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KI-generierte Inhalte können fehlerhaft sein.  Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

 

Notiziario religioso, luglio-settembre 2026

 

Inhaltsverzeichnis

1.        Concistoro, contro la cultura della guerra. 1

2.        Terremoto in Venezuela: Caritas Italiana, al via raccolta fondi per aiutare. 1

3.        Concistoro: profonda responsabilità della costruzione della pace. 1

4.        Salute globale: riunite a Castel Gandolfo le organizzazioni cattoliche. 1

5.        "Molti cercano di escludere ogni riferimento a Dio dalla sfera pubblica". 1

6.        CEI: il 25 giugno a Roma c’è stata la firma del Patto tra le religioni 1

7.        Udienza. Leone XIV: “unità antidoto a divisioni nel mondo”. 1

8.        Il no di Roma all’omelia ai laici 1

9.        Il neo-vescovo di Münster Wilmer pellegrino nella sua Diocesi 1

10.  Münster. Confessare Gesù e riconoscerci tra noi 1

11.  Papa Leone: "Anche oggi la Chiesa è interpellata dal fenomeno migratorio". 1

12.  Contemplare non è esperienza esclusiva dei santi, ma ci rende apostoli credibili 1

13.  Una visita che "rimarrà nella nostra memoria per molti anni”. 1

14.  “Chiamati alla costruzione della Nuova Gerusalemme, civiltà dell’amore”. 1

15.  Convegno Nazionale Laici il 19-20 settembre a Paderborn. 1

16.  Appello del Papa a riflettere sulle conseguenze della guerra e della precarietà. 1

17.  Ruini e la sfida dell'irrilevanza. 1

18.  La speranza cristiana: la lettura del Cardinale Ruini 1

19.  Camillo Ruini: addio al cardinale del progetto culturale. 1

20.  Morto don Dyckhoff, sacerdote tedesco della “preghiera della quiete”. 1

21.  La "cultura della cura" per costituire la civiltà dell'amore. 1

22.  Papa Leone XIV ai nonni e agli anziani: “Non abbiate paura della fragilità”. 1

23.  G7, l’appello delle Chiese cattoliche: “Costruire ponti per la pace, la giustizia e la dignità umana”. 1

24.  Papa Leone XIV: una Chiesa povera che cammina accanto ai poveri 1

25.  Dalle diocesi, la Chiesa in Italia celebra sant'Antonio di Padova. 1

26.  Il Papa incontra i migranti a Tenerife. Solidarietà, integrazione e un forte appello contro lo sfruttamento. 1

27.  Papa Leone XIV: ai piccoli Dio rivela sé stesso. 1

28.  Papa in Spagna. Mons. Mazuelos: “È qui per mettere al centro il tema della migrazione”. 1

29.  Dio non è con chi impugna la spada. 1

30.  Il Papa, la Croce di Cristo degli ultimi che diventano primi 1

31.  Il Papa al porto di Gran Canaria: “La dignità umana non ha passaporto”. 1

32.  “Agenda Digitale e Intelligenza Artificiale per ridisegnare il turismo”. 1

33.  “Radicati e costruiti in Cristo”, le Linee per il Cammino sinodale in Italia. 1

34.  Leone XIV, per arrivare al cuore della città ci vuole il ritmo della musica del Vangelo. 1

35.  Leone XIV ai vescovi spagnoli: "Alla Chiesa viene chiesta una testimonianza di unità nella pluralità". 1

36.  Papa in Spagna: “La pace è un’esigenza morale”. 1

37.  La solennità del Corpus Domini a Kempten. 1

38.  Papa Leone XIV: cultura e fede, costruzione dell'identità europea. 1

39.  Papa Leone a Madrid: "Il Corpus Domini è un tornare alle radici della fede". 1

40.  Leone XIV in Spagna, alle autorità gli esempi di San Giovanni della Croce e Santa Teresa. 1

41.  Il papa ha incontrato le Associazioni studentesche cattoliche tedesche. 1

42.  Visita di Papa Leone XIV in Spagna. La gioia della Spagna in “cifre”. 1

43.  La missione educativa della scuola cattolica. 1

44.  I pontefici e l'Eucaristia: in quel Pane spezzato, l'unità della Chiesa. 1

45.  Il benvenuto delle Donne in Vaticano al nuovo Prefetto per la Comunicazione Montse Alvarado. 1

46.  Papa Leone: "Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia". 1

47.  Germania, morto a 110 anni don Bruno Kant, sacerdote più vecchio al mondo. 1

48.  80 anni della Repubblica. Card. Zuppi: "Non può essere solo memoria". 1

49.  Cosa ci dice "Magnifica humanitas" su educazione e comunicazione. 1

50.  "Il metodo scout mette al centro la persona". 1

 

 

1.        Leichter Anstieg bei katholischen Priesterweihen. 1

2.        Papst ermutigt Kardinäle zu Mitarbeit bei Leitung der Kirche. 1

3.        Papst ruft Jesuiten-Hochschulen zu Antwort auf gesellschaftliche Krisen auf 1

4.        Papst ernennt Weihbischof für Hamburg. 1

5.        Vatikan und Italien: Religionen im Einsatz für Frieden und Dialog. 1

6.        Leo XIV.: Eucharistie als Gegenmittel gegen Spaltungen. 1

7.        Vatikan: Keine Laienpredigt in Eucharistiefeier. 1

8.        Bischof Wilmer zu den Empfehlungen der Alterssicherungskommission. 1

9.        Papst: Hunger wirkt destabilisierend, niemand darf vergessen werden. 1

10.  Papst zum Weltflüchtlingstag: Verfolgte aufnehmen. 1

11.  Bischof Wilmer als Bischof von Münster ins Amt eingeführt. 1

12.  Flüchtlingsbischof Heße fordert einheitliche Bestimmungen. 1

13.  Papst würdigt Mutter Cabrini, Schutzpatronin der Migranten. 1

14.  Papst an Kirche in Pavia: Experten im Zuhören und Begleiten sein. 1

15.  Neues EU-Asylsystem: Schwache Schutzstandards kritisiert 1

16.  Abschied von Kardinal Ruini: Ein Leben im Dienst der Kirche. 1

17.  32.000 Einsätze in der Notfallseelsorge pro Jahr. 1

18.  Neue Zahlen zur Ministrantenpastoral: Rund 300.000 junge Menschen engagieren sich bundesweit. 1

19.  „Würde des Menschen darf nicht von politischen Grenzen abhängen“. 1

20.  Leo XIV. begrüßt USA-Iran-Abkommen und beklagt Eskalation in der Ukraine. 1

21.  Was man von Frankreichs Erwachsenentaufen lernen kann. 1

22.  Vatikan warnt vor Entmenschlichung durch Künstliche Intelligenz. 1

23.  „Friedhöfe ohne Grabsteine“. 1

24.  Papst: „Gehen wir dorthin, wo die Armen sind?“. 1

25.  Kinderschutzkommission: Neue Statuten regeln Kompetenzen und Verfahren. 1

26.  Der Appell des Papstes und unsere Verantwortung. 1

27.  Botschaft zum Welttag des Tourismus: Algorithmus vs. Staunen. 1

28.  Gemeinsame Erklärung der Bischofskonferenzen aus den G7-Ländern. 1

29.  Papst beendet Spanienreise mit Appell für Migranten. 1

30.  Erwachsenentaufen verändern das kirchliche Leben in Frankreich. 1

31.  Jahrestagung Konferenz Weltkirche. 1

32.  Papst in Abtei Montserrat: „Legen wir die Rüstungen nieder". 1

33.  Papst in Barcelona: Propheten der Einheit sein, auch wenn es Opfer erfordert. 1

34.  Historisch: Der Papst im spanischen Parlament. 1

35.  Im Stadion von Madrid: „Tor!“ gegen Diskriminierung und Rassismus. 1

36.  Kirchen würdigen ökumenische Krankenhausseelsorge. 1

37.  Kulturtreffen in Madrid: Papst erinnert an Europas christliche Wurzeln. 1

38.  Papst in Spanien: Nein zu Polarisierung, Ja zum Frieden. 1

39.  Deutsche CV-Studenten: „Papst warnt uns vor Selbstabgrenzung“. 1

40.  Leo legt deutschen Studentenbewegungen christlichen Humanismus ans Herz. 1

41.  Nothelle-Wildfeuer: „Magnifica humanitas“ auf Weiterentwicklung ausgelegt 1

42.  Konsistorium: Austausch über Weltpolitik, Enzyklika und Synode. 1

43.  Generalaudienz: Papst ermuntert zu aktiver Beteiligung an der Liturgie. 1

44.  Ticketpreis für Kölner Dom steht fest. 1

45.  Leo XIV. ernennt Laiin zur Präfektin des Kommunikations-Dikasteriums. 1

46.  Papst würdigt Bildungsarbeit der katholischen Pfadfinder Europas. 1

47.  Bischof Wilmer bekräftigt umstrittenen Satz über Machtmissbrauch. 1

48.  Papst an Päpstliche Missionswerke: Vereint im Dienst an der Weltkirche. 1

 

 

 

Concistoro, contro la cultura della guerra

 

La Dottrina sociale della Chiesa come battaglia culturale per proclamare la verità salvifica del Vangelo - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. Una riflessione sul superamento della teoria della “guerra giusta” basata sul testo della Magnifica humanitas, ma anche un dito puntato contro politici e istituzioni.  Il cardinale Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede ha tenuto la introduzione alla seconda sessione dei lavori del Concistoro straordinario voluto da Leone XIV.

Fernandez basandosi sia sull’enciclica sia sul Catechismo della Chiesa cattolica parla della “proporzionalità” anche nella difesa. E fa alcuni esempi: “È evidente, ad esempio, l’enorme sproporzionalità degli interventi militari a Gaza e nel sud del Libano. Infatti, essendo territori piccoli con pochi abitanti, la percentuale di morti civili rispetto alla popolazione totale, l’enorme numero di bambini uccisi (in una proporzione molto più alta rispetto ad altri paesi in guerra) e il numero di case bombardate ci permettono di parlare di distruzione totale. Eppure, sia in Russia che nella cooperazione degli Stati Uniti nelle guerre in Medio Oriente, la giustificazione è sempre una qualche forma di “autodifesa”. Cosa è rimasto dei criteri che cercavano di limitare le guerre? E tutto ciò senza contare il dimenticato diritto internazionale umanitario”. E per questo “la stessa nozione di legittima autodifesa deve essere meglio specificata affinché possa essere compresa nel suo senso più stretto. Pertanto, la stessa nozione di guerra giusta deve essere rivista e migliorata. Altrimenti, i classici criteri della guerra giusta oggi diventano inutili e inefficaci”.

Ma il tema centrale è il  “problema “culturale” della potenza, che ci interroga oggi e che riguarda tutti i nostri paesi” ha detto Fernandez. C’è da fare una “battaglia culturale” con tre cose che “noi Vescovi non possiamo accettare”. Si parte dalla “squalifica, talvolta sfrenata, di chi pensa diversamente, insieme a menzogne costanti delle quali nessuna rende conto. Alla fine, una grande parte della popolazione sente che tutto è uguale e si rassegna, se almeno le viene promesso un reddito economico minimo”. E quindi  “violenza, cinismo e dispettosi attacchi verbali da parte dei leader politici, in alcuni paesi, hanno raggiunto livelli inimmaginabili poco tempo fa.” C’è poi “l’imposizione di un “realismo politico” sulla guerra, dove regna la volontà di potere” per cui “anche la popolazione critica finisce per abituarsi alla violenza politica e alla guerra “come necessaria, inevitabile o addirittura pulita”” e aggiunge: “A volte anche i Vescovi cadono in questa trappola per non essere trattati da ingenui” Infine il cardinale si scaglia contro “l’accettazione dell’incoerenza come strategia. Ad esempio, se un paese è nemico, viene condannato come antidemocratico e sanzionato in vari modi, ma, se è un paese alleato, si ignora che in esso non ci sono libertà di espressione, diritti umani o democrazia”.

Fernandez fa un discorso fortemente politico e dice che  “questo non riguarda solo i leader fortemente criticati nel mondo, ma anche l’Unione Europea. Quest’ultima, infatti, applica sanzioni economiche a un paese, invia aiuti di denaro e armi a un altro, ma non fa lo stesso di fronte ad altre invasioni ancora più gravi con conseguenze ancora più crudeli per intere popolazioni. Queste contraddizioni presenti in tutto il mondo suggeriscono che, nella pratica, le preoccupazioni si riducono alle convenienze politiche ed economiche delle diverse aree del pianeta. Non esiste più un reale e stabile contesto di verità e valori. E tutto ciò purtroppo torna utile agli interessi dei potenti che avanzano senza controlli”. Un attacco frontale a molte istituzioni e paesi.

Ma poi dice che c’è lo spazio nuovo per la Dottrina sociale della Chiesa: “Il nostro insegnamento sociale, in verità, ha un'integrità, un'armonia e una coerenza che non si trovano nella politica, nelle proposte ideologiche o in altri settori della società. Se il nostro messaggio difende la vita non ancora nata, allo stesso tempo si prende cura anche dei migranti e si oppone fortemente alla guerra. Se si schiera con i fragili e gli scartati o difende le popolazioni più deboli, è anche incrollabile nel suo rifiuto dell’aborto. Allo stesso tempo, la Chiesa è estranea agli interessi elettorali, non ricorre alla violenza verbale e non reclama privilegi. Proclama sempre l’amore salvifico di Cristo, ma non lo separa mai dalla costante difesa della dignità umana in ogni circostanza, in quanto una tale difesa fa parte del cuore del Vangelo”. Ma la questione finale è: “nelle nostre Chiese locali manteniamo la medesima coerenza e integrità che si vede nell’insegnamento e nella testimonianza dei Pontefici” e ancora “stiamo attenti a non cedere alla cultura del potere” e “ci sforziamo di alimentare la cultura alternativa della fraternità e del bene comune”? aci 26

 

 

 

 

Terremoto in Venezuela: Caritas Italiana, al via raccolta fondi per aiutare

 

Caritas Italiana segue “con grande preoccupazione” l’evolversi della situazione in Venezuela, dopo il violento terremoto che ha colpito il Paese nella notte tra il 24 e il 25 giugno. La zona maggiormente interessata è quella di La Guaira, dove si registrano gravi danni a edifici e infrastrutture. Le due scosse, di magnitudo 7,2 e 7,5, hanno provocato finora almeno 164 vittime e 971 feriti. Danni significativi sono stati segnalati anche nella capitale Caracas e in diversi Stati del centro e del nord-ovest del Paese. Il governo venezuelano ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. Caritas italiana è in costante contatto con Caritas Internationalis e con Caritas Venezuela per monitorare l’evoluzione dell’emergenza e coordinare il sostegno alle comunità colpite. Fin dalle prime ore successive al sisma, la rete Caritas venezuelana si è attivata per raccogliere informazioni, valutare i danni e organizzare una risposta umanitaria coordinata. Caritas Venezuela ha aperto un centro nazionale di raccolta presso la sede della Conferenza episcopale venezuelana e sta predisponendo ulteriori punti di raccolta nelle diocesi. Sono già in corso iniziative per la distribuzione di acqua potabile, alimenti non deperibili, medicinali essenziali e altri beni di prima necessità, mentre le Caritas diocesane continuano la valutazione dei bisogni delle popolazioni colpite. La rete ecclesiale ha inoltre ribadito l’importanza di una risposta coordinata e responsabile per garantire interventi efficaci nelle aree interessate.

Caritas italiana ricorda che l’emergenza colpisce un Paese che da oltre dieci anni attraversa una profonda crisi economica e sociale. Dal 2015 il Venezuela è segnato da un progressivo deterioramento delle condizioni di vita della popolazione, aggravato dall’iperinflazione, dalla carenza di alimenti e medicinali e dal collasso di numerosi servizi essenziali. In questo contesto, Caritas italiana sostiene da anni la risposta della rete Caritas alla crisi venezuelana con interventi di sicurezza alimentare, nutrizione, salute, acqua e igiene. Accompagna bambini, donne in gravidanza e famiglie in difficoltà, con screening nutrizionali, cure, kit alimentari e supporto psicosociale. Lungo le rotte migratorie, promuove protezione, diritti e percorsi sicuri per donne migranti esposte a violenza, tratta e sfruttamento. “In questo momento il nostro pensiero va anzitutto alle vittime, ai feriti, alle famiglie che hanno perso persone care e a quanti, in poche ore, hanno visto crollare case, luoghi di vita e punti di riferimento”, dichiara don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana. “Caritas italiana è vicina alla Chiesa venezuelana e alla rete Caritas, che fin dalle prime ore si è messa al servizio della popolazione”.

È possibile contribuire agli interventi di Caritas italiana per l’emergenza, utilizzando il conto corrente postale n. 347013, o donazione on-line, o bonifico bancario specificando nella causale “Emergenza in Venezuela” tramite: Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma – Iban: IT 24 C 05018 03200 00001 3331 111; Banca Intesa Sanpaolo, piazza Paolo Ferrari 10, Milano – Iban: IT 66 W 03069 09606 100000012474; Banco Posta, viale Europa 175, Roma – Iban: IT 91 P 07601 03200 000000347013; UniCredit, via Taranto 49, Roma – Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063 119. Sir 25

 

 

 

 

Concistoro: profonda responsabilità della costruzione della pace

 

Primo giorno di Concistoro Straordinario, seconda sessione - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. Primo giorno di Concistoro Straordinario, seconda sessione. Quella del pomeriggio che ha avuto inizio alle ore 16:00 nell’Aula Paolo VI. Papa Leone, presente per l’inizio della sessione, vi ha fatto ritorno per la plenaria.

La sintesi inviata successivamente dalla Sala Stampa della Santa Sede riporta che subito il Cardinale Siongco David, nell’aprire e moderare i lavori, ha ricordato la dolorosa situazione del Venezuela e le tante vittime del terremoto delle scorse ore.

“Dopo la preghiera comune, il Cardinale ha introdotto la Sessione, dal tema “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”, dedicata alla riflessione sul capitolo V dell’Enciclica Magnifica humanitas, per poi dare la parola al Cardinale Fernandez, per la sua relazione introduttiva. Al termine, dopo un tempo di silenzio e preghiera, riprendendo la parola, il Cardinale David ha aperto i lavori nei gruppi, secondo le modalità definite, che sono durati, con una pausa, fino alle ore 18:20”, continua la sintesi informativa.

11 gruppi hanno riferito in Aula, gli 8 del primo insieme e 3 del secondo.

“Tutti i gruppi inoltre hanno espresso la profonda e urgente responsabilità della costruzione della pace e della civiltà dell’amore. In molti hanno sottolineato come questa necessiti di una testimonianza credibile, anzitutto nella Chiesa, di una lingua diversa che guardi a tutti come persone, non “altri”, un linguaggio fatto di ascolto, di perdono, di riconciliazione, di giustizia riparativa, di gesti, capace di toccare il cuore degli uomini e delle donne, di chi è in conflitto e aprirlo alla comprensione delle ferite generate dal conflitto stesso, una lingua che faciliti la ricerca dell’unità nella Chiesa. In questo senso vari gruppi hanno sottolineato come tale testimonianza debba essere unita, di tutti i cristiani, per essere credibile. Nello stesso contesto si è parlato della necessità del dialogo con altre fedi e religioni, particolarmente con l’Islam, del coinvolgimento delle istituzioni internazionali, e, in un tempo in cui la globalizzazione dell’indifferenza rende insofferenti alla sofferenza altrui, della chiamata ad ogni uomo e ad ogni donna ad assumersi la responsabilità della costruzione della pace. In questa prospettiva, tutti i gruppi evidenziavano la centralità della fede in Cristo, del Vangelo che cambia il mondo quando non si accetta che sia solo teoria, e della vocazione originaria della Chiesa, perché esistono situazioni che per essere affrontate hanno bisogno dell’intervento di Dio. Alcuni gruppi in questa chiave segnalavano il lavoro della Chiesa in Terra Santa e in Est Europa”, si legge ancora nella sintesi del pomeriggio di oggi.

“Da molte delle relazioni emergeva una profonda gratitudine al Santo Padre per l’Enciclica e l’impegno unanime a sostenerlo e unirsi al suo appello per la pace e alla sua condanna della guerra. In questo quadro si inserisce anche la riflessione sul munus petrino, garanzia dell’indipendenza della Chiesa dall’autorità politica, e il bisogno di gesti che in questo tempo possano essere icone di pace”, queste ancora le notizie dell’incontro di oggi pomeriggio.

Al termine della Sessione, attorno alle ore 19:30, Papa Leone ha guidato la preghiera conclusiva. Domani un altro giorno di lavori, con il discorso conclusivo del Papa che si attende in serata. Aci 26

 

 

 

 

Salute globale: riunite a Castel Gandolfo le organizzazioni cattoliche

 

Dall'impatto dell'intelligenza artificiale in medicina alle conseguenze dei cambiamenti climatici e delle guerre sulla salute, fino alle sfide poste da Aids, Ebola, tubercolosi, nutrizione e salute mentale. La conferenza promossa in questi giorni da Caritas Internationalis rilancia il ruolo della rete cattolica nella cooperazione sanitaria internazionale. Presenti oltre 100 partecipanti da 28 Paesi. Leone XIV: "La salvezza inizia con l'azione concreta di guarire le ferite di chi soffre". Di Patrizia Caiffa

Dall’uso dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario (con i suoi pro e contro) all’impatto dei cambiamenti climatici e dei conflitti sulla salute. Ma anche la valorizzazione della rete delle organizzazioni cattoliche in collaborazione con Global Fund, Oms, UnAids, Gavi, World Vision e Consiglio ecumenico delle Chiese per affrontare le sfide sanitarie globali, fino a temi più specifici come l’Aids e la tubercolosi, la disabilità, la nutrizione, l’epidemia di Ebola, la salute inclusiva, la sicurezza alimentare e la nutrizione, il debito estero. È uno sguardo a 360° gradi, multisettoriale ed integrato, quello che vede riuniti in questi giorni a Castelgandolfo (Roma), fino al 25 giugno, un centinaio di rappresentanti di organizzazioni Caritas provenienti da oltre 28 Paesi del mondo per la conferenza “Un approccio olistico alla salute nella confederazione Caritas”, promossa da Caritas Internationalis con il patrocinio del Dicastero per la Promozione dello Sviluppo Umano Integrale. Al centro non solo le malattie fisiche, ma anche il benessere mentale, sociale e spirituale. La salute sta diventando infatti una delle questioni più importanti nelle politiche internazionali e il declino allarmante dell’accesso ai servizi sanitari alimenta sofferenza, esclusione e instabilità, ampliando disuguaglianze e povertà. Papa Leone XIV ha inviato il 24 giugno un messaggio ai convegnisti, firmato dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, nel quale auspica che “le deliberazioni contribuiscano a un nuovo slancio di cooperazione e solidarietà nei vostri sforzi per migliorare l’assistenza sanitaria ai malati sulla base dei valori evangelici”. Il Papa incoraggia a proseguire il “contributo alla missione della Chiesa, che annuncia il Regno di Dio attraverso la sua presenza tra gli ammalati, dimostrando che la salvezza non è un’idea astratta, ma inizia con l’azione concreta di guarire le ferite di chi soffre (cfr. Dilexi Te, 52)”.

“La cura della salute è al centro di tutto ciò che facciamo”, ha ribadito Alistair Dutton, segretario generale di Caritas internationalis, ricordando che in diverse regioni la Chiesa realizza una vasta rete di programmi sanitari innovativi e solidali, che forniscono un ricco patrimonio di conoscenze ed esperienza. Nel mondo la sanità cattolica è “però in difficoltà per il calo della presenza dei missionari e il taglio dei finanziamenti, oltre a pregiudizi e avversioni secolari da parte di alcuni approcci statali”, ha fatto notare Dutton.  Ciò che contraddistingue l’azione delle Caritas e delle organizzazioni ecclesiali è però la presenza continuativa nei territori, a livello parrocchiale, diocesano e nazionale: “Le persone che serviamo non vengono abbandonate quando i finanziamenti subiscono tagli. Si rimane lì a condividere le difficoltà”.  Anche la salute mentale è un tema emerso più volte durante la conferenza. Rappresentanti delle organizzazioni Caritas che operano in zone di conflitto — tra cui Ucraina, Libano, Giordania e Terra Santa — hanno condiviso esperienze di supporto alle comunità colpite da traumi, sfollamenti e violenze.

Intelligenza artificiale e salute. Negli Stati Uniti esiste un servizio di chat gratuito via sms “Sister Hope” che aiuta le persone a gestire lo stress e l’ansia utilizzando la tecnologia chatbot, disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ha raggiunto finora oltre 25.000 persone e supporta le organizzazioni cattoliche caritative nell’ambito della salute mentale. Sempre negli Usa è a disposizione delle realtà cattoliche una guida per l’utilizzo etico dell’Intelligenza artificiale, che mette in guardia dai rischi, soprattutto l’impatto sulla dignità umana, evidenziandone però le opportunità nei diversi campi. Ne hanno parlato Scott Hurd e Ben Wortham, di Catholic Charities Usa. L’Intelligenza artificiale può essere infatti fenomenale quando può aiutare i medici a tracciare, ad esempio, una sorta di “gemello digitale” del paziente per identificare le potenziali criticità cliniche e i rischi di patologie, come raccontato da don Andrea Ciucci, cancelliere della Pontificia Accademia della Vita. Citando le parole di un bravo medico, don Ciucci ha però ricordato, che “il migliore strumento è ancora la sedia, per sedersi allo stesso livello del paziente, parlare con lui e accompagnarlo nei momenti difficili, perché la medicina non è solo tecnica ma relazione umana”.

“La medicina e la ricerca farmaceutica sono tra i settori in cui l’intelligenza artificiale sta producendo risultati sorprendenti – ha precisato al Sir -. Si stanno aprendo possibilità che fino a poco tempo fa sembravano impensabili. La sfida sarà garantire che questi benefici siano accessibili a tutti e non soltanto a una minoranza privilegiata”. A suo parere “la vera domanda – non è cosa fanno le macchine, ma che cosa vogliamo essere noi. Quale idea di uomo e quale idea di futuro intendiamo costruire attraverso queste tecnologie? Ogni tecnologia porta con sé opportunità e rischi: è sempre stato così. Oggi abbiamo tra le mani strumenti potentissimi e dobbiamo chiederci in quale direzione vogliamo orientarli”.

L’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute è un aspetto poco considerato ma dai risvolti inquietanti. Siccità, inquinamento, ondate di calore (“il killer silenzioso”), alluvioni, provocano patologie e malanni di ogni tipo ma “spesso le comunità non sono consapevoli dei rischi associati al clima”, ha osservato Giulia Amerio, di Caritas Internationalis. In Bangladesh – uno dei Paesi più colpiti dai cambiamenti climatici perché la metà dei suoi 170 milioni di abitanti vive in zone costiere o fluviali ed è soggetto a cicloni, inondazioni, caldo estremo – la Caritas è molto attiva per contrastarne gli effetti sulla salute e aiutare gli sfollati climatici, che nel 2050 raggiungeranno, nel piccolo Paese asiatico, la cifra di 19 milioni. “Negli ultimi due anni abbiamo raggiunto oltre 600.000 persone tramite una rete di 93 servizi sanitari, inclusi 7 ospedali e 86 dispensari”, ha detto Daud Jibon Das, direttore esecutivo di Caritas Bangladesh. Padre Aris Miranda, del Camillian Disaster Service international ha raccontato invece il lavoro dei Camilliani nel mondo in ambito sanitario, che mette al centro la donna per costruire resilienza nelle comunità, mentre Leonardo Villani, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, ha lanciato l’allarme: “Non c’è stato un periodo peggiore per la biosfera” e aumentano “le minacce alla salute legate al cambiamento climatico”. “Stiamo andando verso un mondo distopico?”, si è chiesto: “Per evitare questo rischio è importante trasferire conoscenze e consapevolezza nelle comunità e adottare strategie mirate nei vari settori”. Sir 25

 

 

 

 

"Molti cercano di escludere ogni riferimento a Dio dalla sfera pubblica"

 

Discorso del Papa ai membri della "Association of Jesuit Colleges and Universities"

Città del Vaticano. "Il nostro tempo è stato definito un’epoca di cambiamenti epocali. Le società diventano sempre più secolarizzate e molti cercano di escludere ogni riferimento a Dio dalla sfera pubblica e dalla cultura popolare. I sistemi politici spesso non rispondono al grido dei poveri, dei migranti e di coloro che il mondo considera emarginati. Molti giovani si ritrovano senza speranza in un mondo che sembra privo della promessa di un futuro migliore, mentre l’ambiente naturale continua a essere degradato da quanti sfruttano le risorse del pianeta per interessi personali anziché per il bene comune. Il nostro mondo è inoltre sempre più consapevole dell’impatto crescente dell’intelligenza artificiale e degli effetti di vasta portata che essa può avere sull’umanità". Lo ha detto stamane Papa Leone XIV, ricevendo in Vaticano i membri della "Association of Jesuit Colleges and Universities".

"Mostrare la via verso Dio attraverso gli Esercizi Spirituali e il discernimento - ha osservato il Papa - si armonizza naturalmente con il vostro impegno accademico. Camminare con i poveri e gli esclusi del mondo, è particolarmente importante in un tempo in cui un numero record di nostri fratelli e sorelle vive in condizioni di povertà. Molti sono costretti a lasciare le proprie case per diverse ragioni, come la guerra, le persecuzioni religiose o politiche, la fame e gli effetti del cambiamento climatico. Le vostre istituzioni sono chiamate non solo a insegnare agli studenti le ingiustizie subite da coloro che vivono ai margini della società, ma anche a essere strumenti efficaci di cambiamento sistemico, proponendo nuovi modelli fondati sulla solidarietà e sul bene comune. È altrettanto importante offrire opportunità di istruzione superiore agli immigrati, ai rifugiati e a coloro che provengono da contesti socioeconomici svantaggiati. In questo modo essi potranno integrarsi più pienamente nelle società in cui vivono e arricchire le comunità studentesche con le loro esperienze e prospettive".

"Vi invito a continuare a coltivare - ha spronato ancora il Pontefice - questo senso di speranza nelle vostre comunità attraverso opportunità di dialogo, servizio e preghiera, ricordando sempre che la risurrezione di Cristo è la fonte ultima della speranza e che con Lui tutto è possibile".

Infine è urgente "collaborare nella cura del creato. Si tratta di un compito particolarmente importante alla luce delle conseguenze del cambiamento climatico che sperimentiamo quotidianamente e dello sfruttamento delle risorse da parte di pochi a danno del bene comune. Vi incoraggio pertanto a perseverare nell’opera di sensibilizzazione delle vostre comunità accademiche riguardo a questi pericoli. Il nostro tempo è sempre più influenzato dall’intelligenza artificiale: è importante iniziare fin d’ora ad affrontare le conseguenze, sia positive sia negative, di questi sviluppi. I collegi e le università hanno in questo ambito un ruolo speciale da svolgere, soprattutto offrendo nuovo impulso ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa in modo che risultino pertinenti ed efficaci nell’affrontare la rivoluzione digitale". Aci 25

 

 

 

 

CEI: il 25 giugno a Roma c’è stata la firma del Patto tra le religioni

 

"Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale”

Roma. Il 25 giugno, i responsabili delle religioni che sono in Italia, hanno sottoscritto un Patto delle religioni “per dare continuità e prospettiva al lavoro compiuto, rendendo al contempo ufficiale l’esperienza chiamata “La via italiana del dialogo. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale”.

La firma del Patto è stata annunciata giorni fa dalla Conferenza episcopale italiana. La firma è avvenuta oggi a Roma, presso l’Auditorium dell’Ara Pacis, e per la CEI “rappresenta una tappa fondamentale del percorso intrapreso nell’ambito del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. A partire dal 2023, infatti, i leader delle religioni diffuse nel Paese, si sono incontrati annualmente nella sede della Conferenza Episcopale Italiana, avviando una riflessione comune sulla necessità di essere, nello spazio pubblico, una risorsa capace di tessere dialogo, comunione e pace. Nel 2024, anche alcuni giovani, delegati dai responsabili delle religioni, si sono ritrovati periodicamente per discutere e lavorare insieme, partecipando dallo scorso anno alle riunioni ufficiali e diventando, sui territori, ambasciatori di processi di conoscenza reciproca e di sensibilizzazione. Il cammino di confronto tra i leader ha portato alla firma del Patto”.

Ecco chi ha firmato: l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai; Assemblea Spirituale Nazionale dei bahá’í d’Italia; Sikhi Sewa Society; Istituto Tevere; Confederazione Islamica Italiana; Comunità Religiosa Islamica Italiana; Assemblea dei Rabbini d’Italia; Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia; Centro Islamico culturale d’Italia; Unione delle Comunità Islamiche d’Italia; Unione Induista Italiana; Unione delle Comunità Ebraiche Italiane; Conferenza Episcopale Italiana; Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia; Unione Buddhista Italiana. 

“La via italiana del dialogo interreligioso risponde a una domanda di senso: quale rilievo, quale ricaduta ha il dialogo interreligioso per la società in cui viviamo? Ciò che proponiamo è la via maestra dell’incontro con l’altro, del dialogo tra diversi accogliendo quanto dalle rispettive tradizioni può aiutare alla crescita della nostra società”, sottolinea sempre sul sito della CEI Mons. Gaetano Castello, Vescovo ausiliare di Napoli e Presidente della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo.

“La firma del Patto è il frutto maturo di un percorso che ha consolidato in noi la certezza che la via dell’ascolto dell’altro e della conoscenza reciproca – spogliata da pregiudizi e luoghi comuni – sia la chiave per valorizzare quel patrimonio umano e spirituale che ogni tradizione porta in sé. Consegnare questo Patto nelle mani del Presidente Mattarella ha, per le nostre Comunità e per l’intera Nazione, un valore inestimabile nel complesso contesto geopolitico che stiamo attraversando. La “Via italiana del dialogo” vuole essere un contributo serio e sperimentato, offerto a una società troppo spesso esposta a polarizzazioni ed estremismi che spingono a vedere nell’altro – diverso per fede o cultura – un nemico. Al contrario, desideriamo riflettere con apertura sui valori comuni per edificare una comunità civile che riconosca, pur nelle sue diversità, il senso di un impegno corale per una società più giusta, accogliente e inclusiva”, afferma il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della C

“La firma di questo Patto segna un passo importante nel percorso di dialogo e collaborazione tra le comunità religiose presenti in Italia. Il suo valore risiede soprattutto nell’impegno condiviso a continuare a incontrarsi, confrontarsi e lavorare insieme, senza procedere ciascuno per proprio conto. Vogliamo rafforzare una collaborazione stabile che favorisca la conoscenza reciproca e promuova iniziative comuni capaci di far conoscere e comprendere ai cittadini le diverse tradizioni religiose. Insieme possiamo offrire un contributo concreto alla coesione sociale, al rispetto reciproco e alla costruzione di una società sempre più inclusiva e consapevole della ricchezza del pluralismo religioso”, dichiara Livia Ottolenghi, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Aci 25

 

 

 

 

 

Udienza. Leone XIV: “unità antidoto a divisioni nel mondo”

 

Il Papa ha dedicato ancora una volta l'udienza di oggi alla Sacrosantum Concilium, soffermandosi sullo stetto legame tra la liturgia eucaristica e la liturgia della Parola. Di M. Michela Nicolais

L’unità è “un potente antidoto ai fermenti di divisione che minano il nostro mondo, le nostre comunità, le nostre famiglie, il nostro cuore”. Ne è convinto Leone XIV , che ha dedicato ancora una volta la catechesi dell’udienza di oggi, in piazza San Pietro, alla Sacrosanctum Concilium, la costituzione conciliare che parla dell’Eucaristia con “accenti agostiniani”. “L’Eucaristia è il sacramento del Regno che viene”, ha spiegato il Papa: “È il Pane del cammino, che ci conduce verso la Patria celeste, fino al giorno beato in cui Dio sarà tutto in tutti. E’ la forma del sacrificio spirituale dei cristiani, in quanto via dell’unione con Dio e dell’unione reciproca. Così, incorporandoci a Cristo, l’Eucaristia ci insegna ad adottare lo stile di vita del Signore Gesù stesso, contrassegnato dal dono gratuito di sé.

Questo dono ci fa entrare, perciò, nella dinamica dell’unità, che offre un potente antidoto ai fermenti di divisione che minano il nostro mondo, le nostre comunità, le nostre famiglie, il nostro cuore”.

“Aprire più largamente i tesori della Bibbia, perché venga offerta ai fedeli con maggiore abbondanza la mensa della Parola di Dio”, l’invito di Leone, sulla scorta della lezione conciliare.  “La riforma liturgica ha tradotto questa richiesta in quel tesoro che è il Lezionario, cioè il libro che raccoglie tutte le Letture bibliche per le celebrazioni liturgiche”, ha ricordato il Papa: “Tale ampiezza è stata attinta alla fonte più pura della Tradizione vivente, che coniuga la fedeltà alla tradizione con l’apertura a un legittimo progresso”. “Quando partecipiamo all’Eucaristia siamo invitati ad ascoltare la Parola di Dio e a nutrirci alla mensa del Signore, dove lui stesso si offre al Padre”, ha sottolineato il Pontefice:“Queste due parti della Messa, la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica, sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto”.

“Per quanto riguarda la Parola, bisogna ricordare che non si tratta soltanto di acquisire un sapere intellettuale sulle Scritture, ma di ricevere la Parola viva ed efficace, rivolta da Dio a tutti e al tempo stesso a ciascuno”, ha precisato Leone, citando Benedetto XVI: “L’Eucaristia ci apre all’intelligenza della Sacra Scrittura, così come la Sacra Scrittura illumina e spiega a sua volta il Mistero eucaristico”.

“Preghiamo per i giovani, affinché scelgano con saggezza la scuola e l’università e discernano con prudenza la propria vocazione”. Lo ha chiesto il Papa, durante i saluti ai fedeli di lingua polacca. Durante i saluti ai fedeli di lingua italiana, che come di consueto concludono l’appuntamento del mercoledì in piazza San Pietro, Leone XIV si è rivolto in particolare ai “fedeli delle tante parrocchie qui presenti nonostante il caldo di questi giorni”, che hanno contribuito al bagno di folla che si è registrato anche oggi in piazza San Pietro, nonostante le temperature record sulla Capitale, come in molte altre città italiane ed europee. Sir 24

 

 

 

 

Il no di Roma all’omelia ai laici

 

Il Vaticano, il Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ieri (23.06) ha risposto negativamente alla richiesta del presidente della Conferenza episcopale, il vescovo Heiner Wilmer, di permettere a uomini e donne non ordinati ma con formazione teologica di predicare durante la Messa. Con questa richiesta, Wilmer dava seguito a una delle istanze del Cammino sinodale tedesco.

L’auspicio di consentire a laici e laiche di tenere l’omelia, attraverso un indulto, una concessione in casi eccezionali, vista la carenza di presbiteri, non è stato esaudito. Forte lo scontento del Comitato centrale dei cattolici tedeschi che, nelle le parole della presidente Imre Stetter-Karp, si aspettano dai vescovi che non ci sia una resa ma che vengano portati nuovi argomenti a favore dell’omelia di laiche e laici.

La risposta di Roma colpisce in particolare le donne, ha detto Ruth Fehlker, guida spirituale dell’associazione federale delle donne cattoliche: «La decisione mostra ancora una volta quanto sia grande il divario tra le realtà pastorali di molte Chiese locali e le direttive provenienti da Roma», afferma Fehlker. «La domanda non è più se le donne siano capaci di annunciare il Vangelo. La vera domanda è perché i responsabili a Roma continuino a ignorare i carismi e le vocazioni di donne e uomini.»

Un articolo apparso su katholisch.de (https://katholisch.de/artikel/69168-pastoraltheologe-vatikanabsage-hilft-nicht-gegen-klerikalismus) riporta la posizione di Christian Bauer, teologo pastoralista a Münster secondo il quale un argomento molto più forte a favore della predicazione dei laici durante la Messa è il riconoscimento della loro dimensione ufficiale: i referenti pastorali infatti sono incaricati ecclesiali inviati dal vescovo, e quindi predicano a nome della Chiesa, non a titolo personale. Poiché questa argomentazione non era presente nella richiesta tedesca, Roma non l’ha presa in considerazione, rendendo discutibile la pertinenza del divieto, conclude Bauer.

Katholisch.de nell’articolo sopralinkato riporta anche l’analisi del teologo liturgista italiano, Andrea Grillo, il quale concordando sulla risposta di Roma, ne critica tuttavia l’argomentazione, in quanto tenere l’omelia non è un atto clericale, ma un atto presidenziale. In questo modo apre uno spazio di riflessione più ampia sul magistero ordinato. Scrive Grillo nell’articolo che riportiamo sotto pubblicato oggi sul suo Blog Come se non: tra le cose nuove che il Concilio Vaticano II ha restituito alla tradizione liturgica, c’è la “omelia”. Non si tratta di un “commento alle Scritture”, ma di un atto “presidenziale”, che spetta ordinariamente a colui che presiede la celebrazione, o eventualmente al diacono. Non è atto clericale, ma atto presidenziale.

L’errore di impostazione dell’argomentazione del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti consiste, scrive Grillo, nel fatto „che ragionano non partendo da un atto liturgico comunitario, come sembrano dire, ma da uno “status personale”, riferibile a individui senza relazione“.

L’omelia come atto presidenziale sottolinea il legame fra chi presiede e la comunità:

Non si tratta di un “commento alle Scritture”, ma di un atto “presidenziale”, che spetta ordinariamente a colui che presiede la celebrazione, o eventualmente al diacono. Non è atto clericale, ma atto presidenziale.

Questo principio apre una prosepttiva del tutto nuova ed è questa la questione più seria di aunto sembra, ossia „Perché possano “tenere l’omelia” i soggetti potenziali debbono poter presiedere effettivamente le comunità“.

Questo punto decisivo non emerge né dalla lettera tedesca né dalla risposta romana, scrive Andrea Grillo. Conclude il teologo italiano che „estendere la possibilità di “fare l’omelia” passa attraverso l’ampliamento delle forme di presidenza. Se a presiedere potranno esserci non solo maschi celibi, ma anche maschi sposati, donne nubili e donne sposate, ecco che la base di chi può tenere l’omelia diventerà immediatamente più ampia“. Deleg.mci 24

 

 

 

 

Il neo-vescovo di Münster Wilmer pellegrino nella sua Diocesi

 

Il presidente dei vescovi tedeschi a piedi per conoscere meglio la sua circoscrizione ecclesiastica - Di Giacomo König

Francoforte. Un pellegrino speciale ha percorso a piedi nell’ultima settimana la diocesi di Münster. Si tratta di monsignor Heiner Wilmer, neo-vescovo del distretto ecclesiastico con il maggior numero di cattolici di tutto il Paese. Il 24 febbraio scorso il presule è stato eletto presidente delle Conferenza Episcopale Tedesca e un mese dopo, il 26 marzo, Papa Leone XIV lo ha nominato vescovo di Münster. L’obiettivo del suo pellegrinaggio all’interno di quel territorio che presto dovrà amministrare è conoscere meglio, una settimana prima del suo insediamento, le parrocchie, le città e le persone di cui presto sarà pastore. Il vescovo indossa un berretto blue con la scritta “Insieme si può fare”, che è il motto della sua iniziativa.

Monsignor Wilmer ha iniziato il suo pellegrinaggio martedì 16 giugno visitando la zona di Oldenburg. È partito da Emstek e, attraverso Höltinghausen, è giunto a Bethen. Come riferisce il portale Katholisch.de, che lo ha seguito in questa “passeggiata”, non cammina da solo, ma insieme ad un centinaio di persone che ha invitato a camminare con lui.

«Trovo davvero fantastico che inizi da noi il suo pellegrinaggio attraverso la diocesi. In questo modo abbiamo la possibilità di conoscerlo un po’ meglio e lui di conoscere noi. Sono curiosa di vedere che tipo di persona sia», ammette con entusiasmo Friederike Asbree che fa parte del team organizzativo composto da dieci persone che ha coordinato la giornata.

Il pellegrinaggio “conoscitivo” è iniziato dalla piazza davanti alla Chiesa di Santa Margherita, a Emstek, dove è stato provvidenzialmente allestito un padiglione, poi dimostratosi utilissimo per ripararsi dalla forte pioggia. «È un onore e un privilegio essere oggi con voi. E per me è un po’ come tornare a casa. Il mio primo vero lavoro è stato come insegnante di storia, politica e naturalmente anche religione presso la Liebfrauenschule di Vechta», ha spiegato monsignor Wilmer. Il pellegrinaggio è iniziato infatti nell’Oldenburger Münsterland, che comprende appunto Vechta, Cloppenburg, Emstek, Bethen. «Vorrei ascoltarvi, conoscervi e dialogare con voi», ha spiegato il vescovo ai pellegrini che lo circondavano al momento della partenza. Educatrici, agricoltori, soldati, insegnanti, ingegneri, poliziotte, impiegati di banca, lavoratrici e lavoratori di vari settori hanno aderito con entusiasmo all’invito del loro vescovo a percorrere insieme quasi dieci chilometri.

Per lui proprio questi incontri con le persone sono stati la cosa più importante. Il pellegrinaggio è stato tutto ispirato ed orientato da una domanda del vescovo: «Quali esperienze fate con la fede e con Dio?». L’idea del pellegrinaggio attraverso la sua diocesi, ha raccontato il presule, gli è venuta durante una notte insonne: «Mi sono svegliato, mi sono girato nel letto e ho pensato che il pellegrinaggio sarebbe stato un ottimo modo per conoscere il territorio e la sua gente».

Una volta giunti ad Höltinghausen e consumata la pausa pranzo con panini e torta, si sono formati dieci gruppi di discussione sulla fede che hanno cercato di discutere domande come: «La fede ha un ruolo nel lavoro di tutti i giorni?», «Che cosa è sacro per te sul posto di lavoro?», oppure «Che cosa mi dà forza per svolgere la mia professione?». Il vescovo Wilmer si è soffermato presso ogni gruppo per ascoltare risposte e osservazioni.

Raggiunta l’ultima tappa di questa prima giornata, poco prima di raggiungere il santuario mariano di Bethen presso Cloppenburg, monsignor Wilmer ha tracciato un primo bilancio. «È stata una giornata meravigliosa con la gente dell’Oldenburger Münsterland. Sono incredibilmente grato per i tanti volti, gli incontri, le conoscenze e le conversazioni. È straordinario vedere come qui le persone vivano la fede e si impegnino nel nome di Dio affinché il mondo diventi un luogo migliore, in cui tutti possano vivere bene», ha sottolineato il nuovo vescovo, lieto di osservare che la sua iniziativa ha dato frutti positivi.

Nella basilica di Bethen, alla presenza di circa 1.500 fedeli, il vescovo Wilmer ha presieduto la Messa, ricordando che proprio qui, nella regione dell’Oldenburg, i cristiani tedeschi si opposero al nazionalsocialismo con la “Crociata della Croce” del 1936: «Se si interpellano gli storici al riguardo, essi affermano: Cloppenburg era il centro politico della resistenza, Bethen il centro spirituale, per opporre resistenza con fedeltà, affinché la vita – ha concluso - potesse prosperare per tutti». Aci 23

 

 

 

 

Münster. Confessare Gesù e riconoscerci tra noi

 

Domenica 21 giugno, il vescovo dehoniano Heiner Wilmer, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha fatto il suo ingresso nella diocesi di Münster.

Negli ultimi giorni ho compiuto un pellegrinaggio attraverso la diocesi di Münster. Non solo da un luogo all’altro, ma da una persona all’altra, da un’esperienza all’altra. Abbiamo camminato sull’asfalto, sui ciottoli e sui sentieri di sabbia, attraversando splendidi boschi di faggi.

Il cammino di pellegrinaggio ci ha condotti lungo campi di grano, impianti industriali e aziende commerciali, attraverso villaggi e città. Abbiamo sentito il fresco austero di chiese antichissime, quel respiro di pietra e di tempo che ci avvolge quando entriamo e per un attimo tutto tace. Ci siamo seduti all’ombra delle querce, abbiamo condiviso il pane e ci siamo passati le bottiglie d’acqua, in modo semplice e sobrio, eppure era più di un semplice nutrimento.

Abbiamo sentito il vento, la pioggia sulla pelle, il sole sul viso. Ci siamo seduti sull’erba, abbiamo mangiato insieme, parlato insieme – e soprattutto: ci siamo ascoltati a vicenda.

Avevo solo una domanda: quali sono le vostre esperienze con la fede?

Non: cosa ne pensate? Ma: cosa avete vissuto? Cosa vi ha segnato? Dove la fede vi ha sostenuto – e dove è mancata? Dove si percepiva Dio – dove è rimasto lontano? Dove vivete il dubbio? Come sopportate l’oscurità, l’incomprensione, la lotta con Dio?

E ho sentito molte cose. Cose vulnerabili. Cose sincere. Cose incomplete. Ho sentito parlare di fiducia – e di delusione. Di speranza – e di fratture. E ho sentito persone che non si nascondono. Che lottano. Che chiedono. Che credono – a modo loro.

E alla fine di questi giorni è accaduto qualcosa che mi ha profondamente commosso: i nostri pellegrini si sono scambiati parole di incoraggiamento per il cammino. Nessun grande programma. Nessuna risposta pronta. Ma frasi semplici e forti che, messe insieme, dicono: Non abbiate paura! Siate saldi! Rimanete saldi nella fede!

Ed è proprio qui che le nostre esperienze si intrecciano con il Vangelo di questo giorno.

Gesù manda i suoi discepoli. Non li manda in un mondo sicuro. Non li manda in una situazione chiara e semplice. Dice loro: «Incontrerete resistenza. Sarete oppressi. Vivrete ciò che ha vissuto anche Geremia: rifiuto, persecuzione, scherno». Geremia, il profeta, viene imprigionato dal sacerdote Paschhur, torturato e legato al ceppo. Geremia viene umiliato pubblicamente. Conosce la paura, conosce la stanchezza. La cosa peggiore: Geremia si sente ingannato da Dio stesso, messo in ridicolo. Eppure più tardi dirà: «Cantate al Signore, lodate il Signore; perché egli salva la vita del povero dalla mano dei malfattori».

E Gesù dice: «Non temete. Non abbiate paura». E poi quella frase nel Vangelo che riassume tutto: « Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli». Cosa significa – confessare? Riconoscersi?

Nel testo originale greco c’è la parola «homologéo». Significa: dire la stessa cosa, essere d’accordo, unirsi al discorso. Confessare non significa quindi, in primo luogo, affermare qualcosa. Confessare significa: la mia vita è in sintonia con ciò che dico. Il mio cuore, la mia parola, le mie azioni vanno tutte nella stessa direzione. Confessare significa: essere in sintonia con Dio – e renderlo visibile. E proprio questo è tutt’altro che facile.

Il nostro tempo è diventato turbolento. Peter Sloterdijk parla del nostro tempo come di un campo di addestramento per il sovraccarico, come di tensione continua, come di un esperimento senza rete di sicurezza. Siamo divisi tra un profondo desiderio di senso, di durata, di eternità – e una realtà che spesso si perde nell’attimo. Sentiamo che chi vede più in profondità soffre di più. La sofferenza è il prezzo di una maggiore sensibilità.

E in questa situazione si ripropone la domanda: da che parte stiamo? A chi ci affidiamo?

La diocesi di Münster conosce le risposte. Non risposte astratte, ma vissute. La diocesi di Münster è ricca di voci profetiche. Ce ne sono così tante qui. Vorrei citarne solo tre.

Penso ad Annette von Droste-Hülshoff. Nel suo racconto «Die Judenbuche» arriva proprio dove fa male. Descrive la colpa, la violenza, l’emarginazione. Guarda alle minoranze emarginate nella società e nella religione, là dove gli altri distolgono lo sguardo. E si schiera – in modo discreto, ma in modo innegabile – dalla parte di chi non ha voce.

E quando oggi ascoltiamo ciò che raccontano le persone che sono state vittime di violenza, che sono state disprezzate, ferite, la cui dignità è stata calpestata – allora sentiamo quanto sia vicina questa voce. Sono le storie dei sopravvissuti all’abuso di potere. Storie che per molto tempo non sono state ascoltate. Storie che non devono lasciarci indifferenti.

Qui diventa chiaro: Confessare significa: non distogliere lo sguardo. Confessare significa: sopportare la verità. Confessare significa: stare dalla parte dei feriti.

Allora penso a Maria Droste zu Vischering, nata qui all’Erbdrostenhof di Münster e che conosciamo come suor Maria del Divino Cuore. La sua vita la porta dal convento locale fuori nel mondo, in Portogallo, nella città di Porto. Lascia ciò che le è familiare per recarsi là dove le persone, a causa della rapida industrializzazione, sono emarginate: ragazze e donne ridotte in povertà, costrette alla prostituzione ed emarginate, prive di prospettive. Allo stesso tempo, suor Maria dal Divino Cuore è una donna di profonda misticità. Una donna di preghiera, di raccoglimento interiore, di dedizione a Dio.

In lei si uniscono due movimenti che vanno di pari passo: misticismo e politica. Il legame interiore con Dio – e l’impegno concreto verso l’uomo. La sua vita ci racconta che non abbiamo solo una responsabilità verso le nostre famiglie, le relazioni umane e le comunità religiose, i nostri villaggi e le nostre città, no: tutti noi abbiamo anche una responsabilità verso il nostro paese e verso il mondo. Perché tutti abitiamo l’unica grande casa e apparteniamo tutti insieme a una grande famiglia umana.

Confessare significa: uscire nel mondo dalla profondità di Dio. Confessare significa: pregare – e agire. Confessare significa: cercare Dio – e servire l’uomo.

E infine suor Maria Euthymia. Sotto il regime di terrore nazista, in cui il mondo si divideva in amici e nemici, lei intraprese una strada diversa. Lei vedeva l’essere umano. Si prende cura dei feriti. Distribuisce il pane, anche ai nemici, nonostante il divieto. Fascia le ferite. Anche là dove vengono tracciati i confini. Quando, nel campo di prigionia di Dinslaken, viene a sapere della morte di suo fratello Hermann, caduto in Unione Sovietica, si ferma. Prova un dolore infinito. E poi prosegue. Verso coloro che hanno bisogno di lei, verso i prigionieri di guerra sovietici.

Confessare significa: fare il bene anche nell’incertezza. Confessare significa padroneggiare l’arte delle zone grigie (Sloterdijk). Suor Maria Euthymia incarna il silenzio assordante della voce profetica e l’agire coraggioso.

E con questo siamo a noi. Confessare non significa essere perfetti. Confessare non significa non avere dubbi. Confessare non significa essere sempre sicuri. Confessare significa: orientarsi. Ancorarsi. Non nascondersi.

Forse tutto inizia in piccolo. Una parola che non si conforma. Un passo che non è comodo. Uno sguardo che vede davvero l’altro. E forse in questo proviamo paura. La paura di urtare la sensibilità altrui. La paura di rimanere soli. La paura di essere fraintesi.

Ma è proprio qui che sta la promessa di Gesù: Chi mi riconosce me, anche il Padre che è nei cieli lo riconoscerà

Non dobbiamo proteggerci da soli dall’abisso dell’umiliazione pubblica. Possiamo lasciarci sostenere da Dio. Heiner Wilmer, dip 23

 

 

 

 

Papa Leone: "Anche oggi la Chiesa è interpellata dal fenomeno migratorio"

 

A Sant'Angelo Lodigiano - paese natale di Santa Francesca Cabrini - l'ultima tappa della visita in Lombardia di Papa Leone XIV - Di Marco Mancini

Sant'Angelo Lodigiano. Prima di rientrare in Vaticano, Papa Leone XIV si è recato a Sant’Angelo Lodigiano, in diocesi di Lodi, luogo di nascita di Santa Francesca Cabrini, la religiosa che agli inizi del XX secolo, fu paladina dei diritti dei migranti negli Stati Uniti.

La futura santa morì nel 1917 a Chicago, città natale di Papa Leone. Santa Francesca Cabrini è stata beatificata nel 1938 da Papa Pio XI e successivamente canonizzata da Papa Pio XII nel 1946.

Al suo arrivo il Papa – accolto da circa 5000 fedeli - ha raggiunto la Parrocchia dei Santi Antonio Abate e Francesca Cabrini per l’adorazione al Santissimo Sacramento e la venerazione del Cuore di Santa Francesca Cabrini.

“Quando ho saputo – ha raccontato Leone XIV - che Sant’Angelo Lodigiano dista pochi chilometri da Pavia, ho pensato di cogliere l’occasione ed eccomi qua”.

Seguendo le indicazioni di Papa Leone XIII e di San Giovanni Battista Scalabrini, Madre Cabrini – ha osservato il Papa - “interpretò i segni dei tempi e comprese che il sogno di andare in Cina, emulando San Francesco Saverio, si doveva realizzare là dove, in quel momento, maggiore era il bisogno. Oggi quel segno, cioè il fenomeno migratorio, è entrato in una fase diversa, sicuramente più complessa, eppure non meno capace di interpellare la Chiesa”.

Se la santa vivesse oggi – si è chiesto il Papa – “cosa le direbbe la sua anima missionaria? Da parte mia, ho ereditato e portato avanti il Magistero di Papa Francesco con l’Esortazione apostolica Dilexi te sull’amore verso i poveri, e là dove si parla della carità nella forma di accompagnare i migranti, compare, proprio accanto a San Giovani Battista Scalabrini, la figura di Santa Francesca Cabrini. Cosa c’è di più attuale di un carisma missionario che si pone al servizio dei migranti?”.

Il Papa ha poi invitato i giovani ad approfondire la conoscenza di Madre Cabrini. Chi la conosce “ne rimane conquistato. La sua anima era nello stesso tempo contemplativa e attiva; era immersa nell’amore del Cuore di Cristo e questo le dava una capacità di lavoro e una forza d’animo straordinarie”.

“Originale e tanto fecondo – ha osservato nell’indirizzo di saluto Monsignor Maurizio Malvestiti, vescovo di Lodi - è il connubio di Madre Cabrini tra contemplazione e carità sociale, ambedue travolgenti e lungimiranti nell'evangelica lettura dei tempi e delle cose nuove. Con intuizioni ecumeniche e interreligiose ad attestare che nessuno è straniero nella storia: tutti siamo chiamati a fraternità nella giustizia e nella pace”. Aci 20

 

 

 

 

Contemplare non è esperienza esclusiva dei santi, ma ci rende apostoli credibili

 

La preghiera per i rifugiati: nessuno può voltarsi dall'altra parte di fronte a chi cerca protezione e sicurezza. Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. “Non bisogna pensare che “contemplare” sia un’esperienza esclusiva, riservata ad alcuni santi o ai monaci e agli eremiti”. Così Papa Leone XIV commenta le letture della liturgia di oggi, prima della recita della preghiera dell’Angelus, e l’invito di Gesù alla missione. Perché la forza dell’apostolato “al di là di tecniche e strumenti, si fonda sull’opera dello Spirito Santo in noi e sull’autenticità della nostra risposta”.

E allora tutti possiamo e dobbiamo sforzarci di “custodire, tra gli impegni delle nostre giornate, momenti di quiete in cui metterci in silenzio davanti a Dio, per ascoltare la sua voce, affidargli le nostre gioie e le nostre preoccupazioni, rivedere con Lui la nostra vita. Questo ci rende sempre più persone dalla fede solida e consapevole, e di conseguenza apostoli credibili e liberi, uomini e donne capaci di riflettere la luce del Vangelo in ogni ambiente e in ogni situazione della vita, e di testimoniarlo anche là dove il suo valore non è compreso o accettato”.

Senza lasciarci vincere dalla paura o dallo sconforto. E oggi, come allora “è impegnativo rimanere fedeli agli insegnamenti di Gesù e annunciare la sua Parola: rispondere all’odio con l’amore, alla prepotenza con la mitezza, allo scoraggiamento con la perseveranza. Per questo è necessario che affondiamo le radici della nostra fede e della nostra missione in un intenso rapporto con Lui” e solo così abbiamo la “forza di non arrenderci e di continuare a trasmettere a tutti, in ogni circostanza, il suo messaggio di speranza, d’amore e di pace. Il mondo ne ha tanto bisogno!”.

Dopo la preghiera mariana il Papa ha rivolto il suo pensiero ai rifugiati in occasione della giornata mondiale promossa dalle Nazioni Unite che ha celebrato il 75° anniversario della Convenzione sullo Stato dei Rifugiati,  “nata per proteggere quanti sono perseguitati ( e costretti a lasciare la propria terra, la casa e la famiglia. Auspico che lo spirito che animò l'elaborazione di questo importante strumento internazionale continui ancora oggi a illuminare le coscienze dei responsabili delle Nazioni. Nessuno può voltarsi dall'altra parte di fronte a chi cerca protezione e sicurezza. Esorto inoltre tutti ad accogliere coloro che sono vittime di persecuzione,  perché possano vivere in pace, con dignità e guardare al futuro con speranza”.

Il Papa ha anche salutato i membri del Dialogo Internazionale Cattolico-Pentecostale: “La Chiesa crede come prega, e riflettere insieme sul principio Lex Orandi, Lex Credendi è particolarmente rilevante oggigiorno”. Poi un pensiero al Brasile con la preghiera per i giovani sono morti qualche giorno fa in un grave incidente ferroviario. Aci 21

 

 

 

 

Una visita che "rimarrà nella nostra memoria per molti anni”

 

Il grazie del Priore degli Agostiniani Prevost a Papa Benedetto XVI - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. “Cari fratelli e sorelle, qui, davanti alla tomba di sant'Agostino, vorrei idealmente riconsegnare alla Chiesa e al mondo la mia prima Enciclica, che contiene proprio questo messaggio centrale del Vangelo: Deus caritas est, Dio è amore (1 Gv 4, 8.16). Questa Enciclica, soprattutto la sua prima parte, è largamente debitrice al pensiero di sant'Agostino, che è stato un innamorato dell'Amore di Dio, e lo ha cantato, meditato, predicato in tutti i suoi scritti, e soprattutto testimoniato nel suo ministero pastorale. Sono convinto, ponendomi nella scia degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e dei miei venerati Predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, che l'umanità contemporanea ha bisogno di questo messaggio essenziale, incarnato in Cristo Gesù: Dio è amore. Tutto deve partire da qui e tutto qui deve condurre: ogni azione pastorale, ogni trattazione teologica. Come dice san Paolo: "Se non avessi la carità, nulla mi giova" (cfr 1 Cor 13, 3): tutti i carismi perdono di senso e di valore senza l'amore, grazie al quale invece tutti concorrono a edificare il Corpo mistico di Cristo”.

Benedetto XIV lo disse il 22 aprile del 2007. Era a Pavia per una visita che è diventata un vero incontro profetico. Ad accoglierlo a San Pietro in Ciel d’Ora c’era un giovane Priore Generale degli agostiniani, Robert Francis Prevost. Emozionato come si vede nelle immagini di quasi 20 anni fa.

E c’è un ricordo particolare di quella visita del 2007 che il Priore Prevost ha scritto in una lettera inviata a Benedetto XVI nel momento della rinuncia a febbraio del 2013: “Da un punto di vista più personale, vorrei anche ringraziarLa per i numerosi gesti cordiali, piccoli e grandi, che ha fatto verso l’Ordine di S. Agostino. Particolarmente importante è stata la visita alla basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, dove si venera la tomba di Sant’Agostino, curata dagli Agostiniani. Grazie per averci dedicato il prezioso dono del Suo tempo nella visita che ha voluto fare a questo luogo così importante durante la visita pastorale alle diocesi di Vigevano e Pavia. È stato molto apprezzato da tutti i membri dell’Ordine Agostiniano e rimarrà nella nostra memoria per molti anni”.

Ma Prevost, che oggi torna come Papa Leone XIV, a pregare davanti alle reliquie del santo di Ippona, nella basilica di San Pietro in Ciel d’oro a Pavia è tornato tante volte. L'ultima un anno prima di essere eletto Papa quando le spoglie di Agostino sono tornate nell'arca appena restaurata. Era febbraio 2024, a 1300 anni dalla traslazione delle reliquie di Sant’Agostino. Nell'omelia  dei riferimenti che oggi fanno pensare come la richiesta di preghiera per la pace. Insomma Prevost Pavia è un volto familiare. E in un angolo vicino all’ Arca c’è l’album fotografico di Benedetto XVI e del futuro Leone XIV: Alla fine a Pavia siamo tutti agostiniani” dice qualcuno. Aci 20

 

 

 

 

“Chiamati alla costruzione della Nuova Gerusalemme, civiltà dell’amore”

 

Il Papa ai Partecipanti ai “Borgo Laudato si’ Dialogues”

Città del Vaticano. Questa mattina il Papa ha ricevuto in Udienza i partecipanti ai “Borgo Laudato si’ Dialogues”, ospitati dal 17 al 19 giugno 2026, nei Giardini Pontifici di Castel Gandolfo. Si tratta della prima realizzazione di questo forum realizzato in collaborazione da Centro di Alta Formazione Laudato si’, University of Notre Dame, Deloitte Switzerland e Handshake Strategies.

I Borgo Dialogues – come fa sapere anche Vatican News – hanno riunito rappresentanti del mondo imprenditoriale, organizzazioni internazionali, mondo accademico, cultura, società civile e Chiesa per un confronto sulle grandi sfide del nostro tempo.

Il Papa rivolge ai presenti un saluto in lingue inglese. “Avete appena concluso due giorni di intenso lavoro presso Borgo Laudato Si' a Castel Gandolfo. Vi siete riuniti per partecipare alla prima edizione dei “Dialoghi del Borgo” – come stava spiegando poco fa il Cardinale Baggio – il primo passo di un percorso volto a rinnovare e ripensare la leadership morale in un mondo che oggi appare frammentato e smemorato delle proprie radici storiche”, dice il Papa

“E, fratelli, avete discusso temi rilevanti che sono anche motivo di attenzione per la Chiesa cattolica: l'intelligenza artificiale e il suo rapporto con l'umanità, l'invecchiamento e la vitalità, lo sport e la diplomazia, e il futuro della sostenibilità. Avete dato attuazione al desiderio che ho recentemente espresso nella mia Lettera Enciclica Magnifica Humanitas: «Entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, con i quali condividiamo gli eventi, le domande e le aspirazioni dell'umanità. Insieme a loro, cerchiamo di individuare nuovi percorsi per il bene comune e per promuovere una vita dignitosa per tutti”, ricorda il Pontefice.

