure palliative, della terapia del dolore, dell’assistenza
domiciliare e negli hospice, del sostegno alle famiglie e ai caregiver”. Da
ultimo, il cardinale ha ricordato la recente decisione delle Sezioni Unite
civili della Corte di Cassazione, che “hanno riconosciuto la piena
autonomia e indipendenza della Chiesa Cattolica nella gestione delle somme
derivanti dal sistema dell’otto per mille”. Sir 21
Pace e cristiani perseguitati, un appello dei vescovi europei
Riunione del Comitato Congiunto CCEE – CEC. I temi in
gioco. L’appello per la pace - Di Andrea Gagliarducci
Francoforte. È con un appello breve e incisivo per la
pace che il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa e il Consiglio
Ecumenico delle Chiese, i due organismi continentali che raggruppano i
presidenti di conferenze episcopali cattoliche e i rappresentanti delle
confessioni cristiane del continente, hanno concluso l’incontro annuale del
loro comitato congiunto.
L’appello sostiene che i vescovi di CCEE e CEC desiderano
“rafforzare la cooperazione e il dialogo” ed esprimere “solidarietà a tutti i
cristiani perseguitati, non soltanto nel nostro continente, ma in tutto il
mondo”.
Scrivono i vescovi europei: “Le nostre preghiere sono
rivolte a tutti i popoli afflitti, dall’Ucraina al Medio Oriente e in ogni
parte del mondo, in particolare in Terra Santa, dove nostro Signore e Salvatore
è nato, ha camminato, sofferto, è morto ed è risorto per donarci la pace”.
E aggiungono: “Traiamo ispirazione dalla forza e dalla
resilienza dimostrate in mezzo a queste immense sofferenze, così come dai
diversi sforzi volti a promuovere una cultura di pace, giustizia e
riconciliazione. Incoraggiamo i cristiani in Europa e nel mondo a unirsi a
questi sforzi. Come discepoli di Gesù Cristo, siamo chiamati a pregare insieme
per la pace nel mondo e a impegnarci nella tutela della vita e della dignità di
ogni persona umana”.
L’incontro del comitato congiunto CCEE – CEC si è tenuto
a Francoforte sul Meno e Damrstadt dal 9 all’11 settembre.
I lavori del comitato sono stati presieduti dal
presidente della CEC, l’Arcivescovo Nikitas di Thyateira e Gran Bretagna, e il
Presidente del CCEE, l’arcivescovo di Vilnius Gintaras Grušas.
Centro del dibattito è stato la recezione della
versione riveduta della Charta Oecumenica, il documento che dettaglia
l’impegno ecumenico delle Chiese in Europa.
L’Arcivescovo Nikitas ha sottolineato che la versione
riveduta della Charta Oecumenica invita le Chiese ad approfondire il
loro impegno per l’unità dei cristiani e a tradurlo in una collaborazione
significativa, mentre l’arcivescovo Grušas ha notato che “dopo il nostro
incontro a Roma dello scorso anno sono stati compiuti passi avanti, ma
la Charta Oecumenica non può rimanere soltanto un documento sulla
carta. Deve diventare un impegno vivo, capace di orientare le nostre decisioni,
rafforzare la nostra testimonianza comune e condurre a una cooperazione
concreta tra i cristiani di tutta Europa”.
Il Comitato congiunto ha inoltre affrontato il tema della
sinodalità dal punto di vista cattolico, protestante, ortodosso e anglicano. Il
confronto ha evidenziato che la sinodalità è essenziale per l’autocomprensione
della Chiesa nelle diverse tradizioni cristiane. I partecipanti hanno
sottolineato l’importanza dell’ascolto, del discernimento, della partecipazione
e della comunione, approfondendo come la sinodalità possa rafforzare la
cooperazione ecumenica e la comune testimonianza cristiana in Europa.
Il programma ha incluso una preghiera comune nella
Heiliggeistkirche e una visita alla sede della Chiesa evangelica in Assia e
Nassau, Chiesa membro della CEC, a Darmstadt. I partecipanti hanno incontrato i
responsabili della Chiesa e discusso della sua vita ecumenica, nonché delle
sfide poste alla democrazia e dal nazionalismo in Europa. Aci 16
Non solo turismo religioso: il significato del pellegrinaggio a Lourdes
Abbiamo intervistato Piero Antonelli, il vice-direttore
dell’Opera Romana Pellegrinaggi - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. Il Papa la prossima settimana si
recherà a Lourdes. Saranno due giorni intensi tra celebrazioni, preghiere,
momenti tra i fedeli e i malati. Ma chi ci sarà con lui a Lourdes? E chi
partecipa ancora oggi ai pellegrinaggi verso questa cittadina della Francia,
centro della devozione mariana? Lo abbiamo chiesto a Piero Antonelli,
vice-direttore dell’Opera Romana Pellegrinaggi.
Gli italiani scelgono ancora Lourdes come meta di
pellegrinaggio? Cosa è cambiato negli ultimi anni?
Sì, Lourdes continua a essere una delle mete di
pellegrinaggio più amate dagli italiani. Conserva una forza particolare perché
unisce la devozione mariana, la preghiera, la vicinanza alle persone malate e
l’esperienza concreta della fraternità. Negli ultimi anni è cambiato
soprattutto il modo di vivere il pellegrinaggio. Accanto alle persone che
tornano periodicamente e ai tradizionali gruppi parrocchiali, incontriamo
sempre più pellegrini alla prima esperienza, spesso spinti dal desiderio di
fermarsi, ritrovare l’essenziale o affidare a Maria un momento importante della
propria vita. Anche la composizione dei gruppi è molto varia. Possiamo avere
gruppi di circa venti persone, ma arrivare fino a cinquecento partecipanti in
occasione di grandi pellegrinaggi diocesani. È il caso, per esempio, del
pellegrinaggio della Diocesi di Roma che si è svolto dal 28 al 31 agosto 2026,
e che si ripete da anni, sempre nell’ultima settimana di Agosto. Rimane
immutata, invece, la capacità di Lourdes di parlare a tutti, anche a chi si
avvicina al pellegrinaggio con domande, dubbi o semplicemente con il desiderio
di vivere un’esperienza diversa.
Ci sono anche giovani che partecipano ai vostri
pellegrinaggi? Chi aderisce in particolare ai pellegrinaggi a Lourdes?
Certamente, partecipano anche i giovani. Alcuni arrivano
attraverso le parrocchie, i gruppi ecclesiali e le esperienze di volontariato.
Per loro Lourdes può rappresentare un incontro molto forte con il servizio e
con il mondo della fragilità. La presenza delle persone malate e di chi le
accompagna permette ai ragazzi di scoprire una dimensione molto concreta della
fede. Il pellegrinaggio non consiste soltanto nel visitare un santuario, ma
anche nel mettersi accanto agli altri, condividere il cammino e imparare a
prendersi cura di qualcuno. In generale, i pellegrinaggi a Lourdes
coinvolgono persone di tutte le età: giovani, famiglie, adulti,
anziani,sacerdoti, comunità parrocchiali, volontari, persone malate e
accompagnatori. Vi partecipano anche persone che stanno attraversando un
momento delicato e sentono il bisogno di affidare a Maria una preoccupazione,
una speranza o una domanda personale. Questa varietà è uno degli aspetti più
belli del pellegrinaggio: persone con storie ed età diverse si ritrovano
a condividere lo stesso cammino.
Qual è il vostro programma tipo per Lourdes?
La durata e il programma possono variare in base alla
proposta scelta, al periodo e alla composizione del gruppo. Generalmente
il pellegrinaggio viene costruito per consentire ai partecipanti di entrare
gradualmente nel significato spirituale di Lourdes. Il programma comprende
normalmente la visita al Santuario e ai luoghi legati alla vita di santa
Bernadette, la celebrazione della Messa, momenti di catechesi e di preghiera,
la partecipazione alle celebrazioni previste dal Santuario e alla
processione mariana serale. Un momento centrale è naturalmente quello vissuto
presso la Grotta di Massabielle. A questo si affiancano gli spazi di
raccoglimento personale, la possibilità di accostarsi al sacramento della
riconciliazione e i momenti di condivisione con il gruppo. L’aspetto
fondamentale, però, è l’accompagnamento. Il pellegrinaggio non è una semplice
successione di visite e celebrazioni: è un cammino che deve essere seguito e
aiutato a maturare, sia dal punto di vista spirituale sia da quello
organizzativo.Per le persone malate o con mobilità ridotta sono disponibili i
servizi presenti a Lourdes. Durante il viaggio sono inoltre previsti, su richiesta
e secondo le modalità stabilite, i servizi di assistenza aeroportuale.
ORP accompagna i partecipanti nell’accesso a questi servizi, senza presentare
come propri quelli forniti dal Santuario, dagli aeroporti o dai soggetti
competenti.Le informazioni specifiche sulla durata, sulle partenze e sulle
modalità di partecipazione sono indicate nelle singole proposte di
pellegrinaggio pubblicate attraverso i canali ORP.
In occasione della visita del Papa, ORP ha organizzato
qualcosa? Sarete presenti?
Papa Leone XIV sarà a Lourdes il 26 e 27 settembre 2026.
ORP non ha organizzato un gruppo dedicato esclusivamente alla visita del
Santo Padre, ma sarà presente a Lourdes con un gruppo il cui pellegrinaggio
coincide con le date dell’evento. I partecipanti avranno quindi la possibilità
di vivere il proprio pellegrinaggio in una circostanza particolarmente
significativa per tutta la Chiesa. Naturalmente il programma sarà coordinato
con le indicazioni ufficiali e con le disposizioni organizzative e di sicurezza
previste in occasione della presenza del Papa. Per noi sarà un’esperienza
importante: incontrare il Santo Padre a Lourdes significa unire la dimensione
mariana del pellegrinaggio alla comunione con il Papa e con la Chiesa
universale.
Ma cosa è un pellegrinaggio?
Vorrei sottolineare che il pellegrinaggio non è
semplicemente una forma di turismo religioso. È un’esperienza che coinvolge
tutta la persona e che spesso continua a produrre i suoi frutti anche dopo il
ritorno a casa. Lourdes, in particolare, ci ricorda che la fragilità non
deve essere nascosta o considerata soltanto un limite. Può diventare un luogo
d’incontro, di solidarietà, di servizio e di speranza. Molte persone partono
pensando soprattutto a ciò che desiderano chiedere e tornano avendo ricevuto
anche un nuovo modo di guardare la propria vita e quella degli altri. Il
compito di Opera Romana Pellegrinaggi è accompagnare questo cammino con
serietà, competenza e attenzione, mettendo al centro ogni persona, ogni
pellegrino. Il nostro invito si rivolge anche a chi non ha mai partecipato a un
pellegrinaggio: non è necessario partire avendo già tutte le risposte. Molto
spesso si parte proprio portando con sé le proprie domande.
Aci 16
A Napoli il Convegno Nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in
Germania
Tenuto il 21-25 settembre - presentata la mostra “75 anni
di storia. L’emigrazione raccontata attraverso il Corriere d’Italia”,
realizzata per i 75 anni del giornale
NAPOLI – Migrazione, missione, interculturalità e futuro
delle comunità italiane all’estero. Saranno questi i temi al centro del
Convegno Nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania, promosso
dalla Delegazione Nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania, che
si terrà a Napoli dal 21 al 25 settembre sul tema “Oltre le frontiere. Essere
Chiesa ovunque tu vada”. Un appuntamento che riunirà rappresentanti delle
Missioni Cattoliche Italiane in Germania, esponenti della Chiesa italiana e
tedesca, studiosi, giornalisti ed esperti di migrazioni, per riflettere sui
profondi cambiamenti che hanno interessato la mobilità italiana e sul ruolo che
la Chiesa è chiamata a svolgere in una realtà migratoria ormai molto diversa da
quella del passato.
Ad aprire i lavori saranno mons. Pierpaolo Felicolo,
Direttore della Fondazione Migrantes, e Antonio Bonifacio, Coordinatore
Regionale Migrantes della Conferenza Episcopale Campana. Seguirà la relazione
annuale di don Gregorio Milone, Delegato Nazionale delle Missioni Cattoliche
Italiane in Germania. Tra gli interventi più significativi, quello del
cardinale Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli, che affronterà il tema “Non
temere di partire. Dio abita ogni cammino”, proponendo una riflessione sul
significato umano e cristiano del partire, del camminare e dell’incontro. La
sessione sarà moderata dalla giornalista Paola Colombo, dell’Ufficio UDEP della
Delegazione MCI Germania. Ampio spazio sarà dedicato alla storia
dell’emigrazione italiana in Germania e alla mobilità contemporanea. Il prof.
Francesco Dandolo, ordinario presso il Dipartimento di Scienze Politiche
dell’Università degli Studi di Napoli Federico II ed esperto di storia
economica e delle migrazioni, presenterà una lettura storico-economico-sociale
del movimento migratorio italiano tra la Campania e la Germania.
La prospettiva giornalistica sarà affidata a Generoso
Picone, giornalista del Il Mattino di Napoli, con l’intervento “Tra due terre:
raccontare la mobilità italiana dal Meridione alla Germania, passato e
presente”. A moderare sarà la dott.ssa Delfina Licata, ricercatrice e sociologa
delle migrazioni della Fondazione Migrantes. La riflessione si sposterà quindi
sul rapporto tra Chiesa e migrazione. Mons. Michele Autuoro, Arcivescovo di
Benevento, interverrà sul tema “Missione e migrazione: la Chiesa che nasce
dall’incontro”, mentre il prof. Nicola Salato, docente presso la Facoltà
Teologica dell’Italia Meridionale, affronterà “La Chiesa delle differenze:
prospettive teologiche per una comunione interculturale”.Particolare attenzione
sarà riservata anche all’esperienza ecclesiale tedesca. Dr. Lukas Schreiber,
Direttore Nazionale per la pastorale degli stranieri della Conferenza
Episcopale Tedesca, parlerà del processo sinodale tedesco e del contributo
delle Missioni linguistiche alla costruzione di una visione di Chiesa
interculturale. La sessione sarà moderata da Paola Colombo.
I 75 anni del Corriere d’Italia: la storia
dell’emigrazione attraverso la stampa
Nell’ambito del convegno sarà inoltre presentata la
mostra “75 anni di storia. L’emigrazione raccontata attraverso il Corriere
d’Italia”, realizzata in occasione dei 75 anni del giornale, nato nel 1951 come
voce della comunità italiana in Germania.
Il percorso espositivo ripercorre, attraverso giornali,
documenti e immagini, le principali tappe della storia dell’emigrazione
italiana in Germania e il ruolo svolto dal Corriere d’Italia nel raccontare i
cambiamenti della collettività italiana, dalle prime esperienze dei lavoratori
italiani arrivati nel dopoguerra fino alle nuove forme della mobilità
contemporanea. La mostra sarà presentata e illustrata da Francesco Vizzarri,
storico e ricercatore italiano che si occupa di storia delle migrazioni e della
mobilità nel XX secolo. Vizzarri lavora presso l’Istituto di Storia
Contemporanea dell’Università Justus Liebig di Giessen, in Germania. Il suo
intervento offrirà una lettura storica e scientifica del percorso espositivo,
collegando la vicenda del Corriere d’Italia alla più ampia storia della
mobilità italiana e alle trasformazioni della presenza italiana in Germania.
A chiudere il programma sarà mons. Gennaro Matino,
teologo, scrittore, accademico e Pro-Vicario Generale dell’Arcidiocesi di
Napoli, con la sintesi conclusiva “Ovunque, Vangelo: essere Chiesa. Sempre”. La
sessione sarà moderata da Licia Linardi, giornalista e caporedattrice del
Corriere d’Italia. Nel corso del Convegno saranno inoltre presenti diversi
rappresentanti dell’episcopato italiano e tedesco, che presiederanno le
celebrazioni liturgiche: Mons. Carlo Villano, Vescovo di Pozzuoli e Ischia;
Mons. Giuseppe Mazzafaro, Vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’
Goti; Mons. Antonio De Luca, Vescovo di Teggiano-Policastro; Mons. Peter
Birkhofer, Vescovo ausiliare di Friburgo e membro della Commissione Migrazioni
della Conferenza Episcopale Tedesca; Mons. Tommaso Caputo, Arcivescovo Prelato
di Pompei; Mons. Michele Autuoro, Arcivescovo di Benevento; Mons. Pietro
Lagnese, Vescovo di Caserta e Arcivescovo di Capua; Mons. Francesco Beneduce,
Vescovo ausiliare di Napoli.
Il convegno nasce dalla consapevolezza che la mobilità ha
cambiato profondamente il volto delle comunità italiane all’estero e pone oggi
nuove domande alla Chiesa. Non si tratta più soltanto di accompagnare chi
parte, ma di comprendere una mobilità diventata permanente, fatta di persone
che vivono tra Paesi, lingue e culture diverse. “Oltre le frontiere” diventa
così non soltanto il titolo del convegno, ma una prospettiva: interrogarsi su
come essere Chiesa in una società in movimento, capace di riconoscere nelle
differenze culturali e linguistiche non un ostacolo, ma una possibilità di
incontro, comunione e crescita. Il Convegno Nazionale delle Missioni Cattoliche
Italiane in Germania metterà così in dialogo storia e presente, Italia e
Germania, migrazione e fede, con uno sguardo rivolto alle nuove sfide pastorali
e alla costruzione di una Chiesa capace di essere accanto alle persone ovunque
esse vadano. (Inform 16)
Il Card. Pizzaballa, in Terra Santa le parole non sono neutrali
Il Patriarca Latino di Gerusalemme interviene all'
Istituto ecumenico di Tantur - Di Emiliano Eusepi
Gerusalemme. “Non possiamo permetterci di lasciare alla
prossima generazione la situazione così com'è ora..In una situazione del genere
o dici qualcosa o è meglio rimanere in silenzio”. Le parole risuonano chiare
nel salone dell’Istituto Ecumenico di Tantur e a pronunciarle è il Cardinale
Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, durante la
presentazione pubblica dell’iniziativa Within Your Gates. Un laboratorio
di fraternità, un cantiere aperto, ma soprattutto uno spazio " del cuore
"nato dal dramma del 7 ottobre per provare a ripensare la presenza, il
linguaggio e soprattutto la missione cristiana nella terra dove tutti siamo
nati. In un contesto mediorientale ridotto in cenere da conflitti e divisioni,
e dove la forte polarizzazione ha travolto anche il dialogo
interreligioso, la Chiesa madre di Gerusalemme prova da anni a tracciare
una strada alternativa. L'incontro – moderato dalla giornalista Alessandra
Buzzetti – ha visto la partecipazione di intellettuali che in questi anni
si stanno confrontando sul ruolo spirituale e sociale della città di
Gerusalemme.
Ma è stato l'intervento del Patriarca a fare il punto sul
cammino teologico e pastorale fatto e da fare per cercare un cambio di rotta
che è necessario fare per il futuro della Terra Santa. Il punto di partenza è
un’ammissione di disorientamento che non risparmia le gerarchie e rende
"senza una direzione" il cammino delle comunità locali. Il dopo 7
ottobre ha completamente cancellato categorie consolidate, rendendo tutti
inutili i tradizionali schemi di valutazione pastorale. “Eravamo tutti smarriti
ed era molto chiaro per me che tutto ciò che ero prima, quello che dicevo, il
mio modo di pensare, il mio modo di essere pastore doveva cambiare”, ha
dichiarato il Cardinale Pizzaballa, “perché la percezione della vita dopo
quello che è successo, degli eventi, delle relazioni o della comprensione delle
relazioni era diversa. Avevo bisogno di trovare gli strumenti, i criteri su
come farlo” e l'esigenza primaria è stata quella di superare lo stile dei
comunicati di circostanza ed ha affermato: “ne avevo abbastanza delle solite
dichiarazioni fotocopia dove alla fine non si dice nulla e si scontentano sia
gli israeliani che i palestinesi e tutti quanti”, sottolineando come la via
d'uscita non potesse essere trovata nell'isolamento autoreferenziale della
componente cristiana della città.”Gerusalemme non sono solo io. Non si può
pretendere di trovare un nuovo modo di essere qui senza ascoltare gli altri,
perché gli altri sono parte integrante di me”.
Per questo un momento centrale del lavoro condotto in
questi mesi all'interno di Within Your Gates riguarda il
"linguaggio del conflitto" ed in Terra Santa le parole non sono
neutrali, definiscono gli schieramenti, armano le narrazioni divisive e sono
proprio le parole che chiudono ogni canale di comunicazione. Termini come
"genocidio", "crimini di guerra", o la stessa
categorizzazione dei protagonisti in campo, sono diventati pietre d'inciampo e
“il linguaggio non è un elemento secondario in questo conflitto”, ha
evidenziato il Patriarca. “Il linguaggio violento e la violenza nelle parole
creano violenza anche nella società. Il linguaggio crea cultura: può essere una
barriera ma può anche essere una porta per aprire o chiudere vie. Ci sono
parole che chiudono e parole che aprono, parole che costruiscono”. Di fronte
alla pressione dei media, il Cardinale rivendica la libertà della parola
evangelica, che deve rimanere distante dalle dinamiche polarizzanti: “Spesso mi
chiedono: "Cosa ne pensa? Mi dia una definizione di cosa sta
succedendo". Ma io non voglio dare definizioni perché non voglio che mi si
categorizzi ed allo stesso tempo non devo avere paura di dire ciò che penso e
di pensare ciò che dico, in modo corretto, veritiero e rispettoso del dolore
delle persone”.
La metodologia di Within Your Gates vuole
cambiare la logica degli incontri fatti a tavolino che sono a uso e consumo
delle telecamere e il Cardinale ha ribadito che il dialogo vero necessita
dell'impatto con la diversità e del confronto con chi sostiene tesi opposte, a
patto che vi sia la disponibilità minima all'ascolto reciproco. “Lo scopo non è
essere d'accordo. Continuavo a dire: "Non portare chi la pensa già allo
stesso modo e concorda su tutto, sarebbe noioso e so già cosa diranno".
Non è utile. Devi portare chi non è d'accordo tra di loro e con noi, ma che sia
disposto ad ascoltare”. Questo atteggiamento diventa essenziale per affrontare
il problema della memoria storica e la revisione dei testi educativi, un tema
molto difficile a Gerusalemme e sebbene il contesto attuale sia segnato da
ferite profonde che rendono difficile una riconciliazione immediata, la Chiesa
rifiuta la polarizzazione perché “in questo Paese abbiamo narrazioni storiche
diverse, opposte o parallele. Le narrazioni rimarranno diverse, ma bisogna
almeno riconoscere l'esistenza della narrazione dell'altro, non sentirsi
minacciati da essa. Negare la memoria dell'altro è negare l'altro per quello
che è”. Sullo sfondo resta la natura unica di Gerusalemme, che é crocevia della
storia e simbolo escatologico per miliardi di credenti. Una città la cui
responsabilità va oltre i propri confini geografici e politici, chiamando la
comunità locale a non ripiegarsi su se stessa. “Gerusalemme appartiene prima di
tutto ai suoi abitanti, ma fa parte dell'identità religiosa, culturale e
storica di miliardi di persone. Quello che facciamo qui ha un impatto su tutti
loro”, ha ricordato Pizzaballa, tracciando la rotta per i prossimi mesi. “Se
non ci prefissiamo qualcosa che sembra impossibile, perché siamo qui? Dobbiamo
sognare, dobbiamo osare. Dobbiamo essere una presenza scomoda, provocatoria,
non persone comode”.
Il cammino di Within Your Gates è un work
in progress permanente, senza soluzioni preconfezionate ma con l'impegno
di offrire criteri di lettura diversi da quelli ogni giorno ascoltiamo per
poter affrontare con speranza una delle crisi più difficili della storia
recente del Medio Oriente. Aci 15
Il Messaggio di Leone XIV per la GMMR 2026 e l’inizio dell’anno scolastico
Anche uno solo di questi bambini è la misura con cui papa
Leone XIV – e, prima di lui, Cristo – ha scelto di travalicare la statistica
per entrare nelle storie. Il numero è provocatorio nella sua radicalità: non
una maggioranza da far valere e neppure una minoranza da proteggere, né una
media da calcolare. Anche uno solo è sufficiente per misurare la qualità di un’accoglienza.
Anche uno solo, se dimenticato, rivela la misura autentica di una comunità.
C’è un luogo dove questa misura viene messa alla prova
ogni mattina, in ciascuna città italiana, da settembre a giugno: la scuola. Da
anni, ormai, i numeri raccontano del lento accostamento alla soglia –
statistica e psicologica insieme – del milione di alunne e alunni con
cittadinanza non italiana inseriti nel sistema scolastico nazionale. Quasi un
ragazzo o una ragazza su otto.
Dietro a questo numero si evidenzia una presenza
strutturale e tutt’altro che episodica. Ancora di più, vi si nasconde
un’infinità di storie – al plurale e al singolare – di bambini e bambine,
ragazzi e ragazze che ogni giorno mettono alla prova, con diversi gradi di
consapevolezza, il senso stesso del sistema educativo.
Anche uno solo conta: anche quello che siede nell’ultimo
banco, anche quella che ancora non capisce quando l’insegnante spiega, anche
quello che ha un cognome regolarmente storpiato all’appello.
Il primo volto: il minore straniero non accompagnato
Anche uno solo di questi bambini è arrivato da solo,
almeno secondo la legge. Senza genitori, senza nessun adulto di riferimento.
Fino allo scorso mese di maggio, erano poco più di 14 mila. Molto spesso
maschi, 16-17enni, originari per lo più di Egitto, Ucraina e Bangladesh.
Portano con sé pesi, sogni e aspettative che raramente si nominano in aula:
traumi di viaggio, lutti, separazioni, violenze, solitudine, pressioni sociali
e familiari, responsabilità, ma anche una volontà di esistere e di apprendere
che sorprende chiunque li abbia mai incontrati davvero.
Anche uno solo di questi bambini a scuola è già una
conquista. Tra il 2020 e il 2022, soltanto uno su cinque tra i minori stranieri
non accompagnati (Msna) ha avuto accesso al sistema scolastico italiano,
partecipando a percorsi condivisi con ragazzi autoctoni e avendo la possibilità
di conseguire un titolo di studio. Quattro su cinque sono rimasti fuori: in una
struttura di accoglienza, in un limbo burocratico, al lavoro per sopravvivere e
mandare denaro a casa.
Eppure, grazie a loro la scuola scopre qualcosa. Un
ragazzo che a 16 anni ha attraversato il Mediterraneo o i Balcani e decide che
la sua priorità è imparare cose nuove e una nuova lingua per comunicare e
comunicarsi, porta nella sua classe una lezione di socialità, coraggio e
motivazione che nessun programma scolastico potrà mai trasmettere appieno. La
sua presenza è già un libro di testo, se si ha la pazienza di leggerlo.
Anche uno solo di questi bambini che siede in un banco
chiede alla scuola – istituzioni, insegnanti e compagni – di essere
all’altezza: non soltanto della sua fragilità, ma anche della sua forza.
Il secondo volto: il neoarrivato per ricongiungimento
familiare
Anche uno solo di questi bambini ha aspettato mesi, a
volte anni: che il visto arrivasse, che la pratica di ricongiungimento si
chiudesse, che si potesse finalmente ricomporre con quei frammenti di famiglia
sparpagliati altrove. Nel frattempo, ha vissuto – nel suo, di altrove – la
propria infanzia o adolescenza. All’arrivo, l’Italia è al tempo stesso il luogo
atteso e sconosciuto. L’ennesimo altrove. Tanto che spesso anche il genitore,
nella quotidianità, è diventato uno straniero.
Anche uno solo di questi bambini vive una condizione che
richiede pedagogia, non solo burocrazia. Richiede insegnanti che sappiano
interpretare la storia di ognuno, senza ridurla a un ritardo da colmare in
fretta. Le rilevazioni mostrano che gli studenti con cittadinanza non italiana
non costituiscono un gruppo omogeneo: i risultati cambiano sensibilmente tra
neoarrivati e giovani nati in Italia, con differenze legate alla lingua, al
percorso di inserimento nel Paese, al grado di supporto ricevuto dalle
famiglie.
Il Rapporto Invalsi 2025 quantifica quello che gli
insegnanti più attenti già sanno: gli studenti di origine straniera sono
gravati da maggiori ostacoli, ma al termine del secondo ciclo di istruzione
presentano una dispersione scolastica implicita – il conseguimento del diploma
senza raggiungere le competenze minime attese – inferiore rispetto ai coetanei
autoctoni. In altri termini, una preparazione migliore e una maggiore
motivazione e tenacia.
Il dato negativo, dunque, non è immutabile: descrive una
difficoltà di partenza, non un destino. Perché anche uno solo di questi bambini
porta dentro sé valori che la statistica non misura: una lingua in più, una
storia in più, migliori competenze digitali, uno sguardo sul mondo e sulla vita
che molti coetanei non possiedono.
Oleksandr custodisce i versi di Lesja Ukraïnka da ben
prima che l’Europa la scoprisse quando i carri armati hanno varcato il confine.
Youssef si muove fra il berbero, l’arabo, il francese e – chissà da quando – lo
spagnolo con la medesima continuità di pensiero. Quando la scuola sa
riconoscerli – e non solo tollerarli o temerli – questi valori diventano
patrimonio collettivo.
Il terzo volto: i nuovi italiani
Anche uno solo di questi bambini è nato in Italia. In
Italia ha iniziato la scuola, imparato le hit dell’estate, postato il meme di
tendenza, dato anima alle parole con il suo accento. Eppure, porta un cognome
che l’ufficio postale gli chiede più volte di ripetere, un documento che lo
esclude da una partecipazione piena al vivere sociale, una doppia appartenenza
che nessuno dei due mondi riconosce davvero come cosa propria.
Quasi due terzi degli alunni e alunne con cittadinanza
non italiana – più del 65%, pari a oltre 600 mila – sono nati in Italia. Sono
il volto prevalente – e meno compreso – della presenza “straniera” nelle aule.
Anche uno solo di questi bambini è cresciuto fra lingue,
culture, sistemi di riferimento diversi e, talvolta, mai sperimentati di
persona, scoprendo che non è uno svantaggio da correggere, ma una forma di
intelligenza da costruire ogni giorno.
I ragazzi nati in Italia da genitori stranieri sono già,
senza saperlo, esperti di mediazione. E Dio solo sa quanto il mondo ne abbia
bisogno, in questo momento. Sanno passare da un codice all’altro, leggere
contesti diversi, abitare la contraddizione senza perdersi. Le loro esperienze
sono la traccia di una risorsa che la scuola – e il Paese – faticano ancora a
riconoscere pienamente. Insieme ai ragazzi autoctoni, costituiscono quel
capitale umano giovane, flessibile, creativo, capace di muoversi in contesti
globali, che un tempo chiamavamo “futuro”.
Il quarto volto: la comunità
Anche uno solo di questi bambini abita le nostre stesse
città. Le comunità civili ed ecclesiali che vivono nelle periferie urbane dove
si concentra la presenza migratoria – quelle che contribuiscono a oratori,
doposcuola, centri di ascolto, corsi di italiano L2, spazi di orientamento,
professionalità e volontariato – sono spesso il primo presidio di una rete
educativa informale che anticipa e integra quella formale.
La presenza dell’altro cambia qualcosa nel volto di chi
lo accoglie. Una scuola – e una comunità – che sanno accogliere davvero non
sono solo più giuste: sono più complesse, più intelligenti, più problematiche,
più ricche. Più vive. Sembriamo averlo dimenticato.
Eppure sono queste presenze i “numeri” che tengono aperte
le classi, che giustificano i posti di lavoro, che danno un futuro a istituti
che altrimenti avrebbero già chiuso.
È Mina che, dopo tre mesi di italiano L2, alza la mano
per rispondere a una domanda di geografia, dell’Egitto oppure dell’Italia. È
Yeva che porta in classe la poesia di un’amica scritta sotto le bombe. È
Mamadou, nato in una qualunque città italiana da genitori nati più lontano, che
scrive la tesina di terza media su Léopold Sédar Senghor e per la prima volta
sente che la propria storia è abbastanza grande da occupare un’intera aula
scolastica, e forse di più. (Simone M. Varisco | “Migranti Press” 7-8
2026)
Migrantes: “Non si producano forme di cittadinanza di serie B”
Lunedì 14 settembre, la Fondazione Migrantes è stata
ascoltata dalla Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati,
nell’ambito dell’esame della proposta di legge recante “Modifiche alla legge 5
febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e di revoca della cittadinanza”
(C. 2124? Iezzi).
Nell’introduzione del suo intervento, la Fondazione
Migrantes premette che “un aggiornamento della Legge del 1992 è senza dubbio un
passo necessario: da tempo evidenziamo come l’impianto della normativa vigente
presenti un oggettivo distacco dalla reale situazione del Paese. Tuttavia,
qualsiasi aggiornamento deve essere l’occasione per rafforzare le garanzie, per
evitare discriminazioni e per costruire regole che favoriscano partecipazione e
responsabilità civica”.
Dopo tre sottolineature specifiche sul testo della
proposta Iezzi, la Fondazione Migrantes sottolinea in conclusione che “la
riforma della cittadinanza è una scelta di futuro. Non si tratta di un
“favore”, ma di una decisione politica che investe la capacità del Paese di
includere, valorizzare e trattenere le persone che contribuiscono alla sua vita
economica, sociale e culturale”.
E si domanda quale sia lo spirito della legislazione
sulla cittadinanza italiana: “Pensiamo che solo chi è riconosciuto a tutti gli
effetti come parte integrante della comunità possa sentirsi realmente chiamato
a contribuire al suo benessere, a condividere diritti e doveri, a partecipare
alla vita democratica, nella certezza che l’ordinamento italiano tutela la
dignità e il futuro di ogni persona.
Al contrario, una legislazione che introduca forme di
cittadinanza debole, revocabile ed esposta ad incertezze, rischia di produrre
l’effetto opposto: alimentare l’insicurezza, la distanza sociale, la sfiducia
nelle istituzioni”. Migrantes 15
«Dal C7 l’appello dei vescovi per la pace, il multilateralismo e il bene
comune globale»
Milano – In un’epoca segnata da crescenti conflitti armati,
frammentazione geopolitica e stravolgimenti climatici, in occasione del G7
tenutosi in Francia nel mese di giugno, le Conferenze Episcopali presenti nei
Paesi che formano il G7 – hanno sentito la necessità di far sentire la propria
voce comune, facendo nasce il C7 (Church7).
A dare loro supporto nella creazione del Forum, è stata
la Comece (Commissione degli Episcopati dell’Unione Europea): sul numero di
agosto-settembre del mensile Vita Pastorale, il presidente, Mons. Mariano
Crociata, spiega la nascita e gli obiettivi del "C7": «Le Chiese
hanno sentito la necessità di offrire una voce nuova sui temi che assillano
sempre più singoli e collettività, al servizio dei più vulnerabili e a favore
della pace» - spiega Crociata.
L’iniziativa, promossa dal Cardinale Jean-Marc Aveline,
Presidente della Conferenza Episcopale Francese, ha portato alla stesura di un
articolato Appello indirizzato ai Capi di Stato del G7 dal titolo “Costruire
ponti di pace, di giustizia e di dignità umana”: «Esso indica nella dignità
della persona umana e nel bene comune globale i punti di riferimento da cui
lasciarsi guidare in un contesto di conflitti armati» continua il presidente
della Comece, che illustra i quattro pilastri fondamentali del documento: la
riaffermazione del multilateralismo e diritto internazionale perché «Solo le
istituzioni internazionali possono garantire una pace duratura e prevenire i
conflitti»; il posto della persona umana al cuore dello sviluppo e della
solidarietà internazionale, perché «dappertutto nel mondo cresce il bisogno di
cibo, di cure sanitarie, di educazione e di protezione delle persone»; la
protezione dei bambini e dei giovani nell’era digitale, per la quale «si
richiede una governance etica e grande vigilanza, oltre che uno specifico e
generalizzato impegno educativo. Infine, l’assunzione di una responsabilità
condivisa verso la creazione e le popolazioni sfollate «la cui
responsabilità più grande ricade sui Paesi industrializzati».
«È fondamentale estendere a una platea sempre più vasta
la consapevolezza su problemi che toccano da vicino la vita di tutti -
sottolinea Mons. Crociata - C’è bisogno di qualcuno che non si stanchi di
ricordarli, fidando in un ascolto attento da parte dei destinatari e in un
auspicabile dialogo futuro», conclude. Vita Pastorale, ag-sett. 26
Il perdono è la medicina che libera il cuore
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. Il testo della prima lettura di questa domenica,
tratto dal libro del Siracide ci invita a riflettere sugli effetti
tossici che il risentimento e il rancore producono nel cuore dell’uomo. Il
rancore, infatti, non è soltanto un sentimento negativo che ci ferisce, ma è
una vera e propria idolatria del male subito. Quando rifiutiamo di perdonare è
come se costruissimo dentro di noi un tempio dedicato al nostro offensore. E
così gli consegniamo il potere di diventare padrone dei nostri pensieri, delle
nostre emozioni e dei nostri giorni. Come spezzare questa catena d'odio che
sorge così spontaneamente dalla nostra natura ferita? Il Siracide ci invita a
fare un bagno nella realtà: «Ricordati della fine e smetti di odiare, ricordati
della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti.» Il Siracide
ci esorta, dunque, a ricordarci della fine della nostra vita. Di fronte al
mistero della morte e dell'eternità, i nostri litigi familiari, le ripicche
professionali, i rancori che portiamo dentro da anni rivelano la loro
sconcertante banalità. La prospettiva della fine non serve a incutere terrore,
ma a restituire alle cose le loro giuste proporzioni. Ci porta a chiederci:
vale davvero la pena trascorrere il breve tempo che ci è dato alimentando un
risentimento destinato a svanire nella nella polvere?
La questione del perdono ritorna anche nel testo
evangelico. Pietro rivolge a Gesù una domanda che, in fondo, appartiene
all’esperienza di ciascuno di noi: «Signore, quante volte dovrò perdonare al
mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?». La risposta di Cristo
appare quasi spaventosa. Egli ci chiede di perdonare sempre! L’amore non
vive di calcoli, di conteggi! Ma diciamoci la verità: com’è possibile mettere
in pratica quello che Gesù domanda? A volte ci sono ferite che sembrano troppo
profonde, torti che ci appaiono troppo grandi, parole e gesti che sembrano
rendere impossibile ogni riconciliazione.
Gesù ci spiega come sia possibile perdonare attraverso la
parabola del servo spietato. Noi non riusciamo a perdonare perchè guardiamo
solo l'offesa che abbiamo ricevuto, dimenticando l’immenso debito che Dio ha
condonato a noi. La capacità di perdonare, allora, non nasce dal fatto che
l'altro "meriti" il nostro perdono. Nasce piuttosto dalla gratitudine
per essere stati noi, per primi, raggiunti dal perdono del Signore. Noi
possiamo perdonare perché siamo stati perdonati; possiamo usare misericordia
perché abbiamo ricevuto misericordia. Il Signore, infatti, ha preso su di sé i
nostri peccati ed è morto sulla Croce per i nostri. Ma Gesù non si è limitato a
questo. Ha fatto ben di più. Nel tempo della Chiesa Egli continua a vivere e
agire in noi. Con i sacramenti del Battesimo e dell’Eucarestia, Cristo
prende dimora in noi, viene ad abitare in noi e ci rende partecipi della sua
stessa vita divina. Per questo, quando la nostra natura umana protesta e invoca
vendetta, possiamo ricorrere a Lui e pregare con umiltà: «Signore, io da solo
non ce la faccio, la mia ferita brucia ancora. Donami la grazia di perdonare».
L’aiuto del Signore è necessario perchè il perdono è un
atto soprannaturale. Un cristiano perdona non semplicemente perché possiede una
particolare forza di volontà, ma perché Cristo opera e agisce in lui. È Cristo
che, attraverso la sua grazia, rende possibile ciò che alle nostre sole forze
sembra impossibile. Cari fratelli, il perdono è l’unica medicina capace di
spezzare le catene del male che rovinano le famiglie, spezzano le amicizie e
dividono le comunità. Ma è anche la medicina che libera il cuore e dona pace e
serenità.
Affidiamo il nostro cammino personale di guarigione,
quello delle nostre comunità e dell’umanità alla Vergine Maria. Lei, che
nell’ora più buia della storia è rimasta in piedi sotto la Croce senza nutrire
alcun rancore verso i carnefici del Figlio, e ha unito il dolore del Suo Cuore
Immacolato al sacrificio del Figlio per la nostra salvezza. Accogliamo,
allora, con fiducia questa Madre nella nostra vita e apriamole il nostro cuore,
affidando a Lei le nostre difficoltà, certi che non ci farà mancare il suo
soccorso e il suo aiuto. Aci 13
Serve la Dottrina Sociale della Chiesa
Il discorso del Papa ai partecipanti all’Incontro
“Fratelli tutti: Dialogo socio-ambientale Nord-Sud” di CELAM e USCCB, promosso
dalla Pontificia Commissione per l’America Latina. Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. Per dialogare con il mondo la Chiesa
deve lavorare con la sinodalità e senza polarizzazioni per ricostruire un mondo
che non serve più la dignità della persona.
Il Papa lo spiega nel suo discorso ai partecipanti
all’Incontro “Fratelli tutti: Dialogo socio-ambientale Nord-Sud” di CELAM e
USCCB, promosso dalla Pontificia Commissione per l’America Latina.
“L’imperativo evangelico di prendersi cura dei poveri
esige” che lo sguardo della Chiesa “si rivolga in modo particolare a coloro che
subiscono con maggiore gravità le conseguenze dei cambiamenti sociali,
economici e tecnologici” e poiché “Dio è entrato nella nostra storia. In
Gesù Cristo ha assunto la nostra umanità e ha affidato alla Chiesa la missione
di annunciare il Vangelo nel contesto delle circostanze reali in cui vivono i
popoli”.
Leone XIV cita la Magnifica Humanitas e ricorda che “di
fronte allo sviluppo tecnologico, la questione decisiva non è semplicemente se
accettiamo o rifiutiamo determinati strumenti, ma quale umanità vogliamo
costruire e quale posto avrà in essa ogni persona”. Questo porta ad un
“programma di responsabilità condivisa” che “può contribuire proprio a evitare
che le legittime differenze si trasformino in frammentazione”, senza
polarizzazioni. Ecco perché “l’esperienza sinodale della Chiesa può offrire qui
un insegnamento: ascoltare veramente le differenze non significa diluirle, ma
imparare a discernere e a cercare, a partire da esse, ciò che può servire al
bene di tutti. Questo esercizio risulta particolarmente necessario in un’epoca
in cui le narrazioni polarizzate trovano immediata amplificazione e in cui lo
scontro può facilmente trasformarsi in strumento di potere”.
E il dialogo autentico il Papa dice che “esige qualcosa
di più della cordialità: obbliga a rimanere nel dialogo quando emergono
interessi contrastanti e quando le decisioni richiedono rinunce concrete”.
In questo la Chiesa ha la Dottrina sociale come guida
anche se “i suoi principi non sostituiscono le decisioni che dovete prendere;
offrono piuttosto criteri per valutare se tali decisioni rispettino veramente
la dignità umana e servano il bene comune”.
Citando la conclusione della Magnifica Humanitas con la
figura di Neemia davanti a Gerusalemme distrutta il Papa dice: “Allo stesso
modo, ai nostri giorni, grandi strutture sono crollate ovunque il progresso
smetta di servire la persona, dove il lavoro perda la sua dignità, dove intere
comunità vengano emarginate o dove la tecnologia finisca per accentuare le
divisioni che dovrebbe invece aiutarci a superare”. Allora chiede di lasciarsi
“stimolare dai segni dei tempi e accogliete i contributi delle scienze, delle
culture e delle esperienze umane per discernere possibili vie da seguire” e
incoraggia “a coltivare una sana «cultura della negoziazione» , capace di
aprire vie laddove le differenze sembrano precludere ogni possibilità di
incontro. In questo modo, potrete anche voi contribuire alla diplomazia della
pace di cui il nostro mondo ha bisogno”.
Infine una sottolineatura: “Neemia non ricostruì
Gerusalemme da solo. Chiamò a raccolta il suo popolo, e ciascuno lavorò alla
sezione di cui era responsabile. Spetta ora a voi riconoscere quale parte di
questo lavoro condiviso vi è stata affidata. Possa il progresso del nostro
tempo non lasciare nuove rovine al suo passaggio, e possa ciò che costruiamo
essere veramente una casa e un rifugio per tutti, a cominciare dai più
bisognosi”. Aci 12
La festa di Maria vista da Paolo Pasquino della comunità di Wiesbaden
„Dove c’è una pluralità di persone, c’è anche un modo
diverso di vivere la fede, e io li rispetto tutti. In fondo, se siamo lì, è
perché ognuno riceve una chiamata che il Padre Eterno rivolge in modo diverso a
ciascuno di noi“ (Paolo Pasquino). Di Laura Latini
“Maria, Madre di tutti i popoli” è la festa delle
comunità di lingua straniera della diocesi di Limburg. Si celebra ogni anno nel
weekend successivo alla Natività di Maria, nella Frauenfriedenskirche di
Francoforte-Bockenheim. La giornata si articola in un solenne pontificale, una
processione mariana per le vie del quartiere con la statua della Vergine
portata a spalla, le preghiere dei fedeli recitate in decine di lingue diverse,
e si conclude con un buffet internazionale in cui ogni comunità porta un piatto
tipico del proprio paese d’origine. Nata come segno di comunione tra le tante
nazionalità presenti nella diocesi, la festa riunisce ogni anno fedeli
provenienti da circa 45 comunità.
Paolo Pasquino fa parte del Consiglio pastorale a
Wiesbaden, è stato membro dell’Ausländerbeirat. È stato invitato dal comune per
conto dell’Ausländerbeirat di Wiesbaden alla cerimonia „Würdigung der
Gastarbeiterinnen und Gastarbeiter“ lo scorso 28 novembre 2025.
Cos’è per te la festa di Maria, Madre di tutti i popoli?
È la data di nascita della Madonna e si festeggia nel
weekend successivo. Quattordici anni fa il Consiglio delle comunità di lingua
straniera ha proposto questo evento. Io la celebravo anche a Reggio Calabria,
dove partecipavo da ragazzo: per me è un onore poterlo organizzare ed esserci.
Perché hai deciso di partecipare a questo evento nella
Frauenfriedenskirche?
Perché da 35 anni faccio parte del Consiglio pastorale e
da circa 30 anni del Consiglio delle comunità di altra lingua. Incontrare
persone di altre lingue mi arricchisce.
Come sei arrivato a questo impegno?
Quasi per caso: prima frequentavo una parrocchia vicino a
casa, ma per me l’importante era semplicemente andare in una chiesa cristiana.
Da quando poi mi hanno eletto nel Consiglio pastorale, ho cercato comunque di
impegnarmi. Anche se è volontariato, non prendo le cose alla leggera: cerco di
aggiornarmi e di lavorare con serietà.
Cosa significa essere presente a questa celebrazione?
Rappresento la comunità italiana e mi sento parte della
diocesi di Limburg. Nei gruppi di lavoro partecipo dal basso all’organizzazione
di questa splendida giornata insieme alle altre comunità di altra lingua.
Qual è il momento della celebrazione a cui tieni di più —
la messa, la benedizione eucaristica o il rinfresco condiviso?
Tutti i momenti sono importantissimi: dove c’è una
pluralità di persone, c’è anche un modo diverso di vivere la fede, e io li
rispetto tutti. In fondo, se siamo lì, è perché ognuno riceve una chiamata che
il Padre Eterno rivolge in modo diverso a ciascuno di noi. Mi piacciono molto
la processione e i canti in più lingue.
