DE.IT.PRESS

  Ein Bild, das Text, Schrift, Grafiken, Logo enthält.

KI-generierte Inhalte können fehlerhaft sein.  Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

 

Notiziario religioso ottobre 2026

 

Inhaltsverzeichnis

1.        Il Rosario di ottobre per la pace, la mano tesa di Maria e la nostra. 1

2.        Papa in Francia: “Lourdes santuario della speranza cristiana”. 1

3.        112ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. 1

4.        Leone XIV ricorda alla Francia le proprie radici, e invoca il principio della sana laicità. 1

5.        Ottobre mariano. Il Rosario. 1

6.        Il 27 settembre la 112a Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. 1

7.        L’intervento di mons. Felicolo al Convegno nazionale delle Missioni cattoliche italiane in Germania. 1

8.        Leone XIV in Francia. Mons. Ulrich (Parigi): “Con il Papa una Chiesa in ascolto, capace di accogliere il nuovo”. 1

9.        Leone XIV: progresso scientifico deve essere "accompagnato da una corrispondente crescita della responsabilità". 1

10.  Il Papa: “Il progresso tecnico e scientifico dev’essere animato dalla carità”. 1

11.  San Francesco: una festa importante ad Assisi, nell’ottavo centenario della morte. 1

12.  Ecologia integrale. Al via il corso nazionale per comunità e parrocchie. 1

13.  Julini (Pax Christi): “La pace bisogna tirarla fuori da dentro di noi”. 1

14.  Cei. Card. Zuppi: “L’Italia è un paese da evangelizzare”. 1

15.  Pace e cristiani perseguitati, un appello dei vescovi europei 1

16.  Non solo turismo religioso: il significato del pellegrinaggio a Lourdes. 1

17.  A Napoli il Convegno Nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania. 1

18.  Il Card. Pizzaballa, in Terra Santa le parole non sono neutrali 1

19.  Il Messaggio di Leone XIV per la GMMR 2026 e l’inizio dell’anno scolastico. 1

20.  Migrantes: “Non si producano forme di cittadinanza di serie B”. 1

21.  «Dal C7 l’appello dei vescovi per la pace, il multilateralismo e il bene comune globale». 1

22.  Il perdono è la medicina che libera il cuore. 1

23.  Serve la Dottrina Sociale della Chiesa. 1

24.  La festa di Maria vista da Paolo Pasquino della comunità di Wiesbaden. 1

25.  Il Card. Spengler: "Ascolto e dialogo per migliorare la nostra casa comune". 1

26.  La reazione delle Chiese, come hanno votato i cristiani in Sachsen-Anhalt. 1

27.  L'Arcivescovo Delpini: "L’inizio non è solo organizzazione, ma sollecitudine". 1

28.  “Le nostre Comunità diventino scuole di Pace. 1

29.  La scomparsa di Enzo Bianchi 1

30.  Veneto. Il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia circa la nuova legge regionale sul fine vita. 1

31.  Il Perdono apre al futuro: dal Summit dell’Aquila una riflessione. 1

 

 

1.        Bischof Heße in Fulda: Kirche muss nicht immer alles lösen. 1

2.        Ethische Grenzen im Fokus der Herbst-Vollversammlung. 1

3.        Vatikan: Eine Kultur der Verantwortung gegen neue Formen der Finanzkriminalität. 1

4.        Herbst-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz am 28. September 2026 in Fulda. 1

5.        Papst bei Europa-Treffen: Friede und Einheit echte Substanz geben. 1

6.        Eröffnung der Interkulturellen Woche. 1

7.        Papst Leo bricht in Lourdes eine Lanze für das Leben. 1

8.        Wissenschaft und Öffentlichkeit. Jahrestagung der Görres-Gesellschaft beendet. 1

9.        Paris: Über 700.000 Teilnehmer bei Papstmesse. 1

10.  Deutsche Ex-Kanzlerin Merkel von Caritas geehrt 1

11.  Papst: „Niemand ist so arm, dass er nichts zu geben hätte“. 1

12.  Papst in Paris: „Freiheit, Gleichheit, Brüderlichkeit sind nicht bloß Worte". 1

13.  Papst in Notre-Dame: Ein Interview mit dem Rektor 1

14.  Papst in Notre-Dame: Zeichen der Mutterschaft der Kirche Gottes sein. 1

15.  Münster: Eröffnung erster islamisch-theologischer Fakultät. 1

16.  Universität Münster stellt Studie zu geistlichem Missbrauch vor. 1

17.  Papst: Wissenschaft muss aufmerksamer für ihre Folgen werden. 1

18.  D/Vatikan: Dresdner Delegation bereitet Benefizspiel vor. 1

19.  Sachsens Ministerpräsident sprach mit Papst über KI und Deutschland. 1

20.  Papst: Bei Technik und Wissenschaft nie Nächstenliebe vergessen. 1

21.  Assisi: Sonderausstellung zum 800. Todestag des hl. Franz von Assisi 1

22.  „Neuapostolische Kirche“ führt Gespräche im Vatikan. 1

23.  Papst: Schweigen und Gebet als Zeichen der Hoffnung in moderner Zeit 1

24.  Papst Leo XIV.: Alle gewinnen, wenn Frieden Rivalität aufhebt. 1

25.  41. Weltjugendtag 2027 in Seoul 1

26.  Vatikan: Untersuchung zur Seligsprechung von Don Di Liegro startklar. 1

27.  Leo XIV: „Pastoral auf Begegnung mit Christus ausrichten“. 1

28.  Frankreich: „Papst ist kein Politiker“. 1

29.  Kard. Nemet über Synodalität: „Als neue Kultur in der Kirche verstehen". 1

30.  Kard. Hollerich: Synodalität kann Modell für Gesellschaft in Polykrise sein. 1

31.  Ana Raffais Friedensarbeit in Zeiten der Polarisierung. 1

32.  Papst wirbt für „Beziehungen mit Bedeutung und Tiefe“. 1

33.  537 Millionen Euro für internationale Hilfsprojekte „Mission und Entwicklung“. 1

34.  Zeitdokumente. Erste Briefe nach dem Holocaust erzählen vom Überleben. 1

35.  Grusas: „Gemeinsam vorangehen - wenn auch unterschiedlich schnell". 1

36.  Synodalität in Europa: Hören auf Wunden und Hoffnung. 1

37.  Wilmer über Synodalität: „Es ist wichtig, nicht alleine vorzupreschen". 1

38.  Katholischer Medienpreis zum 24. Mal verliehen. 1

39.  Marsch für das Leben 2026. 1

40.  „Bei Lebensschutz das Ganze im Blick behalten“. 1

41.  Synodalität: Kirchenvertreter werben für Europas Vielfalt. 1

42.  Speyer. Abschied von Bischof Dr. Karl-Heinz Wiesemann. 1

43.  Limburg: „Keine Kirche im Rückzug“. 1

44.  Papst: „Der Wirklichkeit der Menschen ins Gesicht sehen“. 1

45.  Frings für stärkeres Zusammenspiel von Bischöfen und Laien. 1

46.  Benediktinerin Rath ruft Christen zu Einsatz für Demokratie auf. 1

47.  Assisi: Franziskanisches Jubiläumsjahr erreicht Höhepunkt 1

48.  Weihbischof Pottackal: Papst Leo ist interessiert an Deutschland. 1

49.  Papst Leo: Menschenwürde erfordert Verantwortung. 1

50.  Bischof Wilmer ruft zu neuer Verantwortung für die Demokratie auf 1

51.  Wachsende Bürokratie im Engagement – Gemeinnützige Organisationen wünschen sich Entlastung. 1

52.  „Für eine Gesellschaft, die zusammenhält“. 1

53.  Kardinal Marx zum Mediensonntag 2026. „Der Mensch muss im Mittelpunkt bleiben“. 1

54.  Deutsche Bischofskonferenz ruft zu Spenden für Venezuela auf. 1

 

 

 

Il Rosario di ottobre per la pace, la mano tesa di Maria e la nostra

 

Dalla grotta di Lourdes Leone XIV invita i fedeli a pregare il Rosario per tutto ottobre perché cessino le guerre, accompagnando la preghiera con penitenza e misericordia. Una scelta che potrebbe sembrare una scappatoia, ma che parte da una certezza: la pace è un dono da accogliere e far fruttificare - di Cristiana Dobner

Pace sempre desiderata, sempre invocata. Cercata, troppo spesso la storia lo dimostra, attraverso conquiste, carneficine e sottomissioni.

È questa la pace a cui tutti aspirano?

Papa Leone ha continuato a richiamare tutti, non solo i cristiani, non solo i credenti ma tutti coloro che nella nostra attuale storia posseggono o detengono un potere decisionale, ad attuare un percorso di pace, a concretare un quotidiano in cui tutti possano vivere da persone non attanagliate da crimini, pericoli, attacchi, bombe e droni che colpiscono gli inermi e distruggono.

Il Suo sguardo vuole una pace che possa dirsi “disarmata e disarmante”.

In gioco vi sono però potere, guadagno economico, prestigio.

Ora solo l’invito appare inefficace, Leone XIV ne è perfettamente consapevole, per questo, davanti alla grotta dell’apparizione della Madre di Dio a Bernardette, ha puntato nel profondo:

oggi invito tutti i fedeli e tutte le comunità cristiane a pregare il santo Rosario, durante il prossimo mese di ottobre, con la particolare intenzione che cessino le guerre e si faccia pace tra i popoli in conflitto. Accompagniamo la preghiera con atti concreti di penitenza e di misericordia e con l’impegno di favorire sempre il dialogo e la riconciliazione.

Potrebbe sembrare una scappatoia, un gesto ripetitivo se non fosse che alla sua radice vi è una certezza: la pace è un dono.

Il dono si accoglie con stupore, con gratitudine.

È necessario però farlo fruttificare, perché è fecondo nella misura in cui incide nella persona, nelle persone e in tutto il loro contesto quotidiano.

La richiesta è severa: atti concreti di penitenza, di privazione, di cessione di sé dinnanzi al bisogno altrui, con uno sguardo che si apra agli altri e non si rinchiuda se stessi.

Tuttavia rimane ancora fermo ad un livello orizzontale, da non sottovalutare certamente ma privo di luce. Se si solleva però lo sguardo, distogliendolo da sé, chi incontra?

Meglio CHI si incontra?

Miriam di Nazareth, la Vergine che ha accolto l’annuncio dell’angelo e ha donato all’umanità Gesù, il Principe della Pace.

Chi meglio di una Madre può condurre su sentieri di pace?

Chi meglio di questa Madre intercede, cioè sa collocarsi nel posto giusto, quello corretto? Intercedere significa stare in mezzo. Non vuol dire intromettersi, entrare in rapporti o faccende che non riguardano.

Intercedere vuol stare in mezzo: fra il nostro io che cerca ma annaspa, fra l’io di tutti coloro che non cercano, di tutti coloro che vogliono la guerra e non ambiscono alla pace.

Miriam, la Madre, porge la Sua mano a ciascuno e guida tracciando gesti, passi, sentieri in cui la pace regna. Rivolta al Padre è l’altra Sua mano, in cui la nostra mano è resa da Lei colma di pace, con tutte le ombre annullate, tutto è reso limpido, trasparente.

Allora il dono della pace è pronto per discendere sull’umanità intera ed effondersi in luce nuova che nessuno può alterare o spegnere.

Se è vero che la Mano di Miriam è sempre tesa verso di noi, è ugualmente vero che noi consegniamo la nostra mano disarmata e disarmante?

Non siamo dinnanzi ad un automatismo, siamo dinnanzi alla provocazione più seria e reale che una creatura possa ricevere: accolgo quella Mano, la faccio mia oppure la rifiuto e precipito nel buio della guerra?

Qui, ognuno e ognuna di noi, può diventare intercedente se le scelte rispondono all’invito di Papa Leone: preghiera, guardare a Lei, dalle sue mani apprendere la postura orante; penitenza: eliminare il superfluo e il lusso ma anche sapersi negare quanto può essere necessario e vitale per chi è allo stremo; misericordia: cuore aperto e dilatato verso tutti.

Non siamo soli e abbandonati nel buio. L’oscurità è trapassata dalla luce delle Sue mani, lasciamo che ci stringano e rendiamone grazie con la preghiera del Rosario in uno slancio filiale. Sir 28

 

 

 

 

Papa in Francia: “Lourdes santuario della speranza cristiana”

 

Il Papa ha trascorso il terzo giorno del viaggio in Francia interamente a Lourdes. Centrale il tema della "massima vigilanza" sugli abusi e quello della tutela della vita. No alla "morte programmata". In serata la processione "aux Flambeaux" – di M.Michela Nicolais

“Davanti alle correnti attuali che cercano di ridefinire il valore della vita umana di fronte alla malattia, alla sofferenza o alla vecchiaia, la Grotta di Massabielle si erge come un santuario della speranza cristiana”. Ne è convinto Leone XIV, che nell’omelia della messa presieduta alla Prairie del Santuario di Nostra Signora di Lourdes, davanti a 150mila persone e 7milla malati, si è subito rivolto a questi ultimi: “Qui, nessuna fragilità viene respinta. Le vostre stampelle, le vostre sedie a rotelle, le vostre lacrime nascoste non sono ostacoli: sono il luogo per eccellenza in cui siete pienamente rispettati, accolti e trasfigurati dall’amore infinito di Dio”.  Prima dell’Angelus, l’appello a recitare il Rosario, nel mese di ottobre, affinché “ cessino le guerre e si faccia pace tra i popoli in conflitto”. In serata la processione “aux Flambeaux”, la prima volta per un Pontefice: “Bisogna venire qui a fare questa processione con voi, cari malati, per percepirne pienamente la realtà”.

Massima vigilanza sugli abusi. La terza giornata del viaggio del Papa in Francia, interamente trascorsa a Lourdes, è cominciata incontrando i vescovi della Conferenza episcopale francese, esortati a continuare a contrastare la “dolorosa piaga degli abusi”, sulla quale occorre mantenere la “massima vigilanza”.

“Non lasciatevi scoraggiare dagli errori, dalle incoerenze o persino dalle cadute”, l’’esortazione papale. Tema, questo, ripreso anche nella parte centrale dell’omelia, il cui Leone – che nel pomeriggio ha incontrato in privato sette vittime di abusi da parte di membri del clero – si è soffermato sulla “esigenza di conversione coinvolge la Chiesa nel suo pellegrinaggio terreno”. La Chiesa “deve avere il coraggio di vivere questa conversione”: “Per guarire dalle ferite profonde, dalle infedeltà e dai dolorosi smarrimenti commessi al suo interno, dobbiamo porci umilmente sotto lo sguardo purificatore del Signore”.?

“Riconoscere i nostri errori è indispensabile per la crescita spirituale”, come scriveva sant’Agostino: “Ti dispiaccia sempre ciò che sei, se vuoi guadagnare ciò che non sei “.

La dignità non si misura. “È impossibile considerare normale togliere la vita. Ciò che è legale non è necessariamente morale”.

Anche da Lourdes, come aveva fatto a Parigi, il Papa ha usato parole ferme e chiare per riaffermare che “la persona umana è degna per il semplice fatto di esistere e di avere come fine l’eternità”: “La sua dignità non si misura e non si discute”.

“So che per alcuni di voi, a causa di particolari patologie e di dolori talvolta terribili, l’orizzonte può apparire cupo, incerto, senza via d’uscita”, ha detto Leone XIV incontrando gli operatori e gli assistiti dell’Accueil Notre Dame, struttura sanitaria che accoglie anziani e malati: “Ma nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità”. Al contrario, per il Papa, “è proprio in nome di questa dignità inalienabile della persona umana che la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta”. 

No alla morte programmata. “Nessuno ha il diritto, mai, sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana!

La medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata!”, il monito: la vocazione degli operatori sanitari è “prendersi cura di una persona che soffre, e non eliminarla”. “Siate servitori appassionati della vita”, l’invito ai presenti, esortati, da un lato, “a sviluppare senza sosta le strutture di cura palliativa e di ricerca; dall’altro ad accompagnare con tenerezza i malati, come avviene qui a Lourdes”. 

Non temere le tempeste del mondo. Al termine dell’omelia alla Prairie del Santuario di Nostra Signora di Lourdes, il Papa si è rivolto nuovamente ai malati: “Siete davvero nel cuore della Chiesa, e il vostro ruolo è insostituibile”. 

“Non ripartirete da Lourdes come siete arrivati: ripartirete come missionari della speranza”, ha garantito Leone XIV: “È il miracolo di questo luogo: suscitare la gioia della speranza proprio nel cuore della prova e del dolore. La Vergine Maria risana i nostri sguardi e trasfigura i nostri cuori donando loro la pace”. “Siate, nei vostri paesi, nelle vostre diocesi e nelle vostre famiglie, testimoni attivi di questa forza e di questa tenerezza divine”, l’augurio finale: “Non temete le tempeste del mondo: la Santa Madre di Dio veglia sul vostro cammino, avvolge la Chiesa nel suo manto di tenerezza e, come radiosa Stella del mattino, guida i vostri passi per farvi nascere, nella gioia, alla vita stessa del suo Figlio Gesù”. Sir 27

 

 

 

 

 

 

112ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

 

Minori migranti, quasi 53 milioni in fuga nel mondo. Uno su cinque tra gli arrivi in Europa

Sono oltre 53 milioni i bambini nel mondo costretti alla fuga per guerre, violenze e disastri climatici, mentre più di 500 milioni vivono in aree di conflitto. In vista della 112ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Papa Leone XIV richiama la responsabilità di tutti nella tutela dei minori migranti, spesso vittime di sfruttamento, tratta e violenze lungo le rotte della migrazione. Cresce l’allarme per i rischi di abusi, sfruttamento e morte lungo le rotte verso l’Europa, con l’Italia prima porta d’ingresso dei minori migranti – di Patrizia Caiffa

Nel mondo sono quasi 53 milioni i bambini costretti alla fuga a causa di conflitti, violenze e disastri climatici. Di questi, circa 19,1 milioni sono rifugiati o richiedenti asilo all’estero, 29,4 milioni sono sfollati interni per via delle guerre e 4,4 milioni sono sfollati a causa di emergenze ambientali. A queste cifre si aggiungono almeno 37 milioni di minori migranti internazionali che si spostano spinti da povertà e miseria. In totale, oltre 500 milioni di bambini vivono oggi in zone di guerra, esposti al collasso dei servizi sanitari ed educativi e a gravi crisi nutrizionali.

L’appello di Papa Leone XIV. L’attenzione sui minori migranti è stata posta oggi da Leone XIV dopo l’udienza generale in Vaticano: in vista della 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebra la prossima domenica 27 settembre 2026 sul tema “Anche uno solo di questi bambini”, il Papa ha rivolto un appello “alla responsabilità di tutti: ognuno si senta coinvolto nella vita di questi ragazzi che vanno sempre tutelati e assistiti”, denunciando le “sofferenze indicibili, violenze, torture, sfruttamento e condizioni traumatiche” vissute dai giovanissimi “costretti ad abbandonare la propria terra” e spesso perdendo la vita lungo le rotte migratorie.

Violenze, abusi e diritti calpestati. Lungo i tragitti migratori, bambini e adolescenti migranti affrontano infatti abusi di ogni genere. Molti finiscono vittime di tratta, lavoro forzato, reclutamento in gruppi armati o detenzione arbitraria. Le ragazze e le bambine sono esposte a un alto rischio di violenze di genere e abusi sessuali. A ciò si sommano i pesanti traumi psicologici derivanti dalla perdita della scuola, dalla separazione dai familiari e dalla costante minaccia per la vita. Garantire protezione, cure e inclusione a questi minori è un dovere morale e giuridico improrogabile per la comunità internazionale.

L’Europa e le rotte della disperazione. L’Europa continua a rappresentare una delle mete principali per chi scappa da conflitti e povertà. Nel corso del 2025, sono giunti nel continente europeo oltre 155.100 tra rifugiati e migranti via mare, dei quali più di 35.300 erano minorenni. Nei primi mesi del 2026, gli arrivi complessivi hanno superato quota 37.200, con una proporzione costante di un minore ogni cinque persone. La rotta del Mediterraneo si conferma drammatica: dal 2015 a oggi oltre 33.600 persone vi hanno perso la vita, con un bilancio tragico lungo la via verso l’Italia dove si registra la morte di un bambino al giorno nell’arco di un decennio. Nei Paesi di primo approdo e lungo la rotta balcanica, le strutture di accoglienza risultano spesso sovraffollate, aumentando i rischi di emarginazione.

L’Italia: prima porta d’ingresso per i minori migranti. L’Italia si conferma il primo Paese d’arrivo per i minori rifugiati e migranti in Europa. Nel corso del 2025 sono sbarcate 66.300 persone, tra cui oltre 14.000 minori. La grande maggioranza – circa 12.000 – è giunta senza genitori o adulti di riferimento (Minori stranieri non accompagnati – Msna). Al 31 maggio 2026, nel sistema di accoglienza italiano si contavano oltre 14.300 minori soli. Per rispondere a queste fragilità, l’Unicef e il Ministero dell’Interno hanno promosso il programma Protect+ per rafforzare l’identificazione precoce e la presa in carico di oltre 45.000 persone vulnerabili. Sir 27

 

 

 

 

 

Leone XIV ricorda alla Francia le proprie radici, e invoca il principio della sana laicità

 

Il primo discorso di Leone XIV a corpo diplomatico e società civile è un appello alla Francia perché guardi alle sue radici. Di Andrea Gagliarducci

Parigi. Non c’è mai la parola eutanasia, nel discorso che Leone XIV tiene al corpo diplomatico e alla società civile di Francia, nel primo discorso del suo viaggio della “figlia primogenita” della Chiesa che ha approvato una legge che liberalizza la pratica della "dolce morte". Perché il tema, per il Papa, è ancora più grande. Ovvero, superare proprio l’idea di fare dell’essere umano qualcosa di cui ci si possa disfare – e infatti il Papa parla di “morti programmate”, e non è poco, e ribadisce la centralità del diritto alla vita - e farlo considerando il ruolo fondamentale della religione nella vita pubblica, attraverso quella giusta laicità che, dice Leone XIV, “non consiste quindi nell’escludere la religione dalla sfera pubblica o dall’istruzione, ma nell’impegnarsi affinché lo Stato e le istituzioni religiose dialoghino tra loro e uniscano le loro forze al servizio del bene comune, affinché il mondo abbia vita”.

Leone XIV ci ha abituato a discorsi densi, e questo non fa eccezione. L’arrivo a Parigi prevede tutto il normale iter istituzionale: l’incontro con il presidente francese Emmanuel Macron, che non sarà alla Messa – ma nemmeno i suoi predecessori Chirac e Sarkozy c’erano stati, la laicitè in Francia si nota anche da questi dettagli – ma che ha cercato di essere in tutti i modi co-protagonista di un viaggio che per il Papa è soprattutto pastorale; il passaggio all’Eliseo; e poi il consueto incontro con il corpo diplomatico, che precede quello che il Papa terrà nel pomeriggio all’UNESCO.

Nel suo discorso, tenuto in francese, il Papa si appella alla storia della Francia, e la declina per quello che è: la storia di una nazione dalle grandi radici cristiane, fatta di opere cristiane che sono ancora presenti e vive, da cui è partito un grande esempio per il mondo. Ci sono anche alcune puntualizzazioni. Come quando, alla fine del suo intervento, il Papa chiede ai francesi di non “rassegnarvi mai alla prospettiva di una guerra considerandola inevitabile”, ma anzi “a promuovere senza sosta il dialogo e la diplomazia”.

Il Papa comincia ricordando le sue origini familiari, che sono anche lontanamente normanne e bearnesi, e lodando la Francia e il suo “vasto patrimonio culturale e religioso”, notando come da secoli la Francia “risplende come un faro culturale, artistico e spirituale, non solo in Europa, ma anche nel mondo”, forte delle sue “scuole, cattedrali, università e accademie”, notando come  “l’illuminazione di menti francesi d’eccezione, che erano al tempo stesso grandi cattolici, sottolinea quanto le scienze, le arti, la letteratura e la filosofia possano contribuire al bene dell’umanità, quando sono orientate alla ricerca del bello, del bene e del vero, affinché il mondo abbia la vita”.

Leone XIV rimarca che l’eccellenza francese si nota in vari ambiti, e si è visto in particolare nel cantiere di Notre-Dame, per il quale ha ringraziato anche le istituzioni, notando come “la recente riapertura della cattedrale alla celebrazione del culto divino, così come ai visitatori di tutto il mondo, non è solo il coronamento di un’impresa tecnica, ma il simbolo di una speranza ritrovata, la prova che ciò che si credeva distrutto per sempre può rinascere grazie alla collaborazione di tutti, e la testimonianza di un’unità realizzata nello sforzo comune”.

Leone XIV però ricorda anche le “ricche radici cristiane” della Francia, che affonda le sue origini ai tempi di Ireneo e al Battesimo di Clodoveo, e che passa attraverso il Rinascimento, il Grand Siécle, fino all’Illuminismo, del quale il Papa ricorda la parte più cattolica, ovvero “il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, e in particolare la libertà religiosa”.

Anzi, il motto francese “libertà, uguaglianza e fraternità non sono semplici parole incise sui frontoni dei vostri edifici pubblici, ma rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione”, e non è un caso che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è stata non a caso nella città di Parigi, e il Papa lo ricorda, come ricorda che un “ruolo di primo piano” nella sua elaborazione è stato svolto dal giurista francese e Premio Nobel per la Pace René Cassin. È un modo, questo, di richiamare la Francia alle sue radici.

Leone XIV nota che “la questione del rispetto della dignità umana e dei diritti e delle libertà fondamentali che derivano dalla natura umana si pone in ogni epoca e deve accompagnare l’evoluzione della società e il progresso tecnico”.

Leone XIV guarda alla sua enciclica Magnifica Humanitas, la inquadra nella necessità di “riportare la persona umana al centro di ogni riflessione”, sottolinea che “è urgente formare le menti a un discernimento etico, capace di riconoscere ciò che è moralmente buono”, perché questo è fondamentale per “riconoscere il vero bene che fa crescere l’uomo secondo la sua vocazione primaria, nel rispetto incondizionato della sua libertà interiore e della sua sacra dignità”.

È un dialogo “tanto più urgente nel contesto della Francia odierna, dove persone di diverse appartenenze culturali e religiose sono chiamate a convivere per dare il proprio contributo alla costruzione della società”.

Ma la Francia, nota il Papa, “da secoli si distingue per l’attenzione alla diversità e per un forte desiderio di solidarietà”, e lo fa anche grazie all’opera di “uomini e donne rimasti fedeli alla loro umanità e ai valori del Vangelo,” che hanno sempre operato per i più bisognosi, come fece San Vincenzo de’ Paoli, le cui “testimonianze di attenzione e di servizio costituiscono una vera e propria scuola di umanità sulla grandezza della cura e un vibrante richiamo al valore unico e insostituibile di ogni essere umano”, e rappresentano anche “un invito alla rinnovata fraternità che richiede di imparare ad accogliere la vita senza condizioni, a sostenere la fragilità con tenerezza, ad accompagnare con rispetto e nella fiducia reciproca ogni tappa dell’esistenza, e a difendere con coraggio e compassione coloro che non hanno voce o che non si sentono sufficientemente sostenuti”.

Leone XIV sottolinea che oggi c’è “la tentazione di aspettarsi dalla scienza una soluzione e un conforto per tutte le nostre sofferenze”, ma si rischia di “cadere nell’illusione”, perché “quando la scienza e la tecnologia non sono guidate dalla coscienza, possono proporre soluzioni immediate che sembrano rispondere ai desideri e alle sofferenze degli uomini e delle donne, ma che in realtà possono allontanarli gravemente dal bene a cui aspirano profondamente”.

Il Papa nota “con preoccupazione le attuali derive delle società che rischiano di distorcere la scienza e la tecnologia trasformandole in imprese lucrative che favoriscono le manipolazioni genetiche, la maternità surrogata, l’acquisto di organi o l’offerta di una morte programmata” – e qui il riferimento all’eutanasia è forte e preciso.

Il Papa chiede di non dimenticare “che il rispetto reciproco e la tutela della vita di ogni persona umana sono una responsabilità di ciascuno e di tutti, che inizia con una conversione dell’intelletto e del cuore e richiede un impegno reale e disinteressato verso i nostri fratelli e le nostre sorelle”.

Ma questo impegno è anche “espressione della giusta laicità”, perché “il cristiano coinvolto nella vita pubblica, che agisce alla luce della propria coscienza illuminata dalla fede, non può essere considerato un proselitista o una minaccia all’unità della patria. Infatti, la vera laicità non esclude la dimensione religiosa, ma, al contrario, sa trarne vantaggio come risorsa educativa”.

Per questo, la scuola cattolica “occupa un posto di rilievo nel panorama educativo di un Paese come la Francia, e il Papa sottolinea che la giusta laicità non esclude la religione della vita publbica, ma piuttosto un dialogo, come accade nell’ambito dell’Istanza di dialogo tra la Santa Sede, la Chiesa cattolica in Francia e il Governo francese, poiché “l’instancabile opera della Chiesa cattolica, attraverso la ricchezza delle sue espressioni e istituzioni, è certamente preziosa e lodevole per il benessere dell’intera società”.

Ma questa cooperazione tra Stato e Chiesa si nota anche nella cooperazione tra Francia e Chiesa cattolica al servizio dei cristiani d’oriente, che si esprime in particolare in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre e L’Œuvre d’Orient, e che è “una testimonianza eloquente in cui cultura e fede si presentano come i pilastri che favoriscono l’armonia tra diversi popoli e religioni al servizio della pace e della mediazione tra gli uomini”.

Nota Leone XIV che “anche in questo ambito l’educazione costituisce una sfida particolarmente importante. Essa rimane infatti uno dei principali settori di cooperazione, trovando in particolare un’espressione concreta e feconda attraverso il Fondo per le scuole d’Oriente. A questo proposito, desidero esprimere la mia gratitudine a tutte le persone impegnate in questo progetto che, sin dalla sua fondazione nel 2021, ha permesso di fornire sostegno a oltre duecentosessanta istituti scolastici in Medio Oriente, tra cui sette Università in Libano e l’Università di Betlemme”.

Questo porta il Papa a guardare al Medio Oriente, dove si vive “il flagello della guerra” di fronte il quale non si deve essere indifferenti, poiché “la gravità di queste situazioni deve interpellarci e chiama ciascuno, là dove si trova, a una vera conversione del cuore e a un cambiamento di atteggiamento”.

Leone XIV sottolinea che “la pace non è un equilibrio di forze, ma si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia”, e per questo esorta “a non rassegnarvi mai alla prospettiva di una guerra considerandola ‘inevitabile’, ma a promuovere senza sosta il dialogo e la diplomazia, al

fine di preservare società pacifiche, rispettose della dignità e dei diritti della persona e dei popoli”.

Conclude il Papa: “Di fronte ai rumori di guerra e alle crisi multiformi che scuotono il nostro mondo, la Francia ha la vocazione di rimanere un instancabile artefice della pace e del multilateralismo, in particolare all’interno della nostra cara Europa”.

Ed esorta: “Possa la Francia, fedele ai propri valori, tracciare il solco di una pace disarmata e disarmante, e offrire con responsabilità il proprio insostituibile contributo a favore della pace. Che la vostra libertà cresca incessantemente nell’impegno per il bene comune; che la vostra fraternità abbracci l’intera umanità; e che l’uguaglianza a cui aspirate si fondi sempre sui fondamenti della giustizia e della carità, senza eliminare le differenze tra le persone, ma facendole fruttificare armoniosamente a beneficio di tutta la società”. Aci 25

 

 

 

 

 

Ottobre mariano. Il Rosario

 

«La monotonia non è un difetto del Rosario, è la sua struttura. Anche il respiro è monotono, eppure ci tiene in vita. Serve a consumare la fretta, a spegnere la pretesa di dire cose intelligenti e ci riporta al livello dei bambini. È l’unica preghiera che un teologo e un analfabeta possono recitare insieme senza che nessuno dei due si senta fuori posto». Questo il fulcro della riflessione di don Luigi Maria Epicoco, parroco di San Francesco di Paola a L’Aquila, che tiene esercizi spirituali in tutta Italia, sul numero in edicola di Maria con te, il settimanale mariano del Gruppo Editoriale San Paolo, su come vivere il mese di ottobre legato all’orazione mariana per eccellenza e in cui cade la festa della Madonna del Rosario. Proprio nei giorni in cui la Santa Sede ha annunciato che papa Leone XIV, il 1° ottobre, reciterà un Rosario speciale nella “replica” della grotta di Lourdes dei Giardini Vaticani con circa 1000 bambini delle parrocchie capitoline, il teologo, che dal prossimo numero della rivista firmerà la rubrica Vivere il Rosario, subentrando al servita fra Stefano Bordignon, offre alcuni preziosi consigli per ottimizzare il valore spirituale di dell’orazione mariana: «Il modo migliore per prepararsi è scegliere un luogo e un’ora, anche un lasso breve, e restare fedeli. Non serve moltiplicare le coroncine, ma custodirne una e, se possibile, recitarla con qualcuno: in famiglia, con un amico al telefono, con chi è solo. Chi lo prega per un nemico, lentamente, smette di odiarlo. È un’arma paradossale: non toglie la vita a nessuno, toglie a noi la voglia di farlo. Non è una preghiera alla Madonna, ma con la Madonna. Non guardiamo Cristo da soli, ma, come diceva la serva di Dio Natuzza Evolo, con gli occhi di sua Madre. Lei non trattiene mai nessuno presso di sé: rimanda sempre al Figlio, che, a sua volta, rimanda al fratello. Un Rosario che ci lascia indifferenti verso chi ci è accanto non è ancora preghiera: è un esercizio. Chi prega davvero finisce sempre per “sporcarsi le mani” con chi ha bisogno. E la carità è la prova che il mistero contemplato ci ha davvero toccati». S. Paolo press 25

 

 

 

 

Il 27 settembre la 112a Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

 

“Domenica prossima, 27 settembre, ricorre la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (GMMR)”. Lo ha ricordato ieri il Santo Padre, Leone XIV, al termine dell’Udienza generale, facendo risuonare il tema da lui scelto – “Anche uno solo di questi bambini” – per l’edizione di quest’anno, la 112a: «Il mio pensiero va ai migranti e ai rifugiati, specialmente ai minori costretti ad abbandonare la propria terra. I bambini e gli adolescenti sono i più vulnerabili; spesso vivono sofferenze indicibili: violenze, torture, sfruttamento, condizioni traumatiche e non di rado perdono la vita lungo le rotte migratorie. Faccio un appello alla responsabilità di tutti: ognuno si senta coinvolto nella vita di questi ragazzi, che vanno sempre tutelati e assistiti».

Se sono numerose le iniziative organizzate dalle diocesi, grazie agli Uffici Migrantes, per celebrare a livello locale la GMMR – se ne può trovare una selezione nel notiziario digitale migrantesonline.it – la Chiesa italiana si ritroverà idealmente riunita a Siena, nella S. Messa che sarà celebrata il 27 settembre 2026 alle ore 11.00 nella Basilica di San Bernardino all’Osservanza.

La celebrazione sarà presieduta dall’arcivescovo di Siena-Colle Val D’Elsa-Montalcino e vescovo di Montepulciano-Chiusi-Pienza, il card. Augusto Paolo Lojudice, presidente della Conferenza episcopale toscana. Concelebrerà anche mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes. Annunciata anche la presenza di esponenti delle istituzioni, dell’Università e del mondo produttivo. La Toscana è, infatti – come avviene ogni anno, a rotazione – la Regione ecclesiastica individuata dalla Chiesa italiana per seguire e accompagnare con particolare attenzione la Giornata.

La Fondazione Migrantes ha predisposto, come di consueto per l’occasione, il manifesto (in coda a questa nota: il disegno è di Federica Morselli); e una serie di storie e materiali di approfondimento raccolti in un numero speciale del mensile Migranti Press, aperto dall’editoriale del presidente della Fondazione Migrantes, S.E. mons. Corrado Lorefice.

«In un mondo che costruisce muri – ha dichiarato mons. Felicolo –, noi scegliamo le strade; in un tempo che separa, noi scegliamo di incontrarci; in una società che teme il futuro, noi scegliamo la speranza. Tutto converge in un’unica chiamata: custodire la mobilità umana come luogo teologico, sociale e politico dove si rivela la verità dell’umano». Migr. 24

 

 

 

 

L’intervento di mons. Felicolo al Convegno nazionale delle Missioni cattoliche italiane in Germania

 

Si è aperto questa mattina a Napoli il Convegno nazionale delle Missioni cattoliche italiane in Germania, promosso dalla Delegazione nazionale delle Missioni cattoliche italiane in Germania, in programma dal 21 al 25 settembre 2026 nel capoluogo campano sul tema “Oltre le frontiere. Essere Chiesa ovunque tu vada”.

Ad aprire i lavori, mons. Pierpaolo Felicolo, direttore della Fondazione Migrantes, e Antonio Bonifacio, direttore regionale della Fondazione Migrantes per la Conferenza episcopale campana. A seguire, c’è stata la relazione annuale di don Gregorio Milone, delegato nazionale delle Missioni cattoliche italiane in Germania.

“Come Fondazione Migrantes – ha detto mons. Felicolo -, la Chiesa Italiana ci ha affidato un compito importante: osservare e approfondire i fenomeni migratori, rimanere attenti a ciò che accade, per essere sempre pronti a camminare accanto ai migranti. Seguiamo gli italiani che partono da ciascuna diocesi del nostro Paese fino ai luoghi in cui decidono di risiedere, sia in Europa che oltreoceano”.

Appunto, “Oltre le frontiere” come recita il titolo del Convegno, che il direttore generale della Fondazione Migrantes ha declinato così: “Dobbiamo essere spinti dall’obiettivo di costruire una cultura della fraternità e della solidarietà, che ci aiuta a superare stereotipi e pregiudizi, oggi ancora presenti quando parliamo di migrazione. Da qui quell’oltre richiamato dal titolo, oltre le frontiere, oltre le divisioni e le identità. Probabilmente, anche, oltre noi stessi e le nostre strutture, lasciandoci trasformare dalla migrazione e dalle differenze senza mai perdere di dignità”.

Infine, una menzione anche del Messaggio di papa Leone XIV per la imminente Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (27 settembre 2026). Il Pontefice nel testo fa riferimento a una “responsabilità umanitaria e spirituale condivisa” in ragione della quale “le comunità di fede sono chiamate a costruire spazi in cui ogni ragazza e ogni ragazzo siano rispettati e valorizzati nelle rispettive identità culturali”. Così ha commentato mons. Felicolo: “Non solo le persone migranti perché protagonisti di progetto migratorio, ma anche chi deriva da progetti migratori, chi ha una storia migratoria alle spalle e sta ancora costruendosi il suo angolo felice nel mondo. In una epoca in cui la cifra migratoria contraddistingue il tempo storico da noi tutti vissuto, nessuno è escluso dal richiamo a questa responsabilità umanitaria e spirituale. Migr. 22

 

 

 

 

Leone XIV in Francia. Mons. Ulrich (Parigi): “Con il Papa una Chiesa in ascolto, capace di accogliere il nuovo”

 

Alla vigilia della visita di Papa Leone in Francia, l’arcivescovo di Parigi racconta una Chiesa attraversata da giovani cercatori di senso, ferite e nuove attese – di M. Chiara Biagioni

(da Parigi) “La visita del Papa chiede a tutti di metterci in suo ascolto. Ma anche il Papa viene per ascoltare e conoscere questa Chiesa che è in Francia”. Sarà dunque un viaggio caratterizzato da grandi eventi con grandi numeri ma segnato anche da incontri più discreti e di ascolto reciproco come quello a Parigi all’Istituto cattolico di Parigi con i membri dell’assemblea sinodale provinciale e alla Maison Bakhita, con le associazioni che si occupano sul territorio di vulnerabilità e migrazione. Alla vigilia della partenza di Papa Leone, è mons. Laurent Ulrich a raccontare al Sir la Chiesa e il Paese che il Santo Padre troverà. L’arcivescovo parte proprio da questo “movimento” di persone, per la maggioranza giovani adulti sotto i 40 anni, che chiedono di battezzarsi. Un numero mai visto prima, in un Paese fortemente secolarizzato, segnato dagli scandali degli abusi sessuali, che gli stessi vescovi davano ormai in via di “sparizione”. E invece quest’anno la Francia ha registrato a Pasqua più di 20.000 battesimi di adulti e adolescenti, con un aumento del 20% rispetto all’anno precedente (2025) che già aveva fatto segnare il record del numero più alto di battesimi di adulti a Pasqua negli ultimi due decenni. La maggior parte dei convertiti sono giovani adulti tra i 18 e i 25 anni, seguiti da vicino dalla fascia tra i 26 e i 40 anni.

Eccellenza, partiamo da qui. Lei personalmente come si spiega questo movimento?

C’è una generazione di giovani sotto i 40 anni che sente di non aver ricevuto molto, dal punto di vista spirituale, dalla generazione precedente, quella dei propri genitori. Non voglio dire che i genitori della generazione precedente non abbiano trasmesso nulla. Ma, sembra che fossimo concentrati più sul benessere e su tutto ciò che vi ruota intorno, e meno sulla costruzione di una struttura interiore capace di aiutarci ad affrontare le sfide della vita. E’ ciò che sta facendo Papa Leone, così come aveva fatto, in modo diverso e con un temperamento diverso, Papa Francesco. Oggi questi giovani, parlo della generazione sotto i 40 anni, desiderano una vita spirituale che li aiuti a vivere concretamente a vivere i propri impegni: al servizio degli altri, della nazione, della pace, dell’educazione e di tutte quelle che sono le grandi questioni della vita. La cosa interessante è che non si tratta semplicemente di una generazione, diciamo, di persone ‘pie’.

È una generazione che desidera avere una fede strutturata, capace di sostenere i propri impegni e le proprie scelte di vita. Sono cercatori di senso e desiderosi di agire.

Quali sono le sue aspettative rispetto a questa novità che si è manifesta nella vostra Chiesa?

La questione è: come può la Chiesa accogliere queste persone? E come può la Chiesa lasciarsi trasformare dal loro arrivo? Perché inevitabilmente questo movimento cambierà la Chiesa. Ma come? E quanto siamo disposti noi a accogliere il nuovo che entra? Ne parleremo con il Papa sabato mattina all’Istituto Cattolico di Parigi, davanti all’assemblea incaricata di riflettere su questa questione.

Che Paese troverà il Papa?

Troverà un Paese che, diciamo, sta attraversando una fase di difficoltà e fatica a delineare un progetto per il futuro.

Un Paese che ha reagito con vigore ma che è stato profondamente segnato dalla crisi sanitaria del Covid nel 2020 e nel 2021. Da una parte, c’è stata una forte capacità di reazione da parte dello Stato e, più in generale, della collettività, che si è mobilitata per prendersi cura gli uni degli altri, aiutarsi e sostenersi a vicenda. Ma la pandemia ha messo il Paese in una situazione economica difficile, dalla quale sentiamo di non esserci ancora ripresi del tutto. E questo, credo, sia molto preoccupante. È probabile che, per molte persone, sia stato anche il punto di partenza di una ricerca.

Il Paese sta vivendo anche un periodo politico estremamente caldo in vista delle elezioni presidenziali il prossimo anno. Cosa ci si aspetta dal Papa?

Il Papa non viene per risolvere o curare un clima pre-elettorale. Il Papa non si presenta come un politico e non arriva con un programma politico. Si presenta piuttosto con quelle che lui definisce ‘parole disarmanti’: parole cioè capaci di ristabilire la comprensione all’interno di un popolo e un certo senso di unità. Credo che in un momento come questo, i diversi partiti e i possibili candidati abbiano soprattutto bisogno dal Papa di parole che aiutino la riconciliazione, piuttosto che di parole che potrebbero ferire ulteriormente l’unità nazionale. Quindi possiamo aspettarci che pronunci parole rassicuranti, capaci di ispirare il desiderio di vivere insieme e di costruire un Paese unito. Ma non credo che si possa dire molto di più. Del resto, spetta al Papa dire quello che deve dire.

E poi ci sono stati gli abusi sessuali che hanno causato dolore, delusione, perdita di fiducia. Pensa che questa visita del Papa possa contribuire a sanare queste ferite?

Il Papa incontrerà alcune vittime e, attraverso questo incontro, vuole semplicemente mostrare il normale atteggiamento di un pastore che incontra e ascolta la gente.

Non cercherà di fare scalpore, né di dare l’impressione che tutto questo possa essere risolto con un semplice incontro.

Conosce e ha letto i dossier. Non è estraneo a questa realtà. Ha familiarità con tutti i rapporti che sono stati pubblicati e con tutto ciò che ne è seguito. Per questo, non è venuto per dimostrare qualcosa a proposito delle organizzazioni e delle misure che la Chiesa in Francia ha messo in atto, in particolare dopo il famoso rapporto CIASE del 2021. Non è questo ciò che vuole dimostrare. Egli intende dire che la Chiesa è pronta a mettersi di nuovo in ascolto e ad accompagnare le persone con grande vicinanza, amicizia e rispetto, mantenendo al tempo stesso la giusta distanza. Ciò che il Papa ritiene essenziale è permettere a coloro che sono stati feriti di sentirsi ascoltati e accompagnati. Ed è proprio questo ciò che siamo chiamati a fare. Quindi il Papa dice, in sostanza: «Ciò che voglio dimostrare è che vi ascolto e che non posso dimenticare né ignorare la vostra sofferenza». E questo è il segno più importante che posso darvi.

Quali sono le sue attese?

Ho molte attese anche per l’incontro di preghiera a Notre-Dame. Il Papa viene a Notre-Dame non per visitarla da turista, ma per vivere Notre-Dame come luogo di preghiera e di pellegrinaggio. Poi la veglia con i giovani allo Stade de France e la visita alla Maison Bakhita, per mostrare la sua personale vicinanza alle persone migranti e rifugiate, alle persone con disabilità, alle persone senza dimora, spesso segnate da esperienze legate alla prostituzione, al consumo e al traffico di stupefacenti. C’è, quindi, anche un modo concreto di essere cristiani, presenti e vicini a queste persone e a questi impegni. Sono questi gli argomenti sui quali ci si aspetta che intervenga e sui quali anch’io mi aspetto che parli. E sono felice che tutto questo avvenga qui, a Parigi. Sir 24

 

 

 

 

Leone XIV: progresso scientifico deve essere "accompagnato da una corrispondente crescita della responsabilità"

 

Oggi, l'udienza ai membri della Pontificia Accademia delle scienze nella Sala Clementina - Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano. Un tema quanto mai “attuale” - così la definisce papa Leone XIV - quella del futuro della scienza in un mondo in cambiamento: questa è la linea guida del discorso del pontefice ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze ricevuti in udienza nel Palazzo apostolico in occasione della Sessione Plenaria sul tema “Il futuro della scienza in un mondo che cambia”. E nel discorso, in lingua inglese, il pontefice non poteva che far riferimento alla Magnifica Humanitas, papa Leone XIV che pone l'attenzione ai nuovi strumenti della scienza che “ci danno motivo di sperare in un futuro migliore per l'umanità”.  

Ma il pontefice mette in guardia sempre dai rischi che li accompagnano: "L'intelligenza artificiale può essere utilizzata per la sorveglianza, la manipolazione e la discriminazione. Sofisticate capacità informatiche e armi autonome possono, se sviluppate o impiegate senza adeguata tutele e senza la supervisione umana, introdurre nuovi pericoli per la sicurezza e la pace internazionale" precisa il pontefice. Premesso ciò - continua il papa - nel sottolineare "che il progresso tecnologico non è mai una questione meramente tecnica. Ogni tecnologia riflette, in modo esplicito o implicito, una particolare concezione della persona umana, della società e del futuro che desideriamo costruire" così il pontefice all'uditorio di stamane. 

Il pontefice parla chiaro: "L'avanzamento scientifico e tecnologico deve quindi essere accompagnato da una corrispondente crescita della responsabilità. Più grande è il nostro potere di trasformare il mondo, maggiore deve essere la nostra capacità di discernere ciò che serve davvero alla dignità umana donata da Dio, di governare con saggezza e di prenderci cura di coloro che potrebbero subire le conseguenze più gravi delle nostre scelte". 

Nelle parole del pontefice c'è spazio anche al cambiamento climatico: e noi, oggi, siamo testimoni “di onde di calore, siccità, inondazioni, tempeste, incendi boschivi e altri disastri naturali con frequenza e intensità crescenti”. Sono problematiche - che secondo il papa - “colpiscono più duramente i poveri, le comunità con meno risorse per adattamenti e coloro i cui mezzi di sussistenza dipendono direttamente dalla terra, dalle foreste e dagli oceani”. A queste problematiche "non possiamo rispondere a queste sfide soltanto dopo che il disastro si è già verificato. Dobbiamo passare dalla risposta all'emergenza alla prevenzione, dalla fragilità alla preparazione, e da misure a breve termine a una visione saggia e di ampio respiro per l'umanità". 

La cooperazione tra le diverse discipline viene definita “indispensabile” da parte di papa Leone XIV perché “la resilienza climatica - propone papa Leone XIV - richiede la collaborazione di scienziati, ingegneri, economisti, medici e studiosi delle scienze sociali, insieme alle comunità locali e ai decisori politici”. Sono questi i motivi per cui papa Leone XIV ha accolto - così continua - "con favore la serie di Summit sulla resilienza climatica che la vostra Accademia ha promosso negli ultimi due anni, insieme alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ea partner scientifici provenienti da molte parti del mondo. È incoraggiante che questi incontri riuniscano non solo scienziati, ma anche giovani, autorità pubbliche, rappresentanti della società civile e membri di diverse tradizioni religiose". Aci 24

 

 

 

 

Il Papa: “Il progresso tecnico e scientifico dev’essere animato dalla carità”

 

La catechesi di oggi, in Piazza San Pietro - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. In Piazza San Pietro, il Papa, continuando il ciclo di catechesi su “I Documenti del Concilio Vaticano II”, incentra la meditazione di oggi sul “senso dell'attività umana nell'universo” riflettendo sulla Costituzione pastorale Gaudium et spes. “Continuando il nostro percorso sulla Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Ecumenico Vaticano II, giungiamo al terzo capitolo della prima parte, che ha un titolo attraente: «L’attività umana nell’universo». La domanda di fondo è questa: qual è il valore dell’attività umana nel mondo e quindi del progresso tecnico, sociale, scientifico? Possiamo ricordare che, meno di quattro anni dopo la chiusura del Concilio, nella notte fra il 20 e il 21 luglio del 1969, l’uomo avrebbe messo piede per la prima volta sulla Luna”, dice subito il Papa introducendo la catechesi di oggi ai fedeli riuniti per questa Udienza Generale.

“Creato a immagine e somiglianza di Dio, l’essere umano è soggetto di progresso. Con la libertà e l’intelligenza egli aumenta le proprie conoscenze, facendo così progredire l’intera società. Lo vediamo facilmente considerando i miglioramenti nelle condizioni di vita nel succedersi delle generazioni. Per questo, alcuni pensatori hanno presentato il progresso tecnico-scientifico come qualcosa che indebolisce il rapporto con Dio, fino a farlo sembrare superfluo, o addirittura come antagonista rispetto alla fede cristiana”, mette in guardia il Papa.

“E questa lettura ha provocato un cambiamento di sguardo sul mondo da parte dell’uomo contemporaneo, rispetto alle epoche precedenti. Un tale pregiudizio si afferma soprattutto in quella parte della cultura occidentale che ha perso il suo riferimento alla Rivelazione cristiana. Negli umanesimi post-cristiani l’essere umano e Dio vengono erroneamente presentati come rivali: per affermare le sue conoscenze, la sua libertà e il suo progresso, l’uomo dovrebbe emanciparsi da Dio”, continua il Papa nella sua catechesi.

Ma per il Pontefice “l’umanità – e con essa il lavoro, il progresso e l’autonomia delle realtà create – non viene assorbita o annullata dall’incontro con Dio, bensì assunta nella sua interezza, continuando ad essere, in Cristo, libera e operosa: infatti, è in Lui che essa trova piena verità e libertà. Inoltre, nella celebrazione eucaristica, il frutto del lavoro umano, rappresentato dal pane e dal vino, viene posto ogni giorno sull’altare, per essere trasformato nel Corpo e nel Sangue di Cristo”.

“I cristiani sono coinvolti come tutti nell’edificazione della città degli uomini, puntando al fine di tutte le cose e all’incontro con Dio, e ricordando questo fine ultimo a coloro con cui condividono l’avventura del progresso, della scienza e della vita. Infine, ricordiamo che per diventare autentico progresso umano – cioè di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – il progresso tecnico e scientifico dev’essere animato e orientato dalla carità. Solo così potrà essere posto sempre a difesa della dignità dell’uomo e promuovere le condizioni di vita di tutti, specialmente dei più svantaggiati”, conclude infine il Papa. Aci 23

 

 

 

 

San Francesco: una festa importante ad Assisi, nell’ottavo centenario della morte

 

Una conferenza stampa a Roma ha presentato le iniziative di quest’anno speciale

Assisi. Una conferenza stampa a Roma ha presentato le iniziative di quest’anno per la Festa di San Francesco d’Assisi il prossimpo 3-4 ottobre. Quest’anno la festa assume un valore ancora più speciale, nell’ottavo centenario della sua morte.

Innovando la tradizione infatti, per il pellegrinaggio sul luogo del Transito e il gesto dell’offerta dell’olio presso la Tomba di San Francesco non è stata coinvolta una singola Regione, non solo l’Italia ma - almeno idealmente - tutto il mondo.

A caratterizzare questa particolare edizione, infatti, sarà la presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella  per la celebrazione eucaristica e l’accensione della “Lampada Votiva dei Comuni d’Italia”, che - per la prima volta - vedrà come protagonista la Città di Assisi, nella persona del suo sindaco, Valter Stoppini, in rappresentanza di tutto il popolo italiano. Il Presidente Mattarella, dopo la celebrazione, rivolgerà un messaggio al Paese dalla Loggia del Sacro Convento di San Francesco in Assisi.

Gli appuntamenti del programma e il significato delle giornate della celebrazione nazionale del 3 (memoria del Transito del Santo e celebrazione dei Vespri presso la Basilica papale di santa Maria degli Angeli in Porziuncola) e del 4 ottobre sono stati illustrati nel dettaglio in una conferenza stampa, che si è svolta oggi a Roma, nella sala Marconi di Palazzo Pio.

“Concludere insieme il cammino dei centenari francescani è un'occasione preziosa per tornare all'essenziale: la fraternità che San Francesco ha vissuto e indicato a tutti, senza confini né esclusioni. In un tempo segnato da conflitti che sembrano non trovare via d'uscita, il suo esempio ci ricorda che la pace non è un'utopia, ma un cammino concreto che si costruisce giorno per giorno, a partire dagli ultimi e dai più fragili. Rinnovando il rito dell’accensione della lampada con l’offerta dell’olio, intendiamo assumere un impegno concreto: tenere accese la luce della pace, costruita ogni giorno con pazienza, dialogo e giustizia. A san Francesco affidiamo l'Italia, l'Europa e un mondo che ha ancora troppa paura di deporre le armi: la sua intercessione susciti conversione dei cuori e coraggio delle scelte”, ha sottolineato il cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI.

“Le celebrazioni del 3-4 ottobre consentiranno, ancora una volta, di riproporre all’attenzione generale la figura di san Francesco d’Assisi inerme araldo di pace: una figura che tanto ha ancora da dire a un mondo in cui spirano invece venti di guerra, quando molti sembrano desiderosi di mostrare i muscoli, quasi a voler veicolare il concetto che non con la forza del diritto debbano dirimersi le questioni, ma con il diritto della forza”, ha evidenziato monsignor Felice Accrocca, Vescovo di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno.