“Dinanzi alla tentazione di costruire la “torre di Babele”, che rappresenta l’idolatria del profitto a scapito dei più vulnerabili e fa aumentare il rischio della disumanizzazione, siamo chiamati a contribuire alla costruzione della Nuova Gerusalemme, la civiltà dell’amore, in cui l’amore è l’unico principio guida della vita economica, politica e culturale”, dice il Pontefice nel suo discorso.

Il Papa ringrazia tutti per il proprio lavoro e chiede di "coniugare la conoscenza locale con la responsabilità globale e a far avanzare un processo volto a plasmare una leadership coraggiosa, oggi tanto necessaria" aci 19

 

 

 

 

Convegno Nazionale Laici il 19-20 settembre a Paderborn

 

A Paderborn nella Maria-Immaculata-Haus si terrà dal 19 al 20 settembre il consueto Convegno Laici. Il tema di quest’anno ruoterà intorno a spiritualità e virtù, le virtù teologali e cardinali. Il Convegno Laici è un momento formativo per quanti sono attivi nelle comunità cattoliche italiane in Germania.

Il costo per la partecipazione è di 180 euro, la metà è a carico della comunità, l’altra a carico di chi partecipa. Iscrizioni entro e non oltre il 18 luglio. Per le iscrizioni: scaricare dal sito della Delegazione  il volantino con il programma e usare il link o il QR-Code del modulo jotform.

Radicati nella Spirito, guidati dalle Virtù

Il tema centrale del convegno è dedicato alle virtù teologali e cardinali, espressione della vita battesimale, con l’obiettivo di andare oltre a un approccio che le interpreta come singoli “atti” per riscoprirle invece come atteggiamenti virtuosi, radicati nella grazia del Battesimo e capaci di orientare la vita quotidiana del credente.

Il percorso è rivolto a laici con responsabilità nelle comunità, in particolare membri dei consigli pastorali e figure di riferimento locali. Non si tratta quindi di un corso per operatori pastorali professionali, ma di un cammino pensato per circa 30 partecipanti, scelti in modo da favorire un clima di lavoro intenso e realmente partecipato e che poi fungano da moltiplicatori per la loro comunità.

Il Convegno Laici come nelle edizioni precedenti privilegia impulsi di riflessioni brevi, spesso attinti dalle sacre scritture, seguiti da riflessione condivisa, lavoro di gruppo e momenti di interiorizzazione personale. L’obiettivo pastorale è quello di crescita dei laici nella comunità nella comunione, partecipazione e missione (le parole chiave del Sinodo universale, che fa da orizzonte teologico e pastorale).

Un altro aspetto, non secondario, del percorso del Convegno Radicati nella Spirito, guidati dalle Virtù è la dimensione interculturale: si intende creare un ponte tra la spiritualità vissuta nelle comunità cattoliche italiane — fatta di rosari, pellegrinaggi, adorazione e forme popolari di devozione — e gli approcci più ampi e strutturati alla spiritualità, tipici del contesto tedesco. L’intento è favorire una comprensione reciproca e una crescita comune, valorizzando la ricchezza delle diverse sensibilità. Il momento clou di questo approccio sarà il momento di preghiera e meditazione nel duomo di Paderborn, messo a disposizione del Convegno Laici, con elementi tradizionali e interculturali, accompagnato da musica e adorazione. Potranno essere riprese anche alcune risonanze personali emerse durante la mattinata.

L’intero percorso formativo segue poi un ritmo progressivo: il sabato mattina sarà incentrato sulla dimensione personale e battesimale; il pomeriggio approfondirà la dimensione ecclesiale e comunitaria; la domenica offrirà una sintesi che collega le virtù all’eucaristia, culmine e nutrimento della vita virtuosa.

Il convegno si aprirà con un rito iniziale presso il fonte battesimale, nella cappella della struttura ospitante: un momento liturgico con professione di fede, rinnovo delle promesse e aspersione, per radicare fin dall’inizio il percorso nella memoria viva del Battesimo.

Sabato sera Nel Duomo di Paderborn si terrà un momento di preghiera e meditazione con elementi tradizionali e interculturali, accompagnato da musica e adorazione. Potranno essere riprese anche alcune risonanze personali emerse durante la mattinata.

Interverranno al Convegno Laici:

Gennaro Busiello, Napoli. A lui saranno affidati gli impulsi formativi del sabato, la sintesi conclusiva domenica.

Thomas Raiser, già referente pastorale nella diocesi di Rottenburg/Stoccarda, e

Bonaventura Onwukwe, missionario guanelliano di Pforzheim. Loro prepareranno il momento liturgico iniziale e la serata spirituale in Duomo.

Don Gregorio Milone, Delegato delle comunità e missioni cattoliche italiane in Germania.

Paola Colombo, giornalista e referente della formazione adulti (ufficio UDEP della Delegazione).

Don Gennaro Busiello, teologo morale, è presbitero (ordinato nel 2014) dell’arcidiocesi di Napoli. È docente associato presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. È educatore presso il Seminario maggiore di Napoli Capodimonte e referente diocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

Thomas Raiser è stato Pastoralreferent per vent’anni nella comunità italiana di Weiblingen, ha partecipato alla stesura delle linee guida della pastorale della diocesi di Rottenburg/Stuttgart. È appassionato della Calabria che ha scoperto grazie all’amicizia con le famiglie italiane della comunità di Fellbach. Raiser è molto vicino alla spiritualità di Gioacchino da Fiore, abate e teologo calabrese del XII sec., che ha ispirato il suo lavoro in comunità. È autore della guida Joachimswege in Kalabrien (2024).

Bonaventura Onwukwe, è responsabile della Missione cattolica italiana di Pforzheim. Nato e cresciuto in Nigeria, si è trasferito a Roma per proseguire la sua formazione. Ha svolto gli studi teologici e ha conseguito una specializzazione per formare formatori e animatori vocazionali. Ordinato nel 2019 per la Congregazione dei Servi della Carità (Opera don Guanella), ha lavorato in noviziato come assistente in Nigeria.del.-mci.de 17

 

 

 

 

Appello del Papa a riflettere sulle conseguenze della guerra e della precarietà

 

L'Udienza ai partecipanti alla 99a Assemblea Plenaria della Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. Papa Leone XIV ha ricevuto questa mattina in Udienza i partecipanti alla 99a Assemblea Plenaria della Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali (ROACO).

La ROACO lavora in stretta sinergia con il Dicastero per le Chiese Orientali della Santa Sede e sostiene finanziariamente e pastoralmente i fedeli di rito orientale nel mondo.

Il Papa li accoglie ringraziandoli che oltre al lavoro sui progetti di aiuto alle Chiese Orientali Cattoliche,  si sono concentrati su un argomento specifico: la formazione dei chierici e dei monaci nei seminari e nei collegi orientali.

“Credo sia stata una scelta molto opportuna. Soccorrere una Chiesa, infatti, non significa solo provvederla di mezzi materiali di sussistenza, ma anche aiutarla a crescere nella sua identità e nella sua forza evangelizzatrice, che poggiano sulla formazione dei ministri, chiamati a diffonderne le ricchezze spirituali. E le comunità cattoliche orientali ne custodiscono molte, condividendole con i fratelli e le sorelle delle Chiese Ortodosse. Sì, le Chiese Orientali Cattoliche hanno un grande dono da arrecare all’intera compagine cattolica, spesso ignara di abbracciare al suo interno tradizioni ecclesiali diverse”, dice il Papa ai presenti in un discorso in lingua inglese.

“La nostra Madre Chiesa è dunque unita, ma non uniforme; il suo grembo fecondo ha dato alla luce varie tradizioni spirituali e teologiche, riti e discipline diversi, che si arricchiscono a vicenda. Ci fa bene approfondire tali tesori con i milioni di fratelli e sorelle orientali cattolici, mentre auspichiamo passi in avanti verso la piena unità con tutte le Chiese Orientali. Tutte le antiche Chiese d’Oriente ci riportano infatti alle origini della fede, fanno risplendere la luce della grazia attraverso liturgie dense di sacralità, manifestano nel culto di lode il mistero di Dio da adorare, testimoniano la potenza della preghiera d’intercessione, offrono contenuti spirituali che riempiono il cuore di meraviglia e grato stupore per la bellezza che svelano”, aggiunge ancora il Pontefice.

Per il Pontefice la scelta di aiutare a promuovere la formazione dei ministri sacri, mettendovi in ascolto di alcuni specialisti che vi si dedicano, come avete fatto in questi giorni, “è un bel segno di concreta attenzione a queste Chiese”.

“Carissimi, guardandovi e pensando al servizio silenzioso e benefico che svolgete, e ai tanti benefattori che attraverso di voi destinano risorse a chi ha bisogno, non posso non pensare a quanto denaro, in questo oscuro frangente storico, viene sprecato per uccidere, gettato via da tanti che fomentano le guerre. Mentre voi generate vita, loro seminano morte; mentre voi tendete la mano al fratello, loro trovano nemici da schiacciare; mentre voi create dialoghi, loro ricercano monologhi; mentre voi aprite vie di speranza, loro rinchiudono i popoli nella paura; mentre voi costruite futuro, loro distruggono il presente”, denuncia il Papa.

“Figlia della guerra, c’è una piaga di cui vorrei parlare oggi e che continua a dissanguare soprattutto le Chiese Orientali. La definisco con una parola: precarietà”, sottolinea il Pontefice.

“Quando un visitatore si reca in un Paese che ha conosciuto conflitti sui quali è poi calato il silenzio, le cose sembrano generalmente tranquille, anche se fortemente segnate dai drammi del passato. Eppure quelle società sono indebolite dall’instabilità delle istituzioni, dalla presenza di bande armate che si spartiscono il territorio, da una politica condizionata e non di rado manipolata da agenti e interessi esterni, che non opera con libertà, ma si barcamena tra mille sotterfugi, accordi segreti e interessi di parte. E così si ingenera una perenne precarietà, che soffoca le possibilità di sviluppo e ricade sempre sulla pelle dei più poveri”, spiega il Papa.

“Vorrei rivolgere ancora una volta un appello a riflettere sulle conseguenze della guerra e della precarietà, e a prevenirle con intelligenza e responsabilità, perché tutto ciò non è frutto di un destino inevitabile, ma di libere scelte e quindi di responsabilità moralmente imputabili. La storia dimostra come le trame della violenza e della prepotenza, del potere e del dominio, dei guadagni conseguiti senza giustizia e senza scrupoli, si ritorcono non solo contro chi le subisce, ma anche contro chi le persegue. Preghiamo Gesù, Signore della pace, e sollecitiamo le coscienze perché siano sensibili allo sdegno; e si ridestino il rispetto per l’umanità e un doveroso senso di civiltà!”, l’appello finale di Papa Leone XIV.

aci 18

 

 

 

 

 

Ruini e la sfida dell'irrilevanza

 

La morte del cardinale Camillo Ruini consegna alla Chiesa italiana il tempo del bilancio e della gratitudine. Se ne va uno dei protagonisti degli ultimi decenni, l'uomo che ha guidato la Conferenza Episcopale Italiana per sedici anni e la Diocesi di Roma per diciassette, ma soprattutto colui che ha posto al centro del cammino ecclesiale una domanda che ci riguarda ancora oggi: quale spazio occupa la fede nella vita reale degli uomini e delle donne del nostro tempo?

A questa domanda Ruini ha dato una risposta lucida e coraggiosa. Il rischio che lo ha sempre inquietato aveva un nome preciso, l'irrilevanza: la possibilità che il cristianesimo si ritirasse nel recinto del privato, diventando ininfluente nelle grandi scelte della società. Era convinto che la vera partita si giocasse sul terreno della cultura, là dove un popolo maturava le proprie idee sull'uomo, sulla vita, sulla verità; e per questo invitava i cattolici a non temere il confronto con la modernità, persuadendo che fede e ragione possono camminare insieme.

Contro questa deriva ha costruito una stagione intera di riflessione e di iniziativa. Il Progetto culturale orientato in senso cristiano, da lui voluto e guidato dal 1997, ne è stata l'espressione più alta: la volontà che la Chiesa tornasse a frequentare le grandi domande del pensiero contemporaneo, misurandosi con la filosofia, la scienza, l'arte, nella certezza che la fede aveva ancora qualcosa da dire alle questioni decisive dell'esistenza.

Era, in fondo, un modo per avvicinare la Chiesa alla realtà. Ruini chiedeva ai credenti di abitare il proprio tempo con intelligenza e senza timori, di confrontarsi con le domande vere, di portare le ragioni della fede nel cuore del dibattito pubblico, liberi da ogni complesso di inferiorità. Immaginava una presenza capace di proposta, attiva nei luoghi dove si forma la mentalità comune: l'università, la scuola, i media, la vita civile.

In questo orizzonte trova posto anche la sua attenzione al mondo della comunicazione, e in particolare ai settimanali cattolici. Già vent'anni fa, nel messaggio per i quarant'anni della nostra Federazione, ci aveva chiesto di essere, di fronte ai mutati scenari culturali, «non spettatori inermi e impauriti, ma protagonisti convinti e incisivi». In quei giornali diocesani riconosceva «una delle espressioni più antiche e più diffuse» dell'impegno mediatico della Chiesa italiana, segno della sua vitalità, capacità di immettere nella vita pubblica un di più di consapevolezza sui valori irrinunciabili. E indicava una strada ancora attuale: radicarsi nel territorio, riscoprire le tradizioni locali, garantire «un'informazione libera al servizio del bene comune».

Sapeva che nessuna testata cresce da sola: la forza dei settimanali sta nella comunione tra le voci editoriali della Chiesa, in una rete che moltiplica ciò che il singolo non potrebbe. Vale ancora di più nel nostro presente: nell'epoca dei flussi digitali e delle parole consumate in fretta, l'invito a essere protagonisti consapevoli suona più urgente che mai, e chiede giornali capaci di respiro lungo, ancorati nelle comunità e liberi nel giudizio. I nostri settimanali, presenti in ogni angolo del Paese, realizzano ogni giorno quel desiderio di rilevanza che egli ci ha consegnato come compito: una Chiesa che cammina nelle strade, ascolta, informa, accompagna.

Per noi della Fisc è un debito di riconoscenza. Ci ha ricordato che comunicare la fede è una responsabilità che tocca il cuore della missione. Ci ha insegnato che la qualità del pensiero e la serietà dell'informazione sono forme alte di servizio alla comunità. La sua lezione resta un monitor e un incoraggiamento: la verità chiede tempo, studio e coraggio.

C'è infine un tratto che chi lo ha incontrato non dimenticato. Dietro l'immagine dell'uomo potente, raffinata strategia della vita ecclesiale e civile, si nascondeva una persona di disarmante semplicità. Ascoltava con attenzione, accoglieva con cortesia, parlava senza esibire la propria autorevolezza. La sua grandezza non aveva bisogno di mostrarsi. Era l'umiltà di chi ha messo i propri talenti a servizio di qualcosa di più grande di sé.

Oggi lo affidiamo al Signore con gratitudine. E raccogliamo il testimone che ci lascia: far sentire la voce della fede dentro la realtà, perché il Vangelo resta compagnia viva per gli uomini e le donne del nostro tempo.

Comitato esecutivo della Fisc, dip 18.6.

 

 

 

 

La speranza cristiana: la lettura del Cardinale Ruini

 

Nel dicembre 2016 ACI Stampa ha intervistato il Cardinale Ruini per parlare del suo libro "C’è un dopo? La morte e la speranza". All'indomani della morte del porporato riproponiamo questa intervista

Roma. Nel dicembre 2016 ACI Stampa ha intervistato il Cardinale Camillo Ruini per parlare del suo libro "C’è un dopo? La morte e la speranza", edito da Mondadori. All'indomani della morte del porporato riproponiamo questa lunga intervista in omaggio alla Sua memoria.

Iniziamo dal titolo. C’è un dopo, un libro che si rivolge non solo ai cristiani quindi?

Certamente, è un libro che si rivolge a tutti. E cerca di non essere un libro tecnico perché lo possano leggere anche coloro che non hanno fatto studi teologici.

Ci sono molti racconti personali nel libro, del suo lavoro pastorale, con episodi che danno lo spunto alle spiegazioni che vengono dopo. Quindi nello scrivere il libro c’era l’idea di dare un tono molto personale o da saggio?

Il libro non è un saggio nel senso stretto, potremmo dire che è un saggio con aspetti personali. In realtà è frutto dei miei studi, della mia esperienza di vita e anche della mia situazione attuale, di persona molto anziana per la quale l'aldilà diventa particolarmente vicino. Ma è anche frutto del mio desiderio di rendere partecipi i lettori della speranza cristiana. Quindi è anche un libro di testimonianza. Il libro ha una struttura logica con due parti fondamentali. La prima è un aiuto a convincerci che c'è un dopo: si tratta dei primi cinque capitoli, fino alla risurrezione di Cristo. Poi si dice in che cosa consista questo dopo. Quindi una prima parte che motiva la speranza in un dopo e la seconda che ne offre i contenuti.

Nella prima parte ci sono molti riferimenti a temi di bioetica legati alla morte. Ha voluto presentare questi temi per renderli alla portata di tutti?

Non direi, il libro parla del dopo, mentre la bioetica riguarda l'etica della vita in questo mondo. Finita la vita terrena finiscono anche i problemi di bioetica.

Nel libro ci sono moltissime citazioni di autori i più diversi e lontani tra loro. Da Terzani a Schopenauer. L’ìdea è quella di raccontare tutto quello che c’è sull’argomento?

Ho cercato di individuare quegli autori che, in un modo o nell'altro, hanno inciso e incidono sulla mentalità comune, hanno fatto cultura. Per esempio Tiziano Terzani, o anche Steve Jobs che per tanti è una specie di oggetto di culto: ho scelto questi due come persone molto diverse tra loro che però hanno in comune di rappresentare una mentalità naturalistica. Per loro con la morte l'uomo ritorna alla natura. Il soggetto umano si dissolve, non vi è una vita futura, un futuro personale, ma la vita dell'universo continua. Questo è oggi il modo di porsi davanti alla morte di una parte non trascurabile della popolazione.

Eminenza, ogni volta che si parla di speranza il pensiero va alla speranza cristiana, oggetto dell'enciclica Spe Salvi di Papa Benedetto XVI. Quanto ha influito il pensiero di Benedetto XVI nella stesura del suo libro?

Ha influito moltissimo, con l’enciclica Spe Salvi e ancor più con il libro Escatologia, che risale al 1977 ed è l'unico trattato teologico sistematico che Ratzinger abbia pubblicato. Poi è stato pubblicato di nuovo, con molte integrazioni, quando il cardinale Ratzinger era già diventato Papa.

E' stato proprio Papa Benedetto a chiederle di fare questo lavoro?

In certo senso sì. Avevo scritto con Andrea Galli l’Intervista su Dio. Nel febbraio 2014 andai a trovare il Papa emerito che mi chiese, inaspettatamente, di scrivere un altro libro perché il precedente era ben riuscito e utile per molta gente, che poteva trovarvi una riflessione seria sul problema di Dio, scritta in modo accessibile. Sul momento risposi che non me la sentivo, anche per l’età orami molto avanzata. Inoltre non sono tanti i temi di teologia sistematica che abbiano un interesse diffuso. La sera stessa però mi venne in mente che un tema di quel genere poteva essere la morte e il dopo, in linguaggio teologico i “novissimi” o l’escatologia. Era un argomento che avevo studiato a lungo, in due anni ho concluso il lavoro.

Due anni, un lavoro intenso...

Ho dovuto documentarmi nuovamente, perché non potevo limitarmi a quello che avevo letto trent’anni fa.

Lei ha deciso di affrontare anche l'escatologia dell'Islam, la reincarnazione secondo il buddismo, il confronto con altre religioni...

Sì, ma brevemente. Ho accennato all’escatologia delle due religioni non cristiane oggi più influenti. L'islam, con il quale è in atto un grande confronto, e il buddismo, che per non pochi cristiani rappresenta l’alternativa religiosa più attraente. Come ha scritto il cardinale Ratzinger, il buddismo, con le sue grandi capacità inclusive, si incontra in qualche modo con il relativismo oggi diffuso in Occidente.

Tra le molte citazioni una è significativa a 500 anni dalla Riforma: Lutero. C’è ancora quella paura della morte di cui parla Lutero?

Più che della morte, Lutero ha paura del dopo, in concreto dell’inferno. Come potrò trovare Dio a me propizio? Questa è la sua domanda. E la risposta che dà è profonda teologicamente e umanamente: in sostanza è la risposta di San Paolo, cioè la fede-fiducia in Dio che ci salva gratuitamente in Gesù Cristo, nella croce e risurrezione di Cristo. Questa risposta di Lutero creò molti malintesi e contrasti tra cattolici e protestanti, anche perché Lutero la pose in maniera esclusiva e polemica. Poi quei malintesi si sono in gran parte chiariti, fino alla dichiarazione comune del 1999 sulla giustificazione mediante la fede. Purtroppo però, mentre sul punto centrale del contrasto, se non c'è una totale intesa vi siamo molto vicini, su altri temi si sono create distanze che prima non c'erano. Sia per i cattolici sia per i protestanti la domanda sulla salvezza eterna è diventata purtroppo, di fatto, molto meno centrale di quanto fosse un tempo. Ma non è sparita del tutto. Nel profondo molte persone si chiedono: "qual è il mio destino?"... Confidano nella bontà di Dio ma avvertono i propri fallimenti, la propria inadeguatezza.

Lei vuol dire che il senso del peccato c’è ancora?

E’ molto offuscato, ma non è del tutto sradicato perché fa parte del profondo dell'essere umano, come il senso della dipendenza da Dio. L'uomo infatti è bisogno di salvezza, non ha solo bisogno di salvezza. La parola “paura” riguardo all’aldilà spesso viene intesa in senso psicopatologico, quasi fosse una malattia psichica, dalla quale bisogna liberarsi. Ma il timore di Dio non è una malattia psichica. Anche chi non ha un grande senso del peccato capisce di aver sciupato molte cose nella propria vita, di aver perso numerose occasioni di fare del bene a noi stessi e agli altri.

Quale deve essere oggi l'annuncio del cristianesimo sulla morte e sul dopo? Non trova che se ne parli troppo poco anche tra i cattolici?

A lungo i temi della vita eterna e dell'inferno erano centralissimi nella predicazione. Poi si è rivalutata la positività della vita presente, sottolineando giustamente che la speranza della vita eterna non ci dispensa dall'impegno nel mondo, ma del “dopo” si è parlato troppo poco. Nelle mie omelie, a Reggio Emilia e poi a Roma, introducevo quasi sempre il tema del nostro eterno destino e constatavo che l'attenzione saliva. Il compito fondamentale della Chiesa è annunciare Cristo risorto e la salvezza che Cristo promette riguarda certamente questa vita, ma anche e soprattutto la salvezza escatologica, come risulta dai Vangeli e da tutto il Nuovo Testamento che, a differenza dall'Antico, ha un carattere fortemente escatologico: basta guardare alle Beatitudini.

Verso la fine del libro lei torna ad avere un tono più personale e parla della differenza tra la certezza della speranza e la certezza del sapere, è la chiave di lettura che ha il cristiano davanti al “dopo”?

Direi di sì, perché la certezza del sapere è quella che si basa sull’evidenza razionale, ed è difficile raggiungerla sul “dopo”. In particolare, senza la rivelazione cosa sapremmo in concreto del dopo? La certezza della speranza è invece quella che si basa sulla fede, sulla promessa di Dio. E’ una speranza diversa dalle altre, perché non è un desiderio sospeso nel vuoto. E’ la speranza che ha reso e continua a rendere i martiri cristiani capaci di affrontare la morte pur di non rinunciare alla propria fede.

Perché dedica un intero capitolo del libro all'inferno?

E' il capitolo più difficile da scrivere perché ci mette a confronto con il mistero dell'iniquità. E’ nota l’obiezione: "Se Dio è infinitamente buono, come può permettere che gli uomini vadano all'inferno?". Chi ha dato la più forte testimonianza dell’esistenza dell’inferno è però Gesù stesso, ad esempio nel grande quadro del giudizio finale: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…” E invece: “Lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare…”. Nello stesso tempo non bisogna dimenticare l'altro aspetto: inferno e paradiso non stanno sullo stesso piano. Infatti la salvezza è il centro del progetto di Dio, la non salvezza non è il progetto di Dio. E’ qualcosa al di fuori della volontà di Dio, che nasce dalla volontà libera delle creature. Il regno di Dio è “Vangelo”, cioè lieto annuncio, perché è l'annuncio della salvezza: non si tratta di due strade alla pari. Nel Vangelo di Giovanni è detto chiaramente che Dio ha mandato il suo Figlio nel mondo non per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi però non crede è già condannato perché ha rifiutato di credere. L'inferno è l'ostinazione nel peccato, nel rifiuto di Dio. La misericordia di Dio è però più grande della nostra libertà e conserva sempre l’ultima parola. Non sappiamo se qualche essere umano sia effettivamente dannato. Lo sappiamo invece per il demonio: perciò l'inferno non è "vuoto", anche se ovviamente non è un luogo.

Il fatto che si parli poco dell'inferno è conseguenza del fatto che si tende a dimenticare il demonio?

Anche di questo, ma soprattutto del fatto che si tende a dimenticare la libertà dell'uomo. Tutti parlano di libertà, però come libertà da vincoli esterni: ad esempio la libertà di parola e di stampa, o anche la libertà di qualcosa di negativo, come l’aborto. Ma gran parte della cultura attuale, soprattutto scientifica, ritiene che l'uomo non sia interiormente libero. La libertà sarebbe semplicemente l’assenza di una coazione esterna. Ma la vera libertà umana è anche libertà interiore, che si ha quando, posto tutto ciò che si richiede per agire, si può ancora scegliere di agire o di non agire, e di agire in un senso o nell’altro. Se non ci fosse questa liberà non avrebbe senso l’inferno e non avrebbe senso nemmeno la croce di Cristo. Saremmo solo degli animali, più evoluti, ma sostanzialmente non diversi dagli altri animali. Molte mancanze non mettono in gioco tutta la nostra libertà e non meritano una condanna eterna, ma l’uomo è capace di ben altro, di scelte terribili e raccapriccianti, come vediamo nella vita e nella storia.

Come diceva Giovanni Paolo II: la misericordia come limite al male?

Sì, solo la misericordia di Dio può porre un limite non superabile al male che noi possiamo fare.

Ad oggi davanti a questa cultura contemporanea, complessa e razionalista, come definirebbe in poche parole la speranza cristiana?

La speranza cristiana è la fiducia in Dio, anzitutto, e la convinzione che Dio mi aiuta a superare quelle difficoltà che da solo non potrei mai superare. Aci 17

 

 

 

 

Camillo Ruini: addio al cardinale del progetto culturale

 

È morto a 95 anni il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei dal 1991 al 2007, il mandato più lungo. Dalle prolusioni ai grandi convegni, da Palermo a Verona fino agli eventi su Dio e su Gesù, emerge il suo stile: spostare la presenza dei cattolici dalla politica alla cultura – di Riccardo Benotti

Non tanto l’unità politica dei cattolici, quanto una cultura capace di reggere il cambiamento. In questo spostamento di terreno sta la cifra del card. Camillo Ruini, morto a Roma il 16 giugno all’età di 95 anni. Segretario generale dal 1986 e poi presidente dal 1991 al 2007 per volontà di Giovanni Paolo II, ha guidato la Conferenza episcopale italiana per il mandato più lungo della sua storia, mentre era anche vicario del Papa per la diocesi di Roma. Teologo prestato al governo della Chiesa, vedeva nella cultura, come scrisse nel 1994, lo “spazio privilegiato di incarnazione del Vangelo” e di confronto con le diverse visioni della vita. Le sue prolusioni e i convegni che promosse restano la mappa più fedele del suo metodo, al punto che per descriverlo si coniò un termine, “ruinismo”.

Dall’unità politica al Vangelo della carità

Nelle prime prolusioni da presidente, all’inizio degli anni Novanta, Ruini affidava ancora la presenza dei cattolici alla loro unità politica: ai vescovi, nel 1992, confidava che il tramonto del vecchio partito non avrebbe lasciato per molto tempo alternative paragonabili. Fu il crollo di quel mondo – Tangentopoli, la fine della Democrazia cristiana – a imporre la svolta. Con la prolusione del 1994 coniò l’espressione “progetto culturale”, e al Convegno ecclesiale di Palermo del 1995, celebrato sul tema “Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia“, la trasformò in linea condivisa, poi rilanciata da Giovanni Paolo II e destinata a segnare il decennio. L’assise di Palermo segnò il passaggio: archiviata la stagione del partito unico e la vecchia “scelta religiosa”, la strada era quella di formare una mentalità condivisa – su cultura, impegno sociale, poveri, famiglia e giovani – senza che il pluralismo politico dei credenti significasse una “diaspora culturale”. Prima di lasciare la Cei, nella prolusione alla 56ª Assemblea generale di maggio 2006 e nella sessione primaverile del Consiglio permanente, aveva già tracciato i contorni di quella che Verona avrebbe confermato come stagione nuova. Al Convegno di Verona del 2006 – l’ultimo grande appuntamento del mandato – indicava nella questione antropologica “una novità di grande spessore“: il terreno sul quale si sarebbe giocata la presenza cristiana nell’epoca che si apriva.

Bioetica, questione di Dio e nazione

Sul versante pubblico lo stesso metodo si faceva fermezza. Nell’ultima prolusione da presidente, nel gennaio 2007, Ruini legava l’evangelizzazione al “bene complessivo della nostra amata Nazione” e ribadiva il rifiuto dell’eutanasia, spiegando la sofferta decisione di negare i funerali religiosi a Piergiorgio Welby. Le sue prolusioni erano d’altronde anche una lettura morale della vita del Paese, dal terrorismo internazionale al dolore per Nassiriya. Erano gli anni dei principi non negoziabili e del referendum del 2005 sulla procreazione assistita: l’invito all’astensione – che contribuì a far mancare il quorum bloccando la consultazione – gli valse insieme grande influenza e accuse di ingerenza. Lasciata la Cei nel 2007, non abbandonò il terreno scelto: alla guida del Comitato per il progetto culturale portò nel dibattito pubblico due eventi internazionali aperti anche ai non credenti. Nel 2009, con Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto, chiamò a confronto all’Auditorium della Conciliazione scienziati e filosofi di ogni orientamento, sostenendo che sulla questione di Dio non è possibile restare neutrali. Nel 2012 fu la volta di Gesù nostro contemporaneo, attorno all’idea di un Cristo presenza viva nella storia e non figura del passato. C’era poi l’altra metà del suo stile, che derivava dalla sua fede incrollabile nel Risorto, che confessò nel commiato del 7 marzo 2007: corrispondere ai Successori di Pietro era stato, scrisse, “il primo criterio di orientamento della mia azione“. Uomo dei Papi prima ancora che stratega, fedele al motto del suo stemma: veritas liberabit nos. Sir 17

 

 

 

 

Morto don Dyckhoff, sacerdote tedesco della “preghiera della quiete”

 

Aveva studiato il padre del deserto Giovani Cassiano, tramandandone la pratica contemplativa. Un ricordo personale - Di Giacomo König

Francoforte. Ricordo ancora bene il momento in cui conobbi don Peter Dyckhoff, sacerdote tedesco scomparso lo scorso 4 giugno 2026, dopo una lunga malattia. Era il 2015. Lavoravo nell’ufficio comunicazione della sezione tedesca di Aiuto alla Chiesa che Soffre di Germania a Monaco di Baviera. Tra i miei compiti c’era quello di aiutare come cameraman nello studio televisivo dell’opera di diritto pontificio che sostiene i cristiani perseguitati nel mondo. Il sacerdote aveva scritto un nuovo libro sulla “preghiera di quiete” e veniva a presentarlo in una nostra serie televisiva chiamata appunto “Buch-Gespräche”, “Colloqui su un libro”, moderata da un mio collega Anselm Blumberg, poi diventato anche un caro amico.

Prima di entrare in studio, l’ospite doveva fare un passaggio “al trucco”, per evitare che la sua pelle avesse riflessi luminosi sgradevoli in camera. Me ne occupai io. Ebbi così l’occasione di soffermarmi sui tratti del suo volto. Don Dyckhoff aveva 78 anni - era nato nel 1937 a Rheine, nella Westfalia - e già tanta vita si era sedimentata sulle pieghe della sua pelle. Le osservai una ad una, passandoci sopra il cotone con un po’ di cipria opacizzante. Rimasi colpito dalla calma del suo viso, pieno di pace, sereno, illuminato dai capelli bianchissimi. Notai che emanava una luce particolare, la luce dei santi, pensai.

Arrivato da poco in Germania, non conoscevo nulla della sua opera. Non sapevo che tutti gli studi della sua vita si erano concentrati sulla spiritualità dei padri del deserto, in particolare sulla figura di Giovanni Cassiano, un monaco del IV e V secolo che aveva appreso e trasmesso una forma di preghiera contemplativa, consistente nella ripetizione mentale di una frase di contenuto spirituale. Un tema su cui don Dyckhoff aveva scritto molti libri, diversi tradotti anche in italiano, rivivificando questa tradizione nel cuore dell’Europa.

La fortuna, o forse Qualcuno di ancora più potente, decise quel giorno che io fossi l’operatore video a manovrare proprio la camera di fronte a lui, quella che doveva cogliere le inquadrature più strette del suo volto. L’intervista cominciò e di risposta in risposta, apprendevo l’applicazione pratica della preghiera di quiete. Capii che proprio quello era il segreto della pace sul volto di questo sacerdote. Raccontava che la sua vita non era stata facile.

Dopo la maturità, percependo forse una vocazione al sacerdozio, aveva intrapreso gli studi di teologia cattolica presso l’Istituto di Teologia e Filosofia Sankt Georgen. Successivamente era passato alla facoltà di psicologia dell’Università di Münster. Quando suo padre morì in un incidente, aveva interrotto gli studi. Era il 1964, e a soli 27 anni aveva ereditato l’azienda tessile dei genitori, senza averlo scelto e senza nutrire dunque una vera passione per quel lavoro. Per senso di responsabilità si era messo dietro la scrivania della posizione di comando, rimanendo ben presto schiacciato da incombenze e doveri. Quel ruolo non faceva per lui. Presto perse il controllo della sua vita, andò in cerca di ogni sorta di stordimento, per procurarsi qualche momento di leggerezza, in un’esistenza piena di pesi. Poi la svolta. Durante la trasmissione, disse di aver conosciuto questa preghiera di quiete e aver iniziato a praticarla. Piano piano, con la pace tornò anche la vocazione sacerdotale. A circa 40 anni, Peter Dyckhoff lasciò la direzione dell'azienda e dal 1977 riprese gli studi di teologia. Fu ordinato sacerdote nel 1981 a Bressanone, in Alto Adige.

Non era il primo ospite televisivo che riprendevo. Ma lui, nei pochi minuti dell’intervista, riusciva a lasciare un segno, non solo nella memoria della telecamera. Ma anche in me. A trasmissione finita non mi fu difficile procurarmi i libri di don Dyckhoff. Le case editrici presso cui pubblicava i suoi scritti sulla preghiera di quiete – davvero tantissimi - mandavano alla nostra sede esemplari per la stampa, affinché potessimo dedicargli degli approfondimenti. Soprii che gli scaffali del mio collega Anselm erano pieni dei suoi libri. Cominciai a leggerli. Pian piano li lessi tutti. Uno di essi conteneva le “istruzioni per l’uso” della preghiera di quiete e anche le 32 frasi - alcune più lunghe, altre composte di una sola parola - che la tradizione della Chiesa aveva tramandato nei secoli per praticare la preghiera di quiete. Don Dyckhoff spiegava che bisognava leggerle tutte e scegliere quella che lasciava risuonare dentro un’eco più forte. Era lo Spirito Santo che suggeriva la frase giusta: ben oltre la comprensione umana, quella frase era la salvezza, la mano tesa di Dio sull’orante. L’autore aggiungeva che la frase non andava mai più cambiata nel corso della vita, se non con il consenso del proprio padre spirituale, l’unico che poteva conoscerla. La “parola”, infatti, non andava rivelata a nessuno e la preghiera non andava mai abbandonata o interrotta. Mai. Praticandola ci si prendeva un impegno con Dio. Trascurarla significava, scriveva ancora don Dyckhoff, esporsi al pericolo che, dopo averne cacciati via alcuni, una schiera di demoni ancora peggiori prendesse possesso della “casa” della nostra vita spirituale, come spiega Gesù nel Vangelo dopo un esorcismo.

Dunque scelsi la mia frase. E da allora, da undici anni ormai, pratico regolarmente la preghiera della quiete. Nel bene o nel male, l’ho adattata ai miei tempi, ai miei impegni e alle mie modalità. So di essere un autodidatta e quindi di commettere errori nella pratica, ma lo Spirito è paziente e mi elargisce i suoi doni nonostante la mia sciatteria. Questo tipo di preghiera è stato molte volte il salvagente della mia vita. Sono grato dunque al sacerdote che, senza saperlo, me lo lanciò.

In uno dei suoi libri - Sterben im Vertrauen auf Gott, “Morire confidando in Dio” - che lessi con avidità godendo della spiritualità pacifica di questo uomo di Dio, don Dyckhoff spiega che la preghiera della quiete è un po’ come lasciarsi andare, abbandonare sé stessi con la fiducia di non cadere nel Nulla, ma di incontrare prima o poi le mani di Dio, pronte a raccoglierci. Questo è ciò che rende la preghiera di quiete simile alla morte. Sono sicuro dunque che don Dyckhoff è morto in pace, abbracciato dalla quiete di Dio che ha invocato per tutta la vita.

Don Dyckhoff nel 2013 fondò la Stiftung Ruhegebet, la Fondazione della Preghiera del Silenzio, per promuovere e preservare la tradizione spirituale di questo tipo di preghiera attraverso dei seminari che i suoi collaboratori tengono in tutta la Germania. In un necrologio, la Fondazione ha reso omaggio al sacerdote defunto definendolo un “grande uomo di fede e di preghiera”. Ha aggiunto che è venuto a mancare “dopo una lunga malattia sopportata con ammirevole pazienza”. Con libri, conferenze e trasmissioni radiofoniche e televisive – si legge ancora nel necrologio - ha arricchito “innumerevoli persone” e la sua opera proseguirà, ha annunciato il consiglio direttivo.

Uno dei rimpianti della mia vita di fede è di non aver mai partecipato ad uno dei seminari sulla preghiera di quiete organizzati dalla Fondazione. Ma, chissà, forse un giorno. Aci 16

 

 

 

La "cultura della cura" per costituire la civiltà dell'amore

 

Videomessaggio di papa Leone XIV in occasione del decimo “Austrian World Summit”

Città del Vaticano. “La sostenibilità, l'ecologia integrale e la cura del creato sono temi che da molti decenni destano preoccupazione. La Chiesa è sempre stata consapevole che la questione ecologica ha una dimensione morale. Infatti, la crisi ambientale non è un problema isolato, ma piuttosto l'aspetto ecologico della crisi socio-economica contemporanea”, così papa Leone XIV inizia il suo videomessaggio indirizzato ai partecipanti al decimo Austrian World Summit che si tiene oggi a Vienna, presso il Palazzo Hofburg.  

E poi l’incoraggiamento e il suggerimento di tre temi, basati sulle “virtù cristiane di fede, speranza e carità”. Il primo tema che il pontefice individua è la fede: “Coloro che credono che il nostro mondo sia stato creato da Dio e sia intrinsecamente buono sono chiamati ad assumersi una responsabilità ancora maggiore nella cura del creato, poiché questo è un requisito della loro fede”.  

Poi, il secondo tema, la speranza: “Data la natura globale delle sfide che stiamo affrontando - continua il pontefice nel videomessaggio - è chiaro che molte persone sono preoccupate. C'è, infatti, una crescente consapevolezza che la pace è minacciata dalla mancanza di rispetto per il creato, dal saccheggio delle risorse naturali e da un progressivo declino della qualità della vita dovuto ai cambiamenti climatici. Queste sfide richiedono la cooperazione internazionale, insieme a un multilateralismo coeso e lungimirante, per trovare soluzioni efficaci”. Un  riferimento, poi, al COP30: il pontefice auspica che i progressi della COP30 possano “essere seguiti da una transizione giusta verso società in cui il bene comune prevalga sul profitto e i modelli economici siano fondati sulla solidarietà e sulla dignità umana”. 

Infine, il tema dell'amore. L’amore per l’ambiente è “la chiave per uno sviluppo autentico, poiché per rendere la società più umana, più degna della persona umana”. In merito, un riferimento a papa Francesco, alla sua Laudato si’. Papa Leone XIV parla di “amore civico e politico” ribadendo un concetto del pontefice argentino. 

Infine, una speranza: quella di promuovere la “cultura della cura" e contribuire così alla “civiltà dell’amore”. Aci 16

 

 

 

 

Papa Leone XIV ai nonni e agli anziani: “Non abbiate paura della fragilità”

 

Reso noto il Messaggio 2026 - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. “Per bocca del profeta Isaia il Signore promette che non si dimenticherà mai di nessuno di noi. Ci assicura che i nostri volti li porta disegnati sulle palme delle sue mani e che il suo amore è più grande di quello di una madre per suo figlio. Il profeta ci lascia intravedere un dialogo intimo e serrato nel quale Dio si rivolge a ciascuno e al popolo stesso dandogli del tu”. Con queste parole inizia il Messaggio del Papa dedicato ai Nonni e degli Anziani per la Giornata Mondiale dedicata a loro che si celebra la quarta domenica di luglio -quest’anno il 26 luglio -, sul tema “Io invece non ti dimenticherò mai”. La Sala Stampa della Santa Sede ha reso noto oggi il Messaggio.

“Sopra le esistenze di molti anziani, in particolare, sembra essere disteso un velo che sfuma i tratti dei volti e ammanta di oblio. È quello che accade nelle case dove regna la solitudine, e anche in quei luoghi di ricovero dove la singolarità di ogni persona rischia di essere ridotta al numero del suo letto o alla sua patologia. La celebrazione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani è un’opportunità per riscoprire che la Chiesa è chiamata a essere madre di tutti e che ad ogni età è sempre possibile scoprirsi figli e figlie di Dio”, scrive Papa Leone XIV nel Messaggio.

“Questa Giornata sia dunque uno stimolo per tutti, in particolare per i più giovani, a riprendere la bella abitudine di visitare i propri nonni, gli anziani della famiglia, e anche coloro che non ricevono alcuna visita. Portate loro, con questo messaggio e la vostra presenza, la vicinanza e l’affetto del Papa. Fate in modo che le parole del profeta “Io invece non ti dimenticherò mai” prendano la forma di un tenero e affettuoso incontro. «In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone”, dice ancora il Papa.

“La Chiesa conosce la sofferenza dei suoi figli più anziani, sa bene che troppo spesso si guarda a loro con pregiudizio e li si considera un peso; è consapevole che un’economia incentrata sul profitto indebolisce i legami familiari; sa che molti anziani vengono lasciati dai figli costretti a migrare o, in alcuni casi, a combattere in guerra. Per ognuno di questi motivi, è lieta di annunciare la promessa del Signore: “Io invece non ti dimenticherò mai!”, questo l’appello di Papa Leone XIV.

“La scoperta della tenerezza di Dio, per molti, avviene nel corso dell’esistenza, talvolta proprio nell’ultimo tratto della vita. Sempre più spesso, infatti, a differenza del passato, è possibile diventare anziani senza aver avuto una reale esperienza di fede. L’età avanzata, in questo caso, a partire dalle domande che in questa stagione della vita con più urgenza ci si pone, può divenire il tempo opportuno per iniziare o riprendere una vita spirituale… Mi sento di dirvi: non abbiate paura della fragilità! Proprio questa debolezza cela in sé una nuova potenzialità che illumina anche le altre età della vita”, conclude infine il Pontefice. Aci 15

 

 

 

 

G7, l’appello delle Chiese cattoliche: “Costruire ponti per la pace, la giustizia e la dignità umana”

 

“In occasione del Vertice del G7 che nel 2026 si riunisce in Francia, noi, Presidenti delle Conferenze Episcopali dei Paesi membri del G7, con il sostegno del Presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea, rivolgiamo ai Capi di Stato e di Governo un messaggio comune ispirato dal Vangelo e dalla dottrina sociale della Chiesa”.

Inizia così il testo dell’appello, in 4 punti, reso noto venerdì 12 giugno. Di fronte ai conflitti armati, alle fratture geopolitiche, alle disuguaglianze crescenti, alle sfide climatiche e ai mutamenti tecnologici, i vescovi ricordano “che il fondamento dell’azione politica ed economica deve essere sempre la dignità di ogni persona umana”.

I firmatari chiedono agli Stati del G7 “di riaffermare il loro impegno a favore del multilateralismo, del rispetto del diritto internazionale e della ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti. In un mondo segnato dalla guerra e dall’instabilità, è più che mai necessario consolidare le istituzioni internazionali, tutelare le popolazioni civili e promuovere i diritti fondamentali, in particolare la libertà religiosa e la dignità delle persone più vulnerabili”.

Essi invitano inoltre i Paesi del G7 “a riportare la persona umana al centro dello sviluppo e della solidarietà internazionale e chiediamo un ascolto reciproco più attento tra i popoli”; e, “di fronte al rapido sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale”, sottolineano “l’urgenza di una governance etica, trasparente e democratica, che garantisca che tali innovazioni rimangano al servizio del bene comune e della persona umana. Chiediamo un’attenzione particolare agli effetti che esse hanno sui bambini e sui giovani, nonché sul rispetto delle libertà fondamentali”.

Al termine del quarto punto dell’appello – “Assumere una responsabilità comune nei confronti del creato e delle persone sfollate” – un riferimento esplicito alla questione della mobilità umana: “Ricordiamo inoltre che i migranti e i rifugiati devono sempre essere accolti con dignità, pur riconoscendo la legittima responsabilità degli Stati di preservare il bene comune. Le persone costrette a fuggire dalla guerra, dalle persecuzioni, dalla miseria o dalle catastrofi climatiche non possono essere considerate una minaccia. Sono fratelli e sorelle nell’umanità”. Migr. 15

 

 

 

Papa Leone XIV: una Chiesa povera che cammina accanto ai poveri

 

Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la X Giornata Mondiale dei Poveri Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano. Un Messaggio scritto nella memoria liturgica di sant'Antonio di Padova, il santo “per eccellenza” dei poveri. E' il Messaggio di papa Leone XIV per la X giornata dei poveri che sarà celebrata domenica 15 novembre. Il titolo è tratto dal salmo 14: “Il Signore è il rifugio del povero”. 

Più volte papa Leone XIV si è concentrato sull'importanza che ricoprono i poveri nella vita della Chiesa. Anche nel recente viaggio in Spagna, ad esempio. Ed è l'esempio più vicino. Il pontefice parte da questo versetto del salmo per parlare del tema della povertà: "L'espressione del Salmo diventa criterio di giudizio per l'esistenza cristiana perché rivela il volto di Dio e riconosce la povertà umana. In un momento storico drammatico, infatti, quale fu la distruzione del tempio di Gerusalemme, il popolo si sentì privato della presenza di Dio e  sperimentò una miseria materiale e morale senza precedenti". Non perde certamente di attualità questa Parola, per il pontefice. Mette l'accento, poi, sulla “perdita di senso della trascendenza nella vita quotidiana” che “non è più tanto una negazione teorica dell'esistenza di Dio, piuttosto una “mancata considerazione della sua bontà e misericordia per la costruzione della giustizia personale e sociale” sottolinea il Messaggio.

I poveri ci ricordano che l'umanità non può vivere con persone “una sopra l'altra” (nel senso di sopraffazione): dobbiamo sempre ricordarci di essere piuttosto uno accanto all'altro. La discriminazione è dietro l'angolo, ribadisce papa Leone nel messaggio: c'è nel nostro tempo “una dissacrante logica di prevaricazione e di scarto che emargina e umiliante”. E per questa discriminante, molto spesso, si fa anche utilizzo della tecnologia che “radicalizza il pregiudizio nei loro riguardi e accresce la cortina di indifferenza che circonda le loro cause”. 

Il grido dei poveri, altro tema al centro del messaggio: "Quanti sono oppressi, umiliati e indifesi crescono anche oggi nella certezza di doversi abbandonare a Dio carichi di fiducia e di attesa. In questo totale affidamento, rifiorisce il senso della propria dignità, si riconoscono sorelle e fratelli con cui organizzare i propri sogni, la speranza diventa silenziosamente realtà. Rifugiarsi in Dio equivale a trovare la protezione vera e sicura, quella che i potenti non possono garantire e preferiscono negare" continua il messaggio.

La ricchezza del povero, allora, è custodita nel sapere "riconoscere più di altri l'essenziale, perché vive dell'essenziale. Più simile di tutti a Cristo, riconosce Dio come proprio rifugio anche quando le circostanze sembrano smentirlo, ed è colmo di speranza per la sua giustizia, che non tarda a manifestarsi". L'unico davvero in cui è possibile trovare rifugio è Dio, Cristo che “non solo protegge, ma condivide la povertà umana fino alla croce”.

"In Cristo siamo chiamati dunque anche noi a diventare poveri ea farci rifugio per il povero. La comunità cristiana non può rimanere insensibile davanti ai tanti che oggi sono alla porta e  rimanere invisibili a quanti stanno chiusi tra le proprie mura. La Chiesa, per sua stessa natura, è chiamata ad essere povera e rifugio per i poveri" sottolinea il messaggio. Cita l'esortazione apostolica “Dilexi te” a riguardo: "Verso i poveri Dio mostra predilezione: prima di tutto a loro è rivolta la parola di speranza e di liberazione del Signore e, perciò, pur nella condizione di povertà o debolezza, nessuno deve dover essere più abbandonato. E la Chiesa, se vuole essere di Cristo, dev'essere Chiesa delle Beatitudini, Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri, luogo in cui i poveri hanno un posto privilegiato" 

E, infine, pone alcune domande: Siamo segno di un Dio che è rifugio per i poveri? Abbiamo coscienza della nostra povertà e la preferiamo all'ingiusta ricchezza? Arriviamo là dove si trovano i poveri, sperimentando la loro marginalità? Ne ascoltiamo i pensieri e ne condividiamo le attese? Ne pronunciamo nomi con tenerezza divina? La nostra carità riattiva e sostiene in loro il desiderio di giustizia e di riscatto? Domande che - secondo papa Leone XIV - “obbligano a un serio esame di coscienza, per verificare quanto ancora siamo chiamati a diventare a favore dei poveri e per la loro liberazione”. 

Nell'ultima parte, un ricordo, poi all'ottavo centenario della morte di San Francesco d'Assisi che "ci sollecita a ricordare come, giunto a Roma pellegrino alla tomba dell'apostolo Pietro, egli fu colto da compassione per i mendicanti. Per comprendere e sperimentare la loro sofferenza, si tolse i propri abiti e li scambiò coi vestiti stracciati di uno di loro, sedendosi a chiedere l'elemosina e trascorrendo l'intera giornata in mezzo ai poveri con gioia di spirito". Aci 14

 

 

 

 

Dalle diocesi, la Chiesa in Italia celebra sant'Antonio di Padova

 

La devozione al Santo da nord a sud - Di Cesare Bolla

Roma. In Italia sono molte le diocesi e le parrocchie che celebrano in modo particolare la festa di sant’Antonio di Padova, che diventa non un semplice appuntamento del calendario liturgico, ma un movimento di persone devote che si mettono in cammino in pellegrinaggio e partecipano a momenti di preghiera, processioni, ecc. Una festa che attraversa l’Italia: pellegrini che arrivano da ogni parte a Padova e nelle chiese e santuari dedicati al Santo, famiglie che affidano speranze e ferite, comunità che si ritrovano attorno a questo religioso.

Una devozione concreta che fa dire al vescovo di Padova, Claudio Cipolla: “si rimane sempre meravigliati quando una cosa antica continua a rimanere significativa nel tempo. La devozione a sant’Antonio è certamente una di queste realtà che hanno custodito la loro freschezza e capacità di parlare lungo i secoli”. Sant’Antonio - aggiunge - ancora ci parla, interroga, attira a sé; e lo fa, per così dire, “a cerchi concentrici”: dal luogo della sua sepoltura in Basilica, alla città di Padova, all’Italia, fino a raggiungere davvero tutti i paesi del mondo. È paradossale! Si fa fatica a capire come mai. Per quanto ai suoi tempi fosse conosciuto, soprattutto nel Padovano; per quanto siano molti i prodigi attribuiti alla sua intercessione, rimane difficile rendere ragione di tutto l’affetto che gli viene dedicato. In fondo, quando si ha a che fare con il Vangelo, c’è sempre qualcosa che sfugge, che va al di là delle logiche umane e dei calcoli. Tante volte occorre proprio accettare come vero e reale anche ciò che è inspiegabile, che sembra senza logica”.

Il vescovo patavino sottolinea che sant’Antonio “aveva a cuore il silenzio”, aveva a “cuore la pace”, “aveva a cuore la giustizia”.

“Chiunque deve essere operatore di pace: non sono i mezzi di cui disponiamo che ci fanno essere operatori di pace perché questa è la logica del riarmo, ma è l’essere disarmati, che ci permette di chiedere il disarmo, di parlare ammonendo i reggitori della Terra”, ha detto proprio a Padova l’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, il card. Matteo Zuppi, partecipando alla Tredicina. Ricordando l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi ha ricordato che “non faceva sconti: rivolgeva le sue istanze ai reggitori e li metteva di fronte al giudizio di Dio. Ciò vale anche per tutti quanti noi: per farlo dobbiamo essere disarmati. Anche sant’Antonio - ha quindi aggiunto - era disarmato in questo. L’unica sua forza era la parola e soprattutto l’esempio della sua vita”.

Molti i pellegrinaggi diocesani nella basilica di Padova in questi tredici giorni che hanno preparato la festa liturgica di oggi. “È una concomitanza molto bella” quella che accosta la figura di sant’Antonio a quella di san Francesco nell’ottavo centenario dalla morte, ha detto il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia.

A sant’Antonio è dedicato anche un tutorial dell’Associazione WebCattolici Italiani (WeCa) dal titolo “Antonio: predicatore dotto e comunicatore per le folle”, scritto da padre Paolo Floretta per raccontarne la figura come modello di comunicazione pastorale.

In questi giorni è stato pubblicato anche un documento della Conferenza Episcopale Italiana dal titolo “Radicati e costruiti in Cristo”. Si tratta delle Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, approvato nell’ultima Assemblea Generale per il prossimo quinquennio. Nel testo sono indicate alcune priorità, riconosciute dai vescovi italiani a partire da una rilettura globale del Documento di sintesi del Cammino sinodale, nel processo di recezione del Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Questo documento non sostituisce il Documento di sintesi né si sovrappone al discernimento delle Chiese locali, delle Metropolie e/o delle Conferenze Episcopali Regionali, spiega la Cei.

E poi l’attenzione alla pastorale giovanile. “Posso fidarmi di chi mi guida?” è la domanda al centro del nuovo episodio di La Fede senza filtri, il podcast del Servizio Nazionale della Cei nel quale vengono affrontati alcuni temi particolarmente sentiti dai giovani: la fiducia nelle figure ecclesiali, il ruolo degli educatori, il bisogno di autenticità. “La fiducia non si chiede, si guadagna col tempo, con la capacità di stare accanto senza giudicare e camminando al tuo stesso passo”, afferma don Salvatore Corvino, che nel podcast dialoga con Giorgia: “I giovani, quando immaginano l’educatore ideale, non cercano l’esperto senza ferite né fragilità, ma - sottolinea il sacerdote - un peccatore perdonato che cammini insieme, che sappia ascoltare e proporre mete alte. Queste sono le uniche credenziali che contano davvero”.

Domani a Geraci Siculo la Statio Ecclesiae Cephalocensis, convocata dal vescovo di Cefalù, Giuseppe Marciante. La comunità diocesana si ritroverà attorno al presule per pregare per le vocazioni al ministero ordinato, alla vita consacrata, alla missione e a tutte le forme di servizio ecclesiale e di testimonianza cristiana nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nella scuola e nella società. “Abbiamo bisogno di comunità - dice Marciante - che sappiano generare alla fede, accompagnare i giovani, accogliere chi è in ricerca, sostenere chi è nel dolore e annunciare con gioia il Vangelo. Abbiamo bisogno di uomini e donne che, avendo incontrato Cristo, sappiano dire con la vita: ‘Abbiamo trovato il Signore’”.

E parlando di vocazioni, oggi a Brescia il vescovo Pierantonio Tremolada consacrerà otto nuovi sacerdoti: don Andrea Coccoli, don Giacomo Cottinelli, don Omar Scolari e don Andrea Tonni, formatisi nel Seminario diocesano, e quattro religiosi: due Carmelitani Scalzi, padre Benedetto Moser e padre Lorenzo Olivato, e due della Congregazione Figli di Maria Immacolata-Pavoniani, padre Davide Invernizzi e padre Paul Chima Agu.

E giovedì, nella cattedrale di Cosenza, l’ordinazione sacerdotale di don Matteo Agapito Biamonte, ordinato dall’arcivescovo di Cosenza-Bisignano, Giovanni Checchinato. “Che il tuo cuore sia mite, per non spaventare nessuno. Umile, per saper scendere nelle miserie di tutti. Accogliente, per essere il ristoro degli affaticati. Diventa il volto, lo sguardo e la carezza del cuore di Gesù per questo mondo che ha così tanto bisogno d’amore”, ha detto il presule rivolgendosi al nuovo presbitero. Aci 13

 

 

 

 

Il Papa incontra i migranti a Tenerife. Solidarietà, integrazione e un forte appello contro lo sfruttamento

 

Oggi il Papa dedica ancora una volta il suo tempo ai migranti. Lo fa a Tenerife, nel suo ultimo giorno di viaggio - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. Oggi il Papa dedica ancora una volta il suo tempo ai migranti. Lo fa a Tenerife, nel suo ultimo giorno di viaggio. Il Pontefice, da Gran Canaria, si trasferisce in auto al Centro di accoglienza Las Raíces per l’incontro con i migranti lì ospitati.

Il Centro di accoglienza Las Raíces è una struttura di accoglienza temporanea per migranti situata in un’ex caserma militare nel Comune di La Laguna, a Tenerife. È una delle strutture principali gestite dal Ministero spagnolo dell’Inclusione e dalle ONG per gestire l’emergenza sbarchi della Ruta Canaria. Sono presenti circa 600 migranti.

Papa Leone XIV viene accolto dal Direttore del Centro di accoglienza Las Raíces. Dopo le parole di benvenuto del Vescovo di San Cristóbal de La Laguna, Tenerife, Monsignor Eloy Alberto Santiago Santiago, della Ministra dell’Inclusione, della Sicurezza Sociale e delle Migrazioni e le testimonianze di due migranti, il Papa rivolge un saluto ai presenti in lingua francese.

“Oggi nella Chiesa celebriamo la solennità del Sacro Cuore di Gesù, che per i cristiani rappresenta l’amore misericordioso e infinito di Dio per ogni essere umano. In questo contesto, è provvidenziale poterci incontrare, vederci e soprattutto sapere che, al di là del nostro luogo di provenienza, l’amore di Dio non conosce confini, non fa distinzioni, si dona a tutti e ci raccoglie nell’unità. Vedendo i vostri volti e ascoltando le vostre testimonianze, penso ai vostri cuori, feriti da tante difficoltà ma anche consolati dall’amore ricevuto grazie ad altri cuori aperti, generosi e misericordiosi. Il Cuore di Cristo ha sofferto ed è stato trafitto per amore, ed è stato anche consolato da persone compassionevoli che si sono avvicinate per alleviare il suo dolore”, dice il Pontefice in lingua francese davanti ai migranti.

“Cari fratelli e sorelle, tutti — in qualche modo — siamo migranti, tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste. Aiutiamoci a fare di questo viaggio un evento più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno. In questo senso, ringrazio per la collaborazione da parte del Governo, delle diverse istituzioni e di tanti uomini e donne di buona volontà, che rendono possibile questo concreto aiuto umanitario, che restituisce speranza e dignità a tante persone”, commenta ancora il Pontefice.

Poi un riferimento al nome del centro che in italiano significa radici. “Mi ha colpito il nome del vostro Centro di accoglienza, che si chiama “Le Radici”. Al mio Predecessore, il caro Papa Francesco, che desiderava tanto poter essere con voi, piaceva usare l’immagine delle radici per indicare la necessità di non dimenticare le origini, di rimanere uniti e di confidare nel Signore”, conclude Papa Leone XIV.

Al termine, il Pontefice visita una tenda e saluta alcuni migranti. Poi incontra chi si occupa di loro, le realtà che ogni giorno provvedono ai loro bisogni.  Infatti Papa Leone XIV lascia il Centro Las Raíces e raggiunge in auto la Plaza de Cristo per l’incontro con le realtà di integrazione dei migranti.

Dopo un canto, le parole di benvenuto del Vescovo di Tenerife e le testimonianze di un sacerdote venezuelano e di tre migranti, il Papa anche a loro rivolge un discorso in spagnolo.

“È un piacere per me condividere questo momento con voi qui, a San Cristóbal de La Laguna, sede di questa diocesi. Mi ha colpito ciò che è stato detto di questa città: che è una città senza mura, una città aperta. Forse questo particolare ci aiuta a capire che le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra. A volte si trovano nello sguardo, nella paura o nell’indifferenza. Il mare, che circonda queste isole, ci porta storie che non sempre sappiamo leggere: storie di dolore, di speranza e di ricerca. In una città senza mura, anche il cuore è chiamato ad aprirsi per accoglierle. Per questo dobbiamo imparare il linguaggio della vicinanza, quello che si capisce più con le mani che con le parole”, dice il Papa nel suo secondo discorso di oggi.

“Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro. A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni”, il consiglio del Papa ai migranti.

“Dopo viaggi difficili e, a volte, diversi tentativi – come nel caso di Khalid –, cercano qualcuno che dica loro, con i gesti prima che con le parole: la tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato – come ci diceva Mbacke. Ma cercano anche qualcos’altro: una possibilità concreta di ricominciare, di imparare, di lavorare, di servire, di partecipare, di non rimanere rinchiusi per sempre nella condizione di vittime”, dice il Papa rispondendo alle domande che ha ascoltato.

Per il Pontefice “chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione; e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona”.

“Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina (cfr 2Cor 5,10). Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio (cfr Is 58,6). Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito”, l’appello forte del Papa a Tenerife.

Al termine dell’incontro, il Pontefice, in golf-cart, compie un giro tra i fedeli e poi si trasferisce alla Casa Vescovile. Lungo la strada, saluta alcuni malati, i rappresentanti di taluni Istituti religiosi e i fedeli. Arrivato, quindi, alla Casa Vescovile, Papa Leone XIV saluterà dal balcone la Comunità cattolica locale.

Sci 12

 

 

 

 

Papa Leone XIV: ai piccoli Dio rivela sé stesso

 

La Santa Messa nel Porto di Santa Cruz de Tenerife prima della partenza alla volta di Roma - Di Antonio Tarallo

Santa Cruz de Tenerife. Altro giorno, l'ultimo del suo viaggio apostolico in Spagna. Altra celebrazione eucaristica. Questa volta lo scenario è diverso: nessuno stadio bensì un porto vicino al mare. Allo sconfinato mare. Si tratta del porto di Santa Cruz de Tenerife. Dopo aver avuto l'incontro con i migranti ospiti del Centro di accoglienza Las Raíces  e dopo l'incontro in Plaza de Cristo per con le realtà di integrazione dei migranti , papa Leone si è poi recato alla Casa Vescovile e dal balcone del palazzo ha voluto salutare tutti i presenti. Una frase, colpisce molto, di questo momento. Assai significativo: “Siamo riconoscenti a Dio per il dono della vita”. Un dono - che per il pontefice - vuol dire soprattutto avere “capacità di amare e di essere amati”. 

E tutto ciò è possibile viverlo nella celebrazione eucaristica: quella capacità di amare nel luogo privilegiato in cui è possibile sentirsi amati da Dio, con il dono dell'Eucaristia. Così come doni sono anche il sole, il blu del mare che fa da “scenografia” a questa Santa Messa nella solennità del Sacro Cuore di Gesù. Ed è proprio il mare che suscita nel pontefice le prime parole - dopo il consueto ringraziamento per questo viaggio che volge al termine - che arrivano dritte negli animi di chi ha partecipato alla Santa Messa: “Davanti a noi il mare richiama l'infinito e così anche il cielo, ma infinito è soprattutto il desiderio che unisce il cuore di Dio a tanti cuori umani, le cui gioie e speranze, tristezze e angosce trovano eco nel cuore della Chiesa”. Il mare. Il cielo. Ancora oggi, papa Leone XIV sembra divenire un poeta: il poeta del Vangelo. E la poesia - si sa - guarda al mondo umano soprattutto. E così il pontefice ribadisce che “nessun essere umano è un'isola”. L'essere umano è fatto per l'incontro e “non c'è ostacolo, distanza, pericolo o minaccia che possa impedire a ciascuno il suo viaggio” ribadisce papa Leone XIV. 