Hai un ricordo particolare legato alle edizioni passate
di questa festa?
Il senso dello stare insieme, il dialogo tra lingue
diverse, il valore dell’incontro tra persone diverse: c’è sempre qualcosa da
imparare.
Cosa rappresenta, secondo te, il buffet internazionale
che segue la messa?
Tre o quattro comunità italiane hanno uno stand: noi
portiamo qualcosa, loro portano qualcos’altro, e collaboriamo con le altre
comunità italiane come se fossimo un’unica comunità, una famiglia tra le altre
famiglie che parlano altre lingue.
In che modo questo evento aiuta il dialogo tra le diverse
comunità linguistiche e riti della diocesi di Limburg?
L’incontro crea il dialogo tra una miscela di mentalità
diverse. Del.mci.de 12.9.
Il Card. Spengler: "Ascolto e dialogo per migliorare la nostra casa
comune"
A Roma il quarto Incontro Sinodale Fratelli Tutti:
dialogo socio-ambientale Nord-Sud - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. “Siamo qui per ascoltarci a vicenda,
per scoprire i sogni che ci uniscono al fine di rendere possibile una vita
migliore per tutti e non soltanto per alcuni. Ricordiamo che la crisi socio
ambientale colpisce l’intera umanità, soprattutto i più poveri. E per questo è
fondamentale per unire le voci. Dobbiamo costruire con urgenza i percorsi
verso un futuro dignitoso e giusto per tutti e creare questi spazi per
promuovere autentici momenti di ascolto e dialogo, di sinodalità convinti che
sia necessario riunire una pluralità di persone e istituzioni altamente
rappresentative per discernere insieme e creare con coraggio i consensi e gli
accordi che ci portano ad agire in modo deciso e responsabile”. Lo ha
detto stamane il Cardinale Jaime Spengler, Arcivescovo di Porto Alegre,
Presidente della Conferenza Episcopale Brasiliana e Presidente del CELAM,
durante la conferenza stampa Conferenza dedicata al quarto Incontro Sinodale
Fratelli Tutti: dialogo socio-ambientale Nord-Sud, in corso fino a domani.
“Papa Francesco – ha aggiunto il Cardinale Leonardo
Steiner, Arcivescovo di Manaus e Presidente della Conferenza Ecclesiale
dell'Amazzonia - ha aperto un orizzonte che non possiamo dimenticare, per
illuminare la nostra evangelizzazione. Con Papa Leone abbiamo imparato a
guardare avanti. La dignità umana si può collegare con la dignità della natura.
Per questo San Francesco chiamava tutti fratelli e sorelle. Dobbiamo curare il
bene comune, stiamo dialogando sulla questione dell’ambiente e della ecologia
integrale senza dimenticare i popoli delle foreste”.
A prendere parte ai lavori anche Monsignor Daniel Flores,
Vicepresidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti. “Dobbiamo
lavorare per trovare modi in cui la diversità possa esprimersi, anche per
dimostrare l’unità della Chiesa e della comunità nel suo insieme. Creiamo spazi
– ha precisato Monsignor Flores - per consentire a chi la pensa diversamente di
parlarsi e di ascoltarsi per poi poter collaborare. Per noi è importante fare
questo anche in America. E’ importante collaborare, vogliamo trovare un modo
per promuovere il dialogo camminando insieme. Una cosa che cerchiamo di fare in
America è creare opportunità per chi non ne ha, per parlare ed
esprimersi, è fondamentale per un ordine sociale più giusto e questo è
importante anche per la Chiesa. Questi incontri ci ricordano che dal punto di
vista cattolico la storia non è sempre legata a chi ha più potere, c’è anche
amicizia sociale e dobbiamo dare alle voci di esprimersi. La priorità per la
chiesa degli Stati Uniti è creare spazi dove i poveri possano esprimersi,
importante per una democrazia e anche per i legislatori sentire cosa pensa chi
è ai margini. I vescovi vogliono e sono disponili a parlare con i membri del
governo in modo amichevole, parliamo con l’amministrazione e con il Congresso,
non vogliamo infiammare o provocare, ma discutere del bene comune”.
“Dobbiamo ampliare – ha invece auspicato Monsignor
Reginald Andrietta, coordinatore della Rete del Lavoro Organizzato del CELAM -
i valori dell’integrazione, Papa Francesco diceva che lo sviluppo dell’America
Latina era un sogno ancora da realizzare ma continuiamo a compiere dei passi,
confrontandoci con il Nord America costruendo ponti. Va superata la cultura
della indifferenza e della concorrenza. Vogliamo un umanesimo basato sull’etica
cristiana. Dobbiamo basarci sulla ricerca della pace in ogni situazione di
conflitto, promuoviamo quindi il principio di solidarietà, cardine della
dottrina sociale della Chiesa. Va costruita una cultura della convergenza
e della pace, come vuole lo stesso Papa Leone”.
Presente anche Liz Schuler, Presidente della Federazione
Americana del Lavoro e Congresso delle Organizzazioni Industriali. “Noi – ha
rivendicato - rappresentiamo milioni di lavoratori e siamo qui perché crediamo
nel dialogo sociale, essenziale per promuovere il bene comune. Noi ci sediamo
con i governi per migliorare le comunità, dal dialogo si creano rapporti
duraturi, quando tutti si presentano per ascoltare siamo in grado di andare
avanti a vantaggio di tutti. Noi abbiamo parlato di come Magnifica Humanitas
riporta molte delle nostre preoccupazioni. Noi siamo qui per scegliere un
percorso migliore insieme ai lavoratori. Per dare un futuro di speranza e di
giustizia. Siamo pronti a lavorare con chi è interessato alla promozione di un
futuro positivo per tutti”.
Infine l’intervento di Gerardo Martinez, Membro effettivo
del Consiglio di Amministrazione dell'ILO, l’Organizzazione Internazionale del
Lavoro secondo cui “è importante questa partecipazione perché è fondamentale
riunire dei criteri in un dibattito con la dottrina sociale della Chiesa per
affrontare i problemi della nostra società nei nostri continenti. Grande valore
ha la sussidiarietà, ogni problema va risolto al livello più locale possibile.
L’enciclica di Papa Leone XIV – la sua visita in America Latina ci riempie di
emozione - ci dice di non resistere alla innovazione ma dobbiamo negoziare la
transizione, l’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità per
capire chi sarà al servizio di chi. Va integrata nel mondo del lavoro, non può
essere un solo algoritmo a decidere tutto. La sfida è trovare un lavoro
degno.”. aci 11
La reazione delle Chiese, come hanno votato i cristiani in Sachsen-Anhalt
Le Chiese cattolica ed evangelica in Germania prendono
atto della vittoria schiacciante del partito di estrema destra e xenofobo AfD,
interpretandola come un segno di profonda scontentezza e di perdita di fiducia
verso le istituzioni e i tradizionali partiti popolari. Le Chiese continueranno
a vigilare e a fare il possibile per sostenere la democrazia e la coesione
sociale. Di Paola Colombo
È la sintesi della dichiarazione congiunta pubblicata
lunedì dalla Conferenza Episcopale Tedesca (DBK), dalla Chiesa Evangelica in
Germania (EKD) e dalla Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen in Deutschland
(ACK, Comunità di Lavoro delle Chiese Cristiane in Germania).
https://www.dbk.de/presse/aktuelles/meldung/die-christlichen-kirchen-in-deutschland-setzen-gemeinsam-ein-zeichen-der-zuversicht
«Esortiamo i vincitori delle elezioni a rispettare senza
riserve la Costituzione del Land e la Legge fondamentale e a tutelare la
dignità di tutte le persone, indipendentemente dall’origine, dalla religione,
dallo stile di vita, dai risultati raggiunti o dalla posizione ricoperta», si
legge nella dichiarazione.
«Come Chiese siamo impegnate a diffondere il Vangelo e a
promuovere la visione cristiana dell’uomo» – prosegue il comunicato. Si ricorda
inoltre che già nel febbraio 2024 la Chiesa cattolica in Germania aveva
apertamente preso le distanze dall’AfD https://www.delegazione-mci.de/il-nazionalismo-etnico-e-incompatibile-con-il-cristianesimo/.
Le Chiese seguiranno da vicino e con occhio critico l’operato
del prossimo governo del Land Sachsen-Anhalt: «Non distoglieremo lo sguardo e
non resteremo in silenzio quando la dignità umana viene violata, la nostra
democrazia viene messa a repentaglio o lo Stato di diritto viene svuotato di
significato. Daremo sempre il nostro contributo per sostenere la nostra
democrazia e la coesione sociale».
Sul portale cattolico Katholisch.de si trova un’analisi
del voto dei cristiani in Sachsen-Anhalt, di cui riportiamo i passaggi
salienti.
https://katholisch.de/artikel/70220-katholiken-protestanten-konfessionslose-wer-hat-die-afd-gewaehlt
La Forschungsgruppe Wahlen di Mannheim ha analizzato
l’elettorato di AfD in Sassonia-Anhalt in relazione ad appartenenza religiosa e
all’età. Il dato più evidente riguarda le persone senza appartenenza religiosa:
il 47% dei non credenti ha votato AfD, una quota nettamente superiore a quella
degli evangelici (33%) e dei cattolici (32%). Tra i non religiosi, l’AfD supera
persino il suo già elevato risultato complessivo del 43,8%.
Tra gli elettori cristiani, invece, emerge un fenomeno
diverso: le preferenze che l’AfD non riesce a raccogliere confluiscono in larga
parte nella CDU. Sebbene i cristiano-democratici abbiano ottenuto solo il 17,2%
a livello generale, tra evangelici e cattolici raggiungono il 26% in entrambe
le confessioni, segno che la CDU mantiene una base solida proprio tra i
credenti.
La distribuzione per genere rivela ulteriori differenze:
gli uomini votano AfD molto più delle donne. Tra gli evangelici, il 38% degli
uomini ha scelto l’AfD, contro il 29% delle donne; tra i cattolici, il 37%
degli uomini contro il 26% delle donne. Il partito beneficia dunque in modo
marcato del voto maschile.
La differenza più significativa fra le confessioni
cristiani si trova in riferimento all’età: tra i giovani sotto i 34 anni, il
39% dei giovani evangelici ha votato AfD, mentre tra i cattolici della stessa
fascia d’età la quota scende al 23%. Nella fascia tra i 35 e i 59 anni, invece,
le differenze si attenuano: il 38% degli evangelici e il 37% dei cattolici ha
scelto l’AfD, mostrando un comportamento elettorale quasi identico.
Alcune reazioni della stampa tedesca, osservazioni e
commenti dell’8 settembre
L’AfD non ha ottenuto la maggioranza assoluta e, come
fanno notare alcuni quotidiani tedeschi, sarebbe sbagliato da parte del
Ministro presidente sconfitto, il cristiano sociale Sven Schulze, tentare di
restare aggrappato al governo del Land con una debole coalizione, perché la
volontà degli elettori è inequivocabile. Sarebbe una possibilità che non viola
la costituzione, ma ne tradirebbe lo spirito, si legge sulla rivista Cicero. La
democrazia parlamentare, ricorda la rivista, vive di stabilità e
legittimazione, non di acrobazie tattiche.
Non dovrebbe essere difficile arrivare a una maggioranza
di governo per la AfD: i tre seggi mancanti per avere la maggioranza assoluta
l’AfD potrebbe averli dalla Bündnis di Sarah Wagenknecht (BSW). Secondo la
Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), l’AfD è ora «dipendente dal BSW» per
qualsiasi prospettiva di governo.
Se davvero gli venisse affidato l’incarico di governo,
l’opposizione nel Landtag dovrebbe diventare un argine democratico, un
correttivo necessario. Una posizione condivisa anche dalla Rheinpfalz, che
invita i partiti di centro a non cedere alla pressione dell’AfD.
Ma la gravità della situazione si misura a Berlino.
Questo risultato elettorale indebolisce il non amato cancelliere Friedrich Merz
e il suo governo. Una linea di governo orientata al riarmo massiccio che taglia
ove possibile il welfare (sanità, università, scuola, aumento del costo della
vita) che piace né a Est né a Ovest. E questi tagli sono sempre più palpabili.
La crisi dunque investe anche il cancelliere Friedrich
Merz. La Rheinische Post parla di un leader «gravemente indebolito», che
«vacilla» dopo la débâcle elettorale. La fiducia nel suo ruolo, scrive il
giornale, è «profondamente scossa» all’interno della CDU. Se Merz non mostrerà
rapidamente come fermare il declino del partito e colmare il divario con l’AfD,
rischia di isolarsi ulteriormente. A tenerlo in piedi, secondo la testata,
sarebbe soltanto la mancanza di alternative credibili.
La Süddeutsche Zeitung (SZ) descrive la situazione del
cancelliere come un «mix tossico» di impopolarità record, pressione per il
cambiamento, minacce esterne e risentimento sociale, lasciando aperta la
domanda su quale via d’uscita rimanga. E invita alla prudenza: un crollo del
governo federale sarebbe «un trionfo per l’AfD». Nessun partito democratico dovrebbe
trasferire le scosse politiche di Sachsen‑Anhalt a Berlino. La SZ
La Die Zeit va oltre e dichiara finita l’epoca della
Brandmauer, del muro antincendio. La CDU deve affrontare l’AfD sul piano
ideologico, riscoprendo i propri valori fondativi. „La CDU si è concentrata fin
troppo sulle somiglianze con l’AfD; oggi, questo appare assurdo. Il culmine è
stato raggiunto nel luglio 2023, quando Merz ha definito il suo partito
‚un’alternativa per una Germania con sostanza‘. Ha concettualmente definito la
CDU in termini di populisti di destra. Come se la CDU avesse dimenticato i suoi
ideali e ciò che l’hanno resa grande. Si tratta di un contrasto di valori che
la CDU semplicemente non riconosce: democrazia contro autoritarismo, libertà
contro repressione, progressisti contro reazionari. Ma la CDU deve riconoscere
questo contrasto; deve combattere la battaglia intellettuale e ideologica“,
La Welt aggiunge un’osservazione che sono in molti
analisti a condividere: la repressione verso la destra ha contribuito a
radicalizzare ulteriormente l’AfD, più che altrove in Europa. La Germania,
scrive il quotidiano, si trova su un «pericoloso precipizio», dove il business
as usual delle élite politiche è altrettanto rischioso quanto la
radicalizzazione della destra.
In questo quadro politico teso, si aggiunge la crisi
dell’industria automobilistica tedesca con l’Annuncio di pochi giorni fa dei
tagli di 50.000 posti di lavoro nella Volkswagen.
A Osnabrück, lo stabilimento Volkswagen non produrrà più
automobili ma sistemi di difesa aerea. Il Land della Bassa Sassonia,
Volkswagen, il gruppo israeliano Rafael e l’investitore Aurelius Capital hanno
siglato un accordo che, secondo la Stuttgarter Zeitung, rappresenta «una buona
notizia» per i 1.800 dipendenti, di cui 1.400 saranno riassorbiti. La
riconversione industriale potrebbe offrire nuove prospettive anche ai
lavoratori degli stabilimenti minacciati di chiusura a Emden, Hannover, Zwickau
e Neckarsulm.
L’industria della difesa, conclude la testata, è
destinata a diventare un settore chiave in Germania. Del.mci.de 8.9.
L'Arcivescovo Delpini: "L’inizio non è solo organizzazione, ma
sollecitudine"
Milano. Lo scorso 8 settembre nel Duomo di Milano
l'Arcivescovo Delpini ha presieduto il pontificale nella solennità della
Natività della Beata Vergine Maria, aprendo con l'occasione l'Anno pastorale.
“L’inizio - ha ricordato nell'omelia Monsignor Delpini -
è la critica della stanca ripetizione, del conformismo comodo e vile. L’inizio
è il coraggio, l’audacia di contestare l’individualismo per convocare alla
fraternità, di contestare l’autoreferenzialità che difende l’arbitrio come
libertà, che resiste allo stile sinodale come a un pericolo e a una
complicazione inutile. È l’audacia di annunciare il Vangelo fuori dal tempio,
nell’occasione quotidiana, perché il mondo non muoia di tristezza e di noia”.
"In questa cultura che preferisce procurare morte
invece che aiutare la vita - ha proseguito - il bambino che nasce è la
rivelazione di un’alternativa al declino. È il dono di Dio che insegna che la
vita è dono, vocazione, povertà e responsabilità, che rende così lieti e grati
che è giusto suonare le campane a festa, perché lo scampanio festoso si
diffonda e offra spiragli di speranza nelle notti della disperazione".
“L’inizio - ha detto ancora l'Arcivescovo - è la
gratitudine e l’ammirazione per una Chiesa capace di sempre nuovi inizi.
L’inizio è il calendario che non sia solo organizzazione, ma sollecitudine per
raggiungere tutti, tutti per quanto possibile. L’inizio è il proposito di
accogliere e promuovere i doni di Dio, di accompagnare come servo il popolo
che, con questi tratti, inizia il nuovo anno”.
Al termine della celebrazione l'Arcivescovo di Milano ha
fatto anche riferimento alla recente proroga concessagli da Papa Leone XIV.
"Sono contento - ha amesso il presule - di essere a
Milano e di continuare questo servizio. La mia preferenza sarebbe stata per
concludere, ma più per amore dalla scadenza che non per stanchezza o per
fatica. Sono una persona che prende le cose come sono e fa il meglio che può
finché gli è data la possibilità di farlo".
Aci 9
“Le nostre Comunità diventino scuole di Pace
Frascati - Non aspettare che la guerra finisca per
cominciare a costruire la pace. Prepararla prima, nei territori e nelle
comunità, affrontando le diseguaglianze, riconoscendo i conflitti, disarmando
le parole e contrastando ogni forma di strumentalizzazione delle identità.
È la prospettiva emersa al termine del seminario
nazionale “Costruire identità plurali al servizio della pace”, promosso dal 7
al 9 settembre a Frascati da Caritas Italiana e dall’Ufficio nazionale per i
problemi sociali e il lavoro della Conferenza Episcopale Italiana.
Tre giornate di ascolto, approfondimento e confronto
hanno mostrato come le guerre vengano preparate molto prima dell’uso delle
armi. Accade quando l’identità diventa una fortezza da difendere, il confine un
muro invalicabile, l’interesse nazionale l’unico criterio delle scelte e
l’altro una minaccia dalla quale proteggersi. Accade anche quando le
diseguaglianze e il senso di abbandono alimentano paura e risentimento,
offrendo nuovo spazio a nazionalismi e appartenenze contrapposte.
Il seminario ha messo in luce la necessità di superare
l’idea di identità pure, compatte e autosufficienti. Le identità personali,
culturali e religiose sono attraversate dalla storia, dalle differenze e dalle
relazioni e non diventano più fragili nell’incontro con l’altro, ma possono, al
contrario, diventare più consapevoli e generative. Anche il confine, senza
essere cancellato, può trasformarsi da linea di separazione in luogo di
riconoscimento e reciprocità.
“L’impegno che ci assumiamo al termine di queste giornate
è fare delle nostre comunità vere scuole di pace”, dichiara don Marco
Pagniello, direttore di Caritas Italiana. “Significa attivarci nelle diocesi,
costruire alleanze e cambiare narrazione, mostrando attraverso gesti concreti
che alla pace ci si educa e ci si allena, a partire dagli ambienti della vita
quotidiana. Dobbiamo trovare anche modi nuovi per informare e coinvolgere le
nostre comunità, riuscendo ad arrivare a tutti. È uno sguardo di speranza,
necessario per liberarci dalle paure e non permettere che siano queste a
orientare le nostre scelte”.
Un secondo approdo riguarda il modo di intendere la pace
che non coincide con l’assenza del conflitto, né con un generico invito alla
concordia. Il conflitto appartiene alla vita delle persone e delle comunità e
può diventare occasione di cambiamento. La guerra comincia quando alla
relazione, al diritto e alla politica viene sostituita la logica della forza.
“Dopo la Seconda guerra mondiale si era affermata la
consapevolezza che la guerra non potesse più essere lo strumento per uscire dai
conflitti. Oggi, invece, viene nuovamente ipotizzata come una soluzione
normale”, afferma don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i
problemi sociali e il lavoro della CEI. “È il segno di una povertà relazionale:
abbiamo smesso di lavorare sulle relazioni e rischiamo di affidare alla forza
ciò che dovremmo affidare al diritto, al dialogo e a una cittadinanza realmente
inclusiva. Costruire identità plurali significa allora domandarci quali
relazioni vogliamo generare tra le persone, nelle nostre comunità e tra i
Paesi”.
Le riflessioni maturate a Frascati richiamano anche la
responsabilità delle Chiese e delle religioni. La fede può essere piegata alla
difesa di identità chiuse e utilizzata per sacralizzare il potere, la nazione e
la contrapposizione. Ma l’esperienza religiosa custodisce anche un antidoto
decisivo, perché ricorda all’essere umano di non essere principio di sé stesso
e lo apre alla relazione con un’alterità che non può possedere, né ridurre alla
propria misura. Le religioni possono contribuire alla pace riconoscendo
nell’altro una storia, una dignità e un’esperienza di fede che chiedono
ascolto.
Un compito specifico riguarda la comunicazione. Le parole
non si limitano a raccontare i conflitti: possono esasperarli, costruire il
nemico e rendere progressivamente accettabile la violenza. In un sistema
informativo condizionato dalla velocità, dalla polarizzazione e dagli
algoritmi, disarmare la comunicazione significa verificare, contestualizzare,
restituire complessità, moltiplicare i punti di vista e dare volto alle persone
che rischiano di essere ridotte a categorie o numeri.
Lo sguardo è ora rivolto ai territori. Parrocchie,
scuole, associazioni, movimenti e comunità religiose possono diventare luoghi
nei quali i conflitti vengono riconosciuti prima che degenerino in inimicizia,
le paure trovano ascolto senza essere strumentalizzate e le differenze possono
concorrere alla costruzione del bene comune.
La pace non è dunque un settore da aggiungere alle
attività pastorali e sociali. È un criterio con cui ripensarle tutte:
l’ascolto, l’educazione, la comunicazione, l’accoglienza, l’advocacy, la
partecipazione democratica e la cura delle persone più esposte alle
diseguaglianze.
È questa la consegna con cui si chiude il seminario: dare
forza alle relazioni, al diritto e alle istituzioni; attraversare i confini
senza negare le differenze; creare nei territori luoghi reali nei quali sia
possibile vivere la fraternità e affrontare i conflitti senza trasformare
l’altro in un nemico, perché la pace inizia quando l’altro torna a esistere
come persona, come interlocutore, come parte di un futuro comune. Caritas 9
Il Gruppo Editoriale San Paolo ricorda con profonda
gratitudine e sincero affetto la figura di fratel Enzo Bianchi, scomparso oggi
all’età di 83 anni. Il monaco, fine e appassionato biblista, ha collaborato per
decenni come autore di numerosi saggi e firma di diverse testate, fra cui
Famiglia Cristiana, Jesus e Vita Pastorale. Intellettuale capace di dialogare
con la cultura laica, credente e convinto sostenitore del Concilio Vaticano II
e del dialogo tra confessioni cristiane e tra le religioni, non sempre è stato
capito e apprezzato, come tutti gli uomini che guardano lontano e che per
questo risultano sovente profeti inascoltati.
Dice don Stefano Stimamiglio direttore di Famiglia
Cristiana e Amministratore Delegato del Gruppo Editoriale San Paolo: «Fratel
Enzo Bianchi è stato fin dagli anni Novanta un prezioso collaboratore del
nostro Gruppo Editoriale. Ha proposto una riflessione costantemente nutrita
dalla Scrittura e attenta alle domande dell’uomo contemporaneo. Uomo e monaco
libero, ha testimoniato e insegnato alla Chiesa che l’incontro con Gesù Cristo
non limita l’uomo, ma lo libera, aprendolo alla piena realizzazione di sé, alla
fraternità e all’incontro con l’altro. Il Gruppo Editoriale San Paolo ricorda
con gratitudine il lungo e fecondo contributo di fratel Enzo alla comprensione
e alla comunicazione del Vangelo e la passione con cui ha accompagnato per
tanti anni i suoi lettori».
Aggiunge don Simone Bruno, direttore editoriale delle
Edizioni San Paolo: «Fratel Enzo Bianchi ci lascia in eredità una
"impronta" indelebile, caratterizzata da un connubio rigoroso e
vitale: fedeltà appassionata al messaggio evangelico e capacità coraggiosa di
traduzione dello stesso nella cultura contemporanea. La sua brillante
intelligenza spirituale lo ha portato a vivere e a proporre in modo innovativo
l'esperienza monastica cristiana, ad accogliere tante sorelle e fratelli da
tutto il mondo e ad aprire territori di dialogo originali con chiunque sentisse
il bisogno della ricerca della Verità. Viene a mancare una figura unica,
potente, che ha segnato inevitabilmente una delle epoche più complesse della
storia dell'umanità».
Proprio in questo periodo le Edizioni San Paolo stanno
riproponendo le sue migliori pubblicazioni nell’inedita Biblioteca Enzo
Bianchi: il 9 di settembre uscirà in libreria “Presbiteri per la Chiesa di
oggi” dove, con passione e lucidità, viene analizzata la figura del sacerdote,
dal celibato alle celebrazioni. L’opera arriva dopo la prima uscita di successo
Il corvo di Elia (2026).
Tra le altre numerose pubblicazioni con le Edizioni San
Paolo si ricordano anche L’arte di scegliere (2018), Una lotta per la vita
(Biblioteca Universale Cristiana, 2024); L'arte della preghiera (2024), Il
tempo e la fede (2025). Ed.S.Paolo 2.9.
Veneto. Il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia circa la nuova legge
regionale sul fine vita
A seguito dell’approvazione della legge regionale sul
suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un
modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva
difficilmente controllabile.
La percezione della dignità della vita umana appare da
oggi meno tutelata. C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone
fragili e sole, ossia per le persone che affrontano la vecchiaia e il suo
epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo.
Quanto alle motivazioni psicologiche – i cui margini di
interpretazione soggettiva sono ampi – è evidente che di volta in volta le
situazioni in cui sarà consentito intervenire col suicidio assistito tenderanno
a moltiplicarsi. In alcuni dei sostenitori della legge in oggetto, essa è
intesa come l'inizio di un processo ampliabile. E così si rischia di aprire a
un soggettivismo interpretativo per cui è logico domandarsi quali saranno i
criteri effettivamente utilizzati per definire e valutare oggettivamente, di
volta in volta, una sofferenza come “insopportabile”.
Oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello
di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato.
L'impegno ora è di promuovere di più e meglio una cultura
di prossimità, specialmente nei momenti in cui la vita diventa difficile e
fortemente compromessa.
L’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con
i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro –
ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure
palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore.
Infine, l'auspicio che l’obiezione di coscienza sia
davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali
protocolli sanitari. Dip 2.9.
Il Perdono apre al futuro: dal Summit dell’Aquila una riflessione
L’AQUILA – Interpretare lo spirito della Perdonanza
significa custodirne le radici e, allo stesso tempo, portarne il messaggio nel
presente, facendolo dialogare con le domande del nostro tempo. È questa la
direzione che ha segnato la IV edizione del Summit nazionale “Il Perdono nutre
il Mondo”, promosso e organizzato da One Group e L’Aquila Made In, che sabato
29 agosto ha registrato al Teatro San Filippo una grande partecipazione di
pubblico intorno al tema “Il Perdono apre al futuro? I giovani e la libertà di
scegliere”. Ideato da Francesca Pompa, art director del Summit, l’incontro è
stato introdotto da Angelo De Nicola e moderato dalla stessa Pompa. Ad aprire i
lavori i saluti istituzionali di Manuela Tursini, assessore alle Politiche
sociali del Comune dell’Aquila, del Prefetto dell’Aquila Vito Cusumano e di
Goffredo Palmerini, presidente dell’associazione L’Aquila Made In.
Significativo il riconoscimento istituzionale giunto al
Summit attraverso il messaggio della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Nel suo saluto la Presidente Meloni ha sottolineato come il Summit
“impreziosisca il programma della 732ª Perdonanza Celestiniana”, richiamando il
percorso dell’Aquila quale laboratorio di rinascita, innovazione e futuro. La
Presidente del Consiglio ha inoltre ricordato la “missione speciale” affidata
alla città dalle parole di Papa Francesco: tenere vivo il dono di Celestino V e
promuovere, in un tempo attraversato da crisi e polarizzazioni, la forza del
perdono e il messaggio universale della riconciliazione.
I giovani sono stati al centro del Summit, ma attraverso
una prospettiva precisa: interrogare soprattutto il mondo degli adulti. Quale
mondo stiamo consegnando alle nuove generazioni? Quali esempi e modelli
proponiamo? Quanto spazio siamo realmente capaci di lasciare alla loro libertà?
Su queste domande si sono confrontate voci e sensibilità
diverse. Francesco Giorgino ha analizzato il perdono nella società
individualizzata; Michelangelo Tagliaferri il rapporto tra verità, memoria,
etica e Perdonanza; Massimo Cacciari il legame tra perdono, libertà e futuro;
Diego Fusaro il dono come possibilità di liberarsi dalla logica dell’utile e
dello scambio.
Alla riflessione si sono affiancate le esperienze: Davide
Simone Cavallo, con “Non odio”, ha raccontato la scelta di non lasciare
all’odio l’ultima parola sulla propria storia, confrontandosi con un
quindicenne che ha portato direttamente
nel Summit le domande dei giovani. Carmina Gallucci ha affrontato il dubbio
come ponte verso il perdono, affidando anche alla musica, con “Sospesi ma
vivi”, parte del proprio messaggio; Valeria Pompili ha indagato il perdono come
possibilità di trasformazione e libertà. Remo Lucchi ha riportato l’attenzione
sulla responsabilità educativa degli adulti nell’accompagnare i giovani verso
scelte libere e consapevoli, mentre Dario Bolis ha sottolineato la necessità
non di scegliere il futuro al posto dei giovani, ma di porli nelle condizioni
di poterlo scegliere.
Pensieri ed esperienze differenti che non hanno cercato
di offrire una risposta definitiva alla domanda “Il Perdono apre al futuro?”,
ma hanno fatto emergere una consapevolezza: la libertà dei giovani non riguarda
soltanto le scelte che sapranno compiere, ma anche ciò che gli adulti
consegnano loro e lo spazio che sono capaci di lasciare alle loro domande, ai
loro errori e alla possibilità di trovare la propria strada.
È qui che perdono, libertà e futuro possono incontrarsi.
Il perdono non cancella il passato. Può però impedire che il passato abbia
sempre l’ultima parola e aprire al futuro quando ciascuno ritrova la libertà di
scegliere. È questa una delle riflessioni che la quarta edizione del Summit “Il
Perdono Nutre il Mondo” consegna alla città e alla Perdonanza: continuare ad
interrogare il perdono e la sua attualità, facendone una cultura viva,
contemporanea e capace di futuro.
Il Summit ha ricevuto il patrocinio della Regione Abruzzo
e del Comune dell’Aquila. Organizzato e sostenuto principalmente da One Group e
L’Aquila Made In, ha ricevuto un contributo dal Comune dell’Aquila, dalla
Fondazione Carispaq, da SODIFA e SE.RA. Centro Studi del Conflitto, con LAQTV
come media partner. Goffredo
Palmerini
Bischof Heße in Fulda: Kirche muss
nicht immer alles lösen
Die
katholische Kirche solle sich fragen, welche Wunden sie geschlagen habe, meint
der Hamburger Erzbischof Stefan Heße. In seiner Predigt bei der Messe der
Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) in Fulda an diesem
Dienstag betonte er zugleich, das bedeute nicht, dass sich alles lösen lasse: „Die
Kirche muss nicht immer alles lösen und überzeugen – sie kann es auch oft
nicht.“ Es sei jedoch wichtig, bei den Menschen zu bleiben, zuzuhören und sich
ihnen zuzuwenden. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt
Mit
Blick auf das von der Kirche verursachte Leid nannte der Erzbischof auch
konkrete Beispiele: „Denken wir an die Zeiten der Sklaverei, den geistlichen
und institutionellen Machtmissbrauch, Ausgrenzung und das Nichthören auf
Betroffene.“ Die Kirche müsse sich zudem die Frage stellen: „Wo sind wir selber
verwundet und bedürfen der Heilung und Umkehr?“ In einer säkularen Welt gelte
es für die katholische Kirche daher, sich auf Spurensuche zu begeben –
orientiert am Beispiel der Engel, so Heße. Die katholische Kirche feiert am 29.
September das Erzengelfest.
Engel
als Boten für Menschen und die Kirche
Als
„Zwischenwesen, gleichsam Boten und Übersetzer“ zwischen der irdischen Welt und
dem Himmel erfreuten sich Engel auch in einer „säkularisierten Kultur, in der
die klassische religiöse Semantik vielfach an Plausibilität verloren hat“,
weiterhin großer Beliebtheit.
Erzbischof
Heße nannte etwa Schutzengel und Engel als Begleiter: „Sie berühren viele
Menschen. Wenn sie erscheinen, sprechen sie immer Menschen an und ermöglichen
Kommunikation und Begegnung", so der Hamburger Erzbischof. So scheine
sich eine Sehnsucht zu artikulieren, „dass die sichtbare Welt nicht alles
ist; dass jemand über mich wacht; dass es eine Botschaft gibt; dass Heilung
möglich ist." Hier könne die katholische Kirche anschließen.
„Wo
sind wir selber verwundet und bedürfen der Heilung und Umkehr?“
Anhand
der drei Erzengel Michael, Gabriel und Raphael richtete Heße anschießend
konkrete Fragen an die Teilnehmenden der Vollversammlung sowie an die
Gottesdienstgemeinde. Der Erzengel Michael fordere dazu auf, zu hinterfragen,
„ob Gott in unserem eigenen Leben, in unserem Zusammenleben und in unserem
kirchlichen Miteinander wirklich an erster Stelle steht“. Der Verkündigungsengel
Gabriel konfrontiere die Glaubenden mit ihrem Auftrag, „der Welt die Frohe
Botschaft Gottes weiterzugeben – nicht das, was wir selbst meinen und erfinden,
sondern was wir empfangen haben“. Der Erzengel Raphael schließlich stehe für
Gottes Heilung und lenke den Blick auf die Not der Gegenwart: „Wo sind die
Wunden der Menschen? Wo sehnen sie sich nach Heilung?“
„Der
Erzengel Michael stellt uns immer wieder vor die entscheidende Frage, ob Gott
in unserem eigenen Leben, in unserem Zusammenleben und in unserem kirchlichen
Miteinander wirklich an der ersten Stelle steht“
Hintergrund
Erzbischof
Stefan Heße ist Sonderbeauftragter für Flüchtlingsfragen der DBK. Er hielt
diesen Dienstag (29.9.2026) die Predigt bei der Eucharistiefeier der
DBK-Herbst-Vollversammlung in Fulda. An ihr nehmen seit Montag und noch
bis Donnerstag 59 Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz unter Leitung des
Vorsitzenden, Bischof Heiner Wilmer, teil. Tagungsort ist das Maritim Hotel am
Schlossgarten Fulda. Themen sind etwa Künstliche Intelligenz und die
Enzyklika „Magnifica humanitas“ von Papst Leo XIV., der Schutz des Lebens,
Missbrauchsaufarbeitung und Synodalität.
Bischof
Wilmer: Gott hilft, im Leid zu bestehen
Bei
der Eröffnungsmesse am Montagabend ging der Vorsitzende, Bischof Heiner Wilmer,
in seiner Predigt auch auf den Papstbesuch in Frankreich und die zahlreichen
Erwachsenentaufen dort ein:
„Schön
zu sehen, wie heute in Metz, aber in den vergangenen Tagen auch in Lourdes und
in Paris die Menschen zusammenkommen, in Frankreich. Mein Eindruck ist:
Frankreich ist das Labor für einen neuerwachsenden katholischen Glauben in
Europa. Und es gibt in Frankreich eine tektonische Verschiebung der
Glaubensvermittlung. Glaubensvermittlung nicht einfach mehr über den Pfarrer,
den Kaplan und die Lehrer in der Schule hin, über Katechese zu den jungen
Leuten, nein. Glaubensvermittlung durch junge Missionarinnen und Missionare, an
junge Leute. Vorbei an den Strukturen über moderne Formen der Verkündigung der
Social Media.“
„Frankreich
ist das Labor für einen neuerwachsenden katholischen Glauben in Europa“
Der
DBK-Vorsitzende rief in seiner Predigt dazu auf, in einer Zeit von Kriegen,
Krisen und Gewalt und gesellschaftlicher Verunsicherung auf Gott zu vertrauen
und auf Gemeinschaft und Frieden zu setzen. „Ehrfurcht vor Gott heißt auch,
sich dann in Verantwortung in Beschlag nehmen lassen zu einem Dienst, damit
diese Welt eine bessere werde. Damit diese Welt gestaltet wird nach
christlichem Menschen und Weltbild.“ Hier schlug Bischof Wilmer einen Bogen zur
großen Europa-Rede von Papst Leo XIV. am Montag in Metz:
„So
wie große christliche Politiker nach dem Zweiten Weltkrieg, wie Alcide De
Gasperi Robert Schuman, Konrad Adenauer, sich in Lothringen und Umgebung
getroffen haben unter der Frage: Wie geht ein christliches, neues Europa so,
dass Friede bleibt, dass wir uns verständigen, dass wir zusammengehören und
dass wir den Höchsten auch anerkennen in der Politik, in der Bildung und in dem
bonum commune - in der Sorge für alle?“
Wege
des Friedens finden
Ehrfurcht
vor Gott führe auch zur Ehrfurcht vor seiner Schöpfung. Zudem habe solche
Ehrfurcht auch eine politische Dimension. „Die Bibel zeichnet das große
Bild von der Wallfahrt der Völker: Menschen unterschiedlicher Herkunft machen
sich gemeinsam auf den Weg. Sie wollen lernen. Sie wollen hören. Sie wollen
Wege des Friedens finden", heißt es im von der DBK veröffentlichten
Predigt-Text.
Papstbotschafter
in Deutschland: Gemeinsam verantwortlich für Zukunft
Der
neue Apostolische Nuntius in Deutschland, Erzbischof Hubertus van
Megen, sprach am Montagabend erstmals das Grußwort der DBK-Vollversammlung.
Auch er warb für Glaube und Hoffnung in komplexen und krisenhaften
Zeiten. „Christus selbst geht mit seiner Kirche. Er verlässt sein Volk
nicht", so van Megen laut dem von der DBK veröffentlichten Grußwort.
Christus sei gerade bei den Armen und Bedürftigen und im Wort und der
Eucharistie gegenwärtig bei allen Menschen. „Unsere Hoffnung gründet sich
nicht auf menschliche Konzepte oder Strategien, sondern auf den Herrn, der
seine Kirche führt und erneuert." Die katholische Kirche rief der
Papstbotschafter in Deutschland auf, vereint mit dem Herrn zu bleiben und mit
der Universalkirche sowie dem Papst und aufeinander zu hören . So könne der
Heilige Geist neue Wege eröffnen.
„Unsere
Hoffnung gründet sich nicht auf menschliche Konzepte oder Strategien, sondern
auf den Herrn, der seine Kirche führt und erneuert“
Der
Nuntius betonte die Rolle der Kirche sowie ihre Einheit in Zeiten des
gesellschaftlichen Wandels. Deutschland sei längst keine homogene Nation mehr,
sondern stark von Vielfalt geprägt. Das bringe auch „Herausforderungen und
Spannungen mit sich, denen sich die Gesellschaft stellen muss“. Mit Blick auf
die jüngsten Wahlen hielt er fest, dass Debatten über die Zukunft „bisweilen
mit großer Leidenschaft geführt“ würden und Gegensätze manchmal „kaum
überwindbar“ erschienen. Nicht nur die Kirche befinde sich in einer „Zeit der
Krise und des Umbruchs“. In genau dieser Phase habe er sein Amt angetreten –
und sei noch dabei, Land und Leute zu verstehen: „Vielleicht geht es auch nicht
darum, alles sofort zu verstehen.“ Fest stehe für den neuen Vatikanvertreter
jedoch: „Gemeinsam tragen wir als Bürgerinnen und Bürger Verantwortung für die
Zukunft unserer Gesellschaft; niemand darf ausgeschlossen werden.“
„Gemeinsam
tragen wir als Bürgerinnen und Bürger Verantwortung für die Zukunft unserer
Gesellschaft; niemand darf ausgeschlossen werden“
Erzbischof
van Megen nahm in diesem Zusammenhang Bezug auf die Weltbischofssynode und hob
das synodale Miteinander als gemeinsamen Weg hervor. Rom bleibe dabei „Zentrum
und Garant der Universalkirche, zu der auch Deutschland gehört“. Als Weltkirche
gehe man gemeinsam durch die Herausforderungen der Gegenwart, wenngleich jede
Ortskirche ihre eigene Würde und Sendung besitze. Weiterhin unterstrich der
Nuntius die einigende Klammer durch das Papstamt und die Eucharistie. Selbst
wenn es in der Kirche zu Spannungen oder Spaltungen komme, gelte: „Dennoch
glauben wir, dass Christus seiner Kirche bleibende Mittel geschenkt hat, durch
die ihre Einheit bewahrt und immer wieder erneuert werden kann.“ Die
katholische Kirche dürfe keinesfalls zu einer „bloßen Föderation einzelner
Gemeinschaften“ oder zu einer „christlich gefärbten NGO“ verkommen, warnte van
Megen.
Neue
Kommissionsvorsitzende in Fulda gewählt
Auf
ihrer Herbst-Vollversammlung in Fulda hat die Bischofskonferenz an diesem
Dienstag auch die Führungsspitzen ihrer Fachgremien für die Arbeitsperiode 2026
bis 2031 bekannt gegeben. Damit sind die Vorsitzenden der insgesamt acht
bischöflichen Kommissionen offiziell benannt.
Mit
den Wahlen setzt die DBK personelle Schwerpunkte für die kommenden fünf Jahre:
Der Limburger Bischof Georg Bätzing übernimmt den Vorsitz der Kommission für
Medien, während der Hamburger Erzbischof Stefan Heße künftig der Kommission für
Familie, Jugend und Erziehung vorsteht. Um gesellschaftliche und karitative
Fragen kümmert sich federführend der Paderborner Erzbischof Udo Markus Bentz.
Den Bereich Ökumene und interreligiösen Dialog leitet der Augsburger Bischof
Bertram Meier, während Bischof Klaus Krämer aus Rottenburg-Stuttgart den
Vorsitz der Kommission für Weltkirche und Migration übernimmt.
Die
Leitung der Glaubens- und Wissenschaftskommission liegt in den Händen des
Essener Bischofs Franz-Josef Overbeck. Der Trierer Bischof Stephan Ackermann
führt die Kommission für Liturgie und Kultur, und Bischof Peter Kohlgraf
(Mainz) übernimmt das Ressort für missionarische Pastoral und kirchliche
Dienste.
In
den kommenden Tagen stehen im Rahmen der Vollversammlung weitere Abstimmungen
an. Gewählt werden die stellvertretenden Vorsitzenden, die Mitglieder sowie die
Beraterinnen und Berater der einzelnen Gremien. Die vollständigen Ergebnisse
und weiteren Beauftragungen gibt die Bischofskonferenz zum Abschluss ihrer
Tagung am Donnerstag, 1. Oktober 2026, bekannt. (dbk 29)
Ethische Grenzen im Fokus der
Herbst-Vollversammlung
Die
Deutsche Bischofskonferenz hat auf ihrer Herbst-Vollversammlung in Fulda zu
Debatten um den Schutz des menschlichen Lebens Stellung bezogen. In einem
Pressegespräch über Themen vom Lebensanfang bis zum Lebensende standen
Organspende, Leihmutterschaft, der assistierte Suizid sowie der Einsatz
moderner Technologien in der Medizin im Mittelpunkt. Mario Galgano -
Vatikanstadt
Bei
der Frage der Organspende sprach sich Bischof Franz-Josef
Overbeck, Vorsitzender der Glaubenskommission der Deutschen
Bischofskonferenz (bis zum 28. September 2026), gegen die Umstellung auf eine
Widerspruchsregelung aus. Eine Organspende sei ein Akt der Nächstenliebe und müsse
auf einer freien Entscheidung basieren. Statt automatischer Vermutungen bei
fehlendem Widerspruch befürwortete er eine regelmäßige, verpflichtende
Befragung aller Erwachsenen, beispielsweise bei der Beantragung eines
Personalausweises, um die Registrierungsraten zu erhöhen.
Zum
Nachhören - was beim Pressegespräch in Fulda gesagt wurde
Ebenfalls
abgelehnt wurde die gesetzliche Zulassung der Leihmutterschaft. Overbeck
betonte, dass dabei die Personwürde des Kindes gefährdet werde, da es zum
Gegenstand von Verträgen gemacht werde. Zudem bestehe die Gefahr einer
Ausbeutung von Frauen in wirtschaftlich ungleichen Verhältnissen.
Gesetzliche
Verankerung der Suizidprävention
Eva
Maria Welskop-Deffaa, Präsidentin des Deutschen Caritasverbandes, forderte eine
gesetzliche Verankerung der Suizidprävention, die auch Anfragen nach
assistiertem Suizid ausdrücklich berücksichtigt. Ein Schutzkonzept müsse
Beratung, Aufklärung und Begutachtung umfassen, um die Freiverantwortlichkeit
zu sichern. Sie warnte davor, den assistierten Freitod als Alternativlosigkeit
darzustellen, und verlangte den Ausbau von Palliativmedizin, Pflege und
sozialer Infrastruktur. Zudem dürfe niemand zur Leistung von Suizidhilfe
verpflichtet werden.
Mit
Blick auf den technologischen Fortschritt warnte Weihbischof Anton Losinger,
Mitglied im Senat der Max-Planck-Gesellschaft, vor einer Ersetzung menschlicher
Zuwendung durch Robotik in der Pflege. Technische Systeme könnten
Routineaufgaben übernehmen, empathische Kommunikation jedoch nicht ersetzen.
Hinsichtlich der Gentechnik und Verfahren wie CRISPR-Cas verwies er auf die
Risiken von Eingriffen in die Keimbahn sowie auf die Gefahren von Selektion und
Optimierung. Der Versuch, einen perfekten Menschen zu schaffen, führe zur
Entwertung von Leben mit Behinderungen und widerspreche dem gesellschaftlichen
Auftrag zur Inklusion. (vn/dbk 29)
Vatikan: Eine Kultur der
Verantwortung gegen neue Formen der Finanzkriminalität
Monsignore
Anthony Ekpo, Assessor für Allgemeine Angelegenheiten im Staatssekretariat und
Vorsitzender des Ausschusses für Finanzsicherheit, hat sich bei einer
internationalen Tagung zur Prävention und Bekämpfung von Geldwäsche und
Terrorismusfinanzierung geäußert. Die entsprechenden Regelungen wurden vor 15
Jahren im Vatikan eingeführt. Daniele Piccini – Rom
Fünfzehn
Jahre nach der Einführung des ersten Gesetzes zur Prävention und Bekämpfung von
Geldwäsche und Terrorismusfinanzierung im Staat Vatikanstadt „besteht die beste
Art, diese Fortschritte zu würdigen, nicht darin, sie einfach nur zu feiern,
sondern sie erneut einer sorgfältigen Prüfung zu unterziehen“, insbesondere
angesichts der neu auftretenden Formen der Finanzkriminalität. Dies war der
zentrale Gedanke des Beitrags von Monsignore Anthony Ekpo, Assessor für
Allgemeine Angelegenheiten im Staatssekretariat und Vorsitzender des
Ausschusses für Finanzsicherheit des Heiligen Stuhls und des Staates der
Vatikanstadt. Er sprach am Dienstagmorgen, 29. September, im Saal "The
Dome" der römischen Universität Luiss. Die Universität hat dem Thema
„Fünfzehn Jahre seit dem ersten Gesetz zur Bekämpfung von Geldwäsche
(Anti-Money Laundering, AML) und Terrorismusfinanzierung (Countering the
Financing of Terrorism, CFT) im Heiligen Stuhl und im Staat der Vatikanstadt“
einen internationalen Studientag gewidmet.
