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    Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso 16-30 settembre 2022

 

Inhaltsverzeichnis

1.     Synodaler Weg. Un’assemblea sinodale difficile e importante. 1

2.     Cei. Dal 20 al 22 settembre a Matera Consiglio Permanente: sessione autunnale. 1

3.     Matera attende Papa Francesco il 25 settembre e celebra il Congresso Eucaristico nazionale. 1

4.     Papa in Kazakhstan. L’incontro con i vescovi: “Nessuno è straniero nella Chiesa”. 1

5.     Papa Francesco avvicina la Cina, grazie al Kazakistan. 1

6.     Kazakhstan. Al via il VII Congresso leader religiosi. “Custodi della coscienza dell’umanità”. 1

7.     Vangelo Migrante: XXV Domenica del Tempo Ordinario | Vangelo (Lc 16,1-13) 1

8.     Il primo giorno del Papa in Kazakhstan: “In questa folle guerra vengo per amplificare il grido della pace”. 1

9.     Migrantes: “Il Mediterraneo torna ad essere una tomba”. 1

10.  Cos'è il Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali e dove si svolge?. 1

11.  Papa: "Basta donne incinte licenziate". 1

12.  Chiesa in Germania: per una sinodalità permanente. 1

13.  Il Papa: "Il sistema e l’amministrazione fiscale devono essere efficienti e non corrotti". 1

14.  Essere cristiani oggi 1

15.  Papa Francesco: “La catechesi non può essere come un’ora di scuola”. 1

16.  Cammino sinodale tedesco: bocciato il documento sulla sessualità. 1

17.  L’appello delle chiese di tutto il mondo per la pace in Ucraina. 1

18.  Un santuario a Londra dedicato a Maria, Madre dei Cristiani perseguitati 1

19.  Vangelo Migrante: XXIV Domenica del Tempo Ordinario | Vangelo (Lc 15,1-32) 1

20.  Papa Francesco ai nunzi: “Avete portato ai popoli e alle Chiese la vicinanza del Papa”. 1

21.  MCI Germania. Intervista al nuovo Delegato don Gregorio Milone. Una comunità per tutti 1

22.  Vescovo di Ferrara lascia scortato dai carabinieri la riunione coi parrocchiani: "Vergogna!". 1

23.  Perché settembre è il mese della Bibbia e perché i cattolici dovrebbero leggerla?. 1

24.  Uccisione di suor Maria De Coppi. Card. Zuppi: il suo sacrificio sia seme di speranza e riconciliazione. 1

25.  Un cattolicesimo minore: “Non senza te”. 1

26.  Per il Papa stare con i poveri è una "vocazione, non un'occupazione". 1

27.  Beatificato Giovanni Paolo I. La memoria liturgica è stata fissata il 26 agosto. 1

28.  Beatificazione. Il card. Stella: “Giovanni Paolo I un grande dono per la Chiesa”. 1

29.  Migrantes: concluso il Corso di Alta Formazione. 1

30.  Mi fermo e contemplo. 1

31.  Vangelo Migrante: XXIII Domenica del Tempo Ordinario | Vangelo (Lc 14, 25-33) 1

32.  Papa Francesco riceve i padri di Schönstatt in occasione del Capitolo generale. 1

 

 

1.     Papst: „Der einzige Weg zum Frieden ist der Dialog“. 1

2.     Marsch für das Leben 2022. Bischof Bätzing warnt vor vorgeburtlicher Selektion. 1

3.     Bischöfe tagen Ende September. 1

4.     Papst in Kasachstan: Unsere Welt muss wieder zu Harmonie finden. 1

5.     Synodaler Weg in Schieflage. 1

6.     Weitere Reform-Voten des „Synodalen Wegs“. 1

7.     „Synodaler Weg“ überwindet Krise. 1

8.     Nach Synodaler Weg-Eklat: Mehr Wahrhaftigkeit nötig. 1

9.     Endspurt im Reformprozess: Welche Änderungen plant die Kirche?. 1

10.  Paukenschlag: Bischöfe stürzen Kirchen-Reformprozess in Krise. 1

11.  Weltkirchenrat verurteilt russischen Angriffskrieg gegen Ukraine. 1

12.  Vatikan: Päpstliche Missionswerke elementar für junge Kirchen. 1

13.  Vierte Synodalversammlung des Synodalen Weges eröffnet. „Veränderung für den Lauf der Kirche“. 1

14.  Mosambik: 84-jährige italienische Missionarin bei Überfall getötet. 1

15.  Papst bei Generalaudienz: Auf die Stimme des Herzens hören. 1

16.  Neue App für Eltern: „Entspannt erziehen“. „Wertschätzende Grundhaltung“. 1

17.  ÖRK: Dokument gegen die aktuellen Kriege und für Klimaschutz. 1

18.  Papst: „Alle Getauften haben das Recht, etwas für die Kirche zu tun“. 1

19.  Papst an Caritas-Spanien: Vorsicht vor dem „Wohltätigkeitsgeschäft“. 1

20.  Seligsprechung in Rom: Das Lächeln, das die Güte des Herrn vermittelt 1

21.  Bischof Bätzing: Kirche muss ihr Verhältnis zur Welt bedenken. 1

22.  Kard. Marx unterstützt Steinmeier in Kritik an russisch-orthodoxer Kirche. 1

23.  Renovabis-Chef: Papstbesuch in Kasachstan kommt zur rechten Zeit. 1

24.  Papst legt Schönstatt-Patres Familienseelsorge ans Herz. 1

25.  Vollversammlung des Ökumenischen Rates der Kirchen. Bischof Bätzing: Ökumene ist Dienst an der Welt. 1

26.  Generalaudienz: Papst beginnt neue Katechesenreihe. 1

27.  Relaunch des Internetportals „weltkirche.de“. Bischof Meier: „Weltweite Glaubensgemeinschaft verstehen“. 1

 

 

Synodaler Weg. Un’assemblea sinodale difficile e importante

Dal sito della Delegazione - Si è chiusa sabato 10 settembre la quarta assemblea sinodale, forse la più difficile perché attraversata da una crisi che poteva far naufragare il Synodaler Weg; forse però è stata l’assemblea più significativa perché ha affrontato la crisi che ha fatto proseguire il SW con maggior presa di coscienza nei presenti circa le dinamiche di dialogo, di comunicazione all’interno dell’assemblea, dinamiche sulle quali si misura la sinodalità. (di Paola Colombo)

Se la cifra della Chiesa del terzo millennio (papa Francesco) è la sinodalità, questa è un processo fatto di acquisizioni strada facendo, di learning by doing, come si dice in inglese. Ed è ciò che è successo nella quarta assemblea perché essa ha mostrato che la sinodalità significa tenere aperto il processo di dialogo, di ascolto e di parola prima di decidere.

Quando nella prima giornata (8 settembre) il documento base sulla morale sessuale cattolica non aveva ottenuto la maggioranza dei due terzi dei vescovi, la delusione palpabile nella stragrande maggioranza dei sinodali e della presidenza del SW consisteva anche in una questione di metodo, nel corto circuito nella comunicazione: il voto negativo al documento come esito di un’attitudine al silenzio, di mancato dialogo e confronto che sappia esprimere perplessità o contrarietà, un’attitudine fatta anche di assenze di alcuni vescovi agli incontri preparatori (hearings, briefing, ecc.) che precedono l’assemblea sinodale. In altre parole è venuta a galla una insufficiente cultura del dialogo, dell’ascolto e della parola, della controversia, solo sulle quali può esserci pratica di sinodalità.

Nell’impasse seguito al voto del documento sovracitati (82,8% dell’intera assemblea e il 61,2% dei vescovi lo hanno approvato, il 38,9% dei vescovi lo ha bocciato), molti sinodali hanno lasciato l’aula, fra loro gli estensori del testo, frustrati anche per i mesi di lavoro, di scrittura, di revisione, di lettura, di verifica in team. Centinaia di ore di lavoro volontario di ciascun membro del Forum buttati via? Il giorno seguente però erano tutti in aula a riprendere i lavori, decisi a non far naufragare il SW.

Nelle due giornate successive di lavori, venerdì e sabato, l’assemblea ha approvato infatti ad ampia maggioranza (anche dei vescovi) i seguenti documenti sottoposti al voto:

Che cosa è successo? Come si è affrontata la crisi che ha portato a un esito positivo della quarta assemblea sinodale?

Si è attraversata la crisi evitando di creare frazioni contrapposte, la presidenza del SW è riuscita a ristabilire un clima di fiducia e a favorire uno scambio di riflessioni grazie innanzitutto alle riunioni chiarificatrici del giovedì sera, quella della conferenza episcopale e quella degli altri sinodali.

La ripresa dei lavori il venerdì e poi anche il sabato hanno visto un cambio di passo e di ritmo: si è snellito l’ordine del giorno lasciando più tempo alle dichiarazioni che precedono le votazioni. Questo ha reso possibile una migliore articolazione delle posizioni anche contrarie o con riserve da parte di alcuni vescovi, ha favorito una comprensione più organica delle modifiche proposte, e anche una maggior chiarezza sugli intenti dei documenti. I vescovi „conservatori“, sollecitati dall’assemblea, hanno articolato le loro posizioni, espresso riserve e critiche in modo chiaro e costruttivo. Va aggiunto che prima della votazione dei testi che richiedevano anche la maggioranza dei due terzi dei vescovi, Bätzing, ha richiesto all’assemblea di potersi riunirsi brevemente con gli episcopi. Non sappiamo, ovviamente, che cosa si siano detti. Ma questi rapidi briefing sono stati una felice intuizione del presidente della Conferenza episcopale perché hanno ristabilito un clima dialogico. In assemblea sinodale è potuto emergere un quadro più articolato delle loro posizioni, non di preventivo ostruzionismo, o di bocciatura acritica per fedeltà al magistero, di dissenso su diversi punti, ma non sulla bontà dei testi nel loro insieme né sull’importanza di poter far proseguire il SW.

I documenti votati alla quarta assemblea sinodale, compreso quello non approvato, saranno portati dai vescovi tedeschi a Roma a novembre negli incontri Ad limina. „Portiamo tutto il pacchetto delle assemblee sinodali. Si tratta di alcune valige con un certo peso“, ha dichiarato il Vescovo Georg Bätzing alla conferenza stampa finale del WS, „Ma, e l’ho percepito ora a Francoforte, siamo pronti per questo trasporto e non vedo l’ora di partecipare allo scambio a Roma“. Anche il documento „bocciato“ sulla morale sessuale andrà a Roma, perché ha detto Bätzing è un testo fatto molto bene, teologicamente fondato, e che produrrà degli effetti. Non può essere ignorato o cancellato.

Resta il fatto che nella prossima imminente Conferenza episcopale di fine settembre (26-29) a Fulda si farà riflessione sulla quarta assemblea sinodale, sui nodi che ha portato alla luce, sulla comprensione di che cosa significa sinodalità e pratica della sinodalità. Per quanto riguarda lo stato dei lavori del SW, la prossima assemblea, la quinta, a marzo 2023, sarà anch’essa importante e molto densa.

Alcune considerazioni sui testi approvati

Ciò che il cammino sinodale in Germania non può permettersi, ma si può ben dire, che ciò che la Chiesa cattolica oggi non può permettersi è una posizione pregiudiziale di chiusura che impedisca il dialogo su questioni urgenti, non nuove, vanificando gli sforzi di scambio costruttivo. Questo pericolo era presente il giovedì dopo la prima votazione, e questo pericolo è stato superato nei giorni seguenti. Una Chiesa sinodale è allora l’orizzonte che consente la pratica di dialogo, di ascolto e di decisione.

Il testo base su Donne nei ministeri e negli uffici della Chiesa è in questo senso esemplare. Nelle oltre trenta pagine si chiede che la questione dell’ordinazione delle donne possa essere riesaminata. Il popolo di Dio lo chiede, la richiesta, può essere ignorata con una risposta di autorità? Così il vescovo Franz-Josef Bode, uno dei due portavoci del Forum III e vicepresidente del SW: „Con l’approvazione del documento sulle donne abbiamo scritto un pezzo di storia, della Chiesa nel nostro paese e della storia della Chiesa a livello mondiale“. Ricordiamo che la costituzione apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994) di papa Giovanni Paolo II aveva inteso chiudere definitivamente la questione con un argomento di mancanza di autorità da parte della Chiesa di decidere sulla questione dell’ordinazione femminile. (A tal proposito rinviamo anche all’intervista a padre Hervé Legrand Una Chiesa trasformata dal popolo in cui dice: „Per i canonisti, la parola “definitivo” ha un significato molto preciso: definitivo significa che non potrà essere cambiato se non allo stesso livello di autorità, in questo caso inferiore a quello di un dogma„).

L’approvazione del Regolamento di base del servizio ecclesiastico porterà entro l’anno, ha affermato Bätzing all’implementazione del nuovo regolamento nelle diocesi, in base al quale l’identità sessuale, il tipo di relazione affettiva che i dipendenti hanno nella loro vita privata, non può essere motivo di licenziamento in quanto non ritenuto leale nei confronti della Chiesa e non conforme alla dottrina cattolica. L’approvazione del testo sulla morale sessuale avrebbe sicuramente dato un fondamento ancor più saldo al nuovo regolamento, resta tuttavia il fatto che l’approvazione di questo testo è un successo. (Si ricordi la campagna di sensibilizzazione con il film documentario Out in Church, trasmesso sui canali pubblici della tv tedesca lo scorso febbraio).

Sul testo Umgang mit geschlechtlicher Vielfalt (Gestire la diversità di genere) gli interventi intensi dei giovani delegati manifestano una diversa sensibilità nei confronti della tematica rispetto alle generazioni precedenti. Per le giovani generazioni è normale quello che noi dobbiamo invece capire, comprendere, mediare. Dai giovani abbiamo tutti qualcosa da imparare, è il messaggio che arriva dal questa assemblea del SW.

Sulla sinodalità, il SW si è accordato su un testo che prevede il primo passo verso un Consiglio sinodale. In questo senso le dichiarazioni di Stetter-Karp, presidente del ZdK e del SW, in conferenza stampa: „Abbiamo bisogno per il futuro della nostra Chiesa la disponibilità a decidere in maniera autenticamente sinodale. Sono contenta che in questa penultima assemblea sinodale si sia dato un chiaro segnale in questa direzione“.


Si chiude la prima giornata: un sinodo paralizzato dalla delusione?

Poco dopo le 18:00 (giovedì 8 settembre) delusione e sconcerto regnano alla quarta assemblea sinodale perché il testo sul rinnovamento della morale sessuale cattolica non passa, perché non ottiene la maggioranza dei due terzi dei vescovi (33 a favore, 61% contro 21 voti contrari), mentre l’assemblea lo ha votato con un’ampissima maggioranza che non lasciava presagire il risultato finale. Come ogni testo del SW deve ottenere in sede di votazione i due terzi dei presenti all’assemblea (i voti degli astenuti non vengono conteggiati) e i due terzi dei vescovi.

Si tratta della seconda lettura del testo di base (Grundtext: Vivere in rapporti che funzionano. Vivere lamore nella sessualità e nel rapporto di coppia). L’emozione è palpabile, molti sinodali lasciano l’assise, dopo una breve pausa le parole della direzione del SW (il vescovo Bätzing e Stetter-Karp, presidente del ZdK) esprimono sorpresa per un esito, sicuramente non scontato, ma che tuttavia arriva come una doccia fredda. Chi sono questi vescovi che hanno votato contro? Perché lo hanno fatto? Perché non hanno in questi anni, mesi espresso le loro riserve? È mancato l’esercizio di sinodalità? Il testo era stato approvato in prima lettura. Queste domande ritornano negli oltre cinquanta interventi dei sinodali.

Questa la reazione di Isabella Vergata, sinodale che rappresenta i cattolici di altra madrelingua al SW: „Il problema secondo me è che i vescovi tra di loro non parlano. Piango per la mia Chiesa, piango per tutte le persone che nei prossimi giorni usciranno dalla Chiesa. Sono profondamente triste. Il popolo della Chiesa va in una direzione, per noi il testo base ha vinto, ma non abbiamo la maggioranza necessaria dei vescovi„.

I più ottimisti dicono che il testo sulla morale sessuale non si può cancellare e che avrà ripercussioni, insomma, indietro non si torna. I vescovi che lo hanno approvato, potranno inserirlo nella pastorale delle loro diocesi, suggerisce il presidente della conferenza episcopale tedesca, Bätzing, nelle sue prime reazioni. Anche altri vescovi concordano.

Soprattutto senza parole sono quei laici e laiche che si occupano di pastorale dei giovani o insegnano religione nelle scuole. Che dire loro? Un testo che ha fondamento teologico, lo hanno ammesso anche i vescovi che lo hanno bocciato, in più punti convincente, ma non nell’insieme. Perché non sono state avanzate prima, in un clima di costruttivo dibattito sinodale, queste considerazioni critiche, al fine di giungere a una proposta condivisa, viene loro chiesto da sinodali sbalorditi e scossi.

Che fare allora? L’ordine del giorno, il programma di questa quarta assemblea sinodale è sottosopra, ancora in questo momento (21:45) i vescovi in una sala, gli altri delegati in un’altra sono riuniti per capire che cosa sia successo oggi e perché e che cosa fare domani. Certamente la votazione di oggi è valida ed è stata accettata dalla presidenza del SW, ma probabilmente verrà ripensata la modalità di portare i testi al voto, per esempio sezionando un documento in più parti che andranno votate singolarmente, pezzo per pezzo.

Una sinodale l’ha chiamata Stille Macht, il potere silenzioso dei vescovi, di quei vescovi, che votando contro, si sono sottratti a tempo debito a uno scambio aperto, questo viene loro criticato. Per questo prima di proseguire con l’ordine del giorno, alcuni delegati propongono di anticipare la votazione del testo sulla sinodalità, pratica di ascolto e parola che, hanno costatato oggi con perplessità e smarrimento generale, è evidentemente mancata.

Dopo la pubblicazione dello MHG-Studie (2018), lo studio sugli abusi sessuali da parte del clero e di religiosi, commissionato dalla Conferenza episcopale tedesca, questa si rivolse allo ZdK, ai laici e laiche, teologhe e teologi per essere aiutati ad affrontare i problemi sistemici della Chiesa che hanno favorito l’abuso e proporre soluzioni. Con queste premesse è nato il SW, un cammino, un processo, per arrivare a definire testi e linee di azione nei quattro ambiti problematici individuati, i cosiddetto quattro Foren: quello sul potere nella Chiesa, quello sulla realtà sacerdotale, quello dei ministeri alle donne e quello sulla morale sessuale cattolica.


Giovedì 8 settembre

Si apre oggi la quarta assemblea sinodale a Francoforte. Fino a sabato (8-10 settembre 2022) i 230 delegati discuteranno e voteranno diversi documenti che, precedentemente, i quattro gruppi di lavoro (Foren) del Synodaler Weg, hanno preparato, modificato. Alcuni di questi documenti hanno già superato il voto in prima lettura e dovranno superare una seconda lettura, eventualmente una terza, come previsto dallo statuto del SW.

In seconda lettura ci saranno testi sulla sinodalità: consultarsi insieme e decidere; sull’etica sessuale; su come vivere oggi l’esistenza consacrata del ministero sacerdotale; sulla proposta di togliere l’obbligo del celibato, pur ribadendo il valore della scelta del celibato; su donne nei ministeri e negli uffici della Chiesa; su una nuova valutazione dell’omosessualità.

Questa quarta assemblea è quindi molto delicata perché con essa il Synodale Weg prosegue la fase deliberativa, infatti i testi che verranno votati in seconda lettura e che supereranno il voto, saranno delibere, ossia le indicazioni ufficiali di riforma della Chiesa in Germania che andranno a Roma, che entreranno nelle consultazioni del Sinodo universale. I documenti richiedono infatti una doppia votazione, i due terzi dell’assemblea e i due terzi della Conferenza episcopale. Le delibere tuttavia non hanno giuridico vincolante.

Tutti i documenti sono disponibili online, alcuni sono anche tradotti in italiano, in inglese e in spagnolo.

I testi elaborati dai quattro Forum sono lineari, chiari, certamente non semplici, ma non impossibili da comprendere anche per un non addetto ai lavori. In altre parole, le tematiche affrontate hanno ovviamente richiesto nella stesura una competenza specifica perché complesse sono le questioni, tuttavia i testi sono comprensibili, ben contestualizzati, ben argomentati e non sono per nulla ad effetto, né usano un linguaggio ostentato. Lo richiede la tematica e la necessità di raggiungere un’ampia comprensione e condivisione senza che le proposte di cambiamento intimoriscano provocando un effetto di chiusura e ostilità. Qui si vede il lavoro sinodale di due anni.

I documenti non saranno vincolanti, è scritto nello statuto (anche questo online sul sito del Synodale Weg) perché la Chiesa in Germania ha in più occasioni ribadito di non voler essere scismatica né di voler intraprendere un cammino speciale, un Sonderweg, incurante della Chiesa universale.

Detto così sembra tutto molto asciutto, molto tecnico, in realtà il SW, sta praticando da oltre due anni un processo di sinodalità, fatto di discernimento, di consultazioni, di trasparenza, di discussioni, di revisioni e di decisioni, di partecipazione appassionata, vivace e rispettosa, di crescita comune e di crescita della consapevolezza dei singoli.

Senza andare a disturbare la pneumatologia, la teologia dello Spirito Santo, quello che avviene nelle Assemblee Sinodali non è una discussione tecnicistica per creare consenso su un testo. Basti seguire le dirette in livestream delle Assemblee per rendersene conto. Certo essere presenti e testimoni dell’atmosfera è ben altra cosa, si vive il clima di attesa, si percepisce il desiderio di rinnovamento della Chiesa per essere più autentica testimone del Vangelo ed essere più missionaria, anche nei colloqui in corridoio davanti a un caffè, nei sentiti momenti di raccoglimento e spiritualità.

Il Sinodo sulla sinodalità

In questo ultimo anno, da quando papa Francesco ha aperto il Sinodo universale sulla sinodalità, ha dato vita a un orizzonte di senso in cui si inserisce anche il SW tedesco, permettendo a quest’ultimo di entrare ancora più strettamente in contatto con altre Chiese locali, con altre diocesi al mondo, e constatare che le questioni che il SW sta affrontando nel suo cammino non sono diverse da quelle di altri cammini sinodali in corso. „L’interesse dei fedeli per una Chiesa che apra alla possibilità di partecipazione nell’ambito dell’impegno diaconale, dell’annuncio e, non da ultimo della leadership e del processo decisionale, non solo è in aumento, ma sta crescendo sensibilmente. Papa Francesco ha colto questo slancio nel momento giusto, invitando la Chiesa mondiale a un grande cammino sinodale comune“. (Irme Stetter-Karp e Georg Bätzing, prefazione del numero speciale Herder Thema „Synodale Wege“) Sito Delegazione

 

 

 

 

Cei. Dal 20 al 22 settembre a Matera Consiglio Permanente: sessione autunnale

 

La sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente si svolgerà da martedì 20 a giovedì 22 settembre a Matera, dove dal pomeriggio del 22 a domenica 25 settembre è in programma il Congresso Eucaristico Nazionale sul tema: “Torniamo al gusto del pane. Per una Chiesa eucaristica e sinodale”.

Il Cardinale Presidente Matteo Zuppi guiderà il dibattito in aula che si concentrerà, innanzitutto, sul Cammino sinodale entrato nel vivo del secondo anno di ascolto della “fase narrativa”. I lavori prevedono una comunicazione riguardante la prosecuzione dell’itinerario avviato nelle Diocesi italiane, in sintonia con il Sinodo universale e a partire dalle prospettive tracciate dal documento “I Cantieri di Betania”, diffuso lo scorso luglio.

All’ordine del giorno anche aggiornamenti sulle Istruzioni della Congregazione per l’Educazione Cattolica sull’affiliazione, l’aggregazione e l’incorporazione degli Istituti di studi superiori; sui lavori relativi alla stesura della nuova Ratio nationalis per la formazione sacerdotale; sulle iniziative in corso per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili. Previsto infine un confronto sull’Assemblea Generale che si terrà nel maggio 2023. Giovedì 22 settembre verrà diffuso il Comunicato stampa finale. cei

 

 

 

 

 

Matera attende Papa Francesco il 25 settembre e celebra il Congresso Eucaristico nazionale

 

MATERA. "Per noi è motivo di grande gioia e soddisfazione poter godere della sua presenza e ascoltare la sua voce nel partecipare alla solenne concelebrazione eucaristica, per “tornare al gusto del pane per una Chiesa eucaristica e sinodale”. Così Antonio Giuseppe Caiazzo, Arcivescovo della Diocesi di Matera-Irsina, saluta la conferma della visita del Papa a Matera per la conclusione del Congresso Eucaristico Nazionale il prossimo 25 settembre.

Giorno di elezioni per cui il vescovo sottolinea la collaborazione con le autorità civili, ma soprattutto ringrazia il Papa che ha dovuto tagliare un pezzo del programma: l'incontro con i profughi in cattedrale. 

Il Papa arriva in mattinata per celebrare la messa conclusiva del Congresso alle 9 di mattina così che tutti possano andare a votare. 

Intanto l'arcidiocesi mette a disposizione dei fedeli e di coloro che parteciperanno al Congresso Eucaristico che si apre nel pomeriggio del 22 settembre, una pagina di materiali informativi sulla città e sulla Eucarestia. 

Le foto dei luoghi del Congresso ad esempio come la Cattedrale di Matera, e tutte le altre chiese fino alle immagini dello Stadio dove verrà celebrata la Messa con il Papa.

Oltre alle indicazioni pratiche sul sito è possibile trovare video e testi sia per conoscere meglio Matera e l'arcidiocesi sia per approfondire temi eucaristici. La festa della Bruna, la immagine mariana amata dalla gente e che protegge la città e che si festeggia il 2 luglio da più di 600 anni.

Per oltre sette secoli la cattedra episcopale di Matera è stata unita a quella di Acerenza. Ma nel maggio del 1203, il vescovo di Acerenza Andrea ottiene da Innocenzo III l’elevazione di Matera a seconda sede arcivescovile. Nello stesso anno iniziano i lavori, che termineranno nel 1270, per il rifacimento della nuova cattedrale. Solo il 2 luglio del 1954, Pio XII sancisce la definitiva separazione delle due Chiese di Acerenza e Matera e la costituzione di due province ecclesiastiche. Nel 1976 Paolo VI, cambia ancora la struttura e Matera e Acerenza diventano sedi vescovili suffraganee dell’arcidiocesi di Potenza – Muro Lucano – Marsico Nuovo, elevata a sede metropolitana. Infine vengono unite le diocesi di Matera e di Irsina e nel 1977 si restituì alle diocesi di Matera e Irsina e di Acerenza il titolo di Arcidiocesi. 

Antonio Giuseppe Caiazzo è il vescovo dal 12 febbraio del 2016. Il 21 marzo 2018 è stato nominato dalla C.E.I. Presidente del Comitato per i Congressi Eucaristici Nazionali. 

Da segnalare una attività importante per la tutela dei nostri beni artistici: la Cooperativa sociale Oltre l'Arte. La vocazione fondamentale della cooperativa è quella di valorizzare i beni storicoartistici di carattere religioso del territorio materano, andando “oltre l’arte”, ossia restituendo il valore spirituale di questo patrimonio. La cooperativa gestisce, oltre le visite alla Basilicata Cattedrale e al Museo Diocesano, anche il circuito urbano delle Chiese Rupestri di Matera (una parte delle 150 sparse su tutto il territorio) organizzando visite guidate ai Sassi (4 siti resi accessibili anche a disabili) con guide specializzate attente a far emergere il profondo senso di religiosità che abita la millenaria storia di Matera, proclamata nel 1954, a conclusione dell’Anno Mariano, Civitas Mariae.

Le schede, le foto, i testi sono on line grazie al lavoro dell' Ufficio delle Comuicazioni sociali dell' arcidiocesi. Un lavoro prezioso anche per coloro che vogliono conoscere meglio questa meravigliosa parte d'Italia. Angela Ambrogetti, Aci 15

 

 

 

 

Papa in Kazakhstan. L’incontro con i vescovi: “Nessuno è straniero nella Chiesa”

 

“Una Chiesa fatta di tanti volti, storie e tradizioni diverse, tutte unite dall’unica fede in Cristo Gesù. perché provenite da luoghi e Paesi differenti, ma la bellezza della Chiesa è questa: siamo un’unica famiglia, nella quale nessuno è straniero”. È il ritratto della comunità cattolica in Kazakhstan, tracciato dal Papa nell’incontro con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, i seminaristi e gli operatori pastorali, presso la cattedrale Madre di Dio del Perpetuo Soccorso di Nur-Sultan. “Nessuno è straniero nella Chiesa, siamo un solo popolo santo di Dio arricchito da tanti popoli!”, ha ripetuto Francesco: “E la forza del nostro popolo sacerdotale e santo sta proprio nel fare della diversità una ricchezza attraverso la condivisione di ciò che siamo e di ciò che abbiamo: la nostra piccolezza si moltiplica se la condividiamo”. “Il mistero di Dio – dice san Paolo – è stato rivelato a tutti i popoli”, ha sottolineato il Papa: “Non solo al popolo eletto o a una élite di persone religiose, ma a tutti”. Due le parole attorno a cui si è articolato il discorso del Papa, mutuate proprio da San Paolo: “eredità e promessa”. “Da una parte, una Chiesa eredita sempre una storia, è sempre figlia di un primo annuncio del Vangelo, di un evento che la precede, di altri apostoli ed evangelizzatori che l’hanno stabilita sulla parola viva di Gesù”, ha spiegato Francesco: “dall’altra parte, essa è anche la comunità di coloro che hanno visto compiersi in Gesù la promessa di Dio e, da figli della risurrezione, vivono nella speranza del compimento futuro. Sì, siamo destinatari della gloria promessa, che anima di attesa il nostro cammino”. (M.N.) sir 15

 

 

 

Papa Francesco avvicina la Cina, grazie al Kazakistan

 

Nel Paese che fa da ponte tra Occidente e Oriente, il papa cerca di avvicinarsi alla Cina. Ospite del presidente Qasym-Jomart Tokaev, che dal 2019 ha raccolto il testimone quasi trentennale di Nursultan Nazarbaev, Francesco è in Kazakistan per partecipare al Congresso dei capi delle religioni mondiali e tradizionali.

Un lasciapassare per quella terra “tanto estesa quanto antica”, come l’ha definita lo stesso Bergoglio, incastonata nel cuore dell’Asia centrale post sovietica e che fa da cerniera tra Russia e Cina. Punto d’incontro e di scambio, dunque, che rendono il Kazakistan rilevante non solo per la geopolitica delle grandi potenze, ma anche per quella delle grandi narrazioni. Tra le quali, naturalmente, s’inserisce anche quella del messaggio pontificio di Francesco.

Il Kazakistan di Tokaev 

Al comando del Kazakistan, indipendente dal 1991 dopo il crollo dell’Unione sovietica, è rimasto per circa tre decenni l’ex segretario del Partito comunista kazako: Nazarbaev. Quest’ultimo, però, con una mossa inaspettata, tre anni fa ha deciso di lasciare il potere al proprio delfino – Tokaev, appunto – e mantenere per sé la presidenza del Consiglio di sicurezza nazionale, ovvero l’agenzia che ha di fatto sostituito il Kgb.

Le proteste dello scorso gennaio, dovute all’aumento vertiginoso dei prezzi dei generi alimentari, dei carburanti e del gas, hanno però stravolto il Paese, dando un’accelerata a un processo di scollamento del Paese tanto da Mosca, quanto dalla Cina. E se verso quest’ultima, in seno al nazionalismo kazako, è radicato da sempre un forte sentimento sinofobico, il distacco dalla Russia di Putin ha sorpreso molti.

Del resto, lo stesso Tokaev, proprio per sedare le manifestazioni antigovernative, ha chiesto – e ottenuto – aiuto militare da parte delle forze dell’Organizzazione del trattato collettivo di sicurezza, ovvero un sistema che gravita attorno a Mosca. Un mese più tardi, l’invasione dell’Ucraina ha rimescolato le carte: a Nur-Sultan, capitale kazaka, ci si è convinti che la numerosa minoranza russa e russofona potesse essere la miccia per far divampare una nuova Crimea. Mettendo, così, a serio repentaglio l’indipendenza del Paese.

Sempre più celermente, Tokaev ha iniziato a prendere le distanze da Putin. Prima, annunciando di non riconoscere le repubbliche separatiste di Luhansk e Donetsk, definite come “quasi Stati”. Poi, rifiutandosi di partecipare al summit economico di San Pietroburgo dietro invito dello stesso presidente russo e, infine, non accettando il conferimento dell’Ordine di Aleksandr Nevskij.

Lontani dalla Russia…

Le tensioni tra Mosca e Nur-Sultan hanno accolto papa Francesco nel suo viaggio in Kazakistan. Dove, appunto, la guerra in Ucraina non è sentita come troppo distante.

Le peculiarità del Kazakistan, inteso come Paese di frontiera, già parte dell’Unione sovietica e che conserva incancellabili nella sua cifra nazionale i segni di una profonda presenza russa, rendono l’esempio di Kyiv molto ben evidente a Tokaev.  

Per questo, il discorso di papa Francesco sulla necessità di ritrovare il cammino verso la pace anche in Ucraina acquista maggior significato proprio perché pronunciato da Nur-Sultan. Bergoglio ha ribadito ancora una volta “il grido di tanti che implorano la pace”, che non potrà però avere tra gli uditori il patriarca Kirill: invitato anch’egli al Congresso, il capo della Chiesa ortodossa moscovita ha deciso di non prendervi parte. Forse, anche per evitare un confronto diretto proprio con Francesco, che lo aveva criticato duramente per la sua remissività nei confronti del Cremlino. 

Un altro segnale della distanza che la guerra in Ucraina ha creato non solo tra Kazakistan e Russia, ma anche tra Mosca e Vaticano, oggi più che mai distanti nonostante il rapporto assiduo che, negli anni passati, si era consolidato tra papa Francesco e Putin.

… Ma vicini alla Cina?

Il tentativo di divincolarsi dalla Russia non porterà il Paese direttamente nelle braccia di Pechino. La Cina, in Kazakistan, ha investito e continua a investire risorse importanti, soprattutto nel settore energetico. Del resto, il Paese centroasiatico si trova nel cuore del progetto della Belt and Road Initiative. Come detto, però, in Kazakistan la diffidenza verso l’ingombrante vicino è storica e tenace.

Proprio qui s’inseriscono la narrazione e la missione di Francesco. Il papa, durante il volo verso Nur-Sultan, si è detto pronto a visitare la Cina. E, contestualmente, come in una specie di sliding door, il presidente cinese Xi Jinping sarà proprio in Kazakistan per incontrare Tokaev, dopo aver visto Putin in Uzbekistan per un summit dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Difficilmente avverrà un incontro tra i due, anche se lo slancio di Bergoglio verso la Cina rimane immutato.

Per Francesco il Kazakistan è autentico ponte verso Pechino, rampa di lancio per la meta ultima ormai conclamata del proprio pontificato. Nel Paese, però, devono essere vinte le resistenze della comunità kazaka e, soprattutto, dei cosiddetti oralmen, i cittadini kazaki che dopo il 1991 hanno fatto ritorno in patria. Tra questi, infatti, molti provengono dallo Xinjiang, regione confinante con il Kazakistan dove il governo cinese, da anni, conduce una campagna repressiva verso gli uiguri, popolazione musulmana e turcica che mantiene stretti legami proprio con i kazaki, altrettanto turcici e, spesso e volentieri, islamici.

Il viaggio in Kazakistan, per questo, assume un significato fondamentale nel cammino di Francesco verso la Cina, nonostante gli enormi ostacoli che si frappongono tra Vaticano e Pechino. Che, a breve, dovranno decidere se riconfermare l’Accordo provvisorio per la nomina dei vescovi, che a quel cammino ha dato inizio. Pietro Mattonai, Aff.Int. 15

 

 

 

Kazakhstan. Al via il VII Congresso leader religiosi. “Custodi della coscienza dell’umanità”

 

Si è aperto con un minuto di silenzio al Palazzo dell’Indipendenza a Nur Sultan, capitale del Kazakhstan, il VII Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali. Tra le oltre 100 delegazioni provenienti da 50 paesi del mondo, ci sono rappresentanti dell’islam, del cristianesimo e del giudaismo nonché buddisti, induisti, taoisti, zoroastriani, shintoisti. Spiccano i nomi di Papa Francesco, lo Sheikh Muhammad Ahmad At-Tayeb, Grand Imam di Al-Azhar, Rav David Lau e Rav Yitzhak Yosef , i rabbini capo ashkenazita e sefardita d’Israele. Partecipata anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Ad accoglierli, il presidente Tokayev: “siete i custodi della coscienza dell'umanità. Chi dunque meglio di voi può indicare oggi la via della fiducia reciproca, della bontà e della pace. Oggi più che mai, abbiamo bisogno di un nuovo movimento per la pace globale”. di M. Chiara Biagioni

 

“Ringrazio tutti voi per aver accettato il nostro invito e per essere venuti in Kazakistan. Ciò testimonia il nostro comune interesse a preservare la pace e rafforzare il dialogo tra le civiltà. Nell’epoca dei cambiamenti e dell’incertezza, l’incontro di oggi è di particolare importanza”. Con queste parole il presidente del Kazakhstan, Kassym-Jomart Tokayev, ha accolto questa mattina i partecipanti al VII Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali che si è aperto con un minuto di silenzio. Tra le oltre 100 delegazioni provenienti da 50 paesi del mondo, ci sono rappresentanti dell’islam, del cristianesimo e del giudaismo nonché buddisti, induisti, taoisti, zoroastriani, shintoisti. Spiccano i nomi di Papa Francesco, lo Sheikh Muhammad Ahmad At-Tayeb, Grand Imam di Al-Azhar, Rav David Lau e Rav Yitzhak Yosef, i rabbini capo ashkenazita e sefardita d’Israele. Partecipa anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Il presidente ha detto che è “simbolico” che “l’iniziativa di tenere questo forum interreligioso sia arrivata proprio dal Kazakistan”. “Per migliaia di anni – ha ricordato – la nostra antica terra è stata un ponte di collegamento tra l’Oriente e l’Occidente. Qui, nella Grande Steppa, batteva il cuore dei grandi popoli nomadi, cui parte del codice culturale era la tolleranza religiosa”. Nel corso della sua storia, il popolo del Kazakistan ha assorbito le tradizioni di diverse civiltà e religioni, lo spirito di tolleranza e apertura, il principio dell'”Unità nella Diversità”. Il presidente ha quindi invitato i leader religiosi a “essere attivi” nei processi di pacificazione. “Ciò è essenziale – ha detto – per porre fine ai conflitti militari e alle sofferenze delle persone nei ‘punti più caldi’ del mondo. I pastori spirituali sono i custodi della coscienza dell’umanità. Chi dunque meglio di voi può indicare oggi la via della fiducia reciproca, della bontà e della pace. Oggi più che mai, l’umanità ha bisogno di solidarietà. Per costruire un nuovo sistema di sicurezza internazionale, abbiamo tutti bisogno di un nuovo movimento per la pace globale. Credo che il ruolo dei leader spirituali in questa materia sia una priorità”.