Un viaggio che non è solo fisico, ma soprattutto del cuore che può chiamare ciascuno all'intima “chiamata all'esodo e all'incontro”. Ed è il Cuore di Gesù a rivelarci “come non perderci, però, in un dinamismo sterile”. Fa un richiamo a papa Francesco, nella sua omelia, il pontefice: ricorda le parole della Laudato si' . Molte persone troppo presenti nell'essere occupate non si accorgono che così facendo possono "travolgere tutto ciò che hanno intorno a sé. Questo incide sul modo in cui si tratta l'ambiente". E papa Leone XIV, allora, dopo questo si sofferma su ciò: “Sono parole che interrogano anche la vocazione turistica di Tenerife, sia riguardo al cuore di chi sceglie ricordo di trascorrere qui un periodo di vacanza, sia per chi vive e lavora sull'isola a contatto con ospiti da tanti Paesi del mondo”. E si domanda, domanda: "Che cosa cerca il cuore umano? Come rispondere alla sua sete in modo non ingannevole?" Rimane importante - in tutto ciò - “specialmente per chi si lascia orientare dal Vangelo, non ridurre tutto a commercio e profitto”. 

E al Vangelo fa riferimento papa Leone XIV, a un Vangelo soprattutto dei poveri. Ed è proprio a loro, "ai minimi", a chi è incapace magari "di pensiero e di parola" "che Dio ha rivelato sé stesso. Li ha arricchiti di ciò che resta nascosto a chi è circondato di ammirazione e successo" ricorda papa Leone XIV. Con l'”Esortazione apostolica Dilexi te” il pontefice - ricorda egli stesso - ha voluto “porre attenzione a tale posto privilegiato dei poveri nella Rivelazione divina e nella missione della Chiesa”. E' questo è un “mistero”: un mistero che “risuona in modo del tutto specifico in queste isole, al centro di rotte migratorie che le rendono luogo di prima accoglienza di fratelli e sorelle il cui viaggio è in genere esposto a pericoli e violenze inenarrabili” . Sono sempre i poveri - ricorda papa Leone XIV - “fonte di saggezza”.  

E, infine, un ringraziamento alla popolazione di Tenerife: “Grazie per ciò che siete e per ciò che fate, rendendo quest'isola un luogo in cui incontrare il cuore di Cristo nel volto amico e accogliente di persone e comunità fraterne”. E un'esortazione: “Abbiate particolare attenzione agli adolescenti e ai giovani, ricchi e poveri, residenti e ospiti: hanno bisogno di essere conosciuti con uno sguardo che vede oltre le apparenze e riconosce la profondità del loro cuore inquieto, non di rado già orientato, magari inconsapevolmente, al Regno di Dio e alla sua giustizia”. 

Alla fine della celebrazione, è il vescovo di San Cristóbal de La Laguna (Tenerife), monsignor Eloy Alberto Santiago Santiago, a pronunciare i ringraziamenti per questo viaggio apostolico tanto atteso: “È stato un momento di grazia per questa Chiesa particolare che si trova al crocevia tra Europa, America e Africa. Questa piccola e umile Chiesa nivariense che – accogliendo il suo invito nell’Esortazione apostolica Dilexi te – vuole essere Chiesa delle Beatitudini, Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri, luogo in cui i poveri hanno un posto privilegiato”. Il papa ha fatto dono, dopo queste parole, di un calice. Ma poi anche alcune parole da parte del papa in cui ha ringraziato Dio per questo viaggio. Ricorda i luoghi che ha visitato e si dice veramente commosso per tutta l'accoglienza ricevuta. "Da questo porto che porta il nome della Santa Croce" il papa pensa alle tante ferite del mondo. E, infine, un'esortazione: "Alziamo lo sguardo", che è poi il motto di questo viaggio. E in conclusione aggiunge: "Amati fratelli grazie di cuore, rimaniamo uniti nella preghiera".

Il popolo di Tenerife saluta papa Leone XIV che si appresta a partire alla volta di Roma. Aci 12

 

 

 

 

Papa in Spagna. Mons. Mazuelos: “È qui per mettere al centro il tema della migrazione”

 

Papa Leone XIV nelle isole Canarie mette al centro i migranti: al molo di Arguineguin l’incontro simbolo. Il vescovo Mazuelos racconta storie, cause e contraddizioni delle rotte atlantiche, tra accoglienza, limiti europei e una Chiesa impegnata e missionaria. di M. Chiara Biagioni

Papa Leone XIV oggi nelle Isole Canarie. Prima tappa a Gran Canaria, poi domani la partenza per Santa Cruz de Tenerife. “Penso che Papa Leone abbia seguito, in qualche modo, il cammino intrapreso da Papa Francesco, che aveva manifestato più volte il desiderio di venire a Gran Canaria per portare all’attenzione la realtà della migrazione e, soprattutto, per essere vicino al popolo locale, che spesso si è trovato ad affrontare da solo questa situazione complessa”. E’ il vescovo di Gran Canaria mons. José Mazuelos Pérez a parlare al Sir di questa nuova tappa del viaggio apostolico di Papa Leone nelle isole canarie. Il primo appuntamento è l’atteso incontro con i migranti e con i volontari nel porto di Arguineguín, conosciuto come “molo della vergogna” perché punto di approdo per migliaia di migranti che arrivano qui dopo viaggi difficilissimi e spesso letali lungo la rotta atlantica. “Papa Leone – dice il vescovo – ha scelto di mostrarsi vicino alla popolazione di Gran Canaria e di mettere al centro il tema della migrazione, che rappresenta un problema globale. Ritengo che questo sia uno dei motivi principali della sua visita”.

Che storie arrivano su quest’isola?

Arrivano molte storie di migranti: persone che fuggono dalla guerra o dalla povertà. Parlando con persone provenienti dal Senegal o dal Ghana, emerge spesso il racconto di intere famiglie che si sono riunite per raccogliere il denaro necessario a permettere a uno di loro di partire per la Spagna o per l’Europa. Una volta arrivata a destinazione, questa persona può garantire il benessere dell’intera famiglia. Per questo motivo chi parte è la persona migliore di un ampio nucleo familiare e questo processo rappresenta una sorta di “emorragia” per i paesi d’origine come Ghana, Gambia o Senegal: è un danno per tutta la società. Inoltre, arriva molta gente dall’America Latina, soprattutto per i legami storici e culturali tra le Canarie e paesi come Venezuela e Cuba. Si dice spesso che il Venezuela sia “l’ottava isola” delle Canarie.  Dunque, abbiamo una migrazione latinoamericana e una migrazione subsahariana perché le Canarie rappresentano la porta dell’Europa più vicina all’Africa.

Ma che Europa trovano? 

Alcuni sono spinti a migrare dalla povertà, altri invece sono attratti dal paradiso europeo che vedono sui social, altri ancora sono costretti a lasciare la loro terra da contesti di guerra. Esiste una contraddizione: da un lato, le risorse naturali dei paesi africani attirano interessi internazionali; dall’altro queste ricchezze generano conflitti. Le persone sono costrette a fuggire dalle loro stesse terre ma non sono accolti da chi li costringe a fuggire. Ad esempio, paesi come il Mali sono ricchi di risorse ma anche teatro di conflitti internazionali. Oppure il Senegal, che possiede importanti risorse ittiche: lo sfruttamento intensivo da parte di flotte straniere lascia ai pescatori locali poche possibilità di sopravvivenza, spingendoli a partire. Molti migranti arrivano quindi cercando opportunità e un futuro migliore, spesso sostenuti dalle loro famiglie e comunità.

Che futuro trovano una volta arrivati?

Spesso trovano porte chiuse. Le Canarie sono isole con opportunità limitate, e molti aspirano a raggiungere la penisola o altri paesi europei per lavorare. Tuttavia, uscire dall’isola non è semplice: servono mezzi economici e autorizzazioni. Questo crea un grande problema, perché molti rimangono bloccati.

Che Chiesa troverà Papa Leone?

Troverà una Chiesa viva, impegnata nell’accoglienza dei migranti e nelle opere sociali a fianco dei più poveri. La Caritas qui conta 1.200 volontari. Ma è anche una Chiesa che si sta preparando alla nuova evangelizzazione, seguendo quanto emerso nel Sinodo e alla luce dell’insegnamento prima di Papa Francesco ed ora di Papa Leone. È una Chiesa inserita in un contesto molto secolarizzato, segnato dal turismo, dal consumismo e dalla ricerca del piacere immediato, ma dove emerge anche una domanda profonda di senso. Siamo sempre più chiamati ad essere una Chiesa pronta ad accogliere, come il padre del figlio prodigo, e ad aiutare, come il buon samaritano, in un contesto in cui molte persone – soprattutto giovani – sono ferite e in ricerca.

Che parole vi aspettate da Papa Leone?

Mi aspetto parole di speranza e di incoraggiamento. Papa Leone – come recita anche il motto scelto per questa visita apostolica in Spagna – invita ad “alzare lo sguardo”, a guardare oltre il presente, verso Cristo, che può rispondere al desiderio di infinito che portiamo dentro. Questo mi ricorda quanto diceva Benedetto XVI sulla necessità di aprire “finestre di trascendenza” in un mondo che rischia di chiudersi in se stesso. Anche oggi è fondamentale: abbiamo bisogno di riscoprire questa dimensione, e credo che Papa Leone lo abbia molto chiaro.

Sir 11

 

 

 

 

Dio non è con chi impugna la spada 

 

Milano – «Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l'innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria». Con queste parole, pronunciate il 10 giugno scorso durante l’omelia nella basilica della Sagrada Familia di Barcellona, papa Leone XIV ha rilanciato con forza il messaggio evangelico della pace e della fraternità tra i popoli.

Un richiamo netto che ribadisce come la guerra sia incompatibile con il Vangelo e come il nome di Gesù non possa essere invocato per giustificare la violenza, il dominio o l’uso delle armi.

Il tema del rapporto tra fede, politica e guerra è al centro anche dell’editoriale pubblicato sul numero attualmente in edicola di Vita Pastorale, firmato dal gesuita padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli Tutti. «In questi ultimi mesi – scrive Occhetta – il Papa constata con amarezza che la guerra non è più percepita come tragedia da evitare, ma tende a essere normalizzata dentro una cultura della potenza, dove disponibilità di mezzi e capacità di dominio orientano le decisioni politiche».

Anche dal punto di vista teologico, spiega l’editoriale, parlare di un Dio dalla parte di chi combatte è da considerare teologicamente falso, come ribadito da Papa Leone non appena arrivato in Spagna a proposito della “guerra giusta”: «Nella tradizione cristiana, il “bellum iustum” non intendeva giustificare la guerra, ma circoscriverla entro limiti rigorosi, per ridurne la violenza e impedirne l’arbitrio. Tale dottrina – spiega Occhetta - si articolava in quattro condizioni fondamentali (l’auctoritas principis, iusta causa, Gaudium et spes, recta intentio). Alla luce delle trasformazioni tecnologiche e della potenza distruttiva degli armamenti, il Magistero sociale della Chiesa non perde l’occasione per ribadire che tali condizioni risultano oggi difficilmente applicabili e giustificabili sul piano etico».

L’articolo inoltre prende a esempio l’episodio tra il cattolico Vance e Papa Leone XIV per spiegare la contrapposizione tra una visione fondata sulla logica della forza e una prospettiva che pone al centro la dignità della persona, la fraternità tra i popoli e la costruzione della pace attraverso il dialogo e il multilateralismo: «Per la Chiesa - conclude Occhetta - la sfida è accompagnare i credenti in un contesto segnato da paure e polarizzazioni, mantenendo uno sguardo evangelico che non legittimi la violenza come soluzione ordinaria ai conflitti». Vita Pastorale giugno

 

 

 

 

Il Papa, la Croce di Cristo degli ultimi che diventano primi

 

Leone XIV a Sant' Agusti con gli ultimi e alla Sagrada Familia - Di Angela Ambrogetti

Barcellona. Il Papa, attesissimo da una folla incredibile che lo ha accompagnato per le strade della città, è arrivato al Tempio firmato Gaudì nella serata dopo140 anni di attesa per il completamento e la benedizione delle Torre di Gesù Cristo. E ricorda nella omelia che non siamo noi che diamo posto a Dio ma Lui “dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori”. Un entusiasmo dilagante, una celebrazione imponente, una liturgia solenne. Al suo arrivo Valentina, una vivacissima ragazzina non vedente, ha illustrato al Papa e ai Reali il modellino della Croce. Gioia e commozione per un momento familiare. Poi la preghiera nelle cripta davanti alla tomba di Gaudì il geniale architetto di cui si attende la beatificazione e di cui si celebrano i cento anni della morte. Il Papa in ginocchio accende una candela.

La incompiutezza non è un difetto, dice il Papa,  ma segna un lavoro sempre in corso “la sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza” spiega Leone XIV.  E ricorda che “davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi” e se crediamo in Gesù “non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria.

Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo, posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno”.

Parla della catechesi delle tre facciate della basilica e arriva alla Croce di Cristo: “ Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza” e una Croce che “brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo”. Ma “occorre passare attraverso la passione del Crocifisso, per essere

illuminati dalla gloria del Risorto” dice il Papa”. Poi il pensiero va a Antoni Gaudì l’artista che ha fatto “del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso”.  E “in questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione”  e “mentre alziamo lo sguardo a Lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere. E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo”.

Dopo la messa all’esterno della Basilica la benedizione della Torre di Gesù Cristo e lo spettacolo di luci e fuochi d’artificio.

 Dopo aver posto questa mattina, ai piedi Maria il suo Ministero e la Chiesa, Papa Leone XIV aveva pranzato con i monaci del Santuario di Montserrat con il ricordo al tempo in cui era parroco di una parrocchia dedicata a Nostra Signora di Montserrat, a Trujillo, in Perù: “le comunità monastiche sono esempio di sinodalità fin dalla loro fondazione” ha detto, ma soprattutto “per il dono del silenzio, in un mondo pieno di rumore, attività, distrazione” e, ha concluso: “il mondo ha bisogno di modelli che ci invitino a vivere momenti di silenzio, a pregare”.

Prima di celebrare la messa alla Sagrada Familia lo sguardo del Papa si è soffermato sui più deboli, nel quartiere Raval nella chiesa di Sant Agustí conosciuta come la “cattedrale dei poveri”. La chiesa barocca, costruita tra il 1728 e il 1750, è la sede di due confraternite, La Macarena e Gran Poder che operano nel quartiere segnato da povertà, immigrazione ed esclusione sociale, ma è anche una delle zone più multiculturali della città con migranti che arrivano dall’ America Latina e dall’ Asia. Un angolo della città vecchia. A fianco alla parrocchia le suore di Madre Teresa di Calcutta.

Testimonianze, domande, tutte in catalano e le risposte del Papa che ricorda anche l’inizio dei Mondiali di calcio, del football americano, del suo fare sport che fa bene al corpo e all’anima.  Una lettera di un bambino che fa domande. E il Papa ricorda che “ogni bambino è un sogno di Dio” e per questo “è essenziale chiedersi se vogliamo essere amici di Gesù”. E se “anche se c’è sofferenza, Egli non abbandona mai alcuno dei suoi figli, perché ci ha preparato una gioia eterna dove non ci saranno più sofferenze né dolore”.

Scattano i ricordi, la visita negli anni 80 e il “sentirsi a casa” e non solo perché una comunità agostiniana. Voleva essere Papa? No ma volevo dedicare la mia vita a Dio.

Ma come ricambiare questo amore? Con amore risponde il Papa. E parla dei nonni, degli anziani, della solitudine e del perdono: “Gesù ci chiede di perdonare perché è l’unico modo per sperimentare la pace di Dio e guarire le ferite spirituali”. E poiché siamo “chiamati ad amare Dio” siamo invitati ad incontrare tutti. Questa è la carità evangelica. Sempre più necessaria “nei tempi che stiamo vivendo, nei quali sembra essersi perso il senso della sacra dignità della persona umana”. Una “dignità inalienabile”  nella creazione di uomo e donna, che “non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge, ma dal dono che lo precede e lo eccede, dato da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno”. Aci 10

 

 

 

 

Il Papa al porto di Gran Canaria: “La dignità umana non ha passaporto”

 

Il Papa al Porto di Arguineguín - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. Il Papa da Barcellona questa mattina si è trasferito a Las Palmas de Gran Canaria. Arrivato alla base aerea di Gran Canaria-Gando intorno alle 10.40 di Roma è stato accolto da parte di alcune autorità locali. Il Papa trascorrerà queste ultime giornate del suo viaggio in Spagna presso le Isole Canarie, un grande arcipelago situato nell’Oceano Atlantico, al largo dell’Africa nord-occidentale, composto da sette isole maggiori e altre isolette minori, tutte di origine vulcanica, che formano una Comunità Autonoma della Spagna. L’attenzione di oggi va subito ai migranti.

Infatti la prima tappa del Papa alle Canarie è il Porto di Arguineguín, sulla costa a sud dell’isola di Gran Canaria che viene chiamato ancora il “Porto della vergogna” perché nel 2020 arrivarono, nel giro di una settimana, circa 3.000 migranti che trovarono moltissime difficoltà.

Era appena scoppiata l’emergenza sanitaria legata al Coronavirus. Dalla Mauritania e dal Senegal, dal Marocco e dal Sahara, numerosi migranti raggiunsero le coste a bordo di imbarcazioni di fortuna. A causa della pandemia, però, nessuno poteva accedere al porto: solo la Caritas si organizzò per prestare soccorso ai naufraghi, fornendo cibo e materiale sanitario. Le Isole Canarie rappresentano infatti uno dei punti di approdo all’Europa più vicini al continente africano. Oggi Papa Leone XIV ha scelto di incontrare tutte le realtà che, ogni giorno, sono impegnate nell’accoglienza e nell’assistenza ai migranti.

Il Papa viene accolto dal Vescovo di Islas Canarias, Monsignor José Mazuelos Pérez, dall’Amministratore delegato di Puertos Canarios (Governo delle Isole Canarie), José Gilberto Moreno García, dal Sindaco di Mogán, Onalia Bueno García, dal Vicario episcopale del Vicariato del Sud, don Antonio Juan López González, dal Vicario della Pastorale sociale e dello sviluppo umano, don José Ramón González Santana, dal Direttore della Caritas diocesana delle Canarie, don Gonzalo Marrero Rodríguez, e dal Delegato per la pastorale dei migranti, don Víctor Domínguez González.

“Oggi, in riva al mare, la Parola diventa concreta: qui giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare”, dice il Papa ai presenti in lingua spagnola.

Il messaggio di Papa Leone XIV alle Canarie è chiaro: nessuno può dimenticarsi di questi uomini e di queste donne: “Vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte”.

Il Papa parla poi di alcuni mostri in particolare: “Anche oggi esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio”.

Ma c’è la nostra speranza, Gesù. “Crediamo in un Dio che soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere la morte. Così ne ha fatto esperienza il popolo d’Israele, attraversando il Mar Rosso per uscire dalla schiavitù. Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque.”, dice il Papa a gran voce.

Per il Papa si tratta di “essere presenti là dove l’essere umano soffre, dove le risorse non bastano e non c’è una lingua comune, ma dove ancora possono parlare i gesti”.

Durante l’incontro Papa Leone XIV ascolta anche alcune testimonianze: tra queste c’è quella di Blessing, nigeriana, una donna costretta a lasciare il suo paese, una donna vittima di tratta e di sfruttamento come molte altre purtroppo. “Vorrei che questo messaggio arrivasse a te Blessing e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro. Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia e sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male; il tuo corpo non appartiene a chi si è approfittato di te; i tuoi giorni non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura! La tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti. E noi vogliamo camminare con te, finché quella verità non tornerà a farsi sentire, più forte del dolore”, queste le parole di coraggio e conforto del Pontefice ai migranti delle Canarie e del mondo.

“Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono “canti delle sirene”, sono industrie di morte. Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante. La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera”, l’appello di Papa Leone XIV.

Al termine, prima di recarsi presso l’edicola della Vergine del Carmelo per la benedizione di una croce realizzata con il legno di un’imbarcazione di migranti, il Papa offre un omaggio floreale in memoria delle vittime delle migrazioni via mare. Un minuto di silenzio, di preghiera e riflessione.

Il discorso del Papa è dunque un forte richiamo alla dignità dei migranti, alla lotta contro la tratta di esseri umani e alla responsabilità condivisa di Stati, istituzioni e società civile nell'affrontare il fenomeno migratorio. E anche e soprattutto la Chiesa deve stare in prima linea su queste frontiere.

Il pomeriggio del Papa continua con l’incontro con Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Religiosi, le Religiose, i Seminaristi e gli Operatori pastorali presso la Cattedrale di Sant’Anna. Aci 11

 

 

 

 

“Agenda Digitale e Intelligenza Artificiale per ridisegnare il turismo”

 

Il ruolo dell'IA e della trasformazione digitale nel turismo del futuro

Città del Vaticano. Comprendere il ruolo dell'IA e della trasformazione digitale nel turismo del futuro. Questo il cuore del Messaggio che il Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, Sezione per le Questioni Fondamentali dell’Evangelizzazione nel Mondo, S.E. Mons. Rino Fisichella, invia, in occasione della 47° Giornata Mondiale del Turismo che si celebra il 27 settembre 2026. Quest'anno il tema scelto è “Agenda Digitale e Intelligenza Artificiale per ridisegnare il turismo”.

"La Giornata Mondiale del Turismo, che ogni anno il 27 settembre invita l’intera comunità

mondiale a riflettere sul senso e sul valore di questa straordinaria forma di incontro tra i popoli, propone quest’anno una sfida di portata storica: comprendere il ruolo che l’intelligenza artificiale e la trasformazione digitale possono avere nell’immaginare il turismo del futuro", si legge nell'incipit del Messaggio.

In quanto "si è piuttosto chiamati a interrogarsi su come si vuole promuovere la persona umana attraverso il turismo, e come le nuove tecnologie possono realmente servire la dignità di ogni persona in vista del bene comune, così come afferma Papa Leone XIV nella recente Lettera Enciclica Magnifica Humanitas", riporta il Messaggio.

"Il turismo nasce da un desiderio antico quanto l’umanità: conoscere l’altro, scoprire nuovi orizzonti, lasciarsi sorprendere dalla bellezza del creato e dalla ricchezza delle culture. Questo desiderio è profondamente umano e porta con sé anche una dimensione spirituale. In esso risuona quella sete di infinito che abita nel cuore di ogni persona. Oggi, l’intelligenza artificiale può certamente facilitare il viaggio: rendere più accessibili le informazioni, personalizzare le esperienze, ottimizzare i percorsi, ridurre l’impatto ambientale. Tutto ciò è prezioso. Ma nessuna tecnologia potrà mai sostituire lo sguardo che si posa per la prima volta su un paesaggio mai visto, la stretta di mano tra sconosciuti, la commozione davanti a un’opera d’arte o a un luogo sacro. L’incontro con l’altro, con tradizioni diverse dalla propria, può diventare occasione di crescita. Non si tratta di annullare le differenze o di uniformare le culture, ma di favorire uno scambio che arricchisce tutti", questo il cuore del Messaggio.

"Le piattaforme digitali e i sistemi di intelligenza artificiale devono essere progettati e utilizzati in modo da favorire l’incontro autentico tra le persone e i popoli, e non ridurlo a una mera esperienza virtuale o a un consumo di immagini. Come si può osservare, esiste una componente umana e personale che non può essere vanificata senza perdere il senso profondo per cui ci si mette in viaggio. Questa dimensione è bene che venga sempre

riconosciuta soprattutto da quanti operano nell’ambito del turismo perché non si disperda un patrimonio che segna il passaggio di generazione in generazione. Siamo chiamati a riscoprire il significato profondo del viaggio: non come fuga dalla realtà, ma come cammino verso il creato, verso l’altro, e verso Dio. Il turismo, quando è vissuto con autenticità e responsabilità, può essere una scuola di fraternità, un’esperienza che allarga il cuore e la mente, che educa alla ricchezza della diversità e alla solidarietà. Quanti operano nel settore turistico e quanti sono impegnati nella pastorale del turismo sono quindi chiamati alla vigilanza. L’intelligenza artificiale può ridisegnare il turismo e renderlo più attraente.", conclude il Messaggio. Aci 11

 

 

 

 

 

“Radicati e costruiti in Cristo”, le Linee per il Cammino sinodale in Italia

 

“Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia” - Di Veronica Giacometti

Roma. Sono state rese note le “Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia” dal titolo “Radicati e costruiti in Cristo”, il documento approvato dall’82ª Assemblea Generale per il prossimo quinquennio.

“Nel testo sono indicate alcune priorità, riconosciute dai Vescovi italiani a partire da una rilettura globale del Documento di sintesi del Cammino sinodale, nel processo di recezione del Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi. In questo senso, “Radicati e costruiti in Cristo” non sostituisce in alcun modo il Documento di sintesi né si sovrappone al discernimento delle Chiese locali, delle Metropolie e/o delle Conferenze Episcopali Regionali”, si legge nel comunicato distribuito dalla CEI.

Il documento si articola in introduzione, quattro capitoli e conclusione.

“Le linee di orientamento presentate sono quattro: la prima riguarda la necessità di riconnettere vita e Vangelo, prendendo atto che la fede e la sua trasmissione non possono più essere date per scontate. La seconda, strettamente connessa alla prima, concerne la vita comunitaria che può rappresentare una testimonianza concreta della fede a patto che ci sia un serio ripensamento della Chiesa nel territorio affinché le comunità cristiane siano vitali e attrattive. La terza linea tratta della “corresponsabilità differenziata”, con attenzione alla presenza missionaria dei laici, agli organismi di partecipazione e all’attivazione di ministeri battesimali. La quarta chiede di verificare l’adeguatezza delle strutture per la trasmissione della fede: comunità parrocchiali o interparrocchiali, Conferenze Episcopali Regionali e alcuni aspetti della struttura della CEI”, riporta la nota ufficiale che sintetizza il Documento.

Nel primissimo capitolo si evince il senso stesso di questo documento oggi reso noto: “Non sostituisce il Documento di sintesi del Cammino sinodale. Non intende sovrapporsi al discernimento delle Chiese locali, delle Metropolie e/o delle Conferenze Episcopali Regionali. Indica alcune priorità che dovranno illuminare la vita ecclesiale negli anni a venire”.

Un argomento ampiamente trattato nel testo è “la risposta all’individualismo”. Il Documento di sintesi pone l’accento sul fatto che la vita comunitaria dei credenti in Cristo potrebbe rappresentare oggi, in Italia, un’autentica profezia rispetto allo sfilacciamento dei legami interpersonali che contrassegna la società civile. Nello stesso tempo, nel testo viene rilevato in maniera marcata come ciò si possa realizzare solo se si attua una vera conversione della forma attuale delle comunità cristiane, a cominciare dalle parrocchie”. In quanto “il Cammino sinodale ha mostrato l’urgenza di rinnovare la forma delle parrocchie. L’auspicio è che queste siano luoghi di relazioni reali e vitali”.

Un’altra linea di orientamento per le Chiese in Italia va “rintracciata nella ricerca di quali ministeri battesimali siano necessari e possano essere eventualmente istituiti, oltre a quelli già previsti dalla CEI e ai molti ministeri di fatto. Tale prospettiva potrà favorire in modo concreto e plastico, nelle nostre Chiese, la corresponsabilità differenziata dei battezzati, che è alla radice di tutto il Cammino sinodale. Si tratta di un input che dovrà trovare applicazione in modi diversificati nelle Chiese locali, perché rappresenti una risposta alle necessità reali delle concrete comunità cristiane e perché sia sempre evitato il rischio – paventato dallo stesso Documento di sintesi – di favorire un processo di clericalizzazione di alcuni laici”, si legge ancora nelle Linee di Orientamento.

Continua così lo stesso Documento: “La presenza concreta di ministeri battesimali istituiti e di fatto potrà favorire l’uscita da una forma ecclesiale in cui risulta riconoscibile solo il ministero del sacerdote. Ciò porta spesso a considerare il ministero del presbitero – in pochi casi, quello del diacono – come l’unico concepito ed esistente. È infatti oggi evidente, anche in virtù della ricerca teologica, che sul ministero del prete si sono concentrate lungo la storia le più disparate richieste, che non attengono necessariamente al servizio che gli compete in forza del sacramento dell’Ordine ricevuto, ma che hanno la loro radice nei sacramenti dell’iniziazione cristiana. La corresponsabilità nella vita della comunità apre all’esperienza di “diaconie pastorali” in cui si attua «il servizio di animazione pastorale della comunità sempre di più come lavoro di squadra tra presbiteri, diaconi, ministri istituiti e di fatto, laici e laiche, sposi, consacrati e consacrate, anche attraverso la formazione di ‘équipe pastorali’ o ‘gruppi ministeriali’ a servizio di una o più parrocchie o di una unità pastorale. Tale scelta, peraltro, permette di superare forme di isolamento nella vita dei preti. Alla luce di tale corresponsabilità, è opportuno che in Seminario i futuri presbiteri siano formati alla collaborazione con altri fedeli”.

I Vescovi concludono che alla luce di tutto questo è “indispensabile introdurre forme efficaci di verifica periodica del percorso svolto. Ci si potrà domandare, nel tempo e a tutti i livelli, se le scelte compiute aiutino realmente a riportare al centro il dono della fede, a far crescere la vita comunitaria, a dare impulso alla responsabilità condivisa dei battezzati, a rendere più adeguate e leggere le strutture ecclesiali, a far maturare comunità più missionarie, più fraterne e più capaci di testimonianza. La verifica, se vissuta con verità e libertà interiore, ci consentirà di custodire quanto di buono è germogliato, di correggere ciò che si rivelasse inadeguato e di continuare a lasciarci guidare dallo Spirito del Signore, che rinnova incessantemente la sua Chiesa. A tal fine, per avviare, accompagnare e verificare i diversi processi e percorsi, la Conferenza Episcopale Italiana costituirà un Organismo di partecipazione ecclesiale a livello nazionale, corrispondente all’équipe sinodale richiesta dalla Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi e dal Documento di sintesi , in cui si sperimenti ulteriormente la corresponsabilità tra le diverse vocazioni”, concludono i vescovi italiani.

È disponibile per intero il testo online, sul sito www.chiesacattolica.it. Aci 10

 

 

 

 

Leone XIV, per arrivare al cuore della città ci vuole il ritmo della musica del Vangelo

 

La preghiera all'Almudena e la festa della diocesi nello stadio Bernabéu - Di Angela Ambrogetti

Madrid. La Cattedrale dell’Almudena è di fronte al Palazzo reale di Madrid. Un unico grande spazio tra il potere politico e quello spirituale che segnano uno dei punti più significativi della città. Così come lo stadio Santiago Bernabéu, altro luogo simbolo di Madrid.

Il Papa decide di pregare davanti all’ Almudena e di parlare alla diocesi di Madrid allo stadio.

E all’Almudena, accolto dal suono a distesa delle campane e dalla Regina Madre Sofia, fa un appello perché la “millenaria devozione mariana, così sentita da tutti voi, è un segno delle radici cristiane che vi caratterizzano e vi danno vita, ma anche della grande speranza che continua ad animarvi per proseguire nel cammino”.

Ricorda la storia della devozione, con un crollo provvidenziale di un muro che fece ritrovare l’immagine nascosta per proteggerla e dice che “per edificare qualcosa di nuovo, bello e duraturo, bisogna essere disposti ad abbattere muri, perché per ricominciare il cammino sono necessari spazi che ci permettano di intravedere l’orizzonte” e invita gli spagnoli “convinti che il Signore cammina con il suo Popolo santo, ascolta le sue paure e accoglie con premura tutti i suoi sforzi di bene” a  “non venir meno nella vostra testimonianza di fede, per contemplare il disegno d’amore del Padre”. E conclude con la preghiera: “aiutaci a essere costruttori di pace e riconciliazione”.

Fede e carità nel cuore del messaggio del Papa in Spagna ritornano in ogni discorso. La carità, l’attenzione al sociale hanno radici solo nella fede perché solo così si può essere “costruttori di legami che restaurino il linguaggio universale della comunione, dell’amore fraterno e della concordia”.

Al suo arrivo allo stadio al Papa viene donata una parpusa bianca, il tradizionale cappello madrileno, emozione ed applausi si alternano alle testimonianze. Lo stadio stracolmo di gente entusiasta, più di 80 mila persone, che lo applaude per minuti.

E le prime parole del Papa portano il pensiero alla liturgia: “ il nostro cuore ha bisogno di cantare, cioè di interpretare gli avvenimenti e le situazioni celebrando con gli altri il senso che sprigionano. Per la Chiesa questo avviene in modo singolare nella liturgia, il grande Memoriale della storia che ci ha salvati”.

Parla del Battesimo Leone XIV che “cessa di essere un dono privato e si piega al bene comune”.

E serve un rapporto speciale tra la Chiesa e la città. E "per arrivare al cuore della città occorre coltivare la consapevolezza che la verità è sinfonica e sempre ci supera, coltivare il desiderio di trovare il Risorto che è sempre più avanti di noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato”. Allora per il Papa serve più sinodalità e meno burocrazia nelle parrocchie e serve “fiducia nel fatto, sempre più evidente, che si può tornare alla fede o conoscerla per la prima volta in età adulta. Disponetevi ad accogliere i nuovi inizi non come eccezione, ma come regola della missione”. Una vera musica, quella “del Vangelo, col suo ritmo coinvolgente”. E anche il Papa si unisce ai canti nello Stadio Bernabéu. E in una breve visita al Museo del Real Madrid riceve una maglia speciale.

Gli applausi sono stati la vera punteggiatura di queste giornate a Madrid. Applausi lunghi e intensi che hanno portato qualche lacrima negli occhi del Papa anche quando ha donato la Rosa d’Oro per la immagine dell’Almudena. Come quando negli schermi dello stadio tutti hanno rivisto Prevost parlare a Madrid 10 anni fa. E poi la finte partita di calcio per raccontare cosa fa la Diocesi, il coro di giovani sacerdoti, i racconti dei migranti accolti nelle parrocchie.

Nel suo saluto in cattedrale il Cardinale José Cobo Cano aveva ricordato la storia della Vergine dell’Almudena “la madre che appare quando cadono i muri”, con quel nome di origine araba.

E nell’incontro con la diocesi il cardinale di Madrid dice che “parlare del Battesimo ci rimanda all’acqua. E a Madrid, nelle sue viscere più profonde, si trova una grande falda acquifera con un enorme volume di acqua. Un’acqua del Battesimo che è la fonte di ciò che

siamo e il fondamento più profondo della nostra comunione come Chiesa Popolo di Dio. Una comunione che, in questo momento storico così lacerato e diviso, dobbiamo abbracciare con sempre maggiore intensità”.

Un abbraccio che la città ha riservato al Papa anche nel tragitto in papamobile tra la Cattedrale e lo stadio, tra applausi e lanci di petali di fiori dai balconi. E all’arrivo al Bernabéu il grido: “con tigo Leon un solo Corazon!”. E il Papa risponde con una battuta nel suo discorso allo stadio: Don José ha fatto una gran goal per sempre!

Nel pomeriggio in Nunziatura, Papa Leone XIV ha incontrato la Presidente della Comunità di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, il capo dell’opposizione e leader del Partido Popular, Alberto Núñez Feijóo, la Regina emerita Sofía, e con lei altri membri della famiglia reale. Aci 8

 

 

 

 

Leone XIV ai vescovi spagnoli: "Alla Chiesa viene chiesta una testimonianza di unità nella pluralità"

 

Il Papa nella sede della Conferenza Episcopale Spagnola: "Come vescovi siamo chiamati a essere principio visibile di comunione" - Di Marco Mancini

Madrid. “Il cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa è un processo di ascolto profondo. Essere capaci di riconoscere la voce di Dio, che parla attraverso la comunità ecclesiale, è uno dei suoi valori fondamentali”. Lo ha ribadito Papa Leone XIV stamane a Madrid, incontrando i vescovi spagnoli nella sede della Conferenza Episcopale di Spagna.

“Come non ricordare qui – ha detto il Papa - l’immenso patrimonio cristiano della vostra terra, l’enorme capacità di convocazione che quella ricchezza ci fornisce: con la sua bellezza, che raggiunge anche il non credente, o con i legami di appartenenza che è stata capace di intessere nell’identità spirituale di ogni angolo di questo amato popolo, e che rimane presente anche nei momenti in cui la sua fede vacilla. Una sfida enorme a cui siamo chiamati a rispondere con coraggio, affinché questo patrimonio produca i frutti di cui è capace”.

“Un altro tesoro che non possiamo dimenticare nel nostro bagaglio – ha aggiunto - è il Viatico del pellegrino. Il Pane della Parola e dell’Eucaristia ci è ancor più necessario del cibo materiale, perché ci apre la strada della salvezza. Non si tratta di come rendere la celebrazione più o meno attraente, ma sentire che, se siamo partecipi di quel Pane, la sua assenza ci provoca un disagio che possiamo paragonare alla fame materiale”.

“Il compito deve essere che il nostro patrimonio sia sempre uno strumento e un’opportunità di dialogo con coloro che incontriamo sul nostro cammino. Siamo chiamati a costruire una nuova realtà, attraverso il dialogo rispettoso e l’uso di nuovi linguaggi. Anche i linguaggi in questa era digitale sono diversi e le culture che ora compongono il mosaico delle nostre realtà, con migranti da tutte le parti del mondo, sono cambiate, ma lo spirito deve rimanere”.

La prima caratteristica dello spirito da conservare – ha osservato Leone XIV – “riguarda la capacità di comunicare, di parlare con ogni realtà presente nel nostro territorio, di abbassarsi non solo per capire, ma per condividere. Solo sulla base della condivisione di tutto ciò che di buono c’è nel proprio patrimonio, apportando ciascuno il proprio contributo, potremo costruire una realtà nuova in cui la fede possa radicarsi profondamente. Per questo bisogna cominciare imparando il linguaggio dell’altro, avviare processi e tessere legami dove poter seminare il seme del Regno”.

Vi è poi “la chiamata a creare realtà capaci esse stesse di comunicare la propria esperienza di fede. Dopo le pianure deserte, troveremo anche grandi città; in esse, il silenzio e la lontananza non sono fisici, ma spirituali. Le risposte saranno diverse, ma analoghi i processi per arrivarci: ascolto, comprensione, rispetto, generosità e franchezza”.

In un tempo di polarizzazioni e contrapposizioni sempre più dure, alla Chiesa viene chiesta “una testimonianza di unità nella pluralità: una comunione capace di accogliere la ricchezza dei doni, dei carismi, delle sensibilità che lo Spirito Santo suscita nel Popolo di Dio. Il volto di Cristo si lascia riconoscere nel mosaico vivente della Chiesa, dove molte tessere, senza confondersi, convergono per manifestare la bellezza dell’unico Signore”.

Come vescovi – ha spronato Papa Leone – “siamo chiamati a essere principio visibile di comunione, innanzitutto della comunione con Cristo, custodendo con amore la fede ricevuta, in docilità alla Parola di Dio e alla viva Tradizione della Chiesa; poi, in comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale, con il presbiterio e con la propria comunità diocesana, con la vita consacrata, con i movimenti, con le associazioni e con ogni carisma autentico che lo Spirito dona per l’edificazione comune. La vostra missione chiede di custodire l’unità, favorire il dialogo, sanare le fratture e accompagnare il cammino del popolo affidato alle vostre cure”.

Il Papa ha poi parlato di pastorale vocazionale che “non può ridursi a una semplice ricerca di numeri. Essa nasce da comunità vive, da sacerdoti gioiosi, da famiglie capaci di testimoniare la bellezza della fedeltà, da una Chiesa che sa mostrare con semplicità che seguire Cristo non impoverisce l’esistenza, ma la espande. Dove il Vangelo è vissuto con gioia, servizio e comunione, anche la chiamata del Signore può essere nuovamente ascoltata come promessa di vita”.

 “I seminaristi – ha aggiunto – hanno diritto alla migliore formazione possibile e la Chiesa, dal canto suo, ha diritto a sacerdoti ben formati A volte ci risulta difficile presentare la vocazione dei laici e la loro integrazione in questo cammino di vita che come Chiesa stiamo compiendo. Dipende da noi che questi laici arrivino a percepire la loro partecipazione a questo servizio ecclesiale come una chiamata che Dio rivolge ad assumere responsabilità come cristiani, interiorizzandone lo spirito, sentendosi parte della missione che il Signore ha affidato ai religiosi che l’hanno realizzata”.

Poi il passaggio, doloroso, sulla piaga degli abusi. “La comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione. Questa stessa logica vale anche per le sfide di un mondo secolarizzato. Molti uomini e donne del nostro tempo non rifiutano semplicemente Dio, spesso portano nel cuore una profonda sete di senso, di verità, di appartenenza e di speranza, anche quando non sanno darle un nome”. La Chiesa è chiamata a riconoscere questi desideri, ad ascoltarli con rispetto e a offrire, come

Il Papa in conclusione ha invitato a guardare Maria e san Giovanni d’Avila, patrono del clero spagnolo, in cui “la Chiesa riconosce la vita sacerdotale che ogni vescovo è chiamato a custodire e a far crescere nel proprio presbiterio”.

Nel suo indirizzo di saluto il Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola, Monsignor Luis Javier Argüello, Arcivescovo di Valladolid, ha ricordato che “la Conferenza episcopale spagnola è stata creata nel 1966. Celebriamo il nostro sessantesimo anniversario. Quale modo migliore per festeggiarlo se non accogliendola in questo viaggio apostolico in Spagna! La sua presenza ci aiuta a rendere visibile il dialogo tra ogni Vescovo, il Papa e questa istituzione, frutto del Concilio Vaticano II, che coltiva l’affetto collegiale e i servizi di preghiera e dialogo condiviso, insieme a proposte di coordinamento pastorale o all’elaborazione di documenti, libri liturgici e norme di applicazione nelle nostre Chiese”. Aci 8

 

 

 

 

Papa in Spagna: “La pace è un’esigenza morale”

 

Nel suo discorso al Parlamento spagnolo il Papa parte dalla dignità di ogni essere umano per declinare i temi più scottanti dello scenario geopolitico. Dalla difesa della vita ai migranti, dal "no" alla guerra alla preoccupazione per il riarmo. Per la pace serve "coraggio diplomatico, responsabilità etica e visione del futuro". Di M.Michela Nicolais

“Ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana”. E’ il presupposto e, nello stesso tempo, il fulcro del primo discorso di un Pontefice al Parlamento spagnolo, accolto con un applauso interminabile. Leone XIV, nel pronunciare il suo intervento storico, cita più volte la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, e – come aveva fatto dal suo primo discorso in Spagna, nel Palazzo Reale  – parla alla nazione di cui è ospite ma allarga la riflessione all’Europa e al mondo, in preda ad “una profonda crisi spirituale e culturale, che si manifesta in molteplici forme di violenza, polarizzazione e diffidenza reciproca”.  In questo contesto, “la pace si presenta come un’aspirazione politica e, ancor più, come una vera e propria esigenza morale” che richiede “coraggio diplomatico, responsabilità etica e una visione del futuro fondata sul rispetto dell’identità di ogni popolo e sull’obbligo degli Stati di risolvere le loro controversie attraverso le vie pacifiche offerte dal diritto internazionale”. 

Dignità, giustizia e bene comune sono la misura delle relazioni sociali. Prendendo la parola, il Papa rende omaggio prima di tutto alla storia e alla cultura della Spagna, citando il don Chisciotte, Santa Teresa d’Avila, Miguel de Unamuno e, in particolare, la Scuola di Salamanca, che 500 anni fa “ha contribuito a formare una coscienza giuridica e morale capace di ricordare che l’autorità comporta sempre una responsabilità e che ogni essere umano dev’essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri”. Per Leone, “quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale sia internazionale”. “Questa è una delle grandi eredità della Spagna: aver unito l’azione storica alla lucidità della ragione morale”, tracciando così una direzione di marcia valida anche per l’oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e del ritorno della guerra, con la “preoccupante” corsa al riarmo. 

“Di fronte alle trasformazioni del nostro tempo, il nostro discernimento deve concentrarsi sul posto che occupa la persona umana nelle nostre decisioni e su come si prospettano oggi, in modo nuovo, la dignità del lavoro, la solidarietà, la politica sociale e il bene comune”, la proposta del Pontefice: la dignità della persona “non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze del momento”.  

Prima la vita. “Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società?”, il primo affondo di Leone: “Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?”.

“La difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà”, afferma il Papa: “Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza”, perché  “la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite segnate da maggiore fragilità”. Sostenere la famiglia significa rafforzare “la stabilità spirituale e sociale delle nazioni”.  

Il dramma dei migranti interpella le coscienze. “La situazione dei migranti e dei rifugiati richiede una risposta che metta al centro le persone, affronti le cause che le costringono a partire e vada oltre la semplice gestione di flussi”, l’indicazione di rotta del Pontefice, che chiede, da una parte, di offrire ai migranti “vie sicure e legali, un’accoglienza rispettosa e reali possibilità di integrazione”, e dall’altra di promuovere “il diritto di rimanere nella propria terra”. Sulle rotte del mare, “è necessario rafforzare la prevenzione, il salvataggio e l’assistenza alle vittime, specialmente nel quadro di una cooperazione regionale e multilaterale”, perché “nessuna nazione può affrontare da sola una sfida di questa portata”,  

No a guerra e riarmo. “Le armi possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura”, le parole sulla “preoccupante” corsa al riarmo, anche in Europa. “La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra”, compresi quelli dell’intelligenza artificiale applicata in ambito militare, che “richiede una rigorosa vigilanza etica” 

Il diritto deve servire il bene. “Il pluralismo politico non dovrebbe degenerare in discredito permanente dell’avversario”, il monito alla politica, insieme a quello a “riscoprire il valore indispensabile del dialogo come percorso paziente verso accordi giusti e duraturi, fondati sul rispetto dei trattati, sulla trasparenza dell’azione diplomatica e sulla sincera volontà di anteporre la pace al ricorso alla forza”. Occorre promuovere “una cultura della reciprocità”, disarmare il linguaggio e riconoscere la libertà religiosa: la fede non si impone, ma non può essere “relegata al silenzio”.  “Il diritto deve servire il bene” e “una legge non raggiunge la sua vera grandezza per il semplice fatto di essere stata formalmente approvata”, l’appello finale: “la raggiunge quando, oltre ad essere valida nella forma, può presentarsi davanti alla dignità della persona e superare tale esame senza vergognarsi”.  Sir 8

 

 

 

 

 

La solennità del Corpus Domini a Kempten

 

Kempten. Particolarmente solenne la Celebrazione Eucaristica e la Processione in occasione della Festa del Corpus Domini  del 4 Giugno scorso nella Parrocchia di St. Lorenz di Kempten, a cui si è unita anche quest'anno la Parrocchia di St. Anton, con il coinvolgimento della Missione Cattolica Italiana e della Missione Cattolica Croata. Il suggestivo Rito è stato concelebrato nell’imponente Basilica di St. Lorenz dal Padre Thomas Rauch, Domkapitular e  Parroco di St. Lorenz;   dal Padre Bernhard Hesse, Decano Cattolico di Kempten; dal Padre Bruno Zuchowski, Rettore delle Missioni Cattoliche Italiane di Augsburg e Kempten; dal Rettore della Messione Cattolica Croata di Kempten e dal  Padre Justus Chigozie Oruh, Cappellano di St. Lorenz.

Significative le Letture. Sia le Letture che le altre Preghiere –eseguite anche negli Altari esterni allestiti in vari punti del percorso della Processsione–  sono state ripetute anche in italiano e in croato. Magnifica, veramente suggestiva, veramente coinvolgente l'Omelia del Decano Hesse, Incaricato per il Rinnovamento Carismatico dalla Diocesi. Commentando il brano evangelico del girono egli ha portato dei paragoni e paralleli veramente appropriati  all'attuale situazione della nostra società, in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E "il noi" viene, spesso sovrastato "dall'io". Dopo questa prima parte della solenne Liturgia, conclusa con il solenne momento dell'Adorazione –sotto un cielo leggermente coperto– la Processione ha preso il via dalla scalinata principale della Basilica con il Santissimo sotto il baldacchino, portato da  fedeli e il Santissimo portato a turno dai Celebranti, e con  Bandiere e Gagliardetti, tra cui quello bellissimo della Madonna della Pace della nostra Missione Cattolica Italiana. 

Come in passato, una prima sosta ha avuto luogo all'Altare allestito nell'Hofgarten con  le Letture previste, le Preghiere dei Fedeli e con la solenne Benedizione.

La Processione ha continuato quindi  il suo  percorso, e si è fermata nella Klostersteige. Qui  è avvenuta  un'altra Funzione all'Altare precedentemente preparato ai piedi della  Freitreppe. Da questo bellissimo altare ha impartito la Benedizione Padre Bruno Zuchoski.

Subito dopo, il solenne corteo, si è avviato verso la chiesa evangelica, posta nella St Mang Platz, dove i Fedeli Cattolici con il loro Celebranti e con il Santissimo si sono incontrati davanti alla Campana della Pace con la Parroca Dorothee Löser, da due anni Decana della Chiesa Luterana di Kempten e che ha accolto i Fedeli e i Celebranti con fraterne e calde parole di pace e accomiatandosi dai Ministri Cattolici –al termine– con un caloroso abbraccio cristiano.

Poi la Processione ha proseguito il suo percorso sino alla vicina chiesa di Christi Himmelfahrt e si è fermata all'altare allestito davanti alla chiesa, dove –infine–  è terminata  la solenne Celebrazione  con la proclamazione di un altro brano evangelico, un’ultima solenne Benedizione impartita dal Capitolare Padre Rauch e l’esecuzione del suggestivo canto “Großer Gott, wir loben Dich”.

Al termine della cerimonia, prima del commiato finale, il Parrocolo Rauch  non ha mancato di ringraziare nuovamente i Concelebranti e i Fedeli per la loro partecipazione, ripetendo quanto già  fatto al termine della Celebrazione Eucaristica e invitando i collaboratori a partecipare a una piccola colazione nei localí della chiesa di Christi Himmelfarhrt.

Tra i numerosissimi i partecipanti diversi membri del  Consiglio Comunale,  E  molti fedeli accorsi anche dai dintorni. Presenti  molti Membri del Consiglio Parrocchiale di St. Lorenz anche alcuni bambini della Prima Comunione, una Delegazione degli Unterillertaler  con bandiera, una banda musicale, una Delegazione del Movimento Cattolico Tedesco, KAB  e diversi Membri delle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani, ACLI  (tra cui il Vicepresidente Vicario della ACLI Baviera, Dr. Fernando A. Grasso  nonché Presidente del Circolo ACLI di Kempten, di cui fanno parte diversi Dirigenti Circoscrizionali del KAB e alcuni Membri del Consiglio Pastorale della Missione Cattolica Italiana di Kempten, a cominciare dal Rettore della Missione, Padre Zuchowski, dalla Segretaria Baiano,  e continuando con il Presidente Trovato (intervenuto con la Famiglia), con il Consigliere Scarvaglieri (e Signora) e con altri validi Collaboratori e Collaboratrici della Missione, tra cui il Signor Romano, le Signore Leanza e Petralia, la cara Amica Mangano, vedova del compianto Assistente Sociale Corrado, e tanti, tanti altri, di cui mi sfugge il nome,  con i quali mi scuso non avendo preso appunti durante l'evento.

Fernando A. Grasso, de.it.press 8

 

 

 

 

 

Papa Leone XIV: cultura e fede, costruzione dell'identità europea

 

L'intervento del pontefice all' Arena di Madrid. L'incontro " Tessere reti con il Mondo della Cultura, dell'Arte, dell'Economia e dello Sport” - Di Antonio Tarallo

Madrid. Giornata intensa per il pontefice, oggi, a Madrid. Dopo stamane con la celebrazione eucaristica e la processione in occasione della solennità del Corpus Domini , è il momento dell'incontro tanto atteso all'Arena di Madrid: “Tessere reti con il mondo della cultura, dell'arte, dell'economia e dello sport”. Un incontro che vede protagonisti donne e uomini della cultura e dello sport: donne e uomini di buona volontà per una società più giusta e più equa. Papa Leone arriva in papamobile, facendo un giro tra le strade stracolme di Madrid. La folla è davvero tanta, numerosa e festosa: canti, grida soprattutto. E' la gioia del popolo madrileno che scoppia incontenibile: la gioia che accompagna papa Leone XIV fino alla sua entrata nell'arena, anch'essa stracolma. Il pontefice saluta tra i corridoi della platea, fino a salire sul grande palco.  

Lo accoglie un canto, in spagnolo: le note fanno da scenario sublime all'entrata di papa Leone XIV accolto con grande affetto da tutti. Mani tese che vogliono incontrare quella del papa, del vescovo di Roma giunto ieri in Spagna. Spetta al cardinale arcivescovo di Madrid, José Cobo Cano, le parole di saluto indirizzate a papa Leone XIV. Prende spunto dalla bellissima vetrata dell'arena che diventa - per il porporato - una metafora degli stessi presenti a questo evento: una vetrata che diviene simbolo di ogni fedele del mondo: “Oggi siamo come quella immensa vetrata attraversata dalla luce”. Parole che vogliono richiamare all'importanza di “costruire un mondo migliore, più giusto e più bello”. Parla del mondo di oggi, il cardinale José Cobo Cano: "Il nostro tempo presenta una crepa pericolosa: la mancanza di domande e di senso. Di fronte a questo, Santità, siamo chiamati a cercare insieme le risposte; a unire frammenti sparsi della realtà — come tessere di quella grande vetrata — per restituire la luce all'umanità. In definitiva, l'autentica missione della Chiesa è annunciare la gioia del Vangelo e testimoniare la convinzione che questa casa è sempre aperta a tutti".

Il mosaico - o meglio la vetrata, per continuare la metafora del cardinale José Cobo Cano - degli interventi-testimonianze che si susseguono è davvero vasto. Tante le voci, tanti i temi che questi volti portano: l'attore Banderas p arla del dialogo tra Chiesa e intellettuali, un dialogo millenario, ma parla anche di un'arte, di una cultura che è “ domanda, riflessione, contrasto”; la voce accademica del Rettore dell'Università Complutense, José María Coello de Portugal , pone l'attenzione sul mondo universitario rispettoso “della diversità ma anche della verità”, dei “centri all'avanguardia della conoscenza ma nel pieno rispetto dell'etica della ricerca”, degli “spazi accademicamente eccellenti ma socialmente inclusivi”: di ciò ha bisogno la società, la cultura. Il mondo delle aziende, rappresentato da Antonio Garamendi, presidente della CEOE, Unai Sordo, segretario generale di Comisiones Obreras; e Ángela Lopez de Miguel, presidente di CEPYME, si soffermano sui cambiamenti della stessa società e dell'industria, ponendo la massima attenzione sull'AI e promuovendo “Un nuovo contratto sociale per l'era dell'intelligenza artificiale”. Teresa Perales e Carolina Marín, campionesse olimpiche, invece, concentrano le loro testimonianze soprattutto sul valore dello sport, contrapponendo “la gioia autentica di giocare per il piacere di giocare” alla prestazione e “al successo a ogni costo, dove a volte sembra che conti solo il guadagno economico o il superamento dei record”.

Parole, testimonianze che il pontefice segue attentamente. Poi, arriva il momento delle sue parole. Ed è allora che l'arena sembra sospesa, sembra in attesa delle sue tanto attese riflessioni: "In questo splendido Paese è impossibile non ammirare l'impronta di creatività che attraversa la sua storia e ne plasma l'identità. Una bellezza visibile nelle sue città, nelle sue strade e nei monumenti, nelle sue piazze e nei giardini, nelle sue università e chiese, nella musica, nella pittura e nella danza, nella sua gastronomia" con queste parole papa Leone XIV comincia il suo discorso, ovviamente, in lingua spagnola. Tutto ciò fa parte della tradizione spagnola: tutto questo è l'eredità per le nuove generazioni. Ed è proprio di eredità che parla papa Leone XIV e si chiede: quale eredità stiamo lasciando al futuro e, di conseguenza, che tipo di comunità stiamo costruendo? Si congratula, prima di tutto, prendendo spunto dalle parole delle testimonianze da poco ascoltate, della possibilità di costruzione di una società che possiede “una straordinaria capacità di produrre, innovare e comunicare”. Ma ciò non basta perché - per papa Leone XIV - “sembra che abbiamo ancora bisogno di imparare a custodire l'anima” di ciò che questa società genera. Bravi sì nel comunicare, ma per il pontefice è importante chiedersi parimenti il ??perché, per quale scopo, “con chi e per chi si produce” sottolinea. E su questa visione del presente e del futuro soprattutto, ribadisce il ruolo della Chiesa che vuole sempre dialogare con il mondo contemporaneo. A tal proposito cita san Paolo VI che affermò davanti alle Nazioni Unite che, "indipendentemente dall'opinione che si possa avere del Pontefice di Roma, la sua missione è ben nota. In quanto esperta in umanità, la Chiesa non si disinteressa di nulla di veramente umano": per questo motivo rimane fondamentale il dialogo. Papa Leone XIV ancora una volta incentra il suo discorso - ricorda molto papa Giovanni Paolo II, in questo - sulle grandi tematiche esistenziali dell'uomo. E a queste domande, promuove una sola risposta: Gesù Cristo. Un Cristo uomo fra gli uomini, si direbbe. Di aspetti di antropologia culturale ne è pregno il suo discorso: ed è attraverso la cultura, appunto, che - ricorda il pontefice -l'uomo “è” uomo, ancora di più. L'origine della parola cultura: da questo elemento papa Leone XIV sottolinea un aspetto proprio del termine “cultura” che rimanda ad altro concetto, “coltivazione”. 

Altro tema, collaterale, a quello della cultura: la comunicazione. Tema profondo e vicvo mai come nella nostra epoca e riguardo a ciò mette in guardia da possibili distorsioni: "Nei vari ambiti dell'attività umana dobbiamo prestare attenzione al linguaggio che si utilizza: scritto, orale e, nell'ambiente digitale, anche quello delle immagini; perché la comunicazione non è mai neutra. Ogni espressione comunica, trasmette; può ferire o guarire, distruggere caratteristiche o aprire nuovi orizzonti, seminare divisione o risvegliare la speranza nella possibilità di costruire insieme qualcosa di genuinamente umano". Genuinità umana vuol dire anche che l'uomo abbia una sua precipua dignità, essendo noi consapevoli "che il Creatore ha intessuto l'essere umano con fili d'amore; poiché egli è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, che è amore. Qui risiede il fondamento dell'inalienabile dignità umana", precisa papa Leone XIV. Nel suo discorso sembrano convergere parole del passato (quelle di papa Giovanni Paolo II) e quelle di un recente passato come quello di papa Benedetto XVI che all'arte e alla cultura ha dedicato parole sempre importanti come quelle che cita papa Leone XIV: "La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza". E insiste proprio sulla bellezza che tanto attrae ogni uomo e che addirittura riesce a cambiarlo interiormente: una canzone, una poesia, una chiesa silenziosa, una voce, uno sguardo, persino “una partita di basket vissuta con gli amici” ricorda il pontefice. Cita, a riguardo, i grandi poeti spagnoli: Lope de Vega, santa Teresa d'Avila o san Giovanni della Croce, Calderón de la Barca, e anche san Tommaso d'Aquino. "Tutto ciò mostra il legame tra il materiale e lo spirituale che costituisce la nostra esistenza. Tessere reti significa servire in modo disinteressato. Uno sguardo obiettivo rivela che uomini e donne mossi dalla fede hanno costruito ospedali e scuole, hanno dato vita a iniziative di solidarietà e hanno parlato con un linguaggio che nobilita le persone" ricorda il pontefice. 

La cultura, la fede, come collanti per un'identità europea: " È davvero possibile credere che l'Europa - che tanto amiamo - sarebbe la stessa senza l'impronta della fede? Perché temere che l'eternità permei la quotidianità? È ancora vivo il grido dei miei predecessori: Non temete! Spalancate le porte a Cristo! Gesù Cristo non ci toglie nulla e ci dona tutto" ricorda con forza il pontefice.

Ma il discorso di papa Leone XIV non si esaurisce esclusivamente nell'aspetto culturale identitario. Va oltre e si spinge a dare voce agli “esclusi”, ai poveri. Il loro “grido che, nella storia dell'umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici, e la Chiesa”. Un'ultima parola la riserva, poi, allo sport: si concentra su come imparare il rispetto dell'avversario proprio su un campo da gioco.   E conclude papa Leone XIV: “Cari amici, vi invito quindi a essere fili nuovi per tessere reti nuove che armonizzino tutti gli ambizioni della vita, per intrecciare una società rinnovata in cui il tempo si impregni di eternità, la cultura custodisca la memoria e favorisca il dialogo, l'educazione promuova la ricerca della verità con spirito critico, l'arte susciti stupore e generi emozioni nobili, l'impresa riconosca la dignità della persona e il lavoro continui a essere motore di speranza”.

E dopo un breve momento musicale, a conclusione dell'evento, la benedizione finale del pontefice.  Aci 7

 

 

 

 

Papa Leone a Madrid: "Il Corpus Domini è un tornare alle radici della fede"

 

Alla Messa presieduta da Papa Leone XIV a Madrid partecipano 1 milione e 200mila fedeli - Di Marco Mancini

Madrid. Il secondo giorno del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Spagna – il quarto dall’inizio del pontificato – si apre con la celebrazione della Messa in occasione della Solennità del Corpus Domini.

Il Papa ha raggiunto a bordo della papamobile Plaza Cibeles: qui ha ricevuto dal Sindaco di Madrid, José Luis Martínez-Almeida la chiave d’oro della Città.  “Che Madrid continui a essere una città accogliente e inclusiva, dove la vita sociale si ispiri agli autentici valori umani”, ha scritto Leone XIV firmando il libro d’onore del municipio di Madrid.

Secondo gli organizzatori si sono radunata in Plaza Cibeles e nelle strade limitrofe circa 1 milione e 200mila persone per partecipare alla Messa presieduta dal Papa.

“Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte”, ha detto il Papa aprendo l’omelia.

“Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico – ha sottolineato Leone XIV - è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio”.

La processione del Corpus Domini – ha aggiunto Papa Leone –  non è “una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri”.

Con la processione – ha detto ancora il Pontefice – “Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglie, speranza per i più fragili, pace per chi soffre. Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati”.

“Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio – ha spiegato - quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo. Perciò, la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro”. I

Bisogna “ricordare – ha spronato Papa Leone - proprio per non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia. Ecco una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune”.

Poi un ammonimento: “l’Eucaristia non può essere onorata soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno”.

“Gesù Eucaristico – ha concluso - è quell’eterna fonte nascosta: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare. Torniamo a Lui con amore sincero. Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia. Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i  fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo”.

All’inizio della celebrazione ha preso la parola il Cardinale Josè Cobo Cano, Arcivescovo di Madrid.

“Oggi – sono state le parole del porporato - usciamo dalla comodità delle nostre chiese e andiamo nel cuore della città per proclamare che Dio continua ad abitare in mezzo al suo popolo e ci invia a costruire un mondo più fraterno, dove nessuno resti invisibile e dove il pane giunga a tutti. Nelle mani del successore di Pietro, il Corpo di Cristo percorrerà oggi le strade di Madrid. E questa immagine ci ricorderà ciò che la Chiesa è chiamata a essere: un popolo che porta Cristo nella vita dei propri concittadini, compagno di cammino per quanti sono stanchi e speranza per tutti”.

Al termine della Messa, Papa Leone XIV presiederà la processione del Corpus Domini al termine della quale impartirà la benedizione eucaristica.

Conclusa la celebrazione, il Papa farà ritorno alla Nunziatura Apostolica dove avrà luogo un incontro privato i membri dell’Ordine Agostiniano. Aci 7

 

 

 

 

 

Leone XIV in Spagna, alle autorità gli esempi di San Giovanni della Croce e Santa Teresa

 

Un discorso spirituale, un inizio di viaggio che definisce la visita: il Papa va a confermare la Spagna nella fede. Di Andrea Gagliarducci

Madrid. Non è un discorso di tipo politico, quello che Leone XIV indirizza alle autorità di Spagna nel primo indirizzo del suo lungo viaggio nel Paese. E ci sarà tempo e spazio per parlare di temi caldi, dalle questioni migratorie che saranno toccate durante la tappa alle Canarie, ai tempi dei rapporti tra Stato e Chiesa, che probabilmente saranno tema del discorso del Papa alle Cortes l’8 giugno. Nel primo discorso, però, Leone XIV dà due esempi, due modelli di santo tipicamente spagnoli: San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila. Due esempi, e la richiesta per la Spagna di mantenere la vocazione europea di pluralismo e dialogo che è stata parte della sua storia.

È l’arrivo in un Paese cattolico, dove la regina ha ancora il “privilegio del bianco” e può indossare quel colore di fronte al Papa, e dove, comunque, la secolarizzazione non ha intaccato un’antica tradizione cattolica. Ma è anche un Paese che va confermato nella fede, dice Leone XIV, che in questo sembra aver ripreso il tema della “nuova evangelizzazione” di Benedetto XVI.

Leone XIV esordisce: “Vengo tra voi a confermare, incoraggiare, ispirare una rinnovata fedeltà dei credenti al Vangelo e una più profonda riconciliazione e cooperazione tra le anime di questa nazione”.

Il Papa sottolinea che “il messaggio della pace, che in questi tempi, purtroppo, risuona per alcuni ingenuo, per altri provocatorio, trova accoglienza in chi non si chiude in ideologie preconfezionate ma si apre alla verità”. Una verità – aggiunge il pontefice - che “è sempre più grande di noi e per questo ci stupisce e ci attrae su sentieri di purificazione e di riconciliazione, in cui il dialogo con gli altri – e con l’Altro con la maiuscola – diventa fondamentale”.

Ed è qui che il Papa introduce le due figure di Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila, i quali “divennero amici nella passione per il ministero divino”, con una “mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea alla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà”.

Il tema della notte di San Giovanni della Croce è il primo tema sviluppato da Leone XIV. “Anche oggi – dice - quanto ci spaventa di più, ciò che in molti provoca il buio della ragione e la violenza delle emozioni, è l’ignoto, di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più mappe, il disorientamento”. Per questo servono “nella vita pubblica, uomini e donne che intuiscano nel buio la luce, nella fine un possibile inizio, quasi l’irrompere di una verità come luce che ancora acceca, ma che – se ci fidiamo e troviamo pace – delicatamente ci porterà verso di sé”.