Die
Bedrohung durch neue Technologien
Eine
Anstrengung, die angesichts des immer massiveren Einsatzes neuer Technologien
im Bereich der Finanzkriminalität umso notwendiger ist. „Die nächsten 15
Jahre“, so Monsignore Ekpo, „werden Risiken mit sich bringen, die im Jahr 2010
kaum vorstellbar waren: immer komplexere Finanztechnologien, sofortige
grenzüberschreitende Transaktionen, Aktivitäten im Zusammenhang mit virtuellen
Vermögenswerten, künstliche Intelligenz und neue Formen der Finanzkriminalität.
Wir werden sicherlich solide Gesetze brauchen, aber auch und vor allem solide
Institutionen, eine wirksame Zusammenarbeit, professionelles Urteilsvermögen,
technologisches Fachwissen und eine Kultur der Verantwortung.“
Die
Initiative von Papst Benedikt XVI.
Der
Vorsitzende des Ausschusses für Finanzsicherheit erinnerte an den Zeitpunkt,
die Modalitäten und die Beweggründe für die Einführung dieser neuen
Rechtsvorschriften. „Am 30. Dezember 2010 wurde das Gesetz Nr. CXXVII des
Staates Vatikanstadt verkündet, mit dem der erste umfassende Rechtsrahmen zur
Prävention und Bekämpfung von Geldwäsche und Terrorismusfinanzierung geschaffen
wurde. Am selben Tag dehnte Papst Benedikt XVI. dessen Anwendung auf die
betroffenen Institutionen des Heiligen Stuhls aus und beschloss die Teilnahme
an einem internationalen System, das auf geteilter Verantwortung und
gegenseitiger Rechenschaftspflicht beruht.“
In
den Jahren nach der Einführung der neuen Gesetzgebung habe sich schrittweise
ein umfassenderes rechtliches und institutionelles Rahmenwerk entwickelt, fuhr
Monsignore Ekpo fort: „Die Teilnahme am internationalen System zur Bekämpfung
der Geldwäsche erfolgte durch regelmäßige externe Bewertungen und einen
ständigen Dialog, während nachfolgende Reformen die Prävention, die Aufsicht,
die Finanzermittlung, die Koordinierung und die internationale Zusammenarbeit
gestärkt haben.“
Franziskus:
Geld muss dienen, nicht herrschen
Aufsicht,
Finanzaufklärung und internationale Zusammenarbeit – so argumentierte er weiter
– dienen dem „Schutz der Menschen“ und der „Wahrung des Vertrauens“ und
gewährleisten zugleich, dass „die finanziellen Mittel das bleiben, was sie
immer sein sollten: Mittel im Dienst legitimer Ziele der Institutionen, der Menschen
und letztlich des Gemeinwohls“.
Wenn
diese Transparenz für jede Institution wichtig ist, so ist sie für eine
Institution wie den Vatikan, die Spenden und Finanzmittel für wohltätige Zwecke
verwalten muss, geradezu unverzichtbar. „Die ihren Institutionen anvertrauten
Mittel“, so der Vorsitzende des Ausschusses für Finanzsicherheit, „haben einen
Wert, der über den wirtschaftlichen hinausgeht: Sie bringen die Erwartung von
Integrität und Vertrauen in den Zweck, für den sie zur Verfügung gestellt
werden, sowie in die Art und Weise, wie sie verwaltet werden, mit sich. In
diesem Sinne ist finanzielle Integrität daher untrennbar mit dem Vertrauen in
die Institutionen verbunden.“
Eine
Aufgabe von „tiefgreifender Bedeutung“, die Papst Franziskus sehr gut
verstanden hat, „als er 2020 die Gutachter des Systems zur Bekämpfung der
Geldwäsche (Moneyval) empfing und an einen Grundsatz aus Evangelii gaudium
erinnerte: Geld muss dienen, nicht herrschen“.
Viele
Fortschritte in 15 Jahren
„Heute,
fünfzehn Jahre später“, so Monsignore Ekpo abschließend, „sehen wir viele
Fortschritte. Der Rechtsrahmen ist gereift. Die Institutionen haben sich
weiterentwickelt. Die Aufsichts- und Kooperationsmechanismen sind ausgefeilter
geworden. Dank der geduldigen Arbeit von Gesetzgebern, Regulierungs- und
Aufsichtsbehörden, Experten für Finanzermittlung, Strafverfolgungsbehörden,
Richtern und Institutionen hat sich nach und nach eine Kultur der finanziellen
Integrität entwickelt.“
Ein
besonderes Augenmerk, das der Heilige Stuhl auch kürzlich mit der
Verabschiedung des neuen Statuts der Aufsichts- und Finanzinformationsbehörde
(ASIF) durch Papst Leo XIV. bekräftigen wollte. In dem Chirograph vom 25. Juni
2026 bekräftigte der Papst in der Tat, dass „Transparenz, Integrität und
Verantwortlichkeit im Bereich der Wirtschafts- und Finanztätigkeiten
unverzichtbare Elemente einer guten Verwaltung und des Dienstes am Gemeinwohl
darstellen“, und verwies auf das Engagement, das der Heilige Stuhl
„kontinuierlich und entschlossen“ bei der schrittweisen Stärkung seines rechtlichen
und institutionellen Rahmens verfolgt.
Ein
Weg, der im Laufe der Jahre zur Entwicklung eines immer umfassenderen Systems
der Prävention, Überwachung und Kontrolle geführt hat, das auf den Grundsätzen
der Rechtmäßigkeit, Transparenz, Verhältnismäßigkeit und internationalen
Zusammenarbeit beruht, sowie zur schrittweisen Konsolidierung der Vorschriften
zur Bekämpfung von Geldwäsche, Terrorismusfinanzierung und der Verbreitung von
Massenvernichtungswaffen sowie zur aufsichtsrechtlichen Überwachung von
Einrichtungen, die beruflich Tätigkeiten finanzieller Art ausüben. Mit der
neuen Satzung findet dieser Weg eine weitere institutionelle Weiterentwicklung,
mit dem Ziel – wie der Papst selbst dargelegt hat –, zur „Transparenz,
Integrität, Stabilität und Sicherheit“ des Wirtschafts- und Finanzsystems des
Heiligen Stuhls und des Staates Vatikanstadt beizutragen.
(vn
29)
Herbst-Vollversammlung der
Deutschen Bischofskonferenz am 28. September 2026 in Fulda
Kurzfassung
der Predigt von Bischof Dr. Heiner Wilmer, Vorsitzender der Deutschen
Bischofskonferenz
Liebe
Schwestern und Brüder,
wir
leben in einer Zeit der Hiobsbotschaften. Kriege und Gewalt, gesellschaftliche
Verunsicherung, die Not so vieler Menschen, die Bedrohung unserer Schöpfung.
Eine Krise reiht sich an die nächste. Und ausgerechnet in diese Zeit hinein
hören wir heute von Ijob. Der Satan stellt eine provozierende Frage: Ist Ijiob
Gott vielleicht nur deshalb treu, weil es ihm gut geht? Weil er gesund ist,
weil er Familie, Besitz und Ansehen hat? Oder ist er Gott auch umsonst treu,
ohne Lohn, ohne Gegenleistung, ohne die Garantie, dass alles gut ausgeht?
Ijob
wird geprüft. Er verliert, was ihm lieb und kostbar ist. Und dennoch hält er an
Gott fest. Er fragt. Er klagt. Aber er bricht die Beziehung zu Gott nicht ab.
Umsonst treu. Trotz allem treu. Wie kann ein Mensch das? Das Buch Ijob selbst
gibt uns einen Hinweis: „Sieh, die Furcht des Herrn, das ist Weisheit“ (Ijob
28,28). Gottesfurcht. Das klingt zunächst nach Angst. Aber gemeint ist etwas
anderes: Ehrfurcht. Ehrfurcht beginnt mit einer einfachen Einsicht: Ich bin
nicht der Chef. Da ist einer, der größer ist als ich, größer als mein Denken,
mein Wissen, mein Verstehen. Ich kann Gott nicht begreifen und nicht über ihn
verfügen. Und vielleicht liegt gerade darin das Geheimnis Ijobs: Gott hilft
Ijob nicht, sein Leid zu verstehen. Aber er hilft ihm, sein Leid zu bestehen.
„Die
Furcht des Herrn ist der Anfang der Weisheit“, heißt es im Psalm 111,10. Timor
Domini initium sapientiae. Dieser Satz hat über Jahrhunderte Eingang in unsere
Bildungswelt gefunden. Eine entsprechende Inschrift findet sich an mancher
Schule, vom ehemaligen Jesuitengymnasium in Meppen bis hinunter zu der früheren
Lenderschen Lehranstalt im Erzbistum Freiburg, wo er u. a. den prominenten
Schüler Augustin Kardinal Bea prägte. Er findet sich ebenso auf der
Rektoratskette der Universität Zürich. Und er stellt auch uns heute eine
wichtige Frage: Was ist eigentlich das höchste Ziel von Bildung? Ist es Wissen?
Nein. Wissen allein reicht nicht. Ist es Persönlichkeitsentwicklung? Auch das
ist noch zu wenig. Bildung muss auf den ganzen Menschen zielen. Und deshalb
möchte ich es bewusst zugespitzt sagen: Ehrfurcht vor Gott ist das höchste
Bildungsziel. Was bedeutet das? Vier Worte können uns dabei leiten: Erkennen.
Staunen. Hören. Dienen.
Ich
erkenne: Ich bin nicht das Maß aller Dinge. Da ist jemand über mir. Gott ist
größer als ich. Der andere Mensch ist mehr als das, was ich über ihn weiß.
Selbst mein eigenes Leben bleibt ein Geheimnis.
Ich
staune: über das Wahre, das Gute und das Schöne – wie es die klassische Trias
als ein Leitbild der Bildung formuliert. Bildung heißt nicht nur, die Welt
erklären zu können. Bildung heißt auch, sich von ihr berühren zu lassen. Nach
der Wahrheit zu suchen. Das Gute zu tun. Das Schöne wahrzunehmen. Es geht um
eine Bildung des ganzen Menschen.
Ich
höre: Wer Ehrfurcht lernt, hört anders. Er hört den Schrei der Erde. Er hört
den Schrei der Menschen. Und er hört besonders den Schrei der Armen. Ehrfurcht
vor Gott führt zur Ehrfurcht vor seiner Schöpfung.
Und
schließlich: Ich diene. Ehrfurcht hat eine politische Dimension. Die Bibel
zeichnet das große Bild von der Wallfahrt der Völker: Menschen
unterschiedlicher Herkunft machen sich gemeinsam auf den Weg. Sie wollen
lernen. Sie wollen hören. Sie wollen Wege des Friedens finden.
Frieden
beginnt genau dort: wo Menschen aufhören, sich selbst absolut zu setzen. Wo sie
einander mit Ehrfurcht begegnen. Wo sie bereit sind, miteinander und
voneinander zu lernen. Erkennen. Staunen. Hören. Dienen. Eine Frau, deren
Gedenktag wir heute begehen, hat aus dieser Haltung gelebt: die heilige Lioba.
Sie verließ im 8. Jahrhundert ihre englische Heimat, folgte dem Ruf des
Bonifatius und wurde Äbtissin in Tauberbischofsheim. Geistliche Tiefe und
Bildung gehörten für sie zusammen. Auch an ihrem Leben können wir ablesen, was
Ehrfurcht bedeutet: Gott erkennen. Über seine Wege staunen. Seinen Ruf und die
Menschen hören. Gott und den Menschen dienen.
Liebe
Schwestern und Brüder, unsere Welt hat wahrlich genug Hiobsbotschaften. Aber
vielleicht kann sie gar nicht genug bekommen von Ijobs Botschaft: „Sieh, die
Furcht des Herrn, das ist Weisheit“ (Ijob 28,28).
Nicht
alles verstehen müssen.
Nicht
sich selbst zum Maß aller Dinge machen.
Erkennen.
Staunen. Hören. Dienen.
In
Ehrfurcht: Umsonst treu. Trotz allem treu. Amen. Dbk 29
Papst bei Europa-Treffen: Friede
und Einheit echte Substanz geben
Papst
Leo XIV. hat im französischen Metz bei der Begegnung „An den Wurzeln Europas
für Frieden und Einheit“ für Frieden, Achtung des Völkerrechts und Dialog
geworben und Gründerväter Europas sowie den heiligen Benedikt gewürdigt. Im
Kongresszentrum „Robert Schuman“ rief das katholische Kirchenoberhaupt diesen
Montag vor Politikern und Kirchenvertretern aus Frankreich und Umgebung dazu
auf, „Begriffen wie Freiheit, Demokratie, Frieden und Einheit echte
Substanz" zu verleihen. Stefanie
Stahlhofen - Vatikanstadt
Standing
Ovations und langen Applaus gab es diesen Montag in Metz für Papst Leo XIV.
schon vor, aber auch nach seiner eindringlichen Rede für ein Europa, das seine
christliche Geschwisterlichkeit wiederentdecken und die Idee „eines versöhnten,
geeinten und starken Europas" weiter umsetzen müsse, die schon Robert
Schuman hatte. Das katholische Kirchenoberhaupt sprach im Kongresszentrum
„Robert Schuman“ - benannt nach einem der drei Gründerväter Europas. Leo
XIV. würdigte in seiner Rede neben dem Politiker auch einen Heiligen als
„weiteren Vater Europas":
Zum
Hören: Papst Leo XIV. bei Europa-Treffen in Metz (Frankreich): Friede und
Einheit echte Substanz geben (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)
„Der
heilige Benedikt, den der heilige Papst Paul VI. 1964 zum Schutzpatron Europas
erklärte und als ,Boten des Friedens, Baumeister der Einheit, Lehrmeister der
Zivilisation' bezeichnete." Papst Leo betonte: „Man kann also nicht
über Europa sprechen, ohne das Christentum zu erwähnen“.
„Man
kann nicht über Europa sprechen, ohne das Christentum zu erwähnen“
Der
Papst ging nicht nur auf die Geschichte Europas ein, sondern auch auf die
aktuelle Lage:
„Das
heutige Europa steht in der Tat vor einer neuen Etappe seiner langen Geschichte
der Begegnungen, weil viele Männer und Frauen auf den Kontinent kommen, die vor
Kriegsschauplätzen und Verfolgung fliehen oder auf der Suche nach einem
besseren Leben fernab von Armut und Elend sind“
„Das
heutige Europa steht in der Tat vor einer neuen Etappe seiner langen Geschichte
der Begegnungen, weil viele Männer und Frauen auf den Kontinent kommen, die vor
Kriegsschauplätzen und Verfolgung fliehen oder auf der Suche nach einem
besseren Leben fernab von Armut und Elend sind."
Es
gelte, die historische Dimension dieser Entwicklung zu begreifen sagte der
Papst mit Blick auf die „beispiellose Begegnung zwischen Völkern und Kulturen,
die zur kreativen Wiederentdeckung unserer Wurzeln und zugleich zum
aufmerksamen Hören auf den Anderen aufruft." Die Universalität der
Grundwerte Europas gebe die Gewissheit, dass Dialog möglich sei und den
Gesellschaften ein solides Fundament bieten könne - „das es uns erlaubt, uns
wirksamer für den Frieden und eine versöhnte Welt einzusetzen."
Abrüsten,
Dialog statt bewaffneter Auseinandersetzung
Eindringlich
warb Leo XIV. in einer Zeit steigender Militärausgaben und eines Kriegs auch in
Europa für Abrüstung. Schon Robert Schuman habe sich für Frieden zwischen den
Völkern eingesetzt - und diesen Auftrag auch der Welt von heute hinterlassen:
„Was
also sind die Lehren, die Robert Schuman dem heutigen Europa und der heutigen
Welt hinterlässt? Zuallererst ein tiefes Verlangen nach Frieden. Leider ist der
Krieg heute wieder aufgeflammt, sogar in Europa: ein neues ,sinnloses
Gemetzel', das jeden Tag unzählige zivile Opfer fordert“.
„Geduldigen
Dialog führen, Mut bei Verhandlungen zeigen und bereit sein, bestimmte
Positionen für das übergeordnete Wohl des Friedens aufzugeben“
Es
sei daher nötig, „einen geduldigen Dialog zu führen, Mut bei den Verhandlungen
zu zeigen und bereit zu sein, bestimmte Positionen für das übergeordnete Wohl
des Friedens aufzugeben", mahnte das katholische Kirchenoberhaupt. Der
Papst erinnerte in diesem Zusammenhang an die Geburtsstunde Europas durch die
Schuman-Erklärung von 1950 zwischen Frankreich und Deutschland, die fünf Jahre
nach dem Ende des Kriegs eine Friedenspolitik der einstigen Erbfeinde
besiegelte. Auch heute noch seien die Worte der Schuman-Erklärung aktuell,
betonte der Papst: „Der Beitrag, den ein organisiertes und lebendiges Europa
für die Zivilisation leisten kann, ist unerlässlich für die Aufrechterhaltung
friedlicher Beziehungen."
„Man
muss sich jedoch vor der Illusion der Wiederaufrüstung hüten“
Das
Streben nach Frieden in Europa – wie auch weltweit – dürfe jedoch nicht mit
einem „naiven Irenismus verwechselt werden. Im Gegenteil, die Worte Schumans
sind aktueller denn je: ,Der Friede der Welt kann nicht gewahrt werden ohne
schöpferische Anstrengungen, die der Größe der Bedrohung entsprechen.' Man muss
sich jedoch vor der Illusion der Wiederaufrüstung hüten", warnte der
Papst.
Völkerrecht
und Multilateralismus
Als
positive Beispiele für Dialog und Abkommen erinnerte das katholische
Kirchenoberhaupt an das 1801 zwischen dem Heiligen Stuhl und Frankreich
geschlossene Konkordat, das bis heute die Beziehungen zwischen dem Staat
und der katholischen Kirche regelt. Leo XIV. mahnte zudem die
Wahrung des Völkerrechts an und warb einmal mehr für Multilateralismus.
„Völkerrecht
und Multilateralismus unterstreichen die tatsächliche Gleichheit der Staaten in
ihren gegenseitigen Beziehungen und bilden das beste Gegenmittel gegen den
Willen über andere zu herrschen, der die Ursache jedes Konflikts ist“
„Das
Völkerrecht und der Multilateralismus unterstreichen die tatsächliche
Gleichheit der Staaten in ihren gegenseitigen Beziehungen und bilden das beste
Gegenmittel gegen den Willen über andere zu herrschen, der die Ursache jedes
Konflikts ist. Heutzutage werden die zwischenmenschlichen Beziehungen und die
Beziehungen zwischen den Staaten immer barbarischer.“
Europa
könne dieser „Abwärtsspirale" ein Ende setzen, dank der Achtung vor dem
anderen, die zu pflegen und zu bewahren es verstanden habe. Es habe in den
letzten achtzig Jahren „eindrucksvoll bewiesen, dass es möglich ist,
unterschiedliche Meinungen, Forderungen und Interessen geltend zu machen, indem
man sich begegnet, anstatt sich zu bekämpfen", so Leo XIV. Schuman
erinnere daran, dass es Realismus und Mut brauche.
Appell
an die Jugend
Einen
eindringlichen Appell richtete Papst Leo XIV. in seiner Rede an die Jugend -
sie sei nämlich berufen, das Europa von heute und morgen zu gestalten.
„Habt
den Mut, die Mission des Friedenstiftens verantwortungsbewusst zu erfüllen, in
eurem Herzen, in euren Beziehungen, in eurer Familie, in den Schulen und
Universitäten, im Leben eurer Städte, eurer Länder und ganz Europas. Unterwerft
euch nicht der Logik der Gewalt und der Unterdrückung. Liebt das Leben in jedem
Augenblick und habt keine Angst vor der Zukunft!"
Junge
Leute sollten auch keine Angst haben, eine Familie zu gründen und Kinder zu
haben und die Menschenwürde und das menschliche Leben von Beginn bis zum Ende
zu verteidigen.
„Habt
keine Angst, euch unermüdlich für das Wohl eurer Gemeinschaften einzusetzen,
auch durch politisches Engagement. Stiftet Gemeinschaft! Und mit euch wird
Europa, fest verwurzelt, weiter gedeihen und die ganze Welt inspirieren. Möge
Gott euch bei diesen Entscheidungen beistehen und möge er ganz Europa segnen
und beschützen!" - mit diesen Worten beendete Leo XIV. unter lang
anhaltendem Applaus und Standing Ovations seine Europa-Rede in Metz.
Macron:
Vor Spaltung schützen
Beim
Treffen unter dem Motto „An den Wurzeln Europas für Frieden und Einheit"
sprachen vor Papst Leo XIV. auch Frankreichs Präsident Emmanuel Macron und
Kardinal Jean-Marc Aveline, Vorsitzender der Französischen
Bischofskonferenz. Macron sagte, Metz sei „wahrhaft europäisch" und
ein „Eckstein Europas". Neben Schuman erinnerte er auch an die weiteren
zwei Gründerväter den Deutschen Konrad Adenauer und den Italiener Alcide de
Gasperi. Er erinnerte an den Élysée-Vertrag von Adenauer und dem französische
Staatspräsidenten Charles de Gaulle, betonte aber auch, der europäische
Einigungsprozess sei nicht nur deutsch-französisch.
Der
EU wollten sich auch weitere Länder anschließen, die sich Sicherheit, Frieden
und Demokratie wünschten - etwa die Ukraine. Es gelte, die Anstrengungen für
Frieden zu verstärken, sagte der Präsident Frankreichs. Das Engagement an der
Seite der Ukraine stehe im Einklang mit dem Völkerrecht. Macron rief dazu auf,
sich vor Untergrabung der Demokratie und Spaltung zu schützen. Er erinnerte in
seiner Rede auch an die Enzyklika „Magnifica humanitas" von
Papst Leo XIV. und betonte, Technik müsse dem Gemeinwohl nutzen, nicht nur
einigen wenigen. Macron warb für Demokratie:„In Metz schlägt das Herz Europas",
das ein Projekt des Friedens und der Demokratie sei. Macron dankte Leo XIV. zum
Ende in freier Rede noch herzlich für den 4-tägigen Papstbesuch in Frankreich,
der diesen Montag endet.
Kardinal
Aveline: Auch Deutsche dankbar für Papstbesuch in Frankreich
Kardinal
Aveline, Vorsitzender der Französischen Bischofskonferenz, berichtete in seinem
Grußwort, Papst Leo XIV. habe bei der Besprechung des Reiseprogramms gesagt, er
wolle auch nach Metz - „wegen Europa", an dieser Stelle gab es Applaus.
Zum Treffen hier mit Papst Leo XIV. habe man bewusst auch Politiker
und Kirchenleute aus den Grenzregionen eingeladen. Kardinal
Aveline erinnerte in seiner Ansprache auch an Konrad Adenauer, der unter
anderen nach dem Krieg geholfen habe, den „teuflischen Kreislauf der Rache zu
durchbrechen“ und betonte den Durst junger Menschen nach Frieden. Man wisse,
welchen Preis der Krieg fordere. Europas Anfänge zeigten zugleich, das
Versöhnung immer möglich sei.
Konkret
verwies der Kardinal hier auf die deutsch-französische Freundschaft. Diese sei
auch durch eine Botschaft der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) deutlich
geworden, die ihn zur Papstreise in Frankreich erreicht habe, berichtete der
Vorsitzende der Französischen Bischofskonferenz: Der Vorsitzende der DBK,
Bischof Heiner Wilmer, habe mitgeteilt, es sei eine Freude zu sehen, was
der Besuch des Papstes in Frankreich auslöse. Die DBK bete für Frankreich und
den Papst. Auch an dieser Stelle gab es Applaus im Saal.
Vertrauliches
Treffen im Hintergrund
Nach
der Begegnung „An den Wurzeln Europas für Frieden und Einheit" kam es
auch noch zu einem vertraulichen Treffen zwischen Papst Leo XIV. und
hochrangigen Vertretern von Staaten und Institutionen. Unter den Gesprächspartnern
waren Fürst Albert II., Großherzog Guillaume von Luxemburg, der luxemburgische
Premierminister Luc Frieden, der Bischof von Urgell und Fürstbischof von
Andorra, Josep-Lluís Serrano Pentinat, sowie der ehemalige luxemburgische
Premierminister Jean-Claude Juncker. Für Deutschland hatte Anke Rehlinger,
Ministerpräsidentin des nahe gelegenen Saarlandes, teilgenommen. Nach dem
„Gipfeltreffen" begrüßte Papst Leo XIV. auch noch weitere Vertreter
von Institutionen, bevor er sich in Richtung Bischofssitz von Metz
verabschiedete. Vn 28
Eröffnung der Interkulturellen
Woche
Bundesweite
Aktionswoche startet unter dem Motto „dafür!“
Mit
einem ökumenischen Gottesdienst sowie einem Fest unter dem Motto „Leipzig
feiert Vielfalt“ mit buntem Bühnenprogramm ist heute (27. September 2026) in
Leipzig die Interkulturelle Woche (IKW) 2026 eröffnet worden. Dieser Auftakt
war der offizielle Start für die bundesweite Aktionswoche. Bis zum 4. Oktober
2026 – und an vielen Orten auch noch darüber hinaus – werden in über 750
Städten, Gemeinden und Landkreisen rund 6.000 Veranstaltungen stattfinden.
Damit ist die IKW eine der größten zivilgesellschaftlichen Initiativen in
Deutschland, die sich für Vielfalt, Demokratie, Menschenrechte und das gute
Zusammenleben aller Menschen einsetzt.
Dr.
Beate Sträter, die Vorsitzende des Ökumenischen Vorbereitungsausschusses zur
Interkulturellen Woche, richtete in ihrem Grußwort den Fokus auf die vielen
Aktiven, die im ganzen Land Interkulturelle Wochen organisieren: „Sie
engagieren sich nicht nur in dieser Woche, sondern auch im Rest des Jahres
stetig und unermüdlich: für ein friedliches Zusammenleben, für den Schutz
unserer Demokratie, für den Schutz von Menschen, die von Rassismus,
Antisemitismus und gruppenbezogener Menschenfeindlichkeit betroffen sind.“ Es
müsse nun darum gehen, „dass wir unsere Verbindungen und Netzwerke noch viel
mehr stärken, dass wir füreinander einstehen und auch ganz konkrete Hilfe
leisten, wo das nötig ist, dass wir uns gemeinsam wehren, wenn
Menschenrechtsarbeit und Einsatz für die Demokratie zerstört werden soll. Dass
wir alles öffentlich machen und dokumentieren.“ Sträter endete mit Blick auf
die Feierlichkeiten in Leipzig hoffnungsvoll: „Es gibt nichts Besseres gegen
den Hass, als ein Fest zu feiern, bei dem die Freude und die Freundlichkeit,
das Miteinander spürbar und sichtbar werden.“
Dr.
Skadi Jennicke, Kulturbürgermeisterin von Leipzig, sagte zum bundesweiten
IKW-Slogan „dafür!“: „Das ist ein ziemlich kluges Motto. Denn wir leben gerade
in einer Zeit, in der sehr viel darüber gesprochen wird, wogegen man ist. Da
ist ein einfaches Wort wie ‚dafür‘ fast schon eine kleine politische Zumutung.
Denn ‚dafür‘ verlangt eine Antwort, mit der man sich selbst ein Stück
offenbaren muss: Wofür bist du eigentlich? In Leipzig haben wir in diesem Jahr
98 Antworten darauf. 98 Veranstaltungen in vier Wochen – und jede einzelne ist
ein kleines ‚Dafür‘. Dafür, dass Menschen zusammenkommen. Dafür, dass wir
einander kennenlernen. Dafür, dass Unterschiede nicht verschwinden müssen,
damit Zusammenhalt entsteht.“
Stellvertretend
für die 50 Veranstaltenden und die fast 100 Events, die im Rahmen der IKW in
Leipzig stattfinden, präsentierten sich auf dem Vielfaltsfest 25 Akteure auf
dem Thomaskirchhof in der Innenstadt und öffneten einen Raum für Begegnungen
über kulturelle und sprachliche Grenzen hinweg: Vereine, Initiativen,
Religionsgemeinschaften und Städtepartnerschaftsvereine mit Informationsständen,
Mitmachangeboten und kulinarischen Spezialitäten.
Am
ökumenischen Eröffnungsgottesdienst in der Thomaskirche nahmen unter anderem
Oberlandeskirchenrat Dr. Thilo Daniel von der Evangelisch-Lutherischen
Landeskirche Sachsens, Bischof em. Heinrich Timmerevers vom Bistum
Dresden-Meißen und Bischof Emmanuel von Christoupolis von der
Griechisch-Orthodoxen Metropolie teil.
Oberlandeskirchenrat
Dr. Thilo Daniel sagte in seiner Begrüßung: „Wir leben im Pro und Contra.
Selten findet sich ein Konsens. Heute begegnen wir uns in einem
Dafür-Gottesdienst. Das freut mich. ,Dafür‘, da bin ich dafür. Um zu wissen,
was nicht gut ist, ist es hilfreich zu fragen: Wofür sind wir? Als Jesu nach
dem wichtigsten Gebot gefragt wird, gelingt es ihm zu sagen, was im Mittelpunkt
steht, ohne auszuschließen. Dafür ist inklusiv. Dafür verbindet.“
Bischof
em. Heinrich Timmerevers ging in seiner Predigt auf die allgemeine
Verunsicherung ein, die sich in Zeiten von Krisen und Kriegen breitmache. Sie
verhelfe einfachen Sätzen und scheinbar eindeutigen Schuldigen zu einer
Konjunktur und begünstige ein „Dagegen“ oder ein „Ich zuerst. Vielleicht noch:
Wir zuerst“. Bischof Timmerevers hob hervor: „Dann ist die Grenze schnell
gezogen. Hier wir. Dort die anderen. Den eigenen Wohlstand sichern. Grenzen
hochziehen. Menschen nach Herkunft, Religion oder Nutzen einteilen. Manchen
sogar ihre Würde absprechen. Auch das scheint heute wieder salonfähig zu sein.“
Jesus hingegen lege in den Seligpreisungen sein eigenes „Dafür“ vor. „Er ist
dafür, dass Menschen Frieden stiften. Er ist dafür, dass Menschen nach
Gerechtigkeit hungern und dürsten. Er ist dafür, dass Barmherzigkeit nicht als
Schwäche, sondern Stärke gilt. Er ist dafür, dass Sanftmut stärker sein kann
als Aggression“, so Bischof Timmerevers. Sich dies zu eigen zu machen, betonte
er, heiße für den Einzelnen, „ernst zu machen“ und eine Haltung zu entwickeln,
den Anderen nicht als Konkurrenten, als Fremden oder als Problem zu sehen,
sondern als „einen Menschen, dessen Würde genauso unantastbar ist wie meine
eigene. Das verändert nicht von heute auf morgen die ganze Welt. Aber es
verändert die Welt, in der ich lebe. Vielleicht beginnt Veränderung genau
dort.“
Im
diesjährigen Gemeinsamen Wort der Kirchen zur Interkulturellen Woche 2026
warnen der Vorsitzende der Deutschen Bischofkonferenz, Bischof Dr. Heiner
Wilmer, die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland, Bischöfin
Kirsten Fehrs, und der Vorsitzende der Orthodoxen Bischofkonferenz in
Deutschland, Metropolit Augoustinos, vor einer Schwächung demokratischer
Strukturen, dem Verlust von Solidarität und einer zunehmenden Ausgrenzung von
Menschen: „Gerade jetzt gilt es, klar Haltung zu zeigen, Menschenwürde zu
schützen und sich nicht bange machen zu lassen. Christlicher Glaube heißt, an
der Seite der Schwachen und Schutzsuchenden zu stehen – unabhängig davon, woher
sie kommen oder warum sie fliehen mussten.“
Hintergrund.
Die bundesweite Interkulturelle Woche (IKW) findet seit 1975 immer Ende
September statt. Sie wird unterstützt und mitgetragen von Kirchen, Kommunen,
Wohlfahrtsverbänden, Gewerkschaften, Integrationsbeiräten und -beauftragten,
Vereinen, Bildungsträger und Bildungsträgerinnen, Migrantenorganisationen,
Religionsgemeinschaften und Initiativgruppen. In über 750 Städten und Gemeinden
werden rund 6.000 Veranstaltungen durchgeführt. Der „Tag des Flüchtlings“,
dieses Jahr am 2. Oktober 2026, ist Bestandteil der Aktionswoche. Die IKW ist
eine Initiative der Deutschen Bischofskonferenz, der Evangelischen Kirche in
Deutschland (EKD) und der Griechisch-Orthodoxen Metropolie. Dbk 28
Papst Leo bricht in Lourdes eine
Lanze für das Leben
Mit
ungewohnter Schärfe hat Leo XIV. an diesem Sonntag in Lourdes das Lebensrecht
des Menschen verteidigt.
Bei
einer Begegnung mit Kranken und ihren Begleitpersonen in dem südfranzösischen
Marienwallfahrtsort rügte der Papst, dass „einige Gesellschaften dazu neigen,
den Blick abzuwenden oder die Augen vor der Würde des menschlichen Lebens zu
verschließen“. Frankreich hat erst im Juli gegen den Widerstand der
katholischen Kirche und anderer Religionsgemeinschaften ein Gesetz beschlossen,
das assistierten Suizid erlaubt.
„Der
Versuchung, unter dem Vorwand falschen Mitleides das Leben zu beenden, muss
gerade im Namen dieser unveräußerlichen Würde des Menschen entschieden
widerstanden werden“, forderte Leo im Accueil Notre-Dame von Lourdes unter
wiederholtem Beifall der Zuhörenden. „Es ist unmöglich, das Herbeiführen des
Todes als normal anzusehen. Was legal ist, ist nicht zwangsläufig auch sittlich
erlaubt.“
„Es
ist unmöglich, das Herbeiführen des Todes als normal anzusehen“
Der
Papst bezog sich auf die Enzyklika „Evangelium vitae“ seines Vorgängers
Johannes Paul II. von 1995. Der Text des polnischen Papstes gilt als
katholisches Manifest des Lebensschutzes. Lourdes wird seit den
Marienerscheinungen von 1858 Jahr um Jahr von Hunderttausenden von Kranken
besucht. Immer wieder ist es in dem Wallfahrtsort zu medizinisch nicht
erklärbaren Heilungen gekommen. „Hier wird die Gebrechlichkeit nicht versteckt,
sondern zum Ort einer heiligen Begegnung“, so drückte es an diesem Sonntag
Papst Leo aus.
„Kein
menschliches Gesetz darf euch die Gewissheit eurer Würde nehmen.“
Niemand
sei „unsichtbar“ in den Augen Gottes; jeder werde von ihm „persönlich
angesprochen“. „Der Mensch ist nämlich ‚würdig‘ allein schon aufgrund die
schlichten Tatsache, dass er existiert und auf die Ewigkeit ausgerichtet ist.
Seine Würde lässt sich nicht messen und steht nicht zur Diskussion. Ich weiß,
dass für einige von euch aufgrund bestimmter Erkrankungen und mitunter
schrecklicher Schmerzen die Zukunft dunkel, ungewiss und aussichtslos
erscheinen mag. Doch kein menschliches Gesetz darf euch die Gewissheit eurer
Würde nehmen.“
„Medizin
darf niemals zum Gehilfen des programmierten Todes werden!“
Alle
im Gesundheitswesen Tätigen mahnte der Papst, „sich an den tiefen Sinn ihrer
Berufung zu erinnern, die darin besteht, sich um einen leidenden Menschen zu
kümmern und nicht, ihn zu beseitigen“. „Ja, liebe Freunde, stellt euch
leidenschaftlich in den Dienst des Lebens! Niemand hat jemals das Recht, auf
der Grundlage von labortechnischen Algorithmen über das Leben eines bestimmten
Embryos oder eines bestimmten älteren Menschen zu entscheiden! Die Medizin darf
niemals zum Gehilfen des programmierten Todes werden!“
Leo
rief zu einer Weiterentwicklung der Palliativpflege und –forschung auf – und zu
einer liebevollen Begleitung von kranken und eingeschränkten Menschen. Wer den
Leib pflege, sorge auch für die Seele. „Liebe kranke Brüder und Schwestern, es
ist mir wichtig, euch zu sagen: Ihr seid keine Last, ihr seid das pulsierende
Herz unserer Menschlichkeit und ein kostbarer Schatz für die Kirche. Ich
schließe die Leiden, die ihr durchmacht, in meine Gebete ein.“
Der
Gesang der heiligen Bernadette
Tausende
von Menschen nahmen am Auftritt des Papstes vor dem Gebäude des Accueil
Notre-Dame teil, der kranke und eingeschränkte Menschen in den Tagen ihrer
Lourdes-Wallfahrt beherbergt. Eine kranke Frau, die im Accueil arbeitet, und
ein Arzt gaben den Anwesenden in kurzen Ansprachen Einblicke in ihren Alltag;
eine junge Frau, die wie das Hirtenmädchen Bernadette Soubirous zu Zeiten der
Marienerscheinungen gekleidet war, trug ein Lied vor.
Das „Livre
de vie“
Im
Anschluss an die Begegnung begab sich Papst Leo XIV. in den fünften Stock des
„Accueil Notre-Dame“. Dort begrüßte und segnete er einige Kranke sowie
Vertreter der im Heiligtum tätigen Verbände. Die Organisationen überreichten
ihm dabei das „Livre de vie“, eine Sammlung persönlicher Zeugnisse von Menschen
in prekären und verletzlichen Lebenssituationen. Spontan sagte der Papst: „Das
Leben ist schön und kostbar, lasst euch nicht entmutigen: Unsere Liebe Frau von
Lourdes hält euch an der Hand.“
Den
Helfern dankte er für ihren Dienst an Menschen, die nach Lourdes kommen, um
Heilung zu suchen. Viele von ihnen kehrten „mit Frieden im Herzen“ und
erneuerter Hoffnung nach Hause zurück. Denn für Menschen in schwierigen
Lebenssituationen sei bereits die Begegnung mit den Helfern eine besondere
Erfahrung, sagte der Papst. Es sei eine Art „erstes Wunder von Lourdes“, dass
sie deren „Großzügigkeit, Einsatz und Nähe“ erfahren könnten. Das Zeugnis von
Glaube und Liebe sei auf ihrem geistlichen Weg „unersetzlich“.
Zugleich
betonte Leo XIV., dass auch diejenigen, die ihren Dienst in Lourdes leisten,
selbst verändert von dort zurückkehrten. Er ermutigte sie, diese Erfahrung
weiterzugeben – besonders an junge Menschen –, damit sie die „Freude der
Selbsthingabe und des Dienstes im Namen Jesu“ entdecken. Anschließend ging Leo
XIV. zu Fuß zum Karmel von Lourdes, wo er sich mit den kontemplativen
Ordensfrauen traf. (vn 27)
Wissenschaft und Öffentlichkeit.
Jahrestagung der Görres-Gesellschaft beendet
Unter
dem Thema „Wissenschaft und Öffentlichkeit“ ist heute (27. September 2026) die
Jahrestagung der Görres-Gesellschaft zu Ende gegangen. Seit dem vergangenen
Freitag waren die rund 350 Teilnehmerinnen und Teilnehmer auf Einladung der
Universität Koblenz zu Gast am Rhein. Mit rund 80 wissenschaftlichen Vorträgen
in 16 parallelen wissenschaftlichen Sektionen war die Jahrestagung an den
Geburtsort ihres Namensgebers, Joseph Görres, zurückgekehrt.
Angesichts
aktueller Debatten stellte der Wissenschaftsjournalist Prof. Dr. Harald Lesch
(Universität München) seine Rede beim heutigen Festakt der Görres-Gesellschaft
unter das Thema „Sind wir dabei den Verstand zu verlieren? Vom Kampf an der
Front gegen Unsinn, Irrsinn, Wahnsinn und andere Erscheinungen der Diktatur des
Digitalen“. Er betonte: „Es ist geradezu prophetisch gewesen, den Titel ‚Haben
wir den Verstand verloren?‘ zu wählen. Schließlich ist seit wenigen Tagen
offensichtlich, dass mittlerweile die besten Experten der Entwicklung von KI
offenbar die Kontrolle verloren haben. Die Furcht vor dem ‚Weltuntergang‘
innerhalb der nächsten sechs Monate lässt sogar Mitarbeiter die KI-Schmieden
fluchtartig verlassen.“ Wir sind dabei, so Prof. Lesch, die Grundlage des
vernünftigen, durch Begründungen und Erkenntnissen motiviertes Handeln zu
verlassen: „Unser Verstandesorgan schrumpft bei Nichtbenutzung auf die Größe
einer Pflaume, wie MRT-Aufnahmen zeigen. Wenn Du es nicht benutzt, dann geht es
Dir verloren. Das erleben wir gerade im KI-Hype. Dass wir dabei mit einigen
Hundert oder sogar Tausenden zusätzlicher, weil für die KI notwendigen,
Rechenzentren unseren Energie- und vor allem Wasserverbrauch ins Irrsinnige
steigern, auch wenn alle Klimaszenarien dagegensprechen, ist ein weiterer
Hinweis darauf, dass wir dabei sind, den ‚Verstand zu verlieren‘ – als
Grundlage, Ratgeber und Gerichtshof unserer Entscheidungen, Urteile und
Wertvorstellungen.“
In
Koblenz, wo Joseph Görres vor 250 Jahren geboren wurde und wo sich vor 150
Jahren die Görres-Gesellschaft gründete, würdigte der Ministerpräsident des
Landes Rheinland-Pfalz, Gordon Schnieder, das Wirken von Joseph Görres:
„Seitdem verbindet die Görres-Gesellschaft wissenschaftliche Arbeit,
gesellschaftlichen Dialog und ehrenamtliches Engagement. Gerade heute ist
dieser Austausch wichtiger denn je. Das Thema der diesjährigen Tagung
‚Wissenschaft und Öffentlichkeit‘ trifft einen wichtigen Punkt. Denn gerade in
Zeiten tiefgreifender Veränderungen sind wissenschaftliche Erkenntnisse, die
uns Orientierung geben, umso essenzieller“, so Ministerpräsident Schnieder.
Dem
Festakt vorausgegangen war ein Gottesdienst in der Koblenzer Liebfrauenkirche
mit dem Trierer Bischof Dr. Stephan Ackermann. In seiner Predigt erinnerte er
an Joseph Görres, von dem es erstaunlich gewesen sei, dass er – ein Mann, der
keinen Universitätsabschluss hatte – Namensgeber für eine der größten und
ältesten Wissenschaftsgesellschaften in Deutschland geworden sei: „Das liegt
zum einen wohl an der unglaublichen Breite seiner geistigen Interessen. Zum
anderen verbindet sich in Joseph Görres auf faszinierende Weise die Freiheit
des Geistes mit Überzeugungsstärke.“ Bischof Ackermann fügte hinzu: „Das
Beispiel von Joseph Görres zeigt, dass der christliche Glaube nicht das Denken
verdirbt, sondern die Kraft hat, das Denken zu weiten, wenn der Glaube zugleich
bereit ist, vor dem Forum der Vernunft Rechenschaft abzulegen über das, was ihn
bewegt.“ Görres stehe für eine Wissenschaft, „die sich nicht in den
Elfenbeinturm zurückzieht, sondern die gesellschaftliche Auseinandersetzung
sucht, um dem Wohl aller zu dienen.“
Bereits
zum Auftakt der Jahrestagung hatte der Präsident der Görres-Gesellschaft, Prof.
Dr. Bernd Engler, hervorgehoben: „Mit dem Thema ‚Wissenschaft und
Öffentlichkeit‘ stellt sich die Görres-Gesellschaft in die Tradition ihres
Namenspatrons Joseph Görres, der mit seiner Person für die Begeisterung an der
Wissenschaft steht und in seiner Zeit wesentliche Impulse in vielen Disziplinen
gesetzt hat, von den Geisteswissenschaften bis hin zu Naturwissenschaft und
Medizin. Als herausragender Publizist war es ihm ein Bedürfnis, seine Erkenntnisse
in die Gesellschaft zu tragen. Gleichzeitig war Görres ein engagierter
Katholik, dessen Erbe wir verpflichtet sind, wenn wir uns als „Impulsgeber für
gesellschaftliche Debatten in christlichem Wertehorizont´ begreifen.“ Mit Blick
auf die heutigen Herausforderungen für Wissenschaft und Gesellschaft betonte
Prof. Engler: „In unserer Zeit ist es notwendig, Erkenntnisse aus der
Wissenschaft in die Gesellschaft zu tragen. Den gewaltigen Herausforderungen,
vor die wir gestellt sind, werden wir nur im Zusammenspiel von Wissenschaft und
Öffentlichkeit begegnen können. Ich hoffe, dass unsere Tagung dazu einen
Beitrag leisten konnte.“
Hintergrund
Die
Görres-Gesellschaft zur Pflege der Wissenschaft ist mit rund 3.000 Mitgliedern
eine der größten und zugleich eine der ältesten deutschen
Wissenschaftsgesellschaften. Vor dem Hintergrund eines christlichen
Menschenbildes diskutieren die Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler die
Ergebnisse aktueller Forschungen an der Schnittstelle von Wissenschaft,
Gesellschaft, Politik und Religion.
Die
Jahrestagung bildete zugleich den Höhepunkt des Jubiläumsjahres der Görres-Gesellschaft:
Am 25. Januar 1776 wurde in Koblenz ihr Namenspatron Joseph Görres geboren, die
Gesellschaft selbst wurde vor 150 Jahren eben dort gegründet – für die
Görres-Gesellschaft zwei bestechende Gründe, für ihre Jahrestagung nach Koblenz
zurückzukehren.
Die
Görres-Gesellschaft im Internet: www.goerres-gesellschaft.de. Dbk 27
Paris: Über 700.000 Teilnehmer bei
Papstmesse
„Wer
Durst hat, komme zu mir und trinke“: Diese Worte Jesu aus dem Evangelium von
diesem Samstag waren das Leitmotiv der großen Papstmesse auf der Pariser Place
de la Concorde, unmittelbar an der Seine gelegen. Nur Gott könne den
spirituellen Durst der Menschen von heute wirklich löschen, lautete die
Botschaft, die der Papst vom Tiber an die Seine mitgebracht hatte.
Wer
sich politische Zwischentöne erwartet hatte, kam nicht auf seine Kosten – nur
in der dritten Fürbitte wurde „für die Regierenden“ gebetet, „auf dass sie, von
Weisheit erleuchtet, … den Respekt fördern, den jedes menschliche Leben
verdient“. Das konnte, wer wollte, auf das neue Gesetz beziehen, das
assistierten Suizid in Frankreich erlaubt und vor dem die Kirche vergeblich
gewarnt hatte.
Präsident
Emmanuel Macron war nicht zur Messe erschienen; er nimmt an keinem der
Gottesdienste während dieser Papstreise teil. Das hatte vorab für ein wenig
mediale Aufgeregtheit gesorgt, entspricht aber einfach nur einer Gepflogenheit
im streng laizistischen Frankreich. Immerhin war Macrons Frau Brigitte
erschienen, dazu Ministerpräsident Sébastien Lecornu und der frühere
Staatspräsident Nicolas Sarcozy. In den Texten des Gottesdienstes gab es auch
keinerlei Anspielung auf die traurige Geschichte der Place de la Concorde: Hier
erhob sich in Zeiten der Französischen Revolution die berüchtigte Guillotine,
hier wurde auch König Ludwig XVI. enthauptet. Traditionell orientierte
Katholiken im Land bemühen sich, einen Seligsprechungsprozess für ihn in Gang
zu bringen.