Seduto al tavolo dei relatori c’è anche il Grande Imam di Al-Azhar, lo sceicco Ahmed al-Tayeb, che intervenendo alla sessione plenaria, usa parole forti per descrivere lo stato in cui l’umanità si trova oggi. “Il mondo non ha avuto il tempo di riprendersi dagli incubi della pandemia ed è stata subito travolta dai disastri: naturali, politici e presumibilmente economici, che l’uomo ha creato con le proprie mani e in virtù del suo eccessivo egoismo e della sua coscienza morta”. Per risolvere questi problemi – ha poi detto -, è importante “consolidare e mantenere la nostra unicità”. “La fratellanza religiosa – ha affermato al-Tayeb – è un prerequisito per la fratellanza internazionale globale. Non chiedo di fondere tutte le religioni in una sola: siamo convinti che questa idea sia distruttiva e rimuove le radici della religione. Chiedo un lavoro serio per rafforzare i valori di tutte le religioni”.

Tra i partecipanti non c’è il Patriarca Kirill di Mosca. Aveva disdetto la sua partecipazione un mese fa, inviando però a Nur Sultan una delegazione guidata dal suo braccio destro, il metropolita Antonij di Volokolamsk, neo-capo del Dipartimento delle relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca. E’ stato il metropolita a leggere un messaggio che il Patriarca ha rivolto all’assemblea dei leader religiosi. “Non c’è dubbio – scrive Kirill – che oggi l’umanità stia attraversando uno dei periodi più difficili della storia moderna. Alle sfide poste dalla pandemia di Coronavirus si aggiungono i problemi alimentari, energetici ed economici causati dai tentativi di costruire un mondo senza riferimento ai valori morali”. “Negli ultimi due decenni, questi tentativi hanno portato non solo alla perdita della nozione di giustizia nelle relazioni internazionali, ma hanno anche portato a aspri scontri, conflitti militari e alla diffusione del terrorismo e dell’estremismo in diverse parti del mondo”. Compito dei leader spirituali – ha quindi aggiunto il metropolita Antonij – è proprio quello di “superare le divisioni e di poter agire insieme oltre le barriere che dividono le nostre religioni tradizionali”, ha detto. “Non riguarda la nostra dottrina o dogma, riguarda il nostro ruolo nella società. Il nostro compito di leader religiosi è edificare le persone, dare loro speranza, confortarle e metterle alla prova con Dio e tra di loro”. Parlando con alcuni giornalisti, il metropolita ha raccontato di aver avuto in mattinata un colloquio di 15 minuti con papa Francesco, il quale ha trasmesso i suoi saluti al patriarca Kirill.

Questa mattina a Nur Sultan è risuonata anche la voce della Terra Santa. Lo ha fatto il rabbino capo sefardita di Israele Yitzhak Yosef. “Sono venuto qui da Gerusalemme, la Città Santa”, ha detto. “Una città molto importante per tutte le religioni”. “La pace è una benedizione. La pace è uno dei fondamenti della religione ebraica. La pace è uno dei fondamenti di tutta l’umanità. La pace è uno dei nomi di Dio”. Sir 14

 

 

 

 

Vangelo Migrante: XXV Domenica del Tempo Ordinario | Vangelo (Lc 16,1-13)

 

Si sa che l’arte di cavarsela è molto applicata nelle ambigue imprese di questo mondo. Lo è molto meno nella grande impresa della salvezza eterna. Per questo Gesù ci riprende per come siamo più pronti a salvarci dai mali mondani che dal male eterno.

E racconta la parabola di un fattore disonesto che, chiamato a rendere conto al padrone della sua amministrazione, si vede costretto a fare sconti a destra e a manca, ai debitori del suo padrone perché costoro da lì a poco, il giorno in cui sarà licenziato, lo possano accogliere; la parabola, tuttavia, non dice se resta o viene licenziato…

Per le logiche umane, il racconto è sconclusionato perché pur dinanzi ad un comportamento che è disonesto a tutto campo, il padrone finisce comunque per lodarlo: “i figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”.

Qualcosa non torna.

Siamo in una parabola e il discorso pur muovendo dalle cose di questo mondo, non rimane nelle logiche di questo mondo ma si porta nella logica di Dio. E quindi: se quel padrone è Dio, i suoi beni non sono i denari per come li intendiamo noi ma per come li intende lui; per Dio la vera ricchezza, simboleggiata anche dal denaro, è la misericordia!

E quell’amministratore cosa fa? Fa sconti, rimette i debiti … ai debitori del padrone. In questo, è un amministratore di misericordia perché capisce che l’unica salvezza per lui è rimettere i debiti.

Umanamente è un discorso ‘utilitaristico’ ma per come lo usa Gesù, sotto forma di parabola, spiega meglio di tante parole qual è l’unica logica Dio: la vera ricchezza è la misericordia e, se c’è di mezzo il denaro, o è per fare misericordia o sarà per i traffici disonesti e basta.

Questo testo è un’immensa spiegazione narrativa di un testo dell’AT: “l’elemosina copre una moltitudine di peccati”. Noi nella vita non saremo mai perfetti nè riusciremo ad aggiustare tutto della nostra amministrazione … Sappiamo solo che alla fine i conti non torneranno mai. Come salvarsi? Abbassando i conti e tagliando le pretese.

Come distinguere il servire Dio dal servire la ricchezza? Far sì che la ricchezza serva Dio e non il contrario. Il denaro serve per amare, per perdonare; il denaro va messo al servizio della volontà di Dio. Per Dio non esistono né ‘assoluti’ nè fermezze che non contemplino la misericordia.

È un Vangelo che ci insegna la strada: cancellare i crediti, rimettere i peccati perché questo ci apre le porte dei cieli. (p. Gaetano Saracino) Migr.on. 15

 

 

 

 

Il primo giorno del Papa in Kazakhstan: “In questa folle guerra vengo per amplificare il grido della pace”

 

Il Papa ha inaugurato il viaggio in Kazakhstan facendo riferimento alla "folle e tragica guerra" in Ucraina e sottolineando il ruolo delle religioni per la pace. "La libertà religiosa costituisce l'alveo della convivenza civile". Il sostegno alla democrazia, antidoto a "estremismi, personalismi e populismi" e l'identikit della buona politica - M.Michela Nicolais

 

Paese dell’incontro, caratterizzato dalle “note di due anime”, quella asiatica e quella europea, che ne fanno una “permanente missione di collegamento tra due continenti, un ponte fra l’Europa e l’Asia, un anello di congiunzione tra Oriente e Occidente”. Così il Papa ha definito il Kazakhstan, nel suo primo discorso del suo 38° viaggio apostolico, rivolto alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico. Dalla Qazaq Concert Hall di Nur–Sultan, dopo aver incontrato in privato il presidente kazako, Francesco ha fatto subito cenno al cuore del viaggio che lo tratterrà in Kazakhstan fino al 15 settembre: il Congresso dei leader mondiali delle religioni mondiali e tradizionali, dove domani prenderà la parola.

“Il mondo ha urgente bisogno di armonia”, l’esordio di Francesco, secondo papa a visitare il Paese dell’ex Unione Sovietica dopo Giovanni Paolo II, dove i cattolici sono appena l’1% della popolazione a maggioranza musulmana. “Qui Giovanni Paolo II venne a seminare speranza subito dopo i tragici attentati del 2001”, il parallelo tracciato da Francesco:

“Io vi giungo nel corso della folle e tragica guerra originata dall’invasione dell’Ucraina, mentre altri scontri e minacce di conflitti mettono a repentaglio i nostri tempi. Vengo per amplificare il grido di tanti che implorano la pace, via di sviluppo essenziale per il nostro mondo globalizzato”.

“È dunque sempre più pressante la necessità di allargare l’impegno diplomatico a favore del dialogo e dell’incontro, perché il problema di qualcuno è oggi problema di tutti, e chi al mondo detiene più potere ha più responsabilità nei riguardi degli altri, specialmente dei Paesi messi maggiormente in crisi da logiche conflittuali”, l’imperativo dalla capitale del Kazakhstan. “A questo si dovrebbe guardare, non solo agli interessi che ricadono a proprio vantaggio”, il monito di Francesco:

“È l’ora di evitare l’accentuarsi di rivalità e il rafforzamento di blocchi contrapposti. Abbiamo bisogno di leader che, a livello internazionale, permettano ai popoli di comprendersi e dialogare, e generino un nuovo ‘spirito di Helsinki’, la volontà di rafforzare il multilateralismo, di costruire un mondo più stabile e pacifico pensando alle nuove generazioni. E per fare questo occorre comprensione, pazienza e dialogo con tutti. Ripeto, con tutti”.

Mettere al primo posto “la dignità dell’uomo, di ogni uomo, e di ogni gruppo etnico, sociale, religioso”, la lezione di apprendere per il futuro, in una terra che in passato è stata “terra di deportati e di eroi”, come dimostrano i campi di prigionia e le deportazioni di massa. “Una laicità sana, che riconosca il ruolo prezioso e insostituibile della religione e contrasti l’estremismo che la corrode, rappresenta una condizione essenziale per il trattamento equo di ogni cittadino, oltre che per favorire il senso di appartenenza al Paese da parte di tutte le sue componenti etniche, linguistiche, culturali e religiose”, l’indicazione di rotta del Papa, che ha citato la Costituzione del Kazakhstan, Paese laico che “prevede la libertà di religione e di credo”.

“La libertà religiosa costituisce l’alveo migliore per la convivenza civile”, e si traduce in “riconoscimento dei diritti, accompagnati dai doveri”. Di qui l’apprezzamento “per l’affermazione del valore della vita umana attraverso l’abolizione della pena di morte, in nome del diritto alla speranza per ciascun essere umano. Accanto a ciò, è importante garantire le libertà di pensiero, di coscienza e di espressione, per dare spazio al ruolo unico e paritario che ognuno riveste per l’insieme”.

In un Paese in faticosa transizione verso la democrazia, Francesco ha ricordato che “il sostegno alla democrazia costituisce la forma più adatta perché il potere si traduca in servizio a favore dell’intero popolo e non soltanto di pochi”. Il processo di democratizzazione è “un tragitto meritorio e impegnativo, certamente non breve, che richiede di proseguire verso la meta senza volgersi indietro”, l’apprezzamento del Papa, secondo il quale “la fiducia in chi governa aumenta quando le promesse non risultano strumentali, ma vengono effettivamente attuate”.

“Ovunque occorre che la democrazia e la modernizzazione non siano relegati a proclami, ma confluiscano in un concreto servizio al popolo”,

l’esortazione: “una buona politica fatta di ascolto della gente e di risposte ai suoi legittimi bisogni, di costante coinvolgimento della società civile e delle organizzazioni non governative e umanitarie, di particolare attenzione nei riguardi dei lavoratori, dei giovani e delle fasce più deboli. E anche – ogni Paese al mondo ne ha bisogno – di misure di contrasto alla corruzione”.

Lo stile politico realmente democratico, infatti, è “la risposta più efficace a possibili estremismi, personalismi e populismi, che minacciano la stabilità e il benessere dei popoli”.

“Il mondo intero è tenuto in ostaggio da un’ingiustizia diffusa, per cui le risorse risultano distribuite in modo ineguale”, la denuncia di Francesco contro l’iniquità della distribuzione della ricchezza: “Ed è compito dello Stato, ma anche del settore privato, trattare tutte le componenti della popolazione con giustizia e parità di diritti e doveri, e promuovere lo sviluppo economico non in ragione dei guadagni di pochi, ma della dignità di ciascun lavoratore”. “Il nome di questo grande Paese continui a essere sinonimo di armonia e di pace”, l’auspicio del Papa per il Kazakhstan, “crocevia di rilevanti snodi geopolitici” e dunque in grado di rivestire “un ruolo fondamentale nell’attenuare le conflittualità”. Rinuncia agli armamenti nucleari, sviluppo di politiche energetiche e ambientali incentrate sulla decarbonizzazione e sull’investimento in fonti pulite, attenzione al dialogo interreligioso sono tutti segnali che, secondo Francesco, vanno in questa direzione. Sir 13

 

 

 

Migrantes: “Il Mediterraneo torna ad essere una tomba”

 

Il Mediterraneo torna ad essere una tomba, un cimitero, questa volta di due bambini in fuga annegati, insieme a un giovane e a due adulti. Erano siriani e nessuno può negare che avevano diritto alla protezione internazionale. Non sappiamo ancora se esiste un legame familiare tra queste persone. Immagini drammatiche che chiedono un rinnovato impegno e non un blocco delle azioni di salvataggio in mare; chiedono un’azione congiunta tra le navi di soccorso delle ONG e le navi e gli aerei militari dei Paesi europei; chiedono un’azione europea in Libia per prevedere canali umanitari e legali per chi abbia diritto a una forma di protezione internazionale. Troppe parole si spendono mentre troppi morti si accumulano in fondo al mare. La Fondazione Migrantes auspica da subito un permesso di protezione internazionale per i 26 sopravvissuti; un rinnovato impegno politico e civile a favore di chi chiede e ha diritto a una protezione internazionale, perché questo diritto non finisca in fondo al mare, negato, con nuove vittime innocenti. Una democrazia non può accettare che diritti fondamentali, come il diritto d’asilo, siano calpestati e ignorati.

Mons. Gian Carlo Perego, presidente Migrantes

 

 

 

Cos'è il Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali e dove si svolge?

 

ROMA. Papa Francesco in Kazakhistan prenderà parte al Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali. Ma di cosa di tratta? E dove si svolge?

Ad accogliere il Papa e gli altri leader sarà il Palazzo dell'Indipendenza. Il Palazzo dell’Indipendenza, insieme al monumento Eli, al Museo Nazionale della Repubblica del Kazakhstan, all’Università Nazionale delle Arti e alla Moschea Hazret Sultan, fa parte del complesso architettonico della piazza centrale di Nur- Sultan.

La struttura dell’edificio simboleggia sia l’indipendenza del Kazakhstan che il dinamismo dello sviluppo di questo Stato e della sua giovane capitale. Il palazzo è composto da tre piani, su una superficie che supera i 40mila mq.

Il Congresso si è svolto per la prima volta a Nur-Sultan, allora Astana, dal 23 al 24 settembre 2003, su iniziativa del primo Presidente della Repubblica del Kazakhstan, Nursultan Abishevich Nazarbayev. È stato un evento unico, perché, per la prima volta, ha visto i rappresentanti dell’intero mondo religioso riunirsi attorno ad un unico tavolo, allo scopo di trovare punti di riferimento comuni per creare un’istituzione internazionale permanente, garantire il dialogo interreligioso e un processo decisionale coordinato.

La sala circolare, dove si sono riuniti triennalmente, dopo il 2003, i delegati delle principali religioni e fedi del mondo, si trova all’interno del Palazzo della pace e della riconciliazione, conosciuto anche come “Piramide della pace e della riconciliazione”.

Il tema principale del Congresso è “Il ruolo dei leader delle religioni mondiali e tradizionali nello sviluppo spirituale e sociale dell’umanità nel periodo post-pandemico”. La visita ufficiale del Papa durante il Congresso comprende anche una messa alla quale possono partecipare – così si legge in un comunicato ufficiale del congresso – rappresentanti di qualsiasi religione o denominazione. Sono attesi circa 3.000 pellegrini provenienti da Kazakistan, Uzbekistan, Mongolia, Kirghizistan, Russia e altri paesi.

Da allora, tutti i Congressi che si sono susseguiti, ogni tre anni, - nel 2006, 2009, 2012, 2015 e 2018 – ad eccezione di quest’ultimo, che è stato posticipato di un anno a causa della pandemia, hanno visto la partecipazione di leader e rappresentanti di spicco islamici, cristiani, ebrei, buddisti, shintoisti, taoisti e di altre religioni tradizionali, e, alla fine di ogni incontro, la pubblicazione di un documento conclusivo congiunto, contenente dichiarazioni e appelli rivolti ai cittadini, ai popoli e ai governi del Paesi del mondo. Mancherà il patriarca russo ortodosso Kirill, anche se ci sarà una delegazione del Patriarcato di Mosca.

L'obiettivo di questo Congresso lo ha riassunto il Papa durante l'Angelus domenica 11 settimana. "Dopodomani partirò per un viaggio di tre giorni in Kazakistan, dove prenderò parte al Congresso dei capi delle religioni mondiali e tradizionali. Sarà un'occasione per incontrare tanti rappresentanti religiosi e dialogare da fratelli animati dal comune desiderio di pace: pace di cui il nostro mondo è assetato", commenta il Pontefice. Aci 13

 

 

 

 

Papa: "Basta donne incinte licenziate"

 

Il monito nell'udienza a Confindustria: "Fare figli oggi è questione patriottica"

Basta donne in attesa di un figlio cacciate via. Lo ha ammonito il Papa a braccio ricevendo in udienza Confindustria: "Alle volte, una donna che è impiegata qui o lavora là, ha paura a rimanere incinta, perché c’è una realtà (non dico tra voi, ma c'è una realtà): appena incomincia ad avere la pancia, la cacciano via. 'No, no, tu non puoi rimanere incinta'. Per favore, questo è un problema delle donne lavoratrici: studiatelo, vedete come fare che una donna incinta possa andare avanti, sia con il figlio che aspetta e sia con il lavoro".

Bergoglio ha ribadito che è "un brutto inverno demografico, che va contro di noi e ci impedisce questa capacità di crescere. Oggi fare i figli è una questione, io direi, patriottica, pure, per portare il Paese avanti".

SALARI - "E' vero che nelle imprese esiste la gerarchia, è vero che esistono funzioni e salari diversi, ma i salari non devono essere troppo diversi" sottolinea il Papa. "Oggi - ha osservato - la quota di valore che va al lavoro è troppo piccola, soprattutto se la confrontiamo con quella che va alle rendite finanziarie e agli stipendi dei top manager".

"Se la forbice tra gli stipendi più alti e quelli più bassi diventa troppo larga - ha avvertito - si ammala la comunità aziendale, e presto si ammala la società. Adriano Olivetti, un vostro grande collega del secolo scorso, aveva stabilito un limite alla distanza tra gli stipendi più alti e quelli più bassi, perché sapeva che quando i salari e gli stipendi sono troppo diversi si perde nella comunità aziendale il senso di appartenenza a un destino comune, non si crea empatia e solidarietà tra tutti; e così, di fronte a una crisi, la comunità di lavoro non risponde come potrebbe rispondere, con gravi conseguenze per tutti".

" Il valore che voi create dipende da tutti e da ciascuno: dipende anche dalla vostra creatività, dal talento e dall’innovazione, ma dipende anche dalla cooperazione di tutti, dal lavoro quotidiano di tutti. Perché - ha osservato Bergoglio- se è vero che ogni lavoratore dipende dai suoi imprenditori e dirigenti, è anche vero che l’imprenditore dipende dai suoi lavoratori, dalla loro creatività, dal loro cuore e dalla loro anima: dipende dal loro 'capitale' spirituale".

LAVORO - "Una delle gravi crisi del nostro tempo è la perdita di contatto degli imprenditori col lavoro: crescendo, diventando grandi, la vita trascorre in uffici, riunioni, viaggi, convegni, e non si frequentano più le officine e le fabbriche" dice il Papa ricevendo in udienza Confindustria. "Si dimentica "l'odore" del lavoro, non si riconoscono più i prodotti ad occhi chiusi toccandoli; e quando un imprenditore non tocca più i suoi prodotti, - ha avvertito Bergoglio- perde contatto con la vita della sua impresa, e spesso inizia anche il suo declino economico".

"Nel mercato ci sono imprenditori "mercenari" e imprenditori simili al buon pastore che soffrono le stesse sofferenze dei loro lavoratori, che non fuggono davanti ai molti lupi che girano attorno. La gente sa riconoscere i buoni imprenditori" fa notare.

"Questo tempo non è un tempo facile per voi e per tutti". Il Papa riceve la Confindustria in Vaticano e guarda in faccia alla realtà: "Sono lieto di potervi incontrare e, tramite voi, rivolgermi al mondo degli imprenditori, che sono una componente essenziale per costruire il bene comune, un motore primario di sviluppo e di prosperità. Questo tempo non è un tempo facile, per voi e per tutti. Anche il mondo dell’impresa sta soffrendo molto. La pandemia ha messo a dura prova tante attività produttive, tutto il sistema economico è stato ferito. E ora si è aggiunta la guerra in Ucraina con la crisi energetica che ne sta derivando". "In queste crisi soffre anche il buon imprenditore, che ha la responsabilità della sua azienda, dei posti di lavoro, che sente su di sé le incertezze e i rischi".

GIOVANI - "Lavoro per tutti in particolare per i giovani" che, ha osservato Bergoglio, "hanno bisogno della vostra fiducia, e voi avete bisogno dei giovani, perché le imprese senza giovani perdono innovazione, energia, entusiasmo".

"Da sempre - ha sottolineato - il lavoro è una forma di comunione di ricchezza: assumendo persone voi state già distribuendo i vostri beni, state già creando ricchezza condivisa. Ogni nuovo posto di lavoro creato è una fetta di ricchezza condivisa in modo dinamico. Sta anche qui la centralità del lavoro nell’economia e la sua grande dignità".

UCRAINA - Il Papa ha ringraziato Confindustria " per il vostro sostegno concreto al popolo ucraino, specialmente ai bambini sfollati, perché possano andare a scuola". Adnkronos 12

 

 

 

Chiesa in Germania: per una sinodalità permanente

 

Si sono conclusi ieri a Francoforte i lavori della quarta Assemblea del Cammino sinodale della Chiesa cattolica tedesca. Dopo la bocciatura del testo base sulla sessualità, sono stati approvati definitivamente documenti di rilievo per il cattolicesimo tedesco, che confluiranno poi nel contributo di questa Chiesa locale al più ampio processo sinodale in cui si trova attualmente la Chiesa cattolica sotto la guida di papa Francesco.

Tra questi, anche le linee di orientamento pratico nell’ambito della sessualità umana e dei rapporti affettivi (in cui si fa presente l’importanza di una nuova visione dell’amore fra persone dello stesso sesso).

È stato approvato il testo sul ruolo della donna nella Chiesa cattolica, che si apre con una richiesta a papa Francesco a valutare la possibilità di un ministero delle donne nella Chiesa di carattere sacramentale.

Pur senza il carattere di vincolo giuridico per quanto riguarda la sua attuazione nelle singole diocesi, quindi lasciando ai singoli vescovi la decisione se procedere in questa direzione anche nella loro Chiesa, l’Assemblea ha approvato le linee pratiche elaborate dal primo Forum “Potere e divisione dei poteri nella Chiesa – Partecipazione comune al mandato missionario”.

Queste gettano la base per la costituzione, a livello di Chiesa tedesca, di un Consiglio sinodale permanente composto da rappresentanti del corpo episcopale, dei preti e dei laici – espressione condivisa della necessità di fare della sinodalità la forma permanente del convenire della Chiesa cattolica tedesca.

Il Consiglio sinodale, verso cui cammina questa Chiesa, dovrebbe diventare un luogo di confronto, discernimento e decisione comune per gli orientamenti di fondo a livello pastorale e di gestione delle finanze. Rappresentando, poi, anche un’istanza di verifica del cammino e delle pratiche della Chiesa tedesca.

Mons. Bätzing, presidente della Conferenza episcopale e co-presidente del Cammino sinodale, rispondendo alle critiche espresse da alcuni vescovi che lamentavano la mancanza di un dibattito previo sufficiente e approfondito in sede sinodale, ha fatto notare che questi confratelli non hanno colto le opportunità offerte dalla strutturazione complessiva del Cammino sinodale della Chiesa tedesca. Come, ad esempio, ai lavori dei Forum, ai momenti di confronto e dibattito e nelle fasi di consultazione delle precedenti assemblee. Tutti momenti intesi a raccogliere la pluralità delle voci del cattolicesimo tedesco, per farle poi confluire nei testi basi e negli orientamenti pratici su cui si sarebbe poi votato.

Il momento critico della bocciatura del testo base sulla sessualità, che avrebbe potuto portare al fallimento della dinamica sinodale, si è poi invece rivelato essere una rilancio della stessa. Certo, rimane la delusione e le ferite che questo passaggio ha provocato, soprattutto tra coloro che vivono situazioni di vita che quel documento cercava di ospitare all’interno del vissuto ecclesiale.

Nonostante questo, la pratica sinodale della Chiesa tedesca ha mostrato che è possibile integrare ed elaborare al suo interno anche momenti come quello vissuto giovedì pomeriggio scorso.

Un esempio di come la sinodalità possa essere appresa solo praticandola – e solo dove vi è una volontà condivisa e comune di ritrovarsi tutti in essa al di là di quelle che sono le posizioni di principio dei singoli: proprio come luogo adatto a dare a esse una voce che chiede di essere debitamente ascoltata e doverosamente riconosciuta. Marcello Neri. Sett.News 11

 

 

 

 

Il Papa: "Il sistema e l’amministrazione fiscale devono essere efficienti e non corrotti"

 

Nell’Aula Paolo VI, Papa Francesco riceve in Udienza i Partecipanti all’Assemblea pubblica di Confindustria. Tanti i temi toccati dal Pontefice. Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Oggi, nell’Aula Paolo VI, Papa Francesco riceve in Udienza i Partecipanti all’Assemblea pubblica di Confindustria. "Questo tempo non è un tempo facile, per voi e per tutti. Anche il mondo dell’impresa sta soffrendo molto. La pandemia ha messo a dura prova tante attività produttive, tutto il sistema economico è stato ferito. E ora si è aggiunta la guerra in Ucraina con la crisi energetica che ne sta derivando. In queste crisi soffre anche il buon imprenditore, che ha la responsabilità della sua azienda, dei posti di lavoro, che sente su di sé le incertezze e i rischi", dice subito il Papa accogliendo i presenti.

"La gente sa riconoscere i buoni imprenditori. Lo abbiamo visto anche recentemente, alla morte di Alberto Balocco: tutta la comunità aziendale e civile era addolorata e ha manifestato stima e riconoscenza", commenta Papa Francesco.

Per Francesco "l’economia cresce e diventa umana quando i denari dei samaritani diventano più numerosi di quelli di Giuda". "Ma la vita degli imprenditori nella Chiesa non è stata sempre facile. In realtà, si può essere mercante, imprenditore, ed essere seguace di Cristo, abitante del suo Regno. La domanda allora diventa: quali sono le condizioni perché un imprenditore possa entrare nel Regno dei cieli?" Papa Francesco ne indica alcune.

La prima è la condivisione. "La ricchezza, da una parte, aiuta molto nella vita; ma è anche vero che spesso la complica: non solo perché può diventare un idolo e un padrone spietato che si prende giorno dopo giorno tutta la vita. La complica anche perché la ricchezza chiama a responsabilità: una volta che possiedo dei beni, su di me grava la responsabilità di farli fruttare, di non disperderli, di usarli per il bene comune. Poi la ricchezza crea attorno a sé invidia, maldicenza, non di rado violenza e cattiveria. Nelle prime comunità esistevano donne e uomini non poveri e nella Chiesa ci sono sempre state persone benestanti che hanno seguito il Vangelo in modo esemplare: tra questi anche imprenditori, banchieri, economisti, come ad esempio i Beati Giuseppe Toniolo e Giuseppe Tovini. Per entrare nel Regno dei cieli, non a tutti è chiesto di spogliarsi come il mercante Francesco d’Assisi; ad alcuni che possiedono ricchezze è chiesto di condividerle".

"Molto importante è quella modalità che nel mondo moderno e nelle democrazie sono le tasse e le imposte, una forma di condivisione spesso non capita. Il patto fiscale è il cuore del patto sociale. Le tasse sono anche una forma di condivisione della ricchezza, così che essa diventa beni comuni, beni pubblici: scuola, sanità, diritti, cura, scienza, cultura, patrimonio - precisa il Papa parlando appunto di condivisione - Il sistema e l’amministrazione fiscale devono essere efficienti e non corrotti. Ma non bisogna considerare le tasse come un’usurpazione. Esse sono un’alta forma di condivisione di beni, sono il cuore del patto sociale".

Un’altra via di condivisione è la creazione di lavoro. "I giovani hanno bisogno della vostra fiducia, e voi avete bisogno dei giovani, perché le imprese senza giovani perdono innovazione, energia, entusiasmo. Da sempre il lavoro è una forma di comunione di ricchezza: assumendo persone voi state già distribuendo i vostri beni, state già creando ricchezza condivisa. Ogni nuovo posto di lavoro creato è una fetta di ricchezza condivisa in modo dinamico. Creare il lavoro è una sfida, io vi chiedo questo favore che qui in questo paese ci siano posti di lavoro".

Poi il Pontefice pensa anche alle donne incinta che perdono il lavoro. "Studiate e vedete come fare affinchè una donna incinta possa andare avanti con il figlio che aspetta e con il lavoro", aggiunge a braccio il Papa.

"Mi piace anche ricordare che l’imprenditore stesso è un lavoratore. Non vive di rendita, vive di lavoro, vive lavorando, e resta imprenditore finché lavora. Il buon imprenditore conosce i lavoratori perché conosce il lavoro", ricorda il Papa.

Francesco chiede anche che "i salari non devono essere troppo diversi". "Se la forbice tra gli stipendi più alti e quelli più bassi diventa troppo larga, si ammala la comunità aziendale, e presto si ammala la società. Adriano Olivetti, un vostro grande collega del secolo scorso, aveva stabilito un limite alla distanza tra gli stipendi più alti e quelli più bassi, perché sapeva che quando i salari e gli stipendi sono troppo diversi si perde nella comunità aziendale il senso di appartenenza a un destino comune", commenta il Pontefice.

Il Papa conclude: "Quanto fatto finora non basta: aiutiamoci insieme a fare di più. Aci 12

 

 

 

Essere cristiani oggi

 

L’Osservatore Romano del 3 settembre scorso ha pubblicato un’ampia intervista al cardinale Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, realizzata dal direttore Andrea Monda e da Roberto Cetera.

Il ventaglio di temi trattati, proposti su una griglia di domande ben congeniate e poste in modo che gli argomenti trattati non apparissero generici, ma, ancor più, le riflessioni approfondite del cardinale, inducono a tornare più volte sullo scritto. Ne viene fuori, infatti, una sorta di “manifesto” che, mentre non tace alcuni aspetti cruciali dell’odierna crisi di fede che investe la Chiesa italiana, al contempo tratteggia, con linguaggio pacato e parole di speranza, orizzonti nuovi per ridire nuovamente il Vangelo nel nostro contesto attuale.

Così, dalle parole del presidente della CEI viene fuori la postura di una Chiesa che conversa con l’uomo del nostro tempo, che si mette in ascolto dei cambiamenti antropologici e sociali in atto senza pregiudizio, che cerca umilmente parole nuove per non restare afona sui principali aspetti della fede e della vita.

Come essere cristiani oggi?

Ma, soprattutto, se c’è un leitmotiv che in filigrana attraversa l’intervista, questo può essere rintracciato in un interrogativo su cui il cardinale ritorna spesso: come essere cristiani oggi? In prima battuta, Zuppi afferma che, senza rimpianti per il passato e senza fughe in avanti, la Chiesa deve comprendere i cambiamenti antropologici del nostro tempo e chiedersi: «perché la bellezza umana dell’essere cristiani non attrae?».

Evocando poi il simbolo dell’acqua che disseta il popolo nel suo lungo e faticoso cammino nel deserto, Zuppi afferma che viviamo in un tempo di desertificazione spirituale, ma «ci deve essere anche l’acqua», perché il deserto esprime anche sempre la sete e quindi la ricerca dell’acqua; e, allora, «Dobbiamo guardare alla sete, non lamentarci del deserto. Soddisfare questa sete significa spiegare, e ancor più mostrare, com’è vivere da cristiani oggi».

Il tema ritorna ancora, perché su tutto – anche sull’importanza dei temi etici o dell’impegno politico – alla Chiesa deve stare a cuore la costruzione del «profilo attuale del cristiano, cioè dell’uomo evangelico, che è quello di sempre ma che deve parlare all’uomo di oggi».

E, sul finire dell’intervista, l’interrogativo viene posto come elemento cruciale dello stesso percorso sinodale: «Che vuol dire essere cristiano oggi? Cosa mi chiede la Chiesa di essere?».

Quale cristianesimo

Potrebbe sembrare un’ovvietà, eppure le riflessioni teologiche degli ultimi decenni concordano nell’individuare i motivi della crisi di fede non solo e non tanto ai profondi e rapidi cambiamenti della società secolarizzata e alle sue inevitabili conseguenza antropologiche ed etiche, quanto invece alla costante e sordida debolezza del cristianesimo stesso, spesso appesantito e spento, ridotto a una realtà epidermica ed esteriore, di apparato e di tradizione, tendenzialmente devozionale. Una realtà nella quale – come spesso profeticamente richiamato da papa Francesco – si assiste alla ripetizione talvolta meccanica di un alfabeto fatto di parole, di riti, di liturgie, dentro a un impianto che appare stantio, intimista, poco appassionato e appassionante.

Un mondo in cui la conservazione delle «cose» che esprimerebbero una presunta identità cristiana ha da troppo preso il posto di quella gioia del Vangelo di cui il papa argentino parla come la prima ed essenziale realtà con cui venire a contatto, per lasciarsi sorprendere, toccare e cambiare.

In una parola: esiste un cristianesimo ridotto a tradizione culturale, a visione morale, a insieme di pratiche devozionali che placano i travagli dell’anima, ma il rischio è quello di portare avanti un «cristianesimo senza Cristo».

Tornare a Gesù

Cosa significa allora essere cristiani? Il noto teologo Hans Küng, nel famoso best-seller Essere cristiani oggi, rispondeva a questo interrogativo con venti tesi, che vale la pena richiamare. Nelle prime tre, infatti, scrive:

«Cristiano non è semplicemente chi si impegna a vivere in una dimensione umana o sociale o, in particolare, religiosa. Cristiano è piuttosto e soltanto chi si impegna a vivere la propria umanità, socialità e religiosità riferendole a Cristo. Specifico e peculiare del cristianesimo è lo stesso Gesù Cristo».

Perciò continuava: «Essere cristiani significa: vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano, seguaci di Gesù Cristo nel mondo d’oggi». La sequela di Gesù, il riconoscerlo come Signore della vita e della morte, il mettersi dietro di lui assumendo il suo stile, i suoi sentimenti, la compassione del suo agire vengono prima dell’apparato religioso, della visibilità delle strutture o delle norme morali; Hans Küng lo esplicita ulteriormente nelle tesi finali: «L’elemento distintivo dell’agire cristiano è la sequela di Gesù».

Anche Karl Rahner è tornato spesso sul tema, in molti dei suoi saggi. Di grande attualità una sua intervista rilasciata alla rivista svizzera Civitas, addirittura nei primi anni Ottanta. In essa, a coloro che lo definiscono teologo «antropocentrico», Rahner risponde: «Questa è un’affermazione totalmente priva di senso. Vorrei essere un teologo, il quale dice che Dio è la cosa più importante, e che noi esistiamo per amarlo in una forma dimentica di noi stessi».

Se il problema principale del nostro tempo è «la dimenticanza di Dio», Rahner è convinto che «la Chiesa, anche nei suoi massimi rappresentanti, non si sforzi ancora in maniera realmente radicale di sviluppare quell’esperienza mistica di Dio nel singolo uomo e inoltre di renderla, per così dire, socialmente accettabile, comprensibile a grandi masse, come sarebbe invece necessario».

In questo senso, afferma il teologo tedesco, è anzitutto importante attuare una «predicazione di Gesù dal basso», capace di presentare in maniera viva «la vera, semplice, autonoma, sperimentabile umanità di Cristo»; in secondo luogo, occorre stabilire senza tentennamenti le priorità:

«L’apparato ecclesiastico – scrive Rahner – con tutti i sacramenti e i funzionari romani, i vescovi e le chiese fino alle tasse ecclesiastiche ecc., esiste solo per destare un pochino di fede, speranza e amore nel cuore dell’uomo… Se lo si ottiene, tutto questo grande impiego di energie è giustificato, ma se non ci si riesce, tutto il resto è inutile. In ultima analisi, la cosa più importante è che un uomo abbandoni a Dio la sua vita, senza alcuna riserva, responsabilmente e nell’amore del prossimo; tutto il resto è mezzo per questo fine».

La normale vita del cristiano, infatti, è una storia semplice, senza molti avvenimenti eclatanti o spettacolari. Rahner afferma di aver vissuto così:

«A mio giudizio, la normale vita cristiana assomiglia a ciò e anche il mio compito è stato questo. Ho lasciato alle mie spalle una vita di maestro di scuola che non ha conosciuto né dei vertici eroici, né grandiosi sconvolgimenti… Perciò non c’è molto da dire se non: “afferra l’istante; cerca di fare quello che può essere chiamato molto semplicemente anche il tuo dovere! D’altra parte, vivi costantemente in maniera nuova il fatto che il mistero indicibile, che chiamiamo Dio, non solo governa e vive, bensì ha avuto l’inverosimile idea di avvicinarsi a te con un amore del tutto personale. Rivolgi il tuo sguardo a Gesù Cristo, il crocifisso; solo così puoi accettare la tua vita, qualunque cosa succeda”».

Ripartire

Dinanzi ai numerosi cambiamenti della nostra epoca, che determinano come afferma Papa Francesco un «cambiamento d’epoca», e dinanzi alle numerose sfide che riguardano la crisi della fede, il cardinale Zuppi incoraggia un cammino ecclesiale e sinodale che, vincendo sia la tentazione del lamento che quella di una rassegnata ritirata dalle scene, torni a interrogarsi su cosa significhi essere cristiani oggi, su come agire e vivere da cristiani nella società attuale, su quali parole trovare per annunciare nuovamente la fede cristiana.