“Celebrare la festa di san Francesco in questo anniversario è certamente una bellissima opportunità, ma - probabilmente - anche un grande dovere: è necessario ri-cordare, cioè riportare al centro del cuore degli uomini e delle donne di oggi che la pace, la fraternità, la gioia, la condivisione non sono dei miraggi, non sono delle utopie. Al contrario sono proprio delle opportunità concrete. E Cristo - cioè l’Amore che ci raggiunge e che condividiamo - è la via. Francesco d’Assisi ce lo mostra, ce lo ri-corda e ci invita a camminare con e come lui su questo medesimo sentiero”, ha aggiunto fr. Marco Moroni, Custode del Sacro Convento di San Francesco in Assisi.

“Nell’ottavo centenario della morte di san Francesco, la Porziuncola vuole essere ancor di più un luogo da cui far giungere un messaggio di incontro e di speranza. Qui Francesco volle concludere la sua vita terrena, lasciando ai suoi fratelli una grande eredità di fraternità e di riconciliazione. Accogliere quest’anno pellegrini, autorità e rappresentanti provenienti da tutta Italia significa per noi rinnovare la vocazione della Porziuncola a essere casa aperta a tutti, luogo di perdono e di pace”, ha dichiarato fr. Saul Tambini, Custode del Convento della Porziuncola in Santa Maria degli Angeli.

Sabato 3 ottobre

Santa Maria degli Angeli - Convento della Porziuncola - Refettorietto:  Ore 09:30 - Premio Frate Jacopa 2026. Basilica di Santa Maria degli Angeli Ore 10.30: Offerta dei Fiori Ore 11:00 - Solenne Celebrazione Eucaristica

Assisi - Santuario della Spogliazione. Ore 15: Ricordo degli ultimi momenti di vita di san Francesco prima della sua discesa alla Porziuncola.

Santa Maria degli Angeli Ore 15:30: La città di Assisi e la regione Umbria incontrano i presidenti di Regione e i sindaci dei comuni capoluogo delle Regioni. Piazza Garibaldi, Ore 16:30: Storico corteo civile con i gonfaloni, Ore 17:00 - Accoglienza delle autorità. Basilica Ore 17.30: Solenne commemorazione “Nel Transito di san Francesco". Sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli. Ore 20:30: In Cammino con san Francesco: pellegrinaggio notturno con soste presso il Santuario di San Damiano, la Basilica di Santa Chiara, la Piazza del Comune, per concludersi nella Basilica di San Francesco. Prenotazione obbligatoria e gratuita al seguente link: https://book.sanfrancescovive.org/it/wl/d4b5b7/5b2882/?UkHdf=3 ottobre

Assisi - Piazza del Comune. Ore 20.30; Festa in Piazza

Domenica 4 Ottobre

Assisi - Palazzo Comunale. Ore 08:15: Incontro tra le autorità e la Municipalità di Assisi. Piazza del Comune Ore 08:50: Storico corteo civile con i gonfaloni. Basilica di San Francesco – Sagrato. Ore 09:15: Accoglienza. Chiesa superiore Ore 09:45: Celebrazione eucaristica (Diretta Rai). Loggia del Sacro Convento Ore 11:20: Messaggi della Famiglia Francescana e del Presidente Mattarella Basilica di San Francesco Ore 16.00: Vespri pontificali, processione, benedizione all'Italia e al mondo. Aci 23

 

 

 

 

Ecologia integrale. Al via il corso nazionale per comunità e parrocchie

 

La sesta edizione, promossa da Caritas Italiana, Focsiv e Fondazione Lanza, si svolgerà online dal 5 ottobre al 14 dicembre. Il corso si è aperto ieri, 21 settembre, con un evento pubblico sull’ecologia integrale nell’era dell’intelligenza artificiale. Iscrizioni entro il 5 ottobre.

L’ecologia integrale come stile di vita, coerenza nella fede, impegno civile. L’appello lanciato da papa Francesco con la Laudato Sì’ ha messo radici. E da anni è diventato un percorso offerto a operatori pastorali, associazioni, movimenti, singoli cittadini. Il “Corso nazionale di Formazione per comunità e parrocchie verso l’ecologia integrale” – giunto alla VI edizione e promosso da Caritas italiana, Focsiv e Fondazione Lanza – prende il via il 5 ottobre prossimo e si articolerà in sei lezioni online, fino al 14 dicembre 2026, tutti i lunedì dalle 17.30 alle 19.30. Tre i temi in programma: ecologia economica, ecologia sociale ed ecologia naturale.

Il primo ambito parte dalla necessità di superare il paradigma della “crescita economica illimitata”, ripensando cioè il significato del modello economico che finora ha prodotto esclusione, disuguaglianze e consumo del capitale naturale: un approccio non al servizio dello sviluppo, ma spesso solo del profitto. L’ecologia integrale invece propone un’economia che serva le persone e il bene comune, ponendo limiti nella gestione del Creato.

Il secondo ambito insiste su una delle conseguenze più drammatiche della crisi climatica: l’aumento delle migrazioni causate da eventi estremi, desertificazione, degrado degli ecosistemi. Gli sfollati climatici ci ricordano che la crisi ecologica ha un volto umano, che c’è un legame tra degrado ambientale e disuguaglianze sociali.

Il terzo ambito, infine, è pensato per i territori dove gli effetti della crisi diventano esperienza concreta, ma anche spazio di cambiamento con politiche per la natura capaci di integrare adattamento climatico, tutela degli ecosistemi, pianificazione territoriale e rigenerazione urbana. Rafforzando la resilienza delle comunità, a partire dai più deboli.

Leone XIV con la Magnifica Humanitas ha raccolto il testimone di Papa Francesco. E il corso è partito proprio da qui, con l’evento inaugurale online aperto al pubblico, svoltosi ieri 21 settembre, dal titolo: “Ecologia integrale nell’era dell’Intelligenza Artificiale: il contributo dell’Enciclica Magnifica Humanitas”. Dal 5 ottobre, il via alle lezioni per gli iscritti. Il 25 gennaio 2027 infine l’evento speciale “Dalle Cop a Santa Marta: quali prospettive per i negoziati sulla crisi climatica”. Con la Conferenza di Santa Marta, promossa in Colombia ad aprile da un gruppo di Paesi del Nord e del Sud insieme a scienziati e società civile, è stato avviata un’alternativa più proattiva ed efficiente rispetto alla tradizionale Conferenze delle parti promosse dall’Onu. Per iscriversi basta compilare entro il 5 ottobre prossimo il forum disponibile sui siti di Caritas Italiana, Focsiv o Fondazione Lanza, o direttamente a questo link. È richiesta una quota di adesione di 35 euro. Tra i media partner Avvenire fornirà l’accesso gratuito al giornale on line per tutto il periodo del corso. Agli iscritti verranno forniti registrazioni, slide e documenti e un attestato di partecipazione. Luca Liverani, Sir 22

 

 

 

 

Julini (Pax Christi): “La pace bisogna tirarla fuori da dentro di noi”

 

Norberto Julini, già coordinatore nazionale del movimento cattolico sorto nel secondo dopoguerra, rilegge per il Sir la fase storica attuale, segnata da conflitti e violenza. Con una riflessione spirituale torna all’essenziale del messaggio evangelico; richiama il magistero papale; segnala la voce dei “profeti di pace” e ricorda il dovere di ciascuno verso la costruzione di una pace vera e duratura – di Gianni Borsa

La guerra, anzi le guerre che funestano il mondo, si moltiplicano. Un numero crescente di Paesi e di popoli ne paga un prezzo elevatissimo. È possibile immaginare, in un futuro prossimo, un mondo finalmente in pace? Ne parliamo con Norberto Julini, che è stato coordinatore del movimento Pax Christi Italia dal 2021 al 2025.

“Vorrei provare a rispondere ricordando Edgar Morin – afferma Julini –, autorevole filosofo e sociologo che ha attraversato da testimone gran parte del secolo scorso per congedarsi da noi lo scorso mese di maggio a 104 anni. “La posta in gioco della storia, oggi come oggi, è la più alta di sempre: nientemeno che i destini dell’umanità come tale. Occorre prenderne coscienza. Altro che ‘non esistono più le grandi cause’ e altri stanchi ritornelli! È mai esistita una causa più essenziale, più vitale, più pura e più bella?”. E, dunque, una causa non solo possibile, ma necessaria. Uno dei più solenni e profetici segni del pontificato di Papa Francesco, quasi un sigillo, fu l’indizione del Giubileo 2025 con la bolla “La speranza non delude”: a quella virtù teologale posta da Dio nel nostro cuore di “templi dello Spirito Santo” quali siamo, dobbiamo fare riferimento per il nostro pensare ed agire: virtù teologale che sostiene la vita e permette di non cadere nella paura. Quale altro pensiamo che sia il peccato “imperdonabile” secondo Gesù se non la perdita della speranza e dunque del senso della vita stessa? Per questo siamo stati chiamati ad essere “pellegrini di speranza”, ben oltre la chiusura dell’anno giubilare.

La speranza può dunque trasformare il mondo?

La speranza è la risposta che noi diamo a un invito che ci arriva dal futuro. Dove il futuro è vita vera. Lo accolgo oggi quando passo dall’irresponsabilità alla responsabilità, dalla guerra alla nonviolenza, dal respingimento all’accoglienza e alla cittadinanza. Il martire della fede Dietrich Bonhoeffer in “Resistenza e resa” scriveva: “Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio, sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono nella rassegnazione o in una pia fuga dal mondo alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future. Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore”. Quale lavoro se non a partire da noi stessi e da quell’altra divina virtù che è la carità: essa è relazione, la grande malata di questi tempi di individualismo consumistico e che ci consuma. Considero per questo la nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” del dicembre scorso un documento che è bussola per il nostro cammino. Educare alla pace è una buona notizia perché dice che la pace ce l’hai già dentro, devi imparare a “tirarla fuori” per metterla a servizio tuo e degli altri. La mia non è una risposta di tecnica politica, ma è una proposta di conversione personale che si fa testimonianza quotidiana di agire politico.

Pax Christi non cessa di diffondere i suoi messaggi di pace. Quali speranze possiamo nutrire davvero?

Nutrire speranze non deve fermarsi ovviamente a tensione puramente spirituale, ma deve farsi capacità di “organizzare la speranza”. Pax Christi è un movimento internazionale per la pace che si è costituito al termine dell’immane tragedia europea e mondiale, assegnandosi come missione di Pregare, Studiare ed Agire. È abbastanza curioso che un movimento si prefigga di studiare, eppure le madri ed i padri fondatori, donne di fede e vescovi francesi e tedeschi, intravidero fin d’allora che occorre conoscere per agire e che “la realtà è più importante dell’idea” (EG, 231) e bisogna fare i conti con i dati, la loro analisi, la lettura dei “segni dei tempi”. Pax Christi sta lavorando intensamente sul tema della nonviolenza. Un istituto internazionale ad hoc è stato costituito a Roma, l’Istituto cattolico per la nonviolenza. Abbiamo pubblicato “La nonviolenza di Gesù. Operare la pace secondo i vangeli” (Zikkaron 2023). E “Poteri e nonviolenza – Organizzare la speranza” (Nerbini, 2026). Questo testo è stato pensato quale laboratorio di idee e di pratiche, e si connota per essere un work in progress aperto da usare quale strumento per dibattiti e lavori di gruppo nelle scuole, nelle parrocchie, in gruppi di amici in modo tale che la riflessione continui e sia generativa di impegno condiviso.

Ci sono segnali positivi su pace e non violenza?

Vi è la constatazione che è in crescita, specie nell’ultima generazione dei più giovani, una tendenza al cambiamento di cui si osservano segni incoraggianti. Le straordinarie mobilitazioni dal basso, specie sul tema del conflitto israelo-palestinese, ne sono la prova. C’è voluta la tragedia del genocidio in corso in quella terra che noi chiamiamo santa per risvegliare le nostre coscienze: laggiù sta accadendo qualcosa di tale gravità da indurci a pensare che se consentiamo che ciò accada senza un sussulto di sdegno e un impulso al coraggio di denunciare e di agire per fermare uno scempio di umanità che compromette quel giuramento di un “mai più” la guerra, la sopraffazione, la violazione di ogni diritto umanitario, ci esponiamo a un rischio di caos dal quale nessuno uscirà indenne, ben al di là dei confini di quel piccolo territorio in cui la tragedia si compie.

Una voce chiara e determinata sul versante della pace è quella di Papa Leone, così come lo era quella del suo predecessore, Papa Francesco. Sono parole che possono toccare i cuori dei leader del mondo?

Considero Papa Leone un degno successore di Papa Francesco e penso che sia stato da lui prescelto per garantire la continuità del suo magistero. L’enciclica “Magnifica Humanitas” è da leggersi come ulteriore ed aggiornato sviluppo delle precedenti “Laudato si’” e “Fratelli tutti”. E tutte queste encicliche mi pare traggano spunti dalle quattro “pietre angolari” della “Pacem in Terris”: Verità, Giustizia, Libertà e Carità, su cui costruire una casa comune sulla roccia del Vangelo. Mi chiede se sia possibile che queste parole profetiche tocchino i cuori dei leader: dico che è necessario che ciò avvenga e se non saranno i calcoli delle reciproche convenienze di sovranità in competizione per garantirsi le residue risorse di un pianeta in accelerata consumazione, saranno le dure repliche della storia ad indurli a prenderne atto e a farsi ascolto per conseguenti decisioni. Ma non dobbiamo lasciarli soli rinchiudendoci nell’indifferenza e nel senso d’impotenza: vi è invece necessità di riscoprire la potenza della rivolta sdegnata dei popoli che soffrono e aspirano alla convivenza pacifica. Un principio che sta nei nostri cuori e non un fine che ci sta dinanzi.

Ognuno – si dice spesso – può avere un ruolo nella costruzione di una “pace quotidiana”. Cosa può fare, ogni giorno, nel suo piccolo, ciascuno di noi?

Tante cose! Ciascuno di noi non è piccolo, ha in sé un’origine divina e una vocazione santa: “Siate santi”, ci è stato chiesto dal Vivente in cui crediamo. Il dovere di vivere la nostra “pace quotidiana” è anzitutto esercizio paziente e benevolo di sane relazioni con le sorelle ed i fratelli con i quali viviamo. Dunque, la pace bisogna tirarla fuori da dentro di noi, custodirla, praticarla. Mi soffermerei, però, su tre doveri di delegittimazione. Anzitutto delegittimare la violenza per l’alterità: l’essere umano è creato per una libertà che è soprattutto compito di cura per il fratello e la sorella. L’alterità che mi sta dinanzi può magari essere scomoda e potenzialmente conflittuale, ma io ne sono comunque compartecipe e responsabile. Secondo, delegittimare l’inimicizia: quella prospettiva che fa della dialettica amico/nemico il motore della vita associata. Terzo, delegittimare la guerra: non esiste guerra che si possa dire giusta. Anche dinanzi all’ingiustizia o all’aggressione, la via d’uscita è una resistenza pacifica, che privilegia la vita sulla giustizia, in un amore agli altri che svela la cattiveria dei malvagi non sposandone i metodi. Occorre dedicare un’attenzione privilegiata alla nonviolenza attiva. Possiamo essere noi stessi tessitori di pace all’interno delle comunità, con uno stile nuovo e con prassi concrete. Dobbiamo fare obiezione di coscienza: la difesa della patria non si assicura solo con il ricorso alle armi, ma passa per la cura della civitas, attraverso l’obiezione di coscienza e il servizio civile. È doverosa la presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono la produzione ed il commercio di armi. Anche il mahatma Ghandi ci esortava ad essere ciascuno di noi “il cambiamento che desideri nel mondo”. E possiamo esserlo. Sir 22

 

 

 

 

Cei. Card. Zuppi: “L’Italia è un paese da evangelizzare”

 

Libertà, pace politica, accoglienza, educazione, primato dell'annuncio. Sono alcune parole risuonate nella prolusione del card. Zuppi al Cep. "Non può esistere un diritto a morire". L'esempio di San Francesco e i 50 anni dal primo Convegno ecclesiale nazionale. di M.Michela Nicolais

“Non possiamo accontentarci di parlare a chi già ci ascolta”. Ne è convinto il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, che introducendo il Consiglio permanente dei vescovi italiani, in corso a Roma fino al 23 settembre, ha rinnovato a Papa Leone XIV “l’affetto e la gratitudine delle nostre Chiese per la vicinanza espressa anche attraverso le visite nei territori italiani”.

“Parlare a chiunque, con uno sguardo libero capace di comprenderne le attese e accompagnarne la ricerca”, la postura scelta dalla Chiesa italiana a 50 anni dal primo Convegno ecclesiale nazionale. “Anche il dialogo con la cultura nasce da una fede vissuta, pensata, capace di rendere ragione della propria speranza”, ha sottolineato il cardinale, che ha aperto il suo intervento con il ricordo del card. Ruini.

“Chiediamo al Signore di aiutarci a essere una Chiesa libera di annunciare, perché radicata in Lui e vicina alla vita delle persone”.

“Dare continuità e attuazione alle proposte del Documento di sintesi del Cammino sinodale, Lievito di pace e di speranza, che in parte sono già in cantiere nelle singole diocesi e in parte allo studio della Cei, compresa la riforma dello Statuto”. Questa la priorità, all’insegna della sinodalità.

Accoglienza.  “Non basta sapere chi è il nostro prossimo. Occorre fermarsi, avvicinarsi, assumersi la responsabilità di quella vita”, la lezione del Papa a Lampedusa. “Ma la prossimità non può essere affidata soltanto alla generosità dei singoli. Deve trovare espressione nella cultura, nelle leggi, nelle scelte politiche ed economiche”, l’appello del cardinale: “È la responsabilità richiamata dal Papa anche per l’Europa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, lavorando insieme perché nessuno sia costretto a lasciare la propria terra. La dignità delle persone chiede risposte comuni e lungimiranti, capaci di superare la paura e l’indifferenza alla sofferenza altrui”.

Libertà. La libertà, a cui il Santo Padre ha fatto riferimento a San Marino, “si misura nella responsabilità verso gli altri, nel primato della coscienza, nella capacità di donarsi. “Il bene non cresce tenendoci al riparo dalla realtà, ma riconoscendolo e promuovendolo dentro la vita, accettando la fatica dell’incontro”, l’impegno educativo rilanciato dal Papa al Meeting di Rimini. Poi il riferimento al tema della verifica pastorale, al centro del recente discorso di Leone XIV alla Chiesa di Roma e alla lezione della Magnifica humanitas, “bussola preziosa” da non lasciare cadere.

Pace politica. In questo tempo in cui è avvenuto “un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale”, è più urgente che mai rivalutare la figura di San Francesco, alla vigilia degli ottocento anni del transito del patrono d’Italia, insieme a santa Caterina da Siena, che la Chiesa italiana celebrerà ad Assisi il 4 ottobre prossimo. Lo scenario internazionale rischia di “sfuggire di mano a quei leader che si sentono padroni della situazione”: “Solo la fine della guerra può garantire che tutti, popoli grandi e piccoli, non siano travolti da un conflitto più grande”. “Essere ogni giorno persone di pace – la lezione del Poverello – che rispettano l’altro, accolgono i poveri, curano la formazione propria e altrui, custodiscono il bene comune e soprattutto la vita dal suo nascere sino alla fine”, superando la logica del nemico a favore di quella della fraternità.

“L’Italia è un Paese da evangelizzare”. Cinquant’anni dopo il primo Convegno ecclesiale nazionale, celebrato a Roma nel 1976 su “Evangelizzazione e promozione umana”, questa affermazione “è un’eredità  e un impegno per noi”: quei vescovi, infatti, per Zuppi “avevano centrato la vocazione permanente della nostra Chiesa: comunicare il Vangelo agli italiani e alle italiane, che cambiano con il passare delle generazioni”. Dal primo appuntamento di Roma fino al Cammino sinodale, passando per i Convegni decennali nazionali, “il nesso tra evangelizzazione e attenzione all’uomo resta il criterio per leggere questo tempo di guerre e nuove fragilità”, la tesi di Zuppi che ha definito “non più rinviabile una riflessione sulle nostre strutture, secondo quanto emerso dal Cammino sinodale”.

Educazione. “La questione educativa non è un tema tra gli altri”, le parole all’inizio dell’anno scolastico: “i recenti episodi di violenza ci interrogano profondamente”. La prima sfida non più rinviabile è quella delle disuguaglianze educative: “Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo”.

La seconda urgenza riguarda il cambiamento tecnologico: “L’intelligenza artificiale può offrire risorse preziose, ma non sostituisce l’opera educativa. La scuola non compete con le macchine nel fornire risposte rapide, ma insegna a porre le domande che rendono umana la vita. Nessun algoritmo può prendere il posto dello sguardo di un insegnante che incoraggia, corregge, comprende e accompagna”. La terza sfida è “custodire la capacità di pensare, in un mondo saturo di stimoli, informazioni e connessioni”.

Fine vita e otto per mille. “Seguiamo con preoccupazione” il dibattito sul fine vita, ha rivelato il presidente della Cei, auspicando “un confronto parlamentare ampio, responsabile, attento alle necessità dei cittadini e libero da strumentalizzazioni e ipocrisie”.

“Non può esistere un diritto a morire”: la Chiesa “rigetta l’accanimento terapeutico e riconosce la liceità della rinuncia a trattamenti sproporzionati: distingue però questa rinuncia dall’intenzione di procurare la morte. Tra l’accanimento e l’anticipazione della morte c’è uno spazio che le istituzioni hanno il dovere di riempire prima di aprirne altri: quello delle cure palliative, della terapia del dolore, dell’assistenza domiciliare e negli hospice, del sostegno alle famiglie e ai caregiver”. Da ultimo, il cardinale ha ricordato la recente decisione delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione,  che “hanno riconosciuto la piena autonomia e indipendenza della Chiesa Cattolica nella gestione delle somme derivanti dal sistema dell’otto per mille”. Sir 21

 

 

 

 

Pace e cristiani perseguitati, un appello dei vescovi europei

 

Riunione del Comitato Congiunto CCEE – CEC. I temi in gioco. L’appello per la pace - Di Andrea Gagliarducci

Francoforte. È con un appello breve e incisivo per la pace che il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa e il Consiglio Ecumenico delle Chiese, i due organismi continentali che raggruppano i presidenti di conferenze episcopali cattoliche e i rappresentanti delle confessioni cristiane del continente, hanno concluso l’incontro annuale del loro comitato congiunto.

L’appello sostiene che i vescovi di CCEE e CEC desiderano “rafforzare la cooperazione e il dialogo” ed esprimere “solidarietà a tutti i cristiani perseguitati, non soltanto nel nostro continente, ma in tutto il mondo”.

Scrivono i vescovi europei: “Le nostre preghiere sono rivolte a tutti i popoli afflitti, dall’Ucraina al Medio Oriente e in ogni parte del mondo, in particolare in Terra Santa, dove nostro Signore e Salvatore è nato, ha camminato, sofferto, è morto ed è risorto per donarci la pace”.

E aggiungono: “Traiamo ispirazione dalla forza e dalla resilienza dimostrate in mezzo a queste immense sofferenze, così come dai diversi sforzi volti a promuovere una cultura di pace, giustizia e riconciliazione. Incoraggiamo i cristiani in Europa e nel mondo a unirsi a questi sforzi. Come discepoli di Gesù Cristo, siamo chiamati a pregare insieme per la pace nel mondo e a impegnarci nella tutela della vita e della dignità di ogni persona umana”.

L’incontro del comitato congiunto CCEE – CEC si è tenuto a Francoforte sul Meno e Damrstadt dal 9 all’11 settembre.

I lavori del comitato sono stati presieduti dal presidente della CEC, l’Arcivescovo Nikitas di Thyateira e Gran Bretagna, e il Presidente del CCEE, l’arcivescovo di Vilnius Gintaras Grušas.

 Centro del dibattito è stato la recezione della versione riveduta della Charta Oecumenica, il documento che dettaglia l’impegno ecumenico delle Chiese in Europa.

L’Arcivescovo Nikitas ha sottolineato che la versione riveduta della Charta Oecumenica invita le Chiese ad approfondire il loro impegno per l’unità dei cristiani e a tradurlo in una collaborazione significativa, mentre l’arcivescovo Grušas ha notato che “dopo il nostro incontro a Roma dello scorso anno sono stati compiuti passi avanti, ma la Charta Oecumenica non può rimanere soltanto un documento sulla carta. Deve diventare un impegno vivo, capace di orientare le nostre decisioni, rafforzare la nostra testimonianza comune e condurre a una cooperazione concreta tra i cristiani di tutta Europa”.

Il Comitato congiunto ha inoltre affrontato il tema della sinodalità dal punto di vista cattolico, protestante, ortodosso e anglicano. Il confronto ha evidenziato che la sinodalità è essenziale per l’autocomprensione della Chiesa nelle diverse tradizioni cristiane. I partecipanti hanno sottolineato l’importanza dell’ascolto, del discernimento, della partecipazione e della comunione, approfondendo come la sinodalità possa rafforzare la cooperazione ecumenica e la comune testimonianza cristiana in Europa.

Il programma ha incluso una preghiera comune nella Heiliggeistkirche e una visita alla sede della Chiesa evangelica in Assia e Nassau, Chiesa membro della CEC, a Darmstadt. I partecipanti hanno incontrato i responsabili della Chiesa e discusso della sua vita ecumenica, nonché delle sfide poste alla democrazia e dal nazionalismo in Europa. Aci 16

 

 

 

 

Non solo turismo religioso: il significato del pellegrinaggio a Lourdes

 

Abbiamo intervistato Piero Antonelli, il vice-direttore dell’Opera Romana Pellegrinaggi - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. Il Papa la prossima settimana si recherà a Lourdes. Saranno due giorni intensi tra celebrazioni, preghiere, momenti tra i fedeli e i malati. Ma chi ci sarà con lui a Lourdes? E chi partecipa ancora oggi ai pellegrinaggi verso questa cittadina della Francia, centro della devozione mariana? Lo abbiamo chiesto a Piero Antonelli, vice-direttore dell’Opera Romana Pellegrinaggi.

Gli italiani scelgono ancora Lourdes come meta di pellegrinaggio? Cosa è cambiato negli ultimi anni?

Sì, Lourdes continua a essere una delle mete di pellegrinaggio più amate dagli italiani. Conserva una forza particolare perché unisce la devozione mariana, la preghiera, la vicinanza alle persone malate e l’esperienza concreta della fraternità. Negli ultimi anni è cambiato soprattutto il modo di vivere il pellegrinaggio. Accanto alle persone che tornano periodicamente e ai tradizionali gruppi parrocchiali, incontriamo sempre più pellegrini alla prima esperienza, spesso spinti dal desiderio di fermarsi, ritrovare l’essenziale o affidare a Maria un momento importante della propria vita. Anche la composizione dei gruppi è molto varia. Possiamo avere gruppi di circa venti persone, ma arrivare fino a cinquecento partecipanti in occasione di grandi pellegrinaggi diocesani. È il caso, per esempio, del pellegrinaggio della Diocesi di Roma che si è svolto dal 28 al 31 agosto 2026, e che si ripete da anni, sempre nell’ultima settimana di Agosto. Rimane immutata, invece, la capacità di Lourdes di parlare a tutti, anche a chi si avvicina al pellegrinaggio con domande, dubbi o semplicemente con il desiderio di vivere un’esperienza diversa.

Ci sono anche giovani che partecipano ai vostri pellegrinaggi? Chi aderisce in particolare ai pellegrinaggi a Lourdes?

Certamente, partecipano anche i giovani. Alcuni arrivano attraverso le parrocchie, i gruppi ecclesiali e le esperienze di volontariato. Per loro Lourdes può rappresentare un incontro molto forte con il servizio e con il mondo della fragilità. La presenza delle persone malate e di chi le accompagna permette ai ragazzi di scoprire una dimensione molto concreta della fede. Il pellegrinaggio non consiste soltanto nel visitare un santuario, ma anche nel mettersi accanto agli altri, condividere il cammino e imparare a prendersi cura di qualcuno. In generale, i pellegrinaggi a Lourdes coinvolgono persone di tutte le età: giovani, famiglie, adulti, anziani,sacerdoti, comunità parrocchiali, volontari, persone malate e accompagnatori. Vi partecipano anche persone che stanno attraversando un momento delicato e sentono il bisogno di affidare a Maria una preoccupazione, una speranza o una domanda personale. Questa varietà è uno degli aspetti più belli del pellegrinaggio: persone con storie ed età diverse si  ritrovano a condividere lo stesso cammino.

Qual è il vostro programma tipo per Lourdes?

La durata e il programma possono variare in base alla proposta scelta, al periodo e alla composizione del  gruppo. Generalmente il pellegrinaggio viene costruito per consentire ai partecipanti di entrare gradualmente nel significato spirituale di Lourdes. Il programma comprende normalmente la visita al Santuario e ai luoghi legati alla vita di santa Bernadette, la celebrazione della Messa, momenti di catechesi e di preghiera, la partecipazione alle  celebrazioni previste dal Santuario e alla processione mariana serale. Un momento centrale è naturalmente quello vissuto presso la Grotta di Massabielle. A questo si  affiancano gli spazi di raccoglimento personale, la possibilità di accostarsi al sacramento della riconciliazione e i momenti di condivisione con il gruppo. L’aspetto fondamentale, però, è l’accompagnamento. Il pellegrinaggio non è una semplice successione di visite e celebrazioni: è un cammino che deve essere seguito e aiutato a maturare, sia dal punto di vista spirituale sia da quello organizzativo.Per le persone malate o con mobilità ridotta sono disponibili i servizi presenti a Lourdes. Durante il viaggio sono inoltre previsti, su richiesta e secondo le modalità stabilite, i servizi di assistenza  aeroportuale. ORP accompagna i partecipanti nell’accesso a questi servizi, senza presentare come propri quelli forniti dal Santuario, dagli aeroporti o dai soggetti competenti.Le informazioni specifiche sulla durata, sulle partenze e sulle modalità di partecipazione sono indicate  nelle singole proposte di pellegrinaggio pubblicate attraverso i canali ORP.

In occasione della visita del Papa, ORP ha organizzato qualcosa? Sarete presenti?

Papa Leone XIV sarà a Lourdes il 26 e 27 settembre 2026. ORP non ha organizzato un gruppo dedicato  esclusivamente alla visita del Santo Padre, ma sarà presente a Lourdes con un gruppo il cui pellegrinaggio coincide con le date dell’evento. I partecipanti avranno quindi la possibilità di vivere il proprio pellegrinaggio in una circostanza particolarmente significativa per tutta la Chiesa. Naturalmente il programma sarà coordinato con le indicazioni ufficiali e con le disposizioni organizzative e di sicurezza previste in occasione della presenza del Papa. Per noi sarà un’esperienza importante: incontrare il Santo Padre a Lourdes significa unire la dimensione mariana del pellegrinaggio alla comunione con il Papa e con la Chiesa universale.

Ma cosa è un pellegrinaggio?

Vorrei sottolineare che il pellegrinaggio non è semplicemente una forma di turismo religioso. È un’esperienza che coinvolge tutta la persona e che spesso continua a produrre i suoi frutti anche dopo il  ritorno a casa. Lourdes, in particolare, ci ricorda che la fragilità non deve essere nascosta o considerata soltanto un limite. Può diventare un luogo d’incontro, di solidarietà, di servizio e di speranza. Molte persone  partono pensando soprattutto a ciò che desiderano chiedere e tornano avendo ricevuto anche un nuovo modo di guardare la propria vita e quella degli altri. Il compito di Opera Romana Pellegrinaggi è accompagnare questo cammino con serietà, competenza e attenzione, mettendo al centro ogni persona, ogni pellegrino. Il nostro invito si rivolge anche a chi non ha mai partecipato a un pellegrinaggio: non è necessario partire avendo già tutte le risposte. Molto spesso si parte proprio portando con sé le proprie domande.

Aci 16

 

 

 

 

A Napoli il Convegno Nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania

 

Tenuto il 21-25 settembre - presentata la mostra “75 anni di storia. L’emigrazione raccontata attraverso il Corriere d’Italia”, realizzata per i 75 anni del giornale

NAPOLI – Migrazione, missione, interculturalità e futuro delle comunità italiane all’estero. Saranno questi i temi al centro del Convegno Nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania, promosso dalla Delegazione Nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania, che si terrà a Napoli dal 21 al 25 settembre sul tema “Oltre le frontiere. Essere Chiesa ovunque tu vada”. Un appuntamento che riunirà rappresentanti delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania, esponenti della Chiesa italiana e tedesca, studiosi, giornalisti ed esperti di migrazioni, per riflettere sui profondi cambiamenti che hanno interessato la mobilità italiana e sul ruolo che la Chiesa è chiamata a svolgere in una realtà migratoria ormai molto diversa da quella del passato.

Ad aprire i lavori saranno mons. Pierpaolo Felicolo, Direttore della Fondazione Migrantes, e Antonio Bonifacio, Coordinatore Regionale Migrantes della Conferenza Episcopale Campana. Seguirà la relazione annuale di don Gregorio Milone, Delegato Nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania. Tra gli interventi più significativi, quello del cardinale Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli, che affronterà il tema “Non temere di partire. Dio abita ogni cammino”, proponendo una riflessione sul significato umano e cristiano del partire, del camminare e dell’incontro. La sessione sarà moderata dalla giornalista Paola Colombo, dell’Ufficio UDEP della Delegazione MCI Germania. Ampio spazio sarà dedicato alla storia dell’emigrazione italiana in Germania e alla mobilità contemporanea. Il prof. Francesco Dandolo, ordinario presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II ed esperto di storia economica e delle migrazioni, presenterà una lettura storico-economico-sociale del movimento migratorio italiano tra la Campania e la Germania.

La prospettiva giornalistica sarà affidata a Generoso Picone, giornalista del Il Mattino di Napoli, con l’intervento “Tra due terre: raccontare la mobilità italiana dal Meridione alla Germania, passato e presente”. A moderare sarà la dott.ssa Delfina Licata, ricercatrice e sociologa delle migrazioni della Fondazione Migrantes. La riflessione si sposterà quindi sul rapporto tra Chiesa e migrazione. Mons. Michele Autuoro, Arcivescovo di Benevento, interverrà sul tema “Missione e migrazione: la Chiesa che nasce dall’incontro”, mentre il prof. Nicola Salato, docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, affronterà “La Chiesa delle differenze: prospettive teologiche per una comunione interculturale”.Particolare attenzione sarà riservata anche all’esperienza ecclesiale tedesca. Dr. Lukas Schreiber, Direttore Nazionale per la pastorale degli stranieri della Conferenza Episcopale Tedesca, parlerà del processo sinodale tedesco e del contributo delle Missioni linguistiche alla costruzione di una visione di Chiesa interculturale. La sessione sarà moderata da Paola Colombo.

I 75 anni del Corriere d’Italia: la storia dell’emigrazione attraverso la stampa

Nell’ambito del convegno sarà inoltre presentata la mostra “75 anni di storia. L’emigrazione raccontata attraverso il Corriere d’Italia”, realizzata in occasione dei 75 anni del giornale, nato nel 1951 come voce della comunità italiana in Germania.

Il percorso espositivo ripercorre, attraverso giornali, documenti e immagini, le principali tappe della storia dell’emigrazione italiana in Germania e il ruolo svolto dal Corriere d’Italia nel raccontare i cambiamenti della collettività italiana, dalle prime esperienze dei lavoratori italiani arrivati nel dopoguerra fino alle nuove forme della mobilità contemporanea. La mostra sarà presentata e illustrata da Francesco Vizzarri, storico e ricercatore italiano che si occupa di storia delle migrazioni e della mobilità nel XX secolo. Vizzarri lavora presso l’Istituto di Storia Contemporanea dell’Università Justus Liebig di Giessen, in Germania. Il suo intervento offrirà una lettura storica e scientifica del percorso espositivo, collegando la vicenda del Corriere d’Italia alla più ampia storia della mobilità italiana e alle trasformazioni della presenza italiana in Germania.

A chiudere il programma sarà mons. Gennaro Matino, teologo, scrittore, accademico e Pro-Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Napoli, con la sintesi conclusiva “Ovunque, Vangelo: essere Chiesa. Sempre”. La sessione sarà moderata da Licia Linardi, giornalista e caporedattrice del Corriere d’Italia. Nel corso del Convegno saranno inoltre presenti diversi rappresentanti dell’episcopato italiano e tedesco, che presiederanno le celebrazioni liturgiche: Mons. Carlo Villano, Vescovo di Pozzuoli e Ischia; Mons. Giuseppe Mazzafaro, Vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti; Mons. Antonio De Luca, Vescovo di Teggiano-Policastro; Mons. Peter Birkhofer, Vescovo ausiliare di Friburgo e membro della Commissione Migrazioni della Conferenza Episcopale Tedesca; Mons. Tommaso Caputo, Arcivescovo Prelato di Pompei; Mons. Michele Autuoro, Arcivescovo di Benevento; Mons. Pietro Lagnese, Vescovo di Caserta e Arcivescovo di Capua; Mons. Francesco Beneduce, Vescovo ausiliare di Napoli.

Il convegno nasce dalla consapevolezza che la mobilità ha cambiato profondamente il volto delle comunità italiane all’estero e pone oggi nuove domande alla Chiesa. Non si tratta più soltanto di accompagnare chi parte, ma di comprendere una mobilità diventata permanente, fatta di persone che vivono tra Paesi, lingue e culture diverse. “Oltre le frontiere” diventa così non soltanto il titolo del convegno, ma una prospettiva: interrogarsi su come essere Chiesa in una società in movimento, capace di riconoscere nelle differenze culturali e linguistiche non un ostacolo, ma una possibilità di incontro, comunione e crescita. Il Convegno Nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania metterà così in dialogo storia e presente, Italia e Germania, migrazione e fede, con uno sguardo rivolto alle nuove sfide pastorali e alla costruzione di una Chiesa capace di essere accanto alle persone ovunque esse vadano. (Inform 16)

 

 

 

 

Il Card. Pizzaballa, in Terra Santa le parole non sono neutrali

 

Il Patriarca Latino di Gerusalemme interviene all' Istituto ecumenico di Tantur - Di Emiliano Eusepi

Gerusalemme. “Non possiamo permetterci di lasciare alla prossima generazione la situazione così com'è ora..In una situazione del genere o dici qualcosa o è meglio rimanere in silenzio”. Le parole risuonano chiare nel salone dell’Istituto Ecumenico di Tantur e a pronunciarle è il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, durante la presentazione pubblica dell’iniziativa Within Your Gates. Un laboratorio di fraternità, un cantiere aperto, ma soprattutto uno spazio " del cuore "nato dal dramma del 7 ottobre per provare a ripensare la presenza, il linguaggio e soprattutto la missione cristiana nella terra dove tutti siamo nati. In un contesto mediorientale ridotto in cenere da conflitti e divisioni, e dove la forte polarizzazione ha travolto anche  il dialogo interreligioso, la Chiesa madre di Gerusalemme  prova da anni a tracciare una strada alternativa. L'incontro – moderato dalla giornalista Alessandra Buzzetti – ha visto la partecipazione di intellettuali  che in questi anni si stanno confrontando sul ruolo spirituale e sociale della città di Gerusalemme.

Ma è stato l'intervento del Patriarca a fare il punto sul cammino teologico e pastorale fatto e da fare per cercare un cambio di rotta che è necessario fare per il futuro della Terra Santa. Il punto di partenza è un’ammissione di disorientamento che non risparmia le gerarchie e rende "senza una direzione" il cammino delle comunità locali. Il dopo 7 ottobre ha completamente cancellato categorie consolidate, rendendo tutti inutili i tradizionali schemi di valutazione pastorale. “Eravamo tutti smarriti ed era molto chiaro per me che tutto ciò che ero prima, quello che dicevo, il mio modo di pensare, il mio modo di essere pastore doveva cambiare”, ha dichiarato il Cardinale Pizzaballa, “perché la percezione della vita dopo quello che è successo, degli eventi, delle relazioni o della comprensione delle relazioni era diversa. Avevo bisogno di trovare gli strumenti, i criteri su come farlo” e l'esigenza primaria è stata quella di superare lo stile dei comunicati di circostanza ed ha affermato: “ne avevo abbastanza delle solite dichiarazioni fotocopia dove alla fine non si dice nulla e si scontentano sia gli israeliani che i palestinesi e tutti quanti”, sottolineando come la via d'uscita non potesse essere trovata nell'isolamento autoreferenziale della componente cristiana della città.”Gerusalemme non sono solo io. Non si può pretendere di trovare un nuovo modo di essere qui senza ascoltare gli altri, perché gli altri sono parte integrante di me”.

Per questo un momento centrale del lavoro condotto in questi mesi all'interno di Within Your Gates riguarda il "linguaggio del conflitto" ed in Terra Santa le parole non sono neutrali, definiscono gli schieramenti, armano le narrazioni divisive e sono proprio le parole che chiudono ogni canale di comunicazione. Termini come "genocidio", "crimini di guerra", o la stessa categorizzazione dei protagonisti in campo, sono diventati pietre d'inciampo e “il linguaggio non è un elemento secondario in questo conflitto”, ha evidenziato il Patriarca. “Il linguaggio violento e la violenza nelle parole creano violenza anche nella società. Il linguaggio crea cultura: può essere una barriera ma può anche essere una porta per aprire o chiudere vie. Ci sono parole che chiudono e parole che aprono, parole che costruiscono”. Di fronte alla pressione dei media, il Cardinale rivendica la libertà della parola evangelica, che deve rimanere distante dalle dinamiche polarizzanti: “Spesso mi chiedono: "Cosa ne pensa? Mi dia una definizione di cosa sta succedendo". Ma io non voglio dare definizioni perché non voglio che mi si categorizzi ed allo stesso tempo non devo avere paura di dire ciò che penso e di pensare ciò che dico, in modo corretto, veritiero e rispettoso del dolore delle persone”.

La metodologia di Within Your Gates vuole cambiare la logica degli incontri fatti a tavolino che sono a uso e consumo delle telecamere e il Cardinale ha ribadito che il dialogo vero necessita dell'impatto con la diversità e del confronto con chi sostiene tesi opposte, a patto che vi sia la disponibilità minima all'ascolto reciproco. “Lo scopo non è essere d'accordo. Continuavo a dire: "Non portare chi la pensa già allo stesso modo e concorda su tutto, sarebbe noioso e so già cosa diranno". Non è utile. Devi portare chi non è d'accordo tra di loro e con noi, ma che sia disposto ad ascoltare”. Questo atteggiamento diventa essenziale per affrontare il problema della memoria storica e la revisione dei testi educativi, un tema molto difficile a Gerusalemme e sebbene il contesto attuale sia segnato da ferite profonde che rendono difficile una riconciliazione immediata, la Chiesa rifiuta la polarizzazione perché “in questo Paese abbiamo narrazioni storiche diverse, opposte o parallele. Le narrazioni rimarranno diverse, ma bisogna almeno riconoscere l'esistenza della narrazione dell'altro, non sentirsi minacciati da essa. Negare la memoria dell'altro è negare l'altro per quello che è”. Sullo sfondo resta la natura unica di Gerusalemme, che é crocevia della storia e simbolo escatologico per miliardi di credenti. Una città la cui responsabilità va oltre i propri confini geografici e politici, chiamando la comunità locale a non ripiegarsi su se stessa. “Gerusalemme appartiene prima di tutto ai suoi abitanti, ma fa parte dell'identità religiosa, culturale e storica di miliardi di persone. Quello che facciamo qui ha un impatto su tutti loro”, ha ricordato Pizzaballa, tracciando la rotta per i prossimi mesi. “Se non ci prefissiamo qualcosa che sembra impossibile, perché siamo qui? Dobbiamo sognare, dobbiamo osare. Dobbiamo essere una presenza scomoda, provocatoria, non persone comode”.

Il cammino di Within Your Gates è un work in progress permanente, senza soluzioni preconfezionate ma con l'impegno di offrire criteri di lettura diversi da quelli ogni giorno ascoltiamo per poter affrontare con speranza una delle crisi più difficili della storia recente del Medio Oriente. Aci 15

 

 

 

 

Il Messaggio di Leone XIV per la GMMR 2026 e l’inizio dell’anno scolastico

 

Anche uno solo di questi bambini è la misura con cui papa Leone XIV – e, prima di lui, Cristo – ha scelto di travalicare la statistica per entrare nelle storie. Il numero è provocatorio nella sua radicalità: non una maggioranza da far valere e neppure una minoranza da proteggere, né una media da calcolare. Anche uno solo è sufficiente per misurare la qualità di un’accoglienza. Anche uno solo, se dimenticato, rivela la misura autentica di una comunità.

C’è un luogo dove questa misura viene messa alla prova ogni mattina, in ciascuna città italiana, da settembre a giugno: la scuola. Da anni, ormai, i numeri raccontano del lento accostamento alla soglia – statistica e psicologica insieme – del milione di alunne e alunni con cittadinanza non italiana inseriti nel sistema scolastico nazionale. Quasi un ragazzo o una ragazza su otto.

Dietro a questo numero si evidenzia una presenza strutturale e tutt’altro che episodica. Ancora di più, vi si nasconde un’infinità di storie – al plurale e al singolare – di bambini e bambine, ragazzi e ragazze che ogni giorno mettono alla prova, con diversi gradi di consapevolezza, il senso stesso del sistema educativo.

Anche uno solo conta: anche quello che siede nell’ultimo banco, anche quella che ancora non capisce quando l’insegnante spiega, anche quello che ha un cognome regolarmente storpiato all’appello.

Il primo volto: il minore straniero non accompagnato

Anche uno solo di questi bambini è arrivato da solo, almeno secondo la legge. Senza genitori, senza nessun adulto di riferimento. Fino allo scorso mese di maggio, erano poco più di 14 mila. Molto spesso maschi, 16-17enni, originari per lo più di Egitto, Ucraina e Bangladesh. Portano con sé pesi, sogni e aspettative che raramente si nominano in aula: traumi di viaggio, lutti, separazioni, violenze, solitudine, pressioni sociali e familiari, responsabilità, ma anche una volontà di esistere e di apprendere che sorprende chiunque li abbia mai incontrati davvero.

Anche uno solo di questi bambini a scuola è già una conquista. Tra il 2020 e il 2022, soltanto uno su cinque tra i minori stranieri non accompagnati (Msna) ha avuto accesso al sistema scolastico italiano, partecipando a percorsi condivisi con ragazzi autoctoni e avendo la possibilità di conseguire un titolo di studio. Quattro su cinque sono rimasti fuori: in una struttura di accoglienza, in un limbo burocratico, al lavoro per sopravvivere e mandare denaro a casa.

Eppure, grazie a loro la scuola scopre qualcosa. Un ragazzo che a 16 anni ha attraversato il Mediterraneo o i Balcani e decide che la sua priorità è imparare cose nuove e una nuova lingua per comunicare e comunicarsi, porta nella sua classe una lezione di socialità, coraggio e motivazione che nessun programma scolastico potrà mai trasmettere appieno. La sua presenza è già un libro di testo, se si ha la pazienza di leggerlo.

Anche uno solo di questi bambini che siede in un banco chiede alla scuola – istituzioni, insegnanti e compagni – di essere all’altezza: non soltanto della sua fragilità, ma anche della sua forza.

Il secondo volto: il neoarrivato per ricongiungimento familiare

Anche uno solo di questi bambini ha aspettato mesi, a volte anni: che il visto arrivasse, che la pratica di ricongiungimento si chiudesse, che si potesse finalmente ricomporre con quei frammenti di famiglia sparpagliati altrove. Nel frattempo, ha vissuto – nel suo, di altrove – la propria infanzia o adolescenza. All’arrivo, l’Italia è al tempo stesso il luogo atteso e sconosciuto. L’ennesimo altrove. Tanto che spesso anche il genitore, nella quotidianità, è diventato uno straniero.

Anche uno solo di questi bambini vive una condizione che richiede pedagogia, non solo burocrazia. Richiede insegnanti che sappiano interpretare la storia di ognuno, senza ridurla a un ritardo da colmare in fretta. Le rilevazioni mostrano che gli studenti con cittadinanza non italiana non costituiscono un gruppo omogeneo: i risultati cambiano sensibilmente tra neoarrivati e giovani nati in Italia, con differenze legate alla lingua, al percorso di inserimento nel Paese, al grado di supporto ricevuto dalle famiglie.

Il Rapporto Invalsi 2025 quantifica quello che gli insegnanti più attenti già sanno: gli studenti di origine straniera sono gravati da maggiori ostacoli, ma al termine del secondo ciclo di istruzione presentano una dispersione scolastica implicita – il conseguimento del diploma senza raggiungere le competenze minime attese – inferiore rispetto ai coetanei autoctoni. In altri termini, una preparazione migliore e una maggiore motivazione e tenacia.

Il dato negativo, dunque, non è immutabile: descrive una difficoltà di partenza, non un destino. Perché anche uno solo di questi bambini porta dentro sé valori che la statistica non misura: una lingua in più, una storia in più, migliori competenze digitali, uno sguardo sul mondo e sulla vita che molti coetanei non possiedono.

Oleksandr custodisce i versi di Lesja Ukraïnka da ben prima che l’Europa la scoprisse quando i carri armati hanno varcato il confine. Youssef si muove fra il berbero, l’arabo, il francese e – chissà da quando – lo spagnolo con la medesima continuità di pensiero. Quando la scuola sa riconoscerli – e non solo tollerarli o temerli – questi valori diventano patrimonio collettivo.

Il terzo volto: i nuovi italiani

Anche uno solo di questi bambini è nato in Italia. In Italia ha iniziato la scuola, imparato le hit dell’estate, postato il meme di tendenza, dato anima alle parole con il suo accento. Eppure, porta un cognome che l’ufficio postale gli chiede più volte di ripetere, un documento che lo esclude da una partecipazione piena al vivere sociale, una doppia appartenenza che nessuno dei due mondi riconosce davvero come cosa propria.

Quasi due terzi degli alunni e alunne con cittadinanza non italiana – più del 65%, pari a oltre 600 mila – sono nati in Italia. Sono il volto prevalente – e meno compreso – della presenza “straniera” nelle aule.

Anche uno solo di questi bambini è cresciuto fra lingue, culture, sistemi di riferimento diversi e, talvolta, mai sperimentati di persona, scoprendo che non è uno svantaggio da correggere, ma una forma di intelligenza da costruire ogni giorno.

I ragazzi nati in Italia da genitori stranieri sono già, senza saperlo, esperti di mediazione. E Dio solo sa quanto il mondo ne abbia bisogno, in questo momento. Sanno passare da un codice all’altro, leggere contesti diversi, abitare la contraddizione senza perdersi. Le loro esperienze sono la traccia di una risorsa che la scuola – e il Paese – faticano ancora a riconoscere pienamente. Insieme ai ragazzi autoctoni, costituiscono quel capitale umano giovane, flessibile, creativo, capace di muoversi in contesti globali, che un tempo chiamavamo “futuro”.

Il quarto volto: la comunità

Anche uno solo di questi bambini abita le nostre stesse città. Le comunità civili ed ecclesiali che vivono nelle periferie urbane dove si concentra la presenza migratoria – quelle che contribuiscono a oratori, doposcuola, centri di ascolto, corsi di italiano L2, spazi di orientamento, professionalità e volontariato – sono spesso il primo presidio di una rete educativa informale che anticipa e integra quella formale.

La presenza dell’altro cambia qualcosa nel volto di chi lo accoglie. Una scuola – e una comunità – che sanno accogliere davvero non sono solo più giuste: sono più complesse, più intelligenti, più problematiche, più ricche. Più vive. Sembriamo averlo dimenticato.

Eppure sono queste presenze i “numeri” che tengono aperte le classi, che giustificano i posti di lavoro, che danno un futuro a istituti che altrimenti avrebbero già chiuso.

È Mina che, dopo tre mesi di italiano L2, alza la mano per rispondere a una domanda di geografia, dell’Egitto oppure dell’Italia. È Yeva che porta in classe la poesia di un’amica scritta sotto le bombe. È Mamadou, nato in una qualunque città italiana da genitori nati più lontano, che scrive la tesina di terza media su Léopold Sédar Senghor e per la prima volta sente che la propria storia è abbastanza grande da occupare un’intera aula scolastica, e forse di più.  (Simone M. Varisco | “Migranti Press” 7-8 2026)

 

 

 

 

Migrantes: “Non si producano forme di cittadinanza di serie B”

 

Lunedì 14 settembre, la Fondazione Migrantes è stata ascoltata dalla Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati, nell’ambito dell’esame della proposta di legge recante “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e di revoca della cittadinanza” (C. 2124? Iezzi).

Nell’introduzione del suo intervento, la Fondazione Migrantes premette che “un aggiornamento della Legge del 1992 è senza dubbio un passo necessario: da tempo evidenziamo come l’impianto della normativa vigente presenti un oggettivo distacco dalla reale situazione del Paese. Tuttavia, qualsiasi aggiornamento deve essere l’occasione per rafforzare le garanzie, per evitare discriminazioni e per costruire regole che favoriscano partecipazione e responsabilità civica”.

Dopo tre sottolineature specifiche sul testo della proposta Iezzi, la Fondazione Migrantes sottolinea in conclusione che “la riforma della cittadinanza è una scelta di futuro. Non si tratta di un “favore”, ma di una decisione politica che investe la capacità del Paese di includere, valorizzare e trattenere le persone che contribuiscono alla sua vita economica, sociale e culturale”.

E si domanda quale sia lo spirito della legislazione sulla cittadinanza italiana: “Pensiamo che solo chi è riconosciuto a tutti gli effetti come parte integrante della comunità possa sentirsi realmente chiamato a contribuire al suo benessere, a condividere diritti e doveri, a partecipare alla vita democratica, nella certezza che l’ordinamento italiano tutela la dignità e il futuro di ogni persona.

Al contrario, una legislazione che introduca forme di cittadinanza debole, revocabile ed esposta ad incertezze, rischia di produrre l’effetto opposto: alimentare l’insicurezza, la distanza sociale, la sfiducia nelle istituzioni”. Migrantes 15

 

 

 

 

«Dal C7 l’appello dei vescovi per la pace, il multilateralismo e il bene comune globale»

 

Milano – In un’epoca segnata da crescenti conflitti armati, frammentazione geopolitica e stravolgimenti climatici, in occasione del G7 tenutosi in Francia nel mese di giugno, le Conferenze Episcopali presenti nei Paesi che formano il G7 – hanno sentito la necessità di far sentire la propria voce comune, facendo nasce il C7 (Church7).

A dare loro supporto nella creazione del Forum, è stata la Comece (Commissione degli Episcopati dell’Unione Europea): sul numero di agosto-settembre del mensile Vita Pastorale, il presidente, Mons. Mariano Crociata, spiega la nascita e gli obiettivi del "C7": «Le Chiese hanno sentito la necessità di offrire una voce nuova sui temi che assillano sempre più singoli e collettività, al servizio dei più vulnerabili e a favore della pace» - spiega Crociata. 

L’iniziativa, promossa dal Cardinale Jean-Marc Aveline, Presidente della Conferenza Episcopale Francese, ha portato alla stesura di un articolato Appello indirizzato ai Capi di Stato del G7 dal titolo “Costruire ponti di pace, di giustizia e di dignità umana”: «Esso indica nella dignità della persona umana e nel bene comune globale i punti di riferimento da cui lasciarsi guidare in un contesto di conflitti armati» continua il presidente della Comece, che illustra i quattro pilastri fondamentali del documento: la riaffermazione del multilateralismo e diritto internazionale perché «Solo le istituzioni internazionali possono garantire una pace duratura e prevenire i conflitti»; il posto della persona umana al cuore dello sviluppo e della solidarietà internazionale, perché «dappertutto nel mondo cresce il bisogno di cibo, di cure sanitarie, di educazione e di protezione delle persone»; la protezione dei bambini e dei giovani nell’era digitale, per la quale «si richiede una governance etica e grande vigilanza, oltre che uno specifico e generalizzato impegno educativo. Infine, l’assunzione di una responsabilità condivisa verso la creazione e le popolazioni sfollate «la cui responsabilità più grande ricade sui Paesi industrializzati».