Ein
Platz mit trauriger Geschichte
Die
Karten für die zentrale Messe des Papstes in Paris waren binnen kurzer Zeit
vergriffen gewesen; das starke Interesse an dem Ereignis hatte Veranstalter und
Öffentlichkeit überrascht. Dementsprechend hatte man mehr Platz für
Teilnehmende geschaffen als ursprünglich geplant, und die Menschenschlange zog
sich sogar die berühmten Champs-Élysées hinauf - 800.000 Menschen hatten sich
nach offiziellen Angaben bis zum Ende der Messe an der Place de la Concorde
eingefunden. Als Leo XIV. vor Beginn der Messfeier die Prachtallee im Papamobil
entlangfuhr und dabei der Menschenmenge zuwinkte, sorgte das für Bilder, wie
man sie noch nicht einmal von der traditionellen 14.-Juli-Parade auf den
Champs-Élysées kennt. Doch trotz des Andrangs lief der Gottesdienst in
festlich-gesammelter Atmosphäre ab.
„Durst
nach Sinn, nach Wahrheit und nach Erfüllung“
„Die
Sehnsucht nach Gott wohnt im Innersten unseres Herzens“, sagte Leo XIV. in
seiner Predigt. Ein „Durst nach Sinn, nach Wahrheit und nach Erfüllung“ sei
das, „der dem Herzen eines jeden Menschen innewohnt“, eine „innere Leere“. „Um
diese Leere zu füllen, kann es vorkommen, dass wir nach neuen Freuden suchen,
dass wir neue Dinge besitzen wollen, dass wir alles tun, um ‚Spaß zu haben‘,
nur um dieses innere Unbehagen nicht zu spüren!“ Doch die Liturgie von diesem
Samstag lade in dieser Hinsicht zu einer Gewissenserforschung ein: „Was ist
unser tiefster Durst? Was suchen wir wirklich im Leben? Wir alle sehnen uns
nach Glück, nach Liebe, nach Selbstverwirklichung. Aber an welcher Quelle
versuchen wir, unseren Durst zu stillen?“
Nicht
nur eine Nummer auf dem Personalausweis
Klar
sei doch, dass „materielle Güter und sofortige Befriedigung“ die Lücke nicht
stopfen können. „Mit der Taufe haben wir das lebendige Wasser empfangen, von
dem das Evangelium spricht, aber sind wir Christus wirklich persönlich
begegnet? Der Mensch ist im Grunde ein ‚sich sehnendes‘ Wesen, und nur Gott
kann diese innere Leere füllen.“
Jesus
sei der gute Hirt, der uns „zur Quelle des Glücks und des Friedens“ führt, fuhr
der Papst fort. „Er kennt jeden und jede von uns mit Namen… In seinen Augen ist
keiner von uns eine Nummer auf einem Personalausweis oder ein
Identifikationscode, sondern ein Mensch, eine einzigartige und unersetzliche
Person.“ Leo lud (ein bisschen Pathos darf auch mal sein) alle „Erben einer
langen und schönen Geschichte des Glaubens in Frankreich“ dazu ein, aus der
Quelle Jesu zu trinken.
Das
Leben ist gleichzeitig verletzlich und herrlich
„Ihr
strebt danach, wieder eine lichtvolle Zukunftsperspektive zu entdecken, und
nach einer Erneuerung der Nation aus ihren vom Glauben durchdrungenen Wurzeln.
Behaltet den Glauben an Jesus Christus nicht nur für euch selbst, sondern lasst
ihn überfließen, um den Durst der Menschen zu stillen, denen ihr begegnet, und
um ihnen Erfüllung zu schenken. Es ist eure Aufgabe, Hoffnung dorthin zu
bringen, wo Entmutigung und geistliche Trockenheit herrschen.“
„Sich
der wahren Liebe öffnen“
Das
Leben sei gar nicht nur „zerbrechlich, verletzlich und auf den Übergang des
Todes ausgerichtet“, sondern gleichzeitig auch „herrlich, voller Wunder und
fähig, … sich der wahren Liebe zu öffnen“. Davon zeugten auch die vielen
Heiligen, die „dieses wunderschöne Land“ hervorgebracht habe;
überraschenderweise nannte der Papst als eines der Beispiele dieser Heiligkeit
Jeanne Jugan, aber nicht die ungleich bekanntere „kleine“ Therese von Lisieux,
auf die er jedoch während der Meditation am Vorabend mit 80.000 Jugendlichen
Bezug genommen hatte.
Ein
Souvenir von Notre Dame
„Von
dieser schönen Stadt Paris aus bete ich inständig dafür, dass sich das
lebendige Wasser des Heiligen Geistes über ganz Frankreich ausbreitet. …
(Mögen) überall in Frankreich die Knospen des Glaubens, der Hoffnung und der
Liebe zur Blüte gelangen.“
Erzbischof
Laurent Ulrich von Paris überreichte dem Papst als Geschenk eine
Mariendarstellung vom Dachreiter von Notre-Dame, der während des Brands der
Kathedrale im April 2019 vor den Augen der entsetzten Fernsehzuschauer in aller
Welt eingestürzt war. Leo hatte am Donnerstag das in nur fünf Jahren
wiederaufgebaute und restaurierte gotische Gotteshaus besucht. Ulrich – der von
Leos Vorgänger Franziskus nicht mit dem Kardinalshut bedacht wurde und der
deshalb am letzten Konklave nicht teilgenommen hat – bedankte sich beim Papst:
„Durch Ihre Anwesenheit und Ihr Wort fühlen sich die Gläubigen in ihrer Sendung
bestärkt, das Evangelium zu verkünden, und die Männer und Frauen guten Willens,
die den katholischen Glauben nicht teilen, können sich gehört, verstanden,
geliebt und auf den Wegen ihres Lebens gestärkt fühlen.“
Paris
und Lourdes – diese beiden Etappen sind am Samstag auf dem Reiseprogramm von
Papst Leo bei seiner Visite in Frankreich, die noch bis Montag dauert.
Um
9 Uhr besuchte Leo XIV. in Paris das Sozial- und Integrationszentrums „Maison
Bakhita“, ein kirchliches Zentrum für Begleitung und soziale Integration. Hier
lesen Sie seine Ansprache im Wortlaut. Danach begab er sich zum Institut
Catholique de Paris, einer Privatuniversität, die auch ein Priesterseminar
umfasst. Dort traf der Papst um 10:15 Uhr die Mitglieder der Provinzialsynode,
Taufbewerber und Neugetaufte – interessant wegen des Booms an Taufen meist
junger Erwachsener, der während der Coronazeit in Frankreich begonnen hat und
inzwischen in Ansätzen auch in anderen europäischen Ortskirchen zu beobachten
ist. Hier im Wortlaut, was der Papst Taufbewerbern und Neugetauften
sagte.
Am
Samstagachmittag um 15 Uhr feierte Leo die Heilige Messe auf der Place de la
Concorde in Paris. Hier die Papst-Predigt bei der großen Schlussmesse in Paris
im Wortlaut. Anschließend flog er nach Lourdes im äußersten Südwesten
Frankreichs.
Auf
dem Weg zur Grotte stoppte Leo XIV. auf einer nach ihm benannten Brücke, wo die
Skulptur „Brüderlichkeit unter den Völkern“ enthüllt wurde, ein Werk des
Bildhauers Jean-Jacques Abdallah aus der Region Hautes-Pyrénées, das für eine
Botschaft des Friedens und der Geschwisterlichkeit steht. Auf der Brücke traf
Leo XIV. den Bürgermeister von Lourdes, Thierry Lavit, und nahm Geschenke in
Empfang (darunter auch Honig). Papst Leo XIV. trug sich auch ins Goldene Buch
der Stadt ein.
In
Lourdes betete der Papst dann am Abend im weltberühmten Marienheiligtum, dem
größten katholischen Wallfahrtsort Europas, an der Grotte von
Massabielle. Sie war Schauplatz der Marienerscheinungen, die 1858 dem damals
14-jährigen Hirtenmädchen Bernadette Soubirous zuteil wurden. Vn 26
Deutsche Ex-Kanzlerin Merkel von
Caritas geehrt
Die
frühere deutsche Bundeskanzlerin Angela Merkel ist mit dem Elisabeth-Preis des
katholischen Caritas-Verbands geehrt worden. Die 72-jährige CDU-Politikerin
nahm die undotierte Auszeichnung am Freitagabend in Augsburg bei einem Festakt
entgegen.
Gewürdigt
wurden damit Merkels Haltung und ihr Einsatz für den gesellschaftlichen
Zusammenhalt. Unter den rund 400 Gästen waren auch Augsburgs Bischof Bertram
Meier und der frühere deutsche Bundesfinanzminister Theo Waigel (CSU).
In
ihrer Dankesrede würdigte Merkel die engagierte Arbeit der Caritas. Dabei hob
sie auch die erste Enzyklika von Papst Leo XIV. hervor, „Magnifica
humanitas". Dieser habe ein wegweisendes Werk geschrieben, das sie Artikel
für Artikel durchgelesen habe: „Für mich war das mutmachend." Es handle
sich um kein Schreiben gegen neue Technologie, aber der Mensch müsse in der
Hand haben, was er zum Wohle des Menschen machen könne.
„Für
mich war das mutmachend“
„Wir
können auch gewiss sein, dass es immer wieder Menschen für Menschen
braucht", zeigte sich die CDU-Politikerin überzeugt: Menschen, die Gefühle
und Empathie zeigten, die nicht nach der effizientesten Lösung suchten, sondern
nach einer, die für den jeweiligen Menschen das Beste sei.
Der
Name des Preises geht auf die heilige Elisabeth von Thüringen (1207-1231)
zurück, die Menschen in Not half. Sie ist die Schutzpatronin der Caritas. Die
Auszeichnung besteht aus einer Urkunde und einer Elisabeth-Figur.
Mit
Blick auf die heilige Elisabeth erklärte Merkel: „Schön, dass wir beide Frauen
sind". Obwohl die Namensgeberin des Preises nur 24 Jahre alt geworden sei,
habe diese einen Fußabdruck in der Welt hinterlassen. Sie wünsche daher allen,
das, was der Herrgott einem mitgegeben habe, für andere einzusetzen und
Verantwortung zu übernehmen, um dann festzustellen, glücklicher zu sein als
vorher.
„„Wir
schaffen das": Satz zeigte Menschlichkeit“
Die
Kabarettistin Sarah Bosetti verwies in ihrer Laudatio darauf, dass Merkel den
Preis vor allem für einen Satz bekomme, für den sie am meisten gehasst werde:
„Wir schaffen das“. In einer humanitären Krise habe die Bundeskanzlerin 2015
Menschlichkeit gezeigt. Natürlich könne man Merkel kritisieren, aber dies sei
nicht der Moment für hämische Spitzen. Es gehe darum, einen Weg zu finden,
Unterschiede auszuhalten.
„Vielleicht
musste Merkel weg, damit wir wissen, was wir vermissen", formulierte
Bosetti. Es brauche eine vernünftige, konservative Partei in Deutschland, die
Bereitschaft, aus Fehlern zu lernen und Kompromisse nicht als Makel zu
empfinden. Fakten und die Wissenschaft müssten wieder zählen und Menschenwürde
– „wir brauchen politischen Anstand".
„Wir ehren Merkel für ihren inneren Kompass,
mit dem sie die Geschicke des Landes glücklich lenkte“
„Wir
ehren Merkel für ihren inneren Kompass, mit dem sie die Geschicke des Landes
glücklich lenkte", sagte die Präsidentin des Deutschen Caritasverbandes,
Eva Welskop-Deffaa. Eine solidarische Gesellschaft entstehe nicht von selbst.
(kna 26)
Papst: „Niemand ist so arm, dass er
nichts zu geben hätte“
Papst
Leo hat beim Besuch des Sozial- und Integrationszentrums „Maison Bakhita“ in
Paris für eine christliche Begegnungskultur und den „Austausch von Gaben“
geworben. „Niemand ist so arm, dass er nichts zu geben hätte; niemand ist so
reich, dass er nichts zu empfangen hätte“, betonte der Papst, der die
grundlegende Rolle von Frauen beim Aufbau einer Zivilisation der Liebe
würdigte. Anne Preckel – Vatikanstadt
In
dem von der Erzdiözese Paris und den Scalabrini-Schwestern verantworteten
Zentrum werden Flüchtlinge betreut. Einige von ihnen trugen Papst Leo am
Samstagmorgen vor, darunter eine Frau mit Behinderung, ein Flüchtling aus
Afghanistan und ein Opfer von Menschenhandel.
Frauen,
die eine Zivilisation der Liebe aufbauen
Mit
Blick auf die Schutzpatronin der Opfer von Menschenhandel, die heilige
Giuseppina Bakhita, würdigte der Papst den Einsatz all jener Menschen, die sich
Frieden, Nächstenliebe, Begegnung und der Förderung des Lebens widmen, darunter
vor allem weiblichen Geschlechtes. Die sudanesische Ordensschwester Bakhita
zeige „die grundlegende Rolle der Frauen beim Aufbau einer Zivilisation der
Liebe“, „die eine Alternative darstellt zu jener Kultur, die Gemeinschaften
zersetzt und die Städte an Einsamkeit erkranken lässt“.
„Die
Geschichte der Kirche und der Menschheit wird, genauer betrachtet, nicht von
denen geschrieben, die scheinbar siegen, indem sie sich durchsetzen und Räume
besetzen, sondern von denen, die ,Raum schaffen‘, Prozesse des Friedens in Gang
setzen, Vertrauen wecken und zum Leben ermutigen“, betonte der Papst vor den
Flüchtlingen, Menschen mit Einschränkungen, Sozialarbeitern, Ordensschwestern
und freiwilligen Helfern in der Pariser Einrichtung.
Unkonventionelle
Entscheidungen und Investitionen
Dabei
gehe es nicht einfach um Gefühle, sondern „unkonventionelle Entscheidungen und
Investitionen, deren gesellschaftliche Relevanz und Zukunftsträchtigkeit wir
immer besser verstehen“, so der Papst. Leo XIV. rief an dieser Stelle zum
Einsatz für alle marginalisierten und „von Wirtschaft und Kultur zu Sklaven
gemachten“ Menschen auf. Er warb zudem für eine christliche
Begegnungskultur und einen „Gabenaustausch“, der nicht durch Kalkül oder
Interessen, sondern durch aufrichtige Offenheit für das Gegenüber geleitet
wird.
„Niemand
ist so arm, dass er nichts zu geben hätte; niemand ist so reich, dass er nichts
zu empfangen hätte. Ein Leben in Fülle gibt es dort, wo sich die eigenen
Grenzen für die geheimnisvolle Gegenwart der anderen öffnet, in welchen der
Andere schlechthin, der Gott des Lebens, uns nahekommt.“
Füreinander
sorgen
Jeder
Mensch, egal welcher Herkunft oder physischer Kraft, habe hier etwas
beizutragen, schärfte der Papst ein. Wir alle seien Glieder eines Leibes, und
statt Zwietracht sollten alle Glieder „einträchtig füreinander sorgen“ (vgl. 1
Kor 12,24-25). Seine Zuhörer ermutigte der Papst zu weiterem Einsatz.
„Seid
weiterhin Zeugen dieser gegenseitigen Fürsorge.“
„Seid
weiterhin Zeugen dieser gegenseitigen Fürsorge, die durch geschwisterliche
Akzeptanz, Ausbildung und den Dialog mit der Stadt den Geist erhebt und die
Welt menschlicher macht. Mögen die heilige Bakhita und die großen Zeugen der
Nächstenliebe, die die Kirche in Frankreich – insbesondere in Zeiten
turbulenter Veränderungen – geformt haben, eure Fürsprecher sein.“
Das
Sozialzentrum „Maison Bakhita“ wurde 2018 von der Erzdiözese Paris
eingerichtet. Sie reagierte damit auf den Aufruf des damaligen Papstes
Franziskus, Migranten und Flüchtlinge „aufzunehmen, zu schützen, zu fördern und
zu integrieren“. An der Begegnung mit Papst Leo am Samstagmorgen in Paris
nahm auch der Erzbischof der französischen Hauptstadt, Laurent Ulrich,
teil.
Bewegende
Erfahrungsberichte
Dem
Papst trugen bei der Begegnung Flüchtlinge vor, die von „Maison Bakhita“ sowie
den Hilfs-Einrichtungen „A Bras Ouvert“ und „Aux Captifs la Libération“ betreut
werden.
Eine
junge Frau, die Opfer von Menschenhandel wurde, berichtete Leo XIV., sie sei
mit der Hilfsorganisation „Aux Captifs, la Libération“ 2018 in Kontakt
gekommen: „In dieser Zeit war mein Leben kompliziert: ich wurde gezwungen,
Dinge zu tun, die ich nicht tun wollte.“ Dank der Hilfsorganisation sei es ihr
gelungen, sich ein neues Leben aufzubauen. „Gott hat einen wichtigen Platz in
meinem Leben“, so die 32-Jährige, „er ist immer bei uns, um uns zu leiten. In
alle den Schwierigkeiten, wusste ich, dass er mit eines Tages einen neuen Weg
aufzeigen würde“.
„Mir
ist es wichtig, meine Nähkünste an andere Flüchtlinge weiterzugeben“,
berichtete der Afghane Meysam dem Papst. Der 35-Jährige arbeitet inzwischen
selbst als Flüchtlingshelfer. „Ich bin vor allem froh, dass ich Frauen Nähen
beibringen kann, denn in meinem Land dürfen Frauen weder lernen noch arbeiten“,
so der junge Mann, der seit 2015 in Frankreich lebt. (vn 26)
Papst in Paris: „Freiheit,
Gleichheit, Brüderlichkeit sind nicht bloß Worte"
Papst
Leo XIV. hat bei seiner ersten Rede in Frankreich die Grundwerte des Landes mit
dessen christlichem Erbe verbunden. Im Élysée-Palast in Paris sprach er vor
Präsident Emmanuel Macron und den Autoritäten aus Politik, Gesellschaft und
Diplomatie über Lebensschutz, Krieg und Frieden einschließlich Atomwaffen sowie
eine recht verstandene Trennung von Kirche und Staat.
Frankreichs
Wahlspruch verweise auf ethische Ansprüche, erklärte der Papst in seiner Rede,
die er auf Französisch hielt. „Freiheit, Gleichheit und Brüderlichkeit sind
nicht bloß Worte, die auf den Giebeln Ihrer öffentlichen Gebäude zu lesen
sind“, sagte er. Vielmehr seien diese Werte vom Evangelium inspiriert.
Ausdrücklich verwies Leo XIV. auf die 1948 in Paris verkündete Allgemeine
Erklärung der Menschenrechte, deren Ziel es gewesen sei, „ein allgemeines
Bewusstsein für die unveräußerliche Würde des Menschen zu schaffen“. Johannes
Paul II. habe dieses Dokument einen „wahren Meilenstein auf dem Weg des
moralischen Fortschritts der Menschheit“ genannt, so Leo XIV. Der Heilige Stuhl
hat die Erklärung von 1948 nicht mit verabschiedet, erkennt ihre Bedeutung aber
ausdrücklich an.
Der
Wert jeden menschlichen Lebens
Mit
besonderem Nachdruck sprach Leo vor den versammelten Autoritäten aus Politik
und Gesellschaft über den Wert jedes menschlichen Lebens. Eine konkrete
französische Gesetzesregelung nannte er in der Rede nicht, der Hintergrund ist
aber, gleichwohl für alle klar, ein im August in Kraft getretenes Gesetz, das
in Frankreich unter bestimmten Umständen auch aktive Sterbehilfe erlaubt.
„Deshalb
betone ich nachdrücklich, »dass der Schutz des Rechts auf Leben die
unverzichtbare Grundlage für alle anderen Menschenrechte bildet«“
Der
Papst wiederholte die katholische Position, wonach „der Schutz des Rechts auf
Leben die unverzichtbare Grundlage für alle anderen Menschenrechte bildet“. Er
erinnerte an Pflegekräfte und katholische Einrichtungen in Frankreich, die mit
Hingabe kranke und bedürftige Menschen begleiten. Der Einsatz für Schwache
verlange Achtung in jeder Lebensphase. Gesellschaften würden an diesem Punkt
„derzeit in die falsche Richtung abdriften“ und Wissenschaft und Technik zu
gewinnorientierten Unternehmungen verwandeln: Leo nannte Leihmutterschaft,
Organhandel oder „das Angebot eines geplanten Todes“.
Dialog
zwischen Staat und Religionen
Für
das Zusammenleben in Frankreich forderte der Papst einen Dialog zwischen Staat
und Religionen. Dabei erläuterte er sein Verständnis der Laizität, der strikten
Trennung von Kirche und Staat, die in dem Land seit 1905 gilt: „Eine rechte
Laizität besteht nicht darin, die Religion aus dem öffentlichen Raum oder aus
dem Bildungswesen auszuschließen, sondern darin, darauf hinzuwirken, dass der
Staat und die religiösen Institutionen miteinander in Dialog treten und ihre
Kräfte im Dienste des Wahren, des Guten und des Schönen bündeln, damit die Welt
das Leben hat.“
Ausdrücklich
lobte Leo die Zusammenarbeit Frankreichs mit der katholischen Kirche im Nahen
Osten. Sie diene seit Jahrhunderten den Christen der Region und ziele zugleich
darauf, Menschen unabhängig von ihrer Herkunft zu unterstützen. Besonders hob
der Papst das gemeinsame Engagement für Bildung hervor: „In diesem Zusammenhang
möchte ich all jenen meine Dankbarkeit aussprechen, die sich für dieses Projekt
engagieren und die es seit seiner Gründung im Jahr 2021 ermöglicht haben, mehr
als zweihundertsechzig Bildungseinrichtungen im Nahen Osten zu unterstützen,
darunter sieben Universitäten im Libanon und die Universität von Betlehem.“
Ausdrücklich nannte Leo den Fonds pour les écoles d’Orient, der Schulen im
Orient unterstützt.
Krieg
und Abrüstung in der Atommacht Frankreich
Die
Lage im Nahen Osten nahm der Papst auch zum Anlass, in der Atommacht Frankreich
über Krieg und Abrüstung zu sprechen. Er erinnerte an die Forderung Johannes’
XXIII. nach einem Ende des Rüstungswettlaufs und einem Verbot von Atomwaffen.
Zur heutigen Entwicklung erklärte Leo: „Tatsächlich verbreitet sich zunehmend
die irrige Überzeugung, der Besitz von Atomwaffen sei ein Garant für
Sicherheit, was zu einem neuen, kaum kontrollierbaren Wettrüsten führt.“ Seinen
Gegenentwurf formulierte er so: „Friede ist jedoch kein Kräftegleichgewicht,
sondern wird jeden Tag durch Dialog und Gerechtigkeit geschaffen. Ich ermutige
Sie daher eindringlich, sich niemals mit der Option des Krieges abzufinden und
diese für ,unvermeidlich´ zu halten, sondern unermüdlich den Dialog und die
Diplomatie zu pflegen, um friedliche Gesellschaften zu bewahren, in denen die
Würde und die Rechte des Einzelnen und der Völker geachtet werden.“
Frankreich
ist einer der Gründungsstaaten der Europäischen Union. Aus Sicht des Papstes
hat es gerade in der gegenwärtigen Zeit vielfältiger Krisen „die Berufung, ein
unermüdlicher Verfechter des Friedens und des Multilateralismus zu bleiben,
insbesondere innerhalb unseres teuren Europas“, sagte der Papst. An seine
Gastgeber richtete er den Appell: „Möge Frankreich, seinen Werten treu
bleibend, den Weg für einen unbewaffneten und entwaffnenden Frieden ebnen und
verantwortungsbewusst seinen unersetzlichen Beitrag zum
Macrons
Rede vor dem Papst
Präsident
Emmanuel Macron sprach eingangs von einer „großen Ehre und Freude“, den
Papst in Frankreich willkommen zu heißen. Er hatte zuvor in einer offenbar
länger als vorgesehenen Begegnung mit Leo XIV. geredet, der Termin mit den
Autoritäten begann mit 40minütiger Verspätung.
Macron
verwies zunächst auf die große christliche Geschichte Frankreichs mit seinen
zahlreichen Monumenten – „glauben heißt schaffen“, sagte er in diesem
Zusammenhang, ging dann aber auch auf die Probleme des heutigen Zusammenlebens
mit vielen Kulturen und Religionen im Land ein, einschließlich Attentaten.
Frankreich arbeite entschlossen daran, Kultstätten und Menschen zu schützen,
zur Toleranz zu erziehen und den interreligiösen Dialog zu fördern.
„Es
gibt in Frankreich niemanden, ob gläubig oder nicht, der sich diesem Streben
verschließen könnte. Der Frieden ist auch jener Horizont, auf den wir gemeinsam
hinarbeiten“, sagte Macron. Er griff dabei auch Papst Leos Formel eines
„entwaffneten und entwaffnenden“ Friedens auf und verband Frieden mit
Gerechtigkeit, Sicherheit, Menschenrechten und der Souveränität der Staaten.
Eine pluralistische,
debattenfreudige und humanistische Gesellschaft
Insgesamt
präsentierte Macron dem Papst Frankreich als pluralistische, debattenfreudige
und zugleich humanistische Gesellschaft. Er machte deutlich, dass Leos
Positionen zu ethischen und gesellschaftlichen Fragen gehört und ernst genommen
werden sollen, die politischen Entscheidungen der Republik aber auf einem
Dialog zwischen Religionen, nichtreligiösen Weltanschauungen, Wissenschaft und
dem Schutz der Menschenwürde beruhen sollen.
Frankreich
sei ein säkularer Staat, erkenne aber seine christliche Geschichte an und sehe
mit der Kirche große gemeinsame Aufgaben bei Frieden, Menschenwürde, sozialer
Verantwortung, Umweltschutz und der ethischen Gestaltung von KI und
technologischem Fortschritt, so der Staatspräsident.
(vn
25)
Papst in Notre-Dame: Ein Interview
mit dem Rektor
Für
Notre-Dame wird es das erste größere Ereignis seit der Wiedereröffnung vor zwei
Jahren: Papst Leo wird an diesem Freitagabend an einer Vesperliturgie in der
Pariser Kathedrale teilnehmen.
Als
unser Korrespondent am Donnerstag über den Platz vor Notre-Dame auf der
Seine-Insel Ile de la Cité läuft, wird überall noch geschraubt und gehämmert:
Denn auch vor dem gotischen Gotteshaus werden viele Menschen ausharren, um das
Geschehen im Innern über Video-Leinwände mitzuverfolgen. Mit an die 10.000
Menschen insgesamt rechnen die Veranstalter, in Notre-Dame und draußen auf dem
Parvis.
Freude
über den Papstbesuch
„Was
ich im Moment empfinde, ist Freude.“ Das sagt uns der Rektor von Notre-Dame,
Olivier Ribadeau-Dumas. Ein früherer Sprecher der Bischofskonferenz und Leiter
des Marienwallfahrtsorts Lourdes. „Die Freude, den Heiligen Vater hier in
Notre-Dame willkommen zu heißen. Freude darüber, dass er nach Frankreich kommt,
um uns im Glauben zu stärken und der gesamten französischen Gesellschaft eine
Botschaft zu überbringen. Ich kann es kaum erwarten, ihm zuzuhören. Und dann
auch ein bisschen Müdigkeit, denn seit drei Monaten arbeiten die Teams
unermüdlich daran, dass alle, die mit dem Heiligen Vater beten möchten, dies
unter den bestmöglichen Bedingungen tun können.“
„Ich
kann es kaum erwarten, ihm zuzuhören“
Beten
– das ist das Stichwort. Papst Leo hat sich offenbar gewünscht, keine Führung
durch Notre-Dame zu bekommen, sondern die Kathedrale bei einer Liturgie zu
erleben, zusammen mit Priestern, Ordensleuten, Seminaristen und Seelsorgenden
aus dem Hauptstadtbistum. Aber es ist eben kein normaler Termin, weil
Notre-Dame spätestens seit dem verheerenden Brand vom April 2019 zu einem
nationalen Fixpunkt geworden ist. Welche Auswirkungen wird dieser Abend mit dem
Papst in Notre-Dame auf das Leben der Kirche in Frankreich haben, und auf die
Gesellschaft?
„Das
wird sich erst auf lange Sicht zeigen“, glaubt Ribadeau-Dumas. „So wie der
Weltjugendtag 1997 noch mehr als zehn bis fünfzehn Jahre nach der Veranstaltung
Früchte trug, war auch der Besuch von Benedikt XVI. ein Ereignis, dessen
Wirkung sich über einen längeren Zeitraum erstreckte. Ich bin mir sicher, dass
der Besuch von Leo XIV. hier ein prägender Moment sein wird, der den Katholiken
bewusstmacht, dass sie, auch wenn sie in der französischen Gesellschaft eine
Minderheit darstellen, dennoch etwas zu sagen haben. Und der Papst wird mit den
verschiedenen Botschaften, die er überbringen wird – Frieden, die Verteidigung
des Lebens, die Notwendigkeit, auf die Ärmsten zu achten –, all dies wird auch
von der französischen Gesellschaft gehört werden. Ich halte das für sehr
wichtig.“
Radio
Vatikan: Interview mit dem Rektor von Notre Dame de Paris zum Papstbesuch
Ein
Funke, der im Dunkeln aufblitzt
Trotz
des Niedergangs des Katholizismus in Frankreich gibt es hier und dort scheinbar
gegenläufige Tendenzen, die weithin für Aufmerksamkeit sorgen. Immer wieder
zitiert wird in diesem Zusammenhang der überraschende Anstieg bei den
Erwachsenentaufen. Der Vorsitzende der französischen Bischofskonferenz,
Kardinal Aveline von Marseille, erzählt, dass Papst Leo fasziniert sei von
dieser kleinen Flamme, die wieder etwas an Kraft gewinne. Dazu meint Ribadeau-Dumas:
„Ich
glaube, es hat in Frankreich nie ein goldenes Zeitalter des Christentums
gegeben, ebenso wenig wie in irgendeinem anderen Land. Was wir heute erleben,
ist wie ein Funke, der in einer finsteren Welt aufblitzt. Wenn die Katholiken
heute glücklich sein und ihren Glauben friedlich leben können und wenn sie
authentische Zeugen der Liebe Gottes und des Evangeliums sind, dann deshalb,
weil unsere Gesellschaft dies braucht. Und das liegt daran, dass die Menschen,
die Franzosen, wie viele andere auch auf der Suche nach Orientierungspunkten
sind… Ich denke, genau daran wird uns der Papst erinnern: Es ist die Liebe, die
wir füreinander empfinden, die diesem Land eine Würze verleihen kann, die es
nicht hat und die wir uns zur Aufgabe gemacht haben, ihm zu geben.“
„Das
heißt nicht, dass wir von einer Gesellschaft träumen, die gänzlich christlich
wäre“
Der
Erzpriester erhofft sich von Leos Visite einen neuen missionarischen Schwung
für die Kirche Frankreichs. „Ich glaube, dass Frankreich ein Missionsland ist.
Aber wir haben nie aufgehört, das Evangelium in radikal neuen Welten zu
verkünden, und der Papst wird uns, da bin ich mir sicher, in diesem Wunsch
bestärken. Es ist wichtig, dass wir den Schatz, den wir empfangen haben – denn
das Evangelium ist ein Schatz –, nicht für uns behalten, sondern ihn mit der
Welt teilen können. Das heißt nicht, dass wir von einer Gesellschaft träumen,
die gänzlich christlich wäre, sondern wir wollen einfach in aller Gelassenheit
das mit anderen teilen, was uns Leben schenkt.“
Und
was erwarten sich die Pariser vom Besuch des Kirchenoberhaupts in ihrer Stadt?
„Oh! Einige Pariser freuen sich darauf, den Papst zu empfangen, andere sind
gleichgültig, wieder andere sind verärgert, weil die Verkehrsführung geändert
wird. Aber ich denke, abgesehen von all dem ist das Wichtigste, dass der Papst
zweifellos die einzige Person ist, die über eine moralische Autorität verfügt,
die über allen steht. Und sie sind sich sehr wohl bewusst, dass er, wenn er
spricht, nicht nur für die Katholiken spricht, sondern für den gesamten
Planeten. Und dass er, wenn er zu Franzosen spricht, auch zur ganzen Welt
sprechen wird. Darauf freuen sich viele; viele sind interessiert daran, dieses
Wort zu hören.“ (vn 25)
Papst in Notre-Dame: Zeichen der
Mutterschaft der Kirche Gottes sein
Sieben
Jahre nach dem Brand von Notre-Dame hat Leo XIV. die Kirche Frankreichs zu mehr
Offenheit, missionarischem Geist und gelebter Gemeinschaft aufgerufen. Beim
Abendgebet in der geschichtsträchtigen Kathedrale erinnerte der Papst daran,
dass Notre-Dame nicht nur für den Wiederaufbau eines historischen Bauwerks
steht, sondern für die Hoffnung auf eine Gesellschaft, die Menschen
zusammenführt, Ausgrenzung überwindet und Gastfreundschaft zur Lebensform
macht. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt
Sieben
Jahre nach dem Brand, der Notre-Dame de Paris im April 2019 in Flammen aufgehen
ließ und Menschen weit über Frankreich hinaus erschütterte, stand das weltberühmte
Gotteshaus diesen Freitag im Mittelpunkt eines besonderen kirchlichen Moments:
Mit Leo XIV. kam zum ersten Mal wieder ein Papst in die in Rekordzeit
restaurierte Kathedrale. 300.000 Menschen hatten den Weg gesäumt, den das
Kirchenoberhaupt in seinem offenen Papamobil zwischen dem Sitz der UNESCO, die
er zuvor besucht hatte, und der Kirche zurücklegte.
Das
feierliche Abendgebet mit Bischöfen, Priestern, Diakonen, Ordensleuten und
Seminaristen Frankreichs begann mit einer „Luzernar“ genannten Lichtfeier: der
Lichtsymbolik des Neuen Testaments, die Jesus Christus als das Licht der Welt
beschreibt, das jede Dunkelheit überwindet.
„Du
Licht vom Lichte, du zeigst uns das Antlitz des Vaters, in Liebe leuchtest du:
Jesu Christ“, erklang der bekannte französische Vesper-Hymnus „Joyeuse lumière“
unter den altehrwürdigen Gewölben eines der wohl bekanntesten Wahrzeichen
Frankreichs.
Offene
Kirche statt geschlossener Raum
In
seiner Predigt betonte der Gast aus Rom, dass Notre-Dame mehr sei als ein
Denkmal. „Im Herzen der Stadt ist die offene Kathedrale das Zeichen einer
Gemeinschaft, die den Herrn preist und Gastfreundschaft nicht als gelegentliche
Geste, sondern ihre Lebensform versteht, damit sich alle zu Hause fühlen können
und in einer Welt im Wandel nicht länger unterdrückt oder an den Rand gedrängt
werden,“ so Papst Leo wörtlich.
Der
Wiederaufbau habe gezeigt, wie Räume der Begegnung und Teilhabe über die
Grenzen der kirchlichen Zugehörigkeit hinaus geöffnet werden können. Aus der
Geschichte von Notre-Dame leitete der Papst daher folgenden Auftrag an die
Kirche Frankreichs ab: „Als Jünger Christi wisst ihr wohl, dass die christliche
Gemeinschaft kein abgeschlossener Bereich ist, in den man sich zurückzieht, um
sich vor der eigenen Zeit zu schützen. Im Gegenteil, sie möchte nach dem
Vorbild der alten Kathedralen ein Ort sein, an dem alle Annahme, Respekt,
Offenbarung und Sinn zuteilwird. Darin liegt die Kraft einer lebendigen Kirche:
im Annehmen der Ränder, die sich bereits in ihrem Herzen befinden, der Fernen,
die in Wirklichkeit schon nah sind, der Fremden, in denen Christus bereits an
die Tür klopft.“
Von
den Städten bis in die ländlichen Regionen und die französischen Überseegebiete
müsse diese Offenheit spürbar werden. Materielle Mittel seien dafür nicht
entscheidend, sagte der Papst. Entscheidend seien vielmehr innere Freiheit,
Einfachheit und das Vertrauen auf die Gnade Gottes. „Setzt dabei voll Vertrauen
auf die Sendung der Laien, die der lebendige Vorposten der Kirche an den
Schnittstellen des Alltags sind,“ so sein konkreter Vorschlag.
Die
Liturgie: Ort des Friedens in einer hypervernetzten und lauten
Gesellschaft
Einen
zweiten Schwerpunkt seiner Ansprache legte der Papst auf die Liturgie.
Notre-Dame dürfe nicht allein als architektonisches Meisterwerk betrachtet
werden. Ihre eigentliche Bestimmung liege im Gebet und im Lob Gottes. Gerade in
einer Zeit, die von Unruhe, Überforderung und einer „hypervernetzten und lauten
Gesellschaft“ geprägt sei, könne die Liturgie zu einem Ort des Friedens werden.
Gesang, Wort und liturgische Gesten könnten Menschen helfen, neu zur Ruhe zu
kommen und die Gegenwart Gottes wahrzunehmen.
Der
Papst verband die Liturgie ausdrücklich mit der Verantwortung der Christen für
die Gesellschaft. Das gemeinsame Hören auf die Heilige Schrift und das Gebet
könnten dazu befähigen, die Ereignisse der Gegenwart im Licht des Glaubens zu
betrachten. Daraus erwachse die Verantwortung, ungerechte Machtverhältnisse zu
entlarven und sich für Gerechtigkeit und Frieden einzusetzen.
„Es
ist also die Hoffnung, die uns bewegt, und nicht die Resignation. Und daraus
entstehen Bande größerer Geschwisterlichkeit, Netzwerke der Solidarität, die
Frucht der gemeinschaftlichen Teilhabe am einzigen Opfer Christi sind,“ gab
Papst Leo zu bedenken.
Aufruf
zur kirchlichen Einheit
Besonders
deutlich wurde das katholische Kirchenoberhaupt beim Thema Einheit. Seine
Zuhörer ermahnte er: „Stellt die Gemeinschaft mit dem Nachfolger Petri und mit
der Kirche über eure persönlichen Befindlichkeiten, um die Einheit des Volkes
Gottes zu pflegen. Gemeinsam werden wir ein prophetisches Zeichen dafür sein,
dass eine versöhnte Welt möglich ist.“
Notre-Dame,
Haus der Gastfreundschaft
Notre-Dame
könne zum Zeichen einer Kirche werden, die Gastfreundschaft nicht nur
gelegentlich praktiziere, sondern als Lebensform verstehe, bekräftigte der
Papst. Und daher müsse die Wiedergeburt der Kathedrale auch zu einer
geistlichen Erneuerung der Kirche führen. Die Hirten und Ordensleute
Frankreichs rief der Papst dazu auf, „lebendige Steine“ einer Kirche zu sein,
die Hoffnung hat - und keine Angst vor der Zukunft.
„Seid
inmitten eures Volkes ein klarer Ausdruck der Mutterschaft der Kirche Gottes,
die durch das Zeugnis der Liebe Gottes die Menschheitsfamilie wiederaufbaut und
heilt,“ so der abschließende Wunsch von Papst Leo beim Abendgebet in
Notre-Dame. Vn 25
Münster: Eröffnung erster
islamisch-theologischer Fakultät
An
der Universität Münster ist Deutschlands erste eigenständige
islamisch-theologische Fakultät eröffnet worden. Gründungsdekan Mouhanad
Khorchide verbindet damit einen klaren Anspruch: Der Islam müsse die
„Opferrolle ablegen“ und zeigen, welchen Beitrag er zu den Herausforderungen
der Gesellschaft leisten könne.
Islamische
Theologie erhält an der Universität Münster erstmals denselben institutionellen
Status wie die katholische und evangelische Theologie. Mit einem Festakt vor
rund 300 Gästen aus Politik, Kirchen und Wissenschaft wurde am Donnerstagabend
die erste islamisch-theologische Fakultät Deutschlands offiziell eröffnet.
Gründungsdekan Mouhanad Khorchide will dort eine „islamische Theologie mit und
für Europa“ entwickeln. Zugleich betonte er die wissenschaftliche
Unabhängigkeit der neuen Einrichtung: „Eine Fakultät ist keine Kanzel,
gepredigt wird in der Moschee, und Gott wird durch unsere Fragen nicht
kleiner.“ Wissenschaft müsse an der Fakultät frei sein, „von wem auch immer“.
„Islam
muss Opferrolle ablegen“
Khorchide
verbindet mit der neuen Fakultät auch einen gesellschaftlichen Auftrag. Der
Islam müsse seine „Opferrolle ablegen“ und vielmehr deutlich machen, welchen
Beitrag er zu den großen Herausforderungen der Gesellschaft leisten könne.
Kritisch äußerte sich der Gründungsdekan darüber, dass islamische Verbände die
Fakultät bislang nicht für die Ausbildung ihrer Imane nutzten. Der Islam in
Deutschland sei noch stark nach nationalen Zugehörigkeiten wie arabisch,
türkisch, albanisch oder pakistanisch aufgeteilt. Stattdessen gehe es darum,
als Muslime zu einem „deutschen und europäischen wir“ beizutragen.
Unterstützung für die neue Fakultät kam auch aus der Politik. Die
nordrhein-westfälische Staatssekretärin für Kultur und Wissenschaft Gonca
Türkeli-Dehnert, betonte „islamische Theologie soll einen festen Platz an
staatlichen deutschen Universitäten haben“.
Ein
„Hotspot des interreligiösen Diskurses“
Aus
dem bisherigen Zentrum für Islamische Theologie wird mit der Fakultät ein
eigenständiger Fachbereich. Damit kann die Einrichtung unter anderem eigene
Studiengänge und Prüfungsordnungen gestalten sowie Promotionen und
Habilitationen durchführen. Gemeinsam mit der katholischen und evangelischen
Fakultät sowie weiteren Religionswissenschaften soll in Münster künftig ein
„Campus der Theologien“ entstehen. Universitätsrektor Johannes Wessels sprach
von einem künftigen „Hotspot des interreligiösen Diskurses“. Auch Vertreter
anderer Religionen begrüßten die Entwicklung. Der Hamburger Rabbiner Gábor
Lengyel bot den Studierenden an, mit ihnen ins Gespräch zu kommen. Gemeinsam
mit Khorchide wolle er dazu beitragen, beide Religionen zu „globalen Sprechern
für Versöhnung und Frieden“ zu machen, ohne dabei bestehende Unterschiede
einzuebnen.
Wilmer:
„Schulter an Schulter“ gegen Polarisierung
Münsters
katholischer Bischof Heiner Wilmer betonte die gemeinsame gesellschaftliche
Verantwortung der Theologien. Ob christlich, islamisch oder jüdisch: Theologie
müsse „wach, leidensempfindlich und ethisch orientiert sein“. Gerade angesichts
gesellschaftlicher Polarisierung und gruppenbezogener Menschenfeindlichkeit
komme ihr eine besondere Aufgabe zu. Die verschiedenen Theologien müssten
„Schulter an Schulter“ an den Herausforderungen der Gesellschaft arbeiten. Auch
die Vorsitzende der Evangelischen Kirche von Westfalen, Adelheid Ruck-Schröder,
begrüßte die Fakultätsgründung. Sie erinnerte daran, dass die evangelische
Fakultät in Münster 1919 gegründet worden sei, um Protestanten in der
katholisch geprägten Stadt eine Stimme zu geben. Eine solche Stimme wünsche sie
nun auch den Muslimen und ihrer neuen Fakultät. (kap 25)
Universität Münster stellt Studie
zu geistlichem Missbrauch vor
Am
heutigen Freitag (25. September 2026) wurden an der Universität Münster die
Ergebnisse der Studie „Macht durch Charisma. Geistlicher Missbrauch in
Geistlichen Gemeinschaften“ öffentlich vorgestellt. Seit Anfang 2023 hat ein
Wissenschaftsteam um die Theologin und Soziologin Prof. Dr. Judith Könemann
diese spezifische Form des Machtmissbrauchs am Beispiel zweier Gemeinschaften
in den Bistümern Osnabrück und Münster aufgearbeitet. Die Studie wurde von den
Bistümern Münster und Osnabrück sowie der Kongregation der Thuiner
Franziskanerinnen und der Deutschen Bischofskonferenz in Auftrag gegeben und
gefördert.
Vertreterinnen
und Vertreter der vier Auftraggeber können erst ab dem heutigen Tag Einblick in
die Studienergebnisse nehmen. In einer ersten Reaktion äußern sich der Münsteraner
Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ, der Osnabrücker Bischof Dr. Dominicus Meier OSB,
die Generalsekretärin der Deutschen Bischofskonferenz, Dr. Beate Gilles, sowie
die Generaloberin der Thuiner Franziskanerinnen, Sr. Maria Cordis Reiker, wie
folgt:
„Ausdrücklich
bedanken wir uns bei den Betroffenen, die für diese Studie ihre persönlichen
Erlebnisse und Erfahrungen geteilt haben. Wir sehen ihr Leid und ihren Schmerz.
Ihre Verwundungen halten oft ein Leben lang an. Wir müssen alles tun, um
solches Leid, um geistlichen Missbrauch in Zukunft zu verhindern. Hierfür wird
uns die Studie wichtige Hinweise geben können.
Denn
ein wesentliches Ziel unseres gemeinsamen Forschungsauftrags war es, auf Basis
der Erfahrungen von Betroffenen, Interviews mit Zeitzeuginnen und Zeitzeugen
sowie Aktenanalyse grundlegende Faktoren zu ermitteln, die geistlichen
Missbrauch begünstigen, und daraus Perspektiven für die Prävention zu
entwickeln. Von der Bandbreite und Komplexität des Vorhabens zeugte schon die
Verlängerung des ursprünglich auf drei Jahre angelegten Forschungszeitraums.
Zugleich bestätigen die ersten Eindrücke von den Ergebnissen, wie wichtig die
Auseinandersetzung mit dem Phänomen des geistlichen Missbrauchs für alle
Organisationen und Gemeinschaften ist, in denen das Bedürfnis nach spiritueller
Orientierung eine Rolle spielt.
Wir
bedanken uns beim wissenschaftlichen Team um Prof. Dr. Judith Könemann, den
Zeitzeuginnen und Zeitzeugen, die ihnen für Interviews zur Verfügung standen,
und allen weiteren Beteiligten, die dieses Forschungsprojekt in den vergangenen
Jahren mit ihrem Beitrag unterstützt haben.
Wir
werden in den nächsten Tagen in unseren jeweiligen Organisationen eine erste
gründliche Auswertung der nun vorliegenden Studienergebnisse vornehmen. Die
daraus gewonnenen Erkenntnisse und mögliche nächste Schritte wollen wir dann
gemeinsam bei einem Pressegespräch am 5. Oktober 2026 vorstellen.
“Hinweise:
Hinweise
zu Hilfsangeboten: Das Bistum Osnabrück bietet für Menschen, die im
Zusammenhang mit der Veröffentlichung der Studie Gesprächsbedarf haben, eine
telefonische Hotline an: Kontaktdaten und -zeiten im Internet unter
www.bistum-osnabrueck.de/telefon-hotline-geistlicher-missbrauch/.
Darüber
hinaus stehen bei der Telefonseelsorge des Bistums Münster rund um die Uhr
einfühlsame und qualifizierte Ansprechpersonen zum Telefonieren, Chatten oder
Mailen bereit: Kontaktdaten unter https://www.telefonseelsorge-muenster.de/.