Ciò è possibile solo attraverso una sorta di «terapia d’urto», forse dolorosa ma necessaria: non continuare in modo reiterato a praticare registri ecclesiali, pastorali e spirituali per inerzia e come se nulla fosse, ma avere il coraggio di rinunciare magari anche a molte delle nostre attività e delle nostre prassi pastorali e sacramentali, per ritornare ad annunciare Gesù, il Crocifisso Risorto.

Se non vogliamo fuggire dalla realtà e ammettiamo con consapevolezza che le persone a cui ci rivolgiamo oggi, nella maggior parte dei casi sono indifferenti al problema di Dio, apatici, lontani, estranei o addirittura increduli, non abbiamo bisogno in prima battuta di presentare a queste persone tutta la pesantezza dell’apparato, tutte le norme morali, tutte le rubriche dei riti religiosi ma, al contrario, occorre permettere che esse, dal di dentro della loro stessa esperienza di vita per lo più immersa nella normalità del quotidiano, possano in qualche modo conoscere Gesù e il suo Vangelo, magari attraverso quelle che Rahner chiamava le «formule brevi» della fede: un annuncio semplice, diretto, mistagogico, puntato su Gesù e sulla speranza che le sue parole emanano.

In fondo si tratta di un primo e nuovo annuncio che, però, nelle nostre comunità cristiane, troppo esposte nell’impiego di molteplici energie per portare avanti le cose di sempre e garantire la continuità dell’esistente in termini di liturgie e sacramenti, non trova ancora sufficiente spazio. Né tantomeno trova pastori e operatori laici che vi si possano dedicare con libertà e con il tempo necessario che un simile lavoro impone.

Eppure si riparte da qui, perché «non c’è alcuna dottrina, alcuna struttura di valore morale, alcun atteggiamento religioso e ordine di vita, che possa venir separato dalla persona di Cristo, e dei quali poi si possa dire che sono l’essenza del cristianesimo. Il cristianesimo è egli stesso» (R. Guardini, L’essenza del cristianesimo, Morcelliana, Brescia 1980, 83).

Francesco Cosentino, Sett.News 9

 

 

 

Papa Francesco: “La catechesi non può essere come un’ora di scuola”

 

Papa Francesco accoglie così in Vaticano i Partecipanti al Congresso Internazionale dei Catechisti. Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. “Vi prego: non stancatevi mai di essere catechisti. Non di “fare la lezione” di catechesi. La catechesi non può essere come un’ora di scuola, ma è un’esperienza viva della fede che ognuno di noi sente il desiderio di trasmettere alle nuove generazioni. Certo, dobbiamo trovare le modalità migliori perché la comunicazione della fede sia adeguata all’età e alla preparazione delle persone che ci ascoltano; eppure, è decisivo l’incontro personale che abbiamo con ciascuno di loro”. Papa Francesco accoglie così in Vaticano i Partecipanti al Congresso Internazionale dei Catechisti.

“Non dimenticate mai che lo scopo della catechesi, che è una tappa privilegiata dell’evangelizzazione, è quello di giungere a incontrare Gesù Cristo e permettere che Lui cresca in noi”, dice Papa Francesco.

Per il Papa “l’amore di Cristo rimane come il vero e unico comandamento della vita nuova, che il cristiano, con l’aiuto dello Spirito Santo, fa proprio giorno per giorno in un cammino che non conosce sosta.

“Sono certo che questo cammino condurrà molti tra di voi a scoprire pienamente la vocazione di essere catechista, e quindi a chiedere di accedere al ministero di catechista. Ho istituito questo ministero conoscendo il grande ruolo che esso può svolgere nella comunità cristiana. Non abbiate timore: se il Signore vi chiama a questo ministero, seguitelo! Sarete partecipi della stessa missione di Gesù di annunciare il suo Vangelo e di introdurre al rapporto filiale con Dio Padre”, conclude così Papa Francesco questo incontro.

“E non vorrei finire – lo considero una cosa buona e giusta – senza ricordare i miei catechisti. C’è una suora che dirigeva il gruppo delle catechiste; a volte insegnava lei, a volte due brave signore, ambedue si chiamavano Alicia, le ricordo sempre. E questa suora ha messo le fondamenta della mia vita cristiana, preparandomi alla Prima Comunione, nell’anno ’43-’44... Credo che nessuno di voi fosse nato in quel tempo. Il Signore mi ha fatto anche una grazia molto grande. Era molto anziana, io ero studente, stavo studiando fuori, in Germania, e finiti gli studi sono tornato in Argentina, e il giorno dopo lei morì. Io ho potuto accompagnarla quel giorno. E quando ero lì, pregando davanti alla sua bara, ringraziavo il Signore per la testimonianza di questa suora che ha passato la vita quasi soltanto a fare catechesi, a preparare bambini e ragazzi per la Prima Comunione. Si chiamava Dolores. Mi permetto questo per dare testimonianza che, quando c’è un buon catechista, lascia la traccia; non solo la traccia di quello che semina, ma la traccia della persona che ha seminato. Vi auguro che i vostri ragazzi, i vostri bambini, i vostri adulti, quelli che voi accompagnate nella catechesi, vi ricordino sempre davanti al Signore come una persona che ha seminato cose belle e buone nel cuore”, aggiunge infine a braccio il Papa. Aci 10

 

 

 

Cammino sinodale tedesco: bocciato il documento sulla sessualità

 

L’inizio della IV Assemblea generale del Cammino sinodale tedesco è stato ieri contrassegnato da un fatto inatteso dalla maggior parte dei delegati, che ha generato scompiglio nella dinamica stessa dei lavori che sono stati momentaneamente sospesi.

Il testo base del quarto Forum “Vivere in rapporti riusciti – Vivere l’amore nella sessualità e nella coppia” non ha, infatti, raggiunto la necessaria approvazione da parte di 2/3 dei vescovi (che unita a quella dei 2/3 dei membri complessivi dell’Assemblea è la maggioranza necessaria per l’approvazione dei testi).

Dei 62 vescovi presenti, hanno votato solo 56: 31 a favore del testo, 22 contrari e 3 astenuti. Il numero di vescovi contrari ha generato non poca irritazione tra i partecipanti, compresi alcuni colleghi nel ministero episcopale, in quanto le dichiarazioni esplicite di non accettazione del testo, sia in fase di preparazione che in quella di discussione previa alla votazione, si potevano contare sulle dita di una mano.

Tra molti è sorta l’impressione di un agguato che non mirava tanto al testo in quanto tale, ma piuttosto a una mera affermazione del potere episcopale all’interno delle dinamiche sinodali. D’altro lato, le soglie per l’approvazione dei documenti sono parte degli Statuti del Cammino sinodale – approvati quasi all’unanimità dalla stessa Assemblea generale.

Due gli assi portanti del testo base bocciato dai 22 vescovi contrari: la consapevolezza che, in materia, la maggior parte delle decisioni spettano al papa in un esercizio collegiale del suo ministero con la Chiesa intera – e, quindi, che quanto formulato nel documento non può essere che dei voti e suggerimenti rivolti alla sede competente; una lucida analisi della divaricazione che esiste fra la formulazione della dottrina in materia di sessualità umana e il vissuto effettivo di molti credenti cattolici (e anche delle prassi pastorali in atto).

Tenendo conto di questi due vincoli, il testo voleva offrire il contributo di una Chiesa locale sinodalmente riunita per un riallineamento tra dottrina e pratiche di vita, tenendo conto anche delle conoscenze che le scienze umane (e i vissuti personali) possono apportare a un dibattito dottrinale nell’ambito della sessualità umana vissuta alla luce dell’Evangelo.

Il vescovo di Aquisgrana, mons. H. Dieser, che è anche co-presidente del Forum, ha detto di “non avere adesso la più pallida idea di come affrontare le persone che sono state deluse o ferite da questa votazione. Ora come ora, in quanto vescovo, come posso ancora predicare sulla sessualità?”.

Dopo la votazione, alcuni delegati hanno abbandonato l’Assemblea – molti tra loro perché omosessuali che hanno vissuto il fallimento del testo base come una ferita personale che li discrimina ulteriormente nella Chiesa. G.M. Hanke, vescovo di Eichstatt che ha votato contro di esso, ha affermato “che i vescovi che hanno votato no non avevano alcuna intenzione di discriminare, quanto piuttosto di attenersi al magistero attualmente vigente”. Criticando il fatto che, nel corso delle assemblee generali, ci sia stato poco tempo per un dibattito sui fondamenti – che avrebbe aiutato tutti a capire dove ci si trova come assemblea sinodale nel suo complesso.

La vera sfida per il Cammino sinodale, ma più ampiamente per tutta la Chiesa cattolica convocata da Francesco a vivere una fase cruciale di sinodalità, sta nel risolvere attraverso dinamiche sinodali la crisi emersa dalla votazione di ieri. Immaginare una sinodalità che non accede a passaggi critici, magari anche drammatici, vuol dire volere una sinodalità che lascia tutto come è, che non si fa carico dell’effettività della fede e delle pratiche del credere – oppure, mirare a una sinodalità che avanza solo a colpi di maggioranza, senza tenere conto del sentire altro di fratelli e sorelle nelle fede.

Nella serata di ieri, ci sono stati due momenti di incontro separati: da un parte i vescovi, con l’invito non detto da parte dell’Assemblea a mettersi d’accordo tra di loro; dall’altra, il resto dei delegati sinodali. Se la scelta può essere strategicamente opportuna, essa mostra anche quanto ancora ci manca per raggiungere almeno un inizio di sinodalità nella Chiesa.

Al momento, infatti, il  ministero episcopale e il potere che esso esercita, non sembra essere integrabile all’interno di una Chiesa strutturata sinodalmente – ossia di una Chiesa cattolica che non sia semplicemente una copia imbellettata di ciò che essa è stata fino ad adesso. Marcello Neri, Sett.News 9

 

 

 

 

L’appello delle chiese di tutto il mondo per la pace in Ucraina

 

Ucraina: appello del Wcc, “leadership delle chiese in Russia e in Ucraina alzino la loro voce per opporsi alle continue morti e distruzioni”. “Guerra è incompatibile con la natura stessa di Dio”

 

La guerra in Ucraina è “illegale e ingiustificata”. “È incompatibile con la natura stessa e la volontà di Dio per l’umanità ed è contro i nostri principi cristiani ed ecumenici fondamentali”. Da qui l’appello delle Chiese cristiane di tutto il mondo “ai nostri fratelli e sorelle cristiani e alla leadership delle chiese in Russia e in Ucraina, affinché alzino la loro voce per opporsi alle continue morti, distruzioni, sfollamenti e depredazione del popolo di Ucraina”. E’ dedicato alla guerra in Ucraina uno degli Statement finali approvati per “consenso” dall’Assemblea Generale del Consiglio mondiale delle Chiese (Wcc). Riunita a Karlsruhe, in Germania, dal 31 agosto, l’Assemblea si è conclusa oggi con la celebrazione del culto finale. E’ il raduno cristiano più vasto del movimento ecumenico riunendo 660 delegati di Chiese e oltre 2.000 partecipanti da tutte le regioni del mondo attorno al tema “L’amore di Cristo muove il mondo alla riconciliazione e all’unità”. Nello Statement approvato, le Chiese ricordano che fino ad oggi ci sono state oltre 13.000 vittime civili ucraine e città come Mariupol rase al suolo. “In questo momento quasi 14 milioni di persone – quasi un terzo dell’intera popolazione ucraina – sono state costrette ad abbandonare le proprie case (secondo l’UNHCR). Inoltre, ci sono molte segnalazioni di atrocità che possono costituire crimini di guerra e crimini contro l’umanità, inclusa la violenza sessuale e di genere, nonché una vulnerabilità notevolmente accresciuta alla tratta di esseri umani”. Forte preoccupazione viene espressa anche “per i rischi di conseguenze catastrofiche derivanti dai danni causati alla centrale nucleare di Zaporizhzhia dalle attività militari nelle sue vicinanze, nonché per la sicurezza di contenimento nel luogo del disastro di Chernobyl del 1986”. A questo proposito, le Chiese esortano “tutte le parti a ritirarsi e ad astenersi dall’azione militare nelle vicinanze della centrale nucleare di Zaporizhzhia e di altri luoghi simili che potrebbero rischiare minacce inimmaginabili per le generazioni attuali e future”.

L’Assemblea di Karlsruhe si conclude con un forte appello alla pace: “Come cristiani provenienti da diverse parti del mondo, rinnoviamo l’appello a un cessate il fuoco immediato per fermare la morte e la distruzione, e al dialogo e ai negoziati per garantire una pace sostenibile. Facciamo appello a tutte le parti in conflitto affinché rispettino i principi del diritto umanitario internazionale, anche per quanto riguarda in particolare la protezione dei civili e delle infrastrutture civili, e per il trattamento umano dei prigionieri di guerra”. All’Assemblea del Wcc hanno partecipato anche delegazioni delle Chiese ortodosse ucraine, sia quella legata al Patriarcato di Mosca che quella riconosciuta come autocefala dal Patriarcato di Costantinopoli. Il Wcc ribadisce di voler svolgere per le sue Chiese membri presenti nella regione un ruolo di “piattaforma e spazio sicuro per l’incontro e il dialogo al fine di affrontare le molte questioni urgenti” che nascono da questo conflitto”. “Ci impegniamo in un dialogo intensificato sulle questioni che ci dividono”, scrivono le Chiese. “Perché le questioni sollevate da questo conflitto sono davvero profonde e fondamentali, sia per il movimento ecumenico che per il resto del mondo, e richiedono un dialogo intenso e sostenuto da affrontare”. Lo sguardo si volge al futuro. “Il compito della ricostruzione postbellica sarà arduo e lungo, con enormi costi umanitari, finanziari ed ecologici. Le Chiese – si legge nel comunicato – sono chiamate a svolgere un ruolo chiave nella guarigione della memoria, nella riconciliazione e nella cura diaconale. Riconosciamo che in guerra non ci sono “vincitori” e che nessuno dovrebbe mai ricorrere alla guerra”. (M.C.B.) sir 8

 

 

 

 

Un santuario a Londra dedicato a Maria, Madre dei Cristiani perseguitati

 

Sarà dedicato stasera, a Londra, quello che si pensa essere il primo santuario europeo dedicato a Maria Madre dei Cristiani Perseguitati. Di Andrea Gagliarducci

 

LONDRA. A Roma, c’è la basilica di San Bartolomeo all’Isola, gestita da Sant’Egidio, dedicata ai martiri cristiani del XX secolo. Ma non c’è ancora in Europa un santuario dedicato ai cristiani perseguitati di oggi. O, perlomeno, non c’era. Perché ieri sera è stato dedicato a Londra il santuario di Maria, Madre dei Cristiani Perseguitati.

Il santuario arriva in un momento particolarmente opportuno. Non solo ci sono i rapporti (di Aiuto alla Chiesa che Soffre, di Open Doors) che dimostrano come il cristianesimo è la religione più perseguitata al mondo. Ci sono anche rapporti (come quelli dell’Osservatorio sull’Intolleranza e la Discriminazione Cristiana in Europa) che dimostrano come c’è una persecuzione dei cristiani anche nei luoghi inaspettati, sia in maniera palese, con atti di vandalismo e profanazioni, sia in maniera subdola, quando il pensiero cristiano viene semplicemente estromesso dalla vita pubblica o impedito di parlare.

L’iniziativa della dedicazione del santuario è di padre Benedict Kiely, un sacerdote inglese, che ha voluto così avere quello che considera “il primo santuario in Europa specificamente dedicato alla preghiera per la persecuzione attiva dei cristiani che avviene oggi in tutto il mondo”.

Padre Kiely ha avuto l’idea nel 2014, quando si sentì chiamato ad una missione avendo la notizia che in quei giorni nessuna messa veniva celebrata a Mosul. Ed a Mosul, nella Piana di Ninive, c’era la tomba del Profeta Giona. Così, cominciò ad andare in Iraq, la prima volta nel 2015 e poi altre sete volte, e poi a visitare la Siria e il Libano.

Nel 2016, padre Kiely fondò Nasarean.org, una organizzazione caritativa che aiuta i cristiani perseguitati in Medio Oriente che restano nelle loro nazioni con piccoli aiuti di microfinanza.

Nel 2017, Padre Kiely contribuì ad aprire quello che lui considera il primo santuario specificamente dedicato alla preghiera per la Chiesa perseguitato, nella Chiesa di Saint Michael a New York.

Il santuario di Londra si troverà a Soho, nella chiesa dell’Ordinariato di Santa Maria Assunta e San Gregorio, e avrà al centro una icona della Vergine Maria creata da suor Souraya, una suora siriaca dell’Ordine Basiliano, greco cattolico melchita. L’icona avrà la scritta “Madre dei Perseguitati” in aramaico. Aci 9

 

 

 

 

Vangelo Migrante: XXIV Domenica del Tempo Ordinario | Vangelo (Lc 15,1-32)

 

A un uditorio di mormoratori Gesù racconta una parabola: “si avvicinarono a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora egli disse loro questa parabola…”.

Tra tutte è indubbiamente la parabola più sconvolgente; non solo perché ci insegna che Dio si interessa di ciò che è perduto e prova grande gioia per il suo ritrovamento, ma soprattutto perché scaturisce da una situazione ben precisa: la mormorazione di alcuni benpensanti, ai quali Gesù rivela cos’è il peccato. È questo ciò che fa dei tre racconti sui ‘perduti ritrovati’ (una pecora, una moneta e un figlio, cosiddetto ‘prodigo’) un’unica parabola.

In risposta a quelle mormorazioni, con quel racconto Gesù tira fuori la radice di ogni peccato, già nota nella storia della Salvezza nel dialogo tra un serpente e una donna (Genesi 3). Il serpente presenta la realtà come bella ma vietata, gradevole ma proibita, illuminante ma preclusa. Esiste, ma non si può prendere. E Dio, che ha stabilito tutto questo, è qualcuno che governa l’uomo limitandolo e frustrandolo. È la logica espressa nelle parole dal fratello maggiore della parabola del ‘figlio ritrovato’: … “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”.

Un atteggiamento che trasuda rabbia e invidia. Non fa ragionare da figlio ma da servo e fa pensar male del padre. Il peccato ha origine in questo smarrimento, in questa ribellione, in questa morte: vivere dentro il giardino di Dio ma con il cuore ribellato a Dio.

Rompere la comunione con il Padre vuol dire svilirsi, svuotarsi, perdersi… Lo fanno entrambi i figli ma uno, disperato, torna e sperimenta l’attesa e l’abbraccio del Padre; l’altro nemmeno si accorge di un Padre così! Anche se quel Padre lo martella con la frase “questo tuo fratello era morto ed è stato ritrovato”.

È curioso, ma il ‘figlio prodigato’ è colui che scopre che la relazione dell’uomo con Dio è sempre possibile perché è una storia di perdono… E la gioia di quel Padre è la verità.

È questa la chiave per capire tutto. Il risultato è una festa: per il pastore che ritrova la pecora smarrita, per la donna che ritrova la moneta e per il padre che ritrova suo figlio!

La Verità prima, è lo smisurato amore del Padre per tutti. Nessuna forma di perdizione può precludere la salvezza. Al contrario, si può stare dentro la casa del Padre ed essere ostaggio di un cuore in catene. A noi la scelta: stare nella casa del padre e ritenere che servire Dio sia una schiavitù o scegliere di servire Dio, e regnare! Perché, servire Dio è regnare (Concilio Vaticano II).

p. Gaetano Saracino, Migr.on.

 

 

 

Papa Francesco ai nunzi: “Avete portato ai popoli e alle Chiese la vicinanza del Papa”

 

Il Papa incontra 91 nunzi e 6 osservatori permanenti, arrivati da tutto il mondo per un ritiro che cade ogni tre anni. Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. “Avete portato ai popoli e alle Chiese la vicinanza del Papa; siete stati punti di riferimento nei momenti di maggiore smarrimento e turbolenza”. Papa Francesco si rivolge così ai nunzi apostolici e gli osservatori della Santa Sede, ambasciatori del Papa tra i popoli e nelle organizzazioni internazionali, che si riuniscono a Roma per un appuntamento di formazione, informazione e conoscenza che ha cadenza triennale.

Quello che Papa Francesco vuole è un botta e risposta franco, e perciò l’incontro avviene a porte chiuse, fuori da ogni ufficialità. Il discorso del Papa diffuso è solo l’introduzione all’incontro, un breve ricapitolo di quello che è successo, uno sguardo al futuro, una commemorazione dei nunzi che hanno lasciato nel corso degli ultimi due anni, come l’arcivescovo Aldo Giordano e l’arcivescovo Joseph Chennoth.

“Sono passati tre anni dal nostro scorso incontro”, esordisce il Papa. E in tre anni c’è stata una pandemia che ha limitato “la vita quotidiana e le attività pastorali”, e poi una “guerra di speciale gravità” che sconvolge “l’Europa e il mondo intero”, sia per “la violazione del diritto internazionale, sia per i rischi di escalation nucleare, sia per le pesanti conseguenze economiche e sociali”.

Papa Francesco ribadisce che si tratta di una “terza guerra mondiale a pezzi”, di cui i nunzi sono testimoni e che il Papa ringrazia per “quanto stanno facendo in queste situazioni di sofferenza”.

Il Papa sottolinea poi le sfide dell’oggi della Chiesa: Il cammino sinodale, il Giubileo 2025, la nuova costituzione apostolica, che “è nata attraverso un processo di quasi nove anni”, e che “richiederà del tempo anche per entrare, per così dire, a pieno regime”.

Ieri sera, i nunzi hanno avuto una cena nei Musei Vaticani con gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede. Era la fine di una giornata dedicata alle riunioni con i superiori della Segreteria di Stato ed alcuni responsabili della Curia Romana.

Dopo l’incontro con il Papa, i nunzi hanno in programma vari altri incontro, mentre venerdì si divideranno in lavori di gruppo divisi per continente. Sabato rivedranno il Papa, per una celebrazione a Santa Marta alle 7.30, mentre alle 12 si concluderà l’incontro con una meditazione del nunzio Angelo Acerbi.

Partecipano all’incontro 91 nunzi apostolici e 6 rappresentanti pontifici senza qualifica episcopale – mancano cinque nunzi, per motivi di salute o altri impedimenti.

Le rappresentanze pontificie contano anche 167 collaboratori in ruolo diplomatico che

lavorano presso le Nunziature o in Segreteria di Stato, mentre 4 alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica sono ora coinvolti nell’anno missionario all’estero prima di entrare in servizio diplomatico, come da riforma di Papa Francesco. Aci 8

 

 

 

MCI Germania. Intervista al nuovo Delegato don Gregorio Milone. Una comunità per tutti

 

Intervista a don Gregorio Milone, nuovo delegato delle Missioni/Comunità cattoliche in Germania e Scandinavia, ed editore del Corriere d’Italia, a cura di Licia Linardi

 

Don Gregorio Milone dal primo luglio 2022 è il nuovo delegato nazionale per le Comunità cattoliche italiane in Germania e Scandinavia e contemporaneamente editore del Corriere d’Italia. Ci parli un po’ di Lei.

Permettetemi, innanzitutto, di rivolgere il mio primo saluto e ringraziamento a tutti i lettori del Corriere d’Italia. Il nostro giornale vanta di una lunga storia, apprezzato e letto da numerosissimi nostri connazionali (e non solo italiani) presenti qui in Germania. E il mio secondo ringraziamento va, pertanto, a tutti coloro che nel corso di numerosi anni hanno scritto e collaborato con il nostro giornale. In maniera particolare vorrei ringraziare la nostra direttrice Licia Linardi, impegnata in prima persona sempre con tanta passione e grande generosità, e tutto l’attuale consiglio di redazione che ho avuto il piacere di conoscere in videoconferenza prima della pausa estiva. Anche a loro va il mio ringraziamento di cuore per il tempo che trovano nell’arricchire con i loro preziosi articoli le pagine del giornale, affrontando tematiche sempre attuali e talvolta “spinose”. Tutto ciò rende il Corriere d’Italia un giornale sempre nuovo, innovativo, ambizioso e poco noioso per i nostri lettori. La carica di editore del Corriere d’Italia è sempre stata legata a quella della nomina del Delegato nazionale per le Comunità cattoliche italiane in Germania e Scandinavia. Assumo anche questo nuovo incarico in punta di piedi, consapevole del fatto di non avere molta esperienza nel campo del giornalismo. Mi lascerò guidare da chi ha molta più esperienza di me, ma sono fiducioso e speranzoso che lavorando insieme come una squadra, cercheremo di fare del nostro meglio nei prossimi anni per il nostro giornale.

Sono nato a Napoli nel 1973. Dopo aver completato il mio iter formativo con gli studi in filosofia e teologia, sono stato ordinato sacerdote in età molto giovane il 26 giugno del 1997. Ho celebrato infatti il mio primo giubileo sacerdotale (venticinquesimo) proprio quest’anno, il 26 giugno, nella cattedrale di Limburg insieme alla mia Comunità italiana. Incardinato come sacerdote diocesano per la diocesi di Pozzuoli, sono stato poi inviato a Roma dal mio vescovo per arricchire i miei studi ecclesiastici, conseguendo la licenza in Diritto Canonico presso l’Università Lateranense.

Rientrato in diocesi, sono stato prima segretario particolare per il mio Vescovo e poi parroco per otto anni di una delle parrocchie più numerose della città di Napoli. Sono “approdato” qui in Germania un po’ per caso, dal momento che nemmeno ero a conoscenza dell’esistenza delle numerose comunità italiane presenti in Germania. C’è da dire che ho sempre avuto fin dall’inizio questo desiderio di volermi confrontare con “modelli di fede e culture alternative” che andavano oltre i nostri confini nazionali. Infatti, già da seminarista approfittavo della chiusura dell’Università teologica e della pausa estiva per recarmi in Sud America e poter così collaborare con i sacerdoti del posto. Sono stato 3 volte in Nicaragua, in situazioni anche rischiose per me a seguito di catastrofi naturali, poi Messico, Colombia, in Perù per conto della mia diocesi che voleva creare un gemellaggio con una delle diocesi di questo paese, ed infine in Paraguay dove, insieme ai fedeli della mia parrocchia di Napoli, abbiamo costruito una scuola per i bambini poveri che abitavano nella zona amazzonica. Queste numerose esperienze sono state per me tutte molto arricchenti a tal punto da spingermi a chiedere al mio vescovo, vista anche l’ottima conoscenza che ho accumulato negli anni della lingua spagnola, di voler fare un’esperienza come missionario in Sudamerica. La mia richiesta fu accolta benevolmente dal vescovo, ma poi certi incontri stravolgono i tuoi progetti o, se volete, dietro a certi incontri c’è la mano del Signore che ha pensato per te cose diverse da quelle che tu avevi programmato. Conobbi infatti, l’allora Delegato nazionale don Pio Visentin, il quale per la prima volta mi parlava delle comunità italiane presenti in Germania, di quanto bisogno si aveva, allora come oggi, di sacerdoti italiani e che, in qualche modo, anche quella in terra tedesca poteva considerarsi una missione. Mi lasciai convincere ma non senza perplessità e dubbi presenti nel mio cuore. Ed infatti, la mia prima settimana in Germania fu, come temevo, davvero drammatica.

Don Pio mi propose come prima destinazione la comunità italiana di Amburgo che, da diversi anni, mancava della presenza di un sacerdote italiano. Mai potrò dimenticare quella prima settimana di prova! Arrivai nella città di Amburgo in un settembre dove nebbia e pioggia si alternavano (per non parlare del freddo!); richiuso nella missione italiana, senza saper pronunciare nemmeno una parola di tedesco e senza essere consolato neppure dalle visite di fedeli italiani, se non dall’allora segretaria che svolgeva il suo lavoro per poche ore al giorno. Insomma, un’esperienza davvero catastrofica per me e che mi convinsero subito ad annunciare a don Pio che la Germania non era fatta per me. Ma don Pio fu perseverante, e mi propose subito una seconda alternativa, la comunità italiana di Esslingen nella diocesi di Rottenburg-Stuttgart, che era rimasta orfana del suo sacerdote da appena un mese. Volli tentare anche questa seconda volta, seppur con perplessità ancora maggiori vista l’esperienza di Amburgo. E devo dire che l’impatto fu completamente diverso.

Gli italiani della comunità di Esslingen organizzarono per questa mia prima visita una grande festa e mi accolsero davvero con tanta speranza e gioia. Ne fui colpito per la loro spontaneità ma anche per la loro grande umiltà e semplicità che forse è una delle constanti visibili dei nostri connazionali in terra straniera. Ma soprattutto la cosa che più mi fece tanto riflettere fu su quanto importante fosse per le nostre comunità la presenza del sacerdote che, in qualche modo, diventa il “collante” nelle relazioni fra gli italiani presenti su un determinato territorio. E l’esperienza ci insegna che, laddove viene a mancare la presenza del sacerdote, il che porta poi alla chiusura di quella comunità, gli italiani si disperdono, non avendo più la possibilità di sfruttare dei momenti di aggregazione che le comunità italiane offrono. Fui accompagnato in questo mio secondo viaggio in Germania, dal parroco della mia città, don Umberto, oggi ha la veneranda età di 90 anni, che mi ha visto crescere fin da bambino e che è stato per me sempre una figura di riferimento importante e lo è ancora. A conclusione di quella visita a Esslingen, gli chiesi: allora? Cosa ne pensi? E lui, nella sua semplicità e schiettezza mi rispose: “Io non ci verrei mai qui in Germania! Ma se a te piace… vedi tu!” Ma come potevo disattendere e deludere la speranza di quella gente che aveva riposto tanta fiducia in me? Fu questo che mi convinse ad accettare. E fu così che all’età di 32 anni sono arrivato in Germania, dove ancora oggi mi ritrovo dopo 17 anni, 14 dei quali trascorsi con la comunità di Esslingen e gli ultimi tre come parroco della comunità italiana di Limburg. Devo dire che i primi anni in Germania sono stati tutt’altro facili per me. Innanzitutto lo scoglio difficile della lingua tedesca. E mi rendo conto che ancora oggi esso rappresenta per tanti miei confratelli un ostacolo ancora difficile da superare. Ma voglio anche dire ai sacerdoti che non vantano tanti anni di Germania e incoraggiare anche quelli che verranno che, col passare degli anni, questa grande difficoltà linguistica migliora. Non siamo chiamati ad essere professori di lingua tedesca; quello che ci vien chiesto è stare vicino alla nostra gente ma ovviamente non si può prescindere dal contesto nel quale siamo chiamati a vivere la nostra missione e dal paese che ci ospita. Un minimo di conoscenza credo che sia un obiettivo raggiungibile da tutti i nostri sacerdoti. Una seconda difficoltà che ho dovuto affrontare è stata anche l’approccio con il modello culturale e religioso presente in Germania. Tante volte si parte prevenuti, pensando di essere noi dalla parte della ragione o pensando che sia soltanto il nostro il modello accettabile e funzionante. Questo errore l’ho fatto anch’io e l’ho vissuto sulla mia pelle. I primi anni nei confronti delle diocesi tedesche che ci accolgono mi arrabbiavo, mi sentivo incompreso, poco accolto, e tante volte ho messo in dubbio se fosse davvero necessaria la mia presenza qui in Germania, ma ho cercato sempre di resistere motivato soltanto dalla forza e dal gran bene che i miei italiani mi trasmettevano e che non mi hanno mai fatto mancare. Poi dall’impulsività che caratterizza molti in età giovanile, e che quindi caratterizzava anche me, si cresce, si matura, si guardano le cose in una prospettiva nuova e diversa. Anch’io penso di essere cresciuto e quei quattordici anni trascorsi a Esslingen sono stati per me davvero molto preziosi, sia come parroco, come coordinatore della zona sud della Germania che ho svolto per due mandati, ma anche come portavoce delle nostre comunità italiane presso la diocesi di Rottenburg. E anziché creare barricate che non portano a niente ma soltanto a far crescere le tensioni, forse queste esperienze vissute mi hanno fatto passare alla cultura del dialogo, l’unica percorribile nel nostro caso. Accettarsi reciprocamente, saper accogliere la diversità, ma non per questo rinunciare alla nostra identità come popolo italiano. Ovviamente questo funziona non a senso unico, e laddove le parti in gioco davvero lo desiderano, reciprocamente ci si lascia (perché no?) anche contagiare e stimolare da questa diversità. Il motto che più mi piace e che ben si presta alla nostra funzione di missionari in Germania è saper essere sempre costruttore di ponti.

 

Don Gregorio, lei diventa Delegato Nazionale in un momento in cui si ha carenza di missionari in servizio per la pastorale in lingua italiana in Germania. Circa una decina di missioni/comunità non hanno una guida spirituale. Come intende cambiare la situazione?

 

Ringrazio i numerosi confratelli e collaboratori pastorali assunti che hanno riposto in me la loro fiducia. Cercherò di non deluderli e fare del mio meglio, ma quando ho iniziato il mio mandato come delegato nazionale le prospettive future per la carenza di missionari erano e sono tutt’altro che rosee! Se ne rammaricava nel passaggio del testimone anche il mio predecessore padre Tobia Bassanelli, quasi dispiacendosene, per questa situazione che si è venuta a creare, forse mai avveratosi nella storia della nostra Delegazione. Ovviamente la mancanza di sacerdoti e le tante comunità che allo stato attuale sono senza una guida spirituale, non è certo imputabile a una cattiva gestione. È la Chiesa cattolica in generale che vive una profonda crisi di personale, e noi come comunità italiane, non ne siamo esenti. Sempre meno giovani esprimono il desiderio di arrivare al sacerdozio ministeriale e, nella situazione nostra specifica, tanti nostri missionari, divenuti anziani, rientrano in Italia o vanno in pensione e non abbiamo un ricambio generazionale! È una situazione davvero difficile. Ho cercato di affrontare subito e di risolvere il problema, avviando a una serie di trasferimenti interni tra sacerdoti già impegnati nella nostra pastorale qui in Germania, garantendo, per quanto mi è possibile, la presenza di nostri sacerdoti in zone o città tedesche dove è forte la presenza dei nostri connazionali. Sono cosciente che questo non risolve del tutto il problema. Trasferire un sacerdote da una zona ad un’altra, significa infatti anche garantire un successore a quella comunità che si vede privata del suo sacerdote. Per fortuna possiamo contare sull’aiuto di tanti sacerdoti stranieri che si rendono disponibili e sono assunti dalle diocesi tedesche (penso soprattutto alla diocesi di Rottenburg-Stuttgart) per lavorare nelle nostre comunità italiane e verso cui va il nostro grande ringraziamento. Nei prossimi anni, in collaborazione con la Migrantes, cercherò di sensibilizzare di più i vescovi italiani, soprattutto quelli delle regioni italiane più rappresentate con presenza di italiani in Germania (Sicilia, Puglia, Calabria, Campania, …) provando a renderli più “generosi” nel lasciar partire per la Germania quale loro sacerdote e a rendere tali vescovi italiani più partecipi del nostro problema anche con delle mie visite in Italia presso le loro diocesi, proponendo accordi o convenzioni rinnovabili nel tempo, tra le diocesi italiane con quelle tedesche. Capisco che i vescovi italiani stanno diventando sempre meno generosi rispetto al passato, anche a seguito della crisi di sacerdoti che si comincia a registrare anche in Italia, ma sono altresì convinto che un’esperienza in Germania, anche limitata nel tempo, di un sacerdote italiano concesso “in prestito” non può far altro che bene a quel sacerdote, arricchendone il suo bagaglio spirituale soprattutto nel mettersi a confronto con un modello di Chiesa tedesca diversa su molti fattori dalla Chiesa presente in Italia. Il volto di una Chiesa che cambia, una Chiesa sempre più multietnica, anche nelle nostre comunità. Dio ama chi dona con gioia e la generosità è sempre ricompensata dal Signore con benedizioni. Affidiamoci e preghiamo tutti il Signore, riponendo in lui la nostra speranza.

 

Quali linee intende dare al suo mandato?

 

Compito principale della nostra Delegazione è non soltanto quello di cercare e garantire la presenza di sacerdoti per le nostre comunità, che resta – comunque – una delle priorità nel tempo che viviamo, ma anche quello di organizzare e garantire formazione alle nostre comunità. Mi riferisco non soltanto alle già tante attività consolidate nel tempo come gli incontri di zona per sacerdoti e personale assunto, gli esercizi spirituali, il convegno per i laici, le scuole di teologia presenti nelle diverse zone, il meeting dei giovani, ecc., ma intendo, per il futuro, cercare di coinvolgere di più i membri dei consigli pastorali e i loro presidenti, con degli incontri programmati appositamente pensati per essi. In fondo, sono i consigli pastorali i soggetti attivi nella pastorale delle nostre parrocchie. Saperli ascoltare, anche nelle problematiche e difficoltà che si trovano ad affrontare ogni giorno, rappresenta per la Delegazione e il delegato, un’esigenza imprescindibile, che ci permetterà di osservare lo “stato di salute” delle nostre comunità, i punti deboli e quelli di forza, ma anche capire quelle nuove esigenze e prospettive per il futuro che in esse crescono e maturano con il passare degli anni. Se la Delegazione è chiamata a rappresentare le comunità italiane presso le diocesi tedesche, garantendone il loro bene soprattutto in un futuro così incerto che prevede trasformazioni e cambiamenti, allora bisogna passare attraverso “il vissuto” delle nostre comunità. Una delle priorità del mio mandato sarà quindi quello di visitare frequentemente le comunità italiane presenti su tutto il territorio tedesco, rendendole più partecipi anche delle nuove iniziative che la Delegazione intende realizzare. La rappresentanza delle nostre comunità attraverso la Delegazione, porta come altra priorità per me importante, quella di un legame più stretto e collaborativo con tutti i referenti di altra madrelingua presenti nelle diocesi tedesche. Non soltanto per questioni burocratiche, quando si tratta di assumere un nuovo sacerdote per una determinata parrocchia, ma anche per progettare insieme la pastorale delle nostre comunità e quale modello si intende seguire per il futuro. Altro punto centrale del mio mandato sarà quello di cercare di essere più presente e vicino ai nostri sacerdoti missionari, sia nei confronti di quelli che già da diversi anni lavorano in Germania che nei confronti dei nuovi arrivati perché non si sentano soli nella nuova esperienza che sono chiamati a vivere. Sapere di poter contare su una voce amica, che offra loro una parola d’incoraggiamento a sostegno del preziosissimo, ma talvolta difficile e complicato ruolo che si è chiamati a vivere, sono convinto che non potrà far altro che del bene ai miei confratelli. Sapersi ascoltare e confrontare tra noi offre, oltre alla condivisione dei problemi, anche nuovi slanci di entusiasmo per il nostro ministero sacerdotale. Abbiamo tutti dovuto affrontare in questi anni la drammatica pandemia da Covid-19 che ha portato con sé come effetto una ulteriore distanza tra noi. Ora sentiamo il bisogno di essere fisicamente più vicini, e non penso soltanto agli incontri di formazione ma anche saper creare occasioni di svago e di piacere che rafforzano indubbiamente la fratellanza sacerdotale.