«È fondamentale estendere a una platea sempre più vasta la consapevolezza su problemi che toccano da vicino la vita di tutti - sottolinea Mons. Crociata - C’è bisogno di qualcuno che non si stanchi di ricordarli, fidando in un ascolto attento da parte dei destinatari e in un auspicabile dialogo futuro», conclude. Vita Pastorale, ag-sett. 26

 

 

 

 

 

Il perdono è la medicina che libera il cuore

 

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Carpi. Il testo della prima lettura di questa domenica, tratto dal libro del Siracide ci invita a riflettere sugli  effetti tossici che il risentimento e il rancore producono nel cuore dell’uomo. Il rancore, infatti, non è soltanto un sentimento negativo che ci ferisce, ma è una vera e propria idolatria del male subito. Quando rifiutiamo di perdonare è come se costruissimo dentro di noi un tempio dedicato al nostro offensore. E così gli consegniamo il potere di diventare padrone dei nostri pensieri, delle nostre emozioni e dei nostri giorni. Come spezzare questa catena d'odio che sorge così spontaneamente dalla nostra natura ferita? Il Siracide ci invita a fare un bagno nella realtà: «Ricordati della fine e smetti di odiare, ricordati della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti.» Il Siracide ci esorta, dunque, a ricordarci della fine della nostra vita. Di fronte al mistero della morte e dell'eternità, i nostri litigi familiari, le ripicche professionali, i rancori che portiamo dentro da anni rivelano la loro sconcertante banalità. La prospettiva della fine non serve a incutere terrore, ma a restituire alle cose le loro giuste proporzioni. Ci porta a chiederci: vale davvero la pena trascorrere il breve tempo che ci è dato alimentando un risentimento destinato a svanire nella nella polvere?

La questione del perdono ritorna anche nel testo evangelico. Pietro rivolge a Gesù una domanda che, in fondo, appartiene all’esperienza di ciascuno di noi: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?». La risposta di Cristo appare quasi spaventosa. Egli ci chiede  di perdonare sempre! L’amore non vive di calcoli, di conteggi! Ma diciamoci la verità: com’è possibile mettere in pratica quello che Gesù domanda? A volte ci sono ferite che sembrano troppo profonde, torti che ci appaiono troppo grandi, parole e gesti che sembrano rendere impossibile ogni riconciliazione.

Gesù ci spiega come sia possibile perdonare attraverso la parabola del servo spietato. Noi non riusciamo a perdonare perchè guardiamo solo l'offesa che abbiamo ricevuto, dimenticando l’immenso debito che Dio ha condonato a noi. La capacità di perdonare, allora, non nasce dal fatto che l'altro "meriti" il nostro perdono. Nasce piuttosto dalla gratitudine per essere stati noi, per primi, raggiunti dal perdono del Signore. Noi possiamo perdonare perché siamo stati perdonati; possiamo usare misericordia perché abbiamo ricevuto misericordia. Il Signore, infatti, ha preso su di sé i nostri peccati ed è morto sulla Croce per i nostri. Ma Gesù non si è limitato a questo. Ha fatto ben di più. Nel tempo della Chiesa Egli continua a vivere e agire  in noi. Con i sacramenti del Battesimo e dell’Eucarestia, Cristo prende dimora in noi, viene ad abitare in noi e ci rende partecipi della sua stessa vita divina. Per questo, quando la nostra natura umana protesta e invoca vendetta, possiamo ricorrere a Lui e pregare con umiltà: «Signore, io da solo non ce la faccio, la mia ferita brucia ancora. Donami la grazia di perdonare».

L’aiuto del Signore è necessario perchè il perdono è un atto soprannaturale. Un cristiano perdona non semplicemente perché possiede una particolare forza di volontà, ma perché Cristo opera e agisce in lui. È Cristo che, attraverso la sua grazia, rende possibile ciò che alle nostre sole forze sembra impossibile. Cari fratelli, il perdono è l’unica medicina capace di spezzare le catene del male che rovinano le famiglie, spezzano le amicizie e dividono le comunità. Ma è anche la medicina che libera il cuore e dona pace e serenità.

Affidiamo il nostro cammino personale di guarigione, quello delle nostre comunità e dell’umanità  alla Vergine Maria. Lei, che nell’ora più buia della storia è rimasta in piedi sotto la Croce senza nutrire alcun rancore verso i carnefici del Figlio, e ha unito il dolore del Suo Cuore Immacolato al sacrificio del Figlio per la nostra  salvezza. Accogliamo, allora, con fiducia questa Madre nella nostra vita e apriamole il nostro cuore, affidando a Lei le nostre difficoltà, certi che non ci farà mancare il suo soccorso e il suo aiuto. Aci 13

 

 

 

 

Serve la Dottrina Sociale della Chiesa

 

Il discorso del Papa ai partecipanti all’Incontro “Fratelli tutti: Dialogo socio-ambientale Nord-Sud” di CELAM e USCCB, promosso dalla Pontificia Commissione per l’America Latina. Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. Per dialogare con il mondo la Chiesa deve lavorare con la sinodalità e senza polarizzazioni per ricostruire un mondo che non serve più la dignità della persona.

Il Papa lo spiega nel suo discorso ai partecipanti all’Incontro “Fratelli tutti: Dialogo socio-ambientale Nord-Sud” di CELAM e USCCB, promosso dalla Pontificia Commissione per l’America Latina.

“L’imperativo evangelico di prendersi cura dei poveri esige” che lo sguardo della Chiesa “si rivolga in modo particolare a coloro che subiscono con maggiore gravità le conseguenze dei cambiamenti sociali, economici e tecnologici” e  poiché “Dio è entrato nella nostra storia. In Gesù Cristo ha assunto la nostra umanità e ha affidato alla Chiesa la missione di annunciare il Vangelo nel contesto delle circostanze reali in cui vivono i popoli”. 

Leone XIV cita la Magnifica Humanitas e ricorda che “di fronte allo sviluppo tecnologico, la questione decisiva non è semplicemente se accettiamo o rifiutiamo determinati strumenti, ma quale umanità vogliamo costruire e quale posto avrà in essa ogni persona”. Questo porta ad un “programma di responsabilità condivisa” che “può contribuire proprio a evitare che le legittime differenze si trasformino in frammentazione”, senza polarizzazioni. Ecco perché “l’esperienza sinodale della Chiesa può offrire qui un insegnamento: ascoltare veramente le differenze non significa diluirle, ma imparare a discernere e a cercare, a partire da esse, ciò che può servire al bene di tutti. Questo esercizio risulta particolarmente necessario in un’epoca in cui le narrazioni polarizzate trovano immediata amplificazione e in cui lo scontro può facilmente trasformarsi in strumento di potere”.

E il dialogo autentico il Papa dice che “esige qualcosa di più della cordialità: obbliga a rimanere nel dialogo quando emergono interessi contrastanti e quando le decisioni richiedono rinunce concrete”.

In questo la Chiesa ha la Dottrina sociale come guida anche se “i suoi principi non sostituiscono le decisioni che dovete prendere; offrono piuttosto criteri per valutare se tali decisioni rispettino veramente la dignità umana e servano il bene comune”.

Citando la conclusione della Magnifica Humanitas con la figura di Neemia davanti a Gerusalemme distrutta il Papa dice: “Allo stesso modo, ai nostri giorni, grandi strutture sono crollate ovunque il progresso smetta di servire la persona, dove il lavoro perda la sua dignità, dove intere comunità vengano emarginate o dove la tecnologia finisca per accentuare le divisioni che dovrebbe invece aiutarci a superare”. Allora chiede di lasciarsi “stimolare dai segni dei tempi e accogliete i contributi delle scienze, delle culture e delle esperienze umane per discernere possibili vie da seguire” e incoraggia “a coltivare una sana «cultura della negoziazione» , capace di aprire vie laddove le differenze sembrano precludere ogni possibilità di incontro. In questo modo, potrete anche voi contribuire alla diplomazia della pace di cui il nostro mondo ha bisogno”.

Infine una sottolineatura: “Neemia non ricostruì Gerusalemme da solo. Chiamò a raccolta il suo popolo, e ciascuno lavorò alla sezione di cui era responsabile. Spetta ora a voi riconoscere quale parte di questo lavoro condiviso vi è stata affidata. Possa il progresso del nostro tempo non lasciare nuove rovine al suo passaggio, e possa ciò che costruiamo essere veramente una casa e un rifugio per tutti, a cominciare dai più bisognosi”. Aci 12

 

 

 

 

La festa di Maria vista da Paolo Pasquino della comunità di Wiesbaden

 

„Dove c’è una pluralità di persone, c’è anche un modo diverso di vivere la fede, e io li rispetto tutti. In fondo, se siamo lì, è perché ognuno riceve una chiamata che il Padre Eterno rivolge in modo diverso a ciascuno di noi“ (Paolo Pasquino). Di Laura Latini

“Maria, Madre di tutti i popoli” è la festa delle comunità di lingua straniera della diocesi di Limburg. Si celebra ogni anno nel weekend successivo alla Natività di Maria, nella Frauenfriedenskirche di Francoforte-Bockenheim. La giornata si articola in un solenne pontificale, una processione mariana per le vie del quartiere con la statua della Vergine portata a spalla, le preghiere dei fedeli recitate in decine di lingue diverse, e si conclude con un buffet internazionale in cui ogni comunità porta un piatto tipico del proprio paese d’origine. Nata come segno di comunione tra le tante nazionalità presenti nella diocesi, la festa riunisce ogni anno fedeli provenienti da circa 45 comunità.

Paolo Pasquino fa parte del Consiglio pastorale a Wiesbaden, è stato membro dell’Ausländerbeirat. È stato invitato dal comune per conto dell’Ausländerbeirat di Wiesbaden alla cerimonia „Würdigung der Gastarbeiterinnen und Gastarbeiter“ lo scorso 28 novembre 2025.

Cos’è per te la festa di Maria, Madre di tutti i popoli?

È la data di nascita della Madonna e si festeggia nel weekend successivo. Quattordici anni fa il Consiglio delle comunità di lingua straniera ha proposto questo evento. Io la celebravo anche a Reggio Calabria, dove partecipavo da ragazzo: per me è un onore poterlo organizzare ed esserci.

Perché hai deciso di partecipare a questo evento nella Frauenfriedenskirche?

Perché da 35 anni faccio parte del Consiglio pastorale e da circa 30 anni del Consiglio delle comunità di altra lingua. Incontrare persone di altre lingue mi arricchisce.

Come sei arrivato a questo impegno?

Quasi per caso: prima frequentavo una parrocchia vicino a casa, ma per me l’importante era semplicemente andare in una chiesa cristiana. Da quando poi mi hanno eletto nel Consiglio pastorale, ho cercato comunque di impegnarmi. Anche se è volontariato, non prendo le cose alla leggera: cerco di aggiornarmi e di lavorare con serietà.

Cosa significa essere presente a questa celebrazione?

Rappresento la comunità italiana e mi sento parte della diocesi di Limburg. Nei gruppi di lavoro partecipo dal basso all’organizzazione di questa splendida giornata insieme alle altre comunità di altra lingua.

Qual è il momento della celebrazione a cui tieni di più — la messa, la benedizione eucaristica o il rinfresco condiviso?

Tutti i momenti sono importantissimi: dove c’è una pluralità di persone, c’è anche un modo diverso di vivere la fede, e io li rispetto tutti. In fondo, se siamo lì, è perché ognuno riceve una chiamata che il Padre Eterno rivolge in modo diverso a ciascuno di noi. Mi piacciono molto la processione e i canti in più lingue.

Hai un ricordo particolare legato alle edizioni passate di questa festa?

Il senso dello stare insieme, il dialogo tra lingue diverse, il valore dell’incontro tra persone diverse: c’è sempre qualcosa da imparare.

Cosa rappresenta, secondo te, il buffet internazionale che segue la messa?

Tre o quattro comunità italiane hanno uno stand: noi portiamo qualcosa, loro portano qualcos’altro, e collaboriamo con le altre comunità italiane come se fossimo un’unica comunità, una famiglia tra le altre famiglie che parlano altre lingue.

In che modo questo evento aiuta il dialogo tra le diverse comunità linguistiche e riti della diocesi di Limburg?

L’incontro crea il dialogo tra una miscela di mentalità diverse. Del.mci.de 12.9.

 

 

 

 

Il Card. Spengler: "Ascolto e dialogo per migliorare la nostra casa comune"

 

A Roma il quarto Incontro Sinodale Fratelli Tutti: dialogo socio-ambientale Nord-Sud - Di Marco Mancini

Città del Vaticano. “Siamo qui per ascoltarci a vicenda, per scoprire i sogni che ci uniscono al fine di rendere possibile una vita migliore per tutti e non soltanto per alcuni. Ricordiamo che la crisi socio ambientale colpisce l’intera umanità, soprattutto i più poveri. E per questo è fondamentale per unire le voci.  Dobbiamo costruire con urgenza i percorsi verso un futuro dignitoso e giusto per tutti e creare questi spazi per promuovere autentici momenti di ascolto e dialogo, di sinodalità convinti che sia necessario riunire una pluralità di persone e istituzioni altamente rappresentative per discernere insieme e creare con coraggio i consensi e gli accordi che ci portano ad agire in modo deciso e responsabile”.  Lo ha detto stamane il Cardinale Jaime Spengler, Arcivescovo di Porto Alegre, Presidente della Conferenza Episcopale Brasiliana e Presidente del CELAM, durante la conferenza stampa Conferenza dedicata al quarto Incontro Sinodale Fratelli Tutti: dialogo socio-ambientale Nord-Sud, in corso fino a domani.

“Papa Francesco – ha aggiunto il Cardinale Leonardo Steiner, Arcivescovo di Manaus e Presidente della Conferenza Ecclesiale dell'Amazzonia - ha aperto un orizzonte che non possiamo dimenticare, per illuminare la nostra evangelizzazione. Con Papa Leone abbiamo imparato a guardare avanti. La dignità umana si può collegare con la dignità della natura. Per questo San Francesco chiamava tutti fratelli e sorelle. Dobbiamo curare il bene comune, stiamo dialogando sulla questione dell’ambiente e della ecologia integrale senza dimenticare i popoli delle foreste”.  

A prendere parte ai lavori anche Monsignor Daniel Flores, Vicepresidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti. “Dobbiamo lavorare per trovare modi in cui la diversità possa esprimersi, anche per dimostrare l’unità della Chiesa e della comunità nel suo insieme. Creiamo spazi – ha precisato Monsignor Flores - per consentire a chi la pensa diversamente di parlarsi e di ascoltarsi per poi poter collaborare. Per noi è importante fare questo anche in America. E’ importante collaborare, vogliamo trovare un modo per promuovere il dialogo camminando insieme. Una cosa che cerchiamo di fare in America è  creare opportunità per chi non ne ha, per parlare ed esprimersi, è fondamentale per un ordine sociale più giusto e questo è importante anche per la Chiesa. Questi incontri ci ricordano che dal punto di vista cattolico la storia non è sempre legata a chi ha più potere, c’è anche amicizia sociale e dobbiamo dare alle voci di esprimersi. La priorità per la chiesa degli Stati Uniti è creare spazi dove i poveri possano esprimersi, importante per una democrazia e anche per i legislatori sentire cosa pensa chi è ai margini. I vescovi vogliono e sono disponili a parlare con i membri del governo in modo amichevole, parliamo con l’amministrazione e con il Congresso, non vogliamo infiammare o provocare, ma discutere del bene comune”.

“Dobbiamo ampliare – ha invece auspicato Monsignor Reginald Andrietta, coordinatore della Rete del Lavoro Organizzato del CELAM - i valori dell’integrazione, Papa Francesco diceva che lo sviluppo dell’America Latina era un sogno ancora da realizzare ma continuiamo a compiere dei passi, confrontandoci con il Nord America costruendo ponti. Va superata la cultura della indifferenza e della concorrenza. Vogliamo un umanesimo basato sull’etica cristiana. Dobbiamo basarci sulla ricerca della pace in ogni situazione di conflitto, promuoviamo quindi il principio di solidarietà, cardine della dottrina sociale della Chiesa.  Va costruita una cultura della convergenza e della pace, come vuole lo stesso Papa Leone”.

Presente anche Liz Schuler, Presidente della Federazione Americana del Lavoro e Congresso delle Organizzazioni Industriali. “Noi – ha rivendicato - rappresentiamo milioni di lavoratori e siamo qui perché crediamo nel dialogo sociale, essenziale per promuovere il bene comune. Noi ci sediamo con i governi per migliorare le comunità, dal dialogo si creano rapporti duraturi, quando tutti si presentano per ascoltare siamo in grado di andare avanti a vantaggio di tutti. Noi abbiamo parlato di come Magnifica Humanitas riporta molte delle nostre preoccupazioni. Noi siamo qui per scegliere un percorso migliore insieme ai lavoratori. Per dare un futuro di speranza e di giustizia. Siamo pronti a lavorare con chi è interessato alla promozione di un futuro positivo per tutti”.

Infine l’intervento di Gerardo Martinez, Membro effettivo del Consiglio di Amministrazione dell'ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro secondo cui “è importante questa partecipazione perché è fondamentale riunire dei criteri in un dibattito con la dottrina sociale della Chiesa per affrontare i problemi della nostra società nei nostri continenti. Grande valore ha la sussidiarietà, ogni problema va risolto al livello più locale possibile. L’enciclica di Papa Leone XIV – la sua visita in America Latina ci riempie di emozione - ci dice di non resistere alla innovazione ma dobbiamo negoziare la transizione, l’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità per capire chi sarà al servizio di chi. Va integrata nel mondo del lavoro, non può essere un solo algoritmo a decidere tutto. La sfida è trovare un lavoro degno.”. aci 11

 

 

 

 

La reazione delle Chiese, come hanno votato i cristiani in Sachsen-Anhalt

 

Le Chiese cattolica ed evangelica in Germania prendono atto della vittoria schiacciante del partito di estrema destra e xenofobo AfD, interpretandola come un segno di profonda scontentezza e di perdita di fiducia verso le istituzioni e i tradizionali partiti popolari. Le Chiese continueranno a vigilare e a fare il possibile per sostenere la democrazia e la coesione sociale. Di Paola Colombo

È la sintesi della dichiarazione congiunta pubblicata lunedì dalla Conferenza Episcopale Tedesca (DBK), dalla Chiesa Evangelica in Germania (EKD) e dalla Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen in Deutschland (ACK, Comunità di Lavoro delle Chiese Cristiane in Germania). https://www.dbk.de/presse/aktuelles/meldung/die-christlichen-kirchen-in-deutschland-setzen-gemeinsam-ein-zeichen-der-zuversicht

«Esortiamo i vincitori delle elezioni a rispettare senza riserve la Costituzione del Land e la Legge fondamentale e a tutelare la dignità di tutte le persone, indipendentemente dall’origine, dalla religione, dallo stile di vita, dai risultati raggiunti o dalla posizione ricoperta», si legge nella dichiarazione.

«Come Chiese siamo impegnate a diffondere il Vangelo e a promuovere la visione cristiana dell’uomo» – prosegue il comunicato. Si ricorda inoltre che già nel febbraio 2024 la Chiesa cattolica in Germania aveva apertamente preso le distanze dall’AfD https://www.delegazione-mci.de/il-nazionalismo-etnico-e-incompatibile-con-il-cristianesimo/.

Le Chiese seguiranno da vicino e con occhio critico l’operato del prossimo governo del Land Sachsen-Anhalt: «Non distoglieremo lo sguardo e non resteremo in silenzio quando la dignità umana viene violata, la nostra democrazia viene messa a repentaglio o lo Stato di diritto viene svuotato di significato. Daremo sempre il nostro contributo per sostenere la nostra democrazia e la coesione sociale».

Sul portale cattolico Katholisch.de si trova un’analisi del voto dei cristiani in Sachsen-Anhalt, di cui riportiamo i passaggi salienti. https://katholisch.de/artikel/70220-katholiken-protestanten-konfessionslose-wer-hat-die-afd-gewaehlt

La Forschungsgruppe Wahlen di Mannheim ha analizzato l’elettorato di AfD in Sassonia-Anhalt in relazione ad appartenenza religiosa e all’età. Il dato più evidente riguarda le persone senza appartenenza religiosa: il 47% dei non credenti ha votato AfD, una quota nettamente superiore a quella degli evangelici (33%) e dei cattolici (32%). Tra i non religiosi, l’AfD supera persino il suo già elevato risultato complessivo del 43,8%.

Tra gli elettori cristiani, invece, emerge un fenomeno diverso: le preferenze che l’AfD non riesce a raccogliere confluiscono in larga parte nella CDU. Sebbene i cristiano-democratici abbiano ottenuto solo il 17,2% a livello generale, tra evangelici e cattolici raggiungono il 26% in entrambe le confessioni, segno che la CDU mantiene una base solida proprio tra i credenti.

La distribuzione per genere rivela ulteriori differenze: gli uomini votano AfD molto più delle donne. Tra gli evangelici, il 38% degli uomini ha scelto l’AfD, contro il 29% delle donne; tra i cattolici, il 37% degli uomini contro il 26% delle donne. Il partito beneficia dunque in modo marcato del voto maschile.

La differenza più significativa fra le confessioni cristiani si trova in riferimento all’età: tra i giovani sotto i 34 anni, il 39% dei giovani evangelici ha votato AfD, mentre tra i cattolici della stessa fascia d’età la quota scende al 23%. Nella fascia tra i 35 e i 59 anni, invece, le differenze si attenuano: il 38% degli evangelici e il 37% dei cattolici ha scelto l’AfD, mostrando un comportamento elettorale quasi identico.

Alcune reazioni della stampa tedesca, osservazioni e commenti dell’8 settembre

L’AfD non ha ottenuto la maggioranza assoluta e, come fanno notare alcuni quotidiani tedeschi, sarebbe sbagliato da parte del Ministro presidente sconfitto, il cristiano sociale Sven Schulze, tentare di restare aggrappato al governo del Land con una debole coalizione, perché la volontà degli elettori è inequivocabile. Sarebbe una possibilità che non viola la costituzione, ma ne tradirebbe lo spirito, si legge sulla rivista Cicero. La democrazia parlamentare, ricorda la rivista, vive di stabilità e legittimazione, non di acrobazie tattiche.

Non dovrebbe essere difficile arrivare a una maggioranza di governo per la AfD: i tre seggi mancanti per avere la maggioranza assoluta l’AfD potrebbe averli dalla Bündnis di Sarah Wagenknecht (BSW). Secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), l’AfD è ora «dipendente dal BSW» per qualsiasi prospettiva di governo.

Se davvero gli venisse affidato l’incarico di governo, l’opposizione nel Landtag dovrebbe diventare un argine democratico, un correttivo necessario. Una posizione condivisa anche dalla Rheinpfalz, che invita i partiti di centro a non cedere alla pressione dell’AfD.

Ma la gravità della situazione si misura a Berlino. Questo risultato elettorale indebolisce il non amato cancelliere Friedrich Merz e il suo governo. Una linea di governo orientata al riarmo massiccio che taglia ove possibile il welfare (sanità, università, scuola, aumento del costo della vita) che piace né a Est né a Ovest. E questi tagli sono sempre più palpabili.

La crisi dunque investe anche il cancelliere Friedrich Merz. La Rheinische Post parla di un leader «gravemente indebolito», che «vacilla» dopo la débâcle elettorale. La fiducia nel suo ruolo, scrive il giornale, è «profondamente scossa» all’interno della CDU. Se Merz non mostrerà rapidamente come fermare il declino del partito e colmare il divario con l’AfD, rischia di isolarsi ulteriormente. A tenerlo in piedi, secondo la testata, sarebbe soltanto la mancanza di alternative credibili.

La Süddeutsche Zeitung (SZ) descrive la situazione del cancelliere come un «mix tossico» di impopolarità record, pressione per il cambiamento, minacce esterne e risentimento sociale, lasciando aperta la domanda su quale via d’uscita rimanga. E invita alla prudenza: un crollo del governo federale sarebbe «un trionfo per l’AfD». Nessun partito democratico dovrebbe trasferire le scosse politiche di Sachsen‑Anhalt a Berlino. La SZ

La Die Zeit va oltre e dichiara finita l’epoca della Brandmauer, del muro antincendio. La CDU deve affrontare l’AfD sul piano ideologico, riscoprendo i propri valori fondativi. „La CDU si è concentrata fin troppo sulle somiglianze con l’AfD; oggi, questo appare assurdo. Il culmine è stato raggiunto nel luglio 2023, quando Merz ha definito il suo partito ‚un’alternativa per una Germania con sostanza‘. Ha concettualmente definito la CDU in termini di populisti di destra. Come se la CDU avesse dimenticato i suoi ideali e ciò che l’hanno resa grande. Si tratta di un contrasto di valori che la CDU semplicemente non riconosce: democrazia contro autoritarismo, libertà contro repressione, progressisti contro reazionari. Ma la CDU deve riconoscere questo contrasto; deve combattere la battaglia intellettuale e ideologica“,

La Welt aggiunge un’osservazione che sono in molti analisti a condividere: la repressione verso la destra ha contribuito a radicalizzare ulteriormente l’AfD, più che altrove in Europa. La Germania, scrive il quotidiano, si trova su un «pericoloso precipizio», dove il business as usual delle élite politiche è altrettanto rischioso quanto la radicalizzazione della destra.

In questo quadro politico teso, si aggiunge la crisi dell’industria automobilistica tedesca con l’Annuncio di pochi giorni fa dei tagli di 50.000 posti di lavoro nella Volkswagen.

A Osnabrück, lo stabilimento Volkswagen non produrrà più automobili ma sistemi di difesa aerea. Il Land della Bassa Sassonia, Volkswagen, il gruppo israeliano Rafael e l’investitore Aurelius Capital hanno siglato un accordo che, secondo la Stuttgarter Zeitung, rappresenta «una buona notizia» per i 1.800 dipendenti, di cui 1.400 saranno riassorbiti. La riconversione industriale potrebbe offrire nuove prospettive anche ai lavoratori degli stabilimenti minacciati di chiusura a Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm.

L’industria della difesa, conclude la testata, è destinata a diventare un settore chiave in Germania. Del.mci.de 8.9.

 

 

 

 

L'Arcivescovo Delpini: "L’inizio non è solo organizzazione, ma sollecitudine"

 

Milano. Lo scorso 8 settembre nel Duomo di Milano l'Arcivescovo Delpini ha presieduto il pontificale nella solennità della Natività della Beata Vergine Maria, aprendo con l'occasione l'Anno pastorale.

“L’inizio - ha ricordato nell'omelia Monsignor Delpini - è la critica della stanca ripetizione, del conformismo comodo e vile. L’inizio è il coraggio, l’audacia di contestare l’individualismo per convocare alla fraternità, di contestare l’autoreferenzialità che difende l’arbitrio come libertà, che resiste allo stile sinodale come a un pericolo e a una complicazione inutile. È l’audacia di annunciare il Vangelo fuori dal tempio, nell’occasione quotidiana, perché il mondo non muoia di tristezza e di noia”.

"In questa cultura che preferisce procurare morte invece che aiutare la vita - ha proseguito - il bambino che nasce è la rivelazione di un’alternativa al declino. È il dono di Dio che insegna che la vita è dono, vocazione, povertà e responsabilità, che rende così lieti e grati che è giusto suonare le campane a festa, perché lo scampanio festoso si diffonda e offra spiragli di speranza nelle notti della disperazione".

“L’inizio - ha detto ancora l'Arcivescovo - è la gratitudine e l’ammirazione per una Chiesa capace di sempre nuovi inizi. L’inizio è il calendario che non sia solo organizzazione, ma sollecitudine per raggiungere tutti, tutti per quanto possibile. L’inizio è il proposito di accogliere e promuovere i doni di Dio, di accompagnare come servo il popolo che, con questi tratti, inizia il nuovo anno”.

Al termine della celebrazione l'Arcivescovo di Milano ha fatto anche riferimento alla recente proroga concessagli da Papa Leone XIV.

"Sono contento - ha amesso il presule - di essere a Milano e di continuare questo servizio. La mia preferenza sarebbe stata per concludere, ma più per amore dalla scadenza che non per stanchezza o per fatica. Sono una persona che prende le cose come sono e fa il meglio che può finché gli è data la possibilità di farlo".

Aci 9

 

 

 

 

“Le nostre Comunità diventino scuole di Pace

 

Frascati - Non aspettare che la guerra finisca per cominciare a costruire la pace. Prepararla prima, nei territori e nelle comunità, affrontando le diseguaglianze, riconoscendo i conflitti, disarmando le parole e contrastando ogni forma di strumentalizzazione delle identità.

È la prospettiva emersa al termine del seminario nazionale “Costruire identità plurali al servizio della pace”, promosso dal 7 al 9 settembre a Frascati da Caritas Italiana e dall’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza Episcopale Italiana.

Tre giornate di ascolto, approfondimento e confronto hanno mostrato come le guerre vengano preparate molto prima dell’uso delle armi. Accade quando l’identità diventa una fortezza da difendere, il confine un muro invalicabile, l’interesse nazionale l’unico criterio delle scelte e l’altro una minaccia dalla quale proteggersi. Accade anche quando le diseguaglianze e il senso di abbandono alimentano paura e risentimento, offrendo nuovo spazio a nazionalismi e appartenenze contrapposte.

Il seminario ha messo in luce la necessità di superare l’idea di identità pure, compatte e autosufficienti. Le identità personali, culturali e religiose sono attraversate dalla storia, dalle differenze e dalle relazioni e non diventano più fragili nell’incontro con l’altro, ma possono, al contrario, diventare più consapevoli e generative. Anche il confine, senza essere cancellato, può trasformarsi da linea di separazione in luogo di riconoscimento e reciprocità.

“L’impegno che ci assumiamo al termine di queste giornate è fare delle nostre comunità vere scuole di pace”, dichiara don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana. “Significa attivarci nelle diocesi, costruire alleanze e cambiare narrazione, mostrando attraverso gesti concreti che alla pace ci si educa e ci si allena, a partire dagli ambienti della vita quotidiana. Dobbiamo trovare anche modi nuovi per informare e coinvolgere le nostre comunità, riuscendo ad arrivare a tutti. È uno sguardo di speranza, necessario per liberarci dalle paure e non permettere che siano queste a orientare le nostre scelte”.

Un secondo approdo riguarda il modo di intendere la pace che non coincide con l’assenza del conflitto, né con un generico invito alla concordia. Il conflitto appartiene alla vita delle persone e delle comunità e può diventare occasione di cambiamento. La guerra comincia quando alla relazione, al diritto e alla politica viene sostituita la logica della forza.

“Dopo la Seconda guerra mondiale si era affermata la consapevolezza che la guerra non potesse più essere lo strumento per uscire dai conflitti. Oggi, invece, viene nuovamente ipotizzata come una soluzione normale”, afferma don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI. “È il segno di una povertà relazionale: abbiamo smesso di lavorare sulle relazioni e rischiamo di affidare alla forza ciò che dovremmo affidare al diritto, al dialogo e a una cittadinanza realmente inclusiva. Costruire identità plurali significa allora domandarci quali relazioni vogliamo generare tra le persone, nelle nostre comunità e tra i Paesi”.

Le riflessioni maturate a Frascati richiamano anche la responsabilità delle Chiese e delle religioni. La fede può essere piegata alla difesa di identità chiuse e utilizzata per sacralizzare il potere, la nazione e la contrapposizione. Ma l’esperienza religiosa custodisce anche un antidoto decisivo, perché ricorda all’essere umano di non essere principio di sé stesso e lo apre alla relazione con un’alterità che non può possedere, né ridurre alla propria misura. Le religioni possono contribuire alla pace riconoscendo nell’altro una storia, una dignità e un’esperienza di fede che chiedono ascolto.

Un compito specifico riguarda la comunicazione. Le parole non si limitano a raccontare i conflitti: possono esasperarli, costruire il nemico e rendere progressivamente accettabile la violenza. In un sistema informativo condizionato dalla velocità, dalla polarizzazione e dagli algoritmi, disarmare la comunicazione significa verificare, contestualizzare, restituire complessità, moltiplicare i punti di vista e dare volto alle persone che rischiano di essere ridotte a categorie o numeri.

Lo sguardo è ora rivolto ai territori. Parrocchie, scuole, associazioni, movimenti e comunità religiose possono diventare luoghi nei quali i conflitti vengono riconosciuti prima che degenerino in inimicizia, le paure trovano ascolto senza essere strumentalizzate e le differenze possono concorrere alla costruzione del bene comune.

La pace non è dunque un settore da aggiungere alle attività pastorali e sociali. È un criterio con cui ripensarle tutte: l’ascolto, l’educazione, la comunicazione, l’accoglienza, l’advocacy, la partecipazione democratica e la cura delle persone più esposte alle diseguaglianze.

È questa la consegna con cui si chiude il seminario: dare forza alle relazioni, al diritto e alle istituzioni; attraversare i confini senza negare le differenze; creare nei territori luoghi reali nei quali sia possibile vivere la fraternità e affrontare i conflitti senza trasformare l’altro in un nemico, perché la pace inizia quando l’altro torna a esistere come persona, come interlocutore, come parte di un futuro comune. Caritas 9

 

 

 

 

 

La scomparsa di Enzo Bianchi

 

Il Gruppo Editoriale San Paolo ricorda con profonda gratitudine e sincero affetto la figura di fratel Enzo Bianchi, scomparso oggi all’età di 83 anni. Il monaco, fine e appassionato biblista, ha collaborato per decenni come autore di numerosi saggi e firma di diverse testate, fra cui Famiglia Cristiana, Jesus e Vita Pastorale. Intellettuale capace di dialogare con la cultura laica, credente e convinto sostenitore del Concilio Vaticano II e del dialogo tra confessioni cristiane e tra le religioni, non sempre è stato capito e apprezzato, come tutti gli uomini che guardano lontano e che per questo risultano sovente profeti inascoltati. 

Dice don Stefano Stimamiglio direttore di Famiglia Cristiana e Amministratore Delegato del Gruppo Editoriale San Paolo: «Fratel Enzo Bianchi è stato fin dagli anni Novanta un prezioso collaboratore del nostro Gruppo Editoriale. Ha proposto una riflessione costantemente nutrita dalla Scrittura e attenta alle domande dell’uomo contemporaneo. Uomo e monaco libero, ha testimoniato e insegnato alla Chiesa che l’incontro con Gesù Cristo non limita l’uomo, ma lo libera, aprendolo alla piena realizzazione di sé, alla fraternità e all’incontro con l’altro. Il Gruppo Editoriale San Paolo ricorda con gratitudine il lungo e fecondo contributo di fratel Enzo alla comprensione e alla comunicazione del Vangelo e la passione con cui ha accompagnato per tanti anni i suoi lettori». 

Aggiunge don Simone Bruno, direttore editoriale delle Edizioni San Paolo: «Fratel Enzo Bianchi ci lascia in eredità una "impronta" indelebile, caratterizzata da un connubio rigoroso e vitale: fedeltà appassionata al messaggio evangelico e capacità coraggiosa di traduzione dello stesso nella cultura contemporanea. La sua brillante intelligenza spirituale lo ha portato a vivere e a proporre in modo innovativo l'esperienza monastica cristiana, ad accogliere tante sorelle e fratelli da tutto il mondo e ad aprire territori di dialogo originali con chiunque sentisse il bisogno della ricerca della Verità. Viene a mancare una figura unica, potente, che ha segnato inevitabilmente una delle epoche più complesse della storia dell'umanità».

Proprio in questo periodo le Edizioni San Paolo stanno riproponendo le sue migliori pubblicazioni nell’inedita Biblioteca Enzo Bianchi: il 9 di settembre uscirà in libreria “Presbiteri per la Chiesa di oggi” dove, con passione e lucidità, viene analizzata la figura del sacerdote, dal celibato alle celebrazioni. L’opera arriva dopo la prima uscita di successo Il corvo di Elia (2026).

Tra le altre numerose pubblicazioni con le Edizioni San Paolo si ricordano anche L’arte di scegliere (2018), Una lotta per la vita (Biblioteca Universale Cristiana, 2024); L'arte della preghiera (2024), Il tempo e la fede (2025). Ed.S.Paolo 2.9.

 

 

 

 

 

Veneto. Il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia circa la nuova legge regionale sul fine vita

 

A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile.

La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata. C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole, ossia per le persone che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo.

Quanto alle motivazioni psicologiche – i cui margini di interpretazione soggettiva sono ampi – è evidente che di volta in volta le situazioni in cui sarà consentito intervenire col suicidio assistito tenderanno a moltiplicarsi. In alcuni dei sostenitori della legge in oggetto, essa è intesa come l'inizio di un processo ampliabile. E così si rischia di aprire a un soggettivismo interpretativo per cui è logico domandarsi quali saranno i criteri effettivamente utilizzati per definire e valutare oggettivamente, di volta in volta, una sofferenza come “insopportabile”.

Oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato.

L'impegno ora è di promuovere di più e meglio una cultura di prossimità, specialmente nei momenti in cui la vita diventa difficile e fortemente compromessa.

L’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore.

Infine, l'auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari. Dip 2.9.

 

 

 

 

 

Il Perdono apre al futuro: dal Summit dell’Aquila una riflessione

 

L’AQUILA – Interpretare lo spirito della Perdonanza significa custodirne le radici e, allo stesso tempo, portarne il messaggio nel presente, facendolo dialogare con le domande del nostro tempo. È questa la direzione che ha segnato la IV edizione del Summit nazionale “Il Perdono nutre il Mondo”, promosso e organizzato da One Group e L’Aquila Made In, che sabato 29 agosto ha registrato al Teatro San Filippo una grande partecipazione di pubblico intorno al tema “Il Perdono apre al futuro? I giovani e la libertà di scegliere”. Ideato da Francesca Pompa, art director del Summit, l’incontro è stato introdotto da Angelo De Nicola e moderato dalla stessa Pompa. Ad aprire i lavori i saluti istituzionali di Manuela Tursini, assessore alle Politiche sociali del Comune dell’Aquila, del Prefetto dell’Aquila Vito Cusumano e di Goffredo Palmerini, presidente dell’associazione L’Aquila Made In.

Significativo il riconoscimento istituzionale giunto al Summit attraverso il messaggio della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Nel suo saluto la Presidente Meloni ha sottolineato come il Summit “impreziosisca il programma della 732ª Perdonanza Celestiniana”, richiamando il percorso dell’Aquila quale laboratorio di rinascita, innovazione e futuro. La Presidente del Consiglio ha inoltre ricordato la “missione speciale” affidata alla città dalle parole di Papa Francesco: tenere vivo il dono di Celestino V e promuovere, in un tempo attraversato da crisi e polarizzazioni, la forza del perdono e il messaggio universale della riconciliazione.

I giovani sono stati al centro del Summit, ma attraverso una prospettiva precisa: interrogare soprattutto il mondo degli adulti. Quale mondo stiamo consegnando alle nuove generazioni? Quali esempi e modelli proponiamo? Quanto spazio siamo realmente capaci di lasciare alla loro libertà?

Su queste domande si sono confrontate voci e sensibilità diverse. Francesco Giorgino ha analizzato il perdono nella società individualizzata; Michelangelo Tagliaferri il rapporto tra verità, memoria, etica e Perdonanza; Massimo Cacciari il legame tra perdono, libertà e futuro; Diego Fusaro il dono come possibilità di liberarsi dalla logica dell’utile e dello scambio.

Alla riflessione si sono affiancate le esperienze: Davide Simone Cavallo, con “Non odio”, ha raccontato la scelta di non lasciare all’odio l’ultima parola sulla propria storia, confrontandosi con un quindicenne  che ha portato direttamente nel Summit le domande dei giovani. Carmina Gallucci ha affrontato il dubbio come ponte verso il perdono, affidando anche alla musica, con “Sospesi ma vivi”, parte del proprio messaggio; Valeria Pompili ha indagato il perdono come possibilità di trasformazione e libertà. Remo Lucchi ha riportato l’attenzione sulla responsabilità educativa degli adulti nell’accompagnare i giovani verso scelte libere e consapevoli, mentre Dario Bolis ha sottolineato la necessità non di scegliere il futuro al posto dei giovani, ma di porli nelle condizioni di poterlo scegliere.

Pensieri ed esperienze differenti che non hanno cercato di offrire una risposta definitiva alla domanda “Il Perdono apre al futuro?”, ma hanno fatto emergere una consapevolezza: la libertà dei giovani non riguarda soltanto le scelte che sapranno compiere, ma anche ciò che gli adulti consegnano loro e lo spazio che sono capaci di lasciare alle loro domande, ai loro errori e alla possibilità di trovare la propria strada.

È qui che perdono, libertà e futuro possono incontrarsi. Il perdono non cancella il passato. Può però impedire che il passato abbia sempre l’ultima parola e aprire al futuro quando ciascuno ritrova la libertà di scegliere. È questa una delle riflessioni che la quarta edizione del Summit “Il Perdono Nutre il Mondo” consegna alla città e alla Perdonanza: continuare ad interrogare il perdono e la sua attualità, facendone una cultura viva, contemporanea e capace di futuro.

Il Summit ha ricevuto il patrocinio della Regione Abruzzo e del Comune dell’Aquila. Organizzato e sostenuto principalmente da One Group e L’Aquila Made In, ha ricevuto un contributo dal Comune dell’Aquila, dalla Fondazione Carispaq, da SODIFA e SE.RA. Centro Studi del Conflitto, con LAQTV come media partner. Goffredo Palmerini

 

 

 

 

 

Bischof Heße in Fulda: Kirche muss nicht immer alles lösen

 

Die katholische Kirche solle sich fragen, welche Wunden sie geschlagen habe, meint der Hamburger Erzbischof Stefan Heße. In seiner Predigt bei der Messe der Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) in Fulda an diesem Dienstag betonte er zugleich, das bedeute nicht, dass sich alles lösen lasse: „Die Kirche muss nicht immer alles lösen und überzeugen – sie kann es auch oft nicht.“ Es sei jedoch wichtig, bei den Menschen zu bleiben, zuzuhören und sich ihnen zuzuwenden. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

Mit Blick auf das von der Kirche verursachte Leid nannte der Erzbischof auch konkrete Beispiele: „Denken wir an die Zeiten der Sklaverei, den geistlichen und institutionellen Machtmissbrauch, Ausgrenzung und das Nichthören auf Betroffene.“ Die Kirche müsse sich zudem die Frage stellen: „Wo sind wir selber verwundet und bedürfen der Heilung und Umkehr?“ In einer säkularen Welt gelte es für die katholische Kirche daher, sich auf Spurensuche zu begeben – orientiert am Beispiel der Engel, so Heße. Die katholische Kirche feiert am 29. September das Erzengelfest. 

Engel als Boten für Menschen und die Kirche

Als „Zwischenwesen, gleichsam Boten und Übersetzer“ zwischen der irdischen Welt und dem Himmel erfreuten sich Engel auch in einer „säkularisierten Kultur, in der die klassische religiöse Semantik vielfach an Plausibilität verloren hat“, weiterhin großer Beliebtheit.

Erzbischof Heße nannte etwa Schutzengel und Engel als Begleiter: „Sie berühren viele Menschen. Wenn sie erscheinen, sprechen sie immer Menschen an und ermöglichen Kommunikation und Begegnung", so der Hamburger Erzbischof. So scheine sich eine Sehnsucht zu artikulieren, „dass die sichtbare Welt nicht alles ist; dass jemand über mich wacht; dass es eine Botschaft gibt; dass Heilung möglich ist." Hier könne die katholische Kirche anschließen.

„Wo sind wir selber verwundet und bedürfen der Heilung und Umkehr?“

Anhand der drei Erzengel Michael, Gabriel und Raphael richtete Heße anschießend konkrete Fragen an die Teilnehmenden der Vollversammlung sowie an die Gottesdienstgemeinde. Der Erzengel Michael fordere dazu auf, zu hinterfragen, „ob Gott in unserem eigenen Leben, in unserem Zusammenleben und in unserem kirchlichen Miteinander wirklich an erster Stelle steht“. Der Verkündigungsengel Gabriel konfrontiere die Glaubenden mit ihrem Auftrag, „der Welt die Frohe Botschaft Gottes weiterzugeben – nicht das, was wir selbst meinen und erfinden, sondern was wir empfangen haben“. Der Erzengel Raphael schließlich stehe für Gottes Heilung und lenke den Blick auf die Not der Gegenwart: „Wo sind die Wunden der Menschen? Wo sehnen sie sich nach Heilung?“

„Der Erzengel Michael stellt uns immer wieder vor die entscheidende Frage, ob Gott in unserem eigenen Leben, in unserem Zusammenleben und in unserem kirchlichen Miteinander wirklich an der ersten Stelle steht“

Hintergrund

Erzbischof Stefan Heße ist Sonderbeauftragter für Flüchtlingsfragen der DBK. Er hielt diesen Dienstag (29.9.2026) die Predigt bei der Eucharistiefeier der DBK-Herbst-Vollversammlung in Fulda. An ihr nehmen seit Montag und noch bis Donnerstag 59 Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz unter Leitung des Vorsitzenden, Bischof Heiner Wilmer, teil. Tagungsort ist das Maritim Hotel am Schlossgarten Fulda. Themen sind etwa Künstliche Intelligenz und die Enzyklika „Magnifica humanitas“ von Papst Leo XIV., der Schutz des Lebens, Missbrauchsaufarbeitung und Synodalität.

Bischof Wilmer: Gott hilft, im Leid zu bestehen

Bei der Eröffnungsmesse am Montagabend ging der Vorsitzende, Bischof Heiner Wilmer, in seiner Predigt auch auf den Papstbesuch in Frankreich und die zahlreichen Erwachsenentaufen dort ein:

„Schön zu sehen, wie heute in Metz, aber in den vergangenen Tagen auch in Lourdes und in Paris die Menschen zusammenkommen, in Frankreich. Mein Eindruck ist: Frankreich ist das Labor für einen neuerwachsenden katholischen Glauben in Europa. Und es gibt in Frankreich eine tektonische Verschiebung der Glaubensvermittlung. Glaubensvermittlung nicht einfach mehr über den Pfarrer, den Kaplan und die Lehrer in der Schule hin, über Katechese zu den jungen Leuten, nein. Glaubensvermittlung durch junge Missionarinnen und Missionare, an junge Leute. Vorbei an den Strukturen über moderne Formen der Verkündigung der Social Media.“

„Frankreich ist das Labor für einen neuerwachsenden katholischen Glauben in Europa“

Der DBK-Vorsitzende rief in seiner Predigt dazu auf, in einer Zeit von Kriegen, Krisen und Gewalt und gesellschaftlicher Verunsicherung auf Gott zu vertrauen und auf Gemeinschaft und Frieden zu setzen. „Ehrfurcht vor Gott heißt auch, sich dann in Verantwortung in Beschlag nehmen lassen zu einem Dienst, damit diese Welt eine bessere werde. Damit diese Welt gestaltet wird nach christlichem Menschen und Weltbild.“ Hier schlug Bischof Wilmer einen Bogen zur großen Europa-Rede von Papst Leo XIV. am Montag in Metz:

„So wie große christliche Politiker nach dem Zweiten Weltkrieg, wie Alcide De Gasperi Robert Schuman, Konrad Adenauer, sich in Lothringen und Umgebung getroffen haben unter der Frage: Wie geht ein christliches, neues Europa so, dass Friede bleibt, dass wir uns verständigen, dass wir zusammengehören und dass wir den Höchsten auch anerkennen in der Politik, in der Bildung und in dem bonum commune - in der Sorge für alle?“

Wege des Friedens finden

Ehrfurcht vor Gott führe auch zur Ehrfurcht vor seiner Schöpfung. Zudem habe solche Ehrfurcht auch eine politische Dimension. „Die Bibel zeichnet das große Bild von der Wallfahrt der Völker: Menschen unterschiedlicher Herkunft machen sich gemeinsam auf den Weg. Sie wollen lernen. Sie wollen hören. Sie wollen Wege des Friedens finden", heißt es im von der DBK veröffentlichten Predigt-Text.

Papstbotschafter in Deutschland: Gemeinsam verantwortlich für Zukunft

Der neue Apostolische Nuntius in Deutschland, Erzbischof Hubertus van Megen, sprach am Montagabend erstmals das Grußwort der DBK-Vollversammlung. Auch er warb für Glaube und Hoffnung in komplexen und krisenhaften Zeiten. „Christus selbst geht mit seiner Kirche. Er verlässt sein Volk nicht", so van Megen laut dem von der DBK veröffentlichten Grußwort. Christus sei gerade bei den Armen und Bedürftigen und im Wort und der Eucharistie gegenwärtig bei allen Menschen. „Unsere Hoffnung gründet sich nicht auf menschliche Konzepte oder Strategien, sondern auf den Herrn, der seine Kirche führt und erneuert." Die katholische Kirche rief der Papstbotschafter in Deutschland auf, vereint mit dem Herrn zu bleiben und mit der Universalkirche sowie dem Papst und aufeinander zu hören . So könne der Heilige Geist neue Wege eröffnen. 

„Unsere Hoffnung gründet sich nicht auf menschliche Konzepte oder Strategien, sondern auf den Herrn, der seine Kirche führt und erneuert“

Der Nuntius betonte die Rolle der Kirche sowie ihre Einheit in Zeiten des gesellschaftlichen Wandels. Deutschland sei längst keine homogene Nation mehr, sondern stark von Vielfalt geprägt. Das bringe auch „Herausforderungen und Spannungen mit sich, denen sich die Gesellschaft stellen muss“. Mit Blick auf die jüngsten Wahlen hielt er fest, dass Debatten über die Zukunft „bisweilen mit großer Leidenschaft geführt“ würden und Gegensätze manchmal „kaum überwindbar“ erschienen. Nicht nur die Kirche befinde sich in einer „Zeit der Krise und des Umbruchs“. In genau dieser Phase habe er sein Amt angetreten – und sei noch dabei, Land und Leute zu verstehen: „Vielleicht geht es auch nicht darum, alles sofort zu verstehen.“ Fest stehe für den neuen Vatikanvertreter jedoch: „Gemeinsam tragen wir als Bürgerinnen und Bürger Verantwortung für die Zukunft unserer Gesellschaft; niemand darf ausgeschlossen werden.“

„Gemeinsam tragen wir als Bürgerinnen und Bürger Verantwortung für die Zukunft unserer Gesellschaft; niemand darf ausgeschlossen werden“

Erzbischof van Megen nahm in diesem Zusammenhang Bezug auf die Weltbischofssynode und hob das synodale Miteinander als gemeinsamen Weg hervor. Rom bleibe dabei „Zentrum und Garant der Universalkirche, zu der auch Deutschland gehört“. Als Weltkirche gehe man gemeinsam durch die Herausforderungen der Gegenwart, wenngleich jede Ortskirche ihre eigene Würde und Sendung besitze. Weiterhin unterstrich der Nuntius die einigende Klammer durch das Papstamt und die Eucharistie. Selbst wenn es in der Kirche zu Spannungen oder Spaltungen komme, gelte: „Dennoch glauben wir, dass Christus seiner Kirche bleibende Mittel geschenkt hat, durch die ihre Einheit bewahrt und immer wieder erneuert werden kann.“ Die katholische Kirche dürfe keinesfalls zu einer „bloßen Föderation einzelner Gemeinschaften“ oder zu einer „christlich gefärbten NGO“ verkommen, warnte van Megen.

Neue Kommissionsvorsitzende in Fulda gewählt

Auf ihrer Herbst-Vollversammlung in Fulda hat die Bischofskonferenz an diesem Dienstag auch die Führungsspitzen ihrer Fachgremien für die Arbeitsperiode 2026 bis 2031 bekannt gegeben. Damit sind die Vorsitzenden der insgesamt acht bischöflichen Kommissionen offiziell benannt.

Mit den Wahlen setzt die DBK personelle Schwerpunkte für die kommenden fünf Jahre: Der Limburger Bischof Georg Bätzing übernimmt den Vorsitz der Kommission für Medien, während der Hamburger Erzbischof Stefan Heße künftig der Kommission für Familie, Jugend und Erziehung vorsteht. Um gesellschaftliche und karitative Fragen kümmert sich federführend der Paderborner Erzbischof Udo Markus Bentz. Den Bereich Ökumene und interreligiösen Dialog leitet der Augsburger Bischof Bertram Meier, während Bischof Klaus Krämer aus Rottenburg-Stuttgart den Vorsitz der Kommission für Weltkirche und Migration übernimmt.

Die Leitung der Glaubens- und Wissenschaftskommission liegt in den Händen des Essener Bischofs Franz-Josef Overbeck. Der Trierer Bischof Stephan Ackermann führt die Kommission für Liturgie und Kultur, und Bischof Peter Kohlgraf (Mainz) übernimmt das Ressort für missionarische Pastoral und kirchliche Dienste.

In den kommenden Tagen stehen im Rahmen der Vollversammlung weitere Abstimmungen an. Gewählt werden die stellvertretenden Vorsitzenden, die Mitglieder sowie die Beraterinnen und Berater der einzelnen Gremien. Die vollständigen Ergebnisse und weiteren Beauftragungen gibt die Bischofskonferenz zum Abschluss ihrer Tagung am Donnerstag, 1. Oktober 2026, bekannt. (dbk 29)

 

 

 

 

Ethische Grenzen im Fokus der Herbst-Vollversammlung

 

Die Deutsche Bischofskonferenz hat auf ihrer Herbst-Vollversammlung in Fulda zu Debatten um den Schutz des menschlichen Lebens Stellung bezogen. In einem Pressegespräch über Themen vom Lebensanfang bis zum Lebensende standen Organspende, Leihmutterschaft, der assistierte Suizid sowie der Einsatz moderner Technologien in der Medizin im Mittelpunkt. Mario Galgano - Vatikanstadt

Bei der Frage der Organspende sprach sich Bischof Franz-Josef Overbeck, Vorsitzender der Glaubenskommission der Deutschen Bischofskonferenz (bis zum 28. September 2026), gegen die Umstellung auf eine Widerspruchsregelung aus. Eine Organspende sei ein Akt der Nächstenliebe und müsse auf einer freien Entscheidung basieren. Statt automatischer Vermutungen bei fehlendem Widerspruch befürwortete er eine regelmäßige, verpflichtende Befragung aller Erwachsenen, beispielsweise bei der Beantragung eines Personalausweises, um die Registrierungsraten zu erhöhen.

Zum Nachhören - was beim Pressegespräch in Fulda gesagt wurde

Ebenfalls abgelehnt wurde die gesetzliche Zulassung der Leihmutterschaft. Overbeck betonte, dass dabei die Personwürde des Kindes gefährdet werde, da es zum Gegenstand von Verträgen gemacht werde. Zudem bestehe die Gefahr einer Ausbeutung von Frauen in wirtschaftlich ungleichen Verhältnissen.

Gesetzliche Verankerung der Suizidprävention

Eva Maria Welskop-Deffaa, Präsidentin des Deutschen Caritasverbandes, forderte eine gesetzliche Verankerung der Suizidprävention, die auch Anfragen nach assistiertem Suizid ausdrücklich berücksichtigt. Ein Schutzkonzept müsse Beratung, Aufklärung und Begutachtung umfassen, um die Freiverantwortlichkeit zu sichern. Sie warnte davor, den assistierten Freitod als Alternativlosigkeit darzustellen, und verlangte den Ausbau von Palliativmedizin, Pflege und sozialer Infrastruktur. Zudem dürfe niemand zur Leistung von Suizidhilfe verpflichtet werden.