Die
Deutsche Bischofskonferenz bietet mit der Internetseite https://gegengewalt-inkirche.de/ ebenfalls ein Beratungsangebot an.
Unabhängige
Ansprechpersonen für Betroffene geistlichen Missbrauchs und weitere
Informationen rund um das Thema finden sich auf den Internetseiten der
Bistümer: www.bistum-osnabrueck.de/schutzprozess
www.bistum-muenster.de/startseite_rat_hilfe/geistlicher_missbrauch
dbk 25
Papst: Wissenschaft muss
aufmerksamer für ihre Folgen werden
Wissenschaftlicher
Fortschritt braucht nach Auffassung von Papst Leo mehr Verantwortung für seine
Folgen. Vor den Mitgliedern der Päpstlichen Akademie der Wissenschaften warnte
er an diesem Donnerstag vor Risiken durch KI, autonome Waffen und den
Klimawandel. Zugleich hob er Chancen neuer Technologien für Medizin,
Energieversorgung und menschliche Zusammenarbeit hervor. Gudrun Sailer -
Vatikanstadt
Digitale
Technik, KI und Robotik veränderten die Welt schnell und tiefgreifend, doch
ihre gesamten Folgen blieben offen, so Leo XIV. Namentlich bei autonomen Waffen
verwies der Papst auf Gefahren für Sicherheit und internationalen Frieden,
falls ausreichende Schutzmaßnahmen und menschliche Aufsicht fehlen. Zugleich könne
die neue Technologie wissenschaftliche Durchbrüche fördern und etwa Diagnose
und Behandlung von Krankheiten verbessern.
Deshalb
bleibe technischer Fortschritt nie eine rein technische Frage, erklärte der
Papst. Jede Technologie spiegele ausdrücklich oder unausgesprochen ein
bestimmtes Verständnis vom Menschen, von Gesellschaft und von der Zukunft. „Der
wissenschaftliche und technologische Fortschritt muss daher mit einem
entsprechenden Maß an Verantwortung einhergehen“, mahnte Leo. „Je größer unsere
Macht ist, die Welt zu verändern, desto größer muss auch unsere Fähigkeit sein,
zu erkennen, was der von Gott gegebenen Menschenwürde wirklich dient, weise zu
regieren und uns um diejenigen zu kümmern, die möglicherweise die
schwerwiegendsten Folgen unserer Entscheidungen zu tragen haben.“
Klimawandel
ist Frage von Gerechtigkeit, Menschenwürde und Solidarität
Diese
Verantwortung verband der Papst mit dem Klimawandel. Dessen Folgen träfen am
stärksten arme Menschen und Gemeinschaften mit geringen Möglichkeiten zur
Anpassung. Die Klimafrage sei daher zugleich eine Frage von Gerechtigkeit,
Menschenwürde und Solidarität zwischen Völkern und Generationen. In dieser
Hinsicht formulierte Papst Leo einen Auftrag: „Wir müssen von der
Notfallreaktion zur Prävention übergehen, von Verwundbarkeit zu Vorbereitung
und von kurzfristigen Maßnahmen zu einer weisen und weitsichtigen Vision für
die Menschheit.“ Dies erfordere einen „verantwortungsvollen und differenzierten
Umgang mit der Wissenschaft, der Resilienz schafft: einen Ansatz, der sich der
Forschung verschreibt, dabei aber von Anfang an die Konsequenzen
berücksichtigt, die wissenschaftliche und technologische Entscheidungen für die
Menschheit und für die Integrität der Schöpfung haben können.“
Widerstandsfähigkeit
gegenüber Klimafolgen verlange Beiträge aus Natur- und Sozialwissenschaft, Ökonomie,
Medizin und Technik sowie von lokalen Gemeinschaften und politischen
Entscheidungsträgern. In diesem Zusammenhang mahnte der Papst die Mitglieder
der Akademie zu mehr Zusammenarbeit über Fach- und Landesgrenzen hinweg.
Positiv erwähnte er die Klimagipfel, welche die Akademie in den vergangenen
zwei Jahren gemeinsam mit der Päpstlichen Akademie der Sozialwissenschaften und
wissenschaftlichen Partnern aus vielen Teilen der Welt organisiert hat. Solche
Treffen schafften Räume, in denen Teilnehmende Erfahrungen weitergeben,
wissenschaftliche Erkenntnisse in praktisches Handeln übertragen und Menschen
aus Wissenschaft, Politik, Zivilgesellschaft, Religionen und der jungen
Generation miteinander ins Gespräch kommen.
Zum
Abschluss rückte der Papst die ethische Haltung in der Forschung in den
Mittelpunkt. Er wünsche sich „eine wissenschaftliche Kultur, die ehrgeizig und
zugleich demütig, streng und zugleich offen für Dialog, innovativ und zugleich
verantwortlich, global kooperativ und zugleich inklusiv gegenüber den am
stärksten gefährdeten und bedürftigsten Menschen ist“. Mit Blick auf die
anwesenden jungen Menschen fügte er hinzu: „Wir werden an die Zukunft erinnert
durch die jungen Menschen unter uns! Und das ist sehr, sehr wichtig.“
Wissenschaftliche Zusammenarbeit solle als öffentliches Gut dem Frieden dienen,
die von Gott gegebene Würde des Menschen schützen, das Gemeinwohl fördern und
für die Schöpfung Sorge tragen.
Die
Päpstliche Akademie der Wissenschaften ist eine Institution des Heiligen Stuhls
mit dem Ziel, den Fortschritt der mathematischen, physikalischen und
naturwissenschaftlichen Forschung zu fördern, wobei sie fachübergreifend
arbeitet. Ihre Mitglieder, häufig Nobelpreisträger in ihren Disziplinen, werden
aufgrund ihrer wissenschaftlichen Leistungen ausgewählt und vom Papst auf
Lebenszeit ernannt. Sie müssen nicht notwendigerweise katholisch sein und
kommen aus allen Erdteilen. Präsident ist der deutsche Agrar- und
Entwicklungsökonom Joachim von Braun. (vn 24)
D/Vatikan: Dresdner Delegation
bereitet Benefizspiel vor
Während
der Generalaudienz am Mittwoch haben Jan Donhauser, Erster Bürgermeister der
Landeshauptstadt Dresden, und Arno Nowak, Vertreter des Projekts „Kloppocar“,
dem Papst ein Präsent mit Bezug zum Tennissport überreicht. Dabei handelte es
sich um ein von Björn Borg benutztes und signiertes Racket, das zusätzlich eine
Unterschrift des US-Open-Siegers Alexander Zverev trägt. Doch eigentlich ist
die Dresdner Delegation wegen eines Fußballspiels nach Rom gekommen, bei der es
um den Vatikan geht. Mario Galgano - Vatikanstadt
Hauptgrund
der Reise bildete die Vorbereitung eines für den 1. Mai 2027 geplanten
Benefizfußballspiels der vatikanischen Nationalmannschaft in Dresden. Ziel der
Initiative ist es, durch die Einnahmen benachteiligte Kinder und Jugendliche zu
unterstützen. An der Ausgestaltung des Programms wirken neben der
Landeshauptstadt Dresden und dem Freistaat Sachsen auch das Bistum
Dresden-Meißen, der Fußballverein Dynamo Dresden sowie die Dresdner
Musikfestspiele mit. Für das Event streben die Organisatoren eine
Mindestteilnehmerzahl von 5.000 Zuschauern an.
Polarisierungen
entgegenwirken
Aus
Sicht der Beteiligten bietet die Verknüpfung von Sport- und Kulturformaten eine
Möglichkeit, gesellschaftlichen Polarisierungen entgegenzuwirken.
Gemeinschaftliche Erlebnisse schaffen Anknüpfungspunkte für Dialog und das
Verbindende zwischen Menschen, ungeachtet unterschiedlicher Einstellungen oder
religiöser Hintergründe, so Nowak im Gespräch mit Radio Vatikan.
Aus
der Perspektive der Kommunalpolitik misst der Dresdner Bürgermeister derartigen
Großveranstaltungen eine hohe Bedeutung für das gesellschaftliche Miteinander
bei. Die gezielte Verknüpfung von Sport und Kultur verfolge das Ziel, einer
zunehmenden Polarisierung innerhalb der Bevölkerung entgegenzuwirken.
Gemeinschaftliche Erlebnisse schaffen Räume für Begegnungen, in denen der
sachliche Austausch und das Verbindende wieder stärker in den Fokus rücken.
Für
die Entwicklung des Raumes Sachsen und Ostdeutschland gelte es, positive
Momente hervorzuheben und das Gelungene in den Mittelpunkt zu rücken. Durch
niedrigschwellige Formate abseits des klassischen politischen Diskurses sollen
Anreize für die jüngere Generation geschaffen und gleichzeitig soziale Projekte
unterstützt werden, die benachteiligten Kindern und Jugendlichen zugutekommen.
Hintergrund
Kloppocar
ist ein deutsches Kunst- und Benefizprojekt um einen ehemals von dem
Fußballtrainer Jürgen Klopp genutzten Mini. Das künstlerisch gestaltete
Fahrzeug wird seit 2020 im Rahmen von Benefizaktionen und öffentlichen
Veranstaltungen eingesetzt. Seit 2019 tourt der Wagen um die Welt, damit
gute Menschen auf den guten Zweck abfahren. (vn 24)
Sachsens Ministerpräsident sprach
mit Papst über KI und Deutschland
Sachsens
Ministerpräsident Michael Kretschmer ist heute im Vatikan von Papst Leo in
Privataudienz empfangen worden. Anlass war das 30-jährige Bestehen des
Staatskirchenvertrags zwischen dem Freistaat Sachsen und dem Heiligen Stuhl.
Bei dem 20minütigen Gespräch mit dem Papst ging es auch um die politische Lage
in Deutschland vor dem Hintergrund der jüngsten AfD-Wahlerfolge, wie Kretschmer
im Anschluss vor den Medien bestätigte.
Kretschmer
sagte, Deutschlands politische Entwicklung werde auch im Vatikan wahrgenommen.
„Es geht nicht um einen Teil unseres Landes, sondern es geht um
Gesamtdeutschland. Und da gibt es sehr, sehr viele Sorgen. Dass das auch hier
in Rom gesehen wird, ist klar – Deutschland ist ein wichtiges Land innerhalb
der Europäischen Union“, so der seit 2017 in Sachsen regierende
CDU-Ministerpräsident nach der Audienz. Die starken Ergebnisse für die AfD bei
den jüngsten Wahlen in mehreren ostdeutschen Bundesländern versteht Kretschmer
als Signal, dass sich Politik verändern müsse.
„Diese
Wahlen sind ein eindeutiger Fingerzeig. Wenig kann aktuell so bleiben, wie es
ist. Ich bin aber zuversichtlich, dass es uns gelingt, Deutschland gemeinsam
wieder auf die Beine zu helfen. Dazu muss man hinschauen, man muss Fragen
stellen. Es geht nicht um Erklären, sondern es geht um Zuhören, Verstehen und
ein Handeln lang der Linien, die die Bevölkerung sich wünscht.“
Mit
Papst über Krieg in der Ukraine geredet
Ein
weiteres Thema der Audienz sei der Krieg in der Ukraine gewesen. Kretschmer
sprach mit Papst Leo über das Engagement der katholischen Kirche und des
Heiligen Stuhles und darüber, trotz klarer Positionen Gesprächsmöglichkeiten
offenzuhalten. Ausdrücklich würdigte der sächsische Ministerpräsident den
diskreten, aber wirksamen Einsatz des Heiligen Stuhles für kriegsbetroffene
Kinder: „Das Engagement in der Ukraine für die entführten Kinder, die jetzt in
Russland sind, dass sie wieder zurückkommen zu ihren Eltern: Das ist etwas, was
sehr im Verborgenen stattfindet, aber sehr, sehr wichtig ist.“
Darüber
hinaus sprachen Papst Leo und Kretschmer, dessen Angaben zufolge, über den
Umgang mit Künstlicher Intelligenz. Papst Leo hatte diesem Thema seine erste
Enzyklika, „Magnifica Humanitas“, gewidmet. Nach Kretschmers Darstellung
tauschte man sich vor allem über die ethischen Grenzen der Technologie und die
Frage aus, wie sichergestellt werden kann, dass der Mensch die Kontrolle
behält. „Es ist eine Zukunftstechnologie, aber der Heilige Vater hat aus meiner
Sicht zu Recht den Finger in die Wunde gelegt. Hier muss immer in Zukunft auch
gelten, der Mensch bestimmt die Technologie und nicht andersrum.“
30
Jahre Staatskirchenvertrag
Zur
Sprache kam außerdem das Verhältnis zwischen Kirche und Staat. Den Rahmen dafür
bildet das 30-jährige Bestehen des Staatskirchenvertrags zwischen Sachsen und
dem Heiligen Stuhl, das zugleich Anlass der Romreise war. Kretschmer, der
selbst der evangelischen Kirche angehört, würdigte nach der Audienz beim Papst
ausdrücklich die Zusammenarbeit mit der katholischen Kirche und ihre Rolle in
Sachsen. „Diese 30 Jahre haben uns wirklich eine sichere und gute Plattform der
Zusammenarbeit gegeben. Wir haben viele Angebote im sozialen Bereich, und es
ist so ein starkes Miteinander.“
Bei
der Audienz erneuerte Kretschmer außerdem die Einladung an Papst Leo zu einem
Besuch in Deutschland. Einen Termin gibt es noch nicht; Kretschmer sagte aber,
der Papst habe erkennen lassen, dass er einen solchen Besuch in den kommenden
Jahren in Erwägung ziehe.
Gastgeschenk:
Stollen - mit Papsthintergrund
Und
auch ein traditionelles Weihnachtsgebäck aus Sachsen war Teil der Begegnung:
Kretschmer brachte dem amerikanischen Papst einen von Christen im Erzgebirge
gebackenen Stollen mit. „Papst Innozenz hat Ende des 15. Jahrhunderts den
Sachsen erlaubt, auch in der Fastenzeit mit Butter zu backen. Das ist der
Durchbruch für den Stollen gewesen, für das sächsische Nationalgebäck“,
erklärte Kretschmer. „Und ich weiß nicht, wie man Weihnachten feiern kann ohne
Stollen – das sieht der Papst jetzt auch so, ab sofort“.
Für
Michael Kretschmer war es nicht die erste Papstaudienz. Er war 2022 Leos
Vorgänger Franziskus im Vatikan begegnet. Auch eine Unterredung mit dem
vatikanischen Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin fand an diesem Mittwoch
statt. (vn 23)
Papst: Bei Technik und Wissenschaft
nie Nächstenliebe vergessen
Wir
leben in Zeiten rasender technischer Entwicklungen. Papst Leo XIV. fragt:
„Welchen Wert hat das menschliche Handeln in der Welt und damit der technische,
gesellschaftliche und wissenschaftliche Fortschritt?" Eine Frage, die die
katholische Kirche schon beim Zweiten Vatikanischen Konzil (1962–1965) gestellt
hat. Das katholische Kirchenoberhaupt griff sie diesen Mittwoch bei seiner
Generalaudienz auf und betonte, Nächstenliebe und Allgemeinwohl dürften nie
vergessen werden. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt
Papst
Leo XIV. führte bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz seine
Ausführungen zur Pastoralkonstitution über die Kirche in der Welt von heute, „Gaudium
et spes" fort. Das Dokument war beim Zweiten Vatikanischen Konzil
erarbeitet worden und handelt von der Beziehung zwischen Kirche und Welt.
Diesen Mittwoch ging Leo XIV. genauer auf das dritte Kapitel von „Gaudium et
spes" ein - Thema: „Das Menschliche Schaffen in der Welt“. Der
Papst betonte:
„Der
Mensch, der als Ebenbild Gottes geschaffen wurde, ist Träger des Fortschritts.
Mit seiner Freiheit und seiner Intelligenz erweitert er sein Wissen und trägt
so zum Fortschritt der gesamten Gesellschaft bei. Das lässt sich leicht an den
Verbesserungen der Lebensbedingungen im Laufe der Generationen erkennen."
Papst
Leo XIV. hat mit Blick auf Technik und Fortschritt auch Nächstenliebe und das
Allgemeinwohl aller angemahnt. Unser Beitrag zur Katechese bei seiner
Generalaudienz am 23. September 2026 (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)
„Der
Mensch, der als Ebenbild Gottes geschaffen wurde, ist Träger des Fortschritts.
Mit seiner Freiheit und seiner Intelligenz erweitert er sein Wissen und trägt
so zum Fortschritt der gesamten Gesellschaft bei. Das lässt sich leicht an den
Verbesserungen der Lebensbedingungen im Laufe der Generationen erkennen“
Allgemeinwohl
und Nächstenliebe nie vergessen
Zentral
sei, dass technischer und wissenschaftlicher Fortschritt, „zum Fortschritt des
ganzen Menschen und aller Menschen –, von der Nächstenliebe beseelt und
geleitet sein muss. Nur so kann er stets im Dienst der Würde des Menschen
stehen und die Lebensbedingungen aller verbessern, insbesondere der am
stärksten Benachteiligten", betonte Papst Leo XIV. Er rief alle auf, sich
gemeinsam für eine bessere Zukunft aller einzusetzen.
„Stets
im Dienst der Würde des Menschen stehen und die Lebensbedingungen aller
verbessern, insbesondere der am stärksten Benachteiligten“
„Liebe
Brüder und Schwestern, das Zweite Vatikanische Konzil lädt uns ein, das Brot
des Wissens und des Könnens zu teilen, damit jeder Mensch und jedes Volk sein
Potenzial entfalten kann und wir gemeinsam mit Gottes Hilfe eine bessere
Zukunft gestalten können."
„Das
Zweite Vatikanische Konzil lädt uns ein, das Brot des Wissens und des Könnens
zu teilen, damit jeder Mensch und jedes Volk sein Potenzial entfalten kann und
wir gemeinsam mit Gottes Hilfe eine bessere Zukunft gestalten können“
Keine
Rivalität zum Schöpfer
Schon
das Konzil habe übrigens festgehalten, dass das „gewaltige Bemühen der
Menschen im Lauf der Jahrhunderte, ihre Lebensbedingungen stets zu
verbessern" der Absicht Gottes entspreche. Der Papst zitierte dazu Nummer
34 von „Gaudium et spes":
„Den
Christen liegt es deshalb fern, zu glauben, daß die von des Menschen Geist und
Kraft geschaffenen Werke einen Gegensatz zu Gottes Macht bilden oder daß das
mit Vernunft begabte Geschöpf sozusagen als Rivale dem Schöpfer gegenübertrete.
Im Gegenteil, sie sind überzeugt, daß die Siege der Menschheit ein Zeichen der
Größe Gottes und die Frucht seines unergründlichen Ratschlusses sind.“
„Den
Christen liegt es deshalb fern, zu glauben, daß die von des Menschen Geist und
Kraft geschaffenen Werke einen Gegensatz zu Gottes Macht bilden oder daß das
mit Vernunft begabte Geschöpf sozusagen als Rivale dem Schöpfer gegenübertrete“
Schöpfung
den Menschen anvertraut
Im
Grunde habe Gott den Menschen eine Schöpfung anvertraut, die noch im Werden
sei, damit die Menschen diese „durch ihr kluges Handeln zur Vollendung
führen", führte der Papst aus. Er betonte zugleich, irdischer Fortschritt
müsse stets klar „von der Entwicklung des Reiches Christi unterschieden
werden". Der Auftrag des Menschen sei jedoch, wie in Nummer 39 von
„Gaudium et spes" formuliert:
„Die
Güter menschlicher Würde, brüderlicher Gemeinschaft und Freiheit, müssen im
Geist des Herrn und gemäß seinem Gebot auf Erden gemehrt werden."
„Die
Güter menschlicher Würde, brüderlicher Gemeinschaft und Freiheit, müssen im
Geist des Herrn und gemäß seinem Gebot auf Erden gemehrt werden“
Papst
Leo XIV. betonte: „Um Gott zu begegnen, muss der Mensch seine irdischen
Beschäftigungen nicht aufgeben, sondern kann seine Berufung in vollem Umfang
leben, indem er seine tägliche Arbeit gut verrichtet und sie heiligt. Die
Christen sind wie alle anderen am Aufbau der Stadt der Menschen beteiligt,
wobei sie das Ziel aller Dinge und die Begegnung mit Gott im Blick behalten und
diejenigen, mit denen sie das Abenteuer des Fortschritts, der Wissenschaft und
des Lebens teilen, an dieses Ziel erinnern." (vn 23)
Assisi: Sonderausstellung zum 800.
Todestag des hl. Franz von Assisi
2026
ist für den italienischen Wallfahrtsort Assisi ein besonderes Jahr: Der Tod des
heiligen Franz von Assisi jährt sich zum 800. Mal. Gestorben ist der Patron
Italiens und Schöpfer des berühmten Sonnengesangs bei der Portiunkula, an der
Stelle, an der heute die Cappella del Transito steht, im Inneren der Basilika
Santa Maria degli Angeli. Bis 25. Oktober gibt es im Portiunkula-Museum die
Sonderausstellung „San Francesco alla Porziuncola" (Der heilige Franziskus
bei der Portiunkula). Stefanie Stahlhofen - Assisi
Die
prächtige Basilika Santa Maria degli Angeli befindet sich in der Unterstadt von
Assisi, nicht weit entfernt vom Bahnhof. Sie wurde 1569 von Papst Pius V. in
Auftrag gegeben, um die franziskanischen Stätten zu bewahren und die wachsende
Zahl von Pilgern aufzunehmen. In ihrem Inneren befinden sich die kleine
Portiunkula-Kirche und, nicht weit davon entfernt, die Kapelle „del Transito“,
die an der Stelle errichtet wurde, an der Franziskus am 3. Oktober 1226 starb.
So steht die Portiunkula heute in der großen Basilika Santa Maria degli Angeli,
bei der sich auch ein Franziskaner-Kloster befindet und bei der das
Portiunkula-Museum angesiedelt ist, das gerade einen neuen Eingansgbereich
bekommen hat:
„Im
neuen Eingangsbereich des Portiunkula-Museums haben wir den antiken Klostergang
renoviert, so dass er zum neuen Eingang wurde. Im 15. Jahrhundert war hier
der Eingang zum Kloster. Dank einer Überdachung, direkt entlang der
Außenmauer der Basilika, konnten wir diesen Bereich neu nutzen. Besucher kommen
also aus der Basilika auf dem Weg durch das Heiligtum und noch vor dem
Rosengarten kommen sie zum Portiunkula-Museum", erklärt Donatella
Vaccari, die Kuratorin des Portiunkula-Museums. Sie führt uns gemeinsam
mit dem Kustos der Basilika Santa Maria degli Angeli und
Museumsdirektor, Bruder Saul Tambini OFM.
„Es
ist ein sehr bedeutendes Museum, weil es Hauptwerke und besonders auch
authentische Werke der franziskanischen Ikonographie gibt. An den
Originalorten, an denen die Brüder neben der Portiunkula lebten, vom Tod des
heiligen Franziskus an bis zum 15. Jahrhundert“
Sonderschau
zu Franziskus und der Portiunkula
Der
Franziskaner betont: „Es ist ein sehr bedeutendes Museum, weil es hier
Hauptwerke und besonders auch authentische Werke der franziskanischen
Ikonographie gibt. An den Originalorten, an denen die Brüder neben der
Portiunkula lebten, vom Tod des heiligen Franziskus an bis zum 15. Jahrhundert.
Diese Orte wurden nun zu neuem Leben erweckt. Dabei wurden die Werke
erhalten, die schon immer hier im Portiunkula-Museum waren: Wir haben eine
Ausstellung der franziskanischen Ikonographie gewidmet, ausgehend vom 13.
Jahrhundert – wir haben hier Hauptwerke dieser Zeit. Und dann die ganze
Geschichte des Antlitzes von Franziskus."
Franziskus
- und Klara
Neben
den Kunstwerken, die immer im Portiunkula-Museum sind, ist noch bis zum 25.
Oktober 2026 anlässlich des 800. Todestags des Heiligen die Sonder-Ausstellung
„San Francesco alla Porziuncola. La parabola artistica
del volto di Francesco d’Assisi nel luogo del suo transitus“ (Der heilige
Franziskus bei der Portiunkula. Die künstlerische Darstellung des Antlitzes
von Franz von Assisi am Ort seines Übergangs“) zu sehen. Für die
Sonderausstellung wurden bedeutende Leihgaben von renommierten italienischen
und internationalen Institutionen ins Museum geholt. Es geht übrigens nicht nur
um Franziskus allein - das macht gleich der erste Saal der
Sonderausstellung deutlich:
„Es
geht auch um Klara - ein Saal ist der heiligen Klara von Assisi gewidmet“
„Es
geht auch um Klara - ein Saal ist der heiligen Klara von Assisi gewidmet. Wir
haben im Museum verschiedene Reliquien, die im Konvent von San Damiano
aufbewahrt wurden: Darunter das Brevier Klaras, die Glocke, mit der sie die
Mitschwestern rief, das Brustkreuz des heiligen Bonaventura und das Behältnis,
in dem Klara die heilige Hostie aufbewahrte", erläutert Kuratorin
Vaccari. Neu ist, dass Dank der Sonderausstellung erstmals das Brevier Klaras
gemeinsam mit dem Brevier des heiligen Franz nun hier im Portiunkula-Museum
zu sehen sind. So soll auf den Dialog zwischen Franziskus und Klara hingewiesen
werden, die Zeitgenossen waren und beide bedeutende Gestalten der
franziskanischen Geschichte sind:
„In
diesen Tagen stellen wir das Brevier des heiligen Franziskus aus, das
sogenannte Franziskus-Brevier. Es war das Buch für die Liturgie und die Gebete
der Franziskaner sowie des Klerus, mit dem sie beteten. Dieses Brevier ist
normalerweise im Kloster der heiligen Klara aufbewahrt und wurde eigens für
diese Ausstellung hierher gebracht. Das Brevier ist besonders bedeutsam, vor
allem weil es hier auf das andere Brevier trifft, jenes der heiligen Klara, das
hier aufbewahrt wird in der Portiunkula."
„Das
sogenannte Franziskus-Brevier war das Buch für die Liturgie und die Gebete der
Franziskaner sowie des Klerus, mit dem sie beteten. Dieses Brevier ist
normalerweise im Kloster der heiligen Klara aufbewahrt und wurde eigens für
diese Ausstellung hierher gebracht. Das Brevier ist besonders bedeutsam, vor
allem weil es hier auf das andere Brevier trifft, das der heiligen Klara, das
hier aufbewahrt wird in der Portiunkula“
Das
Franziskus-Brevier
Das
Franziskus-Brevier liegt aufgeschlagen in einer Vitrine, besonders gestaltete
Anfangsbuchstaben sind gut zu sehen. Doch nicht nur als Kunstwerk ist dieses
Buch noch heute bedeutend, sagt Museumsdirektor Bruder Tambini:
„Es
war eine Zeit, in der es viele diözesane und klösterliche Riten gab. Franziskus
übernahm sozusagen das Brevier und damit den Ritus, das Gebet der römischen
Kurie. Da die Brüder ein Bettelorden waren, der in die ganze Welt zog,
verbreitete er diesen Ritus, das Gebet der römischen Kurie, und brachte so auch
eine besondere Einheit in die Kirche. Es ist bedeutend aus liturgischer Sicht,
aber auch aus kirchlicher Sicht, eine so bedeutende Reliquie zu bewahren. Vor
allem, weil auf diesen Seiten die Augen des heiligen Franziskus ruhten und sie
sein Gebet und seine Beziehung zu Gott gestärkt haben."
„Bedeutend
aus liturgischer Sicht, aber auch aus kirchlicher Sicht - vor allem, weil auf
diesen Seiten die Augen des heiligen Franziskus ruhten und sie sein Gebet und
seine Beziehung zu Gott gestärkt haben“
Franziskus-Saal:
Portraits, die auch Reliquien sind
Die
von Bruder Saul Tambini und Donatella Vaccari kuratierte Ausstellung geht von
der ständigen Sammlung des Museums aus. Darunter sind Meisterwerke, die Cimabue
zugeschrieben sind und einem namentlich nicht bekannten - und daher nur
,Meister des heiligen Franziskus' genannten - Künstler. Sie sind für die
franziskanische Ikonografie von grundlegender Bedeutung. Zu sehen sind sie etwa
im Franziskus-Saal, der direkt an den Klara-Saal anschließt. Kuratorin
Donatella Vaccari geht voran.
„Direkt
hinter mir ist eines der authentischsten Porträts von Franziskus. Es ist von
Cimabue. Es ist das lebensechteste Portrait. Cimabue zeigt Franziskus genau so,
wie ihn der erste Biograf, Thomas von Celano, beschrieben hatte: einen kleinen
Franziskus mit markanter Nase und abstehenden Ohren. Es ist auch ein
Reliquien-Porträt, denn die Überlieferung besagt, dass dieses Holz der Deckel
des ersten Sarges des Heiligen war. Die Pilger, die hier ins Portiunkula-Museum
kommen, können es betrachten, wirken lassen und vor diesem Bildnis beten,
das nicht nur ein Kunstwerk ist, sondern eine echte Bild-Reliquie."
Entwurf
für berühmtes Franziskus-Fresko
Falls
die Beschreibung des Cimabue-Franziskus-Bildes einigen bekannt vorkommt: Es
gibt eine Verbindung zum bekannten Cimabue-Franziskus-Fresko in der
Franziskus-Basilika im oberen Teil von Assisi. Das Reliquien-Potrait im
Portiunkula-Museum gilt als „Entwurf dessen, was später in der Basilika
San Francesco realisiert wurde."
„Das
Reliquien-Potrait im Portiunkula-Museum gilt als ,Entwurf dessen, was später in
der Basilika San Francesco realisiert wurde`“
Neben
dem Cimabue-Reliquienportrait im Portiunkula-Museum gibt es eine weitere
bedeutende Holztafel mit einer Franziskus-Darstellung, die uns Bruder Tambini
zeigt:
„Auch
dieses Werk ist hochbedeutend: Das erste Bildnis, das wir hier in der
Portiunkula von Franziskus haben. Es ist eine Reliquientafel, so, wie das
Cimabue-Gemälde. Wir sehen, dass sie umrahmt ist von Steinen, die sie verzieren
und dieses Werk kostbar machen." Zu sehen ist der heilige Franz von
Assisi, der eine Schriftrolle mit einem latenischen Text in der Hand
hält.
„Auf
dieser Schriftrolle steht: ,Dies war mein Bett im Leben wie im Tod.' Es ist
wahrscheinlich die Tafel, auf der Franziskus nicht nur die letzten Stunden
seines Lebens ruhte, sondern den Tod singend empfing."
„Dies
war mein Bett - im Leben wie im Tod“
Das
wohl bedeutendste Kunstwerk des Museums
Im
letzten Saal der Sonderausstellung ist das wohl bedeutendste Kunstwerk des
Portiunkula-Museums, das auch zur Dauerausstellung gehört.
„Es
ist ein Kreuz des leidenden Christus (Christus patiens) aus dem Jahr 1236 etwa.
Es wurde von Giunta di Capitino, als Künstler bekannt unter dem
Namen Giunta Pisano, geschaffen. Es ist wohl das erste Werk oder unter den
ersten, die einen völlig neuen Stil zeigen, eine neue Ikonographie, die sich in
der Kreuzdarstellung durchsetzt. Nur wenige Jahre später, 1236, wenige Jahre
auch nach dem Tod von Franziskus, malt Giunta Pisano dieses Kreuz für die
Portiunkula. Es zeigt den Körper Jesu, der erstmals am Kreuz gebeugt ist, mit
geneigtem Haupt, also tot, und die Augen geschlossen hat."
„Nur
wenige Jahre später, 1236, nur wenige Jahre auch nach dem Tod von Franziskus,
malt Giunta Pisano dieses Kreuz für die Portiunkula. Es zeigt den Körper Jesu,
der erstmals am Kreuz gebeugt ist, mit geneigtem Haupt, also tot, und erstmals
die Augen geschlossen hat“
Dieser
Stil und diese Darstellungsweise werden sich dann übrigens binnen eines
Jahrzehnts in der damals bekannten Welt stark verbreiten, berichtet Kustos
Bruder Tambini: „Die Kreuze werden so dargestellt, um vor allem die
Menschlichkeit Christi zu betonen, und von da an auch die Menschlichkeit des
Menschen. Das gewinnt ab da die Oberhand in der Kunstgeschichte."
Das
Kreuz und der Tod Christi schlagen haben auch eine besondere Bedeutung, weil
sie hier im Museum so nah am Ort des Todes des heiligen Franz von Assisi sind,
der bei der Portiunkula am 3. Oktober des Jahrs 1226 starb. Die Sonderschau zum
800. Todestag des Heiligen, die noch bis 25. Oktober hier zu sehen ist,
empfiehlt der Direktor des Portiunkula-Museums, der Franziskaner Bruder Saul
Tambini, allen:
„Ein
Besuch im Museum lohnt sich, denn hier haben wir, besonders jetzt nach der
Neugestaltung, einen überaus mystischen Ort“
„Ein
Besuch im Museum lohnt sich, denn hier haben wir, besonders jetzt nach der
Neugestaltung, einen überaus mystischen Ort. Und wir haben auch die
Originaltafeln, die hier aufbewahrt wurden."
Das
von Papst Leo XIV. zum 800. Todestag des heiligen Franz von Assisis
ausgerufene franziskanische Jubiläumsjahr hat am 10. Januar 2026 begonnen und
dauert bis 10. Januar 2027.
Infos
zum Portiunkula-Museum und der Sonderausstellung
Die Sonder-Ausstellung „San Francesco alla Porziuncola.
La parabola artistica del volto di Francesco d’Assisi nel luogo del suo
transitus“ (Der heilige Franziskus bei der Portiunkula. Die künstlerische
Darstellung des Antlitzes von Franz von Assisi am Ort seines Übergangs“) ist
noch bis 25. Oktober 2026 im Portiunkula-Museum direkt an der Basilika Santa
Maria degli Angeli in Assisi zu sehen. Zum Museum kommt man durch die Basilika
- nach der Portiunkula geht rechts ein Weg ab.
Öffnungszeiten
und Eintrittspreise
Öffnungszeiten
Vormittags von 9:00 bis 13:00 Uhr; Nachmittags: von 14:30 bis 17:00
Uhr. Mittwochs geschlossen.
Eintritt
Normalpreis: 4 Euro, Ermäßigung A : 3 Euro, für Jugendliche von 11
bis 18 Jahren, Studierende, Personen über 65 Jahre und Gruppen mit mehr als 15
Personen. Ermäßigung B: 2,50 Euro, für Schulklassen Kostenloser Eintritt:
Kinder bis 10 Jahre, Ordensleute, Gruppenbegleiter und Begleitpersonen von
Menschen mit Behinderung.
Weitere
Informationen: Internetseite auf Englisch mit Infos zum Museum und
Anmeldung. Tel (+39) 075.8051419 oder Email an museo@porziuncola.org
(vn
22)
„Neuapostolische Kirche“ führt
Gespräche im Vatikan
Eine
Delegation der Neuapostolischen Kirche (NAK) hat in diesen Tagen Rom besucht
und dabei auch Gespräche im Vatikan geführt.
An
diesem Dienstag war die Delegation auch bei Radio Vatikan zu Gast. In
Deutschland hat die Kirche rund 300.000 Mitglieder und ist damit die
viertgrößte christliche Konfession im Land; seit neuestem gehört sie auch der
Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen in Deutschland (ACK) als Vollmitglied
an. Wir sprachen mit dem Ökumenereferenten der NAK-International, dem Apostel
Arne Herrmann.
Interview
„Die
Neuapostolische Kirche ist eine Weltkirche mit neun Millionen Mitgliedern
weltweit, davon über 85 Prozent in Afrika. Unsere Kirche hat ihren Ursprung in
der katholisch- apostolischen Bewegung zur Zeit der Erweckungsbewegung in
England; daraus ist später, 1863, die Neuapostolische Kirche entstanden. Die
erste Gemeinde war damals in Hamburg, und von dort aus ging es dann wirklich in
die Welt, bis heute. In nahezu allen Ländern sind wir aktiv.“
„In
unserer Kirche wirken Apostel als kirchenleitendes Amt“
Was
kennzeichnet Ihre Kirche?
„Wie
der Name schon sagt: das Apostelamt. In unserer Kirche wirken Apostel,
personell besetzt, als Amt: als kirchenleitendes Amt. Wir haben auch (so ein
bisschen als Brücke und Vergleich zur katholischen Kirche) ein geistliches
Oberhaupt weltweit – das ist bei uns der Stammapostel, also der höchste unter
den Aposteln. Und vielleicht noch als als ein Unterschied zu den anderen
Kirchen: Wir kennen die Sakramente wie die anderen Konfessionen auch, aber wir
haben drei Sakramente. Das sind 1) die Taufe als das verbindende Sakrament
unter Christen, 2) das heilige Abendmahl, und 3) die heilige Versiegelung, wo
die Gabe des Heiligen Geistes durch einen Apostel gespendet wird.“
Im
Moment sind Sie zu Gesprächen in Rom, im Vatikan. Wie lange gibt es da schon
Kontakte, und wie laufen die?
„Generell
können wir sagen: In unserer Kirche sind wir seit über 25, fast dreißig Jahren
in der Ökumene tätig, und die Kontakte hier nach Rom gibt es mittlerweile auch
schon seit über zwanzig Jahren, woraus dann auch regelmäßige Besuche entstanden
sind. Informelle Besuche, insbesondere beim Dikasterium für die Einheit der
Christen, zu dem wir mittlerweile jedes Jahr immer wieder gerne kommen und uns
austauschen über Entwicklungen in unserer sowie in der römisch-katholischen Kirche.
Wichtig ist uns, zu zeigen: Die Verbindung, die Beziehung zu unseren
römisch-katholischen Brüdern und Schwestern ist uns wichtig, und wir wollen da
im Gespräch bleiben.“
„Die
Verbindung, die Beziehung zu unseren römisch-katholischen Brüdern und
Schwestern ist uns wichtig“
Und
worum geht es bei den Gesprächen?
„Es
geht um ganz unterschiedliche Dinge: Was ist neu in unserer Kirche passiert?
Wir haben immer Dinge, die wir dann mitbringen, beispielsweise das Thema
Frauenordination, die 2023 bei uns neu eingeführt wurde. Wir haben jetzt seit
Pfingsten einen neuen Stammapostel als geistliches Oberhaupt; das ist auch
wieder ein Punkt, über den wir sicherlich sprechen werden. Und so gibt es immer
Themen, die innerhalb von einem Jahr anfallen und über die wir uns dann
austauschen. Wir nutzen auch die Gelegenheit, immer wieder auch andere
Dikasterien bzw. andere Einheiten kennenzulernen, einfach um unseren Horizont
zu erweitern, um in Beziehung zu kommen und – wie man so schön auf Neudeutsch
sagt – um zu networken.“
Gibt
es auch Formen der ökumenischen Zusammenarbeit on the ground, zum Beispiel in
Afrika? Oder ist es doch noch nicht so weit?
„Natürlich
– wenn wir jetzt durch die deutsche Brille schauen, dann ist Ökumene sehr
strukturell und organisationsgeprägt. Wir haben die ACK (Arbeitsgemeinschaft
Christlicher Kirchen). Und wir nehmen wahr, dass es auch in Afrika Ökumene
gibt, aber sehr unterschiedlich und oftmals sehr praktisch, on the ground
sozusagen: wo einfach ganz selbstverständlich auch unterschiedliche
Konfessionen sich helfen, also auch diakonisch oder ganz pragmatisch, was die
Gebäude angeht, um Gottesdienst zu feiern usw., und wo das einfach kein Thema
ist… da braucht es keine große Organisation, keinen Dachverband in dem Sinne,
sondern Ökumene wird einfach gelebt durch Brüder und Schwestern vor Ort. Das
ist so ein bisschen der Unterschied, den ich wahrnehme, gerade aus deutscher
Brille, wo alles einfach sehr organisatorisch abläuft.“
Mit
Apostel Arne Herrmann von der Neuapostolischen Kirche sprach Stefan v. Kempis
von Radio Vatikan. (vn 22)
Papst: Schweigen und Gebet als
Zeichen der Hoffnung in moderner Zeit
An
diesem Montagvormittag hat Papst Leo XIV. die Teilnehmerinnen der Versammlung
der Föderation der Klarissen-Kapuzinerinnen Italiens zu einer Audienz im
Vatikan empfangen. Bei den Klarissen-Kapuzinerinnen – auch bekannt als
Kapuzinerinnen von der Heiligen Clara – handelt es sich um einen kontemplativen
Frauenorden innerhalb der franziskanischen Ordensfamilie. Mario Galgano -
Vatikanstadt
Die
Gemeinschaft geht auf die Reformbewegung der Kapuziner zurück und wurde im 16.
Jahrhundert von der seligen Maria Lorenza Longo in Neapel gegründet. Die Nonnen
leben in strenger Klausur und verbinden das Erbe der heiligen Clara von Assisi
mit dem Ideal der Armut und der ständigen Gebetsbetrachtung.
In
seiner Rede bezog sich das Oberhaupt der katholischen Kirche auf das
Tagesevangelium des Festes des apostolischen Evangelisten Matthäus sowie auf
den Brief des Paulus an die Epheser. Er würdigte die geleistete Arbeit der
Föderation bei der Überarbeitung und Aktualisierung ihrer klösterlichen
Konstitutionen und betonte den Vorrang des geistlichen Lebens.
„Die
erste und wichtigste Aufgabe aller Ordensleute ist die Betrachtung der
göttlichen Wirklichkeiten und die beständige Vereinigung mit Gott im Gebet.“
„Es
ist ein Aufruf zur Treue, auf den Ihre Föderation gemäß dem Charisma der
heiligen Clara und des heiligen Franziskus in kontemplativem Gebet, in Armut
und in vollkommener Hingabe an das Evangelium antwortet“, erklärte der Papst an
diesem Montagvormittag. „Zu diesem Zweck ist die Arbeit der Überarbeitung und
Aktualisierung der Konstitutionen, die Sie geleistet haben und in der die
Beiträge vieler zusammengeflossen sind, lobenswert. Darin wird bekräftigt, dass
die erste und wichtigste Aufgabe aller Ordensleute die Betrachtung der
göttlichen Wirklichkeiten und die beständige Vereinigung mit Gott im Gebet
ist.“
Chance
zur Vertiefung
Mit
Blick auf den Rückgang der Ordensberufungen rief Papst Leo XIV. dazu auf, die
quantitativen Veränderungen nicht als Grund zur Sorge, sondern als Chance zur
Vertiefung des eigenen Auftrags zu begreifen.
„Die
zahlenmäßige Verringerung der Gemeinschaften ... darf Sie nicht beunruhigen.“
„Das
Absinken der Zahl der Berufungen im Besonderen könnte manche zu Entschlüssen
der Verschlossenheit oder des Rückzugs verleiten“, führte das Kirchenoberhaupt
aus. „Versuchen wir, die Perspektive bei der Betrachtung dieser Realität zu
ändern. Ihre kritischen Aspekte können uns helfen, unerwartete Potenziale zu
entdecken oder wiederzuentdecken, nicht so sehr hinsichtlich der numerischen
Kräfte, sondern bezüglich der Qualität des Angebots. Die zahlenmäßige
Verringerung der Gemeinschaften – und die daraus resultierende Befürchtung, die
eigene Autonomie zu verlieren – darf Sie nicht beunruhigen und Ihnen nicht die
Hoffnung nehmen, sondern muss vielmehr zu einer Erneuerung des eigenen gelebten
Glaubens und zu einem noch größeren Engagement bei der geistlichen Begleitung
derer anspornen, die an die Pforten der Klöster klopfen.“
Zudem
hob der Papst die Rolle der Ausbildung sowie des Schweigens in der heutigen
Zeit hervor. Das klausurierte Leben erfülle eine spezifische missionarische
Aufgabe innerhalb der Kirche und der Welt.
Im
Geist tiefer Gemeinschaft
„Bilden
Sie aus zu einer Klausur, die im Geist tiefer Gemeinschaft untereinander und
mit der Kirche gelebt wird; zu einem Schweigen, das in einer von Eile und Lärm
beherrschten Gesellschaft das Bedürfnis nach Zeiten und Räumen spürbar macht,
in denen man innehält und unterscheidet, ohne Angst, den flüchtigen Moment zu
verpassen“, betonte er. „Geformt an der Schule des Evangeliums, ruft der Herr
Sie dazu auf, seine Zeuginnen im Schweigen und in der Kontemplation zu sein,
indem er Sie als lebendiges und prophetisches Gedächtnis der Frohen Botschaft
in der Geschichte platziert.“
„Bilden
Sie aus zu einer Klausur, die im Geist tiefer Gemeinschaft untereinander und
mit der Kirche gelebt wird...“
Abschließend
verwies der Pontifex auf vier Grundlagen des klösterlichen Dienstes: das
gegenseitige Zuhören, die Gemeinschaft zur Vermeidung von Isolation, den
gemeinsamen Dienst sowie das Zeugnis für das Evangelium. Papst Leo XIV. schloss
seine Ansprache mit dem Dank für das Wirken der Ordensfrauen und erteilte den
Apostolischen Segen. (vn 21)
Papst Leo XIV.: Alle gewinnen, wenn
Frieden Rivalität aufhebt
„Wir
alle gewinnen jedoch an Freude, Verständnis und Zukunft, wenn das Gesetz der
Liebe das Gesetz des Kalküls aufbricht, wenn die Erfahrung des Erbarmens die
des Verdienens weitet, wenn das Geschenk des Friedens Rivalitäten aufhebt und
uns in Dankbarkeit einander näherbringt" - das hat Papst Leo XIV. diesen
Sonntag bei seinem Mittagsgebet auf dem Petersplatz betont. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt
Das
katholische Kirchenoberhaupt ging auf das Sonntagsevangelium, das
Gleichnis von den Arbeitern im Weinberg aus dem Matthäusevangelium (Mt 20,
1-16 ) ein. Es schildert, wie die Arbeiter in den Weinberg gerufen werden,
die einen für den ganzen Tag, die anderen nur für ein paar Stunden, wieder
andere erst kurz vor Sonnenuntergang. Doch die zentrale Stelle des Gleichnisses
ist, so der Papst, der Augenblick der Entlohnung: Als der Gutsherr gegenüber
den Arbeitern der ersten Stunde Wort hält und sie wie vereinbart bezahlt, aber
möchte, dass sie seine Güte erkennen, und die Letzten – vor ihren Augen –
genauso behandelt wie sie.
Es
ist eine Gnade, Gott zu dienen
„Die
ablehnende Reaktion derer, die den ganzen Tag gearbeitet hatten, hätte also
leicht vermieden werden können, doch sie ist beabsichtigt, denn die Offenbarung
der Güte Gottes gilt für alle, nicht nur für einige", führte Leo XIV. dazu
aus. Und weiter: „Gott hat andere Wege und neue Gedanken auch für jene, die
sich für die Ersten halten und glauben, sie hätten das, was sie sind, verdient
und das erreichte Ergebnis stünde ihnen zu“ „Gott hat andere Wege und neue
Gedanken auch für jene, die sich für die Ersten halten und glauben, sie hätten
das, was sie sind, verdient und das erreichte Ergebnis stünde ihnen zu."
Der
Papst betonte: „Es ist eine Gnade, Mitarbeiter Gottes zu sein, in seinem
Weinberg zu arbeiten, seinem Reich der Gerechtigkeit und des Friedens zu
dienen! Dort, wo das Neue hereinbricht, das Gott für uns bereithält, ist kein
Platz für Neid und Spaltung. Lasst uns also den Herrn suchen, solange er sich
finden lässt, lasst uns ihn anrufen, solange er nahe ist; und verlassen wir
unsere verkehrten Wege und unsere ungerechten Gedanken (vgl. Jes 55,6-7)!"