 

Come vede il futuro della pastorale di madrelingua?

 

Credo che tra le domande che mi sono state rivolte, questa rappresenta la domanda chiave e centrale. Tutte le diocesi in Germania, hanno avviato una fase di “ripensamento” delle nostre comunità. Non esiste un modello unico di comunità di altra madrelingua valido per tutte le diocesi; le esperienze sono diversificate. E dico che è importante, a distanza di diversi anni, fare il punto della situazione su un determinato modello seguito da una diocesi. E poterlo fare con uno sguardo attento, analitico ma anche critico mi sembra ancor più importante. Sempre con uno spirito di collaborazione fraterna e reciproca. Le domande sono tante: quale modello finora adottato ha funzionato? Quali sono i punti critici? E quali quelli negativi? Le comunità straniere così come sono ad oggi strutturate, che tipo di contributo hanno portato nella vita spirituale dei nostri fedeli? I modelli esistenti sono ancora validi oggi? E se si avverte il bisogno di cambiare, cosa allora non ha funzionato? Quale futuro intendiamo dare alle nostre comunità in Germania? Forse non abbiamo una risposta a tutte queste domande, e allora il primo grande passo da dover fare è quello di dialogare, parlare, ma senza pregiudizi, sapendo che bisogna cercare insieme la strada migliore e sicuramente per un bene superiore che giustifica questo nostro sforzo. Dobbiamo garantire un futuro alle nostre comunità. E per garantire un futuro talvolta sono necessari anche dei cambiamenti strutturali. Certo, i cambiamenti fanno paura ma qualche volta è necessario anche far fronte alla paura e superarla attraverso delle scelte coraggiose. Se si è arrivati alla conclusione che è necessario un cambiamento, allora noi comunità italiane, insieme alle altre comunità di altra madrelingua presenti nelle diocesi tedesche, vogliamo poter costruire da soggetti attivi la nostra storia, il nostro futuro, e non semplicemente “accettare” qualcosa che ci viene imposto dall’alto. Questo lo dico perché nella mia lunga esperienza come parroco, quando ho avuto la possibilità di confrontarmi con altri sacerdoti italiani, ho sempre notato lamentele, rassegnazione, un certo “vittimismo” e passività. In questo clima caratterizzato da tanta negatività, ho sempre reagito domandando a me stesso e agli altri: “si, ma noi cosa stiamo facendo per cambiare? È troppo semplicistico e riduttivo per noi poterci rifugiare nel pensiero che, sebbene siamo stati accolti dalla chiesa tedesca in un paese che vive la cultura dell’accoglienza, solo il nostro modello di Chiesa è quello valido e che non offre possibilità di dialogo con altri modelli elaborati e vissuti da persone di altra cultura. Chi pensa in questo modo non può offrire collaborazione, ma soltanto chiusura, mancanza di dialogo e isolamento. Partendo dunque da questo presupposto, rivolgo a me stesso e ai miei confratelli, alcune domande critiche: ho saputo costruire relazioni anziché chiusura e isolamento? Fino a che punto mi sento integrato nella vita della Chiesa che mi accoglie? Ho saputo sfruttare per me e per la mia comunità tutte le strutture che la chiesa locale mette a disposizione dei suoi fedeli? Sono stato capace di offrire collaborazione attraverso un mio coinvolgimento personale nelle tante attività programmate dalla Diocesi? È davvero avvenuto, a cominciare da me stesso, un cambiamento di mentalità dove non è più possibile ridurre il mio ruolo a semplice “assistenzialismo” per gli italiani affidati alla mia cura pastorale? E fino a che punto sono stato capace di cambiare il volto della mia comunità, dando spazio alla formazione dei miei collaboratori, saperli entusiasmare, per poter costruire insieme a loro una comunità profetica? Potrei continuare a fare tante altre domande. Mi fermo a queste. E se vogliamo essere davvero sinceri, una plausibile risposta è che non ci siamo impegnati fino in fondo e che, forse, soltanto il 40% di quello che ci veniva chiesto, lo abbiamo fatto. Certo, una cosa è sicura: molto dipende da chi è chiamato a guidare la comunità, e mi riferisco a noi sacerdoti. Là dove noi sacerdoti italiani viviamo in prima linea la cultura del dialogo, dell’apertura e della collaborazione, sembra che le cose funzionino meglio. Personalmente sono grato alla Chiesa qui in Germania, per tutto quello che ho imparato e che, su alcune questioni, è stata anche capace di farmi cambiare opinione e mentalità. Ma la cultura dell’accoglienza e del dialogo non va in un’unica direzione! Perciò con questo spirito critico e, se volete, anche in maniera provocatoria, mi pongo anche altre domande: Siamo presenti nelle diocesi tedesche da più di 50 anni. Cosa queste hanno imparato da noi? Siamo realmente considerati fratelli e sorelle nella fede, e considerati alla pari delle altre comunità tedesche, oppure alcune volte la nostra presenza è soltanto tollerata? Le comunità locali tedesche sono a conoscenza del vissuto e delle iniziative che le nostre comunità vivono? E fino a che punto le comunità tedesche si lasciano coinvolgere da tali iniziative? Quanto realmente è importante il nostro contributo nella vita dei fedeli della chiesa tedesca? Io spero e mi auguro che per il bene e il futuro delle nostre comunità non manchi mai quello spirito di collaborazione fraterna e dialogo reciproco, dove soprattutto tutti quanti noi impariamo a saper ascoltare gli altri con umiltà. Siamo una Chiesa missionaria e plurietnica. Dal cuore di Cristo il suo messaggio si è diffuso in tutto il mondo passando attraverso culture e linguaggi diversi.

 

Lei è stato missionario prima a Esslingen poi a Limburg. Quali esperienze vuole portare nel suo nuovo incarico?

 

Il mio parroco in Italia mi ha sempre insegnato che i frutti del nostro ministero sacerdotale si apprezzano soprattutto quando si vive il nostro servizio per il popolo e stando in mezzo al popolo. Essere sacerdoti di “strada”, dove il rapporto constante con la nostra gente dona linfa vitale ed entusiasmo al nostro ministero. Personalmente ho sempre vissuto il mio sacerdozio in maniera semplice, cercando di non creare mai barriere con le persone che in questi lunghi anni sono state affidate alla mia cura pastorale. Essere ministri del Signore in mezzo al popolo significa comportarsi con spontaneità con chi ti è accanto, saper donare una parola buona a chi è nel bisogno, condividere la gioia con chi vive un momento felice della sua vita, saper piangere con chi è nel dolore e nella sofferenza. L’importante è che la nostra gente capisca che tu ci sei sempre, e comunque, in ogni circostanza, e che questa tua presenza è silenziosa, discreta, infonde fiducia a chi ti è accanto perché sanno di poter contare su di te. Da parroco, lo stile che ho avuto e seguito nei confronti dei fedeli a me affidati è stato sempre coinvolgente e partecipativo. Saper entusiasmare le persone nel realizzare una determinata attività per la tua comunità, significa dare a esse importanza non potendone farne a meno, per sottolineare che tu non puoi fare tutto da solo ma hai bisogno del loro aiuto. Vivendo questo tipo di rapporto con la comunità nascono iniziative belle come, nel mio caso, quelle realizzate nelle mie due comunità. Una fra tutte la Via Crucis vivente, dove mi sono lasciato coinvolgere in prima persona con la mia gente. Sono grato alle tante persone che ho incontrato in tutti questi anni e con cui ho vissuto un pezzo importante della mia vita perché mi hanno sempre dimostrato affetto e amore, apprezzamento per le cose realizzate, fiducia e sostegno nei momenti di difficoltà. In fondo, gli italiani che appartengono alle nostre comunità è tutta gente che vive in maniera semplice e spontanea la fede e dove ci vuole veramente poco per saperli coinvolgere ed entusiasmare. Con questo spirito voglio anche vivere questo nuovo incarico da delegato che mi è stato affidato. In “punta di piedi”, con semplicità, con umiltà, ma anche con entusiasmo consapevole del fatto che io non ho nulla da insegnare ai miei confratelli ma soltanto ricordare loro che io ci sono, che possono contare su di me e sul mio aiuto, mettendo a disposizione quell’esperienza che ho accumulato in questi anni. CdI sett. 22

 

 

 

 

Vescovo di Ferrara lascia scortato dai carabinieri la riunione coi parrocchiani: "Vergogna!"

 

FERRARA. Tensioni e polemiche a Comacchio per il nuovo piano delle parrocchie voluto dalla Chiesa ferrarese e che ha portato il vescovo, Gian Carlo Perego, lunedì sera, a uscire dalla sala dell'asilo adiacente al duomo della cittadina, scortato dai carabinieri dopo una lunga riunione con i componenti del consiglio pastorale e del consiglio economico parrocchiali.

La contestazione ha avuto momenti di alta tensione con la contestazione dei parrocchiani: "Vergogna, vergogna", per la decisione di accorpare la parrocchia di Santa Maria in Aula Regia a quella del duomo/Santo Rosario.

Le tensioni di lunedì erano più che annunciate, visto che dopo giorni di feroci polemiche, il vescovo Perego era andato a Comacchio per un confronto. I fedeli lo hanno accolto con uno striscione che suonava già come una sorta di avvertimento: "La Madonna deve continuare a benedire i nostri bambini" e alla fine, non avendo avuto la risposta che speravano, sono volate parole grosse. E si sono scaldati gli animi, tanto che il monsignore è uscito dalla riunione scortato dai carabinieri ed è salito dritto in macchina alla volta di Ferrara.

E adesso? I comacchiesi lamentano: "Non ci hanno ascoltati, la decisione presa senza consultarci. Per il momento non daremo più soldi alla chiesa. Ci possono raccontare quello che vogliono, ma la realtà è che per loro è solo una questione economica mentre noi ci abbiamo sempre messo il cuore. E allora no, non avranno i nostri soldi".

"L'invito è dunque quello di dare comunque le offerte alla nostra chiesa dei Cappuccini, ai frati che ci sapranno ascoltare. Comacchio non merita di essere trattata così, noi siamo Fedeli con la lettera maiuscola". Tanto che minacciano anche di far celebrare i funerali solo nella chiesa dei Cappuccini, dei frati. Anche il sindaco Pier Luigi Negri, presente al confronto di lunedì, si è schierato con i suoi cittadini avrebbe scritto una lettera a Papa Francesco. LR 7

 

 

 

 

Perché settembre è il mese della Bibbia e perché i cattolici dovrebbero leggerla?

 

Il sacerdote domenicano colombiano Fra Nelson Medina, noto per il suo apostolato sui social media, spiega perché settembre è il mese biblico

 

ROMA. Il sacerdote domenicano colombiano Fra Nelson Medina, noto per il suo apostolato sui social media, spiega perché settembre è il mese biblico e perché i cattolici dovrebbero leggere frequentemente le Sacre Scritture. Parlando con EWTN Noticias, il dottore in teologia ha spiegato che settembre è il mese della Bibbia perché il 30 si celebra la festa di San Girolamo, Dottore della Chiesa che tradusse la Bibbia in latino, il testo noto come la Vulgata.

Fra Nelson ha ricordato che San Girolamo "era un sacerdote molto colto, anche per gli standard del tempo, che nacque a metà del IV secolo nell'anno 352 e morì nell'anno 420".

"È noto in particolare per la sua opera epistolare, ma ancor più per la sua traduzione della Bibbia che è servita come punto di riferimento per l'intera Chiesa cattolica per molti secoli. È la Bibbia che conosciamo come la Vulgata".

Ecco perché, ha spiegato il sacerdote domenicano, San Girolamo è "un continuo punto di riferimento su cosa significhi conoscere, amare e interpretare la Bibbia".

La Bibbia, ha continuato, serviva al santo come testo essenziale di preghiera e anche "come testo di studio, poiché scrisse abbondanti commentari biblici". Era anche "una fonte di predicazione e, come abbiamo già detto, come un cammino di traduzione".

Fra Nelson spiega che San Girolamo "aveva il latino come lingua madre, conosceva molto bene il greco e imparò ad approfondire la lingua ebraica. Possiamo dire che la Bibbia ha circondato la vita di San Girolamo e non è esagerato dire che ha vissuto per la Parola di Dio".

Il dottore in Teologia Fondamentale avverte che "oggi c'è sempre la tentazione di seguire un Gesù immaginato o prevenuto, il Gesù che vorremmo forse approvare del nostro modo di vivere o anche dei nostri peccati, a quegli estremi a cui si è raggiunto".

Di fronte a questa realtà, ha detto, "il contatto frequente con la parola di Dio, con tutta la Scrittura evita quella tentazione. Cioè, mette davanti ai nostri occhi il vero Gesù Cristo, non il Gesù Cristo che vorrei esistere per approvare il mio modo di vivere o quello che faccio".

In questo senso, ha concluso Fray Nelson Medina, "allontanarsi dalla parola di Dio può solo portare ad allontanarsi dal vero Cristo". Aci 7

 

 

 

 

Uccisione di suor Maria De Coppi. Card. Zuppi: il suo sacrificio sia seme di speranza e riconciliazione

 

“Esprimo profondo cordoglio alle Suore Missionarie Comboniane e alla Diocesi di Vittorio Veneto per la morte di suor Maria De Coppi, rimasta uccisa in un attacco terroristico a Chipene, in Mozambico. Dopo suor Luisa Dell’Orto, Piccola sorella del Vangelo di Charles de Foucauld, morta il 25 giugno ad Haiti, piangiamo per un’altra sorella che con semplicità, dedizione e nel silenzio ha offerto la vita per amore del Vangelo”. È quanto dichiara il Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, dopo aver appreso la notizia dell’attacco, nella notte, alla missione cattolica mozambicana. Qui operano anche due sacerdoti fidei donum della Diocesi di Concordia-Pordenone, don Lorenzo Barro e don Loris Vignandel: entrambi sono salvi. Incendiata invece la struttura del collegio maschile e derubate e distrutte gran parte delle realizzazioni della missione.

“Preghiamo per suor Maria – afferma il Cardinale – che per sessanta anni ha servito il Mozambico, diventato la sua casa. Il suo sacrificio sia seme di pace e di riconciliazione in una terra che, dopo anni di stabilità, è nuovamente flagellata dalla violenza, causata da gruppi islamisti che da alcuni anni seminano terrore e morte in vaste zone del nord del Paese. Il mio pensiero, a nome delle Chiese in Italia, va ai familiari e alle consorelle Comboniane, a don Lorenzo e don Loris e a tutti i missionari che restano in tanti Paesi per testimoniare amore e speranza. Ricordiamoli nella nostra preghiera e circondiamoli di tanta solidarietà perché essi camminano con noi e ci aiutano a raggiungere le periferie da cui potremo capire chi siamo e scegliere come essere discepoli di Gesù”. Sir 7

 

 

 

Un cattolicesimo minore: “Non senza te”

 

I preti diminuiscono e anche la comunità cristiana, nel suo complesso, si sta riducendo. Queste sono affermazioni più che note che innescano riflessioni sul futuro delle parrocchie, della pastorale e via dicendo.

Alle prime due considerazioni spesso non si aggiunge una conseguenza – e cioè che, a fronte di queste diminuzioni, succede sempre più spesso che nel contesto familiare, amicale, lavorativo, la probabilità di incontrare cristiani è sempre più bassa.

È una considerazione quasi tautologica perché sembra non aggiungere nulla. Le diverse ipotesi di annuncio, di organizzazione della vita parrocchiale, le considerazioni sul significato della parrocchia oggi, hanno proprio questo di sfondo: il mondo cui annunciare è sempre più vasto.

In questo orizzonte di ragionamento siamo, appunto, di fronte agli altri, lontani, critici e talvolta ostili, a seconda delle sensibilità. In ogni caso, l’immagine è di un gruppo che è fuori, mentre noi siamo dentro.

Un cattolicesimo minore

Sostare, invece, sulla minorità della comunità credente dal punto di vista personale cambia un po’ le cose. Dalla famiglia in poi è difficile considerare il non credente, secondo tutte le sfumature pensabili, come altro, perché, per altri aspetti, condivide con noi momenti che ci definiscono, che strutturano la nostra esistenza.

Dopo aver scoperto l’acqua calda, forse può essere utile approfondire un poco.

Come mi rapporto? La risposta da manuale che testimonio la carità ecc., ma basta? O meglio: l’espressione stereotipata esaurisce l’esperienza?

Innanzitutto, gli altri in questa prospettiva sono l’altro (un maschile inclusivo per non tralasciare alcuno): un volto preciso, una storia, più o meno condivisa, ma soprattutto il rapporto non è sempre un faccia a faccia, che è in fondo la situazione supposta dal testimoniare: l’altro che guarda è anche uno con cui si sta fianco a fianco, con cui condividiamo un ambiente, perché siamo, appunto, familiari, amici, colleghi e via dicendo.

Così, benché attenti e desiderosi di rendere testimonianza, siamo un po’ più nudi di fronte all’altro: la difficoltà nel vivere la nostra vita di fede, le incongruenze sono lì, viste per forza di cose da chi cammina con noi. La comunità ci difende da questo e nelle riflessioni parliamo di categorie, qui no.

Questa nudità è però anche un serio aiuto per noi che crediamo e che sinceramente desideriamo annunciare il Vangelo, perché ne vediamo bellezza. In questa situazione la nostra debolezza brucia, ma, nello stesso tempo, ci aiuta a dire con verità: non guardare me, ma volgiti verso il Signore.

Accade anche che chi vive con noi attinga poi alla sua esperienza esistenziale per aiutarci, consolarci e magari per sostenerci nel momento in cui tra noi e la nostra vita di fede c’è troppa distanza.

Se riflettiamo su questa esperienza siamo portati ad approfondire il significato dei valori e il loro rapporto con la fede cristiana di salvezza.  Molte teologie su questo, ma nel quotidiano vivere si intuisce come l’annuncio di salvezza passa per i cuori di molti, e la fede è salvifica perché li sostiene e li corrobora. Il vivere entra in una dimensione relazionale, vera fonte di senso per il credente. E ci si trova, così, a rammaricarci perché l’altro non può attingere a tale ricchezza, senza rendercene conto viviamo la compassione di Gesù, che li vide come pecore senza pastore.

Certo nelle relazioni brevi non sono annullate le molte distanze di cui trattiamo nelle riunioni in parrocchia.

Questione di stile

Potremmo applicare il principio di don Milani: «Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo, beati i poveri perché il regno dei cieli è loro. Quel giorno io non resterò con te…».

In realtà, sappiamo bene che oggi non è solo questione di impegno sociale, ma di stile di vita, con scelte che spesso per i credenti sono scelte drammatiche ed errate.

I nostri familiari, e gli altri, non ci chiedono aiuto e neppure di intavolare un dibattito teorico.

In alcuni casi possiamo e dobbiamo fare lo sforzo di indicare un’alternativa, senza semplicemente indicare un comandamento o segnalare divieti. E poi non ci rimarrà che essere spettatori inermi. Non sarà questo il momento in cui potremo sforzarci di cogliere la verità esistenziale di ciò che purtroppo è diventata solo la “posizione della Chiesa”?  Chi sa del nostro credere non mancherà di indagare sulle ragioni di alcune affermazioni e di mostrarci incongruenze, alcune apparenti, altre forse meno. E, in questo caso, vivremo la fatica della comunione ecclesiale: ogni credente è la Chiesa tutta. E sarà così l’occasione per ascoltare, essere messi in una felice crisi, che ci farà rimotivare la nostra sequela.

Nel “camminare con” sperimenteremo come, riferendoci agli “altri”, possiamo pensare a caratterizzazioni molto più stereotipate che non quando incontriamo l’altro. Pure questa è un’ovvietà, ma quanto diventa luogo di riflessione pastorale?

Il tema è proprio questo: il nostro vivere quotidiano non può diventare luogo serio, luogo di attenzione pastorale? Domanda un po’ più articolata che non la semplice coerenza negli ambiti di vita. E potrebbe avere ricadute anche sulla vita pastorale già strutturata.

In un incontro sul futuro della Chiesa – ci limitavamo alla nostra città –, è stata riportata questa frase pronunciata in un consiglio pastorale: «Se rinunciamo alla festa patronale (con tutto il lavoro che comporta, ndr.) finirà che accoglieremo i matrimoni gay».

Quale vita comunitaria?

Ciò che qui interessa è il legame tra la festa e l’esito. Esagerazione che però aiuta a comprendere come una serie di abitudini impegnative siano percepite come fondanti e lasciarle creerebbe il vuoto.

E se invece pensassimo a una vita comunitaria attenta a non sequestrare il tempo, ma che lascia ai pochi cristiani che desiderano fare della propria vita una testimonianza il tempo per “stare con”, nella normalità della vita fatta anche di “caffè al bar”? Per essere lievito, se vogliamo.

La vita comunitaria potrebbe aiutare a custodire una spiritualità, ad approfondire tematiche per essere sempre presenti con la propria fede e capaci di dire parole comprensibili a tutti. Il confronto personale e l’approfondimento aiuterebbero i cristiani, soprattutto i più giovani, a osare alcuni ambiti di impegno, di studio e lavorativo anche se non immediatamente rassicuranti perché “a servizio”, anzi magari impegnativi per le sfide etiche che prospettano.

D’altra parte, i molti che svolgono lavori normali – come si dice – potrebbero ricevere un incremento di senso a partire da questa prospettiva del volto singolo.  E si eviterebbero quelle vite in apnea: otto ore di lavoro per poi vivere in casa e parrocchia. Qui arriviamo quasi a una dimensione politica. Il “camminare con” non ci farà più partecipi delle vicende della società, senza delegare ai vescovi e ai parroci le riflessioni?

C’è una dimensione di equilibrio che non si può indicare: è lo spazio della specificità di ciascuno, per come si è fatti, per dove si vive… Vengono in mente tanti arredi sacri, meravigliose opere di cesello: a esse possiamo paragonare il nostro vivere con l’altro, prezioso insieme di piccoli gesti la cui bellezza è nel segreto del Regno di Dio, che qui inizia.

Fuori di noi

Postilla non scientifica: siamo nel 2022 e dobbiamo ricordare che molti dei “lontani” sono persone che si sono allontanate, o figli di persone allontanate. Il peccato originale è di tutti, ma, come in ogni epoca, se la cristianità cambia, si riduce, è proprio solo responsabilità di chi non ha trovato nel catechismo, nella routine liturgica, nella proposta spirituale e nei buoni pensieri la risposta alle domande che ciascuno ha?

E ancora una volta la vicinanza fa vivere il dispiacere per i percorsi di altre religioni e filosofie che molti imboccano, cercando la via della giustizia, della bellezza e della bontà, semplicemente perché non l’hanno trovato nella via ecclesiale.

Qualcuno penserà che quanto sin qui detto è sbilanciato verso una visione buonista, ed è un po’ così. Solo Gesù, però, conosceva i cuori e poteva permettersi rimproveri severi. La Chiesa, madre, non dovrebbe porre attenzione al buono, in attesa che la zizzania sia estirpata a tempo debito? Sett.News 6

 

 

 

 

Per il Papa stare con i poveri è una "vocazione, non un'occupazione"

 

Papa Francesco riceve in Vaticano una delegazione della Caritas spagnola che compie 75 anni dalla sua istituzione. Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Papa Francesco riceve oggi in Vaticano una delegazione della Caritas spagnola che compie 75 anni dalla sua istituzione.

"Per favore, prendetevi cura delle risorse, ma non cadete nel grande business della carità, dove il 40, 50, 60% delle risorse va a pagare gli stipendi a chi ci lavora. Ci sono aziende in Europa, ci sono, scusate, movimenti di beneficenza, che, beh, il 60% penso sia troppo... Ma il 40% e così via va in stipendi. No. Meno mediazioni possibili, giusto? E quelli che esistono, ove possibile, per vocazione, non per occupazione. "No, no, vieni qui, ti darò un lavoro in Caritas...". No, no, non funziona", dice subito il Papa ai presenti in lingua spagnola.

Francesco parla di "esperienza nel vedere altre istituzioni di aiuto che cadono in questa situazione".

Il Pontefice lancia diverse sfide. “Lavorare a partire dalle capacità e dalle potenzialità accompagnando processi”. "Effettivamente, a motivarci, a farci raggiungere obiettivi programmati non sono i risultati ma il metterci dinanzi a una persona che è spezzata, che non trova il proprio posto, e accoglierla, aprire per lei cammini di recupero di modo che possa trovare sé stessa, essendo capace, nonostante i suoi limiti e i nostri, di cercare il suo posto e di aprirsi agli altri e a Dio", dice Papa Francesco.

“Non bastano gesti che cerchino di uscirne fuori, ma che promuovano un vero cambiamento nelle persone - continua il Papa - ricordando il caso di una parrocchia della Spagna, dove la gente chiedeva al parroco se dava “buste” ossia “se potevano approfittare di quella congiuntura ‘assistenzialista’ che in realtà li mantiene incatenati al sussidio, impedendo il loro sviluppo”.

Infine, "cercare di essere canale dell’azione della comunità ecclesiale”. “Caritas si propone a noi come quella mano tesa che è di Cristo quando la offriamo a chi ha bisogno di noi, e al tempo stesso ci permette di afferrare Cristo quando lui ci interpella nella sofferenza del fratello”, afferma in conclusione Papa Francesco. Aci 5

 

 

 

Beatificato Giovanni Paolo I. La memoria liturgica è stata fissata il 26 agosto

 

CITTÀ DEL VATICANO. Giovanni Paolo I è Beato. Papa Francesco ha pronunciato stamane la solenne formula di beatificazione sul sagrato della Basilica Vaticana, scegliendo la data del 26 agosto per la sua memoria liturgica.

“Specialmente nei momenti di crisi personale e sociale – ha detto il Papa nell’omelia - diventiamo più vulnerabili; e, così, sull’onda dell’emozione, ci affidiamo a chi con destrezza e furbizia sa cavalcare questa situazione, approfittando delle paure della società e promettendoci di essere il salvatore che risolverà i problemi, mentre in realtà vuole accrescere il proprio gradimento e il proprio potere. Il Vangelo ci dice che Gesù non fa così. Lo stile di Dio è diverso, perché Egli non strumentalizza i nostri bisogni, non usa mai le nostre debolezze per accrescere sé stesso. A Lui, che non vuole sedurci con l’inganno e non vuole distribuire gioie a buon mercato, non interessano le folle oceaniche. Non ha il culto dei numeri, non cerca il consenso, non è un idolatra del successo personale”.

Gesù – ha aggiunto – “chiede a ciascuno di discernere con attenzione le motivazioni per cui lo segue e le conseguenze che ciò comporta. Si può andare dietro al Signore per varie ragioni e alcune, dobbiamo riconoscerlo, sono mondane. Ma non è lo stile di Gesù. E non può essere lo stile del discepolo e della Chiesa. Il Signore chiede un altro atteggiamento. Seguirlo non significa entrare in una corte o partecipare a un corteo trionfale, e nemmeno ricevere un’assicurazione sulla vita. Al contrario, significa anche portare la croce”.

Citando Giovanni Paolo I, Francesco ha ricordato che “siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile. E allora, guardando al Crocifisso, siamo chiamati all’altezza di quell’amore. Amare: anche se costa la croce del sacrificio, del silenzio, dell’incomprensione, della solitudine, dell’essere ostacolati e perseguitati. Perché – diceva ancora Giovanni Paolo I – se vuoi baciare Gesù crocifisso, non puoi fare a meno di piegarti sulla croce e lasciarti pungere da qualche spina della corona, che è sul capo del Signore”.

Giovanni Paolo I – ha concluso il Papa – “ha vissuto così: nella gioia del Vangelo, senza compromessi, amando fino alla fine. Egli ha incarnato la povertà del discepolo, che non è solo distaccarsi dai beni materiali, ma soprattutto vincere la tentazione di mettere il proprio io al centro e cercare la propria gloria. Al contrario, seguendo l’esempio di Gesù, è stato pastore mite e umile. Con il sorriso Papa Luciani è riuscito a trasmettere la bontà del Signore. È bella una Chiesa con il volto lieto, sereno e sorridente, che non chiude mai le porte, che non inasprisce i cuori, che non si lamenta e non cova risentimento, non è arrabbiata e insofferente, non si presenta in modo arcigno, non soffre di nostalgie del passato. Preghiamo questo nostro padre e fratello, chiediamo che ci ottenga il sorriso dell’anima”. Di Marco Mancini, Aci 4

 

 

 

Beatificazione. Il card. Stella: “Giovanni Paolo I un grande dono per la Chiesa”

 

“L’attualità del suo messaggio sta nel mostrare a tutti una santità serena, gioiosa ed umile che diventa attraente per il popolo cristiano proprio perché concreta e autentica. Una santità accessibile a tutti e alla portata di tutti, che piace e rasserena il cuore”. Descrive così, il cardinale Beniamino Stella, prefetto emerito della Congregazione per il Clero, il senso e il cuore della vita del nuovo beato Albino Luciani.

“L’attualità del suo messaggio sta nel mostrare a tutti una santità serena, gioiosa ed umile che diventa attraente per il popolo cristiano proprio perché concreta e autentica. Una santità accessibile a tutti e alla portata di tutti, che piace e rasserena il cuore”. Descrive così, il cardinale Beniamino Stella, prefetto emerito della Congregazione per il Clero, il senso e il cuore della vita del nuovo beato Albino Luciani. “In questo tempo, in questa congiuntura storica – prosegue il cardinale, postulatore della causa di beatificazione di Giovanni Paolo I – abbiamo bisogno di testimoni della fede e della carità. I beati e i santi sono per la Chiesa e per il mondo come delle bussole, dei luminari. Le loro vite ci raccontano un Vangelo vivo il cui messaggio continua a toccare i cuori e la vita di tanti uomini e donne. Albino Luciani è uno di questi. Allo stesso tempo, la sua beatificazione conferma che è possibile vivere la vita cristiana con autenticità e impegno personale, ma sempre sostenuti dalla grazia di Dio. Luciani ha saputo accogliere questa ‘grazia’. La sua beatificazione rappresenta, in questo tempo, un momento di consolazione, sia per la Chiesa che per la società. Viviamo un tempo difficile, ore estremamente gravi. Siamo colpiti dall’ansia, dalle preoccupazioni del presente e del domani. Ecco la beatificazione di Luciani ci ricorda che non siamo soli, che Dio si è fatto e continua a farsi prossimo, che non ci abbandona e non ci lascia in balia di noi stessi”.

Eminenza, Lei dice che i beati e i santi ci parlano… cosa dice a noi oggi il beato Giovanni Paolo I?

Parliamo di un beato morto nel 1978. Sono passati più di 40 anni dalla sua morte, ma analizzando la sua vita, abbiamo scoperto la figura di un uomo, di un sacerdote, di un vescovo e poi di un pastore universale, estremamente attuale capace di vivere allora, e anche oggi, con concretezza e coerenza le virtù cristiane. Nella sua testimonianza di vita cristiana non c’era differenza tra quanto insegnava e quanto viveva, in una fedeltà quotidiana alla sua vocazione, da giovane sacerdote fino alla cattedra di Pietro. Tutto questo emerge dai suoi scritti nei quali non si intravede alcun intento di costruire un’immagine di sé, né prospettive o ambizioni di glorie effimere. C’è poi una coordinata, un filo invisibile, che collega e guida tutta la sua vita: l’umiltà e insieme ad essa l’esercizio delle virtù teologali. Lui ha sempre predicato le virtù teologali, lo ha fatto fino alle tre ultime catechesi del suo pontificato. La fede la speranza e la carità sono il cuore della vita cristiana in generale e in quella di Albino Luciani. Una vita cristiana, la sua, vissuta all’insegna della semplicità interiore e di una grande mitezza di cuore.

Cosa emerge dalla sua vita di sacerdote e vescovo?

Nella sua esperienza non si riscontrano eventi eccezionali, ma una vita fatta di quotidianità semplice, spesa fedelmente e continuamente nel servizio sacerdotale e pastorale. Un servizio svolto secondo il modello del buon pastore. Giovanni Paolo I è stato capace di accogliere l’invito di Gesù a diventare come lui, mite e umile di cuore. Un sacerdote e un vescovo consacrato alla salvezza del popolo di Dio. Un uomo buono, mai arrogante, mai duro. Uno di quelli che non si fanno notare, ma che lavora, opera e lascia dietro sé tanto bene compiuto, pronto a dire sì ma anche no, all’occorrenza, sempre però con grande semplicità di cuore e mitezza interiore e senza mai abdicare al suo ruolo, alle sue responsabilità episcopali, ai suoi doveri di pastore. Ecco, sono queste le ragioni in base alle quali la sua figura e la sua vita parlano ancora oggi alla Chiesa e al popolo di Dio.

I miti sono coloro che ereditano la terra e le promesse di Dio. Quale promessa rende visibile questa beatificazione?

Nella sua storia c’è una grande attenzione ai temi sociali, ai temi del lavoro e della umana sofferenza. Luciani veniva da un’estrazione sociale popolare e le sue origini hanno sicuramente inciso sul suo sacerdozio e sul suo ministero episcopale. Aveva fatto della povertà la dote più importante del suo sacerdozio. Non però la povertà del populismo o del semplice prete di montagna, ma quella che da sempre affascina e sostiene la Chiesa, lontana dalla mondanità, vicina all’insegnamento dei Padri, fedele a Cristo e alla sua predilezione verso i poveri. Con questo spirito Giovanni Paolo I si è posto accanto alla gente come pastore vero. Credo che la sua beatificazione rappresenti un segno forte soprattutto per i sacerdoti, per i vescovi. Albino Luciani è stato un pastore il cui esempio può e deve essere indicato. C’è poi un particolare teologico di cui si è parlato molto e che a mio avviso non va sottovalutato né banalizzato. Mi riferisco alla sua definizione di un Dio che è padre e madre. La sua predicazione e la sua vita ci hanno fatto scoprire la presenza materna di Dio nel cuore di ogni uomo. Una presenza di misericordia, di perdono e di accoglienza, sempre operante nella sua vita di sacerdote, di vescovo e anche, seppur per pochi giorni, di pastore universale.

Un dono per il popolo di Dio ma anche per la Chiesa

Sì, Giovanni Paolo I è stato ed è un grande dono per la Chiesa. Sacerdote di solida formazione teologica e di elevata formazione culturale, Luciani è stato un prete molto dotto che ha lavorato bene nella pastorale. Soprattutto nella mia diocesi di Vittorio Veneto di cui è stato vescovo per dieci anni prima di andare a Venezia e dove ha lasciato, sia tra i preti che nei laici, un ricordo molto bello di sé. È piacevole vedere come sia rimasto nella grata memoria di tanti che ricordano di aver ricevuto da lui il sacramento della Cresima o una visita in parrocchia, a casa o in ospedale. Tutti lo ricordano per la sua affabilità e la sua vicinanza. Li andava a trovare, li visitava se malati, si ricordava dei preti anziani. È stato un vescovo vicino ai sacerdoti, ai seminaristi, ai giovani. In lui quella santità dei pastori che hanno a cuore l’impegno e il servizio per il popolo di Dio. L’attualità del suo messaggio sta nel mostrare a tutti una santità serena, gioiosa ed umile che diventa attraente per il popolo cristiano proprio perché concreta e autentica. Una santità accessibile a tutti e alla portata di tutti, che piace, che rasserena il cuore. Amerigo Vecchiarelli, Sir 3

 

 

 

Migrantes: concluso il Corso di Alta Formazione

 

Alghero – Nel corso di Alta formazione organizzato dalla Fondazione Migrantes, più di 50 direttori diocesani e delegati regionali, riuniti ad Alghero dal 29 agosto ad oggi, si sono confrontati sul tema della prossima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato: “Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati”.

Alla fine del corso, si legge nel comunicato finale – “abbiamo sentito la necessità di ribadire alcuni principi che nascono dalla lunga esperienza di lavoro della Fondazione Migrantes nell’ accompagnamento sia degli emigrati italiani all’estero che di tutte le persone migranti, richiedenti asilo, circensi e giostrai, rom e sinti nel nostro paese”.

In particolare: “la dignità di ogni persona e il suo diritto naturale alla mobilità (diritto di restare, diritto di partire, diritto di ritornare). Pensando – si legge ancora nel testo – al futuro ci sentiamo di proporre rispetto alla società e alla chiesa i seguenti punti:

* ogni straniero ha la sua dignità (così come tutte le persone), non è funzionale soltanto alla nostra economia o strumentale al consenso politico a ridosso di ogni tornata elettorale.

* non vorremmo assistere all’ennesima strumentalizzazione politica della sofferenza delle persone nei luoghi di accoglienza causata spesso dalla discutibile e non efficiente gestione di chi dovrebbe occuparsene.

* Siamo certi che muri, decreti sicurezza e blocchi navali non servano a risolvere il problema. Così come la creazione di hot spot in Africa, i respingimenti e gli accordi di riammissione nei Paesi di provenienza.

* Molta sofferenza, possibilità di sfruttamento e mal gestione sono causate dalla mancanza di canali di ingresso legali: non esiste nel nostro ordinamento la possibilità per un cittadino straniero di fare ingresso regolarmente al fine di cercare lavoro. Così come troppo pochi sono coloro che possono avere dei viaggi sicuri dalla zona dei conflitti al paese di asilo. Per non dire di come sono stati carenti, sino ad ora, le capacità di denuncia dello sfruttamento lavorativo e di sanzione delle realtà che hanno mal gestito i centri di accoglienza.

* Le migrazioni costituiscono un fenomeno naturale e strutturale delle nostre società e non sono certo la causa dei loro mali, duole doverlo ancora ribadire.