Poi, il Papa sviluppa il tema del castello interiore di Santa Teresa d’Avila, perché “avanzando di stanza in stanza verso il luogo più interno – cioè ciascuno verso il proprio cuore, santuario della verità –, lo spazio si allarga, la mente si apre, le contraddizioni si compongono, le tensioni si sciolgono, gli altri trovano posto, l’universo diventa casa”.

Non si tratta di “una fuga intimistica”, ma di un’apertura che si realizza quando “torniamo in noi stessi”. Ed è per questo – sottolinea il Papa – che “la libertà religiosa e di coscienza va tutelata”, poiché “oggi, la tentazione di guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni sembra crescere, invece di diminuire; la dignità umana non cessa di essere violata. Allora abbiamo bisogno di cultura, di interiorità, di educazione libera e di qualità, di trascendenza”.

Leone XIV ricorda che da questa notte oscura “uomini e donne fedeli alla verità sono stati spinti ad avanzare di stanza in stanza fino al punto in cui, nella coscienza, giustizia e pace si abbracciano”.

La Chiesa – aggiunge il Papa – “è a servizio di questa sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, ed è pronta oggi a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace”.

Leone XIV invita “ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento”.

Leone XIV guarda alla “specifica vocazione dell’Europa” di cui la Spagna è “protagonista originale e fondamentale”, considerando che questo è il “dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che interpellano ancora”.

Il dono è quello di “apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle”.

Leone XIV si sofferma sulle nuove tecnologie, le quali “sono divenute un ambiente artificiale in cui le nostre opzioni fondamentali sono messe alla prova: al suo interno i pregiudizi si esasperano, il pensiero critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte”.

Il Papa nota che “Il bene può resistere e comunicarsi, e per quello serve “un’inversione di rotta negli investimenti su scuola, università e ricerca, sulle comunità locali e sulla società civile come vivaio di partecipazione e di mediazione culturale”.

Leone XIV punta anche il dito sulla sicurezza “che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco”.

Il Papa guarda alla storia della Spagna, alla presenza dell’Islam che per lungo tempo ebbe un peso anche politico, durante un periodo in cui “non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei”.

In particolare, Leone XIV ricorda che “nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204)”, mentre “città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi”.

Ed è anche questa “la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza”.

E qui il Papa ricorda un altro figlio di Spagna, Ignazio di Loyola, il quale “capì che non era utopia il bene da cui si sentiva attratto e allora la sua crisi si trasformò in grazia”, e che può essere di esempio di fronte “alle ‘cose nuove’ che oggi ci turbano e su cui le nostre sensibilità al momento si dividono”.

In conclusione, Leone XIV esprime apprezzamento alla Spagna  “per la sua fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli”, incoraggiando “a coltivare anche al suo interno il dialogo e l’amicizia sociale, a tenere conto del punto di vista dei poveri e dei giovani nell’immaginare il futuro, a volgere in positiva armonia le istanze di autonomia e quelle di unità, a favorire il processo di unione europea, non in contrapposizione ad altre potenze, ma come dono per l’intera famiglia umana”. Aci 6

 

 

 

 

Il papa ha incontrato le Associazioni studentesche cattoliche tedesche

 

Città del Vaticano. “Per quanto riguarda la vostra identità cattolica, il vostro fermo impegno nella fede si riflette nei quattro principi che guidano la vostra associazione: religio, scientia, amicitia e patria. Di fronte al dispotismo e alle ideologie del passato, la fede cattolica non è mai stata una semplice facciata o un'etichetta, ma piuttosto uno stile di vita da condividere in ambito universitario e lavorativo” con queste parole, papa Leone XIV ha salutato le associazioni cattoliche tedesche ricevute in udienza in aula Nervi, in Vaticano. Un discorso in inglese che ha messo in rilievo la dimensione comunitaria delle varie attività dell’associazione. 

Immancabile il riferimento alla rivoluzione tecnologica in atto anche in ambito educativo, mettendo in risalto l’umanità. Gli echi della recente enciclica di papa Leone XIV si fanno sentire. Ed è sull’umanità che si concentra il pontefice mettendo in risalto di quanto l’uomo sia “sempre relazionale”, limitato, e perciò chiamato a diventare “un dono per l'altro”. 

Papa Leone prende spunto poi dal motto delle associazioni: “In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”. E, in merito, dice: “Queste parole testimoniano il vero fondamento, il dialogo critico e la costante dedizione che caratterizzano la vostra associazione. Il rapporto tra i membri di molte associazioni non si limita alla condivisione di conoscenze, ma matura in stima reciproca. Non si limita alle idee, ma diventa una pratica collaborativa”. 

Infine, l’esortazione, “nella gioia della fraternità” a “promuovere l'evangelizzazione della cultura: le vostre organizzazioni universitarie attraggono continuamente nuovi giovani perché testimoniano passione, competenza e autentica amicizia cristiana”. La vita dello studente - per il pontefice - è “seguire una vocazione” in cui “la ricerca della verità è un bene che vale la pena desiderare e trasmettere”. Il campo della cultura, in tutto questo, gioca un ruolo fondamentale essendo “bene dell'umanità”: “la verità ci rende liberi, mentre la menzogna distorce nomi e cose”. Sono queste le basi per un auspicato “umanesimo cristiano”. Cita Benedetto XVI, cita papa Francesco: cita il papa tedesco per l’importanza dell’umana; cita papa Francesco per l'ecologia integrale che “mette in luce il fatto che il mondo è pieno di significato, e non un'entità inerte da plasmare arbitrariamente o per sete di potere”. 

Ciò che sottolinea di più è che l’umano è fatto per la “trascendenza”: “Orientando la nostra sete di vita e di giustizia, di saggezza e di amore, scopriamo insieme la verità nel conoscere, nel fare e nel credere. Dopotutto, gli esseri umani sono sempre alla ricerca di Dio, ed Egli si è rivelato a noi come nostro Salvatore. Non è dunque nonostante le nostre azioni, ma proprio attraverso ciò che facciamo che sviluppiamo una relazione con Dio, che diventa un cammino verso la santità. Sì, la missione culturale dei cristiani è quella di orientare la società e la storia verso questo culmine di una vita centrata su Dio” conclude il pontefice. Aci 5

 

 

 

 

Visita di Papa Leone XIV in Spagna. La gioia della Spagna in “cifre”

 

La visita di Leone XIV mobilita chiesa, città e istituzioni tra Madrid, Barcellona e Canarie. Migliaia i volontari e le forze dell’ordine dispiegati in campo. Un evento ecclesiale e civile che punta a favorire partecipazione, accoglienza ma soprattutto un incontro “personale” con il Papa. M. Chiara Biagion

I numeri della macchina organizzativa sono sbalorditivi tra agenti di sicurezza, volontari, personale medico e ovviamente loro: pellegrini e fedeli. La visita del Papa sta generando un’immensa attesa e la Spagna si è preparata al suo arrivo con un dispiegamento di forze di portata impressionante. Dal 6 al 12 giugno, Leone XIV visiterà Madrid, Barcellona, Gran Canaria e Santa Cruz de Tenerife. Su invito del card. José Cobo, arcivescovo di Madrid, e del vescovo di Getafe, mons. Ginés García Beltrán, le campane delle chiese di Madrid e della diocesi di Getafe suoneranno a festa sabato 6 giugno, quando l’aereo su cui viaggia Papa Leone XIV atterrerà all’aeroporto di Madrid per iniziare una visita di quattro giorni nella capitale, “come espressione della profonda gioia – ha scritto l’arcivescovo Cobo -, del ringraziamento a Dio e del benvenuto della nostra Chiesa diocesana”.

Ai grandi eventi, si sono registrate oltre 600.000 persone, anche se gli organizzatori prevedono una partecipazione molto maggiore. A entrare nei dettagli della macchina organizzativa, è il sito spagnolo “Religion Digital”. Nello specifico, oltre 300.000 persone si sono iscritte a Madrid per partecipare alla Messa di domenica 7 giugno in Plaza de Cibeles e più di 220.000 alla veglia con i giovani in Plaza de Lima. Si prevede tuttavia che il numero dei fedeli alla messa raggiungerà un milione di presenze mentre si attendono circa 500.000 pellegrini alla veglia di preghiera. L’incontro diocesano con la provincia ecclesiastica di Madrid allo stadio Santiago Bernabéu dovrebbe richiamare 70.000 fedeli, mentre per l’incontro con il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport”, la “Movistar Arena” dovrebbe essere quasi al completo con circa 12.000 persone. A Barcellona, invece, la veglia allo Stadio Olimpico Lluís Companys di Barcellona dovrebbe attirare circa 40.000 persone, mentre 8.000 fedeli parteciperanno alla Messa alla Sagrada Familia (4.000 all’interno della chiesa e 4.000 all’esterno). Sono invece oltre 45.000 i pellegrini che si sono iscritti per partecipare alla Messa allo Stadio di Gran Canaria a Las Palmas, mentre più di 29.000 si sono registrati per la messa che concluderà il viaggio di Papa Leone al porto di Santa Cruz, a Tenerife.

Per la visita, sono stati mobilitati quasi 22.000 volontari. Saranno identificati dal colore delle loro magliette in base alle loro responsabilità: i volontari generici indosseranno l’arancione; i volontari per l’accessibilità il blu; i volontari per l’informazione il verde; e il team organizzativo il rosso. Tra Madrid, Barcellona e Isole Canarie, in totale, 23.500 agenti saranno impiegati per garantire la sicurezza durante la visita. Per quanto riguarda invece il personale sanitario e della protezione civile, mille operatori saranno a disposizione dei partecipanti agli eventi previsti a Madrid, dove saranno allestiti dieci posti medici avanzati. Inoltre, sempre a Madrid, saranno disponibili punti di distribuzione d’acqua gratuiti per aiutare le persone ad affrontare il caldo. Anche sul fronte tecnico, il dispiegamento delle forze è ingente: in plaza de Cibeles a Madrid saranno installati 42 schermi e 30 per la Veglia Giovanile. Qualcosa che l’arcivescovo di Madrid ha definito come “il più grande dispiegamento tecnico che questa città abbia visto da molto tempo”.

La sfida, dice, “è dare a chiunque venga la possibilità di stare con il Papa, di accompagnarlo. La cosa importante non è tanto vedere il Papa quanto stare con il Papa”.

Per agevolare gli spostamenti durante questo periodo, il Ministero dei Trasporti e della Mobilità Sostenibile ha predisposto una serie di servizi speciali e aggiuntivi. Anche i collegamenti aerei sono stati potenziati. Ai media della conferenza episcopale spagnola, José Luis Martínez Almeida, sindaco di Madrid, ha raccontato il lavoro che il Consiglio Comunale sta facendo da settimane per garantire mobilità, sicurezza e attenzione alle centinaia di migliaia di persone che parteciperanno agli eventi previsti. Ed ha aggiunto: “Leone XIV è una bussola morale per i tempi in cui viviamo”. Sir 5

 

 

 

 

 

La missione educativa della scuola cattolica

 

L'intervista al presidente nazionale FIDAE Virginia Kaladich

Di Simone Baroncia

Roma. In un tempo segnato da crisi demografica, fragilità educative e trasformazioni sociali profonde, la scuola cattolica rivendica il proprio ruolo come presidio di futuro: è stato questo il messaggio emerso dall’81^ Assemblea Nazionale della FIDAE sul tema ‘Educare come atto di speranza’, aperta dalla presidente nazionale FIDAE, Virginia Kaladich, che nella sua relazione aveva ‘fotografato’ la situazione attuale: “E’ ormai evidente che ogni giorno le nostre scuole affrontano sfide che sembrano soffocare il loro respiro: la carenza di personale religioso, la lentezza con cui gli enti locali erogano i contributi, la difficoltà di reperire docenti qualificati e l’inverno demografico che sta riducendo progressivamente l’utenza del sistema scolastico”. 

Nonostante le difficoltà, la FIDAE aveva rivendicato una missione chiara: “Crediamo fermamente che la nostra missione sia quella di supportare, orientare e formare, per garantire alle nuove generazioni scuole che continuano a ispirare con la dedizione e l’amore che mettono nel loro lavoro... La progettualità pedagogica deve essere sempre più all’avanguardia, accompagnando ogni alunno in un percorso che sviluppi non solo competenze, ma anche valori umani... La scuola ha il compito di non rassegnarsi, ma di stimolare nelle nuove generazioni il desiderio di un cambiamento profondo”.

Alla presidente della FIDAE chiediamo per quale motivo l’educazione è un atto di speranza: “Educare è uno dei più grandi atti di speranza, perché significa credere nei giovani, nei loro talenti e nel loro futuro. Vuol dire accompagnare ogni ragazzo in una crescita completa, umana e spirituale, aiutandolo a scoprire il senso della propria vita e il valore del proprio contributo alla società. Viviamo un tempo complesso, segnato da profondi cambiamenti sociali e culturali, che rischiano di generare sfiducia. Ma educare significa continuare a seminare fiducia, responsabilità e desiderio di bene. Come ricordava papa san Giovanni Paolo II, ‘il futuro comincia oggi’, e comincia dai nostri ragazzi. Come FIDAE crediamo in una scuola che faccia respirare futuro, attraverso relazioni autentiche, attenzione alla persona e passione educativa”. 

In quale modo la scuola può stimolare al cambiamento?

“La scuola stimola al cambiamento quando non si limita a trasmettere conoscenze, ma accende nei giovani domande profonde, senso critico e desiderio di costruire il bene. Il vero cambiamento nasce infatti da una visione della persona nella sua interezza: culturale, relazionale, etica e spirituale. È qui che la dimensione antropologica cristiana offre un contributo decisivo, perché rimette al centro la dignità di ogni essere umano, il valore della fraternità e la responsabilità verso gli altri e verso il creato. Una scuola autenticamente educativa non forma soltanto studenti competenti, ma persone capaci di amare, di prendersi cura del bene comune e di affrontare il presente con speranza e coraggio. Le competenze, da sole, non bastano se non diventano strumenti per generare ciò che è buono, giusto e bello. Come FIDAE crediamo in una scuola che sappia costruire comunità inclusive, dove ciascuno si senta accolto e valorizzato. La scuola cattolica, in particolare, non può adattarsi passivamente al mondo così com’è, ma deve contribuire a renderlo più umano, indicando ai giovani la strada della solidarietà, della pace e della speranza”.

Quindi la formazione educativa deve essere integrale?

“Certamente. La formazione educativa deve essere integrale, perché la persona non è fatta soltanto di competenze o risultati scolastici, ma di relazioni, emozioni, desideri e senso della vita. Educare significa accompagnare i ragazzi nella loro crescita umana, culturale e interiore, aiutandoli a scoprire i propri talenti e a costruire con fiducia il proprio progetto di vita. Per questo oggi è fondamentale investire non solo nella qualità della didattica, ma soprattutto nella qualità delle relazioni educative. I giovani hanno bisogno di adulti significativi: insegnanti, educatori e famiglie capaci di ascoltare, incoraggiare e testimoniare con autenticità valori credibili.  Sono le relazioni generative a lasciare il segno, perché fanno sentire ogni ragazzo accolto, riconosciuto e valorizzato. La scuola cattolica è chiamata a formare persone libere, responsabili e capaci di abitare il mondo con competenza e umanità. Anche la pace nasce qui, tra i banchi di scuola: nelle parole che scegliamo, nel rispetto reciproco, nella capacità di trasformare il conflitto in dialogo. Educare alla pace significa insegnare ai giovani a disinnescare la violenza, anche quella verbale, per costruire una società più giusta, fraterna e umana”. 

Allora per quale motivo l’educazione è opera corale?

“Nessuno educa da solo, proprio per quello che abbiamo appena detto: è a scuola che ci giochiamo il futuro delle nostre comunità e di tutta la società, per questo è chiaro che ci vuole l’apporto e l’impegno di tutti. La crescita di un ragazzo nasce dall’incontro e dalla collaborazione tra scuola, famiglia, docenti, territorio e comunità educante. Senza tralasciare poi il ruolo, fondamentale, delle istituzioni pubbliche. Quando queste realtà dialogano e condividono un orizzonte comune, i giovani percepiscono coerenza, fiducia e sostegno. La scuola cattolica, in particolare, crede molto nel valore delle alleanze educative: soltanto facendo rete possiamo affrontare le fragilità e le sfide di questo tempo. Educare significa costruire relazioni, e le relazioni richiedono ascolto, corresponsabilità e presenza. È proprio questa dimensione comunitaria che rende l’educazione un’esperienza viva e generativa di futuro”.

Qual è il ‘compito’ della scuola cattolica?

“La scuola cattolica ha un compito grande e prezioso: essere ogni giorno un presidio di futuro, di speranza e di umanità. Non si tratta soltanto di offrire un servizio scolastico, ma di vivere una vera missione educativa fondata sulla cura della persona e sulla carità educativa, quella capacità di prendersi a cuore ogni ragazzo, nessuno escluso. Educare significa accompagnare, ascoltare, incoraggiare e sostenere i giovani nel loro cammino di crescita umana, culturale e spirituale. In un tempo segnato da fragilità, solitudini e incertezze, la scuola cattolica è chiamata a essere una comunità accogliente, capace di far sentire ogni studente riconosciuto, valorizzato e amato. Anche davanti alle difficoltà che attraversano oggi il mondo della scuola (dalla crisi demografica alle sfide economiche) continuiamo a credere con forza che educare significhi formare uomini e donne capaci di costruire il bene comune. E’ questa la più autentica carità educativa: prendersi cura del futuro attraverso i giovani, accompagnandoli verso l’età adulta con responsabilità, speranza e fiducia nella vita”.

Nei giorni scorsi è stata pubblicata la prima enciclica di papa Leone XIV, ‘Magnifica Humanitas’, in cui ha sottolineato il compito educativo della scuola nell’era dell’Intelligenza Artificiale’: “In un tempo segnato da trasformazioni rapidissime, papa Leone XIV invita a non cedere alla sindrome di Babele, cioè alla tentazione di costruire un futuro dominato dalla tecnica, dal profitto e dall’omologazione, dimenticando la centralità della persona. Al contrario, propone la via di Neemia: ricostruire legami, comunità e responsabilità condivise. La tecnologia può educare, connettere e aprire opportunità straordinarie, ma non può sostituire la relazione educativa, l’ascolto e la crescita integrale della persona. Nessun algoritmo potrà mai prendere il posto di uno sguardo educativo autentico. Nella scuola cattolica l’intelligenza artificiale deve essere accompagnata da un chiaro riferimento antropologico cristiano, che metta sempre al centro la persona, la relazione educativa e il discernimento etico. L’Intelligenza Artificiale è uno strumento utile, ma non può sostituire il ruolo educativo del docente e della comunità scolastica”. Aci 5

 

 

 

I pontefici e l'Eucaristia: in quel Pane spezzato, l'unità della Chiesa

 

Aspettando la solennità del Corpus Domini - Di Antonio Tarallo

Roma. Acistampa, in attesa della solennità del Corpus Domini, vi accompagnerà in un viaggio alla riscoperta del valore dell'Eucaristia. Oggi, la seconda puntata di questo affascinante viaggio.

Dopo la prima puntata sul senso dell'Eucaristia, oggi proponiamo ai nostri lettori una veloce carrellata sulle riflessioni, sulle meditazioni, sulle parole che gli ultimi pontefici della Chiesa hanno voluto offrire sul tema eucaristico. Certamente è difficile fare una cernita, vista l'importanza della tematica. Eppure, è necessario. Quindi questo breve sunto non potrà che risultare se non un ritratto “impressionista”: brevi pennellate per un immenso “soggetto pittorico”. 

“Sì, sì, il Sacramento dell'altare è esaltazione, la prima, la fondamentale dell'insegnamento e della volontà di Cristo Nostro Signore: l'unum sint, l'unum sint  della preghiera della sua ultima cena! (…)La liturgia del Corpus Domini è il dispiegamento, in faccia al cielo e alla terra, di quanti siamo i componenti del mistico gregge e di quanto abbiamo. (…) Ecco: alla cupola festosa del tempio massimo fanno corona le due braccia del colonnato, su cui prolungano la loro testimonianza, in espressive statue di pietra, gli uomini insigni di venti secoli di cristianesimo: martiri, confessori, dottori. Pacifica vittoria di Cristo: servizio universale della sua Chiesa: trionfo di unità e di pace. Qui siamo e ci sentiamo sulle soglie del Concilio, che questa basilica adunerà nel prossimo ottobre. Una sola fede, a tutti comune; una comune partecipazione alle stesse fonti della grazia; un palpito solo di preghiera, di sacrificio e di lavoro per il nome, il regno e la volontà del Signore” così papa Giovanni XXIII si esprimeva riguardo l’Eucaristia nella celebrazione del Corpus Domini del 21 giugno 1962. Il Concilio Vaticano II era ormai alle porte. E papa Roncalli, nel celebrare il Corpus Domini quasi quattro prima dell’assise che avrebbe cambiato la Chiesa,  focalizzava l’attenzione su quanto il Corpus di Cristo fosse fonte di grazia e soprattutto di unità nella Chiesa. “Pacifica vittoria di Cristo: servizio universale della sua Chiesa: trionfo di unità e di pace”, parole che vengono scolpite nella storia. Parole che fanno “da riflesso” all’Eucaristia. Si specchiano nell’Eucaristia. 

Un’Eucaristia - secondo il successore san Paolo VI - che deve essere “conservata come il centro spirituale della comunità religiosa e parrocchiale”. Così papa Montini scriveva nella sua Lettera enciclica Mysterium fidei del settembre 1965. E sempre nello stesso documento, troviamo sottolineato quel mysterium proprio dell’Eucaristia: “Anzitutto vogliamo ricordare una verità, a voi ben nota, ma assai necessaria a respingere ogni veleno di razionalismo, verità che molti cattolici hanno suggellato col proprio sangue e che celebri Padri e Dottori della Chiesa costantemente hanno professato e insegnato, che cioè l'Eucaristia è un altissimo mistero, anzi propriamente, come dice la Sacra Liturgia, il mistero di fede”. 

Mentre papa Albino Luciani, Giovanni Paolo I, si esprimeva in questo modo: “Questo è un pane straordinario, entrando in te, ti dichiara netto: Vengo a cambiarti; da qua in avanti, nuovi pensieri, nuovi affetti, virtù nuove; penserai come penso io, desidererai quello che desidero io!”. Parole semplici che arrivano dritte al cuore del fedele.  

“Onorando il Santissimo Sacramento, noi compiamo anche una profonda azione di rendimento di grazie che eleviamo al Padre, poiché attraverso suo Figlio egli ha visitato e redento il suo popolo. Mediante il sacrificio della Croce, Gesù ha dato la vita al mondo e ha fatto di noi i suoi figli adottivi, a sua immagine, instaurando rapporti particolarmente intimi, che ci permettono di chiamare Dio col nome di Padre” così Giovanni Paolo II nella sua Lettera sull’adorazione eucaristica del maggio 1996. L’Eucaristia, uno “strumento” per sentirsi ancor di più figli di Dio. 

Assai preziose le parole che papa Benedetto XVI riserva al dono dell’Eucaristia. Il pontefice fa riferimento, con parole pregnanti nella sua Esortazione apostolica postsinodale “Sacramentum caritatis”, al suo valore profondamente radicato nella Chiesa: l’insistenza sul fatto che l’Eucaristia, in quanto sacrificio di Cristo, è anche sacrificio della Chiesa e del singolo credente. La “Sacramentum caritatis” (in italiano “Il Sacramento della carità”) era la prima Esortazione apostolica post-sinodale di papa Benedetto XVI, promulgata il 22 febbraio 2007, ricorrenza della festa della Cattedra di San Pietro Apostolo, interamente dedicata all’Eucaristia, memoriale del dono di Cristo e sacramento supremo dell’amore divino. E durante l’omelia pronunciata a Bari il 29 maggio del 2005 in occasione del XXIV Congresso eucaristico nazionale affermava: “Non c’è nulla di autenticamente umano – pensieri, parole e opere – che non trovi nel Sacramento dell’Eucaristia la forma adeguata per essere vissuto in pienezza”. 

Papa Francesco: “L’Eucaristia è la risposta di Dio alla fame più profonda del cuore umano, alla fame di vita vera: in essa Cristo stesso è realmente in mezzo a noi per nutrirci, consolarci e sostenerci nel cammino”. Tramite il suo account @Pontifex in nove lingue e con milioni di followers sul social X, il pontefice argentino ricordava così la solennità del Corpus Domini nel 2024. 

E arriviamo a Prevost che l'anno scorso, come pontefice, ha presieduto alla processione del Corpus Domini il 22 giugno 2025. Una processione densa di significati. E nella Santa Messa in piazza San Giovanni in Laterano, a Roma, affermava che  "Cristo è la risposta di Dio alla fama dell'uomo, perché il suo corpo è il pane della vita eterna: prendete e mangiatene tutti! L'invito di Gesù abbraccia la nostra esperienza quotidiana: per vivere, abbiamo bisogno di nutrirci della vita, togliendola a piante e animali. Eppure, mangiare qualcosa di morto ci ricorda che anche noi, per quanto mangiamo, moriremo. Quando invece ci nutriamo di Gesù, pane vivo e vero, viviamo per Lui. Offrendo tutto sé stesso, il Crocifisso Risorto si consegna a noi, che scopriamo così d'essere fatti per nutrirci di Dio La nostra natura affamata porta il segno di un'indigenza che viene saziata dalla grazia dell'Eucaristia". 

Parole, volti della Chiesa, piccoli "tasselli" del grande mosaico che è la Chiesa tutta unita in quel Corpo e Sangue che sarà celebrato fra pochi giorni. Aci 4  

 

 

 

 

Il benvenuto delle Donne in Vaticano al nuovo Prefetto per la Comunicazione Montse Alvarado

 

Un messaggio di auguri che indica uno stile - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. “A nome dell’Associazione Donne in Vaticano (D.VA) desidero esprimerLe gli auguri più fervidi per il nuovo incarico di Prefetto del Dicastero per la Comunicazione, affidatoLe dal Santo Padre”.

Il primo vero benvenuto ad Maria Montserrat Alvarado come nuovo Prefetto del dicastero della comunicazione in Vaticano arriva dalle donne. “La nostra associazione è formata, come dice il nome, da donne  laiche, religiose e consacrate che lavorano o che hanno lavorato nella Santa Sede, nella Curia Romana e nelle istituzioni ad essa collegate. La nostra presenza è quella di creare una rete di conoscenza, di amicizia e di solidarietà sempre più costruttiva e fruttuosa fra tutte le socie, per promuovere la loro crescita professionale, umana e spirituale. Per rispondere alla nostra vocazione di donne, il nostro modello è Maria Madre della Chiesa che ci sprona a valorizzare al meglio tutto ciò che la femminilità comprende e significa, cercando di essere testimoni di fraternità come figlie dell’unico Padre, e guardando al futuro come donne di autentica cristiana speranza. Con rinnovati auguri di un servizio proficuo, invochiamo di cuore la benedizione del Signore per la Sua missione ecclesiale affidandoLa alla protezione e all’intercessione della Vergine Santissima”. La firma è della presidente Margherita Maria Romanelli, professoressa all’ Auxilium, ma sono molte le donne che lavorano in Vaticano che lavorano con la Associazione e molte vengono dal mondo dei media.

L’Associazione Donne in Vaticano in Vaticano D.VA è formata, come dice il nome, da donne che lavorano o che hanno lavorato nella Santa Sede, nella Curia Romana, nelle istituzioni ad essa collegate, che siano laiche, religiose o consacrate. Finalità’: fare rete nello spirito di fraternità tra uomini e donne.

Così dopo le prime reazioni alla notizia della scelta del Papa arriva ora il momento della preparazione al lavoro. Montse Alvarado, come tutti noi a EWTN la chiamiamo, avrà 40 anni all’inizio del suo mandato, ed ha guidato come test di ingresso la presentazione della prima enciclica di Papa Leone XIV.

Giovane, talentuosa, fedele al Vangelo e leale al Papato Alvarado è americana come il Papa, latina di origine e statunitense di formazione. La sua è una grande sfida ed è un segnale preciso da parte del Papa: nella Chiesa non c’è destra o sinistra che si contrappongono, ma ci deve essere comunione attorno al Vangelo. Il resto sono sfumature. La linea di Leone XIV diventa sempre più chiara. Disarmare non significa solo combattere le guerre ma ogni tipo di inutile contrapposizione che diventa divisione.

Lavorando con lei da diversi anni so bene che la sua dedizione e il suo amore per la Chiesa la rendono un’ottima scelta.

E a chi si sorprende che sia una donna a capo di un Dicastero ricordo che quel dicastero è già diretto da un laico. Che differenza c’è tra un uomo e una donna?

A quelli delle donne in Vaticano aggiungo i miei auguri personali come Editor in Chief di Acistampa, parte della famiglia EWTN e dal 2015 al servizio della Chiesa e del Papato. Aci 4

 

 

 

 

Papa Leone: "Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia"

 

L'udienza del mercoledì in piazza San Pietro - Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano. Piove, un po', in piazza San Pietro. O meglio, ogni tanto qualche goccia. Prima dell'udienza generale del mercoledì, Roma è sotto la pioggia. Ma poi, ecco il papà. E la pioggia si arresta, almeno un po'. Non è certo il maltempo che ferma il popolo di Dio che vuole abbracciare il pontefice, soprattutto nel suo giro in papamobile. Non fa nulla se la città di Roma si è svegliata con la pioggia. L'importante è essere con il pontefice, essere vicino a lui e dimostrargli affetto, stima, vicinanza. Ed è così. 

Il papa riprende, oggi, nella sua udienza, il ciclo di catechesi su “I Documenti del Concilio Vaticano II” e incentra la sua meditazione sul tema: Costituzione Sacrosanctum Concilium. Il rito, il segno, il simbolo. Tre parole chiave per la Chiesa. Tutte e tre importanti. Ed è su questi tre lemmi che il pontefice concentra l'attenzione nel suo discorso. Ricorda come il Concilio Vaticano II, facendo tesoro del prezioso lavoro del Movimento liturgico, "ci ha aiutato a riscoprire una verità molto viva nella coscienza della Chiesa antica e nell'insegnamento dei Padri. I riti della liturgia cristiana non sono un rivestimento esteriore del mistero sacramentale, un insieme di cerimonie arbitrarie, ma sono la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge" precisa il pontefice. E ricorda come il Mysterium fidei “si attua nella liturgia attraverso i riti e le preghiere”. 

“E' il rito che dà forma all'azione liturgica e, attraverso di essa, alla nostra vita, generando in noi una sensibilità spirituale che ci rende capaci di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo. Naturalmente ciò avviene se noi non restiamo estranei o muti spettatori rispetto alla liturgia, ma vi partecipiamo con tutto noi stessi – corpo, mente e cuore –, in obbedienza al comando del Signore”, dice il pontefice. E aggiunge: "Attraverso il sacro rito veniamo così formati all'ascolto della Parola di Dio, al rendimento di grazie e all'adorazione, alla condivisione fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un'assemblea dai molti volti, riunita dalla stessa fede". 

Ma cosa è rito? Papa Leone XIV ci parla di "sequenza di gesti e di preghiere ben definita, che talora può contrastare con la nostra individuale tendenza alla spontaneità. La sua logica, però, non è quella di imbrigliare la libertà in schemi. Al contrario, con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci all'essenziale".  Ed è nel rito che “sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo”. E sempre rito ha una sua particolare “grammatica”: segni e simboli propri della liturgia.  Richiama il Catechismo della Chiesa Cattolica che approfondisce il valore di questi segni, ricordando che “il loro significato nell'opera della creazione e nella cultura umana, si precisa negli eventi dell'Antica Alleanza e si rivela pienamente nella persona e nell'opera di Cristo”.

E si sofferma sul segno dell'acqua: “dalle origini della creazione al diluvio, dal passaggio del Mar Rosso al Giordano, fino all'acqua che sgorga dal costato di Cristo e diventa segno sacramentale dell'immersione nella sua morte e risurrezione”. “Segno” e “simbolo” sono termini che spesso vengono usati come sinonimi. Ma, in realtà, precisa il pontefice il “segno è simbolico quando è capace di rimandare non solo a un'idea, ma a un intero sistema di significati e di valori”. I simboli, inoltre, “hanno una singolare dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto, generando appartenenza, toccando il cuore e la mente, suscitando autentiche relazioni ecclesiali”.

E concludiamo: "Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia, curando con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza delle nostre celebrazioni e impegnandoci in un'autentica mistagogia. L'esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un'opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti quell'apertura all'incontro con Dio che, nella logica dell'incarnazione, può avvenire solo  coinvolgendo tutto l'uomo: spirito, anima e corpo”.

E prima della benedizione, alcune parole "ai sacerdoti e ai religiosi del Medio Oriente: accompagno con la mia preghiera e la mia benedizione il vostro ministero e le attese dei rispettivi paesi". E infine, anche altre parole "ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Questa settimana si celebra la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo o, secondo la più nota formulazione latina, la solennità del Corpus Domini. Nell'Eucaristia contempliamo Gesù pane spezzato e donato per ciascuno di noi, espressione della pietà eucaristica popolare sono le processioni con il Santissimo Sacramento che si svolgono nelle strade di tanti paesi. A tale proposito incoraggio a mantenere viva questa bella manifestazione di pubblica testimonianza della fede". Aci 3 

 

 

 

 

Germania, morto a 110 anni don Bruno Kant, sacerdote più vecchio al mondo

 

Ringraziava Dio per una vita così lunga: “Vale la pena vivere e, come prete, sono sempre stato felice” - Di Giacomo König

Francoforte. A chi lo andava a trovare diceva sempre che era la preghiera che lo manteneva giovane. E forse era davvero così. Don Bruno Kant, l’uomo più vecchio della Germania e il sacerdote più vecchio del mondo, se n’è andato a 110 anni compiuti, venerdì scorso, 29 maggio. Viveva a Eichenzell‑Löschenrod, vicino Fulda, nel Land dell’Assia. Lo scorso 26 febbraio, il giorno del suo ultimo genetliaco, aveva ricevuto gli auguri di compleanno di Papa Leone XIV, come riportato dal quotidiano locale Fuldaer Zeitung. Il Pontefice, in quella ricorrenza, lo ringraziava del suo lungo ministero sacerdotale e del suo servizio alla Chiesa: «Mi ha fatto molto piacere sapere che il 26 febbraio celebrerai il tuo 110º compleanno e ti invio le mie più calorose felicitazioni e benedizioni».

«Con la scomparsa del parroco Bruno Kant – ha commentato l’attuale parroco di Eichenzell-Löschenrod, Guido Pasenow - la nostra comunità parrocchiale perde una persona che per molti anni ne ha rappresentato il cuore. Anche dopo essersi ritirato dal ministero attivo, è rimasto per molti fedeli un interlocutore stimato, un assistente pastorale e un accompagnatore spirituale. Siamo grati per tutto ciò che ha donato alla nostra comunità».

In mano, don Kant, teneva sempre il suo breviario, di cui diceva che era il suo “l'ultimo prezioso ricordo” che gli era rimasto. Più volte al giorno recitava il Padre nostro, l’Ave Maria e il Credo. Era nato nel 1916 a Werblin, in quella che allora era la Prussia occidentale. Aveva trascorso l’infanzia a Zoppot, vicino Danzica, che oggi si chiama Sopot e appartiene alla Polonia. A nove anni il giovane Bruno decide di diventare sacerdote. Ai tempi, andava a scuola in bus dal suo villaggio fino a Danzica, per imparare latino e greco. Ancora recentemente poteva recitare il Padre nostro in latino, anche se non riusciva a terminare più la preghiera: «È colpa della mia demenza», ammetteva.

Conseguì la maturità proprio a Danzica nel 1934 e iniziò gli studi di teologia a Braunsberg e Friburgo. Arruolato nel 1943, finì prigioniero dei sovietici e, dopo il suo ritorno nel 1948, riprese gli studi a Fulda. Suo padre perse la vita in guerra, una spina nel fianco della sua fede che rimarrà a lungo: «Ho sempre avuto una fede salda – confessava poco prima di morire - ma mi sono chiesto come il buon Dio possa permettere tanta assurdità, sventura e malvagità nel mondo». Spiegava però che proprio questo era stato il motivo della sua vocazione: «Volevo diventare sacerdote perché pensavo che, dopo tutte le delusioni che avevo vissuto, forse avrei potuto migliorare un po’ il mondo».

La sua ordinazione sacerdotale avvenne proprio a Fulda, uno dei luoghi di pellegrinaggio più importanti della Germania, nel 1950. Don Kant prestò servizio come parroco in diverse parrocchie della Diocesi di Fulda, tra cui, per oltre trent’anni, nella parrocchia di Sant’Egidio a Petersberg-Marbach, cittadina dove, come segno di affetto e gratitudine, gli hanno perfino dedicato una strada. La comunità gli è rimasta nel cuore, commentava sempre quando indicava una foto della sua vecchia parrocchia, appesa alla parete: «Questa è la mia chiesa parrocchiale, a cui penso sempre. Mi sta sempre a cuore». Tra il 1981 e il 1986 fu decano del decanato di Hünfeld. Poi, nel 1991, raggiunse l’età della pensione.

In questo ultimo tempo della sua vita, don Kant giocava regolarmente a sudoku e a scacchi, per tenere allenata la mente, e faceva anche un po’ di ginnastica, per lo più in casa. Circa 8 anni fa aveva smesso di guidare. Da qualche anno aveva dovuto rinunciare alla celebrazione regolare della Santa Messa del mercoledì sera, anche se non ha mai smesso di andare a visitare i malati e lo ha fatto fin quando gli è stato possibile farlo.

Quando, poco prima di morire tracciava un bilancio della sua fede e della sua vita, diceva che Dio non gli aveva risparmiato l’esperienza di alcune situazioni difficili, come quella della prigionia, durante la seconda Guerra mondiale. Un ricordo carico di sofferenza che tuttavia non gli faceva perdere la gratitudine per tutto quello che aveva ricevuto: «A Dio devo tutto, anche il fatto di essere ancora qui. Lo ringrazio per avermi concesso una vita così lunga, perché vale la pena vivere», amava ripetere. La sua fede, negli anni, non è mai venuta meno e alla fine della vita gli era rimasto, indefesso, un senso di pienezza, che gli ha fatto chiudere gli occhi, pieno di felicità: “Ho sempre creduto in Dio, perché questo mi ha dato un senso e una speranza. Sono sempre stato felice come sacerdote e non mi sono mai pentito della mia scelta”. Aci 3

 

 

 

 

80 anni della Repubblica. Card. Zuppi: "Non può essere solo memoria"

 

Lo scrive il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente della CEI, nel messaggio inviato al Capo dello Stato in occasione degli 80 anni della Repubblica - Di Marco Mancini

Roma. "Questi ottant’anni racchiudono una storia iniziata con donne e uomini che, dopo la guerra, hanno scelto di ricominciare insieme, portando le differenze nel rispetto della vita democratica. Ricostruire quando tutto sembra distrutto, cercare ciò che unisce in condizioni di profonda divisione e credere nel futuro nonostante il dolore ha richiesto coraggio e fiducia". Lo scrive il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, nel messaggio inviato al Capo dello Stato Sergio Mattarella in occasione degli 80 anni della Repubblica che si celebrano domani.

"La Repubblica - osserva il Cardinale Zuppi - non è solo un ordinamento: è un patto tra generazioni che trova concreta attuazione nel lavoro, nella scuola, nella cura, nella giustizia, nell’accoglienza, nella pace e nella partecipazione".

"La Chiesa - ricorda ancora l'Arcivescovo di Bologna - ha sempre voluto cooperare con lo Stato nel pieno rispetto della libertà religiosa e di coscienza, promuovendo dignità, solidarietà e bene comune, in armonia con i valori fondanti della Repubblica. Le Chiese in Italia guardano a questo anniversario con riconoscenza per il cammino compiuto e con preoccupazione per le ferite presenti: la povertà crescente, la denatalità, la sfiducia, le disuguaglianze, la violenza verbale, l’indifferenza e la tentazione di chiudersi in un destino individuale. Le nostre comunità rifiutano la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e, ispirate dall’insegnamento di papa Leone, avvertono come urgente il compito di educare alla pace, custodire la democrazia e costruire comunità".

"L’80° anniversario - prosegue il porporato - non può essere solo memoria: deve diventare promessa. Non basta celebrare ciò che abbiamo ricevuto; occorre rinvigorirlo, preservarlo e mantenerlo vivo, con lo stesso spirito che apre al futuro. Possa questo anniversario richiamare tutti a custodire e rinnovare il patto che ci unisce, per consegnare alle future generazioni una Repubblica più giusta, coesa e fraterna, sempre nella prospettiva europea". Aci 1

 

 

 

 

Cosa ci dice "Magnifica humanitas" su educazione e comunicazione

 

A una settimana dalla pubblicazione di Magnifica Humanitas, forse possiamo permetterci un gesto controcorrente: smettere per un momento di commentarla e provare a lasciarla lavorare.

  Lo scorso 25 maggio 2026 è stata presentata in Vaticano la prima Enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas. Nel precedente numero di questa nostra newsletter - in cui ci siamo soffermati sul “lungo percorso” che ha portato alla stesura dell’articolato documento leonino - ne avevamo promesso uno specifico approfondimento, che adesso siamo in grado di condividere.

Possiamo intanto partire da un gesto controcorrente: smettere per un momento di commentarla e provare a lasciarla lavorare.

Eppure, nelle ore successive alla diffusione abbiamo tutti assistito a un profluvio di sintesi, dichiarazioni, entusiasmi, letture quasi istantanee. Era prevedibile. Un’enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale non poteva che attirare l’attenzione di chi, da anni, prova a capire che cosa stia accadendo al nostro modo di conoscere, lavorare, comunicare, educare.

Il rischio, però, è quello che accompagna spesso i documenti più attesi: consumarli troppo in fretta. Citare le frasi più efficaci, sistemarle in qualche post, riconoscersi in ciò che già pensavamo e passare oltre.

A me, invece, interessa provare a fare l’operazione opposta. Non chiedere subito che cosa l’enciclica “dice sull’IA”, ma che cosa chiede a noi, una volta terminata la lettura. Perché il punto, mi pare, non è aggiungere un altro documento alla già lunga bibliografia curiale sulla tecnologia, quanto capire se questo testo riesce a cambiare davvero qualcosa nel nostro modo ordinario di abitare l’ecosistema digitale.

Lasciare sedimentare

La prima impressione, a bocce un po’ più ferme, è che Magnifica Humanitas non sia esclusivamente un’enciclica sull’intelligenza artificiale, e anche questo è stato già detto :). L’IA rappresenta piuttosto il contesto storico, la questione emergente, la “cosa nuova” che costringe il Magistero sociale a un ulteriore approfondimento. Ecco perché il soggetto reale del documento è l’uomo. O meglio, la qualità umana dello sviluppo in un tempo in cui la tecnica ha acquisito una capacità inedita di entrare nella vita quotidiana, nei processi decisionali, nell’immaginario collettivo (MH, 4).

Trama, cantiere, cura

Leggendo l’Enciclica, mi sono ritrovato ad appuntare tre parole, che non pretendono di riassumere tutto il documento, ma almeno a me aiutano a tenerne insieme un certo movimento che lo caratterizza: trama, cantiere, cura.

La trama è sostanzialmente ciò che riceviamo. L’Enciclica insiste molto sulla Dottrina sociale della Chiesa come patrimonio vivo, non come deposito statico. Questo mi sembra importante, perché nel dibattito sull’IA domina spesso una specie di presentismo tecnologico: tutto appare nuovo, urgente, senza precedenti, e dunque anche sganciato da ogni sapienza precedente. Leone XIV fa l’operazione contraria. Colloca l’intelligenza artificiale all’interno di una storia più lunga, quella delle domande sociali che la Chiesa ha imparato a leggere nel tempo, da Rerum novarum in poi (MH, 3; 45). È come se dicesse: non abbiamo già tutte le risposte, ma non siamo neppure privi di memoria.

Il cantiere è ciò che siamo chiamati a costruire. Qui l’immagine di Neemia è decisiva. Non c’è un eroe solitario che salva la città o una tecnologia provvidenziale che risolve da sola le fratture del tempo. C’è, piuttosto, un popolo che ricostruisce, ciascuno per la propria parte, ascoltando, coordinando, affrontando resistenze (MH, 8). È un’immagine molto concreta, perfino faticosa. A ciascuno il suo tratto di muro: scienziati, ricercatori, imprenditori, lavoratori, educatori, legislatori, società civile, comunità di fede (MH, 13). Siamo di fronte, insomma, a una responsabilità distribuita, condivisa.

Infine, la cura, tutto ciò che decidiamo di prenderci a cuore. In questo senso, potremmo anche ragionare in termini di “benessere”, anche se il rischio è di ridurlo a una categoria individuale, quasi amministrativa. La cura, invece, obbliga in un certo modo a “uscire da sé”. Chiede attenzione, prossimità, tempo, responsabilità. Il Papa lo dice quando ricorda che il vero “realizzarsi” non nasce dalla rimozione della fragilità, ma da una crescita in cui libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca e la solidarietà (MH, 12). È qui che il discorso sull’IA smette di essere astratto e porta a considerare cosa ci sta davvero a cuore mentre ne utilizziamo gli strumenti?

Comunicazione ed educazione alla prova della vita quotidiana

Questa chiave di lettura mi sembra particolarmente feconda per due ambiti che in questa newsletter trattiamo spesso: la comunicazione e l’educazione. Del resto, nel Documento stesso appaiono come luoghi concreti nei quali si verifica, o viene a mancare, la custodia dell’umano.

Chi lavora nella comunicazione lo sa bene: oggi non mancano i contenuti quanto piuttosto le condizioni affinché questi contenuti possano diventare anche comprensione. L’IA, da questo punto di vista, rende ancora più urgente la questione. Non a caso, possiamo produrre testi, sintesi, titoli, immagini, video, post, reel con una rapidità un tempo impensabile. Ma sappiamo bene che la velocità della produzione spesso non coincide con la qualità di ciò che diciamo in pubblico.

Per questo mi ha colpito il modo in cui il documento rilegge il racconto di Babele. Quando un progetto umano viene costruito sull’autosufficienza, sull’uniformità e sulla pretesa di dominare, “la comunicazione si spezza” e gli esseri umani non si comprendono più (MH, 7). È un’immagine biblica, certo, ma è anche una diagnosi sorprendentemente attuale. Viviamo iperconnessi, eppure spesso incapaci di ascoltarci. Parliamo moltissimo, ma non sempre comunichiamo. Reagiamo a tutto, ma comprendiamo poco.

Da qui il passaggio sull’immaginario collettivo. Leone XIV osserva che chi controlla piattaforme digitali da una parte e mezzi di comunicazione dall’altra possiede una notevole capacità di incidere su ciò che una società considera desiderabile, credibile, importante (MH, 136). È una frase che dovrebbe interessare non solo i giornalisti, ma chiunque lavori in un’istituzione, in una scuola, in un’università, in un ufficio comunicazione, in una comunità ecclesiale, perché si sta parlando di come formare il nostro sguardo davanti alla realtà.

Quando prepariamo un comunicato, una lezione, una newsletter, una pagina web, una campagna social, non stiamo semplicemente trasmettendo informazioni. Stiamo contribuendo, nel nostro piccolo, a ordinare l’attenzione di qualcuno. Stiamo dicendo che cosa merita di essere guardato, con quale tono, con quali priorità, con quali parole. Questo tipo di responsabilità non viene meno con l’IA; semmai diventa più esigente, perché si abbassa la soglia tecnica della produzione e si alza la soglia morale della selezione.

Ecco perché l’ecologia della comunicazione di cui parla l’Enciclica non si costruisce solo ricorrendo a grandi norme sulle piattaforme, ma comincia anche dal rifiutarsi di pubblicare ciò che non abbiamo davvero assunto, verificato e compreso (MH, 137-138).

Sul versante educativo, il documento compie un passo ulteriore.

“Ogni tecnologia educa chi la utilizza” (MH, 140). Questa frase andrebbe presa sul serio nelle scuole, nelle università, nelle famiglie, nelle redazioni, negli uffici, anche nelle comunità ecclesiali. Perché sposta il discorso: non si tratta solo di educare all’uso della tecnologia ma di riconoscere che la tecnologia, mentre la usiamo, sta educando noi stessi.

Viene educato, ad esempio, il nostro rapporto con il tempo, perché ci abitua all’immediatezza; il nostro rapporto con la fatica, perché rende più facile saltare alcuni passaggi; il nostro rapporto con le domande, perché ci offre risposte prima ancora che abbiamo imparato a formulare bene un problema; il nostro rapporto con noi stessi, perché rischia di farci percepire come inutilmente lente alcune operazioni che sono invece essenziali alla maturazione del nostro pensiero.

Per questo il Papa aggiunge che educare all’uso dell’IA significa anche educare a decidere quando e per cosa non usarla (MH, 140). E questo non significa diffidenza verso la tecnologia, ma un modo per ridare dignità alla necessità del discernimento.

Le conseguenze sono molto operative. In una scuola o in un’università - lo abbiamo detto più volte - non basta semplicemente autorizzare o vietare ChatGPT. Occorre spiegare quali passaggi del lavoro intellettuale possono essere assistiti dalle macchine e quali invece devono restare attraversati personalmente dallo studente. Una sintesi può aiutare a orientarsi, ma non può sostituire l’incontro con un testo difficile. Una revisione linguistica può migliorare la forma, ma non può generare al posto nostro un giudizio. Una traccia può sbloccare la scrittura, ma non può diventare il pensiero che non abbiamo maturato.

Lo stesso vale per chi insegna. L’IA può aiutare a preparare materiali più accessibili, rubriche più chiare, esempi meglio calibrati, feedback più ordinati. Ma non può sostituire lo sguardo educativo. Non può sapere davvero che cosa sta accadendo in una classe, quali fragilità attraversano un gruppo, quale studente ha bisogno di essere incoraggiato e quale invece deve essere provocato a fare un passo in più. Sempre che si assuma sul serio che la relazione educativa non è un flusso di contenuti ottimizzabili, ma si fonda anzitutto su un incontro.

E vale anche per le famiglie. L’Enciclica richiama con concretezza i rischi di un’esposizione precoce e non mediata ai dispositivi digitali: dai contenuti violenti o manipolatori alle dinamiche di sfruttamento dei minori (MH, 141). Qui non siamo più nel grande dibattito sull’etica dell’IA, ma nella vita quotidiana, nella fatica di accompagnare un adolescente dentro un modello commerciale costruito per catturare attenzione.

Proviamo a tirare le fila.

La custodia dell’umano non avviene solo nelle grandi dichiarazioni, ma anche nelle micro-decisioni con cui scegliamo di non delegare tutto ciò che possiamo delegare, o di non automatizzare tutto ciò che possiamo automatizzare. Di non velocizzare tutto ciò che ha bisogno di tempo o di non pubblicare tutto ciò che siamo capaci di produrre.

Il ruolo che ci spetta, allora, non ha nulla di eroico: è piuttosto un lavoro artigianale. Prendere a cuore un pezzo del cantiere. Custodire una parte della trama. Avere cura della parola, della formazione, della libertà interiore, della responsabilità pubblica.

Può sembrare poco, ma, se ci riflettiamo, è esattamente il punto da cui ricomincia, ogni volta, una civiltà.

Giovanni Tridente, de.it.press 1.6.

 

 

 

"Il metodo scout mette al centro la persona"

 

Papa Leone XIV incontra in Aula Paolo VI in Vaticano più di 3mila Scout

d'Europa

Città del Vaticano. Papa Leone XIV incontra questa mattina in Aula Paolo VI in Vaticano più di 3mila membri dell’Associazione Italiana Guide e Scout d’Europa Cattolici che quest’anno compie 50 anni.

“In questi cinquant’anni, l’Associazione Italiana Guide e Scouts d’Europa Cattolici ha consolidato uno specifico stile educativo per declinare la testimonianza della fede. Utilizzando gli strumenti elaborati secondo l’intuizione di Baden-Powell, voi accompagnate ragazzi e ragazze all’incontro con Gesù, Maestro di vita buona, Amico fedele, Guida giusta e forte per il nostro cammino”, dice subito il Papa.

Per il Papa “la vita all’aria aperta, il contatto con la natura sono dimensioni imprescindibili delle vostre attività, che parlano della bontà di Dio attraverso le tracce che il Creatore stesso ha lasciato nella creazione”, continua il Pontefice nel suo discorso ai presenti.

“La coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere. Insieme a loro, vivete dunque la bellezza della fede nei gesti quotidiani e nella preghiera condivisa, nei Sacramenti e nel discernimento della vocazione di ciascuno: rispondete con generosità all’appello di Cristo, che vi invita a salire in cima, a prendere il largo, a percorrere insieme il sentiero della virtù”, continua il Papa nel suo discorso agli scout.

Per Leone XIV “il metodo scout mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana”. Il Papa poi nel suo discorso sottolinea che la scelta pedagogica dell’associazione prevede l’educazione “in distinte sezioni maschili e femminili, per dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica”. In questo modo “esplorare  le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo” diventa “una dinamica propedeutica” all’incontro con l’altro, "per la reciproca maturazione".

"In questa fase storica così complessa, apprezzo anche la vostra scelta di coltivare come associazione la dimensione dell’europeismo, non a livello politico, ma culturale, rinnovando l’impegno a costruire un’Europa dei popoli, non solo degli affari, unita dai più alti valori dell’umanesimo cristiano. A tal fine, il servizio è il punto che unifica tutti gli elementi del metodo di Baden-Powell: è il cuore del suo pensiero educativo. Servire significa mettere le proprie capacità e il proprio tempo a disposizione degli altri, in piena gratuità, senza aspettarsi nulla in cambio. Attraverso il servizio si sviluppano altruismo, solidarietà, attenzione verso il prossimo e senso di responsabilità sociale", continua il Papa nel suo discorso.

“L’avventura dello scoutismo aiuta a scoprire come la nostra umanità viene illuminata e coinvolta dall’opera di Dio, vero educatore di tutti noi”, conclude il Pontefice. Aci 1

 

 

 

 

 

Leichter Anstieg bei katholischen Priesterweihen

 

Die katholische Kirche in Deutschland verzeichnet in diesem Jahr insgesamt 30 Priesterweihen und damit einen leichten Anstieg nach dem bisherigen Tiefststand von 25 Weihen im Jahr 2025. Das ergab eine aktuelle Umfrage der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA) in den 27 Bistümern.

Die Deutsche Bischofskonferenz veröffentlicht ihre offiziellen Zahlen in der Regel erst zu Beginn des Folgejahres. Die meisten Priesterweihen, nämlich fünf, gibt es der Umfrage zufolge im Bistum Rottenburg-Stuttgart, gefolgt vom Erzbistum Berlin mit vier Weihen. Je drei Neupriester gibt es in Eichstätt, Köln und München-Freising. Die (Erz-)Bistümer Freiburg und Trier melden je 2 Priesterweihen.

Elf Bistümer ohne Neupriester

Jeweils einen Neupriester gibt es in Paderborn, Speyer, Dresden-Meißen, Passau, Augsburg, Würzburg, Regensburg und Bamberg. Keine Weihen gibt es 2026 in den 11 Bistümern Aachen, Münster, Essen, Limburg, Hamburg, Hildesheim, Osnabrück, Mainz, Görlitz, Magdeburg und Erfurt.

Das Bistum Fulda konnte auf Anfrage noch keine Zahlen nennen, verwies aber darauf, dass im März ein 31-jähriger Ukrainer nach byzantinischem Ritus zum Priester geweiht wurde. Er betreut die Ukrainische Kirchengemeinde und ist auch in der Seelsorge im Bistum tätig.

Die Deutsche Ordensobernkonferenz teilte mit, sie erhalte die aktuellen Zahlen aus den einzelnen Ordensgemeinschaften erst zum Jahresende. In den letzten Jahren hatte es dort sechs (2025), elf (2024) und vier (2023) Priesterweihen gegeben. 1966 gab es 15 mal so viele Weihen Der 29. Juni, das Fest Peter und Paul, war lange Zeit der klassische Termin für Priesterweihen in der katholischen Kirche. Inzwischen weihen viele Bistümer aber auch zu Pfingsten und an anderen Terminen.

Generell: Sinkende Zahlen

Die Zahl der Priesterweihen in Deutschland geht seit vielen Jahren im Trend stark zurück. So gab es etwa 1966, also vor 60 Jahren, noch 447 Priesterweihen in den 27 deutschen Bistümern, knapp 15-mal so viele wie in diesem Jahr. 1976 waren es schon nur 182, 1986 wieder 254. 1996 gab es 186 Weihen, 2006 insgesamt 121 und 2016 noch 77. Seit 2008 lag die Zahl dauerhaft unter 100, seit 2021 unter 50. (kna 26) 

 

 

 

Papst ermutigt Kardinäle zu Mitarbeit bei Leitung der Kirche

 

Leo XIV. hat die Kardinäle zur Mitarbeit bei der Leitung der Kirche ermuntert. Er äußerte sich an diesem Freitag zum Auftakt einer großen Kardinalversammlung im Vatikan, eines sogenannten außerordentlichen Konsistoriums.  Stefan von Kempis – Vatikanstadt

In seiner Predigt bei einer Messfeier im Petersdom am Freitagmorgen appellierte er an ihre Kollegialität, brachte diese mit dem synodalen Prinzip in Verbindung und äußerte sich auch zum päpstlichen Primat. Damit rief er drei innerkirchlich sehr wichtige Stichworte auf.

„Indem wir zusammenarbeiten, wird unsere Kollegialität zu einer Synthese der Synodalität, an der alle Getauften in der Einheit des Volkes Gottes teilhaben. Denn die Synodalität und das Kollegium sind Formen der christlichen Brüderlichkeit, die uns als Getaufte und als Bischöfe verbindet. Deshalb wird die Hilfe, die ihr mir bei der Ausübung des Petrusdienstes leisten könnt, bei mir auf jemanden treffen, der bittet, nicht auf jemanden, der befiehlt. Die Autorität des Primats liegt nämlich bei demjenigen, der zuhört und nur deshalb führt, bei demjenigen, der lernt und nur deshalb lehrt – stets in der Nachfolge des einen Meisters.“

„Die Autorität des Primats liegt bei demjenigen, der zuhört und nur deshalb führt, bei demjenigen, der lernt und nur deshalb lehrt“

Das Prinzip der Kollegialität wurde besonders im Text Lumen gentium des Zweiten Vatikanischen Konzils entwickelt. Es bedeutet, dass die „Körperschaft der Bischöfe … in Gemeinschaft mit dem Bischof von Rom … als seinem Haupt … gleichfalls Träger der höchsten und vollen Gewalt über die ganze Kirche“ ist (LG 22). Das Prinzip der Synodalität wiederum ist vor allem vom verstorbenen Papst Franziskus (2013-25) in Erinnerung gerufen und als grundlegend für die katholische Kirche beschrieben worden. Für eine katholische Weltsynode, die im Herbst 2024 zu Ende gegangen ist, läuft derzeit die Umsetzungsphase.

Was den päpstlichen Primat betrifft, den das Erste Vatikanische Konzil einst definiert hat, betont Leo XIV. auch hier den kollegialen Aspekt besonders. Damit liegt er auf einer Linie mit dem Dokument Der Bischof von Rom, das die Ökumene-Behörde des Vatikans 2024 veröffentlicht hat. Kurz gefasst lässt sich sagen, dass der Papst an diesem Freitag ein Bekenntnis zur Zusammenarbeit mit anderen – im spezifischen Fall mit den Bischöfen – und zu einer kollegialen Ausübung seines Primats abgelegt hat.

Zweitägige Beratungen der Kardinäle mit dem Papst

Die Messe des Papstes mit Kardinälen markierte den Beginn eines zweitägigen Konsistoriums, also einer Versammlung zu wichtigen Fragen der Kirche hinter verschlossenen Türen im Vatikan. Solche Konferenzen mit seinen Kardinälen will der Papst regelmäßig durchführen. In der Apsis des Petersdoms feierte Leo mit den Kardinälen, die man manchmal als „Senat des Papstes“ einstuft, eine Eucharistiefeier, um Gott für die anstehenden Diskussionen „um Stärke und Weisheit zu bitten“.

„Die Umsetzung der Synode, um die wir uns bemühen, lädt alle ein, in der Einheit des Glaubens, in der Förderung des Friedens und im Gehorsam gegenüber dem lebendigen Wort, das Jesus ist, voranzuschreiten. In diesem Licht erfordern die enormen und schnellen kulturellen Veränderungen, dass wir stets unsere Aufmerksamkeit darauf richten und versuchen, die ewigen Wahrheiten in einer Sprache auszudrücken, die deren ständige Neuheit durchscheinen lässt.“

Die Wunden der Menschheitsfamilie

Das war größtenteils ein Zitat aus der Programmschrift Evangelii Gaudium des Franziskus von 2013, auf die sich Papst Leo immer wieder bezieht. „Das eine Wort, welches Mensch geworden ist, drückt sich in allen Sprachen aus: Christus, der gestorben und auferstanden ist, ist der wahre Weinstock, der mittels aller Kulturen, die die Christen von innen heraus verwandeln, Frucht bringt. So lässt der Heilige Geist in der Kirche geschwisterliches Einvernehmen, Nächstenliebe und missionarischen Eifer erblühen.“

Im Glauben lasse sich „die wahre Freiheit erleben“, predigte Leo des Weiteren. „Während wir alle Völker zu dem Glauben einladen, in dem wir wahrhaft frei sind, fügen internationale Spannungen und Konflikte der Menschheitsfamilie schwere Wunden zu. Dennoch mangelt es in der Kirche und in der Welt nicht an Initiativen und Erfahrungen, die zur Achtung der Menschenwürde, der Gerechtigkeit, des Rechts und schlichtweg des Menschlichen aufrufen – sie nehmen sogar zu. Dies ist ein Grund zur Hoffnung, weil es die Schönheit des Wirkens Gottes bezeugt, der uns nach seinem Bild und Gleichnis geschaffen hat, als Zeichen seiner Herrlichkeit in der Welt.“

„Krieg ist niemals des Menschen würdig - und er ist niemals von Gott gesegnet“

Wenn dieses Zeichen verletzt werde, dann seien „wir alle verletzt“, so der Papst. „Deshalb ist der Krieg niemals des Menschen würdig und ist er niemals von Gott gesegnet, weil uns der Schöpfer mit Verstand und Willen ausgestattet hat, um die Konflikte als Menschen und nicht als Raubtiere zu lösen, die möglicherweise sogar mit hochtechnologischen Waffen ausgerüstet sind. Die Einheit der Menschheitsfamilie geht den einzelnen Völkern und Staaten voraus.“

Das sei „nicht bloß eine biologische Gegebenheit“, sondern ein „ethisches Prinzip“, insistierte der Papst. Und er skizzierte das christliche Zeugnis als „Prophezeiung einer neuen Welt“ und als ein „kulturelles und soziales Projekt, das die menschliche Entwicklung ganzheitlich fördert“. „Während die Kirche das Evangelium unter Freuden und Verfolgungen verkündet, schlägt sie sich niemals auf eine Seite: Sie ist für alle da und richtet das gleiche Wort der Bekehrung und des Heils an einen jeden.“ (vn 26)

 

 

 

 

 

Papst ruft Jesuiten-Hochschulen zu Antwort auf gesellschaftliche Krisen auf

 

Papst Leo XIV. hat im Vatikan die Präsidenten und Repräsentanten der jesuitischen Colleges und Universitäten aus Nordamerika zu einer Audienz empfangen. In seiner Ansprache verwies das Kirchenoberhaupt auf die jahrhundertelange Tradition des Jesuitenordens im Bildungsbereich und verknüpfte den Dank für die historische Arbeit mit einer Analyse gegenwärtiger globaler Krisen. Mario Galgano - Vatikanstadt

Die heutige Epoche sei von tiefgreifenden Veränderungen geprägt, die sich unter anderem in einer fortschreitenden Säkularisierung der Gesellschaften und dem Versuch, Gott aus der Öffentlichkeit zu verdrängen, äußerten. Zudem reagierten politische Systeme unzureichend auf die Nöte von Armen und Migranten, während die natürlichen Ressourcen der Erde oft eigennützig statt zum Gemeinwohl genutzt würden.

Als Orientierung für den Hochschulbereich hob der Papst die vier im Jahr 2019 bestätigten universellen apostolischen Präferenzen des Jesuitenordens hervor. Bezüglich der ersten Präferenz, dem Weg zu Gott durch geistliche Übungen, erklärte das Kirchenoberhaupt, dass Wissenschaft und die Suche nach Wahrheit letztlich eine Suche nach Gott darstellten. Angesichts eines wachsenden Interesses junger Menschen am Glauben ermutigte der Papst die Institutionen, an den Hochschulen weiterhin Gelegenheiten für die Teilnahme an den Exerzitien anzubieten.

An der Seite der Armen und Ausgegrenzten

Hinsichtlich der Absicht, an der Seite der Armen und Ausgegrenzten zu stehen, betonte der Papst die Pflicht der Bildungseinrichtungen, nicht nur über bestehende Ungerechtigkeiten zu informieren, sondern durch neue Modelle der Solidarität systemische Veränderungen anzustoßen. Höhere Bildung müsse zudem verstärkt für Einwanderer, Flüchtlinge und sozial Benachteiligte geöffnet werden, um deren gesellschaftliche Integration zu erleichtern und den universitären Austausch durch diverse Perspektiven zu bereichern. Zur dritten und vierten Präferenz – der Begleitung der Jugend und der Bewahrung der Schöpfung – hieß es, die Hochschulen sollten Orte der Hoffnung sein und durch ökologische Nachhaltigkeit sowie Einfachheit im praktischen Alltag ein direktes Vorbild im Umweltschutz liefern.