„Dort,
wo das Neue hereinbricht, das Gott für uns bereithält, ist kein Platz für Neid
und Spaltung. Lasst uns also den Herrn suchen, solange er sich finden lässt,
lasst uns ihn anrufen, solange er nahe ist; und verlassen wir unsere verkehrten
Wege und unsere ungerechten Gedanken“
Zum
traditionellen Mittagsgebet mit dem Papst kamen an diesem Sonntag etwa 20.000
Menschen. (vn 20)
41. Weltjugendtag 2027 in Seoul
Internationale
Konferenz leitet „heiße Phase“ der Vorbereitungen ein
Mehr
als 250 Verantwortliche aus Bischofskonferenzen und der Jugendpastoral aus
aller Welt sind vom 14. bis 17. September 2026 in Seoul zusammengekommen, um
sich über den Stand der Planungen für den 41. Weltjugendtag zu informieren, der
vom 3. bis 8. August 2027 in der südkoreanischen Hauptstadt stattfindet und zu
dem auch Papst Leo XIV. erwartet wird. Bereits Ende Oktober 2026 soll die
Registrierung für Pilgerinnen und Pilger aus aller Welt beginnen.
Vor
dem Weltjugendtag können die Pilgerinnen und Pilger Korea kennenlernen. Vom 29.
Juli bis 2. August 2027 finden in den koreanischen Diözesen die „Tage der
Begegnung“ statt. Vorgesehen sind unter anderem Begegnungen in Familien und
Pfarreien.
Aus
Deutschland haben Vertreter der Arbeitsstelle für Jugendseelsorge der Deutschen
Bischofskonferenz (afj) an der Vorbereitungskonferenz teilgenommen. Die afj
leitet und koordiniert die deutschlandweiten Vorbereitungen im Auftrag der
Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz und des Sekretariats der
Deutschen Bischofskonferenz zusammen mit den (Erz-)Bistümern, Jugendverbänden
und weiteren Partnern.
Bei
der Konferenz wurde deutlich, dass die Vorbereitungen zügig voranschreiten. „Wir
erleben hier sehr herzliche Gastgeber, die hochprofessionell auf diesen
Weltjugendtag hinarbeiten“, sagt Dr. Paul Metzlaff, Leiter der afj. Zahlreiche
Länder planen mit großen Pilgergruppen und berichten von einem hohen Interesse
junger Menschen. Neben der besonderen Erfahrung eines Weltjugendtages in Asien
trägt dazu auch die weltweite und besonders unter Jugendlichen verbreitete
Popularität der koreanischen „K-Culture“ bei. Zu den prägenden Orten für
Pilgerinnen und Pilger gehören die Kathedrale von Myeongdong und die
koreanischen Märtyrerstätten wie Jeoldusan. „Wir haben eine Kirche
kennengelernt, deren Geschichte in besonderer Weise vom Glaubenszeugnis der
Märtyrerinnen und Märtyrer geprägt ist. Anders als in vielen anderen Ländern
liegen die Anfänge der katholischen Kirche in Korea wesentlich im Engagement
von Laien“, betont Metzlaff. Der Erzbischof von Seoul, Peter Chung Soon-taek
OCD, habe während der Konferenz immer wieder deutlich gemacht, dass im
Mittelpunkt des Weltjugendtages die Begegnung mit Christus stehe.
Für
die Tage in Seoul sind unter anderem erneut ein Deutschsprachiges
Pilgerzentrum, Angebote der Berufungspastoral sowie eigene Pilgerprodukte
geplant. Ein wichtiger Partner vor Ort ist die Deutschsprachige Katholische
Gemeinde Korea. Sie begleitet bereits jetzt die Vorbereitungen und unterstützt
die Vernetzung mit der Kirche und gesellschaftlichen Akteuren in Korea. Mit der
YouTube Videoreihe „koreatholisch“ bereitet die Gemeinde Pilgerinnen und Pilger
auf Land, Kultur und Kirche vor und vermittelt praktische Informationen für den
Aufenthalt.
Mit
dem Abschluss der internationalen Vorbereitungskonferenz richtet sich der Blick
nun zunehmend auf die Pilgerinnen und Pilger selbst: Mit der Öffnung der
Registrierung Ende Oktober 2026 beginnt für junge Menschen auch in Deutschland
die konkrete Vorbereitung auf den Weg nach Seoul. „Alle Pilgerinnen und Pilger,
die 2027 nach Korea kommen, dürfen sich auf eine lebendige Weltkirche und ein
Fest des Glaubens freuen“, so Paul Metzlaff.
Dbk
20
Vatikan: Untersuchung zur
Seligsprechung von Don Di Liegro startklar
Papst
Leo XIV. hat im Rahmen der Diözesanversammlung in der Lateranbasilika die
Entscheidung mitgeteilt, die Diözesanuntersuchung über das Leben, die Tugenden
und den Ruf der Heiligkeit des römischen Priesters Luigi Di Liegro einzuleiten.
Der 1997 verstorbene Gründer der Caritas der Diözese Rom widmete seinen Dienst
der Unterstützung von sozial benachteiligten Menschen, darunter Obdachlosen,
Migranten und Aids-Kranken. Daniele Piccini und Mario Galgano - Vatikanstadt
Sein
Nachfolger in der Leitung der römischen Caritas, der emeritierte Weihbischof
Guerino Di Tora, bezeichnete die Eröffnung des Verfahrens als eine Bestätigung
des Seelsorgeansatzes Di Liegros. Das Wirken des Priesters, der Kontakte zu
Marginalisierten wie auch zu staatlichen Amtsträgern pflegte, wird vom Heiligen
Stuhl als ein Beispiel für eine an der Wirklichkeit orientierte Evangelisierung
angeführt.
„Es
ist eine große Freude für die gesamte Welt der Caritas“, erklärt Di Tora
gegenüber den vatikanischen Medien, „für alle, die ihn gekannt haben, und für
diejenigen, die sich an die Beerdigung erinnern, bei der die Armen zusammen mit
dem Präsidenten der Republik anwesend waren. Ein Mann, der uns ein großes
Beispiel gegeben hat, der uns etwas hinterlassen hat, woraufhin wir sein Werk
im Dienst an den Letzten fortsetzen können, stets eingedenk dessen, dass man
sich die Hände schmutzig machen muss, wie er zu sagen pflegte.“
Wer
war Don Di Liegro?
Don
Luigi Di Liegro wurde am 16. Oktober 1928 in Gaeta geboren und 1953 zum
Priester geweiht. Im Jahr 1972 übernahm er die Aufgabe des Direktors des
Diözesanen Pastoralzentrums für die Belebung der christlichen Gemeinde und die
sozialen Dienste, eine Perspektive, aus der heraus er während des historischen
Kongresses über die „Übel Roms“ im Jahr 1974 Armut, Ausgrenzung und soziale
Probleme der Hauptstadt in den Blick nehmen konnte. Wenige Jahre später, im
Jahr 1979, entstand die Diözesancaritas von Rom, und Di Liegro wurde ihr erster
Direktor, eine Aufgabe, die er bis zu seinem Tod am 12. Oktober 1997 in Mailand
innehatte. Seine Vorstellung von Caritas ging über die bloße Fürsorge hinaus.
Don Di Liegro, der oft „der Priester der Letzten“ genannt wurde, versuchte die
Ursachen der Armut zu verstehen, um eingreifen zu können, bevor die Person aus
der Gesellschaft ausgeschlossen wurde. In Rom tragen die Herberge und die
Abendmensa in der Via Marsala bis heute seinen Namen. Im Jahr 2025 wurden seine
Gebeine vom Verano-Friedhof in die Basilika Santi XII Apostoli überführt. (vn
19)
Leo XIV: „Pastoral auf Begegnung
mit Christus ausrichten“
Papst
Leo XIV. hat sein Bistum Rom dazu aufgefordert, seine Seelsorge stärker auf die
Begegnung der Menschen mit Christus auszurichten. „Manchmal häufen sich die
Vorschläge, Aktivitäten und Begegnungen, und man verliert den Kern, den
evangeliumsgemäßen Sinn dessen, was man tut, aus den Augen.“ Stefan von Kempis – Vatikanstadt
Das
sagte er an diesem Freitagabend bei einer römischen Diözesanversammlung in der
Lateran-Basilika, seiner bischöflichen Kathedrale. Man treffe Christus, wenn
man sich von ihm beim Namen gerufen fühle, „auf welche Weise das auch immer
geschehen mag“. Von hier müsse jede pastorale Aktion neu ausgehen: „Sich nicht
so sehr fragen, was man tun soll, sondern eher, wem man begegnen will, und
wie.“
Leo
lobte bisherige Reformprozesse im Bistum; die Beschäftigung mit „geistlichen
Krankheiten“ habe gezeigt, was im kirchlichen Leben korrigiert werden müsse,
und die synodale Orientierung führe zu einer breiteren Mitverantwortung von
Laien. Wichtig sei ihm allerdings eine dritte Dimension, nämlich eine
Überprüfung der Seelsorge.
Die
Seelsorge überprüfen
„Im
Licht des Heiligen Geistes zu überprüfen bedeutet, innezuhalten, das Geschehene
noch einmal zu betrachten, zu erkennen, was Früchte getragen hat, zu verstehen,
was nicht funktioniert hat, und gemeinsam nach den Gründen dafür zu suchen. Es
bedeutet, kurz gesagt, der Wahrheit auf den Grund zu gehen. Ich lade euch ein,
diese Überprüfung unter Einbeziehung der gesamten Gemeinschaft durchzuführen
und dabei, soweit möglich, auch Menschen zuzuhören, die nicht zur Gemeinschaft
gehören und die Dinge sozusagen von außen betrachten.“
„Fördern
unsere Aktivitäten das Wachstum im Glauben?“
Für
die gewünschte Überprüfung zählte Papst Leo mehrere Kriterien auf: Die
Begegnung mit Christus ermöglichen; Gemeinschaft bilden; und der
Stadtgemeinschaft dienen. „Zu diesen drei Prüfkriterien kommt ein viertes
hinzu, das alle anderen durchzieht: die Bildung des Volkes Gottes. Fördern
unsere Aktivitäten das Wachstum im Glauben? Bilden sie missionarische Jünger
aus? Tragen sie dazu bei, kirchliche Verantwortung zu entwickeln? Führen sie zu
einem reifen Glauben, der sich in konkreten Entscheidungen im Leben und im
Dienst niederschlägt?“
Das
Herzstück der Methode, die er hier vorschlage, bestehe in dem einfachen
Wörtchen „wozu“. „Es geht darum, gemeinsam innezuhalten und sich bei allem, was
wir tun, zu fragen: Warum tun wir das? Welche evangelische Absicht bewegt uns,
auf welches tatsächliche Bedürfnis wollen wir eingehen, inwiefern entspricht
diese Entscheidung dem Auftrag der Kirche? Dann der zweite Schritt: Warum
erzielen wir diese Ergebnisse und keine anderen? Warum führen manche
Initiativen zu neuen Wegen, während andere isoliert bleiben? Warum beteiligen
sich manche Menschen, während andere am Rande stehen bleiben?“
Niemand
trägt seine Last allein
Der
Papst bedankte sich ausdrücklich bei allen geweihten Amtsträgern in seinem
Bistum: Das sei „nicht bloß eine Formalität“. Er wisse, dass der pastorale
Dienst heute anstrengender sei als früher; darum ermutige er dazu, die Last
nicht allein zu tragen. „Niemand ist dazu berufen, alles allein zu machen. Das
Presbyterium ist nicht die Summe der Priester, die sich aus organisatorischen
Gründen treffen, sondern eine brüderliche Gemeinschaft.“ (vn 18)
Frankreich: „Papst ist kein
Politiker“
Der
Erzbischof von Paris warnt vor einer innenpolitischen Vereinnahmung des
Papstbesuches in Frankreich, der kommende Woche startet. „Der Papst kommt
nicht, um die Stimmung im Vorfeld der Wahlen zu beruhigen oder zu heilen“,
stellte Laurent Ulrich am Mittwoch im Gespräch mit dem Nachrichtendienst Sir
klar.
Papst
Leo hält sich vom 25. bis 28. September in Frankreich auf und will Paris,
Lourdes und Metz besuchen. Im kommenden Jahr finden in Frankreich
Präsidentschaftswahlen statt; am 27. September 2026, also während des
Papstbesuchs, wird ein neuer Senat gewählt.
„Der
Papst präsentiert sich nicht als Politiker und kommt mit keinem politischen
Programm“, erinnerte Erzbischof Ulrich gegenüber der italienischen
Nachrichtenagentur sir. „Er kommt vielmehr mit ,entwaffnenden Worten‘, die
Verständnis und einen gewissen Sinn der Einheit in einem Volk wiederherstellen
können.“
Alle
müssen zusammenarbeiten
Ulrich
betonte, dem Papst sei das angespannte und bisweilen stark polarisierte
politische Klima bewusst: „Er hat nie gezögert, zu sagen, dass alle
zusammenarbeiten müssen, um ein Land aufzubauen, und dass es nicht ausreicht,
einen Führer zu haben, der allen vorschreibt, was sie zu tun haben. Das ist
eine mutige Botschaft seinerseits“, so der Pariser Erzbischof.
„Ich
glaube, dass in einem Moment wie diesem, in dieser Phase, in der der
eigentliche Wahlkampf noch nicht begonnen hat, die verschiedenen Parteien und
die möglichen Kandidaten vom Papst vor allem Worte brauchen, die der Versöhnung
dienen, und keine Worte, die die nationale Einheit weiter beeinträchtigen
könnten“, so Ulrich.
Großer
Andrang - Stationen in Paris, Lourdes und Metz
In
Paris, Lourdes und Metz werden so viele Menschen erwartet, dass laut
sir-Angaben aus Sicherheitsgründen 15.000 Einsatzkräfte aus Militär, Polizei
und Gendarmerie mobilisiert wurden. „Der Papst ist das einzige Staatsoberhaupt,
das bei einem Besuch in einem Land einen solchen Andrang von Menschen
hervorrufen kann“, kommentierte der Erzbischof.
Laut
einer aktuellen Umfrage des Meinungsforschungsinstituts Ifop wünschten sich 28
Prozent der Franzosen, dass der Papst über „Frieden und Konflikte in der Welt“
sprechen möge, 15 Prozent meinen, er solle „den Kampf gegen sexuellen
Missbrauch und dessen Prävention innerhalb der Kirche“ thematisieren. Den
Autoren der Studie zufolge besteht in einer Ära, in der Aggressivität in den
sozialen Medien ebenso wie in den internationalen Beziehungen zur Norm geworden
sei, ein echter Bedarf an einer Säule der Stabilität. Leo XIV. entspreche
dieser latenten Erwartung eines Teils der Bevölkerung.
Nähe
zu den Menschen
Ulrich
sieht das hohe Interesse der Menschen am Papstbesuch durch dessen Art, sich zu
präsentieren, begründet: „Ihm ist es vor allem wichtig, seine Nähe zu zeigen.
Das ist es, was ein Bischof für seine Diözese oder ein Priester für seine
Pfarrei zu tun versucht: zu zeigen, dass man den Menschen so nah wie möglich
ist.“ (sir 18)
Kard. Nemet über Synodalität: „Als
neue Kultur in der Kirche verstehen"
Der
serbische Kardinal Ladislav Nemet wirbt für das rechte Verständnis eines
gemeinsamen Unterwegsseins in der katholischen Kirche über alle Unterschiede
hinweg. Es gehe um Evangelisierung, sagte Nemet bei einer Tagung zu Synodalität
in Europa, die 180 Delegierte aus 31 Ländern ganz Europas diese Woche in
Puchberg bei Wels vereinte.
Interview
Kardinal
Nemet: Es ist wichtig für mich, dass wir die Synodalität als neue Kultur in der
Kirche verstehen, als neue Evangelisierung in Europa. Das erste positive
Ergebnis dieser Gespräche ist, dass viele Anwesende hier in Puchberg frei
gesprochen haben über ihre Erfahrungen, über ihre Sorgen. Es war also klar,
dass wir nicht zu Hause und unter uns gesprochen haben, sondern hier in
Puchberg. Und das ist sehr wichtig.
Vor
fünf Jahren hat Papst Franziskus die Weltkirche auf diesen synodalen Weg
geführt. Wo steht die katholische Kirche heute damit in Europa?
Kardinal
Nemet: Ja, unser Kontinent hat ein bisschen Schwierigkeiten mit der
Synodalität. Einige Staaten, einige Diözesen und Bischöfe sind noch nicht total
begeistert, andere sind total begeistert. Ich glaube, das ist ein normales
Phänomen in allen soziologischen Bereichen.
Namentlich
sind Spannungen, vielleicht auch Missverständnisse zwischen katholischen
Gläubigen im Osten und im Westen Europas bemerkt worden. Inwieweit ist es
gelungen, in diesen fünf Jahren zu einem konstruktiven Miteinander zu kommen,
vielleicht auch gerade in Wels?
Kardinal
Nemet: Ich glaube, dass wir das noch nicht erreicht haben. Was wir aber in
Puchberg erreicht haben ist, dass Leute frei darüber geredet haben. Wenn sie da
sind und sich selbst, ihre Ängste, Erwartungen oder Ideen vor uns allen im
Plenum frei mitteilen können, das ist schon etwas anderes - und das haben wir
geschafft in Puchberg.
Wo
liegt denn das Herz dieser Ängste? Wo führt die Sorge dieser Gläubigen hin?
Kardinal
Nemet: Für viele Jahre waren die Kirchen in postkommunistischen Ländern mit
sich selbst beschäftigt. Die Kirche wieder zu öffnen, das Zweite Vatikanum
aufzuarbeiten, das war früher nicht möglich in den kommunistischen Zeiten.
Deswegen meine ich, sie sind auf einem gewissen Stadium der Entwicklung in
diesem Bereich, aber das ist noch nicht dort, wo wir es uns vorstellen könnten.
Bei
der Tagung ist es vor allem auch darum gegangen, Synodalität konkret zu machen
und einen Fahrplan zu entwickeln für die kommenden Monate und Jahre. Was sind
die wichtigsten Punkte für diesen Fahrplan?
Kardinal
Nemet: Wir möchten die Arbeit, die Resultate analysieren und konkrete
Vorschläge machen. Die Vorschläge werden dann mit dem ganzen Material, das wir
hier gesammelt haben, an alle Teilnehmerinnen und Teilnehmer ausgesendet.
Kardinal
Nemet hatte bei der Welser Tagung "Shaping Synodality in Europe"
(14.-17. September) eine zentrale Leitungsrolle. Formal war er als
Vizepräsident des Rates der europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) zugleich
Koordinator der Europäischen Synodalitäts-Taskforce des CCEE, die das Symposium
gemeinsam mit der KU Linz vorbereitet hatte. (vn 18)
Kard. Hollerich: Synodalität kann
Modell für Gesellschaft in Polykrise sein
Kardinal
Jean-Claude Hollerich sieht im produktiven Ringen der katholischen Kirche um
ein gemeinsames Voranschreiten ein Vorbild für Gesellschaften in vielfältigen
Krisen. „Als Kirche haben wir für einmal ein gutes Beispiel zu geben“, erklärte
der Luxemburger Kardinal und Synoden-Veteran im Gespräch mit Radio Vatikan am
Rand der Europa-Synodentagung, die am Donnerstag in Wels zu Ende ging.
„Ja,
ich glaube, das ist das große Zeichen der Kirche: dass wir zusammenstehen,
trotz allem, was verschieden ist, und dass wir die Geschwisterlichkeit nicht
aufgeben. Das ist in Gott begründet“, sagte Hollerich. „Und ich glaube, dass
die Synodalität auch - natürlich mit den notwendigen Abänderungen - ein Modell
der Gesellschaft sein kann.“
Der
Luxemburger Kardinal verwies auf die Krise der Demokratie in verschiedenen
Ländern Europas. „Man sieht, dass auch viele Leute, vor allem junge Leute, das
Vertrauen in die Demokratie verloren haben“, erklärte Hollerich. Politiker und
Politikerinnen müssten an diesem Punkt „eine grundlegende Analyse betreiben,
was die Bedingungen der Demokratie sind, und auf die Formen der Demokratie
schauen. Vielleicht muss man, um weiterhin Demokratie zu haben, ihre Formen in
der Gesellschaft von morgen ändern. Aber die Politiker scheinen keine Zeit zu
haben, sie gehen von Wahlen zu Wahlen und sind gehetzt. Aber diese grundlegende
Überlegung, dieser grundlegende Diskurs muss getan werden. Der ist
lebensnotwendig für Europa. Und ich glaube, als Kirche haben wir für einmal ein
gutes Beispiel zu geben.“
Hollerich
verwies auf die aus seiner Sicht geglückte europäische Synodentagung in Wels.
Delegierte aus 31 Ländern nahmen daran teil, Frauen und Männer, Bischöfe,
Priester, Diakone. „Trotz aller Differenzen sind wir zusammen einen Weg
gegangen, um das Evangelium in Europa zu verkünden und zu leben. Gerade das ist
es, was die Kirche braucht: Eine missionarische Kirche, wo jeder Getaufte, jede
Getaufte sich einbringen kann. Und wo an sich auch Gott jede Getaufte, jeden
Getauften sozusagen sendet, in Anspruch nimmt, um Zeugnis für das Evangelium
abzugeben.“
„Man
fragte sich, ist das ein Trick des Papstes?“
Kardinal
Hollerich wirkte bei den vatikanischen Weltsynoden von 2023 und 2024 in
zentraler Rolle als Generalrelator. Im Rückblick auf den gesamten synodalen
Prozess, auf den Papst Franziskus vor fünf Jahren – im Oktober 2021 – die
Weltkirche führte, sprach der Kardinal von einer heiklen Ausgangslage. „Es gab
sehr viele Ängste vorher. Man fragte sich, ist das ein Trick des Papstes, um
seine Ideen mehr reinzubringen oder der Kirche aufzudrücken?“ Es sei aber
gelungen, Polarisierungen zu vermeiden.
„Deshalb
brauchen wir eine Einheit in Vielfalt“
Diesen
Weg müsse man weiter gehen, hielt der Kardinal mit Verweis auf Papst Leo XIV.
fest. „Dass das nicht eine Einheit in Uniformität sein kann, glaube ich, ist
jedem klar. Deshalb brauchen wir eine Einheit in Vielfalt. Eine Vielfalt, die
nicht den Zusammenhalt im Glauben abschafft, sondern dem Zusammenhalt im
Glauben verschiedene Farben, verschiedene Nuancen gibt, die alle zueinander
passen und zusammen das sind, was Gott sich für die Kirche vorstellt.“
Das
Gespräch mit Kardinal Hollerich führte Gudrun Sailer am Rand der
Tagung „Shaping Synodality in Europe", die von 14.-17. September in
Puchberg bei Wels stattfand. (vn 18)
Ana Raffais Friedensarbeit in
Zeiten der Polarisierung
Die
kroatische Theologin und Friedensfachkraft Ana Raffai engagiert sich seit
Jahrzehnten in der gewaltfreien Friedensarbeit und Versöhnungsinitiative in
Südosteuropa. Als Mitbegründerin der Organisation RAND (Regionalne adrese za
nenasilje) setzt sie sich für die Ausbildung in gewaltfreier Aktion und den
interreligiösen Dialog in den Nachfolgestaaten des ehemaligen Jugoslawien ein.
Wir trafen sie beim diesjährigen Renovabis-Kongress in Freising. Mario Galgano
- Freising
In
ihrer Arbeit verbindet sie sozialwissenschaftliche Erkenntnisse der
Friedensforschung mit Ansätzen des christlichen Glaubens. Im Interview mit
Radio Vatikan bewertet Raffai die gegenwärtigen gesellschaftlichen
Rahmenbedingungen für den Dialog: „Diese Zeiten jetzt sind manchmal schwieriger
als die Zeiten vor, sagen wir, zehn Jahren.“ Insbesondere ein spürbarer
Rechtsruck in Kroatien und politische Ereignisse stellten eine Belastung dar.
„So mühsam macht man Schritt für Schritt auf den anderen zu. Und dann kommen
die politische Ereignisse, wie zum Beispiel das Begräbnis von einem
Kriegsverbrecher, und alles ist futsch. Nicht alles, aber vieles ist bedroht“,
erklärte die Aktivistin.
Dennoch
sieht sie im gegenwärtigen Klima einen klaren Auftrag für das
zivilgesellschaftliche Engagement. „Trotzdem denke ich, Friedensarbeit
geschieht in guten und schlechten Zeiten. Und wir sollen immer schauen, wo sind
die Tendenzen zum Polarisierung und wo sind die Tendenzen zur Entdämonisierung
des Feindes? Und dann das unterstützen und selber dazu beitragen“, führt Raffai
aus. Abzulehnen sei es hingegen, Misstrauen in der Gesellschaft zu schüren:
„Kritik ist wichtig, aber Misstrauen ist nicht gut.“ Ziel müsse es bleiben, aus
dem christlichen Glauben heraus an Versöhnung und Vergebung zu arbeiten.
Eigenverantwortung
des Einzelnen
Hinsichtlich
der Rolle der katholischen Kirche betont Raffai die Eigenverantwortung des
Einzelnen: „Ich denke zuerst, Kirche sind wir alle, wir Gläubige und die
Repräsentanten, also der klerikale Teil der Kirche. Jeder soll für aus eigener
Position Verantwortung für den Frieden übernehmen.“ Das christliche Gebot der
Feindesliebe bezeichnet sie in diesem Kontext als „eine so große Ressource für
Friedensarbeit“.
Zugleich
sieht sie Handlungsbedarf bei den kirchlichen Strukturen. Zwar greife die
Hierarchie Themen wie Vergebung im privaten Rahmen auf, diese müssten jedoch
auf die gesellschaftliche Ebene übertragen werden. Die Kirche müsse konkret
fragen: „Wie können wir Vergebung und Versöhnung als Kirche fördern zwischen
unseren zwei Völker, Serben und Kroaten in Kroatien oder zwischen drei Völkern
und Menschen in Bosnien und Herzegowina?“ Jeder Christ trage durch ein Zeugnis
der Nächstenliebe und Solidarität dazu bei, die Kirche glaubwürdig zu machen.
Dieser Weg erfordere zu Beginn Risikobereitschaft, jedoch wachse mit der Praxis
die Handlungskompetenz. (vn 18)
Papst wirbt für „Beziehungen mit
Bedeutung und Tiefe“
Papst
Leo hat angesichts von Social Media und KI an diesem Mittwoch für
bedeutungsvolle und tiefe menschliche Beziehungen im „echten Leben“ geworben.
Er warb für eine menschliche Gemeinschaft, die durch Respekt und Verantwortung
geprägt ist. Anne Preckel - Vatikanstadt
Papst
Leo spricht derzeit bei seiner Generalaudienz über die Aktualität der
Konzilsverfassung „Gaudium et spes“; an diesem Mittwoch stand in seiner
Katechese das 2. Kapitel im Mittelpunkt, in dem es um die menschliche
Gemeinschaft geht.
Im
Zeitalter von Massenmedien, Social Media und Künstlicher Intelligenz würden
menschliche Beziehungen „immer unpersönlicher, immer virtueller“, gab der Papst
auf dem Petersplatz zu bedenken. Dabei laufe der Mensch Gefahr, „Entscheidungen
an Algorithmen zu delegieren, obwohl sie allein dem menschlichen Gewissen
obliegen“, warnte Leo.
Bedeutungsvolle
und tiefe Beziehungen
Christen
sollten in diesem Kontext dafür sorgen, „dass soziale Beziehungen echte
Bedeutung und persönliche Tiefe haben“, betonte der Papst. Der Mensch sei ein
gesellschaftliches Wesen, der menschliche Fortschritt gehe mit dem
gesellschaftlichem Fortschritt Hand in Hand (vgl. Gaudium et spes, 25).
Mit
Blick auf Gemeinschaft ging der Papst in seiner Katechese auf die Begriffe
Vielfalt und Gemeinwohl näher ein.
Die
Vielfalt von Menschen und Völkern sei keine Gefahr oder Bedrohung, sondern
„Potenzial für Bereicherung und Wachstum“, griff er auf „Gaudium et spes“
zurück. Gegensätze, die in Gewalt ausarteten, seien „eine Folge der Macht der
Sünde“ und Ausdruck zerstörerischer Denkweisen und Handlungen. Ihnen gelte es
die menschliche „Logik der Gegenseitigkeit, des Teilens und der Fürsorge“
entgegenzusetzen, betonte Leo.
Ein
Moment der Generalaudienz
Vielfalt
und Gemeinwohl
Gemeinwohl
meine Bedingungen des gesellschaftlichen Lebens, die sowohl Gruppen wie
Individuen „ein volleres und leichteres Erreichen der eigenen Vollendung
ermöglichen“, erinnerte der Papst weiter. Völker, Gruppen und Individuen seien
voneinander abhängig und alle müssten dem Gemeinwohl der ganzen
Menschheitsfamilie Rechnung tragen (vgl. GS 26).
Leo
XIV. nannte dann weitere, wichtige Grundannahmen aus der Konzilskonstitution
(vgl. GS 27-31), die die Konzilsväter für menschliche Gemeinschaft als
wesentlich benannten: die Achtung der menschlichen Person; Respekt auch
gegenüber „Gegnern“ und Andersdenkenden; die Gleichheit aller Menschen, die
soziale Gerechtigkeit erfordert; die Überwindung einer „individualistischen
Mentalität“ und die Notwendigkeit, Verantwortung zu übernehmen und sich zu
beteiligen.
Absage
an Gewalt und Diskriminierung
Mit
„Gaudium et spes“ verurteilte der Papst an dieser Stelle alle gewalttätigen
Handlungsweisen, die „zum Leben selbst in Gegensatz“ stehen - wie Mord,
Völkermord, Abtreibung, Euthanasie und Selbsttötung, alle Formen körperlicher
und psychischer Gewalt, Verhaftungen und Verschleppungen, Sklaverei,
Prostitution, Mädchen- und Menschenhandel sowie die Ausbeutung menschlicher
Arbeitskraft.
Auch
jede Diskriminierung aufgrund von Geschlecht, Rasse, Hautfarbe,
gesellschaftlicher Stellung, Sprache oder Religion müsse „überwunden und
beseitigt werden, weil sie dem Plan Gottes widerspricht“, zitierte Leo aus der
Konzilskonstitution (vgl. GS 29).
Ethische
Orientierung für Gesellschaft heute
„Kriterien
der Menschenwürde, der sozialen Gerechtigkeit und der freien Mitwirkung am
Aufbau des Gemeinwohls“
Diese
Vision der Menschheit als Gemeinschaft sei ein „wertvolles Vermächtnis“ des
Zweiten Vatikanischen Konzils, so Leo, jeder Einzelne könne daran mitwirken.
„Sie
hilft uns allen, eine persönliche und gemeinschaftliche Unterscheidung
vorzunehmen, um die sozialen und politischen Vorhaben von heute
verantwortungsbewusst anhand der Kriterien der Menschenwürde, der sozialen
Gerechtigkeit und der freien Mitwirkung am Aufbau des Gemeinwohls zu bewerten.“
(vn 16)
537 Millionen Euro für
internationale Hilfsprojekte „Mission und Entwicklung“
Jahresbericht
Weltkirche 2025 erschienen
Die
Konferenz Weltkirche ist der Zusammenschluss der international tätigen
Einrichtungen der katholischen Kirche in Deutschland unter dem Vorsitz des
Bischofs von Augsburg, Dr. Bertram Meier. Sie hat heute (16. September 2026)
ihren Jahresbericht Weltkirche 2025 veröffentlicht. Trotz zurückgehender Mittel
konnten die katholischen Hilfswerke, (Erz-)Bistümer und Orden im vergangenen
Jahr Hilfsmaßnahmen in aller Welt mit 537 Millionen Euro fördern. Sie
unterstützten Projekte in den Bereichen Pastoral, Bildung, Gesundheit,
Friedensarbeit und Landwirtschaft in Afrika, Asien, Lateinamerika und Osteuropa
und leisteten Nothilfe in Krisengebieten.
Projekte
von Pfarrgemeinden, katholischen Verbänden und Schulen, die diese unabhängig
von Bistümern, Orden und Hilfswerken durchführen, werden im Jahresbericht
Weltkirche nicht berücksichtigt. Die tatsächliche Höhe der Hilfsleistungen ist
also höher als im Jahresbericht angegeben.
Bischof
Meier, der zugleich Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen
Bischofskonferenz ist, dankte den Spenderinnen und Spendern, die diese Arbeit
ermöglicht haben. „Hinter der beeindruckenden Zahl von 537 Millionen Euro
stehen konkrete Schicksale, die eine positive Wendung genommen haben“, sagte er
aus Anlass der Veröffentlichung. „Wir bauen keine Straßen oder Häfen. Unsere
Projekte sind nicht dazu da, ganze Volkswirtschaften anzukurbeln. Aber sie
bewirken Veränderungen im Leben so vieler Menschen. Sie finden Mut, ihr Leben
selbst in die Hand zu nehmen. Das wird von keiner Statistik erfasst“,
unterstrich Bischof Meier.
Der
Jahresbericht Weltkirche 2025 gibt Rechenschaft über die Verwendung der
eingesetzten Mittel, verteilt nach Kontinenten und Projektträgern. Finanziert
werden die weltkirchlichen Projekte zum überwiegenden Teil durch Kollekten,
Spenden und sonstige Einkünfte wie Vermächtnisse sowie durch die Kirchensteuer.
Für Entwicklungsprojekte und humanitäre Hilfe konnten außerdem öffentliche
Mittel eingesetzt werden.
Zusätzlich
zur ausführlichen Online-Version ist eine Kurzfassung als Flyer erschienen. Er
enthält die wichtigsten Daten und die Leitideen der katholischen Missions- und
Entwicklungsarbeit. Dazu gehören die Begründung des internationalen Engagements
im christlichen Glauben, der Einsatz für Gerechtigkeit und die Unterstützung
von Menschen am Rand der Gesellschaft. Sie sollen befähigt werden, für sich und
ihre Gemeinschaften zu sorgen.
Hintergrund.
Der Konferenz Weltkirche gehören Vertreter der Deutschen Bischofskonferenz, der
(Erz-) Bistümer, der Deutschen Ordensobernkonferenz, der weltkirchlichen
Hilfswerke (Adveniat, Caritas international, Kindermissionswerk „Die
Sternsinger“, Misereor, Missio Aachen und München, Renovabis, Bonifatiuswerk
der deutschen Katholiken), der Verbände und anderer weltkirchlich tätiger
Einrichtungen in Deutschland an. Der Jahresbericht bietet neben einem
Themenschwerpunkt und einem Statistikteil einen inhaltlichen Überblick über die
vielfältige internationale Arbeit der beteiligten Organisationen. Dbk 16
Zeitdokumente. Erste Briefe nach
dem Holocaust erzählen vom Überleben
Eine
neue Sammung von Yad Vashem versammelt frühe Briefe jüdischer Überlebender nach
1945. Sie erzählen von Befreiung, Trauer, familiärem Verlust, seelischer Leere
und der schwierigen Frage, ob und wo ein neues Leben beginnen konnte. Von
Verena Schmitt-Roschmann |
Der
Krieg war schon fast ein Jahr vorbei, als Arthur Feige sich bei einem alten
Freund meldete. „Durch ein Wunder lebe ich noch und so kann ich Ihnen nach so
viel Jahren wieder eine Nachricht zukommen lassen“, schreibt der jüdische
Berliner in einem Brief vom 13. März 1946. „Ich habe Schlimmes durchgemacht,
und ich wäre froh, wenn ich hier herauskönnte.“ Er wolle nach Palästina,
berichtet Feige. „Denn ich bin hier sehr unglücklich über alles und kann hier
innerlich nicht mehr mit.“
Feiges
Schreiben findet sich in der Sammlung „Nach so viel Schmerz und Pein – Erste
Briefe nach dem Holocaust“, die der Herder-Verlag in Zusammenarbeit mit der
internationalen Holocaust-Gedenkstätte Yad Vashem nun erstmals auf Deutsch
veröffentlicht. Es sind private Nachrichten und doch weit mehr als das.
Zeugnisse
vom Wert der Demokratie
„Die
Briefe berichten vom größten Verbrechen der Menschheitsgeschichte“, sagt
Bildungsministerin Karin Prien (CDU), die selbst jüdische Wurzeln hat und das
Buch gemeinsam mit dem Freundeskreis Yad Vashem präsentiert. „Mit diesen
Briefen verbinde ich die Hoffnung, kommenden Generationen Zeugnisse zu
hinterlassen, die das Erlebte fassbar machen, um Mitgefühl, Verständnis und
nicht zuletzt den Wert unserer Demokratie zu vermitteln.“
Im
Rückblick wirkt das Ende der NS-Schreckensherrschaft in Europa wie ein
glücklicher Schlusspunkt. Für die Überlebenden der Schoah waren Grauen,
Erniedrigung und Entbehrungen endlich vorbei, der Weg in eine bessere Zukunft
offen. Doch trugen die Geretteten auch eine erdrückende Last – die Erinnerung
an den Sadismus ihrer Peiniger, die Schuldgefühle, dass ausgerechnet sie und
nur sie überlebt hatten, die Trauer über ihre ermordeten Familien. Sie kehrten
zurück in eine zertrümmerte Heimat zu Menschen, von denen viele ihr Schicksal
nur wenige Jahre zuvor bejubelt oder ignoriert hatten.
„Entsetzliche
seelische Leere“
Arthur
Feige war als Elektrotechniker in den Charlottenburger Motorenwerken
beschäftigt, bis er im November 1942 von der Gestapo verhaftet und einem
Transport ins Vernichtungslager Auschwitz zugeteilt wurde. Auf der Fahrt
quetschte er sich durch ein Toilettenfenster des rollenden Zuges und entkam.
Fast drei Jahre lebte er illegal im Nazi-Reich, im Sommer in seinem Boot auf
dem Storkower See südöstlich von Berlin, im Winter in einer selbst gezimmerten
Hütte. Er verdingte sich inkognito als Landarbeiter, als Kohlenpacker, als
Radioreparateur, um irgendwie an Essen zu kommen.
Zur
Befreiung durch die sowjetische Armee schreibt Feige in seinem Brief: „Da war
ich dann gerettet und aus aller Gefahr.“ Aber seine Eltern waren im
Konzentrationslager Theresienstadt zu Tode gekommen – er wusste nicht wie.
Schwester, Schwager und Neffe waren in Riga ermordet worden, sein Bruder Paul
und dessen Frau vermutlich in Auschwitz, dazu Freunde und andere Verwandte. „Es
dauerte lange, bis wir das seelisch überwinden konnten“, sagt Feige. Jetzt gehe
es ihm gut, bis auf „die entsetzliche seelische Leere“.
Rückkehr
als Entwurzelte
Sechs
Millionen europäische Juden hatten die Nationalsozialisten umgebracht, etwa 3,5
Millionen überlebten die Schoah. Die Historikerin Anna Junge schätzt, dass nur
etwa 15.000 Jüdinnen und Juden die Verfolgung in Deutschland überstanden, ohne
deportiert worden zu sein – in sogenannten Mischehen oder in Verstecken, wie
der Berliner Arthur Feige.
Nach
Kriegsende kehrten Zehntausende befreite Juden nach Deutschland zurück. Nach
Zahlen der Bundeszentrale für politische Bildung lebten in den westlichen
Besatzungszonen zunächst 50.000 bis 75.000 jüdische Überlebende als sogenannte
Displaced Persons. Bei vielen reichten die Kräfte nicht für einen Neuanfang.
Der
Göppinger Richard Fleischer, der nach seiner Verhaftung im November 1941 nach
Riga und später nach Danzig verschleppt wurde, wog nach vier Jahren in Lagern
mit Zwangsarbeit, Bunkerhaft, Seuchen und Auszehrung nur noch 32 Kilo. Nach der
Befreiung brachten ihn die Sowjets mit etwa 120 anderen in ein Sanatorium.
„Täglich
fünfmal bekamen wir Essen, nur Weißbrot, Butter, Zucker, Kaffee, Kakao in
genügender Menge“, berichtet Fleischer in einem Brief aus der Sammlung. „Und
trotzdem starben die Kameraden weg, bis auf 30 Mann, welche gesund entlassen
wurden. Ich selbst lag vier Wochen fast ohne Besinnung, fast nichts essend und
immer schlafend im Bett, an das wir uns wieder gewöhnen mussten.“
Nicht
wirklich „willkommen“
Die
Briefe seien oft Beschreibungen „ohne Filter“, erklärt der Verlag. Die
Sprachvielfalt der Originale in Russisch, Deutsch, Französisch, Ungarisch,
Hebräisch, Jiddisch, Slowakisch, Niederländisch und Polnisch erinnert noch
einmal daran, wie viele Nationalitäten der Vernichtungswahn Adolf Hitlers und
seiner Getreuen traf – Juden aus ganz Europa. Auch in anderen Ländern wurden
sie bei ihrer Rückkehr keineswegs immer mit offenen Armen empfangen.
Der
Historiker Dan Michman erinnert an einen Brief seiner Mutter an seine
Großmutter in Palästina. Michmans Eltern, damals Melkman, waren von den Nazis
aus den Niederlanden verschleppt worden. Bei ihrer Rückkehr nach Amsterdam
stand auf den Armbinden der Beamten „Willkommen“, aber ihre Gesichter sagten
etwas anderes. „Sie guckten alle mürrisch und schickten einen von Pontius zu
Pilatus“, schreibt Frederika Melkman.
Und
dieser kalte Empfang war wohl nicht das Schlimmste für Frederika und ihren
Mann. Sie suchten ihren kleinen Sohn, den sie vor dem Holocaust bei einer Frau
auf dem Land versteckt hatten. Als Fremde standen sie vor dem Jungen und
sagten: „Wir sind deine Eltern, wir nehmen dich jetzt mit.“
Sein
Vater, selbst Historiker und später Generaldirektor von Yad Vashem, habe
Frederikas Briefe nach deren Tod 1991 entdeckt, erzählt Michman in einem Video
der Gedenkstätte. „Wir sahen sofort, dass dies nicht nur für die Familie von
Bedeutung war.“ Das Hauptgefühl in dem Buch sei nicht Rache, sondern die Suche
nach jüdischer Identität und die Frage: „Wie werden wir eine bessere Welt
schaffen?“
„Es
war das schönste Geschenk“
So
steckt in Briefen der Sammlung auch Trost. Syme Zosim Rysavy aus Brünn im
heutigen Tschechien hatte ihre Brüder kurz vor der deutschen Annexion des
„Protektorats Böhmen und Mähren“ 1939 zur Flucht gedrängt. Sie schafften es
nach London. Syme selbst blieb, um sich um ihre alten Eltern zu kümmern. Im
April 1942 wurde sie mit ihrem Mann Fritz nach Theresienstadt und später nach
Auschwitz deportiert. Fritz wurde dort ermordet. Syme überlebte schwerste
Zwangsarbeit, Hunger, Erniedrigung und Krankheit.
Als
sie im September 1945 zwei Briefe von ihrem Bruder Ned erhält, antwortet sie
voller Dankbarkeit: „Es war das schönste Geschenk und ich danke dir sehr, denn
Du hast mich sehr glücklich gemacht. Nadénko, auch ich würde alles dafür geben,
Dich sehen zu können, aber nur Dich ganz nah haben. Deine Hände fühlen und nichts
sprechen müssen. Denn alles, was ich in den letzten vier Jahren erlebt und
gelitten habe, kann man weder erzählen noch schreiben.“ (dpa/mig 16)
Grusas: „Gemeinsam vorangehen -
wenn auch unterschiedlich schnell"
„Synodalität
bedeutet, gemeinsam voranzugehen, aber jeder in seinem eigenen Tempo“: Das hat
der Präsident des Rates der katholischen Bischofskonferenzen Europas (CCEE),
Gintaras Grusas, gegenüber Vatican News am Rande der Tagung „Shaping Synodality
in Europe“ im österreichischen Puchberg betont. Unterschiede zwischen Ost und
West, Nord und Süd sind in seiner Sicht kein Manko, sondern gehören dazu.
Rund
180 Delegierte aus mehr als 30 Ländern beraten dort noch bis Donnerstag über
die Umsetzung der Weltsynode, Radio Vatikan ist vor Ort.
Kirche
ist synodal
Grusas,
CCEE-Präsident und Erzbischof von Vilnius, erinnert im Interview mit Radio
Vatikan daran, dass Kirche „ihrem Wesen nach synodal“ sei, was auch im Zweiten
Vatikanischen Konzil Ausdruck gefunden habe. Synodalität markiere das
Vorangehen, den Fortschritt in der Kirche, so Grusas weiter. Dass Kirchen in
Ost und West, Nord und Süd in Sachen Synodalität unterschiedlich vorangehen,
gehört für den Litauer mit dazu:
„Es
ist das Verständnis, dass wir als Kirche in Gemeinschaft tatsächlich Einheit in
der Vielfalt sind. Es gibt in Europa viele Kirchen, die alle sehr
unterschiedlich sind. Ost und West, aber auch Nord und Süd unterscheiden sich
stark voneinander; es gibt unterschiedliche Kulturen und Geschwindigkeiten.
Synodalität bedeutet, gemeinsam voranzugehen, aber jeder in seinem eigenen
Tempo.“
„Synodalität
bedeutet, gemeinsam voranzugehen, aber jeder in seinem eigenen Tempo.“
Jeder
hat eigene Kultur, Geschichte - und ein eigenes Tempo
Jede
Ortskirche habe mit unterschiedlichen Herausforderungen zu tun, denn jede
Region habe „ihre eigene Kultur und Geschichte“, so der CCEE-Präsident. Der
Aufbau einer synodalen Kirche beginne damit, diese Gegebenheiten zu akzeptieren
und „zu lernen, in sehr unterschiedlichen Tempi miteinander voranzugehen“,
formuliert er.
„Das
sehen wir in Europa. Wir sehen es noch deutlicher, wenn wir auf kontinentaler
Ebene denken und die sehr unterschiedlichen Kulturen erkennen, die sich dort
zeigen; aber wir sind eine Kirche, ein getauftes Volk, und so hat Gott uns sehr
unterschiedlich geschaffen: Das ist etwas, das wir akzeptieren, womit wir
arbeiten und das wir zulassen müssen, damit er den Leib Christi weiter aufbauen
kann.“
„Das
ist etwas, das wir akzeptieren, womit wir arbeiten und das wir zulassen müssen,
damit er den Leib Christi weiter aufbauen kann.“
Voneinander
lernen
Von
der noch bis Donnerstag gehenden Konferenz „Shaping Synodality in Europe“
erhofft sich der Erzbischof von Vilnius vor allem eines: das Lernen
voneinander.
„Ich
hoffe, dass wir auf dem synodalen Weg einen weiteren Schritt vorankommen. Es
hat viel Geduld gekostet, alle Vorbereitungen für die zweijährige Synode zu
bewältigen. Das Abschlussdokument liegt nun vor. Wir haben es, und nun geht es
darum, es umzusetzen – und zwar weltweit. Das ist ein Schritt. Es ist ein
Schritt für Europa, um der Europäischen Versammlung, die in der ersten Hälfte
des Jahres 2028 stattfinden wird, einen Schritt näher zu kommen. Dieser erste
Schritt erfolgt jedoch über die verschiedenen Diözesen und Bischofskonferenzen.