Mit Blick auf den technologischen Fortschritt warnte Weihbischof Anton Losinger, Mitglied im Senat der Max-Planck-Gesellschaft, vor einer Ersetzung menschlicher Zuwendung durch Robotik in der Pflege. Technische Systeme könnten Routineaufgaben übernehmen, empathische Kommunikation jedoch nicht ersetzen. Hinsichtlich der Gentechnik und Verfahren wie CRISPR-Cas verwies er auf die Risiken von Eingriffen in die Keimbahn sowie auf die Gefahren von Selektion und Optimierung. Der Versuch, einen perfekten Menschen zu schaffen, führe zur Entwertung von Leben mit Behinderungen und widerspreche dem gesellschaftlichen Auftrag zur Inklusion. (vn/dbk 29)

 

 

 

 

 

Vatikan: Eine Kultur der Verantwortung gegen neue Formen der Finanzkriminalität

 

Monsignore Anthony Ekpo, Assessor für Allgemeine Angelegenheiten im Staatssekretariat und Vorsitzender des Ausschusses für Finanzsicherheit, hat sich bei einer internationalen Tagung zur Prävention und Bekämpfung von Geldwäsche und Terrorismusfinanzierung geäußert. Die entsprechenden Regelungen wurden vor 15 Jahren im Vatikan eingeführt. Daniele Piccini – Rom

Fünfzehn Jahre nach der Einführung des ersten Gesetzes zur Prävention und Bekämpfung von Geldwäsche und Terrorismusfinanzierung im Staat Vatikanstadt „besteht die beste Art, diese Fortschritte zu würdigen, nicht darin, sie einfach nur zu feiern, sondern sie erneut einer sorgfältigen Prüfung zu unterziehen“, insbesondere angesichts der neu auftretenden Formen der Finanzkriminalität. Dies war der zentrale Gedanke des Beitrags von Monsignore Anthony Ekpo, Assessor für Allgemeine Angelegenheiten im Staatssekretariat und Vorsitzender des Ausschusses für Finanzsicherheit des Heiligen Stuhls und des Staates der Vatikanstadt. Er sprach am Dienstagmorgen, 29. September, im Saal "The Dome" der römischen Universität Luiss. Die Universität hat dem Thema „Fünfzehn Jahre seit dem ersten Gesetz zur Bekämpfung von Geldwäsche (Anti-Money Laundering, AML) und Terrorismusfinanzierung (Countering the Financing of Terrorism, CFT) im Heiligen Stuhl und im Staat der Vatikanstadt“ einen internationalen Studientag gewidmet.

Die Bedrohung durch neue Technologien

Eine Anstrengung, die angesichts des immer massiveren Einsatzes neuer Technologien im Bereich der Finanzkriminalität umso notwendiger ist. „Die nächsten 15 Jahre“, so Monsignore Ekpo, „werden Risiken mit sich bringen, die im Jahr 2010 kaum vorstellbar waren: immer komplexere Finanztechnologien, sofortige grenzüberschreitende Transaktionen, Aktivitäten im Zusammenhang mit virtuellen Vermögenswerten, künstliche Intelligenz und neue Formen der Finanzkriminalität. Wir werden sicherlich solide Gesetze brauchen, aber auch und vor allem solide Institutionen, eine wirksame Zusammenarbeit, professionelles Urteilsvermögen, technologisches Fachwissen und eine Kultur der Verantwortung.“

Die Initiative von Papst Benedikt XVI.

Der Vorsitzende des Ausschusses für Finanzsicherheit erinnerte an den Zeitpunkt, die Modalitäten und die Beweggründe für die Einführung dieser neuen Rechtsvorschriften. „Am 30. Dezember 2010 wurde das Gesetz Nr. CXXVII des Staates Vatikanstadt verkündet, mit dem der erste umfassende Rechtsrahmen zur Prävention und Bekämpfung von Geldwäsche und Terrorismusfinanzierung geschaffen wurde. Am selben Tag dehnte Papst Benedikt XVI. dessen Anwendung auf die betroffenen Institutionen des Heiligen Stuhls aus und beschloss die Teilnahme an einem internationalen System, das auf geteilter Verantwortung und gegenseitiger Rechenschaftspflicht beruht.“

In den Jahren nach der Einführung der neuen Gesetzgebung habe sich schrittweise ein umfassenderes rechtliches und institutionelles Rahmenwerk entwickelt, fuhr Monsignore Ekpo fort: „Die Teilnahme am internationalen System zur Bekämpfung der Geldwäsche erfolgte durch regelmäßige externe Bewertungen und einen ständigen Dialog, während nachfolgende Reformen die Prävention, die Aufsicht, die Finanzermittlung, die Koordinierung und die internationale Zusammenarbeit gestärkt haben.“

Franziskus: Geld muss dienen, nicht herrschen

Aufsicht, Finanzaufklärung und internationale Zusammenarbeit – so argumentierte er weiter – dienen dem „Schutz der Menschen“ und der „Wahrung des Vertrauens“ und gewährleisten zugleich, dass „die finanziellen Mittel das bleiben, was sie immer sein sollten: Mittel im Dienst legitimer Ziele der Institutionen, der Menschen und letztlich des Gemeinwohls“.

Wenn diese Transparenz für jede Institution wichtig ist, so ist sie für eine Institution wie den Vatikan, die Spenden und Finanzmittel für wohltätige Zwecke verwalten muss, geradezu unverzichtbar. „Die ihren Institutionen anvertrauten Mittel“, so der Vorsitzende des Ausschusses für Finanzsicherheit, „haben einen Wert, der über den wirtschaftlichen hinausgeht: Sie bringen die Erwartung von Integrität und Vertrauen in den Zweck, für den sie zur Verfügung gestellt werden, sowie in die Art und Weise, wie sie verwaltet werden, mit sich. In diesem Sinne ist finanzielle Integrität daher untrennbar mit dem Vertrauen in die Institutionen verbunden.“

Eine Aufgabe von „tiefgreifender Bedeutung“, die Papst Franziskus sehr gut verstanden hat, „als er 2020 die Gutachter des Systems zur Bekämpfung der Geldwäsche (Moneyval) empfing und an einen Grundsatz aus Evangelii gaudium erinnerte: Geld muss dienen, nicht herrschen“.

Viele Fortschritte in 15 Jahren

„Heute, fünfzehn Jahre später“, so Monsignore Ekpo abschließend, „sehen wir viele Fortschritte. Der Rechtsrahmen ist gereift. Die Institutionen haben sich weiterentwickelt. Die Aufsichts- und Kooperationsmechanismen sind ausgefeilter geworden. Dank der geduldigen Arbeit von Gesetzgebern, Regulierungs- und Aufsichtsbehörden, Experten für Finanzermittlung, Strafverfolgungsbehörden, Richtern und Institutionen hat sich nach und nach eine Kultur der finanziellen Integrität entwickelt.“

Ein besonderes Augenmerk, das der Heilige Stuhl auch kürzlich mit der Verabschiedung des neuen Statuts der Aufsichts- und Finanzinformationsbehörde (ASIF) durch Papst Leo XIV. bekräftigen wollte. In dem Chirograph vom 25. Juni 2026 bekräftigte der Papst in der Tat, dass „Transparenz, Integrität und Verantwortlichkeit im Bereich der Wirtschafts- und Finanztätigkeiten unverzichtbare Elemente einer guten Verwaltung und des Dienstes am Gemeinwohl darstellen“, und verwies auf das Engagement, das der Heilige Stuhl „kontinuierlich und entschlossen“ bei der schrittweisen Stärkung seines rechtlichen und institutionellen Rahmens verfolgt.

Ein Weg, der im Laufe der Jahre zur Entwicklung eines immer umfassenderen Systems der Prävention, Überwachung und Kontrolle geführt hat, das auf den Grundsätzen der Rechtmäßigkeit, Transparenz, Verhältnismäßigkeit und internationalen Zusammenarbeit beruht, sowie zur schrittweisen Konsolidierung der Vorschriften zur Bekämpfung von Geldwäsche, Terrorismusfinanzierung und der Verbreitung von Massenvernichtungswaffen sowie zur aufsichtsrechtlichen Überwachung von Einrichtungen, die beruflich Tätigkeiten finanzieller Art ausüben. Mit der neuen Satzung findet dieser Weg eine weitere institutionelle Weiterentwicklung, mit dem Ziel – wie der Papst selbst dargelegt hat –, zur „Transparenz, Integrität, Stabilität und Sicherheit“ des Wirtschafts- und Finanzsystems des Heiligen Stuhls und des Staates Vatikanstadt beizutragen.

(vn 29)

 

 

 

 

 

Herbst-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz am 28. September 2026 in Fulda

 

Kurzfassung der Predigt von Bischof Dr. Heiner Wilmer, Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz

Liebe Schwestern und Brüder,

wir leben in einer Zeit der Hiobsbotschaften. Kriege und Gewalt, gesellschaftliche Verunsicherung, die Not so vieler Menschen, die Bedrohung unserer Schöpfung. Eine Krise reiht sich an die nächste. Und ausgerechnet in diese Zeit hinein hören wir heute von Ijob. Der Satan stellt eine provozierende Frage: Ist Ijiob Gott vielleicht nur deshalb treu, weil es ihm gut geht? Weil er gesund ist, weil er Familie, Besitz und Ansehen hat? Oder ist er Gott auch umsonst treu, ohne Lohn, ohne Gegenleistung, ohne die Garantie, dass alles gut ausgeht?

Ijob wird geprüft. Er verliert, was ihm lieb und kostbar ist. Und dennoch hält er an Gott fest. Er fragt. Er klagt. Aber er bricht die Beziehung zu Gott nicht ab. Umsonst treu. Trotz allem treu. Wie kann ein Mensch das? Das Buch Ijob selbst gibt uns einen Hinweis: „Sieh, die Furcht des Herrn, das ist Weisheit“ (Ijob 28,28). Gottesfurcht. Das klingt zunächst nach Angst. Aber gemeint ist etwas anderes: Ehrfurcht. Ehrfurcht beginnt mit einer einfachen Einsicht: Ich bin nicht der Chef. Da ist einer, der größer ist als ich, größer als mein Denken, mein Wissen, mein Verstehen. Ich kann Gott nicht begreifen und nicht über ihn verfügen. Und vielleicht liegt gerade darin das Geheimnis Ijobs: Gott hilft Ijob nicht, sein Leid zu verstehen. Aber er hilft ihm, sein Leid zu bestehen.

„Die Furcht des Herrn ist der Anfang der Weisheit“, heißt es im Psalm 111,10. Timor Domini initium sapientiae. Dieser Satz hat über Jahrhunderte Eingang in unsere Bildungswelt gefunden. Eine entsprechende Inschrift findet sich an mancher Schule, vom ehemaligen Jesuitengymnasium in Meppen bis hinunter zu der früheren Lenderschen Lehranstalt im Erzbistum Freiburg, wo er u. a. den prominenten Schüler Augustin Kardinal Bea prägte. Er findet sich ebenso auf der Rektoratskette der Universität Zürich. Und er stellt auch uns heute eine wichtige Frage: Was ist eigentlich das höchste Ziel von Bildung? Ist es Wissen? Nein. Wissen allein reicht nicht. Ist es Persönlichkeitsentwicklung? Auch das ist noch zu wenig. Bildung muss auf den ganzen Menschen zielen. Und deshalb möchte ich es bewusst zugespitzt sagen: Ehrfurcht vor Gott ist das höchste Bildungsziel. Was bedeutet das? Vier Worte können uns dabei leiten: Erkennen. Staunen. Hören. Dienen.

Ich erkenne: Ich bin nicht das Maß aller Dinge. Da ist jemand über mir. Gott ist größer als ich. Der andere Mensch ist mehr als das, was ich über ihn weiß. Selbst mein eigenes Leben bleibt ein Geheimnis.

Ich staune: über das Wahre, das Gute und das Schöne – wie es die klassische Trias als ein Leitbild der Bildung formuliert. Bildung heißt nicht nur, die Welt erklären zu können. Bildung heißt auch, sich von ihr berühren zu lassen. Nach der Wahrheit zu suchen. Das Gute zu tun. Das Schöne wahrzunehmen. Es geht um eine Bildung des ganzen Menschen.

Ich höre: Wer Ehrfurcht lernt, hört anders. Er hört den Schrei der Erde. Er hört den Schrei der Menschen. Und er hört besonders den Schrei der Armen. Ehrfurcht vor Gott führt zur Ehrfurcht vor seiner Schöpfung.

Und schließlich: Ich diene. Ehrfurcht hat eine politische Dimension. Die Bibel zeichnet das große Bild von der Wallfahrt der Völker: Menschen unterschiedlicher Herkunft machen sich gemeinsam auf den Weg. Sie wollen lernen. Sie wollen hören. Sie wollen Wege des Friedens finden.

Frieden beginnt genau dort: wo Menschen aufhören, sich selbst absolut zu setzen. Wo sie einander mit Ehrfurcht begegnen. Wo sie bereit sind, miteinander und voneinander zu lernen. Erkennen. Staunen. Hören. Dienen. Eine Frau, deren Gedenktag wir heute begehen, hat aus dieser Haltung gelebt: die heilige Lioba. Sie verließ im 8. Jahrhundert ihre englische Heimat, folgte dem Ruf des Bonifatius und wurde Äbtissin in Tauberbischofsheim. Geistliche Tiefe und Bildung gehörten für sie zusammen. Auch an ihrem Leben können wir ablesen, was Ehrfurcht bedeutet: Gott erkennen. Über seine Wege staunen. Seinen Ruf und die Menschen hören. Gott und den Menschen dienen.

Liebe Schwestern und Brüder, unsere Welt hat wahrlich genug Hiobsbotschaften. Aber vielleicht kann sie gar nicht genug bekommen von Ijobs Botschaft: „Sieh, die Furcht des Herrn, das ist Weisheit“ (Ijob 28,28).

Nicht alles verstehen müssen.

Nicht sich selbst zum Maß aller Dinge machen.

Erkennen. Staunen. Hören. Dienen.

In Ehrfurcht: Umsonst treu. Trotz allem treu. Amen. Dbk 29

 

 

 

 

Papst bei Europa-Treffen: Friede und Einheit echte Substanz geben

 

Papst Leo XIV. hat im französischen Metz bei der Begegnung „An den Wurzeln Europas für Frieden und Einheit“ für Frieden, Achtung des Völkerrechts und Dialog geworben und Gründerväter Europas sowie den heiligen Benedikt gewürdigt. Im Kongresszentrum „Robert Schuman“ rief das katholische Kirchenoberhaupt diesen Montag vor Politikern und Kirchenvertretern aus Frankreich und Umgebung dazu auf, „Begriffen wie Freiheit, Demokratie, Frieden und Einheit echte Substanz" zu verleihen.  Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

Standing Ovations und langen Applaus gab es diesen Montag in Metz für Papst Leo XIV. schon vor, aber auch nach seiner eindringlichen Rede für ein Europa, das seine christliche Geschwisterlichkeit wiederentdecken und die Idee „eines versöhnten, geeinten und starken Europas" weiter umsetzen müsse, die schon Robert Schuman hatte. Das katholische Kirchenoberhaupt sprach im Kongresszentrum „Robert Schuman“ - benannt nach einem der drei Gründerväter Europas. Leo XIV. würdigte in seiner Rede neben dem Politiker auch einen Heiligen als „weiteren Vater Europas":

Zum Hören: Papst Leo XIV. bei Europa-Treffen in Metz (Frankreich): Friede und Einheit echte Substanz geben (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)

„Der heilige Benedikt, den der heilige Papst Paul VI. 1964 zum Schutzpatron Europas erklärte und als ,Boten des Friedens, Baumeister der Einheit, Lehrmeister der Zivilisation' bezeichnete." Papst Leo betonte: „Man kann also nicht über Europa sprechen, ohne das Christentum zu erwähnen“.

„Man kann nicht über Europa sprechen, ohne das Christentum zu erwähnen“

Der Papst ging nicht nur auf die Geschichte Europas ein, sondern auch auf die aktuelle Lage:

„Das heutige Europa steht in der Tat vor einer neuen Etappe seiner langen Geschichte der Begegnungen, weil viele Männer und Frauen auf den Kontinent kommen, die vor Kriegsschauplätzen und Verfolgung fliehen oder auf der Suche nach einem besseren Leben fernab von Armut und Elend sind“

„Das heutige Europa steht in der Tat vor einer neuen Etappe seiner langen Geschichte der Begegnungen, weil viele Männer und Frauen auf den Kontinent kommen, die vor Kriegsschauplätzen und Verfolgung fliehen oder auf der Suche nach einem besseren Leben fernab von Armut und Elend sind."

Es gelte, die historische Dimension dieser Entwicklung zu begreifen sagte der Papst mit Blick auf die „beispiellose Begegnung zwischen Völkern und Kulturen, die zur kreativen Wiederentdeckung unserer Wurzeln und zugleich zum aufmerksamen Hören auf den Anderen aufruft." Die Universalität der Grundwerte Europas gebe die Gewissheit, dass Dialog möglich sei und den Gesellschaften ein solides Fundament bieten könne - „das es uns erlaubt, uns wirksamer für den Frieden und eine versöhnte Welt einzusetzen."

Abrüsten, Dialog statt bewaffneter Auseinandersetzung

Eindringlich warb Leo XIV. in einer Zeit steigender Militärausgaben und eines Kriegs auch in Europa für Abrüstung. Schon Robert Schuman habe sich für Frieden zwischen den Völkern eingesetzt - und diesen Auftrag auch der Welt von heute hinterlassen:

„Was also sind die Lehren, die Robert Schuman dem heutigen Europa und der heutigen Welt hinterlässt? Zuallererst ein tiefes Verlangen nach Frieden. Leider ist der Krieg heute wieder aufgeflammt, sogar in Europa: ein neues ,sinnloses Gemetzel', das jeden Tag unzählige zivile Opfer fordert“.

„Geduldigen Dialog führen, Mut bei Verhandlungen zeigen und bereit sein, bestimmte Positionen für das übergeordnete Wohl des Friedens aufzugeben“

Es sei daher nötig, „einen geduldigen Dialog zu führen, Mut bei den Verhandlungen zu zeigen und bereit zu sein, bestimmte Positionen für das übergeordnete Wohl des Friedens aufzugeben", mahnte das katholische Kirchenoberhaupt. Der Papst erinnerte in diesem Zusammenhang an die Geburtsstunde Europas durch die Schuman-Erklärung von 1950 zwischen Frankreich und Deutschland, die fünf Jahre nach dem Ende des Kriegs eine Friedenspolitik der einstigen Erbfeinde besiegelte. Auch heute noch seien die Worte der Schuman-Erklärung aktuell, betonte der Papst: „Der Beitrag, den ein organisiertes und lebendiges Europa für die Zivilisation leisten kann, ist unerlässlich für die Aufrechterhaltung friedlicher Beziehungen."

„Man muss sich jedoch vor der Illusion der Wiederaufrüstung hüten“

Das Streben nach Frieden in Europa – wie auch weltweit – dürfe jedoch nicht mit einem „naiven Irenismus verwechselt werden. Im Gegenteil, die Worte Schumans sind aktueller denn je: ,Der Friede der Welt kann nicht gewahrt werden ohne schöpferische Anstrengungen, die der Größe der Bedrohung entsprechen.' Man muss sich jedoch vor der Illusion der Wiederaufrüstung hüten", warnte der Papst.

Völkerrecht und Multilateralismus

Als positive Beispiele für Dialog und Abkommen erinnerte das katholische Kirchenoberhaupt an das 1801 zwischen dem Heiligen Stuhl und Frankreich geschlossene Konkordat, das bis heute die Beziehungen zwischen dem Staat und der katholischen Kirche  regelt. Leo XIV. mahnte zudem die Wahrung des Völkerrechts an und warb einmal mehr für Multilateralismus.

„Völkerrecht und Multilateralismus unterstreichen die tatsächliche Gleichheit der Staaten in ihren gegenseitigen Beziehungen und bilden das beste Gegenmittel gegen den Willen über andere zu herrschen, der die Ursache jedes Konflikts ist“

„Das Völkerrecht und der Multilateralismus unterstreichen die tatsächliche Gleichheit der Staaten in ihren gegenseitigen Beziehungen und bilden das beste Gegenmittel gegen den Willen über andere zu herrschen, der die Ursache jedes Konflikts ist. Heutzutage werden die zwischenmenschlichen Beziehungen und die Beziehungen zwischen den Staaten immer barbarischer.“

Europa könne dieser „Abwärtsspirale" ein Ende setzen, dank der Achtung vor dem anderen, die zu pflegen und zu bewahren es verstanden habe. Es habe in den letzten achtzig Jahren „eindrucksvoll bewiesen, dass es möglich ist, unterschiedliche Meinungen, Forderungen und Interessen geltend zu machen, indem man sich begegnet, anstatt sich zu bekämpfen", so Leo XIV. Schuman erinnere daran, dass es Realismus und Mut brauche. 

Appell an die Jugend

Einen eindringlichen Appell richtete Papst Leo XIV. in seiner Rede an die Jugend - sie sei nämlich berufen, das Europa von heute und morgen zu gestalten. 

„Habt den Mut, die Mission des Friedenstiftens verantwortungsbewusst zu erfüllen, in eurem Herzen, in euren Beziehungen, in eurer Familie, in den Schulen und Universitäten, im Leben eurer Städte, eurer Länder und ganz Europas. Unterwerft euch nicht der Logik der Gewalt und der Unterdrückung. Liebt das Leben in jedem Augenblick und habt keine Angst vor der Zukunft!"

Junge Leute sollten auch keine Angst haben, eine Familie zu gründen und Kinder zu haben und die Menschenwürde und das menschliche Leben von Beginn bis zum Ende zu verteidigen.

„Habt keine Angst, euch unermüdlich für das Wohl eurer Gemeinschaften einzusetzen, auch durch politisches Engagement. Stiftet Gemeinschaft! Und mit euch wird Europa, fest verwurzelt, weiter gedeihen und die ganze Welt inspirieren. Möge Gott euch bei diesen Entscheidungen beistehen und möge er ganz Europa segnen und beschützen!" - mit diesen Worten beendete Leo XIV. unter lang anhaltendem Applaus und Standing Ovations seine Europa-Rede in Metz.

Macron: Vor Spaltung schützen

Beim Treffen unter dem Motto „An den Wurzeln Europas für Frieden und Einheit" sprachen vor Papst Leo XIV. auch Frankreichs Präsident Emmanuel Macron und Kardinal Jean-Marc Aveline, Vorsitzender der Französischen Bischofskonferenz. Macron sagte, Metz sei „wahrhaft europäisch" und ein „Eckstein Europas". Neben Schuman erinnerte er auch an die weiteren zwei Gründerväter den Deutschen Konrad Adenauer und den Italiener Alcide de Gasperi. Er erinnerte an den Élysée-Vertrag von Adenauer und dem französische Staatspräsidenten Charles de Gaulle, betonte aber auch, der europäische Einigungsprozess sei nicht nur deutsch-französisch.

Der EU wollten sich auch weitere Länder anschließen, die sich Sicherheit, Frieden und Demokratie wünschten - etwa die Ukraine. Es gelte, die Anstrengungen für Frieden zu verstärken, sagte der Präsident Frankreichs. Das Engagement an der Seite der Ukraine stehe im Einklang mit dem Völkerrecht. Macron rief dazu auf, sich vor Untergrabung der Demokratie und Spaltung zu schützen. Er erinnerte in seiner Rede auch an die Enzyklika „Magnifica humanitas" von Papst Leo XIV. und betonte, Technik müsse dem Gemeinwohl nutzen, nicht nur einigen wenigen. Macron warb für Demokratie:„In Metz schlägt das Herz Europas", das ein Projekt des Friedens und der Demokratie sei. Macron dankte Leo XIV. zum Ende in freier Rede noch herzlich für den 4-tägigen Papstbesuch in Frankreich, der diesen Montag endet.

Kardinal Aveline: Auch Deutsche dankbar für Papstbesuch in Frankreich

Kardinal Aveline, Vorsitzender der Französischen Bischofskonferenz, berichtete in seinem Grußwort, Papst Leo XIV. habe bei der Besprechung des Reiseprogramms gesagt, er wolle auch nach Metz - „wegen Europa", an dieser Stelle gab es Applaus. Zum Treffen hier mit Papst Leo XIV.  habe man bewusst auch Politiker und  Kirchenleute aus den Grenzregionen eingeladen. Kardinal Aveline erinnerte in seiner Ansprache auch an Konrad Adenauer, der unter anderen nach dem Krieg geholfen habe, den „teuflischen Kreislauf der Rache zu durchbrechen“ und betonte den Durst junger Menschen nach Frieden. Man wisse, welchen Preis der Krieg fordere. Europas Anfänge zeigten zugleich, das Versöhnung immer möglich sei.

Konkret verwies der Kardinal hier auf die deutsch-französische Freundschaft. Diese sei auch durch eine Botschaft der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) deutlich geworden, die ihn zur Papstreise in Frankreich erreicht habe, berichtete der Vorsitzende der Französischen Bischofskonferenz: Der Vorsitzende der DBK, Bischof Heiner Wilmer, habe mitgeteilt, es sei eine Freude zu sehen, was der Besuch des Papstes in Frankreich auslöse. Die DBK bete für Frankreich und den Papst. Auch an dieser Stelle gab es Applaus im Saal. 

Vertrauliches Treffen im Hintergrund

Nach der Begegnung „An den Wurzeln Europas für Frieden und Einheit" kam es auch noch zu einem vertraulichen Treffen zwischen Papst Leo XIV. und hochrangigen Vertretern von Staaten und Institutionen. Unter den Gesprächspartnern waren Fürst Albert II., Großherzog Guillaume von Luxemburg, der luxemburgische Premierminister Luc Frieden, der Bischof von Urgell und Fürstbischof von Andorra, Josep-Lluís Serrano Pentinat, sowie der ehemalige luxemburgische Premierminister Jean-Claude Juncker. Für Deutschland hatte Anke Rehlinger, Ministerpräsidentin des nahe gelegenen Saarlandes, teilgenommen. Nach dem „Gipfeltreffen" begrüßte Papst Leo XIV. auch noch weitere Vertreter von Institutionen, bevor er sich in Richtung  Bischofssitz von Metz verabschiedete. Vn 28

 

 

 

 

 

Eröffnung der Interkulturellen Woche

 

Bundesweite Aktionswoche startet unter dem Motto „dafür!“

Mit einem ökumenischen Gottesdienst sowie einem Fest unter dem Motto „Leipzig feiert Vielfalt“ mit buntem Bühnenprogramm ist heute (27. September 2026) in Leipzig die Interkulturelle Woche (IKW) 2026 eröffnet worden. Dieser Auftakt war der offizielle Start für die bundesweite Aktionswoche. Bis zum 4. Oktober 2026 – und an vielen Orten auch noch darüber hinaus – werden in über 750 Städten, Gemeinden und Landkreisen rund 6.000 Veranstaltungen stattfinden. Damit ist die IKW eine der größten zivilgesellschaftlichen Initiativen in Deutschland, die sich für Vielfalt, Demokratie, Menschenrechte und das gute Zusammenleben aller Menschen einsetzt.

Dr. Beate Sträter, die Vorsitzende des Ökumenischen Vorbereitungsausschusses zur Interkulturellen Woche, richtete in ihrem Grußwort den Fokus auf die vielen Aktiven, die im ganzen Land Interkulturelle Wochen organisieren: „Sie engagieren sich nicht nur in dieser Woche, sondern auch im Rest des Jahres stetig und unermüdlich: für ein friedliches Zusammenleben, für den Schutz unserer Demokratie, für den Schutz von Menschen, die von Rassismus, Antisemitismus und gruppenbezogener Menschenfeindlichkeit betroffen sind.“ Es müsse nun darum gehen, „dass wir unsere Verbindungen und Netzwerke noch viel mehr stärken, dass wir füreinander einstehen und auch ganz konkrete Hilfe leisten, wo das nötig ist, dass wir uns gemeinsam wehren, wenn Menschenrechtsarbeit und Einsatz für die Demokratie zerstört werden soll. Dass wir alles öffentlich machen und dokumentieren.“ Sträter endete mit Blick auf die Feierlichkeiten in Leipzig hoffnungsvoll: „Es gibt nichts Besseres gegen den Hass, als ein Fest zu feiern, bei dem die Freude und die Freundlichkeit, das Miteinander spürbar und sichtbar werden.“

Dr. Skadi Jennicke, Kulturbürgermeisterin von Leipzig, sagte zum bundesweiten IKW-Slogan „dafür!“: „Das ist ein ziemlich kluges Motto. Denn wir leben gerade in einer Zeit, in der sehr viel darüber gesprochen wird, wogegen man ist. Da ist ein einfaches Wort wie ‚dafür‘ fast schon eine kleine politische Zumutung. Denn ‚dafür‘ verlangt eine Antwort, mit der man sich selbst ein Stück offenbaren muss: Wofür bist du eigentlich? In Leipzig haben wir in diesem Jahr 98 Antworten darauf. 98 Veranstaltungen in vier Wochen – und jede einzelne ist ein kleines ‚Dafür‘. Dafür, dass Menschen zusammenkommen. Dafür, dass wir einander kennenlernen. Dafür, dass Unterschiede nicht verschwinden müssen, damit Zusammenhalt entsteht.“

Stellvertretend für die 50 Veranstaltenden und die fast 100 Events, die im Rahmen der IKW in Leipzig stattfinden, präsentierten sich auf dem Vielfaltsfest 25 Akteure auf dem Thomaskirchhof in der Innenstadt und öffneten einen Raum für Begegnungen über kulturelle und sprachliche Grenzen hinweg: Vereine, Initiativen, Religionsgemeinschaften und Städtepartnerschaftsvereine mit Informationsständen, Mitmachangeboten und kulinarischen Spezialitäten.  

Am ökumenischen Eröffnungsgottesdienst in der Thomaskirche nahmen unter anderem Oberlandeskirchenrat Dr. Thilo Daniel von der Evangelisch-Lutherischen Landeskirche Sachsens, Bischof em. Heinrich Timmerevers vom Bistum Dresden-Meißen und Bischof Emmanuel von Christoupolis von der Griechisch-Orthodoxen Metropolie teil.

Oberlandeskirchenrat Dr. Thilo Daniel sagte in seiner Begrüßung: „Wir leben im Pro und Contra. Selten findet sich ein Konsens. Heute begegnen wir uns in einem Dafür-Gottesdienst. Das freut mich. ,Dafür‘, da bin ich dafür. Um zu wissen, was nicht gut ist, ist es hilfreich zu fragen: Wofür sind wir? Als Jesu nach dem wichtigsten Gebot gefragt wird, gelingt es ihm zu sagen, was im Mittelpunkt steht, ohne auszuschließen. Dafür ist inklusiv. Dafür verbindet.“

Bischof em. Heinrich Timmerevers ging in seiner Predigt auf die allgemeine Verunsicherung ein, die sich in Zeiten von Krisen und Kriegen breitmache. Sie verhelfe einfachen Sätzen und scheinbar eindeutigen Schuldigen zu einer Konjunktur und begünstige ein „Dagegen“ oder ein „Ich zuerst. Vielleicht noch: Wir zuerst“. Bischof Timmerevers hob hervor: „Dann ist die Grenze schnell gezogen. Hier wir. Dort die anderen. Den eigenen Wohlstand sichern. Grenzen hochziehen. Menschen nach Herkunft, Religion oder Nutzen einteilen. Manchen sogar ihre Würde absprechen. Auch das scheint heute wieder salonfähig zu sein.“ Jesus hingegen lege in den Seligpreisungen sein eigenes „Dafür“ vor. „Er ist dafür, dass Menschen Frieden stiften. Er ist dafür, dass Menschen nach Gerechtigkeit hungern und dürsten. Er ist dafür, dass Barmherzigkeit nicht als Schwäche, sondern Stärke gilt. Er ist dafür, dass Sanftmut stärker sein kann als Aggression“, so Bischof Timmerevers. Sich dies zu eigen zu machen, betonte er, heiße für den Einzelnen, „ernst zu machen“ und eine Haltung zu entwickeln, den Anderen nicht als Konkurrenten, als Fremden oder als Problem zu sehen, sondern als „einen Menschen, dessen Würde genauso unantastbar ist wie meine eigene. Das verändert nicht von heute auf morgen die ganze Welt. Aber es verändert die Welt, in der ich lebe. Vielleicht beginnt Veränderung genau dort.“

Im diesjährigen Gemeinsamen Wort der Kirchen zur Interkulturellen Woche 2026 warnen der Vorsitzende der Deutschen Bischofkonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland, Bischöfin Kirsten Fehrs, und der Vorsitzende der Orthodoxen Bischofkonferenz in Deutschland, Metropolit Augoustinos, vor einer Schwächung demokratischer Strukturen, dem Verlust von Solidarität und einer zunehmenden Ausgrenzung von Menschen: „Gerade jetzt gilt es, klar Haltung zu zeigen, Menschenwürde zu schützen und sich nicht bange machen zu lassen. Christlicher Glaube heißt, an der Seite der Schwachen und Schutzsuchenden zu stehen – unabhängig davon, woher sie kommen oder warum sie fliehen mussten.“

Hintergrund. Die bundesweite Interkulturelle Woche (IKW) findet seit 1975 immer Ende September statt. Sie wird unterstützt und mitgetragen von Kirchen, Kommunen, Wohlfahrtsverbänden, Gewerkschaften, Integrationsbeiräten und -beauftragten, Vereinen, Bildungsträger und Bildungsträgerinnen, Migrantenorganisationen, Religionsgemeinschaften und Initiativgruppen. In über 750 Städten und Gemeinden werden rund 6.000 Veranstaltungen durchgeführt. Der „Tag des Flüchtlings“, dieses Jahr am 2. Oktober 2026, ist Bestandteil der Aktionswoche. Die IKW ist eine Initiative der Deutschen Bischofskonferenz, der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) und der Griechisch-Orthodoxen Metropolie. Dbk 28

 

 

 

 

Papst Leo bricht in Lourdes eine Lanze für das Leben

 

Mit ungewohnter Schärfe hat Leo XIV. an diesem Sonntag in Lourdes das Lebensrecht des Menschen verteidigt.

Bei einer Begegnung mit Kranken und ihren Begleitpersonen in dem südfranzösischen Marienwallfahrtsort rügte der Papst, dass „einige Gesellschaften dazu neigen, den Blick abzuwenden oder die Augen vor der Würde des menschlichen Lebens zu verschließen“. Frankreich hat erst im Juli gegen den Widerstand der katholischen Kirche und anderer Religionsgemeinschaften ein Gesetz beschlossen, das assistierten Suizid erlaubt.

„Der Versuchung, unter dem Vorwand falschen Mitleides das Leben zu beenden, muss gerade im Namen dieser unveräußerlichen Würde des Menschen entschieden widerstanden werden“, forderte Leo im Accueil Notre-Dame von Lourdes unter wiederholtem Beifall der Zuhörenden. „Es ist unmöglich, das Herbeiführen des Todes als normal anzusehen. Was legal ist, ist nicht zwangsläufig auch sittlich erlaubt.“

„Es ist unmöglich, das Herbeiführen des Todes als normal anzusehen“

Der Papst bezog sich auf die Enzyklika „Evangelium vitae“ seines Vorgängers Johannes Paul II. von 1995. Der Text des polnischen Papstes gilt als katholisches Manifest des Lebensschutzes. Lourdes wird seit den Marienerscheinungen von 1858 Jahr um Jahr von Hunderttausenden von Kranken besucht. Immer wieder ist es in dem Wallfahrtsort zu medizinisch nicht erklärbaren Heilungen gekommen. „Hier wird die Gebrechlichkeit nicht versteckt, sondern zum Ort einer heiligen Begegnung“, so drückte es an diesem Sonntag Papst Leo aus.

„Kein menschliches Gesetz darf euch die Gewissheit eurer Würde nehmen.“

Niemand sei „unsichtbar“ in den Augen Gottes; jeder werde von ihm „persönlich angesprochen“. „Der Mensch ist nämlich ‚würdig‘ allein schon aufgrund die schlichten Tatsache, dass er existiert und auf die Ewigkeit ausgerichtet ist. Seine Würde lässt sich nicht messen und steht nicht zur Diskussion. Ich weiß, dass für einige von euch aufgrund bestimmter Erkrankungen und mitunter schrecklicher Schmerzen die Zukunft dunkel, ungewiss und aussichtslos erscheinen mag. Doch kein menschliches Gesetz darf euch die Gewissheit eurer Würde nehmen.“

„Medizin darf niemals zum Gehilfen des programmierten Todes werden!“

Alle im Gesundheitswesen Tätigen mahnte der Papst, „sich an den tiefen Sinn ihrer Berufung zu erinnern, die darin besteht, sich um einen leidenden Menschen zu kümmern und nicht, ihn zu beseitigen“. „Ja, liebe Freunde, stellt euch leidenschaftlich in den Dienst des Lebens! Niemand hat jemals das Recht, auf der Grundlage von labortechnischen Algorithmen über das Leben eines bestimmten Embryos oder eines bestimmten älteren Menschen zu entscheiden! Die Medizin darf niemals zum Gehilfen des programmierten Todes werden!“

Leo rief zu einer Weiterentwicklung der Palliativpflege und –forschung auf – und zu einer liebevollen Begleitung von kranken und eingeschränkten Menschen. Wer den Leib pflege, sorge auch für die Seele. „Liebe kranke Brüder und Schwestern, es ist mir wichtig, euch zu sagen: Ihr seid keine Last, ihr seid das pulsierende Herz unserer Menschlichkeit und ein kostbarer Schatz für die Kirche. Ich schließe die Leiden, die ihr durchmacht, in meine Gebete ein.“

Der Gesang der heiligen Bernadette

Tausende von Menschen nahmen am Auftritt des Papstes vor dem Gebäude des Accueil Notre-Dame teil, der kranke und eingeschränkte Menschen in den Tagen ihrer Lourdes-Wallfahrt beherbergt. Eine kranke Frau, die im Accueil arbeitet, und ein Arzt gaben den Anwesenden in kurzen Ansprachen Einblicke in ihren Alltag; eine junge Frau, die wie das Hirtenmädchen Bernadette Soubirous zu Zeiten der Marienerscheinungen gekleidet war, trug ein Lied vor.

Das „Livre de vie“

Im Anschluss an die Begegnung begab sich Papst Leo XIV. in den fünften Stock des „Accueil Notre-Dame“. Dort begrüßte und segnete er einige Kranke sowie Vertreter der im Heiligtum tätigen Verbände. Die Organisationen überreichten ihm dabei das „Livre de vie“, eine Sammlung persönlicher Zeugnisse von Menschen in prekären und verletzlichen Lebenssituationen. Spontan sagte der Papst: „Das Leben ist schön und kostbar, lasst euch nicht entmutigen: Unsere Liebe Frau von Lourdes hält euch an der Hand.“

Den Helfern dankte er für ihren Dienst an Menschen, die nach Lourdes kommen, um Heilung zu suchen. Viele von ihnen kehrten „mit Frieden im Herzen“ und erneuerter Hoffnung nach Hause zurück. Denn für Menschen in schwierigen Lebenssituationen sei bereits die Begegnung mit den Helfern eine besondere Erfahrung, sagte der Papst. Es sei eine Art „erstes Wunder von Lourdes“, dass sie deren „Großzügigkeit, Einsatz und Nähe“ erfahren könnten. Das Zeugnis von Glaube und Liebe sei auf ihrem geistlichen Weg „unersetzlich“.

Zugleich betonte Leo XIV., dass auch diejenigen, die ihren Dienst in Lourdes leisten, selbst verändert von dort zurückkehrten. Er ermutigte sie, diese Erfahrung weiterzugeben – besonders an junge Menschen –, damit sie die „Freude der Selbsthingabe und des Dienstes im Namen Jesu“ entdecken. Anschließend ging Leo XIV. zu Fuß zum Karmel von Lourdes, wo er sich mit den kontemplativen Ordensfrauen traf. (vn 27)

 

 

 

 

Wissenschaft und Öffentlichkeit. Jahrestagung der Görres-Gesellschaft beendet

 

Unter dem Thema „Wissenschaft und Öffentlichkeit“ ist heute (27. September 2026) die Jahrestagung der Görres-Gesellschaft zu Ende gegangen. Seit dem vergangenen Freitag waren die rund 350 Teilnehmerinnen und Teilnehmer auf Einladung der Universität Koblenz zu Gast am Rhein. Mit rund 80 wissenschaftlichen Vorträgen in 16 parallelen wissenschaftlichen Sektionen war die Jahrestagung an den Geburtsort ihres Namensgebers, Joseph Görres, zurückgekehrt.

Angesichts aktueller Debatten stellte der Wissenschaftsjournalist Prof. Dr. Harald Lesch (Universität München) seine Rede beim heutigen Festakt der Görres-Gesellschaft unter das Thema „Sind wir dabei den Verstand zu verlieren? Vom Kampf an der Front gegen Unsinn, Irrsinn, Wahnsinn und andere Erscheinungen der Diktatur des Digitalen“. Er betonte: „Es ist geradezu prophetisch gewesen, den Titel ‚Haben wir den Verstand verloren?‘ zu wählen. Schließlich ist seit wenigen Tagen offensichtlich, dass mittlerweile die besten Experten der Entwicklung von KI offenbar die Kontrolle verloren haben. Die Furcht vor dem ‚Weltuntergang‘ innerhalb der nächsten sechs Monate lässt sogar Mitarbeiter die KI-Schmieden fluchtartig verlassen.“ Wir sind dabei, so Prof. Lesch, die Grundlage des vernünftigen, durch Begründungen und Erkenntnissen motiviertes Handeln zu verlassen: „Unser Verstandesorgan schrumpft bei Nichtbenutzung auf die Größe einer Pflaume, wie MRT-Aufnahmen zeigen. Wenn Du es nicht benutzt, dann geht es Dir verloren. Das erleben wir gerade im KI-Hype. Dass wir dabei mit einigen Hundert oder sogar Tausenden zusätzlicher, weil für die KI notwendigen, Rechenzentren unseren Energie- und vor allem Wasserverbrauch ins Irrsinnige steigern, auch wenn alle Klimaszenarien dagegensprechen, ist ein weiterer Hinweis darauf, dass wir dabei sind, den ‚Verstand zu verlieren‘ – als Grundlage, Ratgeber und Gerichtshof unserer Entscheidungen, Urteile und Wertvorstellungen.“

In Koblenz, wo Joseph Görres vor 250 Jahren geboren wurde und wo sich vor 150 Jahren die Görres-Gesellschaft gründete, würdigte der Ministerpräsident des Landes Rheinland-Pfalz, Gordon Schnieder, das Wirken von Joseph Görres: „Seitdem verbindet die Görres-Gesellschaft wissenschaftliche Arbeit, gesellschaftlichen Dialog und ehrenamtliches Engagement. Gerade heute ist dieser Austausch wichtiger denn je. Das Thema der diesjährigen Tagung ‚Wissenschaft und Öffentlichkeit‘ trifft einen wichtigen Punkt. Denn gerade in Zeiten tiefgreifender Veränderungen sind wissenschaftliche Erkenntnisse, die uns Orientierung geben, umso essenzieller“, so Ministerpräsident Schnieder.

Dem Festakt vorausgegangen war ein Gottesdienst in der Koblenzer Liebfrauenkirche mit dem Trierer Bischof Dr. Stephan Ackermann. In seiner Predigt erinnerte er an Joseph Görres, von dem es erstaunlich gewesen sei, dass er – ein Mann, der keinen Universitätsabschluss hatte – Namensgeber für eine der größten und ältesten Wissenschaftsgesellschaften in Deutschland geworden sei: „Das liegt zum einen wohl an der unglaublichen Breite seiner geistigen Interessen. Zum anderen verbindet sich in Joseph Görres auf faszinierende Weise die Freiheit des Geistes mit Überzeugungsstärke.“ Bischof Ackermann fügte hinzu: „Das Beispiel von Joseph Görres zeigt, dass der christliche Glaube nicht das Denken verdirbt, sondern die Kraft hat, das Denken zu weiten, wenn der Glaube zugleich bereit ist, vor dem Forum der Vernunft Rechenschaft abzulegen über das, was ihn bewegt.“ Görres stehe für eine Wissenschaft, „die sich nicht in den Elfenbeinturm zurückzieht, sondern die gesellschaftliche Auseinandersetzung sucht, um dem Wohl aller zu dienen.“

Bereits zum Auftakt der Jahrestagung hatte der Präsident der Görres-Gesellschaft, Prof. Dr. Bernd Engler, hervorgehoben: „Mit dem Thema ‚Wissenschaft und Öffentlichkeit‘ stellt sich die Görres-Gesellschaft in die Tradition ihres Namenspatrons Joseph Görres, der mit seiner Person für die Begeisterung an der Wissenschaft steht und in seiner Zeit wesentliche Impulse in vielen Disziplinen gesetzt hat, von den Geisteswissenschaften bis hin zu Naturwissenschaft und Medizin. Als herausragender Publizist war es ihm ein Bedürfnis, seine Erkenntnisse in die Gesellschaft zu tragen. Gleichzeitig war Görres ein engagierter Katholik, dessen Erbe wir verpflichtet sind, wenn wir uns als „Impulsgeber für gesellschaftliche Debatten in christlichem Wertehorizont´ begreifen.“ Mit Blick auf die heutigen Herausforderungen für Wissenschaft und Gesellschaft betonte Prof. Engler: „In unserer Zeit ist es notwendig, Erkenntnisse aus der Wissenschaft in die Gesellschaft zu tragen. Den gewaltigen Herausforderungen, vor die wir gestellt sind, werden wir nur im Zusammenspiel von Wissenschaft und Öffentlichkeit begegnen können. Ich hoffe, dass unsere Tagung dazu einen Beitrag leisten konnte.“

Hintergrund

Die Görres-Gesellschaft zur Pflege der Wissenschaft ist mit rund 3.000 Mitgliedern eine der größten und zugleich eine der ältesten deutschen Wissenschaftsgesellschaften. Vor dem Hintergrund eines christlichen Menschenbildes diskutieren die Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler die Ergebnisse aktueller Forschungen an der Schnittstelle von Wissenschaft, Gesellschaft, Politik und Religion.

Die Jahrestagung bildete zugleich den Höhepunkt des Jubiläumsjahres der Görres-Gesellschaft: Am 25. Januar 1776 wurde in Koblenz ihr Namenspatron Joseph Görres geboren, die Gesellschaft selbst wurde vor 150 Jahren eben dort gegründet – für die Görres-Gesellschaft zwei bestechende Gründe, für ihre Jahrestagung nach Koblenz zurückzukehren.

Die Görres-Gesellschaft im Internet: www.goerres-gesellschaft.de. Dbk 27

 

 

 

 

Paris: Über 700.000 Teilnehmer bei Papstmesse

 

„Wer Durst hat, komme zu mir und trinke“: Diese Worte Jesu aus dem Evangelium von diesem Samstag waren das Leitmotiv der großen Papstmesse auf der Pariser Place de la Concorde, unmittelbar an der Seine gelegen. Nur Gott könne den spirituellen Durst der Menschen von heute wirklich löschen, lautete die Botschaft, die der Papst vom Tiber an die Seine mitgebracht hatte.

Wer sich politische Zwischentöne erwartet hatte, kam nicht auf seine Kosten – nur in der dritten Fürbitte wurde „für die Regierenden“ gebetet, „auf dass sie, von Weisheit erleuchtet, … den Respekt fördern, den jedes menschliche Leben verdient“. Das konnte, wer wollte, auf das neue Gesetz beziehen, das assistierten Suizid in Frankreich erlaubt und vor dem die Kirche vergeblich gewarnt hatte.

Präsident Emmanuel Macron war nicht zur Messe erschienen; er nimmt an keinem der Gottesdienste während dieser Papstreise teil. Das hatte vorab für ein wenig mediale Aufgeregtheit gesorgt, entspricht aber einfach nur einer Gepflogenheit im streng laizistischen Frankreich. Immerhin war Macrons Frau Brigitte erschienen, dazu Ministerpräsident Sébastien Lecornu und der frühere Staatspräsident Nicolas Sarcozy. In den Texten des Gottesdienstes gab es auch keinerlei Anspielung auf die traurige Geschichte der Place de la Concorde: Hier erhob sich in Zeiten der Französischen Revolution die berüchtigte Guillotine, hier wurde auch König Ludwig XVI. enthauptet. Traditionell orientierte Katholiken im Land bemühen sich, einen Seligsprechungsprozess für ihn in Gang zu bringen.

Ein Platz mit trauriger Geschichte

Die Karten für die zentrale Messe des Papstes in Paris waren binnen kurzer Zeit vergriffen gewesen; das starke Interesse an dem Ereignis hatte Veranstalter und Öffentlichkeit überrascht. Dementsprechend hatte man mehr Platz für Teilnehmende geschaffen als ursprünglich geplant, und die Menschenschlange zog sich sogar die berühmten Champs-Élysées hinauf - 800.000 Menschen hatten sich nach offiziellen Angaben bis zum Ende der Messe an der Place de la Concorde eingefunden. Als Leo XIV. vor Beginn der Messfeier die Prachtallee im Papamobil entlangfuhr und dabei der Menschenmenge zuwinkte, sorgte das für Bilder, wie man sie noch nicht einmal von der traditionellen 14.-Juli-Parade auf den Champs-Élysées kennt. Doch trotz des Andrangs lief der Gottesdienst in festlich-gesammelter Atmosphäre ab.

„Durst nach Sinn, nach Wahrheit und nach Erfüllung“

„Die Sehnsucht nach Gott wohnt im Innersten unseres Herzens“, sagte Leo XIV. in seiner Predigt. Ein „Durst nach Sinn, nach Wahrheit und nach Erfüllung“ sei das, „der dem Herzen eines jeden Menschen innewohnt“, eine „innere Leere“. „Um diese Leere zu füllen, kann es vorkommen, dass wir nach neuen Freuden suchen, dass wir neue Dinge besitzen wollen, dass wir alles tun, um ‚Spaß zu haben‘, nur um dieses innere Unbehagen nicht zu spüren!“ Doch die Liturgie von diesem Samstag lade in dieser Hinsicht zu einer Gewissenserforschung ein: „Was ist unser tiefster Durst? Was suchen wir wirklich im Leben? Wir alle sehnen uns nach Glück, nach Liebe, nach Selbstverwirklichung. Aber an welcher Quelle versuchen wir, unseren Durst zu stillen?“

Nicht nur eine Nummer auf dem Personalausweis

Klar sei doch, dass „materielle Güter und sofortige Befriedigung“ die Lücke nicht stopfen können. „Mit der Taufe haben wir das lebendige Wasser empfangen, von dem das Evangelium spricht, aber sind wir Christus wirklich persönlich begegnet? Der Mensch ist im Grunde ein ‚sich sehnendes‘ Wesen, und nur Gott kann diese innere Leere füllen.“

Jesus sei der gute Hirt, der uns „zur Quelle des Glücks und des Friedens“ führt, fuhr der Papst fort. „Er kennt jeden und jede von uns mit Namen… In seinen Augen ist keiner von uns eine Nummer auf einem Personalausweis oder ein Identifikationscode, sondern ein Mensch, eine einzigartige und unersetzliche Person.“ Leo lud (ein bisschen Pathos darf auch mal sein) alle „Erben einer langen und schönen Geschichte des Glaubens in Frankreich“ dazu ein, aus der Quelle Jesu zu trinken.

Das Leben ist gleichzeitig verletzlich und herrlich

„Ihr strebt danach, wieder eine lichtvolle Zukunftsperspektive zu entdecken, und nach einer Erneuerung der Nation aus ihren vom Glauben durchdrungenen Wurzeln. Behaltet den Glauben an Jesus Christus nicht nur für euch selbst, sondern lasst ihn überfließen, um den Durst der Menschen zu stillen, denen ihr begegnet, und um ihnen Erfüllung zu schenken. Es ist eure Aufgabe, Hoffnung dorthin zu bringen, wo Entmutigung und geistliche Trockenheit herrschen.“

„Sich der wahren Liebe öffnen“

Das Leben sei gar nicht nur „zerbrechlich, verletzlich und auf den Übergang des Todes ausgerichtet“, sondern gleichzeitig auch „herrlich, voller Wunder und fähig, … sich der wahren Liebe zu öffnen“. Davon zeugten auch die vielen Heiligen, die „dieses wunderschöne Land“ hervorgebracht habe; überraschenderweise nannte der Papst als eines der Beispiele dieser Heiligkeit Jeanne Jugan, aber nicht die ungleich bekanntere „kleine“ Therese von Lisieux, auf die er jedoch während der Meditation am Vorabend mit 80.000 Jugendlichen Bezug genommen hatte.

Ein Souvenir von Notre Dame

„Von dieser schönen Stadt Paris aus bete ich inständig dafür, dass sich das lebendige Wasser des Heiligen Geistes über ganz Frankreich ausbreitet. … (Mögen) überall in Frankreich die Knospen des Glaubens, der Hoffnung und der Liebe zur Blüte gelangen.“

Erzbischof Laurent Ulrich von Paris überreichte dem Papst als Geschenk eine Mariendarstellung vom Dachreiter von Notre-Dame, der während des Brands der Kathedrale im April 2019 vor den Augen der entsetzten Fernsehzuschauer in aller Welt eingestürzt war. Leo hatte am Donnerstag das in nur fünf Jahren wiederaufgebaute und restaurierte gotische Gotteshaus besucht. Ulrich – der von Leos Vorgänger Franziskus nicht mit dem Kardinalshut bedacht wurde und der deshalb am letzten Konklave nicht teilgenommen hat – bedankte sich beim Papst: „Durch Ihre Anwesenheit und Ihr Wort fühlen sich die Gläubigen in ihrer Sendung bestärkt, das Evangelium zu verkünden, und die Männer und Frauen guten Willens, die den katholischen Glauben nicht teilen, können sich gehört, verstanden, geliebt und auf den Wegen ihres Lebens gestärkt fühlen.“

Paris und Lourdes – diese beiden Etappen sind am Samstag auf dem Reiseprogramm von Papst Leo bei seiner Visite in Frankreich, die noch bis Montag dauert.

Um 9 Uhr besuchte Leo XIV. in Paris das Sozial- und Integrationszentrums „Maison Bakhita“, ein kirchliches Zentrum für Begleitung und soziale Integration. Hier lesen Sie seine Ansprache im Wortlaut. Danach begab er sich zum Institut Catholique de Paris, einer Privatuniversität, die auch ein Priesterseminar umfasst. Dort traf der Papst um 10:15 Uhr die Mitglieder der Provinzialsynode, Taufbewerber und Neugetaufte – interessant wegen des Booms an Taufen meist junger Erwachsener, der während der Coronazeit in Frankreich begonnen hat und inzwischen in Ansätzen auch in anderen europäischen Ortskirchen zu beobachten ist. Hier im Wortlaut, was der Papst Taufbewerbern und Neugetauften sagte. 

Am Samstagachmittag um 15 Uhr feierte Leo die Heilige Messe auf der Place de la Concorde in Paris. Hier die Papst-Predigt bei der großen Schlussmesse in Paris im Wortlaut. Anschließend flog er nach Lourdes im äußersten Südwesten Frankreichs.

Auf dem Weg zur Grotte stoppte Leo XIV. auf einer nach ihm benannten Brücke, wo die Skulptur „Brüderlichkeit unter den Völkern“ enthüllt wurde, ein Werk des Bildhauers Jean-Jacques Abdallah aus der Region Hautes-Pyrénées, das für eine Botschaft des Friedens und der Geschwisterlichkeit steht. Auf der Brücke traf Leo XIV. den Bürgermeister von Lourdes, Thierry Lavit, und nahm Geschenke in Empfang (darunter auch Honig). Papst Leo XIV. trug sich auch ins Goldene Buch der Stadt ein. 

In Lourdes betete der Papst dann am Abend im weltberühmten Marienheiligtum, dem größten katholischen Wallfahrtsort Europas,  an der Grotte von Massabielle. Sie war Schauplatz der Marienerscheinungen, die 1858 dem damals 14-jährigen Hirtenmädchen Bernadette Soubirous zuteil wurden. Vn 26

 

 

 

 

 

Deutsche Ex-Kanzlerin Merkel von Caritas geehrt

 

Die frühere deutsche Bundeskanzlerin Angela Merkel ist mit dem Elisabeth-Preis des katholischen Caritas-Verbands geehrt worden. Die 72-jährige CDU-Politikerin nahm die undotierte Auszeichnung am Freitagabend in Augsburg bei einem Festakt entgegen.