Ein weiterer Schwerpunkt der Ansprache lag auf den Auswirkungen der Künstlichen Intelligenz und neuer Technologien, deren Reichweite noch nicht vollständig absehbar sei. Leo XIV. rief dazu auf, sich frühzeitig mit den positiven wie negativen Konsequenzen dieser Entwicklung auseinanderzusetzen. Den Universitäten komme dabei die Aufgabe zu, die Prinzipien der kirchlichen Soziallehre so weiterzuentwickeln, dass sie angesichts der digitalen Revolution eine wirksame Relevanz entfalten können. Zum Abschluss rief der Papst dazu auf, die Tradition fortzusetzen, Menschen im Dienst für andere auszubilden, und erteilte den Anwesenden sowie deren Gemeinschaften den apostolischen Segen. Vn 25

 

 

 

Papst ernennt Weihbischof für Hamburg

 

Papst Leo XIV. hat den bisherigen Rektor des Hamburger Priesterseminars Johannes Zehe zum Weihbischof in Hamburg berufen. Der Vatikan und das Erzbistum gaben die Ernennung an diesem Mittwoch zeitgleich bekannt.

Zehe gehört dem Klerus der Erzdiözese Hamburg an, geboren wurde er 1963 in Neustrelitz in der damaligen Deutschen Demokratischen Republik. Vor seinem Theologiestudium absolvierte er eine akademische Musikausbildung in Berlin. Die Priesterweihe empfing er 1999 in Hamburg, die Bischofsweihe wird am 10. Oktober stattfinden.

Bisher wirkte Zehe laut dem vom Vatikan veröffentlichen Lebenslauf unter anderem als Pfarrvikar in den Gemeinden Ahrensburg, Bargeheide und Neubrandenburg; Leiter der Jugendpastoral; Pfarrer in Neubrandenburg, gleichzeitig Dekan des dortigen Dekanats, sowie in Lübeck; Rektor des Erzbistumsseminars Hamburg (seit 2023). Johannes Zehe ist aktuell Pastor und Pfarradministrator in der Pfarrei Heilige Elisabeth, zu der mehrere Gemeinden im Südosten Hamburgs und Schleswig-Holsteins gehören. Dazu gehört im Hamburger Stadtteil Bergedorf die Kirche St. Marien.

Hamburger Erzbischof Heße hoch erfreut

Als Erzbischof wirkt in Hamburg seit 2015 der gebürtige Kölner Stefan Heße. Er sagte in einer ersten Stellungnahme, er freue sich „sehr, dass mit Johannes Zehe jemand das Amt des Weihbischofs übernimmt, der in vielen verschiedenen Aufgabenbereichen Erfahrungen sammeln konnte". Der künftige Weihbischof werde „mit seinen geistlichen, menschlichen und pastoralen Gaben eine große Bereicherung für uns darstellen". Heße bat die Gläubigen im Erzbistum, den neuen Weihbischof im Gebet zu begleiten. 

Auch der ernannte Weihbischof selbst zeigte sich in der Aussendung des Erzbistums Hamburg erfreut. „Die Nachricht, dass ich Weihbischof werden soll, hat mich unerwartet erreicht. Ich sehe es als großes Geschenk an. Das packe ich nun aus und sehe, wie ich damit umgehen kann“, sagt Johannes Zehe.

Ein Weihbischof ist ein katholischer Bischof, der keinen eigenen Diözesanbezirk leitet, sondern dem zuständigen Ortsbischof als Helfer zur Seite steht. Er wird vom Papst ernannt, um den Bischof bei Leitungsaufgaben, Visitationen und Weihehandlungen wie Firmungen oder Priesterweihen zu unterstützen.

Hamburg ist Deutschlands zweitgrößte Metropole nach Berlin, der Anteil der Katholiken liegt im Erzbistum bei etwa fünf Prozent der Bevölkerung. (vn 24)

 

 

 

Vatikan und Italien: Religionen im Einsatz für Frieden und Dialog

 

Akademiker, Wissenschaftler und Vertreter verschiedener Religionen haben sich von Dienstag bis Mittwoch in Rom bei einer Tagung zum Thema „Buddhisten, Christen, Hindus, Jains und Sikhs in Europa: Brüderlichkeit durch Dialog und Zusammenarbeit schaffen“ getroffen. Organisator war das vatikanische Dikasterium für interreligiösen Dialog. Am Donnerstag wollen Vertreter der Religionsgemeinschaften in Italien einen Pakt zu Dialog und sozialem Zusammenhalt unterzeichnen.

Bei der Tagung am Angelicum in Rom hatten die Teilnehmer das gemeinsame Engagement für die Förderung einer Kultur der Begegnung und Zusammenarbeit zum Wohle aller bekräftigt, um „Brüderlichkeit und Frieden“ in der Welt zu schaffen, teilte das Dikasterium für interreligiösen Dialog zum Ende des Treffens diesen Mittwoch mit. Die Veranstaltung brachte Menschen zusammen, die sich für die Stärkung der menschlichen Brüderlichkeit durch interreligiösen Dialog und Zusammenarbeit in Europa einsetzen. 

Die Konferenz fand laut dem Dikasterium in einer herzlichen Atmosphäre und im Geiste des Respekts und der Offenheit statt und bot Gelegenheit zum Zuhören, Lernen und zur gegenseitigen Bereicherung. Die Teilnehmer hätten „über die Herausforderungen nachgedacht, denen sich heutige Gesellschaften gegenübersehen, und die Bedeutung von Dialog und Zusammenarbeit als Mittel zur Förderung von Verständnis, Solidarität und Hoffnung bekräftigt". Als eines der Ergebnisse betonten die Teilnehmer, dass Gläubige, „sich niemals der Aufgabe entziehen dürfen, das Wachstum der Brüderlichkeit durch konkrete Taten zu fördern, die Frieden, Harmonie und das Wohlergehen aller begünstigen." Sie bekräftigten zudem, wie wichtig es sei, „heute gegenseitigen Respekt, Zusammenarbeit und gemeinsames Engagement zu stärken und dabei gleichzeitig in den jeweiligen religiösen Traditionen verwurzelt zu bleiben“.

„Gegenseitigen Respekt, Zusammenarbeit und das gemeinsame Engagement stärken und dabei gleichzeitig in den jeweiligen religiösen Traditionen verwurzelt bleiben“

Italien: Religionsvertreter unterzeichnen Pakt für Frieden

Am Donnerstag wollen Vertreter der Religionsgemeinschaften in Italien „zum ersten Mal in der Geschichte" des Landes einen Pakt zu Dialog und sozialem Zusammenhalt unterzeichnen. Das berichtet der italienische katholische Pressedienst „Sir" diesen Mittwoch. Das Abkommen mit dem Titel „La via italiana del dialogo. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale" (etwa: Der italienische Weg des Dialogs. Die Religionen im öffentlichen Raum und für sozialen Zusammenhalt) wollen demnach das Italienische Buddhistische Institut Soka Gakkai, die Nationale Geistliche Versammlung der Bahá’í Italiens; die Sikhi Sewa Society; das Istituto Tevere; der Italienische Islamische Verband; die Italienische Islamische Religionsgemeinschaft; die Versammlung der Rabbiner Italiens; die Heilige Orthodoxe Erzdiözese Italiens; das Islamische Kulturzentrum Italiens; die Union der Islamischen Gemeinschaften Italiens; die Italienische Hinduistische Union; die Union der Jüdischen Gemeinden Italiens; die Italienische Bischofskonferenz; der Verband der Evangelischen Kirchen in Italien und die Italienische Buddhistische Union unterschreiben. Die Unterzeichnung des Pakst ist für 9.30 Uhr in Rom im Auditorium der Ara Pacis angesetzt; a m Nachmittag um 16 Uhr soll der Pakt dem italienischen Staatspräsidenten,  Sergio Mattarella, im Quirinal überreicht werden. 

„Die einflussreichsten religiösen Vertreter des Landes werden in einem Akt der Verantwortung zusammenkommen, um den sozialen Zusammenhalt durch den interreligiösen Dialog zu stärken“

Treffen seit 2023, nun Meilenstein

Das Abkommen stellt laut den beteiligten Religionen einen „wesentlichen Meilenstein“ eines im Jahr 2023 begonnenen Weges dar. Seitdem treffen sich die Führer der im Land verbreiteten Religionen jährlich am Sitz der Italienischen Bischofskonferenz. Gaetano Castello, Weihbischof von Neapel und Vorsitzender der Kommission für Ökumene und Dialog, erklärt: „Was wir vorschlagen, ist der Königsweg der Begegnung mit dem Anderen, des Dialogs." Es gehe darum, das aus den jeweiligen Traditionen aufzunehmen, „was zum Wachstum unserer Gesellschaft beitragen kann.“

Die Unterzeichnung des Pakts der Religionen sei ein „historischer und sehr symbolträchtiger Tag für die italienische Geschichte und für die Rolle der Religionen in der Gesellschaft“, erklärte Yahya Pallavicini, Imam und Vizepräsident der italienischen islamischen Religionsgemeinschaft CO.RE.IS., dem italienischen katholischen Pressedienst „Sir". „Die einflussreichsten religiösen Vertreter des Landes werden in einem Akt der Verantwortung zusammenkommen, um den sozialen Zusammenhalt durch den interreligiösen Dialog zu stärken.“ (pm/vn/sir 24)

 

 

 

 

Leo XIV.: Eucharistie als Gegenmittel gegen Spaltungen

 

Die Eucharistie führt Christen in eine Dynamik der Einheit hinein und wirkt den Kräften der Spaltung entgegen. Das hat Papst Leo XIV. bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch hervorgehoben. Die Eucharistie sei „ein wirksames Gegenmittel gegen die Spaltungskräfte“, die „unsere Welt, unsere Gemeinschaften, unsere Familien und unser Herz untergraben“.

Der Papst setzte seine Katechesereihe über die Dokumente des Zweiten Vatikanischen Konzils fort und sprach neuerlich über die Liturgiekonstitution „Sacrosanctum Concilium“. Im Mittelpunkt seiner Betrachtung stand die Eucharistie als Schule christlichen Lebens und die Einheit zwischen Wort Gottes und Eucharistie.

Wer an der Eucharistie teilnehme, werde in Christus eingegliedert und lerne, den Lebensstil Jesu anzunehmen, erklärte Leo XIV. Dieser Lebensstil sei „durch die unentgeltliche Selbsthingabe gekennzeichnet“. Aus der Gemeinschaft mit Christus erwachse eine Haltung, die Menschen miteinander verbinde und Einheit fördere: Die Gläubigen gelangten, so der Papst, „durch Christus, den Mittler, von Tag zu Tag zu immer vollerer Einheit mit Gott und untereinander“.

Leo XIV. verwies auch auf die Rolle der versammelten Gemeinde bei der Eucharistiefeier. Das Opfer werde „nicht nur durch die Hände des Priesters, sondern auch gemeinsam mit ihm“ dargebracht. Die Eucharistie sei daher Ausdruck des geistlichen Opfers aller Christen. Zugleich sei sie auf die Vollendung des Reiches Gottes ausgerichtet. Leo nannte die Eucharistie das „Sakrament des kommenden Reiches“ und das „Brot für den Weg“, das die Gläubigen „zur himmlischen Heimat führt, bis zu jenem seligen Tag, an dem ,Gott alles in allen sein wird´“, so der Papst mit einem Pauluszitat aus dem ersten Korintherbrief.

Wort Gottes und Eucharistie: Ein einziger Kultakt

Von dort aus lenkte der Papst den Blick auf die beiden Grundteile der Messe, Wortgottesdienst und Eucharistiefeier. Sie gehörten untrennbar zusammen. Beide Teile „sind so eng miteinander verbunden, dass sie einen einzigen Kultakt ausmachen“, zitierte Leo aus der Konzilskonstitution.

Was das Hören und Vertiefen der Bibeltexte in der Liturgie anlangt, stellte der Papst klar, „dass es nicht nur darum geht, intellektuelles Wissen über die Heilige Schrift zu erwerben“. Christen seien aufgerufen, das „lebendige und wirksame“ Wort Gottes zu empfangen, das sich zugleich an die ganze Kirche und an jeden Einzelnen richte. Dieses Wort nähre und stärke gemeinsam mit dem eucharistischen Brot und führe zum neuen Leben in Christus. In diesem Zusammenhang zitierte Leo seinen Vorgänger Benedikt XVI. (2005-2013) mit den Worten: „Die Eucharistie öffnet uns für das Verständnis der Heiligen Schrift, ebenso wie die Heilige Schrift ihrerseits das eucharistische Geheimnis beleuchtet und erklärt.“

„Die Eucharistie öffnet uns für das Verständnis der Heiligen Schrift, ebenso wie die Heilige Schrift ihrerseits das eucharistische Geheimnis beleuchtet und erklärt“

Leo XIV. erinnerte in diesem Zusammenhang an die Liturgiereform des Zweiten Vatikanischen Konzils. Das Konzil habe gefordert, „die Schatzkammer der Bibel weiter aufgetan werden soll“, damit die wichtigsten Teile der Heiligen Schrift dem Volk Gottes verkündet würden. Diese Vorgabe habe ihren Niederschlag im Lektionar gefunden, dem Buch mit den biblischen Lesungen der Liturgie. „Diese Fülle wurde aus der reinsten Quelle der lebendigen Tradition geschöpft, die die ,Treue zur Tradition´ mit der Offenheit für einen ,berechtigten Fortschritt´ verbindet“, erklärte Leo mit Zitaten aus der Liturgie-Konstitution.

Zum Abschluss der Katechese rief Leo XIV. dazu auf, sich von dem Geheimnis innerlich verändern zu lassen, das die Kirche in der Liturgie feiere. „Lasst uns im Glauben aus dieser Quelle des göttlichen Lebens schöpfen - und lassen wir uns von dem Geheimnis, das wir feiern, verwandeln.“ (vn 24)

 

 

 

 

Vatikan: Keine Laienpredigt in Eucharistiefeier

 

„Es ist nicht möglich, die (…) beantragte Ausnahmegenehmigung zu erteilen, die es einem ordnungsgemäß beauftragten Laien unter außergewöhnlichen Umständen gestatten würde, während der Eucharistiefeier anstelle der Predigt zu sprechen“: Diese Antwort aus dem Dikasterium für den Gottesdienst und die Sakramentenordnung erreichte dieser Tage den DBK-Vorsitzenden Heiner Wilmer, der eine entsprechende Anfrage formuliert hatte.

Eine Predigt durch Laien außerhalb der Eucharistiefeier sei jedoch nach wie vor erlaubt und möglich. Das teilte das zuständige Dikasterium an diesem Dienstag in einer Presseaussendung mit.

Demnach habe Bischof Wilmer die Antwort auf seine Anfrage vom 30. März 2026 bereits am 17. Juni erhalten. In der Pressemitteilung wird seitens des Dikasteriums unterstrichen, dass man die „pastoralen Sorgen“ schätze, die die Formulierung des Antrags begleitet hätten. Dessen ungeachtet bekräftigt das Dikasterium jedoch, „dass von der geltenden Disziplin nicht durch eine Ausnahmegenehmigung abgewichen werden kann, da die Vorbehaltung der Predigt für einen Priester oder Diakon keine rein disziplinarische Norm ist, sondern sich aus dem Wesen der Liturgie selbst“ ergebe.

Die Predigt sei „ein wesentlicher Bestandteil des Wortgottesdienstes“, „untrennbar mit der Verkündigung des Evangeliums verbunden“ und stelle eine „Ausübung des munus docendi dar, das den geweihten Amtsträgern durch das Weihesakrament anvertraut wurde“, wird in dem Dokument weiter erläutert. Das Wort Gottes im Rahmen einer liturgischen Feier zu verkünden, sei „untrennbar mit dem sakramental empfangenen Auftrag und mit der Einheit verbunden, die Wort und Sakrament in der Eucharistiefeier miteinander verbindet“.

Ausbildung für ansprechende Predigten fördern

In dem Brief an den Vorsitzenden der deutschen Bischofskonferenz wird nach Vatikanangaben von diesem Dienstag zudem betont, dass die „ständige Weiterbildung der geweihten Amtsträger“ gefördert werden müsse, um sicherzustellen, dass die Predigt „ihre pastorale und spirituelle Wirksamkeit voll entfalten“ könne. Eines der Argumente, das gerne dafür herangezogen wird, Laien und darunter vor allem Frauen an den Ambo zu lassen, ist gerade die Tatsache, dass diese ihre Predigten und Auslegungen besonders ansprechend gestalten.

Wie das zuständige Dikasterium abschließend erinnert, sieht die geltende kirchliche Disziplin bereits heute „zahlreiche Formen der Verkündigung des Wortes und der Predigt“ vor, die Laien anvertraut werden können – sofern dies außerhalb der Feier der Eucharistie und im Einklang mit dem kanonischen Recht geschehe und „dem jeweiligen Charakter dieser verschiedenen Formen der Verkündigung des Evangeliums“ angemessen sei. (vn 23)

 

 

 

 

Bischof Wilmer zu den Empfehlungen der Alterssicherungskommission

 

„Es braucht generationengerechte und sozial ausbalancierte Reformen“

Die von der Bundesregierung eingesetzte Alterssicherungskommission hat heute (23. Juni 2026) ihre Empfehlungen veröffentlicht. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, würdigt in einer ersten Stellungnahme die konstruktive Zusammenarbeit der Mitglieder der Kommission: „Sich kompromissbereit zu zeigen, ist eine grundlegende Tugend und ermöglicht demokratische Entscheidungen – dies gilt sowohl für die anstehenden Reformen im Sozialstaat als auch für den öffentlichen Diskurs.“

Bischof Wilmer erinnert daran, dass generationengerechte und sozial ausbalancierte Reformen benötigt würden. Das habe bereits die Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen der Deutschen Bischofskonferenz in ihrem im Dezember 2025 vorgelegten Papier Zusammenhalt durch Reformen sichern. Impulse für einen gerechten und verlässlichen Sozialstaat hervorgehoben. Er bekräftigt, dass die gesetzliche Rentenversicherung eine unverzichtbare Säule des Sozialstaats in Deutschland sei: „Die Solidarität einer Gesellschaft zeigt sich im erwerbs- und umlagebasierten Rentensystem wie in einem Brennglas. Vor allem der demografische Wandel fordert das bestehende Modell heraus und macht Reformen notwendig. Die Lasten zwischen Alt und Jung müssen dabei gerecht verteilt werden, Erwerbsarbeit muss sich lohnen und Armut muss entgegengewirkt werden“, so Bischof Wilmer. Gleichzeitig hob er den Vorschlag zum Thema Renteneintrittsalters hervor: „Wir werden die Empfehlungen der Kommission eingehend prüfen. Die Idee, das Renteneintrittsalter an die Lebenserwartung zu koppeln und bis 2041 zunächst auf 67,5 Jahre moderat ansteigen zu lassen, scheint uns ein probates Mittel zu sein, um die finanziellen Probleme der gesetzlichen Rentenversicherung zu mildern.“

Die Überlegung, die sogenannte abschlagsfreie Rente für besonders langjährig Versicherte abzuschaffen, sei ebenfalls sinnvoll. Bischof Wilmer: „Wichtig ist aber, dass für Personen, die nachgewiesenermaßen das Renteneintrittsalter nicht erreichen können, angemessene Lösungen bereitstehen. Ich bin froh, dass die Kommission auch dies im Blick hat und hier einen Lösungsvorschlag unterbreitet. Das gilt ebenso für die Empfehlung, zur Stabilisierung der Rentenversicherung einerseits den Nachhaltigkeitsfaktor ab 2032 wieder einzuführen und andererseits die gesetzliche Rentenversicherung zur Sicherung eines angemessenen Rentenniveaus um eine obligatorische kapitalgedeckte Rentenkomponente zu ergänzen, die paritätisch finanziert werden soll. Es ist zu begrüßen, dass die Kommission an eine steuerfinanzierte Übergangsregelung gedacht hat, bis die Erträge der Kapitalrente greifen.“

Die Aussage der Kommission, dass Leistungen, die einer gesamtgesellschaftlichen Aufgabe dienen, vollständig aus dem Bundeshaushalt zu tragen und nicht den Beitragszahlern aufzulasten sind, unterstreicht Bischof Wilmer ausdrücklich: „Je eher das gelingt, umso nachhaltiger können Reformen wirken und auf eine breite Akzeptanz in der Bevölkerung stoßen. Gleichzeitig erinnere ich daran, dass ein weiteres Kriterium jeder Reform des Sozialstaats die Belange armer Menschen sein müssen. Wir begrüßen es, dass die Kommission ihr Augenmerk auch auf die Altersarmut und die verdeckte Armut richtet. Es ist eine Frage gesamtgesellschaftlicher Verantwortung, diese besonders vulnerablen Gruppen gezielt und passgenau zu unterstützen. Das betrifft auch die Sorgen derjenigen, die trotz langer Beschäftigungsdauer nur geringe Ansprüche fürs Alter erworben haben. In diesem Kontext ist die verpflichtende Einbeziehung der Minijobs in die gesetzliche Rentenversicherung und eine Freibetragsregelung für Grundsicherungsempfänger im Alter ein wichtiger Schritt.“

Mit Blick auf die von den Bischöfen vorgelegten Impulse für einen gerechten und verlässlichen Sozialstaat erinnert Bischof Wilmer, dass in diesem Dokument aus Gründen der sozialen Gerechtigkeit ebenfalls die Einbindung von Selbstständigen in die gesetzliche Rentenversicherung sowie die wirkungsgleiche Übertragung aller Reformen auf die Beamtenversorgung als sinnvoll erachtet wird: „Die Idee der Rentenversicherung als einer Erwerbstätigenversicherung erscheint zielführend. Nun gilt es, die anstehende politische und gesellschaftliche Debatte zu den Reformvorschlägen weiter konstruktiv zu führen. Wir brauchen Debatten, in denen wir einander zuhören, die zusammenführen und das Vertrauen in unsere Demokratie stärken. Die Kirche wird sich daran aufmerksam beteiligen.“ Dbk 23

 

 

 

 

Papst: Hunger wirkt destabilisierend, niemand darf vergessen werden

 

In der aktuellen politischen Gemengelage werden eher Kriege „genährt“, als Menschen „ernährt“: Diese bittere Bestandaufnahme kommt von Papst Leo XIV., bei einem Besuch am römischen Sitz des Welternährungsprogramms WFP, das humanitäre Nothilfe weltweit leistet. Gleichzeitig ruft das Kirchenoberhaupt zu einer ernsthaften gemeinsamen Anstrengung auf, um die Situation der Millionen Hungernden auf der Welt zu bessern. Christine Seuss - Vatikanstadt

Das Welternährungsprogramm setzt sich weltweit dafür ein, in Notsituationen Leben zu retten und in Konflikten und bei Naturkatastrophen Nahrungsmittelhilfe zu leisten – ein Einsatz, der „in tiefem Einklang mit dem Auftrag der katholischen Kirche, die Menschenwürde zu wahren und die Geschwisterlichkeit zu fördern“, steht, würdigte Papst Leo XIV. bei seinem Besuch im Süden Roms, wo er Führungskräfte und Mitarbeitende der internationalen Organisation sowie bei ihr akkreditierte Diplomaten traf. In über 120 Ländern und Territorien ist die Organisation präsent, um in einem milliardenschweren Kraftakt Nahrung und andere lebensnotwendige Mittel an die Menschen zu verteilen, die durch Krisen zu Bedürftigen geworden sind. Dieses Engagement sieht Papst Leo auch als grundlegend für die katholische Kirche, wie er in seiner Ansprache deutlich machte:

„Gemeinsam stehen wir vor der dringenden Aufgabe, Hunger und Unterernährung zu bekämpfen und die ihnen zugrunde liegenden strukturellen Ursachen anzugehen“, so der Papst im Plenarsaal des WFP. Doch um dieser Aufgabe wirksam gerecht zu werden, müsse man die „vor uns liegenden Herausforderungen, ihre Ursachen und mögliche Wege zu dauerhaften Lösungen in den Blick“ nehmen:

„Heute haben sich Krisen von isolierten Ereignissen zu dauerhaften Realitäten entwickelt, die geprägt sind von langanhaltenden Konflikten, chronischer Ernährungsunsicherheit, wirtschaftlicher Instabilität und zunehmenden Klimakrisen. Daraus ergibt sich eine grundlegende Frage: Welche globalen Strukturen sind in der Lage, solche Bedingungen hervorzubringen, aufrechtzuerhalten und mitunter sogar zu normalisieren?“, so die drängende Frage des US-amerikanischen Papstes am Sitz der Einrichtung, die zu großen Teilen aus Mitteln der USA gefördert wird – tatsächlich kommen die Exekutivdirektoren des WFP üblicherweise aus den Vereinigten Staaten.

Die Herausforderung bestehe jedenfalls längst nicht mehr allein darin, „wie“ man interveniere, vielmehr gehe es darum zu verstehen, „warum das System fortwährend genau jene Probleme erzeugt, die es anschließend zu beheben gezwungen ist“, lud er zum Nachdenken ein. Angesichts einer zunehmend fragmentierten internationalen Ordnung ohne echten gemeinsamen ethischen Horizont hätten die Staaten ihre Ressourcen zunehmend auf „nationale Sicherheit, Wirtschaftswachstum und innere Stabilität“ ausgerichtet – und dabei „den engen Zusammenhang zwischen diesen Zielen und der multilateralen Zusammenarbeit außer Acht gelassen“, so die Analyse des Papstes, der in diesem Trend ein „bemerkenswertes Paradoxon“ verortet:

„Eine noch nie dagewesene globale Produktionskapazität steht wachsenden Räumen extremer Verwundbarkeit gegenüber. Dieselben Kräfte, die das Wirtschaftswachstum vorantreiben, verschärfen oft Ausgrenzung und Marginalisierung. Obwohl die Linderung menschlichen Leids grundsätzlich allgemein als unerlässlich anerkannt wird, besteht zunehmend die Gefahr, dass humanitäre Belange in der Hierarchie internationaler Prioritäten in den Hintergrund gedrängt werden.“

Doch gerade „in der Kluft zwischen grundsätzlicher Anerkennung und praktischer Priorisierung“ sei eine „fortschreitende Bürokratisierung der Solidarität“ zu erkennen, die letztlich dazu führen könne, dass diejenigen, die „keinen quantifizierbaren Wert erzeugen“, unsichtbar würden, so die Warnung des Kirchenoberhauptes:

„Diese doppelte Dynamik stellt eine ernsthafte ethische Herausforderung dar: Der Mensch steht nicht mehr konsequent im Mittelpunkt des internationalen Handelns. (…) Tatsächlich werden leichter Konflikte „genährt“ als Menschen ernährt. Diese Realität legt nicht nur operative Defizite offen, sondern auch ein grundlegendes Ungleichgewicht politischer und moralischer Prioritäten.“

„Hunger ist nicht nur ein humanitäres Problem – er untergräbt auch den sozialen Zusammenhalt“

Die Folgen dieser Art von schiefer Priorisierung reichten jedoch weit über die unmittelbar Betroffenen hinaus, lud der Papst ein, den Blick zu weiten:

„Hunger ist nicht nur ein humanitäres Problem – er untergräbt auch den sozialen Zusammenhalt, erhöht das Risiko von Konflikten und fördert Zwangsmigration.“ Darüber hinaus schwächt er die Fähigkeit von Staaten und Gesellschaften, solide Institutionen aufzubauen, eine wirksame Bildung zu gewährleisten und eine nachhaltige wirtschaftliche Entwicklung zu fördern. Auf diese Weise verfestigt er Kreisläufe der Fragilität, die letztlich die gesamte internationale Gemeinschaft betreffen“, so Papst Leo XIV., der das erste Mal das Welternährungsprogramm besuchte.

Humanitäres Handeln, das werde vor diesem Hintergrund deutlich, sei „kein Randaspekt der internationalen Ordnung“, schärfte der Papst seinen Zuhörern ein. Vielmehr spiegele es die Verantwortung der Weltgemeinschaft wider, „die Solidarität zu stärken, Ausgrenzung entgegenzuwirken und die jedem Menschen innewohnende, von Gott gegebene Würde anzuerkennen“:

„Über das bloße Krisenmanagement hinaus verkörpern internationale Institutionen daher den Grundsatz der geteilten Verantwortung und bekräftigen, dass die internationale Gemeinschaft die Sorge um jene Menschen verbindet, die am meisten gefährdet sind.“

„Über das bloße Krisenmanagement hinaus verkörpern internationale Institutionen (...) den Grundsatz der geteilten Verantwortung“

Dies mache die Arbeit des Welternährungsprogramms über eine rein politische, wirtschaftliche oder technische Natur hinaus relevant, als „konkreter Ausdruck internationaler Solidarität“, würdigte der Papst weiter: „Wo staatliche Strukturen zurücktreten und lokale Netzwerke zerfallen, trägt seine Präsenz dazu bei, zu verhindern, dass humanitäre Krisen zu einem irreversiblen Zusammenbruch eskalieren.“

In diesem Zusammenhang sei ein „erneuertes Bekenntnis zur multilateralen Zusammenarbeit unerlässlich“, forderte der Papst: „Dauerhafter Frieden und eine ganzheitliche, nachhaltige Entwicklung des Menschen sind nur durch die Beteiligung aller möglich, getragen von einem echten internationalen Dialog und einer Zusammenarbeit, die auf das Gemeinwohl ausgerichtet ist. Ein solcher Ansatz erfordert einen festen politischen Willen, der in der Lage ist, kurzfristige Perspektiven zu überwinden und in globale öffentliche Güter zu investieren.“

Deshalb wolle er „an die Regierungen und Völker der Welt“ appellieren, „ihr Engagement zu erneuern und zu verstärken, die Mittel zur Bekämpfung des Hungers und seiner Ursachen aufzustocken und die Hindernisse zu beseitigen, die verhindern, dass die Hilfe diejenigen erreicht, die sie benötigen“, so der Papst am Sitz der Einrichtung, die sich fast vollständig durch freiwillige Beiträge von Staaten, internationale Organisationen, Unternehmen und über private Spender finanziert.

Schwindende finanzielle Mittel für größere Not

Für das Jahr 2025 erhielt das WFP offiziellen Angaben zufolge insgesamt rund 6,52 Milliarden US-Dollar an Beiträgen, womit rund 121 Millionen Menschen geholfen werden konnte. Die Vereinigten Staaten waren dabei mit rund 2,07 Milliarden US-Dollar der mit Abstand größte Geldgeber – allerdings wurden die Beiträge der USA im Gegensatz zum Vorjahr um rund die Hälfte gekürzt, so dass insgesamt rund 30 Prozent an Hilfen eingebrochen sind. Die Zusammenarbeit mit der Kirche und der Zivilgesellschaft könnten für das Engagement nützlich sein, erinnerte Leo XIV., der gleichzeitig dazu einlud, unnötige Bürokratie abzubauen und effektive Kontrolle über die verwendeten Mittel auszuüben:  

„Ebenso wichtig ist es, der Kommodifizierung grundlegender menschlicher Bedürfnisse entgegenzuwirken. Nahrung, Wasser und Gesundheitsversorgung dürfen nicht wirtschaftlichen Erwägungen oder geopolitischen Interessen untergeordnet werden.“

Ernährungssicherheit, so erinnerte der Papst weiter, sei „ein wesentlicher Bestandteil globaler und ganzheitlicher Sicherheit“, ein Aspekt, der die verstärkten Aktivitäten des WFP über die unmittelbare Hilfe hinaus auf langfristige Initiativen besonders wünschenswert erscheinen lasse.

Lackmustest für Glaubwürdigkeit der internationalen Zusammenarbeit 

„Es geht hier nicht nur um die Wirksamkeit einer Organisation, sondern auch um die Glaubwürdigkeit der internationalen Zusammenarbeit selbst. Ihre Organisation zeigt, dass ein neuer Weg möglich ist; er erfordert jedoch den entschlossenen Willen, übermäßig Komplexes zu vereinfachen, dem Wesentlichen Vorrang einzuräumen und sicherzustellen, dass niemand vergessen wird“, so das abschließende Resümee des Papstes, der aus seiner Wertschätzung für die Arbeit der internationalen Organisation und seiner Mitarbeiter keinen Hehl machte. Anschließend kam er noch zu einer kurzen Videokonferenz mit Ländervertretern des WFP aus „Frontgebieten" zusammen und bestärkte sie in ihrem Einsatz in herausfordernder Umgebung. Die Mitarbeitenden der römischen Einrichtung hatten dann noch die Gelegenheit, dem Papst im Hof der Institution im römischen Süden die Hände zu schütteln.

Eingangs empfing die brasilianische Diplomatin Carla Barroso Carneiro den Papst. Sie ist seit 2026 Präsidentin des Exekutivrats (Executive Board) des Welternährungsprogramms und gleichzeitig Botschafterin und Ständige Vertreterin Brasiliens bei den in Rom ansässigen UN-Organisationen, darunter WFP, FAO und IFAD. Sir betonte in ihren einführenden Worten die gemeinsame Verantwortung im Kampf gegen den Hunger und verwies auf die Agenda 2030 für nachhaltige Entwicklung, deren Ziele nur durch weitere große Anstrengungen der internationalen Gemeinschaft erreicht werden könnten.

Die wichtige Rolle der Frauen

Besonders hob sie hervor, dass Millionen von Geflüchteten und Vertriebenen weiterhin nach Frieden, Würde und Freiheit von Hunger strebten. Ihre Situation verdeutliche zudem, dass Ungleichheiten häufig zu Instabilität und Konflikten beitrügen. In Kürze werde auch der Internationale Tag der Frauen in der Diplomatie begangen (24. Juni), so die Diplomatin, die in diesem Zusammenhang den Beitrag von Frauen zu Dialog, Zusammenarbeit und Frieden würdigte.

Der ehemaligen Exekutivdirektorin des WFP, Cindy McCain, fiel anschließend die Aufgabe zu, Papst Leo einzuführen. Die Arbeit ihrer Organisation bestehe darin, täglich die am stärksten von Hunger betroffenen Menschen zu unterstützen,– insbesondere Menschen in Konfliktgebieten, Vertriebene sowie Opfer von Naturkatastrophen wie Dürren und Überschwemmungen, erläuterte die US-Diplomatin, die im Februar 2026 angekündigt hatte, ihr Amt aus gesundheitlichen Gründen niederzulegen. Seit Juni führt der schwedische Diplomat Carl Skau die Institution kommissarisch.

Frieden ermöglicht Entwicklung

Das WFP arbeite auch unter schwierigsten Bedingungen mit dem Ziel, dass niemand vergessen werde, erinnerte McCain, die in ihrer kurzen Ansprache auch den Friedensappell des Papstes aufgriff. Hunger und Konflikte seien eng miteinander verbunden, denn wo Krieg herrsche, litten Menschen Hunger und wo Frieden entstehe, könnten Gemeinschaften sich entwickeln und selbst versorgen. Daher sei der unermüdliche Einsatz des Papstes für Frieden, Gewaltfreiheit und den Schutz der Schwächsten heute wichtiger denn je, so ihr Appell.

Im Zusammenhang mit dem Besuch des Papstes hatte das WFP auch die Installation „A Place at the Table“ vorgestellt. Diese besteht aus Schalen und Tellern aus verschiedenen Gemeinden weltweit, in denen das Programm tätig ist. Die Gegenstände stünden für die Erinnerungen, Traditionen und Identität der Menschen, die sie täglich nutzen, so das WFP in einer Presseaussendung zu der Initiative. Die Installation mache deutlich, dass Hunger nicht nur eine statistische Größe sei, sondern das Leben konkreter Menschen betreffe, wobei alltägliche Essgeschirre dabei zu einem Symbol der globalen Hungerkrise werden sollten, so das Welternährungsprogramm. (vn 22)

 

 

 

 

Papst zum Weltflüchtlingstag: Verfolgte aufnehmen

 

Papst Leo XIV. hat zum Weltflüchtlingstag zu Aufnahme und Schutz aufgerufen: „Niemand darf sich von denen abwenden, die Schutz und Sicherheit suchen. Ich fordere zudem alle auf, diejenigen aufzunehmen, die Opfer von Verfolgung sind, damit sie in Frieden und Würde leben und hoffnungsvoll in die Zukunft blicken können", sagte der Papst diesen Sonntag nach seinem Mittagsgebet.  Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

Anlass war der Weltlfüchtlingstag der Vereinten Nationen, der immer am 20. Juni begangen wird. Der Papst erinnerte in dem Zusammenhang auch an den 75. Jahrestag der Genfer Flüchtlingskonvention, „die ins Leben gerufen wurde, um diejenigen zu schützen, die verfolgt werden und gezwungen sind, ihre Heimat, ihr Zuhause und ihre Familie zu verlassen." Das katholische Kirchenoberhaupt mahnte eine Einhaltung der Genfer Flüchtlingskonvention an:

„Ich hoffe, dass der Geist, der die Ausarbeitung dieses wichtigen internationalen Instruments beseelte, auch heute noch das Gewissen der Verantwortlichen der Nationen erleuchtet."

Im Jahr 2026 jährt sich die Verabschiedung der Genfer Flüchtlingskonvention zum 75 Mal. Sie bietet Millionen Menschen Schutz. Der „Global Trends Report 2025“ des UNHCR, des Flüchtlingshilfswerks der Vereinten Nationen, schätzt, dass 117,8 Millionen Menschen – weltweit jeder 70. – aufgrund von Konflikten, Gewalt und Verfolgung zur Flucht gezwungen wurden. Davon sind 38 Prozent Kinder.

Zum Hören: Podcast Papst - Leo XIV. zum Weltflüchtlingstag: Verfolgte aufnehmen (Audio-Beitrag für Radio Vatikan)

„Hoffe, dass der Geist, der die Ausarbeitung dieses wichtigen internationalen Instruments beseelte, auch heute noch das Gewissen der Verantwortlichen der Nationen erleuchtet“

Gebete für Opfer eines Unfalls in Brasilien

Papst Leo XIV. gedachte nach seinem Mittagsgebet auf dem Petersplatz auf Portugiesisch auch den Opfern eines Verkehrsunfalls in Brasilien, bei dem sieben Jugendliche starben. 

„Ich wende mich an die Pilger aus Brasilien und versichere ihnen, dass ich für die jungen Menschen bete, die vor einigen Tagen bei einem Verkehrsunfall im Bundesstaat Ceará ums Leben gekommen sind." (vn 21) 

 

 

 

 

Bischof Wilmer als Bischof von Münster ins Amt eingeführt

 

„Die Wegrichtung nicht verlieren“

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, ist heute (21. Juni 2026) in sein neues Amt als Bischof von Münster eingeführt worden. Mit einem Festgottesdienst im Dom trat er somit offiziell die Nachfolge von Bischof Dr. Felix Genn an, der im vergangenen Jahr in den Ruhestand getreten ist.

In einem Grußwort gratulierte der stellvertretende Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Michael Gerber, dem Münsteraner Bischof zur neuen Aufgabe: „Unser Glückwunsch kommt aus tiefem Herzen. Wir haben Dich in den vergangenen Jahren als Mitbruder kennengelernt, der aus einer geistlichen Tiefe schöpft, der theologisch fundiert und erfahrungsbezogen authentisch argumentiert und dem es ein großes Anliegen ist, kollegial zu agieren und Brückenbauer zu sein.“ Bischof Gerber fügte hinzu, dass sich die Menschen im Bistum Münster auf ihren neuen Bischof freuen dürften.

„Mit dieser Amtseinführung endet für Dich, lieber Bischof Heiner, ein Pilgerweg der vergangenen Tage, der Dich durch Dein neues Bistum geführt hat. Du wirst jetzt, jeden Tag neu, als Pilger in Deinem Bistum aufbrechen. Im Namen der Deutschen Bischofskonferenz wünschen wir Dir dazu Gottes Segen, mitpilgernde Weggefährten und jene, die Dir helfen, die Wegrichtung nicht zu verlieren“, so Bischof Gerber. Vorsitzender der Bischofskonferenz und Bischof von Münster zu sein, bedeute, zwei große Aufgabenpakete zu übernehmen. Dabei dankte Bischof Gerber auch für den engagierten Einsatz Bischof Wilmers als Vorsitzender der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen der Deutschen Bischofskonferenz und als Europabischof. Er fügte hinzu: „Wir wünschen Dir einen guten Weg im Bistum Münster, Weitblick und Ausblick, Einsichten und Perspektiven, die Deinen Weg prägen und begleiten. Mit dem Bischofsstab in der Hand wirst Du so für viele Menschen im Bistum ein Pilger der Hoffnung.“

Dbk 21

 

 

 

Flüchtlingsbischof Heße fordert einheitliche Bestimmungen

 

Wenn Geflüchtete Deutschland verlassen müssen, gelten je nach Bundesland unterschiedliche Regeln. DBK-Flüchtlingsbischof Stefan Heße will das ändern und und blickte auf die Innenministerkonferenz, die bis Freitag in Hamburg tagt hat.

Der katholische Flüchtlingsbischof Stefan Heße hat sich angesichts der in Hamburg tagenden Innenministerkonferenz für einheitliche Regeln bei der Rückkehr von Geflüchteten ausgesprochen. „In manchen Bundesländern erhalten die Menschen vor ihrer Rückkehr ein sogenanntes Handgeld, in anderen nicht; auch die Höhe variiert stark. Dies führt zu zusätzlicher Unsicherheit und Konflikten“, sagte Heße am Donnerstag der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA).

„Es wäre sinnvoll, hier faire Bedingungen zu schaffen und jedem eine angemessene Unterstützung für den Neustart in der alten Heimat zu gewähren.“ Die Menschen, die Deutschland verlassen müssen, müssten dies in Sicherheit und Würde tun können. „Für uns als Kirche ist klar: Auch für sie tragen wir Verantwortung“, so der Erzbischof von Hamburg.

Heße: Geflüchtete brauchen Bleibeperspektive

Von der Innenministerkonferenz erhofft sich Heße zudem mehr Hilfe auch für jene Geflüchteten, die in Deutschland bleiben können. Bei vielen von ihnen sorgten unklare Perspektiven für einen hohen Leidensdruck. „Deshalb ist es so wichtig, dass sie eine verlässliche und rechtssichere Bleibeperspektive erhalten. Ich hoffe, dass bei der Innenministerkonferenz in Hamburg die richtigen Weichen gestellt werden.“

Heße erlebt nach eigenen Angaben immer wieder Menschen, die aus der Ukraine und Syrien nach Deutschland gekommen sind und sich auf einem guten Integrationsweg befinden. „Trotz aller Herausforderungen gelingt es ihnen, hier zu arbeiten, ihren Lebensunterhalt selbst zu sichern und am gesellschaftlichen Leben teilzuhaben.“

Im Vorfeld der Innenministerkonferenz forderte Hamburgs Innensenator Andy Grote (SPD), die rechtlichen Hürden für die Abschiebung straffälliger Flüchtlinge unabhängig vom Herkunftsland zu senken. Grote ist zugleich Vorsitzender der Innenministerkonferenz von Bund und Ländern, deren Treffen bis Freitag dauerte. (kna 20)

 

 

 

Papst würdigt Mutter Cabrini, Schutzpatronin der Migranten

 

Mit bewegenden Worten hat Papst Leo bei seinem Besuch in Sant’Angelo Lodigiano der heiligen Francesca Saverio Cabrini gedacht. In ihrer Geburtsstadt würdigte er die Schutzpatronin der Migranten als eine Heilige, deren Lebenswerk bis heute nichts von seiner Aktualität verloren hat. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

Der Stopp in Sant’Angelo Lodigiano fand im Rahmen des Kurzbesuchs von Papst Leo XIV. in der Lombardei statt, einer Region, die eng mit dem Leben der Ordensgründerin verbunden ist. Da die Visite auf den Weltflüchtlingstag fiel, der am 20. Juni begangen wird, setzte Papst Leo damit auch ein besonderes Zeichen der Verbundenheit mit Menschen auf der Flucht.

Nach der Anbetung des Allerheiligsten Altarsakraments und der Verehrung des Herzens der hl. Francesca Cabrini richtete der Papst in der Basilika “Santi Antonio Abate e Francesca Cabrini” ein Grusswort an die Anwesenden.

„Ich bin hier, um Mutter Cabrini zu ehren, Schutzpatronin der Migranten und erste US-amerikanische Heilige. Sie wurde 1850 hier in Sant’Angelo Lodigiano geboren und starb 1917 in Chicago, meiner Heimatstadt,“ betonte Papst Leo das besondere Band, das ihn mit dieser Heiligen verbindet, die eine Brücke zwischen ihrer italienischen Heimat und der Neuen Welt schlug.

Eine Frau mit einer außergewöhnlichen Mission

Francesca Saverio Cabrini zählt zu den bedeutendsten Gestalten der modernen Kirchengeschichte. Schon früh verspürte sie den Wunsch, als Missionarin nach China zu gehen und dem Vorbild des heiligen Franz Xaver zu folgen. Doch als sie über die Ausrichtung ihrer Kongregation entscheiden musste, suchte sie den Rat des Papstes.

„Und Leo XIII. sprach klare Worte: „Nicht nach Osten, sondern nach Westen“ – zum Dienst an den Tausenden italienischen Auswanderern in Amerika,“ zitierte der Papst seinen Vorgänger und Namensgeber. Unterstützt worden sei diese Vision auch vom heiligen Bischof Giovanni Battista Scalabrini, dem großen Apostel der Migranten.

Dort hingehen, wo die Not am größten ist

Mutter Cabrini habe „die Zeichen der Zeit verstanden“ und erkannt, „dass sich ihr Traum, dem Beispiel des heiligen Franz Xaver zu folgen und nach China zu gehen, dort verwirklichen sollte, wo die Not in jenem Augenblick am größten war,“ so der Papst weiter.

Mutter Cabrini erkannte darin den Ruf Gottes. Sie gründete Schulen, Waisenhäuser, Krankenhäuser und soziale Einrichtungen für Einwanderer. Mit unermüdlichem Einsatz bereiste sie die Vereinigten Staaten sowie zahlreiche andere Länder. Ihr Wirken war geprägt von einer tiefen Spiritualität und einem praktischen Sinn für die Nöte der Menschen.

Migration als Herausforderung der Gegenwart

In seiner Ansprache stellte Leo XIV. die Frage, was Mutter Cabrini wohl heute angesichts der weltweiten Migrationsbewegungen tun würde. Die Migration habe sich seit dem 19. Jahrhundert verändert und sei komplexer geworden, doch sie fordere die Kirche weiterhin heraus.

Wörtlich sagte der Papst: „Fragen wir uns: Wenn Mutter Francesca heute leben würde, was würde ihr missionarisches Herz ihr sagen? Oder besser: Was würde das Herz Christi ihrem Herzen sagen, dem Herzen einer Frau, das dem Herrn und dem Dienst an seinem Reich geweiht ist?“

Das Kirchenoberhaupt erinnerte auch an die enge Verbindung zwischen dem Wirken Mutter Cabrinis und dem Pontifikat von Papst Franziskus, der als Kind italienischer Auswanderer den Dienst an Migranten zu einem zentralen Anliegen seiner Amtszeit gemacht hatte. Die heilige Cabrini sei ein Vorbild dafür, wie christliche Nächstenliebe konkret gelebt werden könne.

Besonders hob Papst Leo hervor, dass die Kraft der Heiligen aus ihrer tiefen Verehrung des Heiligsten Herzens Jesu schöpfte. Diese Liebe sei der Motor ihres Wirkens gewesen. Cabrini habe Migranten überall aufgesucht – in Elendsvierteln, Gefängnissen und Bergwerken.

„Brüder und Schwestern, was könnte aktueller sein als dieses Charisma? Ich sage dies hier, vor der Reliquie des Herzens von Mutter Cabrini, die aus dem Mutterhaus in Codogno hierher gebracht wurde. Ich sage dies, während ich ihre geistlichen Töchter, die Missionsschwestern vom Heiligsten Herzen Jesu, herzlich grüße und ihnen danke. Was könnte aktueller sein als ein missionarisches Charisma, das sich in den Dienst der Migranten stellt?“

Der Appell an die Jugend

Abschließend richtete der Papst noch einen eindringlichen Appell besonders an junge Menschen. Sie sollten die Schriften, Briefe und Tagebücher der heiligen Cabrini lesen und sich von ihrem Mut inspirieren lassen, so sein Wunsch. Ihre Persönlichkeit vereine kontemplative Tiefe mit außergewöhnlicher Tatkraft, gemäß ihrem Leitspruch aus dem Philipperbrief: „Alles vermag ich durch den, der mich stärkt.“

Mit Blick auf die Kirche der Lombardei äußerte Papst Leo den Wunsch, dass sie auch weiter jene Eigenschaften verkörpern möge, die auch Francesca Cabrini ausgezeichnet hätten: Liebe zu Christus, Einsatz für die Armen, missionarischer Eifer und die Bereitschaft, gemeinsam auf dem Weg der Heiligkeit voranzugehen.

Hintergrund

Francesca Cabrini gründete 1880 den Orden der Missionsschwestern vom Heiligsten Herzen. Auf Veranlassung von Papst Leo XIII. wanderte die Tochter italienischer Bauern 1889 in die USA aus, um sich dort der zahlreichen italienischstämmigen Immigranten anzunehmen. 1909 erhielt sie die amerikanische Staatsbürgerschaft. Sie starb 1917 in Chicago, wo das Mutterhaus ihres Ordens errichtet wurde, an Malaria. Sie wurde 1938 selig- und 1946 heiliggesprochen – als erste US-Amerikanerin. In der katholischen Kirche wird Francesca Cabrini als Schutzpatronin der Migranten verehrt. 

Der Gruß vor der Rückkehr in den Vatikan

Bevor er in den Hubschrauber stieg, um in den Vatikan zurückzukehren, blieb Papst Leo noch kurz auf dem Sportplatz, um die rund 2.200 Anwesenden – darunter viele Jugendliche und Kinder – zu grüßen. Er dankte ihnen für ihr Zeugnis der Hoffnung und sagte: „Ihr jungen Menschen könnt die Welt verändern. Wir warten auf euch!“

Danach stieg Papst Leo in den Hubschrauber. Um 20.18 Uhr hob dieser in Richtung Vatikanstadt ab. (vn 20)

 

 

 

Papst an Kirche in Pavia: Experten im Zuhören und Begleiten sein

 

Papst Leo XIV. hat diesen Samstag bei seinem Pastoralbesuch im norditalienischen Pavia für eine lebendige Kirche geworben. Konkret rief das katholische Kirchenoberhaupt in seiner Predigt beim Wortgottesdienst in der Basilika San Pietro in Ciel d'Oro vor rund 1.800 Teilnehmenden am Nachmittag dazu auf, in guten wie schlechten Zeiten nah bei den Menschen zu sein, ihnen zuzuhören, sie zu begleiten und auch für kirchenferne Menschen da zu sein.

Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

„Als lebendige Steine sind wir dazu berufen, eine fest in der Region verwurzelte Kirche zu sein, eine Kirche, die inmitten der Mühen und Hoffnungen der Menschen unterwegs ist, die Experte in der Kunst des Zuhörens und der Begleitung ist und die Beziehungen pflegt -  zu Familien, zu denjenigen, die sich auf den Empfang der Sakramente vorbereiten, sowie zu denjenigen, die nur gelegentlich vorbeischauen oder dem Glaubensleben fernstehen", sagte Papst Leo XIV.. Ausgehend von der Lesung aus dem ersten Petrusbrief, die die Christen als lebendige Steine beschreibt, die das „geistige Haus" aufbauen, stellte Leo XIV. die Frage:

„Wie können wir heute hier in Pavia eine lebendige Kirche sein?" Petrus gebe dazu in seinem Brief  bereits einen entscheidenden Hinweis: Es gelte, mit Christus vereint zu sein, „dem lebendigen Stein, der von den Menschen verworfen, von Gott aber auserwählt wurde. Christus ist das Fundament des geistlichen Bauwerks, er ist der Eckstein, der als Grundlage für unseren kirchlichen Weg, für unser pastorales Handeln und für die Evangelisierung gelegt wurde (vgl. V. 4–5)."

„Christus ist das Fundament des geistlichen Bauwerks, er ist der Eckstein, der als Grundlage für unseren kirchlichen Weg, für unser pastorales Handeln und für die Evangelisierung gelegt wurde“

Die Verbundenheit mit Christus, dem Eckstein, ermögliche es der Kirche, die aktuelle heutigen Herausforderungen bei der Weitergabe des Glaubens anzugehen. „In einer Zeit, in der viele Menschen den Sinn für das Geistliche verloren zu haben scheinen oder aus verschiedenen Gründen das Angebot des christlichen Glaubens für ihr Leben nicht mehr als attraktiv empfinden, sind wir vor allem dazu aufgerufen, die Botschaft des Evangeliums zu verkünden – eine freudige und befreiende Botschaft von Jesus Christus, die die Schönheit des Glaubens für unser Leben und für unsere Gesellschaft zum Vorschein bringt. Es besteht heute mehr denn je die Notwendigkeit, Menschen bei der Entdeckung oder Wiederentdeckung des Glaubens zu begleiten", unterstrich der Papst.

„Es besteht heute mehr denn je die Notwendigkeit, Menschen bei der Entdeckung oder Wiederentdeckung des Glaubens zu begleiten“

Die katholische Kirche in Pavia ist für Papst Leo diesbezüglich übrigens schon auf einem guten Weg; er lobte sie für ihre „Gemeinschaft mit langer Tradition, die in der Stadt und in der Region lebendig und präsent bleibt, die die Zeichen der Zeit und ihre Herausforderungen im Blick behält, ohne sich von den Mühen, dem säkularisierten Umfeld und den Schwierigkeiten bei der Weitergabe des Glaubens entmutigen zu lassen." Er erinnerte zugleich daran, sich stets von Christus und dem Evangelium leiten zu lassen. Priester und Ordensleute ermutigte der Papst, immer wieder zum Herrn zurückzukehren. 

Was der heilige Augustinus heute noch lehrt

Leo XIV., der selbst dem Augustinerorden angehört, bezog sich in diesem Zusammenhang auch auf den heiligen Augustinus:

„In diesem Zusammenhang strahlt die Gestalt des heiligen Augustinus in besonderem Glanz. Sein Denken, die Geschichte seiner Bekehrung und seine Spiritualität erinnern uns an den Wert und den Vorrang der Innerlichkeit: ,Geh nicht hinaus, sondern kehre in dich selbst ein; im inneren Menschen wohnt die Wahrheit.` (De vera religione, 39,72)" 

„Geh nicht hinaus, sondern kehre in dich selbst ein; im inneren Menschen wohnt die Wahrheit“

Es sei wichtig, sich nicht in Äußerlichkeiten zu verlieren oder dort Sinn und Orientierung zu suchen, betonte der Papst. Diese Versuchung sei in der heutigen, hektischen Zeit immer wieder groß, gerade auch unter der Jugend. Papst Leo XIV. bekräftigte die katholische Kirche in Pavia in der Evangelisierung. Es gelte, „ alle mit der Freude des Evangeliums zu erreichen".

Evangelisierung, Synodalität und Hoschschulseelsorge

Leo würdigte auch die Schritte der Ortskirche für einen synodalen Stil im Gemeinschaftsleben sowie traditionelle Wege der Pfarreien verbunden mit neuen Initiativen der Evangelisierung. Er warb dafür, Armen nahe zu sein und ging in der Universitätsstadt Pavia auch explizit auf die Hochschulseelsorge ein. Die Universität von Pavia ist eine der ältesten Unis Italiens und Europas. 

„Das Studium und die wissenschaftliche Erarbeitung spornen die Gläubigen an, ein Glaubensangebot zu durchdenken, das fähig ist, die Suche nach Wahrheit, Gerechtigkeit und Schönheit zu erhellen, die das menschliche Herz bewegt“

„Und gerade hier in Pavia unterstreiche ich die Bedeutung der Universitätsseelsorge und des Dialogs mit der Kultur. Das Studium und die wissenschaftliche Erarbeitung spornen die Gläubigen an, ein Glaubensangebot zu durchdenken, das fähig ist, die Suche nach Wahrheit, Gerechtigkeit und Schönheit zu erhellen, die das menschliche Herz bewegt."

Verehrung des heiligen Augustinus

In der Basilika San Pietro in Ciel d'Oro in Pavia befinden sich seit dem 8. Jahrhundert die sterblichen Überreste des heiligen Augustinus (354-430). Tausende Pilger kommen, um das Grab des Bischofs von Hippo und Kirchenlehrers zu besuchen. An diesem besonderen Ort feierte Papst Leo XIV. diesen Donnerstagnachmittag mit den Bischöfen der Lombardei, dem Klerus, Priestern, Mitbrüdern des Augustinerordens und weiteren Ordensleuten den Wortgottesdienst - und er vererehte auch die Reliquien des Heiligen. 

Der Generalprior der Augustiner, Pater Joseph L. Farrell, sagte in seinem Grußwort an Papst Leo XIV.:

„Mit Ihrem heutigen Besuch als ,Sohn des Augustinus` und Glied unserer eigenen Ordensfamilie schenken Sie uns die Gnade, gemeinsam mit Ihnen am Grab des Lehrers der Gnade (Doctor Gratiae) zu beten, und erweisen uns die Ehre, mit Ihnen unseren Akt der Weihe und Anvertrauung an den heiligen Vater Augustinus zu erneuern."

Leo XIV. hatte übrigens, bevor er Papst wurde, als Generalprior des Augustinerordens am 22. April 2007 das Grußwort der Augustiner an Papst Benedikt XVI. gehalten, als dieser Pavia und die Basilika im Rahmen seines damaligen Pastoralbesuchs besuchte.

Papst Leo XIV. grüßte nach seinem Besuch der Basilika an diesem Samstagnachmittag noch kurz die Gläubigen, die sich vor der Basilika versammelt hatten, und erteilte seinen Segen. (vn 20)

 

 

 

 

Neues EU-Asylsystem: Schwache Schutzstandards kritisiert

 

Vertreter von UNHCR, Kirche und Asylorganisationen nennen bei einer Podiumsdiskussion Risiken für Schutzsuchende und Menschenrechte. Sie kritisieren beschleunigte Verfahren, Auslagerung von Verantwortung und zunehmend ablehnende Haltungen.

Vertreter von Hilfsorganisationen, Politik, Kirche und Zivilgesellschaft haben bei einer Diskussion in Wien ihre Sorge über die Auswirkungen des neuen Gemeinsamen Europäischen Asylsystems (GEAS) auf den Flüchtlingsschutz geäußert. Zu der Veranstaltung unter dem Titel „GEAS - ein Abschied von der Genfer Flüchtlingskonvention?“ hatte das Pfarrnetzwerk Asyl in die Pfarre St. Johann Nepomuk eingeladen. Anlass der Debatte war neben dem Inkrafttreten der Reform des europäischen Asylrechts am 12. Juni, auch das 75-Jahr-Jubiläum der Genfer Flüchtlingskonvention.

Menschenrechte sind Schutzrechte

Lukas Gahleitner-Gertz von der Asylkoordination Österreich sprach von einer Fortsetzung des bisherigen Systems. Europa habe schon bisher über ein gemeinsames Asylsystem verfügt, „das Problem war nur, dass es nicht funktioniert hat“. Die Grundidee, Asylverfahren an den Außengrenzen abzuwickeln, sei nicht neu. Im neuen GEAS erkenne er keinen grundlegenden Richtungswechsel: „Wir sehen leider eine Vertiefung des bisherigen Systems, also es ist kein Paradigmenwechsel.“

„Wir sehen leider eine Vertiefung des bisherigen Systems, also es ist kein Paradigmenwechsel“

Zwar enthalte die Reform einzelne Verbesserungen, insgesamt überwögen aber beschleunigte Verfahren, verkürzte Fristen und zusätzliche Hürden beim Zugang zu Rechten. Er warnte zugleich vor einer Entwicklung zu großen Unterbringungseinrichtungen fernab gesellschaftlicher Zentren. Wo Begegnungen fehlten, könnten Vorurteile leichter wachsen. Menschenrechte seien Schutzrechte für alle Bürgerinnen und Bürger: „Menschenrechte sind im Wesentlichen Abwehrrechte von uns allen gegen einen totalitären Staat“.

Externalisierte Verantwortung

Die Vertreterin des UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR, Ruth Schöffl, erinnerte an die Bedeutung der Genfer Flüchtlingskonvention. Als Flüchtling gelte eine Person, die sich „aus der begründeten Furcht von Verfolgung“ außerhalb ihres Herkunftslandes befinde und dessen Schutz nicht in Anspruch nehmen könne. Besorgt zeigte sie sich über die zunehmende Auslagerung von Asylverfahren oder Rückführungen in Drittstaaten. Gleichzeitig enthalte die Reform aber auch positive Elemente wie Resettlement-Programme und humanitäre Aufnahmewege.

Kontrolle mit Respekt und Fairness

Der frühere Caritas-Direktor und niederösterreichische Pfarrer Helmut Schüller warnte vor einer schleichenden Absenkung des Menschenrechtsstandards: „Durch die Abwertung von Menschen in bestimmten Lebenssituationen gibt es für diese weniger Rechtsschutz als für andere“, sagte er. Staatliche Kontrolle sei legitim, „aber Kontrolle kann mit Respekt geschehen“.

„aber Kontrolle kann mit Respekt geschehen“

Am Ende der Diskussion stand ein Appell zu gesellschaftlichem Engagement. Die Unterstützung von Hilfsorganisationen, persönliche Begegnungen und die Bereitschaft zum Dialog seien wichtige Beiträge gegen Polarisierung und Ausgrenzung.

Feindselige Grundhaltung

Scharfe Kritik an Österreichs Umsetzung der Reform äußerte die Leiterin der Wiener Pfarrcaritas und Vizepräsidentin der Katholischen Aktion Österreich, Katharina Renner. Die Bundesregierung habe angekündigt, „über die strengen Vorgaben der EU hinauszugehen“. Zudem würden Schutzsuchende vielfach „als lästiges Übel verhandelt werden, von dem man sich abschotten will“.

Statt die Not der Betroffenen in den Blick zu nehmen, würden Menschen und ihre Fluchtgründe „abschätzig kommentiert“. Dies schaffe eine feindselige Grundhaltung und erschwere eine langfristig tragfähige Migrationspolitik. Es sei „unchristlich“, wenn keine Lösungen unter Wahrung der Menschenwürde angestrebt werden, kritisierte Renner. Dies erzeuge Unsicherheit, Angst und Perspektivenlosigkeit und zugleich würden die Potenziale von Migrantinnen und Migranten für Gesellschaft und Arbeitsmarkt übersehen. (kap 18) 

 

 

 

 

Abschied von Kardinal Ruini: Ein Leben im Dienst der Kirche

 

Diesen Donnerstagnachmittag hat Papst Leo XIV. im Petersdom in Rom die Trauerfeier für Kardinal Camillo Ruini geleitet. In seiner Predigt erinnerte das Kirchenoberhaupt daran, dass der verdiente Kirchenmann als Hirte, Theologe und Gestalter der kirchlichen Gegenwart ein Erbe zurücklässt, das weit über die von ihm bekleideten Ämter hinausreicht. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

Kardinal Camillo Ruini ist am Abend des 16. Juni im Alter von 95 Jahren in Rom verstorben. Der aus dem norditalischen Modena stammende Geistliche war als Stellvertreter des Papstes für die Diözese Rom von 1991 bis 2008 einer der engsten Mitarbeiter von Papst Johannes Paul II., und danach von Papst Benedikt XVI. Fast zwei Jahrzehnte lang stand er der italienischen Bischofskonferenz vor. Bei den feierlichen Exequien in Rom waren Spitzenvertreter aus Kirche, Politik und Gesellschaft zugegen, etwa der ehemalige italienische Ministerpräsident und Präsident der Europäischen Kommission, Romano Prodi, und der ehemalige Senatspräsident Marcello Pera.

Der prägende Einfluss auf das kirchliche Leben in Italien

In seiner Predigt erinnerte Papst Leo daran, dass der Tod von Kardinal Camillo Ruini das Ende eines langen Lebens im Dienst der Kirche markiert, das in besonderer Weise die kirchliche Entwicklung in Italien und darüber hinaus geprägt hat.

„Ihm sind Einsichten und Initiativen zu verdanken, die den Weg der kirchlichen und auch der zivilen Gemeinschaft zutiefst geprägt haben,“ würdigte der Papst den einflussreichen italienischen Kardinal, „dem die Kirche in Italien sehr viel verdankt“. Er erinnerte auch an Ruinis „unermüdliches Engagement für die Förderung des Beitrags der katholischen Welt in den unterschiedlichsten Bereichen des religiösen, zivilen und politischen Lebens in Italien; an die großartige Arbeit der Diözesansynode und deren Umsetzung hier in Rom; an seine aktive und dialogorientierte Präsenz auf den verschiedenen Ebenen des kirchlichen Lebens wie auch in der säkularen Welt und in der Gesellschaft.“

Klarheit im Glauben

Ruini gehörte zu jener Generation von Hirten, die in einer Zeit gesellschaftlicher und kultureller Umbrüche auf Klarheit im Glauben und auf die Dialogfähigkeit der Kirche in der Öffentlichkeit gesetzt hätten, so der Papst weiter. Dabei habe er die Kirche als eine lebendige Gemeinschaft verstanden, die in die Gesellschaft hineinwirkt und dort Verantwortung übernimmt.

Seine theologische Grundhaltung war geprägt von der Überzeugung, dass der Mensch seine Erfüllung in der Wahrheit findet, die aus dem Glauben erwächst. Und die Wahrheit, die den Dienst Ruinis beseelt habe, sei die Überzeugung gewesen, dass „nichts die Liebe Gottes besiegen oder uns von ihr trennen kann, denn sie ist das Geschenk des Herrn, sie kommt von ihm und wird uns geschenkt über alle unsere Verdienste und Schwächen hinaus,“ präzisierte der Papst.

Die Kraft des Gebets

Der Glaube war für Kardinal Ruini nicht Theorie, sondern gelebte Beziehung zu Gott, die sich im Gebet, in der Liturgie und in der persönlichen Verantwortung konkretisierte. So habe er auch selbst bezeugt, dass „eine der Kräfte, die ihn – seit seiner Kindheit – in seinem langen Leben begleitet haben, das Gebet war: einfach und von Herzen kommend, in den frühesten Jahren noch ungeschliffen und im Laufe der Zeit gereift, bis hin zu den Jahren der Gebrechlichkeit und der Krankheit,“ so Papst Leo.