Dieser Austausch, dieses Miteinander hilft uns allen, voranzukommen. Wir lernen
voneinander, während wir uns austauschen und miteinander sprechen, und das
nehmen wir mit nach Hause, während wir den synodalen Weg fortsetzen.“
„Roadmap“
für die weitere Umsetzung der Weltsynode
Bei
der internationalen Tagung „Shaping Synodality in Europe. From Vision to
Roadmap“ sind Delegationen aus 28 europäischen Bischofskonferenzen sowie 23
Bischöfe und zwei Kardinäle vertreten. Ziel ist es, unterschiedliche
Erfahrungen und Perspektiven europäischer Ortskirchen zusammenzuführen und
daraus eine „Roadmap“ für die weitere Umsetzung der Weltsynode zu entwickeln.
Organisiert
wird die Tagung von der Abteilung für Synodalität der Katholischen
Privat-Universität Linz (KU) gemeinsam mit der europäischen Taskforce für
Synodalität und unter der Schirmherrschaft des Rates der Europäischen
Bischofskonferenzen (CCEE). Vn 15
Synodalität in Europa: Hören auf
Wunden und Hoffnung
Bei
der Tagung „Shaping Synodality in Europe“ in Wels haben sich die 180
Teilnehmenden am Dienstag über Säkularisierung, Krieg, Migration,
Polarisierung, Ökumene und digitale Pastoral ausgetauscht. In Vorträgen,
regionalen Statements und Arbeitsgruppen ging es um die Frage, wie die Kirche
das Evangelium unter den gesellschaftlichen Bedingungen Europas heute leben
kann. Gudrun Sailer - Wels
Der
zweite Arbeitstag begann mit einer Messe in litauischer und englischer Sprache.
CCEE-Präsident Erzbischof Gintaras Grušas betonte in seiner Predigt, die
Umsetzung der Weltsynode dürfe nicht auf Strukturen und Verfahren reduziert
werden. Entscheidend seien Umkehr und die Orientierung an Christus, sagte der
in den USA aufgewachsene Erzbischof von Vilnius. Zugleich müssten die
Ortskirchen den synodalen Weg entsprechend ihrer jeweiligen kulturellen und
pastoralen Situation gestalten.
Der
Prager Priester und Religionsphilosoph Tomáš Halík stellte Synodalität in einen
trinitätstheologischen Zusammenhang. Er ging von der Vorstellung der
„Perichorese“ aus, also des gegenseitigen Ineinanderwohnens der drei göttlichen
Personen Vater, Sohn und Heiliger Geist: Einheit entstehe demnach nicht durch
die Aufhebung von Unterschieden, sondern durch Beziehung und wechselseitige
Offenheit. Halík bezeichnete Synodalität in diesem Sinn als „Schule einer
perichoretischen Kultur“. Für Kirche und Gesellschaft bedeute das, Identität
als Beziehung zu leben statt in Abgrenzung, und Unterschiede nicht zu
beseitigen, sondern gegenseitige Veränderung zu ermöglichen.
Gerade
in einem von Fragmentierung und Polarisierung geprägten Europa könne eine
synodale Kirche damit ein Gegenmodell zur Logik geschlossener Identitäten
anbieten, so der tschechische Religionsphilosoph. Auch im Verhältnis der
Ortskirchen und Kontinente müsse Synodalität einen wechselseitigen Austausch
ermöglichen, bei dem keine Kirche nur Lehrende oder nur Lernende sei. Europas
möglicher Beitrag zur Weltkirche liege für Halík daher in der Erfahrung, dass
„wahre Einheit nicht Uniformität ist und wahre Pluralität nicht Zerfall
bedeuten muss“.
Wachsende
Zahl junger Taufbewerber
Gabriele
Eder-Cakl vom Österreichischen Pastoralinstitut stellte Beispiele kirchlicher
Praxis aus mehreren europäischen Ländern vor, die nicht oft im Fokus des
Interesses stehen. Themen waren unter anderem Ökumene, Migration,
Friedensarbeit, digitale Seelsorge und neue Formen der Pastoral, außerdem die
wachsende Zahl junger Taufbewerber. Dieses Phänomen vertiefte wenig später
Bischof Alexandre Joly von Troyes; allein in der Kirchenprovinz Paris habe sich
die Zahl erwachsener Täuflinge in fünf Jahren auf rund 3.200 pro Jahr
verdoppelt, in seinem eigenen Bistum von 25 auf 75 verdreifacht. Die meisten
Interessenten sind in ihren Zwanzigern. Joly hob hervor, wie wichtig die
Begleitung dieser jungen katholischen Gläubigen über die Taufe hinaus sei: „Ihr
Durchhalten ist eine ebenso reale Herausforderung wie ihre Aufnahme“, erklärte
der Bischof.
Anschließend
berichteten Vertreter aus verschiedenen Regionen über konkrete
Herausforderungen. Der belgische Diakon Geert De Cubber stellte erfolgreiche
digitale Pastoralprojekte aus Flandern vor, die auf reichweitenstarke
Influencer setzen. Kardinal Ladislav Nemet schilderte die Ökumene in Serbien
als vor allem beziehungsorientierte Praxis. Er klärte auch über die
unterschiedliche Bedeutung des gemeinsamen Gebets auf: „Für uns ist es ein
Mittel auf dem Weg, das die Einheit erbittet, die wir noch nicht haben. Für die
Orthodoxie ist das gemeinsame Gebet der Ausdruck einer Einheit im Glauben, die
bereits besteht“, sagte Nemet. Deshalb stehe gemeinsames Gebet in der
orthodoxen Tradition nicht am Anfang, sondern am Ende des ökumenischen Weges.
Kirche
ist nicht national, sondern universal
Der
irische Priester Declan Hurley sprach über Polarisierung, Nationalismus und
Migration und warnte vor Formen von Identität, die sich gegen andere
definieren. Die Sprache des Nationalismus bestimme, wer dazugehört und wer
nicht dazugehört, so Hurley. „Die Kirche aber ist zugleich partikular und
universal – und vielleicht kann gerade diese doppelte Identität helfen,
Zugehörigkeit zu leben, ohne nationalistisch zu werden, und sich zugleich als
Teil von etwas Größerem zu verstehen, das Einheit schafft.“
Die
ukrainische Gynäkologin und Hochschullehrerin Oksana Furman berichtete aus
persönlicher und beruflicher Perspektive über die Folgen des Krieges und
schilderte drastische Realitäten wie auch große Solidarität unter den Menschen.
Synodalität bezog sie nicht auf kirchliche Strukturen, sondern auf eine Haltung
des Hörens: Die Kirche müsse den Leidenden so zuhören, dass sie sich von deren
Erfahrungen verändern lasse, und dürfe den Wunden der Welt nicht ausweichen.
„Christus ist auferstanden, und deshalb liegt keine Wunde außerhalb der
Reichweite von Gottes Liebe“, sagte Furman.
„Christus
ist auferstanden, und deshalb liegt keine Wunde außerhalb der Reichweite von
Gottes Liebe“
Nachmittag:
Plenum und Gesprächsrunden
Am
Nachmittag wurden Ergebnisse aus den Tischgruppen ins Plenum eingebracht, bevor
die Teilnehmer erneut in geschützten Gesprächsrunden arbeiteten. In einer
anschließenden Fishbowl diskutierten die Schweizer Synodale Helena
Jeppesen-Spuhler, Erzbischof Gintaras Grušas, der ungarische Priester und
Theologe Csaba Török und Bischof Heiner Wilmer, Vorsitzender der Deutschen
Bischofskonferenz, über die weitere Umsetzung von Synodalität.
„Synodalität:
Die Grammatik der katholischen Kirche“
Török
hob die Qualität menschlicher Beziehungen als Kern synodaler Praxis hervor; die
Kirche könne der Gesellschaft damit gerade angesichts von Polarisierung, Hass
und Krieg einen eigenen Stil des Zusammenlebens anbieten. Jeppesen-Spuhler warb
dafür, den in Rom, Prag und nun in Linz eingeübten Weg von Austausch und
Begegnung in den Ortskirchen Europas konsequent fortzusetzen. Sie betonte
zudem, eine synodale Kirche könne nur eine Kirche der Gleichberechtigung sein;
die Rolle der Frauen sei weiterhin unbefriedigend, obwohl sie das kirchliche
Leben maßgeblich mitprägen. Wilmer bezeichnete Synodalität als „Grammatik der
katholischen Kirche“ und warb zugleich für eine stärkere ökumenische
Orientierung aus der gemeinsamen Taufe heraus. Grušas warnte davor, in Europa
synodale Reform auf Strukturen zu verengen und die Kirche dadurch einer NGO
anzugleichen. Unter den Fragen und Sorgen, die weitere Teilnehmende vorlegten,
war die nach Europas niedrigen Geburtenraten und nach der Zukunftsangst junger
Menschen angesichts des Klimawandels und aufgrund sozialer Ungleichheit.
Die
internationale Tagung „Shaping Synodality in Europe. From Vision to
Roadmap" in Wels endet am Donnerstag. Nach dem Austausch über Erfahrungen
und Praktiken europäischer Ortskirchen soll ein „Fahrplan“ der Synodalität für
die weitere Umsetzung der Weltsynode zu entwickeln. Organisiert wird die Tagung
von der Abteilung für Synodalität der Katholischen Privat-Universität Linz (KU)
gemeinsam mit der europäischen Taskforce für Synodalität und unter der
Schirmherrschaft des Rates der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE). (vn 15)
Wilmer über Synodalität: „Es ist
wichtig, nicht alleine vorzupreschen"
Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, der Münsteraner Bischof Heiner
Wilmer, will keine Alleingänge einzelner Ortskirchen bei Reformen. Im Rahmen
des synodalen Prozesses der Weltkirche müsse die Kultur des Hörens noch
weiterentwickelt werden, sagte Wilmer im Gespräch mit Radio Vatikan bei der
Tagung „Shaping Synodality in Europe“, an der der DBK-Vorsitzende durchgängig
teilnimmt.
Pater
Wilmer, wozu braucht Europa heute eine synodale Kirche?
Wilmer:
Europa braucht deshalb unbedingt eine synodale Kirche, weil Europa immer
komplexer wird, immer fragmentierter wird. Die Gefahr ist, dass Europa zerfällt,
dass Europa sich in Kleinstaaterei ergibt und es gibt Scharmützel. Wir brauchen
eine Einheit, wir brauchen eine starke Kirche. Europa braucht eine Orientierung
aus dem Evangelium - und das kann nur geschehen, wenn die Kirche gemeinsam
unterwegs ist, wenn die Kirche synodal ist.
„Vor
allem ist es wichtig, dass wir aufeinander achten und nicht alleine
vorpreschen“
Ortskirchen
in Europa haben verschiedene Sensibilitäten, auch verschiedene Prioritäten. Es
gibt überdies einen Unterschied zwischen den Kirchen im Osten und im Westen des
Kontinents. Und die Kirche in Deutschland gilt oft als etwas zu weit
vorpreschend bei den anderen. Was möchten Sie als Vorsitzender der Deutschen
Bischofskonferenz hier gerne im Zuhören lernen?
Wilmer:
Aus meiner Sicht ist es wichtig, dass wir eine Kultur des Hörens noch
weiterentwickeln, dass wir uns noch stärker als Lernende begreifen, dass wir
Zeit und Muster haben, um den anderen Menschen in die Augen zu schauen, um auch
den benachbarten Bistümern, Kirchen auch in Osteuropa in die Augen zu schauen,
um mit ihnen gemeinsam den Weg zu gehen. Vor allem ist es wichtig, dass wir
aufeinander achten und nicht alleine vorpreschen, dass wir gemeinsam unterwegs
sind und tatsächlich auf unsere Geschwister im Glauben aus den benachbarten
Kirchen hören und uns erkunden, wo drückt euch der Schuh, wie können wir euch
helfen; wie können wir gemeinsam unterwegs sein und was könnt ihr uns sagen,
wie wir das Evangelium vielleicht auch besser verkünden könnten.
„Zum
anderen ist die Kirche schon immer eine Kirche gewesen, die sich verändert hat“
Wie
reagieren Sie auf Vorwürfe, die mancherorts laut geworden sind: Die Katholiken
in Deutschland, auch die Bischöfe, hätten das Anliegen der Synodalität dazu
genutzt, bestimmte Reformvorhaben voranzubringen, die schon länger im Kochtopf
brodeln?
Wilmer:
Es geht ja um zwei unterschiedliche Dynamiken. Zum einen sind wir eine synodale
Kirche und wir müssen eine synodale Kirche sein, weil es der Auftrag Jesu ist.
Und wir müssen hier zusammenhalten. Zum anderen ist die Kirche schon immer eine
Kirche gewesen, die sich verändert hat. Die Kirche hat sich immer gewandelt
seit den Tagen Jesu. Wandlung ist auch Teil der Kirche. Wir brauchen keine Angst
zu haben vor Erneuerungen, wir brauchen keine Angst zu haben vor dem Geist in
der Zeit, der uns zeigt, wie wir heute gut das Evangelium verkünden, so dass
wir heute neu nah beim Menschen sind und da gilt es kreativ zu sein.
Was
erhoffen Sie sich speziell von dieser Tagung in Wels, Shaping Synodality in
Europe, die noch bis Donnerstag (17. September) dauert?
Wilmer:
Von dieser Tagung hier in Wels im schönen Österreich erhoffe ich mir definitiv,
dass wir als Europäerinnen und Europäer stärker zusammenrücken, dass wir uns
als eine gemeinsame Gruppe sehen, dass wir noch stärker auch das europäische
Christentum betonen und nicht so sehr uns in nationale oder kleinstaatliche
Gepflogenheiten bewegen, sondern wirklich aufeinander hören - und zwar die
Nordeuropäer auf die Südeuropäer, die Leute aus dem Westen auf den Osten! Dass
wir uns als große europäische Menschheitsfamilie begreifen. Die Fragen stellte
Gudrun Sailer. (vn 16)
Katholischer Medienpreis zum 24.
Mal verliehen
Journalismus
mit Haltung und Menschlichkeit gewürdigt
Mit
dem Katholischen Medienpreis leistet die Deutsche Bischofskonferenz einen
Beitrag zur Würdigung des Qualitätsjournalismus. Für den diesjährigen Preis hat
eine Fachjury insgesamt 195 Einreichungen gesichtet und die Preisträgerinnen
und Preisträger ausgewählt. Heute (15. September 2026) hat der Vorsitzende der
Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard
Marx (München und Freising), den 24. Katholischen Medienpreis im Münchner
Künstlerhaus verliehen.
In
unterschiedlichen Lebenswirklichkeiten – in der Arbeitswelt, in Beziehungen und
Familien sowie in Krieg und Gewalt – rückten die Preisträgerinnen und
Preisträger den Menschen, seine unveräußerliche Würde, aber auch seine
Verletzlichkeit und sein Leid ins Zentrum ihrer Berichterstattung. Darin zeige
sich, so Kardinal Marx, eine besondere Qualität journalistischer Arbeit: „Die
ausgezeichneten Beiträge nehmen Menschen und ihre Geschichten ernst. Sie ermöglichen
uns, gesellschaftliche Entwicklungen und Erfahrungen aus der Perspektive
derjenigen zu betrachten, die unmittelbar von ihnen betroffen sind.“
Journalismus schaffe damit Räume für Anteilnahme und Verständigung: „Wo
sorgfältig recherchiert, aufmerksam zugehört und differenziert erzählt wird,
kann Journalismus Nähe herstellen, ohne Distanz und kritischen Blick
aufzugeben. Das kann uns dazu bewegen, hinter Ereignisse und Entwicklungen zu
schauen, vor allem auf die Menschen, um die es geht. Solche Beiträge sind
wichtig für unsere persönliche und gesellschaftliche Entwicklung: sie fördern
unsere Fähigkeit zur kritischen Unterscheidung, zur Reflexion und
Nachdenklichkeit, sodass wir Fehlentwicklungen wahrnehmen und auch korrigieren
können. Qualitätvolle journalistische Arbeit unterstützt durch den Anspruch der
Wahrhaftigkeit den notwendigen Blick auf die Komplexität des Lebens, ohne den
einzelnen Menschen aus den Augen zu verlieren.“
Der
mit 5.000 Euro dotierte Hauptpreis ging an Alfred Breuer für sein
ARD-Radiofeature „Ausbeutung mit System – Indische Fahrradkuriere in
Deutschland“, der bei der Preisverleihung sagte: „Angesichts stetig
schrumpfender Finanzierungsmöglichkeiten wird ausdauernder investigativer
Journalismus immer schwieriger zu realisieren. Das gilt längst auch für
ARD-Mitarbeiter. Deshalb freue auch ich mich über jede Förderung meiner Arbeit
durch Journalistenpreise, Preisgelder sowie Förderungen, solange sie meine
Unabhängigkeit nicht beeinträchtigen. Dazu gehört der Katholische Medienpreis.“
In
ihrer Laudatio auf den Hauptpreisträger würdigte die Wirtschaftsjournalistin
Dr. Ursula Weidenfeld, dass Alfred Breuer in seinem Radio-Feature nicht nur in
herausragender Weise guten Journalismus zeige: „Ich habe in den vergangenen
Wochen viele Stücke und Studien gesehen, gehört und gelesen, die sich mit den
Arbeitsbedingungen von Essenslieferanten in deutschen Großstädten
auseinandergesetzt haben. Einige dieser Stücke sind aktivistisch, andere
dagegen sehr wissenschaftlich und nüchtern.“ Breuer habe einen dritten, sehr
eindringlichen Weg gewählt. Er kommentiere zurückhaltend, frage bei den
Arbeitgebern und den Gewerkschaften nach, in der Wissenschaft und Politik, ohne
dabei zu skandalisieren. „Sie hören den jungen Männern aus Indien zu, die als
Studenten nach Deutschland eingereist sind, und sich oft genug in einem
Teufelskreis von Schulden, Schwarzarbeit, zweifelhaften und teuren privaten
Studiengängen und prekären Wohnsituationen wiederfinden“, betonte Weidenfeld.
Das Stück mache zudem die ganze Ambivalenz eines Gemeinwesens sichtbar, das auf
Einwanderung angewiesen sei – sie aber bis heute nicht würdig organisiere.
In
der Kategorie Print, dotiert mit 2.500 Euro, wurde Maik Großekathöfer für
seinen im SPIEGEL erschienenen Artikel „Ich bin immer bei dir“ ausgezeichnet.
Er dankte der Jury für die Würdigung seiner Arbeit, die der Frage nachgeht, was
Bindungen in Zeiten von KI über uns aussagen – darüber, wie Menschen nach
Verbindung, Sinn und emotionaler Resonanz suchen.
Gabriele
Jenk wurde in der Kategorie Video, dotiert mit 2.500 Euro, für ihre
WDR-Dokumentation „Der sinnlose Tod meines Sohnes – Eine Mutter sucht
Antworten“ ausgezeichnet. Sie betonte, dass der Preis für sie neben der
Anerkennung und Wertschätzung auch die Ermunterung bedeute, weiterzumachen und
an Filmen zu arbeiten, die sich Zeit lassen dürfen, um Menschen Raum und Zeit
zu geben, ihre Geschichte zu erzählen.
Den
mit 2.500 Euro dotierten Sonderpreis der Jury erhielten Simone Gaul und Bastian
Berbner für ihren fünfteiligen ZEIT-Podcast „Irma. Das Kind aus Srebrenica“.
Die beiden dankten für den Preis und die besondere Aufmerksamkeit für ihr
Thema: „Während der Recherche haben wir gemerkt: Die Ereignisse, die 1995 in
Srebrenica passiert sind, ziehen viel größere Kreise, sind so viel grausamer
und unfassbarer, als uns bekannt war. Dass Irmas Geschichte durch diese
Auszeichnung eine besondere Würdigung erfährt, freut uns sehr und bedeutet uns
sehr viel. Wir glauben, man kann auch heute noch viel aus den Erlebnissen aller
Beteiligten lernen – wenn man bereit ist hinzusehen und hinzuhören.“
Hintergrund.
Der Katholische Medienpreis wird seit 2003 jährlich von der Deutschen
Bischofskonferenz in Kooperation mit der Gesellschaft Katholischer
Publizistinnen und Publizisten e. V. (GKP) und dem Katholischen Medienverband
e. V. (KM.) ausgeschrieben. Die Preisträger werden von einer achtköpfigen Jury
ausgewählt. Vorsitzender der Jury ist seit 2022 Weihbischof Matthäus Karrer
(Rottenburg-Stuttgart). Dbk 15
Wer
Leben schützen will, kann nicht Menschen gegeneinander ausspielen
Am
kommenden Samstag (19. September 2026) findet der Marsch für das Leben in
Berlin und Köln statt. Der Bundesverband Lebensrecht e. V. ruft dabei zum
Schutz menschlichen Lebens von der Empfängnis bis zum natürlichen Tod auf.
Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer,
schreibt in einem Grußwort an die Teilnehmerinnen und Teilnehmer, dass der
Marsch für das Leben an eine grundlegende Aufgabe der Gesellschaft erinnere:
„Menschliches Leben in allen seinen Phasen zu achten, zu schützen und zu
fördern.“ Unter Bezug auf Papst Leo XIV., der gesagt hat, dass sich die
moralische Größe eines Landes vor allem in der Fähigkeit zeige, das Leben aller
zu unterstützen, zu schützen und wertzuschätzen, betont Bischof Wilmer: „Gerade
dort, wo Leben verletzlich ist, wo Menschen keine Stimme haben oder ihr
Existenzrecht infrage gestellt wird, zeigt sich, wie ernst wir es mit der
Menschenwürde meinen. Der Marsch für das Leben lenkt die Aufmerksamkeit auf
Menschen, deren Leben nicht geachtet, anerkannt oder als weniger schützenswert
angesehen wird.“
Nach
seiner Auffassung sei Wachsamkeit geboten: „Wer menschliches Leben schützen
will, kann nicht gleichzeitig Menschen gegeneinander ausspielen, ausgrenzen
oder ihre Würde relativieren. Christlicher Lebensschutz gilt jedem Menschen und
kennt weder eine Rangordnung menschlichen Lebens noch die Unterscheidung
zwischen wertvollem und weniger wertvollem Leben.“ Das christliche Ja zum Leben
sei daher immer auch ein Ja zu einer solidarischen Gesellschaft: „Eine
Gesellschaft ist dann human, wenn sie dem ungeborenen Leben Raum gibt, Lasten
gemeinsam trägt und niemanden allein lässt“, schreibt Bischof Wilmer. Dbk 15
„Bei Lebensschutz das Ganze im
Blick behalten“
„Wer
menschliches Leben schützen will, kann nicht gleichzeitig Menschen
gegeneinander ausspielen, ausgrenzen oder ihre Würde relativieren.“ Das
schreibt Bischof Heiner Wilmer in einem Grußwort zum „Marsch für das Leben“.
Papst
Leo XIV. habe sehr deutlich festgestellt: „Jemand, der sagt: ‚Ich bin gegen
Abtreibung, aber ich bin für die Todesstrafe‘, ist nicht wirklich für das
Leben.“ Wer für das Leben eintrete, müsse deshalb das Ganze im Blick behalten,
so der Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz.
„Gerade
dort, wo Leben verletzlich ist, wo Menschen keine Stimme haben oder ihr
Existenzrecht infrage gestellt wird, zeigt sich, wie ernst wir es mit der
Menschenwürde meinen.“ Dazu gehöre der Schutz ungeborener Kinder ebenso wie die
Sorge um kranke und alte Menschen, die Begleitung Sterbender, die Ablehnung der
Todesstrafe, die Unterstützung von Menschen in Not sowie das Eintreten für
Frieden und Versöhnung.
Mehrere
Bischöfe wollen mitlaufen
Christlicher
Lebensschutz gelte jedem Menschen und kenne „weder eine Rangordnung
menschlichen Lebens noch die Unterscheidung zwischen wertvollem und weniger
wertvollem Leben“, so Wilmer. Das christliche Ja zum Leben sei daher immer auch
ein Ja zu einer solidarischen Gesellschaft: „Eine Gesellschaft ist dann human,
wenn sie dem ungeborenen Leben Raum gibt, Lasten gemeinsam trägt und niemanden
allein lässt“.
Der
„Marsch für das Leben“ findet am kommenden Samstag in Berlin und Köln statt.
Veranstalter ist der „Bundesverband Lebensrecht“. Nach seinen Angaben wollen
auch mehrere Bischöfe an einem der Märsche teilnehmen. (dbk /vn 14)
Synodalität: Kirchenvertreter
werben für Europas Vielfalt
Rund
180 Delegierte aus mehr als 30 Ländern beraten in Puchberg beim Wels über die
Umsetzung der Weltsynode. Die Kardinäle Hollerich und Nemet mahnten zu mehr
Zuhören und gegenseitigem Verständnis.
„In
unseren Gesellschaften wird viel gesprochen und wenig gehört“: Mit dieser
Diagnose hat Kardinal Jean-Claude Hollerich zum Auftakt der internationalen
Tagung zur Synodalität in Europa in Puchberg bei Wels den Anspruch der
katholischen Kirche beschrieben, über innerkirchliche Reformen hinaus auch
einen Beitrag zum gesellschaftlichen Zusammenleben zu leisten. Wer lerne,
Gegensätze auszuhalten, ohne auseinanderzufallen, und respektvoll mit
Verschiedenheit umzugehen, habe „einer solchen Gesellschaft etwas anzubieten“,
sagte der Luxemburger Erzbischof und Generalrelator der Weltsynode am Montag
bei einer Pressekonferenz in Linz.
Hollerich
warnte vor einer politischen Kultur, in der Menschen mit anderen Positionen
rasch zu Gegnern erklärt würden. Gerade angesichts von Migration, Krieg und
Zukunftsängsten brauche es Räume, in denen Menschen einander zuhören und zu
verstehen versuchen, „was mein Gegenüber bewegt, welche Freude, Sorgen, welche
Trauer und Ängste er oder sie hat“. Genau ein solcher geschützter Raum solle in
den kommenden Tagen in Wels entstehen. Die Kirche könne dabei nicht als
Belehrende auftreten, sondern müsse selbst lernen, Spannungen auszuhalten und
Verschiedenheit als Teil ihrer Gemeinschaft zu verstehen.
Erfahrungen
zusammenführen
Die
Pressekonferenz war der Auftakt der internationalen Tagung „Shaping Synodality
in Europe. From Vision to Roadmap“, die von Montag bis Donnerstag im diözesanen
Bildungshaus Schloss Puchberg bei Wels stattfindet. Rund 180 Teilnehmerinnen
und Teilnehmer aus mehr als 30 Ländern kommen dort zusammen, darunter
Delegationen aus 28 europäischen Bischofskonferenzen sowie 23 Bischöfe und zwei
Kardinäle. Ziel ist es, unterschiedliche Erfahrungen und Perspektiven
europäischer Ortskirchen zusammenzuführen und daraus eine „Roadmap“ für die
weitere Umsetzung der Weltsynode zu entwickeln. Organisiert wird die Tagung von
der Abteilung für Synodalität der Katholischen Privat-Universität Linz (KU)
gemeinsam mit der europäischen Taskforce für Synodalität und unter der
Schirmherrschaft des Rates der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE).
Vielfalt
als Normalform verstehen
„Vielfalt
ist die Normalform“, sagte Kardinal Ladislav Nemet, Erzbischof von Belgrad und
CCEE-Vizepräsident. Katholische Kirche werde in Europa unter sehr
unterschiedlichen Bedingungen gelebt: In manchen Ländern präge sie weiterhin
das öffentliche Leben, in anderen müsse sie um jede Genehmigung kämpfen. Diese
Unterschiede ließen sich nicht einfach beseitigen. „Wer aus einer großen Kirche
kommt, sollte sich hüten, das eigene Tempo für das europäische zu halten“,
warnte Nemet. Gerade die Kirchen Mittel-, Ost- und Südosteuropas hätten
aufgrund ihrer historischen Erfahrungen eigene Gründe, bei Fragen der
Mitbestimmung vorsichtiger zu sein.
Nemet
verwies zugleich auf die ökumenische Dimension. In Südosteuropa lebten
Katholiken, Orthodoxe und Protestanten vielfach in denselben Familien.
Orthodoxe Kirchen verfügten über lange Erfahrungen mit synodalen Verfahren.
Daraus könne die katholische Kirche lernen. „Kirchen können Versöhnung üben“,
sagte der Kardinal. Von der Tagung in Puchberg erwarte er, dass auch Stimmen zu
Wort kommen, „die sonst untergehen: die der kleinen Kirche, der Frau, der
jungen Leute, derer, die anderer Meinung sind“. Europa werde häufig als
Kontinent der Krisen beschrieben. Er halte aber dagegen: „Das kann ein
Kontinent der Hoffnung werden.“
Frauen-Frage
ernst nehmen
Auch
der Linzer Diözesanbischof Manfred Scheuer plädierte für eine Synodalität, die
nicht nur als Strukturreform verstanden wird. Synodalität sei zunächst eine
geistliche Haltung und ein „Stil, Kirche zu sein“. Wer ausschließlich in der
eigenen Blase bleibe und die jeweils anderen abwerte, werde diesem Anspruch
nicht gerecht. Es brauche „grundsätzliche Anerkennung und Wertschätzung“, sagte
Scheuer. Unterschiedliche Geschwindigkeiten und Positionen seien kein Mangel:
„Entschiedenheit ist kein Defizit, Unterschiede sind kein Mangel, sondern
Pluralität kann bereichern.“
Scheuer
verwies auf Erfahrungen in der Diözese Linz, insbesondere auf den seit 2021
laufenden „Zukunftsweg“. Leitungsverantwortung werde dort bewusst geteilt. Im
Strukturprozess stehe nicht ein einzelner Pfarrer an der Spitze, sondern
pastorale und wirtschaftliche Verantwortung würden gemeinsam wahrgenommen -
auch von Frauen. Zugleich gebe es Grenzen durch das Kirchenrecht. Gerade über
die Möglichkeiten und Grenzen solcher Veränderungen solle in Puchberg
gesprochen werden.
Eine
zentrale offene Frage bleibt für Scheuer die Beteiligung von Frauen. „Frauen
tragen einen Großteil der Arbeit“, sagte der Bischof. Dass ihre Verantwortung
und Beteiligung damit bereits ausreichend entfaltet sei, werde von vielen zu
Recht nicht so empfunden. Die Frage sei mit dem Ende der Weltsynode keineswegs
endgültig beantwortet. „Ich habe keine Lösung - aber kein Verständnis, wenn wir
so tun, als gäbe es die Frage nicht.“
Die
einbeziehen, die sonst übersehen werden
Die
Vizerektorin der KU Linz und Leiterin der dortigen Abteilung für Synodalität,
Prof. Klara Csiszar, beschrieb Synodalität als eine Perspektivveränderung. Es
gehe nicht darum, zusätzlich zu bisherigen Aufgaben ein weiteres Programm zu
absolvieren. Vielmehr müsse man sich immer wieder fragen: „Wer ist nicht mit
uns unterwegs?“ und „Wer ist in gewissen Gremien nicht vertreten?“ Auch
Universitäten und Pfarren könnten diese Haltung einüben, etwa indem bei
Entscheidungen bewusst jene einbezogen würden, die sonst selten eine Stimme
hätten.
Die
2024 gegründete Linzer Universitätsabteilung ist nach Angaben Csiszars die
erste Einrichtung dieser Art an einer europäischen Universität. Seit Februar
2025 arbeitet dort eine Forschungsgruppe mit rund 20 Theologinnen und Theologen
sowie Kirchenrechtlern aus Ost- und Westeuropa daran, Voraussetzungen für eine
dauerhafte synodale Kultur zu untersuchen. Dazu kam ein Universitätslehrgang, die
„School of Synodality“. Das Puchberger Symposium sei aus der Frage entstanden,
wie die Beschlüsse der Weltsynode von 2024 in unterschiedlichen europäischen
Kontexten umgesetzt werden könnten.
Wie
Synodalität konkret aussehen kann, schilderte Kardinal Hollerich am Beispiel
seiner Diözese Luxemburg. Neben Priesterrat und Pastoralrat gibt es dort einen
Jugendrat, den er bei wichtigen Fragen der Diözese einbezieht. Die Treffen
folgten dabei bewusst nicht den üblichen kirchlichen Formen: „Sitzen auf dem
Boden, essen Pizza, wir nehmen uns Zeit, beten miteinander.“ Dabei entstünden
„neue Ideen“, sagte der Kardinal. Junge Menschen müsse man gerade in ihrer Suche
nach eigenen Ausdrucksformen ernst nehmen. So beobachte er etwa Jugendliche,
die bewusst die Mundkommunion auf Knien wählten. Dies sei nicht unbedingt als
Konservatismus zu verstehen, vielmehr suchten sie nach Identität. „Man muss
Jugend ernst nehmen wollen“, sagte Hollerich. Dafür brauche es vor allem
Menschen, die bereit seien, sie auf diesem Weg zu begleiten.
Europa
nicht Maßstab
Auch
um die Frage, wie die Kirche auf den zunehmenden Populismus reagieren kann,
ging es bei der Pressekonferenz. Kardinal Nemet plädierte für eine doppelte
Strategie: Die Kirche müsse „klar sagen, was nicht mit den evangelischen Werten
mitgeht“, zugleich aber fragen, „wo wir das Vertrauen vom Volk Gottes verloren“
hätten. Dass Menschen kirchlichen Positionen zustimmen, bei Wahlen dann aber
anders entscheiden, müsse die Kirche ernst nehmen. „Der Kirche wird nie so
zugehört, wie sie sich das selbst erwartet“, sagte Nemet. Gerade deshalb müsse
sie - als weiterhin größte Organisation, die Menschen in Pfarren und Gremien
zusammenbringen könne - mehr mit Menschen ins Gespräch kommen und brach
liegende Möglichkeiten dazu stärker nützen.
Hollerich
warnte zugleich vor einem europäischen Überlegenheitsgefühl. Europa sei nicht
der Maßstab für die Weltkirche. Die katholischen Kirchen anderer Kontinente
hätten eigene Erfahrungen und könnten auch Europa wichtige Impulse geben. Nemet
bezeichnete insbesondere den lateinamerikanischen Bischofsrat CELAM als
mögliches Vorbild für Europa. „Die Kirche ist viel reicher, alle Kontinente
haben ihre eigenen Charakteristika, die sollen sich entwickeln.“
Einigkeit
bestand bei den Kardinälen darüber, dass Synodalität nicht zu einem
europäischen Einheitsmodell führen werde. Dezentrale Lösungen könnten vielmehr
notwendig sein, damit Ortskirchen auf ihre jeweiligen gesellschaftlichen und
kulturellen Bedingungen reagieren könnten. Nemet nannte als Beispiele größere
Spielräume für Bischofskonferenzen und stärkere Beteiligung des Volkes Gottes
bei der Auswahl von Bischöfen. Hollerich verwies auf die Bedeutung
kontinentaler Zusammenschlüsse und auf die Notwendigkeit, das Evangelium in
einer Sprache zu vermitteln, die auch junge Menschen verstehen.
Liturgie,
Gesellschaft und Kirchenstrukturen
In
Puchberg sollen an drei Arbeitstagen zunächst die geistliche und liturgische
Dimension, danach die gesellschaftlichen Realitäten Europas - darunter Krieg,
Migration und Polarisierung - sowie schließlich Strukturen, Ämter und
Entscheidungsprozesse im Mittelpunkt stehen. Die unterschiedlichen Stimmen
sollen am Ende in eine „Roadmap“ einfließen. Entscheidungen würden in Puchberg
ausdrücklich nicht getroffen, betonte Csiszar. Die Ergebnisse sollen vielmehr
anschließend ausgewertet und dem CCEE-Präsidium vorgelegt werden.
Hollerich
erinnerte an den weiteren Zeitplan des weltweiten synodalen Prozesses: Bis Ende
2026 sollen die Diözesen erste Schritte aus dem Schlussdokument umsetzen. 2027
folgen Auswertungen auf diözesaner und nationaler Ebene, im Frühjahr 2028 eine
kontinentale Phase. Für Oktober 2028 ist in Rom eine gesamtkirchliche
Versammlung geplant. Sie werde weder ein Konzil noch eine klassische
Bischofssynode sein, sondern „etwas Neues“, sagte Hollerich. Entscheidend sei
letztlich jedoch nicht Rom. „Der eigene Ort, an dem sich Synodalität bewähren
muss, sind Pfarren, Diözesen, Ausbildungsstätten, Universitäten und kirchliche
Gremien vor Ort.“
Für
Scheuer verbindet sich damit eine Hoffnung, die über Strukturfragen hinausgeht:
„Ich wünsche mir, dass die Kirche nach diesem Prozess etwas jünger ausschaut.
Und dass wir erfahren, wozu wir da sind.“ Es gehe darum, dass „mehr Freude,
Liebe in die Welt kommt“, so der Linzer Bischof, der bei der Tagung als
Gastgeber fungiert. (kap 14)
Speyer. Abschied von Bischof Dr.
Karl-Heinz Wiesemann
Bischof
Wilmer: „Dein Humor und Deine Theologie werden uns fehlen“
Mit
einem Gottesdienst ist heute (13. September 2026) Bischof Dr. Karl-Heinz
Wiesemann als Bischof von Speyer verabschiedet worden. Am 19. August 2026 hatte
Papst Leo XIV. das Rücktrittsgesuch von Bischof Wiesemann angenommen.
In
einem Grußwort würdigte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz,
Bischof Dr. Heiner Wilmer, das Wirken Wiesemanns, der immer versucht habe, Gott
in dieser Welt zur Sprache zu bringen: „Wie oft hast Du in unseren
Vollversammlungen gefragt, wann und wie wir die Frage nach Gott neu stellen,
wie wir verkündigen können, wie wir etwas von der Freude des Evangeliums an
andere weiterzugeben fähig sind. Heute verabschieden wir uns vor einem großartigen
Hirten seiner Herde, vor einem geschätzten Theologen, anerkannten Priester und
Bischof und – das darf ich für uns Bischöfe sagen – auch einem treuen und
engagierten Weggefährten“, so Bischof Wilmer.
Die
Deutsche Bischofskonferenz habe Bischof Wiesemann viel zu verdanken: „Dein
Humor und Deine Theologie werden uns fehlen … Dein einfühlsamer Brief an die
Gläubigen Deines Bistums und die Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter ist ein
starkes Zeugnis eines Menschen, der zutiefst ein Gott-Suchender bleibt und um
seine eigenen Grenzen weiß. Sicherlich spreche ich für viele hier, wenn ich
sage, dass dieser Brief eine Wegmarke Deines Lebens ist, die Du in aller
Offenheit und Verletzlichkeit mit uns geteilt hast. Dafür danken wir Dir.“
Bischof Wilmer erinnerte an die zahlreichen Aufgaben, die Bischof Wiesemann in
der Bischofskonferenz innehatte. Als Weihbischof und Bischof habe er so an 48
Vollversammlungen und rund 100 Sitzungen des Ständigen Rates teilgenommen. Bischof
Wilmer betonte Bischof Wiesemanns Wirken als stellvertretender Vorsitzender der
Liturgiekommission und ehemaliger Vorsitzender der Jugendkommission und der
Glaubenskommission der Deutschen Bischofskonferenz. Die Ökumene habe er in
seiner Zeit als Vorsitzender der Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen in
Deutschland (ACK) und bis zuletzt in der Ökumenekommission geprägt.
Bischof
Wilmer: „Dein theologischer Geist, Deine feinfühlige Argumentation und Dein
Ringen um Fragen dessen, was die Kirche morgen braucht, zeichnen Dich aus … Nun
also gibst Du die Verantwortung im Bistum Speyer in andere Hände. Im Namen der
Bischofskonferenz danke ich Dir von Herzen für allen Einsatz, für Dein Leben in
und mit der Kirche. Mögest Du nun die Zeit und Muße haben, noch mehr Erfüllung
in der Musik zu finden, in den Tönen, die Dein Herz erfreuen und Du einen guten
Weg findest, das Evangelium in der Welt als Hirte auf andere Weise als bisher
zum Klingen zu bringen.“ Dbk 13
Limburg: „Keine Kirche im Rückzug“
„Wir
werden weniger, ärmer und wir werden keine Kirche im Rückzug sein“. Das sagte
der Bischof von Limburg, Georg Bätzing, am Freitag bei einem Pressegespräch.
Die
Kirche sei kein Selbstzweck, so der frühere Vorsitzende der deutschen
Bischofskonferenz, der im September den zehnten Jahrestag seiner Bischofsweihe
begeht. „Die Kirche ist ein Instrument und soll dienen, Menschen mit Menschen
zusammenzuführen und Menschen mit Gott zusammenzuführen.“ Deshalb dürfe die
entscheidende Frage nicht lauten: Was wird aus uns? Vielmehr müsse die Kirche
fragen, mit wem sie gemeinsam in der Gesellschaft gute Angebote machen und zum
Wohl der Menschen wirken könne.
Als
besonders wichtig bezeichnete Bätzing die Aufarbeitung sexualisierter Gewalt
und die Auseinandersetzung mit deren systemischen Ursachen in der Kirche. Seit
der Veröffentlichung der Missbrauchsstudie 2018 stehe fest, dass grundlegende
Veränderungen notwendig seien. Von einem Abschluss der Aufarbeitung wollte
Bätzing ausdrücklich nicht sprechen. „Von gut gelungen kann man, glaube ich, in
dem Feld niemals sprechen. Das ist eine so massive Krise und so massive
Verbrechen über die Jahrzehnte.“ Entscheidend sei, dass Prävention und Aufmerksamkeit
heute in Pfarreien und Einrichtungen fest verankert seien.
„Sparen
ist keine Vision“
Deutlich
sprach Bätzing auch über die Herausforderungen der kommenden Jahre. Das Bistum
habe in den vergangenen zehn Jahren weit mehr als 100.000 Mitglieder verloren.
Damit verbunden seien weniger hauptamtliche Mitarbeitende und sinkende
Kirchensteuereinnahmen. Bis 2035 muss das Bistum seinen jährlichen Haushalt um
rund 101 Millionen Euro reduzieren. Die notwendige Haushaltssicherung dürfe
jedoch nicht das Zukunftsbild bestimmen. „Sparen ist keine Vision“, sagte
Bätzing. Deshalb habe das Bistum zunächst ein Leitbild entwickelt und gefragt:
Wer wollen wir sein und in welchen Feldern wollen wir künftig wirken? Dazu
gehörten unter anderem Bildung, Kommunikation, Caritas und die institutionelle
Präsenz der Kirche in der Gesellschaft.
Klare
Haltung für Demokratie und Menschenwürde
Ausführlich
äußerte sich Bätzing auch zur gesellschaftlichen Polarisierung und zum
Erstarken der AfD. Er bekräftigte die Haltung der deutschen Bischofskonferenz,
dass völkischer Nationalismus mit dem christlichen Menschenbild unvereinbar
sei. „Diese Partei steht eigentlich für alles, was wir nicht unterstützen“,
sagte Bätzing. Die Kirche stehe für ein plurales Land, für ein starkes Europa,
für Menschenwürde, das individuelle Recht auf Asyl und den Schutz des Lebens.
Gleichzeitig müsse sie diejenigen stärken, die politische Herausforderungen
ehrlich benennen und Lösungen anbieten.
Beim
Dialog unterschied Bätzing zwischen Wählerinnen und Wählern und führenden
Vertretern der Partei. „Ich bin gerne bereit, mit jedem Wähler und Wählerin zu
reden. Durchaus mit der Absicht, sie zu überzeugen, nicht diese Partei zu
wählen. Ich bin nicht bereit, mit den Ideologen dieser Partei zu reden, denn
ich weiß nicht worüber.“ Sollten Kirchen in einzelnen Bundesländern durch
politische Entscheidungen unter Druck geraten, stellte Bätzing die Solidarität
der anderen Bistümer in Aussicht. „Wir lassen die Menschen dort nicht allein.“
Er könne sich auch Partnerschaften zwischen Bistümern oder Pfarreien in
unterschiedlichen Teilen Deutschlands vorstellen. (bistum limburg 12)
Papst: „Der Wirklichkeit der
Menschen ins Gesicht sehen“
Der
Dialog mit der Welt von heute „gehört zur ureigenen Sendung der Kirche“. Das
hat Leo XIV. an diesem Samstag bekräftigt.
Jesus
habe die Jünger nach seiner Auferstehung damit beauftragt, „sein Licht in die
konkreten Realitäten jeder Epoche zu tragen“, so der Papst bei einer Audienz
für einen Nord-Süd-Dialog für den amerikanischen Doppelkontinent. Die Kirche
sei, wie auch das Konzil hervorgehoben habe, dazu gerufen, „der Wirklichkeit
der Männer und Frauen, zu denen sie gesandt ist, ins Gesicht zu sehen“.
„Das
Gebot des Evangeliums, sich um die Armen zu kümmern, verlangt zudem, dass
dieser Blick insbesondere auf diejenigen gerichtet ist, die am stärksten unter
den Folgen des sozialen, wirtschaftlichen und technologischen Wandels leiden.“
„Die
Widersprüche der heutigen Welt enttarnen“
Zum
Auftrag der Kirche gehöre, „die Widersprüche zu enttarnen, die das persönliche
und soziale Leben der zeitgenössischen Welt kennzeichnen“. „Ein solches
Engagement hat seine Wurzeln im Geheimnis des christlichen Glaubens selbst.
Gott ist in unsere Geschichte eingetreten. In Jesus Christus hat er unsere
Menschlichkeit angenommen und der Kirche den Auftrag übertragen, das Evangelium
unter den konkreten Lebensumständen der Völker zu verkünden. Von der Heiligen
Schrift bis hin zu den großen Kirchenvätern wie dem heiligen Ambrosius und dem
heiligen Augustinus hat die christliche Tradition gelernt, innerhalb der
Geschichte zu unterscheiden, was dem Menschen wirklich dient und was sich letztendlich
gegen ihn wendet.“
Der
amerikanische Nord-Süd-Dialog ist vom lateinamerikanischen Bischofsrat Celam
und der US-Bischofskonferenz organisiert worden und brachte Vertreter von ganz
unterschiedlichen Bereichen zusammen. Leo würdigte dementsprechend die
Notwendigkeit der Zusammenarbeit der Kirche mit den verschiedensten
gesellschaftlichen Kräften. Schließlich stünden ja alle vor gemeinsamen
Herausforderungen, etwa der Künstlichen Intelligenz.
Zusammenarbeit
gegen die Fragmentierung
„Angesichts des technologischen Fortschritts
lautet die entscheidende Frage nicht einfach, ob wir bestimmte Instrumente
akzeptieren oder ablehnen, sondern welche Menschheit wir gestalten wollen und
welchen Platz jeder Einzelne darin einnehmen wird. Eine Verantwortung dieser
Tragweite übersteigt die Möglichkeiten jeder einzelnen Institution. Deshalb ist
es notwendig, die Logik der Subsidiarität mit neuem Elan aufzugreifen und dabei
die Eigenverantwortung jedes Akteurs sowie gleichzeitig die Notwendigkeit der
Zusammenarbeit anzuerkennen.“
Zusammenarbeit
verhelfe dazu, dass aus legitimen Unterschieden keine Fragmentierung entstehe,
so der Papst. In seiner ersten Enzyklika Magnifica humanitas habe er deswegen
formuliert, dass Pluralismus ein Prinzip der Einheit brauche.