Gewürdigt wurden damit Merkels Haltung und ihr Einsatz für den gesellschaftlichen Zusammenhalt. Unter den rund 400 Gästen waren auch Augsburgs Bischof Bertram Meier und der frühere deutsche Bundesfinanzminister Theo Waigel (CSU).

In ihrer Dankesrede würdigte Merkel die engagierte Arbeit der Caritas. Dabei hob sie auch die erste Enzyklika von Papst Leo XIV. hervor, „Magnifica humanitas". Dieser habe ein wegweisendes Werk geschrieben, das sie Artikel für Artikel durchgelesen habe: „Für mich war das mutmachend." Es handle sich um kein Schreiben gegen neue Technologie, aber der Mensch müsse in der Hand haben, was er zum Wohle des Menschen machen könne.

„Für mich war das mutmachend“

„Wir können auch gewiss sein, dass es immer wieder Menschen für Menschen braucht", zeigte sich die CDU-Politikerin überzeugt: Menschen, die Gefühle und Empathie zeigten, die nicht nach der effizientesten Lösung suchten, sondern nach einer, die für den jeweiligen Menschen das Beste sei.

Der Name des Preises geht auf die heilige Elisabeth von Thüringen (1207-1231) zurück, die Menschen in Not half. Sie ist die Schutzpatronin der Caritas. Die Auszeichnung besteht aus einer Urkunde und einer Elisabeth-Figur.

Mit Blick auf die heilige Elisabeth erklärte Merkel: „Schön, dass wir beide Frauen sind". Obwohl die Namensgeberin des Preises nur 24 Jahre alt geworden sei, habe diese einen Fußabdruck in der Welt hinterlassen. Sie wünsche daher allen, das, was der Herrgott einem mitgegeben habe, für andere einzusetzen und Verantwortung zu übernehmen, um dann festzustellen, glücklicher zu sein als vorher.

„„Wir schaffen das": Satz zeigte Menschlichkeit“

Die Kabarettistin Sarah Bosetti verwies in ihrer Laudatio darauf, dass Merkel den Preis vor allem für einen Satz bekomme, für den sie am meisten gehasst werde: „Wir schaffen das“. In einer humanitären Krise habe die Bundeskanzlerin 2015 Menschlichkeit gezeigt. Natürlich könne man Merkel kritisieren, aber dies sei nicht der Moment für hämische Spitzen. Es gehe darum, einen Weg zu finden, Unterschiede auszuhalten.

„Vielleicht musste Merkel weg, damit wir wissen, was wir vermissen", formulierte Bosetti. Es brauche eine vernünftige, konservative Partei in Deutschland, die Bereitschaft, aus Fehlern zu lernen und Kompromisse nicht als Makel zu empfinden. Fakten und die Wissenschaft müssten wieder zählen und Menschenwürde – „wir brauchen politischen Anstand".

 „Wir ehren Merkel für ihren inneren Kompass, mit dem sie die Geschicke des Landes glücklich lenkte“

„Wir ehren Merkel für ihren inneren Kompass, mit dem sie die Geschicke des Landes glücklich lenkte", sagte die Präsidentin des Deutschen Caritasverbandes, Eva Welskop-Deffaa. Eine solidarische Gesellschaft entstehe nicht von selbst. (kna 26)

 

 

 

 

Papst: „Niemand ist so arm, dass er nichts zu geben hätte“

 

Papst Leo hat beim Besuch des Sozial- und Integrationszentrums „Maison Bakhita“ in Paris für eine christliche Begegnungskultur und den „Austausch von Gaben“ geworben. „Niemand ist so arm, dass er nichts zu geben hätte; niemand ist so reich, dass er nichts zu empfangen hätte“, betonte der Papst, der die grundlegende Rolle von Frauen beim Aufbau einer Zivilisation der Liebe würdigte. Anne Preckel – Vatikanstadt

In dem von der Erzdiözese Paris und den Scalabrini-Schwestern verantworteten Zentrum werden Flüchtlinge betreut. Einige von ihnen trugen Papst Leo am Samstagmorgen vor, darunter eine Frau mit Behinderung, ein Flüchtling aus Afghanistan und ein Opfer von Menschenhandel.

Frauen, die eine Zivilisation der Liebe aufbauen

Mit Blick auf die Schutzpatronin der Opfer von Menschenhandel, die heilige Giuseppina Bakhita, würdigte der Papst den Einsatz all jener Menschen, die sich Frieden, Nächstenliebe, Begegnung und der Förderung des Lebens widmen, darunter vor allem weiblichen Geschlechtes. Die sudanesische Ordensschwester Bakhita zeige „die grundlegende Rolle der Frauen beim Aufbau einer Zivilisation der Liebe“, „die eine Alternative darstellt zu jener Kultur, die Gemeinschaften zersetzt und die Städte an Einsamkeit erkranken lässt“.

„Die Geschichte der Kirche und der Menschheit wird, genauer betrachtet, nicht von denen geschrieben, die scheinbar siegen, indem sie sich durchsetzen und Räume besetzen, sondern von denen, die ,Raum schaffen‘, Prozesse des Friedens in Gang setzen, Vertrauen wecken und zum Leben ermutigen“, betonte der Papst vor den Flüchtlingen, Menschen mit Einschränkungen, Sozialarbeitern, Ordensschwestern und freiwilligen Helfern in der Pariser Einrichtung.

Unkonventionelle Entscheidungen und Investitionen

Dabei gehe es nicht einfach um Gefühle, sondern „unkonventionelle Entscheidungen und Investitionen, deren gesellschaftliche Relevanz und Zukunftsträchtigkeit wir immer besser verstehen“, so der Papst. Leo XIV. rief an dieser Stelle zum Einsatz für alle marginalisierten und „von Wirtschaft und Kultur zu Sklaven gemachten“ Menschen auf. Er warb zudem für eine christliche Begegnungskultur und einen „Gabenaustausch“, der nicht durch Kalkül oder Interessen, sondern durch aufrichtige Offenheit für das Gegenüber geleitet wird.

„Niemand ist so arm, dass er nichts zu geben hätte; niemand ist so reich, dass er nichts zu empfangen hätte. Ein Leben in Fülle gibt es dort, wo sich die eigenen Grenzen für die geheimnisvolle Gegenwart der anderen öffnet, in welchen der Andere schlechthin, der Gott des Lebens, uns nahekommt.“

Füreinander sorgen

Jeder Mensch, egal welcher Herkunft oder physischer Kraft, habe hier etwas beizutragen, schärfte der Papst ein. Wir alle seien Glieder eines Leibes, und statt Zwietracht sollten alle Glieder „einträchtig füreinander sorgen“ (vgl. 1 Kor 12,24-25). Seine Zuhörer ermutigte der Papst zu weiterem Einsatz. 

„Seid weiterhin Zeugen dieser gegenseitigen Fürsorge.“

„Seid weiterhin Zeugen dieser gegenseitigen Fürsorge, die durch geschwisterliche Akzeptanz, Ausbildung und den Dialog mit der Stadt den Geist erhebt und die Welt menschlicher macht. Mögen die heilige Bakhita und die großen Zeugen der Nächstenliebe, die die Kirche in Frankreich – insbesondere in Zeiten turbulenter Veränderungen – geformt haben, eure Fürsprecher sein.“

Das Sozialzentrum „Maison Bakhita“ wurde 2018 von der Erzdiözese Paris eingerichtet. Sie reagierte damit auf den Aufruf des damaligen Papstes Franziskus, Migranten und Flüchtlinge „aufzunehmen, zu schützen, zu fördern und zu integrieren“. An der Begegnung mit Papst Leo am Samstagmorgen in Paris nahm auch der Erzbischof der französischen Hauptstadt, Laurent Ulrich, teil. 

Bewegende Erfahrungsberichte

Dem Papst trugen bei der Begegnung Flüchtlinge vor, die von „Maison Bakhita“ sowie den Hilfs-Einrichtungen „A Bras Ouvert“ und „Aux Captifs la Libération“ betreut werden.

Eine junge Frau, die Opfer von Menschenhandel wurde, berichtete Leo XIV., sie sei mit der Hilfsorganisation „Aux Captifs, la Libération“ 2018 in Kontakt gekommen: „In dieser Zeit war mein Leben kompliziert: ich wurde gezwungen, Dinge zu tun, die ich nicht tun wollte.“ Dank der Hilfsorganisation sei es ihr gelungen, sich ein neues Leben aufzubauen. „Gott hat einen wichtigen Platz in meinem Leben“, so die 32-Jährige, „er ist immer bei uns, um uns zu leiten. In alle den Schwierigkeiten, wusste ich, dass er mit eines Tages einen neuen Weg aufzeigen würde“.

„Mir ist es wichtig, meine Nähkünste an andere Flüchtlinge weiterzugeben“, berichtete der Afghane Meysam dem Papst. Der 35-Jährige arbeitet inzwischen selbst als Flüchtlingshelfer. „Ich bin vor allem froh, dass ich Frauen Nähen beibringen kann, denn in meinem Land dürfen Frauen weder lernen noch arbeiten“, so der junge Mann, der seit 2015 in Frankreich lebt. (vn 26)

 

 

 

 

Papst in Paris: „Freiheit, Gleichheit, Brüderlichkeit sind nicht bloß Worte"

 

Papst Leo XIV. hat bei seiner ersten Rede in Frankreich die Grundwerte des Landes mit dessen christlichem Erbe verbunden. Im Élysée-Palast in Paris sprach er vor Präsident Emmanuel Macron und den Autoritäten aus Politik, Gesellschaft und Diplomatie über Lebensschutz, Krieg und Frieden einschließlich Atomwaffen sowie eine recht verstandene Trennung von Kirche und Staat.

Frankreichs Wahlspruch verweise auf ethische Ansprüche, erklärte der Papst in seiner Rede, die er auf Französisch hielt. „Freiheit, Gleichheit und Brüderlichkeit sind nicht bloß Worte, die auf den Giebeln Ihrer öffentlichen Gebäude zu lesen sind“, sagte er. Vielmehr seien diese Werte vom Evangelium inspiriert. Ausdrücklich verwies Leo XIV. auf die 1948 in Paris verkündete Allgemeine Erklärung der Menschenrechte, deren Ziel es gewesen sei, „ein allgemeines Bewusstsein für die unveräußerliche Würde des Menschen zu schaffen“. Johannes Paul II. habe dieses Dokument einen „wahren Meilenstein auf dem Weg des moralischen Fortschritts der Menschheit“ genannt, so Leo XIV. Der Heilige Stuhl hat die Erklärung von 1948 nicht mit verabschiedet, erkennt ihre Bedeutung aber ausdrücklich an.

Der Wert jeden menschlichen Lebens

Mit besonderem Nachdruck sprach Leo vor den versammelten Autoritäten aus Politik und Gesellschaft über den Wert jedes menschlichen Lebens. Eine konkrete französische Gesetzesregelung nannte er in der Rede nicht, der Hintergrund ist aber, gleichwohl für alle klar, ein im August in Kraft getretenes Gesetz, das in Frankreich unter bestimmten Umständen auch aktive Sterbehilfe erlaubt.

„Deshalb betone ich nachdrücklich, »dass der Schutz des Rechts auf Leben die unverzichtbare Grundlage für alle anderen Menschenrechte bildet«“

Der Papst wiederholte die katholische Position, wonach „der Schutz des Rechts auf Leben die unverzichtbare Grundlage für alle anderen Menschenrechte bildet“. Er erinnerte an Pflegekräfte und katholische Einrichtungen in Frankreich, die mit Hingabe kranke und bedürftige Menschen begleiten. Der Einsatz für Schwache verlange Achtung in jeder Lebensphase. Gesellschaften würden an diesem Punkt „derzeit in die falsche Richtung abdriften“ und Wissenschaft und Technik zu gewinnorientierten Unternehmungen verwandeln: Leo nannte Leihmutterschaft, Organhandel oder „das Angebot eines geplanten Todes“.

Dialog zwischen Staat und Religionen

Für das Zusammenleben in Frankreich forderte der Papst einen Dialog zwischen Staat und Religionen. Dabei erläuterte er sein Verständnis der Laizität, der strikten Trennung von Kirche und Staat, die in dem Land seit 1905 gilt: „Eine rechte Laizität besteht nicht darin, die Religion aus dem öffentlichen Raum oder aus dem Bildungswesen auszuschließen, sondern darin, darauf hinzuwirken, dass der Staat und die religiösen Institutionen miteinander in Dialog treten und ihre Kräfte im Dienste des Wahren, des Guten und des Schönen bündeln, damit die Welt das Leben hat.“

Ausdrücklich lobte Leo die Zusammenarbeit Frankreichs mit der katholischen Kirche im Nahen Osten. Sie diene seit Jahrhunderten den Christen der Region und ziele zugleich darauf, Menschen unabhängig von ihrer Herkunft zu unterstützen. Besonders hob der Papst das gemeinsame Engagement für Bildung hervor: „In diesem Zusammenhang möchte ich all jenen meine Dankbarkeit aussprechen, die sich für dieses Projekt engagieren und die es seit seiner Gründung im Jahr 2021 ermöglicht haben, mehr als zweihundertsechzig Bildungseinrichtungen im Nahen Osten zu unterstützen, darunter sieben Universitäten im Libanon und die Universität von Betlehem.“ Ausdrücklich nannte Leo den Fonds pour les écoles d’Orient, der Schulen im Orient unterstützt.

Krieg und Abrüstung in der Atommacht Frankreich

Die Lage im Nahen Osten nahm der Papst auch zum Anlass, in der Atommacht Frankreich über Krieg und Abrüstung zu sprechen. Er erinnerte an die Forderung Johannes’ XXIII. nach einem Ende des Rüstungswettlaufs und einem Verbot von Atomwaffen. Zur heutigen Entwicklung erklärte Leo: „Tatsächlich verbreitet sich zunehmend die irrige Überzeugung, der Besitz von Atomwaffen sei ein Garant für Sicherheit, was zu einem neuen, kaum kontrollierbaren Wettrüsten führt.“ Seinen Gegenentwurf formulierte er so: „Friede ist jedoch kein Kräftegleichgewicht, sondern wird jeden Tag durch Dialog und Gerechtigkeit geschaffen. Ich ermutige Sie daher eindringlich, sich niemals mit der Option des Krieges abzufinden und diese für ,unvermeidlich´ zu halten, sondern unermüdlich den Dialog und die Diplomatie zu pflegen, um friedliche Gesellschaften zu bewahren, in denen die Würde und die Rechte des Einzelnen und der Völker geachtet werden.“

Frankreich ist einer der Gründungsstaaten der Europäischen Union. Aus Sicht des Papstes hat es gerade in der gegenwärtigen Zeit vielfältiger Krisen „die Berufung, ein unermüdlicher Verfechter des Friedens und des Multilateralismus zu bleiben, insbesondere innerhalb unseres teuren Europas“, sagte der Papst. An seine Gastgeber richtete er den Appell: „Möge Frankreich, seinen Werten treu bleibend, den Weg für einen unbewaffneten und entwaffnenden Frieden ebnen und verantwortungsbewusst seinen unersetzlichen Beitrag zum

Macrons Rede vor dem Papst

Präsident Emmanuel Macron sprach eingangs von einer „großen Ehre und Freude“, den Papst in Frankreich willkommen zu heißen. Er hatte zuvor in einer offenbar länger als vorgesehenen Begegnung mit Leo XIV. geredet, der Termin mit den Autoritäten begann mit 40minütiger Verspätung.  

Macron verwies zunächst auf die große christliche Geschichte Frankreichs mit seinen zahlreichen Monumenten – „glauben heißt schaffen“, sagte er in diesem Zusammenhang, ging dann aber auch auf die Probleme des heutigen Zusammenlebens mit vielen Kulturen und Religionen im Land ein, einschließlich Attentaten.  Frankreich arbeite entschlossen daran, Kultstätten und Menschen zu schützen, zur Toleranz zu erziehen und den interreligiösen Dialog zu fördern.

„Es gibt in Frankreich niemanden, ob gläubig oder nicht, der sich diesem Streben verschließen könnte. Der Frieden ist auch jener Horizont, auf den wir gemeinsam hinarbeiten“, sagte Macron. Er griff dabei auch Papst Leos Formel eines „entwaffneten und entwaffnenden“ Friedens auf und verband Frieden mit Gerechtigkeit, Sicherheit, Menschenrechten und der Souveränität der Staaten.

Eine pluralistische, debattenfreudige und humanistische Gesellschaft

Insgesamt präsentierte Macron dem Papst Frankreich als pluralistische, debattenfreudige und zugleich humanistische Gesellschaft. Er machte deutlich, dass Leos Positionen zu ethischen und gesellschaftlichen Fragen gehört und ernst genommen werden sollen, die politischen Entscheidungen der Republik aber auf einem Dialog zwischen Religionen, nichtreligiösen Weltanschauungen, Wissenschaft und dem Schutz der Menschenwürde beruhen sollen.

Frankreich sei ein säkularer Staat, erkenne aber seine christliche Geschichte an und sehe mit der Kirche große gemeinsame Aufgaben bei Frieden, Menschenwürde, sozialer Verantwortung, Umweltschutz und der ethischen Gestaltung von KI und technologischem Fortschritt, so der Staatspräsident.

(vn 25)

 

 

 

 

 

Papst in Notre-Dame: Ein Interview mit dem Rektor

 

Für Notre-Dame wird es das erste größere Ereignis seit der Wiedereröffnung vor zwei Jahren: Papst Leo wird an diesem Freitagabend an einer Vesperliturgie in der Pariser Kathedrale teilnehmen.

Als unser Korrespondent am Donnerstag über den Platz vor Notre-Dame auf der Seine-Insel Ile de la Cité läuft, wird überall noch geschraubt und gehämmert: Denn auch vor dem gotischen Gotteshaus werden viele Menschen ausharren, um das Geschehen im Innern über Video-Leinwände mitzuverfolgen. Mit an die 10.000 Menschen insgesamt rechnen die Veranstalter, in Notre-Dame und draußen auf dem Parvis.

Freude über den Papstbesuch

„Was ich im Moment empfinde, ist Freude.“ Das sagt uns der Rektor von Notre-Dame, Olivier Ribadeau-Dumas. Ein früherer Sprecher der Bischofskonferenz und Leiter des Marienwallfahrtsorts Lourdes. „Die Freude, den Heiligen Vater hier in Notre-Dame willkommen zu heißen. Freude darüber, dass er nach Frankreich kommt, um uns im Glauben zu stärken und der gesamten französischen Gesellschaft eine Botschaft zu überbringen. Ich kann es kaum erwarten, ihm zuzuhören. Und dann auch ein bisschen Müdigkeit, denn seit drei Monaten arbeiten die Teams unermüdlich daran, dass alle, die mit dem Heiligen Vater beten möchten, dies unter den bestmöglichen Bedingungen tun können.“

„Ich kann es kaum erwarten, ihm zuzuhören“

Beten – das ist das Stichwort. Papst Leo hat sich offenbar gewünscht, keine Führung durch Notre-Dame zu bekommen, sondern die Kathedrale bei einer Liturgie zu erleben, zusammen mit Priestern, Ordensleuten, Seminaristen und Seelsorgenden aus dem Hauptstadtbistum. Aber es ist eben kein normaler Termin, weil Notre-Dame spätestens seit dem verheerenden Brand vom April 2019 zu einem nationalen Fixpunkt geworden ist. Welche Auswirkungen wird dieser Abend mit dem Papst in Notre-Dame auf das Leben der Kirche in Frankreich haben, und auf die Gesellschaft?

„Das wird sich erst auf lange Sicht zeigen“, glaubt Ribadeau-Dumas. „So wie der Weltjugendtag 1997 noch mehr als zehn bis fünfzehn Jahre nach der Veranstaltung Früchte trug, war auch der Besuch von Benedikt XVI. ein Ereignis, dessen Wirkung sich über einen längeren Zeitraum erstreckte. Ich bin mir sicher, dass der Besuch von Leo XIV. hier ein prägender Moment sein wird, der den Katholiken bewusstmacht, dass sie, auch wenn sie in der französischen Gesellschaft eine Minderheit darstellen, dennoch etwas zu sagen haben. Und der Papst wird mit den verschiedenen Botschaften, die er überbringen wird – Frieden, die Verteidigung des Lebens, die Notwendigkeit, auf die Ärmsten zu achten –, all dies wird auch von der französischen Gesellschaft gehört werden. Ich halte das für sehr wichtig.“

Radio Vatikan: Interview mit dem Rektor von Notre Dame de Paris zum Papstbesuch

Ein Funke, der im Dunkeln aufblitzt

Trotz des Niedergangs des Katholizismus in Frankreich gibt es hier und dort scheinbar gegenläufige Tendenzen, die weithin für Aufmerksamkeit sorgen. Immer wieder zitiert wird in diesem Zusammenhang der überraschende Anstieg bei den Erwachsenentaufen. Der Vorsitzende der französischen Bischofskonferenz, Kardinal Aveline von Marseille, erzählt, dass Papst Leo fasziniert sei von dieser kleinen Flamme, die wieder etwas an Kraft gewinne. Dazu meint Ribadeau-Dumas:

„Ich glaube, es hat in Frankreich nie ein goldenes Zeitalter des Christentums gegeben, ebenso wenig wie in irgendeinem anderen Land. Was wir heute erleben, ist wie ein Funke, der in einer finsteren Welt aufblitzt. Wenn die Katholiken heute glücklich sein und ihren Glauben friedlich leben können und wenn sie authentische Zeugen der Liebe Gottes und des Evangeliums sind, dann deshalb, weil unsere Gesellschaft dies braucht. Und das liegt daran, dass die Menschen, die Franzosen, wie viele andere auch auf der Suche nach Orientierungspunkten sind… Ich denke, genau daran wird uns der Papst erinnern: Es ist die Liebe, die wir füreinander empfinden, die diesem Land eine Würze verleihen kann, die es nicht hat und die wir uns zur Aufgabe gemacht haben, ihm zu geben.“

„Das heißt nicht, dass wir von einer Gesellschaft träumen, die gänzlich christlich wäre“

Der Erzpriester erhofft sich von Leos Visite einen neuen missionarischen Schwung für die Kirche Frankreichs. „Ich glaube, dass Frankreich ein Missionsland ist. Aber wir haben nie aufgehört, das Evangelium in radikal neuen Welten zu verkünden, und der Papst wird uns, da bin ich mir sicher, in diesem Wunsch bestärken. Es ist wichtig, dass wir den Schatz, den wir empfangen haben – denn das Evangelium ist ein Schatz –, nicht für uns behalten, sondern ihn mit der Welt teilen können. Das heißt nicht, dass wir von einer Gesellschaft träumen, die gänzlich christlich wäre, sondern wir wollen einfach in aller Gelassenheit das mit anderen teilen, was uns Leben schenkt.“

Und was erwarten sich die Pariser vom Besuch des Kirchenoberhaupts in ihrer Stadt? „Oh! Einige Pariser freuen sich darauf, den Papst zu empfangen, andere sind gleichgültig, wieder andere sind verärgert, weil die Verkehrsführung geändert wird. Aber ich denke, abgesehen von all dem ist das Wichtigste, dass der Papst zweifellos die einzige Person ist, die über eine moralische Autorität verfügt, die über allen steht. Und sie sind sich sehr wohl bewusst, dass er, wenn er spricht, nicht nur für die Katholiken spricht, sondern für den gesamten Planeten. Und dass er, wenn er zu Franzosen spricht, auch zur ganzen Welt sprechen wird. Darauf freuen sich viele; viele sind interessiert daran, dieses Wort zu hören.“ (vn 25)

 

 

 

 

 

 

Papst in Notre-Dame: Zeichen der Mutterschaft der Kirche Gottes sein

 

Sieben Jahre nach dem Brand von Notre-Dame hat Leo XIV. die Kirche Frankreichs zu mehr Offenheit, missionarischem Geist und gelebter Gemeinschaft aufgerufen. Beim Abendgebet in der geschichtsträchtigen Kathedrale erinnerte der Papst daran, dass Notre-Dame nicht nur für den Wiederaufbau eines historischen Bauwerks steht, sondern für die Hoffnung auf eine Gesellschaft, die Menschen zusammenführt, Ausgrenzung überwindet und Gastfreundschaft zur Lebensform macht. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

Sieben Jahre nach dem Brand, der Notre-Dame de Paris im April 2019 in Flammen aufgehen ließ und Menschen weit über Frankreich hinaus erschütterte, stand das weltberühmte Gotteshaus diesen Freitag im Mittelpunkt eines besonderen kirchlichen Moments: Mit Leo XIV. kam zum ersten Mal wieder ein Papst in die in Rekordzeit restaurierte Kathedrale. 300.000 Menschen hatten den Weg gesäumt, den das Kirchenoberhaupt in seinem offenen Papamobil zwischen dem Sitz der UNESCO, die er zuvor besucht hatte, und der Kirche zurücklegte.

Das feierliche Abendgebet mit Bischöfen, Priestern, Diakonen, Ordensleuten und Seminaristen Frankreichs begann mit einer „Luzernar“ genannten Lichtfeier: der Lichtsymbolik des Neuen Testaments, die Jesus Christus als das Licht der Welt beschreibt, das jede Dunkelheit überwindet. 

„Du Licht vom Lichte, du zeigst uns das Antlitz des Vaters, in Liebe leuchtest du: Jesu Christ“, erklang der bekannte französische Vesper-Hymnus „Joyeuse lumière“ unter den altehrwürdigen Gewölben eines der wohl bekanntesten Wahrzeichen Frankreichs.

Offene Kirche statt geschlossener Raum

In seiner Predigt betonte der Gast aus Rom, dass Notre-Dame mehr sei als ein Denkmal. „Im Herzen der Stadt ist die offene Kathedrale das Zeichen einer Gemeinschaft, die den Herrn preist und Gastfreundschaft nicht als gelegentliche Geste, sondern ihre Lebensform versteht, damit sich alle zu Hause fühlen können und in einer Welt im Wandel nicht länger unterdrückt oder an den Rand gedrängt werden,“ so Papst Leo wörtlich.

Der Wiederaufbau habe gezeigt, wie Räume der Begegnung und Teilhabe über die Grenzen der kirchlichen Zugehörigkeit hinaus geöffnet werden können. Aus der Geschichte von Notre-Dame leitete der Papst daher folgenden Auftrag an die Kirche Frankreichs ab: „Als Jünger Christi wisst ihr wohl, dass die christliche Gemeinschaft kein abgeschlossener Bereich ist, in den man sich zurückzieht, um sich vor der eigenen Zeit zu schützen. Im Gegenteil, sie möchte nach dem Vorbild der alten Kathedralen ein Ort sein, an dem alle Annahme, Respekt, Offenbarung und Sinn zuteilwird. Darin liegt die Kraft einer lebendigen Kirche: im Annehmen der Ränder, die sich bereits in ihrem Herzen befinden, der Fernen, die in Wirklichkeit schon nah sind, der Fremden, in denen Christus bereits an die Tür klopft.“

Von den Städten bis in die ländlichen Regionen und die französischen Überseegebiete müsse diese Offenheit spürbar werden. Materielle Mittel seien dafür nicht entscheidend, sagte der Papst. Entscheidend seien vielmehr innere Freiheit, Einfachheit und das Vertrauen auf die Gnade Gottes. „Setzt dabei voll Vertrauen auf die Sendung der Laien, die der lebendige Vorposten der Kirche an den Schnittstellen des Alltags sind,“ so sein konkreter Vorschlag.

Die Liturgie: Ort des Friedens in einer hypervernetzten und lauten Gesellschaft 

Einen zweiten Schwerpunkt seiner Ansprache legte der Papst auf die Liturgie. Notre-Dame dürfe nicht allein als architektonisches Meisterwerk betrachtet werden. Ihre eigentliche Bestimmung liege im Gebet und im Lob Gottes. Gerade in einer Zeit, die von Unruhe, Überforderung und einer „hypervernetzten und lauten Gesellschaft“ geprägt sei, könne die Liturgie zu einem Ort des Friedens werden. Gesang, Wort und liturgische Gesten könnten Menschen helfen, neu zur Ruhe zu kommen und die Gegenwart Gottes wahrzunehmen.

Der Papst verband die Liturgie ausdrücklich mit der Verantwortung der Christen für die Gesellschaft. Das gemeinsame Hören auf die Heilige Schrift und das Gebet könnten dazu befähigen, die Ereignisse der Gegenwart im Licht des Glaubens zu betrachten. Daraus erwachse die Verantwortung, ungerechte Machtverhältnisse zu entlarven und sich für Gerechtigkeit und Frieden einzusetzen.

„Es ist also die Hoffnung, die uns bewegt, und nicht die Resignation. Und daraus entstehen Bande größerer Geschwisterlichkeit, Netzwerke der Solidarität, die Frucht der gemeinschaftlichen Teilhabe am einzigen Opfer Christi sind,“ gab Papst Leo zu bedenken.

Aufruf zur kirchlichen Einheit 

Besonders deutlich wurde das katholische Kirchenoberhaupt beim Thema Einheit. Seine Zuhörer ermahnte er: „Stellt die Gemeinschaft mit dem Nachfolger Petri und mit der Kirche über eure persönlichen Befindlichkeiten, um die Einheit des Volkes Gottes zu pflegen. Gemeinsam werden wir ein prophetisches Zeichen dafür sein, dass eine versöhnte Welt möglich ist.“

Notre-Dame, Haus der Gastfreundschaft

Notre-Dame könne zum Zeichen einer Kirche werden, die Gastfreundschaft nicht nur gelegentlich praktiziere, sondern als Lebensform verstehe, bekräftigte der Papst. Und daher müsse die Wiedergeburt der Kathedrale auch zu einer geistlichen Erneuerung der Kirche führen. Die Hirten und Ordensleute Frankreichs rief der Papst dazu auf, „lebendige Steine“ einer Kirche zu sein, die Hoffnung hat - und keine Angst vor der Zukunft.

„Seid inmitten eures Volkes ein klarer Ausdruck der Mutterschaft der Kirche Gottes, die durch das Zeugnis der Liebe Gottes die Menschheitsfamilie wiederaufbaut und heilt,“ so der abschließende Wunsch von Papst Leo beim Abendgebet in Notre-Dame. Vn 25

 

 

 

 

Münster: Eröffnung erster islamisch-theologischer Fakultät

 

An der Universität Münster ist Deutschlands erste eigenständige islamisch-theologische Fakultät eröffnet worden. Gründungsdekan Mouhanad Khorchide verbindet damit einen klaren Anspruch: Der Islam müsse die „Opferrolle ablegen“ und zeigen, welchen Beitrag er zu den Herausforderungen der Gesellschaft leisten könne.

Islamische Theologie erhält an der Universität Münster erstmals denselben institutionellen Status wie die katholische und evangelische Theologie. Mit einem Festakt vor rund 300 Gästen aus Politik, Kirchen und Wissenschaft wurde am Donnerstagabend die erste islamisch-theologische Fakultät Deutschlands offiziell eröffnet. Gründungsdekan Mouhanad Khorchide will dort eine „islamische Theologie mit und für Europa“ entwickeln. Zugleich betonte er die wissenschaftliche Unabhängigkeit der neuen Einrichtung: „Eine Fakultät ist keine Kanzel, gepredigt wird in der Moschee, und Gott wird durch unsere Fragen nicht kleiner.“ Wissenschaft müsse an der Fakultät frei sein, „von wem auch immer“.

„Islam muss Opferrolle ablegen“

Khorchide verbindet mit der neuen Fakultät auch einen gesellschaftlichen Auftrag. Der Islam müsse seine „Opferrolle ablegen“ und vielmehr deutlich machen, welchen Beitrag er zu den großen Herausforderungen der Gesellschaft leisten könne. Kritisch äußerte sich der Gründungsdekan darüber, dass islamische Verbände die Fakultät bislang nicht für die Ausbildung ihrer Imane nutzten. Der Islam in Deutschland sei noch stark nach nationalen Zugehörigkeiten wie arabisch, türkisch, albanisch oder pakistanisch aufgeteilt. Stattdessen gehe es darum, als Muslime zu einem „deutschen und europäischen wir“ beizutragen. Unterstützung für die neue Fakultät kam auch aus der Politik. Die nordrhein-westfälische Staatssekretärin für Kultur und Wissenschaft Gonca Türkeli-Dehnert, betonte „islamische Theologie soll einen festen Platz an staatlichen deutschen Universitäten haben“.

Ein „Hotspot des interreligiösen Diskurses“

Aus dem bisherigen Zentrum für Islamische Theologie wird mit der Fakultät ein eigenständiger Fachbereich. Damit kann die Einrichtung unter anderem eigene Studiengänge und Prüfungsordnungen gestalten sowie Promotionen und Habilitationen durchführen. Gemeinsam mit der katholischen und evangelischen Fakultät sowie weiteren Religionswissenschaften soll in Münster künftig ein „Campus der Theologien“ entstehen. Universitätsrektor Johannes Wessels sprach von einem künftigen „Hotspot des interreligiösen Diskurses“. Auch Vertreter anderer Religionen begrüßten die Entwicklung. Der Hamburger Rabbiner Gábor Lengyel bot den Studierenden an, mit ihnen ins Gespräch zu kommen. Gemeinsam mit Khorchide wolle er dazu beitragen, beide Religionen zu „globalen Sprechern für Versöhnung und Frieden“ zu machen, ohne dabei bestehende Unterschiede einzuebnen.

Wilmer: „Schulter an Schulter“ gegen Polarisierung

Münsters katholischer Bischof Heiner Wilmer betonte die gemeinsame gesellschaftliche Verantwortung der Theologien. Ob christlich, islamisch oder jüdisch: Theologie müsse „wach, leidensempfindlich und ethisch orientiert sein“. Gerade angesichts gesellschaftlicher Polarisierung und gruppenbezogener Menschenfeindlichkeit komme ihr eine besondere Aufgabe zu. Die verschiedenen Theologien müssten „Schulter an Schulter“ an den Herausforderungen der Gesellschaft arbeiten. Auch die Vorsitzende der Evangelischen Kirche von Westfalen, Adelheid Ruck-Schröder, begrüßte die Fakultätsgründung. Sie erinnerte daran, dass die evangelische Fakultät in Münster 1919 gegründet worden sei, um Protestanten in der katholisch geprägten Stadt eine Stimme zu geben. Eine solche Stimme wünsche sie nun auch den Muslimen und ihrer neuen Fakultät. (kap 25)

 

 

 

 

Universität Münster stellt Studie zu geistlichem Missbrauch vor

 

Am heutigen Freitag (25. September 2026) wurden an der Universität Münster die Ergebnisse der Studie „Macht durch Charisma. Geistlicher Missbrauch in Geistlichen Gemeinschaften“ öffentlich vorgestellt. Seit Anfang 2023 hat ein Wissenschaftsteam um die Theologin und Soziologin Prof. Dr. Judith Könemann diese spezifische Form des Machtmissbrauchs am Beispiel zweier Gemeinschaften in den Bistümern Osnabrück und Münster aufgearbeitet. Die Studie wurde von den Bistümern Münster und Osnabrück sowie der Kongregation der Thuiner Franziskanerinnen und der Deutschen Bischofskonferenz in Auftrag gegeben und gefördert.

Vertreterinnen und Vertreter der vier Auftraggeber können erst ab dem heutigen Tag Einblick in die Studienergebnisse nehmen. In einer ersten Reaktion äußern sich der Münsteraner Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ, der Osnabrücker Bischof Dr. Dominicus Meier OSB, die Generalsekretärin der Deutschen Bischofskonferenz, Dr. Beate Gilles, sowie die Generaloberin der Thuiner Franziskanerinnen, Sr. Maria Cordis Reiker, wie folgt:

„Ausdrücklich bedanken wir uns bei den Betroffenen, die für diese Studie ihre persönlichen Erlebnisse und Erfahrungen geteilt haben. Wir sehen ihr Leid und ihren Schmerz. Ihre Verwundungen halten oft ein Leben lang an. Wir müssen alles tun, um solches Leid, um geistlichen Missbrauch in Zukunft zu verhindern. Hierfür wird uns die Studie wichtige Hinweise geben können.

Denn ein wesentliches Ziel unseres gemeinsamen Forschungsauftrags war es, auf Basis der Erfahrungen von Betroffenen, Interviews mit Zeitzeuginnen und Zeitzeugen sowie Aktenanalyse grundlegende Faktoren zu ermitteln, die geistlichen Missbrauch begünstigen, und daraus Perspektiven für die Prävention zu entwickeln. Von der Bandbreite und Komplexität des Vorhabens zeugte schon die Verlängerung des ursprünglich auf drei Jahre angelegten Forschungszeitraums. Zugleich bestätigen die ersten Eindrücke von den Ergebnissen, wie wichtig die Auseinandersetzung mit dem Phänomen des geistlichen Missbrauchs für alle Organisationen und Gemeinschaften ist, in denen das Bedürfnis nach spiritueller Orientierung eine Rolle spielt.

Wir bedanken uns beim wissenschaftlichen Team um Prof. Dr. Judith Könemann, den Zeitzeuginnen und Zeitzeugen, die ihnen für Interviews zur Verfügung standen, und allen weiteren Beteiligten, die dieses Forschungsprojekt in den vergangenen Jahren mit ihrem Beitrag unterstützt haben.

Wir werden in den nächsten Tagen in unseren jeweiligen Organisationen eine erste gründliche Auswertung der nun vorliegenden Studienergebnisse vornehmen. Die daraus gewonnenen Erkenntnisse und mögliche nächste Schritte wollen wir dann gemeinsam bei einem Pressegespräch am 5. Oktober 2026 vorstellen.

“Hinweise:

Hinweise zu Hilfsangeboten: Das Bistum Osnabrück bietet für Menschen, die im Zusammenhang mit der Veröffentlichung der Studie Gesprächsbedarf haben, eine telefonische Hotline an: Kontaktdaten und -zeiten im Internet unter www.bistum-osnabrueck.de/telefon-hotline-geistlicher-missbrauch/.

Darüber hinaus stehen bei der Telefonseelsorge des Bistums Münster rund um die Uhr einfühlsame und qualifizierte Ansprechpersonen zum Telefonieren, Chatten oder Mailen bereit: Kontaktdaten unter https://www.telefonseelsorge-muenster.de/.

Die Deutsche Bischofskonferenz bietet mit der Internetseite https://gegengewalt-inkirche.de/  ebenfalls ein Beratungsangebot an.

Unabhängige Ansprechpersonen für Betroffene geistlichen Missbrauchs und weitere Informationen rund um das Thema finden sich auf den Internetseiten der Bistümer: www.bistum-osnabrueck.de/schutzprozess  

www.bistum-muenster.de/startseite_rat_hilfe/geistlicher_missbrauch  dbk 25

 

 

 

 

Papst: Wissenschaft muss aufmerksamer für ihre Folgen werden

 

Wissenschaftlicher Fortschritt braucht nach Auffassung von Papst Leo mehr Verantwortung für seine Folgen. Vor den Mitgliedern der Päpstlichen Akademie der Wissenschaften warnte er an diesem Donnerstag vor Risiken durch KI, autonome Waffen und den Klimawandel. Zugleich hob er Chancen neuer Technologien für Medizin, Energieversorgung und menschliche Zusammenarbeit hervor. Gudrun Sailer - Vatikanstadt

Digitale Technik, KI und Robotik veränderten die Welt schnell und tiefgreifend, doch ihre gesamten Folgen blieben offen, so Leo XIV. Namentlich bei autonomen Waffen verwies der Papst auf Gefahren für Sicherheit und internationalen Frieden, falls ausreichende Schutzmaßnahmen und menschliche Aufsicht fehlen. Zugleich könne die neue Technologie wissenschaftliche Durchbrüche fördern und etwa Diagnose und Behandlung von Krankheiten verbessern.

Deshalb bleibe technischer Fortschritt nie eine rein technische Frage, erklärte der Papst. Jede Technologie spiegele ausdrücklich oder unausgesprochen ein bestimmtes Verständnis vom Menschen, von Gesellschaft und von der Zukunft. „Der wissenschaftliche und technologische Fortschritt muss daher mit einem entsprechenden Maß an Verantwortung einhergehen“, mahnte Leo. „Je größer unsere Macht ist, die Welt zu verändern, desto größer muss auch unsere Fähigkeit sein, zu erkennen, was der von Gott gegebenen Menschenwürde wirklich dient, weise zu regieren und uns um diejenigen zu kümmern, die möglicherweise die schwerwiegendsten Folgen unserer Entscheidungen zu tragen haben.“

Klimawandel ist Frage von Gerechtigkeit, Menschenwürde und Solidarität

Diese Verantwortung verband der Papst mit dem Klimawandel. Dessen Folgen träfen am stärksten arme Menschen und Gemeinschaften mit geringen Möglichkeiten zur Anpassung. Die Klimafrage sei daher zugleich eine Frage von Gerechtigkeit, Menschenwürde und Solidarität zwischen Völkern und Generationen. In dieser Hinsicht formulierte Papst Leo einen Auftrag: „Wir müssen von der Notfallreaktion zur Prävention übergehen, von Verwundbarkeit zu Vorbereitung und von kurzfristigen Maßnahmen zu einer weisen und weitsichtigen Vision für die Menschheit.“ Dies erfordere einen „verantwortungsvollen und differenzierten Umgang mit der Wissenschaft, der Resilienz schafft: einen Ansatz, der sich der Forschung verschreibt, dabei aber von Anfang an die Konsequenzen berücksichtigt, die wissenschaftliche und technologische Entscheidungen für die Menschheit und für die Integrität der Schöpfung haben können.“

Widerstandsfähigkeit gegenüber Klimafolgen verlange Beiträge aus Natur- und Sozialwissenschaft, Ökonomie, Medizin und Technik sowie von lokalen Gemeinschaften und politischen Entscheidungsträgern. In diesem Zusammenhang mahnte der Papst die Mitglieder der Akademie zu mehr Zusammenarbeit über Fach- und Landesgrenzen hinweg. Positiv erwähnte er die Klimagipfel, welche die Akademie in den vergangenen zwei Jahren gemeinsam mit der Päpstlichen Akademie der Sozialwissenschaften und wissenschaftlichen Partnern aus vielen Teilen der Welt organisiert hat. Solche Treffen schafften Räume, in denen Teilnehmende Erfahrungen weitergeben, wissenschaftliche Erkenntnisse in praktisches Handeln übertragen und Menschen aus Wissenschaft, Politik, Zivilgesellschaft, Religionen und der jungen Generation miteinander ins Gespräch kommen.

Zum Abschluss rückte der Papst die ethische Haltung in der Forschung in den Mittelpunkt. Er wünsche sich „eine wissenschaftliche Kultur, die ehrgeizig und zugleich demütig, streng und zugleich offen für Dialog, innovativ und zugleich verantwortlich, global kooperativ und zugleich inklusiv gegenüber den am stärksten gefährdeten und bedürftigsten Menschen ist“. Mit Blick auf die anwesenden jungen Menschen fügte er hinzu: „Wir werden an die Zukunft erinnert durch die jungen Menschen unter uns! Und das ist sehr, sehr wichtig.“ Wissenschaftliche Zusammenarbeit solle als öffentliches Gut dem Frieden dienen, die von Gott gegebene Würde des Menschen schützen, das Gemeinwohl fördern und für die Schöpfung Sorge tragen.

Die Päpstliche Akademie der Wissenschaften ist eine Institution des Heiligen Stuhls mit dem Ziel, den Fortschritt der mathematischen, physikalischen und naturwissenschaftlichen Forschung zu fördern, wobei sie fachübergreifend arbeitet. Ihre Mitglieder, häufig Nobelpreisträger in ihren Disziplinen, werden aufgrund ihrer wissenschaftlichen Leistungen ausgewählt und vom Papst auf Lebenszeit ernannt. Sie müssen nicht notwendigerweise katholisch sein und kommen aus allen Erdteilen. Präsident ist der deutsche Agrar- und Entwicklungsökonom Joachim von Braun. (vn 24)

 

 

 

 

 

D/Vatikan: Dresdner Delegation bereitet Benefizspiel vor

 

Während der Generalaudienz am Mittwoch haben Jan Donhauser, Erster Bürgermeister der Landeshauptstadt Dresden, und Arno Nowak, Vertreter des Projekts „Kloppocar“, dem Papst ein Präsent mit Bezug zum Tennissport überreicht. Dabei handelte es sich um ein von Björn Borg benutztes und signiertes Racket, das zusätzlich eine Unterschrift des US-Open-Siegers Alexander Zverev trägt. Doch eigentlich ist die Dresdner Delegation wegen eines Fußballspiels nach Rom gekommen, bei der es um den Vatikan geht. Mario Galgano - Vatikanstadt

Hauptgrund der Reise bildete die Vorbereitung eines für den 1. Mai 2027 geplanten Benefizfußballspiels der vatikanischen Nationalmannschaft in Dresden. Ziel der Initiative ist es, durch die Einnahmen benachteiligte Kinder und Jugendliche zu unterstützen. An der Ausgestaltung des Programms wirken neben der Landeshauptstadt Dresden und dem Freistaat Sachsen auch das Bistum Dresden-Meißen, der Fußballverein Dynamo Dresden sowie die Dresdner Musikfestspiele mit. Für das Event streben die Organisatoren eine Mindestteilnehmerzahl von 5.000 Zuschauern an.

Polarisierungen entgegenwirken

Aus Sicht der Beteiligten bietet die Verknüpfung von Sport- und Kulturformaten eine Möglichkeit, gesellschaftlichen Polarisierungen entgegenzuwirken. Gemeinschaftliche Erlebnisse schaffen Anknüpfungspunkte für Dialog und das Verbindende zwischen Menschen, ungeachtet unterschiedlicher Einstellungen oder religiöser Hintergründe, so Nowak im Gespräch mit Radio Vatikan.

Aus der Perspektive der Kommunalpolitik misst der Dresdner Bürgermeister derartigen Großveranstaltungen eine hohe Bedeutung für das gesellschaftliche Miteinander bei. Die gezielte Verknüpfung von Sport und Kultur verfolge das Ziel, einer zunehmenden Polarisierung innerhalb der Bevölkerung entgegenzuwirken. Gemeinschaftliche Erlebnisse schaffen Räume für Begegnungen, in denen der sachliche Austausch und das Verbindende wieder stärker in den Fokus rücken.

Für die Entwicklung des Raumes Sachsen und Ostdeutschland gelte es, positive Momente hervorzuheben und das Gelungene in den Mittelpunkt zu rücken. Durch niedrigschwellige Formate abseits des klassischen politischen Diskurses sollen Anreize für die jüngere Generation geschaffen und gleichzeitig soziale Projekte unterstützt werden, die benachteiligten Kindern und Jugendlichen zugutekommen.

Hintergrund

Kloppocar ist ein deutsches Kunst- und Benefizprojekt um einen ehemals von dem Fußballtrainer Jürgen Klopp genutzten Mini. Das künstlerisch gestaltete Fahrzeug wird seit 2020 im Rahmen von Benefizaktionen und öffentlichen Veranstaltungen eingesetzt. Seit 2019 tourt der Wagen um die Welt, damit gute Menschen auf den guten Zweck abfahren.  (vn 24)

 

 

 

 

 

Sachsens Ministerpräsident sprach mit Papst über KI und Deutschland

 

Sachsens Ministerpräsident Michael Kretschmer ist heute im Vatikan von Papst Leo in Privataudienz empfangen worden. Anlass war das 30-jährige Bestehen des Staatskirchenvertrags zwischen dem Freistaat Sachsen und dem Heiligen Stuhl. Bei dem 20minütigen Gespräch mit dem Papst ging es auch um die politische Lage in Deutschland vor dem Hintergrund der jüngsten AfD-Wahlerfolge, wie Kretschmer im Anschluss vor den Medien bestätigte.

Kretschmer sagte, Deutschlands politische Entwicklung werde auch im Vatikan wahrgenommen. „Es geht nicht um einen Teil unseres Landes, sondern es geht um Gesamtdeutschland. Und da gibt es sehr, sehr viele Sorgen. Dass das auch hier in Rom gesehen wird, ist klar – Deutschland ist ein wichtiges Land innerhalb der Europäischen Union“, so der seit 2017 in Sachsen regierende CDU-Ministerpräsident nach der Audienz. Die starken Ergebnisse für die AfD bei den jüngsten Wahlen in mehreren ostdeutschen Bundesländern versteht Kretschmer als Signal, dass sich Politik verändern müsse.

„Diese Wahlen sind ein eindeutiger Fingerzeig. Wenig kann aktuell so bleiben, wie es ist. Ich bin aber zuversichtlich, dass es uns gelingt, Deutschland gemeinsam wieder auf die Beine zu helfen. Dazu muss man hinschauen, man muss Fragen stellen. Es geht nicht um Erklären, sondern es geht um Zuhören, Verstehen und ein Handeln lang der Linien, die die Bevölkerung sich wünscht.“

Mit Papst über Krieg in der Ukraine geredet

Ein weiteres Thema der Audienz sei der Krieg in der Ukraine gewesen. Kretschmer sprach mit Papst Leo über das Engagement der katholischen Kirche und des Heiligen Stuhles und darüber, trotz klarer Positionen Gesprächsmöglichkeiten offenzuhalten. Ausdrücklich würdigte der sächsische Ministerpräsident den diskreten, aber wirksamen Einsatz des Heiligen Stuhles für kriegsbetroffene Kinder: „Das Engagement in der Ukraine für die entführten Kinder, die jetzt in Russland sind, dass sie wieder zurückkommen zu ihren Eltern: Das ist etwas, was sehr im Verborgenen stattfindet, aber sehr, sehr wichtig ist.“

Darüber hinaus sprachen Papst Leo und Kretschmer, dessen Angaben zufolge, über den Umgang mit Künstlicher Intelligenz. Papst Leo hatte diesem Thema seine erste Enzyklika, „Magnifica Humanitas“, gewidmet. Nach Kretschmers Darstellung tauschte man sich vor allem über die ethischen Grenzen der Technologie und die Frage aus, wie sichergestellt werden kann, dass der Mensch die Kontrolle behält. „Es ist eine Zukunftstechnologie, aber der Heilige Vater hat aus meiner Sicht zu Recht den Finger in die Wunde gelegt. Hier muss immer in Zukunft auch gelten, der Mensch bestimmt die Technologie und nicht andersrum.“

30 Jahre Staatskirchenvertrag

Zur Sprache kam außerdem das Verhältnis zwischen Kirche und Staat. Den Rahmen dafür bildet das 30-jährige Bestehen des Staatskirchenvertrags zwischen Sachsen und dem Heiligen Stuhl, das zugleich Anlass der Romreise war. Kretschmer, der selbst der evangelischen Kirche angehört, würdigte nach der Audienz beim Papst ausdrücklich die Zusammenarbeit mit der katholischen Kirche und ihre Rolle in Sachsen. „Diese 30 Jahre haben uns wirklich eine sichere und gute Plattform der Zusammenarbeit gegeben. Wir haben viele Angebote im sozialen Bereich, und es ist so ein starkes Miteinander.“

Bei der Audienz erneuerte Kretschmer außerdem die Einladung an Papst Leo zu einem Besuch in Deutschland. Einen Termin gibt es noch nicht; Kretschmer sagte aber, der Papst habe erkennen lassen, dass er einen solchen Besuch in den kommenden Jahren in Erwägung ziehe.

Gastgeschenk: Stollen - mit Papsthintergrund

Und auch ein traditionelles Weihnachtsgebäck aus Sachsen war Teil der Begegnung: Kretschmer brachte dem amerikanischen Papst einen von Christen im Erzgebirge gebackenen Stollen mit. „Papst Innozenz hat Ende des 15. Jahrhunderts den Sachsen erlaubt, auch in der Fastenzeit mit Butter zu backen. Das ist der Durchbruch für den Stollen gewesen, für das sächsische Nationalgebäck“, erklärte Kretschmer. „Und ich weiß nicht, wie man Weihnachten feiern kann ohne Stollen – das sieht der Papst jetzt auch so, ab sofort“.

Für Michael Kretschmer war es nicht die erste Papstaudienz. Er war 2022 Leos Vorgänger Franziskus im Vatikan begegnet. Auch eine Unterredung mit dem vatikanischen Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin fand an diesem Mittwoch statt. (vn 23)

 

 

 

 

Papst: Bei Technik und Wissenschaft nie Nächstenliebe vergessen

 

Wir leben in Zeiten rasender technischer Entwicklungen. Papst Leo XIV. fragt: „Welchen Wert hat das menschliche Handeln in der Welt und damit der technische, gesellschaftliche und wissenschaftliche Fortschritt?" Eine Frage, die die katholische Kirche schon beim Zweiten Vatikanischen Konzil (1962–1965) gestellt hat. Das katholische Kirchenoberhaupt griff sie diesen Mittwoch bei seiner Generalaudienz auf und betonte, Nächstenliebe und Allgemeinwohl dürften nie vergessen werden. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

Papst Leo XIV. führte bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz seine Ausführungen zur Pastoralkonstitution über die Kirche in der Welt von heute, „Gaudium et spes" fort. Das Dokument war beim Zweiten Vatikanischen Konzil erarbeitet worden und handelt von der Beziehung zwischen Kirche und Welt. Diesen Mittwoch ging Leo XIV. genauer auf das dritte Kapitel von „Gaudium et spes"  ein - Thema: „Das Menschliche Schaffen in der Welt“. Der Papst betonte:

„Der Mensch, der als Ebenbild Gottes geschaffen wurde, ist Träger des Fortschritts. Mit seiner Freiheit und seiner Intelligenz erweitert er sein Wissen und trägt so zum Fortschritt der gesamten Gesellschaft bei. Das lässt sich leicht an den Verbesserungen der Lebensbedingungen im Laufe der Generationen erkennen."

Papst Leo XIV. hat mit Blick auf Technik und Fortschritt auch Nächstenliebe und das Allgemeinwohl aller angemahnt. Unser Beitrag zur Katechese bei seiner Generalaudienz am 23. September 2026 (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)

„Der Mensch, der als Ebenbild Gottes geschaffen wurde, ist Träger des Fortschritts. Mit seiner Freiheit und seiner Intelligenz erweitert er sein Wissen und trägt so zum Fortschritt der gesamten Gesellschaft bei. Das lässt sich leicht an den Verbesserungen der Lebensbedingungen im Laufe der Generationen erkennen“

Allgemeinwohl und Nächstenliebe nie vergessen

Zentral sei, dass technischer und wissenschaftlicher Fortschritt, „zum Fortschritt des ganzen Menschen und aller Menschen –, von der Nächstenliebe beseelt und geleitet sein muss. Nur so kann er stets im Dienst der Würde des Menschen stehen und die Lebensbedingungen aller verbessern, insbesondere der am stärksten Benachteiligten", betonte Papst Leo XIV. Er rief alle auf, sich gemeinsam für eine bessere Zukunft aller einzusetzen.

„Stets im Dienst der Würde des Menschen stehen und die Lebensbedingungen aller verbessern, insbesondere der am stärksten Benachteiligten“

„Liebe Brüder und Schwestern, das Zweite Vatikanische Konzil lädt uns ein, das Brot des Wissens und des Könnens zu teilen, damit jeder Mensch und jedes Volk sein Potenzial entfalten kann und wir gemeinsam mit Gottes Hilfe eine bessere Zukunft gestalten können."