Die Nähe zu heiligen Päpsten: Paul VI. und Johannes Paul II.

Seine Nähe zu den großen Gestalten der Kirche seiner Zeit - Paul VI. und vor allem Johannes Paul II. - fiel in eine Zeit, in der die Kirche weltweit neue Antworten auf Fragen zu Freiheit, Moderne und Glauben suchte. Über den heiligen Papst aus Polen schrieb der Kardinal in seinem geistlichen Testament: „In Johannes Paul II. habe ich deine Gegenwart erfahren, Herr; ich konnte die Einheit im Gebet mit Händen greifen, die Untrennbarkeit von Gebet, Leben und Apostolat, den Glaubensmut, der die Geschichte lenkt, sowie die Fähigkeit zu lieben und zu vergeben.“

„In Johannes Paul II. habe ich deine Gegenwart erfahren, Herr“

Die Wahrheit wird uns befreien 

Mit Verweis auf das Bischofsmotto Ruinis – die Wahrheit wird uns befreien (Joh 8,32) – erinnerte der Papst daran, dass „wir für die Wahrheit und das Gute geschaffen sind, und nur darin Einheit, Frieden und Erfüllung finden, im irdischen Leben und in der Ewigkeit.“ Und diese Botschaft sei besonders in unserer Zeit relevant, „in der man durch relativistische Tendenzen und fließende Vorstellungen von der Wirklichkeit und vom Menschen leicht aus der Bahn geworfen“ werden könne.

„Wenn wir auf das Leben von Kardinal Ruini blicken – darauf, wie er gelebt hat und wie er diese Welt verlassen hat –, dann können wir ein Zeichen für die Kraft und die Festigkeit erkennen, mit der der Mensch wächst und reift, wenn er in der Wahrheit, die von Gott kommt, den Mittelpunkt und das tragende Fundament seines Daseins findet.“

Die Predigt von Papst Leo endete mit einem Dankeswort an all jene, die dem Kardinal „bis zuletzt mit hingebungsvoller Treue zur Seite standen“ und der Bitte an den Herrn, dem Verstorbenen „den Lohn des Friedens zu gewähren, der kein Ende hat.“ Vn 18

 

 

 

32.000 Einsätze in der Notfallseelsorge pro Jahr

 

Evangelische und katholische Kirche danken ihren Notfallseelsorgenden

Aus Anlass des 21. Ökumenischen Bundeskongresses Notfallseelsorge und Krisenintervention in Erfurt haben heute (18. Juni 2026) die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) und die Deutsche Bischofskonferenz den vielen Menschen gedankt, die sich bundesweit in der Notfallseelsorge engagieren. Allein im Jahr 2025 wurden rund 32.000 Einsätze durchgeführt – durchschnittlich mehr als 80 pro Tag. Mehrere Tausend Ehrenamtliche sowie hauptamtlich Mitarbeitende begleiten Betroffene nach schweren Unfällen, plötzlichen Todesfällen, Naturkatastrophen und anderen belastenden Ereignissen.

Die Ratsvorsitzende der EKD, Bischöfin Kirsten Fehrs, würdigt den Dienst der Haupt- und Ehrenamtlichen in der Notfallseelsorge: „Ich stehe bewundernd davor, mit welchem Mitgefühl und welcher Professionalität zugleich die Notfallseelsorgenden diesen brachialen Schmerz von Menschen mit aushalten, für die von einem Moment auf den anderen die Welt zusammenbricht. Und wie sehr die Notfallseelsorge, die flächendeckend in Deutschland präsent ist, auch zu einer gesellschaftlichen Resilienz beiträgt. So, dass Krisen und Ängste uns nicht überwältigen, sondern überwunden werden können. Denn sie vermittelt Menschen in ihrer Fassungslosigkeit: Du bist nicht allein. Du musst da nicht allein durch. Danke für all Ihre Kraft und Zeit, danke für Ihre Empathie und die feine Intuition, mit der Sie erkennen, wann ein Wort trägt und wann Schweigen die größere Hilfe ist.“

Weihbischof Dr. Reinhard Hauke, in der Deutschen Bischofskonferenz für die Notfallseelsorge zuständig, betont: „Notfallseelsorge zeigt Kirche in einer ihrer wichtigsten Aufgaben: Menschen in existenziellen Krisen beizustehen. Besonders dankbar sind wir für die vielen Ehrenamtlichen, die sich für diesen Dienst qualifizieren lassen und ihn mit großer Verlässlichkeit ausüben.“ Es sei gut, wenn es Menschen gebe, die anderen bei der Bewältigung von Krisen helfen. Dabei gehe es immer um konkrete Menschen mit ihrer konkreten Bedrängnis: „Notfallseelsorgerinnen und –seelsorger, die an die Gegenwart Gottes in der Not glauben, werden vielleicht und hoffentlich den Mut aufbringen, von ihrer persönlichen Hoffnung zu sprechen, ohne den Betroffenen etwas überstülpen zu wollen. Mit diesem Zeugnis laden wir ein, eine Hoffnung zu haben. Diese Hoffnung ist ein Schatz, den uns niemand nehmen kann und der leuchten soll“, so Weihbischof Hauke.

Noch bis Freitag beraten rund 300 Fachleute aus Kirche, Psychosozialer Notfallversorgung, Wissenschaft und Praxis im Evangelischen Augustinerkloster zu Erfurt über die Zukunft der Notfallseelsorge. Unter dem Leitwort „Alles bleibt anders. Resilienzen neu denken“ stehen Fragen der Krisenbewältigung, gesellschaftlichen Resilienz und der Begleitung von Menschen in Ausnahmesituationen im Mittelpunkt. „Betroffene brauchen keine schnellen Antworten, sondern Präsenz, Ruhe. Wichtig ist ein Gegenüber, das ihre Not aushält und hilft, erste Schritte in ein völlig verändertes Leben zu gehen. Genau darin liegt die besondere Stärke der Notfallseelsorge“, erklären die Vorsitzenden der katholischen und evangelischen Fachkonferenzen, Diakon Stephan Koch und Kirchenrat Dirk Wollenweber.

Hintergrund. Der 21. Ökumenische Bundeskongress Notfallseelsorge und Krisenintervention findet vom 17. bis 19. Juni 2026 im Evangelischen Augustinerkloster zu Erfurt statt. Veranstaltet wird er im Auftrag der Konferenz Evangelische Notfallseelsorge in der EKD und der Bundeskonferenz Katholische Notfallseelsorge. Heute Abend (18. Juni) feiern die Teilnehmenden in der Augustinerkirche einen ökumenischen Gottesdienst mit Bischöfin Kirsten Fehrs und Weihbischof Dr. Reinhard Hauke.

Die Notfallseelsorge ist Teil der Psychosozialen Notfallversorgung (PSNV) in Deutschland. Sie arbeitet eng mit Rettungsdiensten, Polizei, Feuerwehren und weiteren Hilfsorganisationen zusammen. Die ökumenische Zusammenarbeit von evangelischer und katholischer Kirche prägt den Dienst seit vielen Jahren und gewährleistet ein flächendeckendes Angebot für Menschen in akuten Krisensituationen. Dbk 18

 

 

 

Neue Zahlen zur Ministrantenpastoral: Rund 300.000 junge Menschen engagieren sich bundesweit

 

Rund 300.000 Kinder, Jugendliche und junge Erwachsene engagieren sich in Deutschland als Ministrantinnen und Ministranten. Das zeigt eine aktuelle Auswertung der deutschen Bistümer, die heute (18. Juni 2026) beim Forum Ministrantenpastoral in Wiesbaden vorgestellt wurde. Der Anteil weiblicher Ministrantinnen liegt bundesweit bei rund 54 Prozent.

„Die Ministrantinnen und Ministranten gehören zu einer der stärksten und sichtbarsten Formen kirchlicher Jugendarbeit in Deutschland“, erklärt Weihbischof Johannes Wübbe (Osnabrück), Vorsitzender der Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz. „Wer ministriert, weiß nicht nur um Abläufe von Gottesdiensten. Junge Menschen gestalten ihr religiöses Leben aktiv und machen dabei ganz eigene Glaubenserfahrungen. Das ist Jugendpastoral im besten Sinn: nah an den jungen Menschen und verbunden mit dem Leben der Kirche vor Ort.“ Die Zahlen wurden beim Forum Ministrantenpastoral vorgestellt, das vom 16. bis 18. Juni 2026 von der Arbeitsstelle für Jugendseelsorge der Deutschen Bischofskonferenz (afj) veranstaltet wurde. Rund 60 Fachleute aus den deutschen Bistümern sowie Vertreterinnen und Vertreter aus Wissenschaft, Ausbildung und pastoraler Praxis berieten über die Zukunft der Ministrantenpastoral.

Die Auswertung zeigt, dass der Ministrantendienst trotz rückläufiger katholischer Jugendjahrgänge einer der größten Orte kirchlicher Jugendpastoral bleibt. Beispielsweise weist das Bistum Rottenburg-Stuttgart mit 21.290 Ministrantinnen und Ministranten die höchste absolute Zahl aus. Das Erzbistum Paderborn erreicht mit 55 Prozent den höchsten Anteil weiblicher Ministrantinnen. Im Bistum Dresden-Meißen engagieren sich 3.400 Ministrantinnen und Ministranten. Bezogen auf die Katholikenzahlen des Bistums entspricht dies rund 2,7 Prozent. Gerade in einem Diaspora-Bistum macht diese Zahl deutlich, welche Bedeutung der Ministrantendienst für die Sichtbarkeit jungen kirchlichen Lebens hat.

Aktuelle Ergebnisse der 6. Kirchenmitgliedschaftsuntersuchung (KMU) weisen gleichzeitig darauf hin, dass Ministrantenerfahrungen innerhalb katholischer Glaubensbiografien junger Menschen an Bedeutung gewinnen. Unter den 14- bis 21-jährigen westdeutschen Katholikinnen und Katholiken mit Erstkommunion- oder Firmungserfahrung geben 47 Prozent an, selbst Ministrantin oder Ministrant gewesen zu sein. In den älteren Generationen ist dieser Anteil deutlich niedriger. Bischof Dr. Klaus Krämer (Rottenburg-Stuttgart), Präsident des internationalen Ministrantenbundes CIM, betont die Bedeutung dieses Engagements: „Ministrantinnen und Ministranten zeigen, dass junge Menschen nicht nur Gäste in der Kirche sind. Sie gestalten Liturgie mit und übernehmen Verantwortung. Der Dienst am Altar verbindet junge Menschen über Grenzen, Sprachen und Kulturen hinweg.“

Ein Schwerpunkt des Forums Ministrantenpastoral war die Frage, wie junge Menschen in einer sich wandelnden kirchlichen Wirklichkeit erreicht werden können. Dabei wurde auch die wachsende Bedeutung mehrsprachiger und international geprägter Ministrantengruppen deutlich. Zudem berieten die Teilnehmenden über die Unterstützung ehrenamtlicher Gruppenleiterinnen und Gruppenleiter sowie über zeitgemäße Formen liturgischer Bildung. Die Ergebnisse der Ministrantenzählung sollen weiter ausgewertet und die Vernetzung der Bistümer soll gestärkt werden. Auch die Beteiligung von Ministrantinnen und Ministranten an zukünftigen Entwicklungsprozessen soll weiter ausgebaut werden.

Hintergrund. Der Coetus Internationalis Ministrantium (CIM) ist der internationale Zusammenschluss der Verantwortlichen für die Ministrantenpastoral in zahlreichen Ländern. Er wurde 1960/1961 gegründet, um die weltweite Vernetzung von Ministrantengruppen zu fördern und den Austausch über pastorale Konzepte zu ermöglichen. Eine der wichtigsten Aufgaben des CIM ist die Organisation der internationalen Ministrantenwallfahrten, die regelmäßig stattfinden. Zuletzt reisten im Sommer 2024 rund 50.000 Ministrantinnen und Ministranten zur internationalen Ministrantenwallfahrt nach Rom. Präsident des CIM ist Bischof Dr. Klaus Krämer (Rottenburg-Stuttgart).

Die Arbeitsstelle für Jugendseelsorge der Deutschen Bischofskonferenz (afj) ist die Fachstelle für Jugendfragen der Deutschen Bischofskonferenz. Sie unterstützt die Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz und arbeitet an zentralen Fragen katholischer Jugendpastoral in Deutschland. Dbk 18

 

 

 

„Würde des Menschen darf nicht von politischen Grenzen abhängen“

 

Die Schweizer Stimmbevölkerung hat am 14. Juni 2026 die Volksinitiative „Keine 10-Millionen-Schweiz!“ (auch bekannt als Nachhaltigkeitsinitiative) abgelehnt. Die Nationaldirektorin der kirchlichen Dienststelle migratio, Isabel Vasquez, äußerte sich differenziert zu dem Ausgang der Abstimmung. Mario Galgano - Vatikanstadt

Die Vorlage, welche eine verfassungsmäßige Obergrenze der ständigen Wohnbevölkerung auf zehn Millionen Menschen vor dem Jahr 2050 festlegen wollte, scheiterte an den Urnen mit 54,79 Prozent Nein-Stimmen sowie an der Mehrheit der Stände. Bei einer Stimmbeteiligung von fast 60 Prozent offenbarte das Ergebnis eine geografische Differenzierung zwischen städtischen Zentren und ländlichen Gebieten. Die Schweizer Bischofskonferenz (SBK) und die Römisch-Katholische Zentralkonferenz der Schweiz (RKZ) hatten sich bereits im Vorfeld im Rahmen ihres gemeinsamen Migrationskonzepts für eine Migrationspolitik ausgesprochen, die auf Rechten und zwischenmenschlicher Solidarität aufbaut, anstatt starre demografische Grenzen festzulegen.

 „Migratio begrüßt das klare Nein zur Obergrenze“, erklärte Vasquez. Ihrer Ansicht nach berührte die Vorlage fundamentale Prinzipien des Zusammenlebens: „Die Initiative hätte die Würde und die Rechte von Menschen an eine Zahl gebunden. Aus Sicht der katholischen Kirchen ist die Würde des Menschen unantastbar. Sie darf nicht von politischen Grenzen abhängen.“

„Die Initiative hätte die Würde und die Rechte von Menschen an eine Zahl gebunden.“

Theologische und konzeptionelle Grundlagen

Als theologische und konzeptionelle Grundlage für diese Positionierung verwies Vasquez auf die bestehenden Richtlinien der katholischen Institutionen in der Schweiz sowie auf lehramtliche Schreiben der Weltkirche. „Das Migrationskonzept der Schweizer Bischofskonferenz und der römisch-katholischen Zentralkonferenz der Schweiz betont: Migration ist eine menschliche Realität. Sie verlangt Verantwortung, Solidarität und Respekt. Und das ist unser Arbeitsmaterial, das Migrationskonzept. Auch die Enzyklika Magnificat humanitas von Papst Leo XIV. erinnert daran, dass christliche Gesellschaften von Verantwortung und Barmherzigkeit geprägt sein sollen, nicht von Angst. Das Nein ist deshalb ein wichtiges Zeichen für eine menschenwürdige und verantwortliche Migrationspolitik“, betonte die Direktorin.

Gleichzeitig lenkte Vasquez den Blick auf die soziologischen und wirtschaftlichen Ursachen, die zu dem knappen Ergebnis beigetragen haben. „Das Resultat zeigt, dass eine Mehrheit der Bevölkerung keine starre Begrenzung möchte, die internationale Abkommen gefährdet und das Familienleben einschränkt. Die hohe Stimmbeteiligung von fast 60 Prozent macht deutlich, wie sehr das Thema die Gesellschaft bewegt. Gleichzeitig zeigt der hohe Anteil an Ja-Stimmen, dass es in der Bevölkerung Unsicherheiten gibt über Wohnraum, Verkehr, gesellschaftliche Veränderungen und die Zukunft des Landes. Die Abstimmung offenbart auch eine gewisse Spaltung zwischen urbanen und ländlichen Regionen sowie zwischen den Regionen, wo weniger Migrantinnen und Migranten im Alltag präsent sind, wo die Zustimmung zur Initiative höher war. Das bestätigt, wie wichtig Begegnung, Dialog und Aufklärung sind. Das sind zentrale Aufgaben der Migrationspastoral“, führte Vasquez aus.

Auswirkungen

Hinsichtlich der außenpolitischen und ökonomischen Auswirkungen hob sie hervor, dass ein Ja spürbare Konsequenzen für die Eidgenossenschaft nach sich gezogen hätte. „Auch für die Schweiz hat das Nein zudem eine internationale Bedeutung, weil die Initiative die Personenfreizügigkeit und die bilateralen Abkommen gefährdet hätte. In einer Zeit, in der die Generation der Babyboomer in Pension geht und viele Branchen, insbesondere Pflege, Bildung und Industrie, auf ausländische Fachkräfte angewiesen sind, wäre eine Obergrenze wirtschaftlich und sozial schädlich gewesen.“

„Für Migrantinnen und Migranten ist das Ergebnis ein gemischtes Signal.“

Für die direkt betroffenen Personen mit Migrationshintergrund in der Schweiz stellt das Abstimmungsergebnis laut Vasquez eine Ambivalenz dar. „Für Migrantinnen und Migranten ist das Ergebnis ein gemischtes Signal. Es gibt Erleichterung auf der einen Seite über das Nein, aber auch ein Bewusstsein, dass ein großer Teil von fast 45 Prozent der Bevölkerung kritisch bleibt. Für die Kirche ergibt sich daraus der Auftrag, Brücken zu bauen, Sorgen ernst zu nehmen und gleichzeitig die Rechte und die Würde der Schwächsten zu verteidigen. Im europäischen Kontext, in dem vielerorts eine restriktive Migrationspolitik im Trend liegt, setzt die Schweiz jetzt mit diesem Votum einen Gegenakzent. Eine offene, solidarische und menschenwürdige Gesellschaft ist möglich, auch in schwierigen Zeiten.“ (vn 17)

 

 

 

 

Leo XIV. begrüßt USA-Iran-Abkommen und beklagt Eskalation in der Ukraine

 

Papst Leo XIV. hat an diesem Mittwochvormittag im Rahmen der Generalaudienz im Vatikan aktuelle internationale Entwicklungen kommentiert. Vor den abschließenden Grußworten äußerte sich das Kirchenoberhaupt sowohl zu den diplomatischen Fortschritten im Verhältnis zwischen der Islamischen Republik Iran und den Vereinigten Staaten von Amerika als auch zur anhaltenden Gewalt in der Ukraine. Mario Galgano - Vatikanstadt

Der Papst zeigte sich erfreut über die Einigung zwischen Teheran und Washington. Er bedankte sich bei den Vermittlern Katar und Pakistan für ihre Bemühungen. Wörtlich sagte der Papst:

„Ich begrüße die Einigung zwischen der Islamischen Republik Iran und den Vereinigten Staaten von Amerika, die am Freitag unterzeichnet werden soll, als ermutigendes Ergebnis geduldiger Dialog- und Verhandlungsbemühungen. Ich spreche den Ländern meinen Dank aus, die sich dafür eingesetzt haben, das Zusammentreffen der Parteien zu fördern und diese Einigung zu ermöglichen. Ich hoffe, dass dieses Abkommen dazu beitragen wird, das gegenseitige Vertrauen, die Sicherheit und die Stabilität im Nahen Osten zu stärken und den Dialog sowie die Zusammenarbeit zwischen den Völkern zu fördern.“

„Ich spreche den Ländern meinen Dank aus, die sich dafür eingesetzt haben, das Zusammentreffen der Parteien zu fördern...“

Die jüngsten diplomatischen Verhandlungen zwischen dem Iran und den USA stehen vor dem Hintergrund langjähriger Spannungen, die insbesondere durch das iranische Atomprogramm, gegenseitige Sanktionen und geopolitische Konflikte im Nahen Osten geprägt sind. Nach dem einseitigen Ausstieg der USA aus dem internationalen Atomabkommen (JCPOA) im Jahr 2018 und der anschließenden Wiedereinführung wirtschaftlicher Beschränkungen durch Washington hatte Teheran seine Urananreicherung schrittweise ausgeweitet. Das nun bevorstehende Abkommen wird in diplomatischen Kreisen als Versuch gewertet, durch völkerrechtliche Vereinbarungen über Handelsbeziehungen und Sicherheitsgarantien eine weitere Eskalation in der Region zu verhindern und die Schifffahrtswege in der strategisch bedeutsamen Straße von Hormuz zu sichern.

Krieg in der Ukraine

Im Gegensatz dazu verwies das Kirchenoberhaupt mit Trauer auf die Berichte über den Krieg in der Ukraine.

 „Es erreichen uns schmerzhafte Nachrichten über den Krieg in der Ukraine, der sich weiter ausbreitet. Zahlreiche unschuldige Opfer, getötete Rettungskräfte, Kirchen und Kulturerbestätten, die von den Flammen verwüstet wurden. Ich bin in Gedanken bei all jenen, die um ihre Angehörigen trauern, bei den Verletzten und bei denen, die inmitten der Gewalt weiterhin mutig im Dienst des Lebens stehen. Ich lade alle ein, dafür zu beten, dass dieser Krieg ein Ende findet. Bitten wir den Herrn, Wege des Dialogs zu eröffnen, den Hass zu besänftigen und einen gerechten und dauerhaften Frieden zu ermöglichen.“

„Ich bin in Gedanken bei all jenen, die um ihre Angehörigen trauern.“

Der vom Papst beklagte Konflikt in der Ukraine führte unterdessen zu neuen Schäden an historisch bedeutsamen Stätten des Landes, darunter auch beim jüngsten Angriff auf das Höhlenkloster in Kyiv. Die im 11. Jahrhundert gegründete Kyiver Pechersk Lawra gehört zum UNESCO-Weltkulturerbe und gilt als eines der wichtigsten Heiligtümer der orthodoxen Christenheit im osteuropäischen Raum. Durch die Ausweitung der kriegerischen Handlungen geraten vermehrt religiöse Zentren und zivile Infrastrukturen in die Schusslinie, was zu Bränden und Zerstörungen an den historischen Klosteranlagen und Kirchengebäuden führte und die internationale Besorgnis über den Schutz des kulturellen Erbes in der Ukraine wachsen lässt. (vn 17)

 

 

 

Was man von Frankreichs Erwachsenentaufen lernen kann

 

Die Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz hat im Rahmen einer Delegationsreise nach Paris das Phänomen der Erwachsenentaufen in Frankreich untersucht. Hintergrund sind veränderte religiöse Suchbewegungen in säkularisierten Gesellschaften, wie sie auch in Deutschland durch die jüngste Kirchenmitgliedsuntersuchung festgestellt wurden.

Mario Galgano – Vatikanstadt

Katharina Karl, Professorin für Pastorale Theologie an der Katholischen Universität Eichstätt-Ingolstadt und Beraterin der Jugendkommission, begleitete die Reise und erläutert die Erkenntnisse der Exkursion.

Unterschiedliche Rahmenbedingungen durch das laizistische System

In Frankreich erschwert das laizistische Staatsprinzip eine genaue statistische Erfassung der katholischen Bevölkerung, da keine offiziellen Daten vorliegen. Die Kirche orientiert sich daher an den Einwohnerzahlen der Regionen statt an Mitgliederlisten. Aufgrund der historischen Trennung von Staat und Kirche verfügt die französische Kirche über geringe finanzielle Mittel und ist im staatlichen oder sozialen Bereich kaum institutionell verankert. Die Arbeit konzentriert sich auf die klassische Gemeindepastoral und die Glaubensverkündigung in den Pfarreien, die überwiegend durch ehrenamtliche Kräfte getragen werden.

Trotz dieser Strukturen verzeichnen die französischen Diözesen seit fünf Jahren ein Wachstum bei den Anfragen nach dem Katechumenat, der Vorbereitung auf die Taufe. Die Zunahme betrifft städtische Regionen stärker als ländliche Gebiete, ist jedoch landesweit spürbar. Die Bistümer um Paris widmen sich dieser Entwicklung derzeit in einer speziellen Versammlung, der sogenannten Provinzversammlung der Kirche der Île-de-France. Dabei steht die Frage im Vordergrund, wie Gemeinden Menschen dauerhaft dabei unterstützen können, einen christlichen Lebensstil zu führen.

Soziale Zusammensetzung und Motive der Taufbewerber

Die Personen, die ein Katechumenat beginnen, lassen sich keinem einheitlichen Milieu zuordnen. Die Anfragen stammen aus allen gesellschaftlichen Schichten, einschließlich sozial prekärer Bereiche. Ungefähr die Hälfte der Taufbewerber verfügt über einen familiären, christlichen Hintergrund ohne eigene religiöse Praxis. Die andere Hälfte besitzt keine Vorkenntnisse über das Christentum. Der Anteil von Konversionen aus dem Islam liegt unter zehn Prozent. Viele Bewerber sind in Frankreich geboren, weisen jedoch eine diverse ethnische Herkunft auf, die häufig mit der Migrationsgeschichte ihrer Familien zusammenhängt.

Als Motive für das Interesse am Christentum werden persönliche Krisenerfahrungen wie Krankheiten oder Verluste genannt, ebenso wie die Suche nach Orientierung in einer komplexen Welt. Einige Befragte gaben an, dass das regelmäßige Gebetsleben von Menschen in ihrem Umfeld oder die Erfahrung von Frieden und Trost während eines Gottesdienstes den Impuls zur Kontaktaufnahme gaben. Auch eine Faszination für die Liturgie wird als wesentlicher Faktor beschrieben.

Impulse für die Pastoraltheologie in Deutschland

Die Erkenntnisse aus Frankreich lassen sich aufgrund der abweichenden kirchlichen und finanziellen Strukturen nicht als fertiges Modell auf Deutschland übertragen. Dennoch liefert der Austausch theologische Impulse für die Praxis in Deutschland. Da wäre zum einen die Etappen der Begleitung: In Frankreich wird jedem Taufbewerber eine feste Begleitperson zugeordnet, die am Alltag des Katechumenen Anteil nimmt. Zudem spielen rituelle Schritte im Vorbereitungsprozess eine zentrale Rolle, die  als Strukturierung des christlichen Lebens verstanden werden . In Deutschland sind Erwachsenentaufen demgegenüber oft auf spezifische Stellen für Glaubensorientierung konzentriert und weniger stark im regulären Pfarrgemeinden verankert.

Ein weiterer Punkt betrifft die Offenheit der Gemeinden: Die französische Kirche steht vor der Aufgabe, traditionelle Gemeindestrukturen für neue Mitglieder zu öffnen. Die Erfahrung zeigt, dass etablierte Gruppen bisweilen dazu neigen, sich abzukapseln. Das theologische Konzept der Gastfreundschaft kann  hierbei als zentraler Begriff dienen, um interkulturelle und religiöse Unterschiede innerhalb des Katholizismus zu bewältigen.

Und schließlich gehe es um den internationalen Austausch: Angesichts globaler Krisen und der damit verbundenen Verwundbarkeit von Individuen plädiert Karl für einen verstärkten internationalen Austausch in der Pastoraltheologie. Während in Deutschland die gesellschaftliche Wirksamkeit der Kirche im Fokus steht und auch bleiben muss, bietet der Blick nach Frankreich ergänzende Perspektiven für die Begleitung individueller religiöser Suchbewegungen und die Qualifizierung von Ehrenamtlichen. (vn 16)

 

 

 

Vatikan warnt vor Entmenschlichung durch Künstliche Intelligenz

 

Der Vatikan hat vor den ethischen Risiken Künstlicher Intelligenz im Sicherheitsbereich gewarnt. Bei einem interreligiösen Dialog am Institut der Vereinten Nationen für Abrüstungsforschung (UNIDIR) in Genf betonte Erzbischof Ettore Balestrero am Freitag, dass KI dem Schutz der Menschenwürde und dem Frieden dienen müsse. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

Die Entwicklung Künstlicher Intelligenz (KI) im Bereich Sicherheit und Verteidigung wirft nach Ansicht des Heiligen Stuhls dringende ethische Fragen auf. Bei einem interreligiösen Dialog zum Thema „Künstliche Intelligenz, Sicherheit und Ethik“, der vom Institut der Vereinten Nationen für Abrüstungsforschung (UNIDIR) in Genf angestoßen wurde, appellierte Erzbischof Ettore Balestrero, Apostolischer Nuntius und Ständiger Beobachter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen, an die internationale Gemeinschaft, KI konsequent am Wohl des Menschen auszurichten.

In seinen Eröffnungsworten würdigte Balestrero die Initiative von UNIDIR-Direktor Robin Geiss als besonders zeitgemäß. Dies gelte nicht nur im Hinblick auf die bevorstehenden internationalen Beratungen zur Regulierung von KI im militärischen Bereich, sondern auch vor dem Hintergrund der kürzlich veröffentlichten Enzyklika Magnifica Humanitas von Papst Leo XIV.

Die Gefahr einer zunehmenden Bewaffnung und Automatisierung von KI-Systemen

Der Vatikan-Diplomat verwies darauf, dass anhaltende Konflikte und globale Spannungen die Menschheit vor neue Herausforderungen stellen. Gerade deshalb sei eine ernsthafte Auseinandersetzung mit den ethischen Folgen von KI im Sicherheits- und Rüstungssektor unverzichtbar. Der Heilige Stuhl setze sich seit Jahren „als Vertragspartei mehrerer Abrüstungs- und Rüstungskontrollverträge aktiv für die Wahrung eines menschenzentrierten Ansatzes ein“. Dabei warne er insbesondere vor den Gefahren einer zunehmenden Bewaffnung und Automatisierung von KI-Systemen.

„Befreiung der Technologie von Logiken der Herrschaft, Ausgrenzung und Zerstörung“

Mit Verweis auf Papst Leos erste Enzyklika „Magnifica Humanitas“ zitierte Balestrero dessen Forderung, KI müsse „entwaffnet“ werden. Gemeint sei damit nicht eine Ablehnung technologischen Fortschritts, sondern die „Befreiung der Technologie von Logiken der Herrschaft, Ausgrenzung und Zerstörung.“ Künstliche Intelligenz müsse so gestaltet und eingesetzt werden, dass die Heiligkeit des menschlichen Lebens sowie die unveräußerliche Würde jedes Menschen gewahrt bleibe.

Chancen von KI: Schutz von Zivilisten und Krisenprävention

Der Vatikanvertreter verwies aber auch auf die positiven Potenziale der Technologie. KI könne etwa dazu beitragen, „Zivilisten besser zu schützen, Konfliktregionen effektiver zu unterstützen sowie Frühwarnsysteme und die Reaktion auf Krisen zu verbessern.“ Weitere friedensfördernde Anwendungen seien noch nicht vollständig erforscht.

Dennoch warnte Balestrero vor einer unkritischen Begeisterung für technische Innovationen. Wenn KI von Ethik und Verantwortung abgekoppelt werde, bestehe die Gefahr, dass „Entscheidungen über Leben und Tod schneller und unpersönlicher getroffen“ würden. Zudem könne die Technologie Verantwortlichkeiten verschleiern und eine Denkweise fördern, in der man Gegner lediglich als statistische Größen und Opfer als „Kollateralschäden“ wahrnehme.

Nach Auffassung von Papst Leo XIV, auf den sich der Erzbischof mehrfach bezog, sei die Welt bereits von einem „technokratischen Paradigma“ umgeben, das Effizienz und Macht über menschliche Werte stelle. Die KI-Revolution verstärke diese Entwicklung zusätzlich. Der Wunsch nach vollständiger Kontrolle und der Reduzierung unserer Schwächen könne langfristig „eine menschenfeindliche Anschauung als richtig und normal erscheinen lassen“ (Magnifica Humanitas. 112).

Die Grundprinzipien der katholischen Soziallehre hochhalten

Wenn die Technologie zum obersten Maßstab werde, laufe der Mensch Gefahr, „auf Daten, ein Rädchen im Getriebe oder eine Ware“ reduziert zu werden, führte Balestrero weiter aus. Der Heilige Stuhl setze dem eine Ethik entgegen, die auf den Grundprinzipien der katholischen Soziallehre basiert: Menschenwürde, Gemeinwohl, universale Bestimmung der Güter, Subsidiarität, Solidarität und Gerechtigkeit. Diese Werte seien entscheidende Maßstäbe, um zu beurteilen, ob technologische Entwicklungen tatsächlich dem Menschen dienten oder ihn beherrschten.

Der Erzbischof unterstrich, dass die Gestaltung einer gerechten digitalen Zukunft nur durch einen umfassenden Dialog gelingen könne. Dazu müssten „diejenigen, die die Systeme entwickeln, und diejenigen, die von ihnen betroffen sind“ ebenso miteinbezogen werden wie „reichere und ärmere Länder, Institutionen und Einzelpersonen, Machtzentren und Peripherien.“ Nur so „werden wir in der Lage sein, eine Zukunft nicht für einige wenige Privilegierte, sondern für die gesamte Menschheitsfamilie zu gestalten“ (Ansprache von Papst Leo XIV. bei der Vorstellung der Enzyklika Magnifica Humanitas, 25. Mai 2026).

Liebe zu Gott und zum Nächsten muss stärker sein als Streben nach Macht

Abschließend richtete der Erzbischof einen besonderen Appell an die Glaubensgemeinschaften. Durch ihr Zeugnis und ihr Engagement seien sie dazu berufen, dafür einzutreten, dass die Liebe zu Gott und zum Nächsten stärker bleibe als das Streben nach Macht und Einfluss. Künstliche Intelligenz dürfe nicht zum Werkzeug egoistischer Interessen werden, sondern müsse dem Menschen und dem Frieden dienen.

Der Friede kommt von Gott

„Wir glauben, dass der Friede von Gott kommt“, erklärte Balestrero. Die Menschheit sei großartig, weil sie Anteil an Gottes Größe habe. Deshalb dürfe man nicht müde werden, auch im Bereich der Künstlichen Intelligenz für eine Kultur des Respekts gegenüber der Würde jedes einzelnen Menschen einzutreten. (vn 15)

 

 

 

 

„Friedhöfe ohne Grabsteine“

 

Papst fordert sichere Wege und kritisiert Europas Abschottung

Papst Leo XIV. fordert auf Gran Canaria sichere und legale Wege für Geflüchtete. Europa dürfe Menschenwürde nicht beschwören und zugleich hinnehmen, dass Mittelmeer und Atlantik zu „Friedhöfen ohne Grabsteine“ werden. Von Robert Messer

Papst Leo XIV. hat Europa davor gewarnt, sich an den Tod von Migranten auf den Fluchtrouten über das Meer zu gewöhnen. Bei einem Besuch am Hafen von Arguineguín auf Gran Canaria sagte das Oberhaupt von weltweit etwa 1,4 Milliarden Katholiken, der Kontinent dürfe nicht die Menschenwürde beschwören und zugleich hinnehmen, dass das Mittelmeer und der Atlantik zu „Friedhöfen ohne Grabsteine“ würden.

Der Papst forderte „sichere und legale Wege“ für Migration. Die Menschenwürde erfordere dies, sagte Leo. Er mahnte zudem Rettung und Hilfe für Menschen in Not sowie echte Zusammenarbeit gegen Menschenhändler an. Es reiche nicht aus, „Ankünfte zu verwalten, Zahlen zu verteilen, Grenzen verstärkt zu sichern oder Todesfälle zu beklagen, wenn sie bereits eingetreten sind“.

Die Kanaren – vor allem bei Deutschen beliebte Ferieninseln – sind seit vielen Jahren ein Hotspot der Fluchtbewegung von der westafrikanischen Küste über den Atlantik nach Europa. Insbesondere zwischen 2020 und 2024 prägte das Phänomen die Inseln. Vergangenes Jahr ging die Zahl der Bootsmigranten zwar stark zurück. Auf dem Höhepunkt der Krise kamen 2024 aber binnen eines Jahres fast 50.000 Menschen irregulär auf den Kanarischen Inseln an.

„Kai der Schande“ unweit von Ferienort Maspalomas

Symbol der humanitären Notlage wurde der Hafen von Arguineguín auf Gran Canaria – der sogenannte „Muelle de la Vergüenza“, der „Kai der Schande“. Dort harrten im August 2020 zeitweise fast 3.000 Menschen unter prekären Bedingungen aus, obwohl der Bereich nur für etwa 500 Personen ausgelegt war. Sie schliefen im Freien, die hygienischen Verhältnisse waren entsetzlich.

An jenem Hafen im Süden von Gran Canaria, nur eine halbe Stunde Autofahrt vom Urlaubsort Maspalomas entfernt, traf der Papst nun Migranten sowie Vertreter der Kirche und humanitärer Organisationen, die sie betreuen und die sie bei der Integration in die spanische Gesellschaft unterstützen. Eine Frau aus Nigeria, die Opfer von Menschenhandel wurde, ließ ihre Fluchtgeschichte von einer anderen Frau vortragen, die die entsetzlichen Details unter Tränen verlas.

Papst: Migranten keine Zahlen oder Aktennummern

An die Migranten gerichtet sagte Leo: „Ihr seid keine Zahlen und keine Aktennummern. Ihr seid Menschen mit einer Familie und einem Zuhause, das ihr zurückgelassen habt; mit Träumen, die niemand das Recht hat, zu missachten.“

Scharf geißelte er Schlepper als mafiöse Organisationen. „Überlasst eure Existenz nicht denen, die damit Handel treiben. Glaubt nicht denen, die euch ein leichtes Paradies im Tausch für euren Körper, euer Geld, euer Schweigen oder eure Freiheit versprechen“, sagte Leo wieder an die Adresse der Migranten.

Er hoffe, die Stimme der Migranten erreiche diejenigen, die in dieser Frage entscheidende Verantwortung tragen – etwa zivile Behörden, Parlamente, Regierungen und internationale Organisationen. Mit jedem ankommenden Boot stelle sich die Frage: „Welche Welt haben wir geschaffen, wenn so viele Brüder und Schwestern den Tod riskieren müssen, um Leben zu suchen?“

Blumenkranz im Wasser

Zum Gedenken an die Tausenden Todesopfer der gefährlichen Atlantikroute legte Leo im Hafen von Arguineguín einen Blumenkranz im Wasser nieder und segnete ein Kreuz, das aus Holzteilen von Migrantenbooten gefertigt wurde.

Der Besuch von Gran Canaria gehört zur letzten Etappe der mehrtägigen Spanien-Reise des Papstes. Zuvor besuchte Leo Madrid und Barcelona. Am Freitag fliegt er von Gran Canaria weiter auf die Nachbarinsel Teneriffa. Dort trifft er ebenfalls Migranten in der Aufnahmeeinrichtung Las Raíces. (dpa/mig 15)

 

 

 

 

Papst: „Gehen wir dorthin, wo die Armen sind?“

 

„Der Herr ist die Zuflucht des Armen“ (vgl. Ps 14,6) ist Leitwort des diesjährigen Welttages der Armen, der am 15. November begangen wird. In seiner Botschaft dazu, die an diesem Sonntag (14. Juni 2026) veröffentlicht wurde, ruft der Papst auch die Kirche zur Gewissenserforschung auf. Und er lenkt den Blick auf die Verstärkung von Diskriminierung und Gleichgültigkeit durch digitale Medien. Anne Preckel - Vatikanstadt

In seiner Botschaft stellt der Papst einen Zusammenhang zwischen der „Abwesenheit Gottes“ und sozialer Ungerechtigkeit und Ausgrenzung her. „Die Abwesenheit Gottes lässt die Menschen nicht mehr in wechselseitiger Achtung nebeneinander stehen, vielmehr stehen sie im Zeichen der Herrschaft und Übervorteilung einer über dem anderen. So zeigt sich eine unselige Logik der Übervorteilung und Ausgrenzung, die marginalisiert und erniedrigt. In dieser Lage befinden sich nicht nur einzelne Menschen, sondern ganze Bevölkerungsgruppen.“ Mit Blick auf diejenigen, die ausgrenzen, spricht der Papst von „Verdorbenheit“, „die gleichermaßen bedauerlich wie diskriminierend“ sei.

„Eine unselige Logik der Übervorteilung und Ausgrenzung, die marginalisiert und erniedrigt.“

Digitale Welt verschärft Diskriminierung

Die digitale Technik verstärke Vorurteile und Gleichgültigkeit in Bezug auf Armut, hält der Papst weiter fest. „Der Schrei der Armen nach Gerechtigkeit wird heute durch vielfältige, immer subtilere Techniken erstickt, bis all ihre Bemühungen, ihren Forderungen Gehör zu verschaffen, verstummen. Die digitale Welt radikalisiert die Vorurteile ihnen gegenüber und verstärkt den Schleier der Gleichgültigkeit, der ihre Anliegen verhüllt.“

Während die Mächtigen den Armen Schutz und Sicherheit verweigerten, könnten die Bedürftigen in Gott und im Glauben ihrer unveräußerlichen Würde sicher sein. „Alle, die in Bedrängnis sind, die Ungerechtigkeit und Kränkung erfahren, die leiden und Schmerzen haben, die einsam sind und keinen Sinn im Leben finden, können beim Herrn Trost und neuen Lebensmut finden.“ Das Wesentliche werde von den Armen überhaupt besser erkannt.

Ohne Gesicht und Stimme

Die Armen unserer Tage seien die Vergessenen und Ausgegrenzten, fährt der Papst fort: „Sie sind nicht nur ohne Brot, sondern auch ohne Stimme und ohne Gesicht.“ Vor diesem Hintergrund ruft Leo XVI. auch die Christen und die Kirche zur Gewissensprüfung auf und stellt kritische Fragen: „Sind wir Zeichen eines Gottes, der den Armen Zuflucht bietet? Sind wir uns unserer eigenen Armut bewusst und ziehen wir sie dem ungerechten Reichtum vor? Gehen wir dorthin, wo die Armen sind, und spüren wir ihre Marginalisierung? Hören wir ihnen zu und haben wir Anteil an ihren Erwartungen? Sprechen wir ihre Namen mit göttlicher Zärtlichkeit aus? Belebt und fördert unsere Nächstenliebe in ihnen den Wunsch nach Gerechtigkeit und Befreiung?“

„Sind wir Zeichen eines Gottes, der den Armen Zuflucht bietet?“

Eine arme Kirche der Seligpreisungen

Gegenüber der Gier der Mächtigen und der Not der Menschen, „die wohnungslos, arbeitslos, bildungsfern, hungrig oder krank sind“, müssten Christen und die Kirche Trost und Hilfe anbieten. „Die christliche Gemeinschaft darf nicht gleichgültig bleiben gegenüber den vielen, die heute vor der Tür stehen und für diejenigen, die sich in ihren eigenen vier Wänden einschließen und unsichtbar bleiben. Die Kirche ist ihrem Wesen nach dazu berufen, arm zu sein und den Armen Zuflucht zu bieten“, erinnert der Papst und bekräftigt damit einen Leitsatz seines Vorgängers Papst Franziskus.

„Die Kirche, wenn sie Kirche Christi sein will, muss eine Kirche der Seligpreisungen sein, eine Kirche, die den Kleinen Raum schafft, die arm und zusammen mit den Armen auf dem Weg ist, und die ein Ort ist, an dem die Armen einen privilegierten Platz haben« (Dilexi te Nr. 21).“

Mut zu neuen Wegen „von unten“

Wie der heilige Franz von Assisi, der seine Kleider gegen die zerlumpten Gewänder eines Bettlers eintauschte, gelte es den Armen wirklich nahe zu sein und ihnen zuzuhören, „anstatt nur über die zu reden“, so der Papst. Und er ermutigt zu einem Umdenken und zu neuen Wegen „von unten“: „Wer Gott als Zuflucht hat, ist frei, prophetische Entscheidungen zu treffen, die bezeugen, dass alles von unten her neu gedacht werden kann – in Demut und Brüderlichkeit, denn nur diese heilen eine von Überheblichkeit verwundete Welt.“

Der 10. Welttag der Armen sei eine wichtige Gelegenheit, diese „Umkehr des Herzens“ in die Tat umzusetzen, so Leo XIV. Unterzeichnet wurde seine Botschaft am 13. Juni 2026, dem Gedenktag des heiligen Antonius von Padua.

Welttag wird dieses Jahr am 15. November begangen

Leos Vorgänger Franziskus hatte den Welttag der Armen 2017 ins Leben gerufen und ihn regelmäßig selbst mit Armen verbracht, beispielsweise durch gemeinsame Messfeiern oder Mittagessen. Rund um den Welttag organisiert das Dikasterium für die Evangelisierung gemeinsam mit dem Dikasterium für die Nächstenliebe regelmäßig spezielle Dienstleistungen für Arme. So wurde etwa eine kostenlose medizinische Versorgung für Bedürftige beim Vatikan eingerichtet. Der Welttag der Armen ist somit ein Aufruf zum Handeln und zeigt die Zentralität der Bedürftigen im Leben und Selbstverständnis der Kirche.

Der Welttag der Armen findet jeweils am 2. Sonntag vor dem 1. Advent statt. In 2016 wird er am 15. November begangen. (vn 14)

 

 

 

 

Kinderschutzkommission: Neue Statuten regeln Kompetenzen und Verfahren

 

Das Presseamt des Heiligen Stuhls hat die aktualisierten Statuten der Päpstlichen Kinderschutzkommission „Tutela Minorum“ bekannt gegeben. Die Genehmigung durch Papst Leo XIV. erfolge „ad experimentum“ für einen Zeitraum von drei Jahren. Die Überarbeitung der seit 2015 bestehenden Statuten wurde notwendig, um das Gremium an die Vorgaben der im März 2022 verkündeten Apostolischen Konstitution „Praedicate Evangelium“ zur Neuordnung der Römischen Kurie anzupassen. Alessandro Di Bussolo und Mario Galgano - Vatikanstadt

Der Präsident der Kommission, Erzbischof Thibault Verny, erklärte, dass die neuen Statuten auf den Rückmeldungen von Betroffenen, Fachleuten des Kinderschutzes und Erfahrungen der Ortskirchen basieren. Die Richtlinien zielen darauf ab, Schutzkonzepte in die Strukturen der Kirche einzubinden. Zu den Kernelementen gehören die Berücksichtigung von Perspektiven der Opfer und Überlebenden sowie der Definition des Verhältnisses zu anderen Behörden im Vatikan. Die Regelungen dienen der Festlegung von Verantwortlichkeiten und Verfahrensweisen auf internationaler Ebene.

Stellung innerhalb der Kurie und Aufgabenbereiche

Die Richtlinien definieren die Kinderschutzkommission als Beratungsorgan für den Papst im Bereich des Schutzes von Minderjährigen und schutzbedürftigen Personen vor Missbrauch. Die Berichterstattung an das Kirchenoberhaupt erfolgt über den Präsidenten. Das Gremium ist dem Dikasterium für die Glaubenslehre zugeordnet und arbeitet mit diesem beim Informationsaustausch, der Entwicklung von Schutzmethoden, der Erstellung des Jahresberichts und bei Ausbildungsprogrammen zusammen.

Der Präsident oder der Sekretär der Kommission sind gesetzte Mitglieder des Dikasteriums für die Glaubenslehre. Zudem nehmen Vertreter dieses Dikasteriums als Beobachter an den Plenarversammlungen der Kommission teil. Die Kommission steuert den Dienst an der Gesamtkirche durch die Förderung lokaler Verantwortlichkeiten und Kompetenzen der Kuriendikasterien, ohne direkt eine regierende Funktion auszuüben.

Regionale Unterstützung und Meldesysteme

Das Gremium unterstützt die Ortskirchen beim Aufbau von regionalen und nationalen Meldesystemen sowie von Anlaufstellen. Diese Einrichtungen haben die Aufgabe, Betroffene anzuhören und zu begleiten, wobei der Schutz von Daten, Vertraulichkeit und Persönlichkeitsrechten vertraglich geregelt ist. Die Kommission kann in Zusammenarbeit mit dem Dikasterium für die Glaubenslehre in die Abläufe der Ad-limina-Besuche eingebunden werden. Über die Konferenzen der höheren Ordensoberen erfolgt zudem eine Kooperation im Bereich der Ordensgemeinschaften zur Vermittlung von Verfahrensweisen und zur Stärkung der Eigenverantwortung der jeweiligen Institute.

Jahresbericht und Zusammenarbeit im Vatikan

Die Kommission erarbeitet einen jährlichen Bericht über die kirchlichen Schutzmaßnahmen und Verfahren. Dieses Dokument entsteht unter Beteiligung der Dikasterien und lokaler Kirchenstrukturen. Nach einer Konsultation mit dem Staatssekretariat wird der Bericht dem Papst vorgelegt, der über die Veröffentlichung entscheidet. Der Bericht erfasst den Stand des Kinderschutzes in der weltweiten Kirche und unterscheidet zwischen überprüften Maßnahmen, erklärten Praktiken, eingegangenen Informationen, strukturellen Defiziten und Empfehlungen.

In Absprache mit dem Staatssekretariat kann die Kinderschutzkommission den Leitungen der Dikasterien Empfehlungen übermitteln. Bei wiederholten Verstößen oder Mängeln in lokalen Schutzsystemen leitet das Gremium seine Bewertungen an das zuständige Dikasterium weiter, welches die jeweilige Entscheidungsbefugnis behält. Das Ziel bleibt die Etablierung eines gemeinsamen Rahmens, dessen Grundsätze unter Berücksichtigung lokaler Kontexte und des jeweiligen staatlichen Zivilrechts umgesetzt werden.

Zusammensetzung des Gremiums

Die Kommission umfasst maximal 23 vom Papst ernannte Mitglieder. Die Leitung obliegt dem Präsidenten, der von einem Sekretär unterstützt wird. Das Gremium tritt zwei mal jährlich zu einer Plenarversammlung zusammen und ist in regionale Gruppen sowie Arbeitskreise unterteilt. Die Führungsebene wird durch einen Exekutivrat beraten, dem der Präsident, der Sekretär und drei Kommissare angehören. Dieses ständige Organ kann durch zwei externe Sachverständige für finanzielle und administrative Fragen ergänzt werden. Für die Umsetzung des Mandats können zudem regionale Berater herangezogen werden. (vn 13)

 

 

 

 

Der Appell des Papstes und unsere Verantwortung

 

Der Chefredakteur der vatikanischen Medien, Andrea Tornielli, beleuchtet in diesem Leitartikel die jüngste Reise von Papst Leo XIV. in Spanien. Andrea Tornielli

„Hört auf damit! Bekehrt euch!“ Der Ausruf von Papst Leo XIV. auf der Plaza del Cristo de La Laguna in Teneriffa erinnert an den eindringlichen Appell des heiligen Johannes Paul II., der nach der heiligen Messe am 9. Mai 1993 in Agrigent die Mafiosi mit spontan gesprochenen Worten zur Umkehr ermahnte. Damals wandte sich der Papst an die Mitglieder der Cosa Nostra, sein dritter Nachfolger richtet sich an die Menschenhändler, die Migranten auf der Suche nach einer Zukunft versklaven und ihnen Gewalt antun.

Zunächst hörte Leo XIV. einigen Migranten zu, die von ihren Erfahrungen berichteten. In seiner Ansprache griff er dann bei seinen eindringlichsten Appellen auf die Heilige Schrift zurück: „Hört auf damit! Bekehrt euch!“, diese Worte sind ein Echo des im Markusevangelium überlieferten Aufrufs Jesu zur Umkehr. „Die Tränen und das Blut dieser Brüder und Schwestern schreien zu Gott, und er sieht ihr Leiden“: Dies erinnert an die Reaktion Gottes auf die Ermordung Abels durch Kain, von der das Buch Genesis erzählt, und an den Abschnitt aus dem Buch Exodus, wo Gott die Klage seines Volkes hört.

Reisewunsch von Franziskus verwirklicht

Der Nachfolger Petri, der mit den beiden letzten Etappen der Spanienreise auf Gran Canaria und Teneriffa einen Reisewunsch von Papst Franziskus verwirklicht hat, mahnte: „Das Geld, das man den Armen in ihrer Schutzlosigkeit abnimmt, bringt weder Frieden noch Ehre noch Zukunft.“ Die Menschenhändler warnte er mit Worten aus dem zweiten Korintherbrief des heiligen Paulus, dass sie sich für jedes verlorene Leben, jede betrogene Familie, jeden unterdrückten Menschen, jede bedrohte Frau, jeden ausgebeuteten Arbeiter „vor der göttlichen Gerechtigkeit verantworten müssen“. Er forderte sie auf, die von ihnen versklavten Menschen zu befreien, und verwies darauf, dass Gottes Barmherzigkeit selbst den verstocktesten Sünder, der die Schutzlosigkeit von Frauen, Kindern und Männern ausnutzt, erreichen kann, „doch nur durch die enge Pforte der Wahrheit, der Gerechtigkeit und der Bekehrung“, wie es im Buch des Propheten Ezechiel heißt.

Auch wenn der an die Menschenhändler gerichtete Aufruf zur Umkehr am stärksten und prophetischsten war, darf man die anderen Worte nicht vergessen, die Leo XIV. in den beiden Tagen auf den Kanarischen Inseln gesagt hat. Im Hafen von Arguineguín in Las Palmas de Gran Canaria verbeugte sich der Papst vor der Würde der Migranten und verwies darauf, dass sie weder „Zahlen“ noch „Aktennummern“, sondern „Menschen mit einer Familie und einem Zuhause, das ihr zurückgelassen habt; mit Träumen, die niemand das Recht hat, zu missachten“. Ganz klar sagte er, dass ihr Leben „geschützt werden muss“.

Gewissensprüfung

Leo XIV. forderte dann eine Gewissensprüfung „für die Herkunftsländer, die Bedingungen für Frieden, Gerechtigkeit und Entwicklung schaffen müssen; für die Transitländer, die dazu aufgerufen sind, die Schwachen zu schützen und sie nicht in die Hände krimineller Netzwerke zu überlassen; für Europa, das nicht die Menschenwürde proklamieren kann und sich dabei nicht daran gewöhnen darf, dass das Mittelmeer und der Atlantik zu Friedhöfen ohne Grabsteine werden; für die internationale Gemeinschaft, die zu einer wirksamen und beharrlichen Zusammenarbeit aufgerufen ist“. Es fehlte auch nicht an Worten, die an die Kirche gerichtet waren: sie müsse „sich dieser Frage stellen“, denn „die Aufnahme von Migranten darf weder eine Nebensache sein noch allein einigen Freiwilligen überlassen werden“. Man könne sich nicht vor dem Altar niederknien, um Christus in der Eucharistie anzubeten, und dann über das Leid dieser unserer Brüder hinwegsehen.

Im Hafen von Arguineguín forderte der Bischof von Rom „legale und sichere Wege, Rettung und Hilfe, echte Zusammenarbeit gegen Menschenhändler, wirksamen Opferschutz, ernsthafte Aufnahme- und Integrationsprozesse sowie politische Maßnahmen, die es jedem Menschen ermöglichen, in seiner Heimat in Würde zu leben“. Und er forderte alle – die zivilen Behörden, die Parlamente, die Regierungen und die internationalen Organisationen – auf, sich eine grundlegende Frage zu stellen, die man als „strukturell“ bezeichnen könnte: „Welche Welt haben wir geschaffen, wenn so viele Brüder und Schwestern den Tod riskieren müssen, um Leben zu suchen?“

Die Etappe auf den Kanaren war ein Meilenstein des Pontifikats. Wie es bereits Franziskus auf Lesbos getan hatte, so erinnerte auch Leo an die Familie von Nazareth, das Jesuskind, Maria und Josef, die zur Flucht nach Ägypten gezwungen waren, um das Leben des Gottessohnes zu retten, gegen den sich der Zorn des Herodes richtete. Jene Familie, die Heilige Familie, „bleibt für alle Zeiten Vorbild und Zuflucht für jede Flüchtlingsfamilie, jeden Migranten und jeden Menschen, der sein Land aus Angst, Verfolgung oder Not verlassen muss“, sagte der Papst mit einem Zitat aus der Apostolischen Konstitution Exsul Familia von Pius XII. Christen dürfen nicht vergessen, dass ihr menschgewordener Gott Migrant und Flüchtling war. Daher sind sie aufgerufen, sein Antlitz in den Gesichtern der Schwestern und Brüder zu erkennen, die auf der Suche nach einer Zukunft an die Türen unserer Länder klopfen. (vn 13)

 

 

 

 

Botschaft zum Welttag des Tourismus: Algorithmus vs. Staunen

 

Die fortschreitende Digitalisierung und der Einzug der künstlichen Intelligenz stehen im Mittelpunkt des kommenden Welttags des Tourismus am 27. September 2026. Das Dikasterium für die Evangelisierung hat hierzu eine Botschaft herausgegeben, die den technologischen Wandel im Reisesektor nicht bloß als wirtschaftliche oder technische Entwicklung versteht, sondern als eine tiefgreifende kulturelle und anthropologische Herausforderung. Mario Galgano

In der von Pro-Präfekt Rino Fisichella unterzeichneten Botschaft wird hervorgehoben, dass Technologie niemals neutral sei. Sie nehme stets das Gesicht derer an, die sie entwickeln, finanzieren und regulieren, so die Botschaft unter Bezug auf Papst Leos Enzyklika Magnifica humanitas. Die Kirche verweigere sich dem digitalen Fortschritt keineswegs, fordere jedoch eine klare ethische Führung, so Fisichella in der Botschaft. Künstliche Intelligenz könne eine wertvolle Verbündete für einen nachhaltigen und barrierefreien Tourismus sein, solange sie ein Werkzeug im Dienst des Menschen bleibe und sich nicht in ein System der Kontrolle oder des Ausschlusses verwandele.

Die unersetzbare Dimension der Begegnung

Das Reisen entspringe einem urmenschlichen Verlangen, den Anderen zu begreifen, neue Horizonte zu entdecken und sich von der Schönheit der Schöpfung berühren zu lassen. Diese spirituelle Dimension und Sehnsucht nach Unendlichkeit lasse sich nicht digitalisieren. Keine noch so fortgeschrittene Technologie könne den ersten analogen Blick auf eine unbekannte Landschaft, den Händedruck zwischen Fremden oder die tiefe Rührung vor einem Kunstwerk oder an einem heiligen Ort ersetzen. Die digitalen Plattformen müssten daher so gestaltet werden, dass sie reale Begegnungen fördern, anstatt das Reisen auf den reinen Konsum virtueller Bilder zu reduzieren.

Gleichzeitig biete die Künstliche Intelligenz bei ethischer Ausrichtung erhebliche Chancen für weltweite Gerechtigkeit. Menschen mit Behinderungen erhalten durch intelligente Systeme Zugang zu Orten, die ihnen bislang verschlossen blieben. Zudem könnten lokale Gemeinschaften in Entwicklungsländern ihre Kultur eigenständig präsentieren, und auch die ökologischen Auswirkungen von Touristenströmen lassen sich präziser steuern. Technik werde so zu einem Instrument der Geschwisterlichkeit, sofern nicht der Profit, sondern das Gemeinwohl die Richtung vorgibt.

Die Gefahren von Überwachung und sozialer Spaltung

Die pastorale Analyse spare jedoch auch die Schattenseiten des digitalen Wandels nicht aus. Wenn der Reisende zum bloßen Datensatz und die Kultur zur optimierten Show verkomme, gehe das Wesentliche verloren. Das Erlebnis verflache auf das, was der Algorithmus als gefällig vorausberechnet, wodurch die Offenheit für das Unerwartete blockiert werde. Das echte Staunen sei jedoch eine Form der Erkenntnis, die den Weg zur Kontemplation erst ebne.

Zudem drohe eine Vertiefung der sozialen Kluft durch die digitale Ausgrenzung jener Regionen und Menschen, die keinen Zugang zu modernen Technologien besitzen. Schließlich berge die massive Sammlung von Verhaltensdaten der Reisenden erhebliche Risiken. Ohne klare internationale und verbindliche Normen drohe eine lückenlose Überwachung, die mit der Würde und Freiheit des Individuums unvereinbar sei.

Der Tourismus müsse eine Schule der Fraternität bleiben. Die Verantwortlichen in Politik, Wirtschaft und Pastoral seien aufgefordert, wachsam zu bleiben, damit der Mensch in seiner Gesamtheit als freies und beziehungsfähiges Wesen geschützt werde – eine Würde, die kein Algorithmus jemals vollständig erfassen könne. (vn 11)

 

 

 

 

Gemeinsame Erklärung der Bischofskonferenzen aus den G7-Ländern

 

„Brücken bauen für Frieden, Gerechtigkeit und die Menschenwürde“

Vom 15. bis 17. Juni 2026 findet im französischen Évian-les-Bains der diesjährige G7-Gipfel der führenden demokratischen Industrienationen statt. Aus diesem Anlass wenden sich erstmals die Katholischen Bischofskonferenzen aus den beteiligten Ländern heute (12. Juni 2026) mit einer gemeinsamen Erklärung an die Staats- und Regierungschefs der G7. Die Vorsitzenden der Bischofskonferenzen von Frankreich, Deutschland, Großbritannien, Italien, Japan, Kanada und den USA rufen vor dem Hintergrund der weltweiten Krisen dazu auf, Brücken zu bauen „für Frieden, Gerechtigkeit und die Menschenwürde“.

Die Bischöfe sehen die Regierungen der G7-Staaten in einer besonderen Verantwortung für das Wohlergehen der globalen Gemeinschaft. Ihre Entscheidungen hätten direkte Auswirkungen auf die weltweite Bevölkerung, auf die internationale Stabilität sowie auf die Zukunft der jüngeren Generationen. Dabei stellen die Vorsitzenden zu Beginn ihrer Erklärung klar, „dass die Würde eines jeden Menschen die Grundlage jedweder politischen und ökonomischen Führung bleiben muss“.

Zentrale Forderungen an die Staats- und Regierungschefs der G7 sind die Stärkung des Multilateralismus und des Völkerrechts, eine Entwicklungspolitik, die auf internationaler Solidarität und gleichberechtigten Partnerschaften mit den Ländern des Globalen Südens aufbaut, internationale Regeln für künstliche Intelligenz (insbesondere zum Schutz von Kindern und Jugendlichen) sowie die Übernahme von Verantwortung beim Schutz der Schöpfung und bei der Aufnahme von Flüchtlingen.

Diese Forderungen verbinden die Vorsitzenden der Bischofskonferenzen mit der Bereitschaft, die weltumspannende Kirche in den Dienst der internationalen Gemeinschaft zu stellen: „Durch ihre Präsenz vor Ort, ihren humanitären Einsatz und ihre Fähigkeit, Brücken zwischen Völkern zu bauen, bleibt die katholische Kirche ein glaubwürdiger Partner für Frieden und Dialog.“

Anlässlich der heutigen Veröffentlichung erklärt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer: „Es ist ein wichtiges Zeichen, dass wir als kirchliche Vertreter aus den G7-Staaten erstmals eine solche Erklärung veröffentlichen. Sie knüpft an den Appell ‚Christinnen und Christen für Europa – Die Kraft der Hoffnung‘ an, den die Vorsitzenden der Italienischen, Französischen, Polnischen und Deutschen Bischofskonferenz am 13. Februar 2026 veröffentlicht haben. Uns allen ist es mit dem heutigen Text ein Anliegen, die Kirche zu Gehör zu bringen. Denn wir wollen unseren Beitrag zum Erhalt der Zivilgesellschaft leisten und – ganz im Sinne von Papst Leo XIV. – zu aktuellen politischen Fragen Stellung beziehen. Die Friedensethik der Kirche kann ein Schlüssel sein, um die politisch Verantwortlichen der G7-Staaten an die Fundamente der Menschenwürde, der Gerechtigkeit und der Versöhnung zu erinnern. Wir brauchen eine weltweite humanitäre Wende, die wieder den Menschen in den Fokus allen Handelns stellt.“ Dbk 12

 

 

 

 

Papst beendet Spanienreise mit Appell für Migranten

 

Leo XIV. hat seine einwöchige Spanienreise beendet. Von Teneriffa aus kehrt er an diesem Freitagnachmittag nach Rom zurück. Stefan von Kempis

Seine letzten Termine auf den Kanarischen Inseln nutzte der Papst zu neuerlichen Appellen, beim Thema Migration die Menschenwürde nicht aus den Augen zu verlieren. Dass sich Menschen gezwungen sähen, auf lebensgefährlichen Routen über das Meer zu migrieren, brandmarkte er als ein „Versagen der Menschheitsfamilie“; wenn Integration nicht gelinge, bedeute das einen „stillen Schiffbruch“. Der Papst sprach auch Menschenhändlern und Schleppern ins Gewissen: „Hört auf damit, bekehrt euch!“

Die Kanarischen Inseln waren die letzte Etappe von Leos erster größerer Europareise. Begonnen hatte die Tour in der spanischen Hauptstadt Madrid, wo er als erster Papst überhaupt vor dem dortigen Parlament das Wort ergriff. In Barcelona feierte er eine Messe in der Basilika Sagrada Família des Architekten Antoni Gaudí und segnete ihren Christusturm, den mittlerweile höchsten Kirchturm der Welt.

Überraschendes Echo in spanischer Gesellschaft

Im Mittelpunkt der Ansprachen Leos XIV. bei seiner Spanienreise stand der Respekt vor der Menschenwürde; sie gelte uneingeschränkt, für das ungeborene Leben wie für alte Menschen oder Migranten. „Jede wahrhaft gerechte Gesellschaft gründet auf der Anerkennung der unantastbaren Würde des Menschen“, formulierte der Papst am Montag im Plenarsaal des spanischen Parlaments. „Diese Würde geht jeder Zuerkennung vonseiten des Staates voraus. Sie steht jedem Menschen allein aufgrund seiner Existenz zu und muss daher jede positive Rechtsordnung prägen.“

Die Visite des Papstes ist in der spanischen Gesellschaft auf ein überraschendes Echo und Interesse gestoßen. An einer Messfeier und Fronleichnamsprozession mit Leo im Stadtzentrum von Madrid nahmen am vergangenen Sonntag 1,2 Millionen Menschen teil. Obwohl mehr als neunzig Prozent der Spanier getauft sind, ist die religiöse Praxis doch im Sinkflug. Das Ansehen der Bischofskonferenz und der Kirche überhaupt hat durch Missbrauchsskandale stark gelitten. Während seines Aufenthalts in Madrid hat sich der Papst auch mit spanischen Missbrauchsopfern getroffen. (vn 12)

 

 

 

 

Erwachsenentaufen verändern das kirchliche Leben in Frankreich

 

Delegation der Deutschen Bischofskonferenz zieht positive Bilanz ihrer Reise

Heute (12. Juni 2026) ist die Reise einer Delegation der Jugendkommission und der Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz nach Frankreich zu Ende gegangen. Die Gruppe hielt sich seit dem 8. Juni 2026 im Erzbistum Paris sowie in den Bistümern Créteil und Saint-Denis auf. Im Mittelpunkt der Gespräche standen die deutlich gestiegenen Zahlen von Katechumenen und Neugetauften sowie die Auswirkungen dieser Entwicklung auf das kirchliche Leben in Frankreich.