„Die
synodale Erfahrung der Kirche kann hier eine Lehre bieten: Den Unterschieden
wirklich Gehör zu schenken bedeutet nicht, sie zu verwässern, sondern zu
lernen, sie zu unterscheiden und ausgehend von ihnen das zu suchen, was dem
Wohl aller dient. Diese Übung erweist sich als besonders notwendig in einer
Zeit, in der polarisierte Narrative sofortige Verbreitung finden und in der die
Konfrontation leicht zu einem Machtinstrument werden kann.“
„Die
Prinzipien der Soziallehre ersetzen nicht die Entscheidungen, die Sie treffen
müssen“
Der
Papst wies – nunmehr nicht mehr auf Spanisch, sondern auf Englisch – auch auf
die Aktualität der katholischen Soziallehre hin. „Ihre Grundsätze ersetzen
nicht die Entscheidungen, die Sie treffen müssen; vielmehr bieten sie Maßstäbe
an, anhand derer Sie beurteilen können, ob diese Entscheidungen tatsächlich die
Menschenwürde achten und dem Gemeinwohl dienen.“
Leo
XIV. rief auch zu einer „gesunden Kultur des Verhandelns“ auf. Bei einem
Konsens dürfe es nicht nur darum gehen, wieviele Leute ihn unterstützten,
sondern ob er wirklich wichtige Interessen beschütze und keine üblen
Auswirkungen auf das Leben der Menschen habe. „Möge der Fortschritt unserer
Zeit keine neuen Trümmer hinterlassen, und möge alles, was wir errichten,
wirklich ein Zuhause und ein Zufluchtsort für alle sein, angefangen bei
denjenigen, die es am dringendsten brauchen.“ (vn 12)
Frings für stärkeres Zusammenspiel
von Bischöfen und Laien
ZdK-Generalsekretär
Marc Frings tritt für ein stärker abgestimmtes Handeln von Bischöfen und Laien
ein. Zugleich sieht er nach dem Wahlerfolg der AfD in Sachsen-Anhalt die Kirche
gefordert, stärker auf deren Wählerinnen und Wähler zuzugehen.
Der
Generalsekretär des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Marc
Frings, hat für ein engeres Zusammenspiel von Bischöfen und Laien geworben.
„Wir müssen stärker koordiniert agieren“, sagte Frings im Interview mit
katholisch.de. Die Erfahrungen aus sechs Jahren Synodalem Weg hätten gezeigt, wie
wichtig es sei, die Kräfte innerhalb der katholischen Kirche in Deutschland zu
bündeln. Eine engere Zusammenarbeit könne nach Ansicht von Frings auch dazu
beitragen, die gesellschaftliche und politische Stimme der Kirche zu stärken.
Eine wichtige Rolle komme dabei der geplanten Synodalkonferenz zu. Das ZdK und
die Deutsche Bischofskonferenz hätten sich gemeinsam für das Gremium und dessen
Satzung ausgesprochen.
Synodalkonferenz:
Warten auf Rom
Mit
Blick auf die noch ausstehende Zustimmung aus Rom sieht Frings derzeit keinen
unmittelbaren Zeitdruck. Die Satzung sei in engem Austausch mit Rom und
Erzbischof Filippo Iannone erarbeitet worden. Spätestens bei der nächsten
Gemeinsamen Konferenz von Deutscher Bischofskonferenz und ZdK Anfang November
müsse darüber gesprochen werden, wie es 2027 weitergehen könne.
Kirche
müsse AfD-Wähler stärker erreichen
Nach
der Landtagswahl in Sachsen-Anhalt sieht Frings die Kirche zudem vor der Frage,
wie sie Menschen erreichen kann, die der AfD ihre Stimme geben. Sie müsse sich
„noch stärker mit den Wählerinnen und Wählern auseinandersetzen“, sagte der
ZdK-Generalsekretär. Nach seinen Angaben entschied sich knapp ein Drittel der
rund 600.000 wahlberechtigten Katholiken in dem Bundesland für die AfD. Der
Anteil liege damit zwar etwa zehn Prozentpunkte unter dem landesweiten
Ergebnis, sei aus seiner Sicht aber weiterhin zu hoch. Für die Kirche sei das
Wahlergebnis deshalb auch Anlass, ihre bisherige Ansprache dieser Menschen zu
überprüfen. Sie müsse sich fragen, wo ihre bisherigen Angebote und Botschaften
nicht mehr ankämen und wie sie den Kontakt zu den Menschen vor Ort
aufrechterhalten könne.
Gleichzeitig
zieht Frings eine klare inhaltliche Grenze. Völkischer Nationalismus und
Identitätspolitik seinen mit dem christlichen Menschenbild nicht vereinbar.
Kirche
als „Demokratieschule“
Gerade
auf lokaler Ebene sieht Frings zugleich eine besondere Stärke der Kirche.
Gemeinden könnten Orte sein, an denen Menschen Verantwortung übernehmen und
gesellschaftliche Beteiligung erfahren. Kirche sei eine „exzellente
Demokratieschule, wo Ehrenamt und Beteiligung erprobt und ausgeweitet werden
können“. (katholisch.de 11)
Benediktinerin Rath ruft Christen
zu Einsatz für Demokratie auf
Nach
der Landtagswahl in Sachsen-Anhalt ruft die Benediktinerin Philippa Rath
Christinnen und Christen dazu auf, sich entschieden für Menschenwürde,
Demokratie und ein friedliches Zusammenleben einzusetzen. Dabei sieht sie jeden
Einzelnen in der Verantwortung.
Rath
zeigt sich in einem Gastbeitrag für „Kirche+Leben“ erschüttert über die
politische Entwicklung und spricht von einem „politischen Erdbeben“. Die
Ordensfrau sieht grundlegende Werte des gesellschaftlichen Zusammenlebens
gefährdet. Demokratie, Verfassung und eine offene Gesellschaft dürften nicht
zur Disposition stehen. Besonders hebt Rath die Würde jedes einzelnen Menschen
hervor. Christinnen und Christen seien deshalb gefordert, ihren Blick verstärkt
auf ihre Mitmenschen und deren Würde zu richten.
Christliche
Verantwortung beginnt im Kleinen
Für
Rath geht es dabei nicht allein um politische Entwicklungen. Neubesinnung und
Umkehr müssten bereits im alltäglichen Umgang miteinander beginnen. Als
Beispiel schildert sie einen Vorfall in einem bayerischen Kloster. Dort habe
ein Priester die Oberin gebeten, Mitschwestern mit einem höheren Pflegegrad
künftig nicht mehr zur Eucharistiefeier mitzubringen, da diese den Ablauf der
Messe störten. Rath stellt dem die christliche Nächstenliebe gegenüber. Als
positives Beispiel verweist sie auf Papst Leo XIV., der Menschen ohne
Unterschied mit Liebe, Respekt und Zuneigung begegne. Die betreffende
Ordensgemeinschaft habe sich schließlich von dem Priester getrennt und sich für
ihre kranken Mitschwestern entschieden. Mit Blick auf das bevorstehende Fest
der heiligen Hildegard am 17. September erinnert Rath zudem an deren Aufruf zur
persönlichen Verantwortung. Für die Benediktinerin beginnt der Einsatz für eine
gerechte und friedliche Gesellschaft damit bei jedem Einzelnen.
(kirche+leben
11)
Assisi: Franziskanisches
Jubiläumsjahr erreicht Höhepunkt
Am
3. Oktober feiert die katholische Kirche den 800. Todestag von Franz von
Assisi. Im italienischen Umbrien, wo der Ordensgründer geboren wurde und starb,
erreichen die Jubiläumsfeiern rund um seinen Todestag ihren Höhepunkt.
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Ab
24. September ist eine neuntägige Gebetsreihe an verschiedenen Orten geplant,
die mit dem Leben des Heiligen verbunden sind. Am 3. Oktober führt in Assisi
eine nächtliche Pilgerwanderung von Santa Maria degli Angeli über San Damiano
und Santa Chiara zur Basilika San Francesco. Dort wird um Mitternacht eine
Messe gefeiert.
Am
4. Oktober wird bei den zentralen Feiern zum Franziskusfest auch Italiens
Staatspräsident Sergio Mattarella in Assisi erwartet. Nach dem Empfang des
traditionellen zivilen Festzugs mit den Fahnen italienischer Städte beginnt um
9.45 Uhr die Festmesse in der oberen Basilika mit der traditionellen Übergabe
des Öls für die Votivlampe. Die Messe leitet der Vorsitzende der
Bischofskonferenz, Kardinal Matteo Maria Zuppi. Anschließend sind Ansprachen
von Mattarella und dem Kustos des „Sacro Convento“ vorgesehen.
Kulturfestival
Bereits
im September ist Assisi Schauplatz des Kulturfestivals „Cortile di Francesco“.
Die vom „Sacro Convento“ veranstaltete zwölfte Ausgabe findet vom 10. bis 13.
sowie vom 17. bis 20. September statt. Das Programm umfasst Vorträge,
Podiumsgespräche, Workshops, Theater und Konzerte. Thematisch geht es unter
anderem um Frieden, Migration, Umwelt, Gesundheit und Technologie sowie um die
gesellschaftliche Bedeutung von Franz von Assisi.
Das
von Papst Leo XIV. ausgerufene franziskanische Jubiläumsjahr hat am 10. Januar
2026 begonnen und dauert bis 10. Januar 2027. Für die Dauer des Jubiläums wurde
ein vollkommener Ablass gewährt, der unter anderem von Pilgern erlangt werden
kann, die eine franziskanische Kirche oder einen mit Franz von Assisi
verbundenen Ort besuchen. Für Kranke und Menschen, die ihre Wohnung nicht
verlassen können, gelten eigene Bestimmungen. Leo XIV. besuchte Assisi am 6.
August. Bei einem Treffen mit mehreren tausend jungen Menschen sprach er über
Franziskus und die franziskanische Spiritualität und feierte anschließend in
der Basilika Santa Maria degli Angeli die Messe.
Patron
Italiens
Franz
von Assisi ist neben Katharina von Siena einer der beiden Patrone Italiens.
Sein Gedenktag am 4. Oktober erhält im Jubiläumsjahr auch staatlich besondere
Bedeutung: Zum 800. Todestag wird der Franziskustag wieder staatlicher Feiertag
und soll dies künftig jährlich bleiben. Landesweit stehen im Jubiläumsjahr
neben der Erinnerung an den Ordensgründer Themen wie Frieden, soziale
Gerechtigkeit, interreligiöser Dialog und Schöpfungsverantwortung im
Mittelpunkt. Auch die katholische Kirche in Italien beteiligt sich mit
Gottesdiensten, Gedenkveranstaltungen, Diskussionen und Jubiläumswallfahrten.
Für
die franziskanischen Orden bildet das Jubiläum den Abschluss eines seit 2023
laufenden Gedenkwegs. In den vergangenen Jahren wurde an die 800. Jahrestage
der Ordensregel, der Weihnachtsfeier von Greccio, der Stigmatisation des
Franziskus und des Sonnengesangs erinnert. Zum Abschluss steht nun der Tod des
Heiligen im Mittelpunkt. Unter dem Leitwort "Franziskus, Mensch des
Friedens, Bruder aller" finden Veranstaltungen der franziskanischen
Gemeinschaften in zahlreichen Ländern statt. Das Sacro Convento in Assisi
begleitet das Jubiläum zudem mit Publikationen und digitalen Angeboten.
(kap
11)
Weihbischof Pottackal: Papst Leo
ist interessiert an Deutschland
Papst
Leo XIV. hat diesen Donnerstag die rund 150 Teilnehmer des Vatikan-Kurses für
neue Bischöfe in Audienz empfangen. Mit dabei war auch der Mainzer Weihbischof
Pater Joshy George Pottackal O. Carm.. Er hatte das Glück, Leo XIV. erst kurz
zuvor in kleiner Runde, nämlich am 31. August, zusammen mit dem Mainzer Bischof
Peter Kohlgraf in Audienz im Apostolischen Palast in Castel Gandolfo zu
treffen. Unser Interview. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt
Weihbischof
Joshi Pottackal, wie muss man sich denn so einen Kurs vorstellen? Was bekommt
man da erklärt als neuer Bischof?
Pater
Joshy George Pottackal O. Carm., Mainzer Weihbischof: Es ist sehr
vielfältig. Insgesamt sind es 155 Bischöfe. Da ist viel Austausch möglich und
Kennenlernen, das ist das Schöne. Darüber hinaus kommen die Präfekten oder
Sekretäre von unterschiedlichen Dikasterien, um zu erzählen und auch zu
vermitteln, was für uns als Bischöfe wichtig ist. So kann man sich das
vorstellen. Aber es ist halt viel Sitzen, weil man jeden Tag drei, vier Vorträge
hat und auch Diskussionen in Kleingruppen. Dabei gibt es auch unterschiedliche
Sprachgruppen, in denen es Diskussionen und Fragen gibt. Es war auch schön,
dass es einen Ausflug nach Assisi gab und dann die Papstaudienz.
Menschenwürde
zentrales Thema
Abgesehen
von der Papstaudienz, was ist Ihr persönliches Highlight gewesen bei dem Kurs?
Weihbischof
Pottackal: Den ersten Vortrag fand ich sehr gut, in dem es darum ging, dass wir
zum Lob Gottes ernannt sind und auch als Hirten agieren sollen. Und insgesamt
wurde immer wieder die Menschenwürde angesprochen, also auch dementsprechend zu
handeln. Ich habe, bevor ich nach Rom geflogen bin, gesagt: „Ja, jetzt werde
ich sehen oder hören, was ich falsch mache.“ So ist das nicht. Einfach mal
zurechtzuweisen ist der Kurs nicht. Es geht darum: Was ist ein Bischof? Wie
agiert ein Bischof?
„Einfach
mal zurechtzuweisen ist der Kurs nicht. Es geht darum: Was ist ein Bischof? Wie
agiert ein Bischof?“
Lob
Gottes, Menschenwürde und KI-Enzyklika
Deswegen
wurde auch immer wieder auf die Enzyklika von Papst Leo XIV. „Magnifica
humanitas“ Bezug genommen, dass die Würde des Menschen das Wichtigste ist
und dementsprechend zu handeln. Es ist nicht, so, dass man sagt, man muss so
oder so Gottesdienst feiern. Darum geht es nicht, sondern darum, wie ein
Bischof als Hirte agiert. Und so gesehen ist es halt anders, als ich es vorher
gedacht habe, und das freut mich auch sehr.
„Der
Ausflug nach Assisi auf jeden Fall war auch sehr schön“
Der
Ausflug nach Assisi auf jeden Fall war auch sehr schön. Es sind auch einige
Bischöfe aus Kerala oder auch aus Indien da, die ich vorher nicht gekannt oder
gesehen habe. Die kennenzulernen und auch aus unterschiedlichen Orten und
Gegenden Indiens etwas zu erfahren, auch das war schön. Myanmar ist ein
Nachbarland von Indien, und auch ein Bischof aus Myanmar ist dabei. Die
politische Situation ist ja schwer. Ich habe mich gefreut, ihn hier zu sehen,
dass er überhaupt nach Rom reisen konnte.
Erster
nicht-europäischer Weihbischof Deutschlands: Wichtiges Zeichen
Sie
haben indische Wurzeln, Sie sind in Kerala geboren, und Sie sind in Deutschland
der erste nicht-europäische Weihbischof. Was bedeutet das für Sie? Was bedeutet
das für Deutschland?
Weihbischof
Pottackal: Zunächst muss ich sagen: Ich habe die Ernennung ja gar nicht
erwartet, weil das in der Regel nicht passiert. Ich hatte auch andere Pläne.
Das habe ich in mehreren Interviews gesagt. Aber es war großartig, erst einmal
zu hören: Papst Leo hat mich zum Weihbischof von Mainz ernannt. Und ich war
total durcheinander, diese Nachricht aufzunehmen. Ich wusste nicht, wie ich
reagieren soll. Ich habe dann noch zehn Tage Bedenkzeit erbeten. In der Regel
gibt es das nicht. Aber ich habe doch eine Woche bekommen, weil der Nuntius
auch gesehen hat: Der ist total durcheinander.
Ich
habe mich dann dafür entschieden. Erstens ist es eine Berufung, das sehe ich
ein. Und zweitens sind in Deutschland mittlerweile mehr als 25 Prozent der
Katholiken Menschen mit Migrationshintergrund. Auch bei den Priestern,
Ordensschwestern und allen, die arbeiten, ist ungefähr ein Viertel mit
Migrationshintergrund. Das ist in den letzten 25 Jahren immer mehr geworden.
Und daher ist man in Deutschland sehr froh, habe ich so wahrnehmen dürfen, dass
auch jetzt jemand von der Weltkirche mit einem anderen Hintergrund in so ein
Amt kommt. Gerade in der jetzigen Situation, wo die Ausländerfeindlichkeit und
so weiter ein bisschen überhandnimmt, ist das auch ein Zeichen, das die Kirche
gesetzt hat.
„Gerade
in der jetzigen Situation, wo die Ausländerfeindlichkeit usw. ein bisschen
überhandnimmt, ist das auch ein Zeichen, das die Kirche gesetzt hat“
Deswegen:
Trotz aller Unsicherheiten, die ich habe – ich hatte große Bedenken und bin
immer noch unsicher – bin ich gespannt auf die erste Versammlung in der
Deutschen Bischofskonferenz, die jetzt Ende September kommt. Trotz allem bin
ich auch dankbar und freue mich auf die Aufgaben und darauf, als Erster mit
ausländischen Wurzeln in Deutschland in dieser Position zu sein.
„Einer
von uns ist jetzt berufen worden. Und das ist wirklich eine Akzeptanz oder
Anerkennung unserer Arbeit“
Was
mich überrascht hat: Ich kann verstehen, dass die Inder oder die Leute aus
Kerala stolz sind. Aber es waren auch nicht nur die Inder, sondern auch die
Europäer aus Polen, aus Kroatien oder aus Portugal, die hier sind. Also von
ganz Europa oder auch aus Lateinamerika und Afrika. Jeder hat das so
wahrgenommen: Einer von uns ist jetzt berufen worden. Und das ist wirklich eine
Akzeptanz oder Anerkennung unserer Arbeit. Es ist auch schön zu sehen, dass das
möglich ist. Deshalb war es auch sehr, sehr schön und großartig.
Wie
zeigen sich Ihre indischen Wurzeln, Ihre indische Kultur auch im deutschen
Glauben, in der deutschen Kirche? Wie wirkt sich das auf Ihr Wirken als Bischof
aus? Und vielleicht auch umgekehrt?
Weihbischof
Pottackal: Das ist eine schwierige Frage. Ich bin ja schon seit 22 Jahren
in Deutschland und ich bin auch ein Karmeliterpater. Ich habe, seit ich 15 bin,
mit der Spiritualität des Karmels zu tun gehabt. Wie sich das jetzt auswirkt,
kann ich nicht genau sagen. Ich habe meine ganze pastorale Ausbildung und
Arbeit in Deutschland gemacht. Das heißt, da bin ich beheimatet. Ich denke
aber, allein schon zu sehen, dass jemand anders ist, bringt etwas. Ja, so ein
bisschen Farbe, wie ich jetzt sage. Klar, die Inder sind vielleicht ein
bisschen flexibler als die Deutschen. Ist das denn charakteristisch? Weiß man
nicht genau. Aber ich glaube, allein diese Präsenz, allein dass ich da
bin, zeigt den Deutschen auch ein Stück Weltkirche. Und das ist halt das
Schöne.
„Ich
glaube, allein diese Präsenz, allein dass ich da bin, zeigt den Deutschen auch
ein Stück Weltkirche. Und das ist halt das Schöne“
Aus
Ihren Erinnerungen oder aus Ihren Besuchen in Indien: Wie wird der Glaube dort
gelebt, im Vergleich zu Deutschland? Welche Unterschiede haben Sie
festgestellt?
Weihbischof
Pottackal: Ich sage mal so: Der Glaube in Indien wird etwas mehr
praktiziert als in Deutschland - also auf jeden Fall nach außen: Kirchenbesuche
sind ganz normal. Dass man Anbetungen hat und Lobpreis, das ist in den letzten
30, 40 Jahren sehr viel geworden. Dass man regelmäßig Rosenkranz betet, jeden
Abend zu Hause, bevor man ins Bett geht, auch gemeinsam gebetet wird und so
weiter und so fort. Also, der Glaube wird nach außen auch praktiziert. Und in
Deutschland, wie man so sieht, werden die Kirchenbesucher immer weniger. Aber
das heißt nicht, dass das Engagement weniger wird.
„In
Deutschland werden die Kirchenbesucher immer weniger. Aber das heißt nicht,
dass das Engagement weniger wird“
Glaube
in Deutschland und Indien wird anders praktiziert
Wenn
man an die Jugendlichen denkt – ich war Jugendseelsorger in der Stadt Mainz –
kann man nicht erwarten, dass die jeden Sonntag in die Kirche kommen. Aber wenn
man ein Projekt hat für einen guten Zweck, da kommen sie zusammen und wir tun
etwas. Oder dass man Kirchensteuer zahlt. Das ist halt auch großartig. Wenn ich
nach Indien gehe und wenn die hören: Die Deutschen zahlen Kirchensteuer, das
können sie gar nicht glauben.
„Wenn
ich nach Indien gehe und wenn die hören: Die Deutschen zahlen Kirchensteuer,
das können sie gar nicht glauben“
Auch
mein Bruder ist Karmeliterpater und arbeitet in Kerala in einer Pfarrei. Dort
war ich jetzt vor Kurzem. Ich besuche ihn immer wieder. Dort sind die Leute
auch überrascht. Das ist das Erste, was sie sagen: „Was, die Deutschen zahlen
Kirchensteuer?“ Das ist ja auch ein Zeichen: Ich tue etwas für die Kirche, auch
für die Allgemeinheit.
Also,
man lebt den Glauben anders in Deutschland als in Indien. In Indien ist es viel
mehr Gebet, wie ich gesagt habe, und Kirchenbesuch. Alles ist im Vordergrund.
Aber ich kenne kaum einen Deutschen, der in eine neue Stadt kommt, nicht in
eine Kathedrale oder eine Kirche geht und auch eine Kerze anzündet. Wenn man
gläubig ist, wird das anders praktiziert.
Einstündige
Papstaudienz in Castel Gandolfo
Vor
dem Beginn des Bischofskurses hier in Rom und im Vatikan gab es ja auch noch
einen ganz besonderen Termin, nämlich eine Privataudienz bei Papst Leo XIV. in
Castel Gandolfo, gemeinsam mit dem Mainzer Bischof Peter Kohlgraf. Was
können Sie uns berichten? Wie ist das gewesen?
Weihbischof
Pottackal: Es war sehr schön, dass der Papst für uns eine Stunde Zeit
gegeben hat. In der Regel, habe ich gehört – ich weiß es nicht genau –, ist es
eine halbe Stunde. Der Papst ist einer, der wirklich zuhört. Der war informiert
über uns, auch über Deutschland. Er hat auch immer wieder nachgefragt, das eine
oder andere Mal, er war sehr interessiert zu hören, wie es uns geht, was die
Themen sind, wie wir das sehen.
„Ich
habe ihn als jemanden wahrgenommen, der sehr konzentriert zuhört, aber auch als
jemanden, der interessiert ist an den Themen und einige, auch ermutigende,
Worte hat“
Ich
habe ihn als jemanden wahrgenommen, der sehr konzentriert zuhört, aber auch als
jemanden, der interessiert ist an den Themen und einige, auch ermutigende, Worte
hat. Ich bin sehr positiv rausgekommen aus diesem Gespräch, dieser Audienz. (vn
10)
Papst Leo: Menschenwürde erfordert
Verantwortung
Bei
der Generalaudienz auf dem Petersplatz hat Papst Leo XIV. die fundamentale
Bedeutung der Menschenwürde für die Gegenwart hervorgehoben. Bezugnehmend auf
die Konzilskonstitution „Gaudium et spes“ verwies das Kirchenoberhaupt darauf,
dass wesentliche Werte der modernen Gesellschaft einen göttlichen Ursprung
besitzen und vor Verfälschungen geschützt werden müssen. Mario Galgano -
Vatikanstadt
In
seinen Ausführungen unterstrich der Papst vor 22.000 Besuchern, dass die Würde
der Person nicht von individuellen Fähigkeiten, Reichtum, gesellschaftlicher
Position oder menschlichen Fehlentscheidungen abhänge. Unter Verweis auf seine
Enzyklika „Magnifica humanitas“ bezeichnete er die Menschenwürde als ein
Geschenk der Liebe Gottes, das dem Menschen vorausgehe und diesen übersteige.
Menschliches Dasein sei grundlegend auf Gemeinschaft, Teilhabe und Beziehung zu
Gott sowie zu den Mitmenschen ausgerichtet, was jede Form von isolierter
Selbstbezogenheit ausschließe:
„Die
unendliche Würde des Menschen gründet sich also in seiner Identität als
Geschöpf, das nach dem Bild Gottes geschaffen wurde, fähig, seinen Schöpfer zu
erkennen und zu lieben – ein Plan und ein Geschenk der Liebe, die über die
anderen geschaffenen Realitäten hinausgeht, die seiner Obhut anvertraut sind,
um sie in Verherrlichung Gottes zu beherrschen und zu nutzen.“
„Die
unendliche Würde des Menschen gründet sich in seiner Identität als Geschöpf.“
Spannungen
des Lebens
Zugleich
adressierte das Kirchenoberhaupt die Spannungen des menschlichen Lebens.
Historische und aktuelle Entscheidungen gegen die Würde des Menschen führten zu
inneren Konflikten und gesellschaftlichen Fehlentwicklungen. Eine Reduzierung
des menschlichen Leibes auf ein bloßes Objekt, über das willkürlich verfügt
werden könne, stelle eine eindeutige Verleugnung der Menschenwürde dar, da der
Mensch als Einheit von Leib und Seele zu verstehen sei:
„Menschsein
heißt immer Beziehung, Gemeinschaft und Teilhabe mit Gott und den anderen; es
ist also eine kindliche Beziehung zu Gott, dem Vater, und eine geschwisterliche
Beziehung zu Christus und zu allen Menschen. Das schließt selbstbezogene
Verschlossenheit aus. Ein Mensch zu sein bedeutet, sich selbst als ein Geschenk
zu begreifen, das es mit anderen zu teilen gilt, und das durch Aufnahme, in
Gegenseitigkeit und im Dienst wächst und reift.“
„Ein
Mensch zu sein bedeutet, sich selbst als ein Geschenk zu begreifen.“
Als
zentrale Säulen der menschlichen Würde benannte der Papst die Intelligenz auf
der Suche nach Wahrheit, das Orientierung gebende Gewissen sowie die Freiheit
zu verantwortungsvollen Entscheidungen. Diese Dimensionen stünden in engem
Zusammenhang mit der Verpflichtung zu Solidarität und gegenseitiger Fürsorge.
Im
Rahmen der Audienz richtete der Papst zudem besondere Grußworte an die
anwesenden deutschsprachigen Pilgergruppen, darunter eine Wallfahrtsgruppe der
Kirchenchöre aus dem Bistum Würzburg, und erinnerte an die Bedeutung des
gemeinsamen Glaubenszeugnisses. (vn 9)
Bischof Wilmer ruft zu neuer
Verantwortung für die Demokratie auf
Angesichts
der Wahlen in Sachsen-Anhalt hat der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, heute (9. September 2026) vor
einer Zunahme von völkischem Gedankengut in Deutschland gewarnt. Die Wahl habe
gezeigt, „wie eine radikale Partei durch den Wählerwillen mit klarer Mehrheit
demokratisch legitimiert wurde“. Angesichts des Wahlergebnisses sei er im
ersten Moment sprachlos, so Bischof Wilmer: „Aber ich bin entschlossen im
weiteren Handeln: Die AfD ist nachweislich nationalistisch und völkisch
eingestellt. Für dieses völkische Gedankengut ist weder in noch außerhalb von
Gotteshäusern, weder im Christentum noch im Judentum, noch im Islam Platz.“
Bischof Wilmer sprach vor rund 600 Gästen aus Politik, Kirche und Gesellschaft
beim St. Michael-Jahresempfang in Berlin zum Thema „Die Zukunft der Freiheit
beginnt mit der Wahrheit. Woran unsere Demokratie hängt“.
Bischof
Wilmer fügte hinzu: „Wir widersprechen, wenn Angst gegen Solidarität
ausgespielt wird. Wir widersprechen, wenn Menschen gegeneinander in Stellung
gebracht werden. Wir widersprechen, wenn demokratische Institutionen geschwächt
werden.“ Dabei gehe es nicht um Parteipolitik: „Unser Maßstab ist weder
Parteipolitik noch Ideologie, sondern das Evangelium und die damit verbundene
unveräußerliche Würde jedes Menschen. Und ja, da dürfen und müssen wir auch
manchmal anecken.“
Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz rief dazu auf, die Grundlagen von
Freiheit und Demokratie in einer zunehmend digitalisierten und von
Unsicherheiten geprägten Gesellschaft zu stärken. „Eine freie Gesellschaft lebt
davon, dass Menschen unterschiedliche Meinungen vertreten dürfen. Doch Freiheit
setzt etwas voraus: eine gemeinsame Wirklichkeit.“ Er fügte hinzu: „Wahrheit
ist die Infrastruktur der Freiheit. … Werden Tatsachen verfälscht, unterdrückt
oder durch Desinformation ersetzt, verliert die Meinungsfreiheit ihren demokratischen
Sinn. Denn wenn Wahrheit beliebig wird, wird Freiheit beliebig.“ Bischof Wilmer
widmete sich insbesondere der Frage, wie Digitalisierung und Künstliche
Intelligenz die menschliche Urteilskraft verändern. Immer mehr Entscheidungen
würden an technische Systeme delegiert. „Und irgendwann schleicht sich ein
Gedanke ein: Die Maschine wird schon wissen, was richtig für mich ist“, sagte
er. Damit stelle sich die Frage: „Was geschieht mit einer Demokratie, wenn ihre
Bürgerinnen und Bürger das Urteilen verlernen?“ Deshalb dürften die
gegenwärtigen Debatten nicht auf Rechenleistung oder Regulierung reduziert
werden: „Es braucht eine anthropologische Debatte.“ Maßstab müsse der Mensch
bleiben: „Fortschritt bemisst sich nicht daran, ob unsere Werkzeuge klüger
werden. Das werden sie sowieso. Das Zeitalter der Technikfeindlichkeit haben
wir überwunden. Aber: Fortschritt entscheidet sich daran, ob der Mensch
menschlicher wird.“
Orientierung
dafür biete die Katholische Soziallehre, deren Ausgangspunkt die Würde des
Menschen sei. Freiheit, verstanden allein als Möglichkeit, alles tun und lassen
zu können, genüge nicht: „Eine Gesellschaft braucht Orientierung. Sie braucht
Maßstäbe, nach denen Menschen urteilen und handeln können.“ Bischof Wilmer
entfaltete dazu drei Gedanken: Wahrheit sei die Voraussetzung von Freiheit,
Angst ihr Gegner, und die gegenwärtigen gesellschaftlichen Auseinandersetzungen
seien zunehmend von einem „postsäkularen Kulturkampf“ um die Deutung der
Wirklichkeit geprägt. Gerade in Zeiten wachsender Unsicherheit nehme die
Versuchung zu, komplexe Fragen auf einfache Antworten zu reduzieren. Angst
verstärke „den Wunsch nach Gewissheit, nach einfachen Antworten, nach Heimat“.
Zugleich wies Bischof Wilmer auf die neue Bedeutung religiöser und
weltanschaulicher Fragen hin: „Der Faktor Religion ist wieder da. Er war nie
weg, doch in unserer Welt wird er zunehmend wieder deutlicher erkennbar. Ohne
den Faktor Religion werden wir keine ausreichenden Antworten finden.“
Gleichzeitig warnte er vor einer politischen Instrumentalisierung des Glaubens:
„Wo der Glaube zur Ideologie wird und religiöse Sprache dazu dient, Angst zu
schüren oder Menschen gegeneinander aufzubringen, verliert er seine Wahrheit.“
Zum
Abschluss seiner Ansprache brachte Bischof Wilmer seine zentrale Botschaft auf
eine kurze Formel: „Nicht Technik und Wachstum machen frei. Nicht einmal
Mehrheiten machen frei.“ Im Johannesevangelium sage Jesus: „Die Wahrheit wird
euch befreien.“ Auch die Demokratie brauche mehr Wahrheit, „sodass das
Vertrauen wächst, erst dann wird auch unsere Freiheit wieder wachsen“. Dbk 9
Wachsende Bürokratie im Engagement
– Gemeinnützige Organisationen wünschen sich Entlastung
Neustrelitz
- Engagement lebt von Menschen, die Verantwortung übernehmen, Zeit investieren
und anpacken. Doch zunehmend sind Engagierte, die in gemeinnützigen
Organisationen Verantwortung übernehmen, mit bürokratischen Anforderungen
beschäftigt. 57,4 Prozent der haupt- und ehrenamtlichen Leitungspersonen in
gemeinnützigen Organisationen sagen, dass der bürokratische Aufwand in den
vergangenen fünf Jahren gestiegen ist. Das zeigt eine neue Umfrage der
Deutschen Stiftung für Engagement und Ehrenamt (DSEE) unter 500 Leitungs- und
Führungskräften aus gemeinnützigen Organisationen.
Besonders
belastend sind dabei Aufgaben rund um die Steuererklärung, Vorgaben bei der
Gemeinnützigkeitsprüfung und Auflagen für Veranstaltungen. Auf einer Skala von
1 (sehr niedrig) bis 10 (sehr hoch) bewerten die Befragten die
Bürokratiebelastung im Durchschnitt mit 5,64. Hauptamtliche empfinden sie mit
5,95 noch höher als Ehrenamtliche mit 5,51.
DSEE-Vorstand
Jan Holze sagt: „Menschen engagieren sich, weil sie etwas bewegen wollen –
nicht, weil sie Formulare ausfüllen möchten. Unsere Befragung zeigt: Viele
Befragte sehen den Nutzen bestehender Verfahren, kritisieren aber ihren hohen
Aufwand. Wenn Engagierte in gemeinnützigen Organisationen immer mehr Zeit für
Nachweise und bürokratische Verfahren aufbringen müssen, können sie ihrem
eigentlichen Engagement nicht nachgehen: Dann fehlt die Zeit für Kinder und
Jugendliche, für Sport, Kultur, Nachbarschaft und Zusammenhalt.“
Die
Umfrage beleuchtet einzelne Maßnahmen bürokratischer Aufwände genau und
analysiert dabei Zielkonflikte. Ein Beispiel: Notarielle Beglaubigungen
erfüllen aus Sicht von 71,2 Prozent der Befragten eine wichtige Funktion, da
sie die Verlässlichkeit und rechtliche Absicherung von Dokumenten und
Unterschriften erhöhen. Gleichzeitig bewerten 57,4 Prozent das Verfahren als
zeitaufwendig und 57,8 Prozent als kostenaufwendig.
Was
jetzt passieren muss: Effektiver Bürokratieabbau
Die
DSEE-Umfrage zeigt: Die Befragten kennen die Stellschrauben zu weniger
bürokratischen Abläufen selbst. Sie wünschen sich einheitliche Formulare und
Verfahren, sowie mehr Digitalisierung. Diese Prioritäten zeigen sich weitgehend
unabhängig von der Rechtsform der Organisation.
“Wir
brauchen einfachere Verfahren, die Rechtssicherheit gewährleisten, ohne
Engagement unnötig auszubremsen. Bürokratieabbau darf kein politisches
Versprechen bleiben – er muss im Vereinsheim und im Alltag der Engagierten
spürbar werden“, so DSEE-Vorstand Jan Holze.
Die
Studie „Engagement und Ehrenamt zwischen Bürokratiebelastung und
Handlungssicherheit“ wurde von der DSEE durchgeführt. Das
Marktforschungsinstitut Civey befragte vom 12. bis 23. März 2026 insgesamt 500
haupt- und ehrenamtlich tätige Leitungs- und Führungspersonen aus
gemeinnützigen Organisationen.
Zur
Studie:
Julia
Schlicht & Vivian Schachler (2026): Engagement und Ehrenamt zwischen Bürokratiebelastung
und Handlungssicherheit. Eine Umfrage unter gemeinnützigen Organisationen. DSEE
Arbeitspapier 4: Neues aus der Engagementforschung.
https://www.deutsche-s...icherheit/
dbk 8
„Für eine Gesellschaft, die
zusammenhält“
Die
christlichen Kirchen in Deutschland setzen gemeinsam ein Zeichen der Zuversicht
Zum
Ausgang der Landtagswahl in Sachsen-Anhalt äußern sich die Ratsvorsitzende der
Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Bischöfin Kirsten Fehrs, der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, sowie
der Vorsitzende der Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen in Deutschland
(ACK), Reverend Christopher Easthill, wie folgt:
„Wir
nehmen zur Kenntnis, dass die AfD in Sachsen-Anhalt mit deutlichem Abstand die
stärkste Partei wurde. Schlimme Befürchtungen sind wahrgeworden, aber das
Ergebnis ist zu akzeptieren. Die Sorge der Kirchen gilt dabei vor allem dem
Zusammenleben und Miteinander der Menschen in Sachsen-Anhalt, sowie
insbesondere der Achtung der von Gott gegebenen Menschenwürde, die
bedingungslos jedem zusteht. Sie gilt aber auch der freiheitlich-demokratischen
Grundordnung in Sachsen-Anhalt. Wir fordern die Wahlsieger auf, die
Landesverfassung sowie das Grundgesetz uneingeschränkt zu achten und die Würde
aller Menschen unabhängig von Herkunft, Religion, Lebensweise, Leistung oder
Position zu wahren.
Als
Kirchen sind wir der Botschaft des Evangeliums und dem christlichen
Menschenbild verpflichtet. Aus dieser Verpflichtung heraus werden wir das
politische Handeln der künftigen Landesregierung genau beobachten und kritisch
begleiten. Wir werden nicht wegsehen und wir werden nicht schweigen, wenn die
Würde des Menschen verletzt, unsere Demokratie aufs Spiel gesetzt oder der
Rechtsstaat ausgehöhlt wird. Denn immer geht es um Menschen, die unter Druck
geraten, bedroht oder ausgegrenzt werden. Wir werden auch weiterhin alles, was
unsere Demokratie trägt, unterstützen und zum Zusammenhalt der Gesellschaft
beitragen. Dafür bedarf es vor allem auch Orten des Zusammenseins, des Dialogs
und der Verständigung. Hier haben die demokratischen Parteien einen Auftrag.
Auch die Kirchen können wichtige Begegnungsorte sein.
Ein
Wahlergebnis zählt die Stimmen eines Wahlsonntags. Im Alltag zählt darüber
hinaus, was dieses Land Woche für Woche zusammenhält. Das Wahlergebnis zeigt,
wie groß die Unzufriedenheit und der Vertrauensverlust sind. Das ist ernst zu
nehmen. Unverändert bleibt aber, wie viele hunderttausende Menschen sich in
Sachsen-Anhalt und bundesweit Tag für Tag umeinander kümmern, Verantwortung
übernehmen und unser Gemeinwesen tragen. Ihre Zuversicht, ihre
Hilfsbereitschaft und ihren Einsatz wollen wir weiter sichtbar halten und
stärken. Zusammen werden wir weiter arbeiten für eine Gesellschaft, die
zusammenhält – in Verantwortung vor Gott und den Menschen.“ Dbk 7
Kardinal Marx zum Mediensonntag
2026. „Der Mensch muss im Mittelpunkt bleiben“
Am
13. September 2026 begeht die katholische Kirche in Deutschland den 60. Welttag
der sozialen Kommunikationsmittel, der auch als Mediensonntag bekannt ist.
Papst Leo XIV. stellt in seiner diesjährigen Botschaft das Thema „Menschliche
Stimmen und Gesichter bewahren“ ins Zentrum. Anlässlich des Mediensonntags
greift Kardinal Reinhard Marx (München und Freising), Vorsitzender der
Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz, die Botschaft auf
und erklärt:
„Künstliche
Intelligenz (KI) verändert unsere Gesellschaft in einem unvorstellbaren Tempo:
wie wir arbeiten, wie wir miteinander kommunizieren und ganz besonders, wie wir
uns informieren. Und sie beeinflusst zunehmend, welche Informationen uns
erreichen. Im medialen Raum prägen diese Informationen erheblich unsere
Wahrnehmung der Welt. Nicht nur deshalb wird der wachsende Einfluss von KI von
großer Sorge begleitet. Sie eröffnet aber auch große Chancen. KI kann Menschen
den Zugang zu Wissen erleichtern und aufwendige Tätigkeiten vereinfachen. Sie
kann auch Medienschaffende bei ihrer Arbeit unterstützen. Zugleich stellt KI
uns wegen ihres großen Potenzials vor grundlegende Fragen: Was können wir
Maschinen überlassen? Was müssen wir selbst verantworten? Aber vor allem: Wer
entscheidet darüber und wie sorgen wir dafür, dass der Mensch nicht aus dem
Blick gerät?
Papst
Leo XIV. hat diese Fragen in seiner Botschaft zum diesjährigen Welttag der
sozialen Kommunikationsmittel und in seiner wegweisenden Enzyklika Magnifica
humanitas mit großer Dringlichkeit aufgegriffen. Seine Haltung ist dabei weder
von Technikfeindlichkeit noch von Technikbegeisterung geprägt. Es geht um die
zentrale Frage nach Gestaltung. Nicht alles, was technisch möglich ist, ist
deshalb schon gesellschaftlich wünschenswert. Und nicht alles, was effizienter
ist, macht unser Leben besser. KI muss dem Menschen dienen – nicht der Mensch
der KI. Der Mensch muss Subjekt des technischen Fortschritts bleiben. Er trägt
Verantwortung. Er hat ein Gewissen und formt lebenslang seine Urteilskraft.
Menschen leben in Beziehungen, gestalten und sind kreativ. Und ein Mensch kann
Verantwortung für das übernehmen, was er sagt und tut. Eine von Menschen
gemachte Maschine kann das unterstützen – diese Hilfe sollten wir uns zunutze
machen. Sie kann uns die Verantwortung aber nicht abnehmen.
Das
gilt in besonderer Weise für Kommunikation und Medien. Journalismus ist mehr als
die Produktion von Text, Bild und Ton. Er bedeutet Auseinandersetzung mit der
Wirklichkeit und unserer Wahrnehmung von ihr. Er lebt von Recherche, Erfahrung
und Urteilskraft. Er lebt von Menschen, die hinterfragen, vor Ort gehen,
Quellen prüfen und Verantwortung für ihre Veröffentlichungen übernehmen. In
einer demokratischen Gesellschaft ist es unverzichtbar, dass dieser Prozess
frei und transparent abläuft. Es darf nicht gleichgültig sein, ob ein Text, ein
Bild oder ein Musikstück von einem Menschen geschaffen oder von einer Maschine
erzeugt wurde. Es braucht Transparenz darüber, wo KI-generierte Inhalte
eingesetzt und auf welcher Grundlage sie erzeugt werden.
Gleichzeitig
wirft der Einsatz von KI auch Fragen der Gerechtigkeit auf: Menschliche
Kreativität und menschliche Arbeit haben nicht nur einen intrinsischen, sondern
auch einen ökonomischen Wert. Wer mit ihnen Gewinn erzielt, muss diesen Wert
anerkennen und diejenigen daran teilhaben lassen, die mit ihrer Arbeit dazu
beigetragen haben. Journalistinnen und Journalisten, Autorinnen und Autoren,
Künstlerinnen und Künstler müssen wirksam davor geschützt werden, dass ihre
Werke ohne angemessene Beteiligung zur Ressource für die Geschäftsmodelle
großer Technologieunternehmen werden. Dafür braucht es faire Regeln und, wo
nötig, politische und gesetzliche Antworten. Die Gestaltung der digitalen Welt
darf nicht allein denjenigen überlassen werden, die über die größte
technologische und wirtschaftliche Macht verfügen.
Neue
Medien und Technologien erfordern entsprechende Bildung. Menschen müssen
verstehen können, wie Algorithmen funktionieren, warum ihnen bestimmte Inhalte
angezeigt werden und andere nicht, wie KI-generierte Informationen zustande
kommen und wie deren Verlässlichkeit überprüft werden kann. Nur dann werden sie
auch zu verantwortungsvollen Mediennutzern. Medienkompetenz wird damit zu einer
Schlüsselkompetenz unserer Demokratie. Wer nicht versteht, wie Informationen
ausgewählt, erzeugt und verbreitet werden, läuft Gefahr, anderen die eigene
Weltdeutung zu überlassen. Deshalb müssen Schulen und andere
Bildungseinrichtungen, Politik, Medien, Wissenschaft, Kirchen und Zivilgesellschaft
gemeinsam daran arbeiten, diese Kompetenz zu stärken. Das kommt sowohl Kindern
und Jugendlichen als auch Erwachsenen jeden Alters zugute.
Die
entscheidende Frage lautet nicht, ob wir KI einsetzen wollen. Sie lautet:
Welche Gesellschaft wollen und können wir auch mit dem Einsatz von KI
gestalten? Wenn der Mensch im Mittelpunkt bleibt, wenn wir Verantwortung nicht
an Maschinen delegieren und wenn technischer Fortschritt von sozialem und
moralischem Fortschritt begleitet wird, kann KI ein wertvolles Werkzeug sein.
Und auch künftig ein immer besseres Werkzeug des Menschen werden, das neuen
gesellschaftlichen Fortschritt mit schafft.“ Dbk 8
Deutsche Bischofskonferenz ruft zu
Spenden für Venezuela auf
Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, ruft
eindringlich zu Spenden für die Opfer der Erdbeben in Venezuela auf. „Am 24.
Juni 2026 haben zwei schwere Erbeben den Norden Venezuelas erschüttert. Nach
offiziellen Angaben sind dabei mehr als 4.700 Menschen gestorben; täglich
steigt die Zahl der Toten, Zigtausende werden immer noch vermisst. Und viele,
die überlebt haben, stehen buchstäblich vor den Trümmern ihrer Existenz. Sie
haben ihre Familienangehörigen, ihre Freunde, ihr gesamtes Hab und Gut
verloren. Begleiten wir sie in unserem fürbittenden Gebet!“
Hilfe
leisten in dieser Situation die vielen Ehrenamtlichen und Mitarbeitenden der
Bistümer vor Ort und der Caritas Venezuela. Sie versorgen die Betroffenen rund
um die Uhr mit Lebensmitteln, Medikamenten, Hygieneartikeln und Materialien für
Notunterkünfte. „Über sie“, so Bischof Wilmer, „kommt unsere Hilfe direkt bei
den Notleidenden an. Wir dürfen die Opfer der Erdbeben nicht allein lassen und
müssen jetzt helfen!“ Unmittelbar nach der Katastrophe haben mehrere deutsche
(Erz-)Bistümer und Hilfswerke größere Summen für die Akuthilfe bereitgestellt.
„Dafür bin ich sehr dankbar, auch für Sammlungen in Pfarrgemeinden und die
vielen Einzelspenden“, erklärt Bischof Wilmer. „Diese weltkirchliche
Solidarität wird in Venezuela mit großer Dankbarkeit wahrgenommen.“
Caritas
international, das Katastrophenhilfswerk der katholischen Kirche in
Deutschland, arbeitet eng mit der Caritas Venezuela zusammen. „Die kirchlichen
Partner vor Ort können schnell und effektiv Hilfsgüter verteilen; auch
unterstützen sie die zum Teil stark traumatisierten Menschen mit psychosozialen
Angeboten. Der Wiederaufbau wird noch Jahre brauchen“, ist Bischof Wilmer
überzeugt. „Bitte unterstützen sie die wichtige Nothilfe von Caritas
international mit Ihrer Spende!“
Spendenkonto:
Caritas
international
Stichwort:
CY02337 Erdbeben Venezuela
IBAN:
DE88 6602 0500 0202 0202 02
bei
der SozialBank, BIC: BFSWDE33XXX
oder
online unter www.caritas-international.de
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