„Das Zweite Vatikanische Konzil lädt uns ein, das Brot des Wissens und des Könnens zu teilen, damit jeder Mensch und jedes Volk sein Potenzial entfalten kann und wir gemeinsam mit Gottes Hilfe eine bessere Zukunft gestalten können“

Keine Rivalität zum Schöpfer

Schon das Konzil habe übrigens festgehalten, dass das „gewaltige Bemühen der Menschen im Lauf der Jahrhunderte, ihre Lebensbedingungen stets zu verbessern" der Absicht Gottes entspreche. Der Papst zitierte dazu Nummer 34 von „Gaudium et spes":

„Den Christen liegt es deshalb fern, zu glauben, daß die von des Menschen Geist und Kraft geschaffenen Werke einen Gegensatz zu Gottes Macht bilden oder daß das mit Vernunft begabte Geschöpf sozusagen als Rivale dem Schöpfer gegenübertrete. Im Gegenteil, sie sind überzeugt, daß die Siege der Menschheit ein Zeichen der Größe Gottes und die Frucht seines unergründlichen Ratschlusses sind.“

„Den Christen liegt es deshalb fern, zu glauben, daß die von des Menschen Geist und Kraft geschaffenen Werke einen Gegensatz zu Gottes Macht bilden oder daß das mit Vernunft begabte Geschöpf sozusagen als Rivale dem Schöpfer gegenübertrete“

Schöpfung den Menschen anvertraut

Im Grunde habe Gott den Menschen eine Schöpfung anvertraut, die noch im Werden sei, damit die Menschen diese „durch ihr kluges Handeln zur Vollendung führen", führte der Papst aus. Er betonte zugleich, irdischer Fortschritt müsse stets klar „von der Entwicklung des Reiches Christi unterschieden werden". Der Auftrag des Menschen sei jedoch, wie in Nummer 39 von „Gaudium et spes" formuliert:

„Die Güter menschlicher Würde, brüderlicher Gemeinschaft und Freiheit, müssen im Geist des Herrn und gemäß seinem Gebot auf Erden gemehrt werden." 

„Die Güter menschlicher Würde, brüderlicher Gemeinschaft und Freiheit, müssen im Geist des Herrn und gemäß seinem Gebot auf Erden gemehrt werden“

Papst Leo XIV. betonte: „Um Gott zu begegnen, muss der Mensch seine irdischen Beschäftigungen nicht aufgeben, sondern kann seine Berufung in vollem Umfang leben, indem er seine tägliche Arbeit gut verrichtet und sie heiligt. Die Christen sind wie alle anderen am Aufbau der Stadt der Menschen beteiligt, wobei sie das Ziel aller Dinge und die Begegnung mit Gott im Blick behalten und diejenigen, mit denen sie das Abenteuer des Fortschritts, der Wissenschaft und des Lebens teilen, an dieses Ziel erinnern." (vn 23) 

 

 

 

 

Assisi: Sonderausstellung zum 800. Todestag des hl. Franz von Assisi

 

2026 ist für den italienischen Wallfahrtsort Assisi ein besonderes Jahr: Der Tod des heiligen Franz von Assisi jährt sich zum 800. Mal. Gestorben ist der Patron Italiens und Schöpfer des berühmten Sonnengesangs bei der Portiunkula, an der Stelle, an der heute die Cappella del Transito steht, im Inneren der Basilika Santa Maria degli Angeli. Bis 25. Oktober gibt es im Portiunkula-Museum die Sonderausstellung „San Francesco alla Porziuncola" (Der heilige Franziskus bei der Portiunkula). Stefanie Stahlhofen - Assisi 

Die prächtige Basilika Santa Maria degli Angeli befindet sich in der Unterstadt von Assisi, nicht weit entfernt vom Bahnhof. Sie wurde 1569 von Papst Pius V. in Auftrag gegeben, um die franziskanischen Stätten zu bewahren und die wachsende Zahl von Pilgern aufzunehmen. In ihrem Inneren befinden sich die kleine Portiunkula-Kirche und, nicht weit davon entfernt, die Kapelle „del Transito“, die an der Stelle errichtet wurde, an der Franziskus am 3. Oktober 1226 starb. So steht die Portiunkula heute in der großen Basilika Santa Maria degli Angeli, bei der sich auch ein Franziskaner-Kloster befindet und bei der das Portiunkula-Museum angesiedelt ist, das gerade einen neuen Eingansgbereich bekommen hat:

„Im neuen Eingangsbereich des Portiunkula-Museums haben wir den antiken Klostergang renoviert, so dass er zum neuen Eingang wurde. Im 15. Jahrhundert war hier der Eingang zum Kloster. Dank einer Überdachung, direkt entlang der Außenmauer der Basilika, konnten wir diesen Bereich neu nutzen. Besucher kommen also aus der Basilika auf dem Weg durch das Heiligtum und noch vor dem Rosengarten kommen sie zum Portiunkula-Museum", erklärt Donatella Vaccari, die Kuratorin des Portiunkula-Museums. Sie führt uns gemeinsam mit dem Kustos der Basilika Santa Maria degli Angeli und Museumsdirektor, Bruder Saul Tambini OFM.

„Es ist ein sehr bedeutendes Museum, weil es Hauptwerke und besonders auch authentische Werke der franziskanischen Ikonographie gibt. An den Originalorten, an denen die Brüder neben der Portiunkula lebten, vom Tod des heiligen Franziskus an bis zum 15. Jahrhundert“

Sonderschau zu Franziskus und der Portiunkula

Der Franziskaner betont: „Es ist ein sehr bedeutendes Museum, weil es hier Hauptwerke und besonders auch authentische Werke der franziskanischen Ikonographie gibt. An den Originalorten, an denen die Brüder neben der Portiunkula lebten, vom Tod des heiligen Franziskus an bis zum 15. Jahrhundert. Diese Orte wurden nun zu neuem Leben erweckt. Dabei wurden die Werke erhalten, die schon immer hier im Portiunkula-Museum waren: Wir haben eine Ausstellung der franziskanischen Ikonographie gewidmet, ausgehend vom 13. Jahrhundert – wir haben hier Hauptwerke dieser Zeit. Und dann die ganze Geschichte des Antlitzes von Franziskus." 

Franziskus - und Klara 

Neben den Kunstwerken, die immer im Portiunkula-Museum sind, ist noch bis zum 25. Oktober 2026 anlässlich des 800. Todestags des Heiligen die Sonder-Ausstellung „San Francesco alla Porziuncola. La parabola artistica del volto di Francesco d’Assisi nel luogo del suo transitus“ (Der heilige Franziskus bei der Portiunkula. Die künstlerische Darstellung des Antlitzes von Franz von Assisi am Ort seines Übergangs“) zu sehen. Für die Sonderausstellung wurden bedeutende Leihgaben von renommierten italienischen und internationalen Institutionen ins Museum geholt. Es geht übrigens nicht nur um Franziskus allein -  das macht gleich der erste Saal der Sonderausstellung deutlich:

„Es geht auch um Klara - ein Saal ist der heiligen Klara von Assisi gewidmet“

„Es geht auch um Klara - ein Saal ist der heiligen Klara von Assisi gewidmet. Wir haben im Museum verschiedene Reliquien, die im Konvent von San Damiano aufbewahrt wurden: Darunter das Brevier Klaras, die Glocke, mit der sie die Mitschwestern rief, das Brustkreuz des heiligen Bonaventura und das Behältnis, in dem Klara die heilige Hostie aufbewahrte", erläutert Kuratorin Vaccari. Neu ist, dass Dank der Sonderausstellung erstmals das Brevier Klaras gemeinsam mit dem Brevier des heiligen Franz nun hier im Portiunkula-Museum zu sehen sind. So soll auf den Dialog zwischen Franziskus und Klara hingewiesen werden, die Zeitgenossen waren und beide bedeutende Gestalten der franziskanischen Geschichte sind:

„In diesen Tagen stellen wir das Brevier des heiligen Franziskus aus, das sogenannte Franziskus-Brevier. Es war das Buch für die Liturgie und die Gebete der Franziskaner sowie des Klerus, mit dem sie beteten. Dieses Brevier ist normalerweise im Kloster der heiligen Klara aufbewahrt und wurde eigens für diese Ausstellung hierher gebracht. Das Brevier ist besonders bedeutsam, vor allem weil es hier auf das andere Brevier trifft, jenes der heiligen Klara, das hier aufbewahrt wird in der Portiunkula."

„Das sogenannte Franziskus-Brevier war das Buch für die Liturgie und die Gebete der Franziskaner sowie des Klerus, mit dem sie beteten. Dieses Brevier ist normalerweise im Kloster der heiligen Klara aufbewahrt und wurde eigens für diese Ausstellung hierher gebracht. Das Brevier ist besonders bedeutsam, vor allem weil es hier auf das andere Brevier trifft, das der heiligen Klara, das hier aufbewahrt wird in der Portiunkula“

Das Franziskus-Brevier

Das Franziskus-Brevier liegt aufgeschlagen in einer Vitrine, besonders gestaltete Anfangsbuchstaben sind gut zu sehen. Doch nicht nur als Kunstwerk ist dieses Buch noch heute bedeutend, sagt Museumsdirektor Bruder Tambini: 

„Es war eine Zeit, in der es viele diözesane und klösterliche Riten gab. Franziskus übernahm sozusagen das Brevier und damit den Ritus, das Gebet der römischen Kurie. Da die Brüder ein Bettelorden waren, der in die ganze Welt zog, verbreitete er diesen Ritus, das Gebet der römischen Kurie, und brachte so auch eine besondere Einheit in die Kirche. Es ist bedeutend aus liturgischer Sicht, aber auch aus kirchlicher Sicht, eine so bedeutende Reliquie zu bewahren. Vor allem, weil auf diesen Seiten die Augen des heiligen Franziskus ruhten und sie sein Gebet und seine Beziehung zu Gott gestärkt haben."

„Bedeutend aus liturgischer Sicht, aber auch aus kirchlicher Sicht - vor allem, weil auf diesen Seiten die Augen des heiligen Franziskus ruhten und sie sein Gebet und seine Beziehung zu Gott gestärkt haben“

Franziskus-Saal: Portraits, die auch Reliquien sind

Die von Bruder Saul Tambini und Donatella Vaccari kuratierte Ausstellung geht von der ständigen Sammlung des Museums aus. Darunter sind Meisterwerke, die Cimabue zugeschrieben sind und einem namentlich nicht bekannten - und daher nur ,Meister des heiligen Franziskus' genannten - Künstler. Sie sind für die franziskanische Ikonografie von grundlegender Bedeutung. Zu sehen sind sie etwa im Franziskus-Saal, der direkt an den Klara-Saal anschließt. Kuratorin Donatella Vaccari geht voran. 

„Direkt hinter mir ist eines der authentischsten Porträts von Franziskus. Es ist von Cimabue. Es ist das lebensechteste Portrait. Cimabue zeigt Franziskus genau so, wie ihn der erste Biograf, Thomas von Celano, beschrieben hatte: einen kleinen Franziskus mit markanter Nase und abstehenden Ohren. Es ist auch ein Reliquien-Porträt, denn die Überlieferung besagt, dass dieses Holz der Deckel des ersten Sarges des Heiligen war. Die Pilger, die hier ins Portiunkula-Museum kommen, können es betrachten, wirken lassen und vor diesem Bildnis beten, das nicht nur ein Kunstwerk ist, sondern eine echte Bild-Reliquie."

Entwurf für berühmtes Franziskus-Fresko

Falls die Beschreibung des Cimabue-Franziskus-Bildes einigen bekannt vorkommt: Es gibt eine Verbindung zum bekannten Cimabue-Franziskus-Fresko in der Franziskus-Basilika im oberen Teil von Assisi. Das Reliquien-Potrait im Portiunkula-Museum gilt als „Entwurf dessen, was später in der Basilika San Francesco realisiert wurde."

„Das Reliquien-Potrait im Portiunkula-Museum gilt als ,Entwurf dessen, was später in der Basilika San Francesco realisiert wurde`“

Neben dem Cimabue-Reliquienportrait im Portiunkula-Museum gibt es eine weitere bedeutende Holztafel mit einer Franziskus-Darstellung, die uns Bruder Tambini zeigt: 

„Auch dieses Werk ist hochbedeutend: Das erste Bildnis, das wir hier in der Portiunkula von Franziskus haben. Es ist eine Reliquientafel, so, wie das Cimabue-Gemälde. Wir sehen, dass sie umrahmt ist von Steinen, die sie verzieren und dieses Werk kostbar machen." Zu sehen ist der heilige Franz von Assisi, der eine Schriftrolle mit einem latenischen Text in der Hand hält. 

„Auf dieser Schriftrolle steht: ,Dies war mein Bett im Leben wie im Tod.' Es ist wahrscheinlich die Tafel, auf der Franziskus nicht nur die letzten Stunden seines Lebens ruhte, sondern den Tod singend empfing."

„Dies war mein Bett - im Leben wie im Tod“

Das wohl bedeutendste Kunstwerk des Museums

Im letzten Saal der Sonderausstellung ist das wohl bedeutendste Kunstwerk des Portiunkula-Museums, das auch zur Dauerausstellung gehört. 

„Es ist ein Kreuz des leidenden Christus (Christus patiens) aus dem Jahr 1236 etwa. Es wurde von Giunta di Capitino, als Künstler bekannt unter dem Namen Giunta Pisano, geschaffen. Es ist wohl das erste Werk oder unter den ersten, die einen völlig neuen Stil zeigen, eine neue Ikonographie, die sich in der Kreuzdarstellung durchsetzt. Nur wenige Jahre später, 1236, wenige Jahre auch nach dem Tod von Franziskus, malt Giunta Pisano dieses Kreuz für die Portiunkula. Es zeigt den Körper Jesu, der erstmals am Kreuz gebeugt ist, mit geneigtem Haupt, also tot, und die Augen geschlossen hat."

„Nur wenige Jahre später, 1236, nur wenige Jahre auch nach dem Tod von Franziskus, malt Giunta Pisano dieses Kreuz für die Portiunkula. Es zeigt den Körper Jesu, der erstmals am Kreuz gebeugt ist, mit geneigtem Haupt, also tot, und erstmals die Augen geschlossen hat“

Dieser Stil und diese Darstellungsweise werden sich dann übrigens binnen eines Jahrzehnts in der damals bekannten Welt stark verbreiten, berichtet Kustos Bruder Tambini: „Die Kreuze werden so dargestellt, um vor allem die Menschlichkeit Christi zu betonen, und von da an auch die Menschlichkeit des Menschen. Das gewinnt ab da die Oberhand in der Kunstgeschichte."

Das Kreuz und der Tod Christi schlagen haben auch eine besondere Bedeutung, weil sie hier im Museum so nah am Ort des Todes des heiligen Franz von Assisi sind, der bei der Portiunkula am 3. Oktober des Jahrs 1226 starb. Die Sonderschau zum 800. Todestag des Heiligen, die noch bis 25. Oktober hier zu sehen ist, empfiehlt der Direktor des Portiunkula-Museums, der Franziskaner Bruder Saul Tambini, allen: 

„Ein Besuch im Museum lohnt sich, denn hier haben wir, besonders jetzt nach der Neugestaltung, einen überaus mystischen Ort“

„Ein Besuch im Museum lohnt sich, denn hier haben wir, besonders jetzt nach der Neugestaltung, einen überaus mystischen Ort. Und wir haben auch die Originaltafeln, die hier aufbewahrt wurden."  

Das von Papst Leo XIV.  zum 800. Todestag des heiligen Franz von Assisis ausgerufene franziskanische Jubiläumsjahr hat am 10. Januar 2026 begonnen und dauert bis 10. Januar 2027. 

Infos zum Portiunkula-Museum und der Sonderausstellung

Die Sonder-Ausstellung „San Francesco alla Porziuncola. La parabola artistica del volto di Francesco d’Assisi nel luogo del suo transitus“ (Der heilige Franziskus bei der Portiunkula. Die künstlerische Darstellung des Antlitzes von Franz von Assisi am Ort seines Übergangs“) ist noch bis 25. Oktober 2026 im Portiunkula-Museum direkt an der Basilika Santa Maria degli Angeli in Assisi zu sehen. Zum Museum kommt man durch die Basilika - nach der Portiunkula geht rechts ein Weg ab. 

Öffnungszeiten und Eintrittspreise

Öffnungszeiten Vormittags von 9:00 bis 13:00 Uhr; Nachmittags: von 14:30 bis 17:00 Uhr. Mittwochs geschlossen.

Eintritt Normalpreis: 4 Euro,  Ermäßigung A : 3 Euro, für Jugendliche von 11 bis 18 Jahren, Studierende, Personen über 65 Jahre und Gruppen mit mehr als 15 Personen. Ermäßigung B: 2,50 Euro, für Schulklassen Kostenloser Eintritt: Kinder bis 10 Jahre, Ordensleute, Gruppenbegleiter und Begleitpersonen von Menschen mit Behinderung.

Weitere Informationen:  Internetseite auf Englisch mit Infos zum Museum und Anmeldung. Tel (+39) 075.8051419 oder Email an museo@porziuncola.org    

(vn 22) 

 

 

 

 

„Neuapostolische Kirche“ führt Gespräche im Vatikan

 

Eine Delegation der Neuapostolischen Kirche (NAK) hat in diesen Tagen Rom besucht und dabei auch Gespräche im Vatikan geführt.

An diesem Dienstag war die Delegation auch bei Radio Vatikan zu Gast. In Deutschland hat die Kirche rund 300.000 Mitglieder und ist damit die viertgrößte christliche Konfession im Land; seit neuestem gehört sie auch der Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen in Deutschland (ACK) als Vollmitglied an. Wir sprachen mit dem Ökumenereferenten der NAK-International, dem Apostel Arne Herrmann.

Interview

„Die Neuapostolische Kirche ist eine Weltkirche mit neun Millionen Mitgliedern weltweit, davon über 85 Prozent in Afrika. Unsere Kirche hat ihren Ursprung in der katholisch- apostolischen Bewegung zur Zeit der Erweckungsbewegung in England; daraus ist später, 1863, die Neuapostolische Kirche entstanden. Die erste Gemeinde war damals in Hamburg, und von dort aus ging es dann wirklich in die Welt, bis heute. In nahezu allen Ländern sind wir aktiv.“

„In unserer Kirche wirken Apostel als kirchenleitendes Amt“

Was kennzeichnet Ihre Kirche?

„Wie der Name schon sagt: das Apostelamt. In unserer Kirche wirken Apostel, personell besetzt, als Amt: als kirchenleitendes Amt. Wir haben auch (so ein bisschen als Brücke und Vergleich zur katholischen Kirche) ein geistliches Oberhaupt weltweit – das ist bei uns der Stammapostel, also der höchste unter den Aposteln. Und vielleicht noch als als ein Unterschied zu den anderen Kirchen: Wir kennen die Sakramente wie die anderen Konfessionen auch, aber wir haben drei Sakramente. Das sind 1) die Taufe als das verbindende Sakrament unter Christen, 2) das heilige Abendmahl, und 3) die heilige Versiegelung, wo die Gabe des Heiligen Geistes durch einen Apostel gespendet wird.“

Im Moment sind Sie zu Gesprächen in Rom, im Vatikan. Wie lange gibt es da schon Kontakte, und wie laufen die?

„Generell können wir sagen: In unserer Kirche sind wir seit über 25, fast dreißig Jahren in der Ökumene tätig, und die Kontakte hier nach Rom gibt es mittlerweile auch schon seit über zwanzig Jahren, woraus dann auch regelmäßige Besuche entstanden sind. Informelle Besuche, insbesondere beim Dikasterium für die Einheit der Christen, zu dem wir mittlerweile jedes Jahr immer wieder gerne kommen und uns austauschen über Entwicklungen in unserer sowie in der römisch-katholischen Kirche. Wichtig ist uns, zu zeigen: Die Verbindung, die Beziehung zu unseren römisch-katholischen Brüdern und Schwestern ist uns wichtig, und wir wollen da im Gespräch bleiben.“

„Die Verbindung, die Beziehung zu unseren römisch-katholischen Brüdern und Schwestern ist uns wichtig“

Und worum geht es bei den Gesprächen?

„Es geht um ganz unterschiedliche Dinge: Was ist neu in unserer Kirche passiert? Wir haben immer Dinge, die wir dann mitbringen, beispielsweise das Thema Frauenordination, die 2023 bei uns neu eingeführt wurde. Wir haben jetzt seit Pfingsten einen neuen Stammapostel als geistliches Oberhaupt; das ist auch wieder ein Punkt, über den wir sicherlich sprechen werden. Und so gibt es immer Themen, die innerhalb von einem Jahr anfallen und über die wir uns dann austauschen. Wir nutzen auch die Gelegenheit, immer wieder auch andere Dikasterien bzw. andere Einheiten kennenzulernen, einfach um unseren Horizont zu erweitern, um in Beziehung zu kommen und – wie man so schön auf Neudeutsch sagt – um zu networken.“

Gibt es auch Formen der ökumenischen Zusammenarbeit on the ground, zum Beispiel in Afrika? Oder ist es doch noch nicht so weit?

„Natürlich – wenn wir jetzt durch die deutsche Brille schauen, dann ist Ökumene sehr strukturell und organisationsgeprägt. Wir haben die ACK (Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen). Und wir nehmen wahr, dass es auch in Afrika Ökumene gibt, aber sehr unterschiedlich und oftmals sehr praktisch, on the ground sozusagen: wo einfach ganz selbstverständlich auch unterschiedliche Konfessionen sich helfen, also auch diakonisch oder ganz pragmatisch, was die Gebäude angeht, um Gottesdienst zu feiern usw., und wo das einfach kein Thema ist… da braucht es keine große Organisation, keinen Dachverband in dem Sinne, sondern Ökumene wird einfach gelebt durch Brüder und Schwestern vor Ort. Das ist so ein bisschen der Unterschied, den ich wahrnehme, gerade aus deutscher Brille, wo alles einfach sehr organisatorisch abläuft.“

Mit Apostel Arne Herrmann von der Neuapostolischen Kirche sprach Stefan v. Kempis von Radio Vatikan. (vn 22)

 

 

 

 

Papst: Schweigen und Gebet als Zeichen der Hoffnung in moderner Zeit

 

An diesem Montagvormittag hat Papst Leo XIV. die Teilnehmerinnen der Versammlung der Föderation der Klarissen-Kapuzinerinnen Italiens zu einer Audienz im Vatikan empfangen. Bei den Klarissen-Kapuzinerinnen – auch bekannt als Kapuzinerinnen von der Heiligen Clara – handelt es sich um einen kontemplativen Frauenorden innerhalb der franziskanischen Ordensfamilie. Mario Galgano - Vatikanstadt

Die Gemeinschaft geht auf die Reformbewegung der Kapuziner zurück und wurde im 16. Jahrhundert von der seligen Maria Lorenza Longo in Neapel gegründet. Die Nonnen leben in strenger Klausur und verbinden das Erbe der heiligen Clara von Assisi mit dem Ideal der Armut und der ständigen Gebetsbetrachtung.

In seiner Rede bezog sich das Oberhaupt der katholischen Kirche auf das Tagesevangelium des Festes des apostolischen Evangelisten Matthäus sowie auf den Brief des Paulus an die Epheser. Er würdigte die geleistete Arbeit der Föderation bei der Überarbeitung und Aktualisierung ihrer klösterlichen Konstitutionen und betonte den Vorrang des geistlichen Lebens.

„Die erste und wichtigste Aufgabe aller Ordensleute ist die Betrachtung der göttlichen Wirklichkeiten und die beständige Vereinigung mit Gott im Gebet.“

„Es ist ein Aufruf zur Treue, auf den Ihre Föderation gemäß dem Charisma der heiligen Clara und des heiligen Franziskus in kontemplativem Gebet, in Armut und in vollkommener Hingabe an das Evangelium antwortet“, erklärte der Papst an diesem Montagvormittag. „Zu diesem Zweck ist die Arbeit der Überarbeitung und Aktualisierung der Konstitutionen, die Sie geleistet haben und in der die Beiträge vieler zusammengeflossen sind, lobenswert. Darin wird bekräftigt, dass die erste und wichtigste Aufgabe aller Ordensleute die Betrachtung der göttlichen Wirklichkeiten und die beständige Vereinigung mit Gott im Gebet ist.“

Chance zur Vertiefung

Mit Blick auf den Rückgang der Ordensberufungen rief Papst Leo XIV. dazu auf, die quantitativen Veränderungen nicht als Grund zur Sorge, sondern als Chance zur Vertiefung des eigenen Auftrags zu begreifen.

„Die zahlenmäßige Verringerung der Gemeinschaften ... darf Sie nicht beunruhigen.“

„Das Absinken der Zahl der Berufungen im Besonderen könnte manche zu Entschlüssen der Verschlossenheit oder des Rückzugs verleiten“, führte das Kirchenoberhaupt aus. „Versuchen wir, die Perspektive bei der Betrachtung dieser Realität zu ändern. Ihre kritischen Aspekte können uns helfen, unerwartete Potenziale zu entdecken oder wiederzuentdecken, nicht so sehr hinsichtlich der numerischen Kräfte, sondern bezüglich der Qualität des Angebots. Die zahlenmäßige Verringerung der Gemeinschaften – und die daraus resultierende Befürchtung, die eigene Autonomie zu verlieren – darf Sie nicht beunruhigen und Ihnen nicht die Hoffnung nehmen, sondern muss vielmehr zu einer Erneuerung des eigenen gelebten Glaubens und zu einem noch größeren Engagement bei der geistlichen Begleitung derer anspornen, die an die Pforten der Klöster klopfen.“

Zudem hob der Papst die Rolle der Ausbildung sowie des Schweigens in der heutigen Zeit hervor. Das klausurierte Leben erfülle eine spezifische missionarische Aufgabe innerhalb der Kirche und der Welt.

Im Geist tiefer Gemeinschaft

„Bilden Sie aus zu einer Klausur, die im Geist tiefer Gemeinschaft untereinander und mit der Kirche gelebt wird; zu einem Schweigen, das in einer von Eile und Lärm beherrschten Gesellschaft das Bedürfnis nach Zeiten und Räumen spürbar macht, in denen man innehält und unterscheidet, ohne Angst, den flüchtigen Moment zu verpassen“, betonte er. „Geformt an der Schule des Evangeliums, ruft der Herr Sie dazu auf, seine Zeuginnen im Schweigen und in der Kontemplation zu sein, indem er Sie als lebendiges und prophetisches Gedächtnis der Frohen Botschaft in der Geschichte platziert.“

„Bilden Sie aus zu einer Klausur, die im Geist tiefer Gemeinschaft untereinander und mit der Kirche gelebt wird...“

Abschließend verwies der Pontifex auf vier Grundlagen des klösterlichen Dienstes: das gegenseitige Zuhören, die Gemeinschaft zur Vermeidung von Isolation, den gemeinsamen Dienst sowie das Zeugnis für das Evangelium. Papst Leo XIV. schloss seine Ansprache mit dem Dank für das Wirken der Ordensfrauen und erteilte den Apostolischen Segen. (vn 21)

 

 

 

 

 

Papst Leo XIV.: Alle gewinnen, wenn Frieden Rivalität aufhebt

 

„Wir alle gewinnen jedoch an Freude, Verständnis und Zukunft, wenn das Gesetz der Liebe das Gesetz des Kalküls aufbricht, wenn die Erfahrung des Erbarmens die des Verdienens weitet, wenn das Geschenk des Friedens Rivalitäten aufhebt und uns in Dankbarkeit einander näherbringt" - das hat Papst Leo XIV. diesen Sonntag bei seinem Mittagsgebet auf dem Petersplatz betont.  Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt 

Das katholische Kirchenoberhaupt ging auf das Sonntagsevangelium, das Gleichnis von den Arbeitern im Weinberg aus dem Matthäusevangelium (Mt 20, 1-16 ) ein. Es schildert, wie die Arbeiter in den Weinberg gerufen werden, die einen für den ganzen Tag, die anderen nur für ein paar Stunden, wieder andere erst kurz vor Sonnenuntergang. Doch die zentrale Stelle des Gleichnisses ist, so der Papst, der Augenblick der Entlohnung: Als der Gutsherr gegenüber den Arbeitern der ersten Stunde Wort hält und sie wie vereinbart bezahlt, aber möchte, dass sie seine Güte erkennen, und die Letzten – vor ihren Augen – genauso behandelt wie sie.

Es ist eine Gnade, Gott zu dienen

„Die ablehnende Reaktion derer, die den ganzen Tag gearbeitet hatten, hätte also leicht vermieden werden können, doch sie ist beabsichtigt, denn die Offenbarung der Güte Gottes gilt für alle, nicht nur für einige", führte Leo XIV. dazu aus. Und weiter: „Gott hat andere Wege und neue Gedanken auch für jene, die sich für die Ersten halten und glauben, sie hätten das, was sie sind, verdient und das erreichte Ergebnis stünde ihnen zu“ „Gott hat andere Wege und neue Gedanken auch für jene, die sich für die Ersten halten und glauben, sie hätten das, was sie sind, verdient und das erreichte Ergebnis stünde ihnen zu."

Der Papst betonte: „Es ist eine Gnade, Mitarbeiter Gottes zu sein, in seinem Weinberg zu arbeiten, seinem Reich der Gerechtigkeit und des Friedens zu dienen! Dort, wo das Neue hereinbricht, das Gott für uns bereithält, ist kein Platz für Neid und Spaltung. Lasst uns also den Herrn suchen, solange er sich finden lässt, lasst uns ihn anrufen, solange er nahe ist; und verlassen wir unsere verkehrten Wege und unsere ungerechten Gedanken (vgl. Jes 55,6-7)!"

„Dort, wo das Neue hereinbricht, das Gott für uns bereithält, ist kein Platz für Neid und Spaltung. Lasst uns also den Herrn suchen, solange er sich finden lässt, lasst uns ihn anrufen, solange er nahe ist; und verlassen wir unsere verkehrten Wege und unsere ungerechten Gedanken“

Zum traditionellen Mittagsgebet mit dem Papst kamen an diesem Sonntag etwa 20.000 Menschen.  (vn 20) 

 

 

 

 

 

41. Weltjugendtag 2027 in Seoul

 

Internationale Konferenz leitet „heiße Phase“ der Vorbereitungen ein

Mehr als 250 Verantwortliche aus Bischofskonferenzen und der Jugendpastoral aus aller Welt sind vom 14. bis 17. September 2026 in Seoul zusammengekommen, um sich über den Stand der Planungen für den 41. Weltjugendtag zu informieren, der vom 3. bis 8. August 2027 in der südkoreanischen Hauptstadt stattfindet und zu dem auch Papst Leo XIV. erwartet wird. Bereits Ende Oktober 2026 soll die Registrierung für Pilgerinnen und Pilger aus aller Welt beginnen.

Vor dem Weltjugendtag können die Pilgerinnen und Pilger Korea kennenlernen. Vom 29. Juli bis 2. August 2027 finden in den koreanischen Diözesen die „Tage der Begegnung“ statt. Vorgesehen sind unter anderem Begegnungen in Familien und Pfarreien.

Aus Deutschland haben Vertreter der Arbeitsstelle für Jugendseelsorge der Deutschen Bischofskonferenz (afj) an der Vorbereitungskonferenz teilgenommen. Die afj leitet und koordiniert die deutschlandweiten Vorbereitungen im Auftrag der Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz und des Sekretariats der Deutschen Bischofskonferenz zusammen mit den (Erz-)Bistümern, Jugendverbänden und weiteren Partnern.

Bei der Konferenz wurde deutlich, dass die Vorbereitungen zügig voranschreiten. „Wir erleben hier sehr herzliche Gastgeber, die hochprofessionell auf diesen Weltjugendtag hinarbeiten“, sagt Dr. Paul Metzlaff, Leiter der afj. Zahlreiche Länder planen mit großen Pilgergruppen und berichten von einem hohen Interesse junger Menschen. Neben der besonderen Erfahrung eines Weltjugendtages in Asien trägt dazu auch die weltweite und besonders unter Jugendlichen verbreitete Popularität der koreanischen „K-Culture“ bei. Zu den prägenden Orten für Pilgerinnen und Pilger gehören die Kathedrale von Myeongdong und die koreanischen Märtyrerstätten wie Jeoldusan. „Wir haben eine Kirche kennengelernt, deren Geschichte in besonderer Weise vom Glaubenszeugnis der Märtyrerinnen und Märtyrer geprägt ist. Anders als in vielen anderen Ländern liegen die Anfänge der katholischen Kirche in Korea wesentlich im Engagement von Laien“, betont Metzlaff. Der Erzbischof von Seoul, Peter Chung Soon-taek OCD, habe während der Konferenz immer wieder deutlich gemacht, dass im Mittelpunkt des Weltjugendtages die Begegnung mit Christus stehe.

Für die Tage in Seoul sind unter anderem erneut ein Deutschsprachiges Pilgerzentrum, Angebote der Berufungspastoral sowie eigene Pilgerprodukte geplant. Ein wichtiger Partner vor Ort ist die Deutschsprachige Katholische Gemeinde Korea. Sie begleitet bereits jetzt die Vorbereitungen und unterstützt die Vernetzung mit der Kirche und gesellschaftlichen Akteuren in Korea. Mit der YouTube Videoreihe „koreatholisch“ bereitet die Gemeinde Pilgerinnen und Pilger auf Land, Kultur und Kirche vor und vermittelt praktische Informationen für den Aufenthalt.

Mit dem Abschluss der internationalen Vorbereitungskonferenz richtet sich der Blick nun zunehmend auf die Pilgerinnen und Pilger selbst: Mit der Öffnung der Registrierung Ende Oktober 2026 beginnt für junge Menschen auch in Deutschland die konkrete Vorbereitung auf den Weg nach Seoul. „Alle Pilgerinnen und Pilger, die 2027 nach Korea kommen, dürfen sich auf eine lebendige Weltkirche und ein Fest des Glaubens freuen“, so Paul Metzlaff.

Dbk 20

 

 

 

 

Vatikan: Untersuchung zur Seligsprechung von Don Di Liegro startklar

 

Papst Leo XIV. hat im Rahmen der Diözesanversammlung in der Lateranbasilika die Entscheidung mitgeteilt, die Diözesanuntersuchung über das Leben, die Tugenden und den Ruf der Heiligkeit des römischen Priesters Luigi Di Liegro einzuleiten. Der 1997 verstorbene Gründer der Caritas der Diözese Rom widmete seinen Dienst der Unterstützung von sozial benachteiligten Menschen, darunter Obdachlosen, Migranten und Aids-Kranken. Daniele Piccini und Mario Galgano - Vatikanstadt

Sein Nachfolger in der Leitung der römischen Caritas, der emeritierte Weihbischof Guerino Di Tora, bezeichnete die Eröffnung des Verfahrens als eine Bestätigung des Seelsorgeansatzes Di Liegros. Das Wirken des Priesters, der Kontakte zu Marginalisierten wie auch zu staatlichen Amtsträgern pflegte, wird vom Heiligen Stuhl als ein Beispiel für eine an der Wirklichkeit orientierte Evangelisierung angeführt.

„Es ist eine große Freude für die gesamte Welt der Caritas“, erklärt Di Tora gegenüber den vatikanischen Medien, „für alle, die ihn gekannt haben, und für diejenigen, die sich an die Beerdigung erinnern, bei der die Armen zusammen mit dem Präsidenten der Republik anwesend waren. Ein Mann, der uns ein großes Beispiel gegeben hat, der uns etwas hinterlassen hat, woraufhin wir sein Werk im Dienst an den Letzten fortsetzen können, stets eingedenk dessen, dass man sich die Hände schmutzig machen muss, wie er zu sagen pflegte.“

Wer war Don Di Liegro?

Don Luigi Di Liegro wurde am 16. Oktober 1928 in Gaeta geboren und 1953 zum Priester geweiht. Im Jahr 1972 übernahm er die Aufgabe des Direktors des Diözesanen Pastoralzentrums für die Belebung der christlichen Gemeinde und die sozialen Dienste, eine Perspektive, aus der heraus er während des historischen Kongresses über die „Übel Roms“ im Jahr 1974 Armut, Ausgrenzung und soziale Probleme der Hauptstadt in den Blick nehmen konnte. Wenige Jahre später, im Jahr 1979, entstand die Diözesancaritas von Rom, und Di Liegro wurde ihr erster Direktor, eine Aufgabe, die er bis zu seinem Tod am 12. Oktober 1997 in Mailand innehatte. Seine Vorstellung von Caritas ging über die bloße Fürsorge hinaus. Don Di Liegro, der oft „der Priester der Letzten“ genannt wurde, versuchte die Ursachen der Armut zu verstehen, um eingreifen zu können, bevor die Person aus der Gesellschaft ausgeschlossen wurde. In Rom tragen die Herberge und die Abendmensa in der Via Marsala bis heute seinen Namen. Im Jahr 2025 wurden seine Gebeine vom Verano-Friedhof in die Basilika Santi XII Apostoli überführt. (vn 19)

 

 

 

Leo XIV: „Pastoral auf Begegnung mit Christus ausrichten“

 

Papst Leo XIV. hat sein Bistum Rom dazu aufgefordert, seine Seelsorge stärker auf die Begegnung der Menschen mit Christus auszurichten. „Manchmal häufen sich die Vorschläge, Aktivitäten und Begegnungen, und man verliert den Kern, den evangeliumsgemäßen Sinn dessen, was man tut, aus den Augen.“  Stefan von Kempis – Vatikanstadt

Das sagte er an diesem Freitagabend bei einer römischen Diözesanversammlung in der Lateran-Basilika, seiner bischöflichen Kathedrale. Man treffe Christus, wenn man sich von ihm beim Namen gerufen fühle, „auf welche Weise das auch immer geschehen mag“. Von hier müsse jede pastorale Aktion neu ausgehen: „Sich nicht so sehr fragen, was man tun soll, sondern eher, wem man begegnen will, und wie.“

Leo lobte bisherige Reformprozesse im Bistum; die Beschäftigung mit „geistlichen Krankheiten“ habe gezeigt, was im kirchlichen Leben korrigiert werden müsse, und die synodale Orientierung führe zu einer breiteren Mitverantwortung von Laien. Wichtig sei ihm allerdings eine dritte Dimension, nämlich eine Überprüfung der Seelsorge.

Die Seelsorge überprüfen

„Im Licht des Heiligen Geistes zu überprüfen bedeutet, innezuhalten, das Geschehene noch einmal zu betrachten, zu erkennen, was Früchte getragen hat, zu verstehen, was nicht funktioniert hat, und gemeinsam nach den Gründen dafür zu suchen. Es bedeutet, kurz gesagt, der Wahrheit auf den Grund zu gehen. Ich lade euch ein, diese Überprüfung unter Einbeziehung der gesamten Gemeinschaft durchzuführen und dabei, soweit möglich, auch Menschen zuzuhören, die nicht zur Gemeinschaft gehören und die Dinge sozusagen von außen betrachten.“

„Fördern unsere Aktivitäten das Wachstum im Glauben?“

Für die gewünschte Überprüfung zählte Papst Leo mehrere Kriterien auf: Die Begegnung mit Christus ermöglichen; Gemeinschaft bilden; und der Stadtgemeinschaft dienen. „Zu diesen drei Prüfkriterien kommt ein viertes hinzu, das alle anderen durchzieht: die Bildung des Volkes Gottes. Fördern unsere Aktivitäten das Wachstum im Glauben? Bilden sie missionarische Jünger aus? Tragen sie dazu bei, kirchliche Verantwortung zu entwickeln? Führen sie zu einem reifen Glauben, der sich in konkreten Entscheidungen im Leben und im Dienst niederschlägt?“

Das Herzstück der Methode, die er hier vorschlage, bestehe in dem einfachen Wörtchen „wozu“. „Es geht darum, gemeinsam innezuhalten und sich bei allem, was wir tun, zu fragen: Warum tun wir das? Welche evangelische Absicht bewegt uns, auf welches tatsächliche Bedürfnis wollen wir eingehen, inwiefern entspricht diese Entscheidung dem Auftrag der Kirche? Dann der zweite Schritt: Warum erzielen wir diese Ergebnisse und keine anderen? Warum führen manche Initiativen zu neuen Wegen, während andere isoliert bleiben? Warum beteiligen sich manche Menschen, während andere am Rande stehen bleiben?“

Niemand trägt seine Last allein

Der Papst bedankte sich ausdrücklich bei allen geweihten Amtsträgern in seinem Bistum: Das sei „nicht bloß eine Formalität“. Er wisse, dass der pastorale Dienst heute anstrengender sei als früher; darum ermutige er dazu, die Last nicht allein zu tragen. „Niemand ist dazu berufen, alles allein zu machen. Das Presbyterium ist nicht die Summe der Priester, die sich aus organisatorischen Gründen treffen, sondern eine brüderliche Gemeinschaft.“ (vn 18)

 

 

 

 

Frankreich: „Papst ist kein Politiker“

 

Der Erzbischof von Paris warnt vor einer innenpolitischen Vereinnahmung des Papstbesuches in Frankreich, der kommende Woche startet. „Der Papst kommt nicht, um die Stimmung im Vorfeld der Wahlen zu beruhigen oder zu heilen“, stellte Laurent Ulrich am Mittwoch im Gespräch mit dem Nachrichtendienst Sir klar.

Papst Leo hält sich vom 25. bis 28. September in Frankreich auf und will Paris, Lourdes und Metz besuchen. Im kommenden Jahr finden in Frankreich Präsidentschaftswahlen statt; am 27. September 2026, also während des Papstbesuchs, wird ein neuer Senat gewählt.

„Der Papst präsentiert sich nicht als Politiker und kommt mit keinem politischen Programm“, erinnerte Erzbischof Ulrich gegenüber der italienischen Nachrichtenagentur sir. „Er kommt vielmehr mit ,entwaffnenden Worten‘, die Verständnis und einen gewissen Sinn der Einheit in einem Volk wiederherstellen können.“

Alle müssen zusammenarbeiten

Ulrich betonte, dem Papst sei das angespannte und bisweilen stark polarisierte politische Klima bewusst: „Er hat nie gezögert, zu sagen, dass alle zusammenarbeiten müssen, um ein Land aufzubauen, und dass es nicht ausreicht, einen Führer zu haben, der allen vorschreibt, was sie zu tun haben. Das ist eine mutige Botschaft seinerseits“, so der Pariser Erzbischof.

„Ich glaube, dass in einem Moment wie diesem, in dieser Phase, in der der eigentliche Wahlkampf noch nicht begonnen hat, die verschiedenen Parteien und die möglichen Kandidaten vom Papst vor allem Worte brauchen, die der Versöhnung dienen, und keine Worte, die die nationale Einheit weiter beeinträchtigen könnten“, so Ulrich.

Großer Andrang - Stationen in Paris, Lourdes und Metz

In Paris, Lourdes und Metz werden so viele Menschen erwartet, dass laut sir-Angaben aus Sicherheitsgründen 15.000 Einsatzkräfte aus Militär, Polizei und Gendarmerie mobilisiert wurden. „Der Papst ist das einzige Staatsoberhaupt, das bei einem Besuch in einem Land einen solchen Andrang von Menschen hervorrufen kann“, kommentierte der Erzbischof.

Laut einer aktuellen Umfrage des Meinungsforschungsinstituts Ifop wünschten sich 28 Prozent der Franzosen, dass der Papst über „Frieden und Konflikte in der Welt“ sprechen möge, 15 Prozent meinen, er solle „den Kampf gegen sexuellen Missbrauch und dessen Prävention innerhalb der Kirche“ thematisieren. Den Autoren der Studie zufolge besteht in einer Ära, in der Aggressivität in den sozialen Medien ebenso wie in den internationalen Beziehungen zur Norm geworden sei, ein echter Bedarf an einer Säule der Stabilität. Leo XIV. entspreche dieser latenten Erwartung eines Teils der Bevölkerung.

Nähe zu den Menschen

Ulrich sieht das hohe Interesse der Menschen am Papstbesuch durch dessen Art, sich zu präsentieren, begründet: „Ihm ist es vor allem wichtig, seine Nähe zu zeigen. Das ist es, was ein Bischof für seine Diözese oder ein Priester für seine Pfarrei zu tun versucht: zu zeigen, dass man den Menschen so nah wie möglich ist.“ (sir 18)

 

 

 

Kard. Nemet über Synodalität: „Als neue Kultur in der Kirche verstehen"

 

Der serbische Kardinal Ladislav Nemet wirbt für das rechte Verständnis eines gemeinsamen Unterwegsseins in der katholischen Kirche über alle Unterschiede hinweg. Es gehe um Evangelisierung, sagte Nemet bei einer Tagung zu Synodalität in Europa, die 180 Delegierte aus 31 Ländern ganz Europas diese Woche in Puchberg bei Wels vereinte.

Interview

Kardinal Nemet: Es ist wichtig für mich, dass wir die Synodalität als neue Kultur in der Kirche verstehen, als neue Evangelisierung in Europa. Das erste positive Ergebnis dieser Gespräche ist, dass viele Anwesende hier in Puchberg frei gesprochen haben über ihre Erfahrungen, über ihre Sorgen. Es war also klar, dass wir nicht zu Hause und unter uns gesprochen haben, sondern hier in Puchberg. Und das ist sehr wichtig.

Vor fünf Jahren hat Papst Franziskus die Weltkirche auf diesen synodalen Weg geführt. Wo steht die katholische Kirche heute damit in Europa?

Kardinal Nemet: Ja, unser Kontinent hat ein bisschen Schwierigkeiten mit der Synodalität. Einige Staaten, einige Diözesen und Bischöfe sind noch nicht total begeistert, andere sind total begeistert. Ich glaube, das ist ein normales Phänomen in allen soziologischen Bereichen.

Namentlich sind Spannungen, vielleicht auch Missverständnisse zwischen katholischen Gläubigen im Osten und im Westen Europas bemerkt worden. Inwieweit ist es gelungen, in diesen fünf Jahren zu einem konstruktiven Miteinander zu kommen, vielleicht auch gerade in Wels?

Kardinal Nemet: Ich glaube, dass wir das noch nicht erreicht haben. Was wir aber in Puchberg erreicht haben ist, dass Leute frei darüber geredet haben. Wenn sie da sind und sich selbst, ihre Ängste, Erwartungen oder Ideen vor uns allen im Plenum frei mitteilen können, das ist schon etwas anderes - und das haben wir geschafft in Puchberg.

Wo liegt denn das Herz dieser Ängste? Wo führt die Sorge dieser Gläubigen hin?

Kardinal Nemet: Für viele Jahre waren die Kirchen in postkommunistischen Ländern mit sich selbst beschäftigt. Die Kirche wieder zu öffnen, das Zweite Vatikanum aufzuarbeiten, das war früher nicht möglich in den kommunistischen Zeiten. Deswegen meine ich, sie sind auf einem gewissen Stadium der Entwicklung in diesem Bereich, aber das ist noch nicht dort, wo wir es uns vorstellen könnten.

Bei der Tagung ist es vor allem auch darum gegangen, Synodalität konkret zu machen und einen Fahrplan zu entwickeln für die kommenden Monate und Jahre. Was sind die wichtigsten Punkte für diesen Fahrplan?

Kardinal Nemet: Wir möchten die Arbeit, die Resultate analysieren und konkrete Vorschläge machen. Die Vorschläge werden dann mit dem ganzen Material, das wir hier gesammelt haben, an alle Teilnehmerinnen und Teilnehmer ausgesendet. 

Kardinal Nemet hatte bei der Welser Tagung "Shaping Synodality in Europe" (14.-17. September) eine zentrale Leitungsrolle. Formal war er als Vizepräsident des Rates der europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) zugleich Koordinator der Europäischen Synodalitäts-Taskforce des CCEE, die das Symposium gemeinsam mit der KU Linz vorbereitet hatte. (vn 18)

 

 

 

Kard. Hollerich: Synodalität kann Modell für Gesellschaft in Polykrise sein

 

Kardinal Jean-Claude Hollerich sieht im produktiven Ringen der katholischen Kirche um ein gemeinsames Voranschreiten ein Vorbild für Gesellschaften in vielfältigen Krisen. „Als Kirche haben wir für einmal ein gutes Beispiel zu geben“, erklärte der Luxemburger Kardinal und Synoden-Veteran im Gespräch mit Radio Vatikan am Rand der Europa-Synodentagung, die am Donnerstag in Wels zu Ende ging.

„Ja, ich glaube, das ist das große Zeichen der Kirche: dass wir zusammenstehen, trotz allem, was verschieden ist, und dass wir die Geschwisterlichkeit nicht aufgeben. Das ist in Gott begründet“, sagte Hollerich. „Und ich glaube, dass die Synodalität auch - natürlich mit den notwendigen Abänderungen - ein Modell der Gesellschaft sein kann.“

Der Luxemburger Kardinal verwies auf die Krise der Demokratie in verschiedenen Ländern Europas. „Man sieht, dass auch viele Leute, vor allem junge Leute, das Vertrauen in die Demokratie verloren haben“, erklärte Hollerich. Politiker und Politikerinnen müssten an diesem Punkt „eine grundlegende Analyse betreiben, was die Bedingungen der Demokratie sind, und auf die Formen der Demokratie schauen. Vielleicht muss man, um weiterhin Demokratie zu haben, ihre Formen in der Gesellschaft von morgen ändern. Aber die Politiker scheinen keine Zeit zu haben, sie gehen von Wahlen zu Wahlen und sind gehetzt. Aber diese grundlegende Überlegung, dieser grundlegende Diskurs muss getan werden. Der ist lebensnotwendig für Europa. Und ich glaube, als Kirche haben wir für einmal ein gutes Beispiel zu geben.“

Hollerich verwies auf die aus seiner Sicht geglückte europäische Synodentagung in Wels. Delegierte aus 31 Ländern nahmen daran teil, Frauen und Männer, Bischöfe, Priester, Diakone. „Trotz aller Differenzen sind wir zusammen einen Weg gegangen, um das Evangelium in Europa zu verkünden und zu leben. Gerade das ist es, was die Kirche braucht: Eine missionarische Kirche, wo jeder Getaufte, jede Getaufte sich einbringen kann. Und wo an sich auch Gott jede Getaufte, jeden Getauften sozusagen sendet, in Anspruch nimmt, um Zeugnis für das Evangelium abzugeben.“

„Man fragte sich, ist das ein Trick des Papstes?“

Kardinal Hollerich wirkte bei den vatikanischen Weltsynoden von 2023 und 2024 in zentraler Rolle als Generalrelator. Im Rückblick auf den gesamten synodalen Prozess, auf den Papst Franziskus vor fünf Jahren – im Oktober 2021 – die Weltkirche führte, sprach der Kardinal von einer heiklen Ausgangslage. „Es gab sehr viele Ängste vorher. Man fragte sich, ist das ein Trick des Papstes, um seine Ideen mehr reinzubringen oder der Kirche aufzudrücken?“ Es sei aber gelungen, Polarisierungen zu vermeiden.

„Deshalb brauchen wir eine Einheit in Vielfalt“

Diesen Weg müsse man weiter gehen, hielt der Kardinal mit Verweis auf Papst Leo XIV. fest. „Dass das nicht eine Einheit in Uniformität sein kann, glaube ich, ist jedem klar. Deshalb brauchen wir eine Einheit in Vielfalt. Eine Vielfalt, die nicht den Zusammenhalt im Glauben abschafft, sondern dem Zusammenhalt im Glauben verschiedene Farben, verschiedene Nuancen gibt, die alle zueinander passen und zusammen das sind, was Gott sich für die Kirche vorstellt.“

Das Gespräch mit Kardinal Hollerich führte Gudrun Sailer am Rand der Tagung „Shaping Synodality in Europe", die von 14.-17. September in Puchberg bei Wels stattfand. (vn 18)

 

 

 

Ana Raffais Friedensarbeit in Zeiten der Polarisierung

 

Die kroatische Theologin und Friedensfachkraft Ana Raffai engagiert sich seit Jahrzehnten in der gewaltfreien Friedensarbeit und Versöhnungsinitiative in Südosteuropa. Als Mitbegründerin der Organisation RAND (Regionalne adrese za nenasilje) setzt sie sich für die Ausbildung in gewaltfreier Aktion und den interreligiösen Dialog in den Nachfolgestaaten des ehemaligen Jugoslawien ein. Wir trafen sie beim diesjährigen Renovabis-Kongress in Freising. Mario Galgano - Freising

In ihrer Arbeit verbindet sie sozialwissenschaftliche Erkenntnisse der Friedensforschung mit Ansätzen des christlichen Glaubens. Im Interview mit Radio Vatikan bewertet Raffai die gegenwärtigen gesellschaftlichen Rahmenbedingungen für den Dialog: „Diese Zeiten jetzt sind manchmal schwieriger als die Zeiten vor, sagen wir, zehn Jahren.“ Insbesondere ein spürbarer Rechtsruck in Kroatien und politische Ereignisse stellten eine Belastung dar. „So mühsam macht man Schritt für Schritt auf den anderen zu. Und dann kommen die politische Ereignisse, wie zum Beispiel das Begräbnis von einem Kriegsverbrecher, und alles ist futsch. Nicht alles, aber vieles ist bedroht“, erklärte die Aktivistin.

Dennoch sieht sie im gegenwärtigen Klima einen klaren Auftrag für das zivilgesellschaftliche Engagement. „Trotzdem denke ich, Friedensarbeit geschieht in guten und schlechten Zeiten. Und wir sollen immer schauen, wo sind die Tendenzen zum Polarisierung und wo sind die Tendenzen zur Entdämonisierung des Feindes? Und dann das unterstützen und selber dazu beitragen“, führt Raffai aus. Abzulehnen sei es hingegen, Misstrauen in der Gesellschaft zu schüren: „Kritik ist wichtig, aber Misstrauen ist nicht gut.“ Ziel müsse es bleiben, aus dem christlichen Glauben heraus an Versöhnung und Vergebung zu arbeiten.

Eigenverantwortung des Einzelnen

Hinsichtlich der Rolle der katholischen Kirche betont Raffai die Eigenverantwortung des Einzelnen: „Ich denke zuerst, Kirche sind wir alle, wir Gläubige und die Repräsentanten, also der klerikale Teil der Kirche. Jeder soll für aus eigener Position Verantwortung für den Frieden übernehmen.“ Das christliche Gebot der Feindesliebe bezeichnet sie in diesem Kontext als „eine so große Ressource für Friedensarbeit“.

Zugleich sieht sie Handlungsbedarf bei den kirchlichen Strukturen. Zwar greife die Hierarchie Themen wie Vergebung im privaten Rahmen auf, diese müssten jedoch auf die gesellschaftliche Ebene übertragen werden. Die Kirche müsse konkret fragen: „Wie können wir Vergebung und Versöhnung als Kirche fördern zwischen unseren zwei Völker, Serben und Kroaten in Kroatien oder zwischen drei Völkern und Menschen in Bosnien und Herzegowina?“ Jeder Christ trage durch ein Zeugnis der Nächstenliebe und Solidarität dazu bei, die Kirche glaubwürdig zu machen. Dieser Weg erfordere zu Beginn Risikobereitschaft, jedoch wachse mit der Praxis die Handlungskompetenz. (vn 18)

 

 

 

Papst wirbt für „Beziehungen mit Bedeutung und Tiefe“

 

Papst Leo hat angesichts von Social Media und KI an diesem Mittwoch für bedeutungsvolle und tiefe menschliche Beziehungen im „echten Leben“ geworben. Er warb für eine menschliche Gemeinschaft, die durch Respekt und Verantwortung geprägt ist. Anne Preckel - Vatikanstadt

Papst Leo spricht derzeit bei seiner Generalaudienz über die Aktualität der Konzilsverfassung „Gaudium et spes“; an diesem Mittwoch stand in seiner Katechese das 2. Kapitel im Mittelpunkt, in dem es um die menschliche Gemeinschaft geht.

Im Zeitalter von Massenmedien, Social Media und Künstlicher Intelligenz würden menschliche Beziehungen „immer unpersönlicher, immer virtueller“, gab der Papst auf dem Petersplatz zu bedenken. Dabei laufe der Mensch Gefahr, „Entscheidungen an Algorithmen zu delegieren, obwohl sie allein dem menschlichen Gewissen obliegen“, warnte Leo.

Bedeutungsvolle und tiefe Beziehungen  

Christen sollten in diesem Kontext dafür sorgen, „dass soziale Beziehungen echte Bedeutung und persönliche Tiefe haben“, betonte der Papst. Der Mensch sei ein gesellschaftliches Wesen, der menschliche Fortschritt gehe mit dem gesellschaftlichem Fortschritt Hand in Hand (vgl. Gaudium et spes, 25).