Der Vorsitzende der Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Peter Kohlgraf (Mainz), erklärte zum Abschluss der Reise: „Die Begegnungen in Frankreich haben uns beeindruckt. Wir haben erlebt, wie Menschen den Weg zum Glauben finden, und durften persönliche Zeugnisse von Neugetauften hören. In den Gesprächen mit Vertretern der Französischen Bischofskonferenz, mit Taufbegleiterinnen, Neugetauften, Katechumenen sowie Theologinnen und Theologen am Institut Catholique de Paris wurde deutlich, dass die steigende Zahl von Neugetauften ein pastorales Phänomen ist, das zunehmend zur Transformation der Pfarreien führt. Dabei findet diese Veränderung nicht separiert von den Gemeinden statt, sondern ist an sie rückgebunden.“

Die Fragen, wie diese Entwicklung der hohen Taufzahlen zur Transformation der Pfarreien beiträgt, und welche pastoralen Konsequenzen daraus erwachsen, werden die Kirche in Frankreich in den kommenden Jahren intensiv beschäftigen. Dies wurde auch im Sekretariat der Französischen Bischofskonferenz deutlich, wo die Delegation zum Austausch eingeladen war. Das Gespräch mit den Kirchenvertretern aus Deutschland führten Bischof Olivier Leborgne (Arras, Frankreich), Präsident der Kommission „Initiation et Vie Chrétienne“, Bischof Olivier de Germay (Lyon, Frankreich), Mitglied des Ständigen Rates der Französischen Bischofskonferenz, und Catherine Chevalier, die im Sekretariat der Französischen Bischofskonferenz für Katechese, Katechumenat und Familien zuständig ist.

Die Aufnahme und Begleitung neuer Christinnen und Christen verändert die Gestalt kirchlichen Lebens und stellt die Frage nach neuen Formen von Gemeinschaft, Beteiligung und Glaubensvertiefung. Diesen und weiteren Aspekten wird sich die kommende Provinzversammlung der Metropolie Paris widmen, über die P. Maximilien de la Martinière, der Generalsekretär der Kirchenversammlung, die Delegation informierte. Bei ihrer Reise traf die Delegation außerdem mit zwei katholischen Influencern zusammen. Bei allen Gesprächen ist deutlich geworden, dass Menschen auf sehr unterschiedlichen Wegen mit dem Glauben in Berührung kommen – im Gottesdienst, im persönlichen Gespräch, durch glaubwürdige Zeuginnen und Zeugen und zunehmend auch über digitale Räume. Die Ergebnisse der Reise werden in die weiteren Beratungen der Deutschen Bischofskonferenz einfließen.

Der Delegation in Frankreich gehörten neben Bischof Kohlgraf an: Bischof Heinrich Timmerevers (Dresden-Meißen), Vorsitzender der Kommission für Erziehung und Schule, Prof. Dr. Katharina Karl (Eichstätt), Beraterin der Jugendkommission, Prof. Dr. Jan Loffeld (Utrecht), Berater der Pastoralkommission, und Prof. Dr. Bernd Hillebrand (Graz), Berater der Jugendkommission. Dbk 12

 

 

 

Jahrestagung Konferenz Weltkirche

 

Bischof Meier: Demokratie lebt von Vertrauen und Verantwortung

Heute (10. Juni 2026) ist die Jahrestagung „Weltkirche und Mission“ der Konferenz Weltkirche in Würzburg zu Ende gegangen. Seit dem 8. Juni 2026 diskutierten Fachleute aus Kirche, Wissenschaft und Zivilgesellschaft über Handlungsspielräume, Risiken und Verantwortung der Kirchen in politischen Kontexten, in denen Freiheitsrechte eingeschränkt werden und zivilgesellschaftliche Räume unter Druck geraten.

Der Vorsitzende der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg), betonte die Relevanz des Themas: „Kirche lebt nie im luftleeren Raum. Sie lebt in konkreten Gesellschaften, unter konkreten politischen Bedingungen – in Demokratien ebenso wie in autoritären Systemen.“ Die Frage nach dem Verhältnis von Kirche und politischer Macht gehöre deshalb zum Kern weltkirchlicher Verantwortung. In vielen Regionen der Welt schränkten die Regierungen politische Partizipation ein, schwächten unabhängige Institutionen und begrenzten die Freiheitsrechte systematisch. Unter solchen Umständen gerieten auch Religionsfreiheit und zivilgesellschaftliches Engagement unter Druck. Zugleich verwies Bischof Meier auf die bleibende normative Orientierung christlichen Handelns: „Der Mensch ist nach dem Ebenbild Gottes geschaffen. Daraus erwächst seine unverfügbare Würde – und mit ihr Rechte und Pflichten, die nicht zur Disposition stehen.“ Keine politische Macht könne diese Würde verleihen oder relativieren.

Die Tagung nahm diese Grundfragen aus unterschiedlichen Perspektiven in den Blick. Der Politikwissenschaftler Prof. Dr. Michael Zürn (Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung und Freie Universität Berlin) ordnete autoritäre Regierungsformen im internationalen Kontext ein und analysierte ihre zunehmende Bedeutung. Er betonte, dass demokratische Systeme ihre Legitimität langfristig nur sichern können, wenn sie allen Menschen einen gerechten Zugang zu zentralen öffentlichen Gütern wie Gesundheit, Bildung, Wohnen und Mobilität ermöglichen.

Die Theologin Prof. Dr. Regina Elsner (Universität Münster) ging der Frage nach, wie Kirchen in autoritären Systemen zwischen Anpassung, Kooperation und Widerstand agieren. Kirchliches Handeln müsse unter autoritären Bedingungen häufig zwischen Anpassung, Kooperation und Widerstand vermitteln. Vereinfachende moralische Urteile würden dieser Realität oft nicht gerecht. Anpassungstendenzen seien nicht per se als kirchliches Versagen zu werten; in manchen Kontexten seien sie überlebensnotwendig.

Eine weitere Perspektive eröffnete Prof. Dr. Hille Haker (Loyola University Chicago), die sich mit christlichem Nationalismus in den USA auseinandersetzte. Sie analysierte die Verbindungen zwischen christlich-nationalistischen Strömungen und politischen Machtzentren. Aus ihrer Perspektive gebe es seitens der Kirche und Theologie hierauf bisher nur unzureichende Antworten, weshalb es dringend geboten sei, neue Ansätze einer politischen Ethik zu entwickeln.

Ein Gespräch zwischen Bischof Wolfgang Ipolt (Görlitz), Sr. Margareta Hutnyk OSBM (Ukraine) und Dr. Peter Ce?uch (Slowakei) beleuchtete historische Erfahrungen und gegenwärtige Herausforderungen im Umgang mit autoritären politischen Systemen in Mittel- und Osteuropa. Es zeigte sich, wie stark kirchliche Handlungsmöglichkeiten von politischen Rahmenbedingungen geprägt sind und wie langfristig die Folgen autoritärer Herrschaft nachwirken. Dennoch gelinge es der Kirche und gläubigen Menschen immer wieder, auch unter schwierigen Bedingungen den Glauben zu leben und weiterzugeben.

Die Diskussionen wurden durch Workshops vertieft, in denen Fragen der Entwicklungszusammenarbeit unter autoritären Bedingungen, von Religionsfreiheit und Christenverfolgung, religiöse Aspekte neurechter Ideologie sowie die Situation von Kirchen in China, Nicaragua, Belarus und dem Sudan behandelt wurden.

Zum Abschluss richtete sich der Blick auf politische und kirchliche Perspektiven im Umgang mit autoritären Regimen. Neben Bischof Meier diskutierten Barbara Lochbihler (ehem. Vizepräsidentin des UN-Ausschusses gegen das Verschwindenlassen) und Dr. Jörg Lüer (Geschäftsführer der Deutschen Kommission Justitia et Pax) über Verantwortung, Handlungsmöglichkeiten und Grenzen internationaler Politik sowie kirchlicher Akteure. Dabei verdeutlichte Frau Lochbihler die Herausforderungen: „Autoritäre Regierungen, aber auch demokratisch strukturierte Regierungen versuchen heute wie auch in der Vergangenheit, die universelle Gültigkeit der Menschenrechte zu relativieren und stellen sie als ihren Kulturen zutiefst fremd dar. Bürgerinnen und Bürger mit abweichenden Meinungen, Dissidenten, kritische Journalisten und Menschenrechtsaktivisten, die auf Probleme und Fehlentwicklungen hinweisen, werden als dekadent, als Kriminelle, als Terroristen, als Staatsfeinde und Verräter dargestellt. Dadurch wird gerechtfertigt, sie zu diskreditieren, sie mundtot zu machen, zu verfolgen und letztlich auch zu töten. Es gilt heute mehr denn je, diejenigen solidarisch und konkret zu unterstützen, die vor Ort für Menschenrechtsschutz eintreten und Menschenrechtsverletzungen aufdecken und anprangern.“ Angesichts der Gefahren wies Dr. Lüer darauf hin, dass es „in den Auseinandersetzungen mit den Autoritären und Rechtsextremen darauf ankommen wird, dass wir unseren ethischen Kompass sowie unsere solidarische Geschlossenheit klar haben. Der Gegner wird immer wieder versuchen, uns zu spalten und in falsche Abwägungssituationen zu bringen. Das Einzige, was hilft, sind Wahrhaftigkeit, Klugheit und Solidarität.“ Ergänzend betonte Bischof Meier, dass die Auseinandersetzung mit autoritären Vorstellungen auch für Deutschland relevant sei: „Auch unsere freiheitlich-demokratische Grundordnung steht unter Druck, was uns zu Wachsamkeit und klaren Positionierungen verpflichtet. Wir wissen, dass die Demokratie von Vertrauen, von Verantwortung und von der Bereitschaft, Konflikte gewaltfrei auszutragen, lebt. Wo diese Grundlagen erodieren, ist auch die Kirche gefordert, ihre Stimme zu erheben. Schweigen wäre in solchen Situationen kein Zeichen von Neutralität, sondern von Gleichgültigkeit. Dazu gehört auch die klare Feststellung, die die deutschen Bischöfe 2024 getroffen haben: Völkischer Nationalismus ist mit dem christlichen Gottes- und Menschenbild unvereinbar.“

Hintergrund

Veranstalter der Jahrestagung Weltkirche ist die „Konferenz Weltkirche“, in der die Deutsche Bischofskonferenz, die deutschen (Erz-)Bistümer, die Hilfswerke, die Deutsche Ordensobernkonferenz (DOK), die katholischen Verbände, das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) und andere weltkirchlich tätige Einrichtungen zusammenarbeiten. Dbk 10

 

 

 

 

Papst in Abtei Montserrat: „Legen wir die Rüstungen nieder"

 

Nach einem Gefängnisbesuch im Umland von Barcelona ist Papst Leo am Mittwoch in einer traditionsreichen spanischen Benediktinerabtei eingekehrt. An dem auf einem Berg gelegenen Marienwallfahrtsort „Unsere Lieben Frau von Monserrat“ betete er mit Benediktinern den Rosenkranz und rief zu Geschwisterlichkeit und Gewaltlosigkeit auf. Anne Preckel - Vatikanstadt

Herzstück des Pilgerortes und seiner historischen Klosteranlage ist die Wallfahrtskirche der Jungfrau von Montserrat, in der die Holzstatue der Schutzpatronin Kataloniens aus dem 12. Jahrhundert verehrt wird. Schon im 9. Jahrhundert hatten Hirtenjungen dort eine Marienfigur gefunden.

Glorreicher Rosenkranz

Die glorreichen Geheimnisse des Rosenkranzgebetes wurden bei der Gebetsfeier mit dem Papst von Pater Lluis Maria vorgetragen, der seit 42 Jahren ununterbrochen jeden Tag das Mariengebet mit den Pilgern spricht. Der Papst vertraute seinen Dienst und das Wirken der gesamten Kirche der „Schwarzen Madonna“ an – „in einer Welt, die nach Gerechtigkeit und Frieden schreit“, wie er formulierte.

Die Verehrung der Madonna von Montserrat, auch „Mare de Déu“ und im Volksmund liebevoll „La Moreneta“ genannt, hat eine lange Tradition. Der bekannte Wallfahrtsort und seine Geschichte erzähle über „Frömmigkeit, Dankbarkeit und Hoffnung“, so der Papst, der auch die Leiden der christlichen Märtyrer erwähnte, die im Umfeld des Klosters während des Spanischen Bürgerkrieges (1936-39) ihr Leben ließen. Die Benediktinerabtei Montserrat gilt als Ort der Bewahrung des Erbes der katalanischen Sprache und Kultur durch die Jahrhunderte.

„Ich freue mich, hier zu Füßen der Moreneta zu sein, um ihr im Vertrauen auf ihre mütterliche Fürsprache meinen Petrusdienst und die Sendung der Kirche in einer Welt anzuvertrauen, die nach Gerechtigkeit und Frieden schreit“

Die Gottesmutter Maria sei für das Leben jedes Christen von grundlegender Bedeutung und wecke „die edelsten Gefühle eines Menschen“, unterstrich Leo XIV., der Worte von Papst Franziskus aufgriff, der 2023 die „Schwarze Madonna“ in der Marienwallfahrtsstätte ehrte. Tatsächlich bewirke die Gottesmutter in uns „tiefgehende Bekehrungen“. Das habe sich auch beim heiligen Ignatius von Loyola gezeigt, der im Wallfahrtsort von Monserrat im Gebet vor der Jungfrau seine Waffen als Ritter ablegte und „ein neues Leben im Dienst Christi“ begann. Ihn persönlich habe die Moreneta immer begleitet, ergänzte der Papst und verwies auf seine Zeit als Pfarrer der Gemeinde Santa Maria de Montserrat in Trujillo, Peru. „Danke, Katalonien, für euren Glauben.“

Herz nach Maßstäben des Evangeliums bilden

Leo XIV. lud dazu ein, Mariens Beispiel zu folgen – sie lehre uns, „unser Herz nach den Maßstäben des Evangeliums zu bilden“, auf Christi Stimme zu hören und uns von ihm verwandeln zu lassen. Dieser Weg der Nächstenliebe sei entschieden gewaltlos, betonte der Papst, ja er halte verborgener Gewalt den Spiegel vor.

„Diese verborgene Gewalt tarnt sich oft als eine Art Rüstung, mit der wir versuchen, unsere Wunden, unsere Ängste oder das Leid zu verdecken, das uns durch Ungerechtigkeiten zugefügt wurde.“

„Jesus weist uns den Weg der Barmherzigkeit, der Versöhnung, der Wahrheit und der Güte. Gleichzeitig entlarvt er die Gewalt, die sich in unseren Worten und Haltungen verbergen kann: erniedrigende Kritik, zerstörerische Verurteilung und spaltende Aggressivität. Diese verborgene Gewalt tarnt sich oft als eine Art Rüstung, mit der wir versuchen, unsere Wunden, unsere Ängste oder das Leid zu verdecken, das uns durch Ungerechtigkeiten zugefügt wurde.“

„Das göttliche Kind in Marias Armen trägt keine Rüstung, und er selbst wird sich später, nackt am Kreuz, ganz dem Vater hingeben, um uns mit der unbewaffneten und entwaffnenden Kraft der Liebe zu retten.“

„Legen wir Rüstungen nieder“

Die Maria von Montserrat mit dem wehrlosen Jesuskind auf ihrem Schoß „lädt uns ein, einander zu lieben“, so Papst Leo. „Legen wir heute zu ihren Füßen die Rüstungen nieder, die unser Herz nach und nach verhärtet haben“, rief er zu Friedfertigkeit und Geschwisterlichkeit auf.

Maria möge „uns ausschließlich mit den Waffen Gottes rüsten“, fuhr der Papst fort, der die Worte des heilige Paulus einflocht: „Steht also da, eure Hüften umgürtet mit Wahrheit, angetan mit dem Brustpanzer der Gerechtigkeit, die Füße beschuht mit der Bereitschaft für das Evangelium des Friedens. Vor allem greift zum Schild des Glaubens! […] Und nehmt den Helm des Heils und das Schwert des Geistes, das ist das Wort Gottes!“ (Eph 6,14-17).

Geschwisterlichkeit und Friedfertigkeit überall 

Der Papst rief zu Geschwisterlichkeit auf und dazu, niemanden auszuschließen, Spaltungen zu überwinden und Gemeinschaft zu kultivieren. Von Monserrat aus ermutigte er dazu, Friedfertigkeit in allen Beziehungen und Lebensbereichen zu pflegen:

„Bitten wir Maria, die Königin des Friedens, dass sie uns lehrt, von verletzenden Worten, voreiligen Urteilen, Lästereien und Verleumdungen abzusehen. Und dass wir lernen, die Liebe in der Familie, unter Freunden, am Arbeitsplatz, in den sozialen Netzwerken, in politischen Debatten und in christlichen Gemeinschaften zu bewahren und zu pflegen, damit der Hass der Hoffnung und dem Frieden weicht.“

„Möge Maria, die Mutter der Kirche, uns stets zu Jesus führen“, rief der Papst abschließend zum Gebet zur Muttergottes auf.

„Für die Katalanen wirst du immer die Fürstin sein, für die Spanier und die ganze Welt die Liebe; Sag uns: „Ihr seid mein Schatz, ich bin eure Mutter, fürchtet euch nicht“. Amen.“

Erinnerung an Zeit als Missionar in Peru

Leo XIV. war bevor er Papst wurde lange Zeit als Missionar in Peru tätig. Daran erinnerte er in freien Worten nun in Barcelona: „Mit großer Rührung habe ich an meine Jahre als Pfarrer der Pfarrei Santa Maria de Montserrat in Trujillo, Peru, zurückgedacht. Die Moreneta hat mich immer begleitet. Danke, Katalonien, für euren Glauben."

„Die Moreneta hat mich immer begleitet. Danke, Katalonien, für euren Glauben“

Grußworte von Abt und Bischof

Vor dem Rosenkranzgebet fuhr der Papst unter Glockengeläut auf den Vorplatz der Basilika, wo er vom Abt des Kloster, dem Ortsbischof und rund 1.000 Kindern begrüßt wurde. Das Benediktinerkloster ist Wirkungsstätte eines der ältesten Knabenchöre Europas, der die Gebetsfeier musikalisch untermalte. 

Der  Abt von Montserrat, Manel Gasch i Hurios, sagte in seinem Grußwort: „Ihr Besuch bestärkt uns im Glauben und bestätigt uns in der Bedeutung dieses jahrtausendealten Heiligtums und Klosters“. Er formulierte die Hoffnung, dass das Pilgern zum Wallfahrtsort für alle Pilger „ein Weg zu Jesus Christus“ sein könne.

Der Bischof von Sant Feliu de Llobregat, Br. Xabier Gómez García, sprach in seinem Grußwort vor dem Papst von „unermessliche Freude, Sie auf dem heiligen Berg von Montserrat zu empfangen, wohin das katalanische Volk und viele Pilger hinaufsteigen, um dem Herrn Jesus unter dem Blick der Moreneta zu begegnen.“

Segen für Gläubige und Pilger

Nach dem Rosenkranzgebet wandte sich der Papst vom Balkon aus mit spontanen Worten an die versammelte Gemeinde auf dem Vorplatz der Basilika und spendete seinen Segen.

Die Abtei Unserer Lieben Frau von Montserrat liegt etwa 40 km von Barcelona entfernt auf einer Höhe von 720 Metern an einem Berghang. Teil der historischen Klosterstruktur sind das antike Portal einer romanischen Kirche aus dem 12. und ein gotischer Kreuzgang aus dem 14. Jahrhundert. (vn 10)

 

 

 

 

Papst in Barcelona: Propheten der Einheit sein, auch wenn es Opfer erfordert

 

Christen sollten in einer von Spaltungen zerrissenen Welt Baumeister der Einheit sein. Das hat Papst Leo beim Gebet der Mittagshore in der Kathedrale Santa Creu i Santa Eulàlia von Barcelona gesagt. Unmittelbar vor der Begegnung war er, von Madrid kommend, in der katalanischen Metropole eingetroffen. Papst Leo sprach während seiner Ansprache absatzweise auch den für die Gegend typischen Dialekt, der dem Spanischen nur entfernt ähnelt.

Der Papst verweilte nach Einzug in die Kathedrale zunächst einen Moment zum Gebet in der Kapelle, in der das Allerheiligste aufbewahrt wird. Nachdem Leo XIV. Platz genommen hatte, wurde in der Kirche die Mittagshore gebetet, die eine Atmosphäre der Andacht und des Innehaltens schuf.

Gemeinsam für Einheit einstehen

In seiner Predigt wandte sich der Papst an die anwesenden Gläubigen, darunter die Weihbischöfe, Diözesanvertreter, Mitarbeiter der Kathedrale und freiwilligen Helfer. Dementsprechend dicht war die erste Ansprache des Kirchenoberhauptes bei seiner Etappe in Barcelona.

Die versammelten Kirchenvertreter rief Leo auf, gemeinsam für Einheit einzustehen und dabei nicht zu vergessen, dass jedes Glied, auch das schwächste, eine zentrale Rolle im Gesamtgefüge habe. Besonders in einer von Spaltungen und Individualismus geprägten Welt seien die Christen dazu berufen, Zeugen der Einheit, des Friedens und der Gemeinschaft zu sein und so am Aufbau einer versöhnten Gesellschaft mitzuwirken.

Ausgehend von zwei Bildern, dem des Leibes und der Braut – in Sacrosanctum Concilium (84) wird das Stundengebet als „Stimme der Braut, die zum Bräutigam spricht“ bezeichnet -  erläuterte Papst Leo die Bedeutung des Zusammenhaltes in der Gemeinschaft.

„Das erste Bild erinnert uns daran, dass die Kirche – und insbesondere diese Versammlung, die reich ist an Gaben, Charismen und den vielfältigen Lebensgeschichten jedes Einzelnen – vor allem eine geliebte Braut ist“, so Leo, der mit Blick auf eine Empfehlung seines Vorgängers Franziskus unterstrich, dass die Diözesangemeinschaft stets „von der Begegnung mit Christus“ ausgehen müsse, um „in der Geschwisterlichkeit und in der Verkündigung der Frohbotschaft des Evangeliums“ zu wachsen.

Ein familiäres Umfeld

„Seine (Franziskus', Anm.) Worte zeigen, welches Klima wir in unserem Umfeld, in den Familien, in den Pfarreien, an den Arbeits- und Ausbildungsstätten, in den Einrichtungen der Kurie und in jedem anderen Lebensbereich verbreiten sollen: ein familiäres Klima, in dem wir zusammen leben, uns unserer gemeinsamen Kindschaft und Berufung bewusst sind, solidarisch, offen, fähig zu Barmherzigkeit, zu Opfer, gegenseitiger Achtung und Vergebung.“

Barcelona blicke diesbezüglich auf eine „große kirchliche Tradition“ zurück, lobte der Papst mit Blick auf den Einsatz der Gemeinschaft „jenseits aller Polarisierung für Harmonie und Gemeinschaftsbildung", den schon Johannes Paul II. bei seinem Besuch 1982 hervorgehoben habe.

Wie in einem Leib

Dies führe zum „zweiten Bild“, dem des Leibes, das in der Lesung thematisiert wurde:

„Wenn Christus der Bräutigam ist, der uns zuerst geliebt hat, so ist er auch das Haupt, mit dem wir als Glieder eines einzigen Leibes verbunden sind, einer im Dienst des anderen“, so Leo, der jeden Einzelnen dazu aufrief, die „empfangenen Charismen unter Achtung der anvertrauten Dienste“ einzubringen.

„Wie in einem Leib gibt es auch unter uns stärkere und schwächere Glieder: einige sind sichtbar und erfüllen nach außen hin klare Aufgaben, andere sind verborgen und wirken von innen heraus“

„Wie in einem Leib gibt es auch unter uns stärkere und schwächere Glieder: einige sind sichtbar und erfüllen nach außen hin klare Aufgaben, andere sind verborgen und wirken von innen heraus – manchmal unermüdlich und in lebenswichtigen Funktionen, ohne dass es jemand bemerkt“, so das Kirchenoberhaupt. Zwar gebe es „viele Bilder“, mit denen Vielfalt und Bedeutung der Rollen und Aufgaben der einzelnen Akteure veranschaulicht werden könnten, doch die Botschaft sei „immer dieselbe“:

„Im Reichtum der empfangenen Gaben sind wir stark, weil wir vereint sind und wir sind vereint, weil wir vom selben Geist beseelt sind, dem Geist Christi, welcher der Geist der Gemeinschaft ist, zum Heil aller (vgl. Eph 4,4).“

Daher sei es „für jeden von uns wichtig“, nicht zuzulassen, dass die von Gott gewollte „Einheit zerstört“ werde, mahnte Leo XIV.. Barcelona werde auch als „Cap i Casal de Catalunya“ bezeichnet, wechselte er erneut ins Katalanische:

„Dies verleiht dieser Gemeinschaft, euch allen, den Einwohnern Barcelonas und den Katalanen, eine besondere Berufung und Verantwortung, mit Gottes Hilfe zu Baumeistern der Einheit zu werden.“

Friedenszeugen in einer zerrissenen Welt

„In diesem Geist wollen auch wir in einer von Kriegen und Spaltungen zerrissenen Welt, in einer zunehmend fragmentierten und individualistischen Gesellschaft ,Märtyrer' sein, das heißt, Zeugen und Propheten der Einheit, der Aufnahme, der Eintracht und des Friedens, selbst wenn dies Opfer und Verzicht erfordert“

In Kürze werde die Gemeinschaft die Reliquien der heiligen Eulalia verehren, die Mitpatronin der Kathedrale, der Erzdiözese und der Stadt, unterstrich Leo XIV. mit Blick auf das Martyrium der Jungfrau, die der Legende nach wegen ihres christlichen Glaubens unter Kaiser Diokletian nach schwerer Folter im Jugendalter getötet wurde. Wie der heilige Augustinus betont habe, seien alle Christen mit den Märtyrern verbunden, da sie demselben Leib Christi angehörten – auch wenn sie die Heiligkeit der Märtyrer nicht erreichen, paraphrasierte Papst Leo den heiligen Gründer seines Ordens:

„Liebe Brüder und Schwestern: In diesem Geist wollen auch wir in einer von Kriegen und Spaltungen zerrissenen Welt, in einer zunehmend fragmentierten und individualistischen Gesellschaft ,Märtyrer' sein, das heißt, Zeugen und Propheten der Einheit, der Aufnahme, der Eintracht und des Friedens, selbst wenn dies Opfer und Verzicht erfordert.“

Wie die Jungfrau Eulalia und viele andere Märtyrer auch gelte es, mit unserem „Ja“ zu antworten, „wenn nötig dazu bereit, uns selbst zu sterben, unser Leben zu verlieren, um es wiederzufinden, auf das Überflüssige zu verzichten, um auf dem aufzubauen, was wesentlich ist und ewig währt (vgl. Mt 16,24-26)“, so der abschließende Appell des Papstes.

Gebet am Grab der Heiligen Eulalia

In seinen Grußworten vor der Papstansprache dankte der Erzbischof von Madrid, Kardinal Juan José Omella Omella, dem Papst „von Herzen“ dafür, die Einladung angenommen zu haben. Er betonte, der erste „Akt“ in der katalanischen Stadt sei das gemeinsame Stundengebet, so Omella, dessen Diözese den Papst „mit großem Enthusiasmus“ empfange.

Nach Abschluss der Sext begab sich der Papst in die Krypta der Kathedrale, um dort am Grab der Heiligen Eulalia zu beten. Danach wandte sich der Papst vor der Kathedrale mit spontanen Worten an die versammelten Gläubigen: 

„Mit großer Freude grüße ich euch alle, euch alle, danke, dass ihr hier seid. Danke für eure Geduld. Danke für eure Freude. Lasst uns alle den Glauben an Christus feiern. Jesus Christus, der uns dazu berufen hat, als ein Volk zu leben, vereint im Glauben. Gott segne euch alle."

Danach ging der Papst zu Fuss zur Erzbischöflichen Residenz, um dort in privatem Rahmen zu Mittag zu essen.

Bis Donnerstag wird sich Papst Leo – nebst einem Abstecher nach Montserrat am Mittwoch – in Barcelona aufhalten, bevor er nach Las Palmas de Gran Canaria weiterreisen wird. (vn 9)

 

 

 

 

Historisch: Der Papst im spanischen Parlament

 

Leo XIV. hat eine historische Rede im spanischen Parlament gehalten. Dabei erinnerte er die Abgeordneten beider Kammern in Madrid an den absoluten Vorrang der Menschenwürde. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

„Jede wahrhaft gerechte Gesellschaft gründet auf der Anerkennung der unantastbaren Würde des Menschen“, so der Papst. „Diese Würde geht jeder Zuerkennung vonseiten des Staates voraus und darf nicht wechselhaften gesellschaftlichen Konsensen oder den momentanen Mehrheitsmeinungen untergeordnet werden. Sie steht jedem Menschen allein aufgrund seiner Existenz zu und muss daher jede positive Rechtsordnung prägen.“

Damit nahm Leo den Gedanken auf, den sein Vorgänger Benedikt XVI. im September 2011 bei einem denkwürdigen Auftritt vor dem Deutschen Bundestag in Berlin ausgefaltet hatte. Zugleich proklamierte Papst Leo, dass die Rede von der Menschenwürde „nicht abstrakt bleiben“ dürfe. Er forderte dementsprechend den Schutz des Lebens, mehr Hilfen für Familien, einen menschlichen Umgang mit Migranten und auf internationalem Level stärkeres Engagement für Frieden, Abrüstung und den Schutz des Völkerrechts.

„Jede gerechte Gesellschaft gründet auf der Anerkennung der Würde des Menschen“

Am Eingang des „Palacio de las Cortes“, der sich in der Madrider Innenstadt auf dem Gelände eines früheren Klosters erhebt, war der Papst von den Präsidenten des Kongresses und des Senats willkommen geheißen worden. Die Hymnen Spaniens und der Vatikanstadt erklangen. Auch wenn einige Politiker zumal der linken Protestpartei „Podemos“ vorab Zweifel daran geäußert hatten, ob die Einladung eines Papstes in die Kammer opportun sei, war das Halbrund doch vollbesetzt. Auch die Spitzenvertreter des Verfassungs- und des Obersten Gerichts waren erschienen, außerdem der von Korruptionsvorwürfen gegen seine Partei PSOE in die Schusslinie geratene sozialistische Regierungschef Pedro Sánchez. Auf der Besuchertribüne waren zwei seiner Vorgänger im Amt des Ministerpräsidenten zu sehen, José Maria Aznar und Mariano Rajoy, beide von der oppositionellen konservativen Volkspartei PP. Vor Beginn seines Auftritts im Plenarsaal schüttelte der Papst mehreren herausragenden Abgeordneten die Hand, darunter Santiago Abascal von der rechtsextremen Vox-Partei. 

Leo machte klar, dass er seinen Besuch in der Herzkammer der Madrider Politik als „Zeichen der Verbundenheit mit Spanien“ verstanden wissen wollte, nicht etwa als Einmischung in eine Sphäre, die ihn nichts angehe. Die Kirche „respektiert die Eigenständigkeit der Institutionen“, versicherte er gleich zu Beginn seiner auf Spanisch verlesenen Rede. Er zitierte Don Quijote und den Denker Miguel de Unamuno, bezog sich aber vor allem auf die „Schule von Salamanca“ des 16. Jahrhunderts, um hervorzuheben, dass Spanien schon früh den Menschen eingestuft habe „als jemanden, dessen Würde über jedem Nutzen steht und in dessen Dienst die Gesetzgebung steht“.

Die „Frage von Salamanca“

„So führten sie in die geschichtliche Unterscheidung die Frage nach dem unantastbaren Wert jedes Menschen und den ethischen Grenzen der Macht ein. Man muss anerkennen, dass die Gesellschaft und auch die Kirche nicht immer den Einsichten gerecht wurden, die in ihrer eigenen christlichen Tradition Widerhall fanden.“

Die „Frage von Salamanca“ beschäftige Politik und Gesetzgebung auch heute noch. Wenn die Überzeugung vom absoluten Vorrang der Menschenwürde lebendig bleibe, werde das Recht „zum Schutz für alle und zur Garantie gegen die Durchsetzung partikularer Interessen und Agenden“, sagte der Papst.

„In diesem Sinne stellt sich die Frage: Welche Zukunft haben unsere Gesellschaften, wenn das Leben nicht mehr als grundlegender Wert anerkannt wird? Kann eine Gemeinschaft, die das ungeborene Kind, den alten Menschen, den Kranken, den still Leidenden oder denjenigen, der ganz auf die Fürsorge anderer angewiesen ist, ausblendet, als wirklich gerecht bezeichnet werden? Die Verteidigung des menschlichen Lebens ist weder eine Partei- noch eine konfessionelle Angelegenheit: Sie ist ein zivilisatorisches Ziel. … Deshalb zeigt sich die moralische Größe einer Nation vor allem in ihrer Fähigkeit, jene Leben zu begleiten, zu schützen und zu lieben, die sich in einer besonders fragilen Lage befinden.“

Lebensschutz, Hilfe für Familien, menschlicher Umgang mit Migranten

Leo XIV. fuhr fort, indem er Familien als „erste Schule der Menschlichkeit“ bezeichnete; wer sie unterstütze, stärke die Stabilität der Nation. Im Schulwesen müssten die moralischen, kulturellen und religiösen Überzeugungen der Eltern respektiert werden. „Auch die tragische Migrationskrise stellt heute eine Anfrage an das Gewissen der Nationen und an die ethischen Grundlagen der internationalen Ordnung dar.“ Das Thema Migranten sei „weit mehr als eine rein demografische oder wirtschaftliche Frage“, nämlich „eine vorrangig moralische und rechtliche Angelegenheit“.

„Die Situation von Migranten und Flüchtlingen erfordert eine Antwort, die den Menschen in den Mittelpunkt stellt, die die Ursachen ihres Weggangs angeht und über die bloße Steuerung der Migrationsströme hinausgeht. (…) In den letzten Jahren haben die immer gefährlicher werdenden Routen die enormen Kosten dieses oft verschwiegenen oder ignorierten Problems deutlich gemacht. (…) Keine Nation kann eine Herausforderung dieser Größenordnung alleine bewältigen. Daher ist eine koordinierte, solidarische und wirksame Reaktion unerlässlich, die den Migranten Schutz, Aufnahme und echte Integrationschancen gewährleisten kann. Wenn die institutionelle Reaktion nahbar, gerecht und koordiniert ausfällt, sind Grenzen nicht länger Orte der Verlassenheit, sondern können zu Räumen werden, in denen die Menschenwürde verantwortungsvoll geschützt wird.“

Frieden, Abrüstung, Religionsfreiheit

Dann ging Leo zum Thema Frieden über. Er rief „nach einem öffentlichen Diskurs, der Andersdenkende respektiert“, und einem achtsamen Umgang mit Sprache (das galt der aufgeheizten spanischen Innenpolitik) und nach „diplomatischem Mut“, Abrüstung und dem Respekt des Völkerrechts (das galt der internationalen Ebene). „Die internationale Gemeinschaft ist gefordert, den unschätzbaren Wert des Dialogs als geduldigen Weg zu gerechten und dauerhaften Vereinbarungen wiederzuentdecken, die auf der Einhaltung von Verträgen, der Transparenz diplomatischer Maßnahmen und dem aufrichtigen Willen beruhen, den Frieden der Anwendung von Gewalt vorzuziehen.“ Der Papst nannte des Weiteren die Gedanken-, Gewissens- und Religionsfreiheit eine „Frage, die für jede wahrhaft demokratische Gesellschaft entscheidend ist“, und verteidigte das Beichtgeheimnis sowie das Recht „des Religiösen“, sich nicht aus der Öffentlichkeit ins Private verdrängen zu lassen.

„Möge diese edle Nation niemals die Erinnerung an ihre Wurzeln verlieren, noch den Mut, in die Zukunft zu blicken. Möge Spanien weiterhin ein Ort der Begegnung, der Kultur, der Solidarität und der Hoffnung sein. Und möge es im öffentlichen Leben stets gelingen, die Festigkeit der Überzeugungen mit der Noblesse des Dialogs und der Größe des Dienstes zu verbinden.“

 „Politische Vielfalt sollte nicht in eine permanente Abwertung des Gegners ausarten“

Parteipolitisch lässt sich die Rede des Papstes im Parlament keiner Seite zuordnen. Die sozialistische Minderheitsregierung von Regierungschef Pedro Sánchez dürfte sich in ihrer internationalen Friedenspolitik und der Massenlegalisierung sogenannter „illegaler“ Einwanderer bestätigt fühlen; Leos Worte zu Familie, Schule und Lebensschutz ähneln hingegen eher den Anliegen der konservativen oppositionellen Volkspartei. An ausnahmslos alle gerichtet war der Appell des Papstes zur Versachlichung der innenpolitischen Debatten. „Politische Vielfalt sollte nicht in eine permanente Abwertung des Gegners ausarten“, das schrieb Leo an diesem Montag vor allem den spanischen Parteien ins Stammbuch. Nach seiner Rede klatschten die Anwesenden im Stehen minutenlangen Beifall; von der vollbesetzten Besuchertribüne war sogar mehrfach ein Viva il Papa zu hören. (vn 8)

 

 

 

 

Im Stadion von Madrid: „Tor!“ gegen Diskriminierung und Rassismus

 

Beim Treffen mit der Diözesangemeinschaft von Madrid im Bernabéu-Stadion – Heimstatt des weltbekannten Clubs Real Madrid – berichteten Teilnehmer dem Papst am Abend des dritten Reisetages von ihren Erfahrungen. Im Verlauf der Begegnung, die von Anspielungen auf Fußball durchzogen war, gab es auch einen wahrhaften „Match-Kommentar“, wo von einer „barrierefreien“ Aufnahme für Migrantenfamilien und vom „hohem Pressing“ für Gottsuchende, die eine pastorale Antwort brauchen, die Rede war. Edoardo Giribaldi und Christine Seuss – Vatikanstadt

Im Stadion Santiago Bernabéu, der „Heimstatt“ von Real Madrid, hallt an diesem Abend sehr oft ein Wort wider, das mehr als viele andere vereint: „Tor!“ Die Torschüsse der „Blancos“, wie die Mannschaft von Real Madrid genannt wird, werden ja schließlich aus jedem Winkel gefilmt und noch Wochen später von Fußballbegeisterten diskutiert.

Doch es gibt auch Treffer, die nicht in die Annalen des Spektakelfußballs eingehen, die in Stille und Diskretion erzielt werden, aber vielleicht noch entscheidender sind: ein Mensch, der den Weg nach Hause findet, eine Familie, die die Hoffnung wiederentdeckt, ein Jugendlicher, der einen neuen Sinn für sein Leben erkennt, ein Migrant, der aufhört, sich unsichtbar zu fühlen, ein älterer Mensch, der sich wieder begleitet fühlt. Das sind die „Tore der Kirche“, die beim Treffen mit dem Papst an diesem Abend, 8. Juni 2026, das Leitmotiv der Erfahrungsberichte bilden.

Fürchte nicht die Stille, sondern die Dissonanz

Dieser öffentliche Termin zum Abschluss des dritten Reisetages in Spanien ist ein wahres Eintauchen in die „Spielaktionen“, die nicht nur auf dem Rasen des Bernabéu, sondern in ganz Madrid Gestalt annehmen - manchmal auch gut „behütet“ im Schatten einer „parpusa blanca“, der traditionellen Madrider Kopfbedeckung, die der Papst als Willkommensgruß erhalten hat.

Die ersten Worte richtete der Erzbischof von Madrid, Kardinal José Cobo Cano, an den Papst, in denen er die Aufforderung des heiligen Augustinus aufgriff, „mit dem Leben zu singen“, indem dabei die verschiedenen Stimmen einer Kirche zum Einsatz kommen, die in der spanischen Hauptstadt keine Scheu habe, Prozesse in Gang zu setzen, und es vorziehe, „die Stimmen in Einklang zu bringen“, anstatt sie zu erheben.

Ein guter Gesang, so fuhr der Erzbischof fort, lasse zudem Raum für die Stille, die vom Papst selbst in seinen früheren Ansprachen so sehr gewürdigt wurde und die es ermögliche, „das Flüstern des Geistes zu entdecken, das in der Freiheit und im Inneren jeder Stimme widerhallt“. Nicht das Schweigen sei das Problem, so Cobo Cano, sondern die Dissonanz: „Eine Kirche, in der jede Realität für sich singt, mag sehr aktiv sein, ist aber nicht unbedingt bedeutungsvoll.“ Das ist die „diskrete“ Philosophie der Madrider Kirche, in der „jeder ohne allzu viele Erklärungen unsererseits erkennen kann, dass dieser Gesang nicht nur von uns, sondern von Gott ausgeht und dass in ihm eine Hoffnung wohnt, die es wert ist, gehört zu werden“.

Synergie zwischen Laien und Priestern

Nach der Begrüßung durch den Kardinal und der Vorführung eines Videos, das „die Realität Madrids“ schildert, nahm diese im ersten Beitrag Gestalt an, nämlich dem von Susana Aregui, Vertreterin des Diözesanrats der Laien. Sie berichtete, dass sie die universelle Mission der Kirche stark spüre, die dazu berufen sei, in „Mitverantwortung und Gemeinschaft“ zu wachsen, im Zusammenwirken von Hirten, Priestern und Ordensleuten mit Bewegungen, Vereinigungen und neuen Realitäten. Diese seien „nur dann fruchtbar, wenn wir in der Gemeinschaft unsere Charismen in den Dienst der Kirche und der Evangelisierung stellen“.

Anschließend ergriff Jesús Moure das Wort, ebenfalls Pastoralratsmitglied und zweifacher Familienvater mit Behinderung: „In den Momenten der Freude und der Schwierigkeiten des Lebens habe ich mich auf die Familie und die Kirche gestützt und die Kraft des Herrn an meiner Seite gespürt, um meinen Glauben zu leben“, so Moure. Die Realität der Pastoralräte sei „nach außen gerichtet, auf Mission“, denn sie wolle alle erreichen und die Einheit der Aktivitäten und Bestrebungen zwischen Laien und Priestern durch die Anwesenheit von Koordinatoren fördern, die von Kardinal Cobo Cano selbst gewünscht worden seien, so der Bericht des in der Gemeinde aktiven Familienvaters.

Der dritte Bericht stammte von einem Priester, Fausto Calvo, der von den Treffen berichtete, die die Priester der Erzdiözese im Rahmen des sogenannten „Convivium“ abhalten. Durch dieses, so erklärte er, werde deutlich, dass – wie der heilige Johannes Paul II. bekräftigte – „der priesterliche Dienst eine zutiefst gemeinschaftliche Form“ habe. Eine Harmonie, die nicht nur durch die Erzählung zum Ausdruck kommen sollte, sondern auch durch die offizielle Hymne des Convivium, die dem Papst vorgetragen wurde.

Die Live-Berichterstattung über die „gelungenen Aktionen“

Daraufhin folgte ein etwas ungewöhnlicherer Bericht in Form einer Live-Übertragung von zwei bekannten Sportjournalisten, die sonst für hochrangige Matches für die Zuschauer im Stadion und vor den Fernsehbildschirmen kommentieren, Manolo Lama und Paco González: „Heiliger Vater, hallo! Eine festliche Atmosphäre, ein bis zum Bersten gefülltes Stadion… aber Achtung, heute wird das große Spiel in ganz Madrid ausgetragen“, beginnt Manolo, der zusammen mit Paco die erste „Aktion“ beschreibt: die offenen Pfarreien in den schwierigsten Stadtvierteln. Ein „perfekter Pass gegen die Einsamkeit“, für ein Tor, das „ohne Scheinwerfer, aber mit viel Herz“ erzielt wurde. Ein weiteres Spielschema: „Eine volle Kantine, niemand fragt dich, woher du kommst … man empfängt dich mit einem Lächeln und gibt dir das Gefühl, zu Hause zu sein“. Ein makelloser Abschluss und ein Punkt gegen die Ungleichheit.

Angriff, sicher, aber auch Verteidigung, dieses „hohe Pressing“, das die Jugendlichen nicht allein lässt, die Gott suchen, aber nicht wissen, wo sie anfangen sollen … sie kommen mit Zweifeln, Verletzungen und Fragen. Hinter diesem Pressing steht die „Mannschaft der Pfarrei“, die keine Reden auf der Tribüne hält, sondern zuhört, begleitet und mitgeht, denn „niemand ist Ersatzspieler“, sondern alle sind Stammspieler.

Weiter: „Spielwechsel … wir haben eine Familie, die andere ohne Etikettierungen und ohne Angst aufnimmt … es sind Freiwillige der Caritas, die gerade erst andere Menschen aufgenommen haben, die vor kurzem in Spanien angekommen sind“. Was für eine Ballkontrolle, und was für ein Tor gegen den Rassismus, jubelt der Sportjournalist. Eine Mannschaft also, die sich nicht in der Verteidigung verschanzt, sondern „den Blick hebt“, ohne Einzelstars und mit vollem Einsatz bis zum Schlusspfiff.

Gegen Rassismus und Diskriminierung

Im Folgenden gibt es dann der Bericht derjenigen, die direkt von diesen „Toren“ profitieren: eine Migrantenfamilie, Jorge Barco und Liliana Torres, ein peruanisches Ehepaar, das seit 29 Jahren verheiratet ist und vor vier Jahren mit einem Ziel nach Spanien kam: „unserer Tochter einen sichereren Ort zum Leben zu bieten, an dem sie eine höhere Ausbildung absolvieren kann, die es ihr ermöglicht, sich eine bessere Zukunft aufzubauen“. Der anfänglichen Angst, geschürt durch die „Geschichten, die wir über Rassismus und Diskriminierung gehört hatten“, stand eine herzliche Aufnahme gegenüber, die den beiden Eltern die Möglichkeit gab, das empfangene Wohlwollen aktiv zurückzugeben. „Bei der Caritas haben wir die Möglichkeit, ehrenamtlich tätig zu sein und im Rahmen des Programms EASE (Raum für sozialpädagogische Begleitung) als Betreuer für Kinder im Vor- und Jugendalter zu arbeiten. Außerdem nehmen wir als Betreuer am Programm Mamartesanas teil, wo wir Mütter, von denen viele in prekären Situationen leben, unterstützen, indem wir ihnen einen ruhigen und einladenden Ort bieten“.

Die Antwort auf die Fragen des Lebens

Zum Abschluss die Geschichte von Álvaro, einem 33-jährigen Neugetauften, der lange Zeit „einen Weg gegangen ist, der Gott völlig fremd war, und zwar nicht nur fremd, sondern auf dem er den Herrn bewusst abgelehnt hat“. Die Fragen nach dem Sinn des Lebens stellen sich jedoch unweigerlich, und die Antworten fehlen. „Aus diesem Gefühl heraus entstand ein neues Interesse an den Dingen Gottes; ich begann, die Schönheit und den perfekten Plan in allen Dingen dieser Welt zu sehen, Dinge, die ich zuvor nicht gesehen hatte.“ Seine alte Schulbibel, die bei seiner Mutter aufbewahrt wurde, zog ihn über ein Jahr lang an, „bis ich eines Tages, als ich dort war, beschloss, sie mit nach Hause zu nehmen. Die ersten Seiten der Genesis faszinierten mich, und ich konnte es kaum erwarten, das Zeugnis von Jesus im Neuen Testament zu lesen“. Nach und nach, so erzählt Álvaro, habe er „die Angst verloren“ und gesehen, wie sich sein Leben veränderte. „Das war der größte Segen, den ich in meinem Leben erhalten habe.“ „Jetzt, in weniger als einem Monat, werde ich heiraten, und es geht nicht mehr nur um mich, sondern darum, gemeinsam mit meiner Familie näher zu Gott zu kommen.“ (vn 8)

 

 

 

Kirchen würdigen ökumenische Krankenhausseelsorge

 

Die katholische und die evangelische Kirche in Deutschland haben heute (8. Juni 2026) die ökumenische Krankenhausseelsorge gewürdigt. Anlässlich der Vorstellung einer gemeinsamen Logopräsenz dankten Bischof Dr. Peter Kohlgraf (Mainz), Vorsitzender der Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz, und Landesbischof Friedrich Kramer von der Evangelischen Kirche in Mitteldeutschland für den Dienst von rund 2.000 Krankenhausseelsorgerinnen und -seelsorgern in Deutschland.

„Die Zusammenarbeit der evangelischen und katholischen Krankenhausseelsorge ist ein starkes ökumenisches Zeugnis. Im Krankenhaus wird Ökumene nicht zuerst diskutiert, sondern gelebt – im gemeinsamen Dienst an den Menschen“, so Bischof Kohlgraf in einem Video-Grußwort. Er fügte hinzu: „Gerade in einer Zeit, in der viele Menschen nach Orientierung suchen und kirchliche Präsenz nicht mehr selbstverständlich ist, hat die Krankenhausseelsorge eine besondere Bedeutung. Sie ist ein Ort, an dem Menschen Kirche oft in sehr konzentrierter und glaubwürdiger Weise erfahren.“

Landesbischof Kramer formulierte in seinem Gruß für die Kirchen der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD): „In den Kliniken unseres Landes ist die Ökumene tägliche vertrauensvolle Praxis. Wenn Du krank bist, fragst Du manchmal nicht: Kommt jetzt der Priester oder Pfarrer oder die Pfarrerin. Es ist gut, wenn jemand vorbeikommt. … Und Seelsorgende schauen auch nach den Ärztinnen und Ärzten, nach dem Pflegepersonal und den Reinigungskräften.“ Mit Blick auf das Logo unterstrich er: „Wo dieses Logo draufsteht, da ist verlässliche, hochqualifizierte christliche Seelsorge drin: zugewandt, professionell und vom Evangelium her gedacht.“

Das Logo ist von einer ökumenischen Arbeitsgruppe entwickelt worden. Die Wort-Bild-Marke ist inspiriert von frühchristlichen Christusmonogrammen und kombiniert ein Kreuz mit den stilisierten Buchstaben K und S, ergänzt durch den Schriftzug Krankenhausseelsorge. Das Logo steht für die Qualität und Verlässlichkeit kirchlicher Krankenhausseelsorge und kann überall dort geführt werden, wo kirchlich beauftragte und entsprechend qualifizierte Seelsorgerinnen und Seelsorger diesen Dienst verantworten. Im Laufe der Jahre hat sich Krankenhausseelsorge immer weiter professionalisiert und genießt hohe Anerkennung und Wertschätzung. Sie richtet sich nicht nur an Patientinnen und Patienten, sondern auch an Angehörige und Klinikpersonal – unabhängig von deren religiös-weltanschaulicher Zugehörigkeit. Die Seelsorgerinnen und Seelsorger sind in nahezu jedem größeren Krankenhaus vertreten, egal ob freigemeinnützig, privat oder kommunal betrieben oder Uniklinikum.

Zudem besteht seit Langem eine intensive ökumenische Zusammenarbeit in den einzelnen Kliniken wie auf übergeordneter Ebene. Diese hat in den vergangenen Jahren auch durch Rahmenvereinbarungen zwischen Diözesen und Landeskirchen an Struktur und Verbindlichkeit gewonnen. Konkret bedeutet dies etwa die ökumenische Aufteilung von Stationen, gemeinsame Rufbereitschaft und gegenseitige Vertretung in klinischen Ethikkomitees und vielerorts auch eine gemeinsam verantwortete Ehrenamtsarbeit. Die geistlichen Angebote von evangelischer und katholischer Krankenhausseelsorge sind keine Konkurrenz, sondern ergänzen sich gegenseitig.

Vor diesem Hintergrund soll das ökumenische Logo Krankenhausseelsorge als ein gemeinsames, flächendeckendes und qualitätsgesichertes Angebot von katholischer und evangelischer Kirche sichtbar machen. Ergänzend zu bestehenden lokalen und regionalen Logos wird es mit zunehmender Verbreitung einen deutschlandweiten Wiedererkennungseffekt bieten. Dbk 8

 

 

 

Kulturtreffen in Madrid: Papst erinnert an Europas christliche Wurzeln

 

Von der spanischen Hauptstadt aus hat Leo XIV. Europa an seine christlichen Wurzeln erinnert. „Kann man wirklich glauben, dass das Europa, das wir so sehr lieben, ohne die Spuren des Glaubens dasselbe wäre?“, so der Papst vor Persönlichkeiten aus Kultur und Kunst, Wirtschaft und Sport am Sonntagabend in Madrid. Stefan von Kempis

Diese Frage warf der Papst am zweiten Tag seines Spanienbesuchs bei einer Rede in der „Movistar Arena“ auf. „Ein objektiver Blick zeigt, dass vom Glauben bewegte Männer und Frauen Krankenhäuser und Schulen errichtet, solidarische Initiativen ins Leben gerufen und eine Sprache benützt haben, die die Würde des Menschen achtet.“

Das sagte Leo XIV., der aus den USA stammt und lange in Peru gewirkt hat, bei seiner Begegnung mit Persönlichkeiten aus den Bereichen Kunst, Kultur, Wirtschaft und Sport. Etwa 15.000 Menschen nahmen an der Begegnung teil. Sie empfingen den Papst mit einem fast zehnminütigen Applaus.

„Habt keine Angst!“

„Deshalb ist es angebracht, sich ehrlich zu fragen, ob die Welt – und insbesondere Europa – ihre Identität ohne den geistigen Einfluss, der ihre Geschichte geprägt hat, hätte entwickeln können.“ Das sei „keine Provokation, sondern eine Einladung“, erläuterte der Papst. Es gelte, darüber nachzudenken, „ob die Ewigkeit, die durch die Menschwerdung Jesu Christi in Raum und Zeit eingedrungen ist, wieder mit dem Alltäglichen versöhnt werden kann“. Der Verweis auf Christus machte klar, dass es Papst Leo in diesem Moment speziell um die christlichen Wurzeln Europas ging.

„Kann man wirklich glauben, dass das Europa, das wir so sehr lieben, ohne die Spuren des Glaubens dasselbe wäre? Warum sollten wir uns davor fürchten, dass die Ewigkeit den Alltag durchdringt? Der Ruf meiner Vorgänger ist noch immer lebendig: Habt keine Angst! Öffnet, ja reißt die Tore weit auf für Christus! Christus nimmt nichts und gibt alles.“

„Warum sollten wir uns davor fürchten, dass die Ewigkeit den Alltag durchdringt?“

Johannes Paul, Benedikt und Franziskus

Das war ein wörtliches Zitat aus der Predigt von Papst Johannes Paul II. (1978-2005) bei seiner Amtseinführung im Oktober 1978 in Rom. Wobei das „Christus nimmt nichts und gibt alles“ auf die Amtseinführung von Benedikt XVI. (2005-13) zurückgeht. An dieses Doppelzitat schloss Leo etwas unvermittelt einen Passus an, der sich um die soziale Frage dreht und der sich an sein Schreiben „Dilexi te“ anlehnt – ein Schreiben, das zu großen Teilen auf seinen Vorgänger Franziskus (2013-25) zurückgeht.

„Ich möchte mit lauter Stimme fragen: Wer wird trotz seiner Talente und Fähigkeiten ausgegrenzt? Wir dürfen nicht übersehen, dass die Lage der Armen ein Schrei ist, der in der Geschichte der Menschheit unser Leben, unsere Gesellschaften, die politischen und wirtschaftlichen Systeme sowie die Kirche ständig herausfordert.“

„Wer wird trotz seiner Talente und Fähigkeiten ausgegrenzt?“

Antonio Banderas und der Vertrag von Lissabon

Über die mögliche Aufnahme eines Gottesbezugs in eine EU-Verfassung ist zu Beginn des Jahrhunderts erbittert gestritten worden. Befürworter, die an die jüdisch-christlichen Wurzeln des Kontinents erinnerten, scheiterten– wie dann auch die EU-Verfassung selbst letztlich nicht zustande kam. Eine Formulierung, die das „kulturelle, religiöse und humanistische Erbe Europas“ erwähnt, schaffte es aber 2009 in den EU-Vertrag von Lissabon.

Vor Papst Leo hatte schon der weltbekannte spanische Schauspieler Antonio Banderas („Zorro“, „Evita“) an den Beitrag des Christentums erinnert. „Wir übertreiben nicht, wenn wir sagen, dass die Kirche die größte Kunstproduzentin in der Geschichte der Menschheit gewesen ist… Bei der Suche nach Antworten auf die großen Fragen unserer Existenz nähern wir uns alle – auch wenn uns das nicht unbedingt bewusst ist – der Transzendenz an… In einer Welt, die hektisch wird und zersplittert, hilft uns die Kunst, die Tiefe und die Seele wiederzufinden, die uns künstliche Intelligenzen zu rauben versuchen.“

„Welches Erbe hinterlassen wir?“

Papst Leo bekannte, es sei bei einem Besuch in Spanien „unmöglich, die Spuren der Kreativität nicht zu bewundern, die seine Geschichte durchziehen und seine Identität prägen“. Doch stelle er sich dabei unwillkürlich auch eine Frage: „Welches Erbe hinterlassen wir der Zukunft und welche Art von Gemeinschaft lassen wir damit entstehen?“ Die Kirche sei sich „sowohl ihrer Erfolge als auch ihrer Fehler im Laufe der Geschichte bewusst“ – und sehne sich danach, im Dialog mit der heutigen Welt zu bleiben. Die entscheidenden Fragen lauten dabei aus der Sicht des Papstes: „Was bedeutet es, wahrhaft menschlich zu sein?“ Was säen wir? Welche Werte bewahren wir, welche lassen wir sterben?

„Das sind tiefgreifende, notwendige Fragen, die nicht ignoriert werden können. Um diese Fragen zu klären, bedarf es eines gesellschaftlichen Dialogs, den wir mit der Kunst des Netzknüpfens vergleichen können und der Begegnung, Zuhören, Dialog und Respekt erfordert.“ Die Kirche beteilige sich an diesem Dialog mit dem Anspruch, eine „Expertin in Menschlichkeit“ zu sein.

„Was bedeutet es, wahrhaft menschlich zu sein?“

Ein paar Tipps von einer „Expertin in Menschlichkeit“

„Dies bedeutet beispielsweise, dass die Universität der Arbeitswelt nicht den Rücken zukehrt und nicht auf die Wahrheit verzichtet; dass die Wirtschaft den Arbeitnehmer nicht nur als einen Faktor in der Gleichung ihrer Interessen betrachtet; dass die Kunst nicht nur für die Eliten bestimmt ist; dass der Sport nicht auf ein Spektakel reduziert oder zu einem reinen Geschäft gemacht wird; dass der technologische Fortschritt die Älteren, die Armen und diejenigen berücksichtigt, die keine Stimme haben.“

Es sei aus christlicher Sicht wichtig, dass man „die Gier der einen mäßigt und die Hoffnung der anderen nährt“. Und dass man – wie Leo XIV. es auch in seiner Enzyklika Magnifica humanitas getan hat – darauf beharrt, „dass wirtschaftliche und institutionelle Strukturen nur in dem Maße gerecht sind, wie sie der ganzheitlichen Entwicklung des Menschen dienen und die verantwortungsvolle Teilhabe aller fördern“.

„Die Gier der einen mäßigen und die Hoffnung der anderen nähren“

Neue Netze knüpfen

„Liebe Freunde, ich lade euch daher ein, … neue Netze zu knüpfen, die alle Lebensbereiche in Einklang bringen, um eine erneuerte Gesellschaft zu gestalten, in der die Zeit von Ewigkeit durchdrungen ist, die Kultur das Gedächtnis bewahrt und den Dialog fördert, die Bildung die Suche nach der Wahrheit mit kritischem Geist fördert, die Kunst Staunen weckt und edle Gefühle hervorruft, die Wirtschaft die Würde des Menschen anerkennt und die Arbeit weiterhin Motor der Hoffnung bleibt.“ Vn 8

 

 

 

 

Papst in Spanien: Nein zu Polarisierung, Ja zum Frieden

 

Leo XIV. hat Politik und Gesellschaft in Spanien dazu aufgerufen, der „Kultur der Konfrontation“ eine Absage zu erteilen. Zugleich lobte er den Einsatz Spaniens für Frieden und Völkerrecht. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

Samstagmittag im „Palacio Real“, dem Königspalast von Madrid: Kurz nach seiner Ankunft in Spanien, das er bis zum 12. Juni bereisen will, trifft der Papst auf die politische und gesellschaftliche Elite des Landes sowie auf Diplomaten. In seiner ersten großen Rede im Beisein von König Felipe VI. und dem sozialistischen Regierungschef Pedro Sánchez erinnert der Gast aus Rom zunächst an „die uralte Verbindung zwischen dem christlichen Glauben und diesem Land“. Und er lobt seine Gastgeber: „Es ist ein Volk voller Leidenschaft, das das Leben liebt und dies auch zeigt!“

Für „Prozesse der Läuterung und Versöhnung“

Doch schon im zweiten Absatz seiner Rede wirbt Leo „um eine tiefere Versöhnung und Zusammenarbeit zwischen den verschiedenen Kräften“ in Spanien, spricht von nötigen „Prozessen der Läuterung und Versöhnung“, vom Imperativ des Dialogs. Er beklagt die Orientierungslosigkeit vieler Menschen angesichts der Umbrüche unserer Epoche und stellt fest: „Unsere Zeit, die scheinbar von schrecklichen Ungleichgewichten und Konflikten erschüttert wird, schreit in ihrem Innersten nach Frieden...“

„Heute scheint die Versuchung, durch das Schüren von Polarisierungen an Popularität zu gewinnen, eher zu wachsen als abzunehmen; die Menschenwürde wird weiterhin verletzt. Deshalb brauchen wir Kultur, Innerlichkeit, eine freie und qualitativ hochwertige Bildung, wir brauchen Transzendenz. … Die katholische Kirche steht im Dienst dieses Verlangens des menschlichen Herzens. Nicht aufdringlich, sondern indem sie das Evangelium bezeugt...“

Erste große Rede von Papst Leo in Spaniens Hauptstadt Madrid: Ein Bericht von Radio Vatikan

„Wir müssen jenen identitären Ansätzen entfliehen, die alles zu erklären scheinen, aber die Welt mit Gespenstern und Feinden bevölkern“

Papst Leo ruft die Spanier dazu auf, „die spaltenden und polarisierenden“ Debatten, die ihr öffentliches Leben kennzeichnen, zu überwinden und sich speziell in den sozialen Medien vor „Vorurteilen“ und „tödlichen Impulsen“ zu hüten. Es gelte etwa beim Blick auf die spanische Geschichte, „von fruchtlosen Vereinfachungen zu einer fruchtbaren Anerkennung ihrer Komplexität zu gelangen“.

„Ich sehe hier eine besondere Berufung für Europa, bei der Spanien eine grundlegende und wichtige Rolle spielt", erklärte der Papst. Mit Blick auf die Versuchung rechtsextremer Politik, die in Gestalt der Partei Vox auch in Spanien seit etlichen Jahren im Aufwind ist, fügte er hinzu: „Die Vielschichtigkeit schätzen und ergründen, lernen, sie nicht zu leugnen und sie als Segen anzunehmen, jenen identitären Ansätzen entfliehen, die alles zu erklären scheinen, aber die Welt mit Gespenstern und Feinden bevölkern: Darin besteht die Aufgabe derer, die eine große Geschichte hinter sich haben.“

Sicherheit kommt nicht von Waffen und Mauern

Der Gast aus Rom fordert mehr Investitionen in Schulen, Hochschulen und Forschung, in lokale Gemeinschaften und zur Stärkung der Zivilgesellschaft. „Sicherheit, von der wir uns allzu oft einbilden, sie käme von Waffen und Mauern, entsteht vielmehr dadurch, dass wir lernen, gemeinsam mit anderen voranzugehen, gemeinsam zu wachsen, Seite an Seite. Eure eigene Geschichte bezeugt dies. Die Präsenz des Islam auf der Iberischen Halbinsel beispielsweise war eine langjährige politische, kulturelle und religiöse Gegebenheit. In dieser Zeit gab es nicht nur Konfrontation, sondern man versuchte auch, einen Raum für Begegnung, Gespräch und Dialog zwischen Christen, Muslimen und Juden über Sinn und Wahrheit zu schaffen.“

Leo erinnert in seiner Rede an einige große Gestalten Spaniens: die Heiligen Johannes vom Kreuz, Teresa von Ávila und Ignatius von Loyola, aber auch an die mittelalterlichen Philosophen Averroes (1126–1198), der Muslim, und Maimonides (1138–1204), der Jude war. Am Ende seines Auftritts fasst der Papst seine Erwartungen an Spanien noch einmal bündig zusammen.