* I decreti flussi si sono rivelati uno strumento inadeguato a regolare l’incontro di domanda e offerta di lavoro e hanno prodotto, come effetto collaterale, sfruttamento e lavoro nero causando anche un danno alle casse dello Stato (mancata contribuzione).

* Rispetto a questa storia di lungo corso di inadeguata gestione del sistema migratorio in Italia, crediamo che sia l’ora di dire almeno basta alla propaganda politica sulla pelle dei migranti, che spesso prende la forma del racconto facile dell’orda di stranieri, avventurieri e criminali che invadono il nostro Paese attentando alla sicurezza. E’ ora di finirla con slogan ed enfatizzazione della paura, che non servono ad affrontare le questioni, ma che generano solo una minaccia alla coesione sociale.

* Crediamo che occorra lavorare sulle cause che portano alle migrazioni (vendita delle armi, sfruttamento delle risorse, disuguaglianza, povertà e cambiamento climatico…), smettere di finanziare la guardia costiera libica, svuotare i campi di detenzione, investire sui corridoi di ingresso legali e lavorare sulla ridistribuzione europea superando finalmente il trattato di Dublino, come si è stati capaci di fare rispetto all’accoglienza delle persone in fuga dall’Ucraina”.

E per chiudere “ci sembra importante riportare l’invito di papa Francesco di iniziare a : ‘Costruire una grande famiglia in cui tutti possiamo sentirci a casa’”. Mig.on.2

 

 

 

Mi fermo e contemplo

 

Si possono definire giorni di riposo quelli trascorsi in continuo movimento? Quante bellezze o esperienze profonde rischiamo di perdere se siamo rivolti senza sosta verso altro e non curiamo l’incontro con noi stessi, con le persone, con il creato, con Dio? Le vacanze, benché comprendano ore di svago, di relax, di energizzazione, potrebbero essere anche un’opportunità, per riprendere tra le mani la propria esistenza. Il dualismo che a volte ci attraversa, non sempre ci consente di sperimentare l’unificazione profonda che ci aiuta a non vivere vite parallele -  Diana Papa

 

Molte persone sono ancora in vacanza. Dal monastero, benché ai margini dell’abitato, si sente il rumore delle auto che sfrecciano lungo la strada. Giungono ancora le voci dei ragazzi, fermi con la loro motoretta sulla piazzuola della chiesa, che discutono sulla velocità da tenere durante la gara e litigano. Dopo una concitata discussione, si percepisce che qualcuno, borbottando, prende la propria motoretta e corre all’impazzata, mentre gli altri si defilano. Il via vai continuo delle persone lungo i sentieri adiacenti al monastero ci interroga.

Si possono definire giorni di riposo quelli trascorsi in continuo movimento? Quante bellezze o esperienze profonde rischiamo di perdere se siamo rivolti senza sosta verso altro e non curiamo l’incontro con noi stessi, con le persone, con il creato, con Dio?

Vi sono alcuni che cercano lo stordimento, per placare la rabbia senza impegnarsi a gestirla, altri rincorrono una vita senza regole, per agire come e quando si vuole, lottano anche con aggressività per il riconoscimento dei diritti individuali e non di quelli personali e sociali. C’è la difesa del proprio io e manca la custodia della persona, del bene comune: in questo tempo sembrano svaniti nel nulla.

Quante parole di attacco verso l’altro, quanta difesa ad oltranza per salvare la propria immagine! È strano, ma a volte l’individuo sembra parlarsi addosso. Aggredisce l’interlocutore, anche se è assente, mettendo in evidenza tutto il male dell’altro, mentre esalta sé stesso. Spesso in questi casi non c’è la consapevolezza di sé, né il rispetto dell’altro…esiste il vuoto esistenziale. Non c’è a volte la scelta di fermarsi, per imparare a gestire i pensieri e i sentimenti che portano lontano e che spesso fanno lievitare rancori, invidie, maldicenze, mormorazioni, competitività e che non permettono di cogliere la bellezza della propria e altrui esistenza.

Ciò che caratterizza la postura di molti che sono in vacanza è la fretta, la mancanza di tempo… hanno tante cose da fare, impegni indefiniti e quasi inderogabili per poter riempire i vuoti.

Non mancano coloro che rallentano il passo: a volte sono in compagnia di uno o due cani, altre camminano in gruppo: gridano, sovrappongono le loro voci, faticano a sentirsi, poi tutto si conclude con un’ulteriore discussione oppure con una risata.

Eppure le vacanze, benché comprendano ore di svago, di relax, di energizzazione, potrebbero essere anche un’opportunità, per riprendere tra le mani la propria esistenza. Il dualismo che a volte ci attraversa, non sempre ci consente di sperimentare l’unificazione profonda che ci aiuta a non vivere vite parallele.

Basterebbe fermarsi per contemplare la natura come traccia della bellezza di Dio, guardare i piccoli fiori di campo, gli insetti che si posano su di essi con grazia, quasi sfiorandoli, per cogliere che la mitezza racchiude tutte le virtù e che i colori e che i profumi aprono il cuore alla gioia di vivere.

Non basta proteggere la natura: bisogna contemplarla! Infatti chi sosta in un bosco ascolta la sinfonia del canto degli uccelli che, mentre armonicamente sfrecciano liberi nel cielo, tracciano con il volo dei percorsi che comprendono delle regole da rispettare, per poter prendere un’unica direzione.

E noi dove stiamo andando?

Fermarsi a guardare le onde del mare che lambiscono la riva e, contemporaneamente, perdersi con lo sguardo verso l’orizzonte che ci proietta verso l’infinito, ci fanno cogliere tutta la nostra piccolezza e, nello stesso tempo, grandezza, in quanto creati a immagine di Dio.

Rimanere in silenzio di fronte alla persona amata, giungere insieme, nel rispetto reciproco, sino alla soglia del Mistero dell’uno e dell’altro, è entrare ed immergersi nel circuito dell’amore Trinitario che assume il volto della tenerezza.

Quando abbiamo toccato la radice della nostra esistenza? Che cosa è rimasto nel profondo?

Dopo un tempo di vacanze possiamo prendere l’impegno a verificare ciò che è veramente importante nella nostra vita, senza ricorrere alla manipolazione del tempo, dello spazio, delle persone, della natura ecc., per rimanere in contatto autentico con noi stessi, con gli altri, con Dio e con il creato.

Forse è giunto il tempo di fermarci, per riscoprire il valore della propria e altrui umanità, per non cadere nell’illusione che tutto può essere determinato dagli algoritmi e condizionata dalle risposte precostituite. Se ogni essere vivente è connesso con tutto il resto dall’amore del Signore, ognuno è responsabile della vita di sé e degli altri.

La vita umana è un dono. Da questa consapevolezza nasce l’urgenza di ritrovare le nostre radici che affondano in “Dio che, creando l’uomo e la donna, vide che era cosa molto buona” (cfr. Gen 1,31). La chiarezza della nostra identità ci porta a sentirci unici e irripetibili, persone amate dal Signore, capaci di rimanere sempre in relazione, che svelano nel quotidiano il senso del loro esistere.

Quali coordinate sto seguendo? Che valore ha la mia esistenza vissuta in armonia con tutto il creato?

Dal nostro vivere quotidiano possiamo trarre le risposte e magari riprendere un cammino veramente umano. Da qui lo sviluppo integrale di ogni persona connessa con tutto l’universo tanto amato da Dio. Sir 3

 

 

 

Vangelo Migrante: XXIII Domenica del Tempo Ordinario | Vangelo (Lc 14, 25-33)

 

“Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, sua madre… e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Lo diciamo subito: Gesù non indice una competizione di sentimenti fra le sue creature; sa bene che non ne uscirebbe vincitore. Ci ricorda, invece, che, per creare un mondo nuovo, ci vuole una passione forte almeno quanto quella degli amori familiari.

Gesù vuole cambiare l’uomo e, allora, riparte dalle relazioni umane. E lo fa puntando tutto sull’amore, il fulcro sul quale l’uomo poggia la felicità di questa vita: dare e ricevere amore. Anche se le Sue parole sembrano eccessive o contro la bellezza e la forza degli affetti, il verbo centrale attorno a cui ruota il tutto è “amare di più”. Non si tratta di una sottrazione ma di una addizione. Gesù non sottrae amori, aggiunge un “di più”. Il discepolo è colui che sulla bellezza dei suoi amori stende una bellezza più grande. E il risultato non è una sottrazione ma un potenziamento, un’aggiunta. Gesù è la garanzia che i nostri amori saranno più vivi e più luminosi, perché Lui possiede la chiave dell’arte di amare.

E prosegue: “colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”. La croce noi la pensiamo come metafora delle inevitabili difficoltà di ogni giorno, dei problemi della famiglia, di una malattia da sopportare o addirittura del perdere la vita. In realtà la vita ‘si perde’ così come si spende un tesoro: donandola goccia a goccia. Un tesoro nascosto non serve a nulla. Un tesoro speso con ‘giustizia’, produce altra ricchezza. Il vero dramma non è morire ma non avere niente e nessuno per cui valga la pena spendere la vita. Nel Vangelo la croce è la sintesi dell’intera storia di Gesù: amore senza misura, amore disarmato, coraggioso, che non si arrende, non inganna e non tradisce. È l’emblema del prendere su di sé una porzione grande di amore, altrimenti non si vive; prendere la porzione di dolore che ogni amore comporta, altrimenti non si ama.

E, in progressione, conclude: “chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. Si tratta di un taglio: la vita non dipende dai beni materiali; Gesù chiede una rinuncia a ciò che la impedisce (la Vita).

Esistono creature che nella loro umanità hanno fatto spazio all’Amore più grande, hanno vissuto portando la porzione di croce che ogni amore comporta e hanno davvero tagliato con tutto il resto per fare posto alla Vita di Dio. Sono i Santi. E Dio, in loro, ha rivelato tutta la potenza del suo amore. Papa Francesco il 9 di ottobre eleverà agli onori degli altari una di queste figure: il vescovo Giovanni Battista Scalabrini, padre dei migranti. La Vita di Dio vissuta da Scalabrini e dal suo carisma, è profezia di quella umanità nuova, riconciliata dall’amore nelle diversità, secondo il disegno di Dio. (p. Gaetano Saracino) Migr.on.

 

 

 

Papa Francesco riceve i padri di Schönstatt in occasione del Capitolo generale

 

CITTÀ DEL VATICANO. Papa Francesco riceve in Vaticano i padri di Schönstatt in occasione del Capitolo generale. La congregazione venne fondata a Schönstatt, presso Vallendar, dal sacerdote pallottino Josef Kentenich. Il 18 ottobre 1914 espose ai giovani seminaristi il suo piano di rinnovamento religioso, fondato sulla consacrazione (o alleanza d'amore) a Maria invocata con il titolo di Madre e Regina tre volte Ammirabile. Quello dei padri di Schönstatt venne riconosciuto come istituto di diritto pontificio il 24 giugno 1988. Francesco espone loro i suoi dubbi e le sue preoccupazioni circa la famiglia di oggi.

"Voi, cari fratelli e sorelle, svolgete un bel servizio alla Chiesa e al mondo, soprattutto accompagnando le famiglie nelle varie vicende e vicissitudini che stanno attraversando, annunciando a tutti i suoi membri la bellezza dell'“Alleanza d'Amore” che il Signore ha stabilito con il suo popolo. Oggi ci sono molti matrimoni in crisi, giovani tentati, anziani dimenticati, bambini sofferenti. Siete portatori di un messaggio di speranza in queste situazioni buie che ogni fase della vita attraversa", dice subito il Papa ai presenti.

Il Papa saluta il nuovo superiore generale, padre Alexandre Awi Mello, eletto il 21 agosto scorso.

"Vediamo spesso che la natura della famiglia è attaccata da diverse ideologie, che fanno vacillare le fondamenta che sostengono la personalità dell’essere umano e, in generale, tutta la società. Inoltre, in seno alle famiglie, in molte occasioni si constata una distanza di comprensione tra gli anziani e i giovani. Il mistero della nostra redenzione è quindi intimamente legato anche all’esperienza dell'amore nelle famiglie. E non dimentichiamo che in ultima analisi la fede si trasmette sempre in 'dialetto' attraverso le famiglie, gli anziani, i nonni", dice ancora il Papa inun discorso in spagnolo.

Per Francesco la Vergine Maria "è un modello fondamentale per tutti, che spinge a creare ponti fondati sulla carità fraterna e sulla comunione dei beni con i più bisognosi”. Veronica Giacometti, Aci 1

 

 

 

Papst: „Der einzige Weg zum Frieden ist der Dialog“

 

Franziskus hat erneut eindringlich für ein sofortiges Ende der kriegerischen Konflikte auf der Welt appelliert. Gelder, die für den Krieg gedacht seien, sollten vielmehr in „konkrete Unterstützungsleistungen für die Völker“ umgewandelt werden, sagte das Kirchenoberhaupt zum Ende der Messe, die er an diesem Mittwoch mit den kasachischen Katholiken gefeiert hat.

Er denke an die „vielen so schwer vom Krieg gezeichneten Orte, vor allem an die geliebte Ukraine“, so der Papst vor den Besuchern der Messe. Man dürfe sich nicht an den Krieg gewöhnen oder sich mit seiner Unvermeidlichkeit abfinden, wiederholte der Papst seinen Appell für Frieden: „Lasst uns denen helfen, die leiden, und lasst uns darauf bestehen, dass wirklich versucht wird, Frieden zu schaffen. Was muss noch geschehen, wie viele Tote muss es erst noch geben, bevor die Konflikte dem Dialog zum Wohle der Menschen, der Völker und der Menschheit weichen? Der einzige Ausweg ist der Frieden, und der einzige Weg dorthin ist der Dialog.“

Es gelte, weiterhin dafür zu beten, dass „die Welt lernt, Frieden zu schaffen“. Dazu gehöre, das Wettrüsten einzuschränken und die „enormen Kriegsausgaben“ in „konkrete Unterstützungsleistungen für die Völker“ umzuwandeln.

Hinweis auf Spannungen im Kaukasus

Und dann fügte Franziskus noch einen Hinweis auf die jüngsten Spannungen im Kaukasus an:

„Ich habe mit Besorgnis erfahren, dass in den letzten Stunden neue Spannungsherde in der Kaukasusregion aufgeflammt sind. Beten wir weiter dafür, dass auch in diesen umstrittenen Gebieten friedliche Gespräche und Einigkeit herrschen und dass die Welt lernt, Frieden zu schaffen. ... Danke an alle, die daran glauben, danke an Sie und an alle, die Boten des Friedens und der Einheit sind!“

Damit bezog er sich auf den Konflikt in der Region des Bergkarabach, der von Aserbaidschan und Armenien beansprucht wird. (vn 14)

 

 

 

 

Marsch für das Leben 2022. Bischof Bätzing warnt vor vorgeburtlicher Selektion

 

Am kommenden Samstag (17. September 2022) findet erneut der Marsch für das Leben in Berlin statt. Der Bundesverband Lebensrecht e. V. ruft dabei zum Schutz menschlichen Lebens von der Empfängnis bis zum natürlichen Tod auf.

 

Bischof Dr. Georg Bätzing, Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz, würdigt in einem heute veröffentlichten Grußwort den Marsch für das Leben als „augenfälliges Zeichen des Einsatzes für das Lebensrecht eines jeden Menschen“. Das menschliche Leben sei vielfältigen Gefährdungen ausgesetzt: „Dies gilt insbesondere für die Phasen des menschlichen Werdens und Vergehens. Am Lebensanfang, wenn der Mensch mit der Verschmelzung von Ei- und Samenzelle entsteht, ist er umfassend auf den Schutz der Mutter und der sich um sein Aufwachsen sorgenden Erwachsenen angewiesen. Auch am Lebensende des Menschen, wenn ihn seine körperlichen und geistigen Kräfte wieder verlassen, ist er unweigerlich erneut auf Personen angewiesen, die sich ihm zuwenden.“

 

Für die Kirche, so Bischof Bätzing, sei es dabei Gewissheit, „dass Gott keinen Menschen zurücklässt. Jeder Mensch ist von Gott um seiner selbst willen gewollt und geliebt. In Jesus Christus ist Gott selbst Mensch geworden und hat durch seine Zuwendung insbesondere zu den scheinbar Unperfekten, Ausgestoßenen und Armen vorgelebt, dass sich der Einsatz für jeden Menschen lohnt. Christus ist zu unser aller Erlösung diesen Weg sogar bis zu seinem Tod am Kreuz gegangen“. Bischof Bätzing warnt in seinem Grußwort vor einer vorgeburtlichen Selektion, die sich an vordergründigen Maßstäben ausrichtet. Das sei für Christinnen und Christen eine inakzeptable Anmaßung: „Christinnen und Christen müssen protestieren, wenn menschliches Leben ,Nützlichkeitserwägungen‘ unterzogen wird, sei es vor der Geburt oder am Lebensende.“

 

Hinweise: Das Grußwort von Bischof Bätzing ist unter www.dbk.de verfügbar. Weitere Informationen zum Marsch für das Leben gibt es unter www.marsch-fuer-das-leben.de. Die nächste ökumenische Woche für das Leben wird sich erneut mit dem Schutz des menschlichen Lebens befassen und die Fragen der Suizidgefährdung junger Menschen in den Blick nehmen. Sie findet vom 22. bis 29. April 2023 statt. Dbk 13

 

 

 

 

Bischöfe tagen Ende September

 

Vom 26. bis 29. September 2022 findet in Fulda die Herbst-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz statt. 67 Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz unter Leitung des Vorsitzenden, Bischof Georg Bätzing, nehmen teil und beratschlagen zum Synodalen Weg, aber auch zu Fragen des sexuellen Missbrauchs.

Das gab die Bischofskonferenz in einer Aussendung an diesem Dienstag bekannt. Schwerpunkte der Beratungen sind demnach der Fortgang des Synodalen Weges und die Vorbereitung des Ad-limina-Besuchs der deutschen Bischöfe im November 2022 in Rom. Ebenso besprechen die Bischöfe Punkte aus der vergangenen Synodalversammlung, die dann in Rom vorgebracht werden sollen.  

Ein weiterer Schwerpunkt der Beratungen ist demzufolge die Neuordnung des Themenbereichs sexueller Missbrauch an Minderjährigen und erwachsenen Schutzbefohlenen. Damit hängt auch zusammen, dass der bisherige Beauftragte der Deutschen Bischofskonferenz für Fragen sexuellen Missbrauchs, Bischof Stephan Ackermann, angekündigt hatte, diese Aufgabe nach zwölf Jahren abgeben zu wollen.

Außerdem wird sich die Vollversammlung mit einer Bilanz der Unterstützung für die Flutkatastrophe 2021 sowie damit verbundenen Fragen der Notfallseelsorge befassen. An der Eröffnungssitzung der Vollversammlung wird der Apostolische Nuntius, Erzbischof Dr. Nikola Eterovic, teilnehmen. (dbk 13)

 

 

 

Papst in Kasachstan: Unsere Welt muss wieder zu Harmonie finden

 

Franziskus hat sich in seiner ersten öffentlichen Rede in Nur-Sultan als „Pilger des Friedens“ definiert. In der Rede an den Staatspräsidenten und Vertreter von Politik und Religion ging das katholische Kirchenoberhaupt auf die Bedeutung des Dialogs ein. Der kasachische Präsident Qassym-Schomart Kemeluly Toqajew bedankte sich beim Gast aus Rom für sein Kommen. Mario Galgano

 

Vatikanstadt. Kasachstan sei ein Ort wichtiger geopolitischer Knotenpunkte, betonte der Papst in seiner ersten Rede auf kasachischem Boden. Das zentralasiatische Land spiele eine entscheidende Rolle bei der Entschärfung von Konflikten. Franziskus erinnerte daran, dass sein Vorgänger Johannes Paul II. unmittelbar nach den tragischen Anschlägen von 2001 nach Kasachstan ging, „um Hoffnung zu säen“.

„Ich komme hierher im Verlauf des wahnsinnigen und tragischen Krieges, der durch die Invasion der Ukraine ausgelöst worden ist, und während noch weitere Auseinandersetzungen und drohende Konflikte diese unsere Zeit gefährden. Ich komme, um den Schrei der Vielen zu verstärken, die um Frieden flehen, der für unsere globalisierte Welt ein wesentlicher Entwicklungsfaktor ist“, so Franziskus wörtlich. Die heutige Welt brauche „wieder Harmonie“. Die Notwendigkeit, das diplomatische Engagement zugunsten des Dialogs und der Begegnung zu erweitern, werde immer dringlicher, denn das Problem des einen sei heute das Problem aller:

Für einen neuen ,Geist von Helsinki´

„Und wer in der Welt mehr Macht hat, trägt eine größere Verantwortung gegenüber den anderen, insbesondere gegenüber den Ländern, die am stärksten durch eine Logik des Konflikts erschüttert werden. Darauf sollte man achten und nicht nur auf die Interessen, die einem selbst zum Vorteil gereichen. Es ist an der Zeit, das Zuspitzen von Rivalitäten und das Verfestigen einander entgegengesetzter Blöcke zu vermeiden. Wir brauchen Führungspersönlichkeiten, die es den Völkern auf internationaler Ebene ermöglichen, einander zu verstehen und miteinander zu reden, und die einen neuen ,Geist von Helsinki´ aufkommen lassen, den Willen, den Multilateralismus zu stärken, um mit Blick auf die kommenden Generationen eine stabilere und friedlichere Welt aufzubauen. Und um dies zu tun sind Verständnis, Geduld und Dialog mit allen nötig. Ich wiederhole: mit allen.“

Die Bedeutung der Dombra

Franziskus war in der kasachischen Hauptstadt Nur-Sultan mit traditioneller kasachischer Musik und Tanzdarbietungen empfangen worden. Musik spielte auch in seiner Rede eine Rolle, so unterstrich der Papst die Bedeutung der Dombra, eines typischen Instruments des Landes:

„Als Symbol der Kontinuität in der Vielfalt verleiht sie dem Gedächtnis des Landes einen Rhythmus und erinnert uns auf diese Weise daran, wie wichtig es ist, angesichts des raschen wirtschaftlichen und sozialen Wandels die Verbindung zum Leben derer, die uns vorausgegangen sind, nicht zu vernachlässigen, auch durch jene Traditionen, die es uns ermöglichen, die Vergangenheit und das, was wir ererbt haben, in Ehren zu halten. Ich denke da zum Beispiel an den schönen, hier weit verbreiteten Brauch, am Freitagmorgen zu Ehren der Vorfahren sieben Brote zu backen.“

 „Land der Begegnung“

Die Geschichte Kasachstans sei aber auch von tragischen Momenten gekennzeichnet, fuhr Franziskus fort. Er erinnerte an die Gefangenenlager und Massendeportationen, „welche die Städte und unendlichen Steppen dieser Gegenden zu Schauplätzen der Unterdrückung vieler Volksgruppen machten“. Doch die Kasachen hätten sich von diesen Gewaltakten nicht einschüchtern lassen.

Kasachstan sei zu einem „Land der Begegnung“ geworden, würdigte der Papst sein Gastland. Die rund 150 ethnischen Gruppen und die mehr als achtzig Sprachen, die es in Kasachstan geben, hätten sich „mit ihren unterschiedlichen Geschichten, kulturellen und religiösen Traditionen“ zu einer „außergewöhnlichen Symphonie“ eingefügt. Damit sei Kasachstan zu einem „einzigartigen multiethnischen, multikulturellen und multireligiösen Labor“ geworden. Das zentralasiatische Land offenbare damit „seine besondere Berufung, Land der Begegnung zu sein“.

Die Rolle der Religionsfreiheit

Mit Blick auf den Religions- und Friedens-Kongress, an der er in den nächsten Tagen teilnehmen wird, sagte Franziskus: „Während die Religionen die unverzichtbare Aufgabe haben, das Absolute zu suchen und zu bezeugen, brauchen sie die Möglichkeit, sich frei zu äußern. Und so ist die Religionsfreiheit die beste Grundlage für ein gutes gesellschaftliches Zusammenleben.“

Überall sei es nötig, dass sich Demokratie und Modernisierung nicht auf Ankündigungen beschränken, sondern in einen konkreten Dienst für die Bevölkerung münden, so der Papst weiter. Dann ging er auf die Bedeutung „einer guten Politik“ ein, die den Menschen zuhöre und auf ihre berechtigten Bedürfnisse antworte:

„Mehr tun gegen die Korruption!“

„Es ist die Politik, die die Zivilgesellschaft sowie Nichtregierungs- und humanitäre Organisationen kontinuierlich miteinbezieht, die eine besondere Aufmerksamkeit gegenüber Arbeitnehmern, Jugendlichen und den schwächsten Bevölkerungsschichten hat. Und auch – das braucht jedes Land der Welt – Maßnahmen gegen die Korruption. Dieser wahrhaft demokratische Politikstil ist die wirksamste Antwort auf möglichen Extremismus, Personenkult und Populismus, die die Stabilität und das Wohlergehen der Völker bedrohen.“

Da denke er auch die Notwendigkeit einer „gewissen wirtschaftlichen Sicherheit“, die es in Ländern mit reichen natürlichen Ressourcen brauche. Es sei die Aufgabe des Staates, aber auch der Privatwirtschaft, alle Bevölkerungsgruppen gerecht und mit gleichen Rechten und Pflichten zu behandeln und die wirtschaftliche Entwicklung nicht im Hinblick auf den Verdienst einiger weniger, sondern auf die Würde eines jeden Arbeitnehmers zu fördern, erläuterte Papst Franziskus.

(vn 13)

 

 

 

 

Synodaler Weg in Schieflage

 

Einige Bischöfe bringen das Schiff des Synodalen Weges beinahe zum Kentern, bei der 4. Synodalversammlung wurde das Ruder noch einmal herumgerissen. Aber wie lange hält das Reform-Schiff noch aus? Ein Kommentar nach drei Tagen Beobachtungen in der Synodalen-Aula in Frankfurt. von Christian Schnaubelt

 

Eine „Ohrfeige“ sei das Scheitern des Grundtextes „Leben in gelingenden Beziehungen“ bei der Synodalversammlung in Frankfurt, so Vertreter des Bundes der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ). Unter den Bischöfen war überraschenderweise keine eigene Zweidrittelmehrheit für den Beschluss „Grundlinien einer erneuerten Sexualethik“ zustande gekommen.

Das Wort „Machtmissbrauch“ machte die Runde

Mit diesem Paukenschlag begann am 8. September die vierte – und vorletzte – Synodalversammlung des Synodalen Weges. Es folgten Entsetzen und Tränen. Einige Delegierte verließen den Saal. Es gab eine spontane Solidaritätsaktion und anschließend lange Beratungen, besonders im Raum Spektrum, in der die Bischöfe „nachsitzen“ mussten. Auch am Tag danach war der Schock noch zu spüren. Und obwohl einige Delegierte überlegt hatten abzureisen, blieben alle und betonten die Wichtigkeit, den Synodalen Weg fortzusetzen. Aber eines ging dennoch verloren: Das Vertrauen auf eine offene und ehrliche Zusammenarbeit mit den Bischöfen – „auf Augenhöhe“. Vielmehr machte das Wort „Machtmissbrauch“ die Runde. Dadurch könnte der Reformprozess viel schwerer beschädigt werden als durch die gescheiterte Abstimmung. Alle anderen Texte wurden bisher in zweiter Lesung angenommen, nur dieser eine Text wurde abgelehnt. Warum dann dieser Aufruhr und das drohende Kentern des synodalen „Schiffs“?

Schlag ins Gesicht

Einerseits handelt es sich um einen der zentralen Grundtexte der vier Synodalforen und damit um einen Grundpfeiler des Synodalen Weges. Andererseits war die Überarbeitung der Sexualethik eine der wichtigsten Forderungen nach der MHG-Studie über die Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche. Sie bildete quasi die Basis des synodalen Prozesses. Auch wenn in Frankfurt die Handlungstexte „Lehramtliche Neubewertung der Homosexualität“ und „Grundordnung des kirchlichen Dienstes“ beschlossen wurden, bezeichneten Mitglieder von „#Out in Church“ und aus den Betroffenen-Beiräten das Abstimmungsergebnis der Bischofskonferenz als „Schlag ins Gesicht“.

Viel mehr als das Abstimmungsergebnis wurde aber die fehlende Kommunikation und Beteiligung aus den Reihen der Bischofskonferenz kritisiert. Nur wenige Bischöfe hätten sich im Vorfeld in den Foren, Veranstaltungen oder durch Änderungsanträge aktiv an den Diskussionen beteiligt und versteckten sich nun hinter anonymen Abstimmungen. Die Präsidentin der Laienvertretung, des Zentralkomitees der Deutschen Katholiken (ZdK), Irme Stetter-Karp warf einem Teil der Bischöfe „mangelnde Mitarbeit“ sowie „Dialogverweigerung“ vor und kritisierte „heimliche Blockierer“ unter den Bischöfen. Zugleich betonte sie: Die Lai:innen würden trotzdem weiter an Bord bleiben, wenn auch nur zähneknirschend.

Kentern abgewendet – vorerst

Beinahe wäre das mit schwerer Schlagseite fahrende synodale „Schiff“ am zweiten Sitzungstag gesunken. Doch mit dem Beschluss des Grundtextes „Frauen in Diensten und Ämtern in der Kirche“ konnte ein drohender vorzeitiger Abbruch der Synodalversammlung verhindert werden. Auch weil der DBK-Vorsitzende Bischof Georg Bätzing mahnende und eindringliche Worte an seine Kollegen im bischöflichen Amt richtete und mehrmals alle Bischöfe zu internen Besprechungen zusammenrief. „Die Bischöfe bitte in den Saal Spektrum“ wurde fast zu einem der geflügelten Wort dieser Versammlung.

Doch auch wenn ein Kentern abgewendet werden konnte: Es ist ein Loch im Schiffsrumpf entstanden und bei der Mannschaft brodelt es. Besonders beim ZdK. Das klang bei der Pressekonferenz zur Eröffnung noch ganz anders: Dort stand noch der gemeinsame Wille zu Reformen im Mittelpunkt. Der Wind hat sich gedreht und der Sturm der Entrüstung und Enttäuschung könnte auch im Nachhinein das Schiff noch zum Kentern bringen. Nämlich nach der nächsten ZdK-Tagung.

Bätzing: „Krise“ der Amtskirche

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz stand bei der 4. Synodalversammlung im Mittelpunkt. Bischof Bätzing musste mit starkem Widerspruch in seinen Reihen kämpfen. Mangels vorheriger Probeabstimmungen war dies für viele überraschend, auch wenn bereits bei der 3. Synodalversammlung die Mehrheiten unter den Bischöfen teilweise nur knapp waren. „Es war für mich ein Schock, dass ich aus den bisherigen Debatten in der Bischofskonferenz die Menge der Ablehnung nicht absehen konnte“, sagte Bätzing in der Abschlusspressekonferenz. Dazu beigetragen hat auch, dass sieben Bischöfe nicht dabei waren, dafür kamen drei Bischöfe, die beim letzten Mal fehlten – darunter der Kölner Erzbischof Rainer Woelki. Am Ende fehlten nur drei Stimmen der Bischöfe für den Grundsatztext, aber dieses Fehlen war ausschlaggebend, um die katholische Amtskirche in eine „Krise“ (Bätzing) zu stürzen.

An Rücktritt denke er nicht, so Bischof Bätzing. Er betonte zugleich: „Ich bin kein Fraktionschef“ – und verdeutlichte damit ein Dilemma: Der Vorsitzende kann den Bischöfen und Weihbischöfen keinen „Fraktionszwang“ auferlegen. Mit der Einberufung von drei kurzfristigen Sitzungen und – wie man hörte – „Probeabstimmungen“ während der Synodalversammlung hat er es dennoch versucht und dafür gesorgt, dass bei den weiteren Abstimmungen die Bischöfe mehrheitlich „mitzogen“. Dazu trug sicherlich auch bei, dass alle weiteren zentralen Abstimmungen namentlich geführt wurden und die Ergebnisse auf online auf synodalerweg.de einsehbar sind.

Rettungsring Synodaler Rat?

Obwohl der Synodale Weg in die Zielgerade einbiegt und nur noch die letzte Synodalversammlung im März 2023 ansteht, droht ein weiterer Sturm. Denn bereits im Vorfeld und während der vierten Versammlung wurde intensiv debattiert, wie es nach dem Synodalen Weg weitergehen soll. Wie kann die katholische Kirche in Deutschland weiterhin synodal tätig sein?

Mit dem Beschluss „Synodalität nachhaltig stärken“ hat die Synodalversammlung DBK und ZdK einen möglichen Rettungsring gegeben. Mit einem Synodalen Ausschuss soll ein langfristiger Synodaler Rat vorbereitet werden, indem gemeinsam Lai:innen und Bischöfe zusammenarbeiten. Allerdings wird über deren Zusammensetzung noch heftig gestritten, bisher sind beispielsweise weder Weihbischöfe noch Jugendvertreter:innen im Rat vorgesehen und es soll weiterhin die Notwendigkeit geben, dass eigene Mehrheiten unter den Bischöfen geschaffen werden müssen. Hier droht neuer Gegenwind.

„An ihren Taten sollt ihr sie erkennen!“

Am Ende des Synodalen Weges wird aber wahrscheinlich darin der Knackpunkt liegen: Sind die Bischöfe mehrheitlich bereit, einen Teil ihrer Macht abzugeben und die beschlossenen Texte und Reformen auch umzusetzen? Oder werden sie nicht ohne Zustimmung aus Rom handeln? Der BDKJ hat bereits angekündigt, nicht auf Rom warten zu wollen, sondern mit der Umsetzung anzufangen. Dazu schlägt die katholische Jugend synodale Prozesse in den Bistümern vor.

„An ihren Taten sollt ihr sie erkennen!“, heißt es im Ersten Johannesbrief. An der Umsetzung wird sich der Synodale Weg messen lassen müssen. Denn viele Katholik:innen haben ihre letzten Hoffnungen darauf gesetzt. Denn es kommt nicht nur auf die erhofften systemischen Veränderungen an, sondern vor allem darauf, den begangenen sexuellen Missbrauch in Verbindung mit Machtmissbräuchen aufzuarbeiten und künftigen zu verhindern. Zudem geht es auch um ein neues Klima und Miteinander von Klerikern und Lai:innen. Um im nautischen Bild zu bleiben: Das Vertrauen unter den Synodalen hat bei der 4. Synodalversammlung ein großes Leck abbekommen. Dieses wurde zwar notdürftig abgedichtet. Aber das wird das synodale „Schiff“ wohl nur kurzfristig tragen – noch ist kein Land in Sicht.

Christian Schnaubelt, Kath.de 12

 

 

 

Weitere Reform-Voten des „Synodalen Wegs“

 

Die vierte Vollversammlung des „Synodalen Wegs“ ist am Samstagnachmittag in Frankfurt zu Ende gegangen. Dem kirchlichen Reformprojekt ist es damit gelungen, seine schwere Krise zu überwinden.

In erster Lesung diskutierten die ungefähr 200 Delegierten am Samstag u.a. über Papiere zu homosexuellen Priestern, zu inter- und transsexuellen Katholiken sowie zur Verkündigung des Evangeliums durch Frauen im Gottesdienst. Mit klarer Mehrheit wurden die Texte zur weiteren Bearbeitung in den entsprechenden Arbeitsgruppen freigegeben. Die nächste Synodalversammlung soll im März nächsten Jahres ebenfalls in Frankfurt stattfinden.

Als zukunftsweisend werteten viele Synodale insbesondere den Beschluss zur Vorbereitung eines „Synodalen Rates“: 93 Prozent der Mitglieder der Synodalversammlung stimmten für einen „Synodalen Ausschuss“, der die Einrichtung eines „Synodalen Rates“ für die katholische Kirche in Deutschland vorbereiten soll. Unter den Synodalen stimmten auch 88 Prozent der Bischöfe dafür.

Synodalität auf Dauer gestellt

Das Votum, Synodalität gewissermaßen auf Dauer zu stellen, wurde flankiert von weiteren, mit großer Mehrheit beschlossenen Texten. So wurden am Samstag der Grundtext „Frauen in Diensten und Ämtern in der Kirche“ und die Handlungstexte „Lehramtliche Neubewertung von Homosexualität“ und „Grundordnung des kirchlichen Dienstes“ in zweiter Lesung mit großer Mehrheit beschlossen.

Die Vorsitzende des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Irme Stetter-Karp, zeigte sich nach der Synodalversammlung zufrieden. „Wir sind bereit, schwierige Entscheidungen gemeinsam mit den Bischöfen zu treffen“, erklärte sie. „Wir haben uns in Deutschland in diese Synodalität eingeübt. Und wir merken, wie gut sie uns tut.“ Das ZdK richtet den „Synodalen Weg“ gemeinsam mit der Deutschen Bischofskonferenz aus.

„Wir müssen das Projekt Synodaler Weg nicht aufgeben“

Sie würdigte, dass die Bischöfe in separaten Sitzungen klären konnten, wie sie die notwendige Zweidrittelmehrheit für Texte in zweiter Lesung sichern konnten. „Für uns im Zentralkomitee der deutschen Katholiken waren diese Aussprachen unter Bischöfen der entscheidende Punkt, um sagen zu können: Wir können hier weitermachen. Wir müssen das Projekt Synodaler Weg nicht aufgeben.“

Bischof Georg Bätzing, der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, bezeichnete die Synodalversammlung als Begegnung mit Höhen und Tiefen. „Wir haben erlebt, dass Diskurs, Debatte und Dynamik möglich sind. Für mich ist das Wichtigste: Wir sind beisammen geblieben“, so Bätzing. „Dieses Zusammengebliebensein ist übersetzt: Synodalität. Synodalität ist Ausdruck von verschiedenen Meinungen. Ich bin dankbar, dass diese Meinungen ins Wort gefasst werden konnten.“

„Frankfurt ist kein Desaster, Frankfurt zeigt eine Kirche im Aufbruch“

Trotz der Enttäuschung darüber, dass der Grundtext „Leben in gelingenden Beziehungen – Grundlinien einer erneuerten Sexualethik“ eine breite Mehrheit, aber bei den Bischöfen keine Zweidrittelmehrheit erhielt, seien wesentliche Weichenstellungen vorgenommen worden: „Frankfurt ist kein Desaster, wie manche Kritikerinnen und Kritiker meinen. Frankfurt zeigt eine Kirche im Aufbruch.“

Mit Blick auf den Beschluss zum „Synodalen Rat“ sagte Bätzing: „Es sind noch viele Fragen zu klären, aber ich bin froh, dass wir den wichtigen Schritt jetzt gegangen sind und der Beschluss auch mit einer sehr hohen Zustimmung von uns Bischöfen getroffen wurde.“

„In voller Fahrt die Kurve gekratzt“

Der Vizepräsident des Synodalen Weges, Bischof Franz-Josef Bode von Osnabrück, zeigte sich ebenfalls dankbar, dass der erhebliche Rückschlag der Synodalversammlung vom Donnerstag überwunden werden konnte. Mit dem am Freitag verabschiedeten Dokument „Frauen in Diensten und Ämtern der Kirche“ habe die Versammlung „in voller Fahrt die Kurve gekratzt. Ich bin dankbar für die intensive und differenzierte Debatte“, so Bode.