Mit Blick auf Gemeinschaft ging der Papst in seiner Katechese auf die Begriffe Vielfalt und Gemeinwohl näher ein.

Die Vielfalt von Menschen und Völkern sei keine Gefahr oder Bedrohung, sondern „Potenzial für Bereicherung und Wachstum“, griff er auf „Gaudium et spes“ zurück. Gegensätze, die in Gewalt ausarteten, seien „eine Folge der Macht der Sünde“ und Ausdruck zerstörerischer Denkweisen und Handlungen. Ihnen gelte es die menschliche „Logik der Gegenseitigkeit, des Teilens und der Fürsorge“ entgegenzusetzen, betonte Leo.

Ein Moment der Generalaudienz

Vielfalt und Gemeinwohl

Gemeinwohl meine Bedingungen des gesellschaftlichen Lebens, die sowohl Gruppen wie Individuen „ein volleres und leichteres Erreichen der eigenen Vollendung ermöglichen“, erinnerte der Papst weiter. Völker, Gruppen und Individuen seien voneinander abhängig und alle müssten dem Gemeinwohl der ganzen Menschheitsfamilie Rechnung tragen (vgl. GS 26).

Leo XIV. nannte dann weitere, wichtige Grundannahmen aus der Konzilskonstitution (vgl. GS 27-31), die die Konzilsväter für menschliche Gemeinschaft als wesentlich benannten: die Achtung der menschlichen Person; Respekt auch gegenüber „Gegnern“ und Andersdenkenden; die Gleichheit aller Menschen, die soziale Gerechtigkeit erfordert; die Überwindung einer „individualistischen Mentalität“ und die Notwendigkeit, Verantwortung zu übernehmen und sich zu beteiligen.

Absage an Gewalt und Diskriminierung

Mit „Gaudium et spes“ verurteilte der Papst an dieser Stelle alle gewalttätigen Handlungsweisen, die „zum Leben selbst in Gegensatz“ stehen - wie Mord, Völkermord, Abtreibung, Euthanasie und Selbsttötung, alle Formen körperlicher und psychischer Gewalt, Verhaftungen und Verschleppungen, Sklaverei, Prostitution, Mädchen- und Menschenhandel sowie die Ausbeutung menschlicher Arbeitskraft.

Auch jede Diskriminierung aufgrund von Geschlecht, Rasse, Hautfarbe, gesellschaftlicher Stellung, Sprache oder Religion müsse „überwunden und beseitigt werden, weil sie dem Plan Gottes widerspricht“, zitierte Leo aus der Konzilskonstitution (vgl. GS 29).

Ethische Orientierung für Gesellschaft heute

„Kriterien der Menschenwürde, der sozialen Gerechtigkeit und der freien Mitwirkung am Aufbau des Gemeinwohls“

Diese Vision der Menschheit als Gemeinschaft sei ein „wertvolles Vermächtnis“ des Zweiten Vatikanischen Konzils, so Leo, jeder Einzelne könne daran mitwirken.

„Sie hilft uns allen, eine persönliche und gemeinschaftliche Unterscheidung vorzunehmen, um die sozialen und politischen Vorhaben von heute verantwortungsbewusst anhand der Kriterien der Menschenwürde, der sozialen Gerechtigkeit und der freien Mitwirkung am Aufbau des Gemeinwohls zu bewerten.“ (vn 16)

 

 

 

 

537 Millionen Euro für internationale Hilfsprojekte „Mission und Entwicklung“

Jahresbericht Weltkirche 2025 erschienen

 

Die Konferenz Weltkirche ist der Zusammenschluss der international tätigen Einrichtungen der katholischen Kirche in Deutschland unter dem Vorsitz des Bischofs von Augsburg, Dr. Bertram Meier. Sie hat heute (16. September 2026) ihren Jahresbericht Weltkirche 2025 veröffentlicht. Trotz zurückgehender Mittel konnten die katholischen Hilfswerke, (Erz-)Bistümer und Orden im vergangenen Jahr Hilfsmaßnahmen in aller Welt mit 537 Millionen Euro fördern. Sie unterstützten Projekte in den Bereichen Pastoral, Bildung, Gesundheit, Friedensarbeit und Landwirtschaft in Afrika, Asien, Lateinamerika und Osteuropa und leisteten Nothilfe in Krisengebieten.

Projekte von Pfarrgemeinden, katholischen Verbänden und Schulen, die diese unabhängig von Bistümern, Orden und Hilfswerken durchführen, werden im Jahresbericht Weltkirche nicht berücksichtigt. Die tatsächliche Höhe der Hilfsleistungen ist also höher als im Jahresbericht angegeben.

Bischof Meier, der zugleich Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz ist, dankte den Spenderinnen und Spendern, die diese Arbeit ermöglicht haben. „Hinter der beeindruckenden Zahl von 537 Millionen Euro stehen konkrete Schicksale, die eine positive Wendung genommen haben“, sagte er aus Anlass der Veröffentlichung. „Wir bauen keine Straßen oder Häfen. Unsere Projekte sind nicht dazu da, ganze Volkswirtschaften anzukurbeln. Aber sie bewirken Veränderungen im Leben so vieler Menschen. Sie finden Mut, ihr Leben selbst in die Hand zu nehmen. Das wird von keiner Statistik erfasst“, unterstrich Bischof Meier.

Der Jahresbericht Weltkirche 2025 gibt Rechenschaft über die Verwendung der eingesetzten Mittel, verteilt nach Kontinenten und Projektträgern. Finanziert werden die weltkirchlichen Projekte zum überwiegenden Teil durch Kollekten, Spenden und sonstige Einkünfte wie Vermächtnisse sowie durch die Kirchensteuer. Für Entwicklungsprojekte und humanitäre Hilfe konnten außerdem öffentliche Mittel eingesetzt werden.

Zusätzlich zur ausführlichen Online-Version ist eine Kurzfassung als Flyer erschienen. Er enthält die wichtigsten Daten und die Leitideen der katholischen Missions- und Entwicklungsarbeit. Dazu gehören die Begründung des internationalen Engagements im christlichen Glauben, der Einsatz für Gerechtigkeit und die Unterstützung von Menschen am Rand der Gesellschaft. Sie sollen befähigt werden, für sich und ihre Gemeinschaften zu sorgen.

Hintergrund. Der Konferenz Weltkirche gehören Vertreter der Deutschen Bischofskonferenz, der (Erz-) Bistümer, der Deutschen Ordensobernkonferenz, der weltkirchlichen Hilfswerke (Adveniat, Caritas international, Kindermissionswerk „Die Sternsinger“, Misereor, Missio Aachen und München, Renovabis, Bonifatiuswerk der deutschen Katholiken), der Verbände und anderer weltkirchlich tätiger Einrichtungen in Deutschland an. Der Jahresbericht bietet neben einem Themenschwerpunkt und einem Statistikteil einen inhaltlichen Überblick über die vielfältige internationale Arbeit der beteiligten Organisationen. Dbk 16

 

 

 

 

Zeitdokumente. Erste Briefe nach dem Holocaust erzählen vom Überleben

 

Eine neue Sammung von Yad Vashem versammelt frühe Briefe jüdischer Überlebender nach 1945. Sie erzählen von Befreiung, Trauer, familiärem Verlust, seelischer Leere und der schwierigen Frage, ob und wo ein neues Leben beginnen konnte. Von Verena Schmitt-Roschmann |  

Der Krieg war schon fast ein Jahr vorbei, als Arthur Feige sich bei einem alten Freund meldete. „Durch ein Wunder lebe ich noch und so kann ich Ihnen nach so viel Jahren wieder eine Nachricht zukommen lassen“, schreibt der jüdische Berliner in einem Brief vom 13. März 1946. „Ich habe Schlimmes durchgemacht, und ich wäre froh, wenn ich hier herauskönnte.“ Er wolle nach Palästina, berichtet Feige. „Denn ich bin hier sehr unglücklich über alles und kann hier innerlich nicht mehr mit.“

Feiges Schreiben findet sich in der Sammlung „Nach so viel Schmerz und Pein – Erste Briefe nach dem Holocaust“, die der Herder-Verlag in Zusammenarbeit mit der internationalen Holocaust-Gedenkstätte Yad Vashem nun erstmals auf Deutsch veröffentlicht. Es sind private Nachrichten und doch weit mehr als das.

Zeugnisse vom Wert der Demokratie

„Die Briefe berichten vom größten Verbrechen der Menschheitsgeschichte“, sagt Bildungsministerin Karin Prien (CDU), die selbst jüdische Wurzeln hat und das Buch gemeinsam mit dem Freundeskreis Yad Vashem präsentiert. „Mit diesen Briefen verbinde ich die Hoffnung, kommenden Generationen Zeugnisse zu hinterlassen, die das Erlebte fassbar machen, um Mitgefühl, Verständnis und nicht zuletzt den Wert unserer Demokratie zu vermitteln.“

Im Rückblick wirkt das Ende der NS-Schreckensherrschaft in Europa wie ein glücklicher Schlusspunkt. Für die Überlebenden der Schoah waren Grauen, Erniedrigung und Entbehrungen endlich vorbei, der Weg in eine bessere Zukunft offen. Doch trugen die Geretteten auch eine erdrückende Last – die Erinnerung an den Sadismus ihrer Peiniger, die Schuldgefühle, dass ausgerechnet sie und nur sie überlebt hatten, die Trauer über ihre ermordeten Familien. Sie kehrten zurück in eine zertrümmerte Heimat zu Menschen, von denen viele ihr Schicksal nur wenige Jahre zuvor bejubelt oder ignoriert hatten.

„Entsetzliche seelische Leere“

Arthur Feige war als Elektrotechniker in den Charlottenburger Motorenwerken beschäftigt, bis er im November 1942 von der Gestapo verhaftet und einem Transport ins Vernichtungslager Auschwitz zugeteilt wurde. Auf der Fahrt quetschte er sich durch ein Toilettenfenster des rollenden Zuges und entkam. Fast drei Jahre lebte er illegal im Nazi-Reich, im Sommer in seinem Boot auf dem Storkower See südöstlich von Berlin, im Winter in einer selbst gezimmerten Hütte. Er verdingte sich inkognito als Landarbeiter, als Kohlenpacker, als Radioreparateur, um irgendwie an Essen zu kommen.

Zur Befreiung durch die sowjetische Armee schreibt Feige in seinem Brief: „Da war ich dann gerettet und aus aller Gefahr.“ Aber seine Eltern waren im Konzentrationslager Theresienstadt zu Tode gekommen – er wusste nicht wie. Schwester, Schwager und Neffe waren in Riga ermordet worden, sein Bruder Paul und dessen Frau vermutlich in Auschwitz, dazu Freunde und andere Verwandte. „Es dauerte lange, bis wir das seelisch überwinden konnten“, sagt Feige. Jetzt gehe es ihm gut, bis auf „die entsetzliche seelische Leere“.

Rückkehr als Entwurzelte

Sechs Millionen europäische Juden hatten die Nationalsozialisten umgebracht, etwa 3,5 Millionen überlebten die Schoah. Die Historikerin Anna Junge schätzt, dass nur etwa 15.000 Jüdinnen und Juden die Verfolgung in Deutschland überstanden, ohne deportiert worden zu sein – in sogenannten Mischehen oder in Verstecken, wie der Berliner Arthur Feige.

Nach Kriegsende kehrten Zehntausende befreite Juden nach Deutschland zurück. Nach Zahlen der Bundeszentrale für politische Bildung lebten in den westlichen Besatzungszonen zunächst 50.000 bis 75.000 jüdische Überlebende als sogenannte Displaced Persons. Bei vielen reichten die Kräfte nicht für einen Neuanfang.

Der Göppinger Richard Fleischer, der nach seiner Verhaftung im November 1941 nach Riga und später nach Danzig verschleppt wurde, wog nach vier Jahren in Lagern mit Zwangsarbeit, Bunkerhaft, Seuchen und Auszehrung nur noch 32 Kilo. Nach der Befreiung brachten ihn die Sowjets mit etwa 120 anderen in ein Sanatorium.

„Täglich fünfmal bekamen wir Essen, nur Weißbrot, Butter, Zucker, Kaffee, Kakao in genügender Menge“, berichtet Fleischer in einem Brief aus der Sammlung. „Und trotzdem starben die Kameraden weg, bis auf 30 Mann, welche gesund entlassen wurden. Ich selbst lag vier Wochen fast ohne Besinnung, fast nichts essend und immer schlafend im Bett, an das wir uns wieder gewöhnen mussten.“

Nicht wirklich „willkommen“

Die Briefe seien oft Beschreibungen „ohne Filter“, erklärt der Verlag. Die Sprachvielfalt der Originale in Russisch, Deutsch, Französisch, Ungarisch, Hebräisch, Jiddisch, Slowakisch, Niederländisch und Polnisch erinnert noch einmal daran, wie viele Nationalitäten der Vernichtungswahn Adolf Hitlers und seiner Getreuen traf – Juden aus ganz Europa. Auch in anderen Ländern wurden sie bei ihrer Rückkehr keineswegs immer mit offenen Armen empfangen.

Der Historiker Dan Michman erinnert an einen Brief seiner Mutter an seine Großmutter in Palästina. Michmans Eltern, damals Melkman, waren von den Nazis aus den Niederlanden verschleppt worden. Bei ihrer Rückkehr nach Amsterdam stand auf den Armbinden der Beamten „Willkommen“, aber ihre Gesichter sagten etwas anderes. „Sie guckten alle mürrisch und schickten einen von Pontius zu Pilatus“, schreibt Frederika Melkman.

Und dieser kalte Empfang war wohl nicht das Schlimmste für Frederika und ihren Mann. Sie suchten ihren kleinen Sohn, den sie vor dem Holocaust bei einer Frau auf dem Land versteckt hatten. Als Fremde standen sie vor dem Jungen und sagten: „Wir sind deine Eltern, wir nehmen dich jetzt mit.“

Sein Vater, selbst Historiker und später Generaldirektor von Yad Vashem, habe Frederikas Briefe nach deren Tod 1991 entdeckt, erzählt Michman in einem Video der Gedenkstätte. „Wir sahen sofort, dass dies nicht nur für die Familie von Bedeutung war.“ Das Hauptgefühl in dem Buch sei nicht Rache, sondern die Suche nach jüdischer Identität und die Frage: „Wie werden wir eine bessere Welt schaffen?“

„Es war das schönste Geschenk“

So steckt in Briefen der Sammlung auch Trost. Syme Zosim Rysavy aus Brünn im heutigen Tschechien hatte ihre Brüder kurz vor der deutschen Annexion des „Protektorats Böhmen und Mähren“ 1939 zur Flucht gedrängt. Sie schafften es nach London. Syme selbst blieb, um sich um ihre alten Eltern zu kümmern. Im April 1942 wurde sie mit ihrem Mann Fritz nach Theresienstadt und später nach Auschwitz deportiert. Fritz wurde dort ermordet. Syme überlebte schwerste Zwangsarbeit, Hunger, Erniedrigung und Krankheit.

Als sie im September 1945 zwei Briefe von ihrem Bruder Ned erhält, antwortet sie voller Dankbarkeit: „Es war das schönste Geschenk und ich danke dir sehr, denn Du hast mich sehr glücklich gemacht. Nadénko, auch ich würde alles dafür geben, Dich sehen zu können, aber nur Dich ganz nah haben. Deine Hände fühlen und nichts sprechen müssen. Denn alles, was ich in den letzten vier Jahren erlebt und gelitten habe, kann man weder erzählen noch schreiben.“ (dpa/mig 16)

 

 

 

Grusas: „Gemeinsam vorangehen - wenn auch unterschiedlich schnell"

 

„Synodalität bedeutet, gemeinsam voranzugehen, aber jeder in seinem eigenen Tempo“: Das hat der Präsident des Rates der katholischen Bischofskonferenzen Europas (CCEE), Gintaras Grusas, gegenüber Vatican News am Rande der Tagung „Shaping Synodality in Europe“ im österreichischen Puchberg betont. Unterschiede zwischen Ost und West, Nord und Süd sind in seiner Sicht kein Manko, sondern gehören dazu.

Rund 180 Delegierte aus mehr als 30 Ländern beraten dort noch bis Donnerstag über die Umsetzung der Weltsynode, Radio Vatikan ist vor Ort.

Kirche ist synodal

Grusas, CCEE-Präsident und Erzbischof von Vilnius, erinnert im Interview mit Radio Vatikan daran, dass Kirche „ihrem Wesen nach synodal“ sei, was auch im Zweiten Vatikanischen Konzil Ausdruck gefunden habe. Synodalität markiere das Vorangehen, den Fortschritt in der Kirche, so Grusas weiter. Dass Kirchen in Ost und West, Nord und Süd in Sachen Synodalität unterschiedlich vorangehen, gehört für den Litauer mit dazu:

„Es ist das Verständnis, dass wir als Kirche in Gemeinschaft tatsächlich Einheit in der Vielfalt sind. Es gibt in Europa viele Kirchen, die alle sehr unterschiedlich sind. Ost und West, aber auch Nord und Süd unterscheiden sich stark voneinander; es gibt unterschiedliche Kulturen und Geschwindigkeiten. Synodalität bedeutet, gemeinsam voranzugehen, aber jeder in seinem eigenen Tempo.“

„Synodalität bedeutet, gemeinsam voranzugehen, aber jeder in seinem eigenen Tempo.“

Jeder hat eigene Kultur, Geschichte - und ein eigenes Tempo

Jede Ortskirche habe mit unterschiedlichen Herausforderungen zu tun, denn jede Region habe „ihre eigene Kultur und Geschichte“, so der CCEE-Präsident. Der Aufbau einer synodalen Kirche beginne damit, diese Gegebenheiten zu akzeptieren und „zu lernen, in sehr unterschiedlichen Tempi miteinander voranzugehen“, formuliert er.

„Das sehen wir in Europa. Wir sehen es noch deutlicher, wenn wir auf kontinentaler Ebene denken und die sehr unterschiedlichen Kulturen erkennen, die sich dort zeigen; aber wir sind eine Kirche, ein getauftes Volk, und so hat Gott uns sehr unterschiedlich geschaffen: Das ist etwas, das wir akzeptieren, womit wir arbeiten und das wir zulassen müssen, damit er den Leib Christi weiter aufbauen kann.“

„Das ist etwas, das wir akzeptieren, womit wir arbeiten und das wir zulassen müssen, damit er den Leib Christi weiter aufbauen kann.“

Voneinander lernen

Von der noch bis Donnerstag gehenden Konferenz „Shaping Synodality in Europe“ erhofft sich der Erzbischof von Vilnius vor allem eines: das Lernen voneinander.

„Ich hoffe, dass wir auf dem synodalen Weg einen weiteren Schritt vorankommen. Es hat viel Geduld gekostet, alle Vorbereitungen für die zweijährige Synode zu bewältigen. Das Abschlussdokument liegt nun vor. Wir haben es, und nun geht es darum, es umzusetzen – und zwar weltweit. Das ist ein Schritt. Es ist ein Schritt für Europa, um der Europäischen Versammlung, die in der ersten Hälfte des Jahres 2028 stattfinden wird, einen Schritt näher zu kommen. Dieser erste Schritt erfolgt jedoch über die verschiedenen Diözesen und Bischofskonferenzen. Dieser Austausch, dieses Miteinander hilft uns allen, voranzukommen. Wir lernen voneinander, während wir uns austauschen und miteinander sprechen, und das nehmen wir mit nach Hause, während wir den synodalen Weg fortsetzen.“

„Roadmap“ für die weitere Umsetzung der Weltsynode

Bei der internationalen Tagung „Shaping Synodality in Europe. From Vision to Roadmap“ sind Delegationen aus 28 europäischen Bischofskonferenzen sowie 23 Bischöfe und zwei Kardinäle vertreten. Ziel ist es, unterschiedliche Erfahrungen und Perspektiven europäischer Ortskirchen zusammenzuführen und daraus eine „Roadmap“ für die weitere Umsetzung der Weltsynode zu entwickeln.

Organisiert wird die Tagung von der Abteilung für Synodalität der Katholischen Privat-Universität Linz (KU) gemeinsam mit der europäischen Taskforce für Synodalität und unter der Schirmherrschaft des Rates der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE). Vn 15

 

 

 

Synodalität in Europa: Hören auf Wunden und Hoffnung

 

Bei der Tagung „Shaping Synodality in Europe“ in Wels haben sich die 180 Teilnehmenden am Dienstag über Säkularisierung, Krieg, Migration, Polarisierung, Ökumene und digitale Pastoral ausgetauscht. In Vorträgen, regionalen Statements und Arbeitsgruppen ging es um die Frage, wie die Kirche das Evangelium unter den gesellschaftlichen Bedingungen Europas heute leben kann.  Gudrun Sailer - Wels

Der zweite Arbeitstag begann mit einer Messe in litauischer und englischer Sprache. CCEE-Präsident Erzbischof Gintaras Grušas betonte in seiner Predigt, die Umsetzung der Weltsynode dürfe nicht auf Strukturen und Verfahren reduziert werden. Entscheidend seien Umkehr und die Orientierung an Christus, sagte der in den USA aufgewachsene Erzbischof von Vilnius. Zugleich müssten die Ortskirchen den synodalen Weg entsprechend ihrer jeweiligen kulturellen und pastoralen Situation gestalten.

Der Prager Priester und Religionsphilosoph Tomáš Halík stellte Synodalität in einen trinitätstheologischen Zusammenhang. Er ging von der Vorstellung der „Perichorese“ aus, also des gegenseitigen Ineinanderwohnens der drei göttlichen Personen Vater, Sohn und Heiliger Geist: Einheit entstehe demnach nicht durch die Aufhebung von Unterschieden, sondern durch Beziehung und wechselseitige Offenheit. Halík bezeichnete Synodalität in diesem Sinn als „Schule einer perichoretischen Kultur“. Für Kirche und Gesellschaft bedeute das, Identität als Beziehung zu leben statt in Abgrenzung, und Unterschiede nicht zu beseitigen, sondern gegenseitige Veränderung zu ermöglichen.

Gerade in einem von Fragmentierung und Polarisierung geprägten Europa könne eine synodale Kirche damit ein Gegenmodell zur Logik geschlossener Identitäten anbieten, so der tschechische Religionsphilosoph. Auch im Verhältnis der Ortskirchen und Kontinente müsse Synodalität einen wechselseitigen Austausch ermöglichen, bei dem keine Kirche nur Lehrende oder nur Lernende sei. Europas möglicher Beitrag zur Weltkirche liege für Halík daher in der Erfahrung, dass „wahre Einheit nicht Uniformität ist und wahre Pluralität nicht Zerfall bedeuten muss“.

Wachsende Zahl junger Taufbewerber

Gabriele Eder-Cakl vom Österreichischen Pastoralinstitut stellte Beispiele kirchlicher Praxis aus mehreren europäischen Ländern vor, die nicht oft im Fokus des Interesses stehen. Themen waren unter anderem Ökumene, Migration, Friedensarbeit, digitale Seelsorge und neue Formen der Pastoral, außerdem die wachsende Zahl junger Taufbewerber. Dieses Phänomen vertiefte wenig später Bischof Alexandre Joly von Troyes; allein in der Kirchenprovinz Paris habe sich die Zahl erwachsener Täuflinge in fünf Jahren auf rund 3.200 pro Jahr verdoppelt, in seinem eigenen Bistum von 25 auf 75 verdreifacht. Die meisten Interessenten sind in ihren Zwanzigern. Joly hob hervor, wie wichtig die Begleitung dieser jungen katholischen Gläubigen über die Taufe hinaus sei: „Ihr Durchhalten ist eine ebenso reale Herausforderung wie ihre Aufnahme“, erklärte der Bischof.

Anschließend berichteten Vertreter aus verschiedenen Regionen über konkrete Herausforderungen. Der belgische Diakon Geert De Cubber stellte erfolgreiche digitale Pastoralprojekte aus Flandern vor, die auf reichweitenstarke Influencer setzen. Kardinal Ladislav Nemet schilderte die Ökumene in Serbien als vor allem beziehungsorientierte Praxis. Er klärte auch über die unterschiedliche Bedeutung des gemeinsamen Gebets auf: „Für uns ist es ein Mittel auf dem Weg, das die Einheit erbittet, die wir noch nicht haben. Für die Orthodoxie ist das gemeinsame Gebet der Ausdruck einer Einheit im Glauben, die bereits besteht“, sagte Nemet. Deshalb stehe gemeinsames Gebet in der orthodoxen Tradition nicht am Anfang, sondern am Ende des ökumenischen Weges.

Kirche ist nicht national, sondern universal

Der irische Priester Declan Hurley sprach über Polarisierung, Nationalismus und Migration und warnte vor Formen von Identität, die sich gegen andere definieren. Die Sprache des Nationalismus bestimme, wer dazugehört und wer nicht dazugehört, so Hurley. „Die Kirche aber ist zugleich partikular und universal – und vielleicht kann gerade diese doppelte Identität helfen, Zugehörigkeit zu leben, ohne nationalistisch zu werden, und sich zugleich als Teil von etwas Größerem zu verstehen, das Einheit schafft.“

Die ukrainische Gynäkologin und Hochschullehrerin Oksana Furman berichtete aus persönlicher und beruflicher Perspektive über die Folgen des Krieges und schilderte drastische Realitäten wie auch große Solidarität unter den Menschen. Synodalität bezog sie nicht auf kirchliche Strukturen, sondern auf eine Haltung des Hörens: Die Kirche müsse den Leidenden so zuhören, dass sie sich von deren Erfahrungen verändern lasse, und dürfe den Wunden der Welt nicht ausweichen. „Christus ist auferstanden, und deshalb liegt keine Wunde außerhalb der Reichweite von Gottes Liebe“, sagte Furman.

„Christus ist auferstanden, und deshalb liegt keine Wunde außerhalb der Reichweite von Gottes Liebe“

Nachmittag: Plenum und Gesprächsrunden

Am Nachmittag wurden Ergebnisse aus den Tischgruppen ins Plenum eingebracht, bevor die Teilnehmer erneut in geschützten Gesprächsrunden arbeiteten. In einer anschließenden Fishbowl diskutierten die Schweizer Synodale Helena Jeppesen-Spuhler, Erzbischof Gintaras Grušas, der ungarische Priester und Theologe Csaba Török und Bischof Heiner Wilmer, Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz, über die weitere Umsetzung von Synodalität.

„Synodalität: Die Grammatik der katholischen Kirche“

Török hob die Qualität menschlicher Beziehungen als Kern synodaler Praxis hervor; die Kirche könne der Gesellschaft damit gerade angesichts von Polarisierung, Hass und Krieg einen eigenen Stil des Zusammenlebens anbieten. Jeppesen-Spuhler warb dafür, den in Rom, Prag und nun in Linz eingeübten Weg von Austausch und Begegnung in den Ortskirchen Europas konsequent fortzusetzen. Sie betonte zudem, eine synodale Kirche könne nur eine Kirche der Gleichberechtigung sein; die Rolle der Frauen sei weiterhin unbefriedigend, obwohl sie das kirchliche Leben maßgeblich mitprägen. Wilmer bezeichnete Synodalität als „Grammatik der katholischen Kirche“ und warb zugleich für eine stärkere ökumenische Orientierung aus der gemeinsamen Taufe heraus. Grušas warnte davor, in Europa synodale Reform auf Strukturen zu verengen und die Kirche dadurch einer NGO anzugleichen. Unter den Fragen und Sorgen, die weitere Teilnehmende vorlegten, war die nach Europas niedrigen Geburtenraten und nach der Zukunftsangst junger Menschen angesichts des Klimawandels und aufgrund sozialer Ungleichheit. 

Die internationale Tagung „Shaping Synodality in Europe. From Vision to Roadmap" in Wels endet am Donnerstag. Nach dem Austausch über Erfahrungen und Praktiken europäischer Ortskirchen soll ein „Fahrplan“ der Synodalität für die weitere Umsetzung der Weltsynode zu entwickeln. Organisiert wird die Tagung von der Abteilung für Synodalität der Katholischen Privat-Universität Linz (KU) gemeinsam mit der europäischen Taskforce für Synodalität und unter der Schirmherrschaft des Rates der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE). (vn 15)

 

 

 

 

 

Wilmer über Synodalität: „Es ist wichtig, nicht alleine vorzupreschen"

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, der Münsteraner Bischof Heiner Wilmer, will keine Alleingänge einzelner Ortskirchen bei Reformen. Im Rahmen des synodalen Prozesses der Weltkirche müsse die Kultur des Hörens noch weiterentwickelt werden, sagte Wilmer im Gespräch mit Radio Vatikan bei der Tagung „Shaping Synodality in Europe“, an der der DBK-Vorsitzende durchgängig teilnimmt.

Pater Wilmer, wozu braucht Europa heute eine synodale Kirche?

Wilmer: Europa braucht deshalb unbedingt eine synodale Kirche, weil Europa immer komplexer wird, immer fragmentierter wird. Die Gefahr ist, dass Europa zerfällt, dass Europa sich in Kleinstaaterei ergibt und es gibt Scharmützel. Wir brauchen eine Einheit, wir brauchen eine starke Kirche. Europa braucht eine Orientierung aus dem Evangelium - und das kann nur geschehen, wenn die Kirche gemeinsam unterwegs ist, wenn die Kirche synodal ist.

„Vor allem ist es wichtig, dass wir aufeinander achten und nicht alleine vorpreschen“

Ortskirchen in Europa haben verschiedene Sensibilitäten, auch verschiedene Prioritäten. Es gibt überdies einen Unterschied zwischen den Kirchen im Osten und im Westen des Kontinents. Und die Kirche in Deutschland gilt oft als etwas zu weit vorpreschend bei den anderen. Was möchten Sie als Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz hier gerne im Zuhören lernen?

Wilmer: Aus meiner Sicht ist es wichtig, dass wir eine Kultur des Hörens noch weiterentwickeln, dass wir uns noch stärker als Lernende begreifen, dass wir Zeit und Muster haben, um den anderen Menschen in die Augen zu schauen, um auch den benachbarten Bistümern, Kirchen auch in Osteuropa in die Augen zu schauen, um mit ihnen gemeinsam den Weg zu gehen. Vor allem ist es wichtig, dass wir aufeinander achten und nicht alleine vorpreschen, dass wir gemeinsam unterwegs sind und tatsächlich auf unsere Geschwister im Glauben aus den benachbarten Kirchen hören und uns erkunden, wo drückt euch der Schuh, wie können wir euch helfen; wie können wir gemeinsam unterwegs sein und was könnt ihr uns sagen, wie wir das Evangelium vielleicht auch besser verkünden könnten.

„Zum anderen ist die Kirche schon immer eine Kirche gewesen, die sich verändert hat“

Wie reagieren Sie auf Vorwürfe, die mancherorts laut geworden sind: Die Katholiken in Deutschland, auch die Bischöfe, hätten das Anliegen der Synodalität dazu genutzt, bestimmte Reformvorhaben voranzubringen, die schon länger im Kochtopf brodeln?

Wilmer: Es geht ja um zwei unterschiedliche Dynamiken. Zum einen sind wir eine synodale Kirche und wir müssen eine synodale Kirche sein, weil es der Auftrag Jesu ist. Und wir müssen hier zusammenhalten. Zum anderen ist die Kirche schon immer eine Kirche gewesen, die sich verändert hat. Die Kirche hat sich immer gewandelt seit den Tagen Jesu. Wandlung ist auch Teil der Kirche. Wir brauchen keine Angst zu haben vor Erneuerungen, wir brauchen keine Angst zu haben vor dem Geist in der Zeit, der uns zeigt, wie wir heute gut das Evangelium verkünden, so dass wir heute neu nah beim Menschen sind und da gilt es kreativ zu sein.

Was erhoffen Sie sich speziell von dieser Tagung in Wels, Shaping Synodality in Europe, die noch bis Donnerstag (17. September) dauert?

Wilmer: Von dieser Tagung hier in Wels im schönen Österreich erhoffe ich mir definitiv, dass wir als Europäerinnen und Europäer stärker zusammenrücken, dass wir uns als eine gemeinsame Gruppe sehen, dass wir noch stärker auch das europäische Christentum betonen und nicht so sehr uns in nationale oder kleinstaatliche Gepflogenheiten bewegen, sondern wirklich aufeinander hören - und zwar die Nordeuropäer auf die Südeuropäer, die Leute aus dem Westen auf den Osten! Dass wir uns als große europäische Menschheitsfamilie begreifen. Die Fragen stellte Gudrun Sailer. (vn 16)

 

 

 

 

 

Katholischer Medienpreis zum 24. Mal verliehen

 

Journalismus mit Haltung und Menschlichkeit gewürdigt

Mit dem Katholischen Medienpreis leistet die Deutsche Bischofskonferenz einen Beitrag zur Würdigung des Qualitätsjournalismus. Für den diesjährigen Preis hat eine Fachjury insgesamt 195 Einreichungen gesichtet und die Preisträgerinnen und Preisträger ausgewählt. Heute (15. September 2026) hat der Vorsitzende der Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx (München und Freising), den 24. Katholischen Medienpreis im Münchner Künstlerhaus verliehen.

In unterschiedlichen Lebenswirklichkeiten – in der Arbeitswelt, in Beziehungen und Familien sowie in Krieg und Gewalt – rückten die Preisträgerinnen und Preisträger den Menschen, seine unveräußerliche Würde, aber auch seine Verletzlichkeit und sein Leid ins Zentrum ihrer Berichterstattung. Darin zeige sich, so Kardinal Marx, eine besondere Qualität journalistischer Arbeit: „Die ausgezeichneten Beiträge nehmen Menschen und ihre Geschichten ernst. Sie ermöglichen uns, gesellschaftliche Entwicklungen und Erfahrungen aus der Perspektive derjenigen zu betrachten, die unmittelbar von ihnen betroffen sind.“ Journalismus schaffe damit Räume für Anteilnahme und Verständigung: „Wo sorgfältig recherchiert, aufmerksam zugehört und differenziert erzählt wird, kann Journalismus Nähe herstellen, ohne Distanz und kritischen Blick aufzugeben. Das kann uns dazu bewegen, hinter Ereignisse und Entwicklungen zu schauen, vor allem auf die Menschen, um die es geht. Solche Beiträge sind wichtig für unsere persönliche und gesellschaftliche Entwicklung: sie fördern unsere Fähigkeit zur kritischen Unterscheidung, zur Reflexion und Nachdenklichkeit, sodass wir Fehlentwicklungen wahrnehmen und auch korrigieren können. Qualitätvolle journalistische Arbeit unterstützt durch den Anspruch der Wahrhaftigkeit den notwendigen Blick auf die Komplexität des Lebens, ohne den einzelnen Menschen aus den Augen zu verlieren.“

Der mit 5.000 Euro dotierte Hauptpreis ging an Alfred Breuer für sein ARD-Radiofeature „Ausbeutung mit System – Indische Fahrradkuriere in Deutschland“, der bei der Preisverleihung sagte: „Angesichts stetig schrumpfender Finanzierungsmöglichkeiten wird ausdauernder investigativer Journalismus immer schwieriger zu realisieren. Das gilt längst auch für ARD-Mitarbeiter. Deshalb freue auch ich mich über jede Förderung meiner Arbeit durch Journalistenpreise, Preisgelder sowie Förderungen, solange sie meine Unabhängigkeit nicht beeinträchtigen. Dazu gehört der Katholische Medienpreis.“

In ihrer Laudatio auf den Hauptpreisträger würdigte die Wirtschaftsjournalistin Dr. Ursula Weidenfeld, dass Alfred Breuer in seinem Radio-Feature nicht nur in herausragender Weise guten Journalismus zeige: „Ich habe in den vergangenen Wochen viele Stücke und Studien gesehen, gehört und gelesen, die sich mit den Arbeitsbedingungen von Essenslieferanten in deutschen Großstädten auseinandergesetzt haben. Einige dieser Stücke sind aktivistisch, andere dagegen sehr wissenschaftlich und nüchtern.“ Breuer habe einen dritten, sehr eindringlichen Weg gewählt. Er kommentiere zurückhaltend, frage bei den Arbeitgebern und den Gewerkschaften nach, in der Wissenschaft und Politik, ohne dabei zu skandalisieren. „Sie hören den jungen Männern aus Indien zu, die als Studenten nach Deutschland eingereist sind, und sich oft genug in einem Teufelskreis von Schulden, Schwarzarbeit, zweifelhaften und teuren privaten Studiengängen und prekären Wohnsituationen wiederfinden“, betonte Weidenfeld. Das Stück mache zudem die ganze Ambivalenz eines Gemeinwesens sichtbar, das auf Einwanderung angewiesen sei – sie aber bis heute nicht würdig organisiere.

In der Kategorie Print, dotiert mit 2.500 Euro, wurde Maik Großekathöfer für seinen im SPIEGEL erschienenen Artikel „Ich bin immer bei dir“ ausgezeichnet. Er dankte der Jury für die Würdigung seiner Arbeit, die der Frage nachgeht, was Bindungen in Zeiten von KI über uns aussagen – darüber, wie Menschen nach Verbindung, Sinn und emotionaler Resonanz suchen.

Gabriele Jenk wurde in der Kategorie Video, dotiert mit 2.500 Euro, für ihre WDR-Dokumentation „Der sinnlose Tod meines Sohnes – Eine Mutter sucht Antworten“ ausgezeichnet. Sie betonte, dass der Preis für sie neben der Anerkennung und Wertschätzung auch die Ermunterung bedeute, weiterzumachen und an Filmen zu arbeiten, die sich Zeit lassen dürfen, um Menschen Raum und Zeit zu geben, ihre Geschichte zu erzählen.

Den mit 2.500 Euro dotierten Sonderpreis der Jury erhielten Simone Gaul und Bastian Berbner für ihren fünfteiligen ZEIT-Podcast „Irma. Das Kind aus Srebrenica“. Die beiden dankten für den Preis und die besondere Aufmerksamkeit für ihr Thema: „Während der Recherche haben wir gemerkt: Die Ereignisse, die 1995 in Srebrenica passiert sind, ziehen viel größere Kreise, sind so viel grausamer und unfassbarer, als uns bekannt war. Dass Irmas Geschichte durch diese Auszeichnung eine besondere Würdigung erfährt, freut uns sehr und bedeutet uns sehr viel. Wir glauben, man kann auch heute noch viel aus den Erlebnissen aller Beteiligten lernen – wenn man bereit ist hinzusehen und hinzuhören.“

Hintergrund. Der Katholische Medienpreis wird seit 2003 jährlich von der Deutschen Bischofskonferenz in Kooperation mit der Gesellschaft Katholischer Publizistinnen und Publizisten e. V. (GKP) und dem Katholischen Medienverband e. V. (KM.) ausgeschrieben. Die Preisträger werden von einer achtköpfigen Jury ausgewählt. Vorsitzender der Jury ist seit 2022 Weihbischof Matthäus Karrer (Rottenburg-Stuttgart). Dbk 15

 

 

 

 

 

Marsch für das Leben 2026

 

Wer Leben schützen will, kann nicht Menschen gegeneinander ausspielen

Am kommenden Samstag (19. September 2026) findet der Marsch für das Leben in Berlin und Köln statt. Der Bundesverband Lebensrecht e. V. ruft dabei zum Schutz menschlichen Lebens von der Empfängnis bis zum natürlichen Tod auf.

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, schreibt in einem Grußwort an die Teilnehmerinnen und Teilnehmer, dass der Marsch für das Leben an eine grundlegende Aufgabe der Gesellschaft erinnere: „Menschliches Leben in allen seinen Phasen zu achten, zu schützen und zu fördern.“ Unter Bezug auf Papst Leo XIV., der gesagt hat, dass sich die moralische Größe eines Landes vor allem in der Fähigkeit zeige, das Leben aller zu unterstützen, zu schützen und wertzuschätzen, betont Bischof Wilmer: „Gerade dort, wo Leben verletzlich ist, wo Menschen keine Stimme haben oder ihr Existenzrecht infrage gestellt wird, zeigt sich, wie ernst wir es mit der Menschenwürde meinen. Der Marsch für das Leben lenkt die Aufmerksamkeit auf Menschen, deren Leben nicht geachtet, anerkannt oder als weniger schützenswert angesehen wird.“

Nach seiner Auffassung sei Wachsamkeit geboten: „Wer menschliches Leben schützen will, kann nicht gleichzeitig Menschen gegeneinander ausspielen, ausgrenzen oder ihre Würde relativieren. Christlicher Lebensschutz gilt jedem Menschen und kennt weder eine Rangordnung menschlichen Lebens noch die Unterscheidung zwischen wertvollem und weniger wertvollem Leben.“ Das christliche Ja zum Leben sei daher immer auch ein Ja zu einer solidarischen Gesellschaft: „Eine Gesellschaft ist dann human, wenn sie dem ungeborenen Leben Raum gibt, Lasten gemeinsam trägt und niemanden allein lässt“, schreibt Bischof Wilmer. Dbk 15

 

 

 

 

„Bei Lebensschutz das Ganze im Blick behalten“

 

„Wer menschliches Leben schützen will, kann nicht gleichzeitig Menschen gegeneinander ausspielen, ausgrenzen oder ihre Würde relativieren.“ Das schreibt Bischof Heiner Wilmer in einem Grußwort zum „Marsch für das Leben“.

Papst Leo XIV. habe sehr deutlich festgestellt: „Jemand, der sagt: ‚Ich bin gegen Abtreibung, aber ich bin für die Todesstrafe‘, ist nicht wirklich für das Leben.“ Wer für das Leben eintrete, müsse deshalb das Ganze im Blick behalten, so der Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz.

„Gerade dort, wo Leben verletzlich ist, wo Menschen keine Stimme haben oder ihr Existenzrecht infrage gestellt wird, zeigt sich, wie ernst wir es mit der Menschenwürde meinen.“ Dazu gehöre der Schutz ungeborener Kinder ebenso wie die Sorge um kranke und alte Menschen, die Begleitung Sterbender, die Ablehnung der Todesstrafe, die Unterstützung von Menschen in Not sowie das Eintreten für Frieden und Versöhnung.

Mehrere Bischöfe wollen mitlaufen

Christlicher Lebensschutz gelte jedem Menschen und kenne „weder eine Rangordnung menschlichen Lebens noch die Unterscheidung zwischen wertvollem und weniger wertvollem Leben“, so Wilmer. Das christliche Ja zum Leben sei daher immer auch ein Ja zu einer solidarischen Gesellschaft: „Eine Gesellschaft ist dann human, wenn sie dem ungeborenen Leben Raum gibt, Lasten gemeinsam trägt und niemanden allein lässt“.

Der „Marsch für das Leben“ findet am kommenden Samstag in Berlin und Köln statt. Veranstalter ist der „Bundesverband Lebensrecht“. Nach seinen Angaben wollen auch mehrere Bischöfe an einem der Märsche teilnehmen. (dbk /vn 14)

 

 

 

Synodalität: Kirchenvertreter werben für Europas Vielfalt

 

Rund 180 Delegierte aus mehr als 30 Ländern beraten in Puchberg beim Wels über die Umsetzung der Weltsynode. Die Kardinäle Hollerich und Nemet mahnten zu mehr Zuhören und gegenseitigem Verständnis.

„In unseren Gesellschaften wird viel gesprochen und wenig gehört“: Mit dieser Diagnose hat Kardinal Jean-Claude Hollerich zum Auftakt der internationalen Tagung zur Synodalität in Europa in Puchberg bei Wels den Anspruch der katholischen Kirche beschrieben, über innerkirchliche Reformen hinaus auch einen Beitrag zum gesellschaftlichen Zusammenleben zu leisten. Wer lerne, Gegensätze auszuhalten, ohne auseinanderzufallen, und respektvoll mit Verschiedenheit umzugehen, habe „einer solchen Gesellschaft etwas anzubieten“, sagte der Luxemburger Erzbischof und Generalrelator der Weltsynode am Montag bei einer Pressekonferenz in Linz.

Hollerich warnte vor einer politischen Kultur, in der Menschen mit anderen Positionen rasch zu Gegnern erklärt würden. Gerade angesichts von Migration, Krieg und Zukunftsängsten brauche es Räume, in denen Menschen einander zuhören und zu verstehen versuchen, „was mein Gegenüber bewegt, welche Freude, Sorgen, welche Trauer und Ängste er oder sie hat“. Genau ein solcher geschützter Raum solle in den kommenden Tagen in Wels entstehen. Die Kirche könne dabei nicht als Belehrende auftreten, sondern müsse selbst lernen, Spannungen auszuhalten und Verschiedenheit als Teil ihrer Gemeinschaft zu verstehen.

Erfahrungen zusammenführen

Die Pressekonferenz war der Auftakt der internationalen Tagung „Shaping Synodality in Europe. From Vision to Roadmap“, die von Montag bis Donnerstag im diözesanen Bildungshaus Schloss Puchberg bei Wels stattfindet. Rund 180 Teilnehmerinnen und Teilnehmer aus mehr als 30 Ländern kommen dort zusammen, darunter Delegationen aus 28 europäischen Bischofskonferenzen sowie 23 Bischöfe und zwei Kardinäle. Ziel ist es, unterschiedliche Erfahrungen und Perspektiven europäischer Ortskirchen zusammenzuführen und daraus eine „Roadmap“ für die weitere Umsetzung der Weltsynode zu entwickeln. Organisiert wird die Tagung von der Abteilung für Synodalität der Katholischen Privat-Universität Linz (KU) gemeinsam mit der europäischen Taskforce für Synodalität und unter der Schirmherrschaft des Rates der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE).

Vielfalt als Normalform verstehen

„Vielfalt ist die Normalform“, sagte Kardinal Ladislav Nemet, Erzbischof von Belgrad und CCEE-Vizepräsident. Katholische Kirche werde in Europa unter sehr unterschiedlichen Bedingungen gelebt: In manchen Ländern präge sie weiterhin das öffentliche Leben, in anderen müsse sie um jede Genehmigung kämpfen. Diese Unterschiede ließen sich nicht einfach beseitigen. „Wer aus einer großen Kirche kommt, sollte sich hüten, das eigene Tempo für das europäische zu halten“, warnte Nemet. Gerade die Kirchen Mittel-, Ost- und Südosteuropas hätten aufgrund ihrer historischen Erfahrungen eigene Gründe, bei Fragen der Mitbestimmung vorsichtiger zu sein.

Nemet verwies zugleich auf die ökumenische Dimension. In Südosteuropa lebten Katholiken, Orthodoxe und Protestanten vielfach in denselben Familien. Orthodoxe Kirchen verfügten über lange Erfahrungen mit synodalen Verfahren. Daraus könne die katholische Kirche lernen. „Kirchen können Versöhnung üben“, sagte der Kardinal. Von der Tagung in Puchberg erwarte er, dass auch Stimmen zu Wort kommen, „die sonst untergehen: die der kleinen Kirche, der Frau, der jungen Leute, derer, die anderer Meinung sind“. Europa werde häufig als Kontinent der Krisen beschrieben. Er halte aber dagegen: „Das kann ein Kontinent der Hoffnung werden.“

Frauen-Frage ernst nehmen

Auch der Linzer Diözesanbischof Manfred Scheuer plädierte für eine Synodalität, die nicht nur als Strukturreform verstanden wird. Synodalität sei zunächst eine geistliche Haltung und ein „Stil, Kirche zu sein“. Wer ausschließlich in der eigenen Blase bleibe und die jeweils anderen abwerte, werde diesem Anspruch nicht gerecht. Es brauche „grundsätzliche Anerkennung und Wertschätzung“, sagte Scheuer. Unterschiedliche Geschwindigkeiten und Positionen seien kein Mangel: „Entschiedenheit ist kein Defizit, Unterschiede sind kein Mangel, sondern Pluralität kann bereichern.“

Scheuer verwies auf Erfahrungen in der Diözese Linz, insbesondere auf den seit 2021 laufenden „Zukunftsweg“. Leitungsverantwortung werde dort bewusst geteilt. Im Strukturprozess stehe nicht ein einzelner Pfarrer an der Spitze, sondern pastorale und wirtschaftliche Verantwortung würden gemeinsam wahrgenommen - auch von Frauen. Zugleich gebe es Grenzen durch das Kirchenrecht. Gerade über die Möglichkeiten und Grenzen solcher Veränderungen solle in Puchberg gesprochen werden.

Eine zentrale offene Frage bleibt für Scheuer die Beteiligung von Frauen. „Frauen tragen einen Großteil der Arbeit“, sagte der Bischof. Dass ihre Verantwortung und Beteiligung damit bereits ausreichend entfaltet sei, werde von vielen zu Recht nicht so empfunden. Die Frage sei mit dem Ende der Weltsynode keineswegs endgültig beantwortet. „Ich habe keine Lösung - aber kein Verständnis, wenn wir so tun, als gäbe es die Frage nicht.“

Die einbeziehen, die sonst übersehen werden

Die Vizerektorin der KU Linz und Leiterin der dortigen Abteilung für Synodalität, Prof. Klara Csiszar, beschrieb Synodalität als eine Perspektivveränderung. Es gehe nicht darum, zusätzlich zu bisherigen Aufgaben ein weiteres Programm zu absolvieren. Vielmehr müsse man sich immer wieder fragen: „Wer ist nicht mit uns unterwegs?“ und „Wer ist in gewissen Gremien nicht vertreten?“ Auch Universitäten und Pfarren könnten diese Haltung einüben, etwa indem bei Entscheidungen bewusst jene einbezogen würden, die sonst selten eine Stimme hätten.

Die 2024 gegründete Linzer Universitätsabteilung ist nach Angaben Csiszars die erste Einrichtung dieser Art an einer europäischen Universität. Seit Februar 2025 arbeitet dort eine Forschungsgruppe mit rund 20 Theologinnen und Theologen sowie Kirchenrechtlern aus Ost- und Westeuropa daran, Voraussetzungen für eine dauerhafte synodale Kultur zu untersuchen. Dazu kam ein Universitätslehrgang, die „School of Synodality“. Das Puchberger Symposium sei aus der Frage entstanden, wie die Beschlüsse der Weltsynode von 2024 in unterschiedlichen europäischen Kontexten umgesetzt werden könnten.

Wie Synodalität konkret aussehen kann, schilderte Kardinal Hollerich am Beispiel seiner Diözese Luxemburg. Neben Priesterrat und Pastoralrat gibt es dort einen Jugendrat, den er bei wichtigen Fragen der Diözese einbezieht. Die Treffen folgten dabei bewusst nicht den üblichen kirchlichen Formen: „Sitzen auf dem Boden, essen Pizza, wir nehmen uns Zeit, beten miteinander.“ Dabei entstünden „neue Ideen“, sagte der Kardinal. Junge Menschen müsse man gerade in ihrer Suche nach eigenen Ausdrucksformen ernst nehmen. So beobachte er etwa Jugendliche, die bewusst die Mundkommunion auf Knien wählten. Dies sei nicht unbedingt als Konservatismus zu verstehen, vielmehr suchten sie nach Identität. „Man muss Jugend ernst nehmen wollen“, sagte Hollerich. Dafür brauche es vor allem Menschen, die bereit seien, sie auf diesem Weg zu begleiten.

Europa nicht Maßstab

Auch um die Frage, wie die Kirche auf den zunehmenden Populismus reagieren kann, ging es bei der Pressekonferenz. Kardinal Nemet plädierte für eine doppelte Strategie: Die Kirche müsse „klar sagen, was nicht mit den evangelischen Werten mitgeht“, zugleich aber fragen, „wo wir das Vertrauen vom Volk Gottes verloren“ hätten. Dass Menschen kirchlichen Positionen zustimmen, bei Wahlen dann aber anders entscheiden, müsse die Kirche ernst nehmen. „Der Kirche wird nie so zugehört, wie sie sich das selbst erwartet“, sagte Nemet. Gerade deshalb müsse sie - als weiterhin größte Organisation, die Menschen in Pfarren und Gremien zusammenbringen könne - mehr mit Menschen ins Gespräch kommen und brach liegende Möglichkeiten dazu stärker nützen.

Hollerich warnte zugleich vor einem europäischen Überlegenheitsgefühl. Europa sei nicht der Maßstab für die Weltkirche. Die katholischen Kirchen anderer Kontinente hätten eigene Erfahrungen und könnten auch Europa wichtige Impulse geben. Nemet bezeichnete insbesondere den lateinamerikanischen Bischofsrat CELAM als mögliches Vorbild für Europa. „Die Kirche ist viel reicher, alle Kontinente haben ihre eigenen Charakteristika, die sollen sich entwickeln.“

Einigkeit bestand bei den Kardinälen darüber, dass Synodalität nicht zu einem europäischen Einheitsmodell führen werde. Dezentrale Lösungen könnten vielmehr notwendig sein, damit Ortskirchen auf ihre jeweiligen gesellschaftlichen und kulturellen Bedingungen reagieren könnten. Nemet nannte als Beispiele größere Spielräume für Bischofskonferenzen und stärkere Beteiligung des Volkes Gottes bei der Auswahl von Bischöfen. Hollerich verwies auf die Bedeutung kontinentaler Zusammenschlüsse und auf die Notwendigkeit, das Evangelium in einer Sprache zu vermitteln, die auch junge Menschen verstehen.

Liturgie, Gesellschaft und Kirchenstrukturen

In Puchberg sollen an drei Arbeitstagen zunächst die geistliche und liturgische Dimension, danach die gesellschaftlichen Realitäten Europas - darunter Krieg, Migration und Polarisierung - sowie schließlich Strukturen, Ämter und Entscheidungsprozesse im Mittelpunkt stehen. Die unterschiedlichen Stimmen sollen am Ende in eine „Roadmap“ einfließen. Entscheidungen würden in Puchberg ausdrücklich nicht getroffen, betonte Csiszar. Die Ergebnisse sollen vielmehr anschließend ausgewertet und dem CCEE-Präsidium vorgelegt werden.

Hollerich erinnerte an den weiteren Zeitplan des weltweiten synodalen Prozesses: Bis Ende 2026 sollen die Diözesen erste Schritte aus dem Schlussdokument umsetzen. 2027 folgen Auswertungen auf diözesaner und nationaler Ebene, im Frühjahr 2028 eine kontinentale Phase. Für Oktober 2028 ist in Rom eine gesamtkirchliche Versammlung geplant. Sie werde weder ein Konzil noch eine klassische Bischofssynode sein, sondern „etwas Neues“, sagte Hollerich. Entscheidend sei letztlich jedoch nicht Rom. „Der eigene Ort, an dem sich Synodalität bewähren muss, sind Pfarren, Diözesen, Ausbildungsstätten, Universitäten und kirchliche Gremien vor Ort.“

Für Scheuer verbindet sich damit eine Hoffnung, die über Strukturfragen hinausgeht: „Ich wünsche mir, dass die Kirche nach diesem Prozess etwas jünger ausschaut. Und dass wir erfahren, wozu wir da sind.“ Es gehe darum, dass „mehr Freude, Liebe in die Welt kommt“, so der Linzer Bischof, der bei der Tagung als Gastgeber fungiert. (kap 14)

 

 

 

 

 

Speyer. Abschied von Bischof Dr. Karl-Heinz Wiesemann

 

Bischof Wilmer: „Dein Humor und Deine Theologie werden uns fehlen“

Mit einem Gottesdienst ist heute (13. September 2026) Bischof Dr. Karl-Heinz Wiesemann als Bischof von Speyer verabschiedet worden. Am 19. August 2026 hatte Papst Leo XIV. das Rücktrittsgesuch von Bischof Wiesemann angenommen.

In einem Grußwort würdigte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, das Wirken Wiesemanns, der immer versucht habe, Gott in dieser Welt zur Sprache zu bringen: „Wie oft hast Du in unseren Vollversammlungen gefragt, wann und wie wir die Frage nach Gott neu stellen, wie wir verkündigen können, wie wir etwas von der Freude des Evangeliums an andere weiterzugeben fähig sind. Heute verabschieden wir uns vor einem großartigen Hirten seiner Herde, vor einem geschätzten Theologen, anerkannten Priester und Bischof und – das darf ich für uns Bischöfe sagen – auch einem treuen und engagierten Weggefährten“, so Bischof Wilmer.