Papst erwähnt Philosophen aus dem islamischen Spanien des Mittelalters

„Majestäten, Königliche Hoheiten, meine Damen und Herren, ich danke Ihrem Land für seine Treue zum Völkerrecht und zum Multilateralismus, die sich in einem aktiven Engagement für den Frieden und die Solidarität unter den Völkern niederschlägt. Gleichzeitig ermutige ich Sie, auch in Ihrem Land den Dialog und die soziale Freundschaft zu pflegen, die Perspektiven der Armen und der Jugendlichen bei der Gestaltung der Zukunft zu berücksichtigen, die Forderungen nach Autonomie und Einheit in Einklang zu bringen und den Prozess der europäischen Einigung voranzutreiben – nicht im Gegensatz zu anderen Mächten, sondern als ein Geschenk für die ganze Menschheitsfamilie. Gott segne Spanien!“

König spricht Thema Missbrauch an

König Felipe VI. hatte den Papst in einer kurzen Ansprache im Säulensaal seines Palastes willkommen geheißen. Dabei würdigte er die christliche Prägung Spaniens und die „immense soziale Arbeit“, die die Kirche leiste. Dazu stünden die Missbrauchsskandale – „die allerdings nicht representativ für die ganze kirchliche Gemeinschaft sind“ – in starkem Kontrast, so der Monarch. „Ihre Klarheit und Stärke sind wesentlich für einen Prozess der Heilung und der Entschädigung für den entstandenen Schaden; sie sind es für die Opfer, für die Gläubigen, für die Kirche und auch für die Gesellschaft als ganze.“

Es ist die neunte Reise eines Papstes nach Spanien, und die erste seit anderthalb Jahrzehnten. Außer Madrid wird Leo auch Barcelona und die Kanarischen Inseln besuchen. (vn 6)

 

 

 

 

Deutsche CV-Studenten: „Papst warnt uns vor Selbstabgrenzung“

 

Couleur tragende deutsche Verbindungsstudenten, vereint im Cartellverband, waren an diesem Freitag in Audienz bei Leo XIV. Die Worte des Papstes waren eine Bestärkung für die jungen katholischen Männer, er sprach aber auch die Gefahr einer Selbstabgrenzung an, sagte uns der oberste Repräsentant des Cartellverbandes David Piepenberg im Interview.

Der Münchner Germanistikstudent ist der sogenannte „Vorortspräsident“ des Cartellverbandes, dem deutschlandweit etwa 5.000 Studenten und 20.000 Ehemalige angehören. Gudrun Sailer fragte ihn zunächst nach seinen Eindrücken von der Papstaudienz.

Interview

David Piepenberg: Papst Leo hat sich als ein sehr nahbarer Papst gezeigt. Er hat einen starken Bezug zu uns als deutschen Studenten hergestellt. Er hat einige deutsche Worte verwendet, er hat einige Prinzipien unseres Verbandes angesprochen, die gezeigt haben, dass er sich wirklich die Zeit genommen hat, sich mit uns auseinanderzusetzen, uns angemessen zu empfangen. Das hat uns sehr gefreut und auch berührt.

Der Papst hat Sie unter anderem dazu aufgerufen, christlichen Humanismus in Deutschland und Europa zu leben. Was heißt das für die Angehörigen des Cartellverbandes, ungefähr 5000 in ganz Deutschland, was heißt das für Sie konkret?

Piepenberg: Eines unserer vier Prinzipien ist das Religio-Prinzip, im katholischen Glauben verankert zu sein. Das ist natürlich auch das christliche Menschenbild, das wir in unserem Leben, im Studium, aber eben auch bei uns in den Verbindungen pflegen und verinnerlichen müssen. Ich bin dem Papst sehr dankbar, dass er diese Formulierung gefunden hat und dass er uns dazu animiert hat, das nicht zu vergessen, sondern dass wir das auch immer lebende Beispiele dieses christlichen Humanismus sind.

Papst Leo hat Sie außerdem dazu eingeladen, die Bundestagsrede seines Vorvorgängers Papst Benedikt XVI. von 2011 zu vertiefen, vor allem hinsichtlich einer ganzheitlichen Ökologie des Menschen. Was verbindet Sie denn als Cartellverband mit Papst Benedikt?

Piepenberg: Papst Benedikt spielt bei vielen Verbindungen in unserem Verband eine ganz große Rolle, weil er in einigen Mitglied war. Das führt natürlich zu einem gewissen Stolz, dass er quasi unser Papst, nicht nur im deutschen Sinne, sondern auch ganz klar für unseren Verband. Aber das darf nicht dabei bleiben, dass das nur eine Galionsfigur ist, sondern man muss sich auch immer wieder inhaltlich damit auseinandersetzen, was dieser Papst Benedikt gesagt hat und was er zu uns gesprochen hat. Und ich verstehe Papst Leos Anmerkungen dahingehend, dass das uns wieder mehr ins Bewusstsein zu rufen, ihn nicht nur als Galionsfigur zu sehen, sondern auch inhaltlich uns mit Papst Benedikt auseinandersetzen müssen.

Leo XIV. hat außerdem betont, dass katholische Gläubige in der Gesellschaft keine Parteifahnen schwenken, sondern für Gemeinwohl eintreten. Wie verbindet sich dieser Aspekt mit dem Selbstverständnis des Cartellverbandes?

Piepenberg: Ich denke, er spricht hier eine gewisse Gefahr an, die man natürlich haben könnte. Als Verbindungsstudenten tragen wir unsere Farben, wir gehen mit Fahnen auf die Straße, unsere Verbindungsfarben zeigen wir nach außen. Aber das darf nicht dazu führen, dass wir uns irgendwie als eine spezielle Gruppe sehen, sondern wir sind Teil der gesamtheitlichen katholischen Kirche. Und jeder Cartellbruder, wie wir sagen, hat auch aus seinem Glauben heraus eine Verantwortung, sich für die Gesellschaft einzusetzen. Viele haben das schon getan. Unser aktueller Bundeskanzler (Friedrich Merz) ist ja zum Beispiel auch Mitglied bei uns. Und ja, wir dürfen uns in der Hinsicht eben nicht separieren, sondern wir müssen in der Gesellschaft sein, mit Band oder ohne.

Wenn man zum ersten Mal auf eine Gruppe von CV-Studenten stößt, wenn sie unterwegs sind mit Fahnen, mit einer Art von Uniform, mit Band und farbigem Käppchen, fragt man sich, was das ist. Wie fassen Sie in der kürzestmöglichen Form zusammen, wofür der Cartellverband steht? 

Piepenberg: Für mich ist das insbesondere eine starke Traditionsbewusstheit. Also wir führen gewisse akademische Traditionen, die es schon seit Jahrhunderten gibt, fort in diesen besonderen Trachten, nenne ich es, und mit gewissen Ritualen. Es ist eine sehr in der Geschichte, im Traditionsbewusstsein verwurzelte Bewegung. Es ist aber eben auch eine stolze Bewegung, die sich nicht verstecken möchte, sondern die auch nach außen hin zeigen möchte, was sie auszeichnet. Unsere Prinzipien, unser Glaube, das ist etwas, was wir nicht verstecken wollen, sondern was wir nach außen tragen wollen, um damit auch vielleicht auf andere treffen zu können, die sich uns anschließen können.

Was ist genau das, was Sie nach außen tragen möchten?

Piepenberg: Das ist unser katholischer Glaube, das ist das Akademische, dass wir alle Studenten sind, dass wir Wissenschaft betreiben, dass wir an die Wahrheit glauben und auf die Wahrheit gründen wollen. Dann die Lebensfreundschaft und die Lebensfreude, die dazugehört, die wir untereinander pflegen, aber die wir auch natürlich nach draußen tragen. Und es ist auch unsere staatsbürgerliche Verantwortung, für unsere Gesellschaft einzutreten. Das macht den Cartellverband aus.

Bei der Audienz hat Papst Leo auch ein paar Worte Deutsch gesprochen, unter anderem: „Ich bin Ausländer“. Ob er Deutschland besuchen wird, steht noch nicht fest. Was hat er Ihnen eigentlich am Rand der Audienz sonst noch so mitgegeben auf den Weg?

Piepenberg: Er hat uns, glaube ich, alle sehr bestärkt in dem, was wir tun, dass wir als junge Menschen für den Glauben uns einsetzen, dass wir auch sichtbares Zeugnis für unseren Glauben in der Gesellschaft abliefern. Es ist eine große Ehre gewesen, dass er uns diese Audienz gewährt hat. Allein das zeigt uns ja, dass er uns unterstützen und bestärken möchte. Und ich habe es heute bei allen Teilnehmern an der Audienz gesehen: neben der emotionalen Ergriffenheit war da auch ganz klar ein starkes Gemeinschaftsgefühl. Wir sind hier als Verband und wir haben die Unterstützung des Papstes, und damit wollen wir nach Deutschland zurückkehren und das in unserem Alltag, in unserem Leben weitertragen. (vn 5)

 

 

 

 

Leo legt deutschen Studentenbewegungen christlichen Humanismus ans Herz

 

Für katholische Werte in der Gesellschaft und das menschliche Gemeinwohl einzutreten – dazu hat Leo XIV. an diesem Freitag Mitglieder katholischer Studentenbewegungen aus Deutschland aufgerufen. Dabei gehe es nicht darum, ein Parteidenken zu vertreten, verdeutlichte der Papst. In seiner Rede zitierte er unter anderem Papst Benedikt, der selbst Mitglied einer katholischen Studentenverbindung war. Sich selbst nannte Papst Leo, scherzhaft, einen Ausländer. Anne Preckel – Vatikanstadt

Ein paar deutsche Wörter waren an diesem Freitag aus dem Munde des US-amerikanischen Papstes zu hören. Leo XIV., der laut Angaben seines Bruders derzeit seine Deutschkenntnisse ausbaut, empfing im Vatikan Mitglieder verschiedener katholischer Studentenbewegungen aus Deutschland und begrüßte sie mit einem „Herzlich willkommen!“

„Ich bin ein Ausländer.“

„Man sagt mir, die Deutschen seien sehr pünktlich! - Ich bin ein Ausländer...", so Leo XIV. scherzhaft, der sich für sein Zuspätkommen entschuldigte.  

In seiner auf Englisch gehaltenen Rede erinnerte Leo XIV. an die Bedeutung des christlichen Humanismus und den Einsatz für Gerechtigkeit und Gemeinwohl. Dabei verwies er auf die Grundsätze der katholischen Studentenverbindungen, die ein Bekenntnis zum Glauben enthalten: religio, scientia, amicitia und patria - übersetzt: Religion, Wissenschaft, Freundschaft und Heimat.

Christlicher Lebensstil wirkt in der Gesellschaft

In Zeiten des „Despotismus und der Ideologien“ sei der christliche Glaube keine „Fassade“, sondern „Lebensstil“ gewesen, nahm der Papst auf die bewegte deutsche und europäische Geschichte Bezug. In der Gegenwart gelte es, „Verheißungen und Täuschungen der heutigen Zeit“ zu erkennen und eine gerechte und friedliche Gesellschaft aufzubauen, unterstrich er. Dazu könnten Vernunft wie auch der Glaube dienen, griff Leo XIV. ein Lieblingsthema des deutschen Papstes Benedikt XVI. auf.

„Genau wie der Gebrauch der Vernunft klärt auch das Licht des Glaubens die Verheißungen und Täuschungen der heutigen Zeit auf und fordert jeden Einzelnen heraus, sein Bestes zu geben, um zum Aufbau einer gerechten und friedlichen Gesellschaft beizutragen.“

Dass christliche Überzeugungen über die Studentenbewegungen in Wissenschaft, Politik, Berufswelt und Gesellschaft ausstrahlten, „kommt nicht nur eurem Land zugute, sondern ganz Europa, in dessen Mitte Deutschland liegt“, zeigte sich der US-amerikanische Papst überzeugt.

„In seiner unhintergehbar männlichen oder weiblichen Gestalt ist der Mensch in der Tat stets relational und begrenzt.“

Mit Blick auf die Herausforderungen der technologischen Revolution betonte der Papst - wie auch in seiner jüngsten Enzyklika „Magnifica humanitas“ - die Zentralität des Menschen. Er rief die Studierenden dazu auf, „der Erforschung und Förderung unseres gemeinsamen Menschseins“ besondere Aufmerksamkeit zu widmen. „In seiner unhintergehbar männlichen oder weiblichen Gestalt ist der Mensch in der Tat stets relational und begrenzt und deshalb dazu gerufen, sich selbst zur Aufgabe zu werden und den anderen zu einem Geschenk.“ 

Kirche vertritt keine Partei

„Da ihr alle Christus, dem einzigen Herrn und Meister des Lebens, nachfolgt, vertretet ihr die katholischen Werte in der Gesellschaft nicht als Parteigänger, sondern als Verfechter des Gemeinwohls der Menschheit.“

Christen träten für menschliches Gemeinwohl ein – jenseits von Parteidenken, Moden und Individualismus – , erinnert Leo XIV. weiter, und er rief zu einer „Evangelisierung der Kultur“ auf.

„Da ihr alle Christus, dem einzigen Herrn und Meister des Lebens, nachfolgt, vertretet ihr die katholischen Werte in der Gesellschaft nicht als Parteigänger, sondern als Verfechter des Gemeinwohls der Menschheit. In Deutschland, in Italien und auf der ganzen Welt stärkt derselbe katholische Glaube unsere Zusammenarbeit, ohne Kompromisse mit dem Zeitgeist einzugehen und ohne individualistische Vorlieben über die gemeinsame Tradition der Kirche zu stellen.“

Christlicher Humanismus statt Karrierismus

Papst Leo nahm auf das Motto der Studentenverbindungen Bezug: „In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas“ – übersetzt etwa „Im Notwendigen Einmütigkeit, im Zweifel Freiheit, in allem aber Nächstenliebe“. Die Mitglieder rief er zum engagierten Studium auf, ohne dem Karrierismus zu verfallen. 

„Dadurch dass wir unser Bestes geben, werden wir zu Verantwortungsträgern in der Gesellschaft, ohne uns zu Karrieren verführen zu lassen, in denen es vor allem ums Geld geht. Erkennen wir vielmehr, dass Kultur das Gut der Menschheit ist: Die Wahrheit macht uns frei, während die Unwahrheit Namen und Dinge verfälscht.“

In diesem Zusammenhang unterschied Leo zwischen „Beruf“ und „Berufung“ und flocht erneut deutsche Begriffe in seine Rede ein. 

„Angesichts dessen, was den Menschen entmenschlicht – insbesondere die Kleinen, Armen oder Kranken –, bitte ich euch, Zeugen des christlichen Humanismus zu sein“

Wesentlich sei Sorge vor allem um die Schwächsten, betonte der Papst weiter: „Angesichts dessen, was den Menschen entmenschlicht – insbesondere die Kleinen, Armen oder Kranken –, bitte ich euch, Zeugen des christlichen Humanismus zu sein.“

Benedikts Bundestagsrede vertiefen

Beim christlichen Humanismus gehe es um eine kohärente und integrale Ökologie des Menschen, führte Leo weiter aus. Und er lud dazu ein, die Rede des deutschen Papstes Benedikt XVI. im Deutschen Bundestag (Ansprache vom 22.9.2011) hierzu zu vertiefen. Auch Papst Franziskus‘ Enzyklika „Laudato sì“ von 2015 (vgl. 10-11, 62) schlage eine ganzheitliche Vision des Menschen und seiner Umwelt vor, erinnert Papst Leo.

„Auf die Fürsprache des heiligen Bonifatius, des Apostels Deutschlands, möget ihr Zeugen dieser Weisheit des Evangeliums in der deutschen und europäischen Gesellschaft sein“, legte er seinen Gästen ans Herz. „Mit Wertschätzung für eure Verbindungen erteile ich euch und euren Angehörigen gern meinen Apostolischen Segen", so Leo, der sich mit einem „Danke sehr!“ auf Deutsch verabschiedete.

Mehr als 120 Studentenverbindungen

Der Cartellverband der katholischen deutschen Studentenverbindungen besteht nach eigenen Angaben aus mehr als 120 Verbindungen bundesweit. Mitgliedsverbände gibt es aber auch in der Schweiz, Italien und Polen. Neben etwa 4.000 Studenten sind in den Verbindungen auch viele Berufstätige aus Wirtschaft, Gesellschaft und Politik organisiert. Erkennungsmerkmal sind Stoffbänder in verschiedenen Farbkombinationen, die die Mitglieder quer über den Oberkörper tragen. Darin unterscheidet er sich auch vom deutlich kleineren Kartellverband katholischer deutscher Studentenvereine, dem nur nichtfarbentragende Verbindungen angehören.

Die Studentenbewegungen versammeln sich in diesen Tagen erstmals außerhalb von Deutschland zu einer so genannten Cartellversammlung. Dabei handelt es sich um das höchste beschlussfassende Organ des Cartellverbandes der katholischen deutschen Studentenverbindungen (CV). Bei der Papstaudienz waren auch zahlreiche Ehefrauen, Partnerinnen und weitere Familienangehörige der Verbandsmitglieder mit dabei. (vn 5)

 

 

 

Nothelle-Wildfeuer: „Magnifica humanitas“ auf Weiterentwicklung ausgelegt

 

Papst Leo hat mit seiner Enzyklika „Magnifica humanitas“ nicht nur das Thema der Künstlichen Intelligenz behandelt, sondern dabei auch die kirchliche Soziallehre als solche weiterentwickelt. Dabei habe er sie mit einigen Aussagen ganz persönlich überrascht, sagte uns im Gespräch die deutsche Theologin Ursula Nothelle-Wildfeuer.  Christine Seuss

Ursula Nothelle-Wildfeuer ist Lehrstuhlinhaberin für Christliche Gesellschaftslehre an der Theologischen Fakultät der Albert-Ludwigs-Universität Freiburg. Aufgrund ihrer einschlägigen Expertise war sie auch dabei, als die Deutsche Bischofskonferenz das neue Lehrschreiben von Papst Leo XIV. vorgestellt hat. Wir fragten sie, wie man die Rahmenerzählung der heiligen Stadt Jerusalem und des Turms von Babel in der Enzyklika Magnifica humanitas einordnen könne, mit der das Schreiben anhebt.

„Damit signalisiert Papst Leo eigentlich, was die Kernfrage seiner Enzyklika sein soll, nämlich: ,Wohin wollen wir mit der Menschheit angesichts dieses technologischen oder technologisch bedingten Epochenwandels? Letztlich steht dieser Turmbau zu Babel für eine Menschheit, die Macht um ihrer selbst willen entwickelt oder anhäuft, sich beeindruckt zeigt und eine gewisse Einheitlichkeit anstrebt - man könnte fast sagen: eine Uniformität. Das wird ja dann im Blick auf die Sprache daraus, die auch - auf KI übertragen - eine einzige technologische Sprache sein soll, eine einzige Richtung vorgibt.“

Hier ein Ausschnitt aus dem Gespräch zum Nachhören

Gegen das technokratische Paradigma

Implizit sei hier allerdings auch schon die Kritik zu erkennen, dass es sich dabei um eine Entwicklung handele, die - letztlich von Gott und seinem Segen abgekoppelt - auf Selbstermächtigung hinauslaufe, gibt Ursula Nothelle-Wildfeuer zu bedenken.

„Und damit wird dieses Babel-Projekt eigentlich Symbol für einen Fortschritt, der Vielfalt der Gleichförmigkeit opfert und Würde der Effizienz unterwirft. Es steht eigentlich für das, was dieser Papst und auch Papst Franziskus schon mit dem technokratischen Paradigma kritisiert haben. Und das Bild von der Stadt Jerusalem dagegen ist ein wirkliches Gegenbild nach dem Exil: Aus Trümmern heraus wird die Stadt nicht durch einen genialen Einzelnen, sondern Stein für Stein durch das gemeinsame Engagement des ganzen Volkes wieder aufgebaut. Da sind alle mit ihren Fähigkeiten, jeder mit dem, was er kann und beitragen will, gefragt.“

Keine Mauer gegen Migranten

In letzter Zeit sei sie jedoch häufig auf die Interpretation gestoßen, dass diese aufgebaute Mauer auch abgrenzen solle – und somit auf die Migrationsfrage im Sinn einer nötigen Abschottung anwendbar sei.

„Ich glaube aber, dass das in diesem Bild tatsächlich nicht passt, denn gerade ganz am Schluss der Enzyklika, in der Nummer 242, wird ja noch einmal ganz deutlich gemacht, dass alles, was an Toren verteidigt wurde, fällt – so dass die Tore für alle dauerhaft geöffnet sind. Das ist schon auch ein Symbol und ein Zeichen dieser Stadt: Alle Völker haben ein Recht, in diese Stadt zu kommen!“

Würde des Menschen und Gottesbeziehung

Auch der ständige Gottesbezug in der Enzyklika – insgesamt 101 Male wird „Gott“ genannt – sei kein Zufall und ein „deutliches Zeichen dafür“, dass der Papst nicht vorrangig ein technologisches oder technologiekritisches Papier schreiben wollte:

„Sondern er will den Fokus richten auf den Menschen, den er nie losgelöst von Gott als seinem Schöpfer und als demjenigen, dessen Ebenbild der Mensch darstellt, in den Blick nehmen will. Das heißt, ohne diese Gottesbeziehung geht es eigentlich in dieser Enzyklika überhaupt nicht. Und der Papst sagt, auch der Umgang mit diesem Epochenwandel geht gar nicht anders, als auf den Menschen zu schauen, den er selbstverständlich als Abbild und Ebenbild Gottes sieht – und in diesem Kontext verortet er somit auch dessen Würde.“

Rerum novarum 2.0

Bei der ersten Vorstellung der Enzyklika in Bonn hatte die Professorin direkt nach der Erstveröffentlichung des Textes an der Seite des Vorsitzenden der deutschen Bischofskonferenz, Bischof Heiner Wilmer, das Wort ergriffen. Schon bei dieser Gelegenheit hatte sie unterstrichen, dass Leo XIV. mit seiner Enzyklika ein Versprechen eingelöst habe, das er mit seiner Namenswahl gegeben habe, ja, dass man mit Blick auf „Magnifica humanitas“ gar von einer „Rerum novarum 2.0“ sprechen könnte:

„Papst Leo hat ja tatsächlich wenige Tage nach seiner Wahl auch seine Namenswahl begründet, indem er auf Leo XIII. Bezug genommen hat. Er hat bei dieser Gelegenheit gesagt, dass Leo XIII. damals die große industrielle Revolution und die Umwälzungen, die damit für die Gesellschaft und für jeden einzelnen Menschen verbunden waren, zum Anlass genommen habe, sich über die Würde des Menschen im Kontext dieser sozialen Frage, die da entstand, Gedanken zu machen. Das wurde noch nicht ,Würde des Menschen‘ genannt, denn das ist eine Terminologie des letzten Jahrhunderts und des jetzigen Jahrhunderts - aber vom Gedanken her war das schon klar.“

Die Soziallehre der Kirche weiterdenken

Leo XIV. hat mehrfach deutlich gemacht, dass er die Menschheit inmitten eines Epochenwechsels sieht. Dieser sei, so auch das Leitmotiv in seiner Enzyklika, vergleichbar mit der Industrialisierung, die Leo XIII. in „Rerum novarum“ zum Ausgangspunkt seiner Überlegungen machte:

„Und dieses ,Rerum novarum 2.0‘ wird zweitens dadurch gerechtfertigt, dass Leo XIV. die Herausforderungen der Zeit als so gravierend ansieht, dass er sagt, dass in diesem Zusammenhang auch die Soziallehre neu bedacht werden muss. Das heißt, nicht die einfache Anwendung dessen, was wir bisher hatten, auf das, was sich jetzt tut, sondern so wie Leo XIII. die Soziallehre überhaupt entwickelt hat, so sagt Leo XIV. jetzt: Wir müssen sie angesichts dieses neuen Umbruchs noch mal neu und weiterdenken.“

Erweiterung und Verzahnung der Soziallehre

Interessant sei in diesem Zusammenhang auch die Herangehensweise des Papstes, so Nothelle-Wildfeuer. Leo setze verschiedene Akzente, mit denen er deutlich mache, dass es ihm um eine Erweiterung gehe:

„Zum einen sagt er, die Soziallehre muss sich herausfordern lassen, neu gedacht zu werden aufgrund dieser technologischen Entwicklung. Zweitens sagt er dann: Die Soziallehre ist kein Handbuch, sondern sie entsteht beziehungsweise verändert sich auf dem Weg, den wir miteinander gehen. Da geht es um die Frage der Wahrheit, die nicht einfach anzuwenden ist, sondern die gefunden wird im Umfeld von Kultur und Miteinander.“

Bei genauem Hinsehen erweitere er auch die Zahl der Prinzipien, so die Freiburger Theologin. Denn Papst Leo XIV. füge zu den bisher geläufigen Prinzipien Gemeinwohl, Solidarität, Subsidiarität nun als neue Prinzipien auch die soziale Gerechtigkeit und die allgemeine Bestimmung der Güter hinzu.

„Diese kennen wir natürlich immer schon in der Soziallehre. Aber dass es sich dabei um Prinzipien handelt, das ergänzt jetzt er, und das plausibilisiert er auch sehr gut. Das Entscheidende ist aber eigentlich die Architektur, also wie die Vernetzung der Prinzipien untereinander beschrieben wird. Denn neu ist auch, dass die Prinzipien oder Kriterien nicht einfach hintereinander wie in einem Katalog aufgezählt werden.“

Mitarbeiter auf Augenhöhe gesucht

Auffallend sei darüber hinaus, dass Papst Leo XIV. keine spezifische Anrede in dieser seiner ersten Enzyklika verwende, im Gegensatz zur herkömmlichen Vorgehensweise, wobei am Schluss der Anredeliste in den Sozialenzykliken seit „Pacem in terris“ (1965) die Anrede „an alle Menschen guten Willens“ nicht fehlen durfte.

„Das findet sich als Anrede nicht. Aber man kann schon sagen, dass er diese ,Menschen guten Willens‘ praktisch anspricht, aber nicht nur als Adressaten, sondern er formuliert, dass es sich dabei quasi um Weggefährten handelt, mit denen er gemeinsam - wir würden heute sagen: auf Augenhöhe - agieren und sprechen möchte. Also nicht nur, dass er sie ansprechen will, sondern er macht noch einmal stärker den Appell: Wir sind gemeinsam unterwegs!“

Das 3. Kapitel: Scharnier der Enzyklika

Das dritte Kapitel, in dem es um die Beziehung zwischen Mensch und Technik geht, sei letztlich so etwas wie der „Kern“ oder ein „Scharnier“ innerhalb des Textes, so die Überlegungen von Nothelle-Wildfeuer weiter. Zunächst übernehme Leo XIV. freilich die Formulierung seines Vorgängers Papst Franziskus, der sehr kritisch von einem technokratischen Paradigma sprach:

„Aber ich glaube, hier im 3. Kapitel wird der Akzent etwas verschoben, weil Leo XIV. technologische Entwicklung nicht nur kritisiert, sondern sie durchaus auch positiv würdigt, aber immer an den Menschen bindet. Das heißt, inwiefern dient eine solche Entwicklung dem Menschen in seiner Würde und der Menschheit als Ganzes, also ihrem Gemeinwohl?“

Die Innerlichkeit des Glaubens und seine soziale Dimension

Dies sei nicht nur theologisch sehr stark durchdacht und begründet, sondern es gelinge Papst Leo in diesem Kapitel auch, eine „kulturpessimistische Haltung“ zu überwinden, die zunehmend spürbar sei, je weiter das Zweite Vatikanische Konzil (1962-65) zurückliege:

„Es ist ihm gelungen, das tatsächlich zu wenden und diesen Kulturpessimismus nicht fortzusetzen, sondern die Entwicklung als etwas zu nehmen, das er nochmal rückbinden möchte an diese Frage nach der Würde, nach der Anthropologie, nach dem Gemeinwohl - aber eben in ihrer Ambivalenz und auch in ihrer positiven Seite zu sehen. Ich glaube, das ist ein ganz entscheidender Punkt, womit er dann auch deutlich macht, dass es im Glauben nicht nur um Innerlichkeit geht, sondern dass diese soziale Dimension, dieses Leben des Glaubens auch in gesellschaftlichen Strukturen, ganz zentral dazugehört.“

Das fünfte Kapitel: Zuspitzung der zugrundeliegenden Frage

Im fünften und letzten Kapitel, das er dem Krieg und Frieden widme, spreche Papst Leo auch von „der Zivilisation der Liebe“, erinnert Nothelle-Wildfeuer. Dabei handele es sich allerdings nicht um ein naives Gedankengespinst, sondern um das „Umsetzen von Nächstenliebe in gerechte Strukturen“, letztlich „der Kern dessen, was die Enzyklika theologisch äußert“, so die Professorin:

„Ich habe mich zu Beginn gewundert, warum er Krieg und Frieden nicht unter den Anwendungsfeldern im Kapitel zuvor erwähnt hat, weil es dabei ja um ein Themenfeld geht, in dem KI ganz besonders intensiv diskutiert werden muss. Der Grund dafür ist - und deswegen ist es dann auch sinnvoll, dass es sich um ein eigenes Kapitel handelt –, dass genau hier eigentlich all die Fragen von KI und der Menschenwürde in ihrer Zuspitzung auf Leben und Tod debattiert werden müssen.“

Man könne mit Fug und Recht sagen, dass in diesem Kapitel die „Grundfrage der Enzyklika“ behandelt werde, unterstreicht Nothelle-Wildfeuer weiter:

„Der zweite Punkt, warum dieses fünfte Kapitel vielleicht der Höhepunkt ist, sind sicher einige Aussagen, die darin getroffen werden. Zum Beispiel, ,die KI soll entwaffnet werden‘. Oder es heißt dann weiter, ,es gibt keinen Algorithmus, der den Krieg als gerecht darstellen kann‘. Damit verbunden ist die deutliche Aussage, dass die Theorie des gerechten Krieges eigentlich überwunden werden sollte. Auch da schließt er an Franziskus an, aber er macht es hier noch einmal eigens sehr deutlich.“

Weiterentwicklung des Verständnisses vom „gerechten Krieg“

Dies stoße angesichts der Tatsache, dass KI-Systeme schon längst in Konflikten eingesetzt werden und an mancher Stelle sogar dabei unterstützen könnten, dass der Krieg „weniger unmenschlich“ werde – beispielsweise durch die punktuelle Bombardierung feindlicher militärischer und nicht ziviler Ziele - durchaus auf kritische Nachfragen, räumt Nothelle-Wildfeuer ein.

„Aber nach meinem Verständnis will er sagen, dass die klassischen Kriterien des gerechten Krieges im Zeitalter von KI überhaupt nicht mehr eingehalten werden können. Und - das war damals auch schon Franziskus‘ Argument, welches er hier auch noch mal aufnimmt - dass nämlich immer die Gefahr bestehe, dass man jedwedes kriegerische Tun mit irgendeinem dieser Kriterien dann doch wieder rechtfertigt.“

Eine Verteidigung in strengem Sinn sei allerdings gerechtfertigt, so dass es sich bei der Haltung von Papst Leo keinesfalls um einen naiven Pazifismus handele, gibt Nothelle-Wildfeuer zu bedenken. In der deutschsprachigen Theologie werde schon seit langem immer wieder das Konzept des gerechten Friedens debattiert, ein Begriff, den der Papst hier zwar nicht explizit verwende, aber der letztlich auf seine Überlegungen anwendbar sei:

„Wo also Dialog und Bemühungen um Gerechtigkeit und Entwicklung - im Anschluss an Populorum progressio - ganz deutlich mit hineingehören, da ist Verteidigungskrieg nicht ausgeschlossen. Aber die Perspektive ist eine ganz andere, das Ziel ist ein anderes - und die Erweiterung um diese Dimension spielt eine entscheidende Rolle.“

Differenzierte Herangehensweise in der Tradition von Augustinus

Doch auch wenn sich Leo bei der Ablehnung des Begriffs vom „Gerechten Krieg“ an seinem Vorgänger Franziskus orientiere, werde er auch den Differenzierungen des heiligen Augustinus in diesem Bereich noch gerecht, zeigt sich die Professorin für Christliche Gesellschaftslehre überzeugt:

„Denn er führt ja relativ klar an, dass eines der Probleme diese Einstellung zum Krieg ist, die sich durch KI gestützte Waffensysteme natürlich auch verändert. Der Krieg ist wieder weiter weg. Es sind vielleicht nicht mehr direkt Menschen vor Ort, denen man quasi ins Gesicht schaut. Das sagt er ja auch an einer Stelle sehr deutlich. Das heißt, der Krieg wird zur Normalität. Das genau haben Augustinus und auch Thomas von Aquin mit diesem ,gerechten Krieg‘ gerade verhindern wollen.“ Denn eines der Kriterien für den „gerechten“ Krieg sei ja gerade die ultima ratio – also die Tatsache, dass alle anderen Optionen nach sorgfältiger Abwägung und intensiven Bemühungen verworfen werden müssen. Die Angst des Papstes sei nun, dass dies völlig aus dem Blick gerate, wenn die Kriegshandlungen durch KI entpersonalisiert und von sich geschoben - vom Algorithmus sozusagen „erledigt“ - werden könnten:

„Und ich glaube, diese Sorge, dass Krieg ökonomisiert und normalisiert wird, dass damit eine ganze Rüstungsindustrie immer weiter angeheizt wird und - auch das fällt im Text - dass der Krieg praktisch zu einem Mittel der Politik wird, obwohl wir eigentlich gerade erst froh darüber waren, über diese Einstellung hinausgekommen zu sein: All das macht diese Sorge, dass wir dorthin zurückkommen, sehr berechtigt. Und das alles sind Elemente, die, so glaube ich, auch bei Augustinus mit dem Konzept des gerechten Krieges nicht gemeint sind, sondern gerade in dessen Sinne vermieden werden sollten.“

Sklaverei, aktuelle Konflikte und kircheninterne Gültigkeit der Soziallehre

Einige der Aussagen in dem Text hätten sie allerdings auch persönlich positiv überrascht, verrät Nothelle-Wildfeuer:

„Also einmal die Aussage, dass er sich dafür entschuldigt, dass die Theologie so lange nicht reagiert habe auf das moralische Problem der Sklaverei, sondern das sogar auch gedeckt habe. Auch in diesem Fall gibt es eine Vorstufe bei Franziskus. Es ist hier diskret in seinem Text eingebaut, aber es klingt so, als sei es ihm ein zentrales Anliegen, das an dieser Stelle auf jeden Fall zu sagen.“

Die zweite Stelle betreffe die äußerst deutliche Aussage, dass jeder Versuch, eine Nation zu vernichten oder zu unterwerfen, „zutiefst unmoralisch und inakzeptabel“ sei:

„Da nennt er keinen Aggressor, kein betroffenes Land. Aber es ist klar, an welchen Stellen der Welt das besonders relevant sein sollte. Der dritte Punkt wäre, dass er mit eigenen Abschnitten die Soziallehre, die er hier noch mal entwickelt hat, auch auf die Kirche bezieht und sagt: Das muss doch auch im Inneren der Kirche gelten. Er buchstabiert sogar einzelne Prinzipien, die er genannt hat, mit Blick auf die Kirche aus. Das haben wir bis dahin noch nicht gehabt und finde ich einen großen, wichtigen Fortschritt.“

Offen für eine Weiterentwicklung

Dass die Enzyklika aufgrund der rasanten Entwicklungen in der KI schon in eineinhalb Jahren völlig überholt sein könnte, glaubt die Theologin hingegen nicht:

„Zum einen ist die Grundaussage ja gerade nicht: ,Wir kritisieren den Stand 2026‘, sondern es wird ein Kriterium genannt, an dem die Entwicklung von KI gemessen werden sollte oder was eingebracht werden sollte, um KI weiterzuentwickeln. Denn es geht ja in dieser Enzyklika gerade weg davon, dass die Ethik immer im Nachhinein kommt, in dem Sinn, dass sich schon etwas entwickelt hat und dann erst die ethischen Überlegungen und Beschränkungen eingebracht werden. Gerade das will er ja nicht, sondern er macht ja sehr deutlich, dass es Ethik und Kriterien schon bei der Entwicklung und Weiterentwicklung von KI braucht.“

Außerdem arbeite Leo in seinem Text klar heraus, dass die derzeitige Entwicklung, mit der die Menschheit sich konfrontiert sehe, die Sozialethik zur Neubesinnung herausfordere:

„Damit will er meiner Auffassung nach aber auch nicht wieder ein festes System schaffen, das dann für die nächsten fünfzig Jahre statisch ist. Sondern er signalisiert ja gerade, dass die fortdauernde Entwicklung auch wieder eine Herausforderung für die Sozialethik selbst ist, damit am Ball und in der Weiterentwicklung zu bleiben.“ (vn 4)

 

 

 

Konsistorium: Austausch über Weltpolitik, Enzyklika und Synode

 

In einem Schreiben an alle teilnehmenden Kardinäle hat der Dekan des Kardinalskollegiums, Kardinal Giovanni Battista Re, die detaillierte Tagesordnung des kommenden Konsistoriums bekanntgegeben, welches vom 26. bis zum 29. Juni in der vatikanischen Audienzhalle und der Synodenaula stattfinden wird. Mario Galgano - Vatikanstadt

Die viertägigen Beratungen markieren eine institutionelle Neuerung, da Papst Leo XIV. am Ende der vergangenen Januartagung den Wunsch geäußert hatte, dieses Format künftig in Kontinuität zu den Generalkongregationen als jährliche feste Einrichtung fortzuführen.

Ein Raum des gegenseitigen Hörens und der globalen Bestandsaufnahme

Das erklärte Ziel des Pontifex ist es, die reichhaltigen Erfahrungen und den Rat des weltweiten Kardinalskollegiums unmittelbar fruchtbar zu machen. Das Treffen versteht sich ausdrücklich als ein Raum des gegenseitigen Zuhörens, des kollektiven Unterscheidungsvermögens und der gemeinsamen Vertiefung von Kernfragen, die das Leben und den Auftrag der Kirche in der Gegenwart betreffen. Kardinal Re betont in seinem Schreiben, dass der Erfolg dieser Arbeit maßgeblich von einer Atmosphäre der Freiheit, des Vertrauens und der Freimütigkeit abhängt, um zu einer echten, geteilten Erkenntnis zu gelangen. Der Papst baue dabei auf die aktive Mithilfe und die Unterstützung jedes einzelnen Kardinals in seinen jeweiligen lokalen Verantwortungsbereichen.

Aus diesem Grund widmet sich die erste Arbeitssitzung vollumfänglich der internationalen Gesamtlage sowie den konkreten Realitäten der Ortskirchen. Die versammelten Mitglieder des Kollegiums sind aufgerufen, sich entlang zweier zentraler Leitfragen auszutauschen. Zum einen steht zur Debatte, welche spezifischen Leiden, Spannungen und seelsorglichen Herausforderungen die ihnen anvertrauten Völker und kirchlichen Gemeinschaften derzeit am stärksten belasten. Zum anderen sollen jene Zeichen der Hoffnung, der Treue zum Evangelium und der gelingenden Versöhnung herausgearbeitet werden, die als positive Impulse in das gemeinsame Bewusstsein der Weltkirche eingebracht werden können.

Die Zivilisation der Liebe

Der theologische und friedensethische Schwerpunkt des Konsistoriums liegt auf der fundierten Auseinandersetzung mit der neuen päpstlichen Enzyklika „Magnifica humanitas“. Sowohl die zweite als auch die dritte Sitzungsperiode konzentrieren sich auf dieses programmatische Dokument. Ein besonderes Augenmerk gilt dem fünften Kapitel, welches die Kultur der Macht der Zivilisation der Liebe gegenüberstellt. In einer globalen Realität, die zunehmend von Polarisierung, Gewalt und eskalierenden Konflikten geprägt ist, erinnert das Schreiben an die mahnenden Worte des Papstes, wonach der Frieden kein isoliertes Thema unter vielen darstellt, sondern die fundamentale Bedingung für das universale Gemeinwohl sowie der eigentliche Prüfstein für die moralische Reife der Völker ist.

In diesem Kontext erhalten jene Kardinäle, die aus vom Krieg gezeichneten Territorien anreisen, das Wort, um eindringlich Zeugnis darüber abzulegen, wie schmerzhaft diese Realität ihre alltägliche pastoralerefahrung berührt. Gleichzeitig sind die übrigen Konzilsteilnehmer aufgefordert, über das bedenkliche Wiederaufleben jener sprachlichen, logischen und praktischen Muster nachzudenken, welche die Möglichkeiten einer Versöhnung und des friedlichen Zusammenlebens systematisch untergraben. Die Debatte zielt im Kern darauf ab, die endgültige Überwindung der traditionellen Theorie des gerechten Krieges zu untermauern, da diese in der modernen Realität allzu oft missbraucht wird, um kriegerische Handlungen jeglicher Art moralisch zu rechtfertigen. Gemeinsam sollen stattdessen konkrete Wege ermittelt werden, die den Völkern und christlichen Gemeinschaften helfen können, den Frieden dauerhaft zu bewahren und aktiv aufzubauen.

Ganzheitliche Entwicklung und die synodale Zukunft

Die dritte Sitzung knüpft an die programmatische Perspektive an, das Fundament im Guten zu errichten, was sowohl die Einleitung als auch den Schlussteil der Enzyklika prägt. Hierbei geht es um die Aufforderung, die tiefgreifenden Transformationen unserer Epoche im Licht des Evangeliums zu deuten. Das menschliche Verlangen nach Glück und Erfüllung soll konstruktiv auf eine ganzheitliche menschliche Entwicklung ausgerichtet werden. Damit untersteicht der Papst seinen bereits zu Beginn des Jahres formulierten Anspruch, dass die Kirche den Blick nicht egozentrisch auf sich selbst richten darf, sondern sich den drängenden Transformationsprozessen der gesamten Menschheit stellen muss.

Das finale Segment des Konsistoriums widmet sich dem organisatorischen und strukturellen Fortgang der innerkirchlichen Reformen. Der erste Teil der letzten Sitzung dient dazu, die Mitglieder des Kollegiums über den aktuellen Stand des synodalen Umsetzungsprozesses zu informieren, wobei ein aktuelles Arbeitsdokument im Hinblick auf die kommenden Synodenversammlungen der Jahre 2027 und 2028 die Leitlinien, Kriterien und Instrumente der Vorbereitung vorgibt. Der Abschluss des Treffens ist für den freien und direkten Dialog der Kardinäle mit dem Papst reserviert, wobei für die einzelnen Wortbeiträge eine präzise Redezeit von jeweils drei Minuten vorgesehen ist.

Die intensiven Arbeitstage finden ihren feierlichen Abschluss am 29. Juni, dem Hochfest der Apostelfürsten Petrus und Paulus, in der Peterskirche. Im Rahmen eines feierlichen Gottesdienstes wird Papst Leo XIV. die Pallien segnen und sie den neu ernannten Metropoliterzbischöfen überreichen. Ein gemeinsam konzelebrierter Gottesdienst am vorausgehenden Sonntag findet hingegen, in Übereinstimmung mit früheren Mitteilungen der Präfektur des Päpstlichen Hauses, nicht statt. (vn 4)

 

 

 

 

 

Generalaudienz: Papst ermuntert zu aktiver Beteiligung an der Liturgie

 

Papst Leo XIV. hat alle Glaubenden zur aktiven Beteiligung an der Liturgie ermuntert. Man solle „der Liturgie gegenüber nicht fremd oder stumme Zuschauer bleiben, sondern mit unserem ganzen Selbst – Körper, Verstand und Herz – daran teilnehmen“. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

Das sagte er an diesem Mittwoch bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz. „Durch den heiligen Ritus werden wir so zum Hören auf das Wort Gottes, zur Danksagung und Anbetung, zum brüderlichen Miteinander und zur kirchlichen Gemeinschaft erzogen. Wir entdecken, dass wir eine Gemeinde mit vielen Gesichtern sind, vereint durch denselben Glauben.“

Die „aktive Beteiligung“ gehört zu den Grundpfeilern des katholischen Verständnisses von Liturgie. Erläutert wurde sie in der Konstitution „Sacrosanctum Concilium“ des Zweiten Vatikanischen Konzils, auf die sich auch die Liturgiereform der Kirche stützt. Leo XIV. äußert sich in diesen Wochen in den Ansprachen bei seiner Generalaudienz systematisch zu den Texten des Konzils; derzeit ist der gerade erwähnte Grundlagentext zur Liturgie dran.

„Die Riten der christlichen Liturgie sind keine äußere Hülle des sakramentalen Geheimnisses, keine Ansammlung willkürlicher Zeremonien, sondern die kirchliche Vermittlung, durch die das göttliche Geschenk uns erreicht“

„Das Zweite Vatikanische Konzil hat, indem es die wertvolle Arbeit der Liturgischen Bewegung aufgriff, dazu beigetragen, eine Wahrheit wiederzuentdecken, die im Bewusstsein der alten Kirche und in der Lehre der Kirchenväter sehr lebendig war. Die Riten der christlichen Liturgie sind keine äußere Hülle des sakramentalen Geheimnisses, keine Ansammlung willkürlicher Zeremonien, sondern die kirchliche Vermittlung, durch die das göttliche Geschenk uns erreicht. Genau aus diesem Grund lädt das Konzil dazu ein, das Mysterium fidei zu verstehen, das sich in der Liturgie durch die Riten und Gebete verwirklicht.“

Ritus gibt dem Leben Gestalt

Der Ritus gebe „der liturgischen Handlung und durch sie unserem Leben Gestalt“, so der Papst. Gekennzeichnet sei er durch „eine klar definierte Abfolge von Gesten und Gebeten“. Das könne zwar „manchmal unserer individuellen Neigung zur Spontaneität entgegenstehen“. Doch die Logik des Ritus bestehe nicht darin, „die Freiheit in Schemata zu zwängen“. Vielmehr unterbreche er „mit der feierlichen Nüchternheit seiner Rhythmen“ den hektischen Alltag und führe zurück zum Wesentlichen. Das war eine verhüllte Absage an allzu viel Kreativität am Altar. Ritus, das sei „eine Pause, die das Herz erneuert“, und Einübung in einen „vom Heiligen Geist erfüllten Rhythmus“.

Verhüllte Absage an allzu viel Kreativität am Altar

Der Papst ging auch auf Zeichen und Symbole im liturgischen Bereich ein. Die beiden Begriffe würden oft synonym verwendet. „Tatsächlich ist ein Zeichen symbolisch, wenn es nicht nur auf eine Idee, sondern auf ein ganzes System von Bedeutungen und Werten verweisen kann. So wird beispielsweise, wenn wir mit Weihwasser besprengt werden, in uns das Bewusstsein für das bei der Taufe empfangene Geschenk und unsere Zugehörigkeit zum neuen Leben in Christus wiederbelebt.“

Symbole hätten nicht nur „einen praktischen Charakter“ (etwa das Niederknien oder der Friedensgruß), sondern auch „eine einzigartige performative und verwandelnde Dimension“. Sie schafften Zugehörigkeit, berührten Herz und Verstand und weckten authentische kirchliche Beziehungen, so Leo XIV. Mit einem Zitat aus einem Schreiben seines Vorgängers Franziskus zum Thema Liturgie drückte er seine Hoffnung aus, dass die Menschen wieder „symbolfähig“ würden.

Sich von den Riten erziehen lassen

„Wir müssen uns von den Riten der Liturgie erziehen lassen, indem wir mit Feingefühl und ohne Willkür auf die Schönheit unserer Feiern achten und uns einer authentischen Mystagogie widmen. Die Erfahrung einer lebendigen und andächtigen Liturgie, begleitet von einer angemessenen mystagogischen Katechese, ist die beste Ressource, um in allen jene Offenheit für die Begegnung mit Gott zu wecken, die im Sinne der Menschwerdung nur unter Einbeziehung des ganzen Menschen – Geist, Seele und Leib – stattfinden kann.“

Auf den Zwist zwischen Rom und der schismatisch orientierten Piusbruderschaft ging Papst Leo bei seiner Katechese nicht ein. Dabei rührt der Konflikt unter anderem an den Bereich der Liturgie. Die Piusbrüder lehnen die Liturgiereform, die auf dem Zweiten Vatikanischen Konzil gründet, ab. (vn 3)

 

 

 

Ticketpreis für Kölner Dom steht fest

 

Der Kölner Dom, die meistbesuchte Sehenswürdigkeit in Deutschland und eine der bedeutendsten Kirchen weltweit, wird für touristische Besuche kostenpflichtig. Wie das Metropolitankapitel an diesem Dienstagvormittag bekannt gab, müssen Besucher ab dem 1. Juli 2026 ein Ticket lösen.

Dompropst Guido Assmann stellte das neue Konzept sowie die Preisgestaltung in Köln vor. Das Domkapitel bezeichnet die Neuerung als eine „Besichtigungsgebühr“. Die dadurch generierten Einnahmen sollen dazu beitragen, die Instandhaltung des gotischen Bauwerks für künftige Generationen zu sichern.

Ein reguläres Ticket für den touristischen Zugang zum Innenraum wird 12 Euro kosten. Damit liegt der Preis unter den Eintrittsgebühren anderer lokaler Einrichtungen wie dem benachbarten Museum Ludwig, das 19,80 Euro verlangt, oder dem Kölner Zoo mit einem Mindesteintritt von 22,50 Euro. Für bestimmte Personengruppen ist ein reduzierter Preis von 6 Euro vorgesehen. Diese Ermäßigung gilt für Schülerinnen und Schüler ab 14 Jahren, Auszubildende, Studierende, Begleitpersonen von Schülergruppen sowie für Inhaber eines in Nordrhein-Westfalen ausgestellten Sozialpasses.

Das Preis-Konzept

Das Konzept sieht zudem verschiedene Befreiungen von der Ticketpflicht vor. Kinder bis einschließlich 13 Jahren erhalten freien Eintritt, welcher neben dem Dom-Innenraum auch für die Schatzkammer und die Turmbesteigung gilt. Ebenfalls von der Gebühr befreit sind Menschen mit einer Schwerbehinderung und deren Begleitpersonen sowie die Mitglieder des Zentral-Dombau-Vereins. Der Zugang zu den Gottesdiensten und der Besuch der Kirche zum Zweck des persönlichen Gebets bleiben generell kostenfrei.

Der Kölner Dom blickt auf eine jahrhundertealte Bau- und Kulturgeschichte zurück. Die Bischofskirche beherbergt die Reliquien der Heiligen Drei Könige, die im Jahr 1164 durch Erzbischof Rainald von Dassel von Mailand nach Köln überführt wurden. Der Grundstein für den heutigen gotischen Neubau wurde im Jahr 1248 gelegt, worauf 1322 die Weihe des Chores folgte. Bis zum Jahr 1560 wurden das Mittelschiff, die Querhäuser sowie die Seitenschiffe errichtet, bevor die Arbeiten aufgrund von Streitigkeiten im Zuge der Reformation und wegen eines Mangels an finanziellen Mitteln für Jahrhunderte eingestellt wurden. Mit der neuen Gebühr soll die Finanzierung des dauerhaften Unterhalts des historischen Denkmals auf eine breitere Basis gestellt werden. (domradio 2)

 

 

 

Leo XIV. ernennt Laiin zur Präfektin des Kommunikations-Dikasteriums

 

Maria Montserrat Alvarado ist derzeit als Präsidentin und operative Direktorin von EWTN News tätig. Sie wird Paolo Ruffini im November ablösen, um den von Papst Franziskus angestoßenen Prozess der Reform und Erneuerung weiterzuführen.

In Mexiko-Stadt geboren, hat Alvarado akademische Titel an der Florida International University und der George Washington University erworben. Von 2009 bis 2023 hatte sie Führungspositionen beim „Becket Fund for Religious Liberty" inne, wo sie sich mit verschiedenen Initiativen für die Verteidigung der Religionsfreiheit und die Förderung der Menschenwürde eingesetzt hat. Seit 2023 ist sie Präsidentin und operative Direktorin von EWTN News, der journalistischen Sektion des Eternal Word Television Network. Diese zeichnet für die internationalen Medienplattformen verantwortlich, die Inhalte in sieben Sprachen über Fernsehen, Radio, Printmedien, digitale Medien und soziale Medien produzieren.

Mit der Nominierung von Alvarado führt Papst Leo XIV. den von Papst Franziskus angestoßenen Prozess der Reform und Erneuerung der Römischen Kurie weiter, in dessen Verlauf gläubigen Laien, Männern wie Frauen, Verantwortungs- und Führungspositionen im Dienst der Universalkirche anvertraut wurden. Alvarado ist die erste Frau, die keinem religiösen Orden angehört, die zur Präfektin eines Dikasteriums des Heiligen Stuhls ernannt wurde.

Für die Kommunikation des Heiligen Stuhls zuständig

Das Dikasterium, das von Papst Franziskus am 27. Juni 2015 im Rahmen der Kurienreform eingerichtet wurde, verantwortet die Kommunikations-Systeme des Heiligen Stuhls, darunter Vatican News, Radio Vatikan, L’Osservatore Romano, Vatican Media (Foto-Service, Audio und Video), den Pressesaal des Heiligen Stuhls, die Vatikanische Verlagsbuchhandlung (LEV), die Vatikanische Druckerei Tipografia Vaticana sowie die Vatikanische Filmothek. Über die ihm anvertrauten operativen und technischen Funktionen hinaus vertieft und entwickelt das Dikasterium auch die theologischen und pastoralen Aspekte der kirchlichen Aktivitäten auf dem Feld der Kommunikation. Alvarado folgt auf Paolo Ruffini, den Papst Franziskus 2018 als ersten Laien zum Präfekten eines Dikasteriums der Römischen Kurie ernannt hatte und der im kommenden Oktober 70 Jahre alt wird.

In einer Erklärung nach der Bekanntgabe ihrer Ernennung hat Alvarado betont: „Auch wenn diese Ernennung unerwartet kommt, nehme ich sie mit dem ehrlichen Wunsch an, dem Heiligen Vater am Beginn seines Pontifikates zu dienen. Ich bin Paolo Ruffini für seine Leitung in den vergangenen Jahren dankbar und kann es kaum erwarten, die wichtige Arbeit der Stärkung des Dikasteriums in einem Geist der Freundschaft und Hoffnung weiter zu führen, damit es weiterhin der Kirche in Rom und überall zu Dienst dabei sein kann, Jesus der Welt zu kommunizieren.”

Wunsch, Dikasterium im Dienst des Papstes zu stärken

Ruffini hat seinerseits in einem Brief an die Mitarbeiter des Dikasteriums für die Kommunikation erklärt: „Das Dikasterium hat in seiner DNA die Pflicht eingeschrieben, stets im Einklang mit der Welt der Kommunikation zu bleiben, die sich rasch weiterentwickelt. Seit unserer Gründung als Institution war und bleibt dies unser Leitstern: niemals stillzustehen, den Staffelstab weiterzugeben, ohne das Laufen zu unterbrechen, genau hier und jetzt, in diesem Augenblick, präsent zu sein – als Maßstab für eine Kommunikation, die ein Werkzeug der Gemeinschaft ist, die im Laufe der Zeit wächst. Ich bin nun auf die letzte Etappe meiner Laufbahn eingeschwenkt, kurz bevor ich – auf der langen Reise, die unser Berufsleben darstellt – mit Erreichen des 70. Lebensjahres, dem vorgesehenen Rentenalter, den Staffelstab an Montserrat Alvarado als nächste Präfektin übergeben werde. Wir kennen uns gut. Und in den kommenden Monaten werden wir eng zusammenarbeiten, im Geist der Gemeinschaft, der uns in der Kirche verbindet.”

„Ich bin der großen Familie des Dikasteriums für den Weg, den wir gemeinsam in diesen acht Jahren zurückgelegt haben, dankbar”, so Ruffini weiter: „Wir leiten nun den Prozess ein, um in den kommenden Monaten einen reibungslosen Übergang zu gewährleisten, mit dem Ziel, das Dikasterium bei seinem weiteren Wachstum im Dienst des Papstes und seiner Mission in einem Geist von Einheit und Öffnung zu helfen.”

Michael P. Warsaw, Präsident des Verwaltungsrates und Geschäftsführer von EWTN, hat unterstrichen, dass Alvarado sich „das Vertrauen und den Respekt aller verdient hat, die das Privileg hatten”, während der Jahre in dem Sender „an ihrer Seite zu arbeiten”. „Wir versichern sie der Gebete, der Ermutigung und der vollen Unterstützung der EWTN-Familie, während sie diese wichtige Mission im Dienst von Papst Leo XIV. und seinem Pontifikat antritt.” (vn 2)

 

 

 

 

Papst würdigt Bildungsarbeit der katholischen Pfadfinder Europas

 

An diesem Montagvormittag hat Papst Leo XIV. eine Vertretung der „Associazione Italiana Guide e Scouts d’Europa Cattolici“ zu einer Audienz im Vatikan empfangen. Bei den Gästen handelt es sich um Mitglieder, Gruppenleiter sowie geistliche Assistenten des italienischen Zweigs der katholischen Pfadfinderinnen und Pfadfinder Europas, die anlässlich des 50-jährigen Bestehens ihres Verbandes nach Rom gereist sind. Mario Galgano - Vatikanstadt

In seiner Ansprache setzte das Kirchenoberhaupt das Jubiläum – in Anlehnung an das gewählte Motto „Wenn es Gott gefällt, für immer!“ – in Bezug zum jüngst gefeierten Pfingstfest und wünschte der Gemeinschaft einen Impuls im Sinne eines neuen Pfingstereignisses, das den Glauben stärkt und zu rechtem Handeln im Leben anregt.

Spezifischen Erziehungsstil

Der Papst betonte, dass der Verband in den vergangenen fünf Jahrzehnten einen spezifischen Erziehungsstil gefestigt habe. Basierend auf den pädagogischen Ansätzen des Gründers Robert Baden-Powell begleite die Organisation Kinder und Jugendliche auf ihrem Lebens- und Glaubensweg. Als wesentliche Säulen dieser Arbeit hob er den Aufenthalt im Freien und den direkten Kontakt zur Natur hervor, durch die die Schöpfung erfahrbar werde. Diese Erfahrungen sollten stets mit der Lektüre der Heiligen Schrift verknüpft werden. In diesem Kontext zitierte Leo XIV. seinen Vorgänger Papst Franziskus, welcher die Pfadfinder im Jahr 2019 dazu aufgerufen hatte, das Evangelium wie ein Navigationsgerät und als Karte des Lebens täglich zu nutzen.

„Nutzt täglich das Evangelium wie ein Navigationsgerät und als Karte des Lebens.“

An die anwesenden Gruppenleiter gewandt, erklärte das Kirchenoberhaupt, dass die Kohärenz der eigenen Lebensführung und die Reife der persönlichen Entscheidungen ein wichtiges Vorbild für die anvertrauten Jugendlichen darstellten. Es gelte, den Glauben im Alltag, im gemeinsamen Gebet und in den Sakramenten zu leben. Eine tragende Rolle komme dabei auch den priesterlichen Assistenten zu, welche die Verbindung zwischen der Kirche und dem Verband gewährleisten und die Mitverantwortung für die spirituelle Entwicklung der Jugend tragen.

Bewusste Trennung der Aktivitäten in geschlechtsspezifischen Sektionen

Ein besonderes Merkmal der pädagogischen Konzeption des Verbandes bildet die bewusste Trennung der Aktivitäten in geschlechtsspezifische Sektionen für Jungen und Mädchen. Der Papst erläuterte, dass diese Struktur dazu diene, den Jugendlichen eine differenzierte Aufmerksamkeit zukommen zu lassen. Das Erkunden der Grundlagen des Frau- und Mannseins bereite auf eine authentische und bewusste Begegnung mit dem jeweils anderen Geschlecht vor und fördere die gegenseitige Reifung mit dem Ziel, die Mitglieder zu verantwortungsvollen Christen und Staatsbürgern heranzubilden.

Darüber hinaus fand die europäische Ausrichtung des Verbandes Erwähnung. Leo XIV. begrüßte das Bestreben, eine europäische Dimension zu pflegen, die sich nicht auf politischer Ebene bewege, sondern auf kultureller Basis zur Gestaltung eines Europas der Völker beitrage, welches durch die Werte des christlichen Humanismus geeint sei. Der uneigennützige Dienst am Nächsten bilde den Kern der Pfadfindermethode, entwickle Altruismus sowie Solidarität und befreie den Einzelnen von der Tendenz zur Selbstbezogenheit. Zum Abschluss der Begegnung rief der Papst die Anwesenden dazu auf, das Engagement fortzusetzen, und erteilte der Pfadfindergemeinschaft den apostolischen Segen. Vn 1

 

 

 

 

Bischof Wilmer bekräftigt umstrittenen Satz über Machtmissbrauch

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Heiner Wilmer, hält an seiner umstrittenen Aussage fest, wonach der Missbrauch von Macht in der DNA der Kirche stecke. „Ich habe dafür viel Haue bekommen - auch international", sagte der bisherige Bischof von Hildesheim, der nach Münster wechselt, am Montag. „Ich stehe aber zu der Aussage", so Wilmer auf Journalistenfragen in Hildesheim.

Machtmissbrauch sei kein ausschließlich kirchliches Problem, erklärte Wilmer. „Missbrauch von Macht gibt es nicht nur in der Kirche, sondern in allen Systemen." Überall dort, wo Menschen in Gruppen, Verbänden oder Organisationen zusammenwirkten, bestehe die Gefahr, dass Macht missbraucht werde.

Wilmer verweist auf die Jünger Jesu

Zur Begründung verwies der Bischof auch auf die Bibel. „Wenn Sie das Neue Testament aufschlagen, da streiten sich schon die Jünger darum, wer vorne sitzt." Machtmissbrauch und Seilschaften seien deshalb eine „uralte Geschichte".

Wilmer hatte kurz nach seinem Amtsantritt 2018 in Hildesheim in einem Interview gesagt: „Ich glaube, der Missbrauch von Macht steckt in der DNA der Kirche." Um Machtmissbrauch zu begrenzen, brauche es Kontrolle und Gewaltenteilung. Die Formulierung stießt damals vor allem bei konservativen Bischöfen weltweit auf Kritik.

DBK-Vorsitzender setzt auf Aufarbeitung

Wilmer betonte nun, dass Institutionen stets wachsam gegenüber Machtmissbrauch sein müssten. Die Gefahr bestehe überall dort, wo Menschen Verantwortung ausübten. In Hildesheim hatte der Bischof die Aufarbeitung sexualisierter Gewalt zu einem Schwerpunkt seiner Amtszeit erklärt. In dem norddeutschen Bistum mit knapp 500.000 Katholiken läuft derzeit eine weitere unabhängige Studie zur Aufarbeitung von Missbrauchsfällen.

Wilmer wechselt am 21. Juni als Bischof nach Münster. Im Februar wurde der Ordensmann von den Herz-Jesu-Priestern zudem zum Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz gewählt. (kna 1)

 

 

 

Papst an Päpstliche Missionswerke: Vereint im Dienst an der Weltkirche

 

Die diesjährige Generalversammlung der Päpstlichen Missionswerke in Rom stand ganz im Zeichen des Dankes und der Rückschau. In seiner Ansprache an die Teilnehmer, die der Papst diesen Montag in Audienz empfing, hat der Pontifex zu einem erneuerten missionarischen Eifer aufgerufen und die großen Meilensteine der Missionsarbeit gewürdigt, die die Weltkirche in diesem Jahr feiern kann. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

Gleich zwei bedeutende Meilensteine für die Missionswerke prägen das aktuelle Kirchenjahr: Vor genau 100 Jahren führte Papst Pius XI. auf Bitte des Päpstlichen Werkes der Glaubensverbreitung den Weltmissionssonntag ein. Seit einem Jahrhundert bildet dieser Tag im Oktober nun schon das Herzstück der solidarischen Unterstützung für junge Kirchen weltweit.

In seiner Ansprache an die im Vatikan versammelten Generalsekretäre und Nationaldirektoren würdigte Papst Leo die „vielen missionarischen Initiativen, die dank der Großzügigkeit der Gläubigen am Weltmissionssonntag möglich“ seien und verwies auch auf den 110. Gründungstag der Päpstlichen Missionsunion (POM), die Papst Paul VI. als „Seele“ der Päpstlichen Missionswerke bezeichnet hatte.

Hoffnungsträger in einer schwierigen Zeit

In einer Zeit, die von geopolitischen Krisen und bewaffneten Konflikten erschüttert wird, wies das Kirchenoberhaupt den Päpstlichen Missionswerken eine entscheidende Rolle als Hoffnungsträger und Friedensstifter zu.

„In diesem Zusammenhang erfüllt das Päpstliche Kindermissionswerk eine besonders wertvolle Aufgabe, indem es Kindern auf der ganzen Welt, insbesondere in Regionen, die von Hass und Gewalt heimgesucht sind, das Licht des Glaubens und den Trost der christlichen Nächstenliebe bringt,“ betonte der Papst und würdigte auch das Werk des Heiligen Apostels Petrus, welches die Ausbildung einheimischer Priester und Ordensleute sichert.

„Eins in Christus, vereint in der Mission“

Das diesjährige Thema des Weltmissionssonntags „Eins in Christus, vereint in der Mission“ beschrieb Papst Leo als Arbeitsauftrag für die Zukunft der gesamten Kirche und lud alle dazu ein, „die Dringlichkeit einer fortwährenden missionarischen Umkehr anzunehmen und gemeinsam nach Wegen zu suchen, eine missionarische Kirche für die Heilung unserer Welt zu sein, die von Spannungen, Konflikten und Kriegen geprägt ist.“ 

Papst Leo erinnerte die Anwesenden daran, dass die Arbeit der Päpstlichen Missionswerke „für die weltweite Evangelisierung unverzichtbar“ bleibe und jede Form kirchlicher Mission auf Christus ausgerichtet bleiben müsse.

Jesus ins Zentrum stellen

„Bei allem, was wir für das Werk der Evangelisierung tun, müssen wir stets Jesus Christus ins Zentrum stellen und das schöne Prinzip des Evangeliums hochhalten, das Johannes der Täufer wie folgt ausgedrückt hat: ‚Er muss wachsen, ich aber geringer werden' (Joh 3,30)“, so sein Appell.

Abschließend vertraute der Papst die Mitarbeiter, Wohltäter und Unterstützer der Missionswerke der Fürsprache Mariens, „Königin der Missionen“, sowie aller Missionsheiligen an und erteilte ihnen seinen Apostolischen Segen.

Generalversammlung in Rom

Die jährliche Generalversammlung der Päpstlichen Missionswerke (POM) findet derzeit in Rom statt. Die Tagung, an der über 100 nationale Direktoren aus aller Welt teilnehmen, ist für den Zeitraum vom 27. Mai bis zum 3. Juni angesetzt.

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