Er fügte hinzu: „Diese Synodalversammlung hat gezeigt, dass es eine Entwicklung von einer kontroversen zu einer differenzierten Aussprache gab. Und genau das hat sich positiv auf das Frauenpapier ausgewirkt. Ich gehe so weit: Mit der Entscheidung des Frauendokumentes haben wir ein Stück Geschichte geschrieben – der Kirche in unserem Land und der Kirchengeschichte weltweit. Schon jetzt bin ich gespannt, wie das Dokument in anderen Ländern aufgenommen wird.“

Nur drei Stimmen fehlten...

Der Theologe Thomas Söding, ebenfalls Vizepräsident des Synodalen Weges, erinnerte in der abschließenden Pressekonferenz daran, „dass der Synodale Weg am Donnerstagabend vor dem Scheitern stand“. Nun sei er nicht gescheitert, „sondern ein Erfolg“. Allerdings habe man für diesen Erfolg einen hohen Preis bezahlt: „Der Grundtext zur Sexualethik ist abgelehnt worden, weil drei Stimmen auf der bischöflichen Seite gefehlt haben. Das zeigt die Größe des Problems.“

Er versprach, dass das ZdK das Thema weiterführen wolle. „Wir erwarten auch von der Bischofskonferenz, dass das Thema nicht abgetan wird.“ Dass gut 60 Prozent der Bischöfe zugestimmt hätten, sei ein Hoffnungszeichen. (vn 11)

 

 

 

„Synodaler Weg“ überwindet Krise

 

Inmitten einer schwerer Krise hat der deutsche „Synodale Weg“ am Freitag in Frankfurt seine vierte Vollversammlung fortgesetzt. Ein Text zu „Frauen in Diensten und Ämtern der Kirche“ fand nach langer Debatte am Freitagabend bei der in Frankfurt tagenden Synodalversammlung eine überraschend breite Zustimmung.

 

Mit einer Mehrheit von 92 Prozent stimmten die Synodalen dafür. Auch unter den Bischöfen fand der Text eine breite Mehrheit. Von 62 anwesenden Bischöfen stimmten 45 mit Ja. Der Abstimmung folgte ein lang anhaltender Applaus, und große Erleichterung war erkennbar.

Keine ausdrückliche Forderung

Das beschlossene Papier formuliert keine ausdrückliche Forderung, sondern lädt die Weltkirche ein, die Frage nach Diensten und Ämtern von Frauen in der Kirche noch einmal neu zu bedenken. Dazu gehöre auch „unabdingbar“, die unterschiedlichen theologischen Positionen unter der Perspektive der Geschlechtergerechtigkeit zu reflektieren und dabei in engem Austausch mit den Sozialwissenschaften, Kultur- und Humanwissenschaften zu treten.

Das 32-seitige Papier argumentiert: „Nicht die Teilhabe von Frauen an allen kirchlichen Diensten und Ämtern ist begründungspflichtig, sondern der Ausschluss von Frauen vom sakramentalen Amt“. Für den Ausschluss von Frauen aus der Verkündigung gebe es kirchengeschichtlich „keine ungebrochene Traditionslinie“.

Plädoyer für mehr Geschlechtergerechtigkeit

Der Grundtext plädiert für mehr Geschlechtergerechtigkeit und verweist darauf, dass Frauen in der Seelsorge und in verantwortlichen Positionen unterrepräsentiert seien. In den bestehenden Strukturen hätte viele von ihnen „mit einem alltäglich erfahrbaren Sexismus“ und weiteren Diskriminierungen zu tun. Dies verstärke den Wunsch von Frauen, selbst die Leitung in seelsorglichen und sakramentalen Kontexten zu übernehmen.

Das Papier hält fest: „Angesichts des Erschreckens über geistliche und sexualisierte Gewalt an Frauen und angesichts der anhaltenden Marginalisierung und Diskriminierung von Frauen in der römisch-katholischen Kirche sind ein Schuldeingeständnis und eine Bewusstseins- und Verhaltensänderung dringend geboten.“

Schwieriges Beisammenbleiben

Vor dem Votum über den Text hatte die Synodalversammlung nach einem Eklat vom Vorabend wieder Tritt gefasst. Einige Delegierte, die am Donnerstagabend unter Protest ausgezogen waren, nahmen wieder teil. Als Ko-Präsident der Synodalversammlung rief der Bischofskonferenz-Vorsitzende, Bischof Georg Bätzing, die Teilnehmer auf, zusammen zu bleiben. Ko-Präsidentin Irme Stetter-Karp vom katholischen Laien-Dachverband ZdK deutete an, dass ihre Organisation den gemeinsamen Weg mit den Bischöfen verlassen könnte, falls diese ihr Verhalten nicht änderten.

Bätzing kündigte an, dass er Texte, die zwar eine überwältigende Mehrheit in der Synodalversammlung, nicht aber die Zweidrittelmehrheit der Bischöfe gefunden hatten, dennoch in den „Synodalen Prozess“ der katholischen Weltkirche einbringen wolle. Sie seien keine lehramtlichen Texte, hätten aber dennoch ein erhebliches Gewicht. In den Diözesen werde es nun „unterschiedliche Bilder und Geschwindigkeiten geben“. Der Passauer Bischof Stefan Oster kritisierte dies und sprach von einem Bruch des vereinbarten Verfahrens.

Große Nachdenklichkeit in der Debatte

Der am Freitagnachmittag angenommene Text, der Frauen in der Verkündigung und in der Kirchenleitung eine stärkere Stellung eröffnen könnte, drohte zunächst an der Zwei-Drittel-Sperrminorität der Bischöfe zu scheitern. In der Debatte äußerte sich eine Minderheit von Bischöfen kritisch zu dem Text. Sie erinnerten daran, dass es klare Aussagen des päpstlichen Lehramtes in dieser Frage gebe, über die sich die Bischöfe eines Landes nicht hinwegsetzen dürften. Andere Bischöfe warben dafür, den Text als Beitrag in die weltkirchlichliche Debatte einzubringen; wieder andere, darunter der Freiburger Erzbischof Stephan Burger, kündigten an, sich zu enthalten.

Die Debatte war von großer Nachdenklichkeit geprägt und gab den Gegnern des Textes deutlich mehr Raum als die Debatte am Vortag, die überraschend mit einem Scheitern der Vorlage zum Thema Sexualmoral geendet hatte. Zudem wurde der Text zur Gleichstellung der Frauen in der Kirche auf Vorschlag von Bischof Bätzing so geändert, dass er nicht als verbindlicher Beschluss, sondern als Vorschlag zur Prüfung durch den Papst verstanden werden konnte.

Vorschlag zur Prüfung durch den Papst

Auch dies trug zur Überbrückung von Gegensätzen bei. Der Riss durch die Synodalversammlung war nach dem Eklat vom Vortag zwischenzeitlich so tief gewesen, dass einige Teilnehmer vorschlugen, die gemeinsame Eucharistiefeier am Freitagmittag aus dem Programm zu nehmen. Sie verwiesen auch darauf, dass einige Bischöfe wenige Stunden zuvor separat Gottesdienst gefeiert und sich damit außerhalb der Gemeinschaft gestellt hätten.

Auslöser der schweren Krise war am Donnerstagabend das Scheitern des Grundsatzpapiers zur Liberalisierung der katholischen Sexualmoral. 27 der 60 anwesenden Bischöfe hatten dem Text ihre Zustimmung verweigert, 33 stimmten ihm zu.

Für eine Neubewertung von Homosexualität

Im weiteren Verlauf votierte die Versammlung für eine lehramtliche Neubewertung von Homosexualität in der katholischen Kirche. Niemandem dürfe die Übernahme kirchlicher Ämter oder der Empfang der Priesterweihe wegen ihrer Homosexualität verwehrt werden.

Weiter heißt es in dem Papier, das am Freitagabend von der Vollversammlung des Synodalen Weges in Frankfurt mit 92,4 Prozent Mehrheit und auch mit der notwendigen Zweidrittelmehrheit der Bischöfe beschlossen wurde: „Homosexualität ist keine Krankheit.“ Deshalb seien sogenannte Konversionstherapien abzulehnen.

„Die aus der bisherigen Sexuallehre der Kirche entstandene Tabuisierung und Angstbesetztheit des Themas Sexualität im Allgemeinen und Homosexualität im Speziellen sind systemische Ursachen der Missbrauchsverbrechen in der Kirche, da in vielen Fällen dadurch die Entwicklung einer reifen Sexualität behindert oder verhindert wird.“

Liberaleres Arbeitsrecht

Auch für eine Liberalisierung des kirchlichen Arbeitsrechts setzte sich die Synodalversammlung am Freitag ein. Sie verabschiedete mit großer Mehrheit ein Papier, das sich gegen Sanktionen von wiederverheirateten Geschiedenen oder schwulen und lesbischen Paaren ausspricht. „Der persönliche Familienstand darf keine Relevanz für die Anstellung oder die Weiterbeschäftigung im kirchlichen Dienst haben“, heißt es wörtlich.

Die Stoßrichtung deckt sich mit den bereits seit Längerem laufenden Reformbestrebungen der katholischen Bischöfe. Im Entwurf der Bischofskonferenz für eine neue „Grundordnung des kirchlichen Dienstes“ heißt es unter anderem, die private Lebensgestaltung, „insbesondere Beziehungsleben und Intimsphäre“ der Beschäftigten, solle keinen Anlass mehr für Kündigungen bieten, falls diese nicht im Einklang mit der kirchlichen Lehre stehe.

Die Kirchen in der Bundesrepublik haben ein eigenes Arbeitsrecht. Dieses Selbstbestimmungsrecht ist im Grundgesetz verankert. In der katholischen Kirche gehören dazu auch Anforderungen an die private Lebensführung der 790.000 Mitarbeiter von Caritas und Kirche. Außerdem gilt ein eigener Weg der Tariffindung: Löhne werden in eigenen Gremien ohne Gewerkschaften ausgehandelt; es gibt keine Aussperrungen und Streiks. Zuletzt geriet das kirchliche Arbeitsrecht durch europäische Rechtsprechung stark unter Druck.

Grundstein für „Synodalen Rat“ gelegt

Am Samstagvormittag beschlossen die Delegierten in Frankfurt außerdem einen wichtigen Schritt zur Vorbereitung eines neuen bundesweiten Beratungs- und Leitungsorgans für die Kirche – den „Synodalen Ausschuss“. Für die Schaffung eines solchen Gremiums stimmten 167 Delegierte, das sind 92,8 Prozent. Auch die erforderliche Zweidrittel-Mehrheit der Bischöfe wurde erzielt. Hier fiel das Ergebnis mit 43 Ja-Stimmen zu 6 Nein-Stimmen ebenfalls deutlich aus.

Der Ausschuss soll die Gründung eines „Synodalen Rats“ vorbereiten, in dem Bischöfe, Priester und Laien künftig gemeinsam über kirchliche Grundsatzfragen und über die Verwendung von Finanzmitteln beraten und entscheiden. Unklar ist noch, ob der künftige Synodale Rat über oder neben der Bischofskonferenz stehen soll und welche Rolle künftig das Zentralkomitee der deutschen Katholiken spielen wird. Die bisher bestehende „Gemeinsame Konferenz“ von Bischofskonferenz und Laien-Dachverband hatte keine Entscheidungsbefugnisse, sie soll durch den Synodalen Rat ersetzt werden.

Befürworter der neuen Beratungsstruktur erklärten, die Synodalität sei ein zentrales Anliegen von Papst Franziskus. Ein solches Gremium könne die positiven Impulse des Synodalen Wegs fortführen. Kritiker des Synodalen Rates betonten in der Debatte, dass dieses neue Gremium auf eine Selbstentmachtung der Bischöfe hinauslaufe. Am 21. Juli hatte der Vatikan sich gegen die Schaffung eines neuen Leitungsgremiums ausgesprochen, sofern dieses über den Bischöfen stehen würde. (kna 10)

 

 

 

Nach Synodaler Weg-Eklat: Mehr Wahrhaftigkeit nötig

 

Maria Boxberg ist eine der zwei geistlichen Begleiter des Synodalen Wegs in Deutschland. Im Interview mit Radio Vatikan geht sie auf die aktuelle Bewährprobe des katholischen Reformprozesses ein. Es sei allen klar, dass gerade bei umstrittenen Themen auch Ablehnungen zu erwarten seien. Wie dies beim Text zum Thema Sexualmoral geschehen sei, habe jedoch bei vielen Enttäuschung, Trauer und Wut ausgelöst. Es brauche mehr Transparenz, Offenheit und Geschwisterlichkeit im Umgang miteinander.

Radio Vatikan: Maria Boxberg, bei der 4. Vollversammlung des katholischen Reformprozesses Synodaler Weg in Frankfurt haben sich die Ereignisse überschlagen und es gab Zerwürfnisse. Anlass war ein Papier zum Thema Sexualität. Wie geht es Ihnen damit?

Maria Boxberg, geistliche Begleiterin des Synodalen Wegs: Es ist eine schwere Situation, ich bin selbst ambivalent. Einerseits ist klar, es ist damit zu rechnen bei Abstimmungen und überhaupt bei dieser Brisanz auch der Themen, die zum Teil zur Abstimmung stehen, dass auch mal ein Text abgelehnt wird. Auf der anderen Seite - und das ist das überwiegende - ist der Schmerz sehr deutlich zu spüren, nicht nur bei den Menschen, die aus der queeren Community kommen und die im Forum unendlich viel und gründlich und solide gearbeitet haben an der Begründung des Textes und der Positionen. Das ist auch so bei allen, die mit Menschen zu tun haben, die davon betroffen sind. Und das geht quer durch alle Generationen.

Was zu der großen Enttäuschung und auch Wut bei vielen geführt hat: Wir merken, wir sind am Anfang dessen, was Synodalität heißt. Dass Texte abgelehnt werden können, ist allen klar. Aber die Art wie - das hat zu viel Ärger, Unverständnis, Enttäuschung, Trauer und Wut geführt. Dass Menschen sich nicht vorher klar zu Wort gemeldet haben, auch wenn dazu mehrfach aufgerufen war. Dass bei vielen, die abgelehnt haben, keine Stellungnahme vorausgegangen ist oder nicht erkennbar war.

„Wir merken, wir sind am Anfang dessen, was Synodalität heißt. Dass Texte abgelehnt werden können, ist allen klar. Aber die Art wie - das hat zu viel Ärger, Unverständnis, Enttäuschung Trauer und Wut geführt“

Ich war erstaunt - und gestehe auch bestürzt- , dass selbst Bischof Bätzing als Vorsitzender der Bischofskonferenz sagte, er habe das nicht gewusst und er wisse auch jetzt nicht, wer gegen den Text gestimmt hat. Und das ist der Hauptvorwurf, dass nicht genug Transparenz da war: Wer steht wie zu dem Text? So, dass man noch hätte in Dialog kommen können und miteinander streiten, nachfragen, aushandeln können, nachfragen können. Dass das nicht selbstverständlicher war und nicht geschehen ist, das hat vor allen Dingen viel Unmut ausgelöst. Viele sehen sich in Frage gestellt für ihre Mitarbeit auch weiterhin, wenn die Bedingungen sich nicht ändern. Wenn nicht mehr Offenheit - und ich würde sagen auch Geschwisterlichkeit, mehr sich gegenseitig etwas zumuten und zutrauen - in die Auseinandersetzung hinein kommt.

„Viele sehen sich in Frage gestellt für ihre Mitarbeit auch weiterhin, wenn die Bedingungen sich nicht ändern“

Radio Vatikan: Was bedeutet die aktuelle Lage denn jetzt für Sie als geistliche Begleiterin des Synodalen Wegs? Das ist in dieser Situation jetzt wahrscheinlich auch nicht so einfach?

Den Raum offen halten

Maria Boxberg: Ja, aber ich glaube genau dafür sind wir auch da. Die Situationen, so wie sie sind, mit zu leben und den Raum offen zu halten. Als Geistliche Begleitung habe ich natürlich auch kein Rezept dafür, wie es besser gehen könnte, außer was ich jetzt gesagt habe, was viele sagen, die im Prozess sind. Mir ist ein Anliegen, dem Prozess auch zu trauen, und zu vermitteln: Diese Ohnmacht, den Schmerz, die Wut, den Zorn, die Enttäuschung auszuhalten. Nicht vorschnell nach Begründungen zu suchen oder nach Hilfsmitteln zu suchen, sondern auszuhalten und wirklich dem Geist Gottes zuzutrauen, dass von daher etwas Neues möglich wird. Was wir jetzt auch noch nicht wissen.

„Wirklich dem Geist Gottes zuzutrauen, dass von daher etwas Neues möglich wird. Was wir jetzt auch noch nicht wissen“

Natürlich gibt es Erwartungen, was ich bereits sagte, dass mehr Transparenz und Dialog, mehr Synodalität geschieht. Ob Menschen sich dann trauen und ob sie die Situation ernst nehmen, dass sie sich in Gespräche und in Lernprozesse hineinbegeben - von denen sie vielleicht noch nicht wissen, wie es damit weitergeht - dazu zu ermutigen, wirklich zu den nächsten Schritten. Miteinander wurde viel überlegt in kleineren Gruppen, wie es weitergehen kann.

Betroffene sexueller und geistlicher Gewalt wollen weiter gehört werden

Ich fand es einen ganz starkes Zeichen und ein wertvolles Pfund, dass gerade von Seiten der Betroffenen sexualisierter und geistlicher Gewalt die Ermutigung kam, auf jeden Fall weiter zu machen. Und dass auch aus der queeren Community Menschen sagten: ,Genau, wir lassen uns die Stimme nicht nehmen, wir werden weiter mit arbeiten` und die anderen auch dazu ermutigt haben. So ist auch die Atmosphäre heute: Entschieden, abwartend, aber auch schmerzlich und beschwert.

„Die Atmosphäre heute: Entschieden, abwartend, aber auch schmerzlich und beschwert“

Was Hoffnung macht

Was ich mit vielen teile in der Synodalversammlung, ist die Hoffnung, dass durch diese Erschütterung mehr Wahrhaftigkeit, mehr Zugestehen der eigenen Schwäche, mehr Bereitschaft, sich auf Kommunikation und Gespräch einzulassen, wächst und für den Synodalen Weg insgesamt auch. Dass gerade diese Art der Auseinandersetzung, wo ich bisher finde, dass auch vieles davon gut gelungen ist, was in vielen Gesprächssituationen, Arbeitsgruppen, wo Menschen in Foren zusammenarbeiten, spürbar war: Sie lassen sich auf einen Prozess ein - dass das weiter wächst und auch in unserer Kirche überhaupt weiter wächst.

Die Fragen stellte Stefanie Stahlhofen  (vn 9)

 

 

 

Endspurt im Reformprozess: Welche Änderungen plant die Kirche?

 

Der Missbrauchsskandal hat in der katholischen Kirche in Deutschland Diskussionen über Reformen ausgelöst. Beim "Synodalen Weg" beraten Laien und Bischöfe darüber gemeinsam. Jetzt geht es auf die Zielgerade. Was soll sich in der Kirche ändern? Von Martin Jarde

 

Seit 2019 ist die katholische Kirche in Deutschland auf dem sogenannten Synodalen Weg unterwegs. Bei dem Reformprozess geht es vor allem um die Themen Macht, Priestertum und Sexualmoral sowie um die Rolle der Frauen in der Kirche. Auslöser ist die durch den Missbrauchsskandal entstandene Vertrauens- und Glaubwürdigkeitskrise der Kirche.

Sechs Dokumente mit konkreten Reformvorschlägen

Mit der ab Donnerstag stattfindenden vierten Synodalversammlung in Frankfurt am Main biegen die Debatten auf die Zielgerade ein. Eine eng getaktete Tagesordnung erwartet Bischöfe und Laienvertreter bei ihrem Treffen vom 8. bis 10. September.

Es ist die letzte Möglichkeit, noch neue Texte einzubringen, außerdem könnten bereits neun Dokumente nach ausführlichen Beratungen am Ende beschlossen werden. Darunter befinden sich gleich sechs Handlungstexte, die konkrete Reformvorschläge für die katholische Kirche vorsehen.

Macht und Gewaltenteilung in der Kirche

Die verschiedenen Reformthemen sind in vier Bereiche, sogenannte Synodalforen, gegliedert. Im Synodalforum I "Macht und Gewaltenteilung in der Kirche" könnten zwei Handlungstexte beschlossen werden. In beiden Texten geht es um mehr Mitbestimmung von Laien in der deutschen Kirche.

So soll der Bischof jedes Bistums "repräsentativ gewählten Gläubigen verbindlich" das Recht einräumen, alle Fragen zu Themen von bistumsweiter Bedeutung gemeinsam zu beraten und zu entscheiden. Das wären mehr Kompetenzen als sie die bestehenden Diözesanräte haben, die an Entscheidungen bisher nicht beteiligt werden. Auch auf Ebene der Pfarreien soll es ein vergleichbares Gremium geben.

"Idee bringt einige Spannungen und Probleme mit sich"

Damit dies gelingen kann, spielt die freiwillige Selbstbindung der Bischöfe und Pfarrer an die in den Gremien getroffenen Beschlüsse eine zentrale Rolle. Diese Idee bringt laut dem Politikwissenschaftler Mariano Barbato allerdings einige Spannungen und Probleme mit sich. Spannungen zwischen der "neuen Selbstverpflichtung" und der "alten Bindung" in der Hierarchie würden nicht ausbleiben.

"Folgt er [der Bischof] der Selbstverpflichtung gegenüber seinem Gremium, haben wir eine andere Kirche und dann bald keine mehr", schreibt Barbato in einem Beitrag für die "Herder Korrespondenz". Damit dies nicht geschehe, müssten Papst und Weltkirche zuerst entscheiden, welche Entscheidungen vor Ort überhaupt getroffen werden dürften.

Vorschlag: Ein dauerhafter "Synodaler Weg" in Deutschland

Außerdem geht es bei dem Treffen in Frankfurt darum, ein Gremium dauerhaft zu etablieren, das der aktuellen Synodalversammlung ähnelt.

Der "Synodale Rat" soll laut Beschlussdokument als Beratungs- und Beschlussorgan über wesentliche Entwicklungen in Kirche und Gesellschaft beraten und Grundsatzentscheidungen "zu pastoralen Planungen, Zukunftsfragen und Haushaltsangelegenheiten der Kirche, die nicht auf diözesaner Ebene entschieden werden", treffen. Die Tagungen sollen öffentlich stattfinden und der Vorsitz beim Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) und dem Vorsitzenden des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) liegen.

Zölibat der Priester – Bestärkung und Öffnung

Im Synodalforum II "Priesterliche Existenz heute" wird der Handlungstext "Der Zölibat der Priester – Bestärkung und Öffnung" diskutiert. Darin wird der Papst gebeten, den Pflichtzölibat zu prüfen, sowie den Weg für die Weihe verheirateter Männer (sogenannte viri probati) frei zu machen. Sollte der Pflichtzölibat abgeschafft werden, soll der Papst in einem zweiten Schritt aufgefordert werden zu prüfen, "ob auch bereits geweihten Priestern die Möglichkeit eröffnet werden kann, sich vom Zölibatsversprechen entbinden zu lassen, ohne die Ausübung des Amtes aufgeben zu müssen".

Weiterhin sollen DBK und ZdK die Lage von Priestern untersuchen, die in Deutschland aus dem Amt geschieden sind. Die Forderung im Dokument: "Dispensierte Priester sollten sich grundsätzlich auf alle Laien offenstehenden kirchlichen Berufe bewerben können." Bisher ist dies nicht möglich.

Frauen in der Kirche

Im Synodalforum III "Frauen in Diensten und Ämtern in der Kirche" liegt ebenfalls ein Dokument vor, das nach positiven Beratungen beschlossen werden könnte. Einer der Vorschläge, die diskutiert werden: Grundsätzlich sollen mehr Frauen in Leitungspositionen in den unterschiedlichsten Bereichen der Kirche - etwa in kirchlichen Akademien, Pressestellen und Kirchengerichten - eingesetzt werden.

Außerdem sollen Frauen unter anderem in der Sprache und den Medien sichtbarer gemacht werden. Alle Bistümer sollen gemeinsam mit den ehrenamtlichen Gremien "die Verwendung einer geschlechtersensiblen Sprache" abstimmen und gemeinsam Regelungen einführen. Nach Einführung soll es entsprechende Fortbildungsmaßnahmen geben. Pressestellen aller kirchlichen Institutionen und kirchliche Medien, wie Onlineportale und Kirchenzeitungen, sollen für eine ausgewogene mediale Darstellung und "Sichtbarkeit von Frauen in Person und Sprache" sorgen.

Noch keine Abstimmung zur Weihe von Frauen

Zum Dritten soll durch verschiedene Modelle zudem der Anteil von verantwortlichen Frauen in der Priesterausbildung erhöht werden. Vorschläge sind hier, eine Doppelspitze im Priesterseminar aus Regens und einer Frau einzuführen und die Ausbildung von angehenden Priestern mit der von "Pastoralreferent*innen, Gemeindereferent*innen und Religionslehrer*innen" zu verknüpfen. Außerdem sollen Erkenntnisse "aus theologischer Frauenforschung und feministisch-theologischer Wissenschaft in der Aus- und Fortbildung" berücksichtigt werden.

Über das Papier "Diakonat der Frau", in dem es um die Zulassung von Frauen zu Weiheämtern geht, wird bei dieser Tagung noch nicht abgestimmt. Es sieht vor, dass die deutschen Bischöfe beim Papst eine Erlaubnis beantragen, Frauen zu Diakoninnen weihen zu dürfen. Das in Deutschland heiß diskutierte Thema wird somit erst beim letzten fünften Treffen vom 9. bis 11. März 2023 entschieden werden.

Sexualität und Partnerschaft

Im Synodalforum IV zu Sexualität und Partnerschaft könnte über zwei weitere Vorschläge abgestimmt werden. Das Dokument "Grundordnung des kirchlichen Dienstes" fordert, dass die private Lebensgestaltung der kirchlichen Mitarbeiter im Bereich der Sexualität und Partnerschaft keine arbeitsrechtlichen Konsequenzen mehr hat. Die Bischöfe haben bereits im Juni einen Entwurf zur Reform der "Grundordnung des kirchlichen Dienstes" vorgelegt. In dem Text, den eine Arbeitsgruppe der Bischöfe unter Vorsitz von Kardinal Rainer Maria Woelki aus Köln ausgearbeitet hat, heißt es wörtlich:

"Der Kernbereich privater Lebensgestaltung, insbesondere Beziehungsleben und Intimsphäre, bleibt rechtlichen Bewertungen entzogen." Zitat aus Entwurf zur Reform der "Grundordnung des kirchlichen Dienstes"

Die Reform sei ein echter Fortschritt für die 790.000 Beschäftigten der katholischen Kirche, sagte die Chefin des Caritasverbandes der Erzdiözese München und Freising, Gabriele Stark-Angermeier damals BR24. Sie sei "ein kompletter Paradigmenwechsel". Diese Forderung des Synodalen Wegs könnte also schon bald umgesetzt werden.

Neubewertung von Homosexualität

Der zweite Handlungstext des Synodalforum IV behandelt die "Lehramtliche Neubewertung von Homosexualität". Der Synodale Weg will dem Papst eine lehramtliche Präzisierung und Neubewertung der Homosexualität vorschlagen, die diese nicht länger als Sünde qualifiziert. "Zu jeder menschlichen Person gehört untrennbar ihre sexuelle Orientierung", heißt es in dem Text. "Sie ist nicht selbst ausgesucht und sie ist nicht veränderbar." Da die homosexuelle Orientierung zum Menschen gehöre, "wie er*sie von Gott geschaffen wurde, ist sie ethisch grundsätzlich nicht anders zu beurteilen als die heterosexuelle Orientierung".

Homosexualität dürfe daher nicht länger von der Kirche als Sünde bewertet werden. Die entsprechenden Stellen im Katechismus müssten dementsprechend geändert werden. Außerdem müssten sogenannte Konversionstherapien strikt abgelehnt werden und homosexuellen Männern dürfe offiziell nicht mehr der Empfang der Priesterweihe verwehrt werden.

Was sagt der Vatikan? Katholiken appellieren an Mut der Bischöfe

Wie viele der sechs Handlungstexte bei der jetzt stattfindenden vierten Synodalversammlung beschlossen werden, ist noch offen. Außerdem bleibt abzuwarten, ob sich beschlossene Texte auch in die Praxis umsetzen lassen, denn in vielen Fällen könnte der Vatikan sein Veto einlegen mit der Begründung, dass die Zuständigkeit bei der Weltkirche und nicht bei den einzelnen Diözesen vor Ort liege.

Katholische Reformgruppen haben vor Beginn der Tagung daher schon mal an den Mut der Bischöfe appelliert. Der Sprecher der Reformbewegung "Wir sind Kirche", Christian Weisner, sagte, die Bischöfe müssten sich nun endlich positionieren. Je geschlossener sie sich gemeinsam mit den Bischofskonferenzen anderer Länder in Rom für die dringend anstehende Reformen einsetzten, umso weniger werde dies ignoriert werden können. Im Vatikan soll es im kommenden Jahr eine Weltsynode geben, die über Themen und Probleme berät, die die nationalen Kirchen zuvor eingereicht haben.

Europäische Perspektiven

BR24 wählt regelmäßig Inhalte von unseren europäischen öffentlich-rechtlichen Medienpartnern aus und präsentiert diese hier im Rahmen eines Pilotprojekts der Europäischen Rundfunkunion. BR 9

 

 

 

Paukenschlag: Bischöfe stürzen Kirchen-Reformprozess in Krise

 

Für einige war es ein Eklat mit Ansage: Eine Sperrminorität konservativer Bischöfe hat eine weitreichende Veränderung der katholischen Sexualmoral blockiert. Nun suchen die Delegierten beim Reformprozess der Kirche nach einem Ausweg aus der Krise. Von Martin Jarde

 

Lag es an der klaren Warnung aus Rom vor einer Verletzung der kirchlichen Einheit? Oder an den von manchen als arrogant empfundenen Redebeiträgen der progressiven Befürworter, die einzelne Rede-Beiträge der konservativen Minderheit als "Blödsinn" abgebürstet hatten? Oder an einzelnen kühnen Thesen in dem Text zu Themen wie Homosexualität, Geschlechter-Identität oder Masturbation?

Fast 40 Prozent der Bischöfe lehnen liberalisierte Sexualethik ab

Die Motive blieben unklar, aber klar ist das Ergebnis: Der Text "Leben in gelingenden Beziehungen - Wegmarken einer erneuerten Sozialethik" ist am Donnerstagabend bei der Vollversammlung des Synodalen Weges zur Zukunft der katholischen Kirche in Deutschland gescheitert. Fast 40 Prozent der teilnehmenden Bischöfe verweigerten der dort vorgeschlagenen Liberalisierung der katholischen Sexualethik ihre Zustimmung und brachten damit das gesamte Projekt an den Rand des Scheiterns.

Mit zum Teil tränenerstickten Stimmen, aber auch mit Wut und Verachtung reagierten viele Teilnehmende in einer Spontandebatte auf das Ergebnis. Manche warfen den Bischöfen, die ihre Zustimmung verweigert hatten, vor, nicht mit offenem Visier gekämpft zu haben. Wenige zollten der konservativen Minderheit Respekt. Kaum einer der Bischöfe dieser Fraktion traute sich zunächst, sich zu "outen" angesichts der zum Teil massiven Vorwürfe. Einige Vertreter der progressiven Mehrheit verließen die Synodalversammlung unter Protest.

Passauer Bischof outet sich als Gegner der Reform

Als Vertreter der konservativen Sperrminorität äußerte sich der Passauer Bischof Stefan Oster, der schon in der Debatte vor der Abstimmung seine Ablehnung deutlich gemacht hatte. Er verteidigte sein Nein zu dem vorgelegten Reformtext. Oster verwahrte sich gegen die Unterstellung, nichts auf dem Synodalen Weg gelernt zu haben oder eine "menschenfeindliche Position" zu vertreten. Er betonte, es sei nicht leicht, als Anhänger der Minderheit offen seine Position in der Versammlung zu vertreten.

Ähnlich äußerte sich der Eichstätter Bischof Gregor Maria Hanke. Auch er hatte den Text abgelehnt. Er beklagte, dass es auf den bisherigen Vollversammlungen des Synodalen Wegs zu wenig Raum für Grundsatzdebatten gegeben habe. Der Kölner Weihbischof Rolf Steinhäuser, ebenfalls ein Angehöriger der Minderheit, betonte, es habe keine "Verschwörung" gegeben. Wie Steinhäuser beklagte der Kölner Weihbischof Ansgar Puff, dass es in der Vollversammlung zu wenig Raum für den freien Austausch von Argumenten gegeben habe. Er habe dem Text in Teilen, aber eben nicht insgesamt zustimmen können.

Krisensitzungen am Abend - es wird weitergehen

Erstmals in der knapp dreijährigen Geschichte des Synodalen Wegs kamen die Bischöfe und die sonstigen Teilnehmer der Synodalversammlung am späten Abend in zwei getrennten Krisensitzungen zusammen, um sich für das weitere Vorgehen abzustimmen.

Danach war klar: Trotz der schweren Krise setzt der Reformdialog der katholischen Kirche in Deutschland seine Beratungen an diesem Freitag in Frankfurt fort.

Synodaler Weg geht in die entscheidende Phase

Der 2019 gestartete Reformdialog zur Zukunft der katholischen Kirche in Deutschland befindet sich in einer entscheidenden Phase. Die 209 Synodal-Teilnehmer wollen laut ursprünglichem Plan bei ihrem Treffen bis Samstag über 14 Papiere diskutieren; davon könnten theoretisch neun in zweiter Lesung final beschlossen werden. Inhaltlich geht es neben Fragen der Sexuallehre um die Rolle von Frauen in der Kirche, eine Liberalisierung des kirchlichen Arbeitsrechts und mehr Mitbestimmungsrechte der Gläubigen in der Kirche.

Mit Material der KNA. BR 9

 

 

 

Weltkirchenrat verurteilt russischen Angriffskrieg gegen Ukraine

 

Der Weltkirchenrat (ÖRK) hat den russischen Krieg in der Ukraine in klaren Worten verurteilt. Der „illegale“ und „ungerechtfertigte“ Krieg müsse sofort beendet werden, die russischen Truppen müssten sich zurückziehen, heißt es in einer am Donnerstag zum Abschluss der ÖRK-Vollversammlung in Karlsruhe verabschiedeten Resolution. Der ÖRK äußerte sich auch zur Lage im Heiligen Land.

Der Weltkirchenrat beklagt das Leiden und Sterben sowie die Vertreibung der Zivilbevölkerung. Und benennt die globalen Folgen der Konfrontation mit Russland, darunter beispielsweise die steigenden Lebensmittelpreise, die vor allem arme Gesellschaften hart treffen.

Die europäischen Staaten werden aufgefordert, die „wachsende Militarisierung, Konfrontation und Waffenlieferungen“ zu stoppen und stattdessen in zivile Friedenssicherungen zu investieren. Der Dachverband von 350 Kirchen und christlichen Gemeinschaften, darunter viele orthodoxe Kirchen, verpflichtet sich selbst zu intensiveren Bemühungen für Frieden und Dialog.

Zugleich räumt der weltweite Ökumenische Rat der Kirchen ein, dass die Begegnungen von russischen und ukrainischen Christen während der rund einwöchigen Vollversammlung keine echten Fortschritte brachten. Die ursprünglich in der Resolution geplante Formulierung über einen „ergebnisorientierten Dialog“ zwischen Russen und Ukrainern wurde in der verabschiedeten Endfassung gestrichen. Die ÖRK-Resolution ruft stattdessen nun auch die Christen in Russland dazu auf, dem Krieg laut und deutlich zu widersprechen.

Während der Versammlung hatten Vertreter aus der Ukraine gesagt, sie stünden für echten Dialog bereit, wollten aber nicht die „immer gleichen Lügen und Propaganda aus Moskau“ anhören. Ein Dialog sei schwierig, wenn das Gegenüber das eigene Existenzrecht bestreite.

Sich vom Krieg distanzieren

Noch bei den Beratungen am Mittwochabend etwa riefen zwei ukrainische ÖRK-Vollversammlungsteilnehmer die russischen Delegierten auf, sich vom Krieg zu distanzieren. Das Leid der Ukrainer sei unermesslich, sagte Roman Sigov von der eigenständigen Orthodoxen Kirche der Ukraine (OKU). Es sei unerträglich, wenn der ÖRK nicht die „Wahrheit“ benenne und die Aggressoren des Kriegs in seiner Heimat verurteile.

Der russisch-orthodoxe Delegierte Filaret Bulekow warf der ÖRK-Versammlung umgekehrt vor, „einseitig“ auf den Konflikt zu schauen und nicht die wirklichen Kriegsursachen zu erkennen. Die in Karlsruhe versammelten Kirchen würden nicht für den Frieden aktiv werden. „Sie schauen schweigend der Politik in ihren Heimatstaaten zu, die nur von einem militärischen Sieg sprechen“, meinte Mitarbeiter des Außenamts des Moskauer Patriarchats.

Bei der abschließenden Abstimmung der ÖRK-Resolution am Donnerstag signalisierten die russisch-orthodoxen Delegierten zwar ihren Widerspruch zum Text, meldeten sich aber nicht mehr zu Wort.

Zu Beginn der Weltkirchenrat-Vollversammlung hatte der deutsche Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier der russisch-orthodoxen Kirche in Moskau in scharfen Worten Gotteslästerung und religiöse Rechtfertigung des Kriegs vorgehalten und eine klare Stellungnahme des Weltkirchenrats gefordert.