Die Deutsche Bischofskonferenz habe Bischof Wiesemann viel zu verdanken: „Dein Humor und Deine Theologie werden uns fehlen … Dein einfühlsamer Brief an die Gläubigen Deines Bistums und die Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter ist ein starkes Zeugnis eines Menschen, der zutiefst ein Gott-Suchender bleibt und um seine eigenen Grenzen weiß. Sicherlich spreche ich für viele hier, wenn ich sage, dass dieser Brief eine Wegmarke Deines Lebens ist, die Du in aller Offenheit und Verletzlichkeit mit uns geteilt hast. Dafür danken wir Dir.“ Bischof Wilmer erinnerte an die zahlreichen Aufgaben, die Bischof Wiesemann in der Bischofskonferenz innehatte. Als Weihbischof und Bischof habe er so an 48 Vollversammlungen und rund 100 Sitzungen des Ständigen Rates teilgenommen. Bischof Wilmer betonte Bischof Wiesemanns Wirken als stellvertretender Vorsitzender der Liturgiekommission und ehemaliger Vorsitzender der Jugendkommission und der Glaubenskommission der Deutschen Bischofskonferenz. Die Ökumene habe er in seiner Zeit als Vorsitzender der Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen in Deutschland (ACK) und bis zuletzt in der Ökumenekommission geprägt.

Bischof Wilmer: „Dein theologischer Geist, Deine feinfühlige Argumentation und Dein Ringen um Fragen dessen, was die Kirche morgen braucht, zeichnen Dich aus … Nun also gibst Du die Verantwortung im Bistum Speyer in andere Hände. Im Namen der Bischofskonferenz danke ich Dir von Herzen für allen Einsatz, für Dein Leben in und mit der Kirche. Mögest Du nun die Zeit und Muße haben, noch mehr Erfüllung in der Musik zu finden, in den Tönen, die Dein Herz erfreuen und Du einen guten Weg findest, das Evangelium in der Welt als Hirte auf andere Weise als bisher zum Klingen zu bringen.“ Dbk 13

 

 

 

 

 

Limburg: „Keine Kirche im Rückzug“

 

„Wir werden weniger, ärmer und wir werden keine Kirche im Rückzug sein“. Das sagte der Bischof von Limburg, Georg Bätzing, am Freitag bei einem Pressegespräch.

Die Kirche sei kein Selbstzweck, so der frühere Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz, der im September den zehnten Jahrestag seiner Bischofsweihe begeht. „Die Kirche ist ein Instrument und soll dienen, Menschen mit Menschen zusammenzuführen und Menschen mit Gott zusammenzuführen.“ Deshalb dürfe die entscheidende Frage nicht lauten: Was wird aus uns? Vielmehr müsse die Kirche fragen, mit wem sie gemeinsam in der Gesellschaft gute Angebote machen und zum Wohl der Menschen wirken könne. 

Als besonders wichtig bezeichnete Bätzing die Aufarbeitung sexualisierter Gewalt und die Auseinandersetzung mit deren systemischen Ursachen in der Kirche. Seit der Veröffentlichung der Missbrauchsstudie 2018 stehe fest, dass grundlegende Veränderungen notwendig seien. Von einem Abschluss der Aufarbeitung wollte Bätzing ausdrücklich nicht sprechen. „Von gut gelungen kann man, glaube ich, in dem Feld niemals sprechen. Das ist eine so massive Krise und so massive Verbrechen über die Jahrzehnte.“ Entscheidend sei, dass Prävention und Aufmerksamkeit heute in Pfarreien und Einrichtungen fest verankert seien.

„Sparen ist keine Vision“

Deutlich sprach Bätzing auch über die Herausforderungen der kommenden Jahre. Das Bistum habe in den vergangenen zehn Jahren weit mehr als 100.000 Mitglieder verloren. Damit verbunden seien weniger hauptamtliche Mitarbeitende und sinkende Kirchensteuereinnahmen. Bis 2035 muss das Bistum seinen jährlichen Haushalt um rund 101 Millionen Euro reduzieren. Die notwendige Haushaltssicherung dürfe jedoch nicht das Zukunftsbild bestimmen. „Sparen ist keine Vision“, sagte Bätzing. Deshalb habe das Bistum zunächst ein Leitbild entwickelt und gefragt: Wer wollen wir sein und in welchen Feldern wollen wir künftig wirken? Dazu gehörten unter anderem Bildung, Kommunikation, Caritas und die institutionelle Präsenz der Kirche in der Gesellschaft. 

Klare Haltung für Demokratie und Menschenwürde

Ausführlich äußerte sich Bätzing auch zur gesellschaftlichen Polarisierung und zum Erstarken der AfD. Er bekräftigte die Haltung der deutschen Bischofskonferenz, dass völkischer Nationalismus mit dem christlichen Menschenbild unvereinbar sei. „Diese Partei steht eigentlich für alles, was wir nicht unterstützen“, sagte Bätzing. Die Kirche stehe für ein plurales Land, für ein starkes Europa, für Menschenwürde, das individuelle Recht auf Asyl und den Schutz des Lebens. Gleichzeitig müsse sie diejenigen stärken, die politische Herausforderungen ehrlich benennen und Lösungen anbieten. 

Beim Dialog unterschied Bätzing zwischen Wählerinnen und Wählern und führenden Vertretern der Partei. „Ich bin gerne bereit, mit jedem Wähler und Wählerin zu reden. Durchaus mit der Absicht, sie zu überzeugen, nicht diese Partei zu wählen. Ich bin nicht bereit, mit den Ideologen dieser Partei zu reden, denn ich weiß nicht worüber.“ Sollten Kirchen in einzelnen Bundesländern durch politische Entscheidungen unter Druck geraten, stellte Bätzing die Solidarität der anderen Bistümer in Aussicht. „Wir lassen die Menschen dort nicht allein.“ Er könne sich auch Partnerschaften zwischen Bistümern oder Pfarreien in unterschiedlichen Teilen Deutschlands vorstellen. (bistum limburg 12)

 

 

 

 

Papst: „Der Wirklichkeit der Menschen ins Gesicht sehen“

 

Der Dialog mit der Welt von heute „gehört zur ureigenen Sendung der Kirche“. Das hat Leo XIV. an diesem Samstag bekräftigt.

Jesus habe die Jünger nach seiner Auferstehung damit beauftragt, „sein Licht in die konkreten Realitäten jeder Epoche zu tragen“, so der Papst bei einer Audienz für einen Nord-Süd-Dialog für den amerikanischen Doppelkontinent. Die Kirche sei, wie auch das Konzil hervorgehoben habe, dazu gerufen, „der Wirklichkeit der Männer und Frauen, zu denen sie gesandt ist, ins Gesicht zu sehen“.

„Das Gebot des Evangeliums, sich um die Armen zu kümmern, verlangt zudem, dass dieser Blick insbesondere auf diejenigen gerichtet ist, die am stärksten unter den Folgen des sozialen, wirtschaftlichen und technologischen Wandels leiden.“

„Die Widersprüche der heutigen Welt enttarnen“

Zum Auftrag der Kirche gehöre, „die Widersprüche zu enttarnen, die das persönliche und soziale Leben der zeitgenössischen Welt kennzeichnen“. „Ein solches Engagement hat seine Wurzeln im Geheimnis des christlichen Glaubens selbst. Gott ist in unsere Geschichte eingetreten. In Jesus Christus hat er unsere Menschlichkeit angenommen und der Kirche den Auftrag übertragen, das Evangelium unter den konkreten Lebensumständen der Völker zu verkünden. Von der Heiligen Schrift bis hin zu den großen Kirchenvätern wie dem heiligen Ambrosius und dem heiligen Augustinus hat die christliche Tradition gelernt, innerhalb der Geschichte zu unterscheiden, was dem Menschen wirklich dient und was sich letztendlich gegen ihn wendet.“

Der amerikanische Nord-Süd-Dialog ist vom lateinamerikanischen Bischofsrat Celam und der US-Bischofskonferenz organisiert worden und brachte Vertreter von ganz unterschiedlichen Bereichen zusammen. Leo würdigte dementsprechend die Notwendigkeit der Zusammenarbeit der Kirche mit den verschiedensten gesellschaftlichen Kräften. Schließlich stünden ja alle vor gemeinsamen Herausforderungen, etwa der Künstlichen Intelligenz.

Zusammenarbeit gegen die Fragmentierung

 „Angesichts des technologischen Fortschritts lautet die entscheidende Frage nicht einfach, ob wir bestimmte Instrumente akzeptieren oder ablehnen, sondern welche Menschheit wir gestalten wollen und welchen Platz jeder Einzelne darin einnehmen wird. Eine Verantwortung dieser Tragweite übersteigt die Möglichkeiten jeder einzelnen Institution. Deshalb ist es notwendig, die Logik der Subsidiarität mit neuem Elan aufzugreifen und dabei die Eigenverantwortung jedes Akteurs sowie gleichzeitig die Notwendigkeit der Zusammenarbeit anzuerkennen.“

Zusammenarbeit verhelfe dazu, dass aus legitimen Unterschieden keine Fragmentierung entstehe, so der Papst. In seiner ersten Enzyklika Magnifica humanitas habe er deswegen formuliert, dass Pluralismus ein Prinzip der Einheit brauche.

„Die synodale Erfahrung der Kirche kann hier eine Lehre bieten: Den Unterschieden wirklich Gehör zu schenken bedeutet nicht, sie zu verwässern, sondern zu lernen, sie zu unterscheiden und ausgehend von ihnen das zu suchen, was dem Wohl aller dient. Diese Übung erweist sich als besonders notwendig in einer Zeit, in der polarisierte Narrative sofortige Verbreitung finden und in der die Konfrontation leicht zu einem Machtinstrument werden kann.“

„Die Prinzipien der Soziallehre ersetzen nicht die Entscheidungen, die Sie treffen müssen“

Der Papst wies – nunmehr nicht mehr auf Spanisch, sondern auf Englisch – auch auf die Aktualität der katholischen Soziallehre hin. „Ihre Grundsätze ersetzen nicht die Entscheidungen, die Sie treffen müssen; vielmehr bieten sie Maßstäbe an, anhand derer Sie beurteilen können, ob diese Entscheidungen tatsächlich die Menschenwürde achten und dem Gemeinwohl dienen.“

Leo XIV. rief auch zu einer „gesunden Kultur des Verhandelns“ auf. Bei einem Konsens dürfe es nicht nur darum gehen, wieviele Leute ihn unterstützten, sondern ob er wirklich wichtige Interessen beschütze und keine üblen Auswirkungen auf das Leben der Menschen habe. „Möge der Fortschritt unserer Zeit keine neuen Trümmer hinterlassen, und möge alles, was wir errichten, wirklich ein Zuhause und ein Zufluchtsort für alle sein, angefangen bei denjenigen, die es am dringendsten brauchen.“ (vn 12)

 

 

 

 

Frings für stärkeres Zusammenspiel von Bischöfen und Laien

 

ZdK-Generalsekretär Marc Frings tritt für ein stärker abgestimmtes Handeln von Bischöfen und Laien ein. Zugleich sieht er nach dem Wahlerfolg der AfD in Sachsen-Anhalt die Kirche gefordert, stärker auf deren Wählerinnen und Wähler zuzugehen.

Der Generalsekretär des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Marc Frings, hat für ein engeres Zusammenspiel von Bischöfen und Laien geworben. „Wir müssen stärker koordiniert agieren“, sagte Frings im Interview mit katholisch.de. Die Erfahrungen aus sechs Jahren Synodalem Weg hätten gezeigt, wie wichtig es sei, die Kräfte innerhalb der katholischen Kirche in Deutschland zu bündeln. Eine engere Zusammenarbeit könne nach Ansicht von Frings auch dazu beitragen, die gesellschaftliche und politische Stimme der Kirche zu stärken. Eine wichtige Rolle komme dabei der geplanten Synodalkonferenz zu. Das ZdK und die Deutsche Bischofskonferenz hätten sich gemeinsam für das Gremium und dessen Satzung ausgesprochen.

Synodalkonferenz: Warten auf Rom

Mit Blick auf die noch ausstehende Zustimmung aus Rom sieht Frings derzeit keinen unmittelbaren Zeitdruck. Die Satzung sei in engem Austausch mit Rom und Erzbischof Filippo Iannone erarbeitet worden. Spätestens bei der nächsten Gemeinsamen Konferenz von Deutscher Bischofskonferenz und ZdK Anfang November müsse darüber gesprochen werden, wie es 2027 weitergehen könne.

Kirche müsse AfD-Wähler stärker erreichen

Nach der Landtagswahl in Sachsen-Anhalt sieht Frings die Kirche zudem vor der Frage, wie sie Menschen erreichen kann, die der AfD ihre Stimme geben. Sie müsse sich „noch stärker mit den Wählerinnen und Wählern auseinandersetzen“, sagte der ZdK-Generalsekretär. Nach seinen Angaben entschied sich knapp ein Drittel der rund 600.000 wahlberechtigten Katholiken in dem Bundesland für die AfD. Der Anteil liege damit zwar etwa zehn Prozentpunkte unter dem landesweiten Ergebnis, sei aus seiner Sicht aber weiterhin zu hoch. Für die Kirche sei das Wahlergebnis deshalb auch Anlass, ihre bisherige Ansprache dieser Menschen zu überprüfen. Sie müsse sich fragen, wo ihre bisherigen Angebote und Botschaften nicht mehr ankämen und wie sie den Kontakt zu den Menschen vor Ort aufrechterhalten könne.

Gleichzeitig zieht Frings eine klare inhaltliche Grenze. Völkischer Nationalismus und Identitätspolitik seinen mit dem christlichen Menschenbild nicht vereinbar.

Kirche als „Demokratieschule“

Gerade auf lokaler Ebene sieht Frings zugleich eine besondere Stärke der Kirche. Gemeinden könnten Orte sein, an denen Menschen Verantwortung übernehmen und gesellschaftliche Beteiligung erfahren. Kirche sei eine „exzellente Demokratieschule, wo Ehrenamt und Beteiligung erprobt und ausgeweitet werden können“. (katholisch.de 11)

 

 

 

 

Benediktinerin Rath ruft Christen zu Einsatz für Demokratie auf

 

Nach der Landtagswahl in Sachsen-Anhalt ruft die Benediktinerin Philippa Rath Christinnen und Christen dazu auf, sich entschieden für Menschenwürde, Demokratie und ein friedliches Zusammenleben einzusetzen. Dabei sieht sie jeden Einzelnen in der Verantwortung.

Rath zeigt sich in einem Gastbeitrag für „Kirche+Leben“ erschüttert über die politische Entwicklung und spricht von einem „politischen Erdbeben“. Die Ordensfrau sieht grundlegende Werte des gesellschaftlichen Zusammenlebens gefährdet. Demokratie, Verfassung und eine offene Gesellschaft dürften nicht zur Disposition stehen. Besonders hebt Rath die Würde jedes einzelnen Menschen hervor. Christinnen und Christen seien deshalb gefordert, ihren Blick verstärkt auf ihre Mitmenschen und deren Würde zu richten.

Christliche Verantwortung beginnt im Kleinen

Für Rath geht es dabei nicht allein um politische Entwicklungen. Neubesinnung und Umkehr müssten bereits im alltäglichen Umgang miteinander beginnen. Als Beispiel schildert sie einen Vorfall in einem bayerischen Kloster. Dort habe ein Priester die Oberin gebeten, Mitschwestern mit einem höheren Pflegegrad künftig nicht mehr zur Eucharistiefeier mitzubringen, da diese den Ablauf der Messe störten. Rath stellt dem die christliche Nächstenliebe gegenüber. Als positives Beispiel verweist sie auf Papst Leo XIV., der Menschen ohne Unterschied mit Liebe, Respekt und Zuneigung begegne. Die betreffende Ordensgemeinschaft habe sich schließlich von dem Priester getrennt und sich für ihre kranken Mitschwestern entschieden. Mit Blick auf das bevorstehende Fest der heiligen Hildegard am 17. September erinnert Rath zudem an deren Aufruf zur persönlichen Verantwortung. Für die Benediktinerin beginnt der Einsatz für eine gerechte und friedliche Gesellschaft damit bei jedem Einzelnen.

(kirche+leben 11)

 

 

 

Assisi: Franziskanisches Jubiläumsjahr erreicht Höhepunkt

 

Am 3. Oktober feiert die katholische Kirche den 800. Todestag von Franz von Assisi. Im italienischen Umbrien, wo der Ordensgründer geboren wurde und starb, erreichen die Jubiläumsfeiern rund um seinen Todestag ihren Höhepunkt.

Lesen Sie auch

Ab 24. September ist eine neuntägige Gebetsreihe an verschiedenen Orten geplant, die mit dem Leben des Heiligen verbunden sind. Am 3. Oktober führt in Assisi eine nächtliche Pilgerwanderung von Santa Maria degli Angeli über San Damiano und Santa Chiara zur Basilika San Francesco. Dort wird um Mitternacht eine Messe gefeiert.

Am 4. Oktober wird bei den zentralen Feiern zum Franziskusfest auch Italiens Staatspräsident Sergio Mattarella in Assisi erwartet. Nach dem Empfang des traditionellen zivilen Festzugs mit den Fahnen italienischer Städte beginnt um 9.45 Uhr die Festmesse in der oberen Basilika mit der traditionellen Übergabe des Öls für die Votivlampe. Die Messe leitet der Vorsitzende der Bischofskonferenz, Kardinal Matteo Maria Zuppi. Anschließend sind Ansprachen von Mattarella und dem Kustos des „Sacro Convento“ vorgesehen.

Kulturfestival

Bereits im September ist Assisi Schauplatz des Kulturfestivals „Cortile di Francesco“. Die vom „Sacro Convento“ veranstaltete zwölfte Ausgabe findet vom 10. bis 13. sowie vom 17. bis 20. September statt. Das Programm umfasst Vorträge, Podiumsgespräche, Workshops, Theater und Konzerte. Thematisch geht es unter anderem um Frieden, Migration, Umwelt, Gesundheit und Technologie sowie um die gesellschaftliche Bedeutung von Franz von Assisi.

Das von Papst Leo XIV. ausgerufene franziskanische Jubiläumsjahr hat am 10. Januar 2026 begonnen und dauert bis 10. Januar 2027. Für die Dauer des Jubiläums wurde ein vollkommener Ablass gewährt, der unter anderem von Pilgern erlangt werden kann, die eine franziskanische Kirche oder einen mit Franz von Assisi verbundenen Ort besuchen. Für Kranke und Menschen, die ihre Wohnung nicht verlassen können, gelten eigene Bestimmungen. Leo XIV. besuchte Assisi am 6. August. Bei einem Treffen mit mehreren tausend jungen Menschen sprach er über Franziskus und die franziskanische Spiritualität und feierte anschließend in der Basilika Santa Maria degli Angeli die Messe.

Patron Italiens

Franz von Assisi ist neben Katharina von Siena einer der beiden Patrone Italiens. Sein Gedenktag am 4. Oktober erhält im Jubiläumsjahr auch staatlich besondere Bedeutung: Zum 800. Todestag wird der Franziskustag wieder staatlicher Feiertag und soll dies künftig jährlich bleiben. Landesweit stehen im Jubiläumsjahr neben der Erinnerung an den Ordensgründer Themen wie Frieden, soziale Gerechtigkeit, interreligiöser Dialog und Schöpfungsverantwortung im Mittelpunkt. Auch die katholische Kirche in Italien beteiligt sich mit Gottesdiensten, Gedenkveranstaltungen, Diskussionen und Jubiläumswallfahrten.

Für die franziskanischen Orden bildet das Jubiläum den Abschluss eines seit 2023 laufenden Gedenkwegs. In den vergangenen Jahren wurde an die 800. Jahrestage der Ordensregel, der Weihnachtsfeier von Greccio, der Stigmatisation des Franziskus und des Sonnengesangs erinnert. Zum Abschluss steht nun der Tod des Heiligen im Mittelpunkt. Unter dem Leitwort "Franziskus, Mensch des Friedens, Bruder aller" finden Veranstaltungen der franziskanischen Gemeinschaften in zahlreichen Ländern statt. Das Sacro Convento in Assisi begleitet das Jubiläum zudem mit Publikationen und digitalen Angeboten.

(kap 11)

 

 

 

 

Weihbischof Pottackal: Papst Leo ist interessiert an Deutschland

 

Papst Leo XIV. hat diesen Donnerstag die rund 150 Teilnehmer des Vatikan-Kurses für neue Bischöfe in Audienz empfangen. Mit dabei war auch der Mainzer Weihbischof Pater Joshy George Pottackal O. Carm.. Er hatte das Glück, Leo XIV. erst kurz zuvor in kleiner Runde, nämlich am 31. August, zusammen mit dem Mainzer Bischof Peter Kohlgraf in Audienz im Apostolischen Palast in Castel Gandolfo zu treffen. Unser Interview. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

Weihbischof Joshi Pottackal, wie muss man sich denn so einen Kurs vorstellen? Was bekommt man da erklärt als neuer Bischof?

Pater Joshy George Pottackal O. Carm., Mainzer Weihbischof:  Es ist sehr vielfältig. Insgesamt sind es 155 Bischöfe. Da ist viel Austausch möglich und Kennenlernen, das ist das Schöne. Darüber hinaus kommen die Präfekten oder Sekretäre von unterschiedlichen Dikasterien, um zu erzählen und auch zu vermitteln, was für uns als Bischöfe wichtig ist. So kann man sich das vorstellen. Aber es ist halt viel Sitzen, weil man jeden Tag drei, vier Vorträge hat und auch Diskussionen in Kleingruppen. Dabei gibt es auch unterschiedliche Sprachgruppen, in denen es Diskussionen und Fragen gibt. Es war auch schön, dass es einen Ausflug nach Assisi gab und dann die Papstaudienz.

Menschenwürde zentrales Thema

Abgesehen von der Papstaudienz, was ist Ihr persönliches Highlight gewesen bei dem Kurs?

Weihbischof Pottackal: Den ersten Vortrag fand ich sehr gut, in dem es darum ging, dass wir zum Lob Gottes ernannt sind und auch als Hirten agieren sollen. Und insgesamt wurde immer wieder die Menschenwürde angesprochen, also auch dementsprechend zu handeln. Ich habe, bevor ich nach Rom geflogen bin, gesagt: „Ja, jetzt werde ich sehen oder hören, was ich falsch mache.“ So ist das nicht. Einfach mal zurechtzuweisen ist der Kurs nicht. Es geht darum: Was ist ein Bischof? Wie agiert ein Bischof?

„Einfach mal zurechtzuweisen ist der Kurs nicht. Es geht darum: Was ist ein Bischof? Wie agiert ein Bischof?“

Lob Gottes, Menschenwürde und KI-Enzyklika

Deswegen wurde auch immer wieder auf die Enzyklika von Papst Leo XIV. „Magnifica humanitas“ Bezug genommen, dass die Würde des Menschen das Wichtigste ist und dementsprechend zu handeln. Es ist nicht, so, dass man sagt, man muss so oder so Gottesdienst feiern. Darum geht es nicht, sondern darum, wie ein Bischof als Hirte agiert. Und so gesehen ist es halt anders, als ich es vorher gedacht habe, und das freut mich auch sehr.

„Der Ausflug nach Assisi auf jeden Fall war auch sehr schön“

Der Ausflug nach Assisi auf jeden Fall war auch sehr schön. Es sind auch einige Bischöfe aus Kerala oder auch aus Indien da, die ich vorher nicht gekannt oder gesehen habe. Die kennenzulernen und auch aus unterschiedlichen Orten und Gegenden Indiens etwas zu erfahren, auch das war schön. Myanmar ist ein Nachbarland von Indien, und auch ein Bischof aus Myanmar ist dabei. Die politische Situation ist ja schwer. Ich habe mich gefreut, ihn hier zu sehen, dass er überhaupt nach Rom reisen konnte.

Erster nicht-europäischer Weihbischof Deutschlands: Wichtiges Zeichen 

Sie haben indische Wurzeln, Sie sind in Kerala geboren, und Sie sind in Deutschland der erste nicht-europäische Weihbischof. Was bedeutet das für Sie? Was bedeutet das für Deutschland?

Weihbischof Pottackal: Zunächst muss ich sagen: Ich habe die Ernennung ja gar nicht erwartet, weil das in der Regel nicht passiert. Ich hatte auch andere Pläne. Das habe ich in mehreren Interviews gesagt. Aber es war großartig, erst einmal zu hören: Papst Leo hat mich zum Weihbischof von Mainz ernannt. Und ich war total durcheinander, diese Nachricht aufzunehmen. Ich wusste nicht, wie ich reagieren soll. Ich habe dann noch zehn Tage Bedenkzeit erbeten. In der Regel gibt es das nicht. Aber ich habe doch eine Woche bekommen, weil der Nuntius auch gesehen hat: Der ist total durcheinander.

Ich habe mich dann dafür entschieden. Erstens ist es eine Berufung, das sehe ich ein. Und zweitens sind in Deutschland mittlerweile mehr als 25 Prozent der Katholiken Menschen mit Migrationshintergrund. Auch bei den Priestern, Ordensschwestern und allen, die arbeiten, ist ungefähr ein Viertel mit Migrationshintergrund. Das ist in den letzten 25 Jahren immer mehr geworden. Und daher ist man in Deutschland sehr froh, habe ich so wahrnehmen dürfen, dass auch jetzt jemand von der Weltkirche mit einem anderen Hintergrund in so ein Amt kommt. Gerade in der jetzigen Situation, wo die Ausländerfeindlichkeit und so weiter ein bisschen überhandnimmt, ist das auch ein Zeichen, das die Kirche gesetzt hat.

„Gerade in der jetzigen Situation, wo die Ausländerfeindlichkeit usw. ein bisschen überhandnimmt, ist das auch ein Zeichen, das die Kirche gesetzt hat“

Deswegen: Trotz aller Unsicherheiten, die ich habe – ich hatte große Bedenken und bin immer noch unsicher – bin ich gespannt auf die erste Versammlung in der Deutschen Bischofskonferenz, die jetzt Ende September kommt. Trotz allem bin ich auch dankbar und freue mich auf die Aufgaben und darauf, als Erster mit ausländischen Wurzeln in Deutschland in dieser Position zu sein.

„Einer von uns ist jetzt berufen worden. Und das ist wirklich eine Akzeptanz oder Anerkennung unserer Arbeit“

Was mich überrascht hat: Ich kann verstehen, dass die Inder oder die Leute aus Kerala stolz sind. Aber es waren auch nicht nur die Inder, sondern auch die Europäer aus Polen, aus Kroatien oder aus Portugal, die hier sind. Also von ganz Europa oder auch aus Lateinamerika und Afrika. Jeder hat das so wahrgenommen: Einer von uns ist jetzt berufen worden. Und das ist wirklich eine Akzeptanz oder Anerkennung unserer Arbeit. Es ist auch schön zu sehen, dass das möglich ist. Deshalb war es auch sehr, sehr schön und großartig.

Wie zeigen sich Ihre indischen Wurzeln, Ihre indische Kultur auch im deutschen Glauben, in der deutschen Kirche? Wie wirkt sich das auf Ihr Wirken als Bischof aus? Und vielleicht auch umgekehrt?

Weihbischof Pottackal: Das ist eine schwierige Frage. Ich bin ja schon seit 22 Jahren in Deutschland und ich bin auch ein Karmeliterpater. Ich habe, seit ich 15 bin, mit der Spiritualität des Karmels zu tun gehabt. Wie sich das jetzt auswirkt, kann ich nicht genau sagen. Ich habe meine ganze pastorale Ausbildung und Arbeit in Deutschland gemacht. Das heißt, da bin ich beheimatet. Ich denke aber, allein schon zu sehen, dass jemand anders ist, bringt etwas. Ja, so ein bisschen Farbe, wie ich jetzt sage. Klar, die Inder sind vielleicht ein bisschen flexibler als die Deutschen. Ist das denn charakteristisch? Weiß man nicht genau. Aber ich glaube, allein diese Präsenz, allein dass ich da bin, zeigt den Deutschen auch ein Stück Weltkirche. Und das ist halt das Schöne.

„Ich glaube, allein diese Präsenz, allein dass ich da bin, zeigt den Deutschen auch ein Stück Weltkirche. Und das ist halt das Schöne“

Aus Ihren Erinnerungen oder aus Ihren Besuchen in Indien: Wie wird der Glaube dort gelebt, im Vergleich zu Deutschland? Welche Unterschiede haben Sie festgestellt?

Weihbischof Pottackal: Ich sage mal so: Der Glaube in Indien wird etwas mehr praktiziert als in Deutschland - also auf jeden Fall nach außen: Kirchenbesuche sind ganz normal. Dass man Anbetungen hat und Lobpreis, das ist in den letzten 30, 40 Jahren sehr viel geworden. Dass man regelmäßig Rosenkranz betet, jeden Abend zu Hause, bevor man ins Bett geht, auch gemeinsam gebetet wird und so weiter und so fort. Also, der Glaube wird nach außen auch praktiziert. Und in Deutschland, wie man so sieht, werden die Kirchenbesucher immer weniger. Aber das heißt nicht, dass das Engagement weniger wird.

„In Deutschland werden die Kirchenbesucher immer weniger. Aber das heißt nicht, dass das Engagement weniger wird“

Glaube in Deutschland und Indien wird anders praktiziert

Wenn man an die Jugendlichen denkt – ich war Jugendseelsorger in der Stadt Mainz – kann man nicht erwarten, dass die jeden Sonntag in die Kirche kommen. Aber wenn man ein Projekt hat für einen guten Zweck, da kommen sie zusammen und wir tun etwas. Oder dass man Kirchensteuer zahlt. Das ist halt auch großartig. Wenn ich nach Indien gehe und wenn die hören: Die Deutschen zahlen Kirchensteuer, das können sie gar nicht glauben.

„Wenn ich nach Indien gehe und wenn die hören: Die Deutschen zahlen Kirchensteuer, das können sie gar nicht glauben“

Auch mein Bruder ist Karmeliterpater und arbeitet in Kerala in einer Pfarrei. Dort war ich jetzt vor Kurzem. Ich besuche ihn immer wieder. Dort sind die Leute auch überrascht. Das ist das Erste, was sie sagen: „Was, die Deutschen zahlen Kirchensteuer?“ Das ist ja auch ein Zeichen: Ich tue etwas für die Kirche, auch für die Allgemeinheit.

Also, man lebt den Glauben anders in Deutschland als in Indien. In Indien ist es viel mehr Gebet, wie ich gesagt habe, und Kirchenbesuch. Alles ist im Vordergrund. Aber ich kenne kaum einen Deutschen, der in eine neue Stadt kommt, nicht in eine Kathedrale oder eine Kirche geht und auch eine Kerze anzündet. Wenn man gläubig ist, wird das anders praktiziert.

Einstündige Papstaudienz in Castel Gandolfo 

Vor dem Beginn des Bischofskurses hier in Rom und im Vatikan gab es ja auch noch einen ganz besonderen Termin, nämlich eine Privataudienz bei Papst Leo XIV. in Castel Gandolfo, gemeinsam mit dem Mainzer Bischof Peter Kohlgraf. Was können Sie uns berichten? Wie ist das gewesen?

Weihbischof Pottackal: Es war sehr schön, dass der Papst für uns eine Stunde Zeit gegeben hat. In der Regel, habe ich gehört – ich weiß es nicht genau –, ist es eine halbe Stunde. Der Papst ist einer, der wirklich zuhört. Der war informiert über uns, auch über Deutschland. Er hat auch immer wieder nachgefragt, das eine oder andere Mal, er war sehr interessiert zu hören, wie es uns geht, was die Themen sind, wie wir das sehen.

„Ich habe ihn als jemanden wahrgenommen, der sehr konzentriert zuhört, aber auch als jemanden, der interessiert ist an den Themen und einige, auch ermutigende, Worte hat“

Ich habe ihn als jemanden wahrgenommen, der sehr konzentriert zuhört, aber auch als jemanden, der interessiert ist an den Themen und einige, auch ermutigende, Worte hat. Ich bin sehr positiv rausgekommen aus diesem Gespräch, dieser Audienz. (vn 10) 

 

 

 

 

Papst Leo: Menschenwürde erfordert Verantwortung

 

Bei der Generalaudienz auf dem Petersplatz hat Papst Leo XIV. die fundamentale Bedeutung der Menschenwürde für die Gegenwart hervorgehoben. Bezugnehmend auf die Konzilskonstitution „Gaudium et spes“ verwies das Kirchenoberhaupt darauf, dass wesentliche Werte der modernen Gesellschaft einen göttlichen Ursprung besitzen und vor Verfälschungen geschützt werden müssen. Mario Galgano - Vatikanstadt

In seinen Ausführungen unterstrich der Papst vor 22.000 Besuchern, dass die Würde der Person nicht von individuellen Fähigkeiten, Reichtum, gesellschaftlicher Position oder menschlichen Fehlentscheidungen abhänge. Unter Verweis auf seine Enzyklika „Magnifica humanitas“ bezeichnete er die Menschenwürde als ein Geschenk der Liebe Gottes, das dem Menschen vorausgehe und diesen übersteige. Menschliches Dasein sei grundlegend auf Gemeinschaft, Teilhabe und Beziehung zu Gott sowie zu den Mitmenschen ausgerichtet, was jede Form von isolierter Selbstbezogenheit ausschließe:

„Die unendliche Würde des Menschen gründet sich also in seiner Identität als Geschöpf, das nach dem Bild Gottes geschaffen wurde, fähig, seinen Schöpfer zu erkennen und zu lieben – ein Plan und ein Geschenk der Liebe, die über die anderen geschaffenen Realitäten hinausgeht, die seiner Obhut anvertraut sind, um sie in Verherrlichung Gottes zu beherrschen und zu nutzen.“

„Die unendliche Würde des Menschen gründet sich in seiner Identität als Geschöpf.“

Spannungen des Lebens

Zugleich adressierte das Kirchenoberhaupt die Spannungen des menschlichen Lebens. Historische und aktuelle Entscheidungen gegen die Würde des Menschen führten zu inneren Konflikten und gesellschaftlichen Fehlentwicklungen. Eine Reduzierung des menschlichen Leibes auf ein bloßes Objekt, über das willkürlich verfügt werden könne, stelle eine eindeutige Verleugnung der Menschenwürde dar, da der Mensch als Einheit von Leib und Seele zu verstehen sei:

„Menschsein heißt immer Beziehung, Gemeinschaft und Teilhabe mit Gott und den anderen; es ist also eine kindliche Beziehung zu Gott, dem Vater, und eine geschwisterliche Beziehung zu Christus und zu allen Menschen. Das schließt selbstbezogene Verschlossenheit aus. Ein Mensch zu sein bedeutet, sich selbst als ein Geschenk zu begreifen, das es mit anderen zu teilen gilt, und das durch Aufnahme, in Gegenseitigkeit und im Dienst wächst und reift.“

„Ein Mensch zu sein bedeutet, sich selbst als ein Geschenk zu begreifen.“

Als zentrale Säulen der menschlichen Würde benannte der Papst die Intelligenz auf der Suche nach Wahrheit, das Orientierung gebende Gewissen sowie die Freiheit zu verantwortungsvollen Entscheidungen. Diese Dimensionen stünden in engem Zusammenhang mit der Verpflichtung zu Solidarität und gegenseitiger Fürsorge.

Im Rahmen der Audienz richtete der Papst zudem besondere Grußworte an die anwesenden deutschsprachigen Pilgergruppen, darunter eine Wallfahrtsgruppe der Kirchenchöre aus dem Bistum Würzburg, und erinnerte an die Bedeutung des gemeinsamen Glaubenszeugnisses. (vn 9)

 

 

 

 

Bischof Wilmer ruft zu neuer Verantwortung für die Demokratie auf

 

Angesichts der Wahlen in Sachsen-Anhalt hat der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, heute (9. September 2026) vor einer Zunahme von völkischem Gedankengut in Deutschland gewarnt. Die Wahl habe gezeigt, „wie eine radikale Partei durch den Wählerwillen mit klarer Mehrheit demokratisch legitimiert wurde“. Angesichts des Wahlergebnisses sei er im ersten Moment sprachlos, so Bischof Wilmer: „Aber ich bin entschlossen im weiteren Handeln: Die AfD ist nachweislich nationalistisch und völkisch eingestellt. Für dieses völkische Gedankengut ist weder in noch außerhalb von Gotteshäusern, weder im Christentum noch im Judentum, noch im Islam Platz.“ Bischof Wilmer sprach vor rund 600 Gästen aus Politik, Kirche und Gesellschaft beim St. Michael-Jahresempfang in Berlin zum Thema „Die Zukunft der Freiheit beginnt mit der Wahrheit. Woran unsere Demokratie hängt“.

Bischof Wilmer fügte hinzu: „Wir widersprechen, wenn Angst gegen Solidarität ausgespielt wird. Wir widersprechen, wenn Menschen gegeneinander in Stellung gebracht werden. Wir widersprechen, wenn demokratische Institutionen geschwächt werden.“ Dabei gehe es nicht um Parteipolitik: „Unser Maßstab ist weder Parteipolitik noch Ideologie, sondern das Evangelium und die damit verbundene unveräußerliche Würde jedes Menschen. Und ja, da dürfen und müssen wir auch manchmal anecken.“

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz rief dazu auf, die Grundlagen von Freiheit und Demokratie in einer zunehmend digitalisierten und von Unsicherheiten geprägten Gesellschaft zu stärken. „Eine freie Gesellschaft lebt davon, dass Menschen unterschiedliche Meinungen vertreten dürfen. Doch Freiheit setzt etwas voraus: eine gemeinsame Wirklichkeit.“ Er fügte hinzu: „Wahrheit ist die Infrastruktur der Freiheit. … Werden Tatsachen verfälscht, unterdrückt oder durch Desinformation ersetzt, verliert die Meinungsfreiheit ihren demokratischen Sinn. Denn wenn Wahrheit beliebig wird, wird Freiheit beliebig.“ Bischof Wilmer widmete sich insbesondere der Frage, wie Digitalisierung und Künstliche Intelligenz die menschliche Urteilskraft verändern. Immer mehr Entscheidungen würden an technische Systeme delegiert. „Und irgendwann schleicht sich ein Gedanke ein: Die Maschine wird schon wissen, was richtig für mich ist“, sagte er. Damit stelle sich die Frage: „Was geschieht mit einer Demokratie, wenn ihre Bürgerinnen und Bürger das Urteilen verlernen?“ Deshalb dürften die gegenwärtigen Debatten nicht auf Rechenleistung oder Regulierung reduziert werden: „Es braucht eine anthropologische Debatte.“ Maßstab müsse der Mensch bleiben: „Fortschritt bemisst sich nicht daran, ob unsere Werkzeuge klüger werden. Das werden sie sowieso. Das Zeitalter der Technikfeindlichkeit haben wir überwunden. Aber: Fortschritt entscheidet sich daran, ob der Mensch menschlicher wird.“

Orientierung dafür biete die Katholische Soziallehre, deren Ausgangspunkt die Würde des Menschen sei. Freiheit, verstanden allein als Möglichkeit, alles tun und lassen zu können, genüge nicht: „Eine Gesellschaft braucht Orientierung. Sie braucht Maßstäbe, nach denen Menschen urteilen und handeln können.“ Bischof Wilmer entfaltete dazu drei Gedanken: Wahrheit sei die Voraussetzung von Freiheit, Angst ihr Gegner, und die gegenwärtigen gesellschaftlichen Auseinandersetzungen seien zunehmend von einem „postsäkularen Kulturkampf“ um die Deutung der Wirklichkeit geprägt. Gerade in Zeiten wachsender Unsicherheit nehme die Versuchung zu, komplexe Fragen auf einfache Antworten zu reduzieren. Angst verstärke „den Wunsch nach Gewissheit, nach einfachen Antworten, nach Heimat“. Zugleich wies Bischof Wilmer auf die neue Bedeutung religiöser und weltanschaulicher Fragen hin: „Der Faktor Religion ist wieder da. Er war nie weg, doch in unserer Welt wird er zunehmend wieder deutlicher erkennbar. Ohne den Faktor Religion werden wir keine ausreichenden Antworten finden.“ Gleichzeitig warnte er vor einer politischen Instrumentalisierung des Glaubens: „Wo der Glaube zur Ideologie wird und religiöse Sprache dazu dient, Angst zu schüren oder Menschen gegeneinander aufzubringen, verliert er seine Wahrheit.“

Zum Abschluss seiner Ansprache brachte Bischof Wilmer seine zentrale Botschaft auf eine kurze Formel: „Nicht Technik und Wachstum machen frei. Nicht einmal Mehrheiten machen frei.“ Im Johannesevangelium sage Jesus: „Die Wahrheit wird euch befreien.“ Auch die Demokratie brauche mehr Wahrheit, „sodass das Vertrauen wächst, erst dann wird auch unsere Freiheit wieder wachsen“. Dbk 9

 

 

 

 

Wachsende Bürokratie im Engagement – Gemeinnützige Organisationen wünschen sich Entlastung

Neustrelitz - Engagement lebt von Menschen, die Verantwortung übernehmen, Zeit investieren und anpacken. Doch zunehmend sind Engagierte, die in gemeinnützigen Organisationen Verantwortung übernehmen, mit bürokratischen Anforderungen beschäftigt. 57,4 Prozent der haupt- und ehrenamtlichen Leitungspersonen in gemeinnützigen Organisationen sagen, dass der bürokratische Aufwand in den vergangenen fünf Jahren gestiegen ist. Das zeigt eine neue Umfrage der Deutschen Stiftung für Engagement und Ehrenamt (DSEE) unter 500 Leitungs- und Führungskräften aus gemeinnützigen Organisationen.

Besonders belastend sind dabei Aufgaben rund um die Steuererklärung, Vorgaben bei der Gemeinnützigkeitsprüfung und Auflagen für Veranstaltungen. Auf einer Skala von 1 (sehr niedrig) bis 10 (sehr hoch) bewerten die Befragten die Bürokratiebelastung im Durchschnitt mit 5,64. Hauptamtliche empfinden sie mit 5,95 noch höher als Ehrenamtliche mit 5,51.

DSEE-Vorstand Jan Holze sagt: „Menschen engagieren sich, weil sie etwas bewegen wollen – nicht, weil sie Formulare ausfüllen möchten. Unsere Befragung zeigt: Viele Befragte sehen den Nutzen bestehender Verfahren, kritisieren aber ihren hohen Aufwand. Wenn Engagierte in gemeinnützigen Organisationen immer mehr Zeit für Nachweise und bürokratische Verfahren aufbringen müssen, können sie ihrem eigentlichen Engagement nicht nachgehen: Dann fehlt die Zeit für Kinder und Jugendliche, für Sport, Kultur, Nachbarschaft und Zusammenhalt.“

Die Umfrage beleuchtet einzelne Maßnahmen bürokratischer Aufwände genau und analysiert dabei Zielkonflikte. Ein Beispiel: Notarielle Beglaubigungen erfüllen aus Sicht von 71,2 Prozent der Befragten eine wichtige Funktion, da sie die Verlässlichkeit und rechtliche Absicherung von Dokumenten und Unterschriften erhöhen. Gleichzeitig bewerten 57,4 Prozent das Verfahren als zeitaufwendig und 57,8 Prozent als kostenaufwendig.

Was jetzt passieren muss: Effektiver Bürokratieabbau

Die DSEE-Umfrage zeigt: Die Befragten kennen die Stellschrauben zu weniger bürokratischen Abläufen selbst. Sie wünschen sich einheitliche Formulare und Verfahren, sowie mehr Digitalisierung. Diese Prioritäten zeigen sich weitgehend unabhängig von der Rechtsform der Organisation.

“Wir brauchen einfachere Verfahren, die Rechtssicherheit gewährleisten, ohne Engagement unnötig auszubremsen. Bürokratieabbau darf kein politisches Versprechen bleiben – er muss im Vereinsheim und im Alltag der Engagierten spürbar werden“, so DSEE-Vorstand Jan Holze.

Die Studie „Engagement und Ehrenamt zwischen Bürokratiebelastung und Handlungssicherheit“ wurde von der DSEE durchgeführt. Das Marktforschungsinstitut Civey befragte vom 12. bis 23. März 2026 insgesamt 500 haupt- und ehrenamtlich tätige Leitungs- und Führungspersonen aus gemeinnützigen Organisationen.

Zur Studie:

Julia Schlicht & Vivian Schachler (2026): Engagement und Ehrenamt zwischen Bürokratiebelastung und Handlungssicherheit. Eine Umfrage unter gemeinnützigen Organisationen. DSEE Arbeitspapier 4: Neues aus der Engagementforschung.

https://www.deutsche-s...icherheit/  dbk 8

 

 

 

 

„Für eine Gesellschaft, die zusammenhält“

 

Die christlichen Kirchen in Deutschland setzen gemeinsam ein Zeichen der Zuversicht

Zum Ausgang der Landtagswahl in Sachsen-Anhalt äußern sich die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Bischöfin Kirsten Fehrs, der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, sowie der Vorsitzende der Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen in Deutschland (ACK), Reverend Christopher Easthill, wie folgt:

„Wir nehmen zur Kenntnis, dass die AfD in Sachsen-Anhalt mit deutlichem Abstand die stärkste Partei wurde. Schlimme Befürchtungen sind wahrgeworden, aber das Ergebnis ist zu akzeptieren. Die Sorge der Kirchen gilt dabei vor allem dem Zusammenleben und Miteinander der Menschen in Sachsen-Anhalt, sowie insbesondere der Achtung der von Gott gegebenen Menschenwürde, die bedingungslos jedem zusteht. Sie gilt aber auch der freiheitlich-demokratischen Grundordnung in Sachsen-Anhalt. Wir fordern die Wahlsieger auf, die Landesverfassung sowie das Grundgesetz uneingeschränkt zu achten und die Würde aller Menschen unabhängig von Herkunft, Religion, Lebensweise, Leistung oder Position zu wahren.

Als Kirchen sind wir der Botschaft des Evangeliums und dem christlichen Menschenbild verpflichtet. Aus dieser Verpflichtung heraus werden wir das politische Handeln der künftigen Landesregierung genau beobachten und kritisch begleiten. Wir werden nicht wegsehen und wir werden nicht schweigen, wenn die Würde des Menschen verletzt, unsere Demokratie aufs Spiel gesetzt oder der Rechtsstaat ausgehöhlt wird. Denn immer geht es um Menschen, die unter Druck geraten, bedroht oder ausgegrenzt werden. Wir werden auch weiterhin alles, was unsere Demokratie trägt, unterstützen und zum Zusammenhalt der Gesellschaft beitragen. Dafür bedarf es vor allem auch Orten des Zusammenseins, des Dialogs und der Verständigung. Hier haben die demokratischen Parteien einen Auftrag. Auch die Kirchen können wichtige Begegnungsorte sein.

Ein Wahlergebnis zählt die Stimmen eines Wahlsonntags. Im Alltag zählt darüber hinaus, was dieses Land Woche für Woche zusammenhält. Das Wahlergebnis zeigt, wie groß die Unzufriedenheit und der Vertrauensverlust sind. Das ist ernst zu nehmen. Unverändert bleibt aber, wie viele hunderttausende Menschen sich in Sachsen-Anhalt und bundesweit Tag für Tag umeinander kümmern, Verantwortung übernehmen und unser Gemeinwesen tragen. Ihre Zuversicht, ihre Hilfsbereitschaft und ihren Einsatz wollen wir weiter sichtbar halten und stärken. Zusammen werden wir weiter arbeiten für eine Gesellschaft, die zusammenhält – in Verantwortung vor Gott und den Menschen.“ Dbk 7

 

 

 

 

Kardinal Marx zum Mediensonntag 2026. „Der Mensch muss im Mittelpunkt bleiben“

 

Am 13. September 2026 begeht die katholische Kirche in Deutschland den 60. Welttag der sozialen Kommunikationsmittel, der auch als Mediensonntag bekannt ist. Papst Leo XIV. stellt in seiner diesjährigen Botschaft das Thema „Menschliche Stimmen und Gesichter bewahren“ ins Zentrum. Anlässlich des Mediensonntags greift Kardinal Reinhard Marx (München und Freising), Vorsitzender der Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz, die Botschaft auf und erklärt:

„Künstliche Intelligenz (KI) verändert unsere Gesellschaft in einem unvorstellbaren Tempo: wie wir arbeiten, wie wir miteinander kommunizieren und ganz besonders, wie wir uns informieren. Und sie beeinflusst zunehmend, welche Informationen uns erreichen. Im medialen Raum prägen diese Informationen erheblich unsere Wahrnehmung der Welt. Nicht nur deshalb wird der wachsende Einfluss von KI von großer Sorge begleitet. Sie eröffnet aber auch große Chancen. KI kann Menschen den Zugang zu Wissen erleichtern und aufwendige Tätigkeiten vereinfachen. Sie kann auch Medienschaffende bei ihrer Arbeit unterstützen. Zugleich stellt KI uns wegen ihres großen Potenzials vor grundlegende Fragen: Was können wir Maschinen überlassen? Was müssen wir selbst verantworten? Aber vor allem: Wer entscheidet darüber und wie sorgen wir dafür, dass der Mensch nicht aus dem Blick gerät?

Papst Leo XIV. hat diese Fragen in seiner Botschaft zum diesjährigen Welttag der sozialen Kommunikationsmittel und in seiner wegweisenden Enzyklika Magnifica humanitas mit großer Dringlichkeit aufgegriffen. Seine Haltung ist dabei weder von Technikfeindlichkeit noch von Technikbegeisterung geprägt. Es geht um die zentrale Frage nach Gestaltung. Nicht alles, was technisch möglich ist, ist deshalb schon gesellschaftlich wünschenswert. Und nicht alles, was effizienter ist, macht unser Leben besser. KI muss dem Menschen dienen – nicht der Mensch der KI. Der Mensch muss Subjekt des technischen Fortschritts bleiben. Er trägt Verantwortung. Er hat ein Gewissen und formt lebenslang seine Urteilskraft. Menschen leben in Beziehungen, gestalten und sind kreativ. Und ein Mensch kann Verantwortung für das übernehmen, was er sagt und tut. Eine von Menschen gemachte Maschine kann das unterstützen – diese Hilfe sollten wir uns zunutze machen. Sie kann uns die Verantwortung aber nicht abnehmen.

Das gilt in besonderer Weise für Kommunikation und Medien. Journalismus ist mehr als die Produktion von Text, Bild und Ton. Er bedeutet Auseinandersetzung mit der Wirklichkeit und unserer Wahrnehmung von ihr. Er lebt von Recherche, Erfahrung und Urteilskraft. Er lebt von Menschen, die hinterfragen, vor Ort gehen, Quellen prüfen und Verantwortung für ihre Veröffentlichungen übernehmen. In einer demokratischen Gesellschaft ist es unverzichtbar, dass dieser Prozess frei und transparent abläuft. Es darf nicht gleichgültig sein, ob ein Text, ein Bild oder ein Musikstück von einem Menschen geschaffen oder von einer Maschine erzeugt wurde. Es braucht Transparenz darüber, wo KI-generierte Inhalte eingesetzt und auf welcher Grundlage sie erzeugt werden.

Gleichzeitig wirft der Einsatz von KI auch Fragen der Gerechtigkeit auf: Menschliche Kreativität und menschliche Arbeit haben nicht nur einen intrinsischen, sondern auch einen ökonomischen Wert. Wer mit ihnen Gewinn erzielt, muss diesen Wert anerkennen und diejenigen daran teilhaben lassen, die mit ihrer Arbeit dazu beigetragen haben. Journalistinnen und Journalisten, Autorinnen und Autoren, Künstlerinnen und Künstler müssen wirksam davor geschützt werden, dass ihre Werke ohne angemessene Beteiligung zur Ressource für die Geschäftsmodelle großer Technologieunternehmen werden. Dafür braucht es faire Regeln und, wo nötig, politische und gesetzliche Antworten. Die Gestaltung der digitalen Welt darf nicht allein denjenigen überlassen werden, die über die größte technologische und wirtschaftliche Macht verfügen.

Neue Medien und Technologien erfordern entsprechende Bildung. Menschen müssen verstehen können, wie Algorithmen funktionieren, warum ihnen bestimmte Inhalte angezeigt werden und andere nicht, wie KI-generierte Informationen zustande kommen und wie deren Verlässlichkeit überprüft werden kann. Nur dann werden sie auch zu verantwortungsvollen Mediennutzern. Medienkompetenz wird damit zu einer Schlüsselkompetenz unserer Demokratie. Wer nicht versteht, wie Informationen ausgewählt, erzeugt und verbreitet werden, läuft Gefahr, anderen die eigene Weltdeutung zu überlassen. Deshalb müssen Schulen und andere Bildungseinrichtungen, Politik, Medien, Wissenschaft, Kirchen und Zivilgesellschaft gemeinsam daran arbeiten, diese Kompetenz zu stärken. Das kommt sowohl Kindern und Jugendlichen als auch Erwachsenen jeden Alters zugute.

Die entscheidende Frage lautet nicht, ob wir KI einsetzen wollen. Sie lautet: Welche Gesellschaft wollen und können wir auch mit dem Einsatz von KI gestalten? Wenn der Mensch im Mittelpunkt bleibt, wenn wir Verantwortung nicht an Maschinen delegieren und wenn technischer Fortschritt von sozialem und moralischem Fortschritt begleitet wird, kann KI ein wertvolles Werkzeug sein. Und auch künftig ein immer besseres Werkzeug des Menschen werden, das neuen gesellschaftlichen Fortschritt mit schafft.“ Dbk 8

 

 

 

 

 

Deutsche Bischofskonferenz ruft zu Spenden für Venezuela auf

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, ruft eindringlich zu Spenden für die Opfer der Erdbeben in Venezuela auf. „Am 24. Juni 2026 haben zwei schwere Erbeben den Norden Venezuelas erschüttert. Nach offiziellen Angaben sind dabei mehr als 4.700 Menschen gestorben; täglich steigt die Zahl der Toten, Zigtausende werden immer noch vermisst. Und viele, die überlebt haben, stehen buchstäblich vor den Trümmern ihrer Existenz. Sie haben ihre Familienangehörigen, ihre Freunde, ihr gesamtes Hab und Gut verloren. Begleiten wir sie in unserem fürbittenden Gebet!“

Hilfe leisten in dieser Situation die vielen Ehrenamtlichen und Mitarbeitenden der Bistümer vor Ort und der Caritas Venezuela. Sie versorgen die Betroffenen rund um die Uhr mit Lebensmitteln, Medikamenten, Hygieneartikeln und Materialien für Notunterkünfte. „Über sie“, so Bischof Wilmer, „kommt unsere Hilfe direkt bei den Notleidenden an. Wir dürfen die Opfer der Erdbeben nicht allein lassen und müssen jetzt helfen!“ Unmittelbar nach der Katastrophe haben mehrere deutsche (Erz-)Bistümer und Hilfswerke größere Summen für die Akuthilfe bereitgestellt. „Dafür bin ich sehr dankbar, auch für Sammlungen in Pfarrgemeinden und die vielen Einzelspenden“, erklärt Bischof Wilmer. „Diese weltkirchliche Solidarität wird in Venezuela mit großer Dankbarkeit wahrgenommen.“

Caritas international, das Katastrophenhilfswerk der katholischen Kirche in Deutschland, arbeitet eng mit der Caritas Venezuela zusammen. „Die kirchlichen Partner vor Ort können schnell und effektiv Hilfsgüter verteilen; auch unterstützen sie die zum Teil stark traumatisierten Menschen mit psychosozialen Angeboten. Der Wiederaufbau wird noch Jahre brauchen“, ist Bischof Wilmer überzeugt. „Bitte unterstützen sie die wichtige Nothilfe von Caritas international mit Ihrer Spende!“

Spendenkonto:

Caritas international

Stichwort: CY02337 Erdbeben Venezuela

IBAN: DE88 6602 0500 0202 0202 02

bei der SozialBank, BIC: BFSWDE33XXX

oder online unter www.caritas-international.de  dbk 9