Weltkirchenrat beschließt Israel-Palästina-Resolution

Der ÖRK hat zudem die Politik Israels in den Palästinensergebieten scharf verurteilt. Die am Donnerstag zu Ende gehende ÖRK-Vollversammlung in Karlsruhe einigte sich aber nicht auf den eingebrachten Antrag, Israel „Apartheid-Politik" vorzuwerfen.

 

„Einige Kirchen und Delegierte fordern vehement die Verwendung des Apartheid-Begriffs, weil dieser die Realität der Menschen in Palästina und Israel beschreibe", heißt es in der am Donnerstag verabschiedeten Resolution. Andere Stimmen kritisierten den Begriff aber als „unzutreffend, wenig hilfreich und schmerzvoll". „Wir sind in dieser Frage nicht einer Meinung", erklärte der Weltkirchenrat. Umso wichtiger sei es, künftig weiter für eine friedliche Konfliktlösung und bessere Zukunft der Menschen in Nahost zu arbeiten.

 

Zuvor hatte vor allem die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) betont, einen Apartheid-Vorwurf nicht zu unterstützen. „Wir sind in fester doppelter Solidarität mit Palästinensern und Israelis verbunden", sagte die EKD-Auslandsbischöfin Petra Bosse-Huber.

 

Die beschlossene Resolution wirft Israel Menschenrechtsverletzungen, Vertreibungen und Gewalt gegen Palästinenser vor. Der „illegale" Siedlungsbau in den Palästinensergebieten müsse enden. Zugleich spricht das Papier auch von Gewalt und fehlenden demokratischen Strukturen auf palästinensischer Seite. Der Weltkirchenrat betont zudem, den „berechtigten Platz des Staates Israels in der Staatengemeinschaft und Israels legitime Sicherheitsbedürfnisse" anzuerkennen.

Christen im Nahen Osten

Ein dramatisches Bild zeichnet die Erklärung von der Lage der Christen auch in Jerusalem. Nie zuvor seien so dramatische Berichte von den dortigen Kirchenführern gekommen. Der Zugang zu heiligen Stätten werde verweigert und radikale Israelis griffen Christen an. Inzwischen sei die „multi-religiöse und multi-kulturelle Identität Jerusalems" in Gefahr, heißt es in der Erklärung.

„Multi-religiöse und multi-kulturelle Identität Jerusalems in Gefahr“

Wurzeln des Christentums liegen, wo Jesus Christus geboren und gekreuzigt wurde und wo er von den Toten auferstanden ist".

Mehr zum ÖRK

Dem ÖRK gehören weltweit 350 christliche Kirchen und Religionsgemeinschaften an. Die katholische Kirche ist kein Mitglied im 1948 gegründeten Dachverband von protestantischen, anglikanischen und orthodoxen Kirchen, aber in mehreren Kommissionen und Arbeitsgruppen des ÖRK als Gast engagiert.  (kna/kap 8)

 

 

 

Vatikan: Päpstliche Missionswerke elementar für junge Kirchen

 

Der Präsident der Päpstlichen Missionswerke, Erzbischof Giampietro Dal Toso, hat die Rolle der Päpstlichen Missionswerke für die Glaubensverbreitung betont. „Mission bedeutet, das Geschenk des Glaubens zu teilen und ihn so zu stärken", erklärte Dal Toso bei einem Studienseminar für neu ernannte Bischöfe im Vatikan.

Das Seminar für die neu ernannten Bischöfe aus Asien, Amerika, Afrika und Ozeanien organisierte das vatikanische Dikasterium für die Evangelisierung. Bei der Präsentation der Päpstlichen Missionswerke (Päpstliches Werk für die Glaubensverbreitung, Kindermissionswerk, Päpstliches Apostel-Petrus-Werk und Päpstliche Missionsunion) erinnerte Erzbischof Dal Toso daran, dass sich 2022 das 200. Gründungsjubiläum des ersten Missionswerks jährt. Es war auf Anregung von Pauline Jaricot entstanden, die am 22. Mai dieses Jahres selig gesprochen wurde. „Seitdem hat das gesamte päpstliche Lehramt zur Mission die besondere Bedeutung der Werke hervorgehoben", so Dal Toso. Gerade aufgrund ihrer Bedeutung für die Weltkirche seien die Päpstlichen Missionswerke auch auf der Ebene der Weltkirche strukturiert - „mit einer engmaschigen Präsenz wie sie vielleicht keine andere Organisation in der Kirche besitzt", erklärte der Erzbischof. Er betonte, dass die Werke eine autonome Einheit sind und als strukturiertes Netzwerk mit 120 Niederlassungen in 120 Ländern aktiv seien.

„Wunderbarer pastoraler Impuls“

Jenseits der rechtlichen Normen müsse man die Arbeit der Werke „auch als einen wunderbaren pastoralen Impuls betrachten“, „da der Glaube - wie der heilige Johannes Paul II. in seiner Enzyklika ,Redemptoris missio‘ schrieb – gestärkt wird, indem man ihn weitergibt. So bedeutet die Förderung des Missionsbewusstseins bei den Gläubigen, dass man bei ihnen auch das Bewusstsein für den Glauben wiederbelebt". Dies führte Dal Toso auch anhand eines konkreten Beispiels aus: „Ich war sehr beeindruckt von der Tatsache, dass das Kindermissionswerk in mehreren Ländern zu einem normalen Instrument der pastoralen Arbeit mit Kindern geworden ist. In diesem Sinne erkennen die Werke in jüngster Zeit auch ihre Rolle im Dienst der Ortskirche bei der missionarischen Bildungsarbeit."

Drei Schlüsselworte

 „Die drei Schlüsselworte, die das Charisma der Werke prägen“, sind laut Erzbischof Bischof Dal Toso: Glaube, Mission und Universalität. Ohne Glauben gebe es keine Mission, „denn von der Bedeutung der Mission kann man nur überzeugt werden, wenn man an Jesus Christus glaubt, den Sohn Gottes, der zu unserem Heil Mensch geworden ist. Mission bedeutet, das Geschenk des Glaubens zu teilen und ihn so zu stärken. Die Universalität der Werke bedeutet, dass niemand allein glaubt, sondern dass wir alle durch denselben Glauben und dieselben Sakramente verbunden sind und uns deshalb umeinander kümmern".

Bitte an die Bischöfe

Der Präsident der Päpstlichen Missionswerke forderte die Bischöfe des Seminars im Vatikan auf, eine konstante Beziehung zu den Nationaldirektoren der Werke zu pflegen, die die Arbeit der Werke in den jeweiligen Ländern insbesondere im Hinblick auf die missionarische Bildungs- und Öffentlichkeitsarbeit koordinieren. Er bat die Bischöfe zudem um das konstante Gebet für die Missionen, die Durchführung der Kollekte zum Weltmissionssonntag und die Bereitstellung des Erlöses für die Nationaldirektionen.

Auch für die Weltkirche da

„Einer der schönsten Aspekte unserer Werke ist, dass auch die ärmsten Kirchen dazu beitragen", schloss er und erinnerte daran, dass die Päpstlichen Missionswerke, insbesondere das Werk für die Glaubensverbreitung, „allen Kirchen in den Missionsgebieten gleichberechtigt helfen". Im Jahr 2021 unterstützten die Päpstlichen Missionswerke junge Kirchen mit Projekten im Umfang von 110 Millionen US-Dollar, also etwa 111 Millionen Euro. Auf diese Weise ermöglichetn die Werke der Ortskirche, es, sich auch der Weltkirche zu öffnen. „Es gibt keine Ortskirche ohne Weltkirche und umgekehrt".

(fides 8)

 

 

 

 

Vierte Synodalversammlung des Synodalen Weges eröffnet. „Veränderung für den Lauf der Kirche“

 

Die vierte Synodalversammlung des Synodalen Weges der Kirche in Deutschland ist heute (8. September 2022) in Frankfurt am Main eröffnet worden. Sie wird bis zum Samstag dauern. Insgesamt nehmen 209 Synodale, 30 Beraterinnen und Berater, 13 Beobachterinnen und Beobachter aus dem Ausland und der Ökumene, Mitglieder des Betroffenenbeirats bei der Deutschen Bischofskonferenz sowie über 100 Medienvertreterinnen und -vertreter teil.

 

Zum Auftakt verglich die Präsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) und Präsidentin des Synodalen Weges, Dr. Irme Stetter-Karp, bei einer Pressekonferenz die vierte Synodalversammlung mit einem Rennen: Bereits über neun Texte würden in Zweiter Lesung beraten. Über sie könne endgültig abgestimmt werden. Man habe die „Ziellinie in den Blick“ genommen. Sie würdigte die harte Arbeit während und zwischen den Versammlungen, insbesondere in den Foren, die der „katholischen Kirche in Deutschland den Weg in die Zukunft öffnen“ und gleichzeitig ermöglichten, „mit der Weltkirche eng verbunden zu bleiben“. Der Synodale Weg würde in Deutschland „Verantwortung für den Lauf der Kirche“ wahrnehmen, bei gleichzeitigem Respekt für die Verantwortungen der weltweiten Kirche. Es sei „wenig katholisch“, die eigenen Aufgaben nicht anzugehen. Denn „wenn etwas ‚das Ganze betrifft‘ – und das ist ja mit diesem Wort gesagt –, dann muss es auch von allen Teilen dieses Ganzen getragen werden“. In diesem Sinne, so Stetter-Karp, werde der Synodale Weg hoffentlich die „auf unserem Weg gewonnene Synodalität verstetigen“ in einem Synodalen Rat.

 

Auch Bischof Dr. Georg Bätzing, Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz und ebenfalls Präsident des Synodalen Weges, würdigte die vielfältige Arbeit seit der vergangenen Synodalversammlung. Er spüre, „wie groß der Wunsch nach Veränderung und neuer Glaubwürdigkeit“ sei, in Deutschland aber auch weltweit. In den Eingaben der Bischöfe zur Weltsynode zeige sich, dass viele Ortskirchen ähnliche Fragen beschäftigten. „Dabei kann man voneinander lernen und als Kirche gemeinsam in die Zukunft schreiten – auch mit unseren Problemen und Sorgen.“ Bischof Bätzing fügte hinzu: „Die Kirche in unserem Land geht keinen deutschen Sonderweg. Dennoch sehen wir es als unsere Pflicht an, klar zu benennen, wo aus unserer Sicht Änderungen notwendig sind. Das gilt zunächst und vor allem dafür, die systemischen Ursachen des Missbrauchs zu bekämpfen. Veränderung tut aber auch darüber hinaus not – das zeigt ein Blick auf die dramatische kirchliche Statistik, die wir im Sommer veröffentlicht haben. Diese Zahlen können uns nicht ruhig bleiben lassen.“  Deshalb müsse die Synodalversammlung für „ehrliche Analysen, klare Botschaften und mutige Aufbrüche stehen“. Ohne den Synodalen Weg und seinen Versuch, eine Erneuerung zu schaffen, werde es für viele Katholikinnen und Katholiken auf Dauer schwer.

 

Der Vizepräsident des Synodalen Weges, Bischof Dr. Franz-Josef Bode, betonte während der Pressekonferenz, dass er zuversichtlich auf das „Ringen des Synodalen Weges“ schaue. Im Aufeinander-Hören und Miteinander-Reden sei man gut fortgeschritten. „Wir spüren Rückenwind für den Synodalen Weg durch den römischen Prozess und können so ringend notwendige Reformen angehen. Denn in Gemeinden und Diözesen sind engagierte Gläubige die Stützen der Kirche. Dass sie häufig nur beratend tätig sein dürfen, akzeptieren immer weniger. Sie brauchen mehr Verantwortung und das sich darin ausdrückende Vertrauen der Kirchenleitung. Machtstrukturen lassen sich ändern“, so Bischof Bode. Gerade deshalb sollten Leitungspositionen in der Kirche vermehrt Frauen offenstehen, die Vielfalt der Lebensformen gesehen und anerkannt und ein zeitgemäßes Verständnis der katholischen Sexualmoralentwickelt werden. Zudem sollten „die Kirche und ihre Glaubwürdigkeit nicht unsere erste Sorge sein, sondern die Betroffenen sexualisierter Gewalt“.

 

Prof. Dr. Thomas Söding, Vizepräsident des ZdK und des Synodalen Weges, bezeichnete den Synodalen Weg als „Hoffnungszeichen für die katholische Kirche in Deutschland, da dieser keine Probleme, sondern Lösungen generiert“. Die Synodalversammlung sei keine nur deutsche Angelegenheit, denn was auf dem Synodalen Weg verhandelt werde, sei Thema auf allen Erdteilen. „Der Synodale Weg in Deutschland ist kein Exportmodell für die ganze Welt. Aber er ist eine Form verbindlichen gemeinsamen Beratens und Entscheidens, die für unser Land passt und die in vielen anderen Ländern positiv gesehen wird.“ Prof. Söding fügte hinzu: Denkblockaden hätten der Kirche nicht gutgetan, jetzt seien die Themen auf dem Tisch. „Die Synodalversammlung wird zeigen, wie offen, wie verbindlich, wie problembewusst und lösungsorientiert beraten und entschieden wird und ob Beschlüsse den Status quo zementieren oder Aufbruch signalisieren.“  Dbk 8

 

 

 

Mosambik: 84-jährige italienische Missionarin bei Überfall getötet

 

Eine Schwester des Comboni-Missionsordens ist bei einem Anschlag in Mosambik gestorben. Die Gemeinschaft im Süden Mosambiks wurde in der Nacht angegriffen, geht aus einer Mitteilung des Comboni-Generalsekretariats hervor.

Schwester Maria De Coppi, ursprünglich aus Santa Lucia di Piave, war seit 1963 als Comboni-Missionsschwester in Mosambik tätig. In der Nacht vom 6. auf den 7. September verwüsteten Angreifer in Chipene, im Norden des Landes, die katholische Mission, darunter die Kirche, das Krankenhaus sowie Schulen. Eine der Mitschwestern konnte sich mit einigen Mädchen in den nahegelegenen Wald retten, auch zwei weitere italienische Missionare konnten sich in Sicherheit bringen. Dabei handelte es sich um Loris Vignandel aus Corvo und Lorenzo Barro, berichtet Fides. Schwester Maria wollte den Angaben zufolge während des Überfalls den Schlafsaal erreichen, in dem sich noch Schülerinnen befanden - dabei erlitt sie einen Kopfschuss.

Zur Identität der Täter sagt Erzbischof Inácio Saúre: „Wir sind nicht sicher, ob es sich bei den Tätern um islamische Terroristen handelt, aber es ist sehr wahrscheinlich, dass sie es sind, die die Mission angegriffen haben“. In den letzten Monaten war es zu einem Wiederaufleben dschihadistisher Gruppe in der Region gekommen.

Der Leichnam von Schwester Maria wird in einer anderen Mission beigesetzt, Mitschwestern haben sich bereits auf den Weg gemacht, um ihn zu überführen. 

„Beten wir für Schwester Maria“

„Beten wir für die ewige Ruhe unserer Schwester", so die Kondolenzbotschaft von Schwester Enza Carini, Generalsekretärin der Comboni-Missionare: „Sicherlich wird sie für das mosambikanische Volk und für den Frieden in diesem Land, das sie so sehr geliebt hat, Fürsprache einlegen".

Auch der Vorsitzende der italienischen Bischofskonferenz, Kardinal Matteo Zuppi, hat bereits auf die Nachricht von dem Mord reagiert. „Ich spreche den Comboni-Missionsschwestern und der Diözese Vittorio Veneto mein tiefes Beileid zum Tod von Schwester Maria De Coppi aus, die bei einem Terroranschlag in Chipene, Mosambik, getötet wurde. Meine Gedanken sind im Namen der Kirchen in Italien bei den Angehörigen und den Comboni-Schwestern, bei Pater Lorenzo und Pater Loris und bei allen Missionaren, die in so vielen Ländern bleiben, um Zeugnis von Liebe und Hoffnung zu geben. Lasst uns in unseren Gebeten an sie denken und sie mit so viel Solidarität umgeben, denn sie gehen mit uns und helfen uns, die Peripherie zu erreichen, von der aus wir verstehen können, wer wir sind und wie wir uns entscheiden, Jünger Jesu zu sein". (kap/fides/vn 7)

 

 

 

Papst bei Generalaudienz: Auf die Stimme des Herzens hören

 

In seiner zweiten Katechese zum Thema Unterscheidung beschrieb Franziskus eine Erfahrung des Ignatius von Loyola, die ihn über sein Leben nachdenken und ihn seine erste Gotteserfahrung machen ließ. Gott zeige sich oft durch zufällige Ereignisse und an uns läge es, sein Wirken in unserem Leben zu erkennen, sagte der Papst bei der Generalaudienz, die an diesem Mittwoch wieder auf dem Petersplatz stattfand.  Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

 

„Eines der lehrreichsten Beispiele liefert uns eine wichtige Begebenheit aus dem Leben des Ignatius von Loyola. Ignatius musste sich zu Hause auskurieren, nachdem er im Kampf am Bein verletzt worden war,“ leitete der Papst seine zweite Katechese zum Thema der Unterscheidung ein. „Um sich die Langeweile zu vertreiben, bat er darum, dass man ihm etwas zu lesen gab. Er liebte Ritterromane, aber die einzige Lektüre, die es zu Hause gab, waren Heiligengeschichten. Etwas widerwillig befasste er sich damit und erlebte dann, wie sich ihm eine ganz neue, faszinierende Welt erschloss; eine Welt, die ihn ebenso in ihren Bann zog wie die der Ritter.“

Die innere Leere...

Eine Zeit lang sei Ignatius zwischen diesen beiden Welten hin-und hergerissen gewesen. Bis er dann im Hören auf sein Herz erkannt habe, dass ihm die weltlichen Dinge zwar anfangs Freude bereiteten, aber am Ende doch nur Leere hinterließen. Das Nachdenken über Gott dagegen, gegen das er sich zunächst gesträubt hatte, sei letztendlich für ihn zu einer Quelle des Friedens und der Freude geworden.

„Wenn man schöne Entscheidungen treffen will, muss man auf sein Herz hören“

„Auch wir machen diese Erfahrung, wie viele Male befassen wir uns mit etwas, das sich dann als Enttäuschung erweist. Und dann tun wir vielleicht ein gutes Werk und empfinden Freude; wir haben einen guten Gedanken und das macht uns glücklich, schenkt uns Freude, eine ganz eigene Erfahrung. Ignatius macht seine erste Gotteserfahrung, indem er auf sein Herz hört, das ihm eine merkwürdige Umkehrung zeigt. … Wir müssen auf unser Herz hören. Wir hören auf den Fernseher, auf das Radio, das Handy - wir sind Meister im Hören -, aber ich frage dich: ,Verstehst du dich darauf, auf dein Herz zu hören? Hältst du inne, um dich zu fragen: Wie steht es um mein Herz? Ist es zufrieden, ist es traurig, ist es auf der Suche nach etwas?' Wenn man schöne Entscheidungen treffen will, muss man auf sein Herz hören,“ beschrieb der Papst, worauf es bei der Unterscheidung ankommt.

Ignatius lege uns die Heiligengeschichten ans Herz, weil sie auf eine verständliche Weise erzählten, wie sich der Stil Gottes im Leben von Menschen zeige: Menschen aus Fleisch und Blut wie du und ich, betonte das Kirchenoberhaupt und ging auf einen weiteren wichtigen Aspekt der Unterscheidung ein: den Zufall, denn gerade in den unerwarteten Dingen gebe sich Gott oft zu erkennen.

„Unterscheidungsvermögen ist die Hilfe, die Zeichen zu erkennen, durch die sich der Herr in unerwarteten, ja manchmal sogar unangenehmen Situationen zu erkennen gibt – wie es die Beinverletzung für Ignatius war. Daraus kann eine Begegnung entstehen, die unser Leben für immer verändert, wie es bei Ignatius war. Es kann bewirken, dass du auf deinem Weg ein besserer Mensch wirst - oder auch ein schlechterer, ich weiß nicht. Aber wir müssen aufmerksam sein - und der schönste rote Faden steckt in den unerwarteten Dingen: "wie verhalte ich mich da?". Der Herr helfe uns, auf unser Herz zu hören und zu erkennen, wenn er es ist, der wirkt - oder etwas anderes,“ so der abschließende Rat des Heiligen Vaters.

(vn 7)

 

 

 

Neue App für Eltern: „Entspannt erziehen“. „Wertschätzende Grundhaltung“

 

Die Elternbriefe du+wir sind eine „Initiative der katholischen Kirche“, durch die junge Familien begleitet und bei der Erziehung unterstützt werden sollen. Sie kommen kostenlos per App oder als Newsletter zu den Eltern, die sie bestellen – bis zum neunten Lebensjahr ihres Kindes. Zusammen mit dem „Kess-erziehen-Institut für Personale Pädagogik“ der Arbeitsgemeinschaft für katholische Familienbildung e. V. (AKF) und erfahrenen Pädagoginnen und Pädagogen sowie Psychologinnen und Psychologen aus der Familienbildung und Erziehungsberatung ist jetzt die neue Eltern-App „Entspannt erziehen“ entwickelt worden.

In sieben Schritten zu mehr Gelassenheit und Freude im Erziehungsalltag ist das Ziel. Zahlreiche interaktive Elemente laden Mütter und Väter ein, das eigene Familienleben ermutigend in den Blick zu nehmen. Videos und Fotos skizzieren praxistaugliche Lösungswege für alltägliche Konflikte. In einer „Schatzkiste“ können Erkenntnisse, Vorsätze und Nachdenkenswertes gesammelt werden. Außerdem besteht die Möglichkeit, durch eine Push-Nachricht an „eigene Schätze“ erinnert zu werden.

„Mütter und Väter wollen ihrem Kind gute Voraussetzungen für seinen Lebensweg schaffen. Das gelingt durch eine wertschätzende Grundhaltung in der Beziehung zwischen Eltern und Kindern viel besser als durch Schimpfen und Drohen – was Eltern eigentlich nicht wollen. Mit der App ‚Entspannt erziehen‘ möchten wir als Kirche Mütter und Väter darin unterstützen“, so Weihbischof Karl Borsch (Aachen), Vorsitzender des Kuratoriums Elternbriefe du+wir.

Entspannt erziehen: „Statt auf Fehlersuche zu gehen, blicken Väter und Mütter besser auf die Stärken des Kindes“, erläutert Christof Horst, Leiter des „Kess-erziehen-Instituts für Personale Pädagogik“. „Entscheidend ist die Haltung, die Eltern entwickeln. Aus ihr entstehen individuelle, konkrete Handlungsmöglichkeiten.“ Die sozial orientierte Haltung berücksichtige die sozialen Grundbedürfnisse des Kindes nach Geborgenheit, Liebe, Mitbestimmung, Bedeutung und Zugehörigkeit. Außerdem respektiere sie die Bedürfnisse der Eltern.

Hinweise: Die App gibt es ab sofort kostenfrei in den App-Stores oder über die Internetseite www.entspannt-erziehen-app.de. Dort finden Multiplikatorinnen und Multiplikatoren auch ein Medienkit für die Presse- und Öffentlichkeitsarbeit.

Weitere Apps der Arbeitsgemeinschaft für katholische Familienbildung AKF:

Die Elternbriefe-App bietet die Texte der 45 Elternbriefe kompakt und bequem zum Lesen für unterwegs: www.elternbriefe.de/elternbriefe-app.

Die Ehe.Wir.Heiraten.-App begleitet und unterstützt Paare mit Impulsen auf ihrem Weg zur Hochzeit: www.ehe-wir-heiraten.de. Dbk 7

 

 

 

ÖRK: Dokument gegen die aktuellen Kriege und für Klimaschutz

 

Die aktuell in Karlsruhe tagende Vollversammlung des Ökumenischen Rats der Kirchen (ÖRK) verfasste zwei wegweisende Erklärungen zum Krieg in der Ukraine und zum Klimaschutz. Der am Montag veröffentlichte Entwurf wird in Kürze verabschiedet werden.

Hinsichtlich der Ukraine heißt es im Entwurf, die Vollversammlung „verurteilt diesen illegalen und nicht zu rechtfertigenden Krieg. Wir erneuern den Ruf nach einem sofortigen Waffenstillstand, um das Sterben und die Zerstörung zu stoppen, und nach Dialog und Verhandlungen, um einen nachhaltigen Frieden zu erreichen". An „alle Konfliktbeteiligten" geht der Appell, die Grundsätze des internationalen Völkerrechts insbesondere im Hinblick auf den Schutz der Zivilbevölkerung und der zivilen Infrastruktur sowie die humane Behandlung von Kriegsgefangenen zu respektieren.

Schuldzuweisungen an den russischen Präsidenten Putin oder Kritik an der russisch-orthodoxen Kirche wegen ihrer Unterstützung und Rechtfertigung des Kriegs wurden unterlassen. ÖRK-Vertreter, wie der evangelische Landesbischof Heinrich Bedford-Strohm, erhoben während der Vollversammlung ihre Stimmung für den Frieden.

Die Anwesenheit von Vertretern der Kirchen der Ukraine und Russlands in Karlsruhe hat laut dem Entwurf „als eine praktische Gelegenheit für Begegnung und Dialog gedient und als ein Zeichen unseres anhaltenden Engagements dafür, miteinander in Dialog zu treten über die Dinge, die uns trennen". Weiter bekräftigt der Entwurf den Aufruf des ÖRK vom Juni „an unsere christlichen Schwestern und Brüder in den russischen und ukrainischen Kirchen, ihre Stimmen zu erheben, um gegen die anhaltenden Tötungen, die anhaltende Zerstörung, Vertreibung und Enteignung der Menschen in der Ukraine Stellung zu beziehen".

Warnung vor Atomkrieg

In der fünfseitigen Erklärung wird „die stark gestiegene Militarisierung, Konfrontation und Spaltung auf dem europäischen Kontinent" als eine der vielen Folgen des Kriegs in der Ukraine beklagt. Sie gehe einher mit einer riesigen und meist unkontrollierten Verbreitung von Waffen in der Region und einer neuen und sich zuspitzenden Gefahr eines Atomkonflikts, welcher eine Katastrophe schrecklichen und wahrscheinlich globalen Ausmaßes auslösen würde. „Eine neue Trennlinie wird quer durch den Kontinent gezogen, und beide Seiten sind bis an die Zähne bewaffnet." Es bestehe die Gefahr, dass künftig auch andere größere Länder versuchen könnten, kleinere Nachbarländer unter dem Vorwand der Verteidigung nationaler Interessen einzunehmen.

 

Auch für die Kirchen selbst seien die Folgen des Krieges „schon jetzt gravierend, einschließlich der Entscheidung der Ukrainischen Orthodoxen Kirche, alle ihre Verbindungen mit dem Moskauer Patriarchat zu brechen", heißt es weiter. Das Streben nach Einheit unter Gläubigen bleibe „eine dringende, aber unerfüllte Aufgabe für die weltweite Kirche - aber durch Krieg verursachte Traumata und Misstrauen verkomplizieren diese Aufgabe".

Unterstützung für Nahost-Christen

Der Lage in Nahost widmet sich ein weiterer am Montag präsentierter, mit Spannung erwarteter Resolutionsentwurf. Ebenfalls auf fünf Seiten wird darin die Situation von Christen in Israel, in den Palästinensergebieten sowie in Syrien und Irak als dramatisch bezeichnet. Christliche Gemeinschaften seien vielfach Opfer von Kriegen, Extremismus und Menschenrechtsverletzungen - und somit in der „historischen Wiege unseres Glaubens" in ihrer Existenz gefährdet. Mehr internationale Unterstützung für die Christen in der Region sei nötig, darunter auch in Israel, sei doch beispielsweise in Jerusalem die christliche „Präsenz und Identität" in Gefahr. Die Rechte aller Bewohner - Muslime, Juden, Christen, Palästinenser und Israeli - müssten gleichermaßen geschützt werden, so die Forderung.

Israels Politik wird deutlich kritisiert, gleichzeitig prangert die Resolution Missstände und Gewalt auf palästinensischer Seite an. Den im Vorfeld der ÖRK-Versammlung erhobenen Vorwurf einer israelischen „Apartheid-Politik" gegenüber den Palästinenser greift das Papier nicht auf. Allerdings wirft der Resolutionsentwurf Israel Vertreibungen und Menschenrechtsverletzungen von palästinensischen Christen vor. Vielfach werde deren Bewegungsfreiheit eingeschränkt. Katastrophal sei die humanitäre Lage im Gazastreifen. Den israelischen Siedlungsbau kritisiert die Resolution als völkerrechtswidrig. Zugleich verurteilt der Resolutionsentwurf Gewalttaten der Hamas und anderer palästinensischer Terrorgruppen. Deren Gewalttätigkeiten und Angriffe auf Israel befeuerten die „Spirale der Gewalt" und seien für die aktuelle Konfliktlage mitverantwortlich.

 

Explizit anerkennt die Resolution den „rechtmäßigen Platz des Staates Israel in der internationalen Staatengemeinschaft", Israels Hoheitsrechte sowie die „legitimen Bedürfnisse nach Sicherheit". Ein echter Friede werde aber, so der Entwurf, nur durch ein Ende der „illegalen Besetzung" palästinensischer Gebiete möglich.

Ökologischer Umbau

Das Papier fordert beispielsweise, den Abbau von Kohle und Gas umgehend zu beenden und vollständig auf erneuerbare Energien zu setzen. Der ökologische Umbau dürfe dabei nicht zulasten der ohnehin schon benachteiligten Gruppen und Staaten gehen, so die Forderung. Reiche Staaten müssten arme Staaten finanziell unterstützen und für bereits erlittene Schäden des Klimawandels entschädigen. Jeder Mensch weltweit habe ein Recht auf saubere und gesunde Umwelt. Eindringlich fordert der ÖRK ein gerechteres Wirtschaftssystem. [ Read Also ]

Die Resolution ruft zudem Christinnen und Christen weltweit auf, in ihren eigenen Gemeinschaften für die ökologische Wende zu kämpfen. Es brauche eine „Ökumenische Dekade zum Kampf für eine gerechte und nachhaltige Welt". Dazu gehöre auch, dass alle Kirchen Treibhausgase einsparten und umweltfreundlicher arbeiteten. Der ÖRK-Dachverband selbst wird aufgerufen, eine eigene Umweltkommission einzurichten und wo immer möglich auf Flugreisen zu verzichten. Bis spätestens 2050 müsse die ÖRK-Arbeit CO2-neutral werden.

Treffen kostet 16,4 Millionen Euro

Die 11. Vollversammlung des Weltkirchenrats tagt noch bis Donnerstag in Karlsruhe. Versammelt sind rund 4.000 Delegierte, Beraterinnen und Experten aus mehr als 120 Staaten. Im ÖRK vertreten sind vor allem evangelische, anglikanische und orthodoxe Kirchen. Die katholische Kirche hat Gaststatus. Wie am Dienstag bekannt wurde, betragen die Gesamtausgaben des Treffens rund 16,4 Millionen Euro. Die Bundesrepublik Deutschland unterstützt das Welttreffen von 350 Kirchen und christlichen Gemeinschaften mit 5,5 bis 6 Millionen Euro, die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) steuert 1,5 Millionen Euro bei. Rund 9 Millionen Euro finanziert der ÖRK selbst. Die Vollversammlung findet nur alle acht Jahre statt.

Der reguläre ÖRK-Jahresetat - ohne Vollversammlung - lag laut dem Finanzbericht 2021 zuletzt bei rund 22,5 Millionen Euro. Ein großer Teil der Einnahmen fließt dabei aus Kirchen in Europa an die ÖRK-Zentrale nach Genf.

(kna-6)

 

 

 

Papst: „Alle Getauften haben das Recht, etwas für die Kirche zu tun“

 

Frauen in Spitzenämter der Kirchenverwaltung zu berufen, ist keine „feministische Mode“, sondern ein „Akt der Gerechtigkeit“. Das sagte Franziskus in einem ausführlichen Interview mit TVI/CNN Portugal, das an diesem Montagabend ausgestrahlt wurde. Dabei geht er auch auf die jüngsten Erlasse zur Liturgie ein, spricht über Ökumene und seinen Sinn für Humor.

Sowohl in der Kurie als auch in der Verwaltung des Vatikanstaates, dem Governatorat, seien mittlerweile Frauen in wichtigen Positionen tätig, erklärte Franziskus in dem Interview. Doch dabei handele es sich nicht um eine „feministische Mode“, sondern um einen „Akt der Gerechtigkeit“, da die Frauen in der Vergangenheit kulturell an den Rand gedrängt worden seien. „Alle Getauften“ hätten das Recht, „etwas für die Kirche zu tun“. „Das ist etwas, das nicht ich erfunden habe, sondern das seit 20 oder 30 Jahren läuft und langsam umgesetzt wird.“ Dabei spiele es keine Rolle, es ob sich um Priester, Ordensleute oder Laien handele.

Ein anderer, wertvoller Blick

Der Papst illustrierte in diesem Zusammenhang anhand von persönlichen Erlebnissen, was er an der Art der Frauen schätze. Sie hätten eine andere Methode, an die Dinge heranzugehen, und könnten mit ihrer „Mütterlichkeit“, die auch für die Kirche grundlegend sei, selbst unlösbar scheinende Konflikte lösen. Mit Blick auf die Aufnahme von weiblichen Mitgliedern ins Dikasterium für die Bischöfe betonte er, dass „die ausgereiftesten Berichte“, die er im Vorfeld der Priesterweihe über Seminaristen erhielt, „von Frauen aus den Vierteln stammten, in denen sie in der Pfarrei arbeiten sollten“.  

„Warum sollten Frauen nicht auch bei der Wahl von Bischöfen mitwirken?“

„Warum sollten Frauen nicht auch bei der Wahl von Bischöfen mitwirken?“, unterstrich Franziskus. Es sei „gut, dass es Frauen gibt, die darüber nachdenken, wie Bischöfe sein sollten“. Im Juli hatte er die Ordensschwestern Raffaella Petrini und Yvonne Reungoat sowie die geweihte Jungfrau Maria Lia Zervino zu Mitgliedern des Dikasteriums ernannt, in dem über Bischofsernennungen entschieden wird.

Frauen seien in der Lage, jene „Eigenschaft Gottes, die Zärtlichkeit ist“, weiterzugeben. Franziskus wiederholte an dieser Stelle seine Erinnerung an die Frauen, die er während seiner Zeit in Buenos Aires vor den Gefängnissen warten sah, um dort ihre Söhne zu besuchen. Sie hätten ihre Söhne nie im Stich gelassen, weil sie „Fleisch“ ihres Fleisches waren. Er ziehe Inspiration aus den großen Frauengestalten der Bibel, darunter Judith, die mutig ihr Volk verteidigt, und Maria, die „Frau schlechthin, in der Stärke, Dienstbereitschaft und Weiblichkeit vereint sind“.

Sorge um die Liturgie

Mit dem Motu proprio Traditiones Custodes und dem Apostolischen Schreiben Desiderio desideravi hatte Franziskus in jüngerer Zeit gleich zwei weitreichende Erlasse zur Liturgie vorgelegt. Franziskus bekräftigt in diesem Zusammenhang, dass das „liturgische Problem“ wichtig sei. Es sei offenbar eine „Krisensituation“ entstanden, die wohl durch „eine schlechte liturgische Bildung“ verursacht wurde. Mit Traditiones Custodes sei es ihm darum gegangen, den Gebrauch des alten Ritus zu regeln, während das Apostolische Schreiben Desiderio desideravi dazu dienen sollte, „Horizonte zu öffnen“ und „liturgische Spiritualität“ zu vermitteln, „denn die Liturgie ist das große Werk der Kirche, sie ist das Werk der Anbetung und des Lobpreises. Eine Kirche, die die Liturgie nicht gut feiert, ist also eine Kirche, die nicht weiß, wie man Gott lobt, die nicht weiß, wie man in der Tiefe lebt. Für mich ist es wichtig, die Liturgie gut zu reglementieren,“ so der Papst.

Die Gnade des Humors

Er bevorzuge ein besonderes Gebet, so Franziskus auf eine Frage nach seinem Sinn für Humor: „Seit mehr als 40 Jahren bete ich das Gebet des heiligen Thomas Morus um Sinn für Humor. Ich spreche dieses Gebet. ,Ich bitte um diese Gnade, den Sinn für Humor‘. Es ist ein Gebet, das so beginnt: ,Gib mir, Herr, eine gute Verdauung und auch etwas zum Verdauen‘.“

Synodaler Prozess als Ort der Unterscheidung

Eine Passage des Interviews dreht sich auch um den synodalen Prozess der Weltkirche: So dürfe man sich diesen nicht als eine Art Parlament vorstellen, sondern er müsse ein „Ort der Unterscheidung“ sein, an dem der Heilige Geist „Hauptperson“ sei und aus der Vielfalt der Meinungen „Harmonie“ schafft. „Wenn der Heilige Geist nicht da ist, ist es ein Parlament, schön und gut, aber wir sollten es nicht Synode nennen“ - denn dann sei es tatsächlich ein „Parlament“, so der Papst. Der Weg sei in seinen Anfängen vom heiligen Paul VI. vorgezeichnet und mit der Gründung des Sekretariats der Bischofssynode unterstützt worden, ein Weg, auf dem die Kirche nun über 50 Jahre lang gelernt habe und auf dem es nicht an Spaltungen mangele, räumt Franziskus ein. Doch man müsse einen Prozess auch erst einmal an sein „Ende kommen lassen“. Dabei sei eine gute Begleitung durch die Hirten, durch die Bischöfe, nötig. Diese müssten nicht nur darauf achten, dass sich die Gläubigen, die schneller unterwegs seien, nicht „verirren“, sondern sich auch beim Volk in der Mitte aufhalten und denen nahe zu sein, die zögerlich Veränderungen gegenüberstünden. Es gehe darum, „universal gegenüber dem heiligen und gläubigen Volk Gottes“ zu bleiben und die „Perversion des Klerikalismus“ zu vermeiden.

Ökumene und interreligiöser Dialog

Was die Ökumene und den interreligiösen Dialog betreffe, so bekräftigt Franziskus einmal mehr, dass nur „der Dialog“ die siegreiche Waffe sein könne: Im Dialog, verstanden als Zuhören-Können und nicht als Gleichgewichtsspiel, „verliert man nie“ und Gott handelt.

Auf die abschließende Bitte um ein Wort, das den Weg der portugiesischen Kirche auf ihrem Weg zum Weltjugendtag erhellen solle, antwortet Franziskus: „Schließt euch nicht ein, schaut über euch hinaus, haltet den Horizont weit und weitet euer Herz“. (vn/cnn 6)

 

 

 

Papst an Caritas-Spanien: Vorsicht vor dem „Wohltätigkeitsgeschäft“

 

Franziskus hat an diesem Montag eine Delegation der spanischen Caritas in Audienz empfangen, die ihr 75-jähriges Bestehen feiert. Caritas Spanien habe sich den Respekt der spanischen Gesellschaft verdient, würdigte der Papst seine spanischen Gäste im Vatikan. Mario Galgano - Vatikanstadt

 

Nicht nur „etwas geben“, sondern vor allem „sich selbst geben“, das sei das Ziel der Caritas-Arbeit, fasste Franziskus die Bedeutung des katholischen Hilfswerkes zusammen. Er sei Caritas Spanien dankbar für den jahrzehntelangen Dienst, so Franziskus. Und er erinnerte daran, dass die spanische Caritas, die den 75. Jahrestag ihrer Gründung feiert, ihren Auftrag als Dienst an der Nächstenliebe erfülle. Das bedeute, so der Papst in seiner Ansprache, dass man sich als Caritas-Mitarbeiter für eine „Veränderung der Menschen“ und ihre Entwicklung einsetzen solle und nicht nur für die Bereitstellung von Hilfe - schon gar nicht als „Wohltätigkeitsverwaltung mit Eigeninteressen“, warnte er dann. Der Papst sprach diesbezüglich von einer „geordneten Verwaltung der Ressourcen“ und erläuterte das genauer.

„Bitte, so wenig Vermittlungen wie möglich und so viel direkte Hilfe wie es geht.“

„Ich sage das jetzt nicht, weil ich spezifische Informationen über Caritas Spanien habe. Ich spreche im Allgemeinen. Bitte, kümmern Sie sich um die Ressourcen, aber lassen Sie sich nicht auf das große Geschäft der Wohltätigkeit ein, bei dem 40 bis 60 Prozent der Ressourcen für die Gehälter der dort Beschäftigten aufgewendet werden. Es gibt Unternehmen in Europa, es gibt, entschuldigen Sie, wenn ich das so sage, Bewegungen von Wohltätigkeitsorganisationen, die, nun ja, 60 Prozent für die eigene Verwaltung verwenden. Das halte ich für zu viel... Aber 40 Prozent können durchaus für Gehälter drauf gehen. Bitte, so wenig Vermittlungen wie möglich und so viel direkte Hilfe wie es geht.“

Berufung wichtiger als Gehalt

Es sei ihm auch ein Anliegen, dass man als Caritas-Mitarbeiterin und -Mitarbeiter die Arbeit als Berufung und nicht einfach als „Stelle für die Gehaltsverteilung“ betrachte, fügte Franziskus an. Die Caritas solle sich hüten, ein „Wohltätigkeitsgeschäft“ zu werden:

„Man soll solche Mitarbeiter haben, die, wenn möglich, dies als Berufung und nicht einfach als Beschäftigung betrachten. Man soll nicht sagen: ,Ach, komm her, ich gebe dir einen Job bei der Caritas...´ Nein, das funktioniert nicht. Ich spreche nicht, weil ich heute über Sie spreche, sondern weil ich die Erfahrung gemacht habe, dass andere Hilfsorganisationen in diese Falle getappt sind.“

In diesem Sinne wies Papst Franziskus auf drei Herausforderungen hin. Die erste bestehe darin, „ausgehend von Kapazitäten und Potenzialen durch begleitende Prozesse zu arbeiten“:

„Denn was uns motiviert, was uns dazu bringt, geplante Ziele zu erreichen, sind nicht die Ergebnisse, sondern dass wir uns vor einen Menschen stellen, der zerbrochen ist, der seinen Platz nicht findet, und ihn aufnehmen, ihm Wege der Genesung eröffnen, damit er zu sich selbst finden kann, damit er trotz seiner und unserer Begrenzungen in der Lage ist, seinen Platz zu suchen und sich für andere und für Gott zu öffnen.“

Sinnvolle Maßnahmen ergreifen

In diesem Zusammenhang empfahl der Papst, losgelöst vom schriftlichen Redemanuskript, ein Buch, das er bereits auf dem Rückflug von seiner Reise nach Malta erwähnt hatte: „Hermanito“, ein Roman von Amets Arzallus Antia und Ibrahima Balde. „Es kam vor etwa zwei Jahren in Spanien heraus“ und „man braucht zwei Stunden, um es zu lesen“, erklärte der Papst, der es als „eine Quelle der Inspiration“ bezeichnete. „Es geht da um das Leben eines Migranten aus Zentralafrika, der in Spanien ankommt, ich glaube, er hat zweieinhalb oder drei Jahre gebraucht, um dorthin zu gelangen. Alles, was er durchmachen musste, und wie er dort mit Wohlwollen aufgenommen wurde, und wie er es geschafft hat, wieder auf die Beine zu kommen und von seinen Erfahrungen zu berichten.“

Franziskus zitierte den Band, um die zweite Herausforderung zu veranschaulichen, die darin besteht, „sinnvolle Maßnahmen zu ergreifen“. „Es reicht nicht aus, Gesten zu machen, die versuchen, 'aus der Sache herauszukommen', sondern eine wirkliche Veränderung in den Menschen zu fördern“, schloss der Papst und erinnerte an den Fall einer Pfarrei in Spanien, in der die Menschen den Pfarrer fragten, ob er einfach nur „Briefumschläge“ verteile, in der er Geld verteile, ohne auf die Wirklichkeit der Menschen und ihre Probleme einzugehen. „Die Armen müssen immer willkommen geheißen, begleitet und integriert werden“, so der Papst.

Seine Einladung lautete, „Sauerteig für ein Reich der Gerechtigkeit, der Liebe und des Friedens zu sein“, sagte Papst Franziskus. Und von hier aus führte er die dritte Herausforderung ein: zu versuchen, „ein Kanal für das Handeln der kirchlichen Gemeinschaft zu sein“:

„Die Caritas bietet sich uns als die ausgestreckte Hand Christi an, wenn wir sie den Bedürftigen anbieten, und sie erlaubt uns gleichzeitig, Christus zu ergreifen, wenn er uns im Leiden unserer Geschwister herausfordert“, sagte der Papst.

(vatican news 5)

 

 

 

Seligsprechung in Rom: Das Lächeln, das die Güte des Herrn vermittelt

 

Im Rahmen einer feierlichen Messe hat Papst Franziskus diesen Sonntag Johannes Paul I. seliggesprochen: den Pontifex, der als „lächelnder Papst“ in die Geschichte eingegangen ist. In seiner Predigt würdigte ihn Franziskus als „sanftmütigen und demütigen Hirten nach dem Vorbild Jesu, der nie den eigenen Ruhm gesucht hat.“ Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

 

Mit seinem Lächeln sei es ihm gelungen, die Schönheit einer Kirche zu vermitteln, „die ihre Türen nie verschließt und keinen Groll hegt“, beschrieb der Pontifex seinen Vorgänger, der nur kurz im Licht der Weltöffentlichkeit gestanden hat.

Etwa 25.000 Gläubige, darunter zahlreiche Delegationen und der italienische Staatspräsident Sergio Mattarella, hatten sich auf dem Petersplatz eingefunden, als Franziskus den „33-Tage-Papst“ im Rahmen einer feierlichen Zeremonie in das Verzeichnis der Seligen aufnahm. Nach der Verkündigung der Seligsprechung wurde an der Fassade des Petersdoms ein überlebensgroßes Porträt des neuen Seligen enthüllt.

Ein Charisma, das die Welt eroberte...

Kardinal Albino Luciani, der 1978 die Nachfolge von Papst Paul VI. angetreten und mit seinem Charisma in wenige Tagen die Welt erobert hatte, saß nur ein knappes Monat auf dem Stuhl Petri. Er starb völlig überraschend im September 1978 – im Alter von nur 66 Jahren.

In seiner Predigt ging Franziskus von dem Passus im Lukasevangelium aus, in dem Jesus beschreibt, dass man nicht sein Jünger sein könne, wenn man ihn nicht mehr liebe als die, die einem nahestehen, wenn man nicht sein Kreuz trage und sich nicht von den irdischen Gütern löse (vgl. Lk 14,25).

 

„Man kann in der Tat aus verschiedenen Gründen dem Herrn folgen, und einige, das müssen wir anerkennen, sind weltlich,“ gab Franziskus zu bedenken. „Hinter einem perfekten religiösen Auftreten kann sich die bloße Befriedigung der eigenen Bedürfnisse verbergen, das Streben nach persönlichem Prestige, der Wunsch, eine bestimmte Rolle zu spielen, alles zu kontrollieren, die Lust, Räume zu besetzen und Privilegien zu erhalten, das Streben nach Anerkennung und vieles mehr. Das kann so weit gehen, dass man Gott für all das instrumentalisiert. Aber das ist nicht der Stil Jesu. Und das darf auch nicht der Stil des Jüngers und der Kirche sein.“

 

Dem Herrn nachzufolgen bedeute also nicht, „in einen Hofstaat aufgenommen zu werden oder an einem Triumphzug teilzunehmen, und es ist auch keine Lebensversicherung“, so Franziskus weiter. Und genau das habe Johannes Paul I. verstanden.

 

„Lieben, auch wenn es das Kreuz des Opfers, des Schweigens, des Unverständnisses und der der Einsamkeit kostet, auch wenn man behindert und verfolgt wird. Denn – so sagte Johannes Paul I. – wenn du den gekreuzigten Jesus küssen willst, ist das »nur möglich, wenn du dich über das Kreuz beugst und dich von den Dornen der Krone, die der Herr auf dem Haupt hat, stechen lässt« (Generalaudienz, 27. September 1978). Liebe bis zum Ende, mit all ihren Dornen: keine halben Sachen, keine Bequemlichkeiten oder ein ruhiges Leben,"  beschrieb Franziskus am Beispiel des neuen Seligen die wahre Nachfolge Christi.

Nein zum „Rosenwasser-Glauben“

Wenn wir uns nämlich nur mit einem „Rosenwasser-Glauben“ begnügten, dann würden wir – wie es Jesus beschreibe – zwar „das Fundament legen, den Bau aber nicht fertigstellen,“ so Franziskus weiter.

„Wenn wir aus Angst, uns selbst zu verlieren, darauf verzichten, uns hinzugeben, lassen wir die Dinge unvollendet: unsere Beziehungen, unsere Arbeit, die uns anvertraute Verantwortung, unsere Träume und selbst unseren Glauben. Und so leben wir am Ende nur halbherzig. So tun wir dann nie den entscheidenden Schritt, so starten wir nie richtig durch, so gehen wir für das Gute nie ein Risiko ein und setzen uns nie wirklich für andere ein. Jesus verlangt dies von uns: Lebe das Evangelium und du wirst wahrhaft leben, nicht halb, sondern ganz und gar. Ohne Kompromisse.“

Das habe uns Johannes Paul I. vorgelebt, betonte das Kirchenoberhaupt.

„So hat der neue Selige gelebt: in der Freude des Evangeliums, ohne Kompromisse, liebend bis zum Ende. Er verkörperte die Armut des Jüngers, die nicht nur darin besteht, sich von den materiellen Gütern zu lösen, sondern vor allem darin, der Versuchung zu widerstehen, sich selbst in den Mittelpunkt zu stellen und den eigenen Ruhm zu suchen. Er war, ganz im Gegenteil, ein sanftmütiger und demütiger Hirte nach dem Vorbild Jesu. Er betrachtete sich selbst als den Staub, in den Gott schreiben wollte. Deshalb sagte er: »Der Herr hat so sehr empfohlen: Seid demütig. Auch wenn ihr Großes geleistet habt, sagt: wir sind unnütze Knechte«", zitierte Franziskus aus der Katechese von Johannes Paul I. bei der Generalaudienz vom 6. September 1978.

Mit seinem Lächeln sei es Johannes Paul I. gelungen, die Güte des Herrn zu vermitteln, würdigte Franziskus seinen Vorgänger auf dem Petrusstuhl:

„Schön ist eine Kirche mit einem heiteren, gelassenen und lächelnden Gesicht, die ihre Türen nie verschließt, die die Herzen nicht verbittert, die nicht jammert und keinen Groll hegt, die nicht zornig und unduldsam ist, die sich nicht mürrisch zeigt, die nicht an Nostalgie nach der Vergangenheit leidet. Bitten wir diesen unseren Vater und Bruder, dass er uns dieses „Lächeln der Seele“ erwirke; bitten wir mit seinen Worten um das, worum er selbst zu bitten pflegte: »Herr, nimm mich, wie ich bin, mit meinen Fehlern, mit meinen Mängeln, doch lass mich werden, wie du mich haben willst« (Generalaudienz, 13. September 1978).

Johannes Paul I. und die theologischen Tugenden

Die Reliquie, die Papst Franziskus bei der Seligsprechungszeremonie überreicht wurde, ist ein handschriftlicher Text von Albino Luciani - Johannes Paul I. -: eine Notiz auf weißem Papier aus dem Jahr 1956. Es handelt sich um den Entwurf für eine geistliche Reflexion über die drei theologischen Tugenden - Glaube, Hoffnung und Liebe -, der das Lehramt der Generalaudienzen vom 13., 20. und 27. September 1978 zusammenfasst. Es stammt aus dem "Privatarchiv Albino Luciani " und ist Eigentum der Vatikan-Stiftung Johannes Paul I.

Der Reliquienschrein (32 x 40 cm) wurde von dem Bildhauer Franco Murer hergestellt. Er besteht aus einem Steinsockel aus Canale d'Agordo, dem Geburtsort von Johannes Paul I. Darüber erhebt sich ein Kreuz, das in das Holz eines Walnussbaums geschnitzt wurde, der in der Nacht vom 29. auf den 30. Oktober 2018 durch den Sturm "Vaia" entwurzelt wurde. Die darauf angebrachte handschriftliche Inschrift ist in das christliche Symbol schlechthin eingebettet: das Kreuz Christi. (vn 4)

 

 

 

Bischof Bätzing: Kirche muss ihr Verhältnis zur Welt bedenken

 

„Ökologische, geopolitische, gesellschaftliche und innerkirchliche Entwicklungen haben in einer Weise an Brisanz gewonnen, dass man sich des Eindrucks nicht erwehren kann: Wir sind dabei, die Schwelle zu einer neuen welt- und glaubensgeschichtlichen Ära zu überschreiten.“ Diese Auffassung hat heute (4. September 2022) der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, in seiner Predigt anlässlich der Ludgerus-Feierlichkeiten in Essen-Werden vertreten. Er rief zur „gegenseitigen Veränderung“ von Kultur und Kirche auf, so wie sie „geschichtlich bezeugt“ sei. Der Dialog mit der Gegenwart sei unumgänglich, um „Menschen von heute für das Evangelium Jesu Christi zu gewinnen“ und die Möglichkeit zu haben, die Gegenwartskultur „kritisch verändernd“ zu durchdringen.

Gerade in Zeiten des Wandels, wie ihn Bischof Bätzing in allen Lebensbereichen benennt, suchen Menschen nach Orientierung: an gleichbleibenden Strukturen oder an der aktiven Gestaltung der Zukunft. Bischof Bätzing sieht in dieser Zeit Ähnlichkeiten zur Lebens- und Glaubenswelt der hl. Liudgers: auch dieser lebte in einer Zeit großer weltpolitischer und gesellschaftlicher Umbrüche (8. Jahrhundert). Nach dem Untergang des Römischen Reichs und in der Zeit der Völkerwanderung habe sich die Kirche einer neuen Kultur und Lebensrealität gegenübergesehen. Missionare wie Liudger hätten den Germanen ganz neue Religionsvorstellungen gebracht, die ihre Kultur nachhaltig veränderte und entgegengesetzte Vorstellungen verschwinden ließen. Aber sie knüpften auch an der Kultur an, indem sie Bräuche christlich umdeuteten und bestimmte Aspekte der Theologie mehr betonten als andere, wie etwa das Kreuz einem German mehr als Siegessymbol verständlich ist als die paulinische Deutung von der „Torheit des Kreuzes“. Dadurch habe sich Kirche verändert, „nicht bloß in äußeren Formen, auch durch die Entwicklung ihrer Lehre“, so Bischof Bätzing. Diese Erkenntnis, dass die Kirche sich immer im Kontakt mit der Gegenwartskultur verändert hat, könne man nicht leugnen.  

Bischof Bätzing fügte mit Blick auf die gegenwärtige Zeit und den Übergang in eine neue Ära des gelebten Glaubens und seiner kirchlich geformten Prägung hinzu: „Die christliche Missionsbewegung hätte ihr Veränderungspotenzial kaum zur Geltung bringen können, wenn sie nicht auf die Kultur zugegangen wäre, die sie zu revolutionieren antrat. Wie kommen dann aber durchaus kluge Köpfe heutzutage zu der völlig ungeschichtlichen Behauptung, die Kirche habe keine Vollmacht, ihre Lehre in der Auseinandersetzung mit der Gegenwartskultur und ihren Prägungen zu verändern, denn dies bedeute Treulosigkeit gegenüber Christus und seinem Evangelium?“ Er sei hier anderer Meinung, so Bischof Bätzing, gerade auch angesichts des Ringens um Veränderungen im Synodalen Weg: „Die Weigerung der Kirche, ihr Verhältnis zur Welt zu bedenken, bedeutet nicht Treue zur apostolisch grundlegenden Vergangenheit, sondern sie verrät damit ihre geschichtlich bezeugte stete Durchdringung von Kirche und Welt, die durch ihre gegenseitige Veränderung zu einer beispiellosen Erfolgsgeschichte der Kirche geworden ist. Wer sich heute dem Dialog mit der Gegenwart entzieht, ja, ihn programmatisch zurückweist, der verliert jegliche Möglichkeit, die Gegenwartskultur auch kritisch verändernd zu durchdringen und Menschen von heute für das Evangelium Jesu Christi zu gewinnen.“ Insofern müsse die Frage gestellt werden,  was zum Kern der Wahrheit des Christentums gehöre und ob nicht möglicherweise bestimmte Aspekte der Lehre die Wirksamkeit der Wahrheit des Glaubens eher belasteten und behinderten, obwohl sie keineswegs zu den Grundlagen des christlichen Glaubens zählten.

Es ist daher entscheidend, resümiert Bischof Bätzing, den Kern der christlichen Überzeugung zu wahren, die Auferstehung und alles, was sich daraus in notwendigerweise ableite, und diesen in die Mitte der Menschen zu tragen, damit „unsere Kultur nicht in irdischer Armseligkeit versinkt“. Dbk 4

 

 

 

 

Kard. Marx unterstützt Steinmeier in Kritik an russisch-orthodoxer Kirche

 

Der Münchner Erzbischof Kardinal Reinhard Marx hat die russisch-orthodoxe Kirche für ihre Parteinahme im Ukraine-Krieg kritisiert. Er stellte sich ausdrücklich hinter den deutschen Bundespräsidenten Frank-Walter Steinmeier, der dem Moskauer Patriarchat zuletzt einen „blasphemischen Irrweg“ vorgeworfen hatte.

Steinmeiers Eröffnungsrede zur Vollversammlung des Weltkirchenrates in Karlsruhe am Mittwoch hatte umgehend eine abwehrende Reaktion der russisch-orthodoxen Kirche hervorgerufen. Kardinal Marx stimmte Steinmeier „im Grunde zu, wenn er das Agieren der russisch-orthodoxen Kirchenleitung als glaubensfeindlich und blasphemisch benennt“. Der Münchner Erzbischof äußerte sich in einem Beitrag für die Reihe „Zum Sonntag“, den der Bayerischen Rundfunk am Samstag ausstrahlt, und aus dem die diözesane Pressestelle in einer Aussendung am Freitag zitiert.

Eine Kirche darf nicht zur Kriegspartei werden

Die Leitung der russisch-orthodoxen Kirche handele „fatal durch die Unterstützung des Krieges gegen die Ukraine“ und müsse „zurückkehren zur Mission, die im Evangelium gründet: die Liebe Christi wirken zu lassen, damit die Menschen in Frieden miteinander leben“, sagte der Kardinal in der voraufgezeichneten Sendung. Christliche Kirchen in der Nachfolge Jesu dürfen laut Marx „kein Hindernis für den Frieden sein, Streit und Krieg befördern oder gar selbst Kriegspartei werden und zu einem fanatischen Fundamentalismus beitragen“. Nicht die Trennung, sondern die Einheit der Menschheitsfamilie entspreche dem Auftrag Christi.

Das Leitwort der ökumenischen Versammlung in Karlsruhe könnte man laut Marx auch über das zweitägige Kardinalstreffen in Rom setzen, an dem der Münchner Erzbischof Anfang der Woche teilgenommen hatte: „Die Liebe Christi bewegt, versöhnt und eint die Welt.“ Dies sei „unsere gemeinsame Mission als katholische Weltkirche und in ökumenischer Verbundenheit, den Raum dafür zu eröffnen, dass die Liebe Christi bewirken kann, was Menschen allein nicht bewirken können“. (pm 2)

 

 

 

Renovabis-Chef: Papstbesuch in Kasachstan kommt zur rechten Zeit

 

Der Hauptgeschäftsführer des Osteuropahilfswerks Renovabis, Thomas Schwartz, sieht die katholische Kirche in Kasachstan in einem großen Umbruch. Papst Franziskus komme zur rechten Zeit ins Land, erklärte Schwartz am Freitag in Freising.

In den vergangenen Jahrzehnten hätten viele Deutsche und Polen das Land Richtung Westen verlassen. Da sie die katholische Kirche dort wesentlich getragen hätten, sei diese in dem zentralasiatischen Land nun auf der Suche nach einer neuen Identität. Der Papstbesuch komme zum rechten Augenblick: „Er stärkt diese kleine Ortskirche und ermutigt Katholikinnen und Katholiken, aus den eigenen Glaubenswurzeln eine tragfähige Zukunftsperspektive mit einem Beitrag in die Gesellschaft hinein zu entwickeln." Franziskus reist vom 13. bis 15. September nach Nur-Sultan, die Hauptstadt von Kasachstan. Dort wird er am VII. Weltkongress der Religionsführer teilnehmen und will zudem Vertreter der dortigen Ortskirche treffen.

„Der unerschütterliche Glaube und die Treue - gerade von so vielen Frauen, Müttern und Großmüttern - während der dunklen Zeit des verordneten sozialistischen Atheismus sind noch heute beeindruckend“

Trotz der Verfolgung in sowjetischer Zeit und der räumlichen Zerstreuung habe die Kirche in Kasachstan überlebt, erklärte der Renovabis-Chef. „Der unerschütterliche Glaube und die Treue - gerade von so vielen Frauen, Müttern und Großmüttern - während der dunklen Zeit des verordneten sozialistischen Atheismus sind noch heute beeindruckend."

Es seien oft einfache Menschen, die in schwersten Zeiten den Glauben weitergegeben und so erhalten hätten, erinnerte Schwartz. Hierfür stünden beispielhaft die zur Seligsprechung vorgeschlagene und nach Kasachstan verschleppte Russlanddeutsche Gertruda Detzel und der selige Priester Wladyslaw Bukowinski. Auf diese Lebens- und Glaubenszeugnisse könne die kasachische Kirche stolz sein und aus ihnen Kraft und Zuversicht schöpfen.

Eine kleine christliche Gemeinschaft

In Kasachstan mit seinen 19 Millionen Einwohnern gehören rund 182.000 Menschen der katholischen Kirche an. Mehrheitsreligion ist der Islam. Der überwiegende Teil der Christen im Land, die ein Viertel der Bevölkerung ausmachen, ist russisch-orthodox. Die Religionsgemeinschaften lebten in Kasachstan in gutem Einvernehmen miteinander, heißt es.

Das katholische Hilfswerk Renovabis hat eigenen Angaben zufolge seit 1993 in Kasachstan 781 Projekte mit einer Gesamtsumme von rund 18 Millionen Euro gefördert. Die Projekte, sei es in Bereichen der Bildung oder im Sozialen, kämen auch Menschen zugute, die nicht katholisch seien. (kna 2)

 

 

 

Papst legt Schönstatt-Patres Familienseelsorge ans Herz

 

Eine Gruppe von Priestern der Schönstatt-Bewegung war an diesem Donnerstag in Audienz bei Papst Franziskus. Er rief die Patres dazu auf, sich in diesen herausfordernden Zeiten für Familien besonders in der Familienseelsorge einzubringen.

Viele Ehen seien heute in der Krise, junge Menschen seien in Schwierigkeiten, alte würden vergessen, und Kinder litten. „Und Sie sind die Überbringer einer Botschaft der Hoffnung in diesen dunklen Situationen, die jeder Lebensabschnitt durchläuft”, sagte der Papst den Schönstatt-Priestern.

Er sprach vom „Abbau menschlicher Werte”, der „durch ideologische Kolonisationen jeglicher Art auf grausame Weise vollzogen” werde. „Wir erleben häufig, dass das Wesen der Familie von verschiedenen Ideologien angegriffen wird, die an den Grundfesten der menschlichen Persönlichkeit und ganz allgemein der gesamten Gesellschaft rütteln”, so der Papst, ohne in diesem Kontext näher auf die Frage einzugehen.

An diesem Punkt verwies der Papst auf eine in Familien beobachtbare Kluft zwischen Alt und Jung. Dabei könne „der Bund zwischen den Generationen die Menschheit retten”, weil über diese Verbindung die persönliche und familiäre Identität bewahrt bleibe. „Es ist nicht nur ein genetisches Erbe oder ein Nachname, der vererbt wird, sondern vor allem die Weisheit, was es bedeutet, nach Gottes Plan Mensch zu sein. Das Geheimnis unserer Erlösung ist daher auch eng mit der Erfahrung der Liebe in den Familien verbunden.”

Papst dankt Pater Awi Mello

Besonders herzlich begrüßte der Papst bei der Audienz Alexandre Awi Mello, den neuen Generaloberen der Schönstatt-Patres, der seine Mitbrüder zu der Begegnung mit Franziskus begleitet hatte. Awi Mello ist als Sekretär im Dikasterium für Laien, Familie und Leben ein enger Mitarbeiter von Papst Franziskus. Der Brasilianer bleibt auch nach seiner Wahl zum Generaloberen seiner Gemeinschaft in diesem Amt. Die beiden kennen sich schon lange, sagte der Papst, Awi Mello sei sein „Joker“ gewesen, sein Sekretär bei der großen lateinamerikanischen Bischofsversammlung von Aparecida 2007, danach sein Reiseführer in Rio de Janeiro. Er habe, erwähnte der Papst, auf seinem Nachttisch eine Mariendarstellung, die Awi Mello gemalt und ihm geschenkt hatte. „Jedes Mal, wenn ich ins Schlafzimmer gehe, ist das also das erste, was ich sehe, und ich muss an Sie denken“, sagte Franziskus an Pater Awi Mello gewandt.

Die Jungfrau Maria hat in der Schönstatt-Bewegung eine zentrale Stelle, auf die auch der Papst einging. Die besondere Darstellung der Gottesmutter mit Kind, die in allen Niederlassungen der Bewegung gleich ist, wird unter dem Titel „Dreimal Wunderbare Mutter" verehrt. „Sie ist für alle ein Vorbild, das uns ermutigt, auf der Grundlage der brüderlichen Liebe und der Gemeinschaft mit den Bedürftigsten Brücken zu bauen“, sagte der Papst. Zugleich gebe die Gottesmutter „die Weisheit und den Mut, auf jene zuzugehen, die von der Freundschaft mit dem Herrn abgefallen sind, um sie zurückzugewinnen mit dem Zeugnis des neuen Lebens in Christus, das von der Barmherzigkeit geprägt ist.“

(vatican news – gs)

 

 

 

Vollversammlung des Ökumenischen Rates der Kirchen. Bischof Bätzing: Ökumene ist Dienst an der Welt

 

Zur weltweiten Versöhnung und Verstärkung ökumenischer Initiativen hat heute (31. August 2022) der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, aufgerufen. Am Rande der 11. Vollversammlung des Ökumenischen Rates der Kirchen (ÖRK) in Karlsruhe warnte er vor der Gefahr der weiteren gesellschaftlichen Segmentierung. „Leider Gottes haben wir auch in der Kirche die Erfahrung gemacht, dass es von Anfang an Tendenzen gibt, sich zu spalten, eher Unterschiede zu betonen statt zu einen. Aber klar ist doch: nicht in der Spaltung liegt die Zukunft, sondern in der Einigung. Die ökumenische Bewegung ist das Werk des Heiligen Geistes, hat das Zweite Vatikanum uns gelehrt. Die christliche Botschaft von Friede und Versöhnung wird eher durchdringen, wenn wir als Christen untereinander versöhnt sind“, so Bischof Bätzing. Er fügte hinzu: „Wir müssen da dran bleiben, nicht nur um der Einheit der Kirche willen, sondern auch als Dienst an der Welt.“

In Karlsruhe warb Bischof Bätzing zugleich für engagierte Synodalität: „Es ist die große Aufgabe, die sich der Papst gestellt hat, die Synodalität als Türöffner in die katholische Weltkirche zu tragen. Synodalität muss man üben. Da bleiben Streit und Konflikte nicht aus. Wir können gerade hier sehr gut aus der ökumenischen Arbeit lernen, da hilft ein Blick nach links und rechts.“ Mit Blick auf das Thema der ÖRK-Vollversammlung betonte Bischof Bätzing, dass hier eine gewaltige Provokation liege: „,Die Liebe Christi bewegt, versöhnt und eint die Welt‘, das macht klar: Allein werden wir das alles nicht schaffen, es geht nicht ohne die Kraft Christi, der schöpferisch am Werk ist. Das deutlich zu machen, ist der Auftrag von Kirche.“

Dabei, so Bischof Bätzing, werde die Kirche längst nicht mehr in der Intensität in der Öffentlichkeit wahrgenommen wie vor einem oder zwei Jahrzehnten. Diesen Veränderungsprozessen müsse man begegnen, auch auf der ökumenischen Ebene. „Wir werden als Christinnen und Christen in diesem Land weniger. Aber gerade deshalb müssen wir dringend enger zusammenrücken und mehr Brücken bauen als nur die Unterschiede zu benennen. Ich bin fest überzeugt: Wir werden uns stärker auf das Bild des Sauerteigs ausrichten müssen. Es gibt noch sehr viele Menschen, die aus ihrer eigenen christlichen Überzeugung heraus in die Gesellschaft wirken. Das war und ist unsere Stärke, die sich gezeigt hat bei der Willkommenskultur in der Flüchtlingskrise 2015 oder jetzt bei der Aufnahme von Flüchtlingen aus der Ukraine. Und an dieser Stärke müssen wir arbeiten“, betonte Bischof Bätzing. Für ihn sei die Ökumene ein Herzensanliegen: „Ich kann mir Kirche ohne Ökumene nicht vorstellen. Wenn wir in der Gesellschaft hörbar sein wollen, müssen wir Wege gemeinsam gehen. Die ÖRK-Vollversammlung ist dafür ein gutes Beispiel. Deshalb bin ich dankbar, hier in Karlsruhe zu sein.“

Hinweis: Die ÖRK-Vollversammlung findet vom 31. August bis 8. September 2022 in Karlsruhe statt. Von katholischer Seite nehmen neben Bischof Bätzing auch der Vorsitzende der Ökumenekommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Gerhard Feige (Magdeburg), der Erzbischof von Freiburg, Erzbischof Stefan Burger, und Weihbischof Dr. Peter Birkhofer (Freiburg) an der Versammlung teil. Die vatikanische Delegation wird geleitet von Kardinal Kurt Koch, dem Präsidenten des Dikasteriums zur Förderung der Einheit der Christen. Weitere Informationen zur Vollversammlung finden Sie unter https://www.oikoumene.org/de/about-the-wcc/organizational-structure/assembly. Dbk 31

 

 

 

 

Generalaudienz: Papst beginnt neue Katechesenreihe

 

Franziskus hat eine neue Katechesenreihe gestartet. In den kommenden Wochen wird sich der Papst dem Thema der Unterscheidung widmen. Seine Reihe zum „Sinn und Wert des Alters“, die am 23. Februar begann, klang letzten Mittwoch aus.  Silvia Kritzenberger – Vatikanstadt

 

Ausgehend von der Schriftlesung aus dem Matthäusevangelium (Mt 13,44-48), die den Auftakt zur dieswöchigen Generalaudienz bildete, erklärte Franziskus:

„Im Evangelium spricht Jesus über die Unterscheidungskraft mit Bildern aus dem Alltagsleben; er beschreibt zum Beispiel die Fischer, die die guten Fische auswählen und die schlechten wegwerfen, oder den Kaufmann, der es versteht, unter den vielen Perlen die wertvollste zu erkennen. Oder den, der beim Pflügen eines Feldes auf etwas stößt, das sich als Schatz entpuppt. Im Licht dieser Beispiele erweist sich die Unterscheidung als ein Prozess der Intelligenz, des Geschicks und des Willens, bei dem es darum geht, den günstigen Augenblick zu nutzen: die Voraussetzung dafür also, eine gute Wahl zu treffen.“

Doch dieser Entscheidungsprozess sei nicht immer einfach, weil hier die Freiheit ins Spiel käme, gab Franziskus zu bedenken. Gott habe uns frei geschaffen und wolle, dass wir unsere Freiheit auch ausübten. Doch letztendlich läge die Entscheidung bei uns, und bei uns allein:

„Solche Entscheidungen muss jeder von uns treffen - das tut niemand anderes für uns. Wir können um Rat fragen, aber die Entscheidung liegt bei uns. Wir können nicht sagen: Ich habe die Gelegenheit verpasst, weil mein Mann, meine Frau, für mich entschieden hat. Nein, jeder muss selbst entscheiden – deshalb ist es ja auch so wichtig, zu unterscheiden, wie man sich gut entscheiden kann,“ präzierte Franziskus.

Der Mensch ist nicht der Maßstab für Gut und Böse

Nicht umsonst erinnere Gott den Menschen schon auf den ersten Seiten der Bibel daran, dass er Geschöpf sei, also nicht der Maßstab für Gut und Böse, und dass jede seiner Entscheidungen Folgen hätte für ihn selber, die anderen und die Welt:

„Du kannst die Erde zu einem herrlichen Garten machen oder zu einer Wüste. Diese Weisung ist grundlegend und nicht zufällig: nicht umsonst ist sie der Inhalt des ersten Dialogs zwischen Gott und Mensch. Einem Dialog, in dem uns Gott einen Auftrag gibt: du musst dies und das tun - und hier kommt die Unterscheidung ins Spiel, es ist eine Reflektion von Verstand und Herz. Das ist der Prozess, der immer einsetzen muss, bevor wir eine Entscheidung treffen.“

Gott will Kinder, keine Sklaven

Unterscheidungsvermögen sei also anstrengend, aber für das Leben unerlässlich, schloss der Papst seine Überlegungen an diesem Mittwoch. „Es setzt voraus, dass ich mich selbst kenne, dass ich weiß, was hier und jetzt für mich gut ist. Und es erfordert vor allem eine vertrauensvolle Beziehung zu Gott. Gott ist Vater, er lässt uns nicht allein und ist immer bereit, uns einen Rat zu geben, uns Mut zuzusprechen und uns anzunehmen. Doch er zwingt seinen Willen nie auf. Warum? Weil er geliebt und nicht gefürchtet werden will. Gott will, dass wir Kinder sind, keine Sklaven, freie Kinder. Und Liebe kann nur in Freiheit gelebt werden. Wenn man lernen will zu leben, muss man lernen zu lieben, und dazu ist es notwendig, zu unterscheiden. …Möge der Heilige Geist uns leiten! Rufen wir ihn jeden Tag an, besonders wenn wir Entscheidungen treffen müssen.“ (vn 31)

 

 

 

 

Relaunch des Internetportals „weltkirche.de“. Bischof Meier: „Weltweite Glaubensgemeinschaft verstehen“

 

Nach einer Zeit des Umbaus erscheint das Internetportal „weltkirche.de“ jetzt wieder mit aktuellen Nachrichten und Hintergrundinformationen zu den Themen Mission, Entwicklung, Frieden und Umwelt. Das Angebot ermöglicht einen Gesamtüberblick über das weltkirchliche Engagement der Kirche in Deutschland. Es berichtet über die Arbeit der Bistümer, Hilfswerke, Missionsorden und Verbände. Seit 2012 wird „weltkirche.de“ als tagesaktuelles Nachrichtenportal geführt und stellt eine Fülle an weiterführenden Informationen, Dossiers und Links bereit.

 

„weltkirche.de“ gibt außerdem einen Überblick zu den zahlreichen Möglichkeiten, sich für weltkirchliche Aufgaben zu engagieren. Beispielsweise können sich junge Nutzerinnen und Nutzer über einen Freiwilligendienst im Ausland oder das Programm „Missionar/in auf Zeit“ informieren. Die Vielfalt der kirchlichen Angebote ist auf dem Portal in gebündelter Form zu finden. Daneben führen Links zu weitergehenden Bildungsangeboten und Veranstaltungen, zum Beispiel öffentlich zugänglichen Online-Konferenzen zu weltkirchlichen Themen. Der „Stellenmarkt“ listet Jobangebote der weltkirchlichen Träger in Deutschland und im Globalen Süden auf.

 

Träger des Internetportals „weltkirche.de“ ist die „Konferenz Weltkirche“, in der die Vertreterinnen und Vertreter der weltkirchlichen Einrichtungen in Deutschland versammelt sind. „Das neu gestaltete Internetportal ‚weltkirche.de‘ lädt alle international Begeisterten und Interessierten zum Erkunden ein“, sagt Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg), Vorsitzender der Konferenz Weltkirche und der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz. Das Portal möge „dazu beitragen, dass wir über unseren Tellerrand hinausschauen und uns als weltweite Glaubensgemeinschaft verstehen“.

 

Im Zuge der erforderlichen technischen Erneuerung wurde die Seite mit Blick auf Design und Struktur an heutige Nutzergewohnheiten angepasst und inhaltlich aktualisiert. Das Portal ist weitgehend „barrierefrei“ und kann so auch von sehbehinderten Personen genutzt werden. dbk 15